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Editoriale

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entili lettrici, cari lettori, eccoci ad agosto, il mese tradizionalmente deputato alle ferie e al relax prima della ripresa autunnale. “La Finestra”, tuttavia, quest’anno non va in vacanza e vi propone un numero estivo davvero speciale, interamente dedicato alla Valsugana. Un numero pensato sia per i molti turisti che in questo periodo scelgono di soggiornare nelle tante località di villeggiatura presenti sul nostro territorio, sia per i residenti che vivono e abitano in questi luoghi da sempre, ma che forse talvolta ignorano certi aspetti di una terra apparentemente aspra, la quale però sa essere anche molto dolce e accogliente nei confronti di chi riesce a comprenderne la vera essenza. Fra le mete ideali di quanti desiderano coniugare scenari suggestivi ad un’alta qualità dei servizi figura senz’altro il Trentino, di cui la Valsugana con le sue innumerevoli sfaccettature rappresenta un ambito turistico vario e completo, composto di ambiente, sport, wellness, cultura, storia, spettacolo, enogastronomia e molto altro ancora. Il tepore del sole, l’amenità dei paesaggi, la frescura dei boschi incontaminati ricchi di una flora rigogliosa e popolati da una fauna variegata, il ristoro che offrono i numerosi bacini lacustri e il benessere che deriva dalle acque termali, il buonumore che accompagna i tanti spettacoli serali, le innumerevoli offerte culturali delle prestigiose sedi museali sparse sul territorio, il piacere impagabile della buona cucina, saporita

ma semplice e genuina allo stesso tempo, rappresentano delle ottime ragioni per venire in Valsugana e scoprirne le tante peculiarità che la rendono pressoché unica, in un perfetto connubio fra monti, laghi e terme. Un patrimonio incommensurabile, che molti ci invidiano e di cui i valsuganotti possono andare davvero fieri, anche se talvolta non ne conoscono fino in fondo le caratteristiche e le potenzialità. È anche allo scopo di promuovere e incentivare tale conoscenza che abbiamo ideato questo viaggio virtuale sul territorio, seguendo un percorso necessariamente non lineare ed esaustivo, bensì indirizzato a destare nel lettore curiosità e voglia di approfondimento, muovendo da una grande consapevolezza di fondo: forte della propria vocazione alla solidarietà, e temprata dall’aver conosciuto nei secoli scorsi il triste fenomeno dell’emigrazione, la Valsugana aspira ad essere una casa semplice ma estremamente accogliente, sempre aperta a tutti coloro i quali desiderano varcare la sua porta. A patto, ovviamente, che se ne rispettino la storia, le tradizioni, le usanze e l’ambiente. Buona vacanza in Valsugana! Johnny Gadler

Johnny Gadler, direttore responsabile de La Finestra

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Un’estate in Valsugana, da leggere e da vivere


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Speciale ESTATE IN VALSUGANA

AGOSTO 2010 - ANNO 22 - n. 8

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STORIA DI COPERTINA

LA VALSUGANA NEI SECOLI

20 Intervista al presidente degli Albergatori

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Vivere il parco, estate ricca di iniziative

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Trentino Orientale in bicicletta

Editoriale.................................................................3

Relax nella quiete degli Altipiani............................54

La Valsugana nel corso dei secoli...........................6

Lavarone: un tuffo nel passato.............................54

Levico Terme e le sue stagioni balneari................14

Restate in Valsugana............................................55

Strutture ricettive alla fine dell'800........................15

A cavallo nel Trentino Orientale.............................56

Il regolamento e il listino prezzi.............................16

Turismo in Tesino..................................................56

Nelle stanze dello stabilimento termale.................18

Alpen Markt e Gusti della Via Claudia...................58

Intervista al presidente degli Albergatori...............20

Le Terme di Roncegno nella storia.......................60

Vetriolo, famoso fin dal Medioevo........................22

Trentino Orientale da scoprire in sella...................62

Vetriolo nella “Gazzetta” del 1922.........................22

La Val di Sella: gioiello paesaggistico...................64

Tre splendidi specchi d'acqua...............................26

Mostra internazionale di arte postale....................67

Piné: meta turistica già nel 1600..........................28

La Casa degli Spaventapasseri.............................67

L'Altopiano di Piné................................................28

Una Valsugana tutta da raccontare.......................68

Pomeriggi d'estate al “Lido di Trento”...................30

Il mostro della miniera..........................................69

Metti una sera d'estate a PSA...............................32

Valle dei Mòcheni: mondo senza tempo...............70

Quali confini per la Valsugana?.............................35

Terme e osterie nella Valle dei Mòcheni................70

Vacanza a fior d'acqua..........................................38

Tesino: un tuffo nella sua storia............................72

Il Meeting internazionale di atletica leggera...........43

La montagna, una boccata di salute.....................74

Estate ricca di iniziative per Vivere il Parco............46

La bontà del latte e dei formaggi di malga............75

Dalla Fonte sgorga tanta cultura............................49

A tavola: piatti semplici ma saporiti......................77

Alla scoperta dei musei etnografici.......................51

Menu oltre la tradizione trentina............................77

La Fortezza delle emozioni....................................53

Gli annunci............................................................78

Il Forte costruito tra il 1908 e il 1912....................53

LA FINESTRA ONLINE

Questo numero de LA FINESTRA è consultabile e scaricabile in formato PDF all'indirizzo: http://issuu.com/lafinestra/docs/lafinestra_agosto_2010

Direttore Cristina Ferretti

Stampa CSQ Centro Stampa Quotidiani spa - Erbusco (BS)

Direttore Responsabile Johnny Gadler

Editore Athesia Druck srl - Via del Vigneto 7 - 39100 Bolzano

Pubblicità Cristina Dellamaria 347.6475297

Aut. Tribunale di Trento n. 635 del 22-4-1989

Grafica ed impaginazione Eva Fontana Corrispondenti P. Chiesa, G. Facchini, A. Munaò, M. Pacher

Questo numero de LA FINESTRA è stato chiuso il 29/7/2010 La Finestra declina ogni responsabilità per eventuali cambiamenti e/o errori nelle date e negli orari degli appuntamenti segnalati.

REDAZIONE Via IV Novembre, 12 38051 BORGO VALSUGANA (TN) Tel. 0461.752622 Fax 0461.756833 email: redazione@lafinestra.it

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Dal Paleolitico a oggi: breve storia di una vallata di confine


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STORIA

Breve storia del territorio

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La Valsugana nei secoli: dal Paleolitico a oggi

La Valsugana vista dal Monte Lefre (1300m)

Per la sua posizione di collegamento tra il Veneto e la Valle dell’Adige, la Valsugana è stata percorsa dall’uomo fin dai tempi antichi. Lungo i sentieri battuti dai cacciatori del Mesolitico si avventurarono poi i Romani, i Goti, i Longobardi, i Franchi e, nell’età moderna, arrivò pure Napoleone Bonaparte... di Johnny Gadler Il “Riparo Dalmeri” Da sempre la Valsugana costituisce la naturale cerniera di collegamento tra la Valle dell’Adige e la pianura veneta; per tale ragione ha sempre ricoperto un ruolo di primaria importanza nel corso dei secoli. Questo territorio risulta frequentato dall’uomo già in epoca preistorica, come sta a testimoniare un riparo sottoroccia – situato a 1.240 metri d’altitudine e che si estende per una trentina di metri – risalente a ben 13 mila anni fa, scoperto nel 1990 dal paletnologo trentino Giampaolo Dalmeri sull’altopiano della Marcesina, nel territorio del comune di Grigno. Il sito, ribattezzato “Riparo Dalmeri”, ha restituito molti reperti di straordinaria importanza e rappresenta una delle più significative e complete testimonianze circa la presenza umana sulle nostre montagne alla fine del paleolitico superiore. Valsugana paleolitica Fino a 18 mila anni fa, in corrispondenza dell’ultima fase glaciale, buona parte del Trentino

appariva ricoperta dal ghiaccio e quindi era tutt’altro che ospitale. Poi, attorno ai 14.700 anni fa, il clima cominciò a migliorare: le temperature medie annue s’alzarono anche di 15° C e i ghiacciai progressivamente si ritirarono, offrendo all’uomo nuovi territori da esplorare e da sfruttare per il suo sostentamento. Cacciatori-raccoglitori In quel tempo, infatti, il genere umano era organizzato in piccole comunità di cacciatoriraccoglitori che praticavano una sorta di nomadismo stagionale: d’inverno si ritiravano nel fondovalle dove le condizioni climatiche erano meno proibitive, mentre dalla tarda primavera fino al primo autunno si spingevano in quota per le battute di caccia, accampandosi in modo semipermanente nei luoghi giudicati più favorevoli e protetti, come il Riparo Dalmeri. Scavando in quest’area gli studiosi hanno riportato alla luce una serie di reperti rivelatisi utilissimi per ricostruire la vita di questo abitato preistorico, nonché dell’ambiente circostante.

Oltre 87 mila frammenti Al Riparo Dalmeri è stata rinvenuta, innanzitutto, una gran quantità di resti ossei: oltre 87 mila frammenti, indice di un’intensa e prolungata attività di caccia, specialmente allo stambecco visto che il 90 per cento degli ossi recuperati appartengono proprio a tale mammifero il cui habitat naturale si trova nelle praterie alpine. In questi vasti spazi aperti, al di sopra del limite del bosco, l’uomo preistorico s’avventurava per cacciare non solo gli stambecchi, ma anche le marmotte; più sotto, invece, nella foresta di larici e pini, le prede più ambite erano i cervi e altri animali di piccola taglia. Tuttavia i gruppi umani che a lungo frequentarono il Riparo Dalmeri – in un arco di tempo compreso, secondo le indagini stratigrafiche, tra i 13.300 e i 7.300 anni fa – non si nutrirono soltanto di carne, ma sfruttarono anche la fauna ittica come testimonia il ritrovamento di squame e resti ossei di lucci, barbi e trote; pesci senza ombra di dubbio provenienti dai tanti laghetti che in quell’epoca occupavano il fondovalle.


STORIA Breve storia del territorio

FOCUS Un universo simbolico e rituale

Reperti dal Riparo Dalmeri

L’età del Rame Risale invece all’età del Rame un sito d’altura scoperto nel perginese, a Montesei di Serso, dove popolazioni retiche vissero per molti secoli, lasciando vistosi segni della loro presenza. A Montesei le testimonianze archeologiche ci attestano un insediamento umano ascrivibile all’età dell’Eneolitico o del Bronzo Antico, collocabile tra il 2000 e il 1800 a.C. Tra i numerosi reperti rinvenuti annoveriamo tracce di un focolare, frammenti di vasellame in parte riconducibili alla Cultura del Vaso Campaniforme e scorie di fusioni. Molti di questi reperti sono esposti al Museo Tridentino di Scienze Naturali a Trento.

Nel sito di Riparo Dalmeri sono venute alla luce quattro corone di denti di latte. Se da un lato ciò autorizza a ritenere che il luogo sia stato frequentato non solo dai maschi adulti dediti alla caccia ma anche dai bambini – e quindi dall’intero clan famigliare – dall’altro lato s’affaccia l’ipotesi, tutt’altro che peregrina, di un rituale legato proprio al “dente da latte”. D’altronde che l’uomo del Paleolitico superiore avesse elaborato un proprio universo spirituale, simbolico e artistico è un dato di fatto. Al Riparo Dalmeri, ad esempio, sono stati ritrovati numerosi reperti riferibili a una dimensione puramente estetica, anziché utilitaristica. Basti pensare alla serie di 25 conchiglie, molte delle quali forate, che evidentemente dovevano fungere da pendaglio oppure da elemento di collana, cui si aggiungono una perlina forata in steatite e due denti incisivi di cervide lavorati alla radice. Ma la testimonianza più significativa circa la dimensione culturale dei frequentatori del Riparo Dalmeri ci giunge senz’altro dalle pitture su pietra, realizzate con l’ocra, raffiguranti semplici motivi geometrici, oppure scene realistiche di piante, animali e figure antropomorfe. Questi disegni, assai stilizzati, avevano sicuramente funzioni rituali, legate al buon andamento della caccia e alla prosperità del clan che occupava il riparo.

Il Riparo Dalmeri

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Le strutture abitative Gli scavi effettuati nell’area del Riparo Dalmeri hanno anche riportato alla luce tracce di strutture abitative di notevole interesse. Innanzitutto l’impronta di una grande capanna del diametro di circa 4 metri, buche per i pali delle capanne, focolari, allineamenti di pietre e tanti altri segni evidenti della presenza nel sito di gruppi umani piuttosto organizzati, con una prima, per quanto embrionale, suddivisione del lavoro; in questi luoghi, infatti, l’uomo non si occupava solo di caccia, ma provvedeva pure a costruirsi degli strumenti in pietra (grattatoi, bulini, lame, coltelli e punte di vