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VIAGGI >> BARCELLONA

ANNO 1

N.6

CINEMA

Rivista on-line Gratuita ------------------------------------------------------------------------------------------

DIRETTORE RESPONSABILE Pasquale Ragone DIRETTORE EDITORIALE Laura Gipponi HANNO COLLABORATO A QUESTO NUMERO Marco Faioli, Diana Ghisolfi, Giuseppe Pastore,Nicola Guarneri, Luca Romeo, Gianmarco Soldi,Gianluca Corbani, Simone Zerbini, Marta Ettari, Gaia Bonvini, Gianluca Bertoni, Francesco Cianciarelli. DIREZIONE_REDAZIONE_PUBBLICITA’ AURAOFFICE EDIZIONI S.R.L. a socio unico 26013 Crema (Cr) _ Via Diaz 37 Tel 0373 80522 _ Fax 0373 254399 edizioni@auraoffice.com GRAFICA E IMPAGINAZIONE Stile Libero adv_Francesco Ettari_Cremona www.lineastilelibero.it ©Testi e foto non possono essere riprodotti senza autorizzazione scritta dell’Editore. Le opinioni espresse negli articoli appartengono ai singoli autori dei quali si intende rispettare la piena libertà di espressione.

Registrato al ROC n°: 23491

>> IL FASCINO AMBIGUO DI CHECCO ZALONE

MUSICA

>> DREAM THEATER: L'ALBUM ATTESO


NATURA

ANIMALI

>> LE SCOGLIERE DI MOHER

TELEFILM

>> IL BARBAGIANNI

LIBRI

>> IL GELO DELLA MORTE PER NATALE SULL'ETERE

POLITICA

>> 50 ANNI SENZA KENNEDY >> 3 SU 3 PER DE LUCA

SPORT

>> GUARDATEMI SONO IL

DE' PAPERONI DELL'INDIA

>> TUTTO L'ORO DEL PALLONE

Chi smette di fare pubblicità per risparmiare soldi è come se fermasse l’orologio per risparmiare il tempo. Henry Ford

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VIAGGI | BARCELLONA


Barcellona

“Por ti seré gaviota de tu bella mar” (sarò il gabbiano del tuo bellissimo mare). Così cantavano il grande Freddy Mercury e Montserrat Caballé, celebrando Barcellona nell’omonimo brano. Ed effettivamente, migliori versi non potevano che essere dedicati proprio a questa splendida città. Primo centro della Catalogna e seconda città di Spagna per grandezza, è tra le mete più visitate ed amate dal turismo giovane e culturale. Infatti, i Catalani (non spagnoli, attenzione), hanno uno spiccato senso della tradizione e della cultura, e ciò vi permetterà di assaporare la scoperta di una città antica e moderna al tempo stesso, dove alle trionfali rappresentazioni del gotico catalano si affiancano stupefacenti espressioni del Modernismo, e dove l’accostamento tra un vecchio quartiere di pescatori ed una moderna città olimpica non sembrerà poi così dissonante. Facilmente raggiungibile in aereo da molti aeroporti italiani, Barcellona, che rimane una meta accessibile dal punto di vista economico, offre una


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miriade di soluzioni, sia dal punto di vista ricettivo, che da quello attrattivo. Il cuore pulsante della città è certamente Plaça de Catalunya, da cui nasce la famosissima “Rambla”, un lunghissimo viale alberato pedonale che raccoglie migliaia e migliaia di persone a ogni ora del giorno e della notte. Qui vi sarà solo l’imbarazzo della scelta in termini di negozi, ristoranti, locali. Da segnalare, lungo la Rambla, il Mercato della Boqueria, dove i banchi alimentari dai mille colori vi faranno assaporare in pochi istanti la vera anima di questa città e dei suoi abitanti. Per gli appassionati di architettura, sia antica che moderna, Barcellona sembrerà un vero e proprio paradiso. Iniziando dal Barrio Gotico, il quartiere antico della città, si rimarrà affascinati dalla presenza di splendidi monumenti, ben conservati, dove si può respirare ancora il fascino e il sapore dei tempi antichi. Tra le numerose vie e scorci suggestivi, sono degne di nota la Cattedrale, maestosa ed elegante, e la chiesa di Santa Maria del Mar, dove un tempo i marinai vi si recavano a porgere omaggio e a pregare prima della partenza per le loro avventure. Da visitare anche il Museo della città di Barcellona e il Barcino. Da questo fascino antico ci spostiamo a quello più moderno e colorito, per cui questa città, grazie al genio dell’architet-

