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Periodico telematico quadrimestrale a carattere tecnico-scientifico di Psicologia con sede a Chieti in Via Vicoli, 11

Direttore Responsabile: Michele Mezzanotte Proprietario: Valentina Marroni Editore: Ass. L'Anima Fa Arte Web Master: Matteo Colangeli Curatore: Valeria Marroni Iscrizione al Tribunale di Chieti n.6

La collaborazione è aperta a tutti gli studiosi. Gli eventuali articoli (max 20000 caratteri spazi inclusi) e i libri per le recensioni vanno inviati alla redazione: info@animafaarte.it

Immagine in Copertina: Jasper Johns Figure 1, 1968

www.animafaarte.it


Rivista di Psicologia Quadrimestrale www.animafaarte.it N.1 Gennaio 2013

INDICE EDITORIALE, p.3

• Michele Mezzanotte IL DESTINO CHE BUSSA ALLA PORTA P. 5

• Gianpio Colarossi LO STRABISMO DI VENERE. IL FILTRO D'AMORE P. 11

• Luca Urbano ESTROIEZIONE: PER UNA TEORIA EVOLUZIONISTICA DEGLI ARCHETIPI P. 19

• Michele Accettella L'INTUIZIONE DEL COMPLESSO. IL DEMONE MODERNO DI UMBERTO BOCCIONI P. 27

• Sara Colarossi LA RELAZIONE. IO DO' UNA COSA A TE E TU DAI UNA COSA A ME P. 35

• Piero Di Prinzio HYBRIS E SECOLARIZZAZIONE NEL NIBELUNGENLIED (seconda parte) p. 41

• Valentina Marroni, Michele Mezzanotte INTERVISTA A LUIGI ZOJA P. 47


Henri de Toulouse-Lautrec (1864-1901). Marcelle Lender Dancing the Bolero in "Chilpéric," 1895–96. Oil on canvas.

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ari lettori e lettrici questo nuovo editoriale vuole inziare dedicandovi una danza; una danza che parla di corteggiamento e seduzione, di un uomo che corteggia una donna e di una donna che seduce tanti uomini. Questa donna si trova al centro della stanza e si muove seducente a ritmo di tamburo. Intorno ad essa degli uomini danzano avvicinandosi a lei sempre di più con il crescere della musica. Questa danza rituale è il Bolero che ha ispirato per secoli l'uomo interpretandola e reinterpretandola, ma conservando il significato originario di Anima che seduce e attira l'uomo. Spero non sia troppo presuntuoso augurare che questa rivista diventi per i lettori una seducente danzatrice di Bolero.

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Ho l'obbligo in questa sede di fare alcuni ringraziamenti. Ringrazio scrittori e lettori che hanno aperto e "sfogliato" questa rivista neonata. Una piccola creatura che cerca di respirare aria di cultura e psicologia. Ringrazio gli scrittori che hanno donato a "L'Anima Fa Arte" la loro creatività e la loro capacità intellettuale, e rinnovo loro l'invito di partecipare nuovamente con i loro contributi. Ringrazio i lettori che hanno donato il loro tempo archetipico a queste letture archetipiche. Ringrazio apprezzamenti e critiche mosse alla rivista: c'è bisogno di entrambe per crescere sani e forti. Questo è il numero 1 di una Rivista di Psicologia


Editoriale nata dalla passione letteraria e psicologica di alcuni di noi. Mentre si pianificavano le possibilità di editing per la rivista, rubriche ed articoli, subito ci è venuto in mente anche una particolare forma di relazione semplice ed efficace: l'intervista. Così abbiamo chiesto ad alcuni noti analisti di concederci una "chiacchierata". Quando li abbiamo incontrati, ci ha colpito la qualità animica dei luoghi in cui ci siamo "casualmente" ritrovati. La prima intervista con Claudio Widmann è stata realizzata all'interno di una graziosa chiesetta in un paese chiamato Smerillo, nel cuore delle Marche. Smerillo è un paese con un panorama stupendo, nel quale Giacomo Leopardi vi si recava spesso, e a cui ha dedicato alcuni ispirati versi poetici. Nella chiesa c'era anche un monaco tibetano che stava lavorando e meditando su un mandala. La seconda "chiacchierata" si è individuata all'aperto, a Fano, presso "una rotonda sul mare", come ci suggeriva negli anni sessanta Fred Bongusto. Una rotonda sul mare, due simboli animici (la rotonda e il mare), quindi un luogo archetipico così come la piccola chiesetta di Smerillo. A questo punto, non si può non pensare che esistano dei luoghi del "fare anima", dove sia presente il genius loci. Siamo all'interno della psiche e la psiche è dentro di noi, siamo fatti di psiche. A seconda del punto di vista dal quale osserviamo, è suggestivo vedere come attorno ad una "particolare chiacchierata" si aggregano energie inconsuete ma consone all'occasione. Luoghi psichici che si manifestano. Ora presenterò i lavori che accogliamo in questo numero 1 della rivista. "Il destino che bussa alla porta", il primo articolo presente, parla di psicologia attraversando la musica classica, un sogno ed una poesia. Attraverso immagini artistiche si approda ai concetti di ospitalità psicologica e al "momento giusto" dell'analisi. GIANPIO COLAROSSI ci descrive una brillante intuizione su Venere e il suo strabismo, accostandolo ai concetti di divergenza, di Io e di amore, e ci mostra come lo strabismo in realtà sia per l'uomo una protezione quando guarda negli occhi l'Amore. In seguito LUCA URBANO BLASETTI propone un'eccellente argomentazione sul concetto di Estroiezione aggiungedolo alla terminologia classica che oppone la Proiezione all'Introiezione,

descrivendo un percorso individuativo al di là dell'Io. Nell'articolo di MICHELE ACCETTELLA troviamo elaborato il pensiero di Umberto Boccioni. L'autore, prendendo spunto da queste riflessioni "artistiche", elimina le barriere poste tra soggetto e oggetto, tra mondo interiore e mondo esteriore, proponendo un continuum energetico e psichico. Successivamente SARA COLAROSSI, partendo da un sogno, vuole mettere in evidenza le proprietà corporali della Relazione, e di come quest'ultima non possa esistere senza la materia corporea e dell'oggetto. Infine PIERO DI PRINZIO torna nuovamente sulla Rivista con il suo lavoro "Hybris e secolarizzazione nel Nibelungenleid", descrivendo le prime cinque avventure dell'opera e proseguendo la sua analisi psicologica. Analisi che verrà poi ripresa nelle prossime pubblicazioni della Rivista. Dulcis in fundo abbiamo incontrato per questo speciale numero 1 il grande psicoterapeuta LUIGI ZOJA e lo abbiamo sottoposto alla nostra consueta intervista per immagini. Vi lasciamo il piacere di gustarla accompagnata dalle opere d'arte e dalle curiosità che siamo riusciti ad estrapolargli. Suggeriamo di accompagnare la lettura da un buon vino di "vecchia annata" per salutare il vecchio anno e iniziare con piacere edonistico il nuovo. Tutta la redazione dell'Anima Fa Arte vi augura Buon Anno e Buona Lettura. MICHELE MEZZANOTTE

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“Spetta agli Dei venire da me; non a me andare da loro" Plotino 1

Francesco Salviati, Kairos

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n articolo scritto partendo da una sinfonia. Un viaggio onirico attraverso la melodia, attraverso le note e procedendo oltre. La musica, come ogni forma d'arte, è primitiva e vicina all'anima: la musica è un‘esperienza archetipica. Ciò che mi chiedo è, dove mi porterà la sinfonia che prenderemo in considerazione, in quale luogo archetipico ci recheremo accompagnati da lacrime di note, guidati dal pianto dell'anima? Per tentare di rispondere a questa domanda mi servirò di un'intuizione, una sensazione, un pensiero ed un sentimento, una sincronicità, un sogno, e una poesia. La sinfonia che prenderò in considerazione, e da cui partirò, è la Quinta di Beethoven da lui denominata "Il Destino Che Bussa Alla Porta".

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In verità ho sempre avuto una certa riluttanza a scrivere di psicologia e musica, credo che a volte si corra il rischio di "uccidere" interprentando la "proiezione" in maniera errata. L'emozione che retrocede in nome di un‘ interpretazione intellettualizzante, parole che cercano di sostituire ciò che non possono, ciò che va oltre il tempo e lo spazio. Era l'anno 1807 (anche se i primi schizzi di note risalgono al 1804) e Beethoven riesce a comporre questa sinfonia dopo una gestazione lunga e travagliata. Dopo aver "ascoltato" le prime quattro note, dirà che si tratta del "destino che bussa alla porta". Come lavorare psicologicamente su di una canzone, su di una musica, su di una sinfonia? Basterebbe solo ascoltarla per poterla vivere appieno, basterebbe sentirla raccontata da quel particolare modo di esprimersi dell'uomo: un logos musicale. Tuttavia vorrei provare un lavoro tipicamente "junghiano" attraverso i quattro tipi psicologici: intuizione, sentimento, pensiero e sensazione, quattro tipi per quattro note. Ci addentreremo nella Psiche attraverso la musica, non solo ascoltandola ma anche facendo una riflessione intuitiva, una di pensiero, di sentimento e di sensazione. Sarebbe ingiusto ricondurre tutto alla funzione intellettuale e di pensiero, sarebbe come uccidere i tre quarti della psiche descritta da Jung e successivamente dalla Von Franz. Psicologia è anche lasciarsi attraversare da sentimenti, intuizioni e sensazioni che sanno già cosa fare, dove andare dentro di noi e dentro il lettore. Terremo anche in considerazione un accadimento sincronistico: il pianto di un bambino durante l'ascolto e la stesura di questo articolo. Infine parleremo di un sogno accaduto proprio nella notte


Michele Mezzanotte

di gestazione dell'articolo e di una poesia di Fernando Pessoa. Un Pensiero. La quinta sinfonia ha un'innovazione e una particolarità: l'introduzione. Le famose quattro note. Una sorpresa, un impatto, un sussulto che ci conduce ad un silenzio. Un silenzio che aspetta una risposta. Un' introduzione esplosiva e decontestualizzata, che può essere capita solo ascoltando il resto della sinfonia. Il quattro, il numero primordiale dell'ordine universale (i quattro elementi, i quattro animali ribelli che tirano il carro cosmico, le quattro fasi della luna, i quattro punti cardinali, i quattro lati della croce e ancora i quattro angeli cherubini, i quattro temperamenti, e ci sarebbero altre centinaia di tetradi, compresa quella dei quattro tipi psicologici), il quattro come un potenza ordinatrice secondo la storia dell'uomo e secondo Jung, il quattro è un destinare che etimologicamente sta per fissare, stabilire fermamente come vedremo in seguito. L'introduzione irrompe e dona una direzione, un ordine ad una psiche nel caos. Prende l'attenzione come in una stanza piena di persone che parlano attendendo l'ordine iniziatico. Un Sentimento. Ascoltando la parte iniziale ci sentiamo subito a disagio, c'è in seguito un silenzio necessario, terapeutico, riflessivo, ove vi è un spazio per agire e per rispondere. La parte successiva, dopo aver ascoltato la nostra risposta, ci prende e ci porta via, ci trascina, ci culla, accompagnandoci tra onde di emozioni in un mare in crescita. La nascita di un'onda musicale (rappresentata dalle quattro note iniziali) che ogni tanto nella canzone ci travolge nuovamente. Un' Intuizione. "Il destino che bussa alla porta": le tre Moire (Cloto, Lachesi e Atropo), che bussano e dicono ciò che sarà, come vedremo in seguito nel sogno, una piccola coccinella rossa con puntini neri fare la stessa cosa. All'inizio è traumatico, inaspettato e sconvolgente, atemporale. Quattro note per un destino, troveranno un posto nel flusso temporale e potremmo assaggiarlo con un sapore ed un profumo diversi. Le prime quattro note della sinfonia di Beethooven sono un Kairos greco, un momento atemporale ed

emotivamente carico, un momento magico in cui "inizio" e "fine" coincidono, un momento in cui le possibilità si percepiscono in gran numero ma tuttavia sono difficili da afferrare. Una Sensazione. Un nodo alla pancia, un vuoto, uno stomaco in tensione che si contrae. Silenzio, le orecchie che attendono e cercano di capire. Preso. Trasportato fino ad essere sostenuto corporalemente dalle note. Una Sincronicità. Il pianto disperato di un bambino come sottofondo alla sinfonia, irrompe. Una nascita. Un destino che bussa alla porta della vita di ognuno di noi. Che parte avrò nel flusso temporale? Come procederanno nel cammino le nostre quattro note? Un bambino che nasce, come un'immagine che nasce e irrompe nella vita volendo vivere, piangendo, urlando e vaggendo, cercando di farsi notare. Ricordiamo questo evento come una nascita psichica di un' immagine psichica proveniente dal mundus immaginalis. La nascita-natale è un momento archetipico, il momento in cui un nuovo emerge ed è destinato a vivere per morire. La nascita può essere considerata anche come un rito umano di rinnovamento nel quale una nuova immagine o un nuovo essere vivente, viene alla luce per raggiungere il suo scopo. Un' immagine che dopo essere venuta al mondo, vuole vivere e per vivere deve farsi notare, deve chiedere, deve bussare alla porta della nostra casa psichica. È un lasciarsi attraversare. Ci vengono in mente i due personaggi famosi di Filèmone e Bàuci e la loro storia mitica. Ci viene in mente l'iscrizione junghiana del 1923 a Bollingen "Philemonis sacrum, Fausti poenitentia". Wolfgang Giegerich2 e James Hillman3 riconoscerebbero gli Dei che bussano alla porta. Qui si presentano sotto forma di Destino. Le tre Morie vengono a bussarci, e lì entra in gioco il nostro "volere", la nostra capacità minima di accogliere o meno in quel piccolo spazio e tempo del silenzio. Di dire "si" o "no". Di lasciarci condurre da queste immagini, da questi dei e da questi destini. Come nella sensazione precedente, lasciarsi trasportare dalla musica psichica per essere sostenuto corporalmente dalle note. Possiamo decidere solo nel momento del silenzio, dopo le prime quattro note. A quel punto possiamo

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Il Destino Che Bussa Alla Porta

accogliere l'immagine-Dio, possiamo nutrirlo, possiamo lasiarci attraversare e afferarlo al momento giusto. Riprendiamo il tema precedentemente citato del Kairos greco, ovvero di un altro modo di intendere il tempo, un tempo qualitativo a differenza di Kronos, il tempo quantitativo. La parola Kairos significa sia "momento giusto", sia "tempo di Dio". Il Destino che bussa alla porta è un Kairos ovvero è il tempo giusto, il tempo di un dio-immaginearchetipo che viene per essere afferrato e per viverci vivendo lui stesso. L'atteggiamento nei confronti del Kairos è di apertura e di accoglimento. Viviamo in un‘ epoca dove l'accogliere non ha più un valore, nella quale l'ospitalità è venuta meno. Siamo più predisposti al rifiuto e al "no" nei confronti di ospiti inattesi e sconosciuti come Filèmone e Bàuci, piuttosto che al fatto di nutrirli con ciò che possiamo donare loro. Una madre nei confronti di un bambino appena nato cerca di donare tutto ciò che può e che ha: ospitalità e nutrimenti attraverso il seno e il latte. Una madre si svuota al cospetto di un nuovo arrivato che cerca vita e dona energie e vita a sua volta. Oggi il nostro atteggiamento nei confronti delle immagini e degli Dei è oppositivo e senza accoglienza. Quanti di voi ospiterebbero uno sconosciuto a casa propria dandogli luogo e nutrimento? Dandogli tutto ciò che si può dare, senza pensare a profitti o conseguenze come fecero Filèmone e Bàuci? Sono passati pochi anni dal dopoguerra della seconda guerra mondiale e mentre prima si respirava un‘ aria di attraversamento dell'immagine, in cui la psicoanalisi prosperava, oggi le immagini vengono rigettate via verso una più eroica visione della vita. Ognuno crede di costruirsi da sè. Altre terminologie psicologiche parlerebbero di narcisismo psicologico. Claudio Widmann nel suo ultimo libro4 si domanda come "… la diffusione del gatto come animale d'affezione proceda in parallelo con il diffondersi del narcisismo come organizzazione psicologica prevalente nell'attuale psiche collettiva." A questo punto, parlando di ospitalità e nascita, mi viene in mente un sogno. Un sogno di stanotte (15/12/2012). Vediamo come si collega all'argomento che stiamo affrontando.

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"Una donna, compagna di vita, sta partorendo. Viene fuori un piccolo feto, minuscolo. Le prima emozione è di gioia. Questo piccolo feto si può tenere tra le dita, tra l'indice e il pollice, delicatamente. Guardandolo più attentamente notiamo che si tratta di una coccinella." Mentre scrivo il sogno mi meraviglio di come i temi della nascita e del destino siano presenti. Nulla di panificato o di ponderato. Ho accolto l'immagine che mi si presentava e la sto ospitando, la sto nutrendo. Il tema della venuta al mondo è presente così come un' immagine arriva a noi per vivere. Un Dio-Destino che bussa alla porta, e in più siamo nel periodo del nuovo nascituro per eccellenza: il Natale. Cosa rappresenta il piccolo feto-coccinella? Coccinella etimologicamente significa granello rosso. Questo piccolo e delicato animale ha diversi appellativi e nomi: la gallinella del signore, uccellino di Dio, cavallino di Dio, galletto d'oro, galletto di Maria, uccellino del sole, in Francia bete a dieu, o bete a christ, in Russia piccola mucca di Dio, le donne in Germania le chiedono di essere una messaggera d'amore. In ogni caso è simbolo di messaggio di amore o della divinità, rappresentazione egregia dell'immagine psichica. Portatrice di un messaggio ed hermetica. Nel pensiero superstizioso, la coccinella ha una capacità di capire il logos umano, il linguaggio degli esseri umani, conoscendone anche l'avvenire come le tre Moire, come un "Destino che bussa alla porta": Cloto la filatrice dello stame della vita, Lachesi colei che svolgeva il filo sul fuso ed infine Atropo che lo recideva con lucide cesoie e in maniera inesorabile. Il colore rosso non ha bisogno di presentazioni, infatti porta con sè tutta la potenza vitale in positivo ed in negativo. Potenza di vita e potenza distruttrice. Un‘ immagine psichica quella della coccinella, ovvero messaggera divina e piccolo granello di vita. La psiche e l'Anima sono permeate di miriadi di immagini-granelli che concretizzandosi assumono il logos umano, il nostro linguaggio. Portano con sè vita, vogliono vita e donano vita come un neonato appena nato che cerca nutrimento dalla madre e dona ai genitori l'entusiasmo ed energie inaspettate. Riconosciamo nella


Michele Mezzanotte

moltitudine infinitesimale dei granelli, la moltitudine delle immagini psichiche. Granelli di sabbia usati per disegnare mandala psichici, percorsi di vita umana più che concreti che tuttavia possono essere cancellati in una piccola frazione di movimento. Un' altra caratteristica tipica della piccola e delicata coccinella è il fatto di andare verso l'alto, di dirigersi verso le vette. Tutti voi avrete sicuramente provato a far camminare una coccinella trovata in un verdeggiante prato di primavera, sulla propria mano. E certamente tutti voi avrete notato che per quanto giriamo la mano e le dita, il fragile animale andrà verso le alture, verso l'apice, verso il punto pìù alto che può trovare. Arrivata in quel punto, la coccinella, spiccherà il volo verso altri luoghi e altri venti. L'immagine-coccinella tenta di venire alla luce, di sorgere, di ascendere per venire alla coscienza, per mostrarsi e quindi vivere. Non c'è null'altro di più. Le immagini vogliono vivere. Parliamo quindi di Ospitalità psicologica. Ancora una volta l'etimologia della parola ci viene in aiuto e ci spiega meglio il concetto: prendere alloggio presso qualcuno. Le immagini psichiche prendono alloggio presso di noi, trovano posto nella nostra psiche e ci animano. Riportiamo ora una poesia di Fernando Pessoa ricca di significato emotivo. Passa una farfalla davanti a me e per la prima volta nell'Universo mi accorgo che le farfalle non hanno colore nè movimento, così come i fiori non hanno profumo nè colore. È il colore ad avere colore nelle ali della farfalla, nel movimento della farfalla è il movimento a muoversi. È il profumo ad avere profumo nel profumo del fiore. La farfalla è solo farfalla e il fiore soltanto fiore.5 Questa piccola, ma grande poesia di Fernando Pessoa ci permette di afferare meglio il concetto dell'immagine coccinella che chiede ospitalità. Il colore chiede ospitalità nelle ali della farfalla e il profumo chiede ospitalità nel fiore: non è la farfalla ad essere colorata ma il colore ad avere colore. Mutuato nel linguaggio patologico, non è una

persona ad avere l'attacco di panico ma è l'attacco di panico a possedere l'attacco di panico. Ogni immagine è un Io, è autonoma e indipendente, ha una sua vita. Tutto ciò per poter semplicemente vivere, per poter essere dinamica. Ogni immagine è Un destino che bussa alla porta, ci suggerisce Beethoven con le quattro note epocali. Un destino che etimologicamente sta per esser fermo; il destino come qualcosa di immobile, determinato e fisso che cerca movimento e dinamica grazie alla psiche. La psiche viene ad essere uno strumento umano per trasformare l'immobile in mobile, lo statico in dinamico. È come se gli dei-immagini-archetipi avessero bisogno di noi a causa della loro immortale immobilità. Noi doniamo loro movimento. In questo mondo nulla è in stasi, anche il nostro linguaggio scientifico ci suggerisce ciò. Prendiamo l'immagine che abbiamo del tavolo, lo vediamo così immobile, così fermo e statico, in verità ci sono milioni di atomi in un movimento apparentemente caotico e collegati fra di loro che permettono il suo stare lì, il suo farsi materia. In uno stesso momento temporale, in un Kairos, troviamo mobilità ed immobilità che si incontrano, troviamo degli dei che bussano alla porta della vita, la porta dell'umanità e della mortalità in un momento di sospensione. Arrivati a questo punto, come ci può aiutare quanto appena detto, in un temenos analitico? Stiamo seduti di fronte ad un paziente che bussa alla nostra porta e si accomoda sul nostro divano analitico. Porta sogni; porta sintomi quali ansie, angosce e paure; porta malattie; porta diagnosi; porta follie. Ora sappiamo che questi sogni, queste ansie, angosce e malattie non sono sue ma provengono dal destino, provengono da un' immobilità che vuole diventare dinamica e ha una sua autonomia e un suo "Io". Lo attraversano perchè vogliono vivere in questo mondo, e noi dobbiamo dare loro ospitalità nel nostro studio e non cacciarle via attraverso farmaci o psuedosoluzioni psicologiche. Lo studio dello psicoterapeuta si trasforma in un luogo dove elementi non accettati dalla realtà e dal sistema possono trovare ospitalità, possono ricevere vita e così come sono nati sono destinati a morire: i sintomi si risolvono se paradossalmente si lasciano vivere e si dona loro il senso che cercano. Queste

