Issuu on Google+

primopiano

reportage

black america

Battaglia navale Il sito dov’è avvenuto l’incidente alla Deepwater Horizon. La foto è stata scattata durante le operazioni di chiusura del pozzo col nuovo tappo. Sono presenti i tanker predisposti a raccogliere il petrolio catturato dal tappo, prima che venisse sigillato, insieme alla Q4000 la piattaforma che serve a bruciare metano e petrolio.

La conta dei danni è impossibile. L’unica certezza è che in Louisiana per 90 giorni il petrolio è fuoriuscito al ritmo di 80.000 barili di petrolio testo di Emanuele Bompan foto di Giada Connestari

«I

l golfo sta morendo» dice George mentre sulla sua barca, un tempo dedicata alla pesca dei gamberetti, vengono scaricate le gabbie dei pellicani ricoperti di petrolio, pronti per essere portati al centro di riabilitazione di Fort Jackson, Louisiana. Non importa che il tappo sia stato chiuso e che appena inizieranno le procedure di cementificazione la falla potrà dirsi sigillata per sempre. Per novanta giorni il petrolio è fuoriuscito al ritmo di 60-80.000 barili al giorno: una catastrofe devastante.

Lontano dagli occhi

«Le ostriche stanno morendo, così come i pesci e gli uccelli… Non vedo più nemmeno le api nel mio giardino o le rane». È difficile confermare queste informazioni, ma la paura della gente è tanta. I federali hanno vietato per un periodo indeterminato la pesca nel 65% delle acque del golfo. Ad oggi sono circa duemila gli uccelli, fra cui pellicani marroni e aironi, trovati morenti perché ricoperti di petrolio o già morti. Quattrocentocinquanta le tartarughe, cinquantotto i delfini. «Ma la conta è difficile, vista la complessa morfologia delle acque del Delta del Mississippi» spiega James Finley, responsabile comunicazione dell’associazione per la tutela della fauna intitolata al 18

La nuova ecologia / settembre 2010

noto ornitologo e naturalista John James Audubon. Attraversando l’area costiera della Louisiana a bordo di uno degli elicotteri di Bp la melma nera fuoriuscita dal pozzo della Deepwater Horizon non si vede, resta invisibile all’occhio. «Il petrolio ora è completamente emulsionato con l’acqua a causa di dispersanti chimici come il Corexit 9500, utilizzati abbondantemente per evitare concentrazioni di greggio», spiega Tom MacKenzie della Us Fish & Wildlife service, un’agenzia del dipartimento degli Interni Usa che si occupa di gestione e conservazione della fauna selvatica. Secondo alcuni scienziati, di tutto il petrolio fuoriuscito finora solo una minima parte è sulla terraferma, la gran parte è rimasta in mare. settembre 2010 / La nuova ecologia

19


primopiano

Lavori in corso

reportage

Circa 47mila lavoratori sono stai assunti da Bp per svolgere operazioni di pulizia lungo le coste e in mare aperto. Secondo una ricerca molti di questi lavoratori saranno contaminati da sostanze tossiche, ma Bp non si riterrà legalmente responsabile di eventuali malattie o decessi.

Lavaggi forzati Il centro pulizia fauna selvatica di Fort Jackson, Louisiana. Oltre 1.800 uccelli sono stati lavati, molti rimessi in libertà. Pellicani marroni (nella foto), gabbiani, aironi bianchi ma anche tartarughe del tipo Jack Kemp trovate grazie a volontari e pescatori sono ospitati nel centro.

Di questo il 20% galleggerebbe in superficie, il 5% giacerebbe sul fondo distruggendo i fondali. I restanti tre quarti, su 7 milioni di barili fuoriusciti, sarebbero invece sospesi nel corpo d’acqua. E nessuno sa quali potrebbero essere le conseguenze.

a ciascuno il suo

Una parte della comunità scientifica è però ottimista e pensa che con il tempo il golfo guarirà. «Quest’area ha una grande capacità di rigenerarsi – dichiara Lisa Jackson, direttrice dell’agenzia per l’Ambiente Usa – Ma per valutare gli effetti reali della marea nera serviranno ancora molte misurazioni della qualità dell’aria, dell’acqua, del suolo e dell’impatto dei dispersanti chimici». Anche per Jeffrey W. Short, scienziato dell’organizzazione ambientalista Oceana, «la vita tornerà, pensare che il golfo 20

La nuova ecologia / settembre 2010

c’era Il Delta Le isole del Delta del Mississippi circondate da barriere protettive. Sono state impiegati oltre 3.000 km di barriere d’ogni tipo, che in futuro dovranno essere smaltiti come rifiuti speciali. Nel Delta, colpito da una grave degradazione del suolo, ogni 38 minuti scompare un’area grande come un campo da calcio.

Island, un paradiso per migliaia di pellicani marroni che vengono qua a deporre le uova. Beau Gregory, del dipartimento Pesca e fauna della Louisiana, guida la barca che conduce la stampa lungo queste isole. Adora i pellicani marroni. «Erano appena stati rimossi dalla lista delle specie in pericolo, ora è l’uccello che più di qualunque altro è a rischio estinzione».

Piove sul bagnato

muoia è un’esagerazione». Biologi e zoologi rimangono comunque restii a dare prognosi sullo stato di salute della flora e della fauna. Melanie Driscoll, responsabile per la conservazione degli uccelli per Audubon, sostiene che bisogna

aspettare per capire gli effetti: «Il prossimo anno sapremo quali sono le conseguenze sulla riproduzione e sui piccoli, ora dobbiamo fare di tutto per ripristinare quegli habitat dove la vita si origina e rigenera». Come Mangrove

Lo stress ambientale non è una novità in Louisiana. Qui la marea nera è iniziata nel 1901 con i primi pozzi di petrolio della Standard oil. Da allora la terra del Delta è stata scavata, rimossa, trasformata. Oleodotti e gasodotti hanno ridisegnato la geografia, mentre migliaia di piattaforme e pozzi petroliferi creavano un tetro firmamento nel golfo. I fertilizzanti chimici portati dalla

corrente del grande Mississippi hanno dato vita alle alghe invasive, che hanno divorato l’ossigeno di queste acque, tanto che oggi esistono migliaia di km quadrati completamente anossici (privi di ossigeno), dove la vita non trova spazio. I pesci venivano colonizzati da nuove specie introdotte per la pesca commerciale. P r i ma del d isa st ro del la Deepwater Horizon ogni 38 minuti un’area grande come un campo da calcio scompariva nel Delta del Mississippi, in parte per l’innalzamento delle acque, in parte per le opere idrauliche dell’industria petrolifera. Ora questo fenomeno potrebbe aumentare ulteriormente a causa del petrolio e degli effetti sulla vegetazione che ne limita l’erosione. Una distruzione, dunque, che non è iniziata lo scorso 20 aprile quando è esploso il pozzo della piattaforma gestita da Bp. «Non è difficile imma-

ginare che nel corso della storia petrolifera del golfo fra perdite, incidenti (l’ultimo risale al 2005, nda) e scarichi illegali, una quantità ben superiore a questa si sia riversata nel golfo», racconta un tecnico petrolifero che preferisce non rivelare il suo nome. Qui tutto dipende dal petrolio, la gente da sempre vota repubblicano per il grande appoggio che questo partito dà a Big Oil. Molti degli intervistati condannano Bp ma lavorano per c ompa g n ie c ome C hev r on e Shell, e sono ostili alla moratoria. «L’ideologia post-petrolifera di Obama non è la benvenuta a queste latitudini – dice Darryl Malek-Wiley dell’associazione ambientalista Sierra club – Qui negli ultimi dieci anni sono stati redatti ben dodici piani per cercare di ripristinare l’ecosistema costiero del golfo, ma quasi tutti sono rimasti sugli scaffali». settembre 2010 / La nuova ecologia

21


primopiano reportage

Elba a rischio trivelle Nel mirino della Key anche Lampedusa e Sardegna

Che sarà Sono più di 200 i km di costa contaminati, nonostante l’uso di dispersanti come il Corexit 9500, ritenuti altrettanto dannosi. Nel piano “Restore the gulf” un ruolo fondamentale sarà svolto dall’Epa, l’Agenzia per l’ambiente Usa guidato da Lisa Jackson (nella foto).

