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primopiano

credici obama Il Climate change bill, in versione light, è fermo al Senato. Nonostante l’apertura del presidente al nucleare e alle nuove trivellazioni petrolifere. I prossimi mesi saranno decisivi per le politiche verdi della Casa Bianca

di Andrea Cocco

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er molti ambientalisti americani è stato come risvegliarsi ed essere tornati improvvisamente nell’era Bush. L’annuncio fatto dal presidente Barack Obama di nuove concessioni petrolifere al largo delle coste statunitensi è stata una doccia fredda, ma anche l’ultima di una serie di contraddittorie misure approvate dallo stesso presidente che aveva annunciato una rivoluzione verde in

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campo energetico. I nuovi finanziamenti al nucleare, i passi falsi della legge sul clima, l’apertura al carbone pulito e ora la firma sui nuovi pozzi di petrolio, uno dei cavalli di battaglia dei repubblicani in campagna elettorale... Annunciato ad aprile, il via libera alle perforazioni off shore concede alle imprese petrolifere oltre un milione di chilometri quadrati di aree da sfruttare, a largo dell’Alaska, nel golfo del Messico e in prossimità della costa atlantica.

In apertura, Barack Obama. Nella foto piccola, la centrale di Three Mile Island, famosa per l’incidente nucleare più grave degli Usa avvenuto nel 1979


FOTO: © Alex Brandon AP/ lapresse

Effetto boomerang

«È scioccante, ancora una volta le aziende petrolifere riescono a vincere» commenta Grist, uno dei siti più noti nella galassia ambientalista americana. E giudizi analoghi rimbalzano da una parte all’altra del web non risparmiando le grandi associazioni, che per una volta si schierano compatte contro Obama. Da Greenpeace a Environment America al Sierra Club, l’apertura al petrolio viene bollata come una scelta catastrofica che non solo rischia di avere pesanti impatti sull’ambiente e sui cambiamenti climatici, ma che sarà controproducente anche dal punto di vista economico. Pur possedendo appena il 3% delle riserve mondiali, gli Stati Uniti consumano il 23% di tutto il petrolio estratto nel mondo, ma come sottolinea la rivista Mother Jones, i nuovi pozzi non serviranno a risolvere la situazione di forte dipendenza dall’estero. Secondo le stime, infatti, le riserve del golfo del Messico, l’area più pro-

Bluff atomico

La scelta di Obama sarebbe il prezzo da pagare alla destra per far passare la riforma

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ue nuove centrali nucleari con garanzie dello Stato. L’annuncio di Barack Obama ha fatto il giro del mondo, suscitando le proteste degli ambientalisti e il plauso dei nuclearisti. Ma cosa c’è dietro questa scelta? Quali questioni hanno portato Obama a questa svolta? «La decisione deve essere inquadrata in uno scenario più ampio, fatto di scelte simboliche come l’avvio delle trivellazioni in Atlantico per

FOTO: © Carolyn Kaster/ AP

Una decisione che, contrariamente a quanto promesso in campagna elettorale, mette fine a una moratoria durata venti anni, da quando cioè gli Stati Uniti avevano deciso di correre ai ripari dopo il disastro della Exxon Valdez, che proprio nei mari dell’Alaska riversò tonnellate di idrocarburi. «È stata una decisione che ho preso non senza difficoltà» ha ammesso lo stesso Obama, che ha sottolineato l’assoluta necessità di rendere gli Stati Uniti meno dipendenti dalle importazioni di greggio, promettendo di preservare le aree più sensibili. Nonostante le pressioni dell’industria petrolifera le fasce costiere protette, come la baia di Bristol, l’Alaska meridionale e la sponda del Pacifico sono state effettivamente risparmiate dalla nuova corsa all’oro nero. Ma l’accorgimento non è stato sufficiente a placare le critiche del mondo ambientalista e di numerosi osservatori indipendenti.