to Gaudì, è diventata famigerata in tutto il mondo. Da Parc Güell a Casa Battlò, dal Palazzo Güell a Casa Vicens, fino alla celeberrima e maestosa Sagrada Familia, tuttora in costruzione a causa della morte prematura dell’architetto: la meraviglia e l’espressività di queste opere architettoniche stuzzicherà non poco i vostri sensi. Per godere di uno splendido panorama di tutta la città si può salire a Montjuïc, il piccolo monte situato vicino al porto, sulla cima del quale si trova l’omonimo castello, un’antica fortezza militare che servì per vigilare l’entrata a Barcellona dal mare. Qui troveremo anche il Museo Nazionale d’Arte di Catalogna che domina dall’alto la Piazza di Spagna dove viene periodicamente allestito uno spettacolo fatto di giochi di luce ed acqua. Altro panorama meritevole si potrà godere dalla montagna del Tibidabo, situata nell’entroterra nella parte più alta della città dove si trova un parco di divertimenti di antiche origini. Un’altra attrattiva per il turista di Barcellona sono sicuramente le spiagge. Le principali sono sei, tutte ben curate e attrezzate, frequentate da migliaia di persone ogni giorno. Essendo molto vicine al centro, vi capiterà di vedere spesso persone girare per la città con ciabatte, costume e telo mare sotto braccio. Il cibo catalano è ricco e gustoso, per cui non


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mancheranno le possibilità di poter trovare molti locali carini che vi offriranno leccornie di ogni tipo. Sentirete parlare ovunque di tapas: non sono altro che dei bocconcini di piatti tipici del paese, serviti in occasione di un aperitivo, oppure a pranzo o cena in quantità ovviamente più sostanziose. Ne esistono di ogni tipo, di carne, di pesce, di verdure, ed è molto in voga l’usanza a Barcellona di passare da un bar all’altro, con la possibilità di bere un bicchiere davanti a un bancone pieno di tapas. Per gli amanti dello shopping, lungo Passeig de Gràcia, Rambla de Catalunya e Avinguda Diagonal, si trovano i negozi dei grandi marchi internazionali di moda, di pelletteria e di gioielleria. I negozi più particolari per stile e nuove idee si trovano nei vicoli del quartiere del Born che ha acquisito popolarità sin dalla fine degli anni novanta. La zona più commerciale invece ri-

mane nel centro storico, dove sono presenti le grandi catene di distribuzione. La notte invece, grazie alla sua movida, Barcellona vede la presenza di numerosi locali che offrono musica, dagli stili più ricercati, sino a quelli di più ampia scala, specie nelle zone dell’Eixample e nella Città Vecchia. Barcellona è anche il centro nevralgico della Spagna dopo Ibiza per quanto riguarda la musica elettronica, soprattutto per la musica house, dance, progressive, mákina e chill out a partire dal Café del Mar. L’aria di serenità che si respirerà in questa grande ma familiare città, con la sua gente, i suoi colori, vi spingerà sicuramente a ritornarvi, per cui non fatevi mancare qualche giorno da vivere in questo autentico gioiello tra terra e mare! di Marco Faioli


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NATURA | LE SCOGLIERE DI MOHER


Le Scogliere di Moher Simbolo dell’espressione della natura irlandese, le scogliere a picco sul mare sono un luogo magico e sensazionale. Sulla costa occidentale, nella contea del Clare, le scogliere di Moher sono un esempio di asprezza e imponenza che tenacemente interrompono l’avanzamento dell’oceano Atlantico. Per otto chilometri di costa le onde impetuose dell’oceano si infrangono contro le pareti rocciose e solamente dopo milioni di anni sono riuscite a modificarne l’aspetto.

Il punto più alto delle scogliere raggiunge i 214 metri con il precipizio chiamato Knockardakin, mentre il punto più meridionale è alto 120 metri e viene chiamato Hag’s Head, una propaggine che assume la forma di una testa femminile rivolta verso l’oceano. La leggenda racconta che una fattucchiera (hag in inglese) si innamorò di un eroe irlandese senza però essere ricambiata. Il giovane per sfuggirle si mise a correre per tutta l’isola e arrivato sulle scogliere utilizzò l’acqua del mare


NATURA | LE SCOGLIERE DI MOHER

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come fosse una scala; la strega, non abbastanza agile, cadde e morì proprio a Hag’s Head. Nonostante le dimensioni, in realtà le Cliffs of Moher non sono le scogliere marine più alte d’Europa o d’Irlanda. Il record spetta comunque a due irlandesi, ovvero alle Slieve League e alle scogliere di Croaughan. Geologicamente formate da milioni di anni e come tutte le cose in continua mutazione, queste “scogliere della rovina” sono passate dall’essere un fondale marino a scogli alti 200 metri composti da rocce scistose, arenarie e sedimentarie. Gli strati di arenaria, grazie alla loro resistenza, sporgono in diverse zone creando un palco naturale sul quale si può salire, sfidando le vertigini, per ammirare il panorama mozzafiato. Tutto viene addolcito dalla distesa di erba verdissima e dai fiori colorati che ricoprono la sommità delle scogliere. Oltre alla sfacciata natura, il maggior punto di interesse è la O’Brien’s Tower, torre in pietra costruita da Sir Cornellius

