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IL MUSEO SAME Visitandolo si ripercorre la storia industriale dell Italia e di Treviglio

LA BIANCHI Con le radici nel passato glorioso, proiettati nel futuro e nelle nuove tecnologie

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Foto by Enrico Appiani

N° 11 - Novembre 2015 - Mensile di attualità, cultura e storia di Treviglio e Gera d’Adda

La Piazza

ieri e oggi Dal Teatro Sociale al palazzo rinnovato, una storia sofferta

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l’Editoriale

Bene candidarsi, ma quali sono i programmi?

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l passato pesa e ritorna, quello dei miei lunghi anni di direttore de “la tribuna” battagliera (1975-1999), quella che faceva chiudere le fabbriche inquinanti, convocare d’urgenza i consigli comunali, far saltare appalti fraudolenti, provocare interpellanze parlamentari e stimolare il parroco a dedicarle la predica della domenica, sembra non possa essere archiviato, addirittura, secondo taluni, dovrebbe tornare a essere la linea de “la nuova tribuna”. Non che mi penta del passato del giornale e di come l’ho condotto in quegli anni, tutt’altro, ma è un’altra storia, un’altra epoca, quella dove la politica non era un gioco intorno a quale si affollavano auto-candidati in cerca di una vetrina o di una svolta alla carriera professionale. Quando iniziai a incuriosirmi della pubblica amministrazione non erano tutti santi, ma il servizio alla collettività era l’obiettivo primario e lo Spirito di Servizio presente in tutti. Il sindaco era Attilio Mozzi e nell’amministrazione c’erano Dc come Luigi Meneguzzo, Michele Motta, la maestra Bianca Bianchi, socialdemocratici come Carlo Gaiardelli e altri del medesimo spessore intellettuale. All’opposizione c’erano personaggi di altissima statura morale e intellettuale come Carlo Venturati (Psi), Gianni Ossani e Valerio Chiaromonte (Pli), Giovanni Rossi (Manifesto) e Giuseppe Rizzi, detto Pinù (Pci). Tanto per citare i più noti. Insomma, per parlare oggi del dibattito politico dovrebbe quantomeno esistere. Così la nostra redazione, visto il deserto politico in cui opera, cerca di supplire lanciando proposte, cercando di dare una visione degli scenari futuri, organizzando incontri tra amministratori. Questo per sollevare problemi ricercando soluzioni condivise, insomma cercando di fare politica con pragmatismo, senza chiedere o accettare incarichi e mance, senza badare se gli amministratori che incontriamo siano di

In alto, da sinistra: Laura Rossoni, Erik Molteni, Alberto Vertova, Ariella Borghi. Sotto, da sinistra, Loris Scaravaggi, Paolo Melli, Gianluca Pignatelli, Alessandro Sorte

destra, di centro o di sinistra. Già perché se non si ha la testa infarcita d’ideologie e odio di parte, sulle cose concrete non nascono mai contrapposizioni, al massimo punti di vista. Per il resto su “la nuova tribuna” cerchiamo di mettere in evidenza gente che opera con eccellenza -nelle associazioni, nella propria azienda e in generale nella società- recuperando storie del passato (qualcuno dice troppe) per non dimenticare le persone che hanno costruito il presente. Storie che ci danno l’esempio e indicazioni per il futuro. Di cosa dovremmo parlare oggi per accontentare questi lettori appassionati di vita “politica” che ci tirano per la giacchetta? Facciamo un sommario. Dovremmo forse parlare del presidente del Consiglio Gianluca Pignatelli, eletto con i voti del Pdl, che nella sua funzione di garanzia “sopra le parti” fa da due anni il capo dell’opposizione con l’obiettivo dichiarato di fare il sindaco? Oppure sottolineare che due dirigenti locali di Forza Italia, seguaci dell’assessore regionale alle infrastrutture Alessandro Sorte (Loris Scaravaggi e Paolo Melli) hanno ricevuto due consulenze i cui risultati, l’assessore, li avrebbe potuti trovare leggendo alcuni numeri de “la nuova tribuna”, spendendo così solo qualche euro anziché venti o trenta mila? Oppure scrivere di Erik Molteni (paracadutato come un marziano in “politica” e alla segreteria del Pd da Ariella Borghi), convinto di essere all’altezza di fare il ministro, ha deciso di iniziare la carriera candidandosi alla poltrona di sindaco di Treviglio? Non è finita: potremmo parlare o dei salti della quaglia dalla corrente Bersaniana a quella Renziana, o delle lotte all’arma bianca tra le correnti del Pd e delle candidature che si contrappongono al segretario Molteni, quella della caravaggina Laura Rossoni e del simpatico No-Global Alberto Vertova. Questa sarebbe la “politica” che dovremmo presentare ai lettori della nostra rivista? No grazie, continueremo a parlare di cose serie, non delle ambizioni dei singoli, questo perché prima di candidarsi o farsi candidare, sarebbe necessario che i nostri futuri governanti facessero un piccolo sforzo di onestà verso i cittadini: tirar fuori un’idea di che vorranno fare, ...se l’hanno. Roberto Fabbrucci

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il Sommario

Autorizzazione Tribunale di Bergamo n° 23 dell’8 Agosto 2003 Anno 1 - n° 11 - Novembre 2015

06-07 Piazza Garibaldi: una storia sofferta (Daniela Regonesi); 08-11 Il condominio dei negozianti felici (Daniela Regonesi). «Questo teatro è un fiore all’occhiello per Treviglio!» (Gabriella Locatelli Serio). Cucinare diventa uno spettacolo (Daniela Invernizzi); 12-13 Non buttate i mozziconi. C’era una volta il bel palazzo Snam (Nial Ferri). Nel 2006 il condominio finì anche su Rai3 (Roberto Fabbrucci); 15 Ambiente, buon senso e occasioni perdute (Roberto Fabbrucci); 16-17 Fondazione: dieci anni di impegno (Cristina Signorelli); 18-19 Aiutare le donne in gravi difficoltà. Sirio e le minori che subiscono violenza (Daniela Invernizzi); 20-23 Quella bella sera d’autunno “Insieme” (Maria Palchetti Mazza). L’aiuto e un sorriso per i bimbi malati (Carmen Taborelli); 24-27 Bianchi: tradizione e innovazione (Ivan Scelsa). Same: la storia alimenta il futuro. L’archivio e museo storico (Daniela Regonesi); 28-29 Il mago della video scrittura musicale (Daniela Invernizzi). Iezzi e la sua casa della musica (Silvia Bianchera Bettinelli); 30-31 Patrizia Salvini, pianista di successo (Hana Budišová); 32-33 Quattro risate con l’attrice Marta Zoboli. Qualche notizia su Marta (Daniela Regonesi). Siamo la città che viviamo (Cristina Signorelli); 34-35 Dante a 750 anni dalla nascita. «Imparai ad amare Alighieri in Toscana» (Carmen Taborelli); 36-37 Tommaso Grossi, notaio e patri-

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ota. Un convegno sul Grossi (Elio Massimino). Nuovi talebani e Don Rodrigo, innamorato di Treviglio (Marco Carminati); Il Polittico di San Martino (Carmen Taborelli). La facciata di San Martino (Paolo Furia); Nasce Radio Zeta l’italiana (Daniela Invernizzi). La nostra storia di panettieri (Paola Riva); L’Ict cambia: da voci maschili a voci miste (Tienno Pini). I bei quarant’anni di Ferrara a Treviglio (Giuseppe Piantoni); La nostra grande casa sulla ferrovia (Roberto Fabbrucci). La drogheria in via Roma e quei profumi (Lucietta Zanda); Il palazzo fantasma era una filanda (Roberto Fabbrucci). La banda della Varisèla. Specialità della farmacia Torelli (Carmen Taborelli); Mario Leoni, fotografo per passione (Ivan Scelsa); C’era una volta la Treviglio-Oltre il Colle (Ezio Zanenga). Daniela Tassani, velocista nazionale (Silvia Martelli). Allevare i cani in un ambiente sereno e tra i più professionali; Appuntamenti: Appuntamenti del Festival letterario e non solo. Le poesie di Ornella lette dall’attrice Caratozzolo. Mostre personali di Fogarolli e Magaraggia. Caravaggio: Università del Tempo Libero. Lettere e comunicati: Le richieste dei Pendolari alla Regione; Affrontare la Parodontite, questa sconosciuta (Marco Azzola). La chiesa è quasi salva (a.s.); Addio Expo e risvegliarsi da un lungo sonno (Stefano Pini). Per ricordare l’amico Matteo Ferrari (Roberto Fabbrucci).

Editore: “Tribuna srl” via Roggia Vignola, 9 (Pip 2) 24047 Treviglio info@lanuovatribuna.it Tel. 0363 1970511 Direttore Amministrativo Fiorenzo Erri amministrazione@lanuovatribuna.it REDAZIONE Direttore Responsabile Roberto Fabbrucci direzione@lanuovatribuna.it Comitato redazione Capo redattore: Daniela Invernizzi Marco Ferri, Daniela Regonesi, Ivan Scelsa, Cristina Signorelli, Carmen Taborelli Hanno collaborato a questo numero Ezio Bordoni, Silvia Bianchera Bettinelli, Hana Budišová, Marco Carminati, Niall Ferri, Sara Fontana, Paolo Furia, Gabriella Locatelli Serio, Silvia Martelli, Elio Massimino, Maria Palchetti Mazza, Luciano Pescali, Paola Riva, Stefano Pini, Tienno Pini, Angelo Sghirlanzoni, Giorgio Vailati, Lucietta Zanda, Ezio Zanenga Ufficio commerciale Roberta Mozzali commerciale@lanuovatribuna.it Tel. 0363 1970511 - Cell. 338.1377858 Fotografie e contributi: Enrico Appiani Foto Attualità, Tino Belloli, Virginio Monzio Compagnoni Altre collaborazioni: Laura Borghi, Giulio Ferri, Ugo Monzio Compagnoni, Sacha Parimbelli, Paola Picetti, Antonio Solivari, Franca Tarantino, Romano Zacchetti Stampa: Laboratorio Grafico Via dell’ Artigianato 48/50 Pagazzano (BG) 0363 814652 Cercaci su Facebook e sfoglia i vecchi numeri dal sito lanuovatribuna.it


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Treviglio/Dal Teatro Sociale all’ex Upim

Piazza Garibaldi, una storia sofferta di Daniela Regonesi

Storia travagliata di una trasformazione urbanistica, in un breve excursus, per fare un po’ di ordine da ciò che è stata la Piazza in passato fino alla riqualificazione che ha iniziato a concludersi un anno fa, passando attraverso i vari progetti

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’odierna piazza, come leggiamo in “Storia di Treviglio” di Tullio e Ildebrando Santagiuliana, “dal 1450 circa al 1781 fu sede del Cimitero. Doveva quindi, anteriormente a tale destinazione, essere piazza, ma se ne ignora il nome. Denominata Piazza del Cimitero Vecchio (1789) e Piazza del Teatro (1869), fu sempre indicata dai Trevigliesi col nome di «Piazza Santa Marta», dal nome popolare della chiesa di san Bartolomeo ivi eretta di disciplinari nel 1420”. Vi si teneva il mercato delle granaglie, della frutta e della verdura e nel 1819 l’apertura, a fianco della suddetta chiesa, dei portici di Santa Marta, disegnati da Fabrizio Galliari e modificati dal figlio Giovanni, la mise in comunicazione con l’antico cantone delle Muracche. Il nuovo Teatro Sociale vi veniva inaugurato nel 1870, mentre un decennio più tardi il portico era abbattuto insieme alla chiesa di Santa Marta, ormai in rovina: in questo modo la piazza, che ha ospitato il monumento a Garibaldi dal 1885 al 1959, si è allungata fino alle dimensioni odierne. Il teatro nel 1935 “fu rifatto da cima a fondo, seguendo i criteri estetici di quel «Novecento» pesante e fastidioso”, scrivono gli storici trevigliesi, e da allora fu utilizzato come cinema o sala per comizi e manifestazioni varie finché, alla fine degli anni’60, le sue fondamenta non venne-

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ro intaccate durante i lavori di demolizione dell’adiacente casa Bacchetta, e sulle sue macerie sorse il supermercato UPIM. L’edificio fu quindi acquistato nel 1993 dall’amministrazione guidata dal sindaco Luigi Minuti, mentre il grande magazzino rimase attivo fino al 2001. Il primo cittadino invitò i giovani architetti trevigliesi a proporre alcune idee per il futuro dell’immobile; risposero in molti ma l’inizitiva non ebbe seguito a causa dell’intervento dell’ordine degli Architetti: il concorso era privo della sua approva-

A sinistra la piazza e il Teatro Sociale. Sopra il Teatro Comunale edificato a metà anni ‘30, accanto l’Upim (1973-2011), quindi piazza Garibaldi oggi.

zione, non rispondente a determinate garanzie e concluso con una votazione popolare, non prevista nei bandi. Nel 1999 venne indetto un concorso internazionale, articolato in due fasi: inizialmente fu chiesto ai partecipanti di inviare il proprio curriculum, tra questi ne sarebbero stati scelti quattro chiamati a presentare un progetto preliminare; al primo classificato l’incarico della progettazione, ai restanti tre un rimborso spese. Parteciparono una cinquantina di studi, tra i quali furono scelti i curricula di Carlo Aymonino, Francesco Venezia, Boris Podrecca e Giorgio Grassi. Vinse quest’ultimo ma al progetto - che prevedeva la costruzione di un nuovo edificio al posto del volume del supermercato, in dialogo con la piazza e gli isolati vicini tramite porticati di matrice palladiana - non venne dato corso. L’amministrazione guidata da Ariella Borghi indì un altro concorso, vinto dal gruppo romano P.I.U., capogruppo l’architetto Luca Pastorini, con Stefano Benatti e Sonia Sanmartino. Il progetto, soprannominato “Armadillo”, prevedeva una costruzione di vetro e legno con un andamento molto cur-


Foto by Enrico Appiani

vilineo; la copertura ondulata e movimentata, però, inserita in un contesto molto rigido come quello del centro storico, portò la Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio a chiedere di riallinearla alle linee delle gronde esistenti (l’edificio, sebbene non avesse più di cinquant’anni di età, aveva un vincolo indiretto dato dalla presenza alle sue spalle della Basilica di San Martino), mantenendo le destinazioni previste, ovvero locali ad uso pubblico legato alla cultura: una sala riunioni da novanta posti, internet cafè e una piazza superiore, locali tecnici al secondo piano interrato e una biblioteca al primo piano interrato. Il progetto, come ci spiega il coordinatore dei progettisti presso l’Ufficio Tecnico comunale, Valentino Rondelli, è stato quindi rivisto recependo le osservazioni della Soprintendenza, approvato a fine 2010, e appaltato alcuni giorni prima della scadenza del mandato, nel maggio 2011. L’esito delle urne ha posto la giunta neo eletta, guidata da Giuseppe Pezzoni, di fronte alla decisione se rescindere il contratto o procedere. La nuova amministraSotto nella pagina il plastico del progetto Grassi, accanto una delle proposte scartate nell’ultimo bando, poi il discusso “Armadillo”, quindi il progetto rielaborato della Giunta Pezzoni. Si notino la presenza dei portico e della finestratura nella parte alta, assenti nella realizzazione. Vedi sopra.

zione ha dato indicazione all’Ufficio Tecnico di inserire due ulteriori modifiche al progetto: l’edificio non sarà totalmente a funzione pubblica e ospiterà un auditorium da 350 posti, invece che la biblioteca, utilizzando anche parte del preesistente secondo piano interrato per l’ingombro della platea. Tutti gli altri locali saranno spazi commerciali dotati di impianti e forniti al rustico, assegnati in affitto ai privati mediante bando. Ad oggi, quindi, le funzioni si suddividono così: il piano meno 1 è tutto pubblico (oltre al Teatro Nuovo Treviglio le due aree commerciali presenti, non essendo state assegnate, sono adibite a sala mostre e area associativa per i giovani); il piano terra ed il primo piano sono tutti commerciali; la torre è a destinazione pubblica da definirsi. Per quanto attiene il teatro e l’arredo della piazza, l’ufficio tecnico incaricato del progetto ha svolto un’indagine di mercato tra i professionisti, scegliendo di avvalersi della collaborazione degli architetti Giampaolo e Pietro Gritti, con Marco Bozzola e Marta Marcucci, scelti perchè già autori degli auditorium di Nembro e Albino; porta la loro firma anche l’arredo urbano ultimato lo scorso mese. Questo il percorso tortuoso che ha portato piazza Garibaldi alla sua conformazione

attuale rendendola fruibile e candidandola ad essere cuore pulsante di tante iniziative trevigliesi. Non mancano però pareri contrari all’attuale sistemazione, soprattutto per quanto riguarda il volume non vetrato, infatti l’arch. Ezio Bodoni afferma: «È una lunga storia piena di errori frutto di decisioni, contro-decisioni e modifiche fatte da amministratori frettolosi e da tecnici senza adeguata esperienza. Il risultato è un bastardo di cui nessuno sa chi sia il padre progettista e di cui nessuno si assume la completa responsabilità. Sull’opera così come è stata realizzata (senza parte di portici e finestre del corpo avanzato) non c’è il parere positivo della Soprintendenza e non mi risulta quello della Commissione Edilizia. Ben poca parte del volume realizzato è utilizzato od utilizzabile per diversi motivi tra cui le condizioni climatiche irrisolte della galleria vetrata. Ma la cosa peggiore è il disegno del corpo ex-Teatro che non si attiene a nessun criterio compositivo, neppure a quello elementare della simmetria, presente in tutte le facciate del centro storico, anche in quelle più povere». Voi cosa ne pensate? Apprezzate la nuova piazza e quello che, forse un giorno, riusciremo a non chiamare più “ex Upim”?

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Treviglio/Dall’ex Upim alle nuove attività

Il condominio dei negozianti felici di Daniela Regonesi

Abbiamo voluto curiosare tra le attività che si sono insediate in piazza Garibaldi interrogando i gestori dei negozi sugli effetti del loro cambiamento di sede, o del loro nuovo insediamento in questo palazzo fonte di tante discussioni

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reviglio - «Siamo un condominio, ma di quelli in cui non si “rogna”, siamo parte di qualcosa che va insieme». Ecco la felice sintesi, offertami da Nadia Brentana, titolare con Davide Traversi della gioielleria “Oro è”, del legame creatosi tra i commercianti che hanno scelto di insediarsi nei locali disponibili presso l’ex Upim. La loro soddisfazione è tangibile e grande: «dal punto di vista commerciale è un

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successo, la cosa migliore fatta in vent’anni di lavoro è stata trasferirmi qui» afferma senza dubbi Ivan Spagnuolo, di “S.I. Parrucchieri”, e gli fanno eco gli altri “condòmini”, rilevando come in termini di visibilità e di passaggio la piazza sia il cuore pulsante della città, apprezzata sia dai cittadini che dai non trevigliesi per il movimento, i servizi offerti, gli eventi al TNT e la struttura architettonica. Gradiscono sia la posizione che la collabo-

Foto by Enrico Appiani

Sopra, da sinistra: la vista del Santuario dall’interno del locale “Big Mamy”, Davide Traversi titolare della gioielleria “Oro è”, otto: accanto ad uno scorcio della piazza, Martina Cainarca della libreria creativa “La Pulce Curiosa”. Nella pagina a destra, in alto, lo staff della “Gelateria Ippococcolo” di Claudio Rossi (al centro), sotto Ivan Spagnuolo e Tatiana Covrig di “S.I. Parrucchieri” e “Solarium Club”.

razione dei vicini, che hanno fatto registrare un incremento del loro volume di lavoro, ma chi sono i nuovi “inquilini” affacciati su piazza Garibaldi? Al piano strada, oltre alla gioielleria «specializzata in diamanti e in gioielli “con sentimento”, che possiedono un valore aggiunto non palpabile, che dura nel tempo» troviamo l’accoppiata parrucchiere e centro estetico “Solarium Club” (nel quale mi accoglie Dania Malfasi) che propongono un «percorso di “bellessere” a 360°, dalla punta dei capelli alla punta dei piedi» caratterizzato dal plus del servizio di ossigenoterapia, che dona benefici sia alla cute che al capello. Accanto a loro si è spostata l’apprezzata “Gelateria Ippococcolo” di Claudio Rossi, che offre gelati, semifreddi, dessert, stecchi, ghiaccioli e granite artigianali di produzione propria.


Treviglio/Un auditorium speciale

Saliamo le scale ed incontriamo “Big Mamy”, ambiente molto originale in cui gustare colazione, pranzo, piatti freddi, pizza, aperitivi, spesso accompagnati da musica dal vivo: «è un locale che piace a tutte le fasce d’età», mi spiega Carmen Postiglione, amica dei proprietari, che non nasconde che un po’ si soffra il fatto di essere al primo piano, sebbene la situazione sia nettamente migliorata grazie ad un locale molto più ampio e funzionale, e che sottolinea la positiva partecipazione ai tanti eventi dell’estate scorsa (come ad esempio “Shopping al chiaro di luna” e “Treviglio Vintage”). Anche dall’altro lato della galleria vetrata - come nel resto degli esercizi dell’edificio - si collabora spesso e volentieri con l’amministrazione comunale, ad esempio per la rassegna “Inchiostri”. Vi trova infatti posto “La Pulce Curiosa”, libreria creativa/caffetteria specializzata per l’infanzia che -come mi spiega Martina Cainarca mentre canti, filastrocche e girotondi ci fanno da lieto sottofondo- non è solo un negozio dove poter fare acquisti di qualità, ma un punto di ritrovo che accoglie le famiglie, dato che il 50% della sua attività è dato da laboratori e corsi tenuti da personale specia-

«Questo teatro è un fiore all’occhiello per Treviglio!»

Abbiamo chiesto al soprano Gabriella Locatelli Serio un giudizio sull’auditorium e in particolare sull’acustica: «Una sala in cui l’ascoltatore può cogliere ogni respiro del palcoscenico e degli interpreti, straordinaria!»

A

l di là della gradevolezza estetica, la sala del Nuovo TNT è una galleria del suono, dove la corsa acustica non scredita alcun esecutore ma anzi lo pone al cospetto del pubblico con incredibile severità. L’onda sonora si propaga in tutte le direzioni, fino a quando non incontra un ostacolo che la rimbalza indietro con maggior forza e questo rende la sala viva. Una sala in cui l’ascoltatore può cogliere ogni respiro del palcoscenico e degli interpreti: gli assestamenti tecnici e dinamici, fin anche le voltate delle pagine in esecuzione sono udibili senza alcuna difficoltà . Lo studio estetico e strutturale di questa sala si mostra felice e strabiliante. Ogni centimetro della sala conferisce pienezza ed eleganza ai suoni. Elegante, comodo e gradevole è l’equilibrio tra la discesa della platea verso il palcoscenico e il dinamismo tecnologico che quest’ultimo può sostenere. Il palcoscenico è dotato di un sofisticato ed elegante sistema di dinamica che permette di innalzare o abbassare sezioni dello stesso per ricavare una buca d’orchestra per esecuzioni operistiche, l’allineamento al pari della platea per concerti, atti teatrali, convegni ed altro ancora... oppure ricavare gradinate di diversi livelli per corrette file d’orchestra o sezioni corali. La graticcia è alta, il fondo del palco

comodo e ampio, il boccascena è un tutt’uno col pubblico. La chiarezza e la pienezza dei suoni profusi al TNT lasciano attoniti per qualità e trasparenza. La sala assorbe ed amplifica con incredibile vitalità. Il suono, o i suoni, corrono con giusti tempi di riverberazione sia sulla linea orizzontale che verticale della musica. La diffusione del suono, strettamente connessa alla forma dello spazio ed ai suoi ostacoli (sedie, poltrone, quinte e pareti), scorre limpida e netta sia sull’elegante palcoscenico che nella profonda platea, totalmente riverstita dallo stesso legno del pavimento, il bambù, creando un ulteriore colpo d’occhio ammirabile sia dal palcoscenico che dalla platea. I suoni nati sul palcoscenico del TNT risuonano eleganti e certamente lo studio di progettazione acustica di questa sala è un fiore all’occhiello per tutti i cittadini trevigliesi musicisti e non! Gabriella Locatelli Serio Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Foto by Enrico Appiani

Dall’ex Upim alle nuove attività

lizzato in ambito educativo, che organizzano anche feste di compleanno, arteterapia, serate per i genitori e tanti progetti in continua evoluzione. Tra questi anche intelligenti collaborazioni: quella in fìeri con il ristorante “Matè” per i “dopocena”, e quella già avviata con il salone di bellezza, con l’offerta di un servizio di baby-parking a cui affidare i bambini mentre si è dal parrucchiere o dall’estetista. Questi ultimi lavorano in sinergia anche con altri vicini di negozio, come ad esempio nel corso di eventi di presentazione delle nuove collezioni di gioielleria: «rappresentiamo il commercio del futuro - dice Spagnuolo - qui si è formato un bel gruppo». Negozi più ampi, posizione e collaborazione dei vicini hanno accresciuto i volumi di affari, la piazza è nuova, passa più gente, e i negozianti stanno cercando di farla “vivere”, collaborando tra loro, consapevoli che «bisogna studiare gli eventi, e si può sempre migliorare», conclude Rossi. Dunque, buon lavoro!

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Cucinare diventa uno spettacolo di Daniela Invernizzi

Un nuovo ristorante-pizzeria-macelleria, quasi un laboratorio dove si gustano prodotti del territorio, godendo dello spettacolo dell’arte di cucinare, infatti è possibile organizzare cene fra amici, disponendo dello chef e di menu a tema

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a da poco aperto in piazza Garibaldi, nei nuovi spazi creati da quello che, per tutti, sarà sempre «l’ex Upim», un nuovo ristorante-pizzeria-macelleria che si propone più come un laboratorio che come semplice punto di ristorazione. I progetti e le intenzioni sono infatti talmente tanti che è stata un’impresa annotarli tutti, durante la serata di presentazione alla stampa e ai commercianti del distretto. Mentre lo chef Roberto Raimondi preparava i piatti e la macellaia Giovanna Fenili maneggiava abilmente coltellacci e pezzi di manzo, la mente creativa di questo ardito progetto, Giuliano Mattavelli, illustrava agli ospiti il presente e il futuro di questo ristorante dal nome evocativo: Mate (che sta per Madre Terra). Con 115 coperti esterni e 115 interni, 30 persone addette, il ristorante poggia su una cooperativa agricola di dieci soci del territorio che garantiscono la certificazione e la bontà dei prodotti. Apertura del locale, per le colazioni, alle 7,30, con produzione propria di prodotti da forno, e poi fino alle due di notte con la ristorazione. La bottega, che fornisce carne bovina (razza marchigiana e romagnola), cinquanta tipi di formaggi, pasta fresca, piatti pronti e verdura rigorosamente solo di stagione, è aperta dalle otto di mattina fino

alle otto di sera. L’area ristorante, modernamente arredata e ricca di immagini suggestive, dispone di una zona “Showcooking”, ovvero lo spettacolo dell’arte di cucinare, dove è possibile organizzare cene fra amici, disponendo dello chef e di menu a tema. Non solo: i più temerari possono “affittare” l’area e dare sfoggio delle proprie capacità culinarie, usufruendo della cucina modernissima, attorno alla quale gli amici attenderanno i piatti proposti dallo “chef per caso”. Ma la cosa più importante da sottolineare è che il ristorante punta all’alimentazione consapevole, che parte dall’educazione alimentare per i bambini (con focus a loro dedicati), passa dai prodotti certificati e di stagione (il pomodoro a novembre non lo troverete), prosegue sulla strada dell’attenzione alle allergie e intolleranze e arriva a progetti di vera e propria alimentazione per la salute, in collaborazione con oncologi di fama come i proff. Luciano Isa, Sandro Barni e Marcello Iriti. Con questo team si vogliono applicare i principi della Nutrigenomica (la scienza che studia la correlazione fra il patrimonio genetico e l’alimentazione), grazie anche a un semplice test della saliva, in grado di dire al cliente quali sono gli alimenti che gli fanno bene e quelli che sarebbero da evitare. In tale contesto si inserisce pure la pizzeria, che propone impasti a basso contenuto di


Nell’immagine un momento della serata di presentazione del locale alla stampa ed alle autorità

glutine (oltre a quelli specifici per i celiaci) e “Bellabimbi”, l’appuntamento del pranzo del sabato e della domenica, con percorsi educativi sul cibo e premi per i bambini più “virtuosi”. La possibilità di scegliere da un tablet il menu più adatto alle proprie esigenze completa l’offerta, dedicata a chi pone la massima attenzione a ciò che mangia senza perdere il piacere di farlo. A mezzogiorno è possibile pranzare all’hamburgheria, per esempio, o usufruire del menu “Fatti bene”, due piatti a costi contenuti che mantengono sotto controllo l’apporto calorico, non sballano l’indice glicemico (peraltro lo zucchero è praticamente bandito, a vantaggio di prodotti naturali ad alto potere dolcificante), e rispettano il ciclo della natura. La birra proposta è quella non pastorizzata, si fa a Comun Nuovo (perché lì c’è una vena d’acqua fantastica, dicono), è leggera e di rapido consumo e prodotta dalla Heineken per alcuni selezionati locali. Il martedì sera (a partire dal 10 novembre) si potrà essere serviti da camerieri d’eccezione: i ragazzi down di alcune cooperative del territorio, nell’ambito dell’iniziativa “Sit down”, volta a insegnare a questi ragazzi un mestiere e a noi a superare certi pregiudizi. Per i giovani il locale è aperto fino alle due, la musica c’è, ma non impedisce di parlare, e un megaschermo li porterà virtualmente nelle piazze di tutto il mondo; sono previsti aperitivi, flash mob, incontri con professionisti, laboratori di vario genere, conferenze sull’alimentazione in collaborazione con il vicino TNT. Tante sono dunque le proposte e i propositi di questi nuovi protagonisti della ristorazione di casa nostra, grazie ai quali Treviglio si appresta a diventare un vero e proprio punto di felice incontro fra tradizione e modernità, innovazione e sperimentazione, ritorno alla Terra (Madre) e uso intelligente della più moderna tecnologia. Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Treviglio/Commercianti

Treviglio/Accoglienza e degrado

C’era una volta il bel palazzo della Snam di Niall Ferri

Non buttate i mozziconi

Una campagna contro l’abbandono dei mozziconi di sigaretta che regolarmente vengono gettati a terra nelle strade cittadine

L

’Associazione “Commercianti Trevigliesi Professionisti e Artigiani” ha proposto un posa ceneri portatile, costo 3,5 euro, per disincentivare l’abitudine di gettare mozziconi per le vie cittadine. E’ una piccola ma intelligente e significativa iniziativa dell’Associazione rinata dalle ceneri delle Botteghe del Centro e che, sotto la guida di un gruppo molto attivo coordinato dal presidente Gabriele Anghinoni, sta proponendo iniziative originali e gradite dalla cittadinanza. Questa del portacenere risponde ad un’esigenza tutta italiana, quella di prevederlo raramente sopra o a fianco dei cestini per la spazzatura sparsi per le vie della città. Gli oggetti sono reperibili presso ”Non solo fumo” Via Verga, “Bar Rheda” Via Cesare Battisti, “Angolo Vede” Viale Oriano, “Testa Panificio” Via Zara, “Finardi la tua casa” Piazza Garibaldi, “Jammin Cafè-Cd” Piazzetta Santagiuliana, “Camicie e dintorni” Via San Martino, “Enotavola Pietrasanta” Via Galliari. Parte del ricavato verrà devoluto in beneficenza.

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Il degrado del condominio di via Pontirolo è iniziato nel primo decennio del secolo, ora ci siamo ritornati per ascoltare i testimoni, osservandi che la situazione, già insopportabile allora, ha superato ogni limite tollerabile

P

er qualcuno è un pugno nell’occhio, per altri un orrore e per altri ancora una vergogna. Una cosa è certa, lo stato di degrado in cui versa la palazzina al civico 26 di via Pontirolo ha decisamente attirato, più che l’attenzione, lo sdegno di molti, residenti della zona e non. L’edificio, dai tratti signorili ormai svaniti col tempo, ospitava fino a qualche anno fa, le famiglie dei dipendenti della Snam. Ora, dopo che gradualmente tutti i nuclei familiari si sono trasferiti altrove, nei tre piani su cui si sviluppa il palazzo alloggia una dozzina di famiglie di stranieri, mentre l’edificio è ora in uno stato di totale abbandono. Arrivati in prossimità del palazzo ci avviciniamo osservando che, oltre le sterpaglie che fanno da naturale separé tra il cortile interno e il marciapiede che dà sul parcheggio antistante, si apre uno scenario a dir poco inquietante. A prima vista notiamo sulla destra un’automobile, una Fiat Bravo, imbottigliata, chissà perché, tra una fitta muraglia di sacchi della spazzatura sul retro, e, davanti, da una muratura che separa il palazzo da quello adiacente. Sullo sfondo, quasi come se lo spettacolo a cui stiamo assistendo non fosse abbastanza provante, si vede svettare, poggiata alla bell’e meglio, tra un muro del porticato adibito a discarica improvvisata e un bidone, la rete di un letto matrimoniale. Qualche metro più avanti, sempre costeg-

giando il marciapiede, si trovano i contatori dell’acqua, con la parte superiore di muratura che li dovrebbe coprire, completamente smantellata. Qualcuno, poi, ci ricorda che nel cortile su cui si affaccia la portineria dell’edificio, si trovavano dei maestosi alberi. Delle bellissime quanto antiche conifere della famiglia dei cedri (si dice che avessero all’incirca mezzo secolo di vita), che sono state, in via del tutto precauzionale, tagliate perché pericolanti, con lo scopo di mettere in sicurezza, oltre che il palazzo stesso, anche l’edificio a dirimpetto. I due alberi, infatti, avevano raggiunto un’altezza tale che, in caso di caduta, avrebbero potuto arrecare danni alla palazzina che si trova dalla parte opposta di via Pontirolo. Questo tipo d’intervento sollecitato più e più volte dai residenti della zona, è stato messo a punto dal Comune provvedendo anche al taglio delle erbacce che invadono normalmente il marciapiede. Il loro effetto invadente, infatti, rendeva faticoso il passaggio di carrozzine e passeggini. Passaggio reso invece del tutto impossibile quando il cofano o il retro delle auto lì parcheggiate invadeva il marciapiede per più della metà della sua larghezza. «Quello che vedete non è ancora niente - ci spiega uno dei vicini di casa, che da anni monitora la situazione del palazzo - i residenti di questo edificio non collaborano e non hanno mai collaborato con i lavori


La storia dei diritti negati

Nel 2006 il condominio finì anche su Rai3 di Roberto Fabbrucci

Alcuni tentarono di dare supporto agli inquilini che stavano per essere espulsi dai loro condomini, ma l’interpretazione delle leggi, già allora permissiva, impedì ogni soluzione di queste emergenze, ora diventate normalità

di manutenzione, rendendo sempre necessario l’intervento della forza pubblica. Gli ambienti, qui, sono soggetti ad interventi di ripristino dell’ordine mediamente una volta ogni sei mesi, ma solo dopo le dovute pressioni e sollecitazioni. L’ultimo intervento radicale è stato fatto circa un anno fa, e guardate ora», dice indicando le sterpaglie, e dietro la situazione non cambia. Una volta girato l’angolo, passando quindi per via Magellano, sul retro del palazzo si trova un prato ricoperto da fitte sterpaglie che a malapena lasciano scorgere alcuni fusti di alberi, tagliati in passato anch’essi per la loro precarietà. «Qui - prosegue l’uomo - c’era una vera e propria foresta. E proprio da questa parte, tempo fa, ho visto che c’era parcheggiato un pulmino con a bordo gente che dormiva. Una volta qui era tutto ben curato, ora ci troviamo ad aver a che fare con il problema del degrado sempre più dilagante. Le forze dell’ordine sono al corrente di questa situazione e difatti sovente si vedono intervenire vigili e carabinieri». Oltre che all’esterno del palazzo, il problema sembrerebbe essere soprattutto concentrato all’interno dell’edificio. La gente ne parla apertamente, affermando che nella palazzina ci sarebbe un fitto andirivieni di personaggi che incutono forte timore nel vicinato. Si azzardano le ipotesi più inquietanti, per esempio il subaffitto a immigrati che, una volta rimpatriati, cedono illegalmente il loro appartamento, dietro compenso, ad amici e familiari, così stipati a decine per ogni nucleo abitativo. C’è poi ancora traccia - ci dicono - di un cartello che portava la scritta “Svendo appartamento”, appeso da un ormai ex residente che non vedeva l’ora di lasciarsi alle spalle quanto prima il ricordo di quello che molti considerano quasi un ghetto infernale. L’unica soluzione possibile, a detta di chi questa realtà la osserva quotidianamente, sarebbe la demolizione in toto dell’edificio; infatti, la sua ristrutturazione, un po’ come per le torri di Zingonia, viste le condizioni in cui si trova, sarebbe troppo costosa.

N

el Settembre del 2006 rimasi molto colpito da un articolo steso da Pietro Tosca per il “Giornale di Treviglio” e dedicato ad una situazione devastante vissuta da pensionati della Snam (Società Nazionale Metanodotti), residenti in appartamenti un tempo della stessa Snam e poi riscattati dai dipendenti della società del gas. Palazzina signorile che, nel giro di breve tempo, stava vedendo la fuga precipitosa dei residenti storici, costretti a svendere a metà prezzo l’immobile per fuggire da un luogo divenuto invivibile. E Pietro Tosca evidenziava come gli appartamenti fossero occupati da inquilini stranieri che, subaffittando posti letto ad un numero abnorme di connazionali, stava trasformando il condominio in un Inferno. Basti pensare all’uso del bagno in un appartamento in cui convive un mostruoso numero di persone, tanto da trasformare a volte l’androne del condominio, piuttosto che il vano scale, in un’emergenza. La cucina, usata ad ogni ora e a turni, il disordine causato dalle diversità di abitudini e dal mancato rispetto di qualsiasi regola condominiale elementare, come il mancato pagamento delle spese comuni. Da ciò conflitti e fuga dei proprietari originari, costretti a svendere agli stessi ospiti stranieri - a qualsiasi prezzo - pur di tentare di ricostruirsi una convivenza altrove. Tragedie che iniziano e si concludono in pochi anni e che quindi minacciano di estendersi in modo esponenziale, fino all’occupazione totale di interi quartieri. Come è già avvenuto

nelle grandi città. Il meccanismo, infatti, è voluto: si subaffittano appartamenti per sostenerne il costo, ci si guadagna e nasce l’idea di farlo diventare un mestiere esasperando i legittimi proprietari, poi costretti a svendere. Questo fino allo svuotamento totale del condominio dai vecchi proprietari e alla trasformazione in una sorta di campo nomadi verticale, ma ben più invivibile. Questo insomma il quadro che appariva nel 2006 e che fu portato in evidenza tanto da far interessare giornali nazionali

e la Rai (arrivata apposta da Roma) per intervistare alcuni di noi che avevano avuto l’idea di costituire uno “Sportello Disagio Convivenza” gratuito, per permettere di affrontare il problema ai cittadini più deboli, gli anziani appunto. Iniziativa bloccata dall’Ordine degli Avvocati che vedeva lo sportello contrario allo statuto dell’Ordine stesso, ...perché gratuito. Così Marco Casetta e Alberto Balconi, gli avvocati che si erano messi a disposizione come volontari, furono costretti ad adeguarsi. Arrivati al 2015 e osservando il condominio passando in via Pontirolo, abbiamo compreso che la situazione non è migliorata, così abbiamo chiesto al giovane Niall Ferri di condurre una piccola inchiesta. Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Opinioni & Commenti

Ambiente, buon senso e occasioni perdute

Dopo l’intervista a Nicola Mercandelli e Ezio Bordoni (presidente e vice della Sabb all’inizio degli anni ’90), un commento-testimonianza del direttore de “la nuova tribuna” riguardo l’involuzione dell’ambientalismo dall’1982 in poi

L

’editoriale dello scorso numero de “la nuova tribuna” doveva essere dedicato alla occasioni perse in campo ambientale ed economico, questo per dare sostegno alle esperienze espresse sulle stesse pagine da Nicola Mercandelli e Ezio Bordoni (presidente e vice della Sabb all’inizio degli anni ’90). Parlavano delle occasioni mancate, ovvero dell’impossibilità di condurre in porto iniziative intelligenti e utili alla slavaguardia dell’ambiente -ma anche all’economia- causa le titubanze degli amministratori locali verso alcune scelte. Titubanze, leggendo tra le righe, causate dal timore di dover affrontare le proteste dei comitati ambientalisti. Invece, la vicenda della falsa laurea del sindaco Beppe Pezzoni, giunta quando la rivista era in stampa, ci ha costretti ad usare quello spazio per il commento del direttore, il mio. Ne parlo ora, come testimone di un periodo -dal 1975 al 1982- che ha visto la redazione de “la tribuna” tra i movimenti capofila della rivoluzione antinquinamento nazionale, tanto fu il clamore mediatico che causò. In quegli anni il nostro mensile raccolse le proteste della popolazione che subiva l’inquinamento delle industrie chimiche locali, in particolare Farchemia, Baslini e Bonelli. Il primo incipit, va dato merito, partì dai confinanti della Baslini, dalla signora Speranza Verdi e da alcune famiglie della zona come Merisi (Fama mobili d’arte) e Conti. Nacque nella sede del nostro giornale il Comitato Antinquinamento Trevigliese che produsse inchieste, articoli, assemblee e, nel settembre del 1979, una grande manifestazione che portò duemila persone ad un passo dai cancelli della Farchemia. Da quell’episodio nacquero una serie di iniziative positive: la commissione ecologia e un ufficio ecologia, un’indagine idrogeologica della Bassa bergamasca, il progetto per la rete fognaria consortile e un capovolgimento culturale nella mentalità dei partiti e nei sindacati timorosi che l’antinquinamento minasse i posti di lavoro. Nell’immagine la copertina de “la tribuna” dell’agosto 1982 -disegnata da Carmelo Silva- che mostra il Pretore Accomanno porre i sigilli alla Baslini. In quel periodo il magistrato ritenne che le denunce de “la tribuna” fossero credibili, da ciò le indagini e numerose azioni antinquinamento

La stranezza però che ne conseguì fu che nostra vittoria culturale dal 1982 produsse dei contro-comitati, che iniziarono a boicottare i risultati ottenuti. Così lo Smogles, impianto di smaltimento delle acque e dei fumi della chimica della Farchemia, anzichè essere installato nel 1981 venne installato nel 1987, legalizzando di fatto l’inquinamento della Farchemia per anni. Un’impianto proposto dalla Commissione Ambiente (che fui chiamato a presiedere) e poi studiato e approvato dal Consiglio Comunale. Ma quella battaglia “contro rivoluzionaria” in campo ambientale fu solo la prima di una serie che ancor oggi non vede la fine. Emblematiche e drammatiche le cotrapposizioni tra “la tribuna” e i comitati anti discariche, quelle nate dall’emergenza dello smaltimento dei rifiuti urbani. Battaglie di retroguardia che causarono la lievitazioni dei costi in modo stratosferico, arricchendo a dismisura gli imprenditori del settore, in particolare i bresciani che accoglievano i rifiuti bergamaschi respinti. Memorabile fu la nostra battaglia per la bonifica di quelle cave nate durante la costruzione di Zingonia, poi trasformatisi in discariche tossiche contenenti rifiuti urbani e industriali di ogni tipo. Sfogliando la raccolta de “la tribuna” torna in evidenza il materiale farmaceutico e chimico -quindi altamente tossico- gettato nell’acqua di falda assieme a qualsiasi altro tipo di rifiuti: i bidoni blu degli scarti farmaceutici della lavorazione della Farchemia, materiale della Baslini, della Bonelli e chissà di quanti artigiani e piccole imprese del legno, della lucidatura dei mobili, oli esausti provenienti dalle industrie . Tutti prodotti che con le piogge, dilavando in falda, finivano a raggiungere i pozzi d’acqua a sud, dalla Geromina verso Treviglio e la Bassa. Finalmente a metà degli anni ’90 passò l’idea che le bonifiche potessero essere affidate ai privati in modo che questi, dopo aver inertizzato i rifiuti tossici della discarica abusiva e bonificata, avrebbero potuto sfruttare il volume della cava ancora disponibile per la messa in sicurezza di altri rifiuti industriali inerti. Fu una delle battaglie più feroci e stavaganti degli ambientalisti locali, che mentre non si preoccupavano della situazione esistente, ipotizzavano improbabili riversamenti in falda da forellini che potevano crearsi nel fondo impermeabile realizzato nell’impianto di smaltimento. Ma non è stata l’ultima della battaglie stravaganti: dalla no alla proposta di un centro del freddo per la conservazione delle derrate alimentari (che poi ha portato alla costruzione, fallimentare, delle Acciaierie), piuttosto che alla criminalizzazione dell’amianto, minerale presente nelle nostre rocce, nei ruscelli e nei fiumi, ma pericoloso solo se volteggia nell’aria. Temi difficili e poco popolari, se pure supportati dalla scienza, ma questo è. Oggi parlare dell’ovvio è eroico. Roberto Fabbrucci Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Treviglio/Fondazione Cassa Rurale

Fondazione: dieci anni di impegno di Cristina Signorelli

Pietro Longaretti, presidente della Fondazione Cassa Rurale fa un consuntivo del primo decennio trascorso e delle erogazioni che hanno contribuito a sostenere iniziative sociali, culturali e artistiche. “Ho un sogno che vorrei realizzare ...”

I

l Concerto d’Estate del Corpo Musicale della Città di Treviglio, svoltosi lo scorso luglio, ha celebrato il decimo anno di attività della Fondazione Cassa Rurale, dieci anni di impegno e progetti realizzati a favore del territorio, ma non solo, operando in ambiti che spaziano dalla cultura, alla scuola, alle istituzioni, all’ambiente e al sociale. Pietro Longaretti, attuale Presidente della Fondazione, al quale recentemente è stata rinnovata la nomina per un secondo mandato, ricorda: «La Banca di Credito Cooperativo è una banca che ha per statuto un fine a carattere mutualistico, pertanto, per meglio conciliare l’attività prevalente di raccolta e impiego del credito da una parte e la funzione sociale dello spirito cooperativo dall’altra, nel 2005, su iniziativa di Gianfranco Bonacina allora presidente della BCC di Treviglio, si decise di costituire la Fondazione Cassa Rurale, un nuovo soggetto istituzionale preposto a raccogliere e potenziare l’eredità della Banca in ambito sociale». Fondamentalmente, come spiega Longaretti, la Fondazione si basa su tre importanti pilastri: i principi, dati da quell’insieme di valori propri dell’insegnamento sociale cristiano e della cooperazione mutualistica senza fini di lucro; le persone, tra

16 - la nuova tribuna - Novembre 2015

le quali vi sono i soci sostenitori, i membri degli organi sociali, i volontari; il denaro ottenuto attraverso donazioni private e raccolte varie, con importanti contributi forniti dal socio fondatore, la BCC. «Il ruolo svolto dalla Fondazione - prosegue Longaretti - è sostanzialmente di moltiplicatore del Bene Comune, infatti ogni azione e progetto sono finalizzati ad accrescere e potenziare le risorse della comunità nella quale viviamo, talvolta costruendo intorno ad un’idea nuova, talal-

A sinistra la consegna degli appartamenti ristrutturati al Cerreto. Sopra una riunione del Consiglio, sotto il presidente della Fondazione, Pietro Longaretti

tra a seguito di specifiche esigenze di istituzioni o enti o privati cittadini che sono portate alla nostra attenzione». Qualche numero può illustrare esplicitamente il ruolo svolto dalla Fondazione nei dieci anni di attività: € 499.000 sono stati destinati alla cultura e alla tutela del patrimonio artistico contribuendo, tra le varie iniziative, all’imminente restauro del Santuario Madonna delle Lacrime, come pure sostenendo la manifestazione Treviglio Libri e, anche in qualità di facilitatori degli adempimenti burocratici, il Museo Explorazione. Attraverso l’attuazione dei progetti di solidarietà sono state istituite delle raccolte di fondi in occasione di calamità naturali che hanno colpito regioni italiane o straniere (i terremoti in Abruzzo, in Emilia e a Haiti) come anche per il sostegno ad associazioni o gruppi attivi nell’ambito dell’assistenza sociale, quale la Locanda del Samaritano, erogando ad oggi complessivamente € 415.000. Enti e istituzioni a carattere volontario e non, comunque attivi sul territorio, sono stati dotati di automezzi per un valore di oltre € 238.000. Anche la sanità ha visto il realizzarsi di importanti progetti, per un valore di € 398.000, per l’acquisto di importanti attrezzature mediche, come per esempio un ecocardiografo di ultima generazione donato all’Ospedale di Treviglio per il reparto di cardiologia, ed anche l’allestimento dell’Auditorium nella Casa Albergo di Calvenzano. Le erogazioni, per un totale di € 257.000, effettuate a tutela dell’ambiente hanno costituito un importante contributo, finalizzato a salvaguardare un patrimonio ambientale prossimo al decadimento o peggio alla sparizione: in particolare il bosco della Pianura di Casirate d’Adda e il bosco dei Dossi a Badalasco, attraverso l’impegno della Fondazione, sono tornati


a nuova vita, tutelando anche per le future generazioni esempi di micro aree delle quali era ricco il nostro territorio. Il contributo alla scuola e l’università si è sostanziato, oltre che in borse di studio e corsi di formazione, nell’affiancamento degli istituti scolastici in un’utile collaborazione per la redazione del bilancio sociale, strumento indispensabile per comprendere il presente della scuola e definirne il futuro. «Lavorare oggi per costruire iniziative che abbiano un futuro - rileva Longaretti - è un obiettivo ambizioso che la Fondazione persegue, facilitando tutti i progetti che garantiscono continuità nel tempo arricchendo il patrimonio comune». In totale accordo con questa visione, e nel pieno rispetto dello scopo sociale della Fondazione, è stato il restauro dell’immobile la Corte di Sopra a Castel Cerreto, dove sono stati ricavati ventiquattro appartamenti concessi in affitto a canoni agevolati, prevalentemente a giovani famiglie. L’intera operazione ha richiesto un grande impegno economico, circa € 4.450.000, per il quale ha contribuito largamente il socio fondatore - la Banca di Credito Cooperativo di Treviglio - partecipando anche con risorse, oltre che materiali, di figure professionali di supporto alla realizzazione del progetto. Guardare al futuro con speranza e voglia di costruire nuovi percorsi non esclude un’attenzione a mantener viva la memoria del passato, che si traduce da parte della Fondazione nella gestione e cura dell’Archivio Storico della Cassa Rurale e del Centro Studi Storici della Geradadda. A conclusione della nostra chiacchierata Pietro Longaretti ci confida: «Potrei sintetizzare che l’ambizione più grande della Fondazione consiste nel desiderio di creare un’infrastruttura centrale nella vita della Comunità, costituita da un clima diffuso di solidarietà e fiducia tra i cittadini, che contribuisca a indirizzare positivamente i comportamenti individuali e impegni ognuno di noi a rispettare e incrementare il bene comune».

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Treviglio/Centro Assistenza Antiviolenza

Aiutare le donne in gravi difficoltà di Daniela Invernizzi

Sirio, Centro Antiviolenza, da vent’anni offre supporto e aiuto a donne in difficoltà ed è primo referente per il numero antiviolenza nazionale 1522. Ne parliamo con la responsabile del centro Cinzia Mancadori

È

una realtà che da vent’anni lavora sul nostro territorio per offrire supporto e aiuto a donne e minori in difficoltà: Sirio Cfs, cooperativa sociale onlus, dal 1996 opera, in rete con diversi enti istituzionali (Comuni, Tribunale e Tribunale dei Minorenni, Forze dell’Ordine, Aziende Ospedaliere, ASL e centri specialistici) gestendo una Casa Comunità per l’accoglienza di minori vittime di abusi sessuali e maltrattamenti gravi; il Centro Antiviolenza-Sportello Donna, in convenzione con il comune di Treviglio per l’ascolto e la consulenza di donne in difficoltà (in tale ambito è il primo nato sul territorio, e primo referente per il numero telefonico nazionale di pubblica utilità 1522); le Case Protette, per l’accoglienza delle donne in pericolo e il nido Bimbolandia. La responsabile del centro antiviolenza è Cinzia Mancadori: «Siamo nati come Sportello donna nel 2001, nell’ottica di dare un supporto alle donne in difficoltà; poi nel corso degli anni il servizio si è specializzato sempre più sul maltrattamento, visto che questa è la tematica più ricorrente che portava e che tuttora porta le donne allo sportello». Dal 2014 la regione Lombardia riconosce a questo servizio lo status di Centro Antiviolenza, in quanto dotato dei requisiti necessari, entrando così a far parte della rete istituzionale creata dal comune di Treviglio con le altre attività specifiche del territorio. Già dal 2003 comunque l’amministrazione

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comunale trevigliese riconosce l’importanza di questo servizio e assicura annualmente un contributo finanziario per la sua continuazione. Il Comune sostiene finanziariamente l’impiego degli psicologi, mentre il resto è affidato alla cooperativa, ovvero accoglienza, assistenti sociali, volontariato. Quest’ultimo soprattutto da parte dei legali, fin dove è possibile, e comunque sempre per la parte consultiva. In questo momento sono tre i legali che lavorano con Sirio. Voi siete il primo centro accreditato per il numero nazionale 1522. Come funziona? «Il numero rivela a chi chiama qual è il centro antiviolenza più vicino, il quale deve assicurare una copertura 24 ore su 24, in termini di reperibilità telefonica. I casi di emergenza e pericolosità sono gestiti dalle forze dell’ordine, che eventualmente ci chiamano per mettere la donna in una casa protetta. Ma nella maggior parte dei casi non si tratta di emergenza vera e propria: il maltrattamento, in realtà, è più spesso una condizione in cui la donna sta per anni. Il nostro compito è rassicurarla di poterla ricevere il giorno dopo per un consiglio o per iniziare un percorso». Qualche dato. Nel 2014 sono 134 le donne che si sono rivolte al centro antiviolenza di Sirio, di cui 72 italiane e 28 straniere, la maggior parte provenienti dall’ambito di Treviglio. L’età media è quella che va dai 31 ai 40 anni, ma non mancano le donne più anziane

o più giovani. Il 46% di queste donne ha un titolo di studio superiore, il 36% di media inferiore. Il tipo di maltrattamento: 38% psicologico, 27% fisico, e un 20,5 % per stalking. In media ogni tre giorni c’è una donna che si avvicina allo Sportello. L’equipe che lavora nel centro antiviolenza è costituita da tre psicologi, due operatrici per l’accoglienza, tre legali, più le educatrici che lavorano sull’accoglienza in ospitalità (case protette). Attualmente in casa protetta di Sirio vi è una sola donna ospitata. Qual è la sensazione di chi come voi lavora su queste tematiche? Le cose migliorano o peggiorano? «Se ne parla di più, c’è più consapevolezza, e le leggi sono più chiare (vedi la recente legge sul femminicidio e la ratifica della convenzione di Istanbul). Purtroppo però, come spesso accade, a una gran bella legge non sempre corrisponde un’altrettanto capillare rete capace di affrontare i problemi all’atto pratico. E poi sarebbe opportuno avere la certezza delle entrate, non legandole anno per anno alla volontà di un’amministrazione: solo in questo modo, infatti, sarebbe possibile garantire la continuità del servizio». Oggi a Treviglio ci sono altre realtà associative che si occupano delle donne vittime di violenza... «Hanno tutto il diritto di esistere -interviene il presidente Roberto Bandera- Noi però siamo una Cooperativa, siamo più strutturati ed il nostro bilancio è una fonte controllabile su come impieghiamo le risorse. Chi ci finanzia, compresi i benefattori, può stare tranquillo». Tra le iniziative di Sirio su queste tematiche, ci sono anche i momenti informativi e di sensibilizzazione. Il prossimo è quello in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, che si celebra il 25 novembre. Nello specifico, martedì 24 novembre alle 20,30 presso il centro civico di Treviglio, Sirio, in collaborazione con Libera (gruppo di associazioni per la lotta contro le mafie), ospita la scrittrice Marika De Maria, autrice del libro “La scelta di Lea”, che ripercorre la vicenda umana e giudiziaria di Lea Garofalo, la coraggiosa collaboratrice di giustizia uccisa dal compagno e dall’ndrangheta.


Sirio e le minori che subiscono violenza Sirio - La comunità si occupa delle minori vittime anche di abusi sessuali e ospita bimbe e ragazze dagli 11 ai 18 anni. La responsabile, Daria Lera, ci aiuta a capire le difficoltà e l’appassionato lavoro dell’equipe che li assiste

D

al 1998 la cooperativa Sirio si occupa del delicato compito di gestire una comunità per minori vittime di abusi sessuali e maltrattamenti. La comunità ospita solo minori di sesso femminile, dagli 11 ai 18 anni, e attualmente è alla sua massima capienza, 9 posti letto. «Abbiamo molte richieste, quattro solo nel mese di settembre» sottolinea la responsabile Dania Lera. La scelta di ospitare solo femmine in età adolescenziale corrisponde a una precisa volontà di specializzazione. Poi capita che si faccia richiesta formale al giudice di proseguimento amministrativo fino ai 21 anni, quando non vi sia la possibilità di un reinserimento in famiglia: «In questo caso le ragazze vanno negli appartamenti di semi-autonomia, dove sperimentano le prime responsabilità di vita da sole, fino ad arrivare all’autonomia totale». Per questo difficile compito Sirio può contare su un‘equipe ormai consolidata, che sta lavorando molto bene sul gruppo di ragazze ospiti della comunità: «Sono molto soddisfatta del percorso che le nostre ragazze stanno facendo su se stesse -racconta Dania- alla ricerca delle proprie inclinazioni e capacità; oltre, naturalmente, al lavoro svolto per il superamento, per quanto possibile, dell’evento di abuso o maltrattamento che le ha condotte in comunità. Oggi, grazie al lavoro di un’ottima équipe (sei operatori che si alternano, sempre in coppia, 24 ore su 24 in comunità, ma le ore

extra non retribuite non si contano più, perché questo non è un lavoro che fai per lo stipendio), la comunità si sta facendo conoscere anche al di fuori del nostro ambito territoriale e, grazie alla nostra “carta dei servizi”, abbiamo ragazze che provengono anche da altre province». Chi vi manda le minori? «Solitamente sono i servizi sociali, dietro decreto di allontanamento dalla famiglia da parte del Tribunale, oppure in affidamento consensuale con i genitori; oppure ancora in modalità d’urgenza, tramite le forze dell’ordine (cioè quando, per fare un esempio, una minore viene trovata a girovagare e non si sa da dove provenga)». Quanto rimangono in comunità? «Dipende ovviamente caso per caso, ma in media circa due anni. Anche i contatti con la famiglia di origine dipendono dal caso specifico, bisogna vedere cosa stabilisce il tribunale: ci possono essere incontri protetti, cioè alla presenza dell’educatore; possono esserci ritorni temporanei in famiglia, dopo i quali monitoriamo la situazione psicologica della ragazza. Poi ci sono anche i casi in cui i contatti con la famiglia sono assolutamente vietati dal tribunale perché dannosi o pericolosi per la minore. Oggi abbiamo un aumento anche dei casi di abuso di droga, oppure di ragazzine “non accompagnate”, cioè che non si sa da dove provengano. Si tratta in questi casi perlopiù di minori straniere».

La giornata in comunità è simile a quella di tante altre adolescenti: scuola al mattino, pranzo, compiti, relax, momenti di svago anche fuori, doccia e cena. Sono previste serate dedicate al cinema, o laboratori di musica, disegno, cucina, e molte altre attività che vengono organizzate in base alle inclinazioni delle ragazze. E poi naturalmente gli incontri con lo psicologo, che avvengono però in un altro contesto: la comunità deve rimanere un luogo positivo, in tutto i sensi. Perché la comunità e non l’affido a una famiglia? «Non è un no a priori, ma la gestione del minore maltrattato o abusato è molto difficile e necessita di personale preparato: una famiglia potrebbe trovarsi in serie difficoltà, ed è per questo che il Tribunale affida queste minori alle comunità». Come reagiscono quando arrivano? «All’inizio non bene, poi quando capiscono che è un posto dove possono cominciare a crescere e stare bene, allora danno il meglio di sé. Queste ragazze hanno una marcia in più: hanno visto il peggio, ma sono molto forti, e diventeranno donne coraggiose». (d. i.)

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Treviglio/L’Assistenza Sociale

Quella bella sera d’autunno “Insieme” di Maria Palchetti Mazza

Una pizza in un locale immerso nel verde in compagnia dei membri della cooperativa che dal 1979 offre possibilità lavorative a persone con disabilità. Quaranta volontari collaborano e lavorano con i ragazzi ad orari alterni

È

una bella serata di settembre nel parco ove si trova la pizzeria “La Jungla”, un locale sorto e consolidatosi nel tempo lontano dai rumori della città, in mezzo al verde e con una vaga impronta di passato. Le pizze portano i nomi degli animali che nella giungla vivono e il buon sapore della cottura nel forno a legna. Nel parco ho incontrato la Cooperativa Insieme, invitata a cena dai titolari della pizzeria, Anna e Pietro Cataldi: un bel numero di partecipanti, accompagnati dai responsabili seduti alle tavole imbandite del chiosco, in un’atmosfera serena nella quale le difficoltà degli assistiti da ‘Insieme’ paiono quasi dimenticate. La struttura della Cooperativa è aperta ai quaranta volontari che vi lavorano ad orari alterni. Le donne ad esempio sono attive nel laboratorio di cucito per la preparazione di piccoli oggetti e bomboniere che vengono poi venduti nei mercatini a beneficio della Cooperativa stessa. Gli uomini sono disponibili per le diverse attività necessarie a sostenere la vita di ‘Insieme’, attività le più varie, a partire dal lavoro di assistenza a coloro che sono impegnati ai tavoli dei laboratori, nell’assemblaggio meccanico e plastico per Elettromeccanica C.D.C, Stucchi spa, O.M.T spa e Same Deutz-Fahr. Ventidue ospiti di ‘Insieme’ sono retribuiti a giornata ogni settimana, sette per mezza giornata. Il lavoro appaga il bisogno di autostima, e la compagnia di molte persone è motivo di crescita a compensare i ritardi più o meno lievi dai quali i componenti della Cooperativa sono afflitti, anche se autonomi. La Coordinatrice, Claudia Rossoni, mi narra in breve la loro storia: «Questa realtà ha trentacinque anni e attiva tutte le sue risorse per continuare il cammino intrapreso, migliorare le sue prestazioni, per dare supporto e serenità all’utenza. I volontari sono il nostro asso nella manica e costituiscono un gruppo eterogeneo nel quale le performance di un professore di liceo si uniscono a quelle di appassionati di sport, di pensionati da mestieri diversi e anche, talvolta, alle attività dei parenti degli assistiti». Quale la struttura portante della Cooperativa? «È presidente Luigi Armando Ambivero, Vice Presidente Carmen Riva; sei sono i consiglieri. Io fungo da Coordinatrice. Ogni

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anno c’è l’assemblea dei soci alla quale sono presenti i familiari degli assistiti». Oltre a quelle delle quali lei mi ha parlato, esplicate anche altre attività? «Con l’aiuto dei volontari i nostri ragazzi sono impegnati nella lettura, nel disegno, nel teatro. Da tempo si effettuano gite verso mete diverse, come, ad esempio, Verona, Venezia, Genova, i laghi e, una volta all’anno, Bergamo. Il 25 Settembre Luigi Minuti ci ha accompagnato a visitare l’Expo; siamo andati al Roccolo per la Messa celebrata da Don Paolo e successivamente, invitati da Graziano Bellagente e dai suoi alpini, siamo stati a pranzare con loro. Questi momenti, come oggi avvenuti a “la Jungla”, sono per i nostri ragazzi un toccasana, attraverso il quale ampliano i loro orizzonti e si sentono partecipi della vita di questa città. Occasioni del genere non mancano, segno dell’attenzione di cui siamo oggetto» . Mi ha parlato anche di attività teatrali… «Avremo il Lago dei Cigni al Filodrammatici fra non molto. In passato abbiamo lavorato di sabato e di domenica con l’associazione “Ex Lavatoio” in “Pinocchio” e in “Oltre l’Arcobaleno”. Si ha pure l’intenzione di potenziare l’attività sportiva di tipo soft con volontari esperti in questo settore» .

Cosa si riceve in cambio di ciò che si dà con il vostro lavoro? «Questa è un’attività che mette alla prova e fa riflettere sul senso della vita, sul destino dell’uomo e sul compito a cui ciascuno dovrebbe assolvere nel mondo. Penso che da questa esperienza si riceva più di quanto si dà. Quando si vedono i nostri amici soddisfatti nell’orto di piante aromatiche da loro stessi curato e si pensa alla futura realizzazione di un campo coltivato a verdure con le stesse modalità, si ha la percezione di quanta energia venga sprecata nel mondo, se in questa piccola realtà siamo capaci, con le nostre poche forze, di ottenere risultati soddisfacenti». Quale è l’obbiettivo primario di “Insieme”? «Il conseguimento della maggior autonomia possibile in rapporto alle difficoltà dei singoli. “Autonomia” è una parola magica, il massimo obbiettivo a cui una creatura può aspirare. Anche il futuro dei nostri amici è preso in considerazione: “La casa famiglia” di Via Portaluppi è nata circa venti anni fa


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Treviglio/Volontari in pediatria

L’aiuto e un sorriso per i bimbi malati di Carmen Taborelli

L’Abio, l’Associazione Bambini In Ospedale, attiva dal 2000, è composta da venticinque volontari che si prendono cura dei bimbi malati. È anche d’aiuto e sostegno per i genitori, dunque una presenza positiva e sorridente in pediatria

T

reviglio - «Un aiuto per i bambini, un sostegno per i genitori, una presenza positiva e sorridente nelle pediatrie di tutta Italia». Si riassume così l’importante e delicato servizio di cinquemila volontari dell’Abio (Associazione per il Bambino In Ospedale), presenti in duecento reparti pediatrici italiani. Lo stesso “miracolo” avviene alla pediatria di Treviglio, dove venticinque volontari si occupano di sostenere e accogliere i bambini e le loro famiglie per attenuare i fattori di rischio derivanti dall’ingresso in una struttura ospedaliera. Il presidente dell’Abio Treviglio, Ferdinando Colombo, e Laura Celsi, nella duplice veste di volontaria e di Responsabile della Formazione, ci aiutano a conoscere meglio l’associazione e il servizio attualmente svolto dai volontari, in prevalenza donne, la cui età media si aggira intorno ai 30/40 anni. Coordinato da Luisa Gerra, questo gruppo di persone costituisce l’asse portante dell’associazione nata nel 2000, rifondata nel 2013, e che oggi, con i suoi trentun soci attivi, si presenta ben strutturata dal punto di vista logistico. «L’Abio è una Onlus con proprio Statuto e Regolamento Interno. Fa parte, con altre 66 realtà omologhe, di Fondazione Abio Italia Onlus; è retta da un Consiglio Direttivo (CD) costituito da nove membri, che resta in carica per tre anni e che si riunisce in via ordinaria ogni 2/3 mesi, sulla base di un piano di lavoro elaborato di volta in volta. Accanto al Presidente operano i Consiglieri con deleghe specifiche: segretario generale e i responsabili di Volontari, Tesoreria, Formazione, Comunicazione, Giochi e Manifestazioni/Eventi. L’Assemblea dei Volontari/ Soci viene convocata di regola una volta all’anno per l’approvazione del Bilancio e per l’elezione del CD alla scadenza». Anche in questo ambito non è ammessa l’improvvisazione. Per diventare Volontario Abio è infatti prevista una rigorosa griglia di accesso. È obbligatoria la frequenza di un corso di formazione di base, costituito da cinque incontri di diversa durata, che si svolge nell’arco di 5/6 settimane. Il corso è selettivo e gli aspiranti, considerati idonei, devono poi effettuare un tirocinio di sessanta ore nell’arco di sei mesi, affiancati da

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un tutor. L’Associazione provvede pure alla formazione permanente dei Volontari, organizzando incontri e seminari su argomenti diversi (sanitari, psicologici, sociali ecc.). Oltre alla preparazione, il volontario deve avere un quid in più: deve essere una persona serena, positiva e in condizioni psicofisiche idonee, con capacità di comunicazione, di ascolto, di lavorare in gruppo, di accettare le diversità, oltre che avere pazienza, fantasia e disponibilità di tempo. Sempre a detta dei nostri due interlocutori, il servizio in Ospedale, regolato da apposita Convenzione con l’Ente Ospedaliero e relativa copertura assicurativa dei volontari, è svolto con turni giornalieri di tre ore, dal lunedì al sabato. I volontari in servizio indossano una divisa e un badge di riconoscimento; operano essenzialmente nella sala giochi del Reparto di Pediatria, ma intervengono anche nelle stanze di degenza in favore di bambini obbligati a letto. Inoltre, organizzano eventi in occasioni diverse (Befana, Carnevale, Pasqua, Natale, ecc.) e completano allestimento e decorazioni del Reparto donando, ad esempio, l’arredo della sala giochi (completato lo scorso gennaio con un parziale contributo della BCC di Treviglio),

Sopra nell’immagini d’archivio dell’Abio una manifestazione in piazza Manara, sotto il Presidente dell’associazione, Ferdinando Colombo con Laura Celsi, responsabile della formazione

e un calciobalilla, regalato nel 2013, tuttora in funzione e molto “gettonato”. Per finanziare tutto questo, l’associazione promuove ogni anno «una raccolta di fondi in occasione della “Giornata Nazionale Abio” (ultimo sabato di settembre) intitolata “Per Amore Per Abio”, attraverso l’offerta di cestini di pere (a costo concordato) presso la postazione Abio, dove i volontari, oltre a presentare al pubblico se stessi e l’Associazione, propongono giochi ai bimbi in visita (truccabimbi, palloncini, origami ecc.». Entrando, poi, nello specifico delle modalità operative, i rappresentanti dell’associazione precisano: «Quando incontriamo


Referente Medico Struttura: Dott. Stanislao Aloisi (Medico Chirurgo) Supervisore discipline non EBM: Dott. Michele Tumiati (Medico Chirurgo) Referente Discipline Integrate: Simona Ardemagni (Tecnico di laboratorio analisi / Naturopata) Convenzione tecnico-scientifica con l’ambulatorio di Medicina di Base: Dott. Armando Pecis

i bambini veniamo accolti con sorrisi e richieste di giocare, disegnare, fare lavoretti o quant’altro. Solitamente si nota un ridimensionamento dell’attenzione del bambino o dell’adolescente sulla propria condizione di malattia e un miglioramento del proprio senso di benessere». I volontari sono un sostegno anche per i genitori attraverso l’ascolto, la disponibilità a dare informazioni utili sull’ospedale o a prendersi cura del bambino in caso di loro assenza: «Spesso, infatti, veniamo accolti dai genitori con lo stesso sorriso che ci regalano i bambini». Relativamente al rapporto con gli operatori sanitari precisano: «All’interno del reparto l’interazione è costante con il personale sanitario, in prevalenza con quello infermieristico, per motivi di ordine organizzativo e soprattutto per esigenze informative sulle patologie presenti e sulle modalità/ possibilità di approccio ai singoli bambini ricoverati in un dato momento». Per garantire con continuità il sostegno qualificato ai bambini ricoverati e alle loro famiglie occorrono però altri volontari: altre persone disposte a entrare in questa generosa encomiabile dinamica, che tende a promuovere il benessere soprattutto del bambino, come del resto è previsto dalla “Carta dei Diritti dei Bambini e degli Adolescenti in Ospedale”. Reclutare nuove adesioni, nuove disponibilità è, infatti, l’obiettivo del corso di formazione di base che l’Abio organizzerà nel prossimo autunno. Consapevole, poi, che il confronto e lo scambio di esperienze siano sempre arricchenti, l’Abio trevigliese è in rapporto di reciprocità con l’Abio di Crema. Inoltre, partecipa all’incontro annuale dei rappresentanti di tutte le Abio italiane organizzato per discutere il “Report Annuale di Fondazione”. Abio Treviglio ha una pagina Facebook (www.facebook.com/abiotreviglio) e un sito internet (www.abiotreviglio.org).

• Medicina Funzionale - Biochimica Clinica Medica • Nutrizione Metabolica Medico Nutrizionistica • Osteo-Fisioterapia - Massoterapia - Taping Neuromuscolare • Naturopatia D.B.N Regione Lombardia • Reflessologia Plantare D.B.N Regione Lombardia • Agopuntura Medica • Riflessologia auricolare funzionale F.A.S.T. Discipline Bio-Naturali • Detossicazione ionica plantare Iscritte ai Registri Ufficiali • Analisi di laboratorio con referto medico: - Mineralogramma / Indagine Gastrointestinale - Analisi dei Metalli Tossici / Tossicosi croniche - Intolleranze alimentari su sangue D.B.N Regione Lombardia - Check up Salute e Prevenzione La Nostra Mission: «Riconoscere il ruolo fondamentale della Medicina Ufficiale nell’ambito della salute, aprendo a nuove interpretazioni e reali possibilità di trattamento fornite dalle Discipline Bio-Naturali indicate nei registri della Regione Lombardia salvaguardando la valenza scientifica attraverso periodici case reports e meta-analisi caso correlate».

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Treviglio/Aziende storiche

Bianchi: tradizione e innovazione di Ivan Scelsa

Dalle vicende dello stabilimento al rilancio dell’azienda che conquista fette del mercato di eccellenza, frutto della ricerca tecnica e dell’innovazione. Ne abbiamo parlato con Fabrizio Castellato, direttore amministrativo e finanziario

È

il 1962 quando in Bianchi prende il via il progetto di costruire uno stabilimento per la costruzione di biciclette a Treviglio: cinque anni di lavori e nel 1967, nella nuova struttura inizia la produzione. Da allora il mondo del ciclismo e delle attività produttive è fortemente cambiato, non solo in Bianchi: la componentistica necessaria all’assemblaggio della bici non è più realizzata all’interno degli stabilimenti ma proviene

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da fornitori esterni, specializzati ciascuno per il componente richiesto. Questo ha portato non solo ad una radicale riorganizzazione della produzione -che per il prodotto di fascia media è diventata di mero assemblaggio- ma anche di cambio di strategia aziendale che, dal biennio 2006-2007, ha definitivamente ridefinito la sua concezione progettuale. Per meglio comprendere questo passaggio è necessario, però, fare un excursus nel recente passato. Nel 1996 l’azienda -che già era

A sinistra lo stabilimento nel 1967, sopra la squadra motociclistica degli anni ’30. Sotto la bicicletta Bianchi 130, simbolo degli anni del marchio.

entrata nell’orbita Piaggio- venne acquistata da Salvatore Grimaldi. Di lì a breve sarebbe cominciata l’era del mito Pantani, croce e delizia di ogni appassionato di ciclismo. In Bianchi, probabilmente per la sua vittoriosa presenza, si sottovalutò l’importanza dello sviluppo dei telai. Le maggiori case costruttrici concorrenti, infatti, avevano già abbandonato la vecchia tecnologia a favore di telai realizzati in fibre composite, molto più leggere e dinamiche nel loro utilizzo. Chi ha conosciuto quel periodo storico sportivo sa bene di cosa stiamo parlando: bastavano i successi del Pirata per donare al prodotto quell’immagine vincente necessaria a traghettare le vendite. Ma non era così. I concorrenti andavano avanti, progettavano e sperimentavano nuove soluzioni ed in Bianchi si consolidava la convinzione che la fibra di carbonio fosse una moda del momento, “una bolla di sapone” pronta ad esplodere a breve termine. Recuperare il gap accumulato non era facile, bisognava puntare su innovazione e ridefinizione del prodotto che, anche dal punto di vista dell’immagine, non legasse più le bici alle vittorie del passato (quelle di Fausto Coppi, per intenderci…) ma le donasse un’immagine più giovane e dinamica. Ed è così che, puntando alla produzione di una gamma di alto livello, con biciclette molto tecniche ed innovative, il cambio di rotta inizia a dare i frutti sperati. In meno di dieci anni l’azienda consolida la sua posizione sul mercato e migliora il fatturato. I dati fornitici da Fabrizio Castellato, Direttore Amministrativo e Finanziario, dimostrano come a fronte del calo complessivo di vendita di biciclette (dal 2007 al 2014 si passa da 107.509 biciclette a 90.354 con un fatturato che cresce da 45 milioni a 57 milioni di euro), il focus positivo sia stato ottenuto dalla vendita di un prodotto ad un prezzo medio più alto, con una produzione nello stabilimento di Treviglio che passa da 33mila pezzi a 24mila (con un minimo raggiunto nel 2010 di soli 16mila esemplari). È questo un dato molto basso se


paragonato alla proiezione per il 2015 in cui è atteso un picco di produzione di 28mila biciclette. Ovvio che, paragonati ai numeri dei colossi aziendali d’oltre Oceano, questi appaiano irrisori, ma analizzati attentamente è comprensibile come ad un numero relativamente contenuto di pezzi prodotti stia un esponenziale aumento di fatturato, prevalentemente realizzato dalla vendita di prodotti di gamma più specializzata. È la prova che la strada intrapresa è quella giusta: in Bianchi, infatti, pur non abbandonando la produzione di biciclette per bambini o da passeggio, il massimo dell’impegno è profuso nella ricerca. Di questo aspetto ne abbiamo parlato anche con Fabio Belotti, Creative Designer di Bianchi. Attualmente, infatti, il Marchio è l’unico detentore nel settore ciclistico del ‘Contervail’, una speciale fibra di carbonio visco-elastica proveniente dal settore aereonautico. Grazie alla maggiore elasticità del materiale e alla sua capacità di assorbimento delle asperità del terreno, migliora notevolmente la percezione delle vibrazioni da parte della muscolatura del ciclista. Lo sviluppo ed il test dei materiali, poi, avviene grazie ad una costante presenza sui campi di gara delle squadre corse della Bian-

Sopra la bicicletta di Fausto Coppi (1953) che ritroviamo in basso con il fratello Serse, alla sua sinistra. Accanto momenti aziendali

chi che, attualmente, sono impegnate in più categorie, sia maschili che femminili. Un fattore da non sottovalutare, questo, proprio perché questa presenza rappresenta un’ottima vetrina internazionale. Dopo anni in cui il numero degli addetti è costantemente diminuito, attualmente nello stabilimento trevigliese -il cui terreno, ricordiamolo, è di proprietà del gruppo Lombardini- lavorano un centinaio di persone. I progetti aziendali sono tanti, sia dal punto di vista tecnico (con lo sviluppo e l’applicazione della tecnologia Contervail anche alle biciclette da mountain bike) che progettuale, con accordi di collaborazione con altre realtà e volte a donare al brand dinamismo, attenzione alla salute e all’alimentazione. Ma i progetti riguardano anche lo sviluppo logistico del polo trevigliese che hanno interessato anche l’amministrazione comunale con cui l’azienda ha da tempo intrapreso un intenso dialogo volto a programmare un piano che, per il bene di Treviglio, ci auguriamo venga supportato anche dal nuovo Consiglio Comunale che tra qualche mese si insedierà alla guida della città.

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Treviglio/Il museo e l’archivio storico

Same: la storia alimenta il futuro di Daniela Regonesi

Come nascono, quale importanza rivestono e perché visitare, in occasione della “Settimana della cultura d’impresa”, due tesori della nostra terra nati dall’ingegno dei fratelli Francesco ed Eugenio Cassani: il Museo e l’Archivio Storico Same

I

l passato è fondamentale per raccontare il presente e capire il futuro. Questa la filosofia, semplice e preziosa, alla base di due tesori del nostro territorio: il Museo e l’Archivio Storico Same. Passeggiando tra prototipi, modelli storici, schedari a tutta altezza e migliaia di disegni tecnici non si respira solo odore di gomma, acciaio e carta ingiallita, si annusa la storia, faticosa come un progetto senza seguito e luminosa come un tratto di inchiostro divenuto realtà a larga scala. In quello che un tempo era il magazzino ricambi è raccontata una storia, unica e irripetibile, che rimanda al concetto di identità di un’azienda che nasce a Treviglio, nel 1942, e non scaturisce da un progetto finanziario o da una speculazione, ma da un’idea geniale: il primo motore diesel applicato a un trattore, realizzato nel 1927 dai fratelli Cassani, che quindi creano la Società Accomandita Motori Endotermici, la SAME. Si tratta di un concetto, appunto, che segna un legame forte con la terra e la sua gente, senza però dimenticare che quella stessa azienda non abbraccia più solo alcuni chilometri quadrati, bensì il mondo intero. Same Deutz-Fahr (SDF) è infatti un’impresa internazionale, ma che mantiene nel-

la sede di Treviglio tutti i direttori e reparti fondamentali quali Risorse Umane, Qualità, Ricambi, Ricerca e Sviluppo. La creazione nel 2004 dell’Archivio storico è stata fortemente voluta dalla proprietà, ritenendo la storia un elemento importante per comunicare la propria identità, per non disperdere valori e cultura industriali, per “riconoscere le proprie radici e tradizioni e collocare la propria crescita e sviluppo in una prospettiva consapevole e radicata”, perché anche dietro la semplice filettatura di un bullone ci sono una cultura del fare bene e un’esperienza che meritano di essere custodite. La costituzione del polo museale ha richiesto tre azioni principali: concentrare, organizzare e strutturare l’enorme mole di disegni, fotografie, pubblicazioni, bilanci, modellini, ecc. che lo compongono. La sua collocazione non è casuale, è posto vicino all’Auditorium e all’area marketing, perché è uno strumento di comunicazione: sebbene non faccia vendere un trattore in più, contribuisce a far capire che l’azienda è un insieme di persone legate ad un territorio, tant’è vero che la sua visita è prevista nel training aziendale per i nuovi assunti, un’esperienza che

trasmette condivisone, motivazione e spirito di appartenenza. Il Museo e l’Archivio svolgono dunque una funzione interna, formativa per i neo assunti, ed una esterna, rivolgendosi a scuole, studenti, appassionati e, naturalmente, agricoltori. Con Treviglio c’è un legame umano indiscutibile: l’impresa è motivo di orgoglio e affetto ed è seguita con interesse, e ottimi sono i rapporti tra i curatori ed il GLAS (Gruppo Lavoratori Anziani Same), i cui membri sono preziose fonti di informazione e grande aiuto in coincidenza di eventi particolari, come ad esempio le giornate FAI. Ma, come la fabbrica, anche il Museo e l’Archivio sono aperti al mondo, innanzitutto con l’associazione a Musei Impresa, che riunisce più di cinquanta imprese italiane che hanno archivi o musei, costituite in rete per fondere e valorizzare strumenti di importanza culturale (per citarne solo alcune Alfa Romeo, Fiat, Piaggio, Alessi, Ferrari, Dalmine). Questa associazione permette ai soci di approfondire e di confrontarsi su strumenti e tematiche diverse, in una dialet-

L’archivio e museo storico

L

’Archivio Storico e il Museo SDF raccolgono, conservano e valorizzano la documentazione storica, i trattori e le macchine agricole prodotti da Same e dai marchi acquisiti Lamborghini Trattori, Hürlimann, Deutz-Fahr e Grégoire. L’Archivio raccoglie e conserva documenti cartacei (manoscritti e dattiloscritti, fotografie, rassegna stampa, bilanci, materiali pubblicitari e promozionali, pubblicazioni tecniche, manuali d’officina, libretti uso e manutenzione, disegni, studi e progetti); documenti su supporto magnetico o digitale, (video e filmati pubblicitari, comunicati e documenti audio, files elettronici); documenti e oggetti promozionali; libri, fascicoli CD, DVD di opere bibliografiche, pubblicazioni periodiche relativi ai marchi

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tica molto stimolante che ha portato, tra l’altro, all’elaborazione di un modello inedito di scheda tecnica, presentato all’Istituto Centrale per il Catalogo Unico presso il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali. Ciò ha fatto sì che si stia rivedendo la “scheda disegni” inserendo alcune voci che mancavano, come ad esempio la scala, totalmente inutile per catalogare un dipinto di Raffaello, ma indispensabile in un disegno industriale. Sono inoltre presenti nel portale del Sistema Archivistico Nazionale (SAN), creato dal Ministero dei Beni Culturali e nel circuito Scienza in Giro, la rete dei musei tecnico scientifici della Regione Lombardia. Museo ed Archivio non sono importanti solo per l’impresa, ma riescono a catalizzare l’affetto dei possessori di prodotti Same, come nel recente caso di un distinto signore olandese, ottantenne, che ha fatto dono al museo di tre trattori di sua proprietà, in una commovente cerimonia alla presenza dei vertici aziendali. Il concetto di identità riemerge in ciò che SDF sta operando a Lauingen: presso la nuo-

del gruppo, provenienti dagli uffici interni all’Azienda. Il Museo, inaugurato nel 2008, occupa un’area espositiva di 700 m², che raccoglie prototipi e macchine in serie in perfetto stato di conservazione, materiale originale, testuale e iconografico. È uno showroom nel quale i trattori della produzione attuale, collocati al centro, sono abbracciati dalle macchine d’epoca che raccontano gli oltre 85 anni di storia del Gruppo; tra questi il modello più

va sede dello stabilimento tedesco, in fase di costruzione, saranno infatti ospitati il museo e l’archivio storico dedicati a Deutz-Fahr, perché ogni marca ha una peculiarità che va salvaguardata. Anche il lavoro presso la sede trevigliese è continuo: uno degli ultimi progetti avviati, ad esempio, è quello della raccolta delle testimonianze orali degli ex dipendenti, ed è inoltre in allestimento una nuova area dedicata ai motori, che sono il cuore dell’azienda. Infine nel 2016, in coincidenza con il biennale summit dell’ICOM (International Council Of Museum, il massimo organismo mondiale dedicato ai musei) che si terrà proprio in Italia, SDF ha dato la sua disponibilità ad accogliere a luglio un suo gruppo di lavoro. Allora, come visitare il museo, magari proprio approfittando dell’apertura in coincidenza della “Settimana della cultura d’impresa”, in programma questo mese? Va visto con occhio curioso, anche se di trattori si è totalmente inesperti, cercando di capirne il cambiamento e l’evoluzione, osservando le

Il museo e alcune imagini significative: sopra l’ufficio tecnico, sotto i fratelli Cassani, Francesco ed Eugenio, odeatori e costruttori della prima trattrice diesel, vedi foto a sinistra e nel box

diverse dimensioni, funzioni, attrezzature, comprendendo come le macchine agricole siano una sorta di sala di regia dell’attività rurale, cogliendo anche l’identità dei diversi marchi, le livree, le forme, le funzionalità. La presenza di Same Deutz-Fahr sul mercato da oltre settant’anni testimonia che l’azienda ha saputo rispondere in modo valido alle richieste del mondo agricolo, continuando ad innovare secondo la logica di Francesco Cassani. E rileggendo nel suo testamento spirituale “raccomando a colui che prenderà il mio posto di agire ispirandosi ai miei concetti di lavoratore entusiasta, umile, tenace”, non posso che ringraziare il curatore del Museo ed i suoi collaboratori per il tempo che mi hanno dedicato, ma soprattutto per come si adoperano quotidianamente per incrementare e migliorare questo patrimonio di cultura, in totale fedeltà ai valori del fondatore.

significativo è la trattrice Cassani 40 cv del 1927, la prima al mondo ad essere equipaggiata con un propulsore diesel. Nel 2011 è stato costituito l’Archivio Storico dei disegni tecnici con il patrimonio di oltre 200.000 unità in un’area dedicata di 220 m² che testimonia la qualità dello sviluppo tecnico e la genesi del prodotto. Nel 2014 presso il polo museale hanno risposto a circa 2.000 richieste, distribuito più di 1.000 disegni/informazioni relativi a trattori storici, effettuato più di 260 visite guidate (per un totale di più di 6.000 presenze, di cui 2.300 solo nelle “Giornate FAI di primavera”), schedato in rete oltre 25.000 documenti, registrato più di 80.000 visite sul sito www.archiviostoricosamedeutz-fahr. com. Per la ricchezza del loro patrimonio, in grado di testimoniare la storia della meccanizzazione agricola in Italia, l’Archivio Storico e il Museo sono stati dichiarati “di interesse storico particolarmente importante” dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Treviglio/Giovani talenti

Il mago della video scrittura musicale di Daniela Invernizzi

Si chiama Beppe Bornaghi il musicista trevigliese, ormai cittadino del mondo, che insegna video scrittura musicale ed è l‘autore del manuale che aiuta ad affrontare “Finale”, il software che scrive lo spartito mentre suoni

H

a un curriculum lunghissimo che qui sarebbe impossibile riportare: è un musicista, compositore, arrangiatore, produttore, editore, sound designer e docente. Insegna musica nelle scuole primarie e all’Accademia Musicale di Treviglio, ma soprattutto insegna videoscrittura musicale, anzi, è il referente nazionale per questa materia relativamente nuova, da poco obbligatoria nei Conservatori per arrivare al diploma. Si chiama Beppe Bornaghi ed è un trevigliese purosangue, anche se ormai è cittadino del mondo, viste le sue innumerevoli collaborazioni. Gli chiedo innanzitutto cosa fa un docente di videoscrittura musicale. «Esiste un programma mondiale che si chiama “Finale”, nato in California, che serve per scrivere al computer tutti gli spartiti del mondo - mi spiega - è un software collegato alla tastiera musicale attraverso il quale vedi il pentagramma: tu suoni e intanto scrivi». Come sei arrivato a “Finale”? «L’ho scoperto nel 1997 e ho cominciato ad usarlo per l’Orchestra Stabile di Bergamo, quando ancora studiavo al Conservatorio: c’era il progetto di trascrivere il concerto per violoncello e orchestra di Alfredo Piatti… e così mi ci sono messo da solo. Poco a poco ho imparato, aggiornandomi ogni anno, finché sono arrivato ad insegnarlo». Quando poi lo scorso anno la Make Music (sede americana che gestisce Finale) ha deciso che ogni localizzazione nel mondo avesse un suo responsabile, ecco che, attraverso una selezione all’insaputa di tutti (mandavano dei lavori da fare a tutti gli utenti di Finale) Beppe è stato scelto come referente per l’Italia del progetto, che oggi insegna in moltissime scuole di musica e Conservatori, dove è esame di sbarramento per i jazzisti prima di diplomarsi e credito formativo obbligatorio per i musicisti classici. Il manuale di riferimento per lo studio e l’esame di videoscrittura musicale è stato scritto da lui (Guida ufficiale del software Finale 2014). Oggi Beppe, oltre alla cattedra come docente esterno di videoscrittura musicale presso il Conservatorio di Brescia Luca Marenzio, è diventato responsabile anche di “Presonus Music Education”, un altro software per le registrazioni musicali.

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Sopra Beppe Bornaghi, accanto il manuale di Finale di cui è autore. Sotto uno scatto del “Forum Village Roma

Come sound designer ha collaborato con gruppi classici prestigiosi, come il Quartetto Santa Giulia, ma lavora anche per gruppi pop, anche in qualità di compositore e arrangiatore. Ha scritto infatti le musiche per numerosi documentari, ricevendo tra gli altri il premio della critica al Festival di Londra 2014, ed ha realizzato le musiche per i libri multimediali della scuola primaria. E non avrei finito, ma a questo punto la domanda

è d’obbligo: Ma come fai a fare tutte queste cose? «Lavoro sempre, in effetti, ma non mi pesa. È la mia passione. Mi gestisco come voglio, e tutte queste collaborazioni, diverse fra loro, mi danno modo di non annoiarmi mai. Non potrei essere più felice, anche se come responsabile di Finale devo essere sempre reperibile. Mi chiamano anche a poche ore dal concerto per rifare una partitura musicale, e devo risolvere il problema nel più breve tempo possibile. È successo anche con i musicisti che suonano alla messa del Papa!» Progetti futuri? «La prossima estate sarò in Thailandia, dove terrò un corso di digital music presso l’Università Internazionale di Musica di Bangkok. Come compositore sto collaborando a un disco di musica strumentale insieme ai FixForb, che poi sono Diego Arrigoni e Stefano Forcella, rispettivamente chitarrista e bassista dei Modà, e Milly Fanzaga, batterista SOS e insegnante all’Accademia Musicale. Infine c’è il progetto di una nuova rivista musicale, al quale sto lavorando da poco».


Treviglio/Aziende d’eccellenza

Iezzi e la sua casa della musica di Silvia Bianchera Bettinelli

In via Bergamo c’è un luogo noto nel mondo, soprattutto agli esperti di musica. È la tappa scelta per questo numero de “la tribuna”, si tratta della “Triade”, un negozio che vende strumenti e accessori musicali

P

ercorro la Provinciale che da Treviglio porta a Bergamo, vedo alla mia sinistra la storica fabbrica delle biciclette Bianchi, giro a destra in direzione Castel Rozzone e sono già arrivata. Un fabbricato tutto bianco, moderno, quasi imponente, con la grande insegna Triade, è la mia meta di oggi. Un ascensore montacarichi mi porta alla grande porta a vetri del negozio. Ma, va subito detto che chiamare questo ambiente “negozio” è molto riduttivo: lo spazio è enorme, elegante, pieno di luce, gli strumenti sono ben collocati, mai ammassati come purtroppo a volte capita di vedere. Lucidi pianoforti a coda, strumenti ad arco, un’infinità di chitarre classiche ed elettriche, materiale elettronico per le amplificazioni: tutto invita a fermarsi a guardare e ammirare, come in un paese dei balocchi. Mauro Iezzi il padrone di casa, cinquant’anni ben portati, cordiale, è ora occupato con alcuni clienti giapponesi piuttosto ridanciani e con un gesto della mano mi segnala di aspettarlo, questione di pochi minuti. Inganno l’attesa guardandomi intorno, strumenti a percussione di ogni foggia, accessori, custodie giganti con rotelle per i contrabbassi, spartiti, molte opere didattiche. Finalmente Mauro mi raggiunge e per prima cosa ci tiene a mostrarmi due pianoforti Gran Coda: uno Yamaha (sì, la stessa Casa delle celebri motociclette!) e un pre-

ziosissimo Bechestein. «Questo negozio è tutta la mia vita -mi dice Mauro- è nato nel 1996, anche se in altra sede, una creatura che ho allevato con totale dedizione e che mi ripaga pienamente». Vedo anche molti attrezzi elettronici, cavi, proiettori, schermi. «Sì -mi risponde subitoè necessario essere pronti a soddisfare ogni esigenza del cliente, abbiamo tutto quanto può servire per discoteche, sale da ballo, feste in piazza... tant’è che il sabato e la domenica sono i giorni di maggiore attività.

Ma c’è una cosa che voglio mostrarti -affida al suo valente collaboratore Luca alcuni clienti, e m’accompagna in un lungo corridoio su cui si aprono alcune stanze- vedi questi ambienti? Io voglio che chi è deciso a comperare uno strumento abbia l’opportunità di provare e riprovare, senza fretta, se quanto ha scelto sia il più adatto alle sue esigenze. Il costo è spesso importante, come puoi immaginare e l’acquisto non va fatto alla leggera. Tempo fa un famoso didatta è venuto da me per più giorni per poter scegliere con giudizio un violino per un suo giovanissimo studente». Scusami, ma qui dove siamo ora, sento freddo, nel corridoio è più caldo. «Certamente -m’interrompe- ci sono strumenti preziosi e delicati che per essere mantenuti al meglio hanno bisogno di una temperatura non troppo alta e col giusto tasso di umidità. Il corridoio non contiene strumenti e non necessita quindi di alcun tipo di ventilazione». Parliamo ora un po’ di te, ti ho conosciuto chitarrista, hai forse chiuso con i concerti? Mauro si fa un po’ malinconico, ma si riprende subito. «La Triade assorbe tutte le mie forze e tempo per me ne ho ben poco...». Ci avviamo verso l’uscita ed approfitto per guardare flauti, clarinetti, trombe, tromboni, sento in lontananza un chitarrista che sta provando un “basso”. Arriviamo alle macchinette delle bevande espresso e chiedo a Mauro, “Scusa, un’ultima domanda, non per fare l’impicciona, ma cosa hanno comprato quei giapponesi di poco fa, così rumorosi ed euforici?” «Oh, non ci crederai, volevano delle corde di minugia, cioè, in parole povere, di budello animale, per un violino antico, corde che non si usano più da anni e sono pressoché introvabili. Ma come hai potuto constatare, alla Triade si trovano!». Ha ragione Iezzi di essere orgoglioso del suo negozio, vi si respira grande professionalità, cura, impegno, rispetto per le persone e le cose. Treviglio e la sua gente non finiscono mai di stupirmi. Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Treviglio/Giovani talenti

Patrizia Salvini, pianista di successo

È

di Hana Budišová

giovane e anche molto brava. Ci siamo incontrate in un bar del centro di Treviglio per una interessante chiacchierata tra due musiciste. Patrizia Salvini è appena tornata da una lunga serie di concerti in nord Italia e Austria, quindi la stanchezza era ancora visibile. Prima d’incontrarla ho girato molto nel web e soprattutto in Youtube, per conoscerla meglio e non solo di fama. La fama di una giovane donna, pianista di successo che in pochi anni, contando dalla fine degli studi, post diploma e i vari corsi di perfezionamento, è riuscita ad esibirsi in tutta Italia, ha girato un bel pezzo d’Europa e si è esibita anche in Russia e Cina. È stata invitata a numerosi festival internazionali, come MiTo, Festival di Spoleto, Festival Verdi e altri. Ha collaborato con musicisti di fama internazionale, ha suonato da solista con orchestre di alto livello come “I Pomeriggi Musicali” di Milano. La sua musica che ho ascoltato in web, mi ha aiutato molto per conoscerla, ancora prima di incontrarla personalmente. Una pianista molto esigente, precisa ma sensibile ai dettagli, alle sfumature, alle parti nascoste della musica che non tutti sono in grado di percepire. Patrizia Salvini, varesotta di nascita, trevigliese di adozione, si è diplomata presso l’Istituto pareggiato “G. Puccini” di Gallarate, in seguito perfezionata presso l’Accademia Europea “R. Romanini” di Brescia e presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma dove ha conseguito i diplomi di Musica da Camera e di Pianoforte. Come prima domanda le chiedo quali sono stati i suoi inizi musicali. «Alla musica sono stata avvicinata da mia madre, la quale insegnava all’epoca il pianoforte ai bambini. Mio padre invece faceva l’accordatore di pianoforte quindi per me era normale vivere nel mondo della musica. Anzi mi sembrava strano quando, visitando la casa di qualche mio amico, non vedevo nella sua casa un pianoforte. Con mia madre ho studiato il pianoforte per otto anni e poi ho proseguito al conservatorio, diplomandomi con massimo dei voti, lode e menzione speciale. Anche se sono stati gli anni più duri della mia vita, perché mia mamma era molto severa ed esigente, ne sono felice perché grazie a lei ho avuto le basi solide sulle quali ho potuto costruire la mia professione. Dopo il diploma ho deciso di fare la pianista di professione quindi sono andata a Brescia per fare un biennio di specializzazione e poi a Roma all’Accademia Nazionale di S. Cecilia dove ho seguito i corsi triennali post-diploma

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di pianoforte e di musica da camera». Hai qualche ricordo particolare per quanto riguarda i tuoi anni di studi, i tuoi insegnanti? «I ricordi sono tanti. Vorrei innanzitutto ricordare il mio insegnante di conservatorio m° M. Neri il quale mi ha insegnato a leggere correttamente il testo musicale da tutti i punti di vista ed avere il massimo rispetto verso lo spartito e verso il compositore. Poi ricordo con affetto Aldo Ciccolini il quale mi ha trasmesso l’umiltà verso la Musica e un enorme grazie lo devo infine a Sergio Perticaroli con cui ho svolto un grande lavoro di ricerca interpretativa. Mi sono anche perfezionata per un breve periodo con il pianista ucraino Leonid Margarius e il pianista austriaco Paul Badura Skoda. Un altro importante ricordo è la partecipazione a numerosi Concorsi Nazionali ed Internazionali: sono stati un tassello per iniziare a farmi conoscere ma soprattutto sono stati uno stimolo per studiare con maggior concentrazione e mettermi alla prova davanti a giurie competenti Seguendoti sul web e vari social network vedo con piacere che hai una ricchissima attività concertistica. Nei primi anni ho suonato fondamentalmente da sola, come solista, il mio primo recital l’ho tenuto a soli 12 anni. In seguito ho co-

minciato ad apprezzare la musica da camera, quindi ho iniziato a suonare moltissimo con altri musicisti, collaborando come accompagnatrice pianistica ad alcune masterclasses della violinista russa Yulia Berinskaja, del flautista scaligero Bruno Cavallo, del violoncellista Marco Scano e altri. Suono anche in duo con mio marito, l’organista Paolo Oreni. Il nostro “P&P Duo” vuole promuovere la musica da camera per pianoforte ed organo. Questo progetto è molto impegnativo perché la letteratura per questa tipologia di duo è di raro ascolto e i brani per questa formazione iniziano a diffondersi verso la metà del XIX secolo proseguendo fino ai compositori contemporanei. Il problema più grande, per cui soprattutto qui in Italia questo tipo di duo non trova il meritato spazio nelle programmazioni concertistiche è dovuto al fatto che è raro avere a disposizione la Sala concertistica munita di un organo da concerto. Fortunatamente nel resto d’Europa la situazione è decisamente migliore. A volte suono come solista con orchestra, per esempio recentemente ho lavorato con l’Orchestra di Fiati della Valcamonica suonando la “Rapsodia in blu” di G. Gershwin e ci piacerebbe molto riproporla qui a Treviglio». Il tuo repertorio spazia da Bach alla musica contemporanea e jazz. Hai un periodo storico preferito, un compositore che ti ispira di più? «Come tanti musicisti, apprezzo particolarmente un compositore o un determinato periodo musicale anche in base alle fasi della mia vita e ai sentimenti che sto vivendo. Ovviamente è necessario impossessarsi al più presto di alcuni pezzi del grande repertorio, perché quello che studi da giovane, ti rimane per sempre. Si forma la mano, la tecnica e il gusto musicale. Si spazia da Bach ai pezzi virtuosistici di Liszt e altri. Recentemente mi dedico, con molta passione, alla musica di Robert Schumann». Oltre l’attività concertistica? «Insegno e mi piace molto. Qui in Italia insegno soprattutto privatamente. Ho avuto tanti allievi e molti di loro si sono diplomati al conservatorio. Ma sostanzialmente insegno nelle Masterclasses; l’ultima è stata al Conservatorio di Toledo. Insegnare alle masterclasses internazionali mi piace molto perché mi dà la possibilità di confrontarmi non solo con i giovani allievi ma anche con altre scuole pianistiche». Tu viaggi molto quindi riesci a vedere l’Italia con gli altri occhi. Come vedi la vita artistica e musicale italiana da esterno? «È triste vedere come negli anni non si sono fermati i vari tagli alla cultura, all’arte. Quindi ogni volta che mi chiamano dall’Italia per un concerto per me la gioia è doppia! Non solo perché posso esibirmi nella mia patria ma soprattutto perché mi rendo conto che c’è ancora qualcuno che ci crede, che crede nella musica e nel suo valore. Per me personalmente significa provare anche ad instaurare un rapporto particolare con il pubblico, per esempio raccontando il mio programma del concerto con le parole e questo è molto apprezzato».


Ti impegni nel promuovere la Scuola Pianistica Italiana nel mondo. Di che cosa si tratta? «Ho tenuto all’estero alcune conferenze dove fondamentalmente ho parlato dell’approccio alla tecnica del pianoforte oltre il modo d’interpretare i nostri autori come per esempio Scarlatti o Clementi, quindi l’aspetto storico». I tuoi progetti per il futuro? «I progetti sono tanti. Il primo è approfondire il repertorio per pianoforte ed organo. Con mio marito abbiamo in progetto un disco insieme che sarà registrato in Austria. Regie alcune streremo i brani di nostre trascrizioni per pianoforte ed organo. Poi, è appena uscito il mio cd e ne ho in progetto un altro, tutto dedicato alle compositrici donne dell’800. Dovrebbe uscire in Germania in primavera dell’anno prossimo. E ancora in primavera del 2016 sarò la direttrice artistica di un nuovo Concorso Nazionale a Legnano. Ne sono molto orgogliosa. Come direttrice artistica vorrei dare ai vincitori non una borsa di studio, come si usa di solito, ma la possibilità di suonare dando loro la opportunità di crearsi una fama quindi la possibilità di essere richiamati». Auguro sinceramente a Patrizia un successo tanto meritato e spero di sentirla dal vivo prima possibile qui a Treviglio.

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Treviglio/Giovani talenti

Quattro risate con l’attrice Marta Zoboli di Daniela Regonesi

Ospite alla seconda delle due serate inaugurali per la riapertura del Teatro Filodrammatici incontriamo Marta Zoboli, attrice trevigliese e volto noto di Zelig, per parlare di comicità, teatro e cinema, dalla Bassa al mondo.

T

reviglio - «Comunque, siccome so che qui ci tenete, sono laureata!»: è con questa battuta che si congeda dal pubblico Marta Zoboli, ospite alla seconda delle due serate inaugurali per la riapertura del Teatro Filodrammatici. Io l’ho incontrata qualche ora prima, per quattro chiacchiere tra due amiche del liceo Galilei che non si incontravano da troppi anni e, tra un aggiornamento e l’altro, mi sono fatta raccontare un po’ anche del suo mestiere. Innanzitutto specifichiamo: Marta è un’attrice, ed il suo curriculum (vedi box) lo conferma. Non, come si legge spesso “attrice e comica”. «Sì, hai ragione, non è corretto – dice ridendo - Io sono un’attrice, ma mi definiscono attrice e comica come per dire “sì, sa anche recitare”, come se essere comici implicasse poca serietà. È pur vero che alcuni cabarettisti non hanno formazione attoriale. Ma è come se il teatro presupponesse una sorta di “etichetta”, di superiorità; il cabaret ha comunque un’onestà che nel teatro non c’è, richiede un allenamento continuo fortissimo». E mi spiega che nel lavoro del comico non c’è la quarta parete, o almeno è molto labile quel “muro” che l’attore deve immaginare esista di fronte al palco, per rendere la propria recitazione più realistica, dimenticandosi della presenza degli spettatori che osservano l’azione rappresentata proprio attraverso questo filtro. «Quando portiamo il nostro spettacolo nelle piazze siamo come dei cantanti: il pubblico conosce il pezzo e “canta” con noi. Ma in fondo è lo stesso lavoro fatto in modo diverso. Amo entrambe le forme espressive. Sicuramente la parte comica è più forte commercialmente, ci sono pochissime donne e quindi si riduce la concorrenza. Fare una sola cosa non mi basta, ho voglia di fare anche altro, come ad esempio la radio». Le chiedo quindi come nasce questa sua passione e Marta, schietta e un po’ buffa, si descrive bambina ai corsi di danza, estroversa e timida allo stesso tempo: «sicuramente c’è in me una componente di esibizionismo, il volersi sentire dire “brava”, che convive con la mia grande timidezza: da piccola arrossivo, mi imbarazzavo, ma volevo comunque fare la ballerina. Nel mio mestiere ci metto la faccia, è vero, ma non è la vita, metti su una maschera che poi togli, hai una sorta di

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protezione». Mi confessa che qualche volta sogna un lavoro “normale” che non le richieda di riconfermare ogni volta il suo valore, o quantomeno di non doverselo giocare in cinque minuti televisivi, nei quali un’inquadratura o il montaggio possono trasformare il pezzo in modo diverso da come era stato pensato. Ma l’attrice è tosta: dopo il provino è entrata subito a far parte del cast di Zelig, debuttando davanti a 2.600 persone in teatro e a 5 milioni di telespettatori. È vero, non ci sono le giustificazioni come al liceo, sei sul palco a sorridere e far ridere anche se hai il mal di pancia, la febbre o se sei depressa. A lei è capitato, io sono certa che ben pochi se ne saranno accorti. Mi domando, quindi, in tempi non troppo allegri come quelli che stiamo vivendo, quanto sia difficile far ridere le persone. Marta mi conferma che non è facile, si prova e si riprova, consapevoli che non si riesce a far ridere tutti, anche perché esistono diversi tipi di comicità: «devi dosare cose diverse e soprattutto del tuo, la tua parte più “sfigata”

e di insuccesso; far uscire il perdente che è in tutti. Oppure, per me e Gianluca (De Angelis ndr) che lavoriamo in coppia, si lavora sul contrasto. Si esagera il buffo. Per me è importantissimo il corpo, la gestualità, più che le battute». Ed è anche capitato che la risata non arrivasse... «Tantissime volte. Quando ho iniziato in Francia partecipavamo ai festival, ci esibivamo nei locali, per strada: se capitava ci stavo più male, avevo bisogno di conferme. Una volta che sai di far ridere è più utile lavorativamente perché ti porta a capire cosa non ha fatto scattare la risata, magari l’idea era giusta ma l’interpretazione sbagliata. Diciamo che è un incidente non grave». Nel suo lavoro saper ridere di sé stessi è fondamentale; è sufficiente avere voglia di rendersi ridicoli e di non vergognarsi, anche di imbruttirsi, cosa da non dare per scontata, soprattutto se si è donne, e questo è uno dei suoi punti di forza. La sua è una comicità leg-

Qualche notizia su Marta

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opo il diploma al liceo scientifico “G. Galilei” di Caravaggio, si laurea in lingue e letterature straniere a Bergamo e si diploma alla Scuola del Teatro Arsenale e Internazionale Kuniaki Ida, consegue poi un Master presso il Piccolo Teatro, quindi prende la via della Francia, diplomandosi in teatro presso l’Ecole Philippe Gaulier. Fonda con altri ragazzi la compagnia “Potato”, girando l’Europa con un proprio spettacolo di sperimentazione comica. Rientrata in patria segue una serie di seminari/laboratori con Paolo Rossi, Danio Manfredini, Luca Ronconi, Enrico D’Amato, e John Strasberg. Ha all’attivo spettacoli in lingua inglese e francese come autrice e attrice, mentre in Italia affianca, tra gli altri, Walter Leonardi, Paolo Rossi e Gioele Dix. In tv passa rapidamente da Zelig Off al fratello maggiore Zelig, inizialmente nel trio comico “Sagapò” con Gianmarco


Treviglio/Libri gera, basata sul far emergere i propri difetti per riderci sopra tutti insieme. Ciò che non affiora in modo diretto, nei suoi sketch, è il suo essere bergamasca: è un scelta consapevole, fatta sia per non correre il rischio di essere poco credibile, sia per non prendere troppo in giro le proprie origini. Comunque sottolinea che il suo background si è rivelato prezioso, perché conosce e possiede alcune dinamiche provinciali: «qui ci sono gli amici, la famiglia. Mi rilasso in confronto a Milano, dove vivo e dove si tende di più a stare in una cerchia ristretta di persone simili a noi. Il mix sociale, geografico, di lavori e di esperienze in cui eravamo immersi alle superiori mi ha aiutato anche nel mio lavoro». Passiamo a parlare della sua esperienza al cinema, con il film “Tutte lo vogliono”, in sala dal settembre scorso, e di nuovo emerge la timida Marta: «non mi sono ancora vista, l’idea della mia facciona sullo schermo mi spaventa, soprattutto perché quando mi rivedo non mi piaccio mai! Dall’esperienza cinematografica ho imparato tanto, era un mondo a me del tutto sconosciuto e molto più complicato». Per quanto riguarda il futuro sta lavorando con Gianluca ad un pezzo comico ma teatrale, che ha promesso porterà anche a Treviglio dove, le faccio notare, da più parti sono proposti corsi di teatro, per tutte le età: «lo trovo assolutamente positivo. Certo, l’importante è che avvenga senza forzature, mettendoci le proprie caratteristiche, non con l’obiettivo di andare ad un talent o di diventare una star. Vedo comunque che a Treviglio ci sono tante belle attività, e che la gente risponde. È bello, si offrono alle persone molte opportunità». Tra queste, sicuramente, quando capiterà non lasciamoci sfuggire quella di andare a teatro, per farci quattro sane risate in sua compagnia.

Pozzoli e Gianluca De Angelis. Con quest’ultimo il sodalizio continua all’insegna del famoso numero dello “speed date”, interpretato anche sul palco dell’ultimo Festival di Sanremo. Il debutto radiofonico è a Radio Popolare, passa quindi a Radio 2, dove continua a dar voce alla trasmissione “Caterpillar”. Ultima fatica è la sua prima esperienza cinematografica, con Enrico Brignano e Vanessa Incontrada. (d. r.)

Siamo la città che viviamo di Cristina Signorelli

Valentina Tugnoli parla del suo libro che cerca di far riflettere sul futuro delle nostre città. Next Polis è anche un’associazione di persone di diverso orientamento politico e professionale con obiettivi comuni

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ncontro Valentina Tugnoli, trevigliese di adozione, per parlare di Next Polis, un libro di recente pubblicazione (Marsilio Editori ndr). «Next Polis è anzitutto un’Associazione – spiega Valentina – formata da un piccolo gruppo di giovani italiani, di diverso orientamento politico e professionale, io per esempio sono tributarista, ma spaziamo sia per rappresentanza professionale che territoriale, che incontratesi alla scuola per giovani amministratori dell’Anci – personalmente sono stata coinvolta da Andrea Crivelli – si sono posti la domanda ‘quale sarà la città di domani?’ Sulla base delle nostre esperienze, per alcuni di noi maturate nell’ambito delle amministrazioni locali, attraverso una struttura snella ed efficiente nell’uso dei mezzi di comunicazione quale è la nostra associazione abbiamo provato a svi-

luppare delle risposte». Perché partire dalla città per operare il cambiamento e in quale dimensione ideale si colloca la visione della next polis? «La provincia italiana, ricca di piccole città e comuni, costituisce un terreno fertile per sviluppare dei percorsi virtuosi di relazioni tra i cittadini e gli enti locali, per garantire la partecipazione alla cosa pubblica e farsi parte attiva del processo decisionale. Proprio nell’ambito cittadino nascono le esigenze a cui gli amministratori possono e devono rispondere con il loro ben operare». Il libro costituisce il frutto del lavoro fin qui svolto, è una tappa finale? «Assolutamente no, anzi lo consideriamo il seme da diffondere in Italia, ma anche oltre le barriere nazionali, per far germogliare nuove idee e soprattutto garantire la contaminazione di buone pratiche amministrative. Crediamo infatti che esistano amministratori locali, e ne abbiamo degli esempi anche tra di noi, capaci di ascoltare e talvolta anticipare i bisogni della comunità che guidano progettando soluzioni innovative». Recentemente presentato alla Camera dei Deputati,il libro sviluppa la tesi di fondo “siamo la città che viviamo” definendo idealmente la città del domani: partecipata, coesa, produttiva ed estesa a patto di recuperare “una visione ideale che parta dal vissuto quotidiano delle nostre comunità locali”. Conclude Valentina: «Poiché il nostro obiettivo è condividere con i cittadini le analisi e le proposte scaturite dal nostro laboratorio di idee presenteremo Next Polis nei prossimi mesi nelle città iniziando da quelle a noi più vicine, a Treviglio la presentazione ufficiale avrà luogo l’11 dicembre nella Casa Comunale. Con il nostro impegno vorremmo dare una voce concreta al cambiamento al fine di costruire insieme realtà comunali adeguate alle sfide del futuro perché dotate di una salda memoria del proprio passato». Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Treviglio/Eventi

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Dante a 750 anni dalla nascita di Carmen Taborelli

Una riflessione dopo la mostra allestita per celebrare il Sommo Poeta. Gli approfondimenti di Giuseppe Piantoni, profondo conoscitore e divulgatore della Divina Commedia

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750 anni dalla nascita di Dante Alighieri (1265-1321) è stata allestita, nella sala Crociera del Centro Civico Culturale, una mostra per onorare la memoria del sommo poeta. Grazie ai due curatori scientifici, i professori Fabio Celsi e Franco Tadini, la nostra città ha rilanciato, in tutta la valenza che merita, la figura dell’illustre fiorentino, mettendo in particolare risalto la sua opera più celebre: la Commedia (l’aggettivo divina fu introdotto successivamente). Il poema, uno dei più grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi, scritto in lingua volgare fiorentina, ha contribuito in maniera determinante al processo di consolidamento del dialetto toscano come lingua italiana. Delle diverse versioni editoriali dell’opera dantesca esposte in sala Crociera, molta ammirazione e apprezzamento hanno destato sia l’edizione integrale con le illustrazioni di Gustave Doré, sia i quattro importanti volumi provenienti dal


fondo antico dell’abate “Carlo Cameroni”. La mostra, molto articolata, arricchita dagli acquerelli di Ermes Lasagni e allestita anche grazie alla consueta disponibilità dei volontari Francesco Meni e Carlo Senna, ha chiuso i battenti nel mese scorso. Per evitare che si spenga l’eco che questo importante evento culturale, propongo alcuni spunti di riflessione con l’intento di restituire al Poeta il ruolo di primo piano che gli compete nella cultura e nella formazione dei nostri studenti. Ci guida in questo approfondimento il prof. Giuseppe Piantoni, ex dirigente scolastico e profondo conoscitore della “Divina Commedia”. Perché leggere Dante, oggi, nella scuola? «Perché - risponde Piantoni - la sua opera linguistica è fondativa e ineliminabile nel nostro patrimonio culturale. Quest’opera compendia una rappresentazione dell’uomo e del mondo nei caratteri più connotativi e profondi del suo tempo, facendone un classico per la molteplicità degli aspetti culturali, sociali, politici e filosofici che si intrecciano in costante compenetrazione tra condizione storica ed esistenziale. Affascina la singolarità delle vicende rappresentate nella “Divina Commedia” lungo un viaggio ultraterreno che, dall’«infima lacuna» dell’Inferno castigo ai dannati, sale al Purgatorio tra le anime sospese nella speranza degli espianti, fino ad attingere «l’Amor che move il sole e l’altre stelle» in Paradiso. La singolarità delle vicende rappresentate e l’interiorità dei personaggi, nel bene e nel male, assurgono a paradigma del collettivo e rappresentano l’espressione di passioni eterne ed universali, anche oggi». Come far conoscere e amare Dante? Come promuoverne la conoscenza e la lettura? «Purtroppo l’approccio scolastico al testo dantesco risente di una metodologia d’insegnamento legata alla riesposizione in prosa della creazione poetica. Spesso gli stessi docenti mancano di una visione globale dell’opera che ha fondamenti concettuali di filosofia e teologia che non appartengono alla loro cultura. Talora l’analisi insistita degli artefizi retoricometrico-stilistici, che pure sono importanti, diventa motivo di disaffezione per gli studenti. Comunque la figura del docente e il suo amore per l’opera è componente fondamentale nel motivare gli allievi all’incontro con Dante». * Eppure quando Dante viene fatto conoscere finisce con l’essere amato. Perché? «Dante nel “Convivio” (III,II,3) dice: “L’amore non è altro che unimento spirituale de l’anima e de la cosa amata”. Guidati a conoscere l’opera nelle sue potenzialità culturali ed emotive, ne viene l’effetto di questo “unimento d’amore”».

«Imparai ad amare Alighieri in Toscana»

Giuseppe Piantoni: il suo amore per Dante è nato in Toscana, tra i banchi di scuola e ora trasferito negli auditorium di Treviglio e della bergamasca per il piacere di un pubblico sempre più vasto

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a presentazione della mostra su Dante è stata impreziosita e resa più interessante e avvincente dal prof. Giuseppe Piantoni, che, da fine dicitore, ha recitato alcuni passi della Divina Commedia. Quando e dove è nato il suo amore quasi viscerale per Dante? È una curiosità che mi ha spinto a chiederne ragione, e Piantoni ha risposto così: «Qualche volta il destino… Fino a nove anni la mia fanciullezza era cresciuta tra il fiume Serio e il monte Misma, a Pradalunga, terra di pietre coti (*) e di grande miseria. In una casa priva di luce elettrica, di acqua corrente, di servizi igienici, il camino acceso era il luogo dell’unione familiare di un bene schietto e parco di parole: bastava alla mia felicità essere insieme ai miei cari e condividere un cibo quotidiano largamente sudato dal lavoro dei miei genitori. Ma vicissitudini familiari sfavorevoli (inutile qui elencarle) consigliarono o meglio costrinsero i miei ad affidarmi ad una nostra parente suora che si interessò per collocarmi nell’Istituto Salesiano di Strada in Cosentino, in provincia di Arezzo, dove viveva la sua scelta vocazionale in un oratorio femminile. Avevo dieci anni. Fu uno spaesamento totale. Restano i ricordi incancellabili di quel viaggio che mi parve infinito, della misera valigia, del numero di matricola sul poco corredo, del silenzio di pietra di mio padre che mi accompagnava chiuso in un dolore ostinato. Dai Salesiani frequentai la quinta elementare e i tre anni della scuola media che furono gli anni più incisivi sulla mia formazione e sulle mie scelte successive. Dal grande salone dello studio pomeridiano, lo sguardo correva oltre le finestre alle giogaie del Pratomagano e al castello diroccato dei Conti Guidi che dominavano nel Medioevo questa parte della Toscana. Nella bella stagione, scendevo con i compagni al fiume Solano a prendere ghiozzi con le mani, sotto i ciotoli dell’acqua limpida che traversa la piana di Campaldino. Poco in là, Poppi stava adagiata sulla collina con Bibbiena

in vista. È in questo contesto che nasce il mio amore per Dante. In questi luoghi Dante compose il “Purgatorio”, la seconda cantica della Divina Commedia, nei tre anni (1310-1313) della grande speranza che l’imperatore Arrigo VII giungesse a rimettere ordine in una Italia devastata dalle continue lotte di potere tra le signorie. E qui Buonconte di Montefeltro comandò l’esercito di Arezzo contro le truppe di Firenze nel 1289. Proprio nella famosa battaglia di Campaldino. Trovò la morte correndo lungo l’Arno, nella rotta dei suoi: “…fuggendo a piede

e ‘insanguinando il piano”. Abitavo in quei posti. Tra i banchi di scuola mi si raccontavano queste vicende e ne restavo affascinato. Imparavo a memoria i passi del sommo poeta: erano quelli del V° canto del Purgatorio. È iniziato allora un percorso mai interrotto di consuetudine con l’opera del sommo poeta». c. t.

(* ndr) pietre impiegate come abrasivi per affilare o molare utensili

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Treviglio/Personaggi storici (3 - fine)

Tommaso Grossi, notaio e patriota

Statua di Tommaso Grossi nel cortile dell’Accademia di Brera a Milano. Nella pagina accanto la prima pagina del giornale letterario “Lillium” dell’8 Aprile 1854 dedicata a Grossi, sotto i figli Elisa e Tommaso Grossi, attivi a Treviglio per lunghi anni

di Elio Massimino

Le Cinque giornate di Milano, l’esilio, gli ultimi versi. Un convegno il 7 Maggio 2016 per ricordarlo, organizzato dalla “Associazione Culturale Malala”

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l matrimonio (1838) e la professione di notaio allontanarono Tommaso Grossi dal salotto della contessa Maffei ma, come vedremo, non ne cambiarono i sentimenti patriottici. Nacque sùbito Elisa e nel 1841 fu la volta del secondogenito Francesco Giulio Giuseppe (Peppino), un bel bambino che morì improvvisamente a pochi mesi di vita. Si può immaginare il dolore dell’ormai cinquantenne Grossi, che tuttavia in quella circostanza trovò la forza di scrivere una poesia di consolazione alla moglie. Ne riportiamo i primi e gli ultimi versi: «Dolce mia sposa, ingenua / Colomba, amor, ben mio, (...) Oh piangi sì, ma il pianto / Sia consolato e santo. / Pensa che piangi un angelo / In grembo a Dio salito / che a quell’eterna gloria / A noi fa dolce invito; che stringeremlo al cuore / Nel giorno del Signore». Ma la vita continua e l’anno dopo, così scrive Tommaso Grossi a un’amica: «In questo punto, che sono le 7.1/2, la mia Giovanna diede alla luce un maschio». Era nato Giuseppe che, come la sorella Elisa, sarà molto legato a Treviglio. I ragazzi infatti venivano spesso in città, anche solo con la madre quando il padre era bloccato a Milano dal lavoro, prima ospiti dello zio prete felicissimo per questi nipotini e, dopo la sua scomparsa (1844), nella nuova casa di famiglia di via XXV aprile. Ecco Massimo D’Azeglio rivolto all’amico appena informato della morte del canonico Grossi: «m’associo proprio di cuore ai tuoi dispiaceri e ripensando al bene che t’ha voluto e fatto quel l’ottimo prete, me gli sento grato come se si trattasse di me, e mi par quasi d’aver perduto io qualche buono ed affezionato parente». Il clima politico e letterario degli anni ‘40 dell’800, intanto, si accendeva sempre più contro l’Austria e i regimi dispotici dei vari stati della penisola, ma le insurrezioni erano destinate a fallire per l’arretratezza culturale delle masse e la forza repressiva dei governi. Tra le altre, si conclusero con le fucilazioni degli insorti le imprese dei Fratelli Bandiera

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(1844) e i moti di Romagna (1846), ma furono proprio questi ultimi che dettero lo spunto a Massimo D’Azeglio di teorizzare nel suo libro intitolato proprio “Sui moti di Romagna” un risorgimento che facesse riferimento al re di Sardegna e quindi capace di coinvolgere se non le masse popolari, almeno le élite liberali. Sul fronte moderato erano maturate anche altre proposte, ma tutte impraticabili, come quella del Gioberti, che vedeva il Papa alla guida di una confederazione di stati italiani, dimenticando che il Vaticano, sin dai tempi di Carlo Magno, aveva sempre combattuto contro ogni idea di unità d’Italia, ed avrebbe continuato a farlo fino al 1870, l’anno di Porta Pia. Le cinque giornate di Milano - Prima Palermo, poi Parigi, Roma, Venezia, la Prussia e la stessa Vienna, nel 1848 l’intera Europa si sollevò contro il potere assoluto delle monarchie e per le condizioni miserevoli delle masse. I nostri manuali scolastici hanno tradizionalmente dato poco risalto a questa se-

Un convegno sul Grossi

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er riscoprire e conoscere meglio questo personaggio e il suo momento storico, l’Associazione Culturale Malala, organizzerà un convegno intitolato “Tommaso Grossi e il suo tempo”, che si svolgerà nel TNT di p.zza Garibaldi la mattina del 7 maggio del prossimo anno. Nel pomeriggio si terranno le premiazioni della terza edizione del Concorso letterario Città di Treviglio, bandito dalla stessa Associazione.

conda spinta dei tumulti, quella sociale ma, per rimanere nella Milano del Grossi, ricordiamo che durante le Cinque Giornate si sentì gridare non solo “morte agli austriaci!” ma anche “morte ai sciuri!”. Un Consiglio rivoluzionario il 18 marzo diffuse a Milano un proclama con cui chiedeva l’abolizione della polizia politica, l’istituzione di una Reggenza e della Guardia Civica. Non è questa l’occasione per ripercorrere nel dettaglio le fasi di quella straordinaria sollevazione popolare ma ricordiamo che Carlo Cattaneo, che ne fu la mente organizzativa e strategica, quando si trattò di gestire la vittoria venne estromesso e con lui gli esponenti mazziniani. Prese infatti il sopravvento la corrente “moderata” guidata dal podestà Casati che invocò l’intervento di Carlo Alberto. «La rivoluzione rinunziava a fare da sé e affidava i propri destini al Re del Piemonte» (Indro Montanelli “Storia d’Italia”). Fu dunque a Milano che prevalse l’idea di un Risorgimento “moderato” sotto Casa Savoia, contro il federalismo di Cattaneo o l’ideale insurrezionale e repubblicano di Mazzini. Giuseppe Garibaldi, anch’egli repubblicano, più tardi si sarebbe rassegnato a un’Italia monarchica sotto i Savoia, nel superiore interesse dell’unità nazionale. Mazzini e Cattaneo invece no, fino alla fine dei loro giorni sarebbero rimasti repubblicani e, il secondo, anche federalista. Tommaso Grossi non era uomo da barricate, ma dette comunque un contributo importante. Non abbiamo trovato lettere o altre testimonianze sul suo agire in quei giorni, ma è comprensibile che egli per primo non volesse lasciare tracce. Sappiamo però che vendette l’argenteria di casa per sostenere i rivoltosi e che poi venne incaricato di redigere il documento che formalizzò l’unione della Lombardia al Piemonte. Tommaso Grossi fu dunque il “notaio” della Prima guerra d’indipendenza. Non deve quindi stupire che al ritorno degli austriaci, come Mazzini e Cattaneo, si sia rifugiato in Svizzera. Se fosse stato un suddito del Papa o del re di Napoli lui e la sua famiglia non se la sarebbero cavata a buon mercato. La polizia papalina, per rendere l’idea, avrebbe fucilato l’anno dopo insieme al patriota Angelo Brunetti detto Ciceruacchio anche suo figlio tredicenne. Tommaso Grossi invece, dopo qualche mese di tranquillo soggiorno in Svizzera (ci sono pervenute molte sue lettere dal tono disteso indirizzate alla moglie e ai collaboratori di studio), una volta che fu chiaro che gli Austriaci non cercavano vendette ma anzi volevano la riconciliazione, rientrò a Milano e indisturbato poté riprendere la sua vita. Giungiamo così alla sua prematura scomparsa per “meningite” avvenuta il 10 dicembre 1853; aveva 63 anni. Il clinico trevigliese Andrea Verga, suo amico personale, eseguì l’autopsia e confermò questa diagnosi. La famiglia era invece più propensa ad attribuire il decesso alle conseguenze di una violenta te-


Personaggi storici e commenti

Nuovi talebani e Don Rodrigo, innamorato di Treviglio di Marco Carminati

È stata di qualche mese prima contro la mensola del caminetto di casa. Poco importa, certo è che lasciò un grande vuoto tra tutti quelli che lo amavano ed erano molti. Lasciò anche due figli piccoli, Elisa e Giuseppe. Quest’ultimo, più avanti valoroso volontario garibaldino, sarebbe diventato sindaco di Treviglio. Si deve a lui il lascito alla Città della casa di famiglia, perché vi sorgesse una scuola di arti e mestieri. Entrambi i fratelli ebbero vita lunga, ancora durante la prima guerra mondiale erano attivi a Treviglio per raccogliere aiuti destinati ai soldati al fronte. Gli ultimi anni di Giuseppe però non sono stati felici, in particolare ha molto sofferto di solitudine. Tre mesi prima di morire Tommaso Grossi scrisse gli ultimi versi dedicati proprio a questo figlio ancora bambino, che sembrano ispirati da un misterioso presagio: «Figlio mio, quando gli occhi apristi al giorno / Tutto era gioia e festa a te d’Intorno / E tu piangevi intanto / Fa sì che quando te n’andrai dal mondo / Tu sii lieto e giocondo / E restino gli altri in pianto».

possibile innamorarsi di Treviglio? D’accordo, escludiamo il coinvolgimento emotivo di chi, a Treviglio, è nato e vissuto, ma intendiamo porre la domanda ai “forestieri”, come s’usava dire un tempo, quando il cosmopolitismo dichiarato, e forse esagerato, non era ancora di moda. La risposta sembra affermativa, a giudicare almeno da qualche caso di fervente estimatore della terra trevigliese, come - valga uno per tutti - il Cavaliere Don Rodrigo di Pennarojas che, nel diciassettesimo secolo, fu pubblico amministratore, sotto il Governo Spagnolo, della nostra città. E per saperne di più, affidiamo il quesito alle parole nientemeno che del Camerone, nostro storico locale, che sembreranno un poco fuori moda, ma sono sufficientemente comprensibili anche a noi: “Di questi tempi era accasato in Trevì Don Rodrigo di Pennarojas che tra le altre sue ricche suppellettili possedea una muta di arazzi tessuti a lana et oro istoriati con isquisito disegno, e volentieri nelle maggiori solennità ne addobbava la Chiesa, al cui uso le destinava palesamente dopo sua vita. Indi si indussero i Fabbricieri col peculio, che anche offerivasi a formare il cornicione di legno a bronzo et oro che nella trave maggiore del Tempio corre sopra le colonne per sospendervi come avevano veduto usarsi nel Duomo di Milano, quelle tappezzerie. Fecero pur fare in sagristia un confessionario per i sacerdoti, et un armario per l’Archivio. (...). Venne indi a morte (1665) don Roderigo che nel decubito dell’ultima malatia, conoscendosi vicino al suo fine, chiamò a sé li Presidenti dell’Opere Pie et i Priori delle Confraternite e divise fra loro il suo peculio a gloria di Dio. Alla Chiesa di San Martino donò il tesoro di 12 tele dipinte da’ più celebri pittori. Erano esse ornamento della Gallerie Ducali di Mantova e nel Sacco Fatale dattosi da’ Cesarei a quella Città, vennero predate e vendute poi a don Rodrigo saggio estimatore delle opere più belle e che dedicolle a Dio e vedonsi sopra del cornicione in San Martino. Ivi pure volle accresciuti due Cappellani Residenti

Un carbooncino di Ginetto Cassani che ritrae un angolo di via Verga

che avessero a recitare le ore Canoniche in Coro a soglievo de Parochi a cui lasciò la ragione di nominarli ogni qual volta mancassero, obligando li suoi eredi a dargli in mercede 100 lire ogni anno per ciascheduno. Col rimanente delle sue facoltà premiati gli amici e soccorsi i monisteri, istituì la perpetua Cappellania in Sant’Agostino, ordinando che a stucchi et oro se ne ornasse la Cappella di San Giovanni, qual nominò suo erede. Cavaliere di cuore tenerissimo, pietoso e saggio, che volle ascriversi al Municipato di Trevì et in vita lo difese con l’armi alla mano nella invasione de’ Francesi e molto più co’ consiglio e con l’autorità nei Tribunali, Padre de’ nostri Poveri, et unico soglievo nelle sciagure, partitasi di una misera età”. È dunque possibile, quindi, innamorarsi di Treviglio e, soprattutto, dare forma concreta a questo amore, con gesti

e opere tangibili, che si trasformino in beneficio collettivo. Non possiamo certo dire che la strada non sia stata indicata, anzi suggerita, da gente di buona volontà e di indubbio talento, già oltre trecentocinquant’anni fa. È indispensabile tutelare e promuovere dunque ciò che di pregio conserva la nostra storia, resistendo alle tentazioni dei nuovi talebani, che infoiati dalla febbre della sicumera ignorante, non vedrebbero l’ora di resettare il passato e ripartire da zero. Chissà, forse perché in questo “non numero” confidano di trovarsi meglio a proprio agio…

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Treviglio/Un capolavoro poco godibile

Il Polittico di San Martino di Carmen Taborelli

La voce di Sara Fontana, critica e storica d’arte, sull’opera d’arte di maggior pregio della nostra città, ottimamente conservata, realizzata dagli artisti Bernardo Zenale e Bernardino Butinone

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ia dandogli uno sguardo d’insieme, sia osservandolo con occhio più esigente, lo stupore è d’obbligo. Lo stupore per l’opera in sé, per la sua articolazione, per il messaggio che contiene, ma anche per l’ottimo stato di conservazione, nonostante i suoi cinquecento anni di vita. Mi sto riferendo al “Polittico di San Martino” di Bernardo Zenale e Bernardino Butinone, custodito nella basilica trevigliese “San Martino e Santa Maria Assunta”. Si tratta di una grande pala d’altare lignea di cm. 594x363, tra le più interessanti del Rinascimento lombardo, realizzata tra il 1485 e il 1505, su commissione del parroco Simone da San Pellegrino, che corrispose agli artisti mille lire imperiali. Sul Polittico si è molto parlato e scritto anche di recente. Esiste un modo per rendere accessibile a tutti quest’opera? Come renderla fruibile a un maggior numero di persone, ragazzi compresi? Sono auspicabili percorsi mirati e l’uso di un linguaggio semplice, capace di superare eccessivi tecnicismi che, a volte, ne scoraggiano l’approccio? La critica e storica dell’arte Sara Fontana (residente a Milano, docente di Storia dell’Arte Contemporanea presso il Dipartimento di Musicologia e Beni Culturali dell’Università degli Studi di Pavia, sede di Cremona) ha accettato, con molta disponibilità e a titolo di favore, di rispondere agli interrogativi con l’intento di stimolare la curiosità, la conoscenza, la passione e l’orgoglio di sentirci tutti, nessuno escluso, custodi di un’opera così importante e prestigiosa. Così scrive Sara Fontana: «Come molte opere conservate in luoghi di culto, la visione del Polittico di San Martino risulta a volte sottoposta a restrizioni, ma questi vincoli ne hanno comunque garantito una conservazione eccezionale, proteggendolo anche dal rischio di essere smembrato, danneggiato o addirittura asportato. Assente nella mostra Arte lombarda dai Visconti agli Sforza, che ha chiuso i battenti mesi fa a Palazzo Reale di Milano, esso era stato invece esposto nella memorabile esposizione organizzata nel 1958 al piano nobile della stessa sede da Ro-

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berto Longhi e Gian Alberto Dell’Acqua ed esplicitamente ripresa, nel titolo e nel periodo considerato, dal recente evento promosso in occasione di EXPO 2015. A quell’epoca - bisogna ammetterlo smontare e rimontare il Polittico, anche se per motivi di salvaguardia e di restauro, era divenuto un esercizio piuttosto frequente. Esso viene ritirato una prima volta durante la prima guerra mondiale, nel giugno 1918. Per ordine della Soprintendenza alle Gallerie della Lombardia, è di nuovo rimosso durante il secondo conflitto e temporaneamente depositato in cinque casse in una villa sul lago di Como. Restituito nell’ottobre 1945, verrà smontato ancora una volta per essere inviato alla mostra Tesori d’arte in Lombardia, organizzata a Zurigo nel 19481949, e dieci anni dopo alla citata rassegna milanese. L’opera torna sotto i riflettori nella

memorabile mostra milanese “Zenale e Leonardo. Tradizione e rinnovamento della pittura lombarda”, curata da Mauro Natale al Museo Poldi Pezzoli nel lontano 1982. In quell’occasione lo smontaggio completo della pala consente, per la prima volta, di produrre una documentazione approfondita, che analizza l’architettura e la prospettiva del polittico mediante il rilievo diretto delle singole tavole in scala 1:1 e mediante le radiografie della Soprintendenza. Di quell’esposizione sono fortunosamente sopravvissuti anche alcuni pannelli didattici, oggi conservati a Treviglio nei depositi del Museo Civico Della Torre. Nonostante portino i segni del tempo e dei traslochi subiti, sono dei veri e propri cimeli di allestimento vintage. Nel 2010 il Polittico ha lasciato la Basilica nell’ambito del programma biennale di restauro di opere d’arte “Restituzioni”, il progetto con cui Intesa Sanpaolo sostiene il patrimonio artistico italiano secondo le emergenze individuate dalle Soprintendenze. Le prime indagini riflettografiche all’infrarosso, che sono state la premessa del restauro, hanno anche fornito gli elementi necessari per il prezioso studio di Stefania Buganza e Gianluca Poldi pubblicato contestualmente su “Arte Lombarda”. La bellezza e l’unicità dell’opera hanno sempre suscitato l’attenzione di studiosi e appassionati, che hanno più volte sottolineato la sua importanza nella storia dell’arte. Le fonti più antiche risalgono al Cinquecento, ma nei secoli a venire non si contano gli studi e le mostre dedicati nello specifico al Polittico o più in generale alla pittura di Butinone e Zenale. Nonostante l’abbondanza di studi e iniziative intorno all’opera e ai suoi autori, non mancano gli argomenti per chi voglia in futuro proseguire le ricerche, né le occasioni per incentivarne la valorizzazione. Vorrei segnalare le più curiose. Lo scorso anno, fra le opere in gara nella terza edizione del Premio d’arte “Città di Treviglio” e Concorso Giovani Talenti, si è distinto il video “Qui sono piombo” di Gianluca Marinelli (Taranto 1983), ora parte delle Civiche Raccolte, denso di riferimenti al Polittico. Il video, nato durante un soggiorno di Marinelli presso la Cooperativa Pensionati ed Anziani Trevigliesi nel settembre 2014, è frutto anche del suo lavoro di ricerca storico-artistico sulla


Treviglio/Curiosità storiche

La facciata di San Martino

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di Paolo Furia

Negli scatti di Tino Belloli, a sinistra il Polittico e sopra uno dei pannelli. Sotto la dott. Sara Fontana, critica e storica dell’arte

pala di Butinone e Zenale e del conseguente riscontro di analogie e risonanze tra alcuni aspetti dell’opera e le esperienze relazionali da lui incontrate a Treviglio. Nel testo che accompagna il video, si mescolano frammenti di citazioni dalle pagine di Roberto Longhi con la rielaborazione delle storie di San Martino e degli altri Santi del Polittico. Le inquadrature svelano sottili rimandi visivi alla partizione a scomparti e al rapporto figura/architettura che caratterizzano l’opera di Butinone e Zenale, che resta quindi una traccia costante e invisibile, ora trasfigurata nella geometria delle immagini, ora stemperata nella narrazione delle storie realmente vissute da Marinelli nella sua esperienza trevigliese. È la sensibilità di un artista contemporaneo, nel ricordarci l’importanza dei gesti quotidiani, a fornirci un esempio di come tenere in vita la conoscenza e l’amore della comunità per l’arte del territorio. Un legame che si rinnova ogni anno quando gli insegnanti delle scuole di Treviglio accompagnano i propri alunni a vedere il Polittico, dando con un semplice gesto questo imprinting fondamentale. Eppure molti trevigliesi si sorprendono di possedere un simile capolavoro, nonostante non manchino, a livello locale, diverse occasioni di visibilità e fruibilità dell’opera, anche di carattere divulgativo».

uando l’architetto Ruggeri progettò la facciata della Basilica di San Martino e Santa Maria Assunta, da poco ristrutturata dai fratelli Galliari, stava lavorando al Palazzo Visconti di Brignano. Facciata progettata, ma non vista realizzata nella sua completezza per avvenuta morte nel 1745. I lavori di costruzione del fronte furono molto faticosi e impegnativi. I materiali lapidei provenivano da Brembate, cui giungevano dalle valli bergamasche, trasportati da grossi barconi; al “porto” di Brembate erano poi caricati su carri matti atti al trasporto di tronchi d’albero e colonne. È interessantissimo leggere le note spese nell’archivio storico della Basilica, dove si descrive tutto il tragitto da Brembate a Treviglio. Una lunga fila di buoi trainava i carri su cui erano adagiate le enormi colonne granitiche. Di tanto in tanto una breve sosta nelle trattorie e osterie disseminate sul percorso. Pasti a base di “luganighe” e polenta con vino locale. Giunti a Treviglio i traini si fermavano sulla piazza dove si stava erigendo la facciata appoggiata su quella precedente di stile gotico. Per sollevare ed elevare le colonne ci si dovette servire della “burbera” presa in prestito dal cantiere di palazzo Visconti in Brignano (quelle trevigliesi erano troppo piccole e non adatte alla bisogna). La “burbera” era uno strumento solitamente usato nei cantieri per il carico e scarico contemporaneo dei secchi, mentre saliva quello pieno scendeva il vuoto. A un lato del grosso canapo si legava il collarino della colonna, all’altro capo si legavano le file di buoi che trainavano lungo la piazza per il sollevamento. Si ha notizia che un canapo si spezzò causando la rottura di una colonna, che fu sostituita con dispendio economico e di tempo. La piazza era tutta un grosso cantiere dove lavoravano muratori, fabbri e scultori, fra cui il noto Antonio Maria Pirovano (1704-1770) e familiari, uno dei più importanti scultori bergamaschi dell’epoca. Cantiere ed impalcature erano

La facciata della Basilica di San Martino, sotto la “Burbera”

posizionati sull’allora camposanto, davanti all’ingresso della chiesa. Importante è imparare a conoscere le statue dei santi raffigurati sulla facciata. Nella nicchia a sinistra San Giovanni Nepomuceno; nella nicchia a destra San Francesco Saverio; le statue del secondo ordine: S. Ambrogio, S. Carlo, San Felice Papa e San Gregorio Magno. Nei medaglioni due santi martiri con abiti militari romani. Sul portale San Martino che dona il mantello al Povero, sopra di lui lo stemma di Treviglio. Sono circa quaranta le chiese della Diocesi di Bergamo a cui questa famiglia dedicò le proprie risorse artistiche; citiamo le più importanti: Santa Grata in Borgo Canale (statue), Alzano maggiore (portale), Bagnatica, Bonate Sopra, Brembate Sopra, Calcinate (facciata e statue), Cologno al Serio, Mapello, Osio Sotto (facciata e statue), Ponte S. Pietro (balaustra esterna chiesa vecchia), Sforzatica S.Maria d’Oleno, Sforzatica S. Andrea, (facciata e statue), Sorisole, Terno, Treviglio - Chiesa S.Martino, Vertova. Il lavoro degli scultori era affiancato da quello dei “ceperi” (chi lavorava il ceppo) o “pica prede”. Tutto il ferro era fornito dal ferramenta Furia. Nella chiesa di San Vittore, a Brembate, su un affresco è ancora visibile il graffito di Zanda, un lavoratore trevigliese della facciata. I graffitari deturpatori sono di antica origine. Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Emittenti Radio

Nasce Radio Zeta l’italiana

Angelo Zibetti ha annunciato che la sua creatura passerà a Rtl e si trasferirà a Cologno Monzese. Assicura che non cambieà nulla, anzi, la radio verà potenziata

A

rriva una nuova realtà nel panorama radiofonico nazionale. La storica emittente Radio Zeta, nata a Treviglio il 6 novembre 1976 e poi trasferitasi sopra la discoteca Studio Zeta di Caravaggio, si fonde con altre realtà nazionali e locali per dare vita a uno nuovo soggetto “Radio Zeta l’italiana” sotto la direzione dell’emittente numero uno in Italia Rtl 102,5, anch’essa nata in terra bergamasca. La radio caravaggina, che da quarant’anni tiene compagnia a quasi un milione di ascoltatori, amanti della musica italiana e da ballo, non sparirà, assicura il patron Angelo Zibetti «ma anzi si potenzierà grazie a queste nuove sinergie». Il progetto prenderà vita a partire da gennaio 2016, quando avverrà il definitivo allineamento tra Radio Zeta l’italiana (in origine Rtl l’italiana) in onda ora solo sul web, e la Radio Zeta “storica”. Qualche cambiamento sarà inevitabile, a partire dallo spostamento della sede da Caravaggio a Cologno Monzese, dove ci sono gli studi di Rtl. «Ma non ci saranno grandi sconvolgimenti dal punto di vista dei programmi - assicura Zibetti - io stesso sarò ancora in onda, così come gli altri conduttori. Le “belle gioie” posso stare tranquille».

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Personaggi e professioni/Via Verga 16

La nostra storia di panettieri di Paola Riva

«Iniziò negli anni ‘50 con nonno Gaetano e nonna Letizia, poi nel 1973 i miei genitori subentrarono alla panetteria Pasinetti in via Verga 16 e da due anni una nuova storia»

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a mia famiglia vanta una lunga tradizione di dedizione alla produzione del pane e dei suoi derivati. La nostra storia a Treviglio ha inizio negli anni ’50, quando nonno Gaetano e nonna Letizia vi si trasferirono dopo l’acquisto di un negozio che aveva anche un panificio annesso. Mia madre Ornella, già dopo le scuole dell’obbligo, iniziò a lavorare con i genitori in bottega, fu in quel contesto di lavoro che conobbe mio padre Carlo e dove l’amore tra i due sbocciò, tanto da decidersi di sposarsi nel ’67, continuando a lavorare con i nonni nell’attività, fino al ’73. Quell’anno, saputo che la panetteria della famiglia Pasinetti in via Verga era in vendita, colsero l’occasione al volo decidendo il grande passo e la acquistarono. Quell’anno nacque il negozio storico “Scelta di pane scelta di vita Riva”, che fino al 1999 si contraddistinse per l’altissima qualità dei prodotti, ma soprattutto per la mitica “pizzetta”. Ricordo mio padre che in quel periodo, ogni notte e per tantissimi anni, dopo aver prodotto il pane, aveva iniziato a produrre qualcosa che al pane somiglia -altrettanto semplice ma completo, unico e particolare- la famosa e apprezzatissima pizzetta. Nel 1999 la mia famiglia decise di vendere la licenza del panificio e affittare il negozio, così si susseguirono nei nostri locali un paio di attività, sempre legate alla panificazione. La clientela però rimase legata alla nostra famiglia e alla qualità dei prodotti che

produceva, così per anni si moltiplicarono gli inviti a riaprire il panificio, quello che ricordava loro i profumi e sapori autentici che ormai si stavano perdendo. Il caso volle che nel 2012 quel locale in Via Verga 16 e di nostra proprietà, si liberasse, ma necessitava di grandi lavori di ristrutturazione. Fu in quel frangente che decisi di riportare in vita la tradizione dei miei genitori e i prodotti che avevano caratterizzato il loro successo, introducendo però una nuova concezione di panetteria, quella che si espande per offrire al proprio cliente -oltre la qualità artigianale sana e genuina, prodotti semplici ma universalmente buoni- nuovi e moderni sapori. Insomma, unire la tradizione dei dolci di casa alla raffinatezza di prodotti di pasticceria, produrre un pane fragrante, croccante e profumato, questo con lievito madre e farine speciali; poi croissant caldi per una colazione perfetta, pizze, focacce, panini, insalatone, per un pranzo veloce o uno spuntino spezza fame. Poi l’innovazione di unire alla tradizionale panetteria, un angolo bar in cui poter far colazione e bere un caffè, gustare un thè o una cioccolata calda, mangiare una pizzetta o una crepes, far merenda con i propri bambini appena usciti da scuola, rinfrescarsi con una bibita, bere un aperitivo in compagnia, oppure gustare un ottimo bicchiere di vino. Via Verga 16 propone, infatti, una selezione di vini italiani e stranieri, birre artigianali e tradizionali, per affrontare in questo modo piccoli briefing di lavoro, oppure condividere momenti di relax attorno al nostro innovativo social table, per offrire un servizio efficiente, veloce ma nello stesso tempo raffinato. Il servizio si completa con la preparazione di piccoli catering dolce o salato, preparati per feste di compleanno, rinfreschi, piccoli eventi. Con questa prospettiva nasce via Verga 16, un luogo dove poter ritrovare i riconoscibili profumi e sapori di casa in un’ambientazione moderna e luminosa. Si tratta della realizzazione di un progetto che racchiude le idee nate in questi ultimi anni nella mia famiglia,nate sulla tradizione, sull’esperienza di aver saputo costruire un futuro con prodotti semplici come la farina e l’acqua. Ringrazio i miei genitori, il pilastro della mia vita, perché senza di loro Via Verga 16 non sarebbe il locale che oggi è. Sono loro che mi hanno insegnato cosa è il sacrificio e spero in questi due anni di attività di aver saputo tenere alto il nome della mia famiglia.

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Coro Icat/Una storia trevigliese

L’Icat cambia: da voci maschili a voci miste

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di Tienno Pini

nche nell’anno successivo, il 1983, il Coro continua a dar buona prova di sé in varie manifestazioni, concorsi nazionali compresi, sempre distinguendosi con prestazioni di alto livello. Nel frattempo anche la Rassegna trevigliese è sempre più crocevia ed appuntamento imprescindibile per i cultori del canto corale per gli appassionati e non. Ma l’ICAT non è solo prove ed esibizioni pubbliche, concerti e concorsi, è anche un Gruppo che sempre ha cercato di far assumere alla città da cui proviene un ruolo importante nel proprio ambito, facendo propria ogni possibilità di coinvolgerla in importanti manifestazioni di livello nazionale. Quale modo migliore di perseguire tale obiettivo quando, nell’estate, si presentò l’occasione di ospitare l’esecuzione della Grande Messa in Si minore di J.S. Bach per la prima volta presentata da Coro ed Orchestra completamente italiani. L’allora Cassa Rurale di Treviglio, subito contattata nella persona del suo Presidente ed anima Alfredo Ferri, colse immediatamente l’opportunità di un avvenimento tanto prestigioso, che avrebbe dato lustro alla città ed offerto agli abitanti un’opera degna dei migliori teatri. Ferri garantì immediatamente la copertura di tutte le spese di non poco conto (riguardanti la trasferta di circa duecento persone tra coristi ed orchestrali, i relativi cachet, ulteriori quattro solisti di consolidata fama, il Direttore concertatore Mino Bordignon, ormai di casa a Treviglio,

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l’allestimento del palco, la cena di rappresentanza e quant’altro necessitasse per rendere l’avvenimento memorabile). La Cassa Rurale avrebbe così festeggiato con un avvenimento culturale di alto lignaggio il 90° anniversario della propria fondazione ed il 60° anniversario della morte del suo fondatore Mons. Ambrogio Portaluppi. Il Coro ICAT, alleggerito da qualsiasi problematica economica, si sarebbe occupato in toto della parte organizzativa e promozionale dell’avvenimento. La sera di sabato 14 gennaio 1984 si tenne quindi l’importantissima esecuzione. In una Basilica di S. Martino letteralmente presa d’assalto e stipata persino in tutti gli altari minori, alla presenza di oltre duemila spettatori, di cui molti provenienti da tutta la Lombardia, nonché delle telecamere di Rai 3, si tenne con enorme successo una tra le più importanti manifestazioni culturali mai svoltesi a Treviglio. A sottolinearne la straordinarietà basti ricordare che l’allora Prevosto Mons. Cazzulani acconsentì che la Basilica fosse chiusa al culto, per quasi due giorni, per il montaggio e lo smontaggio delle impalcature necessarie per il coro e l’orchestra! Nello stesso anno il Coro prosegue nella consueta attività concertistica e nella partecipazione ai concorsi nazionali, conseguendo

tra l’altro la seconda vittoria consecutiva nel Trofeo Valle d’Aosta, a Verres. Contemporaneamente il Direttore lancia l’idea di una rivoluzione copernicana per il Coro: l’introduzione della sezione femminile, iniziando il conseguente lavoro, affascinante quanto impegnativo, mantenendo nel contempo in essere tutti gli impegni per la sezione maschile, tra i quali spiccano l’incisione del terzo Long Playing e l’invito al prestigioso concorso polifonico internazionale di Varna, in Bulgaria sul Mar Nero, unico coro invitato del mondo occidentale. Il disco 33 giri, dopo un intenso lavoro di registrazione e affinamento, viene presentato al pubblico alla fine del 1984 “... frutto di un lavoro molto serio - Per noi è in sé ragione di completo appagamento. Per quel che sarà in più, grazie!”, così recita il finale della presentazione del disco. Il 15 maggio 1985 l’ICAT, dopo una meticolosa preparazione, decolla per Varna, via Vienna e Sofia, dove i coristi per sei giorni vivono un’esperienza indimenticabile tra i momenti di gara, i concerti in varie località limitrofe, gli incontri con gli altri quotatissimi cori dell’est e con i vari esponenti della giuria, tra cui il presidente Mr. Chonev, che definisce “vellutata” la vocalità dei nostri, sottolineandone anche il “pathos interpretativo”. Impensabili sono state poi le accoglienze del pubblico a Balcik, residenza estiva di Nikita Kruscev, nella cattedrale di S. Alessandro a Sofia e nell’auditorium del Ministero delle Belle Arti in Varna, con ripetuti richiami alla ribalta per il giovane “dirigènt” Franco Forloni. Ciliegina sulla torta: l’incontro, unico trai cori par-


Personaggi & pofessioni

A sinistra la XIa Rassegna Canti Corali di Treviglio, esordio del Coro misto. Sopra scorcio del pubblico durante la la “Grande Messa in Si minore di Bach”. Sotto il Sindaco della città bulgara di Varna, il quarto da sx , riceve la Corale Icat

tecipanti, con il Sindaco di Varna, con scambio di doni ed un saluto per la nostra Amministrazione Comunale. Ma il 1985 è anche, e soprattutto, il culmine di un’esperienza corale pressoché unica che ha portato un gruppo di amici a frequentare palcoscenici prestigiosi riscuotendo successi straordinari quanto impensati all’inizio. Ma il suggello, per nuovi e ancora più ambiziosi traguardi, richiede la presenza della sezione femminile. Così dopo mesi e mesi di prove il 16 novembre, complice la ferrea determinazione di Franco Forloni, in occasione dell’XI Rassegna di Canto Corale cittadina, l’ICAT esordisce nella nuova formazione a voci dispari (miste), con la nuova denominazione Gruppo Corale ICAT, con ottimo gradimento di critica e di pubblico! Dopo altre esibizioni, sabato 5 aprile 1986 Forloni dirige per l’ultima volta il neonato Gruppo Corale ICAT in un concerto al Palazzo dei Congressi di Lugano, uno dei più prestigiosi palcoscenici d’Europa, dove in passato si è esibito il ghota della coralità italiana: l’INCAS, la SAT, i Tre Pini, i Crodaioli, tanto per citarne alcuni! Dopo il concerto, come preannunciato, Forloni lascia il Coro, causa i nuovi sopraggiunti impegni conseguenti alla sua recente laurea in medicina, conseguita con il massimo dei voti e lode. Con Franco il Coro è divenuto “internazionale” (con la partecipazione ai concorsi di Tour e Varna), acquisendo una nuova dimensione. La costituzione della sezione femminile e la trasformazione del Coro a voci miste ha completato l’opera di pochi anni vissuti molto intensamente. Grazie Franco e “ad majora”! Il Gruppo Corale ICAT è nuovamente senza Direttore per la terza volta, ma il futuro non spaventa. (10-continua)

I bei quarant’anni di Ferrara a Treviglio

Arrivato dalla sua Puglia quando le cartoline erano in bianco e nero, ha saputo seguire i tempi con il garbo e la correttezza dei comportamenti. Un successo che prosegue grazie soprattutto alla sua professionalità

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uarant’anni di attività svolta con successo hanno radicato, di fatto, nel tessuto connettivo del contesto Trevigliese un personaggio, come Ettore Ferrara, che ha connotato l’esercizio del suo Studio Immobiliare di una eleganza, un’umanità, un’empatia col cliente che appartengono alla sua personalità e al suo stile. Lo conosco da molti anni. Venuto giovane dalla lontana Puglia, ha conservato un suo modo un po’ bizantino di affrontare ogni discorso, ma ne emergono la correttezza del comportamento, il rispetto delle regole e la ricerca di soluzioni soddisfacenti ai problemi e ai bisogni di chi si rivolge al suo Studio. Uno Studio che nel tempo si è adeguato alla evoluzione del mercato con opportune tecnologie come una “Banca Dati” che, in tempi reali, fornisce e supporta tempestivamente l’iter delle pratiche commerciali. Ai complimenti per il successo crescente registrato nel quarantennio trascorso, a Ettore Ferrara l’augurio di

mantenere la serenità, la simpatia e l’ottimismo che si esprimono anche nell’esercizio quotidiano del suo lavoro. Giuseppe Piantoni

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Treviglio/Storie minime del ‘900

La nostra grande casa sulla ferrovia di Roberto Fabbrucci

A ridosso della passerella ferroviaria è visibile parte del palazzo rimasto dopo il primo abbattimento degli anni ‘50 per lasciar posto ai nuovi binari per Cremona. Una volta era un opificio con un “motore idraulico”, forse dei Curletti

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a nostra casa, acquistata dalla Montecatini a inizio secolo, probabilmente dai Curletti (dell’omonima ditta), era su tre piani, abitata negli anni ’50 da sette o otto famiglie. Era di fattura pregevole e formata da tre corpi, di cui due emergevano sul davanti con un porticato a terrazza a piano terra. Sul lato verso Sud c’era un’altra costruzione su due piani, lunga una cinquantina di metri, costruita successivamente e certamente non progettata per appartamenti, probabilmente rimediati poi negli anni successivi. Ragionevolmente una sovrastruttura su un vecchio palazzo, infatti le cantine più a nord erano antiche, alte quasi quattro metri, ampie e con soffitti a volta. Anche la palazzina più bassa aveva degli appartamenti, bilocali e trilocali su due piani nei quali abitavano alcuni impiegati, tecnici e operai. Negli anni tra il 1945 e il ‘72, in quegli appartamenti vissero le famiglie Possenti (elettrotecnico), Santo Gatti (amministrativo), Giuseppe Marani (padre custode e figlio Angelo ricercatore chimico), Graziano Taverna (amministrativo, cognato di Carluccio Bonfanti) e Artidoro Maccarini (operaio). Nell’edificio storico e negli stessi anni, si sono alternate altre famiglie: Ernesto Ferri (responsabile manutenzione e impianti, padre di Alfredo, presidente Crat), Enrico Tarugi (capo ricerca chimica), Mario Manenti (cavallante), Virginio Resmini (custode), la pensionata Geltrude Gelli con la figlia Teresina Pennati (operaia), Mario Settembrini (amministrativo), Mario D’Adda (operaio) e la nostra famiglia. Qualcuno diceva che il nostro palazzo, grande e più antico, fosse stato utilizzato come prima stazione ferroviaria di Treviglio a metà ‘800; in realtà la prima stazione pare fosse l’edificio poi adibito a Dopolavoro e a metà strada tra la passerella di via Redipuglia e la Stazione Centrale. Probabilmente il nostro palazzo era un opificio, forse dei Curletti, avendo un “motore idraulico” sul retro, dove era ancora presente una struttura fatta di pietre che nel passato aveva sostenuto una ruota di mulino. Infatti, sotto casa mia passava un fosso e proprio in quel punto le chiuse imbrigliavano l’acqua in un budello di cemento, “sparando” un grande getto d’acqua

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che andava a cadere proprio sotto una delle due finestre della cucina, trasformandola in un luogo che viveva perennemente nell’umidità e con un fragore di una cascata simile a una pioggia scrosciante e continua. Ho comunque bei ricordi di quel posto: lo sbuffare delle locomotive a vapore, lo sferragliare dei vagoni e delle carrozze sui binari, il rombo del locomotore diesel da manovra Truman (dal nome del presidente Usa), uno dei tanti locomotori lasciati dagli americani dopo la guerra. Poi il rumore dei carretti e i nitriti dei cavalli che li trainavano, animali massicci con garretti, stinchi e zoccoli enor-

mi, che arrivavano dalle cascine, oppure da Calvenzano e andavano e venivano da Treviglio. Alcuni carri ritornavano dopo aver scaricato alla Montecatini le ossa fresche ritirate dai macelli, altri se ne tornavano in cascina dopo essere stati nei mercati. La maggior parte delle ossa le portava l’azienda di Martino Bergamini, ditta che le raccoglieva dai macelli di tutta Italia, evolvendosi poi negli anni, fino a trasformarsi in una delle più importanti società mondiali di base alimentare per animali. L’asfalto sulla strada non c’era e la polvere d’estate copriva ogni cosa, così mamma o papà, e da grandicelli noi figli e qualche vicino, vi buttavamo secchiate d’acqua, fino a quando non si decisero a installare un rubinetto e con ciò trasformarono l’operazione in un’annaffiatura della carreggiata assai divertente. Dall’altra parte della ferrovia era abituale osservare il casellante che controllava l’attraversamento del passaggio a livello e gli inter-


ANTONIO SOLIVARI GRAFICA E STAMPA Il palazzo della Montecatini in uno scatto del 15 Marzo del 1935. Il capo di bocce era del Dopolavoro Ferroviario, alle spalle del fotografo. A sinistra nella Topolino appena acquistata, Pierino Cristofori, in piedi Bruno Fabbrucci, entrambi dirigenti della Montecatini. Sotto un’originale foto ricordo su locomotiva alla Stazione Centrale (1933)

minabili convogli in manovra. I locomotori spingevano o trainavano decine di carri, con lo scopo di riorganizzare carrozze e vagoni merci nel binario o nel deposito; un lavoro complicato che serviva a staccare vagoni per smistarli e predisporli per il percorso programmato: Milano, Brescia, Cremona o Bergamo. Manovre per noi divertentissime, fatte da tante piccole spinte del locomotore che lanciava i vagoni, in corse a volte incontrollate e devastanti che finivano con “sparare” i convogli contro i respingenti alla fine del binario morto. A causa di tanto impeto una volta, quando ero già un giovincello e il passaggio a livello era stato sostituito da una passerella, ci trovammo uno di questi vagoni quasi in casa, questo dopo aver distrutto il muro che faceva da barriera alla ferrovia sotto il ponte pedonale, arrivando a due metri dal condominio. Fu di notte e neppure mi svegliai tanto dormivo profondamente. Qualche anno prima, quando la passerella non c’era e le sbarre regolavano il flusso dei veicoli sulla nostra strada, accadeva spesso di fermarci a guardare lo “spettacolo” dei treni pendolari fermi. Erano gli anni immediatamente successivi al dopoguerra, quando mancando convogli passeggeri, i lavoratori salivano sui tetti delle carrozze, sui vagoni adibiti al trasporto del bestiame, nelle cabine dei frenatori (ogni vagone ne aveva una), e persino tra i respingenti. Addirittura si arrivava a viaggiare sul tetto e sul muso del locomotore; chi invece riusciva ad accomodarsi sul cumulo del carbone del treno a vapore poteva rilassarsi al sicuro, si piegava il cappello sugli occhi e si appisolava. I treni, tranne i direttissimi Milano-Venezia e l’Orient Express (Parigi-Istanbul), erano lenti, tutti irrimediabilmente lenti. E in quelle pause, che costringevano cavallanti, autisti e ciclisti a interminabili attese, riuscivamo a conoscere quello che succedeva nel mondo, cioè a Treviglio e Calvenzano.

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La drogheria in via Roma e quei profumi di Lucietta Zanda

Sono trascorsi quarant’anni dalla chiusura del negozio d’angolo tra Via Roma e Vicolo Facchetti, ma per chi ha vissuto quegli anni tornano in mente i profumi di spezie della drogheria di Rachele Vismara e Salvatore Fumagalli

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pesso, più della memoria, i nostri sensi ci aiutano a tornare indietro nel tempo riportando al nostro cuore e alla mente - come fosse ieri - emozioni, sensazioni e ricordi ormai persi negli anni. Una musica, un suono o certi silenzi della natura, un sapore particolare della nostra infanzia, una sensazione di morbido tra le dita... Ancora una volta sarà l’olfatto a guidarci nel nostro racconto sulla vecchia ma indimenticata drogheria Vismara Fumagalli di Via Roma, ormai chiusa dal 1975. Appena entrati, era, infatti, un misto di fragranze esotiche ad accogliervi: caffè, cioccolato, noce moscata, legno stagionato e... Una leggera scia di sapone Palmolive. Gli allora titolari del negozio, Rachele Vismara e Salvatore Fumagalli, arrivano a Treviglio nell’agosto del ‘58 con le loro bambine Dede di nove anni e Tina di dodici. Abitavano a Oggiono, un paesetto di quattromila anime della vicina Brianza dove avevano gestito per dodici anni un bar-tabaccheria sul piazzale della stazione ferroviaria. Me lo racconta Dede, che rivedo sempre volentieri, mia allegra compagna di giochi e risate di quegli anni perché la drogheria era proprio di fronte al negozio di elettrodomestici del mio papà. Non è cambiata affatto... Sono sempre vividi in lei il calore del cuore, la familiarità dei modi e quegli occhi attenti, vivacissimi. Mi ricordo bene i suoi genitori, Salvatore con due baffetti impertinenti a renderne

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scherzosi i tratti del viso gioviale. Sempre di buon umore, col suo camice nero andava e veniva dal magazzino stipato di merce da cui faceva le consegne a domicilio . Sua moglie Rachele, con il suo grembiule azzurro da negozio, lucida ed energica... Una donna pratica di quelle cui allora avresti potuto affidare la guida di un TIR da Milano a Reggio senza problemi. Un vero caporale maggiore, ma gentile, precisa, ordinata.. Dede ricorda quanto quell’attività ad Oggiono fosse impegnativa per i suoi. Iniziavano alle cinque del mattino per servire ai pendolari della brumosa alba brianzola il “grigio verde”, una mistura alcolica micidiale degna di un camionista turco, che gli avventori bevevano battendosi le mani a coppa sulle braccia per scaldarsi le vene prima di infilarsi sui treni. Si chiudeva a mezzanotte per il bicchiere della staffa dell’ultimo assonnato viaggiatore e Salvatore, sbadigliando, tirava giù la saracinesca, raggiungendo finalmente la famigliola nell’abitazione sopra il negozio. Rachele gli dava il cambio ma… pesava. L’occasione per il classico giro di boa si presenta nel 1958, quando un cugino di Salvatore che aveva rilevato a Treviglio la drogheria Cavagna di Via Roma, si offre di cedere ai Fumagalli l’attività. Il passaggio di mano è presto fatto. L’arredamento viene mantenuto tale e quale, imponente e serio, fa molto India... Un enorme bancone di massello di ciliegio scolpito si stagliava appena dentro a destra lungo

la parete principale, con i suoi pesanti cassettoni, le due bilance e il vecchio registratore di cassa con la manovella in alluminio marrone della National, probabile reperto di epoca pre-cristiana. Una massiccia scaffalatura piena di vasi e cassettini incombeva inoltre sul bancone, accompagnandolo fino all’ingresso dell’abitazione dei gestori confinante sul fondo col negozio. L’inserimento nel contesto sociale è abbastanza semplice e facilitato dal carattere aperto e facilmente adattabile della famiglia. Rachele si intesta l’esercizio e un anno dopo Salvatore con altri esercenti fonda la SADRO, un gruppo solidale di acquisto per salumieri e droghieri di cui diventa Presidente. Le bambine intanto vanno a scuola e Tina, la maggiore, aiuta in negozio. Si vendevano spezie sfuse come cannella, pepe, noce moscata... Ma anche uva passa, liquirizia purissima a pezzi e radice di rabarbaro, polvere di bicarbonato e cremor tartaro per i biscotti. E ancora cioccolato a pezzi e crema di cioccolato da tagliare col coltello, tipo Nutella, ma solida. A sinistra sono riconoscibili Tina, accanto alla mamma Rachele Vismara, mentre Adele é accanto al padre Salvatore Fumagalli. Sotto i coniugi Fumagalli ad una cena tra colleghi. A destra un’incontro Sadro.


Sopra la via Roma tra le due guerre, a destra, oltre il gruppo di persone, quello che diventerà la drogheria Fumagalli. A destra le sorelle Tina e Adele Fumagalli

La signora Rachele, che era anche un po’ taumaturgica, sapeva inoltre preparare da un’antica ricetta un buonissimo decotto a base di cassia in canna, polpa di manna, foglie di senna e pezzi di liquirizia. Era un regolatore intestinale come pochi e nessun trevigliese che conoscesse la negoziante soffriva di stipsi, altro che Guttalax! Un bicchiere di quel rimedio stava alla pancia come l’acido solforico allo scarico di un lavandino! Ricordo la prima volta che Dede mi fece assaggiare quel composto... Lo trovammo così buono che ci facemmo merenda... E poi non fummo in grado di andare a scuola per due giorni filati! La mia mamma voleva denunciare la signora Rachele per... Porto abusivo di decotto! E c’erano tante caramelle colorate in grossi vasi di vetro: chi non ricorda i brutti e buoni, i tripolini, gli zuccherini nella loro velina sfrangiata, le nere giuggiole gommose, le Valda e le gocce di pino, quelle degli anziani, che lasciavano in bocca il gusto della naftalina?! A quell’epoca si vendeva ancora lo zuc-

chero sfuso, a mezzo chilo per volta, da impacchettarsi nella speciale carta ruvida blu, che Tina e Rachele richiudevano a cartoccio con un abilissimo giro di dita che neppure il mago Silvan sarebbe stato in grado di fare. Si vendevano inoltre pregiate miscele di caffè arabiche da macinarsi al momento nelle campane di vetro del macinacaffè professionale. Chi non aveva abbastanza soldi da investire poteva ricorrere al caffè surrogato a base di cereali tostati - le cosiddette miscele - da prepararsi con l’acqua nel pentolino... Favo, Leone, Vecchina, vendute nei pacchettini di grezza carta marroncina. Oltre ai prodotti alimentari il negozio vendeva anche quelli per la casa, alcuni dei quali sfusi da spillarsi direttamente dalle damigiane: candeggina e acido muriatico, lisciva per il bucato, DDT per le mosche da dare con la pompetta, sì proprio il famoso “flit”. E acido solforico comprato dagli stagnari per il loro lavoro. I detersivi per piatti e bucato di allora erano solo in polvere e questi ultimi -Tide, Omo, Olà, Supertrim - venivano acquistati soprattutto dalle lavandaie, che passavano dalla loro clientela a ritirare la biancheria da lavare e la riportavano pulita. Chi ha la mia età se lo ricorda certo il fosso di Via Cavallotti con le sue lavanderine inginocchiate sull’asse di legno a sciacquare i panni, e la loro “Radio Bradela” - dal nome dell’asse - una specie di conversazione intellettuale a base di “te oi te ghe sait de chel lè…”. Insomma il gossip cittadino di quei tempi. Spesso si sentivano cantare, il canto di una invitava le altre ad unirsi, e il repertorio andava da Claudio Villa al Trio Lescano, compreso qualche canto delle mondine lodigiane. Quel mondo pittoresco sparirà negli anni ’60 con l’arrivo della lavatrice in tutte le case. Vi era inoltre un reparto dedicato ai prodotti di bellezza, con il primo espositore cosmetico completo della Rimmel in esclusiva per Treviglio; prodotti alla portata di tutte le tasche soprattutto delle ragazzine, che finalmente potevano truccarsi alla grande senza spendere un capitale. Chiedo a Dede cosa ricorda di quegli anni incredibili e sereni che abbiamo condiviso. Ride.

«Mi è rimasta impressa soprattutto la difficoltà iniziale a decodificare il dialetto trevigliese, in un’epoca in cui la gente comune si esprimeva praticamente solo con quello, così diverso dal brianzolo” - mi dice - «Ricordo la prima volta che chiesero a mamma il “bertegnì”: scoppiò a ridere ancor prima che le spiegassero che si trattava del merluzzo secco da ammollo, che si cucinava in umido il venerdì». E naturalmente ricorda come fosse amichevole il rapporto non solo con la clientela, ma con gli stessi commercianti della via Roma. «Gli scambi - aggiunge - erano più umani ed estesi e sfioravano spesso l’intima confidenza, al punto che spesso, quando qualche cliente era in vena di sfogo, la mamma allontanava con uno sbrigativo “va de là” noi due sorelle, prima che qualche frase appena sconveniente potesse “contaminare” la nostra fresca ingenuità». Nel 1971 a Treviglio apre l’UPIM, gettando nello sconforto generale i negozianti del Centro. Fu un vero disastro per tutte le vecchie attività i cui effetti si fecero subito sentire. Molte sparirono chiudendo i battenti, arrendendosi impotenti al progresso che avrebbe snaturato per sempre la natura del nostro Centro Storico. Salvatore e Rachele resistono fino al ’75, ma poi chiudono anche loro decidendo di tornare alla loro Brianza sempre portata nel cuore. Nella loro nuova casa accoglieranno anche Dede e Attilio Galimberti, novelli sposi, che si fermeranno con loro quattro anni prima di tornare a Treviglio. Il negozio verrà rilevato e trasformato in pasticceria dai signori Carini che avevano già un laboratorio di dolci nell’adiacente via dei Facchetti. Rachele e Salvatore se ne sono ormai andati da un po’, anch’essi indimenticati protagonisti di quegli anni irripetibili e meravigliosi che hanno fatto crescere Treviglio. Ma passando da Via Roma, dove avevano il negozio, provate ad annusare l’aria... Sentirete ancora un po’ di quel profumo di noce moscata, cannella, caffè e legno stagionato... Con una lieve scia di sapone Palmolive… Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Il palazzo fantasma era una filanda Mesi di ricerca su Facebook nel gruppo di Virginio Monzio Compagnoni per scoprire cosa fosse quel palazzo molto alto che si vedeva in alcune vecchie cartoline. Poi appare una fotografia inedita che svela parte del mistero...

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ella scorsa primavera la cartolina di un palazzo misterioso appare improvvisamente sulla bacheca di “Treviglio Amarcord”, un gruppo di Facebook con 1.700 utenti diretto da Virginio Monzio Compagnoni. Gruppo che ospita migliaia di foto e cartoline di Treviglio degli ultimi cento anni, una miniera interessantissima, anche perché dietro ogni foto si nascondono storie che andrebbero raccontate, e abbiamo intenzione di farlo nei prossimi mesi. Insomma, questo palazzo lo si vede per la prima volta da una foto scattata da dietro la Stazione Centrale, probabilmente all’inizio del ‘900. Ci si sbizzarrì un po’ per vedere in che posizione potesse essere questo edificio di quattro piani, io mi divertii anche ad utilizzare la mappa satellitare e ad incrociare i punti di riferimento per trovare la posizione del fotografo e quindi del palazzo: viale De

Gasperi alla fine dei palazzoni attuali e prima del palazzaccio area ex Sai. Fin dall’inizio, invece, Pier Alessandro Oggionni colpì il bersaglio: «Un opificio o una filanda, forse nella zona Unes di viale De Gasperi». Così il dibattito andò avanti fino a quando apparirono nuove cartoline che evidenziavano abbastanza bene la posizione (vedi foto in alto), quindi nuove discussioni, fino all’arrivo della cartolina eccezionale di Marco Falchetti (quella sotto). Così il mistero viene svelato: è la Filanda De Gregory, che appare nella sua interezza e fascino. La rivelazione è di Luigi Minuti, al quale mi sono rivolto privatamente, che comunica: «Era dei De Gregory dal 1808, filanda poi ceduta ai Paladini alla fine dell’800, che provvidero a sopralzarla come appare nella foto». Qualcosa aveva già svelato la signora Paola Moro Vailati, di “Moto Guzzi Vailati” di

A sinistra uno scatto fatto probabilmente dal palazzo tra via Fantoni e via De Gasperi, sopra da una finestra dalla Stazione FS.

piazza Insurrezione: «Infatti della presenza di una filanda lo avevo appreso dalla signora Eva Parigi (classe 1900), zia di una cugina». Così decido di andare a sincerarmi sul posto dove, guidato dalla stessa signora Paola, entro nell’officina Vailati. Soffitti che superano i quattro metri, finestre posizionate in alto, insomma un richiamo ad una struttura storica. Dall’esterno, ovvero via Moroni, si comprende che anche gli appartamenti sovrastanti l’officina, e quelli accanto del supermercato Unes a destra e di un palazzo a sinistra, originariamente potevano far parte della Filanda. Poi, con tutta probabilità il filatoio - come suggerisce la signora Moro - era dotato di mulino che veniva utilizzato come forza motrice, questo grazie allo sbalzo della roggia, ora interrata, che arriva da viale Filagno e che costeggia la Guzzi, l’Unes, quindi attraversa Piazza Insurrezione sotto i palazzi a sud, girando in via Massimo d’Azeglio, poi in via Curletti, via Redipuglia e giù verso Calvenzano. Rimane il mistero della data di demolizione di parte dell’edificio e del fatto che la presenza di quella filanda sia passata sotto silenzio per quasi un secolo. Indagheremo. (r. f.) A sinistra il palazzo fantasma visto dall’attuale Piazza Insurrezione, sotto l’edificio attuale all’ingresso di via Moroni, ciò che imane del vecchio palazzo

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La banda della Varisèla di Carmen Taborelli

Settant’anni fa si giocava così nella piazzetta, un po’ riservata, cui si può accedere da via Sangalli

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n piazza Manara, all’esterno del caffè Milano, mi siedo accanto a Giandonato Tito. Con l’atteggiamento rilassato tipico dei pensionati, che si sentono un po’ padroni del tempo, guardiamo insieme una foto di gruppo, risalente a oltre settant’anni fa. “È la banda della Varisèla – puntualizza senza esitazione Giandonato -. Ogni rione, ogni cantù aveva la propria banda. Composta da tutti i ragazzini che vi risiedevano, esprimeva l’appartenenza a un’entità circoscritta e ben connotata. Tra le bande del cantù culéc’, del cantù d’ì Madre, del Revellino, d’i telemòre, de l’üspedàl e degli altri rioni non c’era rivalità, ma soltanto un distinguo territoriale. Però la migliore era la nostra: la banda della Varisèla, che prendeva il nome dall’omonima piazzetta, formata dalla depressione del terreno; il punto più basso del centro storico, ancor oggi esistente nel cuore della città”. Come un fiume in piena, il mio interlocutore inizia a raccontare, precisando che, nella foto, la banda non è al completo; mancano i fratelli Manenti (soltanto loro erano sette!), i cinque fratelli Rivoltella e i bambini di via Sangalli. Ci sono, invece, (in piedi, da sinistra) Giosuè Rovati, Terzo Bertelli (con la visiera del berretto calata sugli occhi), Giandonato Tito (col berretto stile militare), Angelo Agazzi che adesso abita a Fara e Ugo Crippa; in basso, da sinistra, Arnaldo Agazzi (residente a Fara come il fratello Angelo), Pinuccia Crippa (sorella di Ugo, ammessa alla combriccola per gentil concessione dei maschi) ed Ermanno Ardemagni, emigrato in Belgio e figlio del fornaio di via Roma. I più grandi del gruppo hanno dodici anni; abbastanza evidenti l’intesa complice e la loro espressione burlona. L’abbigliamento dei ragazzini è autunnale. I maglioni sono a strisce multicolori, fatti rigorosamente a mano, con lana riciclata. I calzoncini di Arnaldo, poi, la dicono lunga. Troppo stretti: la pàta, l’abbottonatura, è, infatti, un po’ aperta; un tempo forse erano lunghi. Usciti non da una boutique, ma dalle mani operose di mamma Rosa, che, oltre ad Angelo e ad Arnaldo, aveva altri tre figli da crescere. La paga del marito Giuseppe, addetto alla lavanderia dell’ospedale, non permetteva distrazioni di sorta. “La piazzetta era il nostro regno – racconta Giandonato, in una sorta di revival degli anni Quaranta -. Dopo la scuola, vi passavamo qua-

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si tutto il pomeriggio. Soltanto una corsa fugace in casa a prendere la merenda (col burro, per i più fortunati) e poi via di nuovo a giocare fino a sera”. D’inverno giocavano a palle di neve, simulando un combattimento. Oppure si divertivano a fare le “brüsciaröle”, pressando per bene la neve per poi scivolare. La neve era tanta e in piazzetta restava molto a lungo. Non c’era lo spazzaneve, ma soltanto due netturbini: Corazza e Grazioli (quest’ultimo poi promosso a vigile urbano), armati di pala e di scopa saggina. D’estate giocavano a piedi nudi. La vita era grama e pochi i soldi in circolazione. Mettevano le scarpe soltanto per andare a scuola e per le occasioni importanti: per fare la foto, ad esempio! Spesso giocavano a biglie; usavano quelle di vetro, che stanno tornando di moda. Le più diffuse erano di terracotta; dopo due tiri però si rompevano. Le “vedre” erano invece più resistenti; si trovavano dentro le bottigliette di gassosa. Chi aveva qualche spicciolo in tasca poteva permettersi di comprare le “cristàle”, molto belle, trasparenti e colorate all’interno. Alternativa alle biglie, era lo “garlimpì”. Se

il legnetto finiva sul tetto di casa del macellaio Colleoni, il gioco terminava all’istante. C’erano, poi, il gioco della stecca e quello, un po’ più complesso, difficile persino da raccontare, fatto di tante buche allineate, da centrare con le palline. Ogni giocatore era titolare di una buca. La combriccola giocava anche a rimpiattino. I sei portoni di legno massiccio, che si aprivano direttamente sulla piazzetta, erano sempre aperti e spalancati, permettendo di nascondersi dentro ai cortili, nelle stalle e fin sopra i solai. Le giornate di pioggia obbligavano a giochi meno dinamici: ad esempio, “alle figurine” dei calciatori o degli aerei. Ognuno ne aveva una piccola collezione. Le migliori erano quelle di Ugo. Gliele regalava suo padre, il maresciallo pilota Goffredo Crippa, medaglia d’argento, morto nel 1940, nel cielo del Mediterraneo, durante una delle prime incursioni aeree. Seduti per terra, sotto i porticati dei loro cortili, di frequente giocavano a “punta mazzetti”, usando le carte unte e bisunte, avute in omaggio dal gestore della “Lupa”: osteria, sala da ballo, alloggio e stallo di piazza Vallicella. Un concentrato di funzioni e servizi. Il tempo della vendemmia garantiva un altro divertimento. Quando al papà di Giandonato, commerciante di vino, arrivava dal meridione la fornitura di uva, tutti venivano reclutati per pigiarla, a piedi nudi s’intende, dentro a un grosso tino di legno. Ridevano a crepapelle, pur sapendo che le loro gambe sarebbero rimaste violacee per molti giorni a seguire. Il gioco più praticato in assoluto era però la palla, come quella di gomma e un po’ singolare che Angelo, nella foto, ha tra le mani. I palloni di cuoio erano troppo costosi e non certo alla loro portata. E allora? Allora si accontentavano di usare la peretta del clistere. Il gommista di via Sangalli toglieva la parte appuntita e metteva una pezza col mastice. I calci, i sassi appuntiti, il muro scrostato e irregolare la mettevano ben presto fuori uso. Se il guasto era minimo, bastava una corsa dal gommista. Altrimenti, una colletta, nemmeno due lire, per acquistare un altro clistere da Piccinelli, in via Verga: la farmacia più a portata di mano. Il campo da gioco non era delimitato. Valeva tutta la piazzetta. Sui due lati più lunghi c’e-


Treviglio/Curiosità

rano le porte. L’una tracciata sul muro di casa Colleoni, usando un pezzetto di gesso rubato a scuola il giorno prima. L’altra coincideva col portone dei Rivoltella, detti “Sicoria”, che abitavano nella casa antichissima, forse addirittura medioevale, di proprietà dei Renzanigo. Le partite erano amichevoli e dell’arbitro non c’era proprio bisogno. Le regole, poi, erano poche. Importava soltanto correre dietro alla palla e centrare la porta avversaria. Giocavano in dieci, in venti, talvolta anche di più. I ruoli non erano fissi. Giandonato, a detta di tutti, era il migliore; gli altri più o meno “scartù”. Le distorsioni delle caviglie e le sbucciature alle ginocchia erano all’ordine del giorno. Niente drammi però; bastava un po’ d’acqua sulla ferita e via di nuovo a giocare. Di tanto in tanto, la banda si avventurava fuori dal “res”, dalla cinta urbana, per andare in via Calvenzano a scalare “i pirite”: i mucchi di terra rossa, residui di lavorazione della Montecatini. Sulla strada del ritorno, c’era il tempo per rubare i pomodori nell’orto dei signori Grignani di Spino e per recuperare, tra gli scarti della soffieria Murano, dei tubicini di vetro. Ne bastavano pochi centimetri per fare le cerbottane. Solo la fatica e la sera incombente segnavano la fine dei giochi. Un catino smaltato pieno d’acqua rimediava al sudore, ai piedi sporchi e alle unghie orlate a lutto. E prima di cena, c’era sempre qualche incombenza da svolgere: una corsa dal droghiere “Morgula” a comperare il lardo per la minestra e un etto di salsa, oppure da “Ginetta” a prendere il latte con il pentolino dal manico tondo d’ottone. Giocavano così i ragazzini, settant’anni fa. Stavano insieme condividendo il tempo e lo spazio. Si divertivano con giocattoli costruiti con fantasia e abilità. I litigi erano pochi. Le scaramucce risolte tra loro. L’amicizia, invece, era forte e sincera. Giandonato e io, dando un ultimo sguardo alla foto di gruppo, ci rendiamo conto, con malcelata tristezza, che quattro amici su otto non rispondono più all’appello. Ermanno, Giosuè, Terzo e Ugo stanno già dormendo sonni eterni, o, come dicono gli alpini, “Sono già andati avanti”.

Specialità della Farmacia Torelli di Carmen Taborelli

“Il Pappino di Coccaglio”, allora ritenuto un toccasana per i bambini, veniva venduto cent’anni fa nella farmacia di via Zeduro, oggi via Roma

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ent’anni fa, la farmacia trevigliese di via Roma (via Zeduro fino al dicembre 1912), gestita dal dott. Pericle Torelli, lanciava sul mercato l’“Antico Pappino di Coccaglio per bambini: tipo Unico premiato all’Esposizione Arti e Industrie di Roma con gran medaglia d’oro e diploma di Croce al Merito. Preparazione esclusiva della premiata farmacia del cav. Tibaldi, chimico farmacista di Coccaglio”. Il Pappino era raccomandato per guarire la salivazione abbondante, il vomito, i dolori, le infiammazioni intestinali; era ottimo contro il rachitismo, utilissimo nel periodo dello svezzamento, efficace ricostituente essendo a base di glicerofosfati, di miele purissimo e di erbe aromatiche. Insomma, si trattava di un toccasana, di un balsamo prodigioso, che, se assunto nelle dosi consigliate, faceva persino dormire i bambini più irrequieti. “È una pappa buonissima, dolce, delicata; favorisce lo sviluppo fisico dei più piccini, aumentandone il peso e rendendoli paffuti”: così il Pappino era reclamizzato sul settimanale locale “La

Sveglia”. Diventando poi più serrata, la pubblicità si rivolgeva direttamente alle mamme. Facendo leva sulla loro proverbiale apprensione, le esortava ad acquistare il ricostituente messo in vendita a 70 centesimi il vasetto: “Madri, se volete i vostri bambini sani, robusti, allegri e non rachitici, se volete vederli riposare e dormire dopo essere stati meglio nutriti, adoperate senza rincrescimento il Pappino e consigliatevi con chi ne ha già fatto uso. Va somministrato ai bambini di età non inferiore ai due mesi, in quantità uguale ad un chicco di granoturco, due volte al giorno, prima di metterli a coricare, aumentando la dose fino al triplo”. Ma che cosa veramente era il Pappino: una specialità medicinale, un prodotto galenico, un integratore alimentare? Aveva davvero l’efficacia dichiarata? Difficile dirlo. A quel tempo non c’erano regole da rispettare e nemmeno controlli in merito alla qualità, all’efficacia e alla sicurezza cui sottostare. Si poteva pubblicizzare e vendere quasi di tutto, molto spesso facendo leva sull’ingenuità della gente.

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Treviglio/Personaggi & professioni

Mario Leoni, fotografo per passione di Ivan Scelsa

I ricordi, immortalati in migliaia di scatti dal fotografo trevigliese, narrano la storia di ognuno di noi

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arlare di fotografia con Mario Leoni è come sfogliare un album di famiglia. Coinvolge e solletica la fantasia, i ricordi. Rivivere la Treviglio del Novecento equivale ad immergersi nel vissuto di persone che sono la

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vera storia della Città. Classe 1931, attivissimo e lucido nel ricordare ogni singolo scatto effettuato in una carriera iniziata negli anni Cinquanta quando, ad appena vent’anni, con l’amico Giuseppe Cesni, fonda lo studio “Foto Attualità” in piazza Setti. Nel pieno del secondo conflitto mondiale, all’età di 12 anni, Leoni incomincia a lavorare dapprima come elettricista presso le officine OTEM di via dei Mille dove, imparato il mestiere, rimane per un paio di anni prima di passare alla manifattura tessile della MTE per un analogo periodo di tempo. Ma l’aria nuova del dopoguerra consolida quella che fino a quel momento per Mario è stato solo un hobby. L’attività di fotografo intrapresa con Giuseppe Cesni lo porta a vivere la strada, le vicissitudini della gente, in un’alternanza di emozioni tra la festa e il dramma. Dai servizi per le comunioni e per le cresime fino al luogo del crimine, quello più efferato, a stretto contatto con Polizia e Carabinieri, per immortalare i dettagli di incidenti

A sinistra Mario Leoni, fotoreporter a seguito di una gara ciclistica, sopra Mario è al centro con camicia scura, con le maestranze della Otem, prima azienda in cui ha lavorato. A destra Leoni riprende la volata.

stradali e dei delitti per conto de “L’Eco di Bergamo”. Persino l’Ospedale richiede la presenza della sua Super 8 per riprendere le fasi degli interventi chirurgici più delicati. Ma tra i suoi scatti anche quelli realizzati al seguito delle sue grandi passioni sportive: il calcio ed il ciclismo, seguiti sponsorizzando “La Trevigliese” tanto quanto pedalando sulle strade della Regione al fianco di giovani promesse. Lui stesso in gioventù si rende protagonista in più gare: una passione che tutt’oggi lo accompagna e che anima le pedalate con gli amici della “GS Città di Treviglio”. Le foto che ci mostra Mario sono tante, davvero. Sono tutte digitalizzate pur essenUn paio di foto scattate in occasione di manifestazioni di piazza a Treviglio. Si noti sotto la “chicca” del motociclista che attraversa rombante -in pieno concerto- e con la sigaretta in bocca


do state scattate anche oltre settanta anni fa. È tutto meticolosamente catalogato ed organizzato e, a specifica richiesta, dal computer che usa con estrema naturalezza spunta la fotografia giusta. I ricordi dei concorsi del Cineclub che negli anni ‘70 animava la sana competizione tra fotografi e cineoperatori locali, quelli dei viaggi all’estero per seguire eventi e competizioni per conto de L’Eco di Bergamo. E ancora: Gimondi vincitore con la Bianchi al Campionato del Mondo di Barcellona, la corsa “Treviglio-Oltre il Colle” (vedi articolo di Ezio Zanenga dedicato a quella manifestazione sportiva nella pagina successiva) le manifestazioni di piazza e le celebrazioni, le sere nebbiose e le fredde notti in cui la moglie Lina lo accompagnava, anche solo per fargli compagnia. Ricordi di una vita, quella di Mario, che ripercorriamo fotogramma per fotogramma, mai annoiati, sempre col sorriso, ascoltando il racconto e l’ennesimo aneddoto legato a quello scatto custodito nel cassetto di ogni trevigliese.

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Storia/Pedalando nel tempo

C’era una volta la Treviglio-Oltre il Colle di Ezio Zanenga

Scrivo e pedalo, pedalo e scrivo. Un tuffo nel passato legato al ricordo di una gara ciclistica che, per quindici anni, costituì un evento non solo sportivo ma occasione di incontro, di aggregazione e di amicizia per molti trevigliesi

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reviglio-Oltre il Colle: due località, due scenari naturali diametralmente opposti, uniti da una competizione sportiva. Dalla pianura alla montagna, dalla Geradadda alla Val Brembana prima, alla Val Serina poi, quindi ai piedi del Monte Alben. Un appuntamento che ormai da molti anni non è più, ma è entrato nella ‘storia’ della nostra città perché il fatto sportivo non era disgiunto da quello popolare. Il tutto incominciò nel 1960. Da cinque anni veniva organizzata una gara ciclistica per allievi intitolata al concittadino Bruno Tura, presentando sempre dei percorsi ‘piatti’. A lungo andare rischiava la monotonia. Il Gruppo Sportivo Semenza, organizzatore della gara, nella persona del presidente Antonio Semenza e dei suoi più vicini collaboratori (Ambrogio Possenti, Mario Fontana, Paolo Sudati, Bepi Bertelli) pensò e propose un percorso ‘rivoluzionario’: da Treviglio a Oltre il Colle! L’evento vide la partecipazione di 194 corridori e fu occasione per molti trevigliesi tifosi di ciclismo, ma anche per tante famiglie, di una gita ‘fuori porta’. Fu addirittura organizzato un pullman. Il banchetto sociale al termine della manifestazione vide ospiti i piccoli dell’Orfanotrofio della nostra città che si trovavano nella Colonia trevigliese di Oltre il Colle... E proprio due di loro consegnarono all’arrivo il mazzo di fiori al vincitore Felice Gimondi, mentre Antonio Semenza consegnava la Coppa Bruno Tura all’U.S. Sedrinese. Al quinto posto Gianni Motta. Cinque

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anni dopo (1965), Tour de France: Gimondi primo, Motta terzo! L’anno successivo, 1961, i due più dinamici fotografi del mondo, Giuseppe Cesni e Mario Leoni, fanno loro il progetto ‘Oltre il Colle’ con la ‘Coppa Foto Attualità’, arricchendo il montepremi, invitando i migliori atleti nazionali, coinvolgendo ancora di più amici, tifosi, autorità. La collaborazione e la disponibilità dell’Amministrazione Comunale e della Pro Loco di Oltre il Colle è entusiastica. Una corsa ciclistica diventa così non solo il gesto atletico del corridore in salita, ma quel-

A sinistra il vincitore della prima edizione del 1960, Felice Gimondi, mentre riceve i fiori da due piccoli dell’orfanotrofio di Treviglio. A destra il presidente del G.S. Semenza Antonio Semenza. Sopra: la copertina dell’opuscolo di presentazione della Treviglio Oltre il Colle 1966; poi la premiazioni dell’edizione 1965. Da sx: il fiduciario FCI cav. Giuseppe Moneta, il Sindaco di Oltre il Colle dr. Roberto Meli, la miss, il dr. Luigi Donarini, Ezio Zanenga, Alessio Facchetti e Giuseppe Cesni.

lo del ritrovarsi, dello stare insieme, dell’amicizia. Quindici edizioni consecutive, gli ultimi anni sponsorizzata ‘Crebet’, ‘Latina Assicurazioni’ e ‘Fontana Legnami’. Al G.S. Semenza succedette il Pedale Sportivo Trevigliese, alla presidenza di Antonio Semenza seguirono quelle di Giulio Carminati, Luigi Donarini, Giuseppe Cesni, Enzo Ferrentino, Agostino Melli. Poi nel 1975, complice una frana sul percorso, la gara fu dirottata a Dossena … E non tornò più in Val Serina. Problemi di traffico, di sponsor, di assuefazione e lo stop fu definitivo. Nel 1985, dieci anni dopo l’ultima edizione, un ‘ritorno’, quasi nostalgico, su iniziativa ancora di ‘Foto Attualità’. Vinse il vertovese Paolo Lanfranchi e anche a lui la TreviglioOltre il Colle portò bene: passò professionista. Sotto il sl sindaco di Treviglio Ermanno Riganti premia il trevigliese Gianfranco Avogadri giunto tra i primi nell’edizione del 1966


Treviglio/Personaggi sportivi

Fu una bella ‘rimpatriata’. Si rividero in molti, omaggio ai tempi che furono. Ma tutto finì lì. Così scriveva Ferruccio Gusmini nella presentazione dell’edizione del 1985 sull’atmosfera degli anni ’60: “La Treviglio-Oltre il Colle è soprattutto un tuffo nel passato, nel passato di molti: la carovana organizzativa... la meticolosità nel fare coincidere il passaggio dei corridori con le sbarre alzate al passaggio a livello di Ambria... i tifosi lungo il percorso: li ho visti sotto la pioggia, il vento, il sole, nei posti più impensati... i sorridenti visi dei bambini della Colonia trevigliese... il trionfo tributato ai vincitori... l’attesa quasi patetica dell’ultimo concorrente... le ricchissime premiazioni... l’incontro con tanti amici di Oltre il Colle con i quali si era creato un gemellaggio sportivo ed umano... e il pranzo, a discutere di ciclismo, di sport, a far progetti, a costruire insieme qualcosa... Peccato la nostalgia che mi prende. Ma via, ogni tanto è bello anche un tuffo nel passato se questo serve al presente.” Per gli amanti delle statistiche la gara non è mai stata vinta da un atleta con i colori trevigliesi. Ci sono andati vicini, con il secondo posto, Marco Valvassori nel 1961 (Gruppo Sportivo Semenza), Bettini nel 1970 e Marco Bazzana nel 1972 (entrambi Pedale Sportivo Trevigliese). Ben cinque furono i vincitori poi passati professionisti: Gimondi, Cortinovis, Rota, Magoni, Lanfranchi.

Albo d’Oro - I vincitori della “Treviglio - Oltre il Colle” 1960 Coppa Bruno Tura 1961 Coppa Foto Attualità 1962 Coppa Foto Attualità 1963 Coppa Foto Attualità 1964 Coppa Foto Attualità 1965 Coppa Foto Attualità 1966 Coppa Foto Attualità 1967 Coppa Foto Attualità 1968 Coppa Foto Attualità 1969 Medaglia Oro Crebet 1970 Medaglia Oro Crebet 1971 Senza abbinamento 1972 G.P. Latina Assicuraz. 1973 G.P. Latina Assicuraz. 1974 Trofeo Fontana Legnami 1985 Coppa Foto Attualità

Felice Gimondi Cattaneo Adriano Gianpaolo Salvatore Greci Luciano Cortinovis Franco Venzi Franco Lodetti Amelio Rota Giancarlo Facchetti Cirillo Bonardi Adriano Grigis Renato Tironi Fabrizio Magoni Diego Caldara Mario Raffaele Arnaboldi Lanfranchi Paolo

Daniela Tassani, velocista nazionale di Silvia Martelli

Campionessa nazionale Juniores nei 200 metri da ben due anni, iniziò ad allenarsi sui campi di Treviglio nel 2012 con l’Estrada: «Non pensavo di diventare una velocista, ero una pallavolista, poi un’amica mi fa...»

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i incontriamo a bordo pista al termine dell’allenamento: ancora ansimante, mi si avvicina correndo, così com’è nella sua indole. Sul viso un sorriso stanco ma raggiante. Ancora prima di fermarsi mi chiede se durante l’intervista può fare un po’ di stretching: «Scusa, ma se non lo faccio domani non mi alzo più» dice a mo’ di battuta ma con un fondo di serietà. Il suo nome è Daniela Tassani, ed è campionessa nazionale di categoria nei 200 metri da due anni. Nata a Bergamo l’11 gennaio 1997 e residente a Ciserano, la diciottenne non si sarebbe mai aspettata di diventare una velocista. Cresciuta infatti sul campo da pallavolo, dà una svolta alla sua vita nel maggio del 2012: «Non ero mai stata brava a pallavolo, ed ero stufa di scaldare la panchina». È così che, su suggerimento di un’amica, decide di buttarsi nell’atletica, «uno sport dove i panchinari non esistono» come sottolinea ridendo. Da allora è stato amore a prima vista: unendosi all’Atletica Estrada di Treviglio, Daniela è rapidamente diventata l’orgoglio italiano dei 200 metri. La sua prima gara, tuttavia, svoltasi a Cremona in quello stesso 2012, fu un vero fiasco, come lo definisce lei: «Sono andata pianissimo, ma era la mia prima gara ed allora non avevo parametri di confronto». Insomma, aspettative allora non ce n’erano, ma sarebbe stato così

ancora per poco. Da quel maggio 2012 Daniela ha infatti iniziato ad allenarsi sul campo di Treviglio cinque o sei volte alla settimana sotto la guida esperta dell’allenatore Paolo Brambilla, dando luogo ad una rapida scalata verso il podio. Inoltre, una volta compiuti i sedici anni, dovendo dunque abbandonare la categoria Cadette (15-16 anni), si è unita alla Bracco Atletica, entrando nella categoria Allieve (1617 anni). Alla fine il duro lavoro paga sempre: il 1° giugno del 2014, Daniela partecipa agli

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Aziende Informano/L’Allevamento San Francesco

Allevare i cani in un ambiente sereno e tra i più professionali

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a prima impressione che si ricava arrivando all’Allevamento San Francesco è di grande tranquillità, la moderna struttura appare perfettamente ordinata e con molto spazio verde intorno, dove i fedeli amici dell’uomo possono correre a perdifiato. Si tratta infatti di un allevamento dove splendidi esemplari di razze canine selezionate quali Labrador Retriever, Bolognese, Golden Retriever, Cocker Spaniel Inglese e Curly Coated Retriever, vengono fatti riprodurre e allevati fino al momento in cui non incontrano il loro nuovo padrone. Riccardo Monzio Compagnoni, responsabile dell’Allevamento San Francesco, sottolinea con grande serietà l’attento lavoro di selezione fatto secondo rigorosi criteri morfologicicaratteriali che lui e i suoi più stretti collaboratori svolgono -sia in Italia che all’estero- per assicurarsi i migliori riproduttori. Questo al fine di far nascere presso il loro centro animali con eccellenti caratteristiche genetiche, per far si che il risultato di tanta attenzione si rifletta in pedigree di prim’ordine che accompageranno i cuccioli. All’interno dell’allevamento San Francesco trova posto anche una pensione per cani che, al pari dell’attività di riproduzione, vanta alti standard di accomodamento e cura. Infatti passeggiando tra i vialetti della struttura, è evidente la pulizia e l’organizzazione dei

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diversi ambienti, la miglior garanzia della professionalità con la quale viene accolto e trattato il vostro fedele amico a quattro zampe. Il personale specializzato provvede, durante tutto il soggiorno, a rendere il più piacevole possibile la permanenza del vostro cane nel centro, attenuando la lontananza dalla famiglia che l’ha consegnata. Il trattamento pensionistico è attento agli aspetti di igiene e salute dell’animale, ma anche a quellli di gioco e intrattenimento, inoltre, per quei padroni che lo desiderano, l’alimentazione può essere personalizzata. Un altro importante servizio offerto dall’Allevamento San Francesco consiste nell’addestramento dei cani, anche in questo caso ci si avvale di addestratori professionisti che accompagnano il cucciolo verso un percorso adeguato ad ottenere un cane perfettamente addestrato. L’alta qualità dei servizi offerti ha costituito presupposto indispensabile per una collaborazione con la facoltà di Veterinaria dell’Università Statale di Milano, finalizzata a riconoscere validità agli stage degli studenti che prestano opera presso la struttura. L’Allevamento San Francesco costituisce davvero un punto di riferimento per tutti coloro che amano i cani e in particolare per i padroni più attenti al benessere del proprio animale.


Personaggi sportivi

Italiani, categoria Allievi, che si svolgono a Rieti. Con sua grande sorpresa, si qualifica prima nei 200 metri: «Non me l’aspettavo per niente, non avevo nemmeno il miglior tempo nella mia squadra, anzi ero terza o quarta». Mi racconta come già il giorno prima avesse sfiorato la vittoria, qualificandosi seconda per solo tre millesimi. Tuttavia, a causa di un iniziale errore dei giudici, le era stato aggiudicato il primo posto. «Avevano già scattato la foto ufficiale e tutto, non ti dico che imbarazzo quando si sono resi conto che in realtà ero seconda, volevo piangere». Il giorno dopo, invece, niente scherzi, e Daniela si qualifica prima per davvero nei 200 metri, accaparrandosi il suo primo titolo di campionessa nazionale. Non ci poteva credere: «Ho pensato: “oh, stavolta ho vinto davvero”, ma sembrava troppo bello per essere vero». La vittoria si ripete a giugno del 2015, quando partecipa agli Italiani categoria Juniores Femminile (18-19 anni). A causa di un brutto infortunio al bicipite femorale, non corre i 100 metri, puntando tutto sui 200, qualificandosi prima ancora una volta con un tempo di 24.06, esattamente 20’’ più veloce dell’anno precedente (24.26). «Appena ho finito la gara, il mio allenatore mi si è avvicinato dicendomi “Sei partita pianissimo”, ma aveva le lacrime agli occhi» ricorda l’atleta quasi commovendosi. «Ero troppo felice» aggiunge. Il prossimo obiettivo è quello degli Italiani del 2016, seguiti dagli Indoor, dal Triangolare (Italia-Francia-Inghilterra) ed infine dai Mondiali: «un sogno» come lo definisce lei. Daniela mi racconta inoltre che vorrebbe fare dell’atletica una professione, ma come allo stesso tempo abbia deciso di continuare a studiare tenendosi aperte tutte le porte. Conclude dicendo che per ora l’atletica è uno degli aspetti più belli della sua vita, «e poi superare qualcuno in gara è una delle sensazioni migliori che si possa provare, ti carica a mille proprio».

Il Lusso...

Qualità e innovazione Novembre 2015 - la nuova tribuna -

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Notizie in breve

Lettere e comunicati

Appuntamenti del Festival Letterario e non solo

Le richieste dei Pendolari alla Regione

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a preso il via anche quest’anno il festival letterario “Presente Prossimo, leggere e scrivere l’oggi”, giunto alla sua ottava edizione. Ad aprire la serie degli incontri con gli scrittori proprio il direttore artistico, Raul Montanari, fin dagli inizi curatore di questo appuntamento che coinvolge il Sistema Bibliotecario Valle Seriana e il sistema culturale integrato della Bassa pianura bergamasca. Nata come festival degli autori noir, negli anni la kermesse si è diversificata sempre di più, raddoppiando ad ogni edizione il numero degli incontri con gli autori e alzando sempre più l’asticella del prestigio degli ospiti presenti. Venticinque gli scrittori ospitati in diversi luoghi della bergamasca da ottobre a febbraio e in grado di soddisfare i palati più diversi. L’edizione di quest’anno si arricchisce di una parte dedicata alla saggistica, con ospiti illustri che indagheranno sulla complessità della realtà e l’incidenza del linguaggio su di essa. Tra gli ospiti che arriveranno a Treviglio (dopo l’appuntamento con Montanari, che ha presentato il suo ultimo romanzo, Il regno degli amici) ricordiamo il prossimo 12 novembre, al TNT, Antonio Scurati, più volte finalista al Premio Strega; Marco Belpoliti il 19 novembre, Chiara Gamberale a febbraio (data ancora da confermare). Segnaliamo inoltre il 7 novembre a Casirate d’Adda Silvia Zucca, il 14 Marco Santagata a Romano di Lombardia. Presso la biblioteca di Treviglio è possibile avere la brochure del programma completo.

C ra nella foto), premiati nel 2014 nell’ambito della terza edizione del Premio d’arte “Città di Treviglio” e Concorso Giovani Talenti. Fogarolli si aggiudicò il primo premio, offerto dal Comune di Treviglio, e Magaraggia il “Premio Sanpaolo Invest”. Sede delle due esposizioni, curate da Sara Fontana, saranno lo spazio menouno per Fogarolli e lo spazio Sanpaolo Invest per Magaraggia. Entrambi gli artisti realizzeranno inoltre un intervento site-specific nei suggestivi ambienti della Torre Civica Campanaria, restaurata di recente e da poco sede del Museo Storico Verticale. Due pubblicazioni monografiche documenteranno i lavori in mostra e l’iter progettuale dei due artisti.

Caravaggio: Le poesie di Ornella Università del Tempo Libero lette dall’attrice ’Università del tempo libero di CaraCaratozzolo vaggio propone i corsi 2015-2016 con

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abato 14 novembre alle ore 21, presso il TNT, l’attrice Francesca Caratozzolo reciterà alcune poesie della raccolta Le stelle nelle tasche (Limina Mantis editore) della poetessa trevigliese Ornella Mereghetti Baccolo (Vedi foto). Alla serata partecipano anche i musicisti Giacomo Papetti e Alberto Zanini, che accompagneranno le letture con i loro strumenti. Ancora una volta, la grande protagonista sarà la poesia, in particolare quella sofferta e carica di sentimento religioso della poetessa trevigliese. L’ingresso è libero.

Mostre personali di Fogarolli e Magaraggia

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enerdì 13 novembre 2015 a Treviglio verranno inaugurate le due mostre personali di Christian Fogarolli e di Andrea Magaraggia (vedi sua scultu-

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una varietà mai sperimentata prima: si va dalla botanica alla filosofia dal giardinaggio all’inglese, ai corsi di informatica, di letteratura, matematica, musica, arte e storia, fino agli approfondimenti di temi come “salute e benessere”, o corsi di scacchi, pasticceria e fotografia. Le iscrizioni sono già aperte e si ricevono presso la segreteria di Piazza Morettini (centro sportivo). Tel. 339.7091963. Per info www.utlcaravaggio. org

ome da preventiva segnalazione diretta e/o partecipata alla vs segreteria (Assessorato Infrastrutture ndr), Con la presente nota è intendimento del Comitato Pendolari operante nel Bacino di Treviglio, d’intesa e con il concorso dei Comitati Pendolari rappresentativi le istanze delle linea Brescia-Milano e Treviglio-Cremona, portare alla VS attenzione, per una qualificata e competente valutazione, le proposte che si intendono formalizzare a breve sul tavolo della Committenza regionale per una riqualificazione e ottimizzazione del servizio regionale interessante Il Nodo di Treviglio e le linee Direttrici afferenti allo stesso. Rispetto alla documentazione che vi inoltriamo via email, riteniamo qualificante e doveroso richiede il VS contributo in merito a quanto segue: - esame dei contenuti e valutazione sui relativi contenuti tecnici, economici e ambientali in genere. - disponibilità a formulare osservazioni , integrazioni, contro-proposte, per ottimizzare il tutto in funzione di esigenze aventi caratteristiche generali e/o particolari, per l’utenza e il territorio. - disponibilità per un confronto diretto, a mezzo telefono e/o incontro a ciò finalizzato presso le Vs Sedi, secondo vs disponibilità temporali traguardate al 12.11 p.v. - Cortese, qualificato VS intervento per competenza, alla presentazione della nostra Proposta operativa che avverrà, con partecipazione aperta a tutti, il giorno 12 novembre 2015, dalle ore 18.00 e fino alla ore 21.00, presso la sala Auditorium della Cassa Rurale BCC di Treviglio, via Carcano 6, Treviglio. Nel corso della riunione verranno trattate a fondo le peculiarità della proposta, ordinate le proposte integrative, fissato il piano operativo per interfacciare la Committenza nonché, a richiesta, esplicitata una valutazione sul ritorno di esercizio della linea AV/AC sulla linea Milano - Brescia- Venezia e sul nodo di Treviglio in particolare. - Oggetto della proposta: ottimizzazione e riqualificazione a breve e medio termine, del servizio ferroviari sulle linee Brescia, Bergamo e Cremona , afferenti il Nodo di Treviglio. Riattivazione della fermata dei treni presso la stazione di Treviglio Ovest. Documenti allegati: n.3 - Proposta tecnico/ commerciale dei Comitati; elenco dei treni interessati alla fermata a Treviglio Ovest; Elenco dei treni regionali ad alta frequentazione per i quali viene richiesta un trattamento gestionale parificato ai treni di lungo percorso “Freccia Bianca”. Referenti organizzativi: Stefania Potenza, Martina Bove, Bosco Domenico, Angelo Ferrandi, Piero Toti. - pierototi@libero.it - cpdbber@gmail.com, - stefania.potenza@gmail.com, - avv.martinabove@gmail.it,


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Professionisti informano

Caravaggio - domenicoelena@libero.it, - ufangelo@libero.it,

La chiesa è quasi salva Dopo la campagna di informazione e sensibilizzazione

Affrontare la Paradontite, I questa sconosciuta

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a cura del dott. Marco Azzola

iamo abituati a chiamarla in tanti modi: parodontite, malattia parodontale, parodontosi o piorrea; diversi termini (alcuni ormai desueti) per indicare un problema che colpisce la bocca di molte persone. È stato calcolato che, considerando le varie forme con cui questa malattia si presenta, essa colpisce circa il 30% della popolazione, un’enormità. Tutti conoscono la carie, sanno che si può curare e per questo si rivolgono al dentista, ma pochi sanno che la prima causa della perdita dei denti nell’adulto è la malattia parodontale. Di cosa si tratta in realtà? La parodontite è una patologia che colpisce i tessuti di sostegno dei denti come gengiva e osso alveolare, quando viene trascurata provoca il riassorbimento di questi e il dente, magari perfettamente sano, perde stabilità. I sintomi più comuni sono le gengive gonfie, rosse e che sanguinano, l’alito cattivo, i denti apparentemente allungati e che si muovono. Normalmente non provoca dolore se non negli stadi molto avanzati, per questo spesso è trascurata. Ma c’è di più, gli effetti della parodontite non si limitano alla bocca: gli studi più recenti hanno accertato che la malattia parodontale è in grado di incentivare e aggravare anche patologie sistemiche più o meno gravi come il diabete, i disordini

cardio vascolari e, nelle donne in gravidanza, il parto pretermine e la nascita di bambini sotto peso. Mai come nel caso della malattia parodontale vale il motto “prevenire è meglio che curare”, infatti se la diagnosi è precoce poche sedute dall’igienista sono sufficienti a fermare il problema; le moderne tecniche ricostruttive permettono invece di risolvere i casi più complessi attraverso la rigenerazione dei tessuti riassorbiti (osso e gengiva) ed eventualmente la sostituzione dei denti perduti.

Fotografie gentilmente fornite da Franco Tadini

Via Giacomo Matteotti, 11 Treviglio (BG) - 0363/49846 info@studioazzola.it www.studioazzola.it

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l nuovo tetto della chiesa di San Bernardino non è un’illusione ottica. È la realtà! Grazie all’impegno e alla sollecitazione di alcuni comitati, associazioni e cittadini di Caravaggio e dintoni, il tetto della chiesa di San Bernardino è stato rifatto, ovvero l’antico edificio e le opere artistiche straordinarie che contiene sono salve. I cittadini che hanno iniziato l’opera di sensibilizzazione attraverso conferenze stampa e comunicati sono: i soci di “Città dell’Adda”, “Salviamo San Bernardino” e “San Bernardino da Salvare”. Questa campagna di sensibilizzazione ha portato alla raccolta di 17.000 firme per la campagna del Fai, mentre il Comune di Caravaggio ha raccolto la sfida e reperito il denaro per i lavori: oltre € 600.000 euro. La campagna per la “riscoperta” di San Bernardino, è di persè un prodigio, infatti, iniziata nel maggio del 2013, ha portato alla ristrutturazione del tetto il settembre, ovvero solo due anni. Se pensiamo ai tempi per realizzare le opere pubbliche, questo è un altro miracolo della Madonna di Caravaggio, della gente che si è impegnata per San Bernardino e del Comune. Ognuno pensi quello che vuole. Il tetto ora c’è! Va però ricordato che “gli esami non finiscono mai”. Questa è solo la prima parte di un restauro il cui costo complessivo sarà di tre milioni di euro. Prima morale: “Se esce la luce, invece di lamentarti, accendi una candela”. Seconda morale: “Nel frattempo, datti da fare per sistemare l’impianto elettrico”. (a. s.)


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Controcanto

Rimembranze

Addio Expo e risvegliarsi da un lungo sonno L’Esposizione Universale chiude i battenti e il sipario cala su Milano, la Lombardia e su Treviglio

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a distanza tra il campanile di Piazza Manara e la madonnina di Piazza Duomo, negli ultimi mesi, è sembrata più breve. In parte, perché tutte le persone che ogni mattina, per un semestre, si sono ritrovate di fronte alla Stazione Centrale di Treviglio per dirigersi alla volta di Milano e del suo sito Expo, hanno reso il viaggio meno routinario, arricchendolo di rumori, accenti, storie diverse, facendo della nostra città un piccolo polo logistico per chi doveva raggiungere la capitale lombarda. In parte perché, con tutto il parlare

(a torto o a ragione, non sarà questo articolo a entrare nel merito) di Expo e del suo intorno, Milano ha riconquistato nell’ultimo anno un ruolo di primo attore nel turismo, nell’economia e nel dibattito pubblico internazionale, facendo da traino ideale a tutta la Regione. I segnali sono forse più visibili a chi viene da fuori, dal Centro-Sud, magari, o dall’estero: i più importanti quotidiani europei e statunitensi, negli ultimi mesi, hanno scandagliato le province limitrofe all’Expo alla ricerca di cittadine, ristoranti, attrazioni da segnalare a turisti e avventori di ogni dove. E oltre alle ‘solite’ mete (Como e il suo lago, Mantova, magari Monza), The Guardian, The Daily Telegraph e The New York Times hanno dedicato ampio spazio a Bergamo, con Città Alta a catturare le attenzioni, ai castelli della Bassa Bergamasca, alle campagne tra Lodi e Mantova, alle rovine romane di Brescia. Treviglio sarà forse un po’ più anonima, ma si trova esattamente nel centro dello sghembo quadrilatero tracciato due righe più sopra

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e, a suo modo, sta provando a togliersi un po’ di polvere di dosso e a ‘rimettersi sulla mappa’, come si dice. La nuova piazza Garibaldi ha restituito alla città un vero snodo per il commercio, il passeggio, il chiacchiericcio, con un teatro attorno a cui rilanciare la cultura (almeno quella più ufficiale) trevigliese, che ha tutte le caratteristiche per diventare crocevia artistico ‘minore’ della Regione. Il Museo Verticale dà a Treviglio una dimensione diversa, che si sviluppa in altezza, un raccordo simbolico tra arte, storia e cittadinanza, quel che il Museo Civico non è mai stato. Le nuove vie di comunicazione hanno reso il borgo del “pota” una propaggine orientale di Milano: si può chiaramente discutere dei pro e dei contro, ma il dato di fatto è che Treviglio è il capolinea di un sistema di transito, commercio e logistica che ha in Milano il suo epicentro e nella nostra città un satellite. Expo ha mosso interessi enormi, coinvolgendo in maniera indiretta il territorio e ora lascia un’eredità molle: a Milano si deve decidere come riorganizzare l’enorme area fieristica, in provincia come sfruttare il traino dell’evento per riproporre la Lombardia come area d’interesse economico-culturale a livello europeo. Una prima buona notizia è arrivata a fine ottobre, quando la Regione ha annunciato l’arrivo di nuovi treni sulla linea Milano-Brescia, che daranno a pendolari e normali cittadini più possibilità di muoversi e a Treviglio ulteriori vettori verso ovest. L’obiettivo dei trevigliesi dev’essere innanzitutto quello di consolidare la presenza e l’importanza delle nuove strutture: il Teatro Nuovo dovrà rafforzarsi, con una programmazione di qualità (musica, prosa) e qualche spazio dedicato alla scena locale (scuole, convegni, rappresentazioni); il Museo Verticale dovrà affrontare la prova del tempo, oltre l’entusiasmo che caratterizza novità del genere; l’ubriacatura collettiva per Expo dovrà essere rielaborata in entusiasmo razionale e partecipe per uno sviluppo comunitario del territorio. Con risorse economiche e piani dedicati, uno sguardo a Milano e l’altro al campanile. Per non perdere un’occasione di rinnovamento. Stefano Pini

Per ricordare l’amico Matteo Ferrari

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ono trascorsi venti anni dal tragico incidente che strappò alla famiglia -e a tutti noi amici- Matteo Ferrari e lo zio Giuseppe Savoldelli. Una tragedia che segnò la vita di molti di noi, tanto era il legame che ci univa nel lavoro e nelle passioni ideali. Sensibile, colto, mentre studiava trovò ne “la tribuna” la sua palestra di sogni e esperienze, fino ad assumerne la vice direzione. Ragazzo di intelligenza vivace, venne chiamato a collaborare con il presidente del consiglio regionale Claudio Bonfanti, proseguendo poi nella carriera professionale di giornalista ed esperto di comunicazione in vari ambiti e sempre di grande prestigio. Per me era un fratello più giovane, un consigliere prezioso con il quale mi soffermavo a parlare, riflettere, progettare il giornale, le campagne di informazione, le campagne elettorali. La catastrofe del 1992, quella che distrusse la politica italiana, ci prostrò perché entrambi avevamo immediatamente compreso il baratro che si stava aprendo nella democrazia italiana, quindi nella cultura e in tutte le forme del convivere civile. Poi le strade s’allontanarono un poco a causa delle suo nuove imprese professionali, sempre brillanti, ma lontane dal mondo del giornalismo e dalla comunicazione. In questo numero de “la nuova tribuna”, così lontana da quell’epoca e da quei contenuti, mi fa piacere ricordarlo a quanti l’hanno conosciuto e apprezzato, questo chiudendo con la frase che mamma Loretta, papà Giordano e la sorella Elena, hanno scritto accanto alla sua immagine in un album fotografico che lo ricorda. Roberto Fabbrucci «Rivivendo in noi le speranze, gli ideali e le testimonianze di quanti conobbero Matteo, riusciamo a vincere il dolore della sua mancanza»


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11 tribuna 2015  
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