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SOVIETOPIA Marcello Nicolini


Sovietopia © 2012 La Ponga Edizioni ISBN 978-88-97823-10-0 La storia è frutto della fantasia dell'autore. Ogni riferimento a fatti e persone reali è puramente casuale e non intenzionale. www.lapongaedizioni.it


SOVIETOPIA


Capitolo 1

Non importava a nessuno che fosse lì appeso, ma il commissario politico Talimov andò alla parete del suo ufficio, staccò il ritratto di Lenin e lo sostituì con quello del padre. Soddisfatto si lasciò cadere sulla poltrona di un improbabile color pastello e, gambe appoggiate sul tavolo, accese una sigaretta. Il comunismo era finito, e lui, Anton Ivanich Talimov, si sentiva l’uomo nuovo in un mondo nuovo. E dire che il padre era morto a Damanski per salvare uno stupido carro armato con le insegne della stella rossa. Non riusciva a perdonare ai cinesi questo peccato originale, ma oggi, quei piccoletti servivano a tenere in piedi l’economia di quella città, Staliza, il cui nome in russo ha lo stesso significato della parola “Capitale”. Ogni giorno arrivavano a frotte, passando le rive del fiume Amur, per barattare scarpe Made in China con prodotti russi. « Eh si, caro papà,» disse Anton Ivanich, tra una boccata e l’altra, «ora che il partito non è più al governo, anzi, ora che il partito non è più il governo, bisogna pensare in grande, progredire, espanderci!» Talimov elaborava strategie in continuazione. Aveva aspettato un mese prima di togliere il ritratto di Lenin dal muro, e visto che nella desolata steppa siberiana il comunismo sembrava kaputt, il cambio delle facce appese era una doverosa operazione. Se Eltsin avesse perduto il potere, facendo rifiorire il partito dalla cenere? La situazione era ancora troppo instabile. E se, risorto il comunismo, un funzionario di partito fosse apparso nell’ufficio 5


di Talimov? «Dov’è il ritratto di Lenin?» gli avrebbe chiesto. Ogni cautela non era superflua. Anton Ivanich tirò l’ultima boccata e spense la sigaretta sulla scrivania. Ogni cosa nell’ufficio era sporca, il tavolo di legno tarlato e variamente graffiato, era pieno di bruciature di sigarette. Benché Talimov fosse uno zampolit, commissario politico e allo stesso tempo effettivo governatore di Staliza, era lontano dalla nomenklatura cui aveva desiderato di appartenere. Nei mesi di servizio a Mosca, aveva visto i veri simboli della forza, porte a doppio battente, tavoli lunghissimi con dispositivi per conferenze audio, sedie in vera pelle e intere collezioni di tomi leninisti. Adesso che non c’erano più commissari, ne segretari di partito, Talimov desiderava un altro tipo di potere, accordi commerciali, dollari, capitalismo. Anzi, proprio tra qualche minuto, con la grande astuzia di cui si sentiva pervaso, avrebbe realizzato la prima parte del suo sogno. Sergej Livenko entrò come al solito, senza bussare. Era giovane, alto, con baffi appena abbozzati ed una capigliatura liscia, nera ed oleosa. Gli occhi, piccoli, quasi affossati nelle guance, contrastavano con un paio d’orecchie troppo grandi. «Compagno Talimov.» esordì, col berretto a padella sottobraccio e gli occhi che cercavano il ritratto di Lenin. «Mio caro Sergej,» lo prevenne Anton Ivanich, «chiamami Mister, Mister Talimov » disse, con un ghigno sornione. Ancora cercando il ritratto, Livenko improvvisamente rammentò lo scopo della sua visita. «Compagno… uhm, Mister Talimov.» disse, inciampando su quella parola dal suono straniero. «C’è un tizio qua fuori che chiede di venire a colloquio con lei.» Gli occhi del giovane guizzarono alla porta scrostata, che dava sul corridoio. Avvicinandosi un poco a quello che fino a ieri era lo 6