O’Brien nel 1835. Si tratta di una costruzione semplice, composta da una torre principale a due piani, con base circolare, provvista di finestre e merlatura sulla cima alla quale si appoggiano da una parta una torre più piccola e dall’altra un arco. Sotto quest’ultimo la leggenda dice che Sir Cornellius baciasse le signore che corteggiava dopo averle rincorse attorno alla torretta; da qui nasce l’usanza di fare due giri di corsa intorno alla torre passando sotto l’arco come rito portafortuna. Dalla O’Brien’s Tower in particolare si può godere della vista delle isole Aran, della baia di Galway e delle montagne Maumturk, luoghi altrettanto affascinanti. Davanti alla falesia sulla quale è collocata la O’Brien’s Tower spunta dall’acqua uno sperone roccioso a punta alto circa settanta metri che prende il nome di Breanan Mór. Le imbarcazioni turistiche spesso si avvicinano ad esso per ammirarlo, così come si addentrano nelle grotte marine all’interno delle scogliere, tra le quali si nota


in particolar modo la Grotta del Gigante, alta circa cento metri. Ritornando sulla terra, lungo i sentieri si possono avvistare delle lastre di pietra molto piatte sulle quali sono impressi dei segni a forma di serpentina, una prova del passaggio di animali invertebrati più di 300 milioni di anni fa. Gli animali presenti oggigiorno invece sono in prevalenza uccelli: pulcinelle di mare, marangoni, gazze di mare, urie, gabbiani, fregate, cormorano e anche piccoli falchi, per un totale di circa trenta specie di uccelli. C’è poi una presenza che dissacra l’atmosfera del posto: un centro visitatori che con i suoi rumori e le sue luci ha provocato un’ondata di polemiche da parte di molte persone. Il centro abitato che ospita i turisti chiassosi è Doolin, il punto di riferimento per chi ha intenzione di raggiungere le scogliere di Moher sia via terra che via mare. Si tratta di un tipico villaggio di pescatori, spoglio e senza particolari luoghi di interesse se non i tre pub che lo animano con la miglior musica folk irlandese. Le scogliere di Moher hanno raggiunto anche una fama cinematografica, vantando l’apparizione in due film altrettanto noti come “La storia fantastica” e “Harry Potter e il principe mezzosangue”. di Diana Ghisolfi


ANIMALI | IL BARBAGIANNI

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il BARBAGIANNI uccello fantasma. Quando le tenebre oscurano la campagna, in cielo, con un volo ipnotico e oscillante, compare una creatura dal piumaggio bianco candido. E’ l’ora della caccia. Al minimo fruscio plana radente al suolo, rapisce la preda con artigli aguzzi e se ne va rompendo il silenzio della notte con un verso acuto e prolungato. È il barbagianni, un predatore rapace notturno che fin dall’antichità è stato circondato da un alone di mistero e malignità. Nonostante sia malvisto è in realtà molto utile all’uomo poiché si nutre di animali quali topi, arvicole e toporagni che sono dannosi per l’agricoltura e il giardinaggio. Con l’uomo ha rapporti controversi: ci sono popoli che organizzano battute di caccia contro rapaci notturni perché danno credito a credenze popolari che dipingono questi animali come portatori di sventura, altre persone invece costruiscono loro ripari e nidi sui fienili

per assicurarsi protezione da talpe e insetti; infine, c’è chi li utilizza per la falconeria. Classificato per la prima volta nel 1769 dal naturalista italiano Giovanni Scopoli, il barbagianni appartiene all’ordine degli Strigiformi (come il gufo, la civetta, l’allocco e l’assiolo), la famiglia è quella dei Titonidi, la specie è chiamata Tyto alba e numerose sono le sottospecie. Infatti è un uccello diffuso in tutti i continenti tranne che in Antartide. Non vive nelle zone molto fredde e in quelle desertiche. In Italia è molto comune fuorché nelle Alpi e si aggira prevalentemente nelle campagne aperte e nei boschi ma negli ultimi tempi è stato avvistato anche nei centri abitati. Infatti dimora nelle crepe, tra le travi degli edifici o nelle fessure degli alberi e delle rocce, insomma in tutte le cavità in cui è possibile nidificare.


ANIMALI | IL BARBAGIANNI

Bellissimo ed elegante, misura dai 30 ai 40 cm sia di altezza che di lunghezza e vanta di un’apertura alare che va dagli 80 ai 110 cm. Un muso a forma di cuore di un bianco luminoso, due grandi occhi scuri e un becco chiaro. La testa, in grado di compiere una rotazione di 270 gradi, e il dorso sono di color fulvo-dorato con piccole macchie nere e bianche mentre il petto e tutta la parte inferiore sono ricoperti da un soffice piumaggio bianco. Grazie alla conformità delle penne possiede la particolarità di volare in assoluto silenzio. Le zampe lunghe terminano con quattro dita, due davanti e due dietro, provviste di artigli ricurvi. Il barbagianni è anche dotato di una vista molto acuta e di un udito molto sviluppato: le cavità auricolari sono asimmetriche e in grado di percepire i più piccoli movimenti e rumori. In caso i decibel superino la soglia consentita delle piccole alette ricoprono le sensibili orecchie dell’uccello. Il barbagianni presenta il classico dimorfismo sessuale in quanto le femmine sono leggermente più grandi e più scure dei maschi. Per quanto

