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Collana La Ponga Noir


Brianza Night Blues Omar Gatti

La Ponga Edizioni


Brianza Night Blues © La Ponga Edizioni ISBN 978-88-97823-01-8

La storia è frutto della fantasia dell'autore. Ogni riferimento a fatti o persone reali è puramente casuale e non intenzionale. www.lapongaedizioni.it


BRIANZA NIGHT BLUES

A Victoriza Gordei, nella speranza di consegnarle una Brianza migliore di questa.


SAFARI IN BRIANZA Carugo La piccola Yaris blu sbuffava fumo grigio dal tubo di scappamento, che si sollevava a mezz’aria e si disperdeva nella nebbia tutt’intorno. Dall’esterno si poteva distinguere solo la voce di Aznavour in «Ed io tra di voi» ma il conducente non sembrava gradire la canzone. Il cranio lucido era imperlato di sudore e gli occhi ridotti a due fessure cattive. Lanciò un’occhiata all’orologio digitale del cruscotto. Le 22:30. Trattenne a stento una bestemmia. Il rumore di tacchi sull’asfalto dell’autolavaggio lo distrasse dalla voce del cantante francese che affermava che sì, nonostante tutto, era stata proprio una bella serata. Il leggero colpo sul finestrino lato passeggero lo fece rilassare. La chiusura centralizzata della Yaris scattò. La portiera si spalancò e dal biancore sporco della notte apparve la figura di una mulatta magra e patita, dal volto truccato con volgarità e senza l’ombra di un sorriso. Vestiva un abito troppo corto e leggero per sopportare il freddo umido di quella nebbia sporca. «Muoviti, nem, Nadia! Sali o no? Fa freddo!» tuonò l’uomo. La donna non rispose, salì a bordo come un automa e richiuse la portiera dietro di sé. «Non dici niente, troia?» gridò nuovamente l’uomo. La mulatta accennò un flebile «scusami» senza sollevare lo sguardo. Osservava i piedi come se avesse scoperto di averli solo in quel preciso istante. «Scusa un cazzo!» riprese l’uomo. «Non ti ho sposata mica perché ti fai i cazzi tuoi. Sei in ritardo di mezz'ora. Dov’è che sei stata?"


«Scusami amore, ho parlato con Herero.» «Ci mancava pure l’altra pelandra. Dov’è che s’è cacciata? Perché non è con te?.» "Dice che torna da sola dopo, dice che ha un impegno con uno.» Lo schiocco di uno schiaffo riempì l’abitacolo, insieme alla voce di Aznavour che rifletteva sul fatto che ieri sì, da giovane, il gusto della vita bruciava dentro di lui. «Che cosa? Che coooosa?" gridò l'uomo. «Un impegno? Un impegno? Glielo do io l’impegno a quella. Africane del menga che mi sono portato a casa! Quante volte ti ho detto che non devi lasciare sola tua sorella?» «Hai ragione, scusami amore!» «Non continuare a dire scusa! Scusa un cazzo di niente! Ora ti porto a casa e vado a riprendere quella schifosa di tua sorella. Poi quando torno a casa vi faccio vedere io come si sta al mondo!» «Certo, amore» sussurrò la mulatta, con la voce incrinata dalla paura. «Ti ha detto con chi andava?» «No.» Un altro schiaffo. «No? No? Io non vi faccio battere per fare quel cavolo che volete! Te devi curare tua sorella, brutta negra! Dove cazzo la vado a trovare adesso quella cretina?» «Ha detto che andava al cantiere, poi non so, amore.» «Al cantiere? Con questa nebbia? Da sola?» «Aveva appuntamento con un cliente.» «Sia mai che quella stronza mi porti un po’ di soldi in casa, dopo che vi mantengo come un coglione.» L’uomo inserì la marcia e partì sfrizionando. La Yaris percorse la statale Novedratese senza incrociare