zampolit. «Si tratta di un cinese.» bisbigliò Sergej. Di fronte a una tale manifestazione, deliberatamente cospiratoria, il novello capitalista parve ritrovare l’assurda dignità da commissario. «Sergej Andreevich!» sbraitò, alzandosi in piedi. «Fatelo passare, immediatamente!» Scosso come un giovane alberello, Livenko divenne pallido «Agli ordini» disse, chinando il capo e aprendo la porta. Subito, un ometto basso, grasso, dalla testa calva e la barba ben curata, sgusciò dentro l’ufficio. Aveva una giacca verde, pantaloni grigi ed un’anonima maglietta scura. Il naso reggeva occhiali spessi come fondi di bottiglia e la mano destra, un enorme raccoglitore, zeppo di cartelle e fogli. Anton Ivanich si illuminò, neanche avesse visto una bella donna. In piedi, impiegò due secondi buoni prima di lanciarsi ad abbracciare il “cinese”. Il signor Han (coreano e non come credeva Sergej, cinese), era venuto già tre volte da P’yongyang ad ammirare il vero tesoro di Staliza, le betulle. Più o meno tutti gli insediamenti lungo le rive dell’Amur, potevano godere di quello splendido albero, ma vuoi per un caso, vuoi per fortuna, Staliza ne era piena. Per molti anni, tormentato da sogni d’economia e guadagno, Talimov si era chiesto cosa avesse potuto farci con la betulla, ed ecco il signor Han, con la risposta. «Bene, Compagno Talimov.» esordì il piccoletto, con un sorriso da orecchio a orecchio. Entrambi si sedettero. «Compagno Talimov.» riprese Han, dopo un attimo. «Mister Talimov.» Una voce flebile, alle spalle dei due uomini, li fece trasalire. Livenko era ancora al suo posto, impalato vicino alla porta, la padella verde sottobraccio. L’ex commissario lo fulminò con un’occhiataccia. «Puoi andare, Livenko!» disse, sfoderando tutta l’autorità di 7


cui era capace. Ancor tremante, il povero Sergej scomparve senza lasciare traccia. «Ah! Questi cosacchi!» A Talimov era tornato il sorriso, le manate sulle spalle di Han si sprecavano e così i complimenti, mentre quello, inciampando nella lingua russa, spiegava il progetto che lo aveva portato fin lì. «Bacchette!» disse il signor Han, aprendo il raccoglitore e tirando fuori alcune cartelle. «Bacchette!» ripeté Talimov, con un sorriso ed una pacca sulla spalla. Lo zampolit aveva mani enormi come badili e ad ogni colpo, il piccolo Han veniva quasi buttato a faccia in giù sul tavolo. «Prego Mister Talimov, prego.» disse il coreano, frenando d’un tratto l’eccessivo entusiasmo dell’altro. «Qui ci sono le stime approssimative di uno start-up» disse, porgendogli la cartella « …e qui, il prospetto dopo un anno di produzione.» concluse, tirando fuori un’altra cartella. Fogli, cifre incolonnate con spaventosa meticolosità, Talimov cominciò ad accusare mal di testa. «Arriviamo al dunque,» propose, «credete davvero che i giapponesi compreranno le nostre bacchette?» «Certo, certo! » fece Han, staccando l’ennesima cartella dal raccoglitore e tirandone fuori altri appunti «Il legno di betulla è perfetto, con la quantità che ne avete, possiamo produrne moltissime! Ecco! Ho fatto uno studio sulla forma delle bacchette giapponesi.» Talimov si trovò a fissare uno schizzo in scala 1,1 delle bacchette hashi, accuratamente fatto su carta millimetrata «Sono più corte e strette di quelle cinesi » spiegò il coreano. «Ho calcolato che con buona manodopera, riusciremo a produrne suppergiù…» «Si, si, certo amico mio » lo interruppe Talimov per cui, già 8