riguarda la riproduzione, il periodo solitamente coincide con la primavera e l’autunno, periodi durante i quali il maschio offre alla femmina una preda come segno di corteggiamento e insieme volteggiano in aria ed emettono suoni acuti. In amore e non solo, le vocalizzazioni sono un mezzo di comunicazione così come il corpo. La femmina depone dalle tre alle nove uova e le cova per circa quaranta giorni, tempo in cui il maschio provvede a nutrire la femmina. Una volta nati i piccoli, entrambi i genitori si occupano della prole, che spiccherà il volo dopo tre mesi. La maturità sessuale viene raggiunta ad un anno di età e considerando che i barbagianni vivono in media circa due anni, vuol dire che si accoppiano in genere al massimo due volte nell’arco della loro esistenza. Si tratta inoltre di una specie in maggioranza monogama, anche se non mancano casi di poligamia. Proprio grazie alla sua diffusione e alla stabilità della sua popolazione, il barbagianni è tra gli animali con un rischio minimo di estinzione in natura.. di Diana Ghisolfi

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CINEMA | IL FASCINO AMBIGUO

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Il fascino ambiguo di Checco Zalone Il terzo film della premiata coppia Gennaro Nunziante-Checco Zalone non è per nulla diverso dai primi due: un tardo-30enne tamarro e ignorante trova la sua realizzazione trasformando in virtù e opportunità i propri difetti e debolezze, secondo dinamiche già viste tante volte in tanti vecchi film (da “Oltre il giardino” con Peter Sellers in giù). Di fronte all’ondata popolare di consensi che diventano record d’incassi, si parte prevenuti con l’intenzione di stroncarlo e invece si scopre che fa ridere: Zalone (Luca Medici) è un buffone nato con tempi comici praticamente perfetti, e anche due gag su tre sono originali e convincenti. Ma a che prezzo? Dove vogliono andare a parare gli elogi dell’ottimismo e del consumismo, le tirate populiste e anti-europeiste, il sotterraneo “così fan tutti” a lieto fine perché alla fine - non si sa come - Checco ritrova il lavoro, l’amore e la famiglia? Nunziante, vecchio volpone, è abbastanza intelligente per non farci pensare che condivida sul serio questi argomenti. Ma il grande pubblico che af-

folla le sale, zavorrato da trent’anni di desertificazione intellettuale e allevato a cine-panettoni, riuscirà a cogliere la differenza tra la risata “di pancia” che Zalone provoca quando manda a quel paese le operaie che rimangono incinte, e la forte componente di satira sociale inserita all’interno della stessa battuta? In altre parole: se il protagonista del film è sia spregevole che simpaticissimo, e perdipiù atteso da un finale lietissimo senza la giusta punizione che meriterebbe, quale dei due aspetti prevarrà sull’altro e colpirà maggiormente il pubblico? Ripetiamo che il film fa ridere, e neanche poco; ma è un film ambiguo e ruffiano, che dietro la ruspante spontaneità di Checco Zalone nasconde una strategia studiata a tavolino, indubbiamente molto raffinata. Che ha condotto a stracciare tutti i record d’incasso, grazie anche a una distribuzione imponente mai vista prima per nessun film italiano (1300 sale!).

di Giuseppe Pastore


TELEFILM | IL GELO DELLA MORTE PER NATALE SULL’ETERE

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Il gelo della morte per Natale sull©etere

Dicembre mese sciagurato: il grigiore e il maltempo che ormai caratterizza ogni giorno che passa contribuisce a ricordarci come il freddo invernale caratterizzerà ancora molte settimane a venire... poco male: l’etere ha in serbo, per gli appassionati delle serie televisive, alcune imperdibili chicche che contribuiranno a rallegrarci e a farci riscoprire il salotto domestico. Il primo fra gli appuntamenti imperdibili per ogni serio appassionato della narrazione lunga sull’ex tubo catodico è il terrore puro che scaturisce da uno dei telefilm più interessanti degli ultimi anni, ovvero la quarta stagione di The Walking Dead che, andato in onda giovedì 13 ottobre sul canale americano AMC, è stata immediatamente tradotta per il piccolo schermo del Bel Paese: le puntate sono iniziate il 14 ottobre e ci accompagneranno fino a aprile. Tratto dall’omonimo fumetto scritto da Robert Kirkman, la serie ha esor-

dito sulla Tv statunitense via cavo AMC nel 2010, mentre in Italia viene tuttora trasmessa dalla satellitare Fox. L’adattamento televisivo del fumetto è firmato da Frank Darabont, uno dei più grandi registi-narratori del cinema hollywoodiano degli anni ‘90 (fra le pellicole che portano la sua firma possiamo ricordare successi del calibro de Le ali della libertà e Il miglio verde) ma coinvolge direttamente lo stesso Kirkman, che nella stagione d’esordio è sceneggiatore del quarto episodio. Le creature non morte non sono ovviamente un’invenzione del fumettista: se ne trovano tracce in varie mitografie popolari, mentre il cinema le ha scoperte già dagli anni ‘30 (White Zombie con Bela Lugosi è un titolo paradigmatico); tuttavia gli zombie di The Walking Dead replicano in tutto e per tutto i noti personaggi del film di Romero: non ci sono, in questo mondo narrativo, sostanziali novità rispetto a film