a uno scenario energetico inquietante. In questo quadro si inseriscono altre azioni comunicative, come la presentazione del primo cacciabombardiere a carburante ibrido o l’attenzione verso risorse finora ignorate come il gas non convenzionale. «Le garanzie offerte da Obama servono per dare bancabilità ai due impianti nucleari – dice Giovanbattista Zorzoli, presidente di Ises Italia – Le banche avranno così garanzie sui fondi investiti, qualsiasi sia il costo e l’esito dell’operazione». Le reazioni degli ambientalisti statunitensi sono state immediate. Gillian Caldwell, direttrice di Sky1, piattaforma che riunisce una vasta lobby ambientale, ha affrontato Obama dopo l’annuncio: «Bisogna puntare sulle rinnovabili» gli ha detto. «In attesa della transizione verso fonti più pulite, dobbiamo assumere decisioni difficili» è stata la replica. Il nuovo nucleare non avrà comunque vita facile, visto che sia il reattore francese Epr sia lo statunitense AP 1000 non sono certificati per incidenti come gli attacchi kamikaze dell’11 settembre. Uno scoglio non da poco per un presidente Usa. Inoltre, bisognerà verificare le risposte del mercato. La decisione stessa di Obama è la spia del malessere che ha bloccato per trent’anni il nucleare negli Usa. È indicativo, infatti, che nella patria del liberismo debbano arrivare aiuti di Stato per far ripartire un settore in declino. Non è inoltre il solo indizio. Il segretario per l’Energia, il Nobel Steven Chu, ha annunciato un progetto di ricerca da 39 milioni di dollari per lo sviluppo nei prossimi dieci anni di una filiera di piccoli reattori modulari da circa 350 MWe meno esigenti sul fronte delle reti elettriche e della localizzazione. Altra prova che i mega progetti mostrano la corda. Infine c’è l’aspetto politico. Negli Usa il carbone, fonte dal quale ricavano il 50% dell’elettricità, è più impopolare presso l’opinione pubblica liberal rispetto all’atomo. E anche questo avrebbe influito sulla scelta nucleare del “green” Obama. (Sergio Ferraris)

‘Nella patria del liberismo servono aiuti di Stato per far ripartire un settore fermo da trent’anni’ accedere a risorse petrolifere limitate, e più concrete come quella del nucleare – afferma Giuseppe Onufrio, direttore di Greenpeace – Il finanziamento di 8,3 miliardi di dollari fa parte di uno stanziamento più sostanzioso, di 18,5 miliardi, varato nel 2007 da Bush e che Obama ha indirizzato per la costruzione di due reattori Westhighouse AP 1000 in un unico sito. Bisogna anche tener conto che le richieste dall’industria nucleare statunitense ammontavano a 120 miliardi e che Obama ha promesso nuovi prestiti ma in maniera più limitata. Secondo noi, comunque, si tratta di colpi di coda della lobby nucleare». Il problema, secondo molti osservatori, è che siamo alla vigilia di una crisi petrolifera ed energetica di vaste proporzioni. Le aperture verso i fossili e il nucleare rappresenterebbero la ricerca di un accordo con i repubblicani per far passare le politiche verdi, a partire dal Climate change bill, tentando di tranquillizzare l’opinione pubblica rispetto

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mettente fra le nuove concessioni, potranno fornire al massimo 3,5 miliardi di barili di petrolio, un quantitativo che per soddisfare il consumo degli americani, oggi pari a 19 milioni di barili al giorno, si esaurirebbe nel giro di sei mesi. Considerazioni non tanto diverse da quelle fatte dallo stesso governo americano, secondo cui le nuove riserve, che comunque non saranno sfruttabili prima di dieci anni, serviranno a soddisfare la domanda di petrolio per tre anni e quella di gas per due. Anche le tasse e le royalties che Washington si aspetta di ricavare potrebbero tradursi secondo alcuni in un boomerang, dato che le grandi aziende del petrolio devono ancora 50 miliardi di dollari per lo sfruttamento dei pozzi attuali.

