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luca leandri

n o z z e d ’ a rt e


NOZZE D'ARTE, PERFORMANCE DI LUCA LEANDRI E PAOLO RAPETTI MADRE TESTA, INSTALLAZIONE DI LUCA LEANDRI

n o z z e d ’ a r t e 1 8 G I U G NO 2 0 1 1


L'incontro tra arte e territorio a Marsciano è ormai prassi consolidata. Negli anni scorsi, sono stati diversi i progetti che si sono susseguiti, donando al paesaggio quell'aura mistica di creatività che porta l'uomo che partecipa agli avvenimenti artistici a vivere in una dimensione di pensiero che va oltre l'immaginario. Con la Mostra MADRE TESTA di Luca Leandri, allestita presso la chiesetta di Montelagello si è dato vita alla performance "Nozze d'arte", un modo per comunicare il matrimonio fra l’Opera d’arte ed il Collezionista, artista ed opera sugellato dall'estro creativo dell’Artista, divenendo momento artistico e di riflessione in un solo attimo. Successivamente, presso le stanze di Palazzo Pietromarchi a Marsciano, si è concretizzato ancora una volta il rapporto stretto ed intimo fra il territorio marscianese che per vocazione ci dona la sua terra e la fine manualità dell'artista, Luca Leandri, che da quella stessa terra estrae l'anima. Anima che viene fuori sotto forma di messaggio celato all'interno delle nere teste dimezzate, esposte dal 3 al 31 luglio presso la Sala dell'Affresco del Museo dinamico del laterizio e delle terrecotte. Ancora una volta, presso il Circuito Museale Marscianese, si è creato l'incantesimo d'arte ed i visitatori hanno potuto ammirare la sequenza di teste poste l'una accanto all'altra nell'atto di mostrare il proprio contenuto, invocando ora all'ascolto, ora al fare, ora al vedere oltre l'apparenza delle cose. Grazie all'ottima risposta di pubblico ed all'interesse dimostrato, l'impegno dell'Amministrazione comunale, volto alla valorizzazione delle forme d'arte del territorio, continuerà esaltando le forme d'arte ed i luoghi di cultura, invitando sia gli abitanti del luogo che i turisti a nutrire le proprie menti. Valentina Bonomi, Assessore alla Cultura del Comune di Marsciano


Le “nozze d’arte” nel ricordo di chi le ha officiate. Quando Luca Leandri mi ha proposto di officiare le nozze tra una sua opera e il collezionista Paolo Rapetti nella chiesa di Monte Lagello, ho accettato per tre motivi: l’incanto di Monte Lagello, l’incanto dell’arte, la “nostalgia” per il rito, che abita nel cuore di chi, come me, non crede e non celebra. Sulla scorta di questo, in un’atmosfera piacevolmente conviviale, con Luca, Paolo, Emidio, attorno ad una frittata monumentale (pardon!) omelette, abbiamo provato il rito che si sarebbe tenuto a Monte Lagello. Mi sono ricordato allora, complice il vino rosso, che rito e teatro hanno una comune radice e che mimare un rito con un atto teatrale non doveva essere così strano se nei gesti e nella voce dell’officiante c’è sempre una drammaturgia. Quello che, però, mi ha spinto definitivamente a calarmi nel ruolo, è stata l’idea, affiorata mentre degustavo la crostata di Elisabetta, che su tutta la nostra performance avrebbe spirato il venticello dell’ironia e del sorriso, come si intendeva da alcuni passaggi intelligenti e dissacranti del copione, dall’interpretazione pop del Rapetti, confermata in sede nuziale da una inimitabile giacca verde, occhiali da sole e foulard e dai gadget matrimoniali previsti sub specie bomboniera creazione dello stesso Leandri. Quando il rito è stato celebrato, con tanto di accompagnamento musicale nella splendida chiesa di Monte Lagello, sobria come l’Umbria e le “teste” di Luca magistralmente disposte sul pavimento, mi è venuto in mente un altro pensiero, quello cioè che i riti trascorrono e si usurano fino a perdere di senso e a rimanere involucri vuoti, gusci (così, almeno, non a torto, riteneva Wittgenstein), ma non il bisogno del rito e che noi, quindi, un po’ per celia, un po’ per non morire, stavamo giustamente “rinnovando”. A contratto matrimoniale siglato, dopo le fotografie e le riprese di rito, mentre mi

riempivo la pancia, come un curato di campagna, con una buonissima torta nuziale, ripensando all’opera di Luca e alla nostra irrituale performance mi sono ancora una volta convinto che ciò che è serio e ciò che è buffo stanno bene insieme e si fanno luce a vicenda.