di mutazione sociale regressiva come La notte dei morti viventi. La serie ha fra i suoi pregi, favoriti dalla maggiore ampiezza narrativa propria delle serie televisive, un marcato approfondimento dei caratteri, secondo l’archetipo narrativo della persona normale calata in una situazione eccezionale. L’epos del personaggi è talvolta violento e irrisolto e, in taluni casi, la morte è una vera liberazione: si veda, nella prima serie, il caso del marito violento durante l’accampamento alle periferie di Atlanta. Di conseguenza, la cifra emotiva che il telefilm propone allo spettatore è molto variegata: non rimane, infatti, incentrata sul terrore del mostro o sulla nostalgia di un passato armonioso. Inoltre, il mondo che viene raccontato è perennemente in bilico tra residui di civiltà materializzati dagli accampamenti nascosti delle campagna americana e l’inizio incombente di una

nuova età della pietra dominata dalla brutale legge della sopravvivenza del più forte, logica conseguenza della fine del mondo conosciuto. Concludendo, l’impianto visivo è fortemente cinematografico, arricchito da scene di massa dall’orchestrazione complessa: c’è un gusto marcato per la composizione dell’inquadratura oltre che per le ottiche del cinema spettacolare. The Walking Dead stagione 4 saprà sicuramente soddisfare le aspettative del pubblico italiano appassionato, oltre a convertire in fan colloro che lo vedranno per la prima volta. Buona visione

di Francesco Cianciarelli


LIBRI | 50 ANNI SENZA KENNEDY - 3 SU 3 PER DE LUCA

50 anni senza KENNEDY

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Ventiduenovembresessantatré. Non è solo una data, non è solo il titolo di un romanzo, è una delle porte della storia. Il 22 novembre del 1963, infatti, è il giorno in cui a Dallas è stato ucciso il presidente americano John Fitzgerald Kennedy. Ed è su questa data che è costruito uno dei romanzi di maggior successo di Stephen King. Sono trascorsi cinquant’anni esatti da quell’autunno caldissimo e a qualcuno è tornata in mente quell’opera dello scrittore statunitense, uscita solo due anni fa. “Il più divino dei suoi romanzi” giura il retrocopertina, “voto 10”. Ed effettivamente, il lavoro di King va ben oltre quel noir dal retrogusto macabro a cui ha abituato i suoi lettori. Lo scrittore del Maine salta a piedi pari il custode assassino di Shining, come il diabolico clown It, entrambi finiti sullo schermo, uno da capolavoro del cinema di Stanley Kubrick, l’altro in una miniserie televisiva non troppo entusiasmante . King disegna per il suo protagonista, il professore di lettere Jake Epping, una trama surreale e se vogliamo assurda, tuttavia agli occhi del lettore non c’è spazio per la banalità. Il compito dell’uomo, è quello di sfruttare un passaggio che permette di tornare indietro nel tempo, per salvare la vita a Kennedy e così cambiare la storia degli Stati Uniti e del mondo intero. Ma si può cambiare il passato? King ci bisbiglia questo interrogativo come punto costante di tutta la trama, con Epping che si ritrova a vivere gli anni a cavallo tra la fine dei Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, aspettando quel fatidico 22 novembre del 1963. Come si diceva, anche in una trama apparentemente assurda e poco accattivante, non c’è spazio per le banalità. King non butta giù parole su un foglio bianco: scrive sabbie mobili che risucchiano inesorabilmente il lettore in uno scorrere di pagine lento e del tutto coinvolgente. Lì sì che puoi ingannare il tempo: anche i non amanti del genere si ritrovano intrappolati nella scrittura scorrevole e seducente, con le oltre settecento pagine del romanzo (all’inizio sembrano un’infinità), che vengono spazzolate via in

poco tempo e con tanto di scarpetta finale, pensando e ripensando a come ci saremmo comportati noi al posto del professore. Avendo la possibilità di tornare indietro, ci imbatteremmo in una situazione tanto complicata? Cercheremmo - come Epping - una vita pseudo normale e addirittura un amore appassionato? O, più semplicemente, saremmo disposti anche solo a intraprendere questo viaggio? Sono passati cinquant’anni da quel giorno, una data che non fa fatica a rimanere ben salda nella storia. E questa opera di Stephen King, se non altro, ha il merito di farla entrare senza bussare anche nella storia della letteratura. Messa lì, tra i picchi più alti degli anni ‘10 del ventunesimo secolo.