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Il Destino Che Bussa Alla Porta

individualità ci accompagneranno durante il nostro percorso di vita, ci creano individui e ci mostrano al mondo e agli altri. I nostri sintomi e le nostre particolarità folli troveranno posto in uno studio psicologico, troveranno spazio e vita affinchè possano trovare anche la morte. L'analisi ha il suo Kairos, il suo dio che bussa alla porta, il suo momento giusto. Noi analisti abbiamo la necessità di osservare il mondo ed il paziente dal punto di vista della psiche, che è anche il punto di vista del Kairos, ovvero della possibilità che si manifesta e va accolta: il momento giusto in cui il paziente giusto arriva dall'analista giusto; il sintomo giusto che arriva nel momento giusto per comunicare qualcosa di giusto alla persona giusta; l'attimo analitico giusto in cui arriva "la lettura" giusta; il particolare giusto nel tempo giusto; il dio giusto al momento giusto. Ci sono, durante il nostro vivere quotidiano e il nostro trascorrere le lunghe ore della nostra vita, affaccendati tra res cogitans e res extensa, momenti in cui avvertiamo una percezione diversa delle cose, una percezione del Kairos, la percezione di un tempo diverso e avvertiamo una possibilità, una piccola intuizione sfuggente che ci scivola via tra le dita in pochissimi istanti, difficili da fissare. Sono intuizioni, micro-sensazioni di attimi che ci vengono a trovare e scappano via, manifestazioni imprevedibili di "casualità" psichiche, sincronicità, una manciata di note inaspettate e sfuggenti. È in questi piccoli attimi di sospensione e di psiche che si gioca la visione analitica, la visione del punto di vista di Psiche, una fanciulla alata che accende solo per pochi attimi e solo fugacemente, una lanterna luminosa con cui riesce a cogliere la potenza e la bellezza divina di Eros che la porterà alla rovina, una rovina che sarà tuttavia la sua vita e la sua storia. Note e Bibliografia: 1. Plotino, Enneadi, Bompiani Editore, 2000 2. Wolfgang Giegerich, Alchimia della storia e la morte dell'anima nella civiltà della tecnica, Moretti e Vitali, 2008 3. James Hillman, Il mito dell'analisi, Adelphi, 2009 (nona edizione) 4. Claudio Widmann, Il gatto e i suoi simboli, Magi Edizioni, 2012

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5. Fernando Pessoa, Una Biblioteca Adelphi, 2011

Sola

Moltitudine,

Michele Mezzanotte: Psicologo - Psicoterapeuta in formazione, iscritto all'albo dei giornalisti e degli psicologi. Presidente dell'associazione culturale e di volontariato psicologico "L'Anima Fa Arte". Direttore Scientifico della rivista psicologica "L'Anima Fa Arte". Autore di diverse pubblicazioni psicologiche. Lavora nel suo studio privato a Chieti e ha lavorato nella clinica psichiatrica riabilitativa "Il Quadrifoglio".


L'Anima Fa... Libro

IL GATTO E I SUOI SIMBOLI HO SFOGLIATO E APPREZZATO LE PAGINE DI UN PICCOLO LIBRO. PAGINE ARCHETIPICHE. PAGINE ONIRICHE CHE SI SONO SVILUPPATE SOTTO I MIEI OCCHI. PAGINE CHE NARRANDO UNA STORIA, HANNO DESCRITTO I MOLTEPLICI ASPETTI IMMAGISTICI DI CUI SI CARICA L'ARCHETIPO DI UN ANIMALE MOLTO AFFINE ALL'UOMO.

I

PERCORSI

CULTURALI E MITOLOGICI ATTRAVERSANO OGNI CAMPO DI SCIENZA UMANA; E SCIENZA INTESA ETIMOLOGICAMENTE COME

“SCIO”

OVVERO SEMPLICE “SAPERE”.

UN

PERCORSO DI ARCHETIPI CHE ANALIZZA E INTERSECA CAMPI DI

CONOSCENZA ETOLOGICI, ARTISTICI, MITICI, FIABESCHI E LETTERARI, UN PERCORSO CHE EVIDENZIA COME L'ANIMA

FA ARTE;

CAMPI DI

CONOSCENZA CHE INSIEME DELINEANO DURANTE LO SCORRERE DELLE PAGINE UN PROFILO NETTO, SCANDITO DA PRECISE IMMAGINI

Claudio Wdimann, analista junghiano, è docente di Teoria del simbolismo e di Tecniche dell'immaginario in varie scuole di specializzazione in Psicoterapia. Vive e lavora a Ravenna. Impegnato conferenziere, è autore e curatore di saggi che rileggono aspetti ordinari e straordinari della realtà alla luce della psicologia junghiana. Per i tipi delle Edizioni del Girasole è stato pubblicato il Manuale di training autogeno, mentre per quelli della Cittadella il libro F come Fiducia. Tra i suoi numerosi volumi nel catalogo delle Edizioni Magi ricordiamo Il simbolismo dei colori, Le terapie immaginative, La simbologia del presepe, Sul destino, Il mito del denaro, Gli arcani della vita.

“ONIRICHE” DIURNE. L'AUTORE DEL LIBRO DESCRIVE QUESTO ANIMALE CREATO DALLA LUNA, LA TIGRE DEI POVERI DIAVOLI, UN ANIMALE PREDATORE, ORGOGLIOSO, DEFENSOR E CAPTOR, ARISTOCRATICO E ANIMALESCO AL TEMPO STESSO, INTROVERSO E AFFETTIVO, INDIPENDENTE E AUTOSUFFICIENTE, UN ANIMALE CHE “NÈ OBBEDISCE, NÉ COMANDA”, PERSONIFICAZIONE DI OMBRA SIA MASCHILE E FEMMINILE, FIGURA DEL FEMMINILE E DELL'ANIMA, IMPREVEDIBILE. IL LIBRO SI INTITOLA “IL GATTO E I SUOI SIMBOLI” E L'AUTORE È CLAUDIO WIDMANN. UN LIBRO CHE PUÒ ESSERE DEFINITO L'ANALISI DI UN SOGNO AD OCCHI APERTI. SI DISTENDONO COSÌ AMPLIFICAZIONI ARCHETIPICHE PRESE DAI PIÙ SVARIATI AMBITI CULTURALI, PASSANDO PER DIVERSI MOMENTI TEMPORALI, DALL'ANTICA GRECIA AI GIORNI NOSTRI: MILLENNI DI STORIA E SIMBOLI CONDENSATI IN QUESTE PAGINE VIVIFICATRICI. UN LIBRO IN CUI RISPECCHIARMI SU PROIEZIONI DELLA MIA ANIMA ATTRAVERSO L'ARCHETIPO DEL GATTO. TUTTAVIA LA QUALITÀ PIÙ BELLA DI UNA LETTURA NON È COSA NE PENSO IO O DOVE IO MI RISPECCHIO IN ESSA, MA IN QUALI CARATTERISTICHE CELATE E MANIFESTE DEL GATTO SI RITROVA OGNI LETTORE CHE SI ACCINGE A SCOPRIRE UNA PARTE DI SÉ. OGNUNO DI VOI CHE SI AVVICINERÀ A QUESTA LETTURA TROVERÀ QUALCOSA DI GATTO IN SÉ STESSO, UN PARTICOLARE SEGRETO NASCOSTO NELL'INCONSCIO DELLA SUA PSICHE, CHE ASPETTAVA IL MOMENTO GIUSTO PER USCIRE ALLO SCOPERTO. UN MOMENTO GIUSTO

CHE

NELLA

VITA

PUÒ

ESSERE

DATO

DA

SVARIATI

AVVENIMENTI APPARENTEMENTE CASUALI, E CHE ORA SI MANIFESTA ATTRAVERSO LE RIGHE DI QUESTO LIBRO, RIGHE EVOCATIVE ED ESAUSTIVE CHE RIESCONO A CENTRARE APPIENO L'ARCHETIPO

GATTO. UN LIBRO ARCHETIPICO. Michele Mezzanotte

CLAUDIO WIDMANN 10


I

n questo articolo parlerò della nascita della Dea Venere intendendola come la nascita della distorsione del giudizio dell’Io da parte di una minima quantità d’amore. Questo concetto, secondo il mio punto di vista, è metaforizzato negli occhi di Venere cioè nello strabismo divergente della dea che filtra l’amore. Come vedremo in seguito, gli occhi divergenti della Dea possono essere intesi come il Sole e come la Luna, e possono essere paragonati ai due cavalli dell’auriga che tirano il carro in direzioni divergenti. Lo strabismo di Venere può essere inteso come un’ incantesimo d’amore con cui l’Io deve imparare a convivere. Quando l’Io impara a convivere con lo “Strabismo di Venere” (cioè quando l’auriga impara a tenere i due cavalli che tirano in direzioni contrastanti) allora la Dea diventa colei che unisce, tramite la visione divergente. Infatti, vedremo, per i Sumeri la Dea mostrandosi all’alba e al crepuscolo (quando la Luna, l’occhio sinistro, e il Sole, l’occhio destro, sono presenti contemporaneamente nel cielo) si presentava come un legame fra le divinità del giorno e quelle della notte. Questo legame verrà inteso come un filtro che permette all’Io di poter accedere al cospetto dell’amore senza esserne distrutto. “Già per i Sumeri, Venere era ‘colei che mostra la via alle stelle’. Dea della sera, favoriva l’amore e la voluttà; dea del mattino presiedeva alle operazioni di guerra e alle stragi. Era figlia della Luna e sorella del Sole. Mostrandosi all’alba e al crepuscolo, si presentava come un legame fra le divinità del giorno e quelle della notte. Per ciò suo fratello era il Sole e sua sorella la dea degli Inferi. Dalla sua parentela con il Sole – di cui era sorella gemella – provenivano le sue qualità guerriere; era detta la valorosa o la Signora delle battaglie. Tutto questo in quanto stella del mattino. Ma in quanto stella della sera era influenzata da sua madre la Luna che predominava facendo di lei la

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La nascita di Venere, Sandro Botticelli Particolare, 1482-1485 divinità dell’amore e del piacere. … in quanto dea dell’amore, regina dei desideri, detta anche <Colei che anima il godimento e la gioia>, il suo culto si associava alla prostituzione sacra. Il suo mito comporta una discesa agli Inferi, il che spiega il senso iniziatico del simbolismo venusiano: un re di babilonia la chiama <Colei che al levare e al tramontare del sole rende buoni i miei presagi>”1. Ora sappiamo che Venere era contemporaneamente intesa come stella del mattino e stella della sera; in quanto stella del mattino era detta “la signora delle battaglie”, in quanto stella della sera era detta “colei che anima il godimento e la gioia” e il suo culto si associava alla prostituzione sacra. Prostituzione sacra (prostituire, etimologicamente, significa “porre davanti”) potrebbe anche significare che la Dea poneva davanti la sacralità; sacro è qualcosa che è degno di venerazione. Venerare significa: implorare gli dèi; domandare una grazia; indirizzare una domanda a Venere. Prostituzione sacra quindi potrebbe significare


Gianpio Colarossi

“porre davanti una domanda (una preghiera) che è degna di Venere”. Ma, che cosa gli viene chiesto alla Dea? Forse le viene chiesto, implorato, di essere liberati dalla spudoratezza; e il modo in cui le viene chiesto ciò, forse, può essere rintracciato nell’antico rito della prostituzione sacra. La Prostituzione sacra “rievocazione simbolica di una Ierogamia e dell’unione dell’umanità con la divinità, era un rito di fertilità che si praticava in connessione con un tempio. Ne erano spesso protagoniste fanciulle vergini di buona famiglia, oppure anche schiave, o sacerdotesse del tempio, che nella maggior parte dei casi si univano a stranieri. … Ogni donna del paese deve andare nel santuario di Afrodite una volta nella sua vita e unirsi a un uomo straniero. Nel santuario di Afrodite si mettono sedute molte donne con una corona di corda intorno al capo; le une vengono, le altre vanno. In tutte le direzioni corsie diritte passano attraverso le donne e percorrendo queste corsie gli stranieri scelgono. Quando una donna è giunta li non torna a casa prima che uno degli stranieri gettandole in grembo del denaro non si sia unito a lei fuori del tempio. Gettando il denaro egli deve dire: ‘Io invoco la dea Militta’. Gli Assiri chiamavano infatti Militta Afrodite. La donna segue il primo che le abbia gettato del denaro e non respinge nessuno. Quelle che sono belle di aspetto e di complessione presto se ne vanno, mentre quelle di loro che sono brutte rimangono per molto tempo, non potendo soddisfare la legge; e alcune tra loro rimangono anche per un periodo di tre o quattro anni”2. Sintetizzando possiamo dire quanto segue: la prostituzione sacra era un rito di fertilità in cui un uomo, uno straniero, entrava nel tempio di Afrodite; lì si sceglieva una donna (con la quale avere un rapporto sessuale) gettandole dei soldi nel grembo. Dopo il rapporto sessuale (che si svolgeva fuori dal tempio di Afrodite) la donna era libera e poteva tornare a casa. La donna doveva restare nel tempio di Afrodite finché qualcuno non pagava per fare sesso con lei. Il rito afferma che la donna era costretta a vendere il proprio corpo per ottenere la libertà e quindi per poter uscire dal tempio di Afrodite. In quel rito il tempio di Afrodite era paragonabile a una prigione per le donne; se nessun uomo pagava per fare sesso con loro, non potevano essere libere di tornare a casa. Forse un motivo per cui un uomo si recava nel

tempio di Venere e pagava una donna per poter avere con lei un rapporto sessuale era finalizzato a provare un orgasmo sessuale. L’orgasmo può essere inteso come la morte di un incantesimo d’amore. Dopo un orgasmo l’uomo diventa refrattario al desiderio sessuale; la donna può avere vari orgasmi, uno dopo l’altro. Quindi, forse, l’uomo pagava una donna, sia per avere un rapporto sessuale con lei, sia per poter essere refrattario al desiderio sessuale. Essere refrattario al desiderio sessuale significa essere temporaneamente immune all’incantesimo d’amore, acceso da Venere, che toglie il pudore agli uomini (maschi e femmine). Volendo intraprendere una lettura intrapsichica, cioè psicodinamica, del rito su esposto, possiamo affermare quanto segue: un complesso psichico (che possiamo osare di denominare “incantesimo di Venere”), depotenziando le barriere psichiche del pudore, influirà sul complesso dell’Io; di conseguenza una persona, il cui Io è sotto gli effetti dell’influsso dell’incantesimo di Venere, si comporterà in modo poco morale o addirittura spudorato. L’orgasmo sessuale (che può essere paragonato a un antidoto per l’influsso del complesso di Venere che agisce sull’Io) può essere considerato come quella particolare sensazione psichica che l’Io ricerca per ristabilire il senso del pudore nella psiche. Forse la sessualità è un mezzo (“meccanico”?) che l’uomo ha a disposizione per raggiungere quella sensazione, quell’antidoto, quella attivazione psichica, chiamata orgasmo o anche “piccola epilessia”, che gli occorre per ristabilire le barriere del pudore. Forse questo discorso può dare anche senso alla masturbazione, intesa come ricerca di quell’antidoto per disattivare l’immoralità. Il desiderio sessuale può essere considerato un incantesimo d’amore. “All’epoca della seconda guerra punica risale l’introduzione del culto di Venus Erycina della Sicilia. All’anno 114 a.C. si data l’apertura a Roma di un tempio dedicato a Venere Verticordia, ossia colei che trasforma il cuore umano. … È stata avanzata l’ipotesi di un collegamento tra il nome della dea (che corrisponde al sostantivo venus, neutro) e il termine venia (‘favore’, ‘grazia’) e venenum (che vale prima di tutto ‘fascino magico’). La stessa radice ha anche il verbo veneror, che indica propriamente l’atteggiamento che deve tenere chi desidera

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ottenere il favore divino. Il concetto di venus è stato messo quindi in relazione con un ambiente di religiosità magica e si prestava ad indicare una divinità benevola e propizia”3. Afrodite, per ordine di Giunone, fu l’autrice del primo incantesimo d’amore che aveva lo scopo di eliminare il pudore alle persone colpite da tale incantesimo. L’incantesimo di cui Afrodite si servì per soggiogare Medea all’amore di Giasone fu la prima magia d’amore praticata tra gli uomini. Afrodite “prese l’uccello chiamato torcicollo o cutrettola e ne inchiodò i quattro arti ai raggi di una ruota, poi la fece girare vorticosamente in aria pronunciando formule magiche; così Medea dimenticò il pudore e fu presa dal desiderio di tradire padre e famiglia per amore di quello straniero. Questo incantesimo (che i latini chiamavano rota amoris) si usò da allora in poi per infondere amore nelle persone amate”4. In Pindaro leggiamo: “la signora dai dardi accuminati, la dea nativa di Cipro, aggiogato dall’Olimpo il torcicollo screziato ai quattro raggi della ruota ineludibile, portava per la prima volta agli uomini l’uccello che fa delirare e insegnava al saggio figlio di Esone incantesimi di supplica perché strappasse a Medea il rispetto verso i genitori e desiderio di Grecia la agitasse, ardente in cuore, con la sferza di Persuasione. E subito gli mostrava come superare i cimenti posti dal padre, e mescolati con olio succhi d’erbe, lenimenti ad aspri dolori, glieli porse perché se ne ungesse, e si accordarono di unirsi in dolce connubio”5. Ora vediamo brevemente le vicende di Giasone e di Medea e poi vediamo quali furono gli effetti dell’incantesimo d’amore nella mente di Medea. “Secondo il responso di un oracolo, Eete, figlio del Sole, avrebbe conservato il suo regno fintantoché il vello che Frisso aveva consacrato fosse rimasto nel tempio di Marte. Perciò Eete stabili che Giasone, se voleva portare via il vello d’oro, doveva superare questa prova: mettere un giogo di adamante a due tori dagli zoccoli di bronzo che esalavano fiamme dalle narici e poi arare e seminare, gettandoli da un elmo, i denti del drago, da cui subito sarebbero sorti altrettanti uomini armati che si sarebbero uccisi tra loro. Giunone però volle come sempre salvare Giasone, perché una volta era giunta a un fiume e, per mettere alla prova le menti degli uomini, aveva assunto le sembianze di una vecchia e chiesto di essere

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trasportata sull’altra sponda; Giasone lo aveva fatto, mentre altri, passati di li prima di lui, l’avevano trattata con disprezzo. Perciò, poiché sapeva che Giasone non avrebbe potuto portare a termine l’impresa che gli era stata imposta senza l’aiuto di Medea, Giunone chiese a Venere di infiammare Medea d’amore per lui. Così, per istigazione di Venere, Giasone fu amato da Medea e grazie a lei superò ogni pericolo”6. Adesso, tramite le Metamorfosi di Omero, vedremo quali furono gli effetti dell’incantesimo d’amore nei ragionamenti di Medea. “… una gran fiamma si accende nel cuore della figlia del re, la quale, dopo avere a lungo lottato, quando vede di non poter vincere con la ragione quella folle passione dice: <Invano, Medea, cerchi di resistere: dev’esserci qualche dio che si oppone. Strano comunque se non fosse questo (o almeno qualcosa di molto simile a questo), quel sentimento che è chiamato amore. E infatti, perché gli ordini di mio padre mi sembrano troppo duri? Però… sono troppo duri davvero! Perché ho paura che muoia uno che vedo ora per la prima volta? Quale è la causa di tanta paura? Scaccia dal tuo petto di vergine la fiamma che vi si è accesa, se ci riesci, infelice! Se ci riuscissi… avrei la mente più a posto. E invece, mio malgrado, un impulso mai prima provato mi trascina, e la bramosia mi consiglia una cosa, la mente un’altra. Vedo il bene e lo approvo, e seguo il male. Perché, principessa, bruci per uno straniero e sogni nozze con uno di un mondo che non è tuo? Anche in questa tua terra potrai trovarlo, un essere da amare. Che lui sopravviva oppure perisca, dipende dagli dèi. Che sopravviva, però! Questo si può augurare anche senza essere innamorate. E del resto, che male ha fatto Giasone? Bisognerebbe essere ben crudeli, per restare insensibili alla giovinezza, alla nobiltà, al valore di Giasone! Anche se non avesse altro, chi non incanterebbe con quel suo viso? Almeno il mio cuore… l’ha incantato. Ma se non verrò in suo aiuto, sarà bruciato dal fiato infuocato dei tori, si scontrerà con nemici che spunteranno dal suolo su cui avrà seminato, o finirà crudelmente preda dell’ingordo drago. Se io permetterò una cosa simile, dovrò ben dire di essere nata da una tigre, di portare nel cuore ferro e sassi! E perché anzi non assisto anche alla sua morte contaminandomi gli occhi con quello spettacolo? Perché non aizzo contro di lui i tori e i feroci figli della terra e il drago che non muore mai? Speriamo in bene, o