Marco Briziarelli


I L L U O G O : L ’ ERE M O

Il castello di Monte Lagello è ubicato su un'altura a poco più di un km e mezzo ad est del fiume Nestore e a circa due da quello che doveva essere il confine settentrionale del contado medievale di Orvieto.   Nonostante le ridotte dimensioni dell'insediamento, esso mostra di possedere una storia sicuramente notevole. Lungo la strada che conduce a Migliano, sulla destra, si trova la deviazione per Monte Lagello. Dopo aver toccato il fondo della piccola valle nella quale scorre il torrente Rigo, risaliamo percorrendo una strada biancheggiante che a gomiti e giravolte conduce al castello. Di tutti i luoghi del marscianese questo è il più struggente e il più solitario. Era questo un castello di frontiera del territorio perugino e notizie antichissime ci giungono dalle sue chiese. Di una chiesa "De Agilione" si ha notizia già nel 1027 in un diploma di Corrado II con il quale l'imperatore riceve sotto la sua tutela il monastero benedettino di san Pietro di Perugia conferendo ad esso le proprietà di cui disponeva, compare nel contado perugino, oltre ad altre un chiesa ubicata “in fundo Agello”. San Pietro di Monte Lagello: una chiesa ricca in un insediamento di piccole dimensioni. Nel secolo XIII Monte Lagello, si presenta come un insediamento di dimensioni abbastanza limitate, tanto che, nel 1282, vi si contano 11 fuochi, per una popolazione tra 45 e 55 unità. Nell'impositio bladi del 1260, un'imposta straordinaria varata dal consiglio cittadino di Perugia allo scopo di approvvigionare la città colpita da carestia, questa comunità viene tassata per 30 corbe di grano, risultando una delle sette del contado di Porta Eburnea che dovevano a Perugia un quantitativo di grano, inferiore alle 50 corbe. Nonostante ciò, l'economia dell'insediamento non sembra essere delle peggiori, anche se non è certo una delle più fiorenti. Infatti, ipotizzando un numero di fuochi invariato


tra il 1260 e il 1282, in tutto il settore di contado pertinente a Porta Eburnea, Monte Lagello ha un rapporto di tassazione di quasi 3 corbe di grano per fuoco, mentre nella maggioranza dei casi il rapporto è poco più di 2 corbe. La chiesa di san Pietro di Monte Lagello, tassata per 50 corbe di grano, appare, dopo quella di Sant’ Apollinare e della Pieve di Monte Vibiano tassate per 200 e per 60 corbe, una delle più ricche del contado di Porta Eburnea, insieme a San Biagio della Valle e a San Nicola di Spina. L'importanza e il prestigio di cui doveva godere la chiesa di San Pietro di Monte Lagello possono essere senz'altro sottolineati alla luce di coloro che vi agirono in qualità di rettori negli anni trenta del secolo XIV. Nel 1331 è rettore di essa un membro della nobile famiglia perugina Coppoli, Grigiolo di Vannolo di Ugolino Coppoli che, nel 1310, era stato "uno dei tre candidati al governo del monastero di San Pietro. Costui l'11 maggio 1332 rinunciava alla carica priorale proveniente da Nicola di Puccio al quale, neanche un mese dopo, il 1 giugno, succedeva il Conte di Vegnatolo dei nobili di Monte Nero che già, in precedenza, era stato priore di San Silvestro della Morcella. Da "Villa" a "Castrum" Nell'ultimo scorcio del secolo XIV in Monte Lagello doveva trovarsi una "fortlitium", una rocca o, comunque, un edificio con prerogative difensive. Ciò è testimoniato da quanto riportato in un verbale del consiglio dei priori della città di Perugia del 25 ottobre 1394. Visto che Biordo Michelotti aveva recuperato alla città i castelli di Monte Vibiano e Migliano e il "fortilitium Montelagelli", già occupati da ribelli perugini, il consiglio cittadino decise l'elezione di dieci "boni homines" che, insieme a tre officiali “super conseriationem libertatis civitatis Perusii”. Monte Lagello nei secoli XVI - XVIII La situazione demografica dell'insediamento non dovette mutare di molto nell'età moderna. Nel 1698 si contano in esso 70 anime, di cui 50 da comunione; nel 1740 la

popolazione della parrocchia era scesa a 50 anime, di cui 40 da comunione, per risalire a 70 nel 1749, con 45 di esse già comunicate, ridiscendendo nel 1754 a 60, di cui 40 già comunicate, e nel 1763 a 57 con 40 anime comunicate. Sebbene formata da un numero ristretto di individui, la comunità di Monte Lagello aveva comunque dei problemi che riguardavano la regolamentazione dei rapporti interni cui far fronte. In questo senso suona la richiesta fatta ai priori della città di approvare quanto la comunità aveva stabilito nell'assemblea pubblica, avutasi il 28 gennaio 1575, circa la non opportunità di tenere capre nel territorio di Monte Lagello a causa dei danni che esse procuravano alle colture. Il 1 marzo 1577 il consiglio dei priori di Perugia all'unanimità ratificava la decisione assembleare. Appare abbastanza evidente, entrando nel merito della decisione assembleare, la scelta di indirizzare definitivamente l'economia della comunità nel settore agricolo, vietando la pastorizia che mal si doveva accompagnare alla lavorazione dei campi. Il 24 maggio 1749 l'abate del monastero perugino, durante una visita, rilevava come la chiesa versasse in pessime condizioni e abbisognasse di restauro. Di lì a poco dovettero cominciare i lavori di restauro tanto che, nel maggio 1753, si riportavano, nei libri contabili del monastero cittadino, alcune spese sostenute per le riparazioni occorse alla chiesa "Scudi 2 e denari 5 per un confessionale nuovo, Scudi 10 per mattoni, calce e pianelle servite per la chiesa di Monte Lagello, Scudi 29 dati a Mastro Domenico, muratore, che ha preso a cottimo li risarcimenti di detta chiesa". Cenni di storia civile Mons Agellionis e chiamato dal Campano questo castello, il quale per la sua posizione costituiva una vera e propria fortezza. Come abbiamo visto nei cenni storici di Migliano e di Monte Vibiano, anche Monte Lagello era caduto fra il 1394 e il 1395 in mano dei nobili fuorusciti, e quando la città poté, per mezzo di Biordo Michelotti, recuperare questi tre castelli, fu stabilito sul conto di questo « o che si scaricasse


affatto, o che molto più forte et gagliardo si rifacesse ». Il fatto che tuttora, benché da lunghissimo tempo disabitato, il castello conservi notevoli avanzi di solide mura e bastioni, ci dimostra che a questo secondo divisamento si fosse allora appigliata la città. Signori di questo castello furono i Vincioli, nobili perugini, i quali, specialmente negli Atti pubblici, erano sempre chiamati ex Nobilibus de Monte l'Agello. Nel secolo XVIII ne erano i padroni i marchesi Rossi Leoni di Perugia,......... della famiglia Sereni, e della famiglia Antonelli. Dal 1985 l'antico Borgo che pareva dormire per sempre, sotto il crudele incalzare di un degrado inarrestabile, in attesa che il tempo lo cancellasse abbattendo le torri, le mura, le antiche case, pietra dopo pietra, fra l'avanzare devastante e insieme pietoso dell'edera, usuale sudario di tutte le rovine……, si dava inizio al restauro conservativo con otto anni di lavoro intenso e appassionato. È il filo ideale che unisce ciò che ebbe origine all'inizio del secondo millennio per le difesa fisica delle popolazioni circostanti, all'inizio del terzo millennio, recuperando quei sapienti volumi destinandoli a presidio in difesa dello spirito, come luogo ideale per meditare, per ricaricarsi di energie, per liberarsi dallo stress quotidiano. I riconoscimenti ufficiali per il restauro conservativo: 1992 - 1° Premio “Tuteliamo l'Ambiente” della Conservation Foundation di Londra; 1993 - 1° Premio “Europa Nostra Award” by American Express Foudation; 1994 - 1° Premio “ Concorso Edifici Storici Recuperati a Funzione Turistica” Monte Lagello Il suo nome è legato ai natali di Pietro Vincioli, fondatore o riformatore del monastero di San Pietro, di poco anteriore al mille. Sembra che Pietro fosse partito da Monte Lagello per chiedere al vescovo di Perugia, Onesto, l'abbandonata cattedrale per i suoi monaci. Vogliamo sottolineare il carattere fondamentalmente benedettino di queste terre.