di Luca Romeo


3 su 3 per De Luca: quando scrivere tanto è sinonimo di scrivere Intanto Erri De Luca non sbaglia un colpo. Napoletano, sessantatre anni compiuti, lo scrittore attivo anche socialmente è uno dei più produttivi oggi in Italia. Solo nel 2013 sono già stati pubblicati ben tre suoi romanzi e - cosa più unica che rara - ogni volta che il suo nome compare sulla copertina di un libro, questo diventa un successo. Qualità e quantità in mezzo al campo (letterario), tanto per usare una metafora sportiva. L’ultimo lavoro dell’artista stakanovista si chiama Storia di Irene. Questa di Irene è una storia che potrebbe essere vera, ma anche il sogno di uno scrittore. E Irene, potrebbe essere l’introversa e interessante ragazza greca conosciuta su una spiaggia dal narratore, come una qualunque quindicenne messa alle strette con la crudezza del mondo, ma con le spalle abbastanza larghe dal poter permettersi di tenergli botta. De Luca scrive in prima persona in un diario di esperienze vissute tra gli isolotti ellenici e Irene, “la congiunzione ‘e’ che tiene insieme terra e mare” è una sintesi vivente dell’intero viaggio. Irene è, in un certo senso, il mare della Grecia. Irene è una ragazza che vive quasi più tempo immersa nelle potenti e giuste acque del Mediterraneo (“Il mare è giusto: se un’onda si alza più delle altre, poi scende”) che su una terra ferma al contrario desolante e sempre più cattiva. La storia di Irene è la storia di una ragazzina che decide di tornare alla natura, perché l’umanità la sta soffocando. Man mano che i dialoghi con la quindicenne si fanno sempre più profondi e illuminanti, la penna di De Luca sembra prendere sempre più le fattezze di un pennello che accarezza la sua tela. La scrittura è sciolta e del tutto rilassante, a dispetto delle tematiche a tratti filosofiche che incontra. Forse è proprio qui il punto di forza del buon Erri: scrivere per il piacere di farlo. E il piacere, il gusto per ciò che si fa, è un elemento che il lettore recepisce forte e chiaro, immedesimandosi in tale stato di grazia. A condire il tutto, sono i diversi aforismi che De

Luca semina preziosamente lungo il racconto, le frasi che sottolinei con una matita e riponi in qualche cassetto della tua mente. Mentre chi legge si interroga sulla propria vita e su quella della giovane protagonista del libro, “Irene sa le risposte a cose che non fanno domande”, come a dire che la semplicità e la fuga da tutto ciò che è stato costruito dall’uomo, può essere - ogni tanto - la chiave per ritrovare se stessi e per capire l’armonia di ciò che ci circonda. Dodici libri negli ultimi quattro anni, addirittura cinque nel solo 2009. E, soprattutto, ognuno con qualcosa da dire. Questo è Erri De Luca, uno scrittore che non ci stupirebbe se finirà nei libri di antologia delle prossime generazioni.

di Luca Romeo


MUSICA | DREAM THEATER: L’ALBUM ATTESO

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Dream Theater:

l’album atteso Che Dream Theater fosse atteso con un misto di diffidenza e titubanza era un dato di fatto. A partire dal nome: con Dream Theater, infatti, il quintetto newyorkese ha messo in bacheca il dodicesimo album di una carriera quasi trentennale, staccandosi nettamente dalla tradizione rock/metal che vuole il disco d’esordio omonimo ed i successivi lavori accompagnati da titoli differenti. E le critiche si sono sprecate già ancor prima dell’uscita: riguardo la copertina in totale controtendenza con le precedenti (sfondo nero accompagnato dal semplice simbolo del gruppo argentato) e il presunto esaurimento di idee e della vena artistica della band, nonché riguardo al ruolo del tecnicamente eccezionale (ma nel disco precedente relegato a ruolo di oggetto misterioso) Mike Mangini, subentrato non senza perplessità nel 2010 dopo l’abbandono di Mike Portnoy, batterista fondatore della band, nonché leader e produttore insieme al chitarrista John Petrucci. Ma questa volta i Dream Theater hanno sorpreso tutti, producendo quello che forse rappresenta il loro miglior lavoro degli ultimi dieci

anni. Alla domanda sul perché Dream Theater si presenti come un ottimo album si possono raccogliere molte risposte e ipotesi su una miriade di elementi relativi alla storia recente della band, al travaglio dovuto all’uscita di Portnoy, al “ritorno al passato” paventato da alcuni entusiasti fan della prima ora, al deciso e immediatamente riconoscibile cambiamento nell’approccio alla scrittura del disco: un disco che, a ventuno anni dall’uscita della pietra miliare Images and Words (1992), si presenta con una freschezza da tempo appannata dalle atmosfere cupe e maestosamente pesanti degli ultimi lavori. E la risposta a questa domanda è una tra le più semplici: Dream Theater è un ottimo album perché fatto di ottima musica. Si tratta di un album gradevole, composto da brani non troppo lunghi, ma contenente come ultima traccia, secondo tradizione, anche la splendida suite di ventidue minuti Illumination Theory, caratterizzata da elementi di classicità e fluidità che richiamano piacevolmente il brano masterpiece Octavarium (2005). Il disco è innovativo e vincente sin dai primi ascolti anche sotto altri punti di vista: scevro


