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blog di lotta per i lavoratori, i giovani e la sinistra

PADRONI DI LIBIA E ITALIA: PARTNERS IN CRIME la rivoluzione in Libia e le possibili ripercussioni in Italia, la necessità di una sinistra autonoma dai padroni Il dibattito sulla Libia mostra la natura rivoltante dei protagonisti della politica italiota. Se da una parte abbiamo Berlusconi il clown e il suo tele spalla Frattini con le loro posizioni ambigue, dall’altra abbiamo un Partito democratico che rivendica apertamente un ruolo attivo volto a difendere gli “interessi della nazione” insieme a un atteggiamento paternalistico in quanto la Libia “era una nostra colonia”. Di più, dicendo agli avversari: “ma come, in Iraq si poteva intervenire per buttare giù Saddam e qui no?”. Sorge qui un’altra domanda. Posto che non si deve assumere una posizione a seconda del numero dei morti, che seppur non così tanti ci sono stati anche in Egitto e Tunisia, perché solo ora il dibattito politico italiano si infiamma? La risposta la si può trovare nei numerosi intrecci tra il potere di Gheddafi e il capitalismo tricolore. Iniziamo da Unicredit, fino al settembre scorso guidata dall’amministratore delegato Alessandro Profumo (uomo vicino a Prodi e non molto tempo fa ventilato - il cosiddetto “papa straniero” come possibile guida del centrosinistra). Con l’acquisto di nuove azioni da parte dei fondi sovrani libici Lia (Libyan Investment Authority), cosa che ha prodotto la sua sfiducia da parte del cda e le sue dimissioni (seppur con una buonuscita di 40 milioni di euro), Gheddafi è diventato l’azionista di maggioranza di Unicredit controllando il 7,58% del capitale. Inoltre, per mezzo della Central Bank of Libya detiene il 4,998% di Unicredit s.p.a (la banca unica prodotta dalla fusione di sette società nel novembre scorso). Attraverso i fondi sovrani come il Lia, ma anche come il Lafico (sigla di Libyan Foreign Investment Company) il governo libico possiede azioni anche in Mediobanca (per 500 milioni di dollari), nella Fiat (dal 1976 fino al 1986 - fino al 13% - e dal 2000 fino ad oggi - anche se soltanto con il 2%), in Finmeccanica (2%), nell’Eni (con un accordo che prevede il possesso fino al 10% delle azioni diventando così il secondo azionista dopo il governo italiano). Questi fondi sovrani se da una

parte servono ai paesi come il nostro soffocati dal debito, dall’altra hanno avuto la funzione di garantire al tiranno la sua permanenza al potere. Di più, le democrazie occidentali come la nostra non hanno avuto nessuno scrupolo nel far si che Gheddafi (in cambio di lauti compensi per progetti nei quali non possono non sguazzarci i pescecani italiani, da Fiat a Impregilo) diventasse il principale carceriere di migliaia di migranti in transito verso un futuro migliore. Ancora, nessuno scrupolo per la vendita di armi: oggi la Libia, con poco più di sei milioni di abitanti, è il quarto importatore di armi del nord Africa, con una spesa annua di oltre 400 milioni di euro e l’Italia non manca certo tra i fornitori. Nel 2006 sono stati venduti 10 elicotteri per un importo di 80 milioni di euro e, due anni dopo, con l'articolo 20 del Trattato di cooperazione e amicizia (concretizzato dal governo Berlusconi ma preparato da quelli del centrosinistra) si prevede un forte e ampio partenariato industriale nel settore della Difesa e delle industrie militari facendo salire a 93,2 milioni di euro (56,7 l'anno prima) il fatturato delle fabbriche di morte italiane. In questo quadro si inserisce anche l’accordo tra il fondo Lia e Finmeccanica per una joint venture destinata a operare in tutto il medio oriente nel settore della difesa. Aggiungendo il fatto che già da ora si iniziano a sentire le ripercussioni per ciò che riguarda i rifornimenti di gas e petrolio (ripetuti nel tempo gli accordi tra governo libico ed Eni), possiamo tracciare una prospettiva di ripercussioni in Italia della crisi libica. Centrodestra e centrosinistra italiano, vuoi per “non disturbare” il sultano, vuoi per difendere gli “interessi della nazione”, con la scusa poco rispondente alla realtà di pericoli islamici, sono e saranno i nemici più acerrimi del cambiamento rivoluzionario in Libia e in tutta l’area. Anche da qui nascono le condizioni per un polo autonomo delle sinistre che si doti di un programma volto agli interessi di classe dei lavoratori italiani e libici.

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PADRONI DI LIBIA E ITALIA: PARTNERS IN CRIME  

La rivoluzione in Libia e le possibili ripercussioni in Italia, la necessità di una sinistra autonoma dai padroni.