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dèi!... Benché, che sto a pregare? Devo fare! Ma allora venderò il regno di mio padre, e questo straniero (e chi lo conosce?) si salverà grazie al mio aiuto per poi spiegare le vele ai venti senza di me, una volta scampato, e sposare un’altra mentre io, Medea, rimango nei guai? Se è capace di fare una cosa del genere, di preferirmi un’altra, muoia, l’ingrato! Ma no… Ha un’aria così buona, un animo così nobile, una figura così gentile, che non ho da temere che m’inganni e dimentichi i meriti miei. E prima mi darà la sua parola, e pretenderò che gli dèi siano testimoni del nostro patto. Di che hai paura, se sei al sicuro! All’opera dunque, senza più indugi! Giasone ti dovrà gratitudine eterna, si unirà a te con nozze solenni, e in tutta la città dei Pelasgi folle di madri inneggeranno a te chiamandoti salvatrice. E così io lascerò sorella e fratello e padre e dèi e terra natale, portata via dai venti? Veramente… mio padre è cattivo, veramente la mia terra è barbara, mio fratello è ancora un bambino, mia sorella sta dalla mia parte, e un dio grandissimo è in me. Lascerò cose non grandi, per cose grandi: la gloria di aver salvato i giovani Achei, la conoscenza di un paese migliore, e città la cui fama è giunta perfino qui, e usi e costumi dei vari popoli, e colui che non cederesti per tutto l’oro del mondo, il figlio di Esone, lo sposo col quale sarò per tutti la donna più felice e più cara agli dèi e toccherò le stelle! Però… non si parla di non so quali montagne che si scontrano in mezzo al mare, di Cariddi pericolosa per navi, che ora risucchia ora rigetta le acque di uno stretto, di Scilla vorace che ricinta di cani feroci latra sugli abissi del mare di Sicilia? Sarà, ma stretta al mio amore, in grembo a Giasone, a lui aggrappata, me ne andrò per lunghe distese marine. Nulla temerò, abbracciata a lui, o se avrò paura di qualcosa, avrò paura solo per mio marito. Ma… lo consideri proprio un matrimonio, Medea? Non è questo un nome specioso con cui mascheri la tua colpa? Guarda piuttosto che grande empietà stai per commettere, e finché sei in tempo, evita questo crimine!>. Così ragionava, e davanti ai suoi occhi si erano parati la rettitudine, il dovere, il pudore, e la voglia amorosa, sconfitta, già voltava le spalle. Essa si stava recando agli antichi altari di Ècate, figlia di Perse, celati in un bosco ombroso, in una macchia appartata. E ormai si sentiva forte, e l’ardore represso tendeva a svanire, quando scorse il figlio di Esone, e la fiamma sopita ridivampò. Le si arrossirono le guance, si arroventò in tutto il

viso, e come la piccola favilla rimasta nascosta sotto un velo di cenere suole prendere alimento dal vento, e crescere, e agitata risorgere e riacquistare il perduto vigore, così quell’amore già fiacco, che ormai avresti detto languente, si riaccese, come essa vide il giovane, di fronte a tanta bellezza. E per caso quel giorno il figlio di Esone era ancora più bello del solito: scusiamola, se rimase incantata. Lo guarda, e tiene gli occhi fissi sul suo volto, come se solo ora finalmente lo vedesse, e smarrita crede di vedere il viso di un dio, e non se ne distacca. Ma quando lo straniero comincia a parlare e prende la destra e sottovoce le chiede aiuto e le promette di sposarla, allora prorompe in lacrime e dice: <So bene cosa sto facendo, e se sbaglio non è perché ignoro come stanno le cose, ma perché ti amo. Ti salverai, grazie a me, ma una volta salvato, mantieni le promesse>. Lui giura sui misteri di Ècate triforme, la divinità che si presume presente in quel bosco, e sul Sole, padre del futuro suocero, che vede ogni cosa, e sul successo della propria pericolosa impresa. È creduto, e subito riceve delle erbe magiche, impara come bisogna servirsene, e tutto contento si ritira”7. Abbiamo precedentemente affermato che il mistero che l’Io percepisce al cospetto di Venere è rintracciabile negli occhi della Dea. “Se gli occhi discernono il mondo esteriore, possiedono anche un fattore di magnetismo (cioè esercitano un’influenza occulta e potente simile a quella del fluido magnetico della fisica, per esempio nell’ipnosi e nella suggestione), la cui azione può essere tanto misteriosa quanto possente: ‘avere lo sguardo magnetico’, ‘gettare il malocchio’. Gli occhi riflettono lo stato fisico, ma soprattutto psichico, dell’individuo, perché emozioni come i sentimenti, le passioni, la gioia, la tristezza, l’agitazione, la collera, l’astenia, la voluttà, si manifestano nello sguardo. Per questo gli occhi vengono anche definiti ‘specchio dell’animo’. L’occhio evoca innanzi tutto la chiara visione delle cose, in contrapposizione all’accecamento dell’Io; la luce contrapposta all’ombra; la chiarezza della coscienza contrapposta alle tenebre dell’incoscienza. In molte religioni, l’occhio destro è assimilato al sole e il sinistro alla luna; entrambi, cioè, sono assimilati ai due luminari celesti. Consideriamo, per esempio, la mitologia egizia. Si credeva che Horus, in origine dio del cielo, poi dio del sole

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possedesse un occhio-sole e un occhio-luna; il primo ispirava terrore ed equivaleva al potere paterno, il secondo significava morte e rinascita (fasi oscure e luminose della luna) ed equivaleva al potere della madre”8. La dea Venere ha gli occhi divergenti: l’occhio destro (personificato dal Sole, simbolo della luce, della chiarezza, della razionalità) diverge dall’occhio sinistro (personificato dalla luna, simbolo dell’Inconscio personale e collettivo); ciò significa che nel momento in cui l’occhio destro cerca di dirigere l’interesse verso una determinata meta, accadrà che l’occhio sinistro cercherà di dirigere la libido verso un’altra meta. “<Su tutte le cose, si possono fare affermazioni esattamente contrarie>, diceva il filosofo greco Protagora. Questo aforisma si rivela particolarmente giusto nel simbolismo del Terzo Occhio, o Occhio Unico, che può essere l’espressione tanto della coscienza totale finale quanto dell’incoscienza totale primordiale. Usciamo dall’ ‘accecamento’ dell’incoscienza solo in proporzione della ‘visione’ della nostra coscienza; si può concepire l’occhio unico come l’immagine tanto di questa ignoranza, quanto di questa conoscenza (nel senso indù dei due termini)”9. La religione Cristiana raffigura l’occhio di Dio tramite il Delta Mistico. Nel Delta Mistico vi è raffigurato un occhio, quello di Dio, quello della visione monoteistica, che sembra voler dire che i due occhi di Dio sono come fossero uno perché entrambi percepiscono la stessa visione. “Presso i Maya, le rappresentazioni delle divinità presentano spesso uno strabismo convergente, che sottolinea la perfetta armonia degli opposti, perché gli sguardi dei due occhi si uniscono a qualche centimetro dal volto (unità degli opposti), come si può osservare nei templi delle città di Palenque, in Messico. Possiamo dire, a proposito dell’Occhio Unico, del Terzo Occhio, e dello strabismo convergente, che queste immagini indicano che non vi è più visione da destra e visione da sinistra, verità da destra e verità da sinistra … <La Verità che ci renderà liberi … è una nella percezione delle cose e implica l’unità della saggezza>. L’occhio unico, nel suo aspetto positivo, è dunque l’immagine della visione perfetta della realtà, della coscienza totale, perché è stata raggiunta la non-dualità, il Nirvana. … L’occhio unico, come tutti i simboli, può apparire

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anche sotto un aspetto negativo, se le forze occulte delle passioni e degli istinti grossolani non sono differenziati dalla presa di coscienza. Nella tradizione cristiana, il diavolo vien talvolta rappresentata con un occhio solo e la mitologia greca parla dei Ciclopi di Omero, che non hanno niente in comune con i Ciclopi di Efesto. Sono uomini di statura gigantesca, di una bruttezza repellente, con il loro occhio unico al centro della fronte, che abitavano la costa sud-ovest della Sicilia. Erano dediti alla vita pastorale, ma erano grossolani, malefici, e vivevano isolati nelle caverne, sgozzando gli stranieri che approdavano alla loro riva, allo scopo di divorarli. Il più noto era Polifemo. … Anche nella mitologia celtica e nelle leggende irlandesi si trovano degli esseri oscuri, deformi, titanici, che hanno un unico occhio e son dotati di poteri straordinari (malocchio), che evocano le forze brutali non ancora illuminate dallo spirito, con le loro influenze nefaste sugli esseri viventi. È evidente che questa categoria dei Ciclopi e dei Giganti primitivi conduceva una vita animalesca, quindi quasi incosciente, perché, dice Jung, <l’inconscio è uno stato prossimo alla Natura e all’animalità>. In questi esseri i dualismi, non ancora differenziati, sono fusi. Lo Yin e lo Yang non possono ancora giocare il loro ruolo duale che porta all’iniziazione (latino initiare, dar inizio cominciare) ai misteri del processo di individuazione, che può compiersi solo attraverso la presa di coscienza del mutuo gioco degli opposti”10. Lo “strabismo di Venere” (che è un termine popolare che sta al posto del temine medico “strabismo divergente”) inteso in senso concretistico è una anomalia nella posizione degli occhi che altera la normale visione parallela degli stimoli visivi; inteso in senso metaforico, cioè nel senso di una condizione psichica e non fisica, può essere compreso paragonandolo al mito dell’auriga. “L’auriga, conduttore dei carri nei giochi dell’ippodromo e del circo, era il più delle volte uno schiavo ma un servo talvolta così abile che il padrone gli faceva innalzare una statua. L’auriga di Delfi è la statua di un conduttore di carri, vincitore: vestito di una lunga tunica tiene nella mano destra le redini. È il simbolo stesso della calma, della padronanza di sé, del dominio delle passioni. Egli riconduce il molteplice che è in noi all’unità della volontà e della direzione. Di fronte


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ai movimenti ardenti e discordanti del cavalli, cioè dei nostri istinti e delle passioni, l’auriga è la ragione duttile e capace di adattamento, vigilante e insieme inflessibile. Con un semplice movimento delle dita, riconduce il cavallo riottoso alla disciplina come la ragione riconduce all’equilibrio e alla saggezza. Ma senza l’ardore dei cavalli e delle passioni, non potrebbe nulla. Questo tiro di cavalli che è l’anima, lacerata da opposte tendenze, l’auriga lo conduce e la sua serenità grave ma non arcigna rappresenta l’equilibrio interiore, fatto di tensione tra forze diverse. La mano che tiene le redini rappresenta perfettamente il nodo che collega le forze dello spirito e quelle della materia. Questo simbolismo può essere avvicinato a quello del mito platonico del carro alato”11. Precedentemente ho riportato i pensieri che, secondo Le Metamorfosi di Omero, passarono nella mente di Medea colpita dall’incantesimo d’amore di Venere; in quel monologo troviamo frasi interrogative che seguono e contrastano frasi esclamative (Medea afferma a se stessa: “Scaccia dal tuo petto di vergine la fiamma che vi si è accesa, se ci riesci, infelice! Se ci riuscissi … avrei la mente più a posto. E invece, mio malgrado, un impulso mai prima provato mi trascina, e la bramosia mi consiglia una cosa, la mente un’altra”12). Frasi interrogative e frasi esclamative possono essere considerate come punti di vista divergenti (l’occhio destro esclama e l’occhio sinistro reclama), pensieri divergenti, nei riguardi di un medesimo argomento, che passano nella mente di Medea. Lo strabismo di Venere (inteso a livello psichico e non a livello fisico), inteso come un incantesimo d’amore, si manifesta nella psiche di un individuo attraverso punti di vista contrastanti nei riguardi di un medesimo argomento: per esempio nella psiche di un uomo pensieri di bramosia esclamano un proprio punto di vista nei riguardi di una donna mentre pensieri ragionevoli reclamano il proprio punto di vista nei riguardi della medesima donna. Ci chiediamo: come si risolve tale dilemma? Quale pensiero seguiamo: quello di destra o quello di sinistra? La bramosia o la razionalità? Come facciamo a scegliere? C’è un modo per scegliere? Per cercare di dare una risposta a queste domande possiamo rivolgerci alla fisica meccanica. Innanzi tutto dobbiamo tenere in considerazione il mito dell’Auriga e sapere che, quando ci vengono in

mente pensieri contrastanti verso la stessa meta, è come se stessimo guidando un carro trainato da due cavalli che tirano in direzioni non parallele. Quel carro procederà per vie traverse, oblique, non procederà per vie diritte. Perché? Perché, in fisica, la risultante di due forze che spingono in direzioni diverse (per esempio due forze una delle quali spinge a Nord e l’altra spinge a Est, quindi due forze che spingono a 90° una rispetto all’altra) come risultante darà una unica forza che spinge a Nord-Est quindi, più o meno, al 45° grado NordEst. Se applichiamo ciò allo strabismo divergente, inteso come strabismo psichico, possiamo capire quanto segue: l’occhio destro (il cavallo destro dell’auriga; la coscienza dell’uomo civilizzato) cercherà di spingere la libido, (l’interesse, l’energia psichica, ciò che la ragione persegue) verso una determinata meta; l’occhio sinistro (il cavallo sinistro dell’auriga, la parte inconscia, la parte complessata della psiche umana) spingerà la libido verso un’altra meta diversa dalla meta scelta dell’occhio destro. Nella psiche di un individuo la direzione che percorrerà la libido sottoposta all’influsso dello strabismo di Venere, sarà una direzione obliqua (non sarà la diritta via), sarà data dalla nascita di un compromesso e cioè dalla nascita di una visione della realtà concreta distorta da un filtro d’amore. Ma cosa accade, nei pensieri di una persona, quando il giudizio nei riguardi della realtà concreta viene distorto dal potere di Venere? Prima di rispondere alla domanda dobbiamo premettere che Venere era la Dea degli incantesimi d’amore, dei filtri d’amore, non dell’amore puro. Ora, per rispondere alla domanda, possiamo dire che può succedere (per esempio) che la persona si innamora. L’innamoramento può essere inteso come un compromesso, cioè come la risultante delle due forze psichiche contrastanti (occhio destro, occhio sinistro) di cui parlavamo poc’anzi. Quindi l’amore è un inganno? È un’illusione? È una via traversa? È una diplopia? È un incantesimo? Tutte queste domande non riguardano l’amore ma l’innamoramento. L’essere umano, il complesso dell’Io dell’essere umano, è troppo fragile per poter entrare a contatto con l’essenza pura dell’amore. Forse questo è ciò che comunica lo strabismo degli occhi di Venere; forse quegli occhi posti in quel modo vogliono intendere che l’essere umano non può guardare negli occhi la Dea

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Lo Strabismo di Venere

dell’amore senza avere quella vaga (ma determinante) impressione di non essere al centro dell’attenzione. Quella vaga sensazione che un uomo prova al cospetto di una donna con occhi di Venere (e cioè quella sensazione di non essere direttamente al centro dell’interesse della Dea dei filtri d’amore) è paragonabile agli effetti protettivi della maschera da saldatura che utilizza il fabbro quando si accinge a saldare il ferro o altri tipi di metalli. Il fabbro non può guardare direttamente la violenta luce sprigionata dalla fusione dell’acciaio dell’elettrodo da saldatura (per guardarla ha bisogno di una maschera, la maschera da saldatura) perché quella luce, troppo violenta per l’occhio umano, lo renderebbe cieco in poco tempo. Fuori di metafora, possiamo affermare che l’uomo (l’Io della psiche umana) può essere accecato (annientato) dalla violenza dell’amore, e che lo strabismo di Venere è un filtro protettivo, un filtro d’amore, che può far provare all’uomo (attraverso l’innamoramento) una minima quantità (sopportabile per l’Io) di amore allo stato puro. Bibliografia e Note 1. Chevalier, J. Gheerbrant, A. Dizionario dei simboli, vol. 2, p. 538 2. A., Ferrari, Dizionario di mitologia, vol.2, pp. 311-312 3. Idem, p. 532 4. Igino, Miti, Adhelphi, Milano, 2005, nota 176, p. 226 5. Pindaro, Pitiche, 4, 215-225 6. Igino, Miti, 22 7. Ovidio, Metamorfosi VII, 10-99 8. De la rocheterie, J., Il corpo nei sogni, p. 183 9. Idem, p. 187 10. Idem, pp. 189-190 11. Chevalier, J. Gheerbrant, A. Dizionario dei simboli, vol. 1, pp. 116-117 12. Ovidio, Metamorfosi VII, 19-22.

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Gianpio Colarossi: psicologo, psicoterapeuta in formazione al quarto anno del Corso quadriennale di Specializzazione in Psicoterapia dell’Istituto di Psicoterapia Atanor dell’Aquila. Nel maggio 2007 è nominato Cultore della materia MPSI01 Psicologia Generale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi dell’Aquila. Nel dicembre 2007 è nominato Cultore della materia Elementi di Psicoterapia di Gruppo MPSI07 presso la Facoltà di Psicologia dell’Università degli Studi dell’Aquila. Tra le sue pubblicazioni figurano Anima e sangue (Pescara, Samizdar, 2005), L’alba del soldato (Impronte, n°10 anno IV), Per mezzo di una pietra l’Aquila tornerà a volare (quaderni di psicologia archetipica, n°1 anno 2009), Il canto del balbuziente e la tartaruga canora (www.risvegliodiebe.it), La maschera del tormento (www.risvegliodiebe.it), La speranza della prima donna (www.animafaarte.it).


In Anima-Azione

LE CONVERSAZIONI DEL VENERDÌ CENTRO STUDI DI PSICOLOGIA E LETTERATURA FONDATO DA ALDO CAROTENUTO LE CONVERSAZIONI SONO

STATE

DEL

VENERDÌ

INAUGURATE

DAL

"CENTRO STUDI DI PSICOLOGIA E LETTERATURA" FONDATO DA ALDO CAROTENUTO IL 14 OTTOBRE 1994. SI TENGONO IN MANIERA INFORMALE A ROMA, IL SECONDO VENERDÌ DEL MESE, DA OTTOBRE A GIUGNO, CON L'ECCEZIONE DI APRILE, CHE È IL MESE DEDICATO AL CONVEGNO. GLI ARGOMENTI TRATTATI RIGUARDANO: LA PSICOLOGIA DEL PROFONDO, LA LETTERATURA, LA CREATIVITÀ, L'ARTE NELLE SUE DIVERSE ESPRESSIONI, IL SOGNO, IL MITO, LE RELIGIONI, LA COMUNICAZIONE E I FENOMENI DI ATTUALITÀ.

CALENDARIO DELLE CONVERSAZIONI DEL VENERDÌ 2013 11 GENNAIO 2013: TWILIGHT: FILOSOFIA DELLA VULNERABILITÀ. A CURA DI MONIA ANDREANI; 8 FEBBRAIO 2013: ALDO CAROTENUTO TRA CINEMA E LETTERATURA (A CURA DEI SOCI) 8 MARZO 2013: L’OMBRA DELLE LUCCIOLE. CONVERSAZIONE A CURA DI TUTTE LE DONNE DEL CSPL. 30 MARZO 2013: PRESENTAZIONE DEL LIBRO MONDI INVISIBILI, FRONTIERE DELLA PSICOLOGIA TRANSPERSONALE DI VIRGINIA SALLES. SABATO 13 APRILE 2013 (ORE 10-16): 14° CONVEGNO (SEDE ANCORA DA CONFERMARE)

DEL

CSPL: CRISI.GLOBALE@PSICHE

10 MAGGIO 2013: LA PSICOLOGIA DI SANTA EDITH STEIN. A INTRODUCE ANTONIO DORELLA. 14 GIUGNO 2013: DECIMA CONVERSAZIONE LUISA DE PAULA E BENEDETTA RINALDI.

SUL SOGNO:

CURA DI

ANGELA ALES BELLO.

IL SOGNO SENZA INCONSCIO. A

CURA DI

DOVE: LIBRERIA OFFICINA LITHOS, VIA VIGEVANO 2, ROMA

QUANDO: SECONDO

VENERDÌ DEL MESE (OTTOBRE - GIUGNO), ORE 21,30

INGRESSO LIBERO, NON OCCORRE PRENOTARE!

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M.C. Escher (1944): Begegnung (Incontro) Litografia.