MUSICA | DREAM THEATER: L’ALBUM ATTESO

di parti strumentali eccessivamente tecniche da sembrare programmate a tavolino, leggero nello sviluppo delle tracce abbastanza corte e nel ritorno alle quasi dimenticate tonalità maggiori (un ottimo esempio ne è The Looking Glass), l’album nella sua globalità evita gli eccessi degli ultimi lavori, sostituendo la frenetica ricerca dello stupore nell’ascoltatore con un tranquillo senso di equilibrio. Si potrebbe infatti definire Dream Theater come un album più ‘semplice’, non nel senso di commerciale o scialbo, ma caratterizzato da una maggiore accessibilità, in grado di riassumere diversi elementi del consolidato sound Dream Theater in una proposta più organica, senza troppi artifizi e con un gusto oggettivamente rinnovato. Questa piccola rivoluzione traspira da ogni particolare, in special modo dal ruolo degli interpreti: ne è un esempio la prestazione di La Brie, meno impegnato su registri vocali diventati proibitivi ed assestato invece su linee più melodiche e meno pretenziose. Il basso di Myung, negli anni spesso ridotto a semplice rinforzo della chitarra di Petrucci, torna

a rivestire un ruolo primario come non accadeva da album come Scenes from a memory (1999), Rudess risulta meno ingombrante ed eccentrico nella scelta dei suoni e soprattutto nella sovrapposizione delle tracce di tastiera, Petrucci si sveste dei molti tecnicismi che ne hanno quasi oscurato la classe cristallina all’interno di album come Train Of Thought (2003), concludendo il disco con un solo da pelle d’oca. Ma il principale, nuovo (e forse inaspettato) punto di forza dei Dream Theater è rappresentato da Mike Mangini, vera sorpresa all’interno del disco, finalmente a proprio agio dietro le pelli e autore di una prova impeccabile, sostenuta dalla scelta di suoni di batteria mai così moderni e al passo coi tempi. La band newyorkese sarà in Italia all’inizio del 2014 per la presentazione dell’album e, forse come non accedeva da svariati anni, Petrucci e compagnia eseguiranno dal vivo un album entusiasmante per i fan e più accattivante anche per gli ascoltatori meno legati allo strapotere tecnico-strumentale di casa Dream Theater.

di Gianmarco Soldi

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POLITICA | GUARDATEMI SONO IL DE’PAPERONI DELL’INDIA

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«Guardatemi, sono il de’ Paperoni dell’India!» Che c’è di male a realizzare un sogno? In teoria nulla, ma se quel sogno tocca la politica allora tutto diventa più complesso. Se alla storia che stiamo per raccontarvi aggiungiamo come ingrediente il denaro, allora siamo davvero dinanzi una vicenda esplosiva. A dirla tutta, si tratta di una storia che non manca di suscitare ironia in chi la legge. È quella di Samar Acharje, tra i leader del Partito comunista-marxista indiano, che un bel giorno decide di liberarsi dal peso dell’ipocrisia, a suo giudizio dominante nel Paese. Si sveglia, si veste di tutto punto con giacca a cravatta e con la propria auto si reca alla banca dove ha un conto corrente. Andrà a depositare ingenti capitali? No, tutt’altro. L’uomo supera i tornelli e, con la sua cadenza, attraversa il piccolo corridoio che lo divide dallo sportello. «Vorrei prelevare dal mio conto corrente», dice lui. «Quanto?», gli chiede il funzionario della banca. «Due milioni di rupie!» è la sua risposta. L’uomo allo sportello resta interdetto per alcuni istanti, lo guarda fisso negli occhi e ribatte: «Due milioni? È sicuro?». «Sicurissimo» riprende con un mezzo sorriso. Pochi minuti e la cifra è nelle mani di

Samar Acharje. Quest’ultimo riprende il passo lento ed esce dalla banca, ritorna in auto e va a casa. Per fare cosa? Se fossimo in un film penseremmo ad affari loschi. Gli ingredienti ci sono tutti: tanto denaro (corrispondente a circa 24 mila euro), un politico rispettato, una banca e un conto corrente di cui forse in pochi sanno. Penseremmo ad un incontro con un boss della mala in loco oppure immagineremmo un killer sulla porta di casa ad attendere lui e il malloppo prelevato. Invece niente di tutto ciò: Samar Acharje entra in casa, posa la giacca, sbottona la camicia, toglie le scarpe e va in camera da letto. Gli indizi ci porterebbero a pensare ad una donna da pagare; una prostituta molto esigente e, forse, il sogno citato all’inizio potrebbe essere proprio quello di concedersi, finalmente, alla donna ideale sempre desiderata. E invece no. Neanche “la donna” è nei desideri di Samar. L’uomo ha con sé i verdoni prelevati. Apre il sacchetto. In un attimo tutto il letto della camera si riempie di danaro! Ecco il sogno: sdraiarsi su un letto di soldi, senza pudore, senza alcun ritegno in barba alla morale imposta dal