l’idea di “produrre” era appagante, anche senza conoscer le cifre «Credo arriveremo ad un accordo.» disse, poi, dopo l’ennesima manata sulla spalla, rivolse ad Han un sorriso duro, granitico. «C’è solo un piccolo dettaglio da discutere e preferirei farlo davanti ad un samovar bollente,» disse Talimov e senza smettere di parlare urlò, «Sergej! Il tè!» «Oh, certo, certo» convenne Han, che, al solo pensiero di bere tè caldo in Ottobre, si sentiva svenire. Fuori l’aria aveva un ché di opprimente, l’umidità, gli occhiali perennemente appannati, sembrava d’essere in una scodella di minestra. Come faceva Talimov a volere un tè? Ad ogni buon conto, Han attese con studiato entusiasmo che il cosacco baffuto fosse di ritorno con due tazzine ed un vecchio samovar. Sergej decise di fare servizio completo, versando il tè allo zampolit ed al “cinese”. «Bene Livenko» fece Anton Ivanich. «Puoi andare» e lo congedò. Quando furono soli, Han tentò un debole attacco. «Vedete,» disse Han, «aprire una fabbrica nella Corea del Nord è, diciamo, altamente improduttivo e… » Talimov fece per ribattere, ma Han lo prevenne « …so cosa volete dire, potremmo tentare a Seul, ma la manodopera costerebbe almeno il doppio e, anche se le tasse non sono un granché, dovremmo avere un prestanome, un socio locale. Il governo di Seul non guarderebbe di buon occhio la nostra fabbrica.» Han tirò fuori altri fogli pieni di dati. «Qui!» disse Anton Ivanich. «Qui, qui» ripeté. Han non credeva alle proprie orecchie. «Qui? Qui cosa?» disse. «La fabbrica, la fabbrica, compagno» rispose Talimov, che nell’eccitazione era tornato ai vecchi termini bolscevichi «Apriamola qui! C’è buona manodopera, ci sono edifici vuoti da trasformare in laboratori e, abbiamo le betulle dietro l’angolo!» Han era così felice, che accettò sommessamente l’ennesima, 9


possente manata di Talimov. «Eviteremo i costi di trasporto dalla Siberia alla Corea!» disse il piccoletto «E la dogana e le tasse » «Da, da!» fece Talimov, risucchiando con la bocca una generosa quantità di tè. Anche Han lo imitò, credendo che bere il tè a quel modo fosse un’usanza particolare di Staliza. «Ma, quanto alla manodopera?» ebbe poi da obiettare. Con un largo sorriso, Talimov si alzò. In confronto ad Han era un gigante, collo taurino, faccia larga, gambe lunghissime. Al piccoletto pareva una di quelle statue di bronzo che affollavano le anonime “piazze della rivoluzione” in ogni città sovietica. «Prego!» disse Talimov, spalancando la finestra per mostrare qualcosa al coreano. Han si affacciò. L’edificio dava su piazza Lenin, una spianata ciclopica di cemento dove nel bel mezzo sorgeva la statua gigantesca del padre bolscevico. Le strade erano vuote, se si eccettuava qualche vecchietta con il commovente fazzoletto liso sulla testa o alcuni giovani sfaccendati che si spintonavano, bevendo vodka. Verso la chiesetta ortodossa, dall’altro lato della piazza, un gruppo di militari parlottava fumando. Han sbatté più volte le palpebre, cosa c’era di tanto interessante da vedere? Non fosse per le betulle, che la circondavano tutta, Staliza era un posto desolato, pieno di rottami e russi alcolizzati. Il coreano sospirò, dov’era la manodopera? Stava già per obiettare il suo disappunto, quando, dal fondo della strada, gli arrivò un gran trambusto. Spari! Si, erano spari! Una moltitudine umana si riversava in piazza Lenin dando voce alle pistole. Erano per lo più cavalieri, con colbacchi di pelo e berretti a padella. Alcuni, in uniforme grigioverde e calzoni blu, impugnavano fucili Kalashnikov e Mauser tedesche, mentre altri, vestiti con divise della cavalleria zarista, agitavano sciabole e suonavano corni da caccia. Avevano cartucciere intrecciate sul petto, spade, pugnali e pistolacce 10