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i accingiamo a parlare di un tema che in psicologia risulta talmente consolidato da necessitare di una ricerca etimologica per sondarne l’origine. Proiezione e introiezione sono, infatti, termini che costituiscono lo scheletro, le fondamenta della psicologia, e tale assunto risulta non avere soluzione di continuità nel passaggio da una scuola di pensiero all’altra. Qui ci muoveremo in un ambito squisitamente analitico-archetipico per introdurre un nuovo termine che si andrà ad aggiungere ai due citati a generare una trinità per una dialettica più circolare rispetto a quella duale. Tale termine è “Estroiezione” e nel definirne il significato promuoveremo in embrione una teoria evoluzionistica dell’archetipo. Proiezione e introiezione sono termini che vengono considerati di significato opposto. Se con

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proiezione ci riferiamo a quel processo secondo cui caratteristiche indesiderate ovvero complesse o parzialmente estranee, vengono attribuite a individui-animali e/o oggetti esterni al fine di poter essere elaborate distanziandosene difensivamente; con introiezione ci riferiamo al processo che vede l’attribuzione introversa delle medesime caratteristiche una volta elaborate e digerite ovvero una volta che la psiche le abbia attivate internamente a se stessa. L’introiezione assume una connotazione decisamente positiva e evolutivamente avanzata rispetto alla proiezione che rimanda a uno stile difensivo e quindi, per definizione, meno desiderabile, per lo meno nella cultura nella quale viviamo. In verità entrambi i processi, se inflazionati, producono configurazioni di


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personalità patologiche. Così una psiche che adopera la proiezione incondizionatamente non si confronterà mai con elementi indesiderabili, con la propria ombra e risulterà quindi fissata evolutivamente senza possibilità di crescita. Siffatta inflazione non consentirà, altresì, alcuna possibilità di attribuzione di caratteristiche, risorse, energie, utili alla psiche. Portata a conseguenze estreme questa configurazione psichica conduce al non essere, conduce alla aberrante condizione di essere mero osservatore di una vita le cui caratteristiche e peculiarità energetiche sono attribuite a terzi: “Io non sono poiché tutti gli altri sono me”. Nel teatro della psiche ciò è accettabile nella misura in cui alla proiezione si alterna l’introiezione, in una dialettica che vede i personaggi del “dramma teatrale” alternarsi all’”Ioregista” che, a sua volta, prende parte e si appropria dei personaggi, interagendo con loro sul palco o osservandoli dalla platea. L’inflazione della proiezione parla di un teatro in cui non solo manca l’Io regista ma manca proprio il suo corpo. Trattasi della nostra vita vissuta da terzi per paura di viverla. Attribuire a se stessi ogni caratteristica o energia psichica ci parla, invece, di un preoccupante ritiro sociale. Ci parla della tendenza a attribuirsi incondizionatamente meriti e demeriti, energierisorse, sia nell’accezione positiva quanto in quella negativa. Trovarsi in un teatro osservando dalla platea i molteplici se stessi che impersonano le diverse parti del dramma è sicuramente la condizione a cui anela il saggio, il sapiente, l’asceta, il mistico. E’ condizione che si pone come punto d’arrivo in un ottica archetipico-immaginale. Ciò nonostante è più spesso il prodromo di un delirio di onnipotenza che rimanda a fasi evolutive primitive, che rimanda all’incapacità di distinguere tra se e gli altri che rimanda a quei deliri che costituiscono nucleo psicotico di molte patologie. Rimanda, altresì ad un’assenza di desiderio, a un ritiro libidico. Jung cita Von Grot per suggerire che l’energia psichica è paragonabile a quella della fisica e che, parimenti, ne segue le leggi. Poi si divincola dalla trattazione di temi della fisica e, trattando di alchimia, si occuperà dell’impiego dell’energia psichica in termini di introiezione e proiezione. L’alchimia è per l’appunto la sintesi della dialettica tra proiezione e introiezione. L’uomo per spiegarsi

e per regolamentare le energie psichiche le proietta sui metalli per processarle in ambiente protetto e poi riappropriarsene reintroiettando l’energia sublimata, soluta, coagulata, calcinata, mortificata ecc. L’alchimia è la rappresentazione più sublime della dialettica del desiderio. Vitale nel chiarire i contenuti del Rosarium Philosophorum lo spiega molto bene. Un bisogno primario si trasforma in desiderio e quindi in energia. A questo punto questa quantità di energia ha bisogno di un oggetto per trasformarsi. Nel caso in cui si tratti di fame la questione si risolve nell’attribuire al cibo l’energia, reintroiettandola nella concretezza cibandosi dell’oggetto. Se si tratta di componenti psichiche la questione avviene nel medesimo modo ma a livello immaginale. Facendo un esempio autobiografico, la ricerca di fluidità e di leggerezza da parte di un soggetto incapace in tal senso, si esprime attribuendo a dei pattini (rollerblade) tale caratteristica. In verità tale risorsa è già presente intrapsichicamente ma inattiva. L’inflazione della non fluidità e di uno stile dell’eloquio arzigogolato, ha certamente un suo telos, che ha ingoiato difensivamente la sua enantiodromia. La proiezione è quindi un metodo per concretizzare parti psichiche inattive e sublimarle attraverso un rito operato nella concretezza al fine di promuovere l’introiezione della parte lavorata. Distanziare parti indesiderate, o che inducono ad azione indesiderata, ha come fine di ridurne l’impatto energetico e renderle digeribili attraverso un rito. In tal senso il rito è evidente nella dinamica di coppia: attribuire al partner istanze abbandoniche proprie ne permette l’elaborazione e la trasformazione attraverso il tentativo di insegnare al partner i buoni motivi dello stare insieme. Oppure attribuire alla propria madre una tendenza all’invischiamento permette l’elaborazione del proprio stato di dipendenza. La dinamica del Re e della Regina che si uniscono in bagni successivi fino a formare l’ermafrodito rimanda proprio a tutta questa dinamica di proiezione-introiezione. Vitale e con lui Perilli, ma prima di loro Hillman hanno in tal senso inaugurato una diatriba sull’esistenza o meno dell’Io e quindi della legittimità della distinzione tra inconscio e conscio. Personalmente ritengo che conscioinconscio siano una mera questione di memoria e di mnemosine, ma non è questa la sede. Questa è

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Estroiezione

la sede in cui fare cenno all’esistenza o meno dell’Io. Chi è che sogna? Chi è che proietta e introietta e dove? Il pantheon psichico, teorizzato da Jung e che Hillman ha consolidato, ci prospetta una psiche in cui l’Io non esiste, in cui le parti con maggior energia prendono il sopravvento sulle altre e assumono il ruolo di IO. L’unico principio regolatore sembrerebbe essere quello di Ananche, secondo necessità.. Est modus in Rebus. L’Io è, quindi, un complesso che ha la stessa probabilità di prendere l’unico “microfono” sul palco. In quest’ottica potremmo dire che se Freud era un nevrotico isterico con una fissazione sessuale, Jung era uno psicotico mentre Hillman un dissociato con personalità multipla. In tal senso la moltiplicazione degli Io risulta giustificata. Resta ancora molto grande la fetta di teorici che non rinunciano all’idea dell’Io e non nego di essere stato tra di loro. Un moderatore che abbia un certo margine di manovra sul palco su cui si svolge il dramma risulta l’invenzione più efficace dalla nascita di Cristo in poi. “Estremamente efficace” da essere panacea per la psicopatologia più di quanto non lo sia la psicologia. Proiezione e introiezione non potrebbero infatti aver senso se non in funzione di un locus psichico rispetto al quale avvenire. Proiettare e introiettare da dove e verso dove? Così ci troviamo di fronte alla negazione di un IO che però continua a teorizzare processi che lo riguardano. Lasciando però ad altri l’onere di dirimere tale questione, qui ci vogliamo concentrare sul fatto che i due processi citati potrebbero plausibilmente coinvolgere contenuti archetipici. Nell’etere si trovano le affordance di Gibson, le immagini di Corbin e di Hillman e gli archetipi. Tali immagini ci attraversano e sono energia in trasformazione che si modifica secondo regole alchemiche. Tali immagini preesistono a noi e noi siamo solo vile materia che le immagazzina. Come materia non portiamo nulla se non la memoria della materia stessa. La materia è, però, il locus espressivo dell’energia. Più semplicemente stiamo cercando di fare una riflessione sulla relazione che il nostro corpo ha con il mundus immaginalis. Vogliamo riflettere sul fatto che le immagini sono ritenute, dai teorici or ora citati, essere nell'etere, attraversarci. Preesistono al nostro corpo e noi le peschiamo nella dinamica di proiezione introiezione. Ma il

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nostro corpo che ruolo ha? Come il cristianesimo, ci suggerisce Pereira, ha inflazionato lo spirito, l’alchimia lo ha fatto con la materia. Ma cosa porta di nuovo la materia nel mundus immaginalis? La materia viene attraversata e basta? E’ inerte e senza memoria? Le immagini, da chi sono generate? Vogliamo qui ridare alla materia dignità di attore e non solo di esecutore-trasformatore e a questo scopo nasce il termine “estroiezione”. Tutto lo spazio analitico si può definire una continua dialettica tra proiezione-introiezione. L’analista si fa portatore e bersaglio volontario di proiezioni affinché il paziente possa ritualmente agire su tali energie, trasformarle e quindi reintroiettarle sublimate in senso sia psicoanalitico che alchemico. Oppure introiettare le proiezioni dell’analista. Secondo quanto detto ogni seduta è un sogno in cui analista e paziente attingono al mundus immaginalis come Antonelli ama teorizzare. Eppure vi sono elementi che ad un tratto trovano immagine. Se per la gran parte dell’analisi la dialettica proiezione-introiezione domina, ad un tratto si apre la possibilità della chiusura dell’analisi che resta incompiuta per definizione. Tale apertura della chiusura porta con se un cambio di paradigma secondo cui il sognatore cambia assetto. E’ in questa fase che il processo estroiettivo che teorizziamo diventa più evidente. Definite la proiezione e l’Introiezione, definiamo estroiezione il processo secondo cui parti psichiche tipiche e uniche del paziente trovano improvvisamente un oggetto su cui essere proiettate. La differenza con la proiezione risiede nel fatto che gli elementi soggetti alla proiezione sono elementi che trovano una immediata corrispondenza con l’archetipo, col mito con l’immagine, sono archetipi. Alcuni elementi invece non hanno corrispettivo archetipico pur essendo cosi tipici e distintivi di un paziente, non sono ancora transpersonali. Sarebbe molto difficile fare esempi senza ritrovarsi nell’archetipo, del resto è improbabile che un’immagine non sia archetipica. Potremmo infatti dire che quando l’elemento viene estroiettato ha trovato posto nel mundus immaginalis modificandolo impercettibilmente. Se per la maggior parte del tempo c’è un IO che sogna e tale Io risulta sempre connotato allo stesso modo, se le proiezioni che opera si configurano come parti psichiche che si trovano nell’etere, a


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metà tra l’intra e l’extrapsichico, ad un tratto compaiono nei sogni personaggi che hanno le caratteristiche tipiche di quell’IO, di quella materia, della memoria di quella materia e precedentemente assenti nel mondo delle immagini. Come nell’evoluzionismo si fa cenno alle mutazioni genetiche casuali che sono alla base dell’evoluzione e che, se risultano avere un potere adattivo superiore, si selezionano, in psicologia si potrebbe dire che ogni individuo porta con se una mutazione rispetto alle immagini archetipiche seppur conformemente a queste. Del resto anche la Giraffa che si evolve porta con se la mutazione collo più lungo ma comunque “collo”. Tali parti immaginali estranee, ma conformi, al mundus immaginalis sono l’Io che sogna. Faticano a trovare un locus proiettivo e si limitano a cercare un integrazione con quelle parti soggette all’introiezione. Questo significa che inducono a elaborare gli elementi soggetti alla dinamica proiezione-estroiezione conformemente alla loro esistenza. Un’immagine ci può essere utile a spiegare quanto andiamo dicendo. Se Vitale e Perilli ci parlano di un’immagine secondo cui le diverse parti psichiche prendono posto sul palco e quella energeticamente più forte conquista il primo posto prendendo il microfono, ci chiediamo il corpo, la materia dove si trovi? L’eccesso, se non l’inflazione dello spirito, in perfetto stile cristiano cattolico, continua a condizionare la teoria. Il corpo è assente nell’immagine del teatro. Recuperando invece l’immagine dell’ossesso, dello sciamano, o quella più contemporanea del medium, prendiamo a prestito l’immagine di colui che presta il suo corpo affinché parti psichiche, e quindi elementi immaginali, possano aver voce. Il Medium si pone in stato di trance e fa appello alle parti richieste dal cliente, gli spiriti, ne verifica l’esistenza e se trova tracce di avi si fa possedere da loro e gli da voce prestandogli il corpo. Il pantheon psichico sfrutta quel corpo per trovare espressione. Gli dei cercano di occupare quella materia-corpo. Cosi come in analisi l’analista cerca le sue parti attraverso un medium ossia il paziente. Il frequente lapsus agito dai terapeuti che tendono a confondere la parola paziente con la parola terapeuta risulta a questo punto più comprensibile. Il paziente è il medium, lo sciamano che nell’estasi entra in contatto con il mundus immaginalis e da voce alle richieste dell’analista che chiede di

indagare quello o quell’altro archetipo, ossia i suoi avi. La seduta diventa un sogno, uno stato di possessione in cui il paziente si presta perché gli antenati sono comuni al terapeuta. Chi ha avuto modo di fare un’esperienza di analisi potrà facilmente cogliere il parallelismo. Non si cada nell’errore di ritenere sciamano-medium il terapeuta altrimenti non si coglierà la metafora. Lo sciamano è il paziente così come il terapeuta lo è stato. Personalmente ho chiuso la mia analisi dicendo: “Sono anche io un paziente”. Si è sciamani solo nel ruolo di pazienti e paradossalmente diventando psicoterapeuti si diventa clienti degli sciamani che chiedono consulto. Del resto lo sciamano è ritenuto colui che ha trovato, con l’estasi, la via per convivere con la dimensione allucinatoria della propria psiche, una via per convivere con la propria psicopatologia. Detto questo ci chiediamo quale contributo originale, quale mutazione casuale, quale novità porti il corpo-materia? Sotto metafora: nello stato di quiete, nel momento in cui lo sciamano-mediumpaziente non è posseduto da alcuna immagine, non da voce ad alcun archetipo, non riceve richiesta alcuna dal suo terapeuta, non da voce a nessun avo, in assenza di tutto ciò cosa o chi è? Il suo corpo da chi è posseduto? L’individuo da cosa è agito? Non riteniamo possibile che ogni individuo si esaurisca nell’essere esecutore e rappresentante delle immagini che gli preesistono. Non sembra inoltre sufficiente pensare che l’”essere” sia sostanzialmente un “rappresentare”. Inoltre questo non ci informa su come l’Essere si concepisca e si evolva. Se noi siamo le immagini archetipiche che ci preesistono, chi ha generato e promosso l’evoluzione di queste? Neumann dice chiaramente che il transpersonale precede evolutivamente lo sviluppo del personale, ma come quest'ultimo incide sul primo? Come il corpo modifica gli archetipi? Come il concepito concepisce il padre/madre? L’individuo, il corpo, la materia porta quindi con se una mutazione casuale rispetto al mondo degli archetipi. Potremmo dire che l’individuo è la sua mutazione, è il suo essere ossessivo ma con quel particolare accento, è il suo essere paranoico ma con quella sfumatura che non è tracciata dal DSM. Costui è’ proprio quella sua sfumatura. Tale sfumatura non ha immagine corrispondente nel

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Estroiezione

Mundus Immaginalis, è orfana di archetipo, contiene l’archetipo ma questo non la esaurisce dato che l’archetipo non contiene la mutazione casuale che ha carattere evolutivo, non contiene la sfumatura. In tal senso si comprende come mai tali parti non riescano a entrare nella dinamica proiettiva. Senza immagine corrispondente una parte psichica ci agisce silenziosamente e fatica a trovare una modificazione perché ciò avviene sull’archetipo corrispondente e non su se medesima che ne è la mutazione casuale. Questo ci permette anche di abbozzare un’idea sull’origine degli archetipi e sulla loro evoluzione parallelamente all’origine delle specie e alla loro evoluzione. Siamo quindi giunti a dire che vi sono parti psichiche che cercano patria e un oggetto su cui proiettarsi. Non facendo parte del mundus immaginalis ma essendo mutazioni figlie della sola materia, non possono entrare nella dinamica proiezione-introiezione fin quando non saranno estroiettate. Tali parti nascono con la materia, la agiscono. Si può proiettare ciò che è già contenuto in noi. Si può proiettare l’archetipico l’immaginale e ciò che è contenuto da questo. Altrettanto dicasi per l’introiezione. Possiamo introiettare solo ciò che è archetipico. Tali energie si trasformeranno secondo leggi e regole alchemiche. Ma quella sfumatura, quella mutazione solo dopo essere estroiettata potrà entrare in tale dinamica. Il medium quindi dopo aver dato voce agli spiriti, alle parti psichiche condivise con gli altri individui, dovrà partorire le sue mutazioni, dovrà trovare un oggetto su cui proiettarle per poi reintroiettarle. Come in una gravidanza il paziente si fa divorare dagli immaginari mostruosi attribuiti a queste parti psichiche ancora orfane. A fine analisi si troveranno personaggi nei sogni che saranno la personificazione di quella sfumatura-mutazione. Personaggi di cui il paziente potrà dire: “Questo personaggio sembra essere quello che ha sognato finora”. Tale frase potrà anche essere ricorsiva, ci potremmo cioè trovare di fronte a più personaggi di cui potremmo dire questa medesima cosa. Tali personaggi insieme descriveranno la parte psichica che la materia porta con se, descriveranno quale mutazione la materiacorpo vuole portare all’archetipo, descriveranno in quale modo cambiare il “Mito” e, se tale evoluzione risulterà adatta, si consoliderà nel mito

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e nel mundus immaginalis divenendo disponibile e venendo usata da tutti “in immagine”. Ma se ha sognato finora “Lui” ed ora fa parte della schiera delle parti psichiche, ora chi è che sogna? A questo punto siamo sognati! Stiamo qui affermando che quell’Io è regolatore, nel senso che è colui che sogna fino a quando non trova un’immagine su cui proiettarsi, fin quando non viene estroiettato, partorito. A quel punto principalmente porta il suo contributo all’archetipico modificandolo impercettibilmente e riuscendo a far diventare il corpo parte del mundus immaginalis. Estroiettare significa individuarsi, significa individuare le parti psichiche distintive, le nostre mutazioni-sfumature ossia quell’Io che sogna. Nel momento in cui avviene l’estroiezione l’individuo è più libero di far fluttuare tutte le parti comprese quelle estroiettate. Partorisce se medesimo e si fa entrare nel mundus immaginalis. Se la nuova immagine avrà psichicamente valore adattivo allora persisterà perché, disponibile a tutti una volta entrata nel mundus immaginalis, sarà da tutti reiterata e consolidata. Potremmo quindi essere una mutazione o una sfumatura che è destinata a perdersi perché non adattiva. Ciò che viene estroiettato è l’archetipo del non archetipico, è ciò che ancora non ha dignità di “essere”. La psicologia è dell’IO fin quando questo, inteso come mutazione rispetto all’archetipico, non viene partorito, Estroiettato. Quell’Io sognerà fin quando non subirà l’estroiezione, finché il corpo-materia non se ne libererà partorendolo. A quel punto saremo sognati dagli archetipi, saremo attivi perché finalmente passivi. A quel punto si avrà l’impressione di aver assolto al proprio compito evolutivo di contribuire alla crescita del mundus immaginalis, si avvertirà cioè la stessa sensazione di compiutezza che si avverte di fronte alla nascita di un figlio donandolo al mondo, sapendo che non è più proprio ma dell’archetipo, recuperando quindi la propria memoria materica. Gli archetipi dicono alla materia come muoversi e questa dice loro che forma prendere. Bibliografia e Note Antonelli G. (2010): Discorso sul sogno, Lithos, Roma. Gibson J.J. (1979) The Ecological Approach to


Luca Urbano Blasetti

Visual Perception, Houghton Mifflin; tr. it. Un approccio ecologico alla percezione visiva, Il Mulino, Bologna (1999). Hillman J. (1975): Re-Visioning Psychology, James Hillman; tr.it. Revisione della psicologia, Adelphi, Milano (1983). Jung C.G. (1928): Energetica Psichica, in Opere Vol. 8 (Die Dynamik des Unbewussten, Walter Verlag, Olten, 1967) tr.it La dinamica dell'inconscio, Bollati Boringhieri, (1976-1994). Neumann E. (1949):Ursprungsgeschichte des Bewusstseins, Rascher Verlag, Zurich; tr. It. (1978) Storie delle origini della coscienza, Astrolabio Ubaldini, Roma. Perilli V. M. - Perilli E. (2008): Oltre l'Io, Libreria Universitaria Benedetti, L'Aquila. Vitale Augusto (2001): Solve e coagula, Moretti & Vitali, Bergamo.

Luca Urbano Blasetti: Psicologo e Psicoterapeuta in formazione; Dottore di Ricerca in Psicologia Dinamica sul tema CreativitĂ  e sue componenti dinamiche; Responsabile del Centro Emmanuel per Tossicodipendenti di Rieti presso cui cura diversi progetti regionali; autore di diverse pubblicazioni psicologiche; opera nel suo studio.

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In Anima-Azione

IL CENTRO CULTURALE JUNGHIANO TEMENOS

Alberto Giacometti

James Joyce

Amedeo Modigliani

ORGANIZZA: UN CICLO DI INCONTRI

ARTE E PSICHE 10 DICEMBRE 2012, 14 GENNAIO E 11 FEBBRAIO 2013 DALLE 15.00 ALLE 19.00 – BOLOGNA POSSIAMO CONSIDERARE L’ARTE COME UN FENOMENO CHE ESPRIME PARTICOLARI CONDIZIONI PSICHICHE? ESISTE UNA RELAZIONE E UNA CONTINUITÀ TRA LA PSICHE DELL’ARTISTA E LA SUA OPERA? ESISTONO COSTANTI PSICHICHE INDIVIDUALI E COLLETTIVE PIÙ O MENO FAVOREVOLI ALL’EVENTO ARTISTICO? RIVOLGENDOSI ALL’OPERA E ALLA VITA DI TRE GRANDI ARTISTI DEL NOVECENTO, ALBERTO GIACOMETTI, JAMES JOYCE E AMEDEO MODIGLIANI, I TRE INCONTRI CERCHERANNO DI DARE UNA RISPOSTA A QUESTE E AD ALTRE DOMANDE. PROGRAMMA LUNEDÌ 10 DICEMBRE - A. GIACOMETTI A CURA DI DANIELE RIBOLA (ANALISTA JUNGHIANO DI LUGANO) LUNEDÌ 14 GENNAIO - J. JOYCE A CURA DI MICHELE OLDANI (ANALISTA JUNGHIANO DI MILANO) LUNEDÌ 11 FEBBRAIO - A. MODIGLIANI A CURA DI DANIELE RIBOLA (ANALISTA JUNGHIANO DI LUGANO) DESTINATARI: TUTTI COLORO CHE DESIDERANO APPROFONDIRE QUESTA AFFASCINANTE TEMATICA. SEDE: BOLOGNA, SALA BIBLIOTECA “R. RUFFILLI” – VICOLO BOLOGNETTI, 2 QUOTA DI PARTECIPAZIONE: € 60,00 AD INCONTRO + € 20,00 PER I NUOVI SOCI. PER MAGGIORI INFORMAZIONI: CENTRO CULTURALE JUNGHIANO TEMENOS – VIA VENTURI, 20 – BAZZANO BO TEL. 051 830840 – CELL. 346 0867283 E.MAIL: TEMENOSJUNGHIANO@VIRGILIO.IT – INFO@TEMENOSJUNGHIANO.COM – ONEIDE@VIRGILIO.IT WWW.TEMENOSJUNGHIANO.COM

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In Anima-Azione

PRESENTAZIONE DEL PRIMO INCONTRO

Alberto Giacometti Foto Cartier-Bresson

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OLTRE AD ESSERE UNO DEI MAGGIORI ARTISTI DEL NOVECENTO, ALBERTO GIACOMETTI FU ANCHE, FORSE SOPRATTUTTO, UN UOMO DI GRANDE CAPACITÀ ESPRESSIVA E COMUNICATIVA. NELLA PARIGI DEGLI ANNI 30-60 DIVENNE UN PUNTO DI RIFERIMENTO UMANO E INTELLETTUALE PER MOLTI ARTISTI E UOMINI DI CULTURA CHE SCAMBIAVANO CON LUI, NEL SUO ANGUSTO E MODESTO ATELIER DI RUE

HIPPOLYTE-MAINDRON, MEMORABILI MOMENTI DI DIALOGO. IL SUO RIGORE INTELLETTUALE, LA SUA ASSENZA DI COMPIACENZA, LA COSTANTE FEDELTÀ A SE STESSO E ALLA PROPRIA RICERCA, NE FACEVANO UN ESSERE UMANO DAVVERO SPECIALE. POCHI SONO GLI ARTISTI CHE QUANDO PARLANO DELLA LORO OPERA NON SCADONO IN FORME DI NOIOSA RIDUZIONE INTELLETTUALE DELL’OPERA. CON GIACOMETTI SI HA INVECE L’IMPRESSIONE DI APRIRE DEI VARCHI VERSO NUOVI LIVELLI DI COMPRENSIONE. CON LUI ARTE E VITA, ARTE E PSICHE, SI DANNO FINALMENTE LA MANO. IN QUESTO INCONTRO SI CERCHERÀ DI SEGUIRE UNA TRACCIA, PER CERTI LATI DEL TUTTO EVIDENTE E MANIFESTA E PER ALTRI MOLTO PIÙ INVISIBILE E INCERTA, CHE CI PARLERÀ NON SOLO DI ALBERTO GIACOMETTI, MA DELL’UOMO ARTISTA, DELL’UOMO RICERCATORE. LA DOMANDA A CUI SI VORREBBE PORTARE UN’EVENTUALE RISPOSTA NON È “COSA È L’ARTE?”, MA “IN QUALI CONDIZIONI IL DONO DELL’UOMO ARTISTA SI PUÒ MANIFESTARE?” DANIELE RIBOLA

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DANIELE RIBOLA: PSICOANALISTA JUNGHIANO SVOLGE ATTIVITÀ CLINICA A LUGANO, SVIZZERA. MEMBRO DELL'ASSOCIAZIONE INTERNAZIONALE DI PSICOLOGIA ANALITICA E DELL'ASSOCIAZIONE SVIZZERA DI PSICOLOGIA ANALITICA. E' ANALISTA DIDATTA PRESSO LO JUNG INSTITUT DI ZURIGO, COFONDATORE E CO-RESPONSABILE DELLA SCUOLA DI FORMAZIONE IN PSICOTERAPIA JUNGHIANA DI MILANO LI.S.T.A PRESSO CUI TIENE REGOLARMENTE SEMINARI E LEZIONI. HA COLLABORATO CON LA RADIO E LA TELEVISIONE SVIZZERA E CON IL REGISTA WERNER WEICK HA PRODOTTO NUMEROSI DOCUMENTARI. COLLABORA CON IL CENTRO CULTURALE JUNGHIANO TEMENOS DI BAZZANO (BOLOGNA). HA AL SUO ATTIVO NUMEROSE PUBBLICAZIONI E ARTICOLI SCIENTIFICI.

CENTRO CULTURALE JUNGHIANO TEMENOS NATO

DA UN GRUPPO DI APPASSIONATI E STUDIOSI JUNGHIANI ANIMATI DAL DESIDERIO DI DIFFONDERE ED

APPROFONDIRE GLI ORIENTAMENTI DELLA PSICOLOGIA ANALITICA, IL

C C J TEMENOS

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CONTATTO E CONFRONTO AVVALENDOSI DELLA COLLABORAZIONE DI ESPERTI E NOTI PROFESSIONISTI DEL SETTORE.

LE

ATTIVITÀ DEL

C C J TEMENOS,

SEMINARI, INCONTRI, CORSI ED ALTRO, SONO APERTE A TUTTI COLORO CHE

SONO INTERESSATI ALLE TEMATICHE ESISTENZIALI E DEL PROFONDO: PROFESSIONISTI DEL SETTORE, STUDENTI, EDUCATORI, O SEMPLICEMENTE PERSONE DESIDEROSE DI ARRICCHIRE IL PROPRIO PERCORSO ESISTENZIALE PER IL PROPRIO BENESSERE E QUELLO DELLA SOCIETÀ.

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“Destino, io ti obbedisco, e non volessi dovrei pur farlo e farlo tra i sospiri”. (Friedrich Nietzsche, Aurora) “Non è accordato a nessun mortale vivere secondo il suo essere superiore; tutta la sua esistenza riposa in realtà sopra una lotta continua con le condizioni inferiori delle possibilità di questa esistenza”. (Umberto Boccioni, Diari)

Umberto Boccioni, Idolo Moderno, 1911

Introduzione

L

’evidenza contenutistica dell’opera di Umberto Boccioni (Reggio Calabria 1882 – Sorte 1916) as-sume una valenza significativa, dal punto di vista psicologico, se si affaccia in essa l’intuizione di un percorso esistenziale che muove verso la realizzazione ultima di una vita gravata dall’affermazione di un démone. La qualità elettiva di questo destino trova un indiscusso valore se si esamina la produ-zione filosofico-artistica del Boccioni, non tanto da un punto di vista estetico ma, piuttosto, da un punto di vista esistenziale. Le intuizioni e le nuove visioni futuriste del Boccioni si espandono in un universo racchiuso dentro

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l’intuizione della complessità dell’essere e nella sua realizzazione ultima nell’uomo. Questa rimanda ad un destino universale che si coglie attraverso la visione di una dimen-sionalità dell’essere psichico in continuo movimento: l’uomo viene restituito al Tutto attraverso la complessità, ossia, attraverso il (ri-)conoscimento dei segmenti psichici suoi propri, dei singoli sfumati dello spettro mentale, si potrebbe dire. Questi segmenti psichici sono da noi intesi come microstrutture situazionali dell’esperienza psichica in cui convergono, simultaneamente, tutti i processi psichici interni e tutti i caratteri situazionali esterni esattamente in vita in quel dato momento. Questa amalgama vitale dà forma concreta all’esperienza, creando, nella situazione, una microstruttura specifica e irripetibile che, a sua volta, determina – se riconosciuta in tal senso – l’evento creativo dell’esistenza Uomo. Per cui, ogni singolo “atomo” esistenziale, ogni singolo segmento psichico così inteso, sarà necessariamente distintivo e irripetibile e, al contempo, definitivamente responsabile della creazione conoscitiva dell’Uomo stes-so. Ora, se il senso ultimo ed elettivo dell’uomo è quello di dare conoscimento e offerta di svelamento a se stesso realizzabile attraverso un continuum esperenziale di possibilità, questo vuol dire che tale si potrà dare soltanto attraverso la coscienza istantanea del “momento” reale, di quel senso dell’esserci totalmente all’interno dell’attimo stesso. Questo rimanere psichicamente presenti,


Michele Accettella

ossia consapevoli della complessità inerente il vissuto psichico, sancisce il reale esserci al mondo, assu-mendo la forma creativa del proprio senso, definendo, allo stesso tempo, un processo circolare di completezza psichica. Per cui, per quanto possibile, si può intuire la condizione per la quale ogni uomo conserva la responsabilità di essere partecipe al Tutto. Indipendentemente dal suo stesso opera-re, egli è assunto partecipe di un equilibrio di complessità olistica, tale da rendere inevitabile ed indi-spensabile ogni elemento di diversità di cui si compone ogni carattere espressivo, proprio in virtù di un universale equilibrio di energie. Quest’ultime, quindi, non si esauriscono nell’uomo, ma si fondono, si mescolano e si espandono – col movimento costante dei corpi – attraverso piani plasticodimensionali nel mondo esterno. Per cui, l’uomo si nutre, si forma e si evolve, nel suo sviluppo psichico, attraverso queste forme, questa diffrazione dei colori dello spettro mentale: una visione piena degli sfumati dell’Essere. Da questo angolo d’analisi allora, l’idea del dinamismo plastico della materia enunciata da Umber-to Boccioni, dal suo fondamento artistico sino alla definizione filosofica, si può considerare come forma espressiva dell’attualizzazione riverberante di un’interpretazione di complessità dell’energetica psichica, che restituisce l’uomo al fondamento della continuità assoluta dell’Energetica Universale: la fonte di ogni creazione. Trascendentalismo fisico: il dinamismo plastico puro “Noi dobbiamo partire dal nucleo centrale dell’oggetto che si vuol creare, per scoprire le nuove leggi, cioè le nuove forme che lo legano invisibilmente, ma matematicamente all’infinito plastico apparente e all’infinito plastico interiore”. (Umberto Boccioni, Manifesto tecnico della scultura futurista) Eloquente sembra il fatto che, da Boccioni ad oggi, il compito cui è chiamato l’uomo attuale sia quello della presa coscienza di essere una dinamica complessità soggetta alle variazioni dello spazio e del tempo interni ed esterni al contempo. Realtà oggettive, interne ed esterne, si condensano in una amalgama di movimenti mercuriali che danno

forma – proprio in virtù del movimento “osmotico” (omo-dinamico) delle energie –, al patrimonio delle immagini che rappresentano il sostrato psichico elettivo da cui solidifica ognuna delle forme espressive e conoscitive della propria natura Uomo. In virtù di questo processo costante e dinamico, la conoscenza dell’Uomo si attualizza attraverso il ri-conoscimento delle micro-strutture di cui egli stesso si compone, ossia, attraverso l’analisi puntuale di ogni segmento psichico nel Sé, che non si esaurisce nell’unicum qualitativo cui si ascrive nel singolo, ma interpreta e raccoglie l’attualizzazione puntuale del vissuto energetico globale. Qui, si fa riferimento alla possibilità di considerare ogni esperienza dell’uomo – in virtù di questa mescolanza istantanea di evocazioni interne e attualizzazioni esterne –, strutturata in una realizzazione di vissuto come forma espressiva e fulcro creativo della globalità di elementi che nulla esclude: un micro-cosmo istantaneo! Questo momento diviene allora, creazione poiché appartiene alla nascita, al suo essere attuale e nuovamente altro; questa creazione, infatti, si struttura come segmento psichico mai nato prima e, come tale, viene “tracciato” attraverso un movimento, riconducendosi ad un movimento, che può essere realmente vissuto – come affermerà Boccioni – soltanto mediante l’emozione: “Creazione ed emozione sono la stessa cosa”1. Ora, in questo contesto si inserisce il sistema di compensazione che include a pieno titolo l’intuizione del Boccioni: ogni “sfumato esperenziale” dell’uomo si attualizza e si comprende attraverso il vissuto emozionale, ed inoltre, tale vissuto, in virtù di un dinamismo plastico che coinvolge ogni cosa, assumerà una costante fluttuazione che deriva da un altrettanto costante movimento delle forme energetiche stesse (entropia). Così, dall’arte alla psiche dell’uomo, in virtù del fatto che “Vede bene soltanto il pittore che pensa bene”2, non sembra così impossibile comprendere che l’intuizione bocconiana delle “forme uniche della continuità dello spazio” assiste ad una modalità olistica di compenetrazione tra piani che non ha confini: l’uomo viene restituito al Tutto attraverso il perpetuo movimento! Allo stesso modo Boccioni affermerà che: “In realtà non esiste un riposo”3. Per cui, ogni processo d’interazione tra il mondo interno e quello esterno passerà attraverso

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un’emozione, poiché “Non v’è possibilità di innalzarsi a un definitivo nelle forme e nei colori al di fuori della emozione. È l’emozione che dà la misura, frena l’analisi, legittima l’arbitrio e crea il dinamismo. Emozione e soggetto sono sinonimi”4. Alla pari del dinamismo, il movimento appartiene al Tutto. La consapevolezza dei processi dimensionali nel movimento dell’energetica psichica, nella sua attualizzazione istantanea, si struttura come modello attraverso cui la creazione diventa l’unica soluzione conoscitiva. Per cui, l’intuizione del Boccioni si afferma come creazione costante, come luogo della propria e più personale edificazione di “senso”. Il punto essenziale è che dentro la medesima creazione, di qualsiasi creazione si tratti, si compie la stessa possibilità: “Nascere, crescere e morire, ecco la fatalità che ci guida. Non marciare verso il definitivo è un rifiutarsi all’evoluzione, alla morte. Tutto s’incammina verso la catastrofe! Bisogna dunque avere il coraggio di superarsi fino alla morte, e l’entusiasmo, il fervore, l’intensità, l’estasi sono tutte aspirazioni alla perfezione, cioè alla consumazione”5. La consumazione, come la creazione, si eleva verso un processo di “svuotamento” interiore, un medesimo “fare anima” – direbbe James Hillman6 –, attraverso cui la nobilitazione delle forme della consumazione compensano la creazione alla stessa maniera della compenetrazione dei piani, che muoverà nuovamente, in forma circolare, una nuova consumazione e così via: creazione e consuma-zione diventano i due aspetti costantemente presenti nella vita dell’Uomo. Essenzialmente, è proprio dalla risoluzione mai definitivamente compiuta tra queste due opposizioni cardine, creazione e con-sumazione (nascita e morte), che si accede alla continuità della vita: è soltanto dal continuo susse-guirsi di questi due processi, ad ogni livello, che si può effettivamente parlare di esperienza di vita. Ciò a cui effettivamente aspira l’Uomo non è tanto la consumazione o la morte come può essere intesa l’espressione del Boccioni in termini finalistici, ma la morte intesa come risoluzione, uno scioglimento della tensione del dramma oppositivo creazioneconsumazione per dare espressione all’Eterno, ossia, alla divinità nell’Uomo. Si potrebbe affermare che il difetto che in qualche modo compie Boccioni sia quello di fermarsi ad indicare la consumazione-aspirazione con la

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perfezione; ma, accomunando aspirazione e perfezione, si perderebbe di vista l’essere al mondo dell’uomo, il suo vissuto “terreno”, poiché il regno del supe-ramento dell’opposizione – inteso in senso definitivo – non è di questo mondo! Qui, il démone del Boccioni ha espresso se stesso annunciando una nuova modernità attraverso le forme dell’arte futuri-sta, lasciando l’uomo Boccioni alle sue “lacerazioni viscerali”, tormentato dalla non-appartenenza: “Le lacerazioni viscerali del geniale Boccioni – affermava Dalì – sono l’annuncio anticipato del dinamismo supersonico e gli apolli gloriosi della discontinuità della materia”7. La stessa materia che ora viene disseminata nello spazio che esplode nella sua universale espansione, accogliendo ogni cosa, divenendo termine unico della continuità di tutte le forme esistenti nella medesima continuità (movimento, creazione, emozione), eletta come termine unico di definizione e di visione della reciprocità energetica d’influenza fra tutte le cose. Viene qui, in fondo, abolita la finitezza della materia e, quindi, dell’uomo che, (ri-)trovandosi invischiato nella “materia universale”, è investito di una re-sponsabilità “divina” proprio poiché egli appartiene psichicamente al Tutto. C’è, in questo modo, un flusso di reciprocità e di influenze energetiche che coinvolge l’intero mondo creato. Nel suo testo fondamentale Pittura e scultura futuriste, testo in cui l’enunciazione filosoficoartistica boccioniana diventa “manifesto”, si afferma: “Per andare verso lo stile plastico della nostra epoca bisogna invece vivere la sensazione che viene dal rinnovamento impressionista, e dimenticare la fissità della contemplazione tradizionale del vero, e concepire e determinare in una forma la rela-zione plastica che esiste tra la conoscenza dell’oggetto e la sua apparizione. […] l’impressione vivrà quindi nella durata attraverso la forma unica del suo svolgersi”8. Viene mostrata, attraverso quest’invocazione allo stile plastico, la distinzione fondamentale che annuncia il nuovo modernismo; l’idea è quella di sentire, di essere dentro l’oggetto e attraverso l’oggetto, mediante la coscienza di una spazialità di energie plastiche eterne e globali. Il processo sotteso al fondo di questa idea è che non esiste un vero e proprio distinguo tra soggetto ed oggetto, non esiste un reale limite di confine tra gli elementi, proprio in virtù di una diretta continuità di ener-gie che investe ogni cosa. La forma


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“rappresentata” deve, quindi, assumere la medesima natura di continuità del movimento, poiché soltanto attraverso questa si può effettivamente cogliere la realtà, una realtà che pone ora il soggetto all’interno della durata, plasticamente coinvolto nella realizzazio-ne psichica dell’oggetto stesso. Da un particolare angolo di visione psicologica l’idea della continuità delle energie, il senso plastico dei movimenti dinamici che investono soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, sono assunti a sistema di condizione che pone l’energia in proiezione all’interno della continuità universa-le. In fondo, come affermava Jung “finché viviamo siamo evidentemente incapaci di ritirare ogni e-nergia dal mondo, di ritirare tutte le proiezioni. Continuiamo a mangiare, a odorare, a muoverci, e tutto questo è psicologia in proiezione. È proiezione, è emettere, qualcosa ci lascia costantemente: finché viviamo, proiettiamo”9. Allo stesso modo Boccioni, esprimendosi sulla sua personale concezione dell’arte futurista, affermerà: “Noi concepiamo dunque l’oggetto come un nucleo (costruzione centripeta), dal quale partono le forze (linee-forme-forza) che lo definiscono nell’ambiente (costruzione centrifuga). Noi creiamo con ciò una nuova concezione dell’oggetto: l’oggetto-ambiente, concepito come una nuova unità indivisibile”10. Da una parte dunque, abbiamo il soggetto che nel suo essere in vita inevitabilmente proietta movimenti energetici verso l’Altro, e dall’altra abbiamo un esterno che restituisce all’uomo, in forme differenziate, energie sotto forma di stimoli. Al fondamento rimane l’Energia Universale in continuità che abolisce definitivamente il distinguo interno-esterno, confine e durata, poiché esiste un coin-volgimento universale di movimento costante che avvolge ogni cosa; ed inoltre, ogni cosa contribuisce, determina e condiziona la natura stessa del movimento e del suo perpetuo svolgersi: “noi sinte-tizziamo tutti i momenti (di tempo, luogo, forma, colore-tono) e ne costruiamo il quadro. E questo quadro, come organismo indipendente, ha una sua propria legge, e gli elementi che lo compongono obbediscono a questa legge creando così la rassomiglianza del quadro con se stesso”11. Questa Energia Universale, che dà compimento all’intero creato, ha un valore tale da poter essere

intesa come forma espressiva di un senso vitale di continuità universale che tocca la creazione intera, in una forma espressiva e concezione moderna dell’Anima Mundi. Così, il passaggio enunciato da Boccioni che dalla contemplazione della materia raggiunge la sensazione della materia, diventa il nuovo modello esistenziale dell’uomo postmoderno: sentire e partecipare al movimento universale della materia rappresenterà il precetto fondante del rinnovamento psichico dell’uomo. Il punto nodale della concezione boccioniana si avvisa quando egli inneggerà al completo dinamismo, alla distruzione per la creazione, come fondamento della verità del movimento: “Bisogna avere il coraggio di distruggere e calpestare anche quello che ci è caro per ricordo o per abitudine […]. Ci vuol del sangue, ci vogliono dei morti”12. In questo contesto il punto di svolta del Boccioni viene in-discutibilmente legato al senso stesso della consumazione dove si ravvisa una certa coscienza della dissolutezza dell’uomo, intesa nel senso di lasciarsi alle spalle “ogni giorno” le sue dipendenze. Vivere una vita nella finitezza, ossia, nella creazione costante, significa dare compimento all’essere nel-la pienezza del presente, del suo vivere mescolato nelle forme del proprio esserci in reciprocità osmotica col mondo esterno, poiché, come Boccioni stesso avrà a dire: “Oggi la nostra evoluzione mentale non ci permette più di vedere un individuo o un oggetto isolati dal loro ambiente”13. Da questa prospettiva Boccioni trascende le forme stesse della continuità, nel senso che, attuando un balzo in avanti nei processi di assimilazione alla complessità dell’uomo, avvicinando “perfezione” e “consumazione” da una parte, e “organizzazione” e “creazione” dall’altra, riporta l’oggetto dell’analisi esistenziale al senso ultimo della “ricerca del definitivo nella successione di stati d’intuizione”14. Questa ricerca si spinge verso un vero e proprio “trascendentalismo” della forma e della durata della fisicità. Il significante viene indicato nel “definitivo ultimo”, nell’acquisizione cosciente – mediante processi intuitivi di ampliamento della coscienza sui segmenti psichici – della radice energetica di movimento universale che assolve ogni creazione. In quest’ottica allora, lo studio e la visione di complessità dell’uomo come strumenti dell’ampliamento intuitivo al Sé (individuale e collettivo), nonché la struttura di arricchimento psichico alla complessità, diventano

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L'Intuizione Del Complesso

per Boccioni espressione della piena coscienza del movimento energetico dell’uomo futurista. L’istinto del complesso nello stato d’animo plastico “Noi possediamo un nuovo istinto: l’istinto del complesso. Afferriamo TUTTO attraverso il complesso mentre i passati coglievano POCO attraverso il semplice. E infine tutto è semplice quando è vita ovvero intuizione”. (Umberto Boccioni, Pittura e scultura futuriste) L’intuizione del Boccini in fondo, propone una precisa diversificazione delle condizioni liminari del-la coscienza dell’uomo; quella rappresenta l’affermazione di un processo in divenire che vuole pro-vocare una profonda deformazione del complesso sistema d’attualizzazione della presa coscienza. In questo modo l’uomo viene posto di fronte ad un regno di complessità espressiva di caratteri di sé che avvolge, nella creazione, ogni sottile dinamica energetica. Boccioni afferma una “visione” piena dell’ampliamento della coscienza promossa attraverso l’inquadramento del senso esistenziale della vita alla radice elementare dell’esistenza stessa, al quantum originario, essenziale e vitale al contem-po: Boccioni riconduce l’uomo alla creazione. Avrà a dire egli stesso: “Oggi l’artista si innalza all’elemento essenziale della creazione. L’intuizione plastica lo ha condotto su nuove vette […]”15. Quella dell’intuizione plastica diviene allora, elemento fondante dell’arte esistenziale del Boccioni. Nella concezione junghiana, l’intuizione sta ad indicare “la percezione inconscia attraverso la quale vengono contemporaneamente in evidenza i contenuti subliminali del soggetto e la cosiddetta “es-senza” dell’oggetto”16; questo processo “percettivo”, che afferra nell’istante la coincidenza tra conte-nuti del soggetto e gli elementi dell’oggetto, afferma lo stesso principio della “compenetrazione dei piani”, in quella visione che Boccioni definisce trascendentalismo fisico17. È la “febbre dell’intuizione” costante della compartecipazione alle dinamiche del Tutto che legittima l’esistenza dell’uomo: […] per Boccioni – scrive De Micheli – il problema era quello di cogliere la realtà nella sua totalità, nel suo assoluto, di cui fanno parte gli elementi sia contingenti che sostanziali; di coglierla nella sua natura unitaria e contraddittoria

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molteplicità, nella sua vita insomma, che è parte della vita universale. […] il rapporto con la realtà in nessun caso poteva ridursi a un rapporto soltanto di ordine psico-fisiologico, né soltanto di conoscenza statica o contemplativa, astratta o intellettuale, bensì doveva essere un rapporto di conoscenza completa, ottenuta immedesimandosi intuitivamente nell’oggetto e vivendone dal di dentro la sua vita nell’integrità del suo divenire18. Qui, si cercano di superare le distinzioni promosse dall’Io, di aprire varchi di visione intuitiva sulle infinite dimensionalità della “materia” creativa dell’uomo. Questo rappresenta, in fondo, un tentativo di evasione psichica al di là del limite della coscienza dell’Io, “giacché ogni coscienza dell’Io è isolata e conosce il singolo in quanto divide e distingue, e vede solo ciò che ha relazione con questo Io”19. È questa la visione di complessità del Boccioni: schiudere alla disposizione mentale dell’uomo le mirabili sfumature del creato, in un’unica materia indistinguibile: “Proclamiamo che tutto il mondo ap-parente deve precipitarsi su di noi, amalgamandosi, creando un’armonia colla sola misura dell’intuizione creativa”20. L’effetto ricercato è l’annuncio di un movimento “empatico” col fenome-no fisico. Questo, rappresenta l’affermazione di una disposizione dell’animo (lo stato d’animo plasti-co) come forma intenzionale e soggettiva dell’“architettura spiralica”21 di organizzazione della realtà, la quale, in termini psichici, compie un processo di “devozione” alla complessità e all’istinto spirituale di elevazione al Sé. In tal senso, l’intuizione alla complessità raggiunge una definizione “percettiva”, una modalità di vedere che conduce l’uomo moderno alla sua natura di complessità, al pieno riconoscimento di tutti quegli sfumati dell’esperienza psichica di coscienza che lo rendono consapevole della dimensionalità dei movimenti e della sua partecipazione psichica, come Uomo psicolo-gico, al creato. Conclusioni Scrive Boccioni: “Quello che ci affascina nella vita e nelle opere del nostro tempo è quel carattere d’indefinita e affannosa ricerca che mostra nell’uomo veramente moderno l’imperizia di chi maneggia una nuova materia”22. Le visioni futuriste della complessità sono


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espresse attraverso la creazione di una nuova materia, di un nuovo momento di attribuzione di significato alla psiche dell’uomo. In fondo, “La psicologia si occupa dell’atto di vedere”23, e la visione della continuità della materia enunciata da Boccioni introduce la complessità dell’uomo moderno, annunciando i suoi “mirabili voli e umori” psichici che, nel Tutto, diventano espressione di una volontà creativa costante di movimento energetico che legittima ogni errore e dona valore alla coscienza di sé: “Si è necessari, si è un frammento di fato, si appartiene al tutto, si è nel tutto – non c’è nulla che possa giudicare, verificare, condannare il nostro errore, giacché questo equivarrebbe a giudicare, misurare, verificare, condannare il tutto… Ma fuori del tutto non c’è nulla!”24. Bibliografia e Note 1 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 149. 2 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 35. 3 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 89. 4 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 75. 5 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 65. 6 J. Hillman, Il codice dell’anima (1996), trad. it. Adelphi, Milano, 2001. 7 S. Dalì, I cornuti della vecchia arte moderna (1956), trad. it. Milano, 2005. 8 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 57. 9 C. G. Jung, Analisi dei sogni (1928-30), trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 2006. 10 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 58. 11 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 56. 12 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 17. 13 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 63. 14 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 76. 15 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 30. 16 P.F. Pieri, 1998, Dizionario junghiano, Torino,

p. 387. 17 U. Boccioni, 1912, Manifesto tecnico della scultura futurista, Milano, p. 169. 18 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 195 19 C. G. Jung, Il significato della psicologia per i tempi moderni (1933/34), trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1998 20 U. Boccioni, 1912, Manifesto tecnico della scultura futurista, Milano, p. 170. 21 U. Boccioni, 1913, Prefazione al catalogo della Esposizione di Scultura futurista del pittore e scultore futurista Boccioni, Milano, p. 172. 22 U. Boccioni, 1914, Pittura e scultura futuriste, Milano, p. 24. 23 C. G. Jung, Psicologia e alchimia (1944), trad. it. Bollati Boringhieri, Torino, 1998. 24 F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli ovvero come si filosofa col martello (1888), trad. it. Adelphi, Milano, 2007

Umberto Boccioni, Elasticità, 1912

Michele Accettella è psicologo analista, socio CIPA (Roma) e IAAP (Zurigo). È autore e relatore di lavori di ricerca in ambito junghiano. Lavora a Roma e in provincia di Chieti.

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In Anima-Azione

MEDICINA, PSICOTERAPIA, SPIRITUALITA’ LE ANIME DELLA CURA NEL III° MILLENNIO TRA ETICA, LEGALITÀ E LAICITÀ. SABATO 23 MARZO 2013 MILANO, PALAZZO ISIMBARDI con il patrocinio di UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI MILANO, DIPARTIMENTO DI SCIENZE POLITICHE PROVINCIA DI MILANO COLLEGIO CIRCOSCRIZIONALE MMVV DELLA LOMBARDIA ,GRANDE ORIENTE D’ITALIA. C.A.P.A.C. POLITECNICO DEL COMMERCIO

MODERATORE: AVV. LUIGI PAGANELLI, PRESIDENTE DELLA ASSOCIAZIONE OMILIA

PROGRAMMA 0RE 9,00 WELCOME COFFEE

ORE 9,30 INIZIO LAVORI ORE 11,30 COFFEE BREAK ORE 12,00 RIPRESA LAVORI ORE 14,30 FINE LAVORI

L OR E NZ O PE R R ONE "COME UN SASSO NELLO STAGNO" 2012 (MIXED MEDIA (LIBRI VERI, PLASTER GAUZE, ACRILIC PAINT)

RELAZIONE INTRODUTTIVA

GUGLIELMO CAMPIONE MEDICO PSICHIATRA PSICOANALISTA – MILANO "LE ANIME DELLA CURA: METAFORE E SIMBOLI DELLA TERAPIA NEL III° MILLENNIO”

MORRIS GHEZZI ORDINARIO DI SOCIOLOGIA DEL DIRITTO UNIVERSITA STATALE DI MILANO MILANO "IL DIRITTO DELLA SOFFERENZA, IL DIRITTO ALLA SOFFERENZA, IL DIRITTO NELLA SOFFERENZA"

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In Anima-Azione

CLAUDIO BONVECCHIO ORDINARIO FILOSOFIA DELLA SCIENZA UIVERSITA DI PAVIA “DOLORE E SOCIETA.”

CARLO BANFI CARDIOCHIRURGO - GINEVRA “TRAPIANTI DI CUORE, ETICA, DONAZIONE E IL CUORE COME SIMBOLO”

FEDERICO PIZZETTI ORDINARIO DI DIRITTO PUBBLICO UNIVERSITA STATALE DI MILANO “LA SOFFERENZA EVITABILE E LA LEGGE: PROFILI DI DIRITTO TERAPEUTICO ”

L OR E NZ O PE R R ONE " AL PHA E OME GA” (MIXED MEDIA (LIBRI VERI, PLASTER GAUZE, ACRILIC PAINT).

ELDO STELLUCCI MEDICO PSICHIATRA PSICOTERAPEUTA DI FORMAZIONE JUNGHIANA, TORINO “IL PROCESSO DI GUARIGIONE TRA INIZIAZIONE, TRADIZIONE, MISTERIOSOFICA E PRINCIPIO DI INDIVIDUAZIONE A PARTIRE DAL LIBRO ROSSO DI C.G.JUNG”. ANTONIO NETTUNO PSICOLOGO PSICOANALISTA - MONZA “L’INQUIETUDINE SOCIALE E INDIVIDUALE NELL’ETA’ DELLA CRISI” GIOVANNI JANNUZZO MEDICO PSICHIATRA E PSICOTERAPEUTA Direttore Sanitario CTA "Fauni",Castelbuono, PALERMO “PRATICA PSICHIATRICA, PSICOTERAPIA ED EVENTI PARANORMALI: VERSO UNA CONVERGENZA TRA ESOTERISMO E SCIENZA” CARLO CENERELLI MEDICO OMEOPATA MILANO “L’OMEOPATIA. UN METODO TERAPEUTICO CON UNA BASE SCIENTIFICA. MEDICINA DI CORPO E DI ANIMA IN RIVALUTAZIONE ALLE SOGLIE DEL TERZO MILLENNIO”

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Cosa abbiamo a che vedere con un cespo di rose, che trema perché gli si posa sopra una goccia di rugiada? Nietzsche, Del leggere e scrivere.

notte, mi trovo fuori casa. Il mio cane Rocco aveva radunato tutti gli altri cani della mia zona; Rocco era il capo di quella squadra di cani bianchi. Poi vedo Rocco che si allontana dal gruppo, va verso la finestra di I. e li si avvicina ad un coyote; anche il coyote si avvicina, distaccandosi dal sul branco, a Rocco. Poi i due capi si fermano a poca distanza l’uno dall’altro. Quel coyote era un capo di un gruppo di coyote che volevano prendere il possesso della piazza. I due capi, Rocco ed il coyote, si guardano negli occhi, si ringhiarono e stabilirono il giorno della lotta tra gruppi. Poi il capo coyote indietreggia, anche Rocco indietreggia, e, uno di schiena all’altro, tornano ai loro rispettivi branchi. Poi Rocco, con i denti, mi prende il pizzo della giacca e mi tira, mi accompagna, verso un punto strategico, nel mezzo del sul branco; capii allora che anche io facevo parte di quel gruppo e facevo parte nella lotta. Io rimasi dove Rocco mi aveva posizionato. Poi Rocco mise un grande cane bianco davanti a me. Allora capii che Rocco mi aveva messo nel gruppo per proteggermi; mi aveva messo davanti una protezione, quel grande e forte cane bianco che mi avrebbe difeso e non avrebbe permesso a nessun coyote di avvicinarsi a me. Rocco aveva fatto così perché sapeva che l’uomo non ha i denti forti per mordere; bisognava essere una bestia agguerrita per combattere i coyote. Poi ci fu lo scontro e il massacro; pensai di colpire uno dei coyote con un coltello a cui precedentemente rifeci la punta, ma poi pensai che non era leale usare armi in quello scontro della natura. Vedevo cani e coyote che si massacravano, io non correvo nessun pericolo. Poi mi avvicinai a Rocco, che era disteso per terra, era vivo ma ferito gravemente, aveva ammazzato molti coyote, ma

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era stato morso dal capobranco. Rocco era disteso per terra appoggiato al marciapiede di casa, aveva il pelo macchiato di sangue, non si muoveva perché era stremato dalla scontro; io mi inginocchiai davanti a lui, lo accarezzai lentamente sulla testa, sul muso, sul collo, e stavo attento a non toccargli le ferite; lui si lasciava accarezzare; le carezze erano l’unica cura che, in quel momento, lo avrebbero potuto salvare. Io e Rocco ci guardavamo negli occhi; io avevo gli occhi lucidi, Rocco aveva gli occhi sereni (di chi ha la coscienza pulita). Accarezzavo Rocco, come per ringraziarlo, perché non pensavo che lui, e gli altri cani, avrebbero rischiato la vita per proteggermi; poi mi girai a guardare Lola, il più vecchio cane del branco, che era deceduta nella scontro e che era distesa al per terra, immobile, completamente insanguinata; guardai lentamente, uno per uno, tutti gli altri cani morti distesi sul marciapiede; pensavo che forse Rocco poteva ancora salvarsi perchè era ancora vivo; accarezzandolo cercavo di dare a Rocco la forza per combattere, per resistere e per non abbandonarmi; lo sguardo sereno di Rocco mi dava la forza per non pensare a Lola e agli altri cani che erano stati nostri amici e che erano morti; Rocco sembrava volesse dirmi che quei cani erano morti da eroi, avevano combattuto e purtroppo non ce l’avevano fatta. Poi guardai il branco di coyote, li guardai uno per uno, erano tutti morti, buttati a terra, massacrati, chi a destra chi a sinistra; mi chiesi allora perché c’era stato quello scontro; non riuscivo a capire perché i due branchi si fossero scontrati a morte; poi guardando Rocco, il capobranco, capii che non si poneva la mia stessa domanda; Rocco, come tutti gli altri cani, era stato pronto a morire


Sara Colarossi

perché lo scontro era inevitabile. Il sogno finì che feci un sospiro, inginocchiato vicino a Rocco guardai cani e coyote morti, scrollai un po la spalle feci un mezzo sorriso e non mi venne più da pensare al perché di quell’avvenimento. Il lettore potrebbe chiederci: <Cosa ha a che vedere tutto ciò con il nostro tema?>. Apparentemente nulla! Sappiamo che si tratta di un sogno. Certo! potremmo tentare un analisi archetipica, ma non ci importa in questo frangente indagare la dinamica psichica del sognatore, non ci interessano i suoi conflitti, le sue sofferenze, tantomeno ci interessa il suo processo di individuazione. Non siamo nel sogno, siamo fuori dal sogno. Non siamo psicologi, siamo spioni. Non siamo studiosi siamo passivi e sciocchi osservatori. Osserviamo la scena, cani e coyote si schierano, si guardano, si azzuffano, si sbranano, un ragazzo accarezza il fedele amico, sospira, si inginocchia, sorride un pò, una domanda balena nella sua mente: <Perchè quello scontro?> poi scrolla le spalle, e va. Anche noi scrolliamo le spalle e mentre le scrolliamo ci attraversa la stessa domanda <perchè quello scontro?>. Forse qualcosa non ha funzionato nella relazione? oppure il messaggio era inequivocabile? Dunque: il termine relazione: dal lat. relatio, relationis, da relatus, part. pass. di referre; riportare, composto di re, addietro e ferire per ferre, portare, portare indietro, indica l'atto o l'azione di colui che porta con se qualcosa, o semplicemente si porta, si appressa, nelle vicinanze di qualcuno o di qualcosa. Naturalmente l'azione del portare e dell'andar presso sottende un implicito scambio. Cioè: 'io mi avvicino a te, mi dono a te, ti porto qualcosa di mio o di me, ma tu devi restituirmi qualcosa di te o di tuo che io possa portare indietro con me. Io do a te, tu dai a me!' È questa la voce che anima e che si cela dentro la parola relazione. Il verbo ferre infatti designa l'atto del mercante, del commercio e del commerciare, dello scambio e del baratto. Da ciò ne derivano plausibili conclusioni. Ovvero; io posso mercanteggiare e scambiare qualunque bene, anzi, posso scegliere di scambiare beni esclusivamente esteriori, oggetti, corpi,

informazioni; oppure scegliere di scambiare beni interiori, emozioni e sentimenti; da ciò prendono corpo le varie tipologie relazionali, commercio economico, politica, potere, amicizia, amore. Però, la logica relazionale, porta con se uno specifico limite, un vincolo, dato proprio dallo scambio. Lo scambio infatti è un elemento imprescindibile che lega gli attori al portare e portare indietro. Il mancato soddisfacimento di uno dei due atti, di cui si compone l'azione dello scambio, produce un debito relazionale, una sorta di falla sul terreno di scambio a causa del quale l'anima relazinale 'io do a te e tu dai a me' non trova soddisfacimento, lo scambio non si compie e il legame si sfalda. Poste queste basi, non possiamo esimerci dal riflettere su un altro punto sostanziale; cioè, con quali mezzi prende corpo lo scambio? Ovvero, quali sono gli strumenti di cui dispongo per portare e portare indietro? Il portare e il portare indietro sono azioni ed ogni azione rinvia ad un agente. Agente; da ag-ente, p. presente di agere; cioè fare, operare, condurre. L'agente è colui che opera, che produce, che fà in virtù di un corpo fisico e di un corpo o di corpi energetici, emozionali. Da ciò ne consegue che la relazione non può prescindere né dall'azione, nè dall'agente. Non c'è relazione senza azione, non c'è azione senza agente. Dunque la relazione necessita sempre di agenti cioè di corpi tesi allo scambio, aperti al commercio e alla comunione qualunque essa sia. Ecco quindi che si delinea un altro sostanziale pilastro proprio della relazione. La relazione non può esserci senza scambio e lo scambio non può realizzarsi senza corpi agenti e dicenti, cioè corpi comunicanti. Comunicare dal latino communicare significa render comune. Comune dal lat communem; coobligato, da com (cum) insieme e moinis o munis (che è pure in im-munem, cioè non munem, libero da prestazioni) e che deve aver avuto il significato originario di obbligato a partecipare, cioè a dare, con il diritto di ricevere qualcosa, cosa o beneficio; da quì anche; misurare, distribuire e scambiare. Dunque da ciò ne consegue che la comunicazione, è l'arte di render comune, è un patto di scambio che obbliga i com-traenti a partecipare, dando qualcosa, ma nello stesso tempo investe ciascuno

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La Relazione del diritto di ricevere qualcosa in cambio. Ne deriva una significativa equivalenza tra il portare e il portare indietro, e la comunicazione anch'essa fondata sullo scambio, come si evince dall'etimologia. Quindi relazione e comunicazione si verificano contemporaneamente, anzi possiamo dire che la comunicazione è il mezzo attraverso il quale nasce la relazione. Lì dove c'è comunicazione c'è relazione. E ancora non può esserci relazione senza comunicazione. Occorre però chiarire un aspetto fondamentale: se la comunicazione è il mezzo attraverso il quale io porto qualcosa di me o di mio a qualcun altro, mettendo ciò in comunione, allora non ho fatto altro che soddisfare l'atto del portare, al quale dovrebbe seguire il portare indietro. È come se la relazione si dislocasse in momenti temporali diversi: il primo è il portare che coincide con la comunicazione, il secondo momento cioè il portare indietro pur essendo dipendente dal primo conserva una certa autonomia, ragion per cui il portare indietro può verificarsi o meno. Ma quante sono le forme di comunicazione di cui disponiamo? Per natura disponiamo di due strumenti di comunicazione; la comunicazione verbale e la comunicazione non verbale. Queste due forme di comunicazione apparentemente simultanee, sono in realtà originariamente prodotte in momenti temporali diversi; ovvero la comunicazione verbale, da verbum, parola, cioè di parola; detto a viva voce, presuppone un agente parlante, cioè dicente. La parola rinvia necessariamente ad un agente parlante e vociante, cioè ad un corpo che ha emesso un suono. Ciò significa che non c'è suono senza un corpo sonante, che non c'è parola senza una bocca che l'ho pronunciata. Da ciò ne derivano importanti conseguenze, dunque; se la parola è il prodotto del corpo allora il corpo ne è l'origine. La parola sta al corpo come il frutto sta alla pianta, nasce dal corpo, può sostituire il corpo come una dignitosa rappresentante, ma non può esistere senza corpo. Ragion per cui, la comunicazione verbale ovvero la messa in comune delle parole è solo il prodotto secondario di una antecedente comunione tra corpi agenti. La comunicazione verbale è il prodotto filogeneticamente recente, di una precedente

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comunione tra corpi, gesti e azioni. Dunque; la nostra riflessione conduce ad asserire che, sebbene disponiamo di due canali comunicativi verbo e corpo, in realtà essi non nascono simultaneamente ma dislocati in momenti evolutivi differenti; l'uno, cioè il canale verbale è più recente; l'altro, il canale non verbale è più antico, ovvero, è il primo canale di scambio di cui per natura disponiamo. Ciò significa che c'è più saggezza e autenticità nel corpo e nelle azioni di quanta può essere contenuta nelle parole. Attraverso questi due canali si compiono i due tempi relazionali ovvero il portare e il portare indietro. Alla luce delle riflessioni etimologiche, ispirateci direttamente dal sogno, torniamo ad osservare nuovamente la scena onirica: cani e coyote si schierano; si guardano; si azzuffano; si sbranano; un ragazzo accarezza il fedele amico; sospira; si inginocchia; sorride un pò: ogni verbo, designa un'azione, cioè rinvia ad un agente che fà, che opera. La scena onirica, dunque, in tutta la sua drammaticità, pur essendo afona e priva di espressioni verbali, manifesta tutta la profondità comunicativa propria della comunicazione non verbale. Tale afonia, non inficia il valore comunicativo e relazionale, anzi, la sospensione della parola lascia emergere l'arcaico potere comunicativo proprio di azioni e gesti, ovvero del corpo. Il sogno infatti sembra condurci proprio a questa fonte. É come se, ci trasportasse in uno spazio psichico arcaico, originario, dove non c'è posto per il verbo, ma nel quale lo scambio si realizza solo tramite corpi, azioni e gesti. La scena onirica evoca dunque in noi queste riflessioni: al venir meno della parola, non viene meno la relazione. Se la relazione trova nella comunicazione non verbale delle solide fondamenta, così come lo sono le radici per la pianta, non possiamo dire lo stesso per la comunicazione verbale. Quest'ultima infatti perde di potere relazionale se svincolata dal sostegno comunicativo fornitole dal corpo. Se il corpo può fare a meno della parola, la parola, invece, non può fare a meno del corpo da cui proviene e verso cui si dirige. Da ciò comprendiamo come ogni relazione si àncora sul solido terreno della corporeità, la parola ne è solo un riflesso. Non


Sara Colarossi

esiste relazione senza corpi, cose, oggetti da manipolare, mercanteggiare, toccare, scambiare, amare. Giunti al cuore della parola relazione questa è la nostra conclusione che il lettore formuli la sua. Bibliografia e Note Cartelazzo, M., Cartelazzo, M., A., L’etimologico minore, dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli editore, Bologna, 2004. Nietzsche, F.,W., Così parlò Zarathustra, Orsa maggiore editrice, Forlì, 1993.

