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BelleStorie NARRATIVA

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ISBN XXXXXXXXXX © 2006 Monte Università Parma Editore È vietata la riproduzione parziale e totale delle opere contenute in questo volume

Comune di Parma Assessorato Politiche Culturali

Questa pubblicazione non sarebbe stata possibile senza il contributo dell’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma La redazione de “La Luna di Traverso” ringrazia tutti coloro che con i loro racconti, fotografie e illustrazioni hanno reso possibile la pubblicazione della rivista.

La Mup Editore è una impresa strumentale della Fondazione Monte di Parma

web-site: www.mupeditore e-mail: info@mupeditore.it


I LUNATICI

a cura di “La Luna di Traverso”

Introduzione di Fulvio Panzeri


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INDICE

Introduzione di Fulvio Panzeri Presentazione di Massimo Carta Presentazione di Mariella Toscani Alberto Arletti Enrico Cantino Michela Carpi Luigi Casa Andrea Cirillo Enrico Elvis Crotti Gabriele Dadati Maria Chiara Messori Gianluca Morozzi Pietro Presti Daniela Raimondi Federica Pasqualetti Monica Pistolato Marina Sangiorgi Paolo Tanzi Immagini BiograďŹ e

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L’ARTE DELL’INCONTRO Fulvio Panzeri

La rapida diffusione del Web, con l’accesso diretto alla pubblicazione dei testi e l’immediata possibilità di contatti, non ha messo in crisi il ruolo che le riviste letterarie hanno riconquistato dalla fine degli anni Ottanta. Bisogna tornare a P.V.Tondelli e al progetto della rivista “Panta” per ripercorrere una storia recente costellata, per le riviste letterarie, di ritorni, “nuove” vite, ma soprattutto diverse e nuovissime presenze. Alla fine degli anni Ottanta, Tondelli teorizzava una rivista «senza una direzione tradizionale», un progetto editoriale che si proponeva di «riunire la generazione degli scrittori trentaquarantenni». A fronte dell’individualità dei percorsi che aveva caratterizzato l’affermarsi di una nuova generazione di scrittori, sottolineava la necessità di superare la fase in cui «ognuno resta separato dagli altri», perché «forse ora c’è bisogno di questo», scriveva Tondelli, «dopo anni in cui gli scrittori sembravano dei blocchi statici». Dagli anni Novanta in poi si è fatto un passo ulteriore: con la rinnovata fase di riviste storiche quali “Nuovi Argomenti” – che ha fatto scoprire tutta una serie di narratori esordienti; con la nascita di nuove riviste, quali “Addictions”, “Atelier”, “Storie”, “Maltese Narrazioni”, “Palazzo Sanvitale”, “Ore Piccole”, “Il cavallo di Cavalcanti”, e molte altre. Alcune riviste non pubblicano più, altre continuano a coltivare, con successo, il loro giardino. A “Storie” così si presentano: «“Storie” nasce nel 1992 con un sottotitolo eloquente – “idee, idiozie, idiomi” – e con uno strillo

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che pone un principio: “questa rivista non serve a niente se non siete curiosi”. Ma curiosi sempre, non della rivista in sé. “Storie”, dunque, racconta la scrittura indagandone gli aspetti più autenticamente innovativi. Lo scopo è quello di presentare autori affermati come pure scrittori di origini non necessariamente letterarie, oppure trascurati dalla nostra editoria, attraverso narrazioni inedite con in margine note e interviste sulle tecniche di scrittura». Il semestrale “Il cavallo di Cavalcanti”, con spirito indipendente – come espressamente dichiarato – guarda al paesaggio narrativo italiano e internazionale, visitando poetiche e arti che, ciascuna a suo modo, declinano i grandi problemi dell’umanità». Fondato all’inizio del 2006 da Gabriele Dadati e Stefano Fugazza, “Ore piccole” è un trimestrale «che si occupa di letteratura e arte italiane, in particolare dal secondo Novecento a oggi, ma che non preclude aperture fuori dal nostro Paese e fuori da questo arco di tempo: ci può essere davvero il dialogo con quello che è altro, l’ingresso improvviso di idee che irrompono da territori inesplorati, insomma finestre che si spalancano». “Palazzo Sanvitale”, rivista diretta da Guido Conti, «si costruisce idealmente su due assi geografico-culturali: la via Emilia, che radica la rivista e la città di Parma al grande territorio emiliano, e la via Francigena, una strada sepolta che ci porta in Europa. L’ambizione di questa rivista, infatti, non è solo quella di ritrovare nel territorio e nel passato di una città culturalmente ricca le radici e le idee per spingere le prospettive verso il futuro, ma anche quella di poter diventare uno strumento per rifondare culturalmente una città che ha visto crescere la sua ricchezza quando era crocevia e centro nevralgico di contatti e di incontri». Come si vede dalle dichiarazioni d’intenti, il campo di ricerca delle riviste è assolutamente variegato, e ognuna si presenta con una propria cifra stilistica, dettata dal tipo di interessi, dalla metodologia di lavoro, dalla ricerca di relazioni e di connessioni tra le varie forme del fare artistico. La rivista su carta mette in rilievo quanto il nuovo territorio vir-

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tuale offerto dal Web non possa sostituire la formula tradizionale della rivista a stampa, poiché la facilità di accesso non sempre si accompagna a un approccio critico adeguato. Lo mette in evidenza anche Antonio Spadaro in Connessioni (Pardes edizioni, Bologna, 2006): «L’apertura indiscriminata alla pubblicazione in Rete da parte di molti siti e riviste pone la questione della qualità dei testi: al suo interno si trova veramente di tutto. Una rivista non selettiva rinuncia a quello che dovrebbe essere un suo ruolo costitutivo: lo sguardo critico. La valutazione di un sito letterario in Rete appare così segnata da almeno due fattori: in primo luogo l’impegno culturale, l’incisività e la progettualità di chi investe tempo e passione nella costruzione del sito; in secondo luogo la sua vita in Rete, intesa non solo come occasionale e strumentale, ma costitutiva, che miri cioè a sviluppare proposte mediate grazie alle potenzialità espressive proprie di Internet». Tra le riviste nate negli ultimi anni, spicca una realtà parmigiana, “La Luna di Traverso”, che ha offerto uno spazio non all’esercizio della critica letteraria, ma alla proposta di lettura, una finalità che oggi, dopo quattordici numeri tematici – con circa dieci/quindici racconti proposti in ogni numero – ci permette di essere qui, oggi, a introdurre i lettori all’antologia dei “lunatici”: una selezione di quindici autori, tra i tanti che hanno potuto raccontare storie sulle pagine di questa “luna scorta”, ovvero controcorrente. Questa antologia, del resto, dimostra concretamente la vitalità e la forza propositiva che possono avere oggi “le riviste su carta”, stampate in tipografia, pensate e mediate da una redazione. “La Luna di Traverso” in questi anni è stata uno degli esempi più felici di uno spazio dedicato alla “nuova scrittura”, gestito all’insegna dell’apertura e del confronto tra narrazioni diverse, sia per segno stilistico, sia per autenticità delle storie. Con una novità sorprendente: la capacità dei giovani di autogestire un progetto, di sentirlo proprio e, in questo senso, vivo e

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vitale, come dimostrano i “lunatici” che qui compongono non una specie di the best, ma una foto di gruppo della loro “meglio gioventù”. La rivista nasce nel novembre del 2001 a Parma nell’ambito della ricerca letteraria di “Palazzo Sanvitale”, ma in una dimensione di totale autonomia, a partire dal formato e dalla grafica. L’iniziativa viene condivisa e supportata, fin dall’inizio, dall’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma, struttura pubblica che, con questo progetto, pone fra i suoi obiettivi prioritari la promozione della creatività giovanile non solo del territorio di Parma e provincia, ma a livello regionale. La redazione della “Luna di Traverso” nasce dai ragazzi iscritti all’Archivio che hanno seguito i laboratori di scrittura tenuti da Guido Conti. L’obiettivo degli ideatori della “Luna” è stato quello di creare, nelle proprie pagine, un luogo d’incontro tra giovani scrittori, spesso esordienti, nel quale potersi sperimentare e confrontare, e vedere finalmente pubblicate le proprie storie. È la stessa opportunità che Tondelli aveva voluto dare agli “under 25”, nel varare un progetto fondamentale per gli anni Ottanta, uno spazio di discussione, un luogo dove “provare” la propria scrittura. Lui aveva scelto lo strumento dell’antologia, in un’ottica di lavoro di gruppo e di indagine sulla scrittura giovanile. I nostri ragazzi parmigiani, con la formula della condivisione e dell’autogestione del progetto, hanno voluto puntare sull’ottica del laboratorio in fieri, con lo strumento a loro più congeniale: la rivista. Ora arriva anche per loro l’antologia, e noi non entriamo nel merito delle scelte, gestite in perfetta autonomia: ne rileviamo l’utilità come “paesaggio espressivo”, che si affianca ad altri progetti analoghi, pur se diversamente strutturati, editi in questi anni. Ne segnaliamo almeno due, meritevoli, per originalità e modalità: Semi di fico d’india (Ediciclo, 2005), una compilation di racconti sull’estate, curata da Marco Nardini, che presenta anche un inventario di nuove e convincenti scritture della cosiddetta “terza generazione” di nuovi scrittori italiani, nati

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dopo il 1980, e Generazioni Nove per due, (L’Ancora del Mediterraneo, 2005), basato su una formula semplice, ma curiosa: «nove scrittori hanno accettato di segnalare ciascuno due racconti di altrettanti nuovi narratori». Il carattere della “Luna di Traverso” è ben evidenziato dall’editoriale del primo numero, che qui riportiamo: Inutile negarlo. Ci sentiamo un po’ diversi, noi, che la rivista l’abbiamo voluta per raccontare la vita, le emozioni, i sogni da un punto di vista strano, inusuale, magari “di traverso” rispetto ai topoi canonici. Quale tema migliore di “L’altro da sé”, quindi, per questo numero? Non siamo scrittori di professione, forse qualcuno di noi aspira ad esserlo e ci prova, partendo anche da questa rivista, che vorremmo fosse una rivista di racconti ironici, di parole leggere, quelle parole che ti fanno sorridere, in fondo. A volte un po’ amare, a volte un po’ dolci. E così abbiamo lanciato un messaggio, ma non ci aspettavamo tanto entusiasmo. Sono arrivati più di duecento racconti da tutte le parti d’Italia, da persone giovani e meno giovani, ognuno con il suo “altro da sé”, inventato, vissuto (questo non lo sappiamo), ma comunque raccontato su due o tre pagine, a volte anche di più. Pochi, pochissimi, stando ai racconti che ci sono arrivati, vedono la vita e il mondo con ironia o autoironia. Prendiamo questo dato e lo divulghiamo: non intendiamo, né possiamo fare di più. Un compito arduo, quindi, sceglierne al massimo una decina. Ma alla fine abbiamo deciso di inserire in questo numero di “La Luna di Traverso” i punti di vista più disparati sul concetto di diverso, di altro da sé. Non ce ne vogliano quelli che sono rimasti esclusi, anzi li ringraziamo e li invitiamo a scriverci ancora su altri temi per i prossimi numeri della rivista. Ora, non sappiamo se la vostra idea di “altro da sé” collimerà con la nostra, con i racconti che vi abbiamo proposto, ma questo è il bello. Essere diversi. Entro questa diversità si situa “La Luna di Traverso”, come

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strumento non omologato e non veicolato da chi lavora per professione nell’editoria e nella letteratura, e come un ritratto generazionale che ha saputo in questi anni mantenere il suo carattere e la sua determinazione. Formula originalissima è quella di lavorare “a tema”, un esercizio che forse non si fa più nemmeno a scuola. A Parma, invece, è il punto fermo della “Luna”: «I racconti vengono scelti in base all’aderenza ai requisiti del bando (lunghezza, aderenza al tema proposto, ecc.). Molta importanza viene data al tema (tra i numerosi proposti ricordiamo: “Asfalto”, “Fame”, “Confini”, “Bugie”, “Numeri”, “Notte”), a come viene interpretato. Se ci arriva un bel racconto, ma fuori tema, viene scartato a priori, e talvolta una storia può essere selezionata anche per l’originale interpretazione dell’argomento. Per quanto riguarda il genere, non abbiamo pregiudizi e pubblichiamo racconti ironici o tragici, leggeri o intensi... Naturalmente ci interessano molto la scrittura e lo stile, sui quali interveniamo lavorando spesso insieme agli autori, dando loro indicazioni di lavoro o suggerimenti. Punto di forza della rivista, secondo noi, è l’eterogeneità del background dei redattori, ognuno dei quali si dedica a letture assai diverse. Molte riviste si rivolgono a un genere in particolare, mentre “La Luna” lascia il campo aperto». E domani, quando i “lunatici” avranno finalmente il loro libro? Dalla redazione ci dicono: «La rivista sta formando un circuito di pensieri, voci ed opere che favoriscono il dibattito culturale entro e fuori la redazione. La rivista vuole porsi, dunque, come territorio d’esercizio letterario, momento di dialogo culturale, aperto alle diverse forme di linguaggio artistico, nonché come proposta e possibilità di crescita e miglioramento delle potenzialità narrative dei giovani scrittori. Seguendo questi obiettivi, la redazione lancia quadrimestralmente un concorso a tema, volto alla raccolta non solo di racconti inediti, ma anche di fotografie e illustrazioni. I redattori della “Luna” hanno sentito l’esigenza di aprirsi ad altre forme espressive, la fotografia e l’illustrazione innanzitutto, intese come altri modi per raccontare».

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Nel 1969 Sergio Endrigo, Vinicius De Moraes e Giuseppe Ungaretti – che ha appena tradotto alcuni versi di De Moraes – si incontrano a Roma e danno vita a uno degli album più straordinari della musica italiana di tutti i tempi. Si intitola La vita, amico, è l’arte dell’incontro. Non solo un titolo, ma anche un progetto, lo stesso al quale, credo, fa riferimento “La Luna di Traverso”. La rivista e questa antologia, parafrasando, ci dicono che anche le storie nascono e crescono attraverso quest’arte dell’incontro.

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Inutile negarlo.Quando è iniziata la pubblicazione della rivista”LaLuna DiTraverso” eravamo tutti consapevoli della difficoltà implicita nella sfida lanciata con questo progetto. Un piccolo gruppo di redattori e una struttura pubblica come l’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma tentavano, con ruoli differenti, di far nascere una rivista /laboratorio in cui idee e modi di raccontare divenissero capaci di creare suggestioni, incontrare personaggi e storie da condividere. Ma scrivere è anche un modo di definirsi, per verificare se si è ancora in grado di comunicare emozioni, evitando stereotipi e luoghi comuni. A sei anni di distanza i dubbi ed i timori si sono trasformati in punti di forza, in consapevolezze. La rivista non ha voluto creare mode né correnti, ma è riuscita responsabilmente a mettersi “ di traverso”, facendo emergere talenti nascosti o dando spazio a quelli già affermati, sempre con l’obiettivo della qualità dei materiali pubblicati. Ma ciò che colpisce di questo “pugno”di redattori/scrittori è la sensibilità, lo sguardo comune sulle cose, insomma l’amore per la letteratura come elemento unificante. In questa fucina così vitale, che crede nell’utopia di incidere su una città che si vuole reinventare ci identifichiamo in numero sempre maggiore, perché nel confuso panorama culturale in cui ci troviamo la costante riflessione sul fare letterario, la ricerca di racconti originali e autentici, capaci di portare in superficie freschezza e creatività sono diventati veri e propri punti di riferimento. Si sente la necessità di storie

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Inutile negarlo.Quando è iniziata la pubblicazione della rivista”LaLuna DiTraverso” eravamo tutti consapevoli della difficoltà implicita nella sfida lanciata con questo progetto. Un piccolo gruppo di redattori e una struttura pubblica come l’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma tentavano, con ruoli differenti, di far nascere una rivista /laboratorio in cui idee e modi di raccontare divenissero capaci di creare suggestioni, incontrare personaggi e storie da condividere. Ma scrivere è anche un modo di definirsi, per verificare se si è ancora in grado di comunicare emozioni, evitando stereotipi e luoghi comuni. A sei anni di distanza i dubbi ed i timori si sono trasformati in punti di forza, in consapevolezze. La rivista non ha voluto creare mode né correnti, ma è riuscita responsabilmente a mettersi “ di traverso”, facendo emergere talenti nascosti o dando spazio a quelli già affermati, sempre con l’obiettivo della qualità dei materiali pubblicati. Ma ciò che colpisce di questo “pugno”di redattori/scrittori è la sensibilità, lo sguardo comune sulle cose, insomma l’amore per la letteratura come elemento unificante. In questa fucina così vitale, che crede nell’utopia di incidere su una città che si vuole reinventare ci identifichiamo in numero sempre maggiore, perché nel confuso panorama culturale in cui ci troviamo la costante riflessione sul fare letterario, la ricerca di racconti originali e autentici, capaci di portare in superficie freschezza e creatività sono diventati veri e propri punti di riferimento. Si sente la necessità di storie vere, che facciano rinascere il piacere di leggere, il desiderio di assaporare scritture che riprendano in considerazione la ricerca stilistica, che diano conto della voglia di progredire e di evolversi. Da questo contesto esce la pubblicazione dell’antologia “I LUNATICI” nella Collana Belle Storie Narrativa che dà valore aggiunto al lavoro della rivista, con le narrazioni più “piacevoli e succulente “ di quindici autori “ da best seller di domani”. Mariella Toscani Archivio Giovani Artisti di Parma e provincia Comune di Parma


Ebbene sì, finalmente un libro. Più che un’antologia di autori esordienti, vogliamo considerarlo il luogo in cui incontrare gli autori di successo di domani. Non dimenticandoci, però, da dove veniamo. La Luna di Traverso, di cui qui raccogliamo gli autori migliori, è innanzitutto una rivista per esordienti, un laboratorio di narrazioni in cui una redazione di lettori si confronta con gli autori. Ci piace, infatti, considerarci lettori e non scrittori perché è proprio col gusto e la passione di chi vuole leggere scritture interessanti, accattivanti e di qualità che abbiamo costruito in questi anni la rivista. Se volete, noi sediamo in platea col pubblico e non dietro alle quinte coi registi. E qui ci piace stare. La redazione ha nella diversità e nella varietà di esperienze, letture, età e studi il suo punto di forza. È per questo che il gusto che ha sempre guidato le scelte editoriali non ha mai escluso a priori generi, tipi di scrittura o tematiche, perché da qualunque luogo, intellettuale e geografico, provenga un testo, se questo è animato da una buona dose di qualità è per noi un racconto vincente. Per fare già una buona selezione tra gli autori, abbiamo legato ogni uscita ad un tema e su questo abbiamo chiesto i testi agli scrittori. L’aderenza al tema proposto e l’originalità della sua interpretazione è stato da sempre un elemento che abbiamo premiato. Abbiamo cercato da parte dell’autore uno sforzo, sì creativo, ma imbrigliato nei confini, seppur spesso indistin-

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ti, del tema. Perché anche le piante più belle hanno bisogno di supporti, potature e vasi, perché spesso il talento e l’afflato creativo ci piace vederlo accompagnato da una buona dose di tecnica, conoscenza degli strumenti o, chiamiamola semplicemente, consapevolezza delle forme e delle manifestazioni del mondo letterario. Ed è proprio la capacità artistica, o meglio artigianale, e la freschezza e pulizia dello stile che noi andiamo ricercando. Un altro elemento che ha guidato la costruzione di questa antologia è stata la volontà di premiare quegli autori che hanno saputo crescere e costruire un percorso narrativo che continui e tenga nel tempo. Spesso incontriamo autori che, a fronte di un primo magnifico racconto, non sono più in grado di replicare una seconda volta quella alchimia fortunata che li ha guidati in prima istanza. Questi scrittori, seppur abbiano proposto perle di notevole bellezza, ma isolate, non li abbiamo inseriti. Questo poiché seppur vetrina di autori esordienti, o esorditi da poco, questo libro vuole essere occasione per traghettare chi lavora con talento, ma anche con serietà ed impegno, agli occhi delle grandi case editrici e, quindi, del più vasto pubblico. In uno scenario in cui gli autori stranieri riempiono gli scaffali di narrativa, nasce, quindi, l’impegno di proporre i nuovi straordinari narratori di casa nostra. Il nostro scopo non è, sia ben chiaro, fare critica o indagare il fare narrativa oggi, bensì proporre una lettura piacevole, pervasa da invenzioni originali e punti di vista mai scontati, alla riscoperta di una realtà di tutti i giorni in veloce evoluzione. La redazione ha, comunque, proposto per ogni autore una breve presentazione contenente gli elementi che a nostro parere sono quelli caratterizzanti e vincenti. Insomma, un’esplicita dichiarazione delle scelte fatte. Una più ampia e competente panoramica critica sulle riviste italiane e sul fare narrativa oggi l’abbiamo lasciata a Fulvio Panzeri che, da profondo conoscitore della realtà letteraria europea, ha saputo collocare sapientemente la nostra tessera e la

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sua ragion d’essere in un mosaico ben più ampio. Dopo sei anni e quindici numeri di attività, più di tremila racconti letti, duemila e settecento autori contattati e circa centotrenta pezzi pubblicati, questa è l’occasione per tirare le somme di un progetto, per capire la strada fatta e per capire come affrontare quella futura. Non dimenticandoci, poi, di un brevissimo ma denso excursus sulle immagini apparse sulla rivista che è, non dimentichiamolo, anche spazio per la fotografia e l’illustrazione d’autore. Bisogna dire, infine, che “Antologia” suona per i redattori della Luna come contenitore polveroso e, addirittura, museale, quindi, ci piace considerare questa pubblicazione come piuttosto il palcoscenico in cui i nostri cari Lunatici mettono in scena i loro talenti. E allora, signori miei, che lo spettacolo abbia inizio! Massimo Carta Direttore “La Luna di Traverso”

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RACCONTI


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ALBERTO ARLETTI

Alberto Arletti colpisce per l’istrionismo della sua penna e la superba capacità nel riuscire a fare aderire perfettamente la forma e la narrazione al contesto e alla dinamica. Per questo mai decisione fu più semplice nello sceglierlo per questa antologia. Con i due racconti Viva Galibardo!, pubblicato in “Bugie”, e Circumcirca, apparso in “Città che cambia”, il lettore potrà farsi un’idea della sua abilità. Se il buongiorno si vede dal mattino e se per scegliere un libro è facile aprirne la prima pagina per assaggiare l’abbrivio, Arletti l’impatto positivo se lo guadagna con merito. Col suo modo di scrivere colto e tecnico, ma al tempo stesso immediato e diretto, appare spesso geniale e sempre capace di mettere ciascuno a proprio agio. Viva Galibardo! è un piccolo capolavoro di tecnica per la sua struttura a due piani narrativi che continuano ad intrecciarsi senza cozzare. Lo spunto è un “episodio controverso e traverso” rubato alla storia: un “postepilogo” dell’impresa dei Mille. Il giovane Celso da Roccamonfina, impegnato in uno dei suoi svaghi preferiti si macchia di colpa grave. Essere diventato, suo malgrado, testimone di uno sconveniente avvenimento fra due personaggi che avrebbero segnato la storia dell’Unità d’Italia alla fine del XIX Secolo: una minzione coordinata tra Sovrano e Grande Condottiero. E in tempi in cui non è consentito scherzare, né guardare - soprattutto - le pudenda, la meritata pena per cotanta avventatezza non potrà che essere l’allontanamento dal paese per una vita d’espiazione monacale. La forma e il modo in cui l’autore dipinge

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la scena sono straordinari, l’intreccio tra le storie del fanciullo e dei due personaggi storici è tecnicamente ineccepibile sia per la dinamica dell’azione, che riesce sempre a mantenere elevato il livello dell’attenzione, che per la scelta stilistica, che pur restando coerente col periodo della narrazione, riprendendo la forma del tempo, risulta sempre comprensibile e mai fuori luogo. Di tutt’altra ambientazione e tenore è invece Circumcirca. Con uno stile asciutto ed essenziale, quasi da box di cronaca giornalistica, ci propone in tono scanzonato ed ironico uno tra i tanti paradossi moderni. Ad Archibuso, un paese forse inventato ma proprio per questo più reale del reale, si consuma uno dei tanti scempi moderni. Sulla base di una non meglio identificata richiesta popolare un’ideologicizzatissima e populista amministrazione approva ed esegue la demolizione di un certo numero di edifici, colpevoli di non corrispondere ai canoni di bellezza stabiliti da un’apposita commissione, senza alcuna certezza sulla riqualificazione delle zone. In risposta al concretarsi del provvedimento la cittadina si risveglierà graziata da uno strano fenomeno naturale a risolvere l’impasse, con una sostanza magmatica a prendersi briga e carico di riedificare la zona soggetta all’intervento. La singolarità del fenomeno attirerà persino l’attenzione della televisione che per un giorno farà diventare la cittadina epicentro dell’attenzione nazionale consentendo al sindaco di manifestare pubblicamente tutta la propria noiosa e retorica inconsistenza. Leggerezza e una tagliente ironica pervadono l’intera descrizione dell’episodio attribuendo una straordinaria efficacia alla dinamica narrativa, disegnando un modello di una società ingessata da troppe storture e superficialità e da una cieca e bovina volontà collettiva. Con una fine capacità espositiva Arletti è riuscito a descrivere un prototipo capace d’abbracciare dalla più concreta delle realtà alla più fantasiosa delle finzioni, descrivendo in una rapida parabola la trasformazione di un piccola e dimenticata cittadina in un riferimento di cronaca tipico delle metropoli prima di trasformarla in ...un Monopoli. Crediamo che Arletti avrà ancora molto da dire e noi saremo qui, piacevolmente pronti ad ascoltarlo.

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Viva Galibardo! “Bugie”, maggio-agosto 2003

Illustrissimo e Reverendissimo Monsignore, Vi sono ormai note l’alta stima che per voi ha sempre avuto il nostro Reale Sovrano, e la distinta venerazione con cui Vi riguarda questa comunità e tutto il Regno ammirato della Vostra pietà e dottrina. A questi generali motivi aggiungendo i miei particolari che nascono dai tratti amorevoli della Vostra beneficenza e dal grazioso accoglimento che avete fatto degli altri fanciulli, mi appresto ad accennarVi l’accaduto ed a chiedere ancora una volta la vostra vitale benevolenza.... All’uscita del paese, la strada si inerpicava a ponente puntando all’Oratorio dell’Addolorata. Il sole abbagliava e come un martello spaccava le pietre, abbacinando lo sguardo opaco di Celso bambino, immerso nei castagneti: picchiava sulla sua testa e sulla terra secca e ricca di crepe. Il cielo esplodeva in lunghe striate rosse e brune prolungando a levante il profilo del pianoro. Non esisteva più orizzonte o crinale, solo capre e nuvole di luce, colore di fuoco nell’avvampare filante di fiamma. L’uomo con il vestito nero aveva lasciato la scorta al fiume ed aveva proseguito solo. Lontano più a sud si era staccato dall’altro drappello l’uomo in camicia rossa. Ancora qualche minuto e si sarebbero guardati negli occhi, avrebbero scambiato messaggi, alla presenza di pochi fidati. Un cenno con la mano e l’uno scelse il luogo, invitando l’altro a raggiungerlo. In distanza i rappresentanti dei due fronti, a suggellare l’incontro,

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ad evitare lo scontro. Il piccolo Celso, sorpreso tra rovi e castagni, si era nascosto tra i cespugli tremante e distingueva a malapena l’uomo e la camicia rossa, la lunga barba e il suo cavallo arabo storno, e l’altro in uniforme: il cavallo, grande, più nero del nero. Si mormorava in paese dei due eserciti, dell’eroe e del sovrano, ma ai bambini non era dato sapere: cose da grandi. Era uscito col cane, a caccia di grilli, Celso. Poi il cane era scomparso, forse innervosito dalle manovre dei militari, e i grilli catturati erano ormai poltiglia nelle piccole mani chiuse, strette a pugno. I due stavano ormai vicini; l’uomo in camicia rossa parlò lungamente trattenendo la mano dell’altro che immobile lo ascoltava. Una breve pausa ed anche questi parlò, grave. Poche parole. Scesero poi da cavallo ed abbassando gli occhi proseguirono a piedi con passo sicuro, scambiandosi parole e misurati gesti; gli uomini al seguito si fecero in disparte e si posizionarono sul crinale a proteggere l’accesso al pianoro da Roccamonfina. “Vengono qui” pensò Celso acquattandosi piccolo piccolo dietro al fogliame. Il tramonto fiammeggiava alle sue spalle, ed abbagliava i due che continuarono in quella direzione, assorti. Erano ormai a pochi metri quando l’uomo dai bottoni d’oro con un gesto avvertì della necessità impellente di orinare, e l’altro in tutta risposta, sollevato, esclamò “Diavol d’un sovrano! Pure io sto scoppiando!”, e si sbottonò la patta. “L’eroe che piscia davanti al suo re!”, commentò il primo visibilmente divertito. L’altro corresse ridendo : “...insieme al suo re, maestà... insieme! Vi ho consegnato testè il Regno delle Due Sicilie, santodio”. E proruppero i fiotti, con getti improvvisi e violenti, sgorgarono potenti, tumultuosi, con forza. Fontane dagli augelli aperti a tutta mandata, due canali di irrigazione, torrenti in piena, potenti e vigorosi, idrovore a turbina, di pompa e ripompa. A Celso, senza un fiato, il cuore che picchiava come un tamburo, sembrarono non terminare. Con la mano libera, l’uno si lisciava i bottoni dell’uniforme e l’altro i capelli, scoprendosi la

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fronte: socchiusero entrambi gli occhi al fuoco nel cielo d’ottobre. Ed acqua e ancora acqua, in getti diretti e vorticosi, generosi, rumoreggianti sul terreno secco ed arido e le foglie riarse, sollevando polvere rappresa, a gocce. Vuotate infine le cisterne, sospiri di soddisfazione e sorrisi compiaciuti accompagnarono la chiusura delle patte. Celso vuotò i polmoni. Prima di coricarsi guardò la madre e le raccontò l’accaduto: “Sì, ridevano... e pisciavano!”. Il ceffone che seguì fu niente in confronto a ciò che fece il padre con la cinghia dei calzoni. E le botte del nonno, e poi ancora del padre il mattino successivo. Anche al curato, interpellato con urgenza, parve assolutamente sconveniente che l’episodio potesse essere reso noto: l’Eroe ed il Sovrano che espletano vicini le loro più intime funzioni corporali! Spiare di nascosto, con morboso e distorto interesse le pudenda di sì maschie virilità! Vittorio Emanuele e Garibaldi che pisciano insieme! Si decise che per il bene del Regno, dell’Italia e della Storia, il fanciullo fosse allontanato, introdotto a una vita appartata e religiosa, come era stato da tempo deciso, e fatto obbligo di silenzio sull’accaduto. “Sarà una benedizione per la vostra famiglia. Il Signore opera miracolose conversioni del cuore e rinsavisce menti ed anime”. La sera stessa fu inviata la lettera. ... Ed è per i motivi suesposti, Monsignore, che mi sono creduto in dovere di offerirVi questo mio imberbe novizio del quale appunto ho preso a plasmare diverse delle moderne opinioni e credenze, opposte al decoroso sentimento ed alla cattolica pietà. Spero che approverete il disegno di questo Vostro umilissimo servitore delle Scuole Pie e non sgradirete far sì che venga impartita alla acerba mente del misero fanciullo quella lezione di dignità e dottrina cristiana che tanto pervade la clausura da Voi retta. Accogliete, Vi prego, la mia ossequiosa riconoscenza che porta ad inchinarmi al bacio delle sacre mani, ed a dichiararmi Vostro con tutta la devozione che mi permette la nostra preziosa

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Madonna Santissima dei Lattani, che tutti veneriamo. Vi protegga e Vi custodisca nelle amorevoli cure al vostro gregge di fedeli. Il 27 del mese di ottobre A.D.1860. L’indomani Celso tornò tra i rovi e i castagni, con il fratello: “Uno due tre... carta! Carta vince sasso! Carta vince sasso,’Vante!” Lì, tra i cespugli, chiuse la mano nel piccolo pugno di Fioravante, muto, e gli parlò guardandolo negli occhi: “Poi torno - disse. - Davvero, sai... vedrai che torno” Nessun’altra parola: tra i cespugli, al sole, troppi erano i grilli.

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Circumcirca “Cittàchecambia”, giugno-agosto 2004

La città di Archibuso si svegliò all’alba come sempre, tra sbadigli e odore di caffè, quasi ignara dell’ordinanza emanata in tutta fretta 3 giorni prima e che avrebbe trovato presto attuazione: individuare le case brutte e sostituirle con case belle. Il sindaco era di buonumore e incontrando il suo geometra lo aveva apostrofato con: «Si parte, carolei! Il dado è tratto: sullo scacchiere dell’abitato, giocheremo la partita del progresso!». In sole 6 sedute del Consiglio erano stati stabiliti i criteri di bellezza: era prevalsa la “giusta proporzione”. Belle, dunque, erano considerate le facciate che possedevano equilibrati rapporti tra le parti. La prima mossa spettò all’architetto comunale che quel mattino alle ore 9 cominciò i sopralluoghi: partendo da via Curtatone tracciò sulla mappa 12 grasse croci rosse su altrettanti edifici, colpevoli di avere un piano in più o in meno rispetto al tipo deliberato quale meritevole di tutela. Anche Piazzetta Custoza vide le proprie vittime illustri a cominciare dall’Oratorio di San Domino, al civico 15: la seicentesca facciata bipartita risultava all’analisi estetica troppo schiacciata nell’economia complessiva del fronte, «non riesce ad attivare sinergie artistiche con le architetture limitrofe», aveva argomentato l’esperto, «il basamento è troppo alto rispetto alla fascia superiore zeppa di scale e pinnacoli: falsa l’impianto originario». L’amputazione proseguì nel pomeriggio ed alle 18 venne scoperto un tabellone a macchia di leopardo con 21 unità edilizie incongrue alla nuova idea di paese della giovane ammi-

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nistrazione: caselle rosse da evitare. Cosa fare in sostituzione delle case demolite non era stato ancora deliberato; alcune proposte al vaglio, ma nessuna convincente. Si andava da progetti di verde pubblico, giochi e percorsi pedonali, ad architetture contemporanee e superfici vetrate specchianti. In mancanza di accordo si era optato comunque per procedere alle demolizioni, dando così alla città finalmente segni tangibili di interventismo ed efficienza. L’operazione durò complessivamente 24 giorni, tempo massimo indicato dalla legge regionale per ottenere contributi e finanziamenti. La polvere aveva impastato discorsi e pensieri, pedine e pedoni. Aveva addormentato corpi e ragione. Tra il venerdì e il sabato un fortissimo temporale aveva barricato tutti in casa e proprio tutti, sindaco compreso, avevano pensato -benedetta pioggia!-. Sembrava di essere al capolinea di un viaggio. In attesa del ritorno. Notte strana fu, e di misteri. Il mattino del 21, nella piazza umida nel giorno di sagra, si affacciò sul paese rinnovato, libero finalmente dalla polvere risucchiata liquida dalle caditoie nelle strade. I rancori parvero sopiti e le ferite rimarginate, ognuno ancora tra le lenzuola indirizzò un pensiero a San Forse, architetto e plurimartire, arcipatrono della città. A lui si rivolsero gli abitanti di Archibuso vedendo quella cosa strana, scura, misteriosa, dura all’aspetto, magmatica, che aveva cicatrizzato i vuoti: colate di materiale roccioso, ormai consolidato, avevano riempito 18 caselle vuote quasi a guarire lacerazioni, a lenire contusioni. La sostanza micacea, traslucida, a spezzoni specchianti dagli effetti mutevoli e cangianti, aveva costruito i nuovi muri, ricostituito i fronti. Squadre di tecnici saggiarono il materiale oscuro e promisero di consegnare il responso nel giro di 15 giorni. Nel primo pomeriggio arrivò la troupe della “Cronaca in diretta”, rotocalco televisivo della rete nazionale, che allestì in tutta fretta la postazione per le riprese:

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...12 secondi alla diretta! Silenzio: luci,...tre due uno ... «Buongiorno ai nostri affezionati telespettatori, ci troviamo oggi nella cittadina che più di tutte in questi giorni crediamo terrà alto l’interesse nei media locali e nazionali. Abbiamo qui il sindaco, buongiorno sindaco, al quale vogliamo rivolgere alcune domande...dopo tutto il can can dei giorni scorsi, vi siete svegliati questa mattina con una bella sorpresa: al posto dei vuoti, una sostanza misteriosa che li riempie. Pareti di roccia lavica al posto di case demolite, mattoni ed intonaci. Una ragazzata o qualcosa di più? Jolly o Rischio?». Il sindaco ostentando sicurezza alzò leggermente il capo, in direzione della telecamera: «I tecnici stanno lavorando dalle 9 di questa mattina per spiegare l’accaduto. Quello che posso dire è che la città non resterà inerme di fronte a tale atto vandalico scientemente, dolosamente, temerariamente, deliberatamente, con azzardo e fortunoso trasporto, con mossa proditoria ed insidiosa, perpetrato ai danni della collettività...contro il buon senso di persone comuni, cittadini leali che avevano deciso di muovere, tra probabilità ed imprevisti, occasioni ed esperienze, alla nuova immagine della città!...Volevamo puntare sulla tutela della coerente composizione dei singoli partiti architettonici in una unità organicamente espressa nella coerenza formale e di dettaglio...e così faremo!». Ripensò alle ultime 6 parole ma il filo ormai era perso, ed il senso pure. «Opereremo dunque», riprese balbettando, «... per il raggiungimento di una...di una organica unità formale di...di singoli dettagli es...espressi come ...un puzzle...in una coerente partitura architettonica che...che... Volevamo e vogliamo salvare il bello, è la città che lo chiede», concluse sudato e soddisfatto. «E’ la città intera che chiede: siamo solo “fermi un turno”!», e sorrise alle 3 lucine rosse della telecamera, ancora puntata su di lui. «No, nessun ripensamento», riprese il sindaco, «proseguiremo secondo i tempi prestabiliti, una volta rimosso il materiale accumulatosi nella notte...Case e Alberghi! E nuova toponomastica: Largo Colombo, Corso Impero, Via Accademia, Viale Traiano...».

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Proprio in quel momento la telecamera zummò sulla nuova targa all’ingresso del Giardino Pubblico, “PARCO DELLA VITTORIA”, e poi repentinamente implacabile sulle finestre al primo piano del palazzo municipale, a testare penalità. Le imposte si stavano lentamente aprendo, sinistre, stranamente lente. Quasi sospinte da masse di magma.

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ENRICO CANTINO

Enrico Cantino nasce qualche anno fa a Parma. Vivace ed attento alle sfumature della scrittura e alle sue innovazioni, scrive da sempre, ama il passato, e lo cita spesso, come il futuro. Dai suoi racconti si apprende la bellezza dello scrivere. Si avverte la complessità del raccontare, del narrare, ma è capace di raccontare ciò che gli appartiene, e che ci appartiene, e regalarlo a chi ha voglia di condividerli. Si respira la volontà di tenere incollato il lettore alla pagina. Sempre lì, attento, seduto in poltrona, a vivere ciò che vive il protagonista. Cantino potrebbe essere il fratello più grande, la miniera di cultura e di conoscenza che insegna, che dona. Un fiume di sapere, un fluire d’immagini che incantano, ma che possono anche ingannare. Un’ondata di gioia, di bellezza, ma anche di paura, di tristezza, malinconia. E poi c’è la genialità, la precisione, la semplicità. Niente complicazioni, nessun giro di parole, “niente di personale”, nulla di superfluo. I suoi racconti possono essere brevi o lunghi, mai banali. Vengono preceduti sempre da una dedica, un ringraziamento a chi legge, a chi lo leggerà e a chi si sentirà letto. Una nota di colore, una sola, che unisce il lettore al racconto. Briciole di vita comune, paradossi futuribili, situazioni portate all’eccesso. Incisivo, divertente con finale a sorpresa: ecco Teresa la racchia. In fondo, Cantino è anche questo. La storia di una persona che, non volendo, e non potendo, uscire da casa, s’inventa una vita su misura, fatta d’appuntamenti e di scadenze che le ruotano attor-

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no, anche se lei sembra non esserci. Ma in realtà... chi è Teresa? Sotto osservazione è una storia surreale, tende all’assurdo. Lo leggi. Poi, lo rileggi ancora. E ancora. Perché è lontano dal classico racconto. Ricorda le scene di un film di qualche anno fa: “ The Truman show”. Se sei un fenomeno, un genio, un “quasi adatto” ti possono prendere per studiarti, osservarti, conoscerti. Ma qual è il rapporto tra vero e falso, tra realtà e sogno? Per Cantino è importante il rapporto tra il protagonista e il suo interlocutore. Tra il presente e la realtà che lo circonda. È una storia a due. Lo è stato per Sotto osservazione e lo è per Niente di personale. Un rapporto binario, uno scambio continuo di scene, di frasi, parole che suonano forti come temporali. Sempre a due, una realtà che supera la fantasia. E il lettore rimane sconcertato, in attesa di un “qualcosa”. Ma il male non sempre finisce per nuocere. E questo, Cantino, lo sa.

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Teresa la racchia “Bugie”, maggio-agosto 2003

Sei quasi brutta, priva di lusin-ga nelle tue vesti quasi campagno-la, ma la tua faccia buona e casa-linga, ma i bei capelli di color di sole, attorti in minutissime trecciuole, ti fanno un tipo di beltà fiam-minga... Guido Gozzano Teresa la Racchia vive in una casa ad un solo piano. Sempre che decidiamo di non considerare la cantina. Nella quale ha messo di tutto, tranne quello che avrebbe dovuto metterci. Sta al “piano superiore”, chiamato così per convinzione personale. Non ha età, dicono. E se ce l’ha, aggiungono, la nasconde molto bene. Nessuno l’ha mai vista. Nessuno sa che aspetto abbia. Nessuno è curioso di saperlo. Sem-plice scaramanzia. Esistono assiomi che è meglio non conoscere, se non si vuole perdere la propria anima. Non ha bisogno di uscire di casa. Fa la spesa per telefono. Quando arrivano, i garzoni trovano una busta con i soldi della spesa. Sull’unghia. Contati fino al millesimo di euro. Posano le

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borse sullo zerbino. Prendono la busta. Se ne vanno. E-vitando di formulare domande o richieste inopportune. In fondo, le stranezze dei clienti non li riguardano. Non vuole farsi vedere? Fatti suoi. Non vuole uscire di casa? Sempre fatti suoi. Basta che paghi. Qualcuno – il solito “bene informato” – sostiene che lavora “in casa”. Ma non fa la mondana. E nemmeno la magliaia. O la sarta. Figurarsi l’estetista. Tanto meno impartisce lezioni private. Lavora a distanza. Modem, telefono e fax. Non le serve altro. Possiede una casella di posta elettronica, e un sito tutto suo, che aggiorna ogni ventiquattro ore. Poesie. Racconti. Frammenti di romanzo. Quadri. Lavori grafici vari. E nessuna foto sua. Una donna virtuale come poche altre. Discreta e affidabile. Non ha una web cam. Non intende comprarla. Continueranno quindi a non vederla. O forse sarebbe meglio dire non vederlo. Perché Teresa, in realtà, si chiama Pasquale. Ha quarantacinque anni e soffre di fotofobia, disturbo che lo costringe a rimanere prigionie-ro delle mura di casa sua. Sa perfettamente che lo immaginano donna, anche se lui stesso non si capacita dell’equivoco. Una diceria incontrollata. Germogliata non si sa bene come, né dove. E lasciata crescere vi-gorosa. Con la tacita complicità dell’interessato. Tutto sommato, gli sta bene che continuino a chiamarlo Teresa. Tanto, anche se decidesse di svelare la propria reale identità, nessuno gli crederebbe. Penserebbero ad un artificio, al solito trucco di Teresa che intende mantenere il più stretto riserbo sulla sua vita privata. E poi, Pasquale il racchio non sarebbe altrettanto efficace.

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Sotto osservazione “Confini”, settembre-dicembre 2004

Ma che importa un’eternità di dannazione a chi trovò in un attimo l’infinito del godimento? Charles Baudelaire «Fatemi uscire da qui». «Non è possibile». «Voglio tornare a casa». «Sei già a casa». «Con quale diritto...». «Ti abbiamo messo sotto osservazione». «Sto benissimo». «Questo non è un ospedale». «Si spieghi meglio». «Sei un fenomeno. Del nostro tempo. Del tuo tempo». Una città su misura. Creata apposta per lui. Popolata d’ologrammi capaci addirittura di so-stenere una conversazione, semplice oppure complessa. Hanno pensato a ogni cosa. Strade e negozi... un paio di cinema di media grandezza... bi-blioteche fornitissime e aperte ventiquattr’ore su ventiquattro... lo stadio, fornito di tifosi esagitati... il mercato, aperto di mercoledì e sabato... c’è perfino la stazione ferroviaria.

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Le condizioni meteorologiche vengono simulate tramite un apparecchio dal nome impro-nunciabile. «Puoi impostare una giornata di sole oppure un acquazzone». «Fa anche la neve?» «Certo». «Detesto la neve». «Allora non programmarla». Spiritoso. Programmati un fulmine dove dico io. Voglio andarmene da questo posto. Purtroppo «non è possibile». Comunica con loro tutti i giorni, verso le sei del pomeriggio, sempre allo stesso modo: entra in una cabina telefonica, preme il tasto dello zero e il pavimento si abbassa. In pochi secondi si ritrova in un confortevole salotto, pieno zeppo di schermi e microfoni. Una volta ha pro-vato a contarli, ma gli è venuto il mal di testa e ha dovuto smettere. «Sei un fenomeno». «Fa proprio ridere». «Del nostro tempo». «Ormai l’ho imparata a memoria». «Del tuo tempo». «Ma quale tempo? Io non ho tempo: me ne avete dato troppo». «Non riusciamo a capire». «Cos’è che non capite?» «Sei depresso, eppure hai un’intera città a tua disposizione, puoi fare quello che vuoi...». «Tranne tornare a casa». «Ne abbiamo già discusso...». «Sì, sì, lo so. Non intendo tornare sull’argomento, tanto è inutile». «Pensa a quante persone vorrebbero essere al tuo posto...». «Trovatemene una. Una sola. E smetterò di rompervi le scatole. Mi piegherò al vostro vole-re».

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«Be’, ecco, noi...». «Lasci perdere. Si sta arrampicando sugli specchi». «Proprio non riusciamo a capirti...». «Ed è il vostro compito, non è così? Studiarmi...». «Precisamente». «Bene. Oggi mi sento generoso. Un paio di cose voglio spiegargliele io». «Prego». «Mi sento a disagio». «Ma perché?!...» «NON MI INTERROMPA!» «Non è necessario alzare la voce...». «Con voi sì. Dicevo... mi sento a disagio, spiato. Avete piazzato telecamere ovunque, e non vi siete preoccupati di camuffarle come si deve. Se mi considerate un fenomeno, perché continuate a offendere la mia intelligenza con questi giochetti idioti?» «Sei davvero un fenomeno...». «Basta». «Ma è la verità!» «Sto per chiudere bruscamente la comunicazione. Cerchi di non offendersi». «Asp...». Quando gli viene la malinconia, se ne va in stazione a guardare gli ologrammi che aspettano il treno. Treni finti sfrecciano veloci sui binari e non fanno fermate. Vorrebbe prenderne uno per an-dare via. Ne arriva un altro... Ehi, tu! Dove vai? Fermati e portami con te. Da qualche parte arriverai. A me basta sapere questo. Si siede su una delle panchine. Non è solo. Vicino al binario quattro c’è un vecchio che tie-ne in braccio la nipotina. Sono fatti proprio bene. Sembrano quasi veri. Dall’altoparlante una voce consiglia di allontanarsi dai binari per treno in transito. Sono tutti in transito. Qui non si ferma mai nessuno... Ridicolo. Però...

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Il sibilo assordante del treno e lo spostamento d’aria provocato dal suo passaggio spaventa-no la bambina, che si mette a piangere come una disperata. Il nonno cerca di consolarla come può, ma gli scappa da ridere. Ologrammi? «Sono tutti ologrammi». «Tutti?» «Dal primo all’ultimo». «Insomma, non sono veri». «Pure immagini, rappresentazioni di qualcosa che non è lì». «Una specie di miraggio...». «Sì, ma tecnologicamente molto più evoluto». «Cos’altro non è vero, in questo posto?» «Praticamente tutto quello che vedi. Quindi è inutile che tu cerchi di stabilire un... contatto con qualcosa o qualcuno». «Lo terrò presente». Una reazione troppo umana. Troppo reale. Certe cose mica si possono riprodurre: la bambi-na che piange perché è passato il treno e il nonno che ride delle sue lacrime... Avrei voluto vedere lui, a cinque anni. Se la sarebbe fatta addosso, ci scommetto. Questo cambia tutto. Eh sì, amici miei. Non posso più ragionare in termini di ologrammi o di fin-zione. Devo cominciare a prendere in considerazione l’idea che questo posto sia... vero, così come sono vero io. L’hanno preso in giro. Se lui aveva accettato di fidarsi di loro, perché loro non hanno voluto fidarsi di lui? Perché è un fenomeno? I fenomeni si studiano, si mettono alla prova. Adesso una prova la faccio io. Ho voglia di un po’ di sana... sperimentazione. Le gambe conoscono la strada e vanno veloci: la stazione è da quella parte. Non hanno certo avuto il tempo o la possibilità di spostarla. Probabilmente non hanno nemmeno i mezzi per farlo. Scende sui binari. Siede, in attesa.

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Avverte un ďŹ schio in lontananza: uno dei tanti treni in transito. Ora la vedremo. Siete pronti, bastardi? Ho una sorpresa per voi... Il macchinista lo vede. Ci siamo. Il treno rallenta. Si ferma a pochi centimetri dal suo viso. Uno degli sportelli si apre: il controllore gli fa cen-no che, se vuole, può salire. Lui sale. Le telecamere della stazione hanno ripreso la scena. Sorridono. Non possono farne a meno. Ăˆ proprio un fenomeno.

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Niente di personale “Fame”, maggio-agosto 2005

«Quel figlio di puttana non sa morire». «Imparerà stanotte». Timecop L’uomo in piedi veste di scuro. Blu. Forse nero. Difficile dirlo. Bisognerebbe guardare da vicino, con un minimo d’attenzione. Sempre che lui sia d’accordo. E questo non è scontato come sembra. Ogni tanto si appoggia coi fianchi ad un tavolo, vecchio e basso. O viceversa. Non ha molta importanza. Cambia poco. Quando gli va, tamburella le dita della mano destra sulla superficie del mobile, ma è un ge-sto senza intenzione, quasi meccanico. Di quelli che si fanno giusto perché uno c’è talmente abituato da non poterli evitare. Sfuggono e basta. I suoi movimenti sono lenti. Impercettibili. Calcolati al millesimo di secondo. Soprattutto, diluiti. Come l’ossigeno ad alta quota. Per eludere l’affanno. Non c’è nulla di superfluo, in lui. A scuola gli hanno insegnato a coltivare il concetto di ele-ganza matematica. Quello che non serve davvero, si mette da parte. Si tace. Si nasconde. Non ha fretta. Può permettersi di non averne. Il tempo quasi incespica sulla sua persona, la-sciandolo pressoché indenne dal suo irremovibile fluire. E lui, giustamente, se ne approfitta.

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L’uomo seduto veste anche lui di scuro, ma non è la stessa cosa. Magari. Le divergenze cromatiche, se vi sono, approfittano della penombra per passare inosservate. «Siamo in in-cognito», sussurrano, «e non vogliamo pubblicità». Desiderio legittimo, per carità. Tanto più che, in questo preciso momento, contano meno del niente che l’uomo seduto si sente in bocca. La sola cosa che gli viene concessa è starsene con le natiche conficcate in una sedia di fattu-ra molto più che modesta, scomoda come dev’essere ogni cosa concepita per non farti stare comodo. In altre parole, non è in grado di muoversi. Non che abbia intenzione di farlo, ma, anche se potesse, sceglierebbe l’assenza di moto. L’hanno legato – e ci sono forti probabilità che a farlo sia stato l’uomo in piedi che veste di scuro – peggio di un insaccato in attesa della stagionatura. Per non fargli mancare nulla, gli hanno pure foderato la bocca con una generosa porzione di nastro adesivo da pacchi. Gli piacerebbe avere fretta, ma non gli conviene. Il tempo è stato anche troppo chiaro: gli ha fatto maliziosamente notare che gliene rimane poco. E lui vorrebbe tanto riuscire a farsene una ragione. L’uomo in piedi non ha ancora detto niente. La sua apparenza, il suo modo di porsi sono quelli di un accessorio che si usa raramente. Serve, ma non è detto lo si debba adoperare per forza. Non tradisce alcuna emozione. Giusto una ragionevole indifferenza. Tanto perché si capisca che non è finto. Del resto, la sua professione lo richiede. Per fare quel che fa, ogni sentimento deve lambirlo come acqua piovana. In caso contrario, sarebbe la fine. I sentimenti rallentano i tempi di reazione. Inibiscono i ri-flessi. Confondono i sensi. E lui non intende correre rischi inutili. Ha una reputazione da difendere: quella del migliore nel suo campo. Garantisce un lavoro pulito, preciso e coscienzioso. Non la-

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scia tracce. Considera ogni osta-colo. Lo risolve in anticipo, prima ancora che possa anche solo presagirlo. In più, pratica tariffe concorrenziali. Gli altri professionisti esigono compensi che sarebbe eufemistico definire proibitivi. Lui no. Può permetterselo perché ama perdutamente il suo lavoro. Almeno, così sostiene. In realtà, più che di passione si tratta di bisogno, puro e semplice. Siamo ai confini dell’esigenza fisiologica, di qualcosa che se non la fai stai male, e non poco. Non può assolutamente fare a meno del desiderio di vendetta altrui. È il suo cibo. Il suo net-tare divino. La sua ambrosia. Senza, impazzirebbe. L’uomo seduto (e immobilizzato) non piagnucola, né si lamenta. Nemmeno accenna a voler parlare per sostenere la propria causa: quella di un uomo che pre-ferirebbe abbandonare la cosiddetta “valle di lacrime” il più tardi possibile. Sa che non ser-virebbe a nulla. Intanto, l’uomo in piedi è un professionista. Inoltre, sprecherebbe energia e tempo. E lui sa di avere poco dell’una e quasi niente dell’altro. Non gli resta che prendere atto della sua condizione accettando con relativa serenità ciò che lo aspetta di lì a non sa ancora quando. Ha deciso. Se ne starà zitto e buono. Nei limiti chiaramente imposti dalle circostanze. Tanto, non può farci niente. Può solo considerare con una certa nostalgia ciò cui sta per dire addio. Lavoro. Famiglia. Vita. L’uomo in piedi si allontana dal tavolo verso l’uomo seduto. Lo guarda dritto negli occhi. Senza ostilità. Con una vena di spontanea noncuranza. Appoggia le mani sulle gambe dell’altro. Apre la bocca. Fuoriescono parole quasi in un soffio. Sussurrate con la consapevole pacatezza di chi si tro-va ad officiare un rito doloroso,

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eppure necessario. Non vogliono ferire, bensì legittimare. Confidando nella rassegnata comprensione di chi a-scolta. Guardami. E ascolta. Non c’è niente di personale, in quello che sto per farti. Lo dico per correttezza professionale. Tu, per me, sei un incarico. Punto. Cercherò, per quanto possibile, di limitare al massimo le tue sofferenze. Non è un tratta-mento di favore. Semplicemente, detesto gli sprechi. Consideralo, se proprio non puoi farne a meno, una specie d’indennizzo postumo. In realtà non lo è, però pensarlo fa sempre pia-cere. Di solito, almeno, è così. Spero che tu non te la prenda. Non ne vale la pena. Credimi. So quel che dico. Esperienza personale. E poi potrebbe andarti peggio. Potresti sopravvivere.

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MICHELA CARPI

Ci sono scrittori abilissimi a far perdere le tracce. Solitamente, sono quelli molto tecnici, ma che alla prima lettura nascondono la tecnica, quelli molto colti, ma che alla prima lettura nascondono la loro cultura, quelli molto passionali, ma di una passione che lavora in sotterranea, in silenzio. Ti ritrovi a fine lettura, sdraiato sul letto, con una voragine al posto dello stomaco e una batteria hard rock al posto del cuore. È insomma un po’ come innamorarsi di un ragazzo visto sulla metro di Roma. Inizialmente noti soltanto pochi particolari: il libro che sta leggendo, un tic nervoso. Arrivi a fine racconto in piena tempesta emozionale mentre lui, lo sconosciuto ora inaspettatamente serafico e sereno, bello e distante, ti sventola davanti una copia del libro Gestire i rapporti con gli altri, mentre esce per sempre dalla tua vita. Ma che razza di libro. Però, forse, lui è l’unico ad aver capito che per gestire il rapporto con gli altri bisogna un po’ fuggire, al massimo lasciarsi inseguire. E questo fa la scrittura di Michela Carpi, che dà l’impressione di lasciarsi (in)seguire e invece comanda e caccia, gestisce. E la cosa che più colpisce è l’educazione, il garbo, diremmo quasi la gentilezza che ci mette a spiegarti (anzi a convincerti) che il mondo è nelle mani tremanti del caos. Non è, la Carpi, una scrittrice “di protesta”, non è un’eversiva né una “ribelle” che t’incenerisce con le sue invettive contro la mancanza di un ordine prestabilito nell’universo. E Dio ce ne scampi. Lei imbraccia la motosega per fare a pezzi i tuoi luoghi comuni, ma prima s’infila due elegantissimi, innocenti guantini di pizzo. Solo così, mescolando tecnica e pas-

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sione, dolcezza e cattiveria, si può raccontare di chi s’innamora di uno sconosciuto su una metropolitana, di chi passa col rosso solo perché “quello davanti lo fa”, di chi svolta solo perché “la macchina davanti mi è stata davanti sempre e adesso gira e giro anch’io”. Viene da chiedersi, poi, dove stanno andando entrambi. E tutto raccontato con il candore, con la voce di una ragazzina, una voce così bella che copre quasi il rumore della motosega. Ma sono sempre gli altri davanti che decidono per noi, dice in realtà la voce del racconto omonimo: la protagonista lo chiama educatamente “meccanismo branco di pecore”, e quasi ci cava una risata. Ma sotto il meccanismo c’è il diavolo, e, di conseguenza, c’è l’abisso. Sono sempre gli altri davanti che decidono per noi. Quelli arrivati prima. Quelli più forti. Quelli in posizione privilegiata. È sempre stato così, fin da quando eravamo bambini. E qui, se queste due righe arrivano sul lettino dello psicanalista, apriti cielo. Finisce che non siamo più padroni nemmeno della nostra vita. Solo cantando il caos, ma cantandolo con voce cristallina, quasi da soprano, è possibile arrivare così in profondità. Perché la voce di chi grida tutto e subito ti fa perdere l’udito e ti assorda, mentre la cantilena, la nenia, la melodia, finisce che ti si conficca in testa come un chiodo, piano piano ma fino in fondo. Solo con la dolcezza si può arrivare sotto la pelle e lì, poi, stravolgere tutto: cuore, nervi, carne, viscere. Così come l’elemento distruttivo nella metro in Perché l’ho fatto non sarà l’ordigno piazzato da un afgano, né il virus di un drogato, né la svelta furbizia di una polacca. L’elemento devastante, con tanto di silenziatore incorporato, è ancora il meccanismo, la mancanza di consapevolezza, magari il pregiudizio automatizzato. Anche qui, la protagonista è tale solo di nome, mentre di fatto non gestisce proprio niente e anzi subisce il racconto. Tant’è che alla fine, dopo aver appiccicato etichette a tutti i comprimari della storia e aver acquistato meccanicamente un inutile quadraccio da un povero senegalese, non resta che tornare daccapo e chiedersi, un po’ terrorizzati: Perché l’ho fatto?

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Perché l’ho fatto “Equivoci”, dicembre 2003-febbraio 2004

Per Carlotta Loro, quelli seduti, sono quattro: due e due, uno di fronte l’altro. Io salgo a Laurentina capolinea dove di solito c’è posto a sedere, ma oggi no, oggi ho fatto più tardi degli altri, si vede. Si vede dal fatto che ho ancora le chiavi di casa in mano, una scarpa slacciata, la sciarpa che pende da una parte. Afghani, penso. Quattro afghani travestiti da finanzieri. Folli suicidi in divisa: giacca cravatta e berretti militari, di quelli rigidi con la visiera nera. Ma afghani di sicuro, uno porta anche il trench, sopra. Le porte del vagone si chiudono tutte insieme come sempre, ma questa volta sembra diverso, sembra fatto apposta. Inscatolati dentro saremo una quarantina: più maschi che femmine, età media trentacinque se non conto i due gemelli nel passeggino. E allora scatta la molla, il meccanismo automatico che si innesta ogni tanto – o forse è soltanto istinto, istinto proprio infantile – angelo di dio che sei il mio custode – penso e so di pensare – illumina proteggi e governa me – una litania automatica finché la metro non va veloce – che ti fui affidato dalla pietà celeste Amen. Io sto in mezzo, in piedi. E loro quattro seduti. E altri, in fondo al vagone. I due alla mia destra tengono una ventiquattrore tra le gambe, posata per terra. Uno, quello più vicino, ha un portatile in braccio: un apple. Perché non è nella sua borsa? Quasi lo abbraccia, lo culla. L’altro è tutto medaglie e meda-

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glioni e cose militari appese addosso, vestito come un vecchio che ha fatto la guerra, un vecchio quando lo portano al cimitero e tutta la gente del paese sta lì, intorno alla bara, per l’ultimo saluto. Penso questa cosa, mi accorgo di pensarla, e so che lo faccio soltanto perché è una cosa che ho visto nei film, soprattutto americani. Perché non è vero che è così, non è assolutamente vero. Il morto lo vedi in un letto, se decidi di andare e di vederlo; la bara invece è già bella sigillata e impacchettata per l’eternità, quando te la trovi di fronte. Va bè, cerco di distrarmi, siamo tutti alla seconda fermata. Mi chiedo quand’è che ci faranno esplodere. Mi chiedo qual è stata la mia ultima buona azione, e se basta a salvarmi, ma non la ricordo. Possibile? Bologna. Secondo me a Piazza Bologna esplode tutto. Io per fortuna scendo prima, e questo mi tranquillizza fino alla terza fermata. Non morirò, dunque. Ma una buona azione dovrò pur averla fatta di recente. I due alla mia sinistra sono in divisa più degli altri – alta uniforme – mi viene da pensare. Uno ha pochi capelli e gli occhi sgranati a controllare le fermate. Il mio braccio appeso alla sbarra gli ostacola la vista, ed è costretto a chinarsi un poco. Quando si china noto un gagliardetto sulla spalla di quello che gli sta accanto, c’è scritto Mauritania non proprio in italiano – Mawritaniyah con degli strani trattini sopra le i – ma insomma si capisce che Mauritania è. Africa: al centro, a sinistra, Mauritania, Senegal, che altro c’è? Merito di morire anche solo per questo. Guinea, forse Costa d’Avorio, forse no. Angelo di dio che sei il mio custode. Quello con il portatile si guarda la punta delle scarpe e controlla anche lui le fermate. La cosa più strana è che tra loro non si parlino. Siete quattro, siete in un altro continente, siete nello steso vagone della metropolitana diamine qualcosa ce l’avrete pure, da dire, o no? No. Uno, quello con pochi capelli, ha un rolex antico con un cinturino rifatto ora, lo so perché mio padre ne aveva uno identico, però col cinturino antico. E non si va a morire con un rolex. E anche questo mi tranquillizza, come il fatto della Mauritania. Marconi: la gente sale, la gente scende.

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Lui guarda l’ora e anche quello seduto di fronte lo fa, quello con tutte le cose appese addosso. Allora penso che forse sarà prima di Piazza Bologna e guardo quell’uomo negli occhi. Lo guardo finché lui non guarda me. Mi guarda. So che non avrà pietà lo stesso, ma mi lascio guardare. Allora mi ricordo una cosa che avevo cercato di ricordare per tutto il pomeriggio, come si chiamano le virgolette che è difficile fare con il pc, queste: « ». «Caporali». È tutto il giorno che ci penso e per un attimo mi dimentico che sto per morire. Chissà se il tipo che abbraccia il portatile le sa fare anche lui. Il vagone adesso è zeppo di gente, e secondo me nessuno ci pensa, a quello che sta per succedergli. Io so di pensarci quando mi accorgo di sorridere a uno che mi sorride, pallido, pelato, sicuro malato e drogato o comunque del tutto strafatto in questo momento, uno di quelli a cui mai mi verrebbe da sorridere ma ora sì, come se qualcosa lui più di me e degli altri possa intuire – e intuisce pure che anch’io intuisco e mi sorride e gli sorrido. Circo Massimo. Salgono dieci o dodici ragazzi. Neri. Ma proprio neri. Capelli rasta quasi tutti, con cappelli di lana larga modello giamaica ma che giamaica non è. Vestiti né bene né male, non riesco a capirlo, c’è troppa gente. Però sono bellissimi. Le loro facce, sono bellissime. Io non spreco mai i superlativi, è una cosa che mi hanno insegnato a scuola, ma ora in punto di morte posso pure dirlo, tanto. Penso all’impatto dell’esplosione, penso a come ci si sente, o se si fa in tempo a sentire qualcosa. Si libera un posto vicino al suicida con pochi capelli e col rolex. Io di solito mi siedo sempre appena si libera un posto, non guardo in faccia a nessuno, me ne frego anche di vecchiette o vecchietti perché tanto so che si offendono se gli cedi il posto di tua iniziativa. Tanto vale che, se proprio lo vogliono, te lo chiedano loro. Perché è un loro diritto, no? Che lo rivendichino, io intanto mi siedo. Oggi no, voglio vedere tutto. Rimango in piedi e una polacca occupa quell’unico posto tra me e il suicida del rolex. Allora mi accorgo di una cosa: non sento una voce che parli italiano, giuro. Neanche una. Forse c’è, ma non la sento. Sento invece il ragazzo accanto a me, il meno bello tra quei

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neri saliti a Circo Massimo, che parla col suicida del rolex. Il suicida gli ha chiesto qualcosa, e ora lo presenta al suo vicino, l’ essere in apparenza inutile, tutto baffi barba e occhiali, della Mauritania. Non capisco nulla della loro lingua, ma intuisco che il nero e i suoi amici sono senegalesi e quegli altri seduti tutti mauritani. L’uomo del rolex dice qualcosa e il nero risponde metalmeccanico. L’uomo del rolex non capisce, il ragazzo ripete metalmeccanico. In questo preciso momento so che non morirò. Perché non puoi sterminare centinaia di persone e fare l’eroe, se ti fermi a chiedere a qualcuno chi è e che lavoro fa. Metalmeccanico. Cavour. Alla prossima scendo. Ma i quattro seduti fanno un balzo simultaneo, si scusano con la gente pigiata intorno, e scendono. Io controllo. Non hanno lasciato nulla. Quello col portatile ha preso anche la sua ventiquattrore e così tutti gli altri. Non c’è più traccia di loro. Rimangono i dieci dodici eroi rasta, ma il dubbio di vivere almeno fino a stasera mi prende. A Termini scendiamo tutti: io, i negri, il drogato e quella polacca che mi ha rubato il posto quando si era liberato. Nel cambio dalla linea B alla linea A il metalmeccanico mi cammina affianco. Mentre lo guardo mi guarda e gli chiedo se l’uomo sulla metro era del suo Paese. Lui mi dice: di un Paese vicino. Di dove sei, gli chiedo io. Senegal, mi risponde lui, io annuisco e lui mi chiede se ci sono stata e io gli dico di no. Però per riscattarmi sfoggio competenze geografiche da scuola elementare, poi ci salutiamo perché lui sale alla stazione e io proseguo sotto. Piazza Vittorio. Sono in anticipo di dieci minuti, un senegalese col nome che in italiano si traduce Matteo vende quadri brutti e rovinati dalla pioggia sotto i portici della piazza. Pensa te che sfortuna. Io li guardo, e non so perché ne compro uno. Dieci euro. C’è disegnata la sagoma dell’Africa con dentro due capanne. Semplici. E ora non so che farne.

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Altri davanti “Confini”, settembre-dicembre 2004

Lui legge Gestire i rapporti con gli altri, e ha un tic alla mano destra. Il libro l’ha preso in biblioteca, si capisce dalla striscia verde sul dorso basso del volume; la mano, quando è libera, la apre e la chiude, a scatti nervosi e tesi. Non riesce a leggere bene, alza gli occhi spesso, sfoglia le pagine avanti e indietro senza fermarsi su un punto preciso. La metro si riempie, lui sta in piedi poggiato su una gamba, l’altra piegata come le gru. Trova qualcosa che lo interessa tra le pagine ma è preoccupato dalle fermate, un signore lo urta con le rotelle della valigia, lui cambia piede d’appoggio, il tic si concentra su due dita soltanto, anulare e mignolo. Gestire i rapporti con gli altri: che razza di libro, penso. La zingara che sale a Magliana suona con bacchette di legno che sembrano pennelli. Lui segue il ritmo con la mano del tic, e sbatte gli occhi appena più veloce; io mi sento di dare alla zingara almeno qualche centesimo, visto che scrivendone sto in qualche modo abusando di lei. Frugo in cerca di spicci, poi penso: ho preso la metro per non sprecare benzina e allora non le do niente, cerco di nascondere il portafogli senza farmi vedere, ma lui mi vede lo stesso. È solo uno sguardo ma so che mi ha visto, e vorrei tornare indietro nel gesto ma non si può più, la zingara è scesa. Lui riprende a leggere e non fa niente di anomalo neanche con la mano che ora tiene stretta a fermare le pagine, io invece sbaglio fermata e arrivo fino a Termini. A Termini va bene lo stesso per me, il fatto è che scendo perché scende lui, come quando di notte passo col rosso se quello

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davanti lo fa, o giro dove non devo se la macchina davanti mi è stata davanti sempre e adesso gira e giro anch’io. Meccanismo branco di pecore, non so come chiamarlo ma capita, alle volte, e a me sempre più spesso. Ora è di fronte a me. Lui sulla scala mobile di destra, io su quella di sinistra. Non resisto e lo seguo, semi di corsa anch’io, sempre più in fretta nei sotterranei della metro e poi ancora su, in stazione, tra valige e carrelli e onde di scout e completi di tweed. Lo perdo dietro ad un gruppo di giapponesi, poi lo rivedo verso l’uscita, non so perché lo cerco e non lo voglio sapere, lo seguo controllando l’ora, lo perdo di nuovo quando sbatto contro un autobus. Fine della corsa. Cerco la fermata del 90 express che forse mi porterà dove volevo, arrivo sulla banchina e controllo che sia quello giusto, anche lui è lì che controlla. Saliamo insieme prima che il conducente ci sbatta le porte in faccia. Ci sediamo quasi l’uno di fronte all’altra, ancora. Il 90 express è uno di quegli autobus lunghi, snodabili, con la piattaforma mobile in mezzo che se ti ci fermi sopra, alle curve ti senti male. Per il resto, però, è un autobus comodissimo, efficiente e rapido. Affronta il traffico della Nomentana come un serpente circondato da topi. Sguiscia. Soltanto questa piattaforma è fastidiosa e ci separa, e adesso anche tre ragazzi in piedi proprio in mezzo a noi. Tre ragazzi destinati a stare male presto. Di lui vedo soltanto un braccio teso, vorrei che i tre se ne andassero e invece tirano fuori anche dei libri, il mio ragazzo, intanto, si regge al passamano come se potesse cadere giù. La piattaforma mobile sta facendo sentir male me e non arriviamo mai, cerco di prendere aria dal finestrino semi aperto ma una signora grassa e maleodorante mi si mette proprio davanti, ho tutto il suo corpo addosso, aggrappato a qualcosa sopra la mia testa. Cerco di respirare ma non ci riesco, il suo foulard sa di gatto e il mio corpo è come paralizzato, bloccato da quell’elefante che mollemente si appoggia a me. Quando finalmente riesco a girarmi verso il finestrino, lo vedo: è fuori che mi saluta sventolando quel suo libro, Gestire i rapporti con gli altri, preso in biblioteca per chissà quale motivo.

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LUIGI CASA

I racconti di Luigi Casa sono bombe ad orologeria sull’orlo di scoppiare. Vite tranquille, interni borghesi, paesaggi apparentemente piani che aspettano la tempesta, l’epifania del nuovo, l’evento che li lascerà per sempre diversi. Che cambierà ineluttabilmente il corso di una vita. Il tutto narrato da un lingua piana e precisa, compiaciuta e sorniona quanto basta per divertirsi assieme al lettore dei protagonisti e dei loro piccoli drammi. È il caso di Nessuno è perfetto. Luoghi normali, persone normali, i problemi di tutti i giorni. Ma nulla è come sembra all’apparenza. La lingua ci accompagna, con compiacimento, sino in fondo alla normalità, costruita su un lavoro ripetitivo e sugli accorgimenti quotidiani per far bastare lo stipendio sino a fine mese. Ma nulla di questo è destinato a durare. Il grande sogno, l’ambizione di cambiare per sempre le cose, di fare della propria vita un’opera d’arte inimitabile è sempre lì che cova. Nell’ombra, al limitare del campo visivo. È su questi scenari che si rivela la potenza affabulatrice di Casa, che deflagra e rivela il suo potenziale di stravolgimento. Mai con espressioni violente, mai in modo scomposto. Le scene ed i gesti sono sempre calibrati, precisi, mai inutili. Non c’è nell’intreccio, così come della sintassi, un elemento che non serva, che non abbia uno scopo. All’apparenza gelida e cristallina, la lingua di Casa è lava incandescente. È questo che la rende speciale: è la tensione che si crea tra una lingua piana ed una realtà sull’orlo del collasso.

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Carveriano dell’ultim’ora? Forse. Sicuramente la letteratura americana Casa la conosce bene e l’ha interiorizzata efficacemente. I suoi sono racconti da vedere e da ascoltare. Sono fatti per essere proiettati su un grande schermo, usando gli occhiali 3D e l’odorama. È in questo che emerge l’amore dell’autore per la fotografia. È nel suo essere così “visivo” che si compie la cifra stilistica del suo narrare. Sarebbe interessante vederlo impegnato sul respiro più ampio. Siamo sicuri che questa tecnica sarebbe capace di usarla ancora meglio. Jet Lag sembra proprio l’incipit di un romanzo. Anche qui le sue caratteristiche migliori. La gabbia soffocante, o meglio, ad aria condizionata e procedure sterili, di una professione che serve ma non soddisfa ed il mito di una vita “oltre il confine”. La stessa gabbia di Ghost Writer. Un’esistenza che procede in una direzione che non si è voluta, ma in cui gli eventi ti hanno inevitabilmente portato. È ad uno dei tanti incroci che violentemente esplode l’ego, esplode finalmente la passione. «Ci sono uomini», diceva Cassius Clay, «che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo». Luigi Casa nei suoi racconti quel mondo lo vuole cambiare. Con la classe ed il garbo di un signore d’altri tempi, con la passione e la violenza di un complesso di rock duro.

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Nessuno è perfetto “Numeri”, dicembre 2002

Il fruscìo del ventilatore copriva il rumore del traffico, le persiane abbassate tagliavano il mondo esterno a fette sottili e lo proiettavano sul pavimento di legno. Marco riuscì a dimenticare per un momento i marciapiedi di cemento polveroso, l’ombra del cavalcavia, l’odore della gomma che sfrega sull’asfalto bollente. Accostò la tromba alle labbra e soffiò. Chet Baker aveva passato momenti peggiori di quello: era arrivato fino al cielo ed era precipitato. Morto a cinquant’anni, con l’aspetto di un vecchio e, dentro, l’adolescente che cercava di uscire ma non ci riusciva più. Avvicinò di nuovo lo strumento alle labbra: ne uscì un accenno alla melodia di These Foolish Things. Niente male. Considerando che se ne stava sdraiato sul divano. Con quel ventilatore provvidenziale, per l’atmosfera. La temperatura rimaneva comunque afosa, ma era giusto così. Avrebbe apprezzato di più l’aria condizionata della pizzeria, di lì a un’ora. Lui, che fortunatamente non stava davanti al forno, e per questo prendeva solo ventimila lire di meno di quanto gli serviva per pagare l’affitto di quella specie di container sotto la tangenziale. Al magazzino ci andava per coprire quel buco di ventimila lire, e per la spesa. Ci rimaneva giusto di che scialacquare per novemila lire al giorno. Niente sigarette, aveva smesso. Per forza. Niente televisione: quando si era trattato di scegliere tra la TV e la tromba, un’occasione che aspettava da mesi, al negozio di Borsari, non aveva avuto dubbi. C’era la radio, però: sempre

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sintonizzata sul sesto, che trasmetteva solo jazz. Da quelle novemila dovevano uscirci anche i biglietti dell’autobus, le aspirine, la luce, l’acqua, il gas – poco – i jeans, le magliette, le mutande, i calzini e gli imprevisti. Stava pensando di cercare qualche altra occupazione che gli permettesse di respirare un po’ di più. Però avrebbe dovuto imparare a non dormire. E poi, quando si sarebbe esercitato? Provò Stella By Starlight. Niente male, pure questa. Avrebbe dovuto portarsi la tromba al ristorante, una volta o l’altra. Prima che Nino lo cacciasse fuori, forse sarebbe riuscito a farsi sentire da qualcuno... ma che avrebbe risolto? Poi ci avrebbe messo due giorni, consumandosi le ginocchia, per convincere Nino a riprenderlo a lavorare, come quella volta che non si era accorto di quel conto non pagato. Al suo paese avrebbe avuto un impiego sicuro, in banca o all’associazione commercianti. Di libertà, però, neanche parlarne. Suo padre aveva già previsto tutto: impiego, carriera, casa. Quando era arrivato a proporgli anche una moglie, del tipo che andava bene a lui, naturalmente, Marco aveva capito che era ora di filarsela. A dire la verità, l’aveva capito già da un bel po’, ma, tutto sommato, ci era stato abbastanza comodo, in quella gabbietta con lo sportello socchiuso. E poi, suo padre non approvava la musica. Non approvava nessuna forma d’arte, per essere precisi. Roba inutile, anzi dannosa. La gente a posto lavorava, produceva, aveva una famiglia, una posizione ben definita nella scala sociale, funzionale ad un ordine possibilmente stabile. Tutti i mutamenti non portavano che disastri, e gli artisti erano sempre stati un fattore perturbante... Suo figlio un musicista? Che suonava la tromba? Gli sarebbe tornata alla mente una battuta di quel film in bianco e nero con Marylin, Tony Curtis e Jack Lemmon: Ho vissuto per due anni con un saxofonista!. Ma non avrebbe riso affatto. A Marco quel film piaceva moltissimo, soprattutto per la battuta finale: Nessuno è perfetto. Tantomeno lui stesso. Ma, nonostante ciò, non c’era nessuna che viveva con lui. Altra nota dolente.

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Si alzò dal divano. Il velluto sdrucito gli irritava la pelle della schiena. Spense il ventilatore, per evitare di prendersi un accidente, e si spogliò. Entrò nel catino che il padrone di casa aveva l’ardire di chiamare doccia ed aprì il rubinetto. Si lasciò sfuggire un gemito, come tutte le volte che la sua pelle calda veniva colpita dal getto d’acqua fredda. Quella calda era disponibile solo d’inverno, e non sempre. Trattenne il fiato, si bagnò i capelli e prese lo shampoo: altro articolo che doveva rientrare nelle novemila lire al giorno. Aveva calcolato che, d’inverno, gli costava centosettanta lire al giorno, lavandosi circa due volte alla settimana. D’estate il conto sballava: un lusso in più, che però veniva compensato dalla minore incidenza del conto della lavanderia. Ah, la libertà! Si finisce sempre per pagarla cara. Si strofinò energicamente i capelli. Ci teneva all’aspetto, quando lavorava alla pizzeria, specialmente dopo che si era accorto che quella ragazza che veniva sempre vestita di bianco, con al guinzaglio quel barboncino pure bianco, era una cliente abituale. Lo guardava tutte le volte, ne era sicuro, e quello stronzo di Nino se n’era accorto, gli faceva il dispetto di deviarlo sempre ad altri tavoli. Ma lei lo guardava. Avrebbe dovuto trovare il coraggio di fermarsi e parlarle. Di chiederle qualsiasi cosa, almeno come si chiamava, per poi avere la possibilità di infilarci un’altra frase, poi un’altra e un’altra ancora. Di ritrovarsi fuori, sul marciapiede, mentre il cane magari alzava una zampa verso un lampione, di riderci su. Ma la bestia era maschio o femmina? Femmina, certamente: una come quella non si sarebbe tenuta in casa un barboncino maschio. Con quel naso, con quegli occhi, con quelle gambe e quelle caviglie. Chissà com’era... Bah! Meglio lasciar perdere, soprattutto sotto la doccia. Marco chiuse il rubinetto e afferrò l’asciugamano, cominciò ad asciugarsi. Deodorante – un altro lusso da ottocentocinquanta lire al giorno – mutande, pantaloni neri – non suoi, ma fatti stringere in fondo – camicia bianca – sua, perché quelle di nylon che gli dava Nino lo facevano sudare come un bagno turco – calzini neri, scarpe nere. Prese gli spiccioli per l’autobus – il 45, quello verde e giallo

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a due piani - e appoggiò la mano sulla maniglia dell’uscio. Che stava facendo? Tornò indietro, afferrò la tromba, la asciugò con uno straccio morbido, appoggiò le labbra sul metallo leggermente opaco, aprì il cassetto della biancheria, quello profondo. La ripose con un gesto lento e prudente, come se si trattasse di un bimbo addormentato. Poi uscì nel fragore, con la mente persa dietro trasparenze di curve morbide e sinuose.

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Jet Lag “Confini”, dicembre 2003-febbraio 2004

Era una pazzia, e lo sapeva, ma fin da quando era sceso dall’aereo aveva percepito quel profumo inebriante, quella sensazione cui non era riuscito a dare un nome, sul momento. Più tardi, in albergo, dopo un tragitto avventuroso su di un taxi giallo e rosso, mentre apriva la valigia, l’aveva sentita di nuovo. Forse si trattava solo del Jet Lag, dopo il volo da Malpensa che gli era sembrato lungo, interminabile. Dieci ore fino a Miami nel reparto fumatori, perché Fantoni, il suo capo, non voleva rinunciare alle sue Merit. A Miami era pomeriggio. Non c’era stato tempo nemmeno per mettere il naso fuori dal terminal, perché l’aereo per Quito partiva dopo un’ora. A Milano era Gennaio, mentre lì sembrava estate, ma loro erano prigionieri di quella gabbia di vetro ad aria condizionata. Era risalito sull’aereo a malincuore, e forse l’inquietudine era iniziata proprio lì. E di nuovo in una cabina pressurizzata, col fumo di Fantoni nelle narici. Altre sei ore di tortura. Poi Quito, finalmente. Una camera all’Hotel Colón. Si era girato nel letto per sei ore, prima di rinunciare a dormire. All’alba era sceso nella hall, mentre Fantoni dormiva, in balìa dei suoi sonniferi. Era uscito a piedi, nelle strade deserte, senza neanche sapere dove andava. Aveva camminato per ore, si era perso. Della frutta comprata al mercato gli aveva tolto la fame, si era dissetato con l’acqua della fontana del chiostro, nella cattedrale. Era tornato in albergo con un altro taxi giallo e rosso, scassato

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ed ansimante. Alle due del pomeriggio il suo corpo gli diceva che era notte, ma i suoi occhi erano pieni di quella luce, la pelle era come percorsa da corrente elettrica. E la pazzia lo aveva preso. Aveva lasciato ricadere il coperchio della valigia sulle camicie bianche e le cravatte grigie. Era andato alla porta, aveva messo la mano sulla maniglia, poi si era girato indietro. La stanza era in penombra. Strisce di sole attraversavano oblique il muro sopra il letto, ma i suoi occhi non le vedevano, persi com’erano su di un paesaggio grigio di nebbia: la sua vita. Si era allontanato dalla porta il tempo necessario per afferrare la borsa a tracolla, con la Leica ed il passaporto. Non gli serviva altro. Poi era uscito dalla stanza, dall’albergo. Fantoni lo avrebbe cercato, si sarebbe arrabbiato... Che importava? Sull’avenida c’era un taxi verde senza insegne, una vecchia Lincoln riciclata. D’impulso era salito. «Donde, Señor?» «La Carretera Panamericana. Conosci?» «Seguro. Dirección?» «Non importa. Sulla strada». «Usted quiere visitar el monumento de la mitad del mundo? El Ecuador? No es distante». «L’equatore? Ma sì, andiamo là. Vamos». Nel piazzale del monumento non c’era nessuno, solo quattro bancarelle con degli indios che vendevano ninnoli per turisti. Ma lui non era un turista. Era sceso dal taxi ed era entrato nella fresca penombra del planetario. Una ragazza bruna, giovane e formosa lo aveva accolto con un sorriso. Aveva due occhi blu come il cielo. «Italiano?» «Sì». «Sono Estrella. Gradirebbe... visitare il monumento?» Si erano guardati negli occhi per un attimo, senza parlare. Certo. Ma in un altro tempo. In un mondo che ora si sentiva scivolare via di dosso, dietro la schiena. Aveva chiuso un attimo gli occhi, sospirando:

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«Gradirei, sì. Ma non posso fermarmi. Un’altra volta». Si era girato, diretto di nuovo all’esterno, nella luce abbacinante. Aveva capito che cosa voleva. Se si fosse fermato ora, non avrebbe più avuto il coraggio di continuare. Raggiunse la Lincoln, salì sul sedile anteriore e diede una manata sul cruscotto bollente. «Vamos!» «Donde?» La faccia di cuoio dell’autista era impassibile. «Verso il Sur. Quanti chilometri ci sono fino al confine?» «Quinientos, más o menos». «Cinquecento, eh? Mi puoi portare fin là?» «Seguro. Pero... mucho dinero». «Bastano cento dollari americani?» «Suficiente para llegar allá... no para devolver!» «Tornare?... Chissà. Ma mi porteresti anche oltre?» L’uomo lo fissò, senza cambiare espressione. Disse: «Quien sabe?» Poi mise in moto e ingranò la marcia. Le ruote girarono a vuoto e sollevarono polvere gialla, poi morsero l’asfalto morbido come pasta. Era una pazzia, lo sapeva. Ma il suo cuore batteva felice, pompava sangue in una testa leggera come una nuvola.

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Ghost writer “Sguardi”, settembre-dicembre 2005

Di solito, la mattina, mi fermo un po’ davanti allo specchio. «Lettere Moderne a pieni voti», mi ripeto. Poi mi lavo la faccia, questa faccia scialba, intercambiabile. Mi faccio la barba, mi asciugo, mi pettino, mi vesto. Ma non esco di casa, non ne ho bisogno. Niente stress del traffico, della metro che non arriva, dell’autobus che è in sciopero, del cartellino da timbra-re. Magari potessi timbrare il cartellino... Invece mi siedo al computer e scrivo, scrivo belle frasi. Ma le firma lui, Giulio Stilo. No, non lo odio. Anzi, mi fa quasi pena: quando ti prendono nell’ingranaggio, è difficile u-scirne. Sette anni fa Stilo scrisse un racconto che vinse un premio (sospetto che neppure quello fosse farina del suo sacco). Amici influenti gli montarono la testa: interviste, congra-tulazioni, trasmissioni televisive. Era molto bravo, a comparire. A scrivere, pochino. Invece gli chiedevano altri splendidi racconti, il romanzo che doveva avere per forza nel cassetto, tutti ne hanno uno. Insistevano. Scrisse un altro racconto, una cosa orribile, illeggibile, penosa. Io ero correttore di bozze: mi chiese aiuto e lo aiutai. Glielo riscrissi di sana pianta. Consegnai il lavoro, Stilo lo lesse, lo rilesse, mi fissò a lungo. Mi offrì questo incarico “importante, ma un po’ nell’ombra”. Poco pagato, che ci escono a malapena l’affitto e il cibo, ma non è questo il punto. Il punto è che (quando è stato? Un anno fa? Due?) ho cominciato a sentirmi un fantasma, ho iniziato a sbiadire. La mattina mettevo una mano davanti al viso, e a volte mi sembrava di non distin-guere né la mano, né il viso.

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Ad un certo punto ho temuto di scomparire del tutto. Oh sì, io esco di casa, ogni tanto. Quasi sempre per andare da lui a discutere dei “progressi del lavoro”. «A qualsiasi ora, mi raccomando. Quando ti viene un’idea, quando hai qualche dubbio. La mia casa è sempre aperta. Anzi, ti do le chiavi, così non hai nemmeno bisogno di suonare. Collaborazione. Collaborazione, mi raccomando». Si raccomanda sempre, Stilo. È gentile, educato, ti fa sentire la persona più importante del mondo. Ma lentamente ti ruba la personalità, poco a poco ti succhia la vita. Lui ed il maledetto romanzo. “Abbiamo deciso” che doveva essere un giallo, ma un giallo diverso, un giallo che diventi una pietra miliare, come dice lui. E il giallo procede, infatti. Ma ieri ho avuto la certezza che un altro fenomeno stesse progredendo, che fosse giunto addirittura alla fine: ho guardato nello specchio, e nel riquadro c’erano solo le piastrelle rosa a fiori di lavanda, un angolo del box doccia, l’asciugamano marrone (dovrei cambiarlo, lo so) e in primo piano, proprio davanti al vetro, i flaconi delle pillole per dormire e delle gocce per stare sveglio. Nient’altro. Ma non ero ancora sicuro. Mi sono vestito a tentoni, tremando, nel buio della camera: avevo paura di vedere – anzi di non vedere – le mie mani e sono uscito. Fuori era scuro, il sole si alza dopo di me in questa stagione, ma c’era già qualcuno per strada. Ho osservato la gente: nessuno ha mostrato di notarmi. Allora ho preso un autobus. A quell’ora si sonnecchia, si vive ancora nel proprio mondo, ma non si può essere ciechi. Mi sono seduto di fronte ad un uomo in tuta da operaio, ma quello non mi degnava di uno sguardo: fissava davanti a sé, senza vedermi. Era così, dunque! A quel punto la rabbia mi è montata in corpo. Sono sceso sotto casa di Stilo e sono entrato. Ho salito le scale lentamente. Dormiva ancora, avvoltolato nelle coperte come un bambino, e russava. Questo mi ha colpito: all’improvviso l’ho visto senza filtri, al naturale, senza quel suo fare accattivante con cui ti manipola, che ti costringe, che ti fa credere che hai deciso tu. Sono andato in cucina e ho aperto un cassetto, ho preso il col-

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tello a punta, quello per taglia-re la verdura. L’ho guardato un attimo e ho sorriso. “Come nel romanzo”, mi sono detto. Stilo allora s’è svegliato. Oh, lui sì, lui m’ha visto subito. Segno che il ragionamento fun-zionava, segno che l’idea era quella giusta. Ha urlato, ma non tanto. E dopo, fuori di casa, gli altri ancora non potevano vedermi. Stanotte un lungo sonno profondo, senza sogni; come non succedeva da mesi. E stamattina, in bagno, ho tirato un sospiro di sollievo. Ho rivisto la mia faccia. Una faccia scialba, intercambiabile, ma è la mia, non c’è alcun dubbio. Ed ora anche il romanzo è mio: ci metterò il mio nome, finalmente. Questa è la volta buona, questa è la volta che divento qualcuno. Me lo sento.

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ANDREA CIRILLO

Malinconie amare, meravigliati smarrimenti e disperazioni di miele. Affiorano contrastanti e inaspettate, le sensazioni a sfumature forti dalle pagine di Andrea Cirillo, un giovane in continua evoluzione stilistica e narrativa. Dire che Cirillo sia cresciuto con la Luna di Traverso, sarebbe marginale per un autore come lui, sempre alla ricerca del nuovo, in un turbinio di esperienze, dal teatro alla poesia, che con la scrittura lo assorbono completamente. Dalla penna di Cirillo escono racconti come sogni, storie che dalla realtà sconfinano nella fantasia, rimanendo, però, sempre ancorate al contingente materiale, spesso deludente e a volte insopportabilmente assordante, del vero. I suoi personaggi, che ad un primo sguardo potrebbero apparire perdenti, coi loro gesti assurdi, fuori dalle righe, rifiutano la quotidianità con una lucidità serena, uscendo di scena da vincitori con la propria originale, a volte unica ed estrema, soluzione al male di vivere. Dentro e Fuori. A cavallo tra illusione e realtà. Come una poetica costante che ricompare, più o meno marcatamente, in tutte le sue storie, con personaggi in fuga in un’incessante propensione all’infinito, al sentimento, alla libertà. In una sorta di museo improvvisato, il protagonista del racconto conserva pezzi di memoria aggrappandosi al passato per non essere cambiato, mentre fuori la città e lo scorrere del tempo avanzano vorticosamente mutando ogni cosa, e con esse le persone che vi si riflettono. Il contrasto tra queste due dimensioni è reso perfettamente dalla struttura del

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racconto, dal sapore di avanguardia del Novecento, che al Boom della città che distrugge vecchi edifici, soffocando le voci di bambini ormai anziani, contrappone un silenzioso ma altrettanto potente scrivo, che con cura raccoglie le briciole di epoche lontane, annientate dalla deflagrazione. La contrapposizione tra una città quasi crudele e il desiderio di fuga dalla vita quotidiana, si ritrova anche negli altri due racconti di Cirillo. In Come fumo il protagonista trova nel darsi fuoco davanti a una folla superficiale, curiosa ma indifferente, l’unica via di salvezza all’anonimato della società moderna, dove nessuno ti nota nemmeno se giri con una tanica di benzina in mano. Solo così, da “comparsa” riesce a diventare “attore”, protagonista di una storia in cui anche personaggi secondari, come il poliziotto, fragile nella sua inesperienza, risultano mediocri ma quasi giustificabili di fronte alla sua scelta di morire per abbracciare l’infinito. Altro modo di ingannare il reale, nel racconto In bocca, è creare un universo parallelo, in cui il mondo ruota attorno ai movimenti casuali di un dado, lanciato di notte, lungo le strade di una città che al buio si trasforma nello scenario delle più semplici quanto più strabilianti avventure, nel continuo tentativo dei protagonisti di sfidare con il gioco l’esistenza, alla ricerca di una parola nuova per dare un senso alla realtà. Rarefatte atmosfere da western metropolitano, personaggi delineati in frasi concise, attraverso dialoghi secchi che fanno sorridere nella loro pretesa di sacrale serietà, fatta di regole rigorose, portano ad un finale a sorpresa, dove l’unica spiegazione risulta essere di nuovo quella che stravolge ogni sensato principio, con un surreale che si manifesta in un dado a sette facce. Espressioni poetiche, metafore evocative e un linguaggio a tratti sperimentale, uniti a idee originali e profonde, fanno di Cirillo un autore che sicuramente anche in futuro non smetterà, in maniera sempre mutevole, di sorprendere i suoi lettori.

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Come fumo “Confini”, dicembre 2003-febbraio 2004

Il mondo è un groviglio di linee: sono storie che partono da un punto e fuggono verso altri punti. Nella città uno smisurato numero di penne s’incontra per disegnare buffi scarabocchi lungo le vie. Sono così tante che è come se nemmeno ci fossero. Se stai attento, puoi mimetizzarti come un camaleonte, nella città. Puoi farti grigio come la strada, prendere il colore delle case o del maglione di chi ti passa accanto. Se fai attenzione, puoi camminare senza che nessuno alzi lo sguardo, nella città. Puoi avanzare districandoti nelle linee. È quello che fa il ragazzo, in questa mattina di primavera che porta odori di petali e di freschi calori. Se ne va per le vie della città, vestito con giacca e cravatta e con in mano una tanica di benzina. Nessuno gli bada, tutti continuano a parlare con se stessi, a ripetersi la lezione, il come fregare il cliente o il datore di lavoro. Tutti vanno avanti e non fanno una piega nei loro funambolismi. Quasi fischiettando, il ragazzo entra in un vicolo stretto e chiuso, senza alcuna fretta. Con due occhi da bambino, ci entra. Si mette in fondo, guarda il muro assurdo che tappa la strada e fa un sospiro che si tira dentro l’aria di tre uomini e un canarino e poi si volta. Si volta e apre la bocca e grida: «FUUMOOO!» Strilla con tutta la sua voce. Grida, che le sue corde vocali protestano: «FUUMOOO!»

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Ogni suo muscolo si tende nell’urlo e la pelle diventa una cosa sottile. La gente piano piano si ferma. Sente le urla. Si accorge di lui. Si ferma. Ma si tiene a distanza, perché non si sa mai. Si mettono lì, all’ingresso del vicolo, sulla soglia, uomini e donne come stille di pioggia. Il ragazzo guarda il varco che si chiude di facce, poi s’alza la tanica sopra la testa, chiude forte gli occhi e la bocca, e se la versa addosso. La benzina gli cade giù come se fosse sotto la doccia. Le gocce amare gli scendono sul collo, strisciano sotto la maglietta, cadono dai capelli come l’acqua dalle grondaie. La gente che è diventata folla non fa nulla, guarda e basta, e si tappa il naso per la puzza di nafta. «FUUMOOO!» urla il giovane sempre più forte, senza aprire gli occhi. «FUUMOOO!» Dalla pozzanghera di uomini spunta un giovane con una divisa da poliziotto e chiede al ragazzo: «Che sta facendo?» e subito si accorge d’aver fatto una domanda stupida. Ma è nuovo: fa quel lavoro da due settimane, prima era imbianchino. Il ragazzo apre gli occhi: gli bruciano. Dice: «Brucerò». «Si darà fuoco?» domanda nuovamente lo sbirro e si morde la lingua per un’altra sciocca domanda. «Si calmi... la prego, si calmi...». «La mia pelle. Le darò fuoco» ripete il ragazzo sicuro. «Sotto la pelle c’è tutto il resto» gli dice il poliziotto e si mette la mano al naso per non svenire. «La mia pelle è cellophane. Il mio cuore e il mio cervello sono cibo. Fumo! Voglio diventare fumo!» Il ragazzo in divisa non sa che fare. Pensa di chiamare rinforzi alla radio, ma è certo che lo prenderebbero per un incapace. «È un momento» prova a dire «se resisti, capirai che darti fuoco non serve...». Dalle finestre sopra la scena, le teste cominciano ad affacciarsi curiose con i pop corn e la Coca Cola. Tra la gente che intasa il passaggio c’è un ragazzino che manda un sms, una signora che commenta nell’orecchio del marito e che con gli occhi non ab-

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bandona per un istante l’evento, una coppia felice che si bacia e si abbraccia. «Volerò, mi dissiperò...» dice il ragazzo. E non urla più. «Finirò nella sua stanza e la osserverò mentre dorme. Mi confonderò nei fumi dei locali per guardare la sua risata e il gesto che fa quando si accarezza i capelli. Mi confonderò nel fumo delle sue sigarette e la bacerò dolcemente...». Tira fuori una scatola di cerini dalla tasca della giacca. «Fermo! Fermati!» l’agente lo rincorre con la voce e fa un passo avanti e poi un altro. «Non muoverti! Non fare un passo!» gli dice il giovane rubandogli la battuta «Questa è la mia scena!» «Non pensare a chi ti abbandona. Pensa a ciò che lasci» gli dice il poliziotto, e non osa muoversi. Il suo mestiere non è il rischio. «Sarò tutto, sarò dappertutto... Sarò nel fumo delle caldarroste, nelle giornate d’inverno, e in quello delle grigliate di pesce, d’estate, al mare... Non sarò più intrappolato in questa pelle... Io volerò...». Prende un cerino dalla scatola e grida: «FUUMOOO!» La sua pelle come cellophane, frontiera invalicabile tra l’essere e il non essere. Il cerchio che tiene legato il poliziotto. Le persone che serrano la fuga. Il muro assurdo. Tutto fermo. Tutti confini. Se fai attenzione, puoi passare in un solo istante da comparsa a primo attore, nella città. Puoi fare alzare il capo alla gente che passa e incollarle gli occhi su di te. Puoi cambiare le linee che tagliano il mondo. Puoi convergere su di te il punto di fuga. E dall’alto del cielo sale una nube di fumo.

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Dentrofuori “Confini”, settembre-dicembre 2004

Dietro a un vetro dei cocci, pezzi di mattone, vetri, schegge di legno, scampoli di pietra. Davanti a questi, sopra fogli piegati, delle scritte: Se gli altri rimangono, rimango anch’io, Misonoinnamora-todite, Mi chiamo come te, Dichiarazione d’amicizia. Amore. Poco più in la, su una sedia, un vec-chio. È una casa umida. Le gocce di sudore scendono dal viso del vecchio, colano giù fino al collo come pietre in un crollo: «Mi sto sciogliendo io, o tutto il resto?». Ma il bambino davanti a lui è fresco come una rosa: gioca con dei soldatini di piombo, ricordo di storie passate, senza proferir parola. «Passa il tempo e c’è sempre più caldo, figliolo. Chissà per quale vecchiaia: la mia o del mondo?». Il bambino alza gli occhi e mostra un sorriso solare. Un orologio a pendolo rintocca le quattro. Il giovane ascolta i quattro colpi con attenzione, come se fossero gli avvisi che sputano gli altoparlanti delle stazioni. Dlin dlon: uno, due, tre, quattro. Si alza, bacia il vecchio sulla fronte accaldata. Se ne va. Il vecchio rimane seduto. Chiude gli occhi. . . . . . . . . . Sopra un banco c’è una matita. Io sono sulla soglia della porta. In un an-golo c’è un uomo che piange. Seduta sul fondo

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una ragazza dai capelli di grano. Sulla cattedra una donna che urla. Io sto sulla soglia. C’è un uomo con i riccioli che continua a parlare in lingue diverse. Un ragazzo sta se-duto vestito da pompiere. C’è un fetore che giunge da un angolo. Una ra-gazza coi capelli come la notte e gli occhi come il cielo. Io non sto più sulla soglia. Sto seduto con la matita in mano. Sulla mia sinistra una fila di fine-stre luminose. . . . . . . . . . . . . L’inventore della dinamite è stato Alfred Nobel, quello del premio, nel milleottocentosessantasette. Il bambino appoggia la sua bici ad un muretto e si unisce alla folla che aspetta il grande show. Nella nuova era è scomparso il concetto di “permanente”. Si da una data di scadenza ad ogni cosa. Questo edificio scade fra dieci anni: dieci anni e c’è un bel botto. E se dentro c’è un ricordo o mille: chi se ne frega. Il bambino si fa strada tra la gente che nemmeno si è accorta di lui. Si mette sopra un muretto e aspetta. Sparsi per le strade adiacenti all’edificio in demolizione ci sono cartelloni con il nuovo progetto: Area Blu, si chiamerà. Ma che cosa vuol dire in pochi lo hanno capito. Gli operai dentro il palazzo controllano che sia tutto a posto. Hanno preparato per l’esplosione da tempo, smantellando un po’ di roba e disponendo gli esplosivi in modo che la costruzione cada su sé stessa. Morirà accasciandosi sulle proprie gambe. La festa sta per iniziare. Il bambino dal muretto li vede uscire piano piano dall’edificio. Nell’aria l’attesa è all’apice. La folla pregusta già l’odore di bruciato che si diffonderà in pochi istanti. Manca poco oramai. Una voce 51 artificiale fa countdown. Alfred Nobel guarda dall’alto. Si sentono


gambe. La festa sta per iniziare. Il bambino dal muretto li vede uscire piano piano dall’edificio. Nell’aria l’attesa è all’apice. La folla pregusta già l’odore di bruciato che si diffonderà in pochi istanti. Manca poco oramai. Una voce artificiale fa countdown. Alfred Nobel guarda dall’alto. Si sentono come delle grida venire dal palazzo: voci di ragazzi in una scuola.

BOOM! . . . . . . . . . emicrania . . . . . . . . . Uno scioglilingua, ecco che cos’è, una città. È delle labbra che si muovono e che continuano a cambiare. E le parole sono nell’aria. Conservo pezzi di passato, memoria materiale: delle briciole tra ciò che sono e ciò che ero. Perché ogni volta che riapriamo gli occhi c’è una strada che cambia, e questo vuol dire che anche una parte di noi si trasforma o se ne va con essa. Perché le città e la nostra mente si assomigliano: sono fatti di vie, di muri, di edifici strani, freddi, aulici, sono fatti di giardini, di cortili. Entrambe. Io sono sia dentro che fuori. . . . . . . . . . Sul volto un leggero alito di fresco. Sulla spalla una mano che

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scalda. «Sei ritornato?». Il bambino sorride e apre una mano. «Che cos’è, un pezzo di una finestra?». Il piccolo muove il capo in un assenso. «E ha fatto un bel botto?». «Un bel casino». Dice il bambino. Il vecchio prende in mano il pezzo di finestra e se lo porta agli occhi, poi lo restituisce al giovane che lo mette nella vetrinetta, in fondo al resto. «Ora scrivi» dice l’anziano «io sto con una matita in mano». L’orologio batte le otto. . . . . . . . . . E allora, figliolo mio, come possiamo trovare la via di casa, se sono le stesse vie d’uscita che con-tinuano a cambiare, senza sosta, sotto i nostri occhi? . . . . . . . . . SCRIVO . . . . . . . . . «Io sto con una matita in mano.»

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In bocca “Passione”, gennaio-aprile 2005

Dio allora ordinò: «Vi sia luce». E vi fu luce. (Genesi 1,3) Ci trovavamo ogni notte sotto lo stesso lampione, come quattro puttane, tra i brandelli di sigarette e i fili d’erba che lottano contro il marciapiede. Io, Fetta, Checco, Nik. Slegavamo le biciclette incatenate tra loro e andavamo per la città in cerca di una via mai vista: c’è sempre una fila di palazzi che è sfuggita al tuo sguardo. Giocavamo in casa d’altri. In angoli bui del nostro cervello. E si giocava a dadi. Non per soldi o per gloria. È la regola numero uno, la più importante: il dado è sacro. È quello che ho, che abbiamo: sei numeri da giocarci. Giocavamo perché il mondo è come una strada dissestata. Tentavamo di riempire le buche. Arrivati dove la corrente ci aveva condotto, sbattevamo a terra le nostre navi arrugginite e ci mettevamo uno di fianco all’altro. Il primo tiro era così, per scaldarsi: nemmeno guardavi che avevi fatto. Dopo si veniva subito al dunque. Partita secca. Sempre che non venisse il Killer, il numero più alto. Perché il Killer non ha sentimenti: ammazza la partita, che sia il primo o l’ultimo. Era una delle sei regole. Finché venne il quinto tiro.

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Ci domandavamo se l’acqua avesse potuto sbiadire le parole, quella notte. Pioggia pioggia pioggia pioggia. Fitta come grate di confessionali. Fine come aghi di cielo. E in mezzo a quella sassaiola spunta un uomo alto, con un impermeabile grigio e un cappello, che pedala tranquillo verso di noi. Dietro, un semaforo come una debole candela. Sulla sinistra, le quattro bici martoriate dall’acqua. Sulla destra, lampioni in preghiera. Davanti a noi, un uomo che sembra uscito da un film. Scende dalla bici e l’appoggia sul cavalletto. Ci guardiamo. Durante le partite, tutti stanno alla larga. Di giorno nessuno ci teme, ma di notte la gente ci considera un pericolo. Il Checco, con garbo: «Cazzo vuoi?» L’uomo alza lo sguardo. «Ho un dado». Mica basta avere un dado per giocare, penso io. «Mica basta giocare per avere un dado» dice Nik, che a volte accavalla le frasi. Lo sconosciuto guarda Fetta. Ha un volto scavato come da una malattia, perfettamente asciutto, come se fosse protetto da un campo magnetico: le gocce scendono dal cappello, scostano la faccia e cadono sulla spalla del soprabito. Gli dice: «Sputa per terra». Fetta, che non ha certo l’educazione del Checco, ubbidisce. In un attimo la pioggia sciacqua via la sua bava. «Il mondo è un marchingegno labirintico, creato da Dio con le parole. La parola pioggia lava via la parola sputo». Fu con noi. Eravamo il filo d’erba che spinge contro l’asfalto, il dado che batte sulla strada. Con i sei numeri che ci restavano, sfidavamo l’esistenza. Cercavamo il senso, il modo di unire il cerchio alla retta. Una parola nuova. «In casa d’altri una volta soltanto», dice il Checco. Continua Fetta: «Ovunque il dado cada è caduto». «La bici è la nostra nave, il lampione il nostro molo», ancora Checco. Poi Nik: «L’asfalto è il nostro mare». Fetta: «Il Killer ammazza la partita». Sta a me. Respiro a fondo e con tono solenne: «Il dado è

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sacro». Il primo è Fetta. Si mette il dado davanti agli occhi. Il dado, le righe di pioggia. Lo butta in alto una volta e lo riacciuffa stringendoselo nel palmo. Via. Parabola arcuata, veloce. Rotazione: in avanti. Cade a terra, inciampa. Tre. Fetta smorza un «cazzo» tra i denti. È il turno di Checco. Checco è il mago della tecnica. Sa fare cose con un dado che voi umani non potete nemmeno immaginare. Non ha fronzoli. Fissa la fila di macchine che chiude la strada e lancia. Incredibile. Riesce a dare un effetto zig-zag degno di un giocatore di baseball. Eccellente, come al solito. Come al solito anche il re della sfiga: uno. Io. Mi chino. «A cavallo di una tomba e una nascita difficile». È come un rito. Poi tiro. Rasoterra, con tutta la forza che ho. Il dado sembra una macchina impazzita: salta, si scaravolta, rimpatta sull’asfalto. Rallenta. Si ferma accanto al pneumatico di una Punto blu petrolio. Quattro. Non male. In fondo ho più numeri dietro che davanti. Ora Nik. Lancia il suo dado in alto, tanto in alto che non lo si vede più. Ha fatto l’istituto d’arte, il ragazzo. Ha il senso dell’estetica. Il cubo precipita con la pioggia. È una corsa tra acqua e plastica. Al fotofinish: il dado cade sul cofano della Punto blu petrolio. Toc. Sei. Il Killer. Io e Fetta ci avviamo a controllare i punteggi. Lo straniero rimane impassibile nel temporale con lo sguardo puntato a ore dodici. «È il Killer», gli dice Checco, «la partita è finita». Si volta verso me e Fetta, due passi più in là. Ci fermiamo. «Niente di personale: è il regolamento», dice Nik, «ho vinto». «Come volete», dice, abbassandosi il cappello. Non avrei mai violato le regole: conosco bene la fragilità dei riti. Ma quell’uomo mi affascinava. Non aveva nessun marchio. Fu per questo che gli dissi di tirare. «Tira pure». Nik e Checco mi fulminano con lo sguardo. Lo straniero si concentra. Si passa il dado sul palmo come

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se sgranasse un rosario. Il quinto tiro. Il dado cade e comincia a ribalzare avanti e indietro come un pendolo, e noi con lui, quindi si appoggia su un angolo e ruota. Ruota per una decina di secondi. E poi il silenzio. Nella pioggia infinita, appesantiti dall’acqua, girarlo e rigirarlo per contarne le facce. Nella strada nera annerita dal cielo ripetersi che un dado è un cubo e che in un cubo ci stanno sei facce. Non è possibile. Sette su sei. Come un bozzolo appeso alle corde vocali.

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ELVIS CROTTI

Elvis Crotti è persona schiva, che non ama il glamour e bada al sodo. Ce ne siamo accorti quando, dopo aver deciso di pubblicare il racconto L’odore della città, abbiamo organizzato un reading per la presentazione della rivista. Generalmente gli autori sono ben lieti di leggere in pubblico le proprie creature, ma Crotti ci ha detto di no. Naturalmente abbiamo provveduto a farlo noi, poiché il racconto è così bello che doveva essere letto. Crotti era uno degli spettatori nella platea buia: non sapevamo che faccia avesse, perché non lo avevamo ancora visto di persona e sicuramente se lo godeva come tutti gli altri. Il suo approccio ad una storia è sempre discreto, mai lineare, e questo non è il suo principale pregio. Il lettore viene condotto lentamente ed obliquamente, soffermandosi lungo il cammino in angoli di visuale che paiono anomali, verso la conclusione della storia. Conclusione che non è ovvia, mai. E nel frattempo l’Io narrante, che parla in prima persona, ti spiega per filo e per segno, per così dire in diretta, ciò che sta succedendo non solo riguardo agli atti materiali, ma anche ai magmi ribollenti che si agitano all’interno del suo essere. È bene a questo punto specificare che in una storia, se i personaggi non hanno desideri, nodi irrisolti, risentimenti o addirittura odi feroci, purtroppo risultano un tantino noiosi. Non è il caso de L’odore della città e nemmeno di Swimming pool, i due racconti di Crotti che qui presentiamo. Il primo è decisamente tosto e qui ci fermiamo, lasciando al lettore il piacere della lettura. Il secondo è più placido, introspettivo, ma sempre con quel pathos che fa desiderare di ar-

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rivare alla fine, ma non subito, per carità, così ci godiamo anche il tragitto. A conoscerlo di persona, Elvis appare una persona come tante, una persona come noi. D’altra parte, noi stessi non è che siamo proprio lineari e cristallini, anche se non sembra. Chi non ha desiderato almeno una volta di dire al capo quel che si merita, oppure di prendersi una rivincita sul vicino di sopra che annaffia i fiori bagnandoci ogni volta, o di avere il coraggio di parlare chiaro a genitori, figli, mogli, mariti, amanti, vigili urbani, parlamentari, ministri? Crotti lo fa, per interposta scrittura, e lo fa molto bene, interpretando non tanto suoi nodi personali, ma quelli universali che caratterizzano ogni essere umano che si agita su questa terra. Speriamo che continui a farlo, e speriamo che questa antologia possa servirgli da trampolino per spiccare il volo.

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L’odore della città “Asfalto”, Settembre 2005

Il fanatico è colui che raddoppia lo sforzo quando si è dimenticato del suo scopo. George Santayana Pensavi che Wile E. Coyote non mi piacesse? Lo adoro, invece. Mi intenerisce il suo muso sconsolato quando il piano ideato per catturare lo struzzo fallisce. Tu, lo so, non ami i Looney Tunes. Sei cresciuta con gli occhi frementi di Actarus, la pubertà soffocata di Candy Candy, il gelido indaco cielo di Go Nagai. Questione d’età. Nelle passioni adolescenziali degli amanti affiorano le ombre dei declini amorosi. L’introduzione ai piaceri dell’enogastronomia portava la mia firma, lo stupore per i panorami boreali aveva il colore dei tuoi occhi. Nel dormiveglia mi capita ancora di chiamarti Amore. Tu fingi di dormire ma, appena ti sfioro, il tuo corpo rilassato s’irrigidisce, il respiro si fa subito guardingo. Ti succedeva anche in automobile. Guidando, sperimentavo la felicità artificiosa: il blu cobalto del contagiri, il profumo di te impaurita rannicchiata sul sedile, la tua pelle eterea che sfiorava la mia. Scivolavamo, nella notte, a 200 km l’ora sulla tangenziale deserta. Guardando scorrere il mondo dal finestrino, il sibilo inesorabile della morte sembrava svanire. Perché non mi è bastata quella confortante contentezza, l’omertà, le nostre promesse incastonate in 18 carati?

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Quando ero bambino m’incuriosiva sapere come Wile, vivendo nel deserto, riuscisse a procurarsi il materiale per costruire le sue trappole. Io tifavo per lui, ammiravo il suo ingegno. Odiavo lo struzzo. Oggi, per me è tutto più semplice: mi posso connettere a Internet, selezionare il motore di ricerca che preferisco, inserire la parola chiave – in questo caso conglomerato bitumoso – e attendere che la clessidra scompaia. La prima volta che mi hai parlato di Ruggero eravamo al ristorante, ricordi? Avevamo scelto una tempura di verdura e gamberi, vino bianco del Trentino, pane di sesamo. Ruggero, era l’ultimo della lista. Quanti amanti hai avuto prima di lui? Due anni prima avevi deciso che il mughetto sarebbe diventato il profumo della nostra relazione. Da allora, ogni tua sciarpa, palpebra, lacrima, movimento impercettibile della mano, possiede la persistenza odorosa di quel fiore. Dopo aver fatto l’amore ritrovavo quel profumo in mezzo alle cosce, in fondo alla gola, sotto il cuscino. Ossessiva mi rimanevi addosso anche quando non c’eri. Non mi prenderai mai, mi sussurravi prima di sparire per giorni. Perché mi guardi così? Ti stupisce vedermi con i pantaloni della tuta e la maglia con la faccia di Wile? Ma cara, oggi è domenica! Capisco, sei abituata alla mia composta eleganza: giacca a tre bottoni, camicia mai bianca, scarpa sempre lucida. Sono questi guanti da carpentiere che ti spaventano tanto? Da piccolo mi piaceva giocare con il nastro isolante trasparente. Prendevo l’impronta delle mie labbra e poi la appiccicavo ai vetri. Distribuivo baci sulla superficie fredda della finestra. Sapere che tre strisce irregolari di isolante tagliano in due le tue labbra bellissime mi commuove. Vorrei salire in cucina, appendere il calco dei tuoi baci sterili al vetro più alto della portafinestra, quella che dà sul giardino, e guardare i tuoi baci in controluce. Illudermi di provare pietà, sconfiggere l’ombra del tradimento. Perché mi hai tradito! Non è vero?...

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Vuoi qualcosa da bere? Per l’occasione potrei slegarti, farti accomodare sul divano e offrirti del vino. Che ne dici di un Cabernet californiano della Columbia Valley? Vedi, il problema è che nei tuoi occhi non ritrovo la luce dei primi giorni. Non sopporto più i tuoi ritardi, le improbabili scuse, l’incombere silenzioso di Ruggero. Pago dazio. Ogni sera ti aspetto come aspettavo mia madre, che d’inverno non arrivava mai. Sul balcone di casa vedevo scendere la notte, circondato dalle ombre scure dei platani. Indovinavo le automobili dalla forma dei fanali. Poi, finalmente, riconoscevo il rumore del motore della sua Citroen, la luce intermittente della freccia. Solo allora il cuore si placava: la paura dell’abbandono si ritirava umida nel guscio di una gigantesca lumaca che scompariva nel bosco. Tu avevi scelto il mughetto, io per dimenticarti scelgo l’odore della città. Dieci giorni fa ho acquistato sul sito della Stavanger Ragoland Norvegian tutto l’occorrente, ho pagato con carta di credito, letto le istruzioni, rovesciato il materiale sul pavimento della taverna. La trappola è scattata ieri sera: cena al lume di candela, cognac di mezzanotte, baci annoiati, alba gelida. Quando ti sei svegliata avevi le mani legate, il vestito ai piedi del letto. Ti ho preso in braccio, sono sceso in taverna. Pensavi giocassi. Il camino è acceso da qualche minuto, alimento la fiamma con piccoli arbusti secchi. La luce del primo fuoco risplende sulla tua pelle, danza sul pizzo immacolato del reggiseno. Vampe calde corteggiano le tue cosce nude. Sdraiata su questo kilim sei bella e letale. Ho deciso di negarti per sempre il sole sulla pelle, la fragranza del mughetto, quel neo diabolico che hai sul culo. Oggi voglio regalati un vestito nero catrame che odori di Milano, fermare la tua fuga, scrivere con questo legnetto appuntito il mio nome sull’asfalto rovente. Voglio lasciare l’impronta della mano, come fanno le star di Hollywood, sulla tua schiena neropetrolio. E insieme alla mia impronta, il nome, il giorno, l’ora di quest’ultima dichiarazione d’amore.

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Swimming pool “Acqua”, 2006

Nuoti con lentezza. Le mani si sfiorano nella massima estensione della bracciata per poi sparire più in profondità, assecondando il movimento delle gambe. La testa resta ferma, fuori dell’acqua. Respiri senza affanno. Guardi il cielo, lo scorrere delle nuvole, le scie degli aeroplani. I rumori del mondo fuori sono morbidi e imprecisi. La piscina è un grande rettangolo circondato dal cemento. Ha 8 corsie e tu, a fine vasca, chiudi gli occhi, respiri l’odore del cloro, le mani aggrappate al bordo della corsia numero 5. Lei, sempre lei che ti batte in testa. È come l’acqua. Quante volte l’hai sognata? Avete fatto l’amore quasi subito. Ci sono corpi fatti per entrare in altri corpi, acqua sotto pelle, acqua fluida intorno ai muscoli. Il suo sesso era fatto per il tuo sesso, la sua dolcezza ti toccava il cuore. Tu sei un organismo imperfetto, concepito per ricevere e dare. Nascere, crescere, morire. Tutto da soli. L’amore compensa l’inadeguatezza della vita. A volte ti è sembrato così straordinario sentire il battito del suo cuore contro il petto... La vita adulta è solitudine: acquisti insensati, passeggiate senza meta, mangiare guardando la televisione. Sei la sporadica perfezione di un corpo alla ricerca di qualcuno da amare: incastri, sudore, lingua sulla pelle. L’amore non ammette triangoli isosceli. L’amore non prevede spigoli appuntiti. L’amore è un cerchio: i tuoi occhi dentro i suoi, dita aperte sulla pancia, il palmo della mano intorno a un seno, rotondo, perché vorresti vedere l’orizzonte con i suoi occhi. Per un minuto soltanto: poter guardare

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questa piscina, l’erba appena tagliata, il bosco di platani, lo zigzag dei rami riflessi nell’acqua, il cielo limpido e opprimente. E poi parlare della bellezza delle cose con la sua voce e del dolore che si muove liquido sotto le palpebre: le lacrime del giorno in cui è andata via, quando nel letto ha trovato i capelli di un’altra, una delle tue conquiste. Pentagoni invece di cerchi, angoli severi come lame, zero baci sulla bocca. Affondi la testa sott’acqua e smetti di respirare perché vorresti sparire, placare il cuore mentre guardi, con gli occhi socchiusi, la perfezione consecutiva delle piccole piastrelle azzurre in fondo alla vasca. Ti concentri sulle linee blu cobalto che delimitano le corsie. Cerchi una direzione senza lei, senza le sue mani addosso. Le piccole attenzioni quotidiane sono solo ricordi. Bolle d’aria risalgono in superficie, l’ultimo sole ti scalda la schiena. Intorno non c’è nessuno. Silenzio. Soltanto il gorgoglio dell’acqua e del tuo corpo che galleggia immobile. E nel silenzio del mondo ti sembra di riconoscere la voce di tuo padre che conta: «1,2,3 via!» E così cominci a nuotare: a bracciate rabbiose, i piedi che battono, l’acqua che schiuma e lui lì con te, nella corsia di fianco; elegante, un talento nel nuoto per stile e precisione. Sfiora la superficie liquida con movimenti essenziali, osserva indulgente la tua scomposta dimostrazione virile. Ricordi che volevi sempre batterlo per rubare il tempo all’adolescenza. Quando ti fermi sei al centro della piscina col fiato corto e lui non c’è, e dimentichi la sua voce ogni giorno che passa. Apri gli occhi, il prato è deserto. Le sdraio di tela bianca sono aperte casualmente a gruppi di 4. Il trampolino è una elle rovesciata contro un cielo elettromagnetico viola. La prima luna, una falce. Lei è come l’acqua. Sapeva amare senza imprigionarti con promesse. Sfiorava le tue cellule con le mani. Ti baciava gli occhi mentre dormivi. Il sole sta tramontando e adesso che la paura ti prende lo stomaco, ora che la tua vita potrebbe spezzarsi, rimpiangi ancora quel giorno d’estate. Tu e lei in partenza per una settimana al mare e tuo padre che riusciva ancora a reggersi in piedi: magro senza voce con un’arancia spugnosa al posto di un polmone, che sorrideva. L’aveva abbracciata contento, con

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quella svogliata urgenza che hanno le persone in fin di vita. È stata l’ultima donna che tuo padre ha conosciuto. Nei suoi occhi, quando l’acqua ha fatto breccia nei polmoni, avrà sorriso pensandovi insieme per sempre. Non è andata così. Metti in fila i nomi delle donne venute dopo. Gli amori perduti sono cicatrici asciugate dalla salsedine. Adesso la luna è una parentesi aperta sulla notte. Ti guardi intorno. Nell’angolo più lontano della piscina ti sembra di vedere un corpo di donna. Nuoti piano, le bracciate sono controllate, la mano taglia l’acqua proprio come ti aveva insegnato lui. Attraversi le corsie in diagonale, immergi la testa, fai scorrere la fila di galleggianti sopra la schiena come fanno i nuotatori a fine gara. Nel buio ti sembra di riconoscere le sue braccia esili, la schiena bianca, i capelli che fluttuano. Alla fine della corsia numero 1 c’è lei. Lei, nella tua piscina. Tu e lei, ancora vicini, identiche coordinate nel mondo. Nuoti solo di braccia, le gambe seguono l’andamento del corpo. Riconosci il collo bellissimo, le spalline blu del costume. La chiudi in un angolo. Cerchi di sfiorarla. Hai paura che fugga. Vorresti stringerla, baciarle le labbra tramortite dal freddo e invece niente. Lei ha l’inconsistenza liquida dell’acqua, il corpo un riflesso sinistro della notte, l’ultimo miraggio di questo venerdì di Luglio. Lo sconforto ha l’odore del cloro. Ti bruciano gli occhi. Respiri a fatica. Nell’oscurità, poche stelle opache bucano il cielo.

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GABRIELE DADATI

Gabriele Dadati ha 24 anni. Quando questo suo racconto venne pubblicato sulla nostra rivista, ne aveva appena 21. Uno scrittore giovanissimo, eppure già capace di una sincera ed appassionata simpatia - nell’accezione greca di “sentire insieme” - con i suoi personaggi e le loro storie personali, temperata da una scrittura estremamente lucida e aperta ad originali ed improvvise suggestioni. Istruzioni di volo a chi è destinato al nido del cuculo è il racconto in prima persona di un ragazzo, che ricorda il pomeriggio particolare trascorso con la sorella in un luogo insolito: la clinica psichiatrica dove è ricoverata la cugina, presso la quale si sono recati in visita. Da questa breve storia può subito trarsi la prima istruzione utile alla lettura dell’opera in generale di Dadati: l’autore non teme di affrontare territori insidiosi anche per scrittori ben più esperti, come la pazzia, la morte, la paura, uscendone pressoché senza graffi. Pubblicato sul numero della Luna “Bugie”, Istruzioni di volo mette in scena i membri di una famiglia, tutti impegnati in una tacita finzione che “a non essere pratici”, può venire confusa con buon senso. Apprendiamo così che quando si è consapevoli di mentire, di recitare una parte, si finisce neanche tanto paradossalmente per essere onesti almeno con se stessi, a guardare in faccia la verità che si tiene nascosta al mondo, a riconoscere che dove iniziano le menzogne per gli altri, finiscono quelle che diciamo a

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noi stessi. E poiché Dadati le bugie proprio non le sa raccontare, non possono riuscirci nemmeno i protagonisti dei suoi racconti. Perché la forza della scrittura di Dadati sta proprio nella duttilità, nella capacità di accordarsi volta a volta con la voce di personaggi anche diversi e lontani da lui e fra loro: padri, madri, mogli, assassini o galeotti. A tutti questi l’autore cede volentieri le proprie parole, affinché essi possano raccontarci l’innocenza perduta e il malessere generato da questa perdita. Evocazioni difficili, certo, ma qui presentate con misura, senza provocazioni o sfide al lettore, definite dall’urgenza di un’etica quotidiana che porta Dadati a confessare che: “non si può essere un buono scrittore se non si riesce prima ad essere una persona decente. [...] cerco di essere soprattutto un uomo buono, che a fianco di tante altre attività ha anche quella di raccontare storie”. Attraverso pagine, si vorrebbe aggiungere, tanto sicure e intense da scuotere profondamente il lettore e legarlo per sempre ai personaggi di cui scorre le vicende. Il racconto breve è sicuramente una “stanza”, per dirla ancora con l’autore, in cui questo si muove in tutta sicurezza; né gli ambienti più estesi del romanzo sembrano essere per lui necessariamente i più attraenti. Ma è facile prevedere, che se mai si dedicherà ad opere più estese con la medesima passione profusa nelle “minori”, questo Lunatico saprà ricordarci più d’uno scrittore dal nome illustre.

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Istruzioni per chi è destinato al nido del cuculo “Bugie”, maggio-agosto 2003

La Clinica Psichiatrica di Parma, in fondo a via Coconcelli, è rosso mattone e per questo motivo se non si è pratici ci si può confondere e finire a Neurologia che invece è di mattoni rossi e rimane proprio di là dalla strada. Sabato scorso, per esempio, mia sorella ed io ci siamo confusi e siamo finiti a Neurologia. Poi ci siamo guardati in faccia, abbiamo controllato meglio e chiesto. Alla fine abbiamo imbroccato l’edificio giusto. Siamo andati a trovare nostra cugina che adesso deve rimanere lì per un po’. La fanno stare in pigiama dal mattino alla sera a fumare le sue sigarette e a far finta di studiare per un esame. Lei è diligente e finge per bene. Anche quando una volta al giorno le danno un foglio con su scritte molte domande che le chiedono in maniera malcelata se è pazza lei è diligente e mente proprio per benino, con impegno, in modo da dare lavoro al medico dai capelli bianchi. Ha deciso due settimane fa di aumentare di colpo le dosi di un medicinale che stava prendendo e buttare giù tutta una scatola per vedere se la scatola buttava giù lei. Non c’è riuscita. Sabato ci ha accolti ciabattando in corridoio con un sorriso un po’ distante, gli spigoli delle labbra rialzati ad allargare le guance smagrite e bianche. Ha indicato la porta della stanza alle sue spalle e ha detto che dentro la sua compagna ultranovantenne stava dormendo. Dorme tutto il giorno ha aggiunto stirando un po’ le labbra, quando non dorme fa finta. Poi, dopo, tutti e tre ci siamo messi di buzzo buono a far la

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recita in piedi nel piccolo corridoio. Mia sorella ed io davamo a intendere di credere che lei avesse innocentemente sbagliato le dosi di un farmaco, e lei di rimando stava alla nostra pantomima, proprio come se davvero non avessimo saputo niente. Che la menzogna, pensavo, serpeggia bassa e spiraliforme tra i corridoi bianchi dove si curano le menti. Che la redenzione, mi rendevo conto, qui dentro non consiste nel fatto di guarire, consiste nel fatto di imparare a dissimulare la malattia e a simulare il comportamento socialmente accettabile. Mia sorella era brava: si lisciava la lana del maglione sul ventre per evidenziarlo a dire cresce, guarda come cresce questo piccolino. Raccontava il colore arancione dato alla stanza, il lettino comperato, i dolori alla schiena. Ripeteva il nome scelto come un amuleto per scacciare la tristezza. Faceva le smorfie con la faccia. Nostra cugina le prestava un’attenzione distratta che solo a tratti si ravvivava. In quei momenti mia sorella intensificava la comunicazione su tutti i canali a disposizione: accelerava il corso delle parole, disegnava i profili di qualcosa con le mani nell’aria della stanza, strizzava gli occhi. Diceva delle bomboniere che andava preparando a puntocroce. Abbiamo seguito le orme invisibili che le ciabatte della cugina non lasciavano sul pavimento del corridoio e siamo arrivati di nuovo nell’ingresso della Clinica dove c’erano alcune poltroncine e i distributori di lattine e del caffè. Mia sorella ha trovato per terra una monetina da un centesimo e la cugina ha detto che porta fortuna. Io ho pensato, Allora sarebbe meglio che l’avessi trovata tu, ma mi sono trattenuto dal dirlo girando invece gli occhi verso la finestra che dava sulla striscia spelacchiata di giardino. C’era un cane grigio con il pelo lungo che giocava con un paziente: il paziente urlava «Come sei bello, sembri un topo!» e la sua voce ci arrivava attutita anche se solo io sembravo prestarle attenzione. Le donne sono sempre state più pratiche a maneggiare menzogne sentimentali di noi uomini, di nuovo pensavo senza in realtà parlare per niente, e noi al contrario siamo più bravi con le menzogne di tipo socioeconomico. Forse proprio per questo

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non riuscivo ad inserirmi nella conversazione che le due consanguinee imbastivano su presupposti che vedevo bene fatti di niente. Siamo rimasti a dire e far parole per quasi un’ora, mentre una sigaretta dopo l’altra si consumava tra le labbra esangui e incenerite della cugina. Col fumo tentava di confondere quello che stavamo dicendo, nascondeva le parole che facevano capriole nell’aria per non far vedere come fossero parole zoppe e tutte rattoppate che non volevan dire un bel niente e non andavano davvero da nessuna parte. A un certo punto si è spalancata una porta che non avevo neanche notato ed è uscito il medico dai capelli bianchi. Ha fatto cenno alla cugina di entrare con lui, senza nemmeno guardare mia sorella e me. La cugina ci ha chiesto di scusarla un attimo. Pii quando è tornata, finito il colloquio era già il tempo dei saluti. Ci siamo abbracciati tutti e tre assieme. Io scherzando le ho raccomandato di non divertirsi troppo lì dentro. Mentre mia sorella ed io ci allontanavamo sul vialetto ho sentito lo sguardo della cugina alla nuca, scoccato di là dai vetri dell’ingresso della Clinica. Ho provato una coorte di brividi nel freddo della mattina di metà ottobre, mi sono stretto nel cappotto e ho tirato dritto. Tra me e me ero consapevole di essermi dimenticato di chiederle come stava davvero. Del resto, si mente anche per omissione. Un quarto d’ora dopo sull’autostrada verso casa guidavo l’Opel Corsa di mia sorella lentissimamente. Tutti ci superavano ma io mi sentivo ancora imbrigliato dalla situazione precedente e quindi non mi riusciva di correre come al solito. Una lunghissima bava agglutinante di bugie recitate si protendeva dalla stanza della Clinica Psichiatrica fino alle mie orecchie che non riuscivano ancora a dimenticare i riverberi di suono delle nostre voci mentre facevano quello che in effetti avevano fatto. Andavo talmente piano che i moscerini dell’autunno invece mi si spiacccicavano sul lunotto per la fretta di superarmi.

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MARIA CHIARA MESSORI

Maria Chiara Messori, giovane autrice reggiana, da tempo impegnata in collaborazioni con diverse riviste letterarie, è riuscita a dare una fisionomia autorevole al suo stile pulito e sereno, conferendo un’interessante nobiltà al suo modo di scrivere. La Collega e La bici del Pepi pur non potendo essere racconti esaustivi sull’autrice, contengono indicazioni significative circa le sue caratteristiche sia circa le scelte tematiche che circa lo stile. Già ad una prima lettura si sostanziano alcuni tra gli elementi distintivi della sua narrativa, quali l’immediatezza della dinamica e l’estrema pulizia del lessico. Il suo modo di scrivere né roboante, né barocco, è comunque capace di prendere per mano il lettore accompagnandolo al centro dell’azione senza bizzarrie e sbandate pericolose. Lo sviluppo tematico riesce dapprima a fluire dolcemente per poi accelerare all’improvviso scorrendo in modo sereno e avvincente come un dardo scoccato dalla breve distanza che sibila, quasi impercettibile, prima di conficcarsi indolore nel centro del bersaglio. Ne La Collega, una non più giovane donna, piagata dal vizio del fumo, si trova a dovere affrontare il pericolo di una limitazione della propria libertà d’autointossicazione da parte di una sbarbatella neocollega colpevolmente sofferente d’asma. Lo scombiccherato semiflusso di coscienza che accompagnerà al tragicamente grottesco epilogo del racconto è molto di più della fredda descrizione di un’incapacità di riuscire a distinguere il confine tra le proprie e le altrui libertà, ma è un’attenta e sagace introspe-

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zione della troppo stramba evoluzione della natura umana. Una natura scarsamente razionale che in modo sconsiderato preferisce trovare le soluzioni più rapide ma dolorose ed ottuse ai problemi. L’egoistica supponenza della protagonista è descritta in modo così ironico e sarcastico da evidenziarne la rigidità mentale. In poco più di una cartella l’autrice riesce ad esaurire un piccolo grande paradosso quotidiano. La bici del Pepi è invece un racconto denso e sanguigno, dal sapore tipico delle antiche osterie padane. La dinamica è quella che fa pensare ad una cena di coscrizione, con un andirivieni di tortellini in brodo accompagnati da ricordi giovanili ed annegati in abbondante lambrusco frizzante. L’epicentro delle chiacchiere fra amici-compagni è lo stereotipo tipico degli invecchiati: il ricordo del bel tempo che fu. Così tra gli acciacchi dell’uno e i rimbrotti di altri anche gli episodi spiacevoli finiscono col perdere il loro patrimonio di dolore, nella serena certezza che alla fin fine ritorna il Pepi e ordina da bere per tutti, così anche i più fiaccati dai problemi e dagli anni riescono a trovare insperate energie residue per una bevuta e una risata in compagnia. In questo racconto l’esposizione è così viva e spontanea da fare erroneamente pensare ad un’autrice attempata intenta al resoconto di una frazione della propria esistenza. La capacità di permeare le sue due cartelle di parte della propria eredità culturale è la cartina al tornasole della sua abilità nell’offrire al lettore un modo piacevole ed interessante di tramandare storie di vita quotidiana della sua bella terra. Non possiamo prevedere il futuro ma abbiamo la possibilità e il desiderio di sostenere un augurio: che la giovane e brava autrice emiliana abbia la determinazione di proseguire la propria strada e ci consenta in futuro di godere ancora di ottime pagine per una piacevole ed interessante lettura.

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La bici del Pepi “Equivoci”, dicembre 2003-febbraio 2004

Di quella volta che andavamo in dieci sulla bici del Pepi non se lo ricorda nessuno. Viaggiavamo dritti e spediti che era una meraviglia, tutti appesi come acrobati. Chi al manubrio, chi al portapacchi, chi alla canna, e chi attaccato come poteva a qualcun altro. Io e Lorenzoni, rossi e sudati, a pigiare come dannati quei pedali, uno a lui e uno a me. Una fatica boia, ma che spettacolo! Ho ancora la foto a casa. Ora pare che non se lo ricordi nessuno. Di quando facevamo saltare le cassette della posta coi botti, se lo ricordano tutti però. Pure Belletti che la memoria l’ha persa coi settant’anni. Sorride e fa sì con la testa, che ricorda anche lui. Ma non è vero, è impossibile. Me l’ha detto la nuora che non ci ha più la memoria. Per quel motivo lì lo accompagnano e lo vengono a prendere, anche se sta a cento metri da casa. Ridono tutti. Questa cosa dei botti ha messo allegria, o forse è il lambrusco. Solo Pino ride meno. Se le ricorda ancora le cinghiate di suo padre. E a chi gliele rammenta ridendo dice: «Erano i padri di una volta, mica come quelli di adesso. Io a mio figlio qualche scappellotto glielo davo. Ora lui si fa dare del coglione dal suo, e non fa nulla». Sbuffa e scuote la testa Pino. Gli altri fanno uguale, e borbottano. I nostri tempi, i nostri tempi. Quelli sì erano bei tempi. Si fa un primo giro di tortellini, qualcuno ricorda Reggio... quando si andava al cinema Radium e si viaggiava a piedi o in bicicletta, mica come adesso, tutto questo traffico. E si parti-

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va in gruppo dalla scuola per andare a casa di Gigi, che stava giù a Bagnolo. Pareva un’avventura. Pure in bici ci si metteva un’eternità. Perché poi si cantava, ci si spintonava, ci si fermava a raccogliere le rane dal canale per fare gli scherzi alla Nella, la sorella di Gigi. Intanto, si fa un altro giro di tortellini col brodo, che ne prendiamo tutti. Poco però, dice qualcuno che si ricorda gli anni. Io di più, dicono altri con fare spavaldo, che pare stasera lo stomaco gli sia ringiovanito d’un colpo. Poi a qualcuno salta in mente ancora del Pepi che girava sempre in bici. Ve lo ricordate? Quanti chilometri. Lui sì che era uno sportivo. Era capace che dal Gattaglio dove stava coi suoi si prendeva su e andava fino in montagna, fino a Castelnovo, pure a Villa Minozzo se c’era bello. Poi tornava e giocava a calcetto con noi. Il Pepi. Che fisico. Un vero sportivo. E come sta? E stasera viene? E quando arriva? E chi lo ha sentito? «Nessuno lo ha sentito» spiega allora il Ruspa «io e Lotti abbiamo spedito solo gli inviti, chi c’era c’era». Poi il Ruspa cambia argomento, pare che abbia fretta. I tortellini. Quanto sono buoni. Chiede un altro piatto, solo per lui, o se c’è qualcuno che s’unisce... non si unisce nessuno, no. Allora nel silenzio qualcuno si ricorda di Lorenzoni, che non c’è più. Un infarto. Cinquant’anni, poveraccio. Così giovane. E sua moglie, tre figli piccoli da crescere. «S’è poi risposata» fa sapere Pino «un amico mio, da pochi mesi. Mentore, lo conoscete Mentore no?». «Che sciocchezza. Due vecchietti sposarsi!» commenta scettico Lotti, che è vedovo da dieci anni e abita con la famiglia del figlio. «E che c’è di male. Se sono felici» dico io. Poi scende di nuovo il silenzio. Arrivati, siamo arrivati da più di un’ora. «E se aspettassimo un po’» dice allora il Ruspa «tra il primo e il secondo, così». «Il ritrovo era alle sette» commenta Lotti con un velo di malinconia «ora sono quasi le nove...».

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Allora di nuovo Pino prende a parlare della bici del Pepi, di come se l’era fatta da sé, tutta carrozzata che ci si poteva salire su anche in più persone, ma della volta dei dieci pare proprio non ricordarsene. «Ma dai. Figurati» dice. «Ciò la foto sulla mensola in sala» dico io «possibile che nessuno mi creda?». Ma non sento ridere più. Mi guardo in giro. Son tutti seri. «Gran brava persona il Pepi» dice Gigi «ha aiutato tanto me e mio fratello, col lavoro, quando la fabbrica è andata male». «Anche Lorenzoni era una gran brava persona» dice allora Lotti «quando mi dovevo fare la casa veniva a fare il garzone gratis, per aiutarmi, nel tempo libero... Peccato, peccato davvero». Allora il Ruspa alza il bicchiere per un brindisi. «Bisogna ravvivare l’atmosfera, amici!» dice. Alza il bicchiere, e noi tutti lo imitiamo. Guarda avanti e noi tutti guardiamo lui. Lui poi strabuzza gli occhi e molla d’un tratto il bicchiere. «Il Pepi!» urla «O, è arrivato il Pepi!». E tutti si alzano, abbracciano, fanno cadere bicchieri, e la tovaglia bianca prende in un attimo un bel colore rosso lambrusco. Qualcuno si commuove. Piange pure Belletti, che non ha capito niente di tutte quelle chiacchiere, ma piange e abbraccia pure lui. E che t’è successo, come mai, e come stai. Il Pepi sorride frastornato, si fa mettere a sedere, servire tanto così di tortellini, spolverare il tutto col parmigiano, e riempire di lambrusco il bicchiere. Non sa che dire, o meglio, non riesce a parlare. Troppo rumore, chiacchiere. Mi guarda. «Ragazzi! Uomini! Silenzio!» urlo io «Fate parlare il Pepi». Il Pepi beve un sorso, sorride tutto rosso in volto, poi si schiarisce la voce. «O ragazzi» dice «io mica lo sapevo d’essere in ritardo. È che ho perso l’invito, e mi credevo che...». Ecco allora che la mano del Ruspa vola leggera sul coppino del Pepi, a punizione del ritardo e a ricordo dei bei tempi andati, e tutti giù a ridere come bambini.

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La collega “L’altro da sè”, settembre 2001

Io fumo da venticinque anni. Fumo e sto bene, alla faccia di chi vuole farmi smettere. Venti sigarette al giorno e neanche un colpo di tosse. Dicono Se continui . così ti verrà un brutto male. Ma verrà a te! Dico io. Fumo da venticinque anni e da venticinque anni faccio l’impiegata in questa ditta. Mai avuto problemi con i colleghi, mai. Ve lo assicuro. Poi un giorno arriva lei, ‘sta ragazzina nuova, al primo lavoro. Dovete dividervi l’ufficio, mi fa il capo. E vabbe, che sarà mai. Lei mi vede fumare e dice, lo però ho un grosso problema, soffro d’asma. Non è che puoi fumare fuori dall’ufficio o quando vai di là per il caffè? Ecco brava, le dico, Tu hai un grosso problema, non io, quindi risolvitelo, portati la mascherina dell’ossigeno, quel che vuoi, ma io non mi muovo da qui. Sono venticinque anni che lavoro in quest’ufficio, gente che va, gente che viene, ma a me ‘sta storia di andare a fumare fuori non me l’ha mai detta nessuno. Così, c’ho detto. In realtà prima ogni tanto mi capitava di fumare alla macchinetta del caffè, e così tre quattro caffè al giorno, tre quattro sigarette in meno fumate in ufficio. Da allora però per ripicca vado, prendo il caffè, e la sigaretta me la fumo lì, davanti a lei, la sbarbina. Che provi ancora a dettar legge! Perche poi è anche subdola, le prova tutte per impietosirmi. L’altro giorno mi s’accascia sul tavolo. Era a sedere alla sua scrivania, ad un certo punto butta la testa avanti e fa la svenuta, bianca come un cencio. lo faccio finta di niente, e continuo a fumare. Figurarsi se le dai corda, a una così, non si va più avanti. Ogni tanto butto

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lo sguardo. Da bianca prende una sfumatura giallina, poi verdognola. Dopo cinque minuti arriva un mio collega che mi fa, Ehi ma que sta sta male! E tu che fai lì così? Poi con la scusa che fa i volontario al pronto soccorso prende a farle la respirazione bocca a bocca. E rimangono lì per un po’. Si vede che a lei non dispiace. Poi rinviene e siamo daccapo. L’ultima sceneggiata me l’ha fatta mezz’ora fa. Mentre lavoravo e fumavo, fumavo e lavoravo, passando mi è stramazzata a terra così, Bum! L’ho guardata per vedere a che punto stava, si era bianca o giallina. Macchè era già verde! Una grandi attrice! Con una mano sotto le narici ho sentito se respirava. Niente. Allora il mio collega della respirazioni bocca a bocca le tasta un polso e mi dice. E’ morta. Abbiamo dovuto chiamare persino l’ambulanza. Ha ingannato pure loro, perche se ne sono appena andati via dicendo che è morta. Ma io lo so che non me ne libero così facilmente, e che domani me la ritrovo di nuovo qui a dirmi Scusa, per favore non è che puoi fumare di là?

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GIANLUCA MOROZZI

Gianluca Morozzi è un po’ il nostro fiore all’occhiello, sperando che non se la prenda per questo paragone botanico. Lo è in quanto lo abbiamo pubblicato quando era ancora un autore quasi sconosciuto. Ci ha colpito subito lo stile veloce, acuto, scoppiettante, i dialoghi sempre incisivi. La sua scrittura è ironica, ma senza mai sconfinare nella crassa comicità o, ancora peggio, in un suo pallido tentativo. I racconti di Morozzi si leggono sempre con la vaga sensazione che qualcosa debba accadere, ma mai quando questo qualcosa sia prevedibile o previsto. Dietro un controllo ferreo dello stile di scrittura, dietro dialoghi plausibili ed arguti, ci sono sempre personaggi veri, che si potrebbero incontrare per strada. Certamente in un racconto di tre cartelle non è possibile fare tanto, diranno gli scettici. Invece Morozzi ci riesce. E sempre nel medesimo spazio ristretto ci infila una storia, un contorno molto ben orchestrato e magari anche un colpo di scena: più di così cosa si può? Va bene, continueranno i pierini rompiscatole, tutto sommato questa è una ricetta semplice, e in tre cartelle, se uno ha un minimo di dimestichezza con la nostra complicata lingua italiana, non è da escludere che tiri fuori una storia che sta in piedi. Ma se il racconto dovesse essere più lungo? Se si dovesse trattare addirittura di un romanzo? Abbiamo la risposta anche per questo, gente. Perché Morozzi di romanzi ne ha scritti parecchi, oramai. E la sua tematica non è nemmeno monomaniaca, infatti ha spaziato tra il saggio musicale ed il romanzo ironico (ci mancherebbe), tra i quali è impossibile non citare Dieci cose che ho fatto ma che non

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posso credere di aver fatto, però le ho fatte, tutto un programma; ha esplorato la storia degli ultimi decenni dal punto di vista della politica giovanile in Luglio, Agosto, Settembre nero; ha parlato in prima persona delle gioie e dei dolori di chi fa parte di un gruppo rock in Despero. Non possiamo, poi, dimenticarci le ultime edizioni, pubblicate da una Major tra le case editrici, che non citiamo, ma se volete sapere qual è compratevi Blackout, L’era del porco o l’ultimo L’Emilia o la dura legge della musica. Oppure andatevi a vedere le prime pubblicazioni su riviste come Fernandel e La Luna Di Traverso, che hanno avuto il merito di credere in lui sin da subito. Questo non è naturalmente che un semplice elenco delle fatiche del Nostro, per cui ci fermiamo qui. Se siete anche solo un poco incuriositi, andate a leggervi i tre racconti di seguito e traete da soli le vostre conclusioni. Secondo noi vi piaceranno.

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Il solipsista “La notte”, maggio 2002

“Oh, la vita è così ingiusta e sa riservare tali amare sorprese”, pensò Elvis pestando senza accorgersene un escremento di cane. Camminava a passo svelto sotto il portico, le gambette corte zampettanti nel giovedì notte bolognese, le mani nelle tasche del giubbotto di pelle, il metro e sessanta di statura scosso da un tremito di rabbia. Il vento freddo agitava gli occhiali e la banana anni cinquanta scolpita dal gel; gli ubriachi negli androni alzavano gli occhi perplessi al passaggio di un Woody Allen travestito da James Dean. “Se li trovo insieme li uccido. Li uccido tutti e due”. Spinto da questi pensieri progressisti, Elvis giunse al luogo della sfida finale: il Millennium Discopub. I due infami, senza dubbio, erano rintanati in quella tana sotterranea. Respirò profondamente: lasciò la calda sicurezza del portico e attraversò la strada, rischiando la vita tra motorini simili ad api impazzite. Il branco cui stava per mischiarsi traboccava dal locale al piazzale antistante, fra chi beveva birra in bicchieri di plastica, chi parlamentava con i buttafuori per entrare senza tessera, chi stava piegato sul marciapiede cercando di non vomitare. “Giovinastri”, pensò Elvis, sprezzante e originale. Attraversò la folla deciso, aggirò dei punkabbestia che si dividevano una bottiglia di vino giocando con un cane. Uno di quelli sollevò un sopracciglio trafitto dai piercing. “Gran bei pantaloni” sghignazzò, facendo ridere tutto il piaz-

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zale. “Complimenti, cos’è, carnevale! Elvis abbassò gli occhi. Scese la scala pensando “Ho dei pantaloni bellissimi, io”. Il Millennium aveva soffitti bassi, sale incuneate nel sottosuolo come grotte, arcate un tempo testimoni del passaggio di un torrente. Le fioche lucine verdi disegnavano una massa ondeggiante e saltellante di teste, braccia e spalle, in pista, intorno alla colonna centrale, sotto il deejay. Elvis passò dieci minuti a tossire per il fumo e il sudore in sospensione. Le casse sparavano Pearl Jam, Afterhours, Red Hot Chili Peppers, tutti gruppi che Elvis odiava: lui detestava ogni canzone incisa dopo il 1962, a parte Cadillac ranch. Si era registrato una cassetta con trenta versioni bootleg di Cadillac ranch, distinguibili solo per qualità diverse di fruscio. Si fece strada verso il bar, urtato, spintonato e palleggiato tra giovani metallari e ragazzine ubriache. Riuscì ad aggrapparsi precario al bancone, e ordinò un whisky per farsi coraggio. I due infami, lo sapeva, erano a poca distanza. Ignari. Era lì che si erano conosciuti, nel ventre buio del Millennium. In vista della vendetta, Elvis si sentì l’uomo più triste del mondo; in quella muraglia compatta di allegria spiccava un’unica macchia di tristezza, un nanerottolo dal collo taurino e l’aria da bue. Beveva da solo, in un angolino poco affollato; nel caldo da fonderia del Millennium, il suo maglione spiccava per bruttezza inadeguata. Elvis lasciò perdere lo sfigato. Si asciugò la bocca: era ora di danzare con il diavolo. Si incuneò barcollando nei meandri del Millennium, dribblò una ragazza che fissava schifata i suoi pantaloni, superò la sala denominata Osteria, si tuffo risoluto nella seconda pista, e fu risucchiato dalla folla compatta. Passò due minuti orrendi in un pogo sudato e cattivo, poi venne masticato e sputato fuori davanti al bancone di un altro bar. Ne approfittò per farsi un’ altra birra e darsi ulteriore coraggio. Scrutò la sala, al di sopra delle teste, verso i tavolini a bordo pista. La sala era in penombra ed Elvis quasi cieco, ma con un’inconsueta botta di fortuna trovò gli infami. Erano seduti sotto un’arcata. Molto vicini, molto in confiden-

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za, lei con top cortissimo, lui con maglietta di Springsteen. Elvis si lasciò spintonare dai ragazzi che ballavano, la birra in mano. Mentre pensava a come suicidarsi, un ciccione si catapultò in mezzo alla pista, urtandolo senza scusarsi e rovesciando la birra sui famigerati pantaloni. Elvis rimase a bocca aperta, grondante e pietrificato, il bicchiere vuoto in mano. In quel preciso istante, nel momento più umiliante della sua vita, Elvis prese coscienza: l’ariete formato da alcool, fumo e adrenalina sfondò la porta dell’illuminazione. Il Woody Allen vestito da James Dean sgranò gli occhi cisposi. “Ho capito! Ora ho capito, ora so! È chiaro, è tutto chiaro!” sorrise maligno. Si fece largo con calma, raggiunse il ciccione che pogava senza pietà. Il ciccione guardò i suoi pantaloni e si mise a ridere sguaiato, a bocca aperta. “Tu non esisti”, scandì Elvis, lentamente. Il ciccione sparì. Tutti smisero di ballare. “Voi non esistete”, sibilò Elvis. La pista si svuotò. Lui si avvicinò ai due infami con calma, le mani in tasca. Lei alzò la testa e lo guardò perplessa. Elvis le puntò il dito contro, digrignando i denti. “Basta fingere. Basta pagliacciate”. “Eeeh?” disse lei. “Basta fingere, ho detto. Siete stati bravi, per essere creazioni della mia mente. Ma ora ho capito, ho capito. Niente esiste all’infuori di me, niente e nessuno. lo sono Dio, autoimprigionato in una realtà di fantasia. Tutto il mondo, tutti voi, non siete che un mio pensiero, un teatro delle marionette. Scomparite se volto lo sguardo, riapparite appena mi giro. Ma ora basta, tesoro, basta. Ora ho capito. Sparite”. “Cheeee?” muggì lei, poi sparì. Fu subito seguita dallo springsteeniano, che lasciò il mondo con gli occhi fissi sui famosi pantaloni. Elvis ritornò con calma nella pista principale, dove la calca ballava ignara di tutto. Un battito di ciglia, e non c’era più nessuno. Elvis ghignò soddisfatto. Uscì dal Millennium, tornò fra i

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punkabbestia che giocavano con il cane. Alla sua vista, Sopracciglio Sfregiato sghignazzò di nuovo. “Ehi, Occhialetti, ancora complimenti per i pantaloni!”. Elvis schioccò le dita. Il cane restò solo nel piazzale, accanto alla bottiglia di vino infranta. “Vieni, bello, vieni”. Elvis l’accarezzò. “Sono un dio magnanimo, non ce l’ho con te. Ti terrò al mio fianco, ti battezzerò come il mio idolo. Una delle mie creazioni migliori”. Guardò la città addormentata, le luci gialle sotto i portici. “Osserva, Fonzie. Adesso svuotiamo tutto il mondo”. Batte due volte le mani. Tornò con il cane nel locale vuoto e silenzioso, i passi rimbombanti sotto le arcate da cattedrale. Scivolò dietro il bancone del bar e si versò un doppio whisky, assaporandolo lentamente, immerso nella divinità. “B-bei pantaloni, amico”, balbettò qualcuno. Elvis sobbalzò. Il nano taurino c’era ancora, accucciato nel suo angolino. “Ancora qui?” Elvis schioccò le dita, seccato. “Sparisci. Devo meditare”. Il nano aggrottò le sopracciglia unite. Non si sognò nemmeno di scomparire. Elvis lo guardò con odio. “Sparisci! Sparisci, ho detto!” strillò stridulo. “S-sparisci tu, piuttosto, c-con quei pantaloni. Spa-sparisci!”. Il nano schioccò le dita. Gli ultimi due abitanti del pianeta si guardarono perplessi. Il cane annusava una pozza di birra sul pavimento. “D-due minuti fa, dopo la settima Ce-Ceres, ho avuto l’illuminazione. Ho capito di essere l’unica p-persona r-reale e ho f-fatto sparire t-tutti quanti”. Il nano tamburellava nervoso sul tavolino. “O, almeno, c-così credevo. Elvis era accasciato sul bancone, osservato dal cane Fonzie. “Non ha senso. Il solipsismo non contempla due solipsisti. È una contraddizione in termini”. “Ce-certo. Co-come dici tu. Non ho ca-capito, m-ma hai rragione”. “C’è un’unica soluzione”. Elvis guardò il nano con

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occhi spiritati. “Dividersi il pianeta. Un emisfero a testa, da ripopolare a nostro piacimento”. “N-nel mio vo-voglio so-solo ba-bagnine in co-costume rosso. Co-come quelle di B-Baywatch”. “Il mio emisfero sarà in stile Happy days. Drive-in, ragazze in pullover bianco, pomiciate al chiaro di luna. Dischi in vinile. E una moto”. “Ba-bagnine in costume rosso. Come quelle di B-Baywatch”. “Un brindisi?” “C-certo. “Al nuovo ordine, allorà”. Elvis sollevò il bicchiere. Il nano fece lo stesso. “Se mi permetti la prosa roboante”, fece una pausa solenne, “alla nuova Genesi”. ‘’Alle ba-bagnine in co-costume rosso”. Brindarono. Poi svanirono. Il cane Fonzie schivò i due bicchieri che s’infransero sul pavimento. Aveva sopportato abbastanza quei due deficienti. Uscì scondinzolando dal Millennium e cominciò pazientemente a ricreare il mondo.

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Incontro “Equivoci”, dicembre 2003-febbraio 2004

Arrivo in anticipo all’appuntamento, aspetto Bianca fuori dall’osteria dell’Orsa e penso che sono vent’anni che non ci vediamo, incredibile, vent’anni. Ci riconosceremo? Avremo ancora qualcosa da dirci, dopo tutto questo tempo? Assumo una postura di distaccata attesa, la schiena dritta, le mani in tasca. Poi studio una seconda posizione, mollemente appoggiato alla porta dell’osteria. Alla fine opto per la posa intellettuale, leggo per finta le locandine teatrali affisse fuori dall’Orsa. Nervoso. Sono nervoso. Chi se l’aspettava quella telefonata? Quella voce dal passato che mi aveva colto a bruciapelo, i capelli bagnati – quei pochi rimasti –, il phon in mano. Avevo tamponato la testa gocciolante con un asciugamano, mentre un calore antico e nostalgico si scioglieva nel petto. Lei continuava a ripetere Ho una marea di cose da raccontarti, ho una marea di cose da raccontarti, e ascoltavo quella voce rivedendo la ragazzina che conoscevo, così come lei stava visualizzando un ragazzo dai capelli lunghi e gli anelli col teschio. Eravamo al telefono con due versioni virtuali di noi stesse, due versioni cristallizzate nel tempo. Ovvio darsi appuntamento alla nostra vecchia osteria dell’Orsa, quella con i tavolacci di legno, quella dei ripassi di latino davanti a una caraffa di vino rosso, le fughe da scuola con i soliti compagni di classe. Io timido e indeciso, lo sguardo da triglia perso nei suoi occhi color della pioggia. Lei bella e distante, la

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mia principessa, sognata e ammirata da lontano, sempre e soltanto da lontano, fin quando suo padre non era andato a lavorare in California. La famiglia l’aveva seguito, Bianca era trascolorata in un tenero e mai realizzato amore giovanile. Non avevo quasi più pensato a lei, in vent’anni di relazioni, separazioni, mezze convivenze. Finché quella voce non aveva sussurrato al telefono Sono tornata, ti ricordi di me? Bianca appare in fondo alla strada, tra le ultime luci di questo tardo pomeriggio di settembre. La primissima cosa che noto, sono i suoi incredibili occhioni celesti. Le vado incontro sorridente. Lei s’irrigidisce, mi scruta dubbiosa. «Manuel?» sobbalza «Sei tu?». Sorrido. «Sono cambiato così tanto?». E solo a quel punto ci abbracciamo. Poi siamo all’osteria dell’Orsa, i gomiti appoggiati a uno dei nostri cari, vecchi tavolacci di legno. Circondati da chiassose comitive di studenti, ragazze straniere con enormi boccali di birra, signori di mezza età con caraffe di vino. «È incredibile» mormora Bianca, invischiandomi negli occhi color pioggia «è incredibile, ti guardo e non ci credo. Sei cambiato tantissimo, sei un’altra persona, praticamente». «Be’, dopo vent’anni...». «La barba ti dona, comunque, i capelli corti... pazzesco, non sembri neanche tu, veramente». Ordiniamo una bottiglia di rosso, riempio il suo bicchiere, brindiamo. Bianca mi fissa col viso fra le mani, sorseggia delicata dal bicchiere, dice: «Ma parlami di te. Ti sei laureato? Sei diventato un chitarrista rock? Che hai combinato in tutto questo tempo?», e io le spiego che, sì, mi sono laureato, no, non sono diventato un chitarrista rock, che sto cercando da due anni di finire un romanzo, che sono socio di una libreria piccola e carina in centro...

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«Sposato?» indaga, lo sguardo languidamente obliquo «Fidanzato? Padre felice, tre o quattro figli?». «Certo, e sette nipoti. No, no, libero, libero e leggero». «Allora brindiamo. Alla nostra libertà». Cin cin, altro giro di valzer. «Ti ricordi dove e quando ci siamo visti per l’ultima volta?» butto lì. «Il concerto dei Black Sabbath!» risponde subito con le sue labbra al rossetto rosa, «A Modena!». «Ci eravamo incrociati anche alla maturità» le ricordo «Mentre ripassavi Balzac sulle scale fuori dall’aula». «Ma Modena è stata l’ultima volta vera», sottolinea lei, e non posso fare a meno di acconsentire. Da lì in poi, col vino che va in circolo, è tutto un Ti ricordi? Ti ricordi? Rievochiamo il nostro luogo sacro, la collinetta dietro Villa Spada. Quelle notti con gli amici, quando saltavamo giù dai motorini, affrontavamo la scala di legno lunga e ripida da spezzare il fiato, conquistavamo ansimanti la cima. «E comparivano le luci di Bologna», sussurra lei sognante, «con San Luca enorme dietro gli alberi, il cielo stellato, e il vento gentile che carezzava l’erba sotto le panchine». «Sai? Ci ho portato qualche ragazza, in questi anni, sulla collinetta» confesso, già un po’ ubriaco. «Nel luogo sacro». «E ha funzionato?». Sogghigno. «Il luogo sacro funziona sempre». Bianca ride, poi mi afferra una mano sgranando gli occhi. «Ci andiamo, Manuel? Ti prego! Non sai quanto l’ho sognata, la nostra collinetta!». Guardo la sua mano sulla mia, felicemente sorpreso. Annuisco. «Certo, certo. Più tardi ci andiamo. Appena fa buio». Dalle scale sbuca il solito venditore di poesie, si siede in un angolo, comincia a scrivere versi sulle tovagliette di carta dell’osteria. Bianca è già rossa e allegra per il vino; carico di adrenalina e di speranze per la serata, le riempio di nuovo il bicchiere. «Oh, ma ho parlato solo di me, tu che hai combinato in questi dieci anni? Sei partita per la California, va bene, e poi?». Bianca si scosta una ciocca di capelli dagli occhi, guarda nel

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vuoto. «Poi sono andata a San Diego, con quello che credevo l’uomo della mia vita. In uno scantinato con dei tipi assurdi, musicisti falliti, aspiranti scrittori... non c’era il riscaldamento, ero sempre infagottata in sciarpe e cappotti per il freddo, e tutto perché mi ero innamorata di un presunto poeta che non ha mai scritto una riga in vita sua». Butta giù un po’ di vino. «Poi c’è stata la fase nel capannone a Los Angeles, mio Dio, lasciamo perdere... se penso al tempo che ho sprecato, guarda...». «E poi?» «Poi ho seguito l’ennesimo uomo della mia vita in uno dei suoi viaggi alla ricerca di se stesso, così diceva. E quello mi ha mollata da sola, nel centro esatto del Messico». «Bel tipo». «A quel punto ero così depressa che avrei potuto lasciarmi morire nella Sierra Madre tra le foglie dei banani, qualunque cosa, davvero», e mentre pronuncia queste parole, una coppia dall’aria scandinava ci domanda in stentato italiano se può sedersi accanto a noi. Abbiamo occupato un tavolo enorme in due, io e Bianca. Sorridiamo, scivoliamo di lato, e lei continua. «Allora ho capito che era tempo di riavvolgere il nastro. Di tornare a casa». Sospira, mentre la coppia scandinava consulta il menù. «E sei tornata a Bologna». «Dopo vent’anni. In una città in cui, ormai, non conoscevo più nessuno». Si scosta i capelli dalla faccia, ravviandoli dietro le orecchie. «Allora ho fatto la cosa più assurda possibile. Ho sfogliato il diario di scuola, pensa, l’avevo conservato, il diario di scuola, c’erano scarabocchiati dei vecchi numeri di telefono. Li ho chiamati tutti. Solo tu non hai cambiato numero». «Ah» faccio, un po’ deluso. «Hai chiamato tutti». «Ma tu sei stato il primo», si affretta a dire. «Il primo che ho chiamato». Poi abbassa la voce, aggiunge con un sorrisetto timido «Ai tempi della scuola ero un po’ innamorata di te, lo sai?». Quasi salto sulla sedia. «Bianca. Anch’io ero innamorato di te. Ai tempi della scuola». Adesso, mentre cerco di contenere la mia gioia, ogni parola non è altro che un prolungare l’attesa verso quello che accadrà

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sulla collinetta. Quando saremo soli sotto un miliardo di stelle, la città srotolata ai nostri piedi, con vent’anni di ritardo. «E dimmi degli altri» fa lei, deviando il discorso. Stuzzicante tattica. «Che fine hanno fatto, gli altri? Angela, il Benna, Topomorto, Mauro...?» «Angela sta allattando il figlio numero tre. Di Mauro non so niente dal ‘95. Il Benna è ancora il Benna, il solito cazzone, solo, venti chili più grasso. Topomorto... Topomorto non me lo ricordo, chi sarebbe Topomorto?». «Dai, non ti ricordi le caricature dei nostri compagni che mi disegnavi sul diario? Lui lo chiamavamo Topomorto per via di quell’alito terribile, ricordi? L’avevi disegnato con un topo morto in bocca, dai, era l’altro Manuel della classe, Manuel Rocchi, che la prof di latino vi chiamava Manuel Uno e Manuel Due, che tutti giravano la testa schifati quando apriva bocca, e il povero Topomorto non capiva perché, dai, non puoi aver scordato quell’alito spaventoso che ci sparava in faccia alle otto del mattino...». Ora sono pallido come uno spettro. «Bianca» balbetto «io sono Manuel Rocchi. L’altro Manuel, quello bravo a disegnare, era Manuel Zacchi. Io sono Manuel Rocchi», quello con problemi a socializzare, aggiungo mentalmente, quello che non capiva perché tutti lo evitassero schifati quando parlava. Quello che, dopo vent’anni di mentine, ha scoperto di chiamarsi Topomorto, nella memoria di colei che un tempo amava. L’espressione incredula e imbarazzata che si è appena stampata sulla faccia di Bianca, ha chiarito drammaticamente la questione. Purtroppo. Lei era innamorata di Manuel Zacchi, ai tempi della scuola. Lo sapevano tutti. Correva voce ci fosse una tresca tra di loro. Voce che avevo cercato di ignorare. Bianca, ipotizzo certo di azzeccarci, è tornata a Bologna dopo vent’anni. Ha sfogliato i vecchi diari. Ha trovato un numero di telefono accanto al nome Manuel, scarabocchiato da qualche parte. E mica ha collegato il nome Manuel a quello sfigato di Topomorto, no. Lo ha collegato al vecchio amore dei tempi del-

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la scuola. Fino a un attimo fa credeva di essere uscita con un Manuel Zacchi drasticamente trasformato dal tempo. Non con Manuel Rocchi, alias Topomorto. E mentre tra noi si allarga un terribile silenzio, un venditore di rose mi sbuca alle spalle. «Una rosa per la bella signora?», dice. Poi nota le nostre espressioni. Ripiega sulla coppia dall’aria scandinava. Dopo dieci minuti tremendi delle nostre vite, oso dire: «Allora ci andiamo, poi, sulla collinetta?» Bianca alza le spalle, come rassegnata. «E andiamo sulla collinetta». Ci alziamo aggirando la coppia scandinava. Saliamo le scale mentre il venditore di poesie si aggira fra i tavoli, offrendo ai clienti i versi che ha scritto sulle tovagliette. Più tardi siamo su una panchina in cima alla collinetta, il santuario di San Luca enorme dietro gli alberi, la città ai nostri piedi, un mare di stelle sopra la testa. Accarezzati dal vento di fine estate, raggelati dal terribile imbarazzo. Non sappiamo bene cosa dirci. Guardiamo in silenzio le luci della città. Lei azzarda: «Quella lunghissima fila di lucine, laggiù, sulla sinistra, è il portico che sale fino a San Luca?». «No. E’ il nuovo stradone che porta all’Ikea». «Sicuro? Secondo me è il portico che sale a San Luca». «È lo stradone che porta all’Ikea». «Da quella parte della città? Guarda, secondo me è il portico che sale a San Luca». «Figuriamoci, sei tornata in Italia da cinque minuti e già credi di conoscere tutta l’urbanistica nuova. Quello è lo stradone che porta all’Ikea». Alza le spalle. «Sarà», dice.

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FEDERICA PASQUALETTI

Federica Pasqualetti la conosciamo ormai da diversi anni. Con le sue parole, sempre giocate tra il filosofico, il musicale, l’archeologico, il letterario e l’eno-gastronomico, abbiamo trasformato semplici letture, iniziate magari davanti a un bicchiere di vino, in qualcosa di speciale. Lei, poi, si è sempre distinta per l’eclettismo e per l’eterogeneità della sua “cultura”, una brutta parola per esprimere un bel concetto, in questo caso. Federica non scrive “racconti”, né “storie” o chissà che altro. Parlando di sé stessa, direbbe forse che scrive “rubriche”, al massimo saggetti o descrizioni di vita vissuta, che deflagrano nello spazio di poche pagine, esplodono in una prosa curiosamente giostrata fra l’educato, il colto e il popolare. Quello che invece potremmo dire noi è che Federica scrive di Federica, del suo stesso fertile eclettismo, della sua sete inappagata, forse inappagabile, che la porta a studiare, conoscere e amare usi e costumi di terre lontane, culture trasversali, magari orientali, e poi di cibo, filosofia, musica, letteratura. Che altro? Negli anni Settanta, che sono appena dietro l’angolo ma sembrano già una lontana preistoria, in Italia si dedicavano a questo “non-genere” ricercato e difficile da domare, scrittori del calibro di Pasolini, Moravia, Malerba, Gadda, Montale, Parise. Epoca di dinosauri si dirà, quando gli scrittori, ancora, padroneggiavano sia il fuoco caldo della vita sia l’inchiostro freddo della pagina. E ti mandavano all’inferno se li definivi “intellettuali”. Federica ci ricorda vagamente questi personaggi mitologici, a

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metà fra il fiabesco e il leggendario, uomini e donne che hanno fatto dello studio dell’arte, della cultura, dell’uomo non un motivo di vita ma il motivo della loro stessa vita. E lo facevano con la stessa grazia, con la stessa forza, con la stessa educazione e con la stessa garbata urgenza che Federica riversa sulla pagina. Proponiamo in questa antologia due sue “rubriche”, due “saggi” miniaturizzati che potrebbero essere però interpretati, e il lettore non farà la minima fatica, anche come racconti. Racconti “veri e propri”, Federica, non ne scrive. Lo diciamo anche con un minimo di provocazione, sperando che un bel giorno troveremo sulla scrivania un suo bel libro di racconti o, addirittura, un romanzo. Ma davanti alla sua passione, davanti a pagine che sembrano scriversi da sole, è anche vero che il mare magnum della letteratura può attendere. Così come il mare attende certi abilissimi pescatori di lampara che, per rispetto verso il loro dio infinito, esuberante, eterno, non hanno mai voluto imparare a nuotare. E pur non bagnandosi mai fra le sue acque, non sono stati distanti un solo minuto dal loro dio, dalla loro fonte di vita.

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Non posso credere di aver speso 96,00 Euro e di avere ancora fame! “Equivoci”, dicembre 2003-febbraio 2004

Pensare che, oggi come oggi, passare una serata tranquilla al ristorante non è poi così semplice! Le solite cose della vita: il lavoro, la famiglia, le bollette da pagare, gli orari dei treni, la fuga da un parcheggio abusivo, l’uomo della propria vita, la donna della propria vita, gli inganni matrimoniali, gli obblighi passionali... Ma ecco, arriva finalmente quel giorno: decidiamo, per noi stessi e per chi ci sta intorno, di “andare a cena fuori”. Le prospettive sono sempre le migliori: ora si chiacchiera di un migliaio di cose interessanti, si mangia cibo da pranzo luculliano, un vino che scioglie lingua e papille gustative... un vero “baccanale” divino, insomma! E invece... in agguato nella nostra mente, c’è la famigerata nouvelle cuisine!! Un’idea alquanto malsana inizia ad insinuarsi nel nostro cervello affamato: «Perché non proviamo quel nuovo ristorante? Mi hanno detto che fanno cucina creativa!...». Una parola così colta non può far altro che provocare nella nostra mente un sobbalzo neurotico... oh, mio Dio: CREATIVA! E il pensiero successivo sarà sicuramente: «Ok, la cucina e la serata che fanno per noi, sottomessi ormai dalla quotidianità del presente!». Una cosa resta: il significato oscuro della parola creativa nell’accezione di cucina! Ma che importa... tanto, con una impostazione tale della se-

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rata, non potranno essere altro che un’idea e un luogo meravigliosi! Si entra nel locale delle probabili delizie con una felicità quasi incontenibile, inebriandosi con le essenze sciolte dagli zelanti camerieri in ogni coppetta etnica posizionata ai quattro angoli del tavolo e, con stupore scoprendo che all’ingresso viene regalato ad ogni commensale un rametto di fior di pesco intrecciato con i rarissimi mughetti blu del Mar Caspio (ma il mar Caspio non era una delle zone climatiche più terrificanti del mondo?? Vabbe’... sicuramente ci sbagliamo!) per rendere il posto a tavola più familiare e personale. Bastano due secondi e ci vediamo costretti a reprimere certi pensieri: questa essenza mi sta soffocando; mi sento bruciare tutte le ghiandole olfattive; ma siamo sicuri che ci siano essenze in quelle ciotoline?; dove cavolo metto adesso ‘sto rametto che occupa tutto lo spazio del piatto!!! Non è nulla... d’altronde, è una prima esperienza e le prime esperienze sono sempre un po’ destabilizzanti! Così iniziano le lunghe chiacchierate, le risate; ancora chiacchierate, risate... e passano due ore! Flebile, qualcuno si domanda «Secondo voi... a che ora si mangerà?...». Dal fondo della sala, quasi attratto da non so quale richiamo del karma... il cameriere con fare zelante ci spiega che il tempo che passa prima della cena, serve allo chef o maestro di cucina per la sua meditazione zen, per trasferire nelle sue creazioni la parte della sua spiritualità più positiva, per dare la possibilità ai clienti di gustare meglio ciò che più desiderano. Nessuno osa più dire niente. Anzi, un po’ imbarazzati, riprendiamo i nostri discorsi, ma a voce bassa, per rispetto sensoriale ovviamente! Finalmente ci portano i menù: cartoncino “blu mare al mattino” con fogli di carta di riso scritti a mano con la china... per un tripudio di scioglilingua culinari! Dire che le nostre espressioni erano tra l’attonito e il terrorizzato è forse riduttivo, ma alla fine la scelta annoverava: Antipasti

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dello chef (con la C grande), Tripudio di pennette al pasticcio eclettico di bacche oleose, Cavallo goloso in salsa ridente, Pesce veloce del Mar Baltico con spuma di pomme de terre!!! Un ritorno di entusiasmo ci assale... saranno i nomi, l’idea del sofisticato, la voglia di provare cose nuove e diverse da lasciare al giudizio dei nostri palati abitudinari... ma ci sentiamo di nuovo all’apice della serata! Dal solito corridoio lontano vediamo il solito cameriere zelante che arriva con enormi piatti di porcellana dai quali spuntano minuscole particelle! «Ma ci portano dei gherigli di noci?? Per antipasto??». «No, monsieur! Sono souffleé al formaggio di delicate forme...». «Aaah... un assaggino prima dell’antipasto, insomma, per stuzzicare la nostra fame!». «Mais no, monsieur! Questo è l’antipasto!» In un attimo capiamo tutto l’arcano... e il baratro ci aspetta nel proseguire la cena! I metri di parole utilizzati per definire pietanze dall’abito piuttosto elegante non sono altro che palliativi che nascondono: pennette Barilla alle olive, pesto di cavallo con olio e limone... e merluzzo e purea di patate!!!! Altro che favolosi pesci con le super pinne che guizzano nel Mar Baltico, cavalli che ridono e esotiche bacche oleose... semplicemente, tre degli alimenti tipici del Mediterraneo che hanno sfamato generazioni e generazioni, dal ricco al povero! Il cameriere ci consegna il “prezioso” scontrino in filigrana d’oro in cui sono stampati i 96 euri a testa! Con lo stomaco che ci brontola completamente insoddisfatto, iniziamo ad uscire a testa bassa dal ristorante, convinti che, probabilmente, certi locali li creano apposta per irritarti dopo una giornata di duro lavoro. Il cameriere zelante ci accompagna. «Bon soireé messieurs e mesdames!». «Ah, ma allora lei è francese?». «No, no! Sono di Napoli!».

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te�ekkür ederim “Confini”, settembre-dicembre 2004

LE VETRATE DELLA CHIESA VISTE DALL’ESTERNO SONO IL RUMORE DELLA PIOGGIA UDITA DALL’INTERNO - Pessoa Le nuvole si stavano annoiando quel giorno e il cielo immobile cercava di ammaestrare l’aria imperiale di Istanbul. Mi sono ritrovata un pò per necessità un pò per caso in mezzo al grande ippodromo di Costantino e proprio di fronte vedevo, nella pacatezza della notte turca, la colonna da cui i grandi imperi, qui, hanno iniziato a ‘costruire’ i concetti di pietra in pietra. Dietro alle mie spalle, un corno d’oro che guardava il mare con occhi orientali. Sulla mia testa la luna, uno spicchio beffardo di luce. E io in mezzo: una spalla verso Santa Sofia e una spalla rivolta verso la Moschea Blu. Perfettamente esattamente nel mezzo. Si parte per un viaggio e non si ha mai idea di quello che si potrebbe trovare e aspettarsi da luoghi che hanno confini di mille colori diversi, ma forse in realtà, non si va mai da nessuna parte, si raccolgono semplicemente alcuni minuti di poesia, momenti di sofferenza e di passione, si tengono nel taschino e con i nostri

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piedi, noi li facciamo superare tutti quei colori diversi che ci troviamo sulla strada. Mi accorgo di essere nella Babele di oggi e ad un tratto le energie di questo punto nevralgico al centro del mondo, confluiscono dentro di me, in una unica e bellissima sensazione di sublimazioneNon sono io, ma ciò che vedo che, proprio lì, in mezzo alle due culture più grandi della terra, mi permette di capire quanti fili uniscono ogni cosa. Mi trovo in un paese difficile, con situazioni sociali complicate da ideologie integraliste, da guerriglie, da scontri di potere, dalla paura, con una religione fortissima, potente e totalizzante eppure solo qui riesco a dissipare i confini ideali che la società ci ha imposto ogni volta si parli di oriente e occidente. Davanti ai due pilastri ideologici del Cristianesimo e dell’Islamismo mi rendo conto che in realtà, di fronte all’estasi, alla vera passione religiosa, alla bellezza ogni differenza, ogni confine tra oriente e occidente, svaniscono come nebbia. Guardo dentro a Santa Sofia i mosaici parietali, risparmiati dalla furia di riconvertimento islamico, e fieramente ancora mi guardano, sono sempre lì a dichiarare la loro importanza ideologica e a mettere in evidenza cosa vuol dire veramente rispettare e glorificare la propria religione. Aya Sofya in turco significa ‘divina saggezza’. E anche i musulmani, davanti alla perfezione e all’estasi religiosa non hanno potuto fare altro che soffermarsi ad ammirare, così per tutti i secoli a venire. E anche io, dentro a Sultanahmet Camii mi sono messa il velo, mi sono tolta le scarpe e senza disturbare nessuno mi sono seduta e ho aspettato che la luce delle vetrate arrivasse sui miei piedi, quasi a cercare i miei consensi, così protesa, mi sono fatta colpire. In fondo la luce, è sempre luce. Alla fine, il turbinio di gente, idee, lingue che ti avvolge quando entri in Istanbul, la città dei racconti e della notte, ti ricostruisce e ti fa sentire nel mondo, senza nessun’altra sensazione

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di diversità. Tutto è nato qui, tutti si sono incontrati qui, qui non c’è nessun confine. Mi sono alzata un mattino, al primo canto del muezzin, e mi sono sentita come a casa.

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MONIQUE PISTOLATO

Certe cose richiedono la presenza di due persone. Perché da soli vengono male o non vengono per nulla. Un aspirante ingegnere meccanico, costretto a fare il panettiere per pagarsi gli studi, e una cliente. Vedova. Giovane. Invitante. Un calzolaio, nato e cresciuto «tra l’odore di mastice e sudore», e un’altra cliente. Con una particolarità. O forse due. Un uomo, insomma, e una donna. Il che può ricordare il titolo di un vecchio film francese con Jean-Louis Trintignant, di quelli intimisti come andavano una volta. Magari è solo una coincidenza, ma Monique Pisolato è nata in Francia da genitori italiani. Sembra prediligere le storie di due destini che s’incrociano. Incontri casuali. Ma anche no. L’importante è che ci sia sempre il due. Diversamente, potrebbe anche non funzionare. Chi traffica con le parole lo sa. Le apparenze ingannano. Lasciano intendere che dietro ci sia dell’altro. Oggetti, persone e situazioni possono essere quello che non sembrano. I due racconti di Monique pubblicati sulla Luna, poi inseriti dall’autrice nella raccolta Un’altra stanza in laguna del 2005, danno l’impressione di voler dire questo. Il piccante del pane è un invito all’assaggio. Ma anche la storia di un nuovo inizio. Due in uno. Due per uno. Uno studente frustrato ripassa le ostiche materie d’esame in mezzo a farina e lievito. Un sentiero che non si è scelto: si limita a percorrerlo. Lungo il cammino, però, si possono anche fare incontri interessanti. Sonia è giovane e vedova. Sa di peperoncino. E le piace il pane fresco. Si

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ricomincia da zero. Anzi, da due. Il mezzo in più è un altro invito, non esplicito, non dichiarato, sotterraneo forse. Tiene il lettore sulle spine. Costruisce aspettative ambigue, ma fino a un certo punto. Preannuncia una sorpresa, un coup de théâtre che non è detto arrivi. Meglio così. Lascia curiosi e liberi di immaginarsi uno dei tanti, o pochi, finali possibili. Un artigiano che ama il suo lavoro s’imbatte in una cliente con una richiesta... particolare. Chi legge non sa bene su cosa concentrarsi. Sul mezzo o sull’in più? Magari su entrambi. I gatti sanno che ci sono curiosità da evitare. Non sempre sette vite bastano. Due titoli stuzzicanti che attirano e blandiscono. Lusingano la nostra attenzione, invitando a saperne di più. Grazie a una scrittura accattivante, giocata sulla seduzione che soltanto le parole sanno tessere. Siamo investiti da una miriade di richiami sensuali. Tatto, gusto, olfatto, vista. Non necessariamente in quest’ordine. Monique non dichiara, ma allude e suggerisce, sul filo sottile del ti vedo-non ti vedo. Suppongo sia questo il vero erotismo. Rimandare ad oltranza l’arrivo dei Tartari. Sempre che esistano. Non c’è malizia, in questi racconti, ma qualcosa di più. È la complicità fra i protagonisti, fra autore e lettore. Il piacere si promette e a volte si concede, altre volte si differisce. Ma non si deve raccontare: accade tutto fuori campo. Se no, che piacere è?

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Il piccante del pane “La notte”, maggio 2002

Era uscito dal bagno senza lavarsi le mani. Lo faceva di proposito, quando arrivava l’ora dei pani speciali. Quelli elaborati, quelli che costavano anche dodicimila al chilo e che il padrone metteva da parte per la contessa con l’erre moscia, l’architetto del Provincia super abbronzato, l’avvocatessa ossigena che aveva la mania di essere sempre di fretta, lasciando la sua Mercedes Spider davanti al panificio... “Si mangino un po’ di batteri”, gli augurava, “anche se cotti”. Nonostante le arie che si davano, tutti avevan bisogno del suo pane... E lui aveva uno stramaledetto bisogno di quel lavoro, non per il pane – almeno quello lo portava a casa gratis - ma per prendere laurea in ingegneria meccanica. Ripassava gli appunti sagomando gli impasti: coccinelle, tartarughe francesine... Guardò l’orologio: le due e venti, l’ ora peggiore quando il desiderio di sonno lo intorpidiva. Alzò la radio e riconobbe la voce di Ines, la DJ di Radio Blu che ogni notte gli teneva compagnia. Gli piaceva quel tono caldo, la risata effervescente. Musiche d’oltre confine per tre ore... Non erano proprio il suo genere ma ogni tanto s’imbatteva in qualche autore che lo stupiva, un gusto particolare. Allora gli scappava anche qualche piroetta e il lancio dello sfilatino. Diversivi per sopportare i sonni spizzicati, l’afa, il desiderio di una notte altrove. Avesse potuto invitare una ragazza per una pizza, un cinema, o godersi lo sport davanti alla televisione domenica sera, oppure semplicemente il letto – di notte - come i cristiani...

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Non c’era più niente per lui - da due anni - da quando suo padre era stato inghiottito dalle esalazioni di una cisterna che stava pulendo. Incidente sul lavoro. Cinquantanove anni, gli mancavano solo undici fottuti mesi per la pensione, per godersi quella crociera che aveva promesso a sua madre. Così lui non se l’era sentita di continuare a fare il figlio-studente e il corso per panificatori organizzato dalla regione gli era parso provvidenziale. Poteva guadagnare discretamente, rinunciando alla notti frequentando l’università di giorno. Dormire a intervalli, quando si può, l’aveva imparato. Pennichelle e sonnellini approfittando dei tragitti autobus, dieci minuti aspettando la pastasciutta, o dal barbiere. Era una specie di dromedario, al posto dell’ acqua accumulava riposi, peccato che a volte fossero troppo brevi per trattenere i sogni. Ines in fondo era come lui, davanti al microfo tutti i santi giorni, in quel buio in cui stanno bene solo le civette, con quel compito di mettere il buon umore agli ascoltatori. Una fatica diversa ma sempre una fatica. Si consolava. La luce iniziava a filtrare tra le serrande abbassate, la voce di Ines sembrava sfumare nella stanchezza, ora. In compenso il pane era quasi tutto pronto. Ancora poco, poi sarebbe arrivato il titolare. Allora via, a casa, dove lo attendevano sua madre, un buon caffè, una doccia e tre ore di sonno. Aveva infornato anche le brioches, ultimo compito, quando sentì bussare sul vetro del laboratorio. Buttò l’occhio sull’orologio a muro, erano quasi le cinque. Pulendosi le mani si affacciò. “Buongiorno, sono la vedova Carrisi, abito proprio qui di fronte, vorrei un paio di panini, se può... Sa, oggi è il mio primo giorno di lavoro - mi ha assunto un’impresa di pulizie - e vorrei portarmi qualche cosa da mangiare... “. Quella sconosciuta - vedova - che poteva avere sì e no trent’anni, che gli era apparsa con una vestaglietta leggera, di un celeste polvere che lasciava intravedere una rondine di seni, l’aveva messo in subbuglio. Come in trance si era diretto verso il cesto dei pani speciali e aveva scelto due coccinelle ben cotte. “Quant’è, per la gentilezza?” “Per oggi gratis, come augurio di buona giornatà”.

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Lei sorrise, scostandosi una ciocca di capelli color miele dalla fronte, quasi imbarazzata. “Mi chiamo Sonia” e gli allungò la mano tra le grate. “Piacere. Marco... Probabilmente non ci siamo mai visti perchè qui ci sto solo dalla sera al mattino presto. Fino alle sei, precisamente... Durante il giorno dellla bottega se ne occupa il proprietario”. “Allora non le dispiace se d’ora in poi verrò a quest’ora a prendermi il pane? Sa”, disse con enfasi, “preferisco mangiare fresco...” Era riferito un po’ anche a lui, quel “fresco”. L’aveva capito. La vedova Carrisi tornò tutte le mattine, dal lunedì al sabato, per molto tempo. Le loro man s’incrociavano attraverso la grata. Il giorno della laurea, con l’alloro al collo, Marco festeggiò a champagne. E sul finire di una bottiglia raccontò la storia della fatica, del sonno perduto, dei desideri consumati tra la farina. Del piccante del pane, e di un peperoncino di nome Sonia, comparsa sul finire di una notte da cui non si era aspettattato niente.

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Il mezzo in più “Numeri”, dicembre 2002

Era cresciuto in bottega, accanto a suo padre, tra l’odore di mastice e sudore. Poveri e ricchi, tutti portavano i contenitori per piedi nell’ospedale del Nino. Come un chirurgo plastico ringiovaniva scarponi sformati, ciabatte fini come la velina.. Il vecchio gli raccomandava di stendere bene la pattina, di lucidare con olio di gomito, perche ogni scarpa aveva un’anima. Lì, in quel bugigattolo umido, con poca luce, davanti a file di calzature pronte a rimettersi in carreggiata, si era appassionato ai piedi. Li preferiva lunghi e magri, con il collo segnato da venuzze trasparenti, di tensione, proprio come quelli di Angelina la vicina che ogni mese gli regalava un sacchetto di calze di naylon smagliate per il suo lavoro di garzone. Il 39, da donna, gli piaceva perche presagiva un’altezza intorno al metro e settanta, ma sapeva riconoscere un 36 e mezzo piatto, o un 42 con l’alluce valgo. Nonostante un diploma di ragioniere a pieni voti, si era fatto tre stagioni in Germania, come contabile in una catena di gelaterie di un emigrato di Belluno. Poi il salto: un negozio di calzature - solo per signora - in Strada Nuova. I suoi genitori non erano stati entusiasti della scelta, ‘un figlio nel commercio dopo tanti sacrifici...’ Comunque, in quelle due vetrine centrali, soleggiate, avevano riconosci una, seppur lieve, forma di avanzamento sociale. L’arredo della bottega era chiaro ed essenziale, due eleganti poltrone Frau, color latte, accoglievano le clienti. Lui si diver-

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tiva a squadrarle, a indovinarne il numero e i desideri, ancor prima che varcassero la soglia. Teneva articoli di classe, solo in pelle e materiali naturali, con un campionario dal 34 al 45. Serviva con rispetto e curiosità sia certi piedini infantili, sia certe zattere di atlete della pallavolo o del basket. Gli costavano quei numeri sotto il 35 e sopra il 41, e spesso a fine stagione si trovava con diverse paia invendute, ma adorava accontentarle tutte. Anche quel giorno di primavera inoltrata, dentro le sue vetrine c’erano girasoli alti piantati su un’erbetta sintetica qua e là ciabattine con bordi di perle, sandali dorati, ballerine gialle, rosse, blu... Se ne stava di spalle chino su un 38 nodoso e gonfio di una signora avanti con gli anni che si era incaponita su una scarpa da tennis in lino color cachi... quando le campanelle sopra la porta avevano tintinnato con leggerezza, come se fosse stato un soffio d’aria a sfiorarle. Prima ancora che potesse voltarsi per dire ‘buongiorno’ un profumo delicato aveva stupito le sue narici. Peonie. Aveva cominciato la sua perlustrazione dal basso verso l’alto: bebè con tacco sei, numero... ma i movimenti di quella ragazza slanciata, con una gonna in garza lunga fino ai piedi, di un azzurro fiorito, gli avevano impedito la sua diagnosi classica. Intanto l’anziana, quasi indispettita che avesse distolto l’attenzione da lei, per quel fiorellino giovane apparso in bottega, se ne andò dicendo che ci avrebbe pensato. Non la conosceva quella cliente appena entrata. Non riusciva a vederne bene i piedi e poi c’era quella fragranza che si era impadronita del negozio dandogli quasi un senso di vertigine. La donna si era accomodata in una delle poltroncine accavallando le gambe. Polpaccio tornito, caviglia a imbuto, piede... «41» esordì soddisfatto come un bambino che ha risolto l’ultima mappa di una caccia al tesoro. «41 e mezzo» precisò lei sicura, «vorrei provare il 41 e mezzo di quei sandali con le stringhe in cuoio che ha in vetrina, quelli con il tacco alto». Lui provò quasi un moto d’irritazione per aver fatto cilecca, eppure indovinare le mezze misure era sempre stato il suo forte fin da piccolo. E quando volgendo lo

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sguardo verso lo scaffale si accorse che gli mancava quel mezzo numero si lisciò il baffo. Era imbarazzato. «Potrei farle provare il 41, è una marca che calza molto». «Guardi, non voglio farle perdere tempo, ma so perfettamente che solo il 41 e mezzo mi va bene. Ho il secondo dito dei piedi un po’ più lungo dell’alluce», disse quasi intimidita. «Proprio come certe divinità greche» la rassicurò cercando di catturare tutto di quella creatura. Altezza quasi un metro e ottanta, capelli corvini lunghi, una bocca morbida, porpora, occhi impastati di verde e giallo come certe piante in autunno, bebè blu, di qualità, probabilmente di fabbricazione francese. Socchiuse gli occhi: non portava il 39, non aveva avuto modo di prendere quei piedi tra le mani, di scrutare se avessero venuzze cristalline di tensione, però c’era qualche cosa in lei... «Posso procurargliele per domani pomeriggio, se ha occasione di ripassare»... Lei restò un attimo titubante, inclinando leggermente la testa di lato e portando la punta della lingua sulla piega della bocca. No, non poteva permettersi che scomparisse, anche se non portava il 39... «Guardi facciamo così, se lei mi lascia un recapito telefonico appena arrivano la chiamo» sulle ultime due parole tradì una grattata di apprensione. La ragazza sorridendo aprì una borsetta mignon tempestata di paillettes e gli porse un bigliettino da visita “I A. Rocco tel...”. Mentre si dirigeva verso la porta, con una postura regale, nell’aria ondeggiò ancora quella fragranza. Le campanelline suonarono e lui la rincorse con la voce... «Scusi: A. sta per...». «Andrea Rocco», gli disse facendogli l’occhiolino. Lui deglutì confuso. Nel dubbio decise che comunque avrebbe approfondito.

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PIETRO PRESTI

Il nero in ogni dove. Il cuore in ogni senso. Così vogliamo presentare Pietro Presti e le sue parole. Un giovane scrittore, con un libro già edito, tanti racconti pubblicati fra il cartaceo ed il web ed un nuovo romanzo in cantiere. Una fucina di idee che si tingono di nero e di rosso. Partiamo dall’aspetto: un ragazzo vestito di nero; ci sono catene, spillette, spille da balia, orecchino, tatuaggio, piercing, un filo di trucco. Così entriamo, danzando macabri, in un mondo, quello di Presti, molto vicino alla dark culture che esplose nel pieno degli anni Ottanta e ci regalò la prima Santacroce e che sprigiona la sensazione dell’esistenza di un universo comune a tutti coloro che fanno del nero e del dolore una forza di vita e che, attraverso poche privilegiate voci, urlano al resto degli universi la difficoltà che è insita nell’atto stesso di esistere. Presentiamo due racconti, Danielle e Fondali, scottanti, che parlano di uno dei tanti problemi che preoccupano oggi la società, un grido disperato in uno stomaco completamente vuoto. Le ossessioni e i feticismi sono per Presti quelle cellule che sfociano in parole scottanti, che bruciano talvolta dove passano: l’esasperazione, il soffocamento, la noia infinitamente noia, la ripetizione delle azioni, la droga, il cibo inutile e imposto, il lato estremo e viscerale del sesso, la musica, la violenza, la lacerazione volontaria della carne, l’ossessione della fisicità, la perversione della cura.

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Uno scandaglio in una subcultura che vede ogni cosa con un colore diverso è in Presti quasi imponente. La serietà di un linguaggio colto, sostantivato, ricercato nell’uso della parola e della punteggiatura che scandisce come il timer di una bomba i tempi dei racconti, il fraseggio netto e preciso, a volte ripetitivo ed ossessivo, imprimono in questa scrittura la voglia di rappresentare ogni cosa che dal resto del mondo viene dimenticata. È la voglia di progredire, di evolversi quasi a riscattare tutto il resto. Siamo seduti fuori da un locale dark, gente con la cresta in testa, gente vestita in lattice e noi leggiamo il suo primo libro, Liberami dal Male, che evoca un’urgenza di parole fin troppo tenute nel profondo dell’animo. Parole, che per andarsene avevano bisogno di essere lanciate fuori con violenza inaudita. Ci fermiamo a riflettere sul dolore delle persone e speriamo davvero che qualcuno venga a liberarci dal male. A volte le parole stesse servono a liberarci dal male.

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Danielle “Fame”, maggio-agosto 2005

La madre aveva preparato la colazione. Latte macchiato e un saccottino al cioccolato. Aveva bussato alla porta della sua stanza, entrando: «La colazione, cara: mangia e preparati per la scuola». Come risposta aveva ottenuto un nervoso vagito. Avrebbe giurato d’aver sentito un conato. La stanza ci mise un attimo a colmarsi dell’odore di quelle prelibatezze. Raggiunsero le narici di Danielle e ci s’infilarono senza nemmeno chiederle permesso. I caldi odori la conquistarono e la disgustarono. Per lei la cosa non era affatto strana. Il suo stomaco si chiuse e la gola si restrinse. Tossì forte e si sporse in avanti, sgusciando fuori delle coperte dove si era sotterrata tutta notte. Fece per vomitare, ma niente. Aria. Gocce di saliva sulle coperte. Ogni volta era come tirare un secchio in un pozzo prosciugato. Si raschia il fondo e si tira su il vuoto. Accese una delle sue sigarette e la testa iniziò a girarle. Aspettò alcuni secondi di morbida confusione prima di rientrare nel reale. Evitò accuratamente di guardare la colazione, ma ciò non le evitò la spiacevole sensazione di averla già sbranata e cacciata giù per la gola. Tanto era forte l’odore che poteva quasi sentirne il gusto nel palato. Cercò di coprirlo col fumo, trattenendolo nella bocca a lungo. Quando uscì dal letto, lo spessore delle coperte non si ridusse visibilmente. Di visibile, in lei, c’era ben poco. Diede un ritmo alla mattina: battiti techno a bilanciare la stanchezza, la poca forza che possedeva ancora. Mosse il corpo, ma non lo sentì suo. Chiuse gli occhi, in modo che il suo spirito

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risoluto godesse di quel frastuono. La sua mente era forte ed esisteva un trucco per rafforzarla. «L’insensibilità è la migliore corazza», si ripeteva. Prese il piatto con la colazione e lo trascinò con sé in bagno. Camminò sfiorando l’aria con la stessa consistenza di un velo. Versò il latte nel lavandino e ridusse in pezzi minuscoli la brioche buttandoli a mucchietti nel cesso, tirando ogni volta lo sciacquone. Quando ebbe terminato l’operazione, si sentì sazia e rincuorata, colma oltre ogni misura. Si era svegliata con un ingordo appetito di fame e ora l’aveva avuta, la sua fame. L’aveva consumata voracemente, ma con precisione e coscienza, gustandosela fino all’ultimo boccone. Quella fame che la faceva sentire così piena di vita. Era buona, la sua fame: lei l’adorava. La madre, guardandole gli occhi solcati di nero, si complimentò per il trucco. Poi chiese: «Hai mangiato?» «Sono davvero sazia», rispose Danielle, riponendo il piatto e il bicchiere in cucina. Qualche briciola era sopravvissuta e pensò fosse giusto eliminarla per non lasciare che quelle scorie d’appetito andassero sprecate. Il tubo di scarico ingoiò i resti e Danielle si sentì a posto. S’era saziata del suo appetito. Il suo spirito era nutrito. A pranzo era più difficile raggiungere quell’orgasmo. I suoi genitori non avevano mai provato il gusto leggero e la consistenza liscia della fame, perciò la madre non aveva mai servito un bel piatto freddo di fame come pranzo. Piatti caldi, pesanti e dalle consistenze più disparate. La fame poteva essere servita in un piatto unico e non serviva un intero ciclo della lavastoviglie per pulirlo. Ma i suoi avevano bisogno dell’intero armamentario di portate. Danielle proprio non li capiva. Non capiva la loro logica distorta e confusionaria quando la sua era così lineare ed esaustiva. E tutti quei dottori che le ripetevano che c’era qualcosa che non andava. Non li capiva. «Ma non la vedono, la mia bellezza?», si chiedeva. Quando aveva finito, si alzava da tavola perché le scappava. Puntualmente. E aveva un modo per farsi tornare l’appetito perduto nello stressante appuntamento quotidiano del pranzo. Si ficcava due dita in gola, rimettendo tutto quanto e iniziava ad assaporare il gusto sottile della fame: un

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gusto da intenditori, un retrogusto che solo pochi esperti potevano riconoscere. «Ma non si vive di sola fame», si ripeteva. «Si vive anche di felicità e di bellezza». Quale migliore digestivo, se non il suo bel viso smunto riflesso allo specchio?... Quella visione saziava appieno il suo desiderio di bellezza. Vedersi, sentirsi, bella e sazia. Bella come aria. Sazia. Di aria. Alla sera non stava mai in casa. «Mangio fuori», diceva, ma invero se ne stava tra le sue braccia. «Hai mai visto una bambola così delicata?», chiedeva al suo ragazzo. «Hai mai sfiorato una bambola così bella?», ma lui non la vedeva. Gli giungevano solo echi lontani di una voce bassa, dolce e leggera. E seppur si sforzasse, lui non la “sentiva”. Così una sera pensò che Danielle non ci fosse più, che avesse perso il filo che la legava a terra e come un palloncino d’elio si fosse persa in volo. Ma lei era lì. Almeno, c’era il suo corpo trasparente. La vera lei si era trasferita dentro se stessa, nel monolocale della sua anima sazia, con una valigia di felicità e di bellezza che solo lei vedeva. Una mattina, sua madre entrò nella stanza e poggiò la colazione sul comodino. Scostò le coperte e ci trovò un soffice velo di seta. Aprì le finestre per fare uscire la puzza di sigarette e liberò il velo donandolo alle invisibili mani del vento. Alla mezza il marito chiese: «Danielle non viene a tavola?» «No, mio caro. Danielle dice che è molto sazia, che vuole restare leggera».

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Fondali “Acqua”, 2006

Ogni volta che aveva bevuto tanto da sfondarsi la coscienza, era crollata sul letto esausta, in lacrime, e si era risvegliata tardissimo nella sua stanza, così estranea a se stessa, con i sensi ovattati e la stanchezza che strisciava sul pavimento. Il vuoto che sentiva sotto i suoi piedi era tutto ciò che le rimaneva, tutto ciò di cui potesse avere ricordo e comprensione. Frastornata e persa, cadeva in quel silenzio che sembrava evaporare dalle pareti ingiallite di nicotina, con tutta la sua sporca tristezza attaccata alla pelle e la polvere della strada sui vestiti della sera prima, che non aveva avuto forza né lucidità di togliersi prima di dormire. Come un fantasma, a fatica si trascinava dietro il suo stesso peso morto, e si sentiva così lurida, incrostata di una miseria umana infinita, sporca di un peccato per cui non esiste perdono. E cercando gli analgesici, il caffè e le sigarette in cucina, il pensiero di morire le galleggiava per la testa con la stessa banalità delle cose da fare durante la giornata: la bolletta, la spesa, gli studi. Era l’unico pensiero possibile, il più normale in quella luce pomeridiana che aveva il sapore acre della solitudine, ma sentiva di non possedere nemmeno quella forza interiore con cui sarebbe stata capace di uccidersi. I suoi pensieri erano immobili ed impotenti, e la morte, in quegli istanti, pareva qualcosa che sarebbe arrivato da un momento all’altro senza che lei alla fine l’avesse voluto o deciso, come un miracolo; qualcosa che d’improvviso colpisce e redime senza la fatica d’insostenibili sforzi e di preghiere mai imparate. La sua anima era Arno nello straripare, e la sua felicità era Fi-

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renze di notte e bellezza d’infanzia. Così lei affondava nel fango melmoso della piena, venuto a galla e raschiato dai fondali della sua vita adulta. E si sentiva in quel modo ogni volta che finiva di fare sesso con uno dei tanti estranei che vangava, di notte in notte, per i locali del centro. I loro nomi si perdevano come ombre, mischiandosi in un cumulo di lettere senza significato e senza futuro cui non era dato un preciso suono proveniente dal suo cuore. Niente che la saziasse, niente di così intenso e realmente intimo di cui un giorno potesse pensare di aver ricordo. Niente che colmasse quel suo infinito senso di vuoto o che la riportasse al peso fisico dei piaceri della carne dalle profondità della sua evanescenza. Nient’altro che il loro sperma ormai freddo e squamato sulla pelle del suo stomaco o sul suo seno. Quello stesso disagio, mischiato a ribrezzo e disgusto, si ripeteva ogni volta che aveva finito di spezzarsi il respiro con il vomito, con la faccia infilata dentro un cesso e le ginocchia schiacciate sul pavimento del bagno. Quel gesto talmente ben assimilato da replicare ormai meccanicamente quasi ogni giorno, ad ogni pranzo, ad ogni briciola di cibo ingurgitato. Quel gesto che lei avrebbe dovuto negarsi, combattendo, e che invece a volte inscenava con tutto il disprezzo e la rassegnazione che riusciva a provare per se stessa, ferendosi, insultandosi, sbeffeggiandosi. E la sua malattia era vizio e illusione cui cedeva. Per ognuna di queste cose e per tutte le volte in cui sarebbe accaduto, avrebbe pianto in cucina sussurrando le sue pene perché gli altri coinquilini non la sentissero e non le chiedessero... e sarebbe strisciata ancora nella sua stanza chiudendo la porta, imprigionandosi fuori dal mondo e dalla vita. Si sarebbe rannicchiata, feto di donna sul suo letto, sotterrata sotto coperte, al buio, spettando la fine del pomeriggio e del suo respiro. Madonna impura, assassina pentita, avrebbe voluto alzarsi da quel letto, da quella bara di coperte e cuscini, preparare la vasca e immergersi nell’acqua per raschiarsi di dosso le pene di quella sua esistenza, usando oli all’essenza d’agrumi e spugne di carta vetrata.

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Pensò a quando era solo una bambina e alla sensazione di purezza e leggerezza che provava ogni volta che in estate correva dalla madre in cucina e le chiedeva dell’acqua fresca. Stringeva quel bicchiere di vetro appannato con tutte due le mani e si lasciava trasportare dall’estasi di quegli attimi che le scendevano giù per la gola, che tracannava con un’ingordigia che assomigliava tremendamente alla gioia più grande e perduta della vita.

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DANIELA RAIMONDI

Ci sono scrittori che fanno sempre le medesime cose. Un po’ come le canzoni di Toto Cutugno. Si cambia qualche dettaglio per non dare l’impressione della solita solfa. Ma quando ne hai ascoltata una, puoi fare a meno di infliggerti le altre. Leggendo ciò che abbiamo scelto di Daniela Raimondi, vi accorgerete di una qualità non da poco: ogni racconto è diverso dagli altri. La sua scrittura è duttile. Si adatta alle circostanze, ai personaggi. Assume la forma del recipiente in cui viene versata e interagisce con essa. Partiamo da Sangue. Amore e morte, un funerale in un giorno di pioggia; un uomo ed una donna che si rivedono dopo tanto tempo. Un amore di quelli che si definiscono «impossibili» o «senza speranza»: rimpatriata senza allegria, insomma, satura di ricordi e di rimpianti per quello che avrebbe potuto essere e non è stato. Entrambi sanno che tornare indietro non è concepibile e forse nemmeno auspicabile. Domina la tinta smorzata della malinconia. Rassegnati sì, ma non del tutto, tanto «il tempo curerà tutto». Per lo meno, è quello che ripetiamo a noi stessi. Chissà che non finiamo per crederci davvero. In Mai non ci sono filtri, né mediazioni. Una sconosciuta, lasciata dal proprio uomo, al quale sbatte dritta nel muso la rabbia che le scalpita dentro. Schizza con impietosa durezza i contorni disillusi della sua storia. La verosimiglianza supera il livello di guardia e tracima. Riverbera i dettagli raccontati dalle amiche quando ci espongono le vicissitudini sentimentali nelle quali sono rimaste

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impantanate. La conclusione è un crescendo di rancore. Sorpresa. L’uomo di cui si parla è morto. E lei non è disposta a perdonargli di averle taciuto la propria malattia, rifiutando d’essere amato e accudito. Scrittura circolare, tracciata attorno all’avverbio mai. Che apre e (rac)chiude il cerchio. Nel terzo racconto lo spartito cambia un’altra volta. A partire dal titolo: La Signorina Grünbein gode di ottima salute e vi manda i suoi saluti. Interminabile rispetto ai precedenti, secchi e piazzati lì come due bombe ad orologeria. Anche il tono cambia. Diventa cedevole, quasi impalpabile. L’io narrante si abbandona al flusso onirico della memoria. Vi si immerge. Evitando le banalità tipiche della scrittura costruita sulle reminiscenze. Cartolina spedita da un dove che non esiste più. Impregnata di sangue e morte. Immagini su immagini. Fino alla confessione finale. Ve ne accorgerete: Daniela non scrive di accadimenti. I suoi racconti sono brevi e conchiusi. Non è che vi succeda molto. Però si costruiscono atmosfere e si scava. Nelle situazioni. Negli animi. I sentimenti e le persone sono raffigurati in pochi, efficaci tratti. Senza inutili sprechi. Magari con durezza e disincanto. Perché il mondo, fittizio o meno, è come certi sport. Mica roba per signorine, insomma.

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Sangue “L’altro da sè”, settembre 2001

La pioggia picchia sugli ombrelli, sulla bara, sugli angeli di marmo bianco con lo sguardo alzato verso un mare di nuvole nere e d’acqua che scroscia. La piccola folla guarda in basso, verso quella bocca di terra nera e ingorda pronta a divorare quel poco che è rimasto di una vita. Lui e lei stanno vicini, sotto lo stesso’ ombrello a spicchi colorati, un po’ assurdo. Tutti e due biondi, alti, con la stessa inquietudine negli occhi. Hanno le scarpe immerse in una pozzanghera d’acqua sporca e pensano solo a se stessi; a quell’amore impossibile, nato tanti anni prima dalla parte più profonda del loro essere, la più oscura, la più dolorosa. Un’amore che veniva da dentro, dal sangue, e nel sangue s’era annidiato. Un cancro sottile, cancro eterno e senza cura che li aveva divorati come una febbre. Ma una febbre delicata come la farina, dolce come un vino siciliano. Anche l’ultima badilata di terra è stata gettata. “Vado. Ho un treno fra mezz’ora e se mi sbrigo riesco ancora a prenderlo. Lui l’afferra per un braccio, quasi con violenza, o con disperazione. Forse tutte e due.” “No!... Aspetta... Non puoi andartene così. Vieni. Andiamo a bere qualcosa.” “Ma il treno...” “E chi se ne frega del treno! Ce ne saranno altri, no? E poi cosa direbbero se te ne andassi, così di corsa, dopo tanto tempo. Dai, muoviti.” Non oppone resistenza. Lo segue docile, come allora. Come sempre. Era stato il suo eroe, fin dall’infanzia quando giocavano insieme dalla mattina alla sera. Sempre. Anche da grandi, quando scoprirono l’amore senza quasi rendersene conto. Ma un’amore che brucia-

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va, che non si poteva frenare, che nasceva dalla carne, dal sangue e dall’anima. E allora divenne anche il suo Dio, l’unico Dio. E il suo inferno. Il bar piccolo e sporco, il tavolino rotondo che traballa un poco nell’ombra. Il caffè’ che sa di bruciato, già freddo. Lui la fissa in silenzio. Vuole sapere. Vuole scoprire a cosa’ stia pensando, se anche lei ha mille farfalle nello stomaco e le gambe molli e la bocca secca e quella voglia terribile, dolorosa, di allungare le mani e sfiorarle le dita; sfiorarle appena, con infinita tenerezza. Anche tu senti questo bisogno assurdo di toccarmi Laura, di ritrovare quel calore che stordisce, fino a stare male?.. Tanti anni mio Dio, tanti anni senza mai vederti... “Quanto tempo è passato?” “Quasi quattordici anni. Fanno quattordici anni il mese prossimo.” Solo che non si accorga che... Non fare la scema adesso. Mescola il caffe, abbassa gli occhi, parla del tempo, guarda fuori dalla finestra... Non mi metterò mica a piangere davanti a tutti, e alla mia età?.. Adesso gli chiedo se sta con qualcuno. No. Sarebbe come ammettere che... Dio santo no, non mi guardare così... “Sei ancora molto bella sai? Forse ancora di più.” “Ti sembra il momento per i complimenti?” “No, lo dicevo così, senza intenzioni... Non possiamo parlare senza ferirci ogni volta che apriamo bocca? Quanto zucchero prendi?” “Lo bevo amaro adesso. Solo un goccio di latte.” “Dawero? Eri così golosa di cose dolci. Ti ricordi quanti gelati ti facevi fuori?” Sorridono. Anni scrollati di colpo da quei muscoli tesi intorno alla bocca. Occhi umidi, stanchi di mentire. Di nuovo indietro nel tempo. Per un momento. Insieme. “Come stanno i bambini. Ne hai due vero? Ormai devono essere grandi.” “Gianluca ha dodici anni. Paola undici ma già mi arriva qui, vedessi! Se non sto attenta fra un po’ mi chiederà di andare in discoteca!... E tu? Quando ti sposi?” “lo? No, non io, per carità! Non sono fatto per il matrimonio. Per cosa? Figli non ne voglio, allora tanto meglio così, senza troppi impegni.” “Perchè non vuoi figli?” “Lasciamo perdere Laura. Con quello che abbiamo passato...” “Cosa vuoi dire? Che le colpe dei padri ricadono sempre sui figli? Non essere stupido. Gli anni passano anche per te cosa credi? Ti ritroverai vecchio, vecchio e solo.” “E a te spia-

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cerebbe? Guardami in faccia: a te spiacerebbe?” “...Certo, certo che mi spiacerebbe... Perchè, dovrei esserne contenta per caso? Le nostre colpe già le abbiamo scontate abbastanza, no?” “Ah, se è per questo... All’inferno ci siamo andati e tornati fino a imparare la strada a memoria!” Impossibile. Impossibile evitare di parlare del passato. Impossibile, quando hanno appena scoperto che quattordici anni, quattordici infiniti anni di separazione, non sono serviti a niente e l’unica cosa che vogliono adesso è buttarsi fra le braccia dell’altro e piangere, e accarezzarsi, e dirgli quanto mi sei mancato, e dirle nessuna, nessuna è stata come te, mai. Mai... “Vuoi qualcos’altro? Un cornetto, un panino? Devi avere fame.” Il cellulare trilla insistente da dentro la borsetta. 1 Li fa sussultare. “Pronto... Ah ciao Andrea. Sì, è gia finito... No, non ce l’ho fatta a prenderlo... Non saprei a che ora è il prossimo. Appena arrivo in stazione controllo e ti richiamo. Ma sì, stai tranquillo; ce n’è uno ogni ora!... È qui con me adesso, stiamo bevendo un caffè. No... ti spiego dopo, ok? Ciao, saluta ‘i bambini. Ti chiamo appena so di preciso quando arrivo. Ciao... Sì, ‘ anch’io.” “Tuo marito?” “...” “Gli hai detto che eri con me?” “Certo. Mi sembrava chiaro che ti avrei rivisto e che ci saremmo parlati, no?” lui, che ha detto?” “Che facevo bene. Che, avrei dovuto farlo tanto tempo fa.” Si guarda in giro per evitare il suo sguardo. In quel bar ci venivano da ragazzini, per giocare al calcetto. Non è cambiato molto: solo più polvere e uno strano odore di zucchero e noce moscata. Una donna e una bambina entrano e chiedono al barista quanto disti la stazione. La bambina ha un dito nel naso e la fissa con due occhi spalancati. Poi escono, di corsa. “Devo andare Sergio. Si sta facendo troppo tardi.” “No, c’è ancora tempo. Voglio stare un po’ con te...” L’ha fermata di colpo. Le ha preso la mano quando lei si era già alzata decisa ad andarsene e adesso gliela stringe forte. Non dicono niente. Si fissano e basta. Lei vacilla un momento, poi si risiede. Abbassa lo sguardo. È talmente bianca... La sua mano è fredda e molle, ma lui muove piano le dita, la stringe un po’, quasi a voler darle vita. Passa il pollice all’interno del polso di lei: su e giù, accarezzando piano la pelle delicata e le vene az-

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zurre, come per sentire scorrere il suo sangue. Lei si irrigidisce appena. Sta soffrendo molto, lo vede. Poi chiude gli occhi e piano piano ricambia quella stretta, nel silenzio. Quanto dura quel momento? Non sapranno mai rispondere. È lui il primo a parlare: “Non ho mai voluto farti del male. Non ci crederai ma è così.” “Lo so, lo so... Non è colpa tua. La colpa è più mia. Non avrei mai dovuto... Ma a che serve parlarne adesso? È passato tanto di quel tempo. Non è stata colpa di nessuno. Forse doveva semplicemente succedere. Le cose a volte vanno così. Prendono una direzione sbagliata e non c!è più niente da fare.” “Non ci vedremo mai più, vero?” “No. Sai bene che è meglio di no. A che serve torturarci?” “Non ti cercherò mai, stai tranquilla. Ti voglio troppo bene. Non so come, ma non ti cercherò.” “Non piangere Sergio, ti prego, ti prego...” “...” “Vado in stazione. Si sta facendo buio.” “Ti accompagno.” “No! No... tu stai qui. Sarebbe troppo difficile. Troppo.” Lui abbassa il mento. Sa che ha ragione. Che è molto meglio così. Non ce la farebbe nemmeno lui a dirle addio. Sente la mano di lei che gli sfiora la guancia bagnata. Gli passa le dite sulle palpabre abbassate, movimento leggero, quasi impercettibile. Infinito. Succede in un attimo. Un attimo dilatato nel tempo: la mano che si scosta. Il gelo. Il rumore della sedia, un ticchettio veloce di passi. La porta che si apre e poi sbatte forte. Il mondo che sembra sgretolarsi all’improvviso, aggrappato al suo dolore cieco. Il cigolio del treno è il rumore più triste che esista. Laura l’ha sempre pensato, e ora capisce perchè. Fuori dal finestrino è buio. Arriverà a casa tardissimo. I bambini saranno già addormentati ma sarà di nuovo a casa, con loro, con Andrea, e il tempo curerà tutto. Dimenticherà tutto. Ricomincerà di nuovo a vivere. Come l’altra volta. Come sempre. Si morde un labbro e caccia indietro le lacrime. Se solo potesse dormire un poco... “Signora, signora...” Si sente tirare per la giacca. Apre gli occhi: è la bambina che ha visto nel bar. “Cosa c’è tesoro? Sono tanto stanca sai? Vorrei dormire un poco.” “Dov’è tuo marito?” “Mio marito...?” “Sì, quello che era con te nel bar.” “Quello non è mio marito amore. È mio fratello. E tu, dimmi, come ti chiami?”

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Mai “Bugie”, maggio-agosto 2003

E te ne andasti un venerdì mattina, pochi giorni prima di San Valentino. Te ne andasti perché mi amavi troppo. Almeno è quello che mi dicesti. Fuori dalla finestra solo vento e cielo, e dolore secco, e i colori sbiaditi di febbraio. Ti sentii scendere le scale; tu e quel tormento che ti portavi dentro, nascosto, attaccato a te fino alle ossa. Tormento duro e nero che ti seguiva sempre, e non voleva saperne di portarti via dalle mie mani. Quel mattino ti eri tagliato facendoti la barba e quando mi fosti vicino ti tolsi quella piccola goccia di sangue sulla bocca. Lo feci piano, in silenzio, mentre mi fissavi come per rubarmi l’anima. Fu l’ultima volta che ti toccai. Rimanemmo a guardarci senza niente da dire; niente che fosse più forte di quel dolore ruvido e amaro che ci sentivamo dentro. Non più i perché, la disperazione, l’odio e la rabbia. Niente. Non c’era nemmeno la voglia di gridarti un bel vai a farti fottere allora! Magari te lo avessi gridato. Quello ci avrebbe certamente aiutati; ci avrebbe fatto sentire molto meglio. Che strano. Mentre sfioravo la tua bocca, l’unica cosa che riuscivo a pensare era che avrei dovuto comprare del caffè perché era finito, e che dovevo ancora ritirare la tua giacca dalla lavanderia. La disperazione arrivò dopo, la sera, quando mi accorsi che in bagno c’era solo il mio spazzolino da denti, e più tardi nel

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letto, con gli occhi sbarrati, gelata, senza poter dormire; senza nemmeno riuscire ad odiarti; ma sentire solamente quel dolore battere e battere come un marchio a fuoco che non ti lascia più respirare, e il bisogno quasi insopportabile del tuo corpo, delle tue braccia... Avessi avuto almeno Dio per chiedergli come fare per dimenticarti; o il demonio, per chiedergli dov’era la strada per riportarti a me. Sette anni. Sette anni insieme, e via, te n’eri andato per sempre; così, come quando si cambia casa, o ci si dimentica di vivere. Sei giorni dopo squillò il telefono. Erano le due di notte. Mi chiedesti come andava. Poi di colpo silenzio. Sentivo che ti eri messo a piangere e non volevi farmelo capire. Di quanto coraggio ha bisogno un uomo per piangere? Di quanto coraggio abbiamo bisogno per spezzarci il cuore a vicenda, soli e smarriti fra i mille fili elettrici della città? Per quanto tempo amore rimanemmo muti ad ascoltare quei nostri singhiozzi soffocati, e con lo stesso silenzio ci ferivamo, gridavamo tacitamente ti amo, ci consolavamo a vicenda. Il silenzio per odiarci, e amarci di nuovo, e volerci e respingerci, e volerci... e poi solo volerci, solo volerci amore mio, ancora. Volerci più forte che mai... E invece zitti. Restammo lì, senza dire una parola, con il naso che colava, a stringere forte il telefono fino ad avere la mano bianca. Poi ebbi troppa paura che tu riagganciassi: Dove sei... Dove sei per l’amor del cielo... Ti prego dimmelo. Vengo da te, sì. Adesso, subito. Ti prego, ti prego non mettere giù... parlami Giorgio, parlami ancora... Non facciamoci più del male... Dove sei? Dove sei ... E tu dicevi solo “no, no, è meglio così... Credimi. È molto meglio così. Volevo solo sentire la tua voce, e sapere che stai bene, solo quello...”

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Riattaccasti, e io mi misi a tremare, convulsamente, perché in quel momento lo avevo capito. Quella notte già lo sapevo, sai? Ah se lo sapevo! Lo sentii nel mio sangue all’improvviso: fu come un sussulto, un taglio netto. Qui, dentro. Una ferita e poi l’aceto, e poi quel mugolio che mi nasceva dal fondo e mi usciva tra le mascelle contratte come il grido di un animale. Mi accasciai al suolo, e il dolore fu così forte, così forte mio Dio! Così forte e violento che credetti di non sapere più come continuare a vivere; di non sapere più come si fa a respirare. Io, solo io in quella stanza. Io e quello strazio che mi lacerava a morsi. Come, ma come avevo fatto a non capirlo prima che stavi per morire! Ne ebbi la conferma dopo cinque mesi, quando era già tutto finito. Lo seppi per sbaglio, per uno di quei casi strani della vita. Eri stato così attento tu a nascondermi tutto, a sistemare tutti i fili sciolti prima di entrare in ospedale. Eppure qualcosa ti era sfuggito. Tu certamente non avresti mai voluto che conoscessi la verità. Quella mai. Avresti preferito che io ti odiassi, che piano piano avessi imparato a conoscere cosa fosse il rancore, e l’astio, e la cattiveria. Pensavi che sarebbe stato tanto più facile vivere con quello dentro piuttosto che con la pena di sapere la verità. Almeno questo era quello che avevi pensato tu. Ah Giorgio! Lì sì, li sì che ti eri sbagliato. Lì sì che l’odio per te cominciò a nascere e a rovinarmi la vita. Mi esplose dentro, e non ci fu rimedio, sai? Come hai potuto? Come credere che per me sarebbe stato meglio così? Chi ti ha aiutato quando il dolore divenne insopportabile? Chi ti ha confortato quando la paura e lo strazio della fine fu più forte di tutto? Un’infermiera? Una donna di opere buone? Io, io sola dovevo starti vicino, e tenerti la mano, e combattere con te, e dividere la tua disperazione e affrontare insieme la paura immonda della morte! Io, solo io per amarti fino a quell’ultimo, terribile momento. Solo io, solo io per soffrire con te, per

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calmarti il dolore, per accarezzarti i capelli nel sonno... Solo io Giorgio. Nessun altro. Nessun altro! E non ti perdonerò mai, mai per quello che mi hai negato. Ascoltami bene Giorgio, ovunque tu sia: mai!

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La Signorina Grünbein gode di ottima salute e vi manda i suoi saluti “Passione”, gennaio-aprile 2005

Da piccola volevo macchine volanti. Andare a caccia di cinghiali e imparare l’arte della falconeria. Non ho mai amato le torte di mele, né le parole tristi degli innamorati. Sopporto a malapena i baci dei bambini. Quando d’estate mia madre mi portava al mare, entravo nell’acqua con le gonne arrotolate sui fianchi. L’acqua del Baltico è fredda di neve, anche d’estate. Eppure adoravo quello schiaffo improvviso sul ventre, la frangia d’oceano che faceva blu la mia carne. La casa restava dietro fra i pini. Là rimaneva la luce gialla posata sulle cose, il ticchettio di mio padre sulla macchina da scrivere. Odiavo quando lui si chiudeva nello studio, quando mi toglieva dalle ginocchia e mi diceva di andare a giocare. Odiavo gli uomini che la sera lo venivano a trovare. Ero gelosa di quel cameratismo, dell’odore di birra e l’aria che si riempiva di storie di donne. I vetri sudavano la sera e io faticavo a dormire da sola. Quando mi chiedevano cosa volevo fare da grande, rispondevo sempre una sola cosa: volevo volare. Ma non bastava: volevo farlo sopra il Circolo Polare Artico. Realizzavo il mio sogno a ventisette anni, quando mio padre morì e finalmente mi sentii libera di alzarmi verso il cielo. Quel mattino i motori ronzavano come api giganti. Ero sorda ai rumori del mondo. Sentivo solo il flusso del sangue nelle tempie e l’animale di ferro tremare sotto di me, pronto a scattare

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come un mastino, a sbranare l’orizzonte bianco che si stendeva alla fine del mondo. Gustav restava immobile sulla pista di decollo. Lottava nel vento della mia partenza. Gli mandai un saluto con gli occhi. Niente di più. Non ho mai amato gli addii. Lui lo sapeva e rimase in silenzio sul cemento. Tremava sotto il rombo dei motori, le mani in tasca. Rispose al mio sguardo con un piccolo gesto della testa. Per noi era abbastanza. A certe latitudini le cose non hanno bisogno di un nome. Per orientarsi basta seguire il fiato dei lupi, la traccia di luce sulla neve. Mi muovevo nell’aria come un feto nel liquido materno. Senza peso, il cervello affamato d’ossigeno. Fu un volo breve. Come quello di un insetto che un mattino di luglio rompe la membrana della nascita per vivere fino al tramonto. Il mio tramonto fu il tonfo secco del motore. Un silenzio nel vuoto. Un eco prolungato, devastante. L’angelo aveva smesso di respirare. Restava con le ali aperte, sospeso nella crudeltà di quell’azzurro. Allargai i polmoni in uno spazio e in un tempo irrinunciabili. In quel momento compresi il sogno magnifico di ogni suicida. L’eroina nel braccio l’orgasmo proibito la frusta che morde la carne il parto di un figlio. L’ultima nota di Bach che violenta il mondo di bellezza. Restai sospesa nella ragnatela di un confine irraggiungibile. Fra una vita e l’altra. Fra il richiamo di Icaro e lo schianto. Un sibilo nel sangue. Un mulinello di spuma e il ritorno verso la terra. L’abbandono degli dei. *** Quando riaprii gli occhi, la slitta di Huttenen segnava un cammino nuovo verso la costa.

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Ricordo la neve sugli alberi, i fiotti di sangue che uscivano dalla mia bocca. Dal sud giungeva la luce d’Europa e il profumo del muschio e delle betulle. La fontana d’inverno brillava nel sole. Dentro mi batteva il cuore lento del mondo. Morivo di nuovo, pazientemente. Tutto accadeva all’altezza degli occhi. Nella tasca del cuore tenevo i versi di Shelley, le lettere mai aperte di mio padre.

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MARINA SANGIORGI

Dai racconti di Marina Sangiorgi, Mundum replè ed I ladri della Standa ci sembra di veder apparire una foto a colori sbiaditi di una ragazza in abiti anni Ottanta dagli occhi adulti e malinconici. I due racconti sono, nella loro diversità, uno spaccato di vita più quotidiana che comune. Piccoli gesti di vita domestica e frasi pronunciate tutti i giorni mentre si sta davanti alla televisione. La protagonista è sempre lei, con la sua scrittura toccante e ammonitrice. Punta il dito verso il lettore in modo subdolo, come a farlo sentire partecipe di un disagio non del tutto manifestato. Le frasi pungenti sono a sdrammatizzare, soprattutto ne I ladri della Standa quello che di infelice c’è attorno a lei. È come se si avesse la consapevolezza che le cose non cambiano e rimangono di quel colore appena accennato, sfumature che non avranno mai un tono deciso. La vita quotidiana è un dato di fatto e non si può cambiare. Troppa pigrizia, troppa voglia di rimanere così come si è. Tanto già il mondo fuori è frenetico e in continua evoluzione. Anche gli amori sembrano toccarla passivamente. Come se non si avesse la presunzione di modificare le cose e il corso della vita che scivola di anno in anno verso un baratro sempre più dolce-salato. In Mundum replè le lacrime della protagonista sembrano scendere dal suo viso come a completarlo, a renderlo più bello. Anche in questo racconto i tratti della protagonista sono deboli e amorfi. Dietro questo spaccato di vita non c’è una donna che combatte ma solo una donna che preferisce far curare il marito malato alla madre segnata dagli anni. La consapevolezza dell’inettitudine

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porta la moglie a farsi da parte e a lasciarsi cullare dagli attimi di lucidità del marito. Una sorta di vita a metà o vita di mezzo. Si aleggia nello spazio e nel tempo in una dimensione quasi di veglia. I due protagonisti quasi non si amano, amano solo particolari l’una dell’altro. Si prendono come sono senza aggiungere o togliere. A sprazzi si nota la volontà di fuggire dalla vita reale. Si riscontra la voglia di farsi da parte, di sfuggire, come una foglia secca che precipita a terra staccata dal vento. Poi si torna alla vita di sempre, alla vita che ci accompagna e ci tiene per mano, senza trappole né spazi vuoti.