Moneta di scambio

È

uno dei massimi esperti americani di politiche energetiche, nazionali e internazionali, e di sicurezza energetica. Il suo nome è Alexander Ochs e La Nuova Ecologia l’ha intervistato per fare con lui un punto sull’impegno, e sui risultati, di Obama sul fronte della lotta ai cambiamenti climatici. Qual è lo stato della legislazione statunitense sui cambiamenti climatici? Per chi non conosce il nostro sistema politico – la divisione del governo, i controlli e i bilanciamenti dei poteri esecutivo e legislativo – è difficile capire. La Camera dei rappresentanti ha approvato a giugno l’American clean energy & security act, un documento con obiettivi modesti e a lunga scadenza su clima ed energia. È stata però la prima volta che una Camera ha approvato una legge per limitare le emissioni dei gas serra. Una legge, va sottolineato, passata per pochi voti: 219 contro 212, solo 8 quelli republicani. Ora tutta l’attenzione è al Senato, dove i democratici Barbara Boxer e John Kerry hanno portato a settembre il Clean energy jobs and american power act, una nuova legge sulle emissioni che implica massicci investimenti nelle energie pulite e nella ricerca e cattura dell’anidride carbonica. Vista con favore dagli ambientalisti, ha incontrato l’opposizione dei conservatori, che la ritengono troppo complicata, costosa e d’ampio raggio. Se passerà non sarà nella versione originale.

FOTO: © DAVE MARTIN/ AP

Anche se dovesse trasformarsi in un cattivo affare dal punto di vista economico, la Casa Bianca si aspetta comunque di ottenere un indiscusso beneficio sul piano

«Ma questa è l’unica via» A colloquio con Alexander Ochs, direttore del programma

politico. Nei piani di Obama, come lo stesso presidente ha ribadito in diverse occasioni, l’apertura alle trivellazioni è una di quelle concessioni indispensabili per ottenere una maggioranza stabile al Senato e far così passare le promesse riforme verdi. La politica di un colpo al cerchio e uno alla botte è quella perseguita nel documento di programmazione economica presentato lo scorso marzo e in cui, a fianco dei 54 miliardi di dollari per il nucleare, c’è un taglio di 35 miliardi di dollari ai sussidi per petrolio e carbone e 500 milioni di investimenti diretti sulle rinnovabili. Discorso analogo nel settore delle automobili, dove è in ballo l’attuazione di standard vincolanti per le emissioni dei modelli che entreranno in produzione fra il 2012 e il 2016, e che nelle intenzioni della Casa Bianca dovrebbero permettere una riduzione dei consumi per 1,8 miliardi di barili di petrolio. Più di ogni altro è allora proprio sul fronte del clima che la politica di

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Ora che cosa accadrà? Sono in discussione altre leggi. Innanzitutto il Carbon limits and energy for America’s renewal act, introdotto a dicembre dalle senatrici Maria Cantwell e Susan Collins. Con limiti più modesti sulle emissioni, questa legge cerca nuove strade nel dibattito sul cambiamento climatico e sull’energia. Prevede un sistema di tetti e dividendi che fornirebbe fino al 75% degli introiti della vendita all’asta dei permessi d’inquinare alle famiglie per compensare l’aumento dei costi energetici, che si presume saliranno dopo la regolamentazione delle aziende. Il rimanente andrebbe a un fondo di ricerca e transizione verso un’economia pulita. Per passare in Senato, qualsiasi legge ha bisogno di 60 voti. Al momento i possibili sostenitori potrebbero essere 40, un terzo dei senatori si oppongono con determinazione. Gli altri per ora stanno a guardare: saranno loro a decidere se avremo una legislazione sul clima. Lei che cosa si augura? I nostri legislatori hanno l’opportunità di evitare