d’anteguerra. Han era sconcertato. Talimov gli fece un gran sorriso «Manodopera!» disse. Lungi dal rivelarlo al piccoletto, il commissario non aveva la minima idea del perché di quella visita. Solitamente i cosacchi stavano bravi e buoni sulle rive del fiume, alla periferia di Staliza. Che voleva dire una simile improvvisata? Vide un cavallo avvicinarsi all’ex edificio del partito, in sella vi stava un vecchio con baffoni grigi e barba lunga fino al petto, la stella rossa gli campeggiava sul colbacco di pelliccia. Sciabola al fianco e pistole alla cintura, il vecchio alzò una mano. Immediatamente spari e schiamazzi cessarono. Talimov era al colmo della rabbia, come si permetteva quel rudere, di dare una simile dimostrazione di potere innanzi al piccolo Han? Ora il coreano avrebbe giudicato lui, Anton Ivanich, un debole, un capo inutile, schiacciato da quegli stramaledetti vagabondi! «Sergej Andreevich!» chiamò a gran voce. Come un’ombra, apparve Livenko. Lo zampolit si avvicinò a grandi falcate, aveva tutta l’aria di una tigre nera. Nera di rabbia. Quando gli fu ad un palmo dal naso, Talimov prese a squadrarlo dall’alto in basso. Il povero Livenko si sentiva stordito per il puzzo dell’alito del superiore. «Sergej Andreevich» disse ancora l’ex commissario. « Andate a ricevere l’ataman!» fece, puntando il dito verso la finestra. Il povero assistente, già confuso dal fatto che Talimov gli desse del “lei” in presenza del “cinese”, lo era ancor di più dalla vista di suo padre a cavallo, proprio davanti a palazzo. Andrei Ilych Livenko, capo dei cosacchi di Staliza, era famoso per i violenti scoppi d’ira, durante i quali soleva metter mano a sciabola e pistole con inquietante confidenza. Che voleva dunque, con la sua banda di cavalieri, in pieno centro cittadino? 11


Sergej stava già correndo verso le scale, quando, cambiando idea, Talimov lo seguì. Il povero Han, raccolti fogli e cartelle, gli trotterellò appresso. Giù, alla luce del sole, furono investiti da nugoli di zanzare assassine, affamate e rabbiose. Nonostante Han le avesse affrontate altre volte, era ben lungi dall’abituarsi a quelle punture che gli facevano gonfiare la pelle in maniera orrenda. Agitando mani e piedi, prese a gesticolare come un folle. L’austero ataman, con la sua livrea da cavaliere zarista, lo guardava sdegnato «Che ha questo cinese?» domandò, in un russo lento, che sapeva d’arcaico. «Sono coreano» rispose Han. Con la faccia ormai gonfia di punture, si avvicinò al cavaliere e tese la mano; con un botto, il raccoglitore cadde per terra. Han urlò, mentre le cartelle ed i fogli non fissati si sparpagliavano al vento. Da giovane educato e servizievole qual era, Sergej si premurò di raccogliere i preziosi appunti, Han lo seguì d’appresso, profondendosi in ringraziamenti ed inchini. Poco distante, come i pistoleri western, Talimov e l’ataman si sfidavano, in silenzio. Gli occhi grigi dell’ex comunista incontrarono quelli azzurri e attorniati di rughe del cosacco. Il vento dell’Est spinse una scheda di carta in mezzo ai due. L’atmosfera era talmente da film che Sergej pensò: ora tirano fuori le pistole e si sparano. Ma ciò non avvenne. Quando finalmente, Han e il cosacco riuscirono a domare gli appunti, Talimov parlò. «Andrei Ilych» disse. «Quale onore.» Livenko, che non faceva mistero del proprio anticomunismo, sganciò la stella rossa dal berretto e la gettò, con teatrale disgusto, ai piedi del commissario. 12