Partito. Samar è così contento che si filma con il cellulare mentre ride felice come un bimbo. Al diavolo il dovere, l’ipocrisia e il dipingersi a tutti i costi povero per non offendere i valori per i quali è stato eletto. In pochi minuti il suo video fa il giro del web e finisce dritto agli occhi dei dirigenti del Pcmi che bollano come «intollerante e immorale» quando accaduto. Il caso solleva grande clamore in tutto il Paese, tanto più che Samar afferma nel video: «Non sono un’ipocrita come altri membri del Partito, che si dipingono come proletari ma possiedono enormi fortune!». E se fosse accaduto in Italia tutto ciò? Impossibile. Da noi nessun

politico si lascerebbe scoprire così, in bella evidenza, con le mani nel sacco in balìa della ricchezza più sfrenata. Non è una questione di colore politico ma di facciata. Se la politica è un business, si sa, l’apparenza deve contare più della sostanza.

di Pasquale Ragone


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SPORT | TUTTO L’ORO DEL PALLONE


TUTTO L’ORO DEL PALLONE Jašin è stato l’unico portiere a vincerlo; Weah l’unico africano; Matthews l’ha portato a casa a 41 anni, Ronaldo “Il Fenomeno” a 21; a Ibrahimovic non serve perché sa di essere il più forte; Ribery gli ha già fatto posto sullo scaffale; Stoičkov, che pure l’ha vinto, ha detto che gli fa schifo. Per essere un oggetto nemmeno troppo grande e che probabilmente rimarrà a prendere polvere per tutta la vita su una mensola di pochi fortunati (salvo magari essere venduto per tappare debiti), il Pallone d’Oro fa sempre discutere. Nato nel 1956 come premio assegnato dal magazine France Football al miglior calciatore europeo, ha subìto numerose modifiche fino a quando, nel 2010, è stato fuso col FIFA World Player of the Year, dando vita all’attuale Pallone d’Oro FIFA. Nella giuria figurano 208 giornalisti e 208 tra allenatori e capitani delle squadre nazionali. I criteri di assegnazione dovrebbero tener conto dei traguardi personali e di squadra, del comportamento, del carisma e delle prestazioni del calciatore, e proprio per questa soggettività pongono sempre l’assegnazione del Pallone d’Oro al centro di mille discussioni più o meno da bar. Basti ricordare l’edizione ’96 quando lo vinse Sammer, nel 2001 Owen oppure nel 2010 Messi. Le restrizioni in atto fino al 1995 impedivano a qualsiasi giocatore non europeo di essere premiato: solo così si spiegano le illustri assenza di campioni quali Maradona; in taluni casi la regola è stata “aggirata”, come con Sivori e Di Stefano poiché furono naturalizzati. Altra regola, non scritta, evita di far eleggere vincitori portieri e difensori (con le eccezioni di Jašin, Beckenbauer, Sammer e Cannavaro), lasciando così a secco gente del calibro di Buffon, Kahn, Zoff, Maldini e Baresi, per citarne solo alcuni. Coinvolgendo nella giuria allenatori e capitani delle nazionali si rischia di falsare il risultato, poiché molte volte essi tendono a votare qualche connazionale o compagno di club, allontanan-

dosi così dall’unico, vero, difficilissimo obiettivo: premiare il miglior giocatore dell’anno solare. Un altro aspetto che rischia di minare l’oggettività dell’assegnazione del premio riguarda il diritto di voto a squadre sperdute per esempio nel Pacifico o al centro dell’Africa, in cui magari non vengono trasmessi tutti i campionati e i grandi eventi, rendendo così difficile un vero confronto tra le prestazioni dei vari pretendenti. Anche quest’anno si preannuncia un’edizione che farà discutere: la spunterà Messi, per la quinta volta consecutiva? Sicuramente è il giocatore migliore in attività, che a ragione gioca nella squadra migliore del mondo (o la seconda migliore, dietro al Bayern Monaco?), ha appena ricevuto la Scarpa d’Oro, ma con il Barcellona ha vinto “solo” la Liga, venendo eliminato malamente in semifinale di Champions. E il suo grande antagonista, Cristiano Ronaldo? Vinti gli spareggi contro la Svezia grazie ai suoi cinque gol, la FIFA ha riaperto appositamente le votazioni (per la serie “le regole sono fatte per essere infrante”): il portoghese è una vera e propria macchina da gol, con più marcature che presenze nel Real, però quest’anno è rimasto a secco di trofei con il suo club, e sebbene sia stato protagonista con la sua nazionale, il Portogallo è arrivato secondo in un girone non irresistibile dietro alla modesta Russia. Ribery è stato protagonista indiscusso della cavalcata trionfale del Bayern Monaco campione di tutto nella passata stagione, anche se a livello di nazionali la Francia ha rischiato da matti nello spareggio contro l’Ucraina (con il solito aiutino) in cui Ribery non s’è quasi visto. Visti i pro e i contro di tutti i possibili vincitori del Pallone d’Oro, siamo sicuri che gli scontenti e i polemici saranno molti. Colui che riderà sarà solo uno.

di Simone Zerbini



La Pausa - n.6