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Luglio 2020 ANNO 1 - N° 08

La Meridiana Due Società Cooperativa Sociale Viale Cesare Battisti 86 20900, Monza (MB)

PRUDENTI PER AMORE

Q

di Roberto Mauri

uesto tempo di pandemia ha messo e continua a mettere tutti alla prova: stare lontani, tenere le distanze fisiche è davvero un enorme sacrificio; e anche avere il compito di far applicare le regole prudenziali è molto difficile, fa soffrire anche le strutture, che a volte appaiono quasi “colpevoli” di tenere separati dagli affetti. La Meridiana che per missione è impegnata da sempre a offrire la massima cura alla Persona e ha creato per questo un luogo-casa di cui tutti hanno le chiavi e possono accedere con familiarità, si trova a contraddire la sua stessa natura: ha costruito per riunire e si trova costretta a separare! Come un genitore responsabile di tutti coloro che vivono nella casa, la San Pietro con le sue regole a volte può essere percepita come un padre esigente e severo. Sarebbe bellissimo rispalancare tutte le porte, veder riabbracciare fra loro i familiari, riassaporare il clima vivo degli spazi “affollati” di relazioni, sentire le voci, il profumo del caffè, assistere ai sorrisi e alle carezze che tutti i giorni hanno sempre trionfato ovunque. Purtroppo anche la realtà è diventata fragile e va protetta, accompagnata con pazienza verso un nuovo equilibrio. Ed ecco i piccoli-grandi passi di riavvicinamento (che più avanti nel giornale Mimì Asnaghi descrive con emozione) e le prime soluzioni al distanziamento: dalla videochiamata, all’incontro fisico seppur attraverso la vetrata, al tavolo all’aperto con il plexiglass protettivo. La pazienza e la prudenza sono come sorelle in questa strada in salita tutta da percorrere per proteggere la vita di ciascuno e della comunità intera. Uniamoci tutti in questa sfida senza mai perdere la fiducia.

Mimì Asnaghi Cronaca di luoghi e sguardi a pagina 1

"il magazine di chi scrive con gli occhi"

IL LUOGO DEL CUORE

V

arcando il cancello che separa il Parco di Monza dal resto del mondo, si può restare inebriati dal profumo del verde, dal fresco abbraccio dell’ombra, dalla voce dei mille uccelli nascosti. Non credo esista un rifugio più ospitale per i propri pensieri, che sembrano rifiorire come i prati sconfinati in cui lo sguardo si perde, che sembrano germogliare come i rami in primavera. Passeggiando lungo i sentieri che penetrano nel verde, a seconda della direzione che si sceglie di seguire è possibile incontrare mucche e cavalli, che si lasciano accarezzare dai bambini allungando il testone oltre il recinto di legno. Meno fortunati, invece, quei bambini cui capiti di imbattersi in qualche cigno uscito dall’acqua, lungo il sentiero che costeggia il laghetto nei giardini della Villa Reale. Sì, perché dopo aver realizzato amaramente che quei goffi animali sono gli stessi che poco prima scivolavano sull’acqua agili ed eleganti, rischiano anche di venirne rincorsi e, i meno veloci, di essere beccati. Molto meglio pesci e tartarughe, che a centinaia nuotano nel lago. Pesci rossi, anche. Bestie enormi, che dopo aver alloggiato pochi mesi in qualche bell’appartamento monzese, sono stati travasati nelle acque affollate del laghetto.

sbucciato. E ride anche, la mia nostalgia, vedendo alle sue spalle i cigni avvicinarsi minacciosi, e soffiare come gatti arrabbiati. Ma non è solo questo l’angolo del parco in cui il ricordo ama tornare. Entrando dall’ingresso di Villasanta, infatti, se si vuole evitare di essere travolti da qualche baldo giovane sui pattini o da qualche ciclista distratto, è meglio stare alla larga dal viale Cavriga e scegliere invece quel piccolo sentiero sulla sinistra che corre tra le mura del parco e i boschetti dell’Agraria. A questo sentiero sono legati ricordi di passeggiate che mi hanno vista fidanzata prima, mano nella mano, e mamma poi, con la carrozzina spinta lentamente sullo sterrato. Lo stesso sterrato che i bambini scesi da quella carrozzina hanno percorso in bicicletta, o correndo dietro al cane. A un tratto, quasi all’improvviso, il sentiero si apre e ci si trova a passeggiare in mezzo a prati senza confini, mari verdissimi. Qui la strada nuova di terra bianca, disegnata nel verde come la traccia di un rasoio tra i capelli, è costeggiata da alberi magrolini e un po’ spaesati, o almeno così io li ricordo, e corre dritta dritta in direzione della Villa Reale.

delle mamme: la Cascina del Sole. Al centro di un prato immenso e assolato, l’ottocentesca costruzione è da anni in concessione ed è uno dei tre, quattro bar presenti nel parco. Accanto, una distesa di giochi per bambini e poche panchine per chi li accompagna. Ma niente paura! Il bar offre, o almeno offriva quando ci andavo io, sedie e tavolini all’ombra, a chi ordina qualcosa. Mi dispiace, però: niente caffè. Non di domenica, almeno. Vendono invece delle ottime granite. Sono speciali, perché i cristalli non sono di ghiaccio. Sono diamanti. Oh, i bambini non si accorgono di niente perché il sapore non cambia, cambia soltanto il prezzo. E mi rivedo là, in quel grande prato proprio davanti alla cascina. Nel prato che mi ha accolto da ragazza insieme alle mie amiche, con i libri tra le mani e nel cuore la paura per quell’esame di maturità che ci sembrava l’ultimo ostacolo prima della vita vera. E rivedo la mia bicicletta, buttata nell’erba accanto a me. Mi ha accompagnato sempre, sempre la stessa, vecchia e fedelissima bici, anche quando, attrezzata di seggiolini colorati, mi portava lungo le stradine del parco mentre i miei figli riempivano il silenzio con le loro canzoni.

Proprio lì, vicino a quelle acque piene di vita, si siede la mia nostalgia, sui prati verdissimi e scoscesi dove ho trascorso pomeriggi interi insieme ai miei bambini. Si siede all’ombra, e guarda i palloni da calcio che saltano da un piede all’altro, e ascolta gli urli di chi segna in porta e di chi corre dalla mamma col ginocchio

Non posso fare a meno di sorridere, pensando alle corse su quei prati del mio cane, Luna, lanciata all’inseguimento delle cornacchie che al suo sopraggiungere si alzavano in un volo prima radente, che sembrava prendersi gioco di lei, poi sempre più alto, che la lasciava col nasone all’insù. Quando si supera il Ponte delle Catene che attraversa il Lambro, la Valle dei Sospiri non è lontana e là, nel bel mezzo, si trova il paradiso dei bambini, inferno

Luigi Picheca

Claudio A.F. Messa

Pippo Musso

"Amici per sempre"

Il viaggio nel pianeta sconosciuto (continua)

La bicicletta bella

a pagina 4

a pagina 5

Seduta in quel prato, la mia nostalgia si guarda intorno e si abbandona a quell’abbraccio d’ombra, paradiso verde dove il pensiero trova ristoro, e il cuore trova pace.

di Laura Tangorra

a pagina 6


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Luglio 2020

SENTIRE

Dove sta la linea di confine fra mente e cuore?

IL CORONAVIRUS FA RIFLETTERE di Stefano Galbiati educatore

É Woody Allen

CRONACA

molto difficile mettere d’accordo cuore e cervello. Nel mio caso, non si rivolgono nemmeno la parola.”

di luoghi e sguardi di Mimì Asnaghi moglie di Nino, in stato vegetativo da 4 anni 6 marzo 2020, San Pietro chiusa. Ma c’è una consolazione: anche noi siamo chiusi. Il rischio, l’ignoto ci isolano. Le notizie di Bergamo, del Trivulzio, delle RSA in genere ci spaventano. Meglio che la San Pietro sia chiusa.

Caro Woody Allen, come ti capisco. Talvolta il dialogo tra questi organi è davvero difficile. E’ quello che mi è capitato quando, nella stessa giornata e a distanza di pochi minuti, mi sono imbattuto in due immagini molto forti. La prima è stato un affresco di Giotto nel quale è raffigurata la conversione di San Francesco di Assisi, avvenuta con un abbraccio donato ad un malato di lebbra. La seconda è stata invece una foto di Madre Teresa nell’atto di assistere persone gravemente malate, in una strada di Calcutta. La vista di queste immagini, ha provocato un duro conflitto dentro di me. Si perché mente e cuore hanno iniziato a parlare e a discutere tra di loro su due piani differenti. Ho pensato ai rischi dello stare dinanzi a malati fortemente contagiosi, senza le protezioni e le regole che abbiamo imparato durante l’attuale pandemia. Ho anche razionalizzato come la differenza di epoca (nel caso di San Francesco) e l’arretratezza economica culturale (in quel di Calcutta) fossero alla base dell’imprudenza di queste azioni. E mentre la mente parlava e faceva le sue considerazioni critiche, il cuore iniziava a battere forte… Non sono un medico, uno scienziato o un virologo. Non so dire se tutte le precauzioni e le procedure che abbiamo usato fino ad oggi siano state efficaci nella lotta al Coronavirus. Come molti, posso solo fidarmi e seguire queste regole. Ma come essere umano, queste immagini mi toccano e mi interrogano. Oltre ad emanare una profonda tenerezza, lanciano un messaggio potentissimo: dell’altro non devo avere paura! Si potrebbe tanto discutere su dove sia la linea di confine tra la paura e l’imprudenza o tra il proteggersi e l’amare. Sono convinto

MAGGIO: iniziano i primi movimenti, la stanchezza si fa sentire, viene la voglia di muoversi. E noi quando torneremo alla San Pietro? Ci torneremo mai? Il tempo passa.

che una vera e propria risposta non ci sarà mai. Forse la potremo trovare dentro di noi e, per ognuno, sarà diversa. Il Coronavirus cesserà di esistere prima o poi. Ma torneremo alla normalità? E la paura? Supereremo la paura? Torneremo a vivere con spontaneità i rapporti umani? Torneremo a stare uno accanto all’altro senza pensare ad eventuali contagi? Chissà cosa c’era nel cuore di San Francesco mentre abbracciava il lebbroso. Chissà se madre Teresa aveva paura di stare accanto ai malati. Di sicuro invidio il loro coraggio e soprattutto la loro libertà interiore. Probabilmente ci saranno altre pandemie o almeno così si dice. Come vorrei affrontarle? Usando la testa innanzitutto. Mi proteggerò e, proteggendomi, metterò al sicuro anche chi mi sta accanto. Ma non voglio che la paura prevalga. Voglio che prevalgano sempre l’umanità e i gesti della tenerezza. Questo è il mondo che desidero e che vorrei lasciare a chi verrà dopo di me. “Credo negli esseri umani che hanno coraggio, coraggio di essere umani” (Marco Mengoni)

"Credo negli esseri umani" Oggi la gente ti giudica Per quale immagine hai Vede soltanto le maschere Non sa nemmeno chi sei Devi mostrarti invincibile Collezionare trofei Ma quando piangi in silenzio Scopri davvero chi sei Credo negli esseri umani Che hanno coraggio, coraggio di essere umani Credo negli esseri umani Che hanno coraggio, coraggio di essere umani Prendi la mano e rialzati Tu puoi fidarti di me Io sono uno qualunque Uno dei tanti uguale a te Ma che splendore che sei Nella tua fragilità E ti ricordo che non siamo soli A combattere questa realtà Credo negli esseri umani Che hanno coraggio, coraggio di essere umani Credo negli esseri umani Che hanno coraggio, coraggio di essere umani Esseri umani L'amore, amore, amore Ha vinto, vince e vincerà Credo negli esseri umani Che hanno coraggio, coraggio di essere umani Credo negli esseri umani Esseri umani Esseri umani

SI APRE UNA FESSURA: la videochiamata. A seconda della patologia del familiare, questa fessura è un efficace ricostituente o un veleno diabolico. “Ah finalmente ci parliamo!” “Ah dorme sempre!” “Ah com’è poco reattivo.” SEGUE LA VETRATA: dietro le vetrate della sala reception, dentro i pazienti e fuori i familiari. Anche qui la reazione è diversa. Chi non ha mai fatto videochiamate finalmente lo/la vede: “Sta bene!!!” “E’ come se il tempo non fosse passato!” “Mi è piaciuto. L’ho visto/a nella sua complessità.” “Sembra quasi di poter tornare presto alla normalità.” Qualcuno dice: “Non ci vado. E’ come se andassi a un’esposizione.”

ALLA FINE IL TAVOLO: all’aperto, seduti a un tavolo interrotto dal plexiglass, uno di qua e uno di là. Un incontro fatto di richiami: “Amore” “Gioia” “Mi senti” “Guardami” “Non dormire”, di racconti monocordi, di silenzi, di sguardi. Non c’è contatto. ECCO: luoghi dove lo sguardo la fa da padrone. Lo sguardo è corpo, perché gli sguardi sono armi potentissime e producono urti emotivi anche quando sono lanciati senza scopo specifico. Lo sguardo pieno è la contemplazione: ti guardo e ti trasformo nella cosa più bella del mondo!!!


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SAPERE

S

L'armonia sta fra me e tutto ciò che mi circonda: mondo nel mondo.

FACCIAMO LUCE

In un momento molto particolare anche dal punto di vista energetico cerchiamo insieme di far luce nel buio. tiamo vivendo un periodo molto particolare, una fase che nel campo dell’energia era già presente da mesi, forse anni.

Un sistema vibrazionale in movimento che stava prendendo forme sempre più evolutive per tutta l’umanità, che coincidevano con il cambiamento climatico, con lo spostamento del nord magnetico, con tante situazioni di cambiamenti naturali e di nuove prese di coscienza globale. E in tutto questo si è “infilato” il virus dividendo il mondo e il suo popolo tra chi vede solo la parte materica e chi invece ci vede tutt’altro, all’interno di un cambiamento vibrazionale. Chi ha ragione? Solo il tempo lo dirà, o forse hanno ragione tutti, di fatto stiamo vivendo una spaccatura del pensiero comune, chi spinge sempre di più verso una ricerca della certezza attraverso la materia e chi spinge verso una maggior ricerca spirituale. Ma nessuna delle due strade sembra semplice e infatti assistiamo al crescere di paure e ansie all’interno di ognuna delle due correnti di pensiero. Non è detto che chi crede completamente nella materia sia sereno, così come chi si spinge verso una forte spiritualità trovi il giusto equilibrio. Perché?

Difficile dare una risposta perché siamo abituati a cercare certezze e pare che in questo momento ce ne siano poche.

In tutte le pratiche “zen” o spirituali ci si abitua a vivere nel qui ed ora, non nella visione futura, perché bisogna sempre essere pronti al cambiamento, all’imprevedibile, ma la nostra società invece ci ha abituati ad avere certezze, ad ottenere questa sicurezza attraverso le performance: nello studio così come sul lavoro e anche nella spiritualità, a volte alla ricerca dell’eclatante più che del semplice “stare”. Studiare, lavorare e andare in pensione... il tutto mantenendosi in salute fisica, grazie ad uno stile di vita sano e alla medicina. Ma tutte le strade spirituali non hanno mai parlato di certezze, anzi. L’unica certezza sta sempre nel mantenimento della serenità affidandosi alla “speranza”, per molti definita la provvidenza per chi crede in Dio come me. E questo periodo del virus si inserisce, come già abbiamo accennato, in un momento globale di grande confusione sociale, economica e della natura. E questo ha creato non pochi problemi anche a coloro che vivevano una forte esperienza spirituale, vista in modo “occidentale”, cioè la spiritualità è funzionale al mio benessere e quindi “mi aiuta”. Ma forse stiamo capendo che non funziona proprio così: la spiritualità è fine a se stessa e di conseguenza al nostro benessere. Cerco di spiegarmi meglio, io faccio una pratica energetica in armonia con il tutto, dove io lavoro su di me e contemporaneamente su ciò che mi circonda e viceversa (lo yin e lo yang danno un’immagine chiara di questo equilibrio). Se una parte di questo va

scriviconnoi

fuori armonia tutto rischia di andare fuori armonia. Se avevo basato il mio equilibrio non sulla base che tutto può cambiare da un momento all’altro e semplicemente io devo fluire nel cambiamento, ecco che faccio resistenza e insorgono le paure.

Difficile rimanere in equilibrio quando tutto intorno a noi sembra non averne, ma perché in quel “sembra” ci sono le mie aspettative non il movimento libero del pianeta e di tutto ciò che lo abita. Un concetto complicato forse, ma se lo si guarda bene non così difficile da comprendere, forse da mettere in pratica. Ecco perché in molte “comunità” che si definivano fortemente spirituali, che praticavano costantemente e che facevano esercizi di diverso genere, è insorta la paura, il timore del domani... perché il mio fare era funzionale al benessere materico, mentre ciò che sta accadendo mi mette in difficoltà e allora vuol dire che le pratiche erano sbagliate. No non erano le pratiche sbagliate ma il mio modo di usarle. Il fine è fluire... vedo la difficoltà nel momento in cui il fluire non è più così armonico perché in contrasto con il mio volere, ma la domanda è: il mio volere è in armonia con il resto? Con ciò che mi circonda? Ecco perché moltissimi centri in questo periodo - dallo yoga ai trattamenti energetici e non solo- stanno avendo

Diventiamo un coro di voci che raccontano la vita

difficoltà: perché invece che frequentarli ancora di più comprendendo la vera pace interiore, li vedo come situazioni che non mi sono state d’aiuto nel momento in cui ne avevo bisogno e torniamo al fatto che per molti di noi ciò che facciamo deve essere funzionale al mio benessere e non ciò che faccio io è funzionale all’equilibrio generale, il mio benessere è una conseguenza del fare. Non faccio per avere ciò che voglio, ma faccio per “stare” e, di conseguenza, sono in armonia. Ecco forse in questo momento di grande confusione, di disequilibrio vibrazionale dovremmo riportarci al “centro” e ritrovare pace e armonia. Qui mi rifaccio spesso ai nostri amici afflitti dalla SLA che scrivono su queste pagine e che spesso sono fonte di ispirazione per me: loro hanno trovato armonia nel loro vivere quando tutto sembrava non averne.

La vera resilienza è proprio questa, comprendere e fluire armonicamente affinché il problema non sia più tale, ma una risorsa per evolvere. Rimaniamo nella spiritualità più pura e ritroviamo pace e armonia in un concetto sempre maggiore di “fratellanza”, dove da solo nessuno ce la fa, ma tutti insieme si.

di Riccardo Tagliabue energy therapy

Scrivi un tuo pensiero-dono a scriveresistere@cooplameridiana.it


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MEMORIE

Di tutte le cose che la saggezza procura per ottenere un'esistenza felice, la più grande è l'amicizia. (Epicuro)

AMICI PER SEMPRE

I soldi erano sempre pochi ma una volta l'uno e una volta l'altro li metteva sul banco, se non c'erano si faceva a meno. Avevamo lo stesso carattere indipendente e ci accontentavamo di quel che avevamo, l'importante era stare insieme e divertirci. Spesso facevamo tappa a casa sua perché era sulla strada che portava verso la Standa, un posto dove ci piaceva andare a curiosare e a guardare le commesse. Certe commesse erano carine ma si truccavano in modo esagerato e noi ci scherzavamo su perché diventavano ridicole, come quella che chiamavamo "Occhi" che si metteva attorno agli occhi un quintale di colore azzurro.

Amicizia comincia per A, come Amore

Dopo le medie abbiamo scelto scuole diverse ma ci si trovava quando si poteva.

di Luigi Picheca

L

La mia gioventù è ricca di ricordi di trasferimenti da Sesto San Giovanni a Monza e viceversa. Sta di fatto che non riuscivo a fare delle amicizie durature perché continuavamo a cambiare casa in media ogni due anni con punte di un anno e anche meno. Ormai eravamo diventati tutti professionisti del trasloco e forse dovevamo approfittare della nostra esperienza per trasformarla in una vera e propria attività. L'altra faccia della medaglia era che quando mi iscrivevo a una scuola di Sesto, dopo poco tempo andavo ad abitare a Monza e quando mi iscrivevo a Monza andavo ad abitare a Sesto. Siccome non mi piaceva prendere il pullman andavo a scuola in bicicletta e la strada che inizialmente era corta,

diventava improvvisamente parecchi km.

lunga

A dodici anni siamo andati ad abitare a Sesto, zona Rondinella, e lì ho conosciuto quello che sarebbe diventato il mio migliore amico. Si chiamava Luigi pure lui e abbiamo scoperto di avere molti hobby in comune. Frequentavo la sua stessa classe e di pomeriggio andavamo a giocare nel grande oratorio dei Salesiani dove, mettendo insieme i pochi soldi che avevamo, abbiamo fatto il tesserino per la sala giochi. Ci piaceva giocare a ping pong e a biliardino, quante sfide entusiasmanti abbiamo fatto tra di noi e con chi ci osava sfidare, eravamo una coppia davvero affiatata e forte. Qualche volta riuscivamo a fare merenda nel bar della bocciofila adiacente all'oratorio dove si poteva comprare una pasta al cioccolato e un bicchiere di spuma nera con cento lire.

Nel frattempo mio padre era venuto a mancare e io mi ero trovato un lavoro, così ero passato alla scuola serale e il tempo per vederci era poco. Io ero andato ad abitare a Vimercate e la strada per Sesto era lunga. Poi erano gli anni della crisi energetica e nei giorni di festa non si poteva usare la moto, una volta ho preso la bicicletta e sono partito per andare a casa sua ma a metà strada ho bucato e son tornato a casa a piedi. Compiuti 18 anni abbiamo fatto la patente e siamo tornati a frequentarci, non si andava più all'oratorio e sono cominciate ad emergere le nostre differenti abitudini. A lui piaceva bere e giocare a poker con i soldi, a me no. Così si è creata una spaccatura di qualche anno ancora. La sua famiglia si era trasferita a Castell'Arquato e ogni tanto ci si vedeva. A un certo punto l'ho perso di vista, sono andato a Piacenza e ho saputo che aveva dei problemi di salute e che preferiva non farsi vedere. Avevo messo su famiglia e cambiato lavoro ma non mi ero dimenticato di Luigi e dei suoi problemi ma non c'era modo di incontrarsi. Gli anni della gioventù sono volati ma non ho mai perso il suo ricordo, quando mi sono ammalato di Sla e mi hanno dato

il pc a comando oculare sono andato a cercare il suo nome su Facebook ma non ho trovato né il suo né quello dei suoi familiari. Ho poi cercato informazioni su suo padre e ho trovato qualcosa ma non abbastanza per rintracciarlo. Non ero esperto di computer né di internet e la mia ricerca è durata tanto tempo, quando finalmente ho trovato il numero di telefono di casa loro ho saputo che non c'era più nessuno e hanno dato a mia moglie il numero di una sorella del mio amico. Avevo finalmente trovato qualcosa e non stavo più nella pelle dalla voglia di vederlo. Ero conciato male, paralizzato completamente e ridotto in un letto ma se ne farà una ragione, pensavo tra me e me nell'attesa di vederlo. Certe amicizie restano in frigorifero per anni ma in certi momenti tornano prepotentemente alla mente. Nei momenti di fragilità specialmente si sente la necessità di avere vicino un amico vero, uno con cui hai condiviso i periodi più belli e sinceri della tua vita e con cui hai diviso quel poco o quel tanto che avevi con estrema naturalezza e felicità. Pensavo alle nostre avventure e alle nostre bravate felice di poterle rievocare con lui, il coprotagonista di tutto questo, quando arriva mia moglie e mi dice che non c'è più. È morto parecchi anni prima e la sorella era pure arrabbiata con me perché il mio amico, suo fratello, prima di morire di qualche male insidioso mi aveva cercato con insistenza, ma dove?? Tutti loro sapevano dove abitavo e dove lavoravo, sarebbe bastato uno squillo e io sarei volato. La brutta notizia mi ha prostrato, oltre al dolore di aver perso un amico c'era la delusione di essere stato accusato di avergli negato il mio conforto finale, quel conforto che io stesso gli volevo chiedere in quel momento. Non ho più pensato a ciò che pensa la sorella, mi è rimasto un senso di colpa per non averlo cercato per tanti anni perché un amico come lui meritava di più. Caro amico Luigi, il tuo posto è nel mio cuore e lo sarà per sempre.

PAUSA DI RIFLESSIONE

pr

Amicizia comincia per A, come Amore. E come l’amore dà gioie e dolori. In questo racconto senza veli Luigi incontra un altro Luigi, quasi come fosse una parte sé, e tutto diventa più bello, un connubio quasi perfetto che fa sentire che insieme tutto è possibile e che mai finirà. L’Amicizia è “patrimonio inalienabile” della vita, un punto fermo qualsiasi cosa accada, ciò che ha preso vita un giorno da un incontro speciale e ce l’ha cambiata per sempre. Insieme finalmente si può andare lontano perché non si è più soli e insieme si vincono le paure del nuovo mondo da esplorare. Come l’amore, l’amicizia lascia liberi di prendere la propria strada e fare le proprie scelte: non teme di essere dimenticata poiché ormai ha trovato casa nel cuore, perché è effettivamente successo quell’incontro che fa scoprire che non siamo più soli e possiamo affrontare il mondo, lasciare la casa sicura!


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SCRIVERE

La pagina dove si rincorrono emozioni, ricordi, sorrisi e fantasia...

Il viaggio nel paese sconosciuto continua

CLAUDIO SCOPRE DI ESSERE UN vampiro!

D

ove eravamo arrivati… Continua il racconto del pianeta sconosciuto. Si tratta del pianeta Nibiru, che ogni 22.000 anni entra nel nostro sistema solare. Pochi scienziati e il presidente americano erano a co-noscenza dell’esistenza di questo pianeta. Da una nave spaziale atterrata vicino alla Casa Bianca scendono un uomo e una donna altissimi e entrano nella sala ovale per parlare con il Presidente e il suo staff. L’uomo dice di essere venuto per proclamare il diritto di essere il primo uomo comparso sul pianeta… La donna dichiarò: "Voi siete stati creati da noi, siete dei CLONI e siete stati creati esclusi-vamente per servirci, praticamente siete degli schiavi. Coltivate il nostro cibo, fate i lavori che per noi sono umilianti”. Il presidente chiese: "Ma voi chi siete veramente, e qual è il vostro diritto su noi?”. “Noi siamo i regnanti di Nibiru, io sono NABU, sono il Re, lei è la Regina e il suo nome è SA-ZIRASD”. “Come lei sa il nostro pianeta si avvicina al vostro pianeta ogni 22.000 anni, il nostro diritto è prelevare circa 6 miliardi di umani, così non potrete distruggere la Terra come avete fatto con lo splendido Marte”. “In fondo siete abbastanza, circa 2 miliardi per continuare, così la Terra si rigenera, si disin-quinano la terra, i mari e l’ atmosfera. Così quando ritorneremo sarete efficienti per un altro prelievo”. “Quando avete intenzione di prendere tanti essere umani?”, disse il presidente. “Circa una settimana, stiamo valutando le vostre caratteristiche”, disse SAZIRASD. “E se noi non accettassimo”, disse il presidente, “GUERRA TOTALE - disse Habu - avete un giorno per pensarci”.

di Claudio A.F. Messa

Il presidente fece subito una conferenza virtuale con tutti i capi di stato di tutto il mondo per riferire il messaggio dei giganti e decidere come comportarsi. Il giorno dopo gli extraterrestri tornarono dal presidente per ricevere la sua risposta. Disse: "Abbiamo consultato tutti i capi di stato della Terra, non vi permetteremo di rapire 6 miliardi di esseri umani, quindi, GUERRA!”. A queste parole i giganti, fecero comparire misteriosamente le loro armature di guerra su tutto il corpo, dissero “Allora guerra!” e se ne andarono. Subito i giganti attorno alla Terra uccisero più persone possibili. Io e Fabiola eravamo vicino a casa a Milano, eravamo nascosti dietro il muro del Mc Donald, vicino alla Alassina, mi spostai dal muro per sbirciare e vidi un extraterrestre. Mi vide e si terrorizzò. Mi chiamò uno e mi disse “Non avere paura di me, mi chiamo Baland e sono una donna, ti prego di avvicinarti, non ti faccio del male, voglio solo parlarti”. Con coraggio uscii da dietro il muro e dissi “Io sono Claudio e lei è Fabiola, la mia compagna, di cosa vuoi parlarci?”. “Tu solo puoi salvarci, perché non sei umano, sei un Vampiro, non quello dei vostri film, è per questo che ti ho visto e ho avuto paura”. “Come, vampiro? - disse Claudio - Per me sono tutte “CAZZATE”! E poi perché io posso far finire tutto?" “Tu, e secondo la mia stima, 1 su 100.00008, siete in grado di fermare tutto e uccidere il Re e la Regina”. Baland estrasse un coltello e si tagliò un braccio, il suo sangue era blù, disse “succhia e capirai subito”. Claudio guardo Fabiola, lei annuì, quindi succhio il sangue. Immediatamente l’iride di Claudio diventò dorata e i sensi mille volte più sensibili. Claudio: "Cosa mi sta succedendo?” Baland: "per dirti tutto dobbiamo trovare un posto sicuro, perché se scoprono quello che ti sto dicendo, mi tortureranno fino alla morte”. (continua)

SI VA IN CAMPEGGIO!

PAUSA DI RIFLESSIONE

Da piccole semplici esperienze a indimenticabili storie di vita. di Luigi Picheca Negli anni '70 le vacanze erano una conquista già assodata ma si cercavano nuove modalità e nuove forme di passatempo e non si disdegnava di poter risparmiare qualche soldo. Una delle forme emergenti e più accattivanti di quei tempi era il campeggio. Io lo avevo già provato part-time quando mio fratello Enzo aveva comprato una tenda d'occasione, era un pezzo in esposizione da un noto rivenditore di attrezzature da campeggio e la tenda era di una marca francese leader di mercato. Ho detto che l'avevo provata part-time perché in realtà, oltre ad aiutare mio fratello a montarla, ci ho dormito una sola notte e sono scappato via la mattina presto perché tra il rumore del treno che passava poco distante dal piccolo campeggio e le zanzare che mi giravano intorno era impossibile dormire. Nella estate del '71 il fidanzato di mia sorella ci propone di andare una settimana in campeggio sul lago Maggiore, io ho subito accettato perché mi sentivo l'Indiana Jones del gruppo avendo fatto esperienza di montaggio e smontaggio della famosa tenda data in prestito da mio fratello. La mia presenza era una specie di garanzia per mia sorella, ero il terzo incomodo che doveva disturbare gli approcci troppo calorosi dei due piccioncini che però avevano già preparato le contromisure. Arriva il giorno della partenza e il mio futuro cognato si presenta sotto casa con la sua 1100 familiare strapiena di tutto, non mancavano i due materassi in gommapiuma per loro, il fornello che sembrava quello della mensa, un armadietto e una serie di provviste che facevano sembrare la macchina un carro di coloni del far West pronto a mettersi in marcia verso la California. Il posto per me era molto ridotto, dovevo stare in un angolo del sedile posteriore con in braccio parte delle masserizie, per fortuna il viaggio doveva essere corto. Finalmente si parte e, dopo aver salutato per l'ennesima volta i vicini di casa, si entra in tangenziale a Cinisello Balsamo, ma arrivati a Pero la macchina comincia a traballare: una foratura. L'area di servizio è poco distante e la raggiungiamo subito, il problema è scaricare la macchina perché la ruota di scorta è sotto al pianale di carico. Dopo circa un'ora si riprende la marcia verso il lago e si arriva alla meta nel tardo pomeriggio. I campeggi sono pieni e ci indirizzano verso Maccagno, un paese che non conoscevo. Il campeggio a cui approdiamo è piccolo ma ben tenuto e ci dirigiamo tutti e tre verso la reception sperando di risolvere la questione in pochi minuti. La titolare del campeggio è una tedesca e tiene subito a precisare che il suo campeggio è riservato agli stranieri del Nord Europa perché sono clienti che osservano le regole più di noi italiani. Dopo una lunga e stucchevole ramanzina ci offre la possibilità di poter essere ospitati per due o tre giorni in prova per vedere se rispettiamo le regole e comincia a snocciolarci le più importanti. Gli orari del silenzio, delle luci, del ritorno in tenda, della distanza tra le tende e del comportamento rispettoso nei confronti degli stranieri. Ridotti allo stremo delle forze e affamati per quella estenuante e imprevedibile giornata,

siamo entrati nella parte dei perseguitati dalla Gestapo e saremmo stati disposti a denunciare i nostri amici pur di mettere fine a quella tortura e andare a montare la nostra tenda. La nostra sorte era nelle mani di quella SS che mi ricordava uno dei personaggi dei libri di Sven Hassel che avevo letto recentemente, era una vipera che forse si voleva vendicare del 4 - 3 subito dalla Germania durante i mondiali di calcio dell'anno precedente. Andate pure a piazzare la vostra tenda che si è fatto tardi, dice la SS, e noi ubbidiamo sommessamente, per i documenti ci dà appuntamento l'indomani mattina. Il montaggio della tenda ha richiesto più tempo del previsto anche perché c'era la trappola imprevista della mia piccola canadese aggiuntiva, l'asso nella manica tenuta segreta fino a quel momento dai due piccioncini. Il nostro accompagnatore, il braccio destro della titolare, ci ha subito redarguito per non averlo detto prima e mi ha indicato in modo sbrigativo dove piazzare la canadese. C'era una canadese già piantata in quella direzione e mi ha ricordato di rispettare le distanze, quindi se n'è andato in fretta bisbigliando qualcosa. Io mi sono messo a montare la mia canadese cercando di immaginare chi la potesse occupare. Una breve cena a base di panini e poi in tenda per il meritato riposo. La mattina dopo mi sveglio presto e guardo incuriosito verso la canadese vicino a me, vedo gente che si avvicina come per svegliare le probabili occupanti e a giudicare dalla età dei genitori dovrebbero avere più o meno la mia stessa età. Arriva il momento della verità, i genitori chiamano chi sta dentro in tedesco e non capisco i nomi ma ben presto escono, anzi, ne esce fuori un grosso cane e tutte le mie aspettative più rosee vanno in fumo. Il caffè della Moka ci ritempra e ci infonde vitalità per affrontare il giudizio della nostra generalessa e andiamo verso la reception come verso il patibolo. Entriamo nella reception e lei ci aspetta accigliata perché non le avevamo detto della canadese, a quel punto le volevamo dire che se non le stava bene poteva dirlo liberamente che per noi era bastato il trattamento del giorno prima. Inaspettatamente ci dice che per una settimana è disposta a ospitarci e ci chiede i documenti di identità. Io non li avevo portati perché li avevo dimenticati a casa e perché non sapevo che erano necessari. Lei mi dice severa che si prende la responsabilità di tenermi nel suo campeggio a patto che non mi cacci nei guai e soprattutto che non anneghi. Io annuisco e le prometto che farò il possibile per non annegare. Tornati in tenda, ci scambiamo il saluto romano e ci ridiamo un po' su e io, come al solito, mi metto a fare la parodia della proprietaria del campeggio imitando Charlie Chaplin nel suo spettacolare film " il grande dittatore". Il tempo non è stato granché per tutta la settimana, così la nostra prima esperienza di campeggio si è conclusa con un bilancio in pari che però ha lasciato in noi il desiderio di riprovarci, dando gran parte della colpa delle nostre disgrazie alla famigerata figura di quella che per noi era la SS.


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Luglio 2020

Pagine di vita vissuta e pagine letterarie si incontrano sulla "Bicicletta bella". Ricerca a cura di Mimì Asnaghi