La Katrina di Obama

Questa volta è il turno di Obama di preparare un grande piano per recuperare le zone costiere, una specie di piano Marshall per ripristinare ambiente ed economia. Un’opportunità per riqualificare un’area che ha i tassi di povertà più alti d’America e uno dei paesaggi più devastati. Un piano non facile, considerato il colpo subito dall’economia. Qualcuno parla di danni per 70 miliardi di dollari. I pescatori, che in Louisiana rappresentano un terzo della forza lavoro, sono preoccupati per il futuro. Molti sono impiegati temporaneamente da Bp. La paga è buona, confermano . «Ma che cosa succederà quando Bp non pagherà più? Queste persone soffriranno di seri problemi, specie di salute mentale. Com’è stato con l’uragano Katrina. Se, com’è probabile, l’economia rimarrà instabile per 22

La nuova ecologia / settembre 2010

vari mesi la gente comincerà a soffrire seriamente di depressione» racconta Nguyen Ken, farmacista di origini vietnamite, la più grande comunità di pescatori della regione. Intanto c’è chi sfrutta la situazione per accaparrarsi un posto alle primarie per le presidenziali 2012. Il governatore della Louisiana, il repubblicano Bobby Jindall, non ha perso un solo giorno per attaccare la Casa Bianca, la moratoria alle perforazioni offshore e quello che definisce l’insulto contro i lavoratori del settore petrolifero: «Ventimila persone rischiano di perdere il loro lavoro, con perdite stimate tra i 65 e i 135 milioni di dollari al mese». Ma per gli analisti il danno alle attività economiche legate, in maniera diretta e indiretta, alle attività dell’industria petrolifera potrebbero essere superiori. Quelli ambientali inestimabili. n

FOTO: © riccardo de luca/ ap/lapresse

G

li abitanti dell’Arcipelago Toscano non credevano ai propri occhi quando hanno letto sul dossier Mare Mostrum di Legambiente che una multinazionale aveva richiesto di trivellare il mare accanto al Parco nazionale dell’arcipelago, nel mezzo del Santuario internazionale dei mammiferi marini. Poi hanno scoperto che si trattava di una delle due istanze di permessi di ricerca, del 1999, della Puma petroleum, ora acquisita dall’australiana Key petroleum insieme alle sue quattro concessioni esplorative offshore: due a Lampedusa, una in Sardegna e quella dell’Elba meridionale, che «ha due pozzi all’interno dell’area di richiesta di concessione di 643 km quadrati, entrambi hanno dimostrato presenza di gas. L’obiettivo primario riguarda gas e possibilmente petrolio all’interno dei carbonati mesozoici». La Key spiega di aver comprato la Puma in Italia per avere «una continua estensione della sua credibilità presso vari ministeri e istituzioni governative con i quali l’impresa coopera per l’avanzamento dei propri progetti». Se si guardano le “aree di applicazione” si scopre che quella “Elba d 91 E.R–.PU” va dalle coste sud dell’isola fin quasi a Montecristo, inglobando il mare protetto di Pianosa, dove tre Comuni elbani hanno chiesto di vietare il transito alle petroliere. Un’area grande tre volte l’Elba, in pieno Santuario dei cetacei, dove le trivellazioni dovrebbero essere vietate, anche perché interessano due delle aree marine protette fra le più integre del Mediterraneo: Pianosa e Montecristo. La Key sostiene che «le relazioni di valutazione dell’impatto ambientale per ciascuna area sono attualmente sottoposte alla valutazione del ministero per l’Ambiente e la Key è in attesa del responso finale e dell’approvazione da parte del ministero». Rispondendo a un’interrogazione parlamentare di Ermete Realacci e della deputata Pd Silvia Velo, il ministero ha detto che valuterà bene la questione, facendo capire di non essere convinto, anche perché sta per istituire l’Area marina protetta dell’Arcipelago Toscano. Non convince l’annuncio del ministro Stefania Prestigiacomo che ha vietato le trivellazioni offshore entro 5 miglia dalle coste e 12 dalle aree marine protette. Un incidente come quello della Deepwater Horizon, infatti, significherebbe la fine per l’economia turistica delle coste e piccole multinazionali come la Key non avrebbero né i dollari né la capacità per intervenire. (Umberto Mazzantini)


http://www.lanuovaecologia.it/UserFiles/Files/pp%20oil