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blog di lotta per i lavoratori, i giovani e la sinistra

ASINARA: LA MAREA NERA DEL CAPITALISMO la catastrofe, E.On, Eni, e gli accordi firmati genuflettendosi che preparano il peggio per quel tratto di mare Quanto avvenuto martedì 11 gennaio nel Golfo dell’Asinara, con l’olio combustibile (orimulsion a base di bitume) disperso in mare da una petroliera destinata ad alimentare la centrale E.On di Fiumesanto per un’estensione di 20 Km circa (e con un’altissima moria di pesci), dimostra come i grandi gruppi industriali mettano al primo posto il profitto a discapito, e con la complicità della politica locale, dell’ambiente. Le azioni preventive di sicurezza sono state assenti anche questa volta e nulla si sa più, né della chiusura dei gruppi di produzione 1 e 2 ormai obsoleti, né del comitato paritetico E.On enti locali. Tutto in barba alle belle parole quindi. Ma non dobbiamo prenderci in giro perché quello che è successo potrebbe capitare molte più volte visto l’accordo che c’è stato il 19 ottobre del 2009 a Porto Torres tra l’Eni e i chimici di Cisl, Uil e Cgil (quest’ultima con la contrarietà della camera del lavoro di Sassari). In quell’accordo, un vero e proprio schiaffo alla democrazia sindacale, sta scritto a chiare lettere che non ci sarà nessuna speranza di salvataggio del petrolchimico (e quindi nessuna riconversione in senso ambientale del complesso industriale) chiudendo impianti e tagliando 220 posti di lavoro. Nel vecchio blog dei Giovani comunisti di Sassari scrivevamo: «Allora? Cos’è che ha spinto questi teraccos (servi) a porre la firma? Ben 11 milioni in più di investimenti (cumulati nel periodo 20102013) rispetto ai 90 previsti a settembre dal Piano industriale Eni. Peccato però che questo aumento non ha a che fare con il rilancio delle produzioni, bensì con la costruzione in loco di un megadeposito petrolifero capiente 1.600.000 tonnellate di liquidi, che comporterà un traffico di petroliere nel Golfo dell’Asinara stimato intorno alle 600 navi all’anno e che impiegherà solo 35 lavoratori. Si sa che negli intenti di Eni è previsto l’abbandono della chimica in ragione dell’energia, ma questo, con la complicità dei dirigenti citati, comprometterà l’intera economia del territorio, oltre che dell’ambiente».

Ora la generosità di tanti militanti e cittadini sta dando vita a vere e proprie operazioni di pulizia del litorale, ma non basta: chi ha versato in mare tutto quel combustibile deve pagare. Allo stesso modo chi ha inquinato il territorio in tutti questi anni deve fare le bonifiche in quanto è la legge stessa che gliele impone e non sono materia da trattare nei tavoli tra le parti sociali. Fa perciò rabbia vedere come, sempre a riguardo dell’accordo di fine 2009, l’Eni abbia abbindolato i sindacati (una “conquista” secondo loro), mettendo sul tavolo 530 milioni per risanare i suoli, le falde e le demolizioni per compensare il suo disimpegno dalla chimica! Ma ecco che interviene anche il babbeo (parole sue) Cappellacci: «Guardiamo al fenomeno dell'inquinamento con grande preoccupazione. Siamo per difendere l'esistente, ma puntiamo alla green economy con un'industria verde e leggera». Parole apparentemente sensate ma che pochi attimi dopo tradiscono i suoi piani: «Credo sia arrivato il momento per avviare un confronto con i grandi operatori dell'industria chimica e pesante presenti in Sardegna - Saras, E.On, Eni - perché è doveroso ragionare sulle scelte strategiche». Non abbiamo più bisogno di questi strateghi! La sinistra politica, sociale e sindacale faccia un’opposizione intransigente su questo punto e chiarisca una volta per tutte cosa significa “nuovo modello di sviluppo”. Per quanto ci riguarda ci si arriva innanzitutto coordinando le vertenze ambientali e dei comitati di lotta (contro la Tav, i rigassificatori, gli inceneritori, le discariche, le basi Usa e Nato) e ragionando su un programma generale che si fondi non solo su un forte investimento per la ricerca pubblica sulle fonti rinnovabili, ma anche sulla rinazionalizzazione sotto il controllo dei lavoratori e dei consumatori di tutte le aziende che gestiscono il ciclo dei rifiuti, la distribuzione dell’acqua e dell’energia, sulla nazionalizzazione e riconversione sotto il controllo operaio delle industrie che inquinano.

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