Energia e clima del World watch i peggiori effetti dei cambiamenti climatici. Una decisione critica non solo per il nostro paese, ma per il mondo intero. Per vent’anni le politiche climatiche internazionali hanno subito uno stallo per il blocco Usa e delle nazioni in crescita. Puntare il dito contro Cina e India è però ridicolo. Non solo non hanno responsabilità storiche, ma ancora oggi le loro emissioni procapite sono basse se rapportate alle nostre. Eppure in alcuni campi stanno agendo in modo più determinato rispetto al paese più ricco e potente del mondo. Dobbiamo avere una legislazione sul clima proprio perché abbiamo l’impronta ecologica più pesante, ma anche per la potenza economica, tecnologica e politica. Con la sconfitta dei democratici a novembre la situazione si è complicata. Spero che i senatori comprendano l’urgenza della questione e segnino il tempo. Se una legge passarà al Senato, sarà un compromesso tra la Kerry-Boxer e la CantwellCollins.

con l’Agenzia per la protezione ambientale. Certo, ha anche sostenuto le trivellazioni negli Usa e la nascita di nuovi impianti nucleari. Ma è poca cosa rispetto a quanto fatto per le rinnovabili. In parte sono concessioni ai parlamentari ancora indecisi nel supportare una legislazione globale sul clima. La sua tattica non è diversa da quella con cui si è mosso nel campo della salute. Non è Obama il problema. E qual è? Il nostro sistema prevede veti che rendono necessaria un’ampia maggioranza per il passaggio di un qualsiasi atto legislativo. Purtroppo il sistema finanziario influenza fortemente la politica e l’industria estrattiva fossile è ancora la più forte nel paese. C’è infine una minoranza, potente, che ha le radici nell’economia

Molti ambientalisti sono scontenti del presidente Obama… Lo sono quelli che non sanno come funziona il nostro sistema politico. Obama ha fatto del clima e dell’energia due punti chiave della sua campagna elettorale. Dopo essere stato eletto ha dichiarato che il suo governo era «profondamente legato al passaggio di una legge che creasse nuovi posti di lavoro per gli americani e ad incentivi per le energie pulite che promuovano l’innovazione». Interesse ribadito nei due discorsi sullo stato dell’Unione. Il presidente è convinto che «la nazione che condurrà il mondo nella creazione di energia pulita sarà la nazione che guiderà l’economia nel XXI secolo». Ha annunciato una nuova politica per ridurre le emissioni dei veicoli e i consumi di carburante. L’American recovery and reinvestment act prevede più di 80 miliardi di dollari di investimenti in energia pulita. Obama ha sostenuto il passaggio delle leggi nel Congresso, così come di quelli pendenti al Senato. Si è detto pronto a regolare le emissioni

FOTO: © Susan Walsh/ AP

‘Puntare il dito contro Cina e India è ridicolo. Anche perché ancora oggi le loro emissioni procapite sono basse se rapportate alle nostre’

identikit Alexander Ochs è il direttore del programma Energia e clima del World watch institute di Washington Dc. è anche uno dei fondatori del Forum per il clima atlantico e il dibattito energetico

reaganiana degli anni Ottanta e in quella creata nel ‘90 da Newt Gingrichs con il Contract with America. Sebbene la politica Usa nel 2008 ha ricominciato ad andare avanti, ci sono ancora personaggi nel governo, nei media, nel mondo accademico e nell’industria convinti che le riduzioni delle emissioni avrebbero come risultato la caduta dell’Impero americano. Questi vedrebbero più volentieri la fine del mondo piuttosto che la perdita del governo che lo controlla.  (Lida Yasmin Mahdavi)

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ambienteuropa

credici Obama

di Mauro Albrizio

Occhi puntati sull’Europa Sul clima il rischio è non raggiungere un accordo né a Bonn né a fine anno a Cancun

FOTO: © gettyimages

A

Obama stenta a dare frutti: sono passati ormai sette mesi dalla presentazione della legge sui cambiamenti climatici, che dovrebbe fissare obiettivi di riduzione dei gas serra anche negli Stati Uniti, aprendo così le porte alla ratifica di un trattato internazionale sul clima. Ma il testo, approvato dal Congresso, continua ad essere bloccato al Senato, dove non riesce a ottenere la fatidica maggioranza di sessanta senatori necessaria a farla approvare. Rimaneggiato a più riprese, il Climate change bill prevede un taglio dei gas serra di circa il 4% rispetto ai livelli del 1990, ma oggi non è che un timido ricordo rispetto al testo originario.

Sotto pressione

L’ultimo colpo è arrivato ad aprile con l’accantonamento definitivo del progetto di creare un mercato americano delle emissioni, che nell’ipotesi originaria avrebbe dovuto essere il principale strumento per fissare limiti vincolanti ai gas serra dell’industria e degli

altri settori più inquinanti. Per fare in modo che la leggi passi e sia accettabile c’è da vincere non solo il boicottaggio dei senatori repubblicani ma anche la resistenza di diversi senatori democratici, sopratutto di quelli più soggetti alle pressioni delle grandi aziende. Mai come in questi ultimi anni, del resto, le grandi corporation americane hanno investito valanghe di soldi per promuovere i propri interessi nei confronti dell’opinione pubblica e dei rappresentanti del Congresso. Fra il 2006 e il 2009, la sola Exxon Mobil avrebbe destinato 87,8 milioni di dollari alla sensibilizzazione di deputati e senatori, mentre la Chevron avrebbe speso per lo stesso scopo circa 50 milioni. Altri 37,9 milioni sarebbero arrivati dalla Koch industries, gruppo chimico-petrolifero che secondo una recente inchiesta promossa da Greenpeace avrebbe speso altri 24,9 milioni di dollari per finanziare studi e ricerche che negano il cambiamento climatico e i suoi effetti. n

Nelle pagine precedenti, una piattaforma a largo delle coste dell’Alabama e Nancy Pelosi al Congresso. Qui sopra, uno sceriffo davanti alla centrale nucleare a Chrystal River in Florida

fine mese riprendono a Bonn i negoziati sul clima. In attesa della legge sul clima “made in Usa”, gli occhi sono puntati sull’Europa. Ma i segnali non sono incoraggianti: l’Ue si presenta in Germania riproponendo la proposta che nel vertice danese si è dimostrata fallimentare. Si conferma l’impegno a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 e ad arrivare al 30% se le altre economie avanzate – incluse Cina, India e Brasile – accetteranno di partecipare allo sforzo. Il protocollo di Kyoto resta l’elemento su cui far ruotare il negoziato, ma Bruxelles ritiene necessario affrontarne i problemi, in particolare il numero limitato di paesi cui è destinato e alcuni punti, come la contabilizzazione delle emissioni della silvicoltura e il trattamento dei diritti di emissione nazionali in eccesso riportati dal periodo 2008-12. Si ribadisce la disponibilità a concretizzare in tempi rapidi l’impegno di stanziare annualmente 2,4 miliardi di euro per l’assistenza ai paesi in via di sviluppo nel periodo 2010-12. Una disponibilità condizionata, ancora una volta, al rispetto da parte degli altri paesi industrializzati degli impegni presi a Copenhagen. Su questa posizione difficilmente l’Ue potrà costruire una coalizione in grado di sbloccare i negoziati. L’offerta europea è considerata

poco ambiziosa sia dai paesi in via di sviluppo che da quelli emergenti. In particolare il taglio del 20%, che a conti fatti si riduce a una diminuzione delle emissioni del 4% rispetto all’attuale trend di riduzione. Per sbloccare la trattativa serve un’offerta del 30-40%, che secondo le stime costerebbe solo lo 0,103% del Pil. Ma l’Europa non ha ancora quella compattezza per mettere sul tavolo una proposta così ambiziosa, con il rischio di non raggiungere un accordo neanche nella conferenza di fine anno a Cancun.

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