un’anima. La nebbia era talmente fitta che anche le luci dei semafori tremolavano in lontananza, unica presenza viva in quell’atmosfera ovattata. L’uomo alla guida non aveva smesso di prendersela con la mulatta. «Siete due pesi, due irriconoscenti! Io vi vesto, vi do da mangiare, a te t’ho dato pure la cittadinanza! Ed è così che mi ripagate? Andando in giro a fare i cazzi vostri? Eh, rispondi?» «Hai ragione amore.» «Se, se, la ragione si da a chi non ce l’ha, si dice a casa mia! Maledetto me, che pirla che sono stato! Accettare la proposta di quel deficiente dello sciamano! Quanto mai! Venisse la rogna a chi dico io!» L’uomo non la smetteva di sbraitare e di sbattere i pugni sul volante. «E sappi,» proseguì dopo aver attraversato un incrocio «che ho proprio in mente di telefonare allo sciamano e di dirgliene quattro. Altro che due paesane devote come cagnolini! Due troie mi ha venduto, ecco cosa! Irriconoscenti e bastarde! Che la notte pigliano e vanno in giro, a fare le signore, invece di riguadagnarsi quello che io, io, ho pagato per farle venire dal loro cazzo di paese appestato! Mi hai capito?» La mulatta non rispose. «Brava, brava, stai in silenzio. Tanto questa volta le legnate non le schivate, te e tua sorella. Altro che balle!» La Yaris svoltò all’altezza di Arosio, compiendo una pericolosa inversione a U. Poco dopo si fermò in uno spiazzo lungo la strada. L’uomo scese e ordinò alla donna di attendere in auto. Sollevò il bavero della giacca e si strinse la sciarpa intorno al collo. Quel freddo balordo gli sarebbe entrato nelle ossa, acuendo i reumatismi. D’altronde non era più un ragazzino, i suoi bei sessant’anni abbondanti se li portava tutti addosso. E l’idea di diventare un rocchetto con due belle negrette senegalesi era stata solo sua e ora


ne doveva pagare lo scotto. Certe cose andrebbero ragionate prima di essere fatte, lo diceva sempre sua mamma. L’uomo attraversò la rete sbrecciata ed entrò nel cantiere. Era un luogo fatiscente, una costruzione mai terminata, visto che la società che la costruiva era stata sciolta per infiltrazioni camorristiche e non s’era trovato nessun palazzinaro disposto a terminare quello che la malavita aveva cominciato. Era così diventato l’albergo-dormitorio delle prostitute e veniva setacciato dai carabinieri un giorno sì e l’altro pure ma alla fine non ci trovavano mai niente e tutto tornava come prima. L’uomo deglutì. Il cantiere era immerso in una nebbia bianca che sapeva di sporco. Non si sentiva un rumore che fosse uno. Eppure quell’atmosfera gli piaceva. Lo faceva sentire giovane. Pensò che non era così diverso dai safari che aveva visto nei documentari di Piero Angela. Gli pareva di essere uno di quei ricchi occidentali che se ne vanno in Africa, noleggiano fuoristrada e portatori locali e scorrazzano per la savana in cerca di animali da cacciare e impallinare. Solo che l’animale in questione era sua cognata, quella puttana di Herero. Al pensiero l’uomo si lasciò scappare un sorriso. In Africa è cosa nota ma un safari in Brianza, davvero, chi l’aveva mai visto? Fece due passi, sbattendo contro un secchio dimenticato nel mezzo. Il rumore lo fece trasalire. Doveva stare attento, altrimenti rischiava di spaccarsi un femore. La nebbia aveva ingoiato tutto, attrezzi, sacchi di calcina marciti, tondini di ferro per il calcestruzzo e muri sbrecciati. Uno strano silenzio aleggiava nell’ambiente. Di solito il cantiere era più vivace di un suk nel centro di Marrakesh. In una notte del genere anche le prostitute se ne stanno in casa, sempre che ce l’abbiano. Il rumore di alcuni passi sul metallo del ponteggio richiamò la sua attenzione. «Herero?» fece l’uomo. Nessuna risposta. «Cazzo ci fa sul ponteggio?» pensò e un brivido gli percorse


la schiena. «O Gesù, perché c’ho paura?» realizzò. Un altro rumore, come di un pezzo di ferro che cade da un impalcatura, ruppe il silenzio. «Herero, dai vieni fuori, nem, fa minga la scema. Dai che non ti faccio niente. Dove sei, piccolina?», gridò con le mani a cono. Ma non servì a niente. Non rispose nessuno. L’uomo prese a brancolare nel grigio della nebbia e non si rese conto degli occhi che lo stavano fissando dall’alto. Occhi color nocciola, con il fondo bianco lattiginoso, sfumato di rosso. Occhi che sanno d’Africa. «Herero!» tuonò nuovamente Cappellini. Provò a chiamarla al telefonino ma suonava a vuoto. Con uno scatto nervoso lo lanciò in mezzo alla nebbia. Lo sentì rompersi ma non vide i pezzi schizzare. «Questa volte le ammazzo, giuro, ma guarda te. Ci vado in galera stavolta, altro che no…» commentò a voce alta. Ormai aveva raggiunto l’ingresso della casa, dove la nebbia non era riuscita a penetrare. Sul pavimento di sabbia giacevano coperte sporche, fogli di giornale, bidoni di metallo carbonizzati, materassini da campeggio putridi. Il rumore di uno starnuto fischiò dal piano superiore. L’uomo sobbalzò. C’era qualcuno, ma chi? Raggiungere il piano superiore era un’impresa. Bisognava andare sul ponteggio e risalire la scaletta arrugginita che portava all’impalcatura che dava su un soffitto dal quale sporgevano ancora le chiamate del calcestruzzo. «Herero? Sei te? Dai, nem, non fare la bambina, dai che andiamo a casa!» piagnucolò. Di solito chi va a fare un safari non ha paura. L’uomo invece si stava sciogliendo in un terrore liquido e molle. Ingoiò un nodo di saliva e tremarella che gli bloccava l’epiglottide. Decise di salire al secondo piano. Non poteva mica lasciare le donne in giro tutta notte. E se una gli fosse morta assiderata? Cosa avrebbe raccontato ai Carabinieri? Che un suo collega gli aveva proposto di sposare una sua paesana e lui s’era


portato a casa anche la sorella e le faceva battere sulla Novedratese tutte le notti? Vai a spiegare ai Carabinieri che sua moglie era una troia e lui non c’entrava niente. Perché aveva accettato la proposta di quel deficiente dello sciamano? Non poteva farsi i fatti propri? Aveva proprio bisogno di una negra per trascorrere una vecchiaia felice? Ormai non era più tempo di rimpianti. Bisognava salire al piano superiore e portare a casa Herero. Il giorno seguente le avrebbe caricate sul primo aereo per il Senegal e poi gliele avrebbe suonate anche a quel pirla del suo collega. Dio se lo avrebbe menato, sciamano del cazzo che promette belle negrette e poi porta in Italia zoccole di prima categoria. Il ponteggio era immerso nella nebbia più fetida, quel tipo di nebbia che solo nei luoghi freddi e inquinati ha ragione di esistere: un misto di smog, profumo dozzinale, escrementi e vapore acqueo. Risalì piano i gradini scivolosi della scala, recitando un padre nostro. Raggiunse il secondo piano. Da lì poteva vedere il verde del semaforo della provinciale, unica luce che filtrava dalla coltre sospesa a mezz’aria. Sentì un rumore dietro di sé. Erano passi pesanti, passi maschili. Una mano lo prese per il bavero della giacca e lo tirò verso di sé. L’uomo si sciolse in un mare di terrore liquido che sapeva di urina. Un mano nera e callosa lo colpì in volto, una, due, tre volte, dritto e rovescio, fino a fargli sanguinare le labbra. Il cacciatore aveva trovato la preda. Soltanto che ora i ruoli si erano invertiti. Un Safari al contrario, dove la bestia attende il cacciatore per ore, prima di assalirlo. Una spinta lo buttò a terra. Un calcio nello sterno gli troncò il fiato. Nonostante la nebbia, i calci e il volto pesto, l’uomo riconobbe il turbinio di riccioli neri: lo sciamano! «Che vuoi da me? Non farmi male, nem, per favore, smettila! Non ho fatto niente!» farfugliò piangendo. «Niente? Niente?» tuonò il nero, con la voce possente da


sciamano «Cappellini, cazzo credi di fare? Sei solo un bianco! Stupido bianco.» Un altro calcio fece partire gli incisivi di Cappellini, impastandogli la bocca di sangue e nebbia. «Che vuoi? Basta! Dai fammi andare…ti scongiuro…» sbiascicò Cappellini sputando pezzi di gengiva. Lo sciamano non rispose. Quando il cacciatore si avventa sulla preda si concentra sul sangue e sul terrore, non ha tempo per parlare. Non poteva dimenticare il volto della piccola Herero, emaciato e triste e il corpo di Nadia, rovinato dai rapporti con estranei che non hanno il minimo rispetto. Aveva promesso loro una vita felice lontano dalla miseria, nella casa di un collega che aveva bisogno di una moglie. Ma quello le faceva battere. Era un mostro e andava fermato. Era solo questione di tempo, non appena fossero arrivati i permessi di soggiorno definitivi. Aveva atteso, come un cacciatore attende la preda durante un Safari, per sei mesi. Ora i documenti erano tutti in regola, con tanto di bollo della Questura di Monza. Bene, Cappellini, poteva essere liquidato. Per sempre. L’aveva invitato al suo Safari e gli aveva teso una trappola, con l’aiuto delle due ragazze. Un buon cacciatore sa quando colpire e come colpire. Prese un tondino arrugginito del diametro di dieci millimetri, di quelli che i muratori piegano in morsa per fare le chiamate del calcestruzzo e lo sollevò sopra il capo. Herero e Nadia sarebbero tornate libere. Colpì Cappellini, finché non ne rimase un grumo raccapricciante. Nadia avrebbe ereditato tutto in quanto vedova. C’era da trovarle un nuovo marito.


Brianza Night Blues