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I ladri della Standa “Cittàchecambia”, giugno-agosto 2004

Cammino in fretta sotto il portico di via Rizzoli pensando: Questo lo compro alla Standa -, e troppo tardi mi ricordo ogni volta che la Standa l’hanno chiusa. Non c’è più la Standa, ormai ho trent’anni e gli autobus prima o poi non saranno più arancioni, ma se a questa vita resiste Rosarita anch’io devo stringere i pugni, ingoiare i magoni e raccattare i brandelli del mio cuore sparsi per via Zamboni. Taglio l’insalata nella scodella e la riempio d’acqua, poi sgocciolo le foglie nel colapasta facendole saltare su e giù. Anche stasera insalata e tonno. Ascolto le mie amiche che fumano accanite e parlano di uomini. Dal soffitto della cucina pende una lampadina opaca; la tv è piccola, in bianco e nero, e oggi si è rotta. Ho messo il viakal sul lavandino del bagno ed è tornato bianco intorno ai rubinetti. Lavo i piatti, esco sul terrazzo a scrollare la tovaglia, guardo le finestre illuminate di fronte. In alto il cielo è blu scuro. Siccome la mattina sbobino, prima di cena ho le telefonate e dopo cena il babysitteraggio (spesso), mi rimane quasi tutto il pomeriggio per quello che mi piace: andare in biblioteca, in cineteca, girare in bicicletta, guardare Bologna dagli autobus, restare sdraiata sul letto a pensare alla trama di un romanzo. Oggi l’ho rivisto, dopo tanto. Sul 27. - Ciao, come stai - ha detto. Mi ha invaso una fragorosa tenerezza e il cuore mi è caduto nelle scarpe. Credevo mi fosse passata, invece. Invece anzi. Be’, sono innamorata anche di un altro, spavaldo, con gli occhi

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infossati, ma lui, lui ha quelle dita che non mi danno scampo. Abbiamo parlato. Un po’. Io ero quasi emozionata e lui è stato gentile, distaccato e memorabile, come sempre. Ho cominciato due pomeriggi alla settimana un recupero di latino. Le studentesse del liceo portano i capelli lisci, la riga nel mezzo, pantaloni larghi alle caviglie, sciarpette. Io e le mie compagne eravamo tremende: cerchietti o fiocchi nei capelli, pantaloni tagliati al polpaccio che s’imborsivano alle ginocchia, maglioni coi bottoni d’oro, colletti di pizzo. In quegli anni ero sciocca e scialba, per questo ora guardo queste ragazze con sospetto, ma perché dare per scontato che l’adolescenza sia un’età non interessante? Vedo solo noia e risatine ma anche loro di me vedono l’apparenza: cupezza e indifferenza. Invece sono furiosa, fremente, forse innamorata, disperata e infelice. Disperata non direi. Perché non dovrei trovare uno scapolo anch’io? Certo sono pigra, superba, negligente, il poco che faccio lo faccio anche male e inoltre m’innamoro degli altri uomini, ma dopotutto nessuno è perfetto - (tranne Carla Fracci, che sottile e leggera, capelli raccolti e calze bianche, volteggia sulle punte fin da vecchia). Ogni tanto la rivedo. La invidio di cuore. Le invidio i capelli, le gambe, l’uomo che ha, che forse è il migliore (un altro ancora, lo so, ma sugli uomini sono confusa, cambio idea a seconda dei pomeriggi), e meno male che non scrive, che scriverebbe meglio di me. Parliamo un po’. Ha una tale personalità e bagliori negli occhi, in lei si esprime tutto anche quando tace. A un tratto esclama, quasi, ma forse m’illudo, con stizza: - Sei la solita fortunata tu! - Io? Mi scappa da ridere. Cos’ho avuto dalla vita se non buona salute, belle compagnie e allegre serate, e già domani chissà, queste cose non contano, ma per un attimo provo un piccolo piacere: la dolce effimera sensazione, così gradevole, dell’essere, almeno per una volta, un po’ invidiata. A cena guardo gli uomini e le donne. Le donne mi spaventano: dure e sicure sanno sempre quello che vogliono e come fare per ottenerlo. Puntano un uomo, se lo lavorano e se lo prendono, e

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così anche nel resto. Ma come fanno? Gli uomini invece. Con lo sgomento negli occhi e la malinconia sono dolci, complicati e malvagi, sono quanto di meglio c’è in natura (e in cultura), eppure anche loro non bastano, non servono, neanche di loro ci si può fidare. In quanto a me non sono il tipo da inseguire e catturare per strada i ladri della Standa (Rosarita!), l’ho capito adesso che la vita è una guerra, e continuo a pensare che più fortunata di tutte sia stata quella cugina di mio nonno che si sposò con Rudolph Minghella: d’ estate andavano a Capri in una villa a picco sul mare e lui le sere metteva i dischi sul grammofono e le insegnava a ballare il tango.

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Mundum replè “Acqua”, 2006

L’acqua è quella di tutte le mie lacrime e delle sue, quella della fontana nel cortile coi pesci rossi. Mi fermo a guardarla mentre lo aspetto. A volte lui si affaccia alla finestra, mi grida: «Ci sei?» «Sì», mi volto a rispondergli. Per un attimo sono quasi felice. Poi scende con l’impermeabile sul pigiama, le ciabatte rotte. «Dove andiamo?», mi chiede. «Da nessuna parte. Stiamo qui», rispondo. E non mi prende neanche la mano. Lo sposai per i suoi baci a bocca piena, a lingua larga, per la tenerezza dei suoi abbracci, per i sorrisi improvvisi, perché gli sembravo bella. E lui mi sposò. Ma non ero sua madre, né sua sorella. Di bene gliene ho voluto. Eppure quante volte l’ho ferito... Eppure non gli sono mai servita... Cominciò a stare male. Non si alzava dal letto, tremava. Povero me, si lamentava. Sono i nervi. È fragile di nervi, fin da piccolo, dice sua madre, che ha il volto tramato di rughe, i capelli ancora rossi annodati sulla nuca, e si muove leggera, gentile, gli accarezza la fronte con due dita. È tornato da sua madre che lo coccola come un bambino. Sua sorella fa la pittrice in America. Era molto bionda, con gli occhi color lavanda. Sono anni che non la vedo. «Tesoro», entro dalla porta. Caro amore, amore mio. Lui è

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bello. Ci abbracciamo nel letto vestiti per interi pomeriggi, senza parlare. Le sue mani grosse, da muratore, mi cercano a volte, mi stringono, mi accarezzano i capelli. Una volta parlava. Frasi splendide e taglienti si staccavano come pezzi di ghiaccio da un iceberg, andavano alla deriva, le raccoglievo e le ricopiavo. Per lui la mia scrittura diventò selvaggia. Ma non è colpa di nessuno, il cielo c’è per tutti. Dovrei davvero salire in ginocchio le scalinate dei santuari: non è mai troppo tardi per queste cose. Ricordo che la domenica, dopo il caffè, ballavamo sul terrazzo. Il mondo era pieno di dolcezza. Li vado a trovare spesso. Con sua madre ci sediamo in salotto, guardo dietro i vetri le foglie dei tigli. Lui guarda me. I suoi occhi non tremano e non hanno ombre, ma so che si accorgono di tutti i miei scarti, squarci e tentennamenti. Mi sento ancora e sempre quella che sta sul ciglio del burrone, pronta e molto adatta a precipitare. Poi scendo le scale, vado in stazione a piedi, aspetto il treno. Se a volte prego mi salgono alle labbra i canti che cantavo da ragazza, soprattutto quello che finiva: mundum reple dulcedine.

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PAOLO TANZI

È lo stile colloquiale, ma sempre controllato, dei racconti di Tanzi che convince e diverte. La lingua multiforme ed eclettica che si adatta alle situazioni che ne fanno un autore vincente e mai scontato. Dietro ai brevi tratteggi delle immagini di questi racconti è facile percepire la ricchezza di un vissuto che non si limita alle vicende narrate ma che ha in esse una sua manifestazione caratteristica. È il caso, divertente ed originale, di Vicolo cieco. Tratteggiato sul gioco di parole e l’equivoco, il racconto ci porta nei meandri di una città che non si conosce più, di cui si hanno persi i punti di riferimento. Dietro la vicenda si nascondono un mondo filosofico ed una concezione della vita. Tanzi in questo racconto non ci parla solo di un ritorno ai luoghi del passato. Ci parla della velocità sempre crescente con cui la realtà cambia. Ci parla di una nuova teoria evoluzionistica, secondo la quale non i più adatti, ma i più veloci ad adattarsi sopravvivono. Solo chi riesce a stare al passo coi tempi e coi cambiamenti ci riesce. Chi non capisce questo segreto, diventa inadatto e resta indietro. Questa è la sua cifra narrativa, il suo tormentone. L’essere inadatti rispetto alla realtà esterna, l’essere diversi dai nostri simili e, per questo, perdere il gioco. Mai, però, ne nascono drammi. La condizione dell’inadatto è sempre vissuta col sorriso, nella convinzione, forse, che i diversi sono gli altri. Come in Colpisci e spostati. Prima l’illusione che forse, almeno questa volta, la partita sia vinta. Poi, il ritorno alla realtà “vera”, non quella immaginata,

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ma quella oggettiva. Non c’è, però, scoramento, non c’è delusione che duri più di un attimo. E basta una seconda, fresca, birra per far tornare il sorriso. La scrittura di Tanzi non si prende sul serio. Così come non prende sul serio la realtà di cui tratta. Resta sempre il dubbio inespresso che, poi, alla fine, non bisogna preoccuparsi più di tanto, perché forse gli sbagliati sono gli altri. E lo stile lo sottolinea. Ammiccando piacevolmente al lettore. Tanzi ha da una parte la ricchezza e la capacità di sapersi adattare ad ogni contesto narrativo. Dall’altro lato è alla chiara ricerca di quale sia la sua vera strada. Di cosa, veramente, sia l’oggetto del suo narrare. Forse, per lanciare uno spunto, sarebbe bello vederlo confrontarsi con strutture più complesse, con realtà meno immediate. Nel frattempo, è bello lasciarsi andare al piacere dell’ascoltare una bella storia, al mistero sempre rivelato di narrare una vicenda sorridente. È questo che a Tanzi piace e si vede: raccontare.

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Vicolo cieco “Cittàchecambia”, giugno-agosto 2004

Mia sorella sostiene che ho un caratteraccio ed ha ragione, so che si arrabbierà moltissimo nel vedermi arrivare a casa da solo dopo tanti anni di lontananza e che mi ripeterà la solita ferale condanna: «Una persona nelle tue condizioni deve essere sempre accompagnata!». Sì, perché io sono cieco dalla nascita e fu proprio lei a prendersi cura di me, a preoccuparsi di farmi sentire uguale agli altri ma contemporaneamente a proteggermi, a prestarmi i suoi occhi. Sono cieco ma da un sacco di tempo mi sembra di non esserlo, nello Stato in cui vivo adesso tutto sembra essere modellato attorno a quelli come me: segnali acustici in ogni incrocio, telefoni adattati in Braille, il centro dove lavoro mi ha perfino fornito di un computer portatile; e dire che di quello Stato avevo un sano timore, mi facevano paura soprattutto i suoni secchi come una fucilata che uscivano dalla bocca delle persone, anche un normale discorso al bar mi sembrava una serie di ordini impartiti ad un plotone di esecuzione. Ma adesso sono a casa mia, nella mia città che conosco passo a passo anche se non l’ ho mai vista, certo sono passati tanti anni e proprio alcuni giorni fa ho letto un vero e proprio panegirico sulle imprese della giunta comunale: nuovi marciapiedi, nuove piste ciclabili, abbattimento delle barriere architettoniche, nuovi palazzi e centri commerciali, fontane.

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Tento di scendere dal treno e mi sorprendo nel sentire che qualcuno mi tocca un braccio e mi sussurra: «Piano, piano, i gradini sono un po’ alti!». E’ una voce giovane, le sorrido. Esco dalla stazione, so esattamente quanti passi mi separano da casa, mi faccio strada col bastone: tuc, tuc, tuc e riconosco il monumento. Avanti, ancora avanti e le mie narici vengono assalite da un’ondata mortifera di gas di scarico, faccio scattare avanti il bastone e sento il vuoto: marciapiede finito, semaforo. Frugo l’aria, ho bisogno di aiuto ma non succede nulla, trascorrono alcuni istanti che mi sembrano ore poi sento una voce incerta: «Signore, signore, qui no semafor. Semafor su altra parte, vien vien con mi!». Intuisco che la persona non deve avere una grande confidenza con acqua e sapone ma probabilmente non è colpa sua, comunque la sua gentilezza è un bagno nello Chanel n.5. Il misto di odori nauseabondi di marcio, piscio e pesce putrefatto sono il segnale che sto camminando sul lungofiume o meglio sul lungotorrente visto che d’estate l’acqua è più rara di un sei al Superenalotto. Sono quasi a casa, conto i passi, ecco, è tempo di svoltare a destra sul ponte, altri passi, altri colpi di bastone e poi ancora a destra, nel quartiere dove sono cresciuto. Non ho bisogno degli occhi per provare l’intensa emozione di tornare nei miei luoghi, immagino già il tonfo sordo del bastone sul portone marcio della casa all’angolo. Immagino e mi sbaglio: il portone mi riconsegna il bastone in un rimbalzo secco ma, d’altra parte c’era da aspettarselo, il legno era già marcio vent’anni fa, forse qualche anima pia ha deciso di seppellirlo nel cimitero dei portoni vecchi. Non mi interessa più di tanto, ancora dieci passi e verrò investito dall’odore di orecchiette con i broccoli della signora Castriotta, cinque passi oltre e verrò sommerso dal vociare dei coniugi Ferrarini che, sordi come due campane, litigano quotidianamente e misteriosamente dal giorno del loro matrimonio, il 4 Giugno 1941!

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E poi più avanti l’odore di umido della casa del falegname, la tv a tutto volume di quella famiglia che mia sorella chiama sbrigativamente “dei terroni” e il vociare di briscola, raucedine da Nazionali e lambrusco dell’osteria. Basterà poi girare l’angolo e... aspettare gli insulti di mia sorella. Immagino e mi sbaglio: l’aria non ha odore, anzi, ha lo stesso odore del piazzale della stazione, i muri sono asciutti, le finestre evidentemente chiuse perché non c’è rumore, eppure è estate, fa un caldo d’inferno, possibile che tutti abbiano il condizionatore? Silenzio, un inesorabile silenzio interrotto solo dal battere del mio bastone, tuc..., tuc..., e poi un rumore umido, un rumore che riconosco. Mi appoggio al muro e annuso la punta del bastone, ritraggo il naso: ho arpionato il regalino di un cane ma anche questo ha un odore strano, sembra quello di certe misture che la mamma ci dava da bambini e che, a suo parere, doveva farci crescere sani e forti. Poveri cani del Terzo Millennio: ma che gli danno da mangiare? Dentro di me sorrido ma è solo un modo per esorcizzare la paura di essermi perso: forse ho sbagliato a contare i passi, forse ho attraversato il torrente sul ponte precedente a quello giusto, forse quello che mi ha fatto attraversare la strada al semaforo mi ha ingannato e mi segue per poi derubarmi, forse ho addirittura sbagliato la fermata del treno! Ho paura ma vado avanti, anche se con circospezione, poi, ecco, improvvisamente sento là in fondo, proprio avanti a me un accavallarsi di voci, gente che litiga, no, discute. Mi avvicino e capisco che l’oggetto del contendere è una “primiera” controversa: sono salvo. Avanzo con più fiducia ora, passo davanti alla finestra da dove giungono quelle voci, ecco, uno, due, tre e via, a sinistra! Mi volto ma avverto davanti a me una sensazione di pieno, di solido, allungo il bastone: muro! Torno nella posizione di partenza, due passi e... muro! Mi volto a destra, sento il bordo del marciapiede sotto i piedi, scendo, sei passi e... muro! La

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mia salvezza è una voce di vecchia: «ha bisogno?». Le racconto in maniera convulsa quello che mi è accaduto: il marocchino, i passi, il ponte, i non odori, il silenzio... «Hanno ristrutturato tutto» mi dice «adesso questo è un quartiere di signori, con i camerieri, l’aria condizionata, i cuochi filippini... Le uniche cose vecchie rimaste siamo io e questo bar che hanno trasferito di qualche decina di metri verso il parco perché ai “nobili” dava fastidio». Poi sento il suo sguardo addosso e un suo quasi grido di sorpresa: «Ma lei è il figlio della Nisé!». Non attende nemmeno la risposta, mi prende per mano e mi accompagna a casa.

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Colpisci e spostati “Sguardi”, settembre-dicembre 2005

Una serata come tante, appoggiato al bancone del bar, con la mia immagine riflessa nei quaranta centilitri biondi di una sedicente birra tedesca dal sapore assolutamente neutro. In fondo al locale, un complessino suona con entusiasmo un repertorio vagamente etnico che spazia dallo spagnoleggiante all’irlandese, dal gitano contaminato francese all’eterno ed internazionale zum-pa-pa-zum. Lei è seduta un paio di metri di fronte a me. Tra noi si frappone con fastidiosa intermittenza la monumentale schiena del suo ragazzo: non l’avevo mai visto prima e non può che risultarmi istintivamente antipatico. Guardo verso il complessino, ma è una manovra tattica. In realtà seguo con la coda degli occhi i movimenti della schiena di Lui e quando Lei entra nel mio campo visivo, la beneficio di uno sguardo istantaneo e fuggente: colpisci e spostati, colpisci e spostati, come credo di avere letto in non so quale libro di tattiche di guerriglia. I suoi occhi sono velati da un sottile rivolo di tristezza: sembrano tradire un sentimento di noia che accende in me il fuoco fatuo della speranza. Lui la sfiora, l’accarezza, tenta di abbracciarla, come a stabilire un contatto che Lei non gli restituisce e, quando lo fa, non è più caldo di quello del marmo del bancone cui continuo ad appoggiarmi. Così finisce una storia, penso: nella noia, nella consuetudine di gesti ripetuti macchinalmente all’infinito, nell’assenza totale

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di alti e bassi, nell’elettrocardiogramma piatto della quotidianità. Colpisci e spostati, colpisci e spostati: facile a dirsi, impossibile a farsi quando davanti a te hai il nettare e l’ambrosia con cui vorresti cibarti nell’illusione dell’amore immortale. Nel mezzo di una ballata simil-irlandese, i miei occhi indugiano sui suoi giusto una frazione di secondo di troppo e Lei mi scopre, ricambiando il mio sguardo. Vorrei omaggiarla d’un sorriso, anche obliquo, o farle un semplice cenno col capo per dirle: «Sono qui, sono qui per te». Vorrei, ma l’incrocio dei nostri sguardi mi trasmette una specie di scossa elettrica che mi fa ritrarre ed abbassare il capo come un bambino colto con le mani nella marmellata. Attendo qualche secondo e ricomincio il mio gioco: tutto è cambiato, ora. I suoi occhi sono diventati improvvisamente ansiosi, quasi avidi di specchiarsi in quelli di Lui. Adesso Lei si abbandona nei gesti che Lui non ha mai smesso nel frattempo di compiere: quelle carezze, quegli abbracci. Ordinano un bicchiere di vino a testa e lo bevono quasi all’unisono, guardandosi l’un l’altra con una riscoperta complicità e scambiandosi teneri sorrisi e dolci parole che non riesco ad udire nello gnigo gnago del violino. Cos’è successo? In un patetico istinto d’onnipotenza, mi convinco che quella scossa l’abbia avvertita anche Lei e che l’abbia destabilizzata a tal punto che ora, impaurita da quell’istantaneo tradimento mentale, cerchi certezze ed un inconscio perdono, rifugiandosi proprio negli abbracci di Lui e recitando con ostentazione la parte della ragazza innamorata. Altra ipotesi: Lei si era già accorta del mio gioco, vi si è adattata per un po’ in nome della solita ineliminabile civetteria femminile ed ora, stanca di quelle schermaglie oculari, ha deciso di porre fine alle mie illusioni, facendomi capire di essere felicemente territorio di un altrui imperatore. No, forse la spiegazione è, come sempre, la più semplice: stava distrattamente pensando ai fatti suoi, forse alla rata del mutuo,

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all’arredamento della loro nuova casa, alle bollette da pagare, al lavoro in ufficio dell’indomani e quello scambio di sguardi l’ha catapultata nella realtà del momento. Colpisci e spostati, colpisci e spostati: no, quell’imperativo non era frutto di un manuale del perfetto guerrigliero, era in una sequenza di un film della serie Rocky, quale dei cinque ora non ricordo. Mi viene un po’ da ridere, adesso, perché mi sento proprio come un pugile che ha appena incassato l’ennesimo montante al mento della sua carriera, probabilmente neppure l’ultimo. Con un sorriso amaro mi porto alle labbra il boccale: della bionda tedesca è rimasta solo una traccia di schiuma. Ne ordino un’altra.

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IMMAGINI


Giuseppe Ammannato - “Acqua”, 2006

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Elena Baila - “Equivoci”, dicembre 2003 - febbraio 2004

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Luigi Casa - “Vizi”, settembre-dicembre 2003

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Pietro Chierici - “Città”, giugno-agosto 2004

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Umberto Chiodi - “Sguardi�, settembre-dicembre 2005

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Roberto Cuoghi - “Fame”, maggio-agosto 2005

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Maurizio di Feo - “Sguardi�, settembre-dicembre 2005

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Franco Hüller - “Fame”, maggio-agosto 2005

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Caterina Minganti - “Confini”, settembre-dicembre 2004

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Luigi Mor - “Passione”, gennaio-aprile 2005

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Silvia Pellegrini - “Acqua”, 2006

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Francesca Reia - “Bugie”, maggio-agosto 2003

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Giuseppe Restano - “Vizi�, settembre-dicembre 2003

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Gabriele Tagliavini - “Asfalto�, settembre-dicembre 2004

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BIOGRAFIE

Alberto Arletti vive a Carpi e lavora come architetto all’ufficio tecnico comunale Enrico Cantino è nato nel 1965 a Parma, città dove sopravvive e lavora. Scrive dal 1984 e ha pubblicato racconti sulle riviste “Strane Storie”, “Ghost News”, “Inchiostro”, “La Luna di Traverso”. La rivista “Palazzo Sancitale” ha recentemente pubblicato un suo saggio sullo scrittore modenese Antonio Delfini, malaugurato oggetto della sua tesi di laurea. Attualmente collabora alla rivista “Parma Quartieri”. Ogni tanto, qualche suo articolo satirico compare sul sito www.tapirulan.it. Da un anno lavora ad un libro sulle tecniche narrative dei cartoni animati giapponesi, e non dispera di riuscire a pubblicarlo, prima o poi. Michela Carpi, redattrice del periodico Settestrade, collabora con riviste letterarie e culturali ed organizza laboratori di scrittura creativa presso scuole medie e licei. Consigliere dell’associazione “Bomba Carta” ha da poco fondato con Emilia Zazza l’associazione “Cose di Roma”. È tra i curatori dell’antologia di racconti di Bomba Carta e sta scrivendo la biografia del cantautore Christian Cappelluti. Luigi Casa è nato nel 1957 a Bologna e lavora come geologo presso una compagnia petrolifera italiana. Ama fotografare e scrivere. Ultimamente i suoi sforzi letterari hanno generato una sorta di pallida eco sulle riviste LaLunadiTraverso e Inciquid. Nel 2005 ha pubblicato un racconto sull’antologia “Parma noir” edita dalla Gazzetta di Parma. Continua a scrivere nonostante le condizioni

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lavorative avverse, avendo nel cassetto un paio di romanzi ed una serie di racconti. Per ora incrocia le dita e stringe i denti. Andrea Cirillo nasce a Reggio Emilia nel 1982. Vive a Parma, dove frequenta la facoltà di Lettere e Filosofia. Ama leggere e legge di tutto, senza preclusione di genere. Dalla fantascienza, che considera un bacino di idee, alla poesia. Gli autori che hanno inciso maggiormente sulla sua scrittura sono Alessandro Baricco, Erri De Luca, Micheal Ende e Samuel Beckett. Il suo romanzo preferito è forse Oceano Mare, di Baricco, anche se trova difficile fare una scelta. Oltre che di letteratura, è appassionato di teatro, che spesso guarda e ogni tanto fa. Scrive maggiormente racconti, anche se qualche volta non manca di lavorare a testi teatrali e poesie. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su La luna di traverso e Maltese narrazioni. Suo prossimo progetto è proseguire la propria ricerca poetica su realtà e impossibile cimentandosi in forme lunghe del narrare. Enrico Elvis Crotti, informatico, quarantenne ho scoperto da qualche anno che ci sono storie che meritano di essere scritte. Alcune di queste storie sono diventate racconti e qualche racconto è stato pubblicato in antologia. Ha pubblicato su: Euforie a cura di G. Mozzi, Onda Lunga a cura di R. Montanari, Lama e trama 2004, Lama e Trama 2005 entrambi a cura di L. Bernardi. Abita a Sulbiate, in provincia di Milano, e non possiede animali domestici. Gabriele Dadati è nato a Piacenza nel 1982. Ha pubblicato tra le altre cose due libri di narrativa: Quando saremo veri (Stampa Alternativa, 2004) e Sorvegliato dai fantasmi (peQuod, 2006). Ha in atto la curatela del Panegirico ad Antonio Canova di Pietro Giordani e in passato ha curato l’antologia Anche i denti di Babbo Natale sono bianchi (Berti, 2002) e il romanzo collettivo Mistero d’Autore (Nephos, 2004). Ha scritto su diversi periodici tra cui ”Fernandel”, “Avvenire”, “Palazzo Sanvitale”, “Delitti di Carta”, “Atelier” e pubblicato in antologie edite da Coniglio, Addictions, Stampa Alternativa, Il Foglio, Ediciclo e altri. Scrive sulla terza 170


pagina del quotidiano “Libertà” e collabora con la Galleria d’Arte Moderna Ricci Oddi di Piacenza. Ha fondato e dirige insieme a Stefano Fugazza il trimestrale di letteratura e arte “Ore piccole” (www.orepiccole.org). Maria Chiara Messori è nata nel 1972 in provincia di Reggio Emilia, è geometra e fa parte da alcuni anni del laboratorio nuove scritture Baobab, coordinato dallo scrittore Giuseppe Caliceti. Col gruppo partecipa regolarmente a reading letterari. Ha visto pubblicati diversi suoi racconti su giornali e riviste letterarie. Ha ricevuto alcune segnalazioni a concorsi letterari nazionali, trai quali il Premio Picena 2000 per atti unici teatrali (2° class.) e Pink Ink-Riso Rosa 2002, per scritture comiche femminili. Ha scritto tre romanzi, uno nel cassetto, uno segnalato a un concorso, l’altro in rete pubblicato a puntate nel sito emilianet nell’autunno inverno 2000-2001. Un quarto romanzo breve-memoriale dal titolo Piccolo Ospite è stato pubblicato di recente per la collana Baobab edita dal Comune di Reggio Emilia. Gianluca Morozzi è nato nel 1971 a Bologna, dove vive. Ha pubblicato per l’editore Guanda “Blackout”, “L’era del porco”, “L’Emilia o la dura legge della musica”. Con Fernandel ha pubblicato “Despero”, “Luglio, agosto, settembre nero”, “Dieci cose che ho fatto ma che non posso credere di aver fatto, però le ho fatte”, “Accecati dalla luce”, “Le avventure di zio Savoldi” (con Paolo Alberti). Federica Pasqualetti è nata nel 1978 nel giorno più lungo dell’estate. Vive a Parma, a volte anche altrove, dove lavora, scrive, studia musicologia alla Facoltà di Lettere e Filosofia. Oltre ad aver fatto finta di essere archeologa per svariati anni, scrive racconti, o sarebbe meglio dire rubrichette e saggetti, e poesie in versi liberi da sempre. Scrive di ogni cosa, di ogni immagine con la quale viene a contatto , scrivo di se, degli altri, del buio, del dolore, della felicità, dei colori. Indaga tutto: i profumi, la poesia, la narrativa, la pittura, la scultura, Frida Kahlo, Ferlinghetti, Vian, il cinema, i luoghi lontani, la musica, il sangue, le patologie, la 171


malattia, il vino, la cucina. Collabora ormai da anni con “La Luna di traverso” e coordina la redazione di un giornale locale “Parma Quartieri”, nel frattempo contribuisce saltuariamente alla stesura di libri e ricettari per la casa editrice Food Editore e quant’altro le capiti a tiro. Quando si stancherà della vita cittadina, aprirà un agriturismo in Turchia! Monique Pistolato nasce in Francia nel 1965, da genitori italiani. Nel 1997 esordisce nella narrativa ricevendo premi e riconoscimenti. Da qui inizia un lungo apprendistato nell’ambito del racconto e comincia a pubblicare in quotidiani, riviste e antologie. Autrice di due raccolte: BUM BUM, Edizioni La Meridiana, 2004; Un’altra stanza in laguna, Ibis, 2005. In quest’ultimo volume sono stati inseriti i racconti Il mezzo in più e Il piccante del pane, usciti per la prima volta nel 2002 sulla “Luna di traverso” nel 2002. Viaggiatrice curiosa, collabora con alcune testate nazionali di settore. Cura e conduce per un’emittente televisiva locale Il dirigibile, striscia settimanale dedicata ai libri. Ha in cantiere nuovi lavori ma, finché non mette l’ultimo punto, nessuna indiscrezione. Per restare aggiornati si può consultare il suo sito: www.moniquepistolato.it. I racconti Il mezzo in più e Il piccante del pane qui pubblicati sono usciti per Ibis in Un’altra stanza in laguna, 2005 Pietro Presti è scivolato nell’inverno della vita in un afoso giorno di giugno, tra i vapori petrolchimici di un’angusta città del sud. Qui ha raccolto piccoli pezzi di carbone per disegnarsi addosso degli abiti e tracciarsi dentro un’anima dalle sfumature fin troppo inquiete e fragili. Scrive e ingoia parole come fossero le uniche medicine in grado di guarire, o almeno alleviare, il suo “disagio” di vivere. “Liberami dal male”è il suo primo romanzo, pubblicato dalla Edizioni Clandestine nel Novembre del 2005. “Rifiuti d’anime”, vincitore assoluto del concorso “Les Nouvelles 2005”, sulla rivista letteraria Prospektiva. (Prospettiva Editore). “Agli angeli fu insegnato l’amore”, sull’antologia del premio “Emilio Zàgara” (Nicola Pesce Editore). “La dittatura della carne”, apparirà

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a breve tra le pagine dell’antologia “Libero Arbitrio” curata da Marilù Mancini. L’autore ha da poco terminato la stesura del suo secondo romanzo dal titolo provvisorio “La fragilità dei corpi” per la cui pubblicazione si attendono favorevoli sviluppi contrattuali. E’ nato a Gela nel 1981. Respira a Parma tra alienazioni industriali e divertimenti sintetici. Il suo sito internet è www.pietropresti.splinder.com. Daniela Raimondi è nata in provincia di Mantova e dal 1980 vive a Londra. Ha pubblicato in varie riviste letterarie e ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti a concorsi nazionali. Ha pubblicato una raccolta di racconti: Nove Donne e una Zebra Metropolitana, quale primo premio al Concorso Fonopoli di Roma ed. 2004. Ha un romanzo nel cassetto e un secondo romanzo in fase di lavorazione. Per la poesia ha pubblicato la raccolta Ellissi, (Ed. Raffaelli, Rimini) Premio Caput Gauri, Premio Antica Badia di San Savino, Premio Città di Salò. Sono in fase di pubblicazione due altre raccolte di poesie: Inanna (Mobydick, Faenza). Via Sant’Elia (Edizioni Clandestine, Massa Carrara) Paolo Tanzi è nato a Parma nel 1970. Famelico divoratore di libri già dall’infanzia, nell’autunno dell’ormai giurassico 1990 decise di “saltare il fosso” e di dedicarsi nei ritagli di tempo alla scrittura. Ad oltre quindici anni da quella folgorazione è nato il suo primo romanzo, “Soledombra”, pubblicato recentemente dall’editore Allori di Ravenna. Laureatosi in Lettere (indirizzo storico contemporaneo) nel 2004 con una tesi intitolata “Il Male 1978-1982: la nuova satira politica in Italia”, ha partecipato al progetto di commemorazione degli ottanta anni di attività del Liceo Scientifico “Guglielmo Marconi” di Parma con la stesura di tre capitoli nel libro celebrativo “Una risorsa per la città”. Sempre nel campo della ricerca storica, ha collaborato alla realizzazione della mostra “Addio al Ducato”, tenutasi nell’ottobre del 2005 a Parma ed organizzata dall’Istituzione Biblioteche del Comune di Parma, con la stesura di un saggio sulla stampa locale e la schedatura di vari periodici parmensi dell’epoca della Destra Storica (1860-1876).

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“LA LUNA DI TRAVERSO” È

“La Luna di Traverso” è un laboratorio di narrazioni a cadenza quadrimestrale edito da MUP editore con il contributo dell’Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma. Direttore responsabile: Massimo Carta Vice Direttore: Guido Conti Redazione: Silvia Bia, Enrico Cantino, Luigi Casa, Simona De Blasio, Lucia Gambetta, Armando Minuz, Federica Pasqualetti, Federica Sassi, Denis Zuliani Organizzazione e coordinamento: Mariella Toscani - Responsabile Archivio Giovani Artisti del Comune di Parma Relazioni Esterne: Roberta Gatti Progetto grafico: Alessandro Berti

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BelleStorie NARRATIVA 1 Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, Pipì o lo scimiottino color di rosa 2 Silvio D’Arzo, Casa d’altri 3 Ubaldo Bertoli, La quarantasettesima 4 E. Bazzarelli – E. Klein (a cura di), Il capitano Rybnikov e altri racconti russi BelleStorie SAGGI 1 Cesare Zavattini, Dal soggetto alla sceneggiatura. Come si scrive un capolavoro: Umberto D.

BelleStorie JUNIOR

1 Silvio D’Arzo, Il pinguino senza frac 2 Gustavo Marchesi, Infanzia di Gesù 3 Ulisse Adorni, Cucù e parole magiche 4 Giuseppe Tonna, Uomini bestie prodigi 5 Guido Conti, Tre bambini nella nebbia 6 Cesare Zavattini, Le bugie e altri raccontini 7 Silvio D’Arzo, Tobby in prigione 8 Annamaria Gozzi, Fiabe e storie dal mondo

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Finito di stampare nel mese di settembre 2006 presso Arti GraďŹ che Soncini Guastalla (RE)

I Lunatici -15 nuovi scrittori italiani  

Antologia di racconti da La Luna di Traverso, rivista Letteraria. Prefazione di Fulvio Panzeri.

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