Sara Colarossi è laureata in Scienze dell’Educazione ed in Scienze Psicologiche. Si è occupata di dinamiche di gruppi con attività seminariali. Tra le sue pubblicazioni: Le carezze del Diavolo, Alchimia, Un sentiero per l'anima, Dialogo con l'angelo, Le esperienze fuori dal corpo.

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In Anima-Azione

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In Anima-Azione

QUALCHE PAROLA SUL CENACOLO PERÌARXÔN: L’IDEA

DEL CENACOLO, FORSE NON A CASO, MI È VENUTA DOPO LA MORTE DI

PENSAVO SEMPLICEMENTE DI ATTIVARE, COME A

CATANIA,

UN CORSO DI

HILLMAN. IN PRECEDENZA PSICOLOGIA ARCHETIPICA; MA

FATALMENTE AVREI DOVUTO LIMITARE LA PRESENZA A OPERATORI DEL SETTORE E PREVEDERE UN INIZIO E UNA FINE DELL’ESPERIENZA. INVECE, NELLE SETTIMANE PASSATE, SI È COSTRUITO PROGRESSIVAMENTE, DENTRO DI ME, IL PROGETTO DI UN SEMINARIO PERMANENTE: UN LUOGO E UN TEMPO NEI QUALI POTER DISCUTERE LIBERAMENTE DI TUTTO, CON TUTTI.

TUTTI

COLORO AI QUALI È CARO IL PENSARE E CONDIVIDONO UN ANGOLO VISUALE CHE, PER COMODITÀ,

POSSIAMO CHIAMARE ARCHETIPICO.

SARÀ

UTILE, NATURALMENTE, DEDICARE UNA PARTE DEL TEMPO ALLA DEFINIZIONE DEI CONCETTI E LORO

SVILUPPO STORICO.

IN

ALTRE PAROLE, DEDICHERÒ UNA PARTE DEL TEMPO A

“FARE

LEZIONE” DI CULTURA

ARCHETIPICA, PER RENDERE OMOGENEO E COMPRENSIBILE IL LINGUAGGIO; MA IL RESTO DEL TEMPO LO DEDICHEREMO A LETTURA E COMMENTI DI TESTI, DISCUSSIONI, ECC… E POI VOGLIO TENERE APERTA LA PORTA A CIÒ CHE VERRÀ.

LA

FREQUENZA SARÀ DI DUE VOLTE AL MESE

( 2°

E

LUNEDÌ DEL MESE ALLE

19.45)

E OGNI INCONTRO

DURERÀ DUE ORE-DUE ORE E MEZZA, CON UN MINIMO DI RIMBORSO SPESE.

PER

COME LO INTENDO, NON DEVE ESSERE UN CAPESTRO PER I PARTECIPANTI: NEL SENSO CHE

AUSPICANDO UNA CONTINUITÀ DEL GRUPPO

PUR

CHI VUOLE VENIRE VIENE, PER IL TEMPO CHE DESIDERA, POTENDO

PORTARE ANCHE ALTRE PERSONE CHE FACCIANO IL PERCORSO CHE SENTONO GIUSTO.

NESSUN

OBBLIGO,

INSOMMA.

LUIGI TURINESE

CONVERSAZIONI (TRA NATURA E CULTURA) CON LUIGI TURINESE ARGOMENTI 2012-13: • FONDAMENTI DI PSICOLOGIA ARCHETIPICA • ELEMENTI SPIRITUALI DELLA CURA • PER UNA CURA IMMAGINATIVA • IL PARADIGMA PSICOSOMATICO • CREATIVITÀ E ISTINTO INDIVIDUATIVO

• JUNG E L’ORIENTE • NOTE SULLA TIPOLOGIA • APPUNTI-SEGNALAZIONI

• PROIEZIONI DI DOCUMENTARI E INTERVISTE

• GUIDA ALLA LETTURA DELLE IMMAGINI

• VIDEOCLIP DI GIANNA TARANTINO 40


Prima avventura Vecchie leggende narrano fatti meravigliosi di guerre e di battaglie, di eroi virtuosi e forti, di giubilo e di feste, di gemiti e di pianto … La prima avventura ci presenta Crimilde, a vedere bella oltre misura e dai costumi cortesi. Di altre qualità che non siano esteriori nessun accenno. Dei signori di Worms è detto generosi donatori e di nobile stirpe, smisuratamente arditi e forti. Null’altro che non sia forza, potere e ricchezza. Viene narrato il sogno profetico di Crimilde, riportato più sopra. Seconda avventura Ci viene presentato Siegfried: … molte meraviglie si potevano dire di Siegfried, quanto onore egli acquistasse, quanto egli fosse bello … allevato … con la cura che si conveniva al suo stato … Suo padre Siegmund e sua madre Sieglide gli fecero fare ricchi abiti. Giunto Sigfrido in età da poter portare le armi, il re Sigmund lo ordina cavaliere con una festa solstiziale di sette giorni: … ne derivò grande onore a Siegmund ed a Sieglinde da quanto distribuirono di propria mano. Per questo motivo molti cavalieri stranieri si recarono colà. … menestrelli e giullari non diedero loro pace. Lo facevano per riceverne ricompensa. … Sieglinde, la ricca signora … distribuiva per amore del figlio il rosso oro. Sapeva proprio meritarsi la simpatia e la devozione della gente … mai si videro servi esser trattati con così grande generosità. Terza avventura Sigfrido sente parlare di Crimilde e della sua

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grande bellezza. Io voglio prendere Crimilde, la bella figlia di re del paese dei Burgundi, per la sua grande bellezza … anche al più potente imperatore che volesse sposarsi converrebbe l’amore di questa ricca regina. I genitori di Sigfrido cercano di dissuaderlo, ma inutilmente. A preoccuparli è proprio la fama di Gunther e di Hagen in particolare. Re Ghunter ha parecchi vassalli superbi, non fosse altri che Hagen … Nel suo orgoglio egli potrà eccedere … Nonostante le lacrime della regina, Sigfrido rimane fermo nella sua decisione e le chiede aiuto per il viaggio. … io e i miei cavalieri abbiamo bisogno di vesti che ci facciano onore … Vengono fatti i preparativi per il viaggio, nonostante si pensasse … con affanno se i guerrieri sarebbero mai di ritorno nel paese … Arriva il momento della partenza, addolorati erano i cavalieri; più di una fanciulla pianse; tutti nel cuore pensavano che avrebbero sofferto per la perdita di cari amici … Però belli erano i loro cavalli e i finimenti di oro rosso; nessuno era più splendido di Siegfried e dei suoi uomini. Sette giorni37 sono necessari per raggiungere Worms. I tredici cavalieri, tredici poiché Sigfrido ne ha voluto solo dodici di scorta, arrivano nel paese dei Burgundi: … i loro abiti erano di oro rosso … i loro scudi erano lucidi … e belli. Mai più si videro indosso a cavalieri abiti così belli … reggevano lance scelte ed acuminate … le briglie erano d’oro, gli altri finimenti di seta. La gente li guardava a bocca aperta. Essi sono sconosciuti ai Burgundi, ma l’ostentazione di bellezza e ricchezza è un linguaggio comune a visitatori ed ospiti. … erano arrivati superbi cavalieri; portavano buoni scudi e magnifici abiti. Nessuno in


Piero Di Prinzio

Burgundia li conosceva. Gunther fa chiamare Hagen, che evidentemente è il più navigato a corte, perché li identifichi. Hagen non li conosce di persona, ma bene intende la lingua dell’esteriorità e della ricchezza, così efficace anche oggi: … Ben gli piacquero le loro armi e le loro vesti, ma non li aveva mai veduti nel paese dei Burgundi. Egli disse che da qualunque parte quei guerrieri fossero venuti fino al Reno, dovevano certo essere principi o messaggeri di principi. … Belli sono i loro cavalli e buoni i loro abiti. Da qualunque paese vengano sono eroi di grande animo. Dalla magnificenza che gli si mostra, Hagen deduce di trovarsi davanti Sigfrido: … in vita mia non vidi mai Siegfried, eppure sarei per credere … che quell’eroe che sta là così magnifico non sia altri che lui. Va notato che, se l’identità può essere incerta, si da per scontato da subito, deducendolo dalla bellezza esteriore, che si tratta sempre e comunque di eroi. Hagen aggiorna Gunther sui trascorsi di Sigfrido, evidentemente anacronistici data la sua età adolescenziale: narra di come l’eroe abbia sconfitto i Nibelunghi, assoggettato il nano Alberico, di come sia venuto in possesso del relativo tesoro, della spada Balmung38 e del cappuccio magico che rende invisibili. Riporta come episodio indipendente l’uccisione del drago39 e la invulnerabilità conseguente al bagno nel sangue di questo. Hagen definisce Sigfrido il terribile uomo e consiglia Gunther di accoglierlo bene per non meritare il suo odio. Quello che può apparire normale prudenza è già calcolo e differimento, è già Hybris in divenire. Per Gunther non c’è disonore, dice Hagen, nell’accogliere Sigfrido, nell’andargli incontro, giacché l’eroe ha tutti i requisiti di appartenenza, è nobile, è ricco e per di più ha il portamento del ruolo. Siamo di fronte ad un vero e proprio codice mafioso. Gunther domanda a Sigfrido il motivo della sua presenza sul Reno e Sigfrido non allude nemmeno lontanamente al vero motivo cioè a Crimilde, ma dichiara apertamente e senza mezzi termini che è venuto per conquistare con la forza il regno dei Burgundi. … la tua terra può sentirsi soddisfatta di essere governata da te, ma ora voglio governarla io … terre e castelli sottoporrò alla mia spada …

La reazione dei Burgundi alla pretesa di Sigfrido, non dimentichiamo che ha solo dodici cavalieri nel suo seguito, oscilla tra meraviglia e ira, ma prevale ben presto il calcolo ed il differimento della Hybris: … Deponete la vostra ira … il nobile Siegfried non ha ancora messo in atto le sue minacce. Plachiamo e con buone maniere questa contesa … E teniamocelo amico; ciò si addice a noi molto di più … … Che ci gioverebbe combattere … anche se molti eroi cadessero nella pugna, poco onore ci deriverebbe da questa contesa ineguale … … Essi tacquero … e poi … siate i benvenuti … vi renderemo servigio volentieri … tutto ciò che abbiamo è a vostra disposizione, secondo le leggi dell’ospitalità e dell’onore. Divideremo con voi il nostro sangue e il nostro avere. … Si fece offrire agli stranieri il vino di Gunther … L’umore altero del signore Siegfried si addolcì un poco … e da allora in poi lo straniero fu veduto volentieri dai Burgundi. Sigfrido passa adesso le sue giornate tra i Burgundi primeggiando nei tornei e nelle giostre e andando in giro a cavallo al seguito di Gunther nello svolgimento dei quotidiani compiti amministrativi del re. Di Crimilde nemmeno l’ombra: … Come giungerò a vedere coi miei occhi questa nobile fanciulla … Ella mi è ancora sconosciuta … Così visse vicino ai capi, questa è la verità, nel paese di Gunther un anno intero, senza aver veduto la fanciulla amata … La verità è proprio questa: Sigfrido vive vicino ai capi, non capo tra i capi, ma adolescente tra uomini, autodeclassato quasi al ruolo di apprendista. Quarta avventura I Sassoni vogliono invadere la terra dei Burgundi e inviano a Gunther un preavviso di dodici settimane. Gunther tratta i messaggeri con l’abituale generosità del ricco, ma è molto preoccupato. Lo stesso Hagen teme che non ci sia il tempo per radunare l’esercito; consiglia il re di chiedere l’aiuto di Sigfrido. Gunther è scaltro, non lo fa direttamente. Si fa vedere rattristato e depresso. Sigfrido abbocca: … Mi meraviglia molto … perché vi abbia abbandonato il lieto umore di prima.

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Hybris e Secolarizzazione Nel Nibelungenleid

E il furbo Gunther tesse bene la sua rete: … Non posso dire a tutti la pena che devo portare segreta nel mio cuore; la dirò soltanto agli amici fedeli. Sigfrido impallidisce e poi arrossisce: …Se cercate amici, io sarò uno di quelli, e lo prometto, sul mio onore, sino alla morte. … Signore Siegfried, il discorso mi par buono … mi rallegra la notizia della vostra simpatia per me. Se vivrò, saprò ricompensarvene col tempo. Gunther non smette di stupire: ha raggiunto lo scopo, promette ricompensa ma subito la subordina e la ratealizza, diluendola nel tempo e lasciando indefinite le scadenze. Gunther mette al corrente Sigfrido della minaccia sassone e l’eroe non esita a mettersi al suo servizio: … Non affliggetevi … calmate il vostro animo … Lasciate che io conquisti per voi onore e vantaggio… Mio re … rimanetevene sereno e tranquillo a casa con le donne. Difenderò io il vostro onore ed i vostri beni … Gunther fa leva sull’ingenuità adolescenziale di Sigfrido? Gli consente un’apparente ruolo di superiorità? Sigfrido è giovane e forte ed idoneo alla guerra mentre lui deve restarsene a casa con le donne? Ottiene, quel mio re è indicativo, un vassallo capace e devoto. Il valore in battaglia di Sigfrido risulterà determinante. Di persona ferirà e catturerà Lüdegast, uno dei re invasori; e Lüdeger il sassone, l’altro re nemico, fratello del primo, riconosciute le sue insegne, gli si arrenderà: … Cessate di combattere, voi tutti che mi obbedite. Ho incontrato qui il figlio di re Siegmund e l’ho riconosciuto. Un malvagio diavolo lo ha mandato a combattere contro i Sassoni. I Burgundi trattengono come ostaggi cinquecento prigionieri scelti tra quelli in grado di pagare i riscatti più alti e lasciano liberi tutti gli altri, indipendentemente, a quanto sembra, dal valore dimostrato in battaglia. Vengono inviati messaggeri a Worms affinché la notizia della vittoria preceda il rientro delle schiere vincitrici; ed uno in particolare viene inviato, di nascosto dice il testo, a Crimilde che aspetta con ansia notizie, dei congiunti certamente, ma soprattutto di Sigfrido. … I superbi Burgundi si sono comportati così valorosamente che il loro onore è mondo da ogni macchia … Siegfried però ha condotto a termine e

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con prodezza l’impresa più grande che mai si sia vista, egli conduce grandi ostaggi … Il valoroso eroe li ha vinti con la sua forza e di essa hanno provato il danno re Lüdegast e il suo fratello sassone Lüdeger. Ascolta quanto ti racconto, nobilissima regina! La mano di Siegfried li ha fatti entrambi prigionieri … Conduciamo in patria cinquecento o più prigionieri sani e di quelli feriti gravi circa ottanta, quasi tutti per mano di Siegfried … Il volto di Crimilde si fa rosso per la gioia ( gli adolescenti diventano così due): … Tu mi hai portato una buona notizia, per mercede ti farò dare un ricco vestito e dieci marchi d’oro. Così andavano le cose a quei tempi e forse non solo allora! Lo stesso sconosciuto autore de I Nibelunghi nota subito dopo: A ricche donne tali notizie si portano volentieri. I feriti vengono curati con ogni attenzione, ai due re prigionieri viene lasciata, sul loro onore, libertà di movimento; e tutti gli altri si congedano con l’accordo di ritrovarsi a Worms dopo sei settimane40 per una grande festa. Anche Sigfrido se ne torna a casa, con la sola delusa speranza di vedere Crimilde: era troppo potente per potergli offrire oro. I Burgundi iniziano i preparativi per la festa annunciata. … molte belle donne si occuparono con molta cura degli abiti e delle cuffie che avrebbero portato … Ute sentì dire dei molti orgogliosi cavalieri che sarebbero venuti e molti begli abiti vennero tolti dai panni in cui erano avvolti … fece tener pronti abiti dei quali potessero adornarsi molte donne … e molti giovani cavalieri burgundi. Ed anche per non pochi ospiti forestieri vennero tenuti pronti bellissimi abiti. Quinta avventura La mattina di Pentecoste si videro andare tutti, magnificamente vestiti, cinquemila e più, verso la festa di corte. Il re Gunther aveva in mente ciò che da tempo aveva capito: quanto … Sigfrido … amasse la sua sorella, benché non l’avesse mai veduta … ed accettò volentieri il consiglio del suo siniscalco Ortwein di Metz: … Se volete che questa festa vi faccia onore, lasciate ammirare ai vostri ospiti le belle fanciulle


Piero Di Prinzio

che sono vanto della Burgundia. Che cosa fa piacere all’uomo, che cosa si rallegra di vedere se non belle giovinette e splendide donne? Fate dunque venire la sorella vostra dinanzi agli ospiti. Gunther fece dire a dama Ute e alla sua bella figliola di venire a corte … allora furono tratti dagli stipi belle vesti … e fermagli e diademi … Il possente re ordinò cento cavalieri con la spada in pugno al seguito di sua sorella e della madre … La ricca Ute … aveva al suo seguito molte belle donne, cento e più, adorne di sontuose vesti; anche Crimilde … Si videro tutte uscire dal loro appartamento. E i cavalieri si spinsero e si affollarono … E la vezzosa venne come l’aurora esce dalle torbide nuvole. Allora colui che la portava in cuore … vide per la prima volta dinanzi a sé la fanciulla bellissima. Sulla sua veste splendevano molte belle gemme, il di lei roseo volto aveva il fascino dell’amore … Come la chiara luna vince tutte le stelle, quando la sua splendida luce esce dalle nuvole, così ella vinceva in bellezza tutte le altre donne. Più di un eroe sentì il proprio animo innalzarsi alla sua presenza41. … I cavalieri si accalcavano al suo passaggio … L’eroe Siegfried sentiva nel suo cuore amore e dolore. Solo per pochi lunghissimi istanti, la bellezza è stata in grado di arrestare la Hybris; la menzogna ed il calcolo riprendono il controllo. L’attenzione, dal rallegrarsi dei cuori, è riportata sugli splendidi abbigliamenti e parla Gernot, fratello del re: Gunther, caro fratello, onorate dinanzi a tutti questi eroi colui che vi ha così generosamente offerto i suoi servigi, ascoltate il mio consiglio. Chiamate Siegfried, perché si avvicini a mia sorella Crimilde, affinché la fanciulla lo saluti, ciò ne porterà vantaggio. Ella … renda omaggio a Siegfried, perché quella nobile spada sia guadagnata a noi. Gli amici del re andarono dall’eroe e così parlarono al guerriero del Niederland: il re permette che vi avviciniate alla sua corte ( la parte della sala riservata al re ed al gruppo più ristretto del suo seguito ), perché la sorella di lui vi saluti, tale onore vi spetta! L’acconto del compenso di Sigfrido viene così versato, incentivo per sempre maggiore servizio. L’amore che nasce tra Crimilde e l’eroe è come

una bolla colorata, fragile e a sé, isolata dal resto, che si solleva leggera nei respiri pesanti e grigi della bugia e del calcolo. Crimilde salutò il bel Siegfried con modestia graziosa. Quando ella vide il valoroso dinanzi a lei, una fiamma imporporò le sue guance … L’animo del guerriero a quel saluto si sollevò … L’eroe e la fanciulla si guardavano con occhi d’amore, di soppiatto. Non so se la bianca mano fu allora amorosamente accarezzata con tenera stretta. Ma non posso credere che non l’abbia fatto … Né nei bei giorni d’estate, né in quelli dolci di maggio, mai egli portò nell’anima sua tanta fervida gioia come allora, quando toccò la mano della fanciulla che sentiva d’amare … A lei fu permesso di baciare il bellissimo guerriero. Egli non aveva mai provato nulla di più dolce … Il re di Danimarca Lüdegast, prigioniero in attesa di riscatto, che pure per il suo rango assiste alla scena, ne coglie appieno il significato politico: Più d’uno è ferito per questo inclito saluto, come io qui vedo, dalla mano di Siegfried; che Dio allontani da lui il pensiero di tornare in Danimarca! La corte e gli invitati si recano adesso in chiesa. Gli uomini e le donne vengono separati. La Hybris riprende il sopravvento: Era così bella e ornata, che molti desideri si innalzarono fino a lei; ella era nata per la gioia degli occhi dei cavalieri. A stento Siegfried aspettò la fine della messa cantata … All’uscita dal duomo, a Sigfrido è permesso di nuovo di avvicinarsi a Crimilde, che lo ringrazia per i servizi resi: … avete meritato l’affetto e la fedeltà di tutti i guerrieri, come lo dicono apertamente … … Sempre li servirò, e non poserò il mio capo sul guanciale, finché non avrò adempiuto la loro volontà, finché avrò vita lo farò, purché mi diate il vostro amore … Per dodici giorni a Crimilde è permesso di mostrarsi in pubblico, a beneficio di Sigfrido. Giunto il tempo del commiato, Gunther si reca da Sigfrido per un’ ulteriore lusinga: Consigliami tu su come io devo comportarmi. I nostri nemici vogliono tornarsene a casa. Voglio anche dirvi quanto mi offrono per il loro riscatto … mi darebbero volentieri, se li lascio in libertà, tanto oro quanto ne possono portare cinquecento