«Talimov» disse, con voce roboante. «Il socialismo è morto, quindi,» ed il suo sguardo volò alla bandiera con la falce e martello che pendeva dal palazzo statale, «togli di là quella roba!» Andrei Livenko tirò fuori dalle bisacce una vecchia bandiera tricolore che aveva pescato chissà dove. Era lisa, sporca, ma accuratamente rammendata. La porse a Talimov, che fece buon viso a cattivo gioco. «Certo, certo!» disse l’ex commissario, prendendo la bandiera. «Hai fatto bene a venire, daremo al signor Han la prima dimostrazione di cambiamento!» disse, profondendosi quindi in larghi sorrisi al coreano. Mentre recitava la sua nuova parte d’imbonitore capitalista, Talimov notò una volga nera che si dirigeva a tutta velocità verso il palazzo. La macchina sbandò, salì sui gradini, quindi ridiscese, tra schianti e gemiti metallici, fermandosi ad un palmo dal commissario. Dall’alto del suo cavallo, Andrei Ilych la guardava stranito. Ne scese un giovane dal collo taurino, già ubriaco a quell’ora. Facendo il giro della volga, aprì lo sportello del passeggero e tirò fuori una ragazza bionda, truccata malamente. Barcollando, i due si diressero verso un esterrefatto signor Han. «Hey tu, nano cinese» lo apostrofò il russo. «Per ottanta rubli passi una notte con mia moglie.» Talimov non poteva credere ai propri occhi. Il giovane biondo, dalla giacca in finta pelle e jeans stracciati, rappresentava una razza di delinquenti ormai comune nelle città post-sovietiche. Questa gente, approfittatrice ed ignorante, faceva di tutto per banchettare sulle spoglie della madrepatria. Talimov era consapevole della fine di un sistema e che il proprio futuro si chiamasse dollaro, ma era oltremodo irritato dal fatto che simili esemplari di debosciati creassero tanto scompiglio 13


davanti al palazzo. Tra i cosacchi ed il magnaccia, Han doveva aver certamente pensato che la decisione di venire a Staliza non fosse poi così buona. Una goccia di sudore scese giù dal berretto a padella di Talimov, a poca distanza, il piccolo coreano tremava, mentre la ragazza gli veniva spinta contro. «Non voglio!» disse, d’un tratto, la poverina. «Se mi da ottanta rubli, tu vai con lui!» ringhiò l'uomo. «No!» «Si! Vai col nano cinese, ho detto!» La scena era talmente penosa, che Sergej fece per distogliere lo sguardo. Per un attimo, gli occhi celesti di lei incontrarono i suoi. La ragazza aveva un livido sulla guancia sinistra e il sopracciglio spaccato. Sergej deglutì e fece un passo avanti, cercando, nel profondo del suo io, qualche goccia del focoso sangue cosacco. A piccoli passi, si interpose tra Han ed il magnaccia. «Smettila» disse a quest’ultimo. Il biondo slavato lo fissava con sguardo vacuo. «Cheee?» «Lasciala stare» disse Sergej. Era sorpreso di non aver fatto trasparire neanche un’oncia della propria paura, nessun tremito della voce o delle mani; perfino il padre ne fu sorpreso. Che quel mollusco di suo figlio, avesse gli attributi? Andrei Livenko lanciò un ruggito d’approvazione. Sergej aveva strappato la ragazza al suo aguzzino e, stringendola a se, si stava allontanando. «Come ti chiami?» disse Livenko. La ragazza piangeva, capo chino, occhi gonfi, non riuscì a guardare il proprio salvatore. Sergej le scostava i capelli dal volto e le asciugava il pianto «Non preoccuparti» disse. «È finita.» Si sentiva orgoglioso per aver fatto tutto da solo. Quella 14


splendida creatura era salva per merito suo. Pensava a Stalin, Lenin e tutti i giganteschi eroi di bronzo, Sergej Andreevich era un russo, o meglio un sovietico e come tale, aveva difeso il popolo. Il click di una pistola lo ricondusse al presente. Il magnaccia stava lì, con occhi da drogato e un’automatica in mano. Bam! Il magnaccia cadde stecchito con un fiore rosso sul petto, mentre con straordinaria naturalezza, Andrei rinfoderava la pistola. Il signor Han svenne. Talimov alzò gli occhi al cielo. «Kurva!» esclamò.

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