Oltre alla testimonianza di Monte Lagello (con la testimonianza dei natali di Pietro Vincioli) e di S. Apollinare, citiamo quella di Pietrafitta, famosa fin dal Medioevo per la Fiera dei sette frati. Fino a qualche anno fa si faceva riferimento a questa fiera (nonché a quella di S. Nicolò di Celle e di Marsciano) per fissare il prezzo dei bestiame. Ma Pietrafitta (a pochi chilometri da S. Apollinare e da Monte Lagello) oltre che per la fiera era conosciuta per il monastero di S. Benedetto, il quale, già nel 1099, venne donato da un tale Alberico di Guidone conte del Casentino all'eremo di Camaldoli. Questo antico monastero conserva ancora l'abside di stile romanico e la cripta da poco riportata alla luce.  

Dott. Giovanni RIGANELLI Copyright © 2007 Montelagello - Tutti i diritti riservati. Partita Iva: IT 94044770546. Credits | Login | Termini d'uso.


L A P RE M E S S A

Stiamo per celebrare ritualmente un atto d'amore, necessario per unire ancora di più due amanti, l'opera d'arte e il collezionista, che si cercavano da sempre e che, oggi più che mai, hanno bisogno di sancire davanti al mondo il loro abbraccio. Abbiamo da tempo dimenticato, o quantomeno tralasciato di ricordare – soprattutto nei circuiti più marginali della nostra terra (intesa sia come Umbria sia, più in generale, come Occidente) – quanto l'opera d'arte riesca a vivere solo a certe condizioni: infatti, oltre all'artista che l'ha creata, credendo in essa e che qui l'accompagna, simbolicamente, all'altare, c'è bisogno di qualcuno che la faccia brillare di luce; ed è esattamente ciò che fa un collezionista che, tanto spesso, acquista un'opera non sapendo nemmeno se questo suo atto corrisponda al mero valore venale dell'oggetto. Il vero collezionista acquista le opere per amore, ed è questo che conta davvero: poi, in un secondo momento, potrà anche avvenire che un lavoro di un artista si riveli anche una fonte di investimento. Ma non è questo il primo motore, lo ripeto, di un collezionista che ama le opere e gli artisti: l'amore che lo guida nasce, nei casi autentici come quello che stiamo per celebrare in questo rituale di oggi, da una comunione spirituale con ciascuna opera e con lo stesso artista che gli consegna in dono il suo lavoro. E nel far questo non vengono trasmessi solo semplici manufatti, ma le idee che tali manufatti veicolano, come la sensibilità spirituale, l'emozione estetica e il desiderio di guardare al domani. Questa è l'arte, amici miei, il collezionista innamorato, ma non ingenuo, è il custode di questo patrimonio di emozioni: nessun uomo può sapere quanto del proprio destino sopravviverà al tempo, quando giungeranno giorni – vicini o lontani – in cui non calcheremo più le terre fascinose e terribili del nostro pianeta, ma l'arte prova a scommettere su questa condizione dell'esistenza e sulla sua possibile durata rivolta al futuro. Questo matrimonio odierno sancisce dunque un grande, incommensurabile e prezioso atto d'amore: viva gli Sposi e, soprattutto, viva l'Arte! Emidio De Albentiis


L ’ O P ERA : M ADRE T E S T A

[...] "un matrimonio, un incontro tra un'opera d'arte e colui che nella societĂ  contemporanea svolge il ruolo di tutore, di testimone, di protettore, il collezionista..." [...]


Installazione di trentatrè teste dal ciclo: MADRE TESTA


Siamo qui riuniti per consacrare un evento d’unione tra un’opera d’arte ed il suo innamorato collezionista. Nel percorso di un’opera d’arte questo è il momento piu’ importante: lascia l’atelier dell’artista che l’ha ideata e creata per entrare a far parte di una collezione dove sarà curata e mostrata . Per il collezionista che se ne è innamorato questo di oggi rappresenta un momento storico di simbolica eredità e testimonianza culturale. Ricevendo l’opera da lui scelta l’ e v e n to

dalle mani dell’artista; egli dovrà diffonderne e mantenerne vivo il suo valore artistico e concettuale. [...] Se qualcuno conosce qualche ragione per la quale quest’ unione non debba avvenire parli ora o taccia per sempre. Allora Si dia inizio alla cerimonia:


Artista Luca Leandri, dai tu per sempre quest’opera d’arte, frutto del tuo ingegno e del tuo lavoro al collezionista Paolo Rapetti che la riceve direttamente dalle tue mani non per lucro né per bramosia di possesso ma per onorarne e testimoniarne per sempre il valore artistico e culturale ? I L PA S S AG G I O

E tu collezionista Paolo Rapetti ricevi dalle mani dell’artista Luca Leandri quest’opera d’arte non per lucro né per bramosia di possesso ma per onorarne, testimoniarne per sempre il valore valore artistico e culturale? Sia versato all’artista il giusto compenso e sia consegnata l’opera “Madre-Testa” al collezionista….


Io qui presente Marco Briziarelli storicizzo solennemente questo momento, dichiaro di fronte a tutti voi testimoni che quest’opera di Luca Leandri viene consegnata e apparterrà da oggi al collezionista Paolo Rapetti. L ’ U F F I C I A L I ZZAZ I ONE

Prego i testimoni dell’artista e del collezionista di avvicinarsi per firmare i verbali di questa unione.


gli a mici

La cerimonia è finita. Andate in pace.


PERCORSI DELLA MEMORIA NELLE MADRI-TESTE DI LUCA LEANDRI

M ADRE T E S T A

L’antica consuetudine di affidare alla ceramica sia espressioni estetico-formali che profonde riflessioni di pensiero (ho qui in mente, in modo tutt’altro che esclusivo, l’uso del mito e del teatro negli splendidi vasi greci dall’età arcaica all’ellenismo) trova ancora ampie conferme nel nostro orizzonte cronologico. Ne è un ottimo esempio un artista come Luca Leandri, derutese di origine ma staccatosi abbastanza presto dai pur preziosi input che la sua città natale gli avrebbe potuto offrire in modi piuttosto diretti: pur avendo fatto fisicamente poca strada (Luca risiede da qualche anno in una bellissima dimora di campagna, nel Marscianese, attrezzata sia come laboratorio sia come luogo di insegnamento per chiunque voglia penetrare l’universo operativo della ceramica nelle modalità più variegate), l’artista si è diretto, con sempre maggiore convinzione, verso approdi complessi, come la sperimentazione tecnica e la densità concettuale. In occasione di questa personale al Museo dinamico del laterizio e delle terrecotte di Marsciano (una mostra da leggere assieme al particolarissimo evento Nozze d’arte – pur esso illustrato in questo catalogo – tenutosi presso l’Eremo di Montelagello, splendida e appartata località delle colline marscianesi), Leandri ha presentato, in alcuni insiemi distinti, diverse Madri-Teste, vero punto nevralgico della sua ricerca di questi ultimi anni: si tratta di sculture, effigianti delle teste-ritratto prive di connotazioni fisionomiche, apribili a metà (ma ciascuna Madre-Testa può anche presentarsi interamente chiusa) in modo che risultino visibili degli incavi interni di cui si parlerà fra breve, come anche dello stesso materiale utilizzato. Proviamo, preliminarmente, a prendere separatamente in esame i due concetti di “Madre” e di “Testa”, per poi ricongiungerli successivamente: nell’idea connessa alla maternità c’è la forza delle energie primordiali, delle origini da cui tutti noi prendiamo l’avvio – pur non avendolo chiesto – per gettarci nell’agone del mondo, ma c’è anche un principio-guida caro a ogni ceramista (e a quasi ogni altro operatore plastico), quale quello della matrice. Senza voler scomodare un celeberrimo dipinto di Umberto Boccioni, Materia (dipinto probabilmente tra il 1911 e l’anno successivo), in cui si può cogliere una riflessione su problematiche consimili pur entro un contesto stilistico-espressivo assai


diverso, nell’idea di “Madre” proposta da Leandri c’è una sorta di relazione sommatoria tra lo scaturire da e il divenire verso. A chiarire ulteriormente questa intenzione viene in soccorso l’altro concetto-chiave, quello di “Testa”: l’artista lo utilizza per centrare la sua poetica su ciò che è racchiuso negli incavi delle sue sculture, se n’è parlato poco sopra, giocando sulla realtà anatomica (il cervello), la visionarietà e l’immaginazione combinatoria (pensieri figurati, oggetti e segni “evocanti”). Al carattere originario e dal vigore primordiale insito nel doppio concetto di “Madre-Matrice” (cui va aggiunto, sulla falsariga boccioniana, quello della stessa “Materia”, visto che si tratta di opere di ceramica realizzate utilizzando in primo luogo della terra argillosa), si aggiunge quindi tutto ciò che la preziosa teca della nostra scatola cranica è in grado – potenzialmente e realmente – di produrre. Questo aspetto combinatorio delle Madri-Teste di Leandri trova un puntuale riscontro nei materiali utilizzati: alla dominante rappresentata dal refrattario si vanno ad unire, con procedimenti di simulazione alchemica, lustri aurei ed effetti bronzei, quasi a stabilire un ponte tra l’humus terragno dell’argilla e la nobiltà di materiali frutto di un graduale passaggio di status. L’obiettivo più profondo di queste complesse operazioni esteticocreative è quello di sottolineare ed evocare la persistenza di una memoria (contrapposta al fatale ed incessante divenire del mondo ma anche alla colpevole dimenticanza di chi non la preserva a dovere), erigendo quasi degli ex-voto, a volte installati come entro dei veri e propri altari laici: è il caso, soprattutto, ma non soltanto, dell’insieme costituito da 33 Madri-Teste, nelle quali è possibile scorgere in dettaglio la congerie di variegati elementi che contraddistinguono gli incavi, capaci di descrivere, come già si è alluso, le tantissime facoltà che il nostro cervello possiede e che troppo spesso dimentichiamo, con conseguenze tutt’altro che positive. Tra gli altri esemplari significativi, giova segnalare anche un’altra Madre-Testa in refrattario, contenente al suo interno un insieme di teste in lustro aureo, idealmente dedicata alle

tantissime vittime del barbaro massacro di Beslan, nell’Ossezia del Nord, avvenuto nel 2004: altro esempio dell’esigenza di tenere desto il ricordo (in questo caso di una tragedia di origine politica, certo, ma venata addirittura di spirito tribale) e, ancor più, le buone pratiche della ragione umana – quella stessa racchiusa nella nostra scatola cranica – che non devono (o almeno, non dovrebbero) mai cedere il passo all’istinto più sanguinario. Interessante, nella mostra, l’impaginazione di questo lavoro in rapporto ad un caminetto antico del Palazzo Pietromarchi, quasi a ribadire il bisogno di legami con un passato che si vorrebbe sentire ancora attivo e in grado di insegnare, anche se talvolta questo aspetto non sempre si verifica come ce lo immagineremmo. Luca Leandri è riuscito ulteriormente a stabilire una simile connessione con ciò che ci precede, in un prezioso allestimento che ha visto dialogare il suo lavoro con uno dei pezzi forti del museo marscianese, un affresco staccato databile intorno al 1500 e attribuibile a un collaboratore del Pintoricchio, con la rappresentazione di una Madonna in Trono con il Bambino, angeli, San Silvestro vescovo e San Rocco: tra gli elementi più sorprendenti di questa relazione tra passato e presente è la provenienza dell’affresco, la chiesa di Santa Maria della Neve di Montelagello, la stessa località delle Nozze d’arte di cui si è parlato in apertura. Una sorta di energia spirituale e creativa che sembra attraversare i secoli entro una comune tensione che cerca di ovviare, con la piccola grande forza a cui l’umanità può fare appello, alle non poche difficoltà che si frappongono al prevalere delle energie positive, come la spiritualità e la bellezza: Luca Leandri, richiamandosi – pur senza sentirsi in alcun modo latore di un messaggio salvifico – alla poetica del fare, della memoria e della sopravvivenza e a quella della sacralità laica dell’arte, ci consegna un ideale testimone capace di guardare dietro di sé (interessante in mostra, anche il colloquio a distanza con le opere di un artista del Novecento, stabilmente presente nel museo marscianese, come Antonio Ranocchia) e di invitarci a osservare il futuro con più consapevolezza. Emidio De Albentiis


L ’ ART I S TA


Luca Leandri (Deruta, 1964) vive ed opera in Umbria. Annoverato oggi tra i protagonisti della ceramica contemporanea e di ricerca in Italia, intraprende giovanissimo la strada della scultura, creando forme e sperimentando materiali. Partecipa nei primi anni ’80 alla formazione di un centro per le arti visive “Materiale e Immagine 2” a Perugia con Mario Mirabassi. Dal 1987 al 1993 partecipa all’attività dell’ Ass.ne Culturale “Opera” di Perugia, diretta da Bruno Corà. Nel 1995-’96 apre una sua galleria nel centro storico di Perugia dove oltre ad esporre le sue opere, invita periodicamente altri artisti a partecipare ad eventi tematici di arte contemporanea. Ormai da 15 anni si dedica completamente alla ricerca e produzione artistica, lavorando e vivendo nella sua casa-studio in campagna, a Marsciano (Pg). Aperta al pubblico dal 2002 come “art-house”, qui durante l’anno Luca Leandri dedica parte della sua attività alla didattica dell’arte e della scultura ceramica, attraverso stages di vari livelli, spesso svolti anch’essi con spirito sperimentale e con attenzione a stimolare interesse e sensibilità dei suoi allievi. Collabora per la ceramica con strutture preposte alla formazione e crescita di persone diversamente abili. Principali mostre: instant art - taglio, Tendenze della cultura giovanile, Perugia 1987; De suggestione, Cinquecento Anni del Perugino, Fontignano Pg,1988; Arte Fiera Bologna , sezione giovani artisti umbri, Bologna, 1988; Dalla Terra, Los Angeles, 1999; Terra e Fuoco, Palazzo Reale, Bruxelles, 2003; ABTamo, La Fratta show room, Perugia, 2004; A ritroso, Palazzo Pietromarchi, Marsciano (Pg), 2004; Principio Attivo (mostra dedicata alla nascita del figlio), Wunderkammern di Spello, 2006; Sentimento Agreste, antico teatro di Cartoceto, Fano, 2007; Il morso in testa, centro per l’arte contemporanea Trebisonda, Perugia, 2008; Lumin_aria, Napoli, 2008; Il morso in testa, Galleria Mani Design, Napoli, 2009.


si ringrazia per il patrocinio e contributo

Comune di Marsciano Assessorato alla Cultura per l'ospitalitĂ  l'Amministrazione ed il Personale del Borgo di Montelagello per la partecipazione e collaborazione Clarice Zdanski (flauto) Emidio De Albentiis (testi) Marco Briziarelli (voce-officiante) Michele Capoccia (testimone) Eunice Rapetti (testimone) Claudio Rapetti (riprese video) Carlo Maria Natalicchi (foto) Elisabetta Corrao (coordinamento e organizzazione) evento a cura di: Associazione La Fratta eventi d'arte

Studio di Luca Leandri: Vocabolo Caprareccia, 157 - Marsciano (Pg) Italy Tel.:+39 075 8785111 e-mail & web : info@lucaleandri.it / www.lucaleandri.it / www.lafratta.it Tutti i diritti riservati. I testi e le immagini possono essere usati solo per scopo personale di ricerca e studio. Per altri utilizzi si prega di chiedere autorizzazione agli autori e, in ogni caso, di citare la fonte. Grafica a cura di: Fattoria Creativa / fattoriacreativa.it

Nozze d’Arte 18 giugno 2011 Finito di stampare giugno 2012


luca leandri

n o z z e d ’ a rt e


NOZZE D'ARTE, catalogo 2012