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cavalli da soma. Sarebbe mal fatto da parte vostra. Dovete lasciarli andare entrambi senza riscatto … Fatevi dare, per garanzia, una stretta di mano... Gunther segue il consiglio di Sigfrido rinunciando al riscatto e saluta i suoi amici donando a ciascuno cinquecento marchi ed a qualcuno forse anche di più. Anche Sigfrido, incerto se chiedere a Gunther la mano di Crimilde, decide di ripartire. Lo dissuade il fratello minore del re, Giselher, con giovanile franchezza: Dove volete andare, nobile Siegfried? Date ascolto alla mia preghiera e rimanete qui con i cavalieri, con re Gunther e con i suoi vassalli. Qui ci sono belle donne e ve le lasciano vedere. Bibliografia e Note 37. Qui come altrove la coerenza dei riferimenti geografici è supporto alla validità della narrazione. 38. Nell’Edda la spada di Sigfrido ha nome Gramr. 39. Nell’Edda è il serpente Fafnir, fratello dei nani Odr e Regin. 40. Tempo necessario anche per permettere ai feriti di guarire e di metterli in grado di partecipare ai festeggiamenti. 41. La capacità della donna di innalzare l’animo di un uomo è attribuita al sentire cortese, ma la bellezza, quando è veramente intesa come tale, è già verità. La bellezza eccezionale di Crimilde e la poesia di questo primo incontro insieme al dolore che accompagna l’amore, inteso come tensione verso l’alto e anelito ad una dimensione sovraumana, riscattano in qualche modo la Hybris dell’esteriorità e del vano. Piero Di Prinzio: Laureato in Medicina e Chirurgia nel 1981, nel 1993 ha ottenuto il riconoscimento dell'attività psicoterapeutica (Legge 18.2.89 n.56). Dal 2003 al 2005 ha insegnato, in qualità di Docente a Contratto, Antropologia Culturale nel Corso di Laurea Specialistica in Psicologia Dinamica e Clinica della Personalità, presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università degli Studi di L’aquila. Dal 2009 è titolare dell’insegnamento di Antropologia Culturale, Mitologia e Religioni presso la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia ATANOR ad indirizzo Analitico di

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L’Aquila, riconosciuta dal Ministero dell’Università e della Ricerca. Svolge dal 1982 come libero professionista in Chieti l'attività di Psicoterapeuta


L'Anima Fa... Libro

NEI LUOGHI DEL FARE ANIMA "SI, NEL TITOLO C'È UNA CHIARO RIFERIMENTO AL MAESTRO JAMES HILLMAN. UN MIO COLLEGA HA DEFINITO QUESTO TESTO IL PRIMO LIBRO DI CLINICA ARCHETIPICA. NELLA SUA COSTRUZIONE È UN LIBRO UN PO' PARTICOLARE: È UNA RACCOLTA DI SAGGI BREVI COME UN DIARIO APERTO. LO STILE È ABBASTANZA DIVERSO DAL SOLITO, CERCA DI ENTRARE NELLA PSICHE ATTRAVERSO LA NARRAZIONE. NELLA PRIMA PARTE, "LO SPAZIO DI CURA", CI SONO VARI TEMI CARI ALLA PSICOLOGIA ARCHETIPICA: L'AMBIENTE, LA STANCHEZZA DEL TERAPEUTA E COSÌ VIA. NELLA SECONDA PARTE SONO NARRATI DEI FLASH DI SEDUTA. NON PARLO DEL CASO CLINICO IN MANIERA CLASSICA: SONO FLASH DI MOMENTI ARCHETIPICI, RACCONTI DI UN ATTIMO. UNO STILE NARRATIVO IN PRESA DIRETTA. NEL TESTO LAVORO AD UN TEMA A ME CARO: IL CAMPO ARCHETIPICO. QUANDO LAVORO SUL CAMPO CERCO DI STRUTTURARE LA NARRAZIONE CHE VIENE FUORI DALLA SEDUTA, NON GUARDANDO AL PAZIENTE O ALLA RELAZIONE, MA RIVOLGENDO LO SGUARDO AL TERZO E QUINDI ALL'ATTIVAZIONE DEI CAMPI ARCHETIPICI, ANDANDO OLTRE, SUPERANDO LA POSIZIONE CARTESIANA." "AD UN PAZIENTE, CHE ARRIVA IN

"SI PUÒ FARE ANIMA IIN OGNI

SEDUTA CON I SUOI DOLORI E I

LUOGO, MA È SOPRATUTTTO UN

SUOI DISAGI, GLI DICO

ATTEGIAMENTO INTERNO.

L'ANIMA È

IMMEDIATAMENTE CON

OVUNQUE.

FRANCHEZZA: QUI NON CAMBIERÀ

IN QUESTO LIBRO, MI CONCENTRO E

NULLA, PERÒ PUOI IMPARARE A

LAVORO SU COSA ACCADE NEL

UTILIZZARTI AL MEGLIO.

TEMENOS.

NEL CLINICO SI LAVORA ATTRAVERSO UN DOPPIO REGISTRO,

LA PARTE SULLA STANCHEZZA, SECONDO ME, È UNA DELLE

SI LAVORA NEL MISTERO E NEL

RIFLESSIONI PIÙ BELLE DEL LIBRO.

CONFINE. IL DAIMON CI CONFINA, CI LIMITA. CRONOS CI AIUTA A PERCEPIRE I LIMITI. SE NOI AVESSIMO UNA POSIZIONE ARCHETIPICA, NON DOVREMMO

PARLA DELL'UMANITÀ DELLO

QUANDO ARRIVA LA STANCHEZZA, NON HAI SCELTA: DEVI RESTARE NELLA RELAZIONE, NON HAI

PRONUNCIARE PIÙ LA PAROLA

NESSUNA ÉQUIPE CHE TI PUÒ VENIRE

ARCHETIPO."

IN SUPPORTO, NESSUNO TI PUÒ

PSICOTERAPEUTA E DELLA SOLITUDINE ASSOLUTA DELL'ANALISTA.

AIUTARE."

"INFINE, SE MI PERMETTETE, VORREI FARE UN OMAGGIO A QUESTO BEL NOME L'ANIMA FA ARTE: PENSO CHE NON CI POSSA ESSERE UN'ATTIVITÀ PSICHICA SE NON C'È ESTETICA, NEL SENSO ETIMOLOGICO DI "PERCEPIRE ATTRAVERSO I SENSI".

COME DICE IL MAESTRO JAMES HILLMAN, L'ESTETICA È IL DARE IL GIUSTO ORDINE ALLE COSE, USARE IL LINGUAGGIO IN UN CERTO MODO, AVVICINARSI ALL'IMMAGINE CON DELICATEZZA SENZA SPEZZARLA, ROMPERE L'ISOLAMENTO IN CUI CERTE PSICOLOGIE RISCHIANO DI INCASTRARSI; IN POCHE MA EFFICACI PAROLE: RIMANERE ADERENTI ALL'IMMAGINE."

RICCARDO MONDO Psicologo, analista junghiano, membro del Centro Italiano di Psicologia Analitica (CIPA) e dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP), è presidente dell’Istituto Mediterraneo di Psicologia Archetipica, fondato in occasione dell’ottantesimo compleanno di James Hillman, che ne è stato Presidente Onorario. È docente di Psicologia del Sogno nella Scuola di Psicoterapia dell’età evolutiva dell’Istituto di Ortofonologia (IdO) di Roma. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo i volumi L’arco e la freccia. Prospettive per una genitorialità consapevole (Edizioni Magi, 2003), Caro Hillman... Venticinque scambi epistolari con James Hillman (con Luigi Turinese, Bollati Boringhieri, 2004) e Sogno arcano. Per un ascolto immaginativo della vita onirica (con Rossella Jannello, La Parola, 2011). Vive e lavora a Catania.

46


parliamo di Atena parliamo di Giustizia, Quando quindi parliamo di etica. Credo che non ci possono essere dei criteri specifici di etica nella psicoanalisi, ma devono essere dei criteri generali di vita dell'essere umano e di ciò che lo riguarda. La psicologia analitica di Jung vive sul fatto di rispettare sempre la totalità del fenomeno psichico, inteso come riflesso del generale, quindi etica individuale ed etica collettiva non sono scindibili. In psicoanalisi considero giusto stare nel mezzo degli opposti, non separarli e mantenere equilibrio fra di essi. L'eccessiva unilateralità di un opposto porta a Venere Callipigia e Atena deviazioni psicologiche, per esempio il processo alle streghe fu dovuto dal fatto che il maschile era in un momento di unilateralità rispetto al suo opposto femminile, che diventava strega. Anche nella società di oggi ci sono episodi di unilateralità rispetto al maschile, basti pensare a nomi noti della politica italiana. E poi c'è il discorso sulla bellezza. Sinceramente trovo difficile scindere tra bellezza ed etica. Ciò che è etico è bello. La verità è sia bella che etica, è nudità. Il drappeggiarsi troppo è artificiale, mentre il guardare le cose come sono è sia etico che estetico. Per quanto riguarda la mia esperienza personale trovo bello sia il lavoro con il paziente, sia lo scrivere, sia il riflettere o il corrispondere con un altra persona.

immagine mi fa venire in mente che la mia Questa prima pubblicazione era paradossalmente sulla

Gustav Klimt, Tod und Leben,1908-15

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morte e sulla vecchiaia. In quel periodo lavoravo in clinica, e avevo avuto molti pazienti anziani. È fondamentale per la psiche percepire tutto come limitato e finito. Tendiamo a rifiutare la morte come esperienza, e viviamo con modalità di vita che respingono la naturalità dei fatti e il limite. Tutti, e a qualunque età, dovrebbero tener presente questo. Per esempio la morte non dovrebbe essere negata ai giovani, questo atteggiamento è molto italiano. Oggi i bambini non si portano a vedere il corpo del nonno o della nonna, o il medico non dice al paziente che è prossimo alla morte.


Valentina Marroni, Michele Mezzanotte L'analisi è la presa di coscienza dei limiti, quindi della morte: posso scegliere una professione ma non due, posso scegliere di amare una persona, ma non troppe. E il sonno? Sypnos nella cultura greca è il fratello di Thanathos, ovvero della morte. Il sonno è la morte quotidiana della coscienza. Tempo fa, una trentina di anni fa, sottolineavo in un mio scritto che la coscienza è emerogenesi, ovvero rinasce ogni giorno e non nasce da zero. Cosa perdiamo definitivamente ogni giorno? Sarebbe interessante domandarselo.

C

i sono poche immagini di Enea con il padre sulle spalle, così come sono poche le immagini che rappresentano un figlio che porta in spalla il padre. In questa immagine Ettore, il padre, solleva in braccio Andromaca, il figlio. Mi ha sempre colpito molto questa storia e mi ha sempre commosso. Mi identificavo con l'aspetto romantico ed eroico. Penso che la paternità sia un gesto archetipico diverso dalla maternità. La paternità è un'adozione più di quanto lo sia la maternità. Nella paternità ci deve essere una scelta consapevole, mentre il materno è meno consapevole. L'archetipico nel paterno è il legame che si crea successivamente. Nel materno l'archetipico è precedente al legame che si istaura durante la vita tra madre e figlio. La paternità è una faccenda combattuta e complessa nella psiche dell'uomo. Ciò che mi commuove nel paterno è che il rapporto, pur essendo generato da eventi esteriori, è un legame fortissimo e non è Joseph Marcellin Combette, Ettore e Andromaca, 1810

M

i colpisce che un paese ai vertici del machilismo come il Messico produca una donna di tale rilevanza. In messico un'esclamazione frequente è ohi que padre, ovvero oh che straordinario, identificando il padre con lo straordinario. Un altro unilateralismo, oltre al maschile, potrebbe essere quello del femminile. Oggi il movimento femminista è estremamente moderato. Mi ricordo che una femminista americana disse: "ecco siamo diventati il maschio che noi criticavamo", una sorta di maschio pre-paterno aggiungerei. Forse l'errore del femminismo è di essere stato molto astratto ed ideologico. Lo sgretolamento del paterno avviene comunque da molto prima del femminismo. È un nodo molto complesso. La Colonne Brisée (1944), Frida Kahlo Questa immagine parla anche di una femminilità ferita. Che ne pensa? Per esempio una femminilità è ferita quando si cerca di mettere al mondo un bambino senza un padre. Nella società cattolica è stato depotenziato il padre. In altre culture il padre è anche un ministro del culto, nel cattolicesimo questo si è perso, il padre è il prete non un Padre.

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Intervista a Luigi Zoja

U

n centauro è una bipolarità non ben sintetizzata tra il maschile pre-paterno e il maschio umano. C'è un maschio combattivo e competitivo, il maschio alfa, che controlla tutto senza sufficienti aspetti provvidenti paterni. Il centauro si rappresenta attraverso la violenza umana. Viviamo in un mondo di competizione immediata nel quale c'è un'ondata di economia che ci costringe ad essere sempre più competitivi e perdiamo lo sguardo paterno a lungo termine, lo sguardo che guarda al futuro. Come ho accennato prima, anche le donne hanno assunto questo aspetto maschile di competizione violenta. L'arte e la cultura richiedono tempo e oggi abbiamo in mano una simil-arte e una simil-cultura, non abbiamo tempo di fare nulla. Anche la sessualità è diventata vittima di un mondo velocizzato e violento: non abbiamo tempo per il sesso e per l'amore. La violenza è presente nell'analisi? Jean Boulogne, Ercole e il centauro Nesso

Nel temenos analitico non dovrebbe esserci violenza. Non riesco a immaginare una violenza terapeutica.

D

Salvador Dalì, Paranoia 1944

alì è uno dei pittori più mediatici ovvero in contatto con i media. Parliamo della paranoia. I mutamenti della tecnologia sono tali che in un decennio vediamo tantissimi cambiamenti e siamo impreparati a questo. La paranoia è un tipo di disturbo mentale attuale e collettivo grazie anche all'avvento dei mass-media nella nostra vita. Una massmedia è un mezzo di comunicazione di massa, quindi deve essere semplice. Nella sua semplicità si trova la sua pericolosità. Per esempio ci induce l'esperienza semplificata del capro espiatorio, così non percepiamo più la nostra ombra e finisce che tutto ciò che riteniamo sbagliato lo proiettiamo all'esterno, verso un capro espiatorio: i politici corrotti, gli immigrati violenti, gli ebrei e così via. I mali della società sono da attribuire ad altri e non a noi. Purtroppo il mezzo di comunicazione di cattiva qualità prevale su quello di buona qualità. Anche i quotidiani si sono "televisionizzati" andando verso la cattiva qualità e quindi non c'è rimasto quasi niente. Non è un fenomeno solo italiano, ma mondiale.

La paranoia può essere anche costruttiva come quella di Dalì? Sono un pò influenzato dal fatto che Dalì non mi piace, tuttavia si, la paranoia può essere costruttiva.

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Valentina Marroni, Michele Mezzanotte

R

icordo che la mia vocazione di psicologo si è manifestata attraverso un sentimento di allontanamento da Milano, così mi sono diretto a Zurigo. Quello nella foto è il nuovo istituto, io ho frequentato altri locali. Ricordo che era un luogo molto eterogeneo dove c'erano studenti e docenti da tutte le parti del mondo. Inoltre i docenti, all'epoca, erano molto vicini all'esperienza diretta con Jung.

C.G. Jung Institute, Zurich

H

o conosciuto Jim intorno agli anni 70, grazie alla mediazione di un mio analista e amico: Adolf Guggenbuhl Craig. Stavo scrivendo un'antologia. James è stato presente anche al mio compleanno dei 60 anni. Amava l'Italia. Ricordo che fece un "salto" con l'articolo Lo specchio e la finestra, così decise di smettere di avere pazienti e fare psicoterapia delle idee. Era una persona piuttosto riservata; era molto "vero" anche a livello intellettuale. Il mondo commerciale ed economico lo inglobò, forse anche ingiustamente rispetto al suo carattere. La psicologia di Hillman ha la forza della semplicità. Hillman si è saputo far capire dal grande pubblico. A volte, in Italia, abbiamo il difetto della troppa accademicità e questo ci limita. Nelle conferenze era molto bravo. Anticipava l'argomento e poi faceva distribuire la traduzione al pubblico presente in sala. Era un gran parlatore e riusciva a comunicare una "presenza" ed è qualcosa che probabilmente non si può tradurre a parole. Anche Adolf Guggenbuhl era una "presenza" che si faceva notare.

James Hillman

C

he sorpresa questa foto. Mi è stata scattata da un amico ed ero di ritorno dalla mia esperienza americana. Già vi ho raccontato tantissime cose su di me, anche personali. A dire il vero, in quel momento, ero un po' preoccupato perchè dovevo cominciare da capo: ero stato fuori tanto tempo e non mi ero trovato bene, così ho deciso di rientrare in Italia. "Per concludere..." Oggi assistiamo nella società e, per riflesso, nella psicologia ad un impoverimento culturale. Mi dispiace che alcuni professionisti non facciano più psicologia, ma siano diventati formatori: non lo trovo etico.

Lugi Zoja

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L'Anima Fa... Libro

PAULI E JUNG "DAI

MILLE SOGNI CHE WOLFGANG PAULI, UNO DEI FISICI PIÙ CREATIVI DEL NOVECENTO, PORTÒ IN DOTE A CARL GUSTAV JUNG, LO PSICOLOGO CHE, INSIEME A FREUD, AVVIÒ L'ESPLORAZIONE DELL'INCONSCIO, SCATURÌ UNA STRAORDINARIA AVVENTURA INTELLETTUALE E UMANA. L'INCONTRO PORTÒ ALLA RISCOPERTA DELLA NOZIONE DI SINCRONICITÀ E ALLA REINTERPRETAZIONE DI QUELLE COINCIDENZE, PRIVE DI CONNESSIONI CAUSALI MA DENSE DI SIGNIFICATO, CHE RICORRONO DI CONTINUO NELLA NOSTRA ESPERIENZA QUOTIDIANA. FECE MATURARE LA CONSAPEVOLEZZA CHE LA STORIA DELL'UMANITÀ È PROFONDAMENTE PLASMATA DA ARCHETIPI, STRUTTURE FONDANTI ALLE QUALI IL PENSIERO DEVE LA PROPRIA CAPACITÀ CREATIVA, DATO CHE COSTITUISCONO UNA RISERVA PSICHICA PRESSOCHÈ INESAURIBILE DA CUI TRARRE ALIMENTO. MA SOPRATTUTTO FU ALL'ORIGINE DI UNA FRUTTUOSA ALLEANZA TRA FISICA E PSICOLOGIA, TRA MATERIA E PSICHE. QUESTO LIBRO RACCONTA IL SODALIZZIO TRA DUE PERSONALITÀ ECCEZIONALI E GLI STRAORDINARI EFFETTI CHE ESSO EBBE SULLA CULTURA DEL SECOLO SCORSO, APRENDO PROSPETTIVE DI CUI SOLO OGGI INIZIAMO A COMPRENDERE LE POTENZIALITÀ."

Silvano Tagliagambe ha insegnato filosofia della scienza presso le Università di Cagliari, Pisa, Roma "La Sapienza" e Sassari. Attualmente è direttore scientifico del progetto "Scuola digitale" della regione Sardegna. Nelle edizioni Raffaello Cortina ha pubblicato il Sogno di Dostoevskij. Come la mente emerge dal cervello (2002). Angelo Malinconico, psichiatra, criminologo e psicologo analista, è membro didatta dell'AIPA e membro ordinario della IAPP. Insegna materie psichiatriche e psicologiche presso le Università Cattolica e Statale del Molise. Tra i suoi lavori recenti, la cura del volume Psicosi e psiconauti. Polifonia per Ofelia (Roma 2010).

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Appunti

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