IL MIO PRIMO LAVORO, IL MIO PRIMO ACQUISTO E LA MIA PRIMA ESPERIENZA DI VITA

di Pippo Musso

L

LA BICICLETTA BELLA

a notte, non riuscendo a dormire, penso a tante cose e mi rivedo ragazzo alla fine della quinta elementare. Negli ultimi giorni dell’anno scolastico, noi ragazzi pieni d’entusiasmo parlavamo solo ed esclusivamente di vacanze estive. Contenti, non stavamo più nella pelle: ognuno raccontava la sua dicendo, come sotto la naia, menomale che è finita! Mi immagino già in spiaggia sdraiato a prendere il sole, a godermi finalmente le tanto attese vacanze, davanti al meraviglioso mare del mio paese, mentre in lontananza i pescherecci in alto mare sono circondati dagli affamati gabbiani di scogliera in attesa di qualche avanzo di pesce. Che bello stare lì ad osservarli, riparato dai raggi cocenti del sole estivo da un variopinto ombrellone, respirando il meraviglioso profumo di quel azzurro mare. Per non essere da meno, gli altri compagni rispondono in coro: anch’io! anch’io vado al mare del mio paese, andiamo dai miei parenti a divertirci, e poi fare delle gran belle mangiate di pesce alla griglia! Dentro mi ribolliva il sangue dal nervoso sentendoli parlare così, perché poi, a esser sinceri e volendola dire tutta, mi rodevo dentro d’invidia sapendo che io, come ogni anno purtroppo, per mancanza di fondi (dato che siamo una famiglia numerosa) le mie vacanze estive le avrei passate come sempre in piscina. Però tutto sommato, a pensarci bene, la cosa non mi dispiaceva poi più di tanto perché oramai mi ero abituato. Ma quell’anno purtroppo non andò così come pensavo perché quel furbacchione di mio padre mi fece un’improvvisata, rovinandomi tutto: mi trovò lavoro per l’intero periodo estivo come lavamacchine in un vecchio garage. Ci rimasi male, anzi malissimo per il suo comportamento poco corretto nei miei riguardi. Poi però mi sentii come un cane con la coda tra le gambe, capendo le necessità della famiglia, così, nolente e dolente, comincio questa mia prima esperienza lavorativa. Il mio principale e l’olio di gomito! Conosco il mio principale, un anziano signore sopranominato COPPI per il suo inseparabile cappello da ciclista che non si levava mai dalla testa, lo teneva stretto come se sotto nascondesse un paio di corna! COPPI, nonostante fosse il principale, era un tipo estroverso, gli piaceva sempre ridere e scherzare, proprio una simpatica persona, sempre pieno di allegria e simpatia ma nello stesso tempo molto esigente sul lavoro. Mi insegnava il mestiere facendomi vedere come le macchine dovevano essere lavate, e anche quale era il tempo massimo per ogni macchina. Mi diceva così la solita barzelletta che raccontano tutti i datori di lavoro: “non dormirci sopra ma dagli dentro con l’olio di gomito”, perché altrimenti non ci sarebbe stato dentro con le spese.

Tra me e me mi chiedevo cosa volesse dire con olio di gomito, non ne conoscevo ancora il significato, e non sapevo proprio di che tipo di olio parlasse. Pensavo ad un olio speciale che si mette sopra la macchina dopo aver finito il suo lavaggio, e mi chiedevo perché, una volta lavata, dovevo cospargerla nuovamente di olio di gomito: credevo fosse un olio speciale e che servisse per lucidarla rendendola più bella agli occhi del cliente. Così, per non sfigurare facendo una figuraccia da ignorante, con la testa gli faccio cenno d’aver capito, cosicché mi lascia solo ad arrangiarmi. Ci metto tutta la mia buona volontà e tutto l’impegno possibile per non sfigurare. Subito comincio il mio nuovo lavoro lavando la mia prima macchina, una bella cinquecento Abart, mentre lui, calcolando più o meno il tempo massimo per lavare la macchina, faceva avanti indietro in continuazione pronto con le altre macchine da lavare. Finalmente arrivano le 17 e tirando un respiro di sollievo termino la mia prima giornata lavorativa. COPPI mi viene incontro questa volta senza macchina ma con un grande sorriso, e si complimenta con me dicendomi bravo, bravo Pippo, sei proprio un bravo ragazzo, proprio quello che io andavo cercando; non immaginavo che fossi così veloce, non ti fermi mai, dandoci dentro con l’olio di gomito! Finalmente capisco cosa volesse dire con quel cavolo di parola! “Bravo, bravo Pippo! sono proprio contento di te, di come ti sei comportato il tuo primo giorno di lavoro!” Si, si caro mio, tu sarai contento ma io proprio per niente, gli stavo rispondendo, per via del cu.. che mi hai fatto fare: ho le gambe ancora tremolanti dalla stanchezza! Intanto mi ripeteva ancora “bravo e bravo Pippo continua così che andremo sempre d’accordo”. Si si sempre d’accordo un corno! Ho subito capito la sua intenzione di volermi spremere come un limone: in un solo giorno ho perso un chilo di peso. Sicuro di non rivederlo più, pensavo “si si parla, parla pure che domani sarai tu a rimboccarti le maniche e lavare le tue macchine, caro il mio signor COPPI”! Così lo saluto per prendermi gioco di lui, certo che non sarei ritornato, e gli faccio credere che ci saremmo rivisti l’indomani alle otto: si, si stai fresco caro mio che ci rivediamo anche domani dopo il mazzo che oggi mi hai fatto fare. Convinto di non rivederlo più, tolgo il disturbo e taglio la corda, scappando via a gambe levate da quel vecchio garage. Strada facendo ridacchiavo immaginando l’espressione della sua faccia l’indomani mattina non vedendomi arrivare. Poi, però, mi sentivo un po’ in colpa per non averlo avvisato e lasciato così di botto, neppure avessimo litigato! Mi dispiacevo per lui, per il mio comportamento sbagliato, sapendo che l’indomani come un cretino sarebbe stato lì, magari facendo avanti indietro ad aspettarmi senza vedermi arrivare.

Ma pazienza, oramai avevo preso la mia decisione anche senza il parere dei miei genitori e immaginando che di sicuro ci sarebbe stata la guerra non appena saputa la cosa!

L’INCONTRO CON LA BICICLETTA…

Faceva un caldo boia quel giorno d’estate, era una bella giornata di sole e un leggero ma piacevole venticello scorreva sul mio corpo ancora accaldato e mi invitava a camminare per sgranchirmi le gambe, nonostante la stanchezza della giornata. Decidevo così, di punto in bianco, di farmela a piedi fino a casa, giusto per rilassarmi un po’, prendermela comoda, camminando piano piano come fossi un turista in visita. Lancio ogni tanto lo sguardo qua e là, guardando le vetrine e mi soffermo ad osservarne una in particolare perché aveva esposte delle belle biciclette. Come se avessi visto delle belle donne, incantato, rimango lì ad osservarle: una tra le belle, più delle altre, come un fulmine colpì la mia attenzione. Era bella col suo azzurro colore, era bellissima! e cominciò a palpitarmi il cuore dall’emozione come fosse già mia, e la cavalcavo mentre mi diceva comprami comprami comprami!. Ma come avrei mai potuto comprarla, costava ventimila lire! Per me era un mare di soldi dato che ero in bolletta sparata, con in tasca giusto cinquanta lire che mi sarebbero dovute servire per tornare a casa in autobus. Ma come potevo fare già così innamorato di lei, come fosse il primo amore? A tutti costi volevo farla mia, ma come? Oltre tutto sapendo che non sarei neanche più andato a lavorare? Ma quel desiderio d’averla era così forte da rimangiarmi quello che avevo detto, perché nella vita ogni cosa costa fatica e nessuno ti regala niente per niente.

LA RACCOLTA FONDI PER COMPRARLA…

L’indomani, puntuale come un orologio svizzero, mi ripresento al lavoro

PAUSA DI RIFLESSIONE

rimboccandomi le maniche, con l’animo in pace e con lo stimolo di voler arrivare al mio scopo. E con più spirito e più armonia riprendo serenamente a lavorare. Pulendo un interno mi accorgo che c’è una fessura tra il sedile posteriore e l’appoggia schiena e sento un dolce e simpatico tintinnio di monete che, evidentemente, scivolando dalle tasche dei passeggeri si erano andate a nascondere, fortunatamente per me, proprio in quella stretta fessura dove difficilmente i proprietari delle autovetture vanno a pulire. Preso dall’ entusiasmo e dalla fretta di sapere subito quante monete c’erano, con molta fatica riesco a tirar fuori trecento lire belle sonanti. Sono felice come una pasqua e mi sento fortunato per aver trovato queste monete, sapendo che per me erano oro, l’inizio della realizzazione del mio sogno, da sempre chiuso nel cassetto che mi avrebbe ripagato della stanchezza. Così ho cercato monete come si cercano funghi in tutte le altre macchine, e giorno dopo giorno, macchina dopo macchina, frugando fessura dopo fessura, finalmente raggiungo il mio scopo in tempo di record! Ero contento, ero felice come un bambino che ansioso freme per aprire il suo regalo di compleanno. Arrivato finalmente quel tanto atteso giorno, che aspettavo da tanti anni come fosse un miracolo, mi sento la gioia nel cuore e orgoglioso di me per aver conquistato il mio bene con il sudore della fronte. Mi dico bravo, bravo Pippo! hai visto che mettendoti d’impegno e con un po’ di sacrificio ci sei arrivato pure tu a farti questo regalo che aspettavi da sempre? Un enorme passo avanti per me, che mi ha fatto sentire più maturo e più responsabile, riflettere e capire il perché i miei genitori, oberati da tanti figli, non ci abbiano mai potuto accontentare: non per non averlo voluto, ma per non averlo potuto.

RICORDO LE UMILIAZIONI DEGLI “AMICI RICCHI”…

Mi ricordavo quando da ragazzino, desideroso di fare un giro in bicicletta dovevo chiedere agli amici più fortunati

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Senza errori non si può crescere. Ri pensare è il segreto per trasformare la mancanza in un’opportunità, la caduta in un sollievo, un’esperienza negativa in una scoperta... Gli errori appartengono al nostro percorso di crescita, valorizziamoli!


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Luglio 2020

Conquistare la propria autonomia non è facile, la si desidera tanto ma bisogna guadagnarsela! di me, quasi mortificandomi pietendo di farmi fare un giro per provare la loro bicicletta, giusto per levarmi lo sfizio d’assaporare il gusto di correre pedalando, provare la sensazione d’esser libero volando via leggero come il vento. Ricordo loro, un po’ scocciati, quasi con la paura che gliela mangiassi o che gliela portassi via, mi dicevano di non andare più lontano della fine della via, facendomi sentire ancor più umiliato, manco fossi un ladro! Mi dicevo: ma perché? perché non sono nato benestante senza sempre sentire umiliato da questi stronzi di amici?

LA MIA RIVINCITA

Grazie a DIO, finalmente, mettendo da parte anche più del dovuto, certo con sacrificio e rinunce a questo e a quello, ero arrivato a tempo di record a raggiungere il mio tanto atteso scopo che da sempre, come un chiodo fisso rimuginava nel mio cervello: la mia rivincita sui quei compagni odiosi! Aspettavo il momento quando mi avrebbero chiesto di provarla e avrei risposto certamente di sì ma, come loro, avrei raccomandato di non oltrepassare l’incrocio oltre la via! Prendendomi la soddisfazione di dimostrare che Pippo è Pippo e non è inferiore a nessuno!

L’ACQUISTO…

Cambiai tutte le monete in biglietti da mille lire, e la mattina presto, prima che aprisse il garage, mi presento da FRANCO il ciclista, che già da tempo conoscevo di vista perché ogni tanto anche lui come gli altri porta la sua macchina a lavare. Ci mettiamo d’accordo sul prezzo della bicicletta con la mia insistenza riesco a farmela scontare ancora di mille lire! A lui non cambiava niente, mentre per me significava la paghetta settimanale che i miei genitori mi davano per fare avanti e indietro. Acquistando la mia tanto attesa bicicletta, mi sono sentito realizzato e quasi fosse il primo amore, per paura che me la portassero via, la tenevo stretta tra le mie mani. FRANCO, mi prendeva in giro, oooooh guarda che è solo una bicicletta, non è mica la tua morosa! E io, lo so lo so FRANCO ma io per poterla avere ho dovuto aspettare tredici anni mentre per la morosa se sono fortunato la posso trovare anche adesso!

PER FESTEGGIARE FACCIO COLAZIONE AL BAR

Immaginavo già la faccia dei miei genitori alla notizia del mio primo acquisto, e mi sentivo fiero di me stesso per aver fatto da solo, non come un ragazzino ma una persona matura che sa prendere le sue responsabilità. Sì, sì ero proprio contento, proprio soddisfatto anche di aver guadagnato quelle mille lire e per festeggiare l’acquisto vado a fare colazione al bar, proprio di fronte al garage senza perdere di vista la bicicletta che, come un cagnolino, era fuori ad aspettare mentre io, a mie spese, facevo per la prima volta colazione gustando quel dolce momento di gloria, come un uomo maturo, anche se avevo solo tredici anni. Pensavo sempre ai miei genitori quando gli avrei raccontato che con i soldi risparmiati avevo comprato questa bella bicicletta sognata da sempre. Immaginavo le parole dei miei genitori: bravo bravo figliolo siamo fieri d’avere un figlio come te, e mi si riempiva il cuore dall’emozione, fiero di me stesso per aver guadagnato tutta la stima dei miei. Ad ogni figlio avrebbe fatto piacere sentirselo dire! Così, tranquillo, finito di gustare la mia dolce colazione, mi accorgo che è quasi ora d’iniziare la giornata lavorativa e scappo via così di corsa che quasi mi dimentico di pagare. Uscito mi viene quasi un infarto! Qualche disgraziato mi aveva fregato la bicicletta.. no!!!! Non ci potevo credere, non ci potevo credere la mia bicicletta non c’era più!! –In un istante tutti i miei sogni sono svaniti tutto doveva ricominciare da capo. mi sentivo cadere le braccia dal dispiacere.

HO FATTO UNA BELLA FRITTATA!...

In quel momento avrei voluto morire, si certo, proprio morire lì di sconforto: la mia bicicletta non c’era più lì dove, come un pirla, l’avevo lasciata! Ma che pirla, che pirla, che pirla! continuavo a ripetermi anche se oramai questa bella frittata l’avevo fatta. Pazienza Pippo che ci vuoi fare? Ma che ci potevo fare sapendo che oramai era del tutto inutile continuare a piangersi addosso ben sapendo che da sola la bicicletta non sarebbe mai più tornata

indietro; sentivo in quel momento di crisi scendere le lacrime giù dagli occhi dal dispiacere. Me ne fregavo di tutti quelli che passavano di là mentre parlavo con tutta la rabbia nel cuore; mi sfogavo ad alta voce gridando: bastardi bastardi e figli di bona madre! che vi venga la cagarella acuta per un anno intero tutte le volte che girate con la mia bicicletta! Cercavo di rassegnarmi, di mettermi l’animo in pace. Come un cane bastonato attraverso quel pezzo di strada arrivando diritto diritto al garage e saluto COPPI che, ansioso mi stava aspettando. Nel vedermi così malinconico, così afflosciato, mi dice: ma Pippo, cosa ti è successo? starai mica male per caso? … No, no COPPI, sto benissimo e racconto tutta la storia. Mi diceva, dispiaciuto, ma che ladri bastardi, che ladri bastardi ci sono in giro su questa terra!

L’ALTRA BICICLETTA…

Vedendomi così abbattuto e volendomi tirar su di morale, mi dice: senti Pippo io dentro l’officina ne ho una vecchia come me, certo non bella come la tua che ti hanno appena fregato, ma ti fa lo stesso servizio, se vuoi, sempre se ti piace, giusto per non fartela tutti i santi giorni avanti indietro a piedi, te la regalo volentieri. Caspita - dicevo tra me e me - questa si che è fortuna! questa inaspettata occasione, proprio nel momento più opportuno, come il cacio sui maccheroni! Ma si, chi se ne frega, chi se ne frega, anche se è vecchia vorrà dire che nel frattempo, godendomi questa metterò da parte qualche soldino con un po’ di fortuna, con l’aiuto del Signore, forse riuscirò a comprarne un’altra. Così, entrando in officina, coperta da vecchi stracci, vedo la sagoma di una bicicletta; ma mi sorge subito un dubbio: ma se è così, così vecchia, come lui dice, perché l’ha coperta in quella maniera mettendoci sopra tutti quegli stracci? Avvicinandoci alla bicicletta, ancor prima che la scoprisse, mi ripete: “Eccolo qua il mio grande amore, la mia dolce vecchietta inseparabile che non mi ha mai tradito, non si è mai fatta montare da un altro uomo! Mi raccomando Pippo, io te la regalo con tutto il cuore, ma promettimi che non la farai mai montare da nessun’altro

"LA BICICLETTA BELLA" Mio padre si era innamorato delle due ruote quando si era sposato da poco. Diciamo che tendeva a essere cicciottello ma non gli serviva un fisico da atleta per divertirsi a pedalare sognando le imprese del suo idolo Moser, e macinare chilometri gli piaceva un mondo. Appena aveva un minuto libero partiva, da solo o insieme agli amici. E io l’ho conosciuto così, in sella a una bici che considerava praticamente un oggetto sacro. “La bici è la libertà” diceva. “Quando la vita si fa noiosa, arrivano le preoccupazioni, per seminare i cattivi pensieri, basta saltare in sella e pedalare forte. Quando sono arrivato io, primo figlio, maschio e di corporatura più longilinea della sua, mi ha messo in sella da subito. Non credo avesse l’ambizione di fare di me un campioncino, anche perché a Messina non c’erano società rinomate come in Toscana , in Veneto o in Lombardia. Quello che voleva trasmettermi era il segreto della libertà,

la possibilità di vivere con gioia all’aria aperta, visitando posti sempre nuovi senza bisogno di aspettare un autobus che forse non arriverà mai, né di passare il tempo libero a ciondolare fra piazze e sale-giochi come fanno tanti ragazzi a Messina e non solo lì. All’inizio della quinta elementare portai a casa dei bei voti e i miei genitori si dimostrarono particolarmente orgogliosi di me. L’indomani infatti mio padre si presentò a casa con il vecchio telaio di una superleggera della mia taglia e una scatola che conteneva una quantità di pezzi spaiati: pignoni, catena, leve dei freni. Poi c’erano viti e rondelle. La metamorfosi ebbe inizio dal telaio. per una settimana, al ritorno da scuola, lavorai con la carta abrasiva riportando l’acciaio allo stato originale. Poi fu il momento della verniciatura. Scelsi il rosso, un colore che faceva pensare alla velocità, alle auto da corsa e a gare vittoriose. nel frattempo mio padre aveva provveduto al montaggio: la

all’infuori di te; ricordati Pippo che ogni promessa è un debito!“. Va bene, va bene gli dico, ti prometto che all’infuori di me mai nessun altro la monterà; ma adesso, per piacere basta parlare e dammi questa benedetta bicicletta! Così finalmente, come fosse uno strip tease, comincia dolcemente, piano piano, a spogliarla dei suoi vecchi stracci… Finalmente, si arriva all’ultimo straccio, quello più grande di tutti e, dopo un attimo di souspance, con aria di piacere dice: ed ora signori e signore vi prego di fare un attimo d’attenzione perché adesso viene il più bello! Fa il conto alla rovescia, come se si trattasse d’una vera star, la spoglia finalmente di tutti i suoi stracci.

IL MIRACOLO…

Non credevo a ciò che vedevo! Quasi mi viene un colpo al cuore per l’inaspettata sorpresa: pensando fosse un miraggio rivedevo, bella come il sole, la mia fiammante bicicletta! COPPI se la rideva a più non posso, dicendomi: “oh Pippo, Pippo! non ti offendere se te lo dico, ma sei proprio un pistola! si sei veramente un pistola! ma come si fa, ma come si fa a lasciare fuori dal bar incustodita questa bella bicicletta appena comprata, senza neanche mettere un catenaccio per legarla a un palo, sapendo che qui ti levano anche le mutande di dosso se non fai attenzione? oh Pippo Pippo, ti voglio bene come un figlio, ma sei ancora molto ingenuo perché non pensi che il mondo è pieno di ladri e che non tutti sono onesti come te. Ti ho voluto dare questa lezione di vita. Ringrazia il Signore che questa volta ti è andata bene perché hai trovato me. Per la tua fretta d’entrare al bar, non ti sei neanche accorto che ti stavo guardando. Spero per te d’averti fatto capire la lezione di vita!” Grazie, grazie COPPI, ho capito, ho capito perfettamente i miei errori e quello che mi hai voluto dire con questo ragionamento e ti ringrazio come un figlio! Ma adesso basta ciciarar e mettiamoci a lavorare che siamo già indietro. Così, lavorando lavorando, ho ripensato ai miei errori…

di Vincenzo Nibali, ciclista italiano

bicicletta bella era finalmente sotto i miei occhi, pronta per essere cavalcata. Trovai anche gli adesivi della Bianchi, la bici di Fausto Coppi. I miei voti continuavano a essere buoni, così nel giro di qualche settimana ottenni in regalo anche una maglia in lanetta e dei veri calzoncini da ciclista. Mi sentivo un vero corridore e papà era orgoglioso di portarmi insieme ai suoi migliori amici. Il disastro, però, incombeva. Ho sempre detestato i prepotenti e a scuola ce n’erano due o tre che non potevo sopportare, perciò quasi ogni giorno finivo per azzuffarmi con loro. A febbraio esplose la tragedia. Sulla pagella era scritto: “Il ragazzo litiga violentemente con i compagni di scuola all’uscita di classe.” “Adesso ti sistemo io” annunciò mio padre. Era fuori di sé dalla rabbia, ma non aveva intenzione di mettermi le mani addosso. “Adesso vedi cosa faccio alla tua bicicletta!” Lo seguii tremante in cantina.

Il sangue mi si ghiacciò quando vidi prendere dall’armadio degli attrezzi la sega da metallo. “Stai scherzando?”domandai in preda al terrore, ma lui non si prese nemmeno la briga di rispondere. “Litiga violentemente con i compagni di classe” ripeté indignato e cominciò a segare il tubo orizzontale della bici che avevamo messo insieme con tanto amore. “E noi che lavoriamo per farti studiare…Adesso te la faccio vedere io!” “Mamma!” gridai disperato, ma nessuno venne a soccorrermi. Non mi fu risparmiato l’orrore di vedere la bicicletta completamente distrutta. “Capito cosa succede a comportarsi da stupidi, Enzo?” “Non sei più mio padre” gli gridai sconvolto. “Tu prova ancora a fare botte a scuola e vedrai se lo sono oppure no” scandì fissandomi con uno sguardo di brace.


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Luglio 2020

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ANNO 1 - N° 08

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ScriverEsistere Magazine - n8  

Ottava uscita del magazine online ScriverEsistere - il primo magazine scritto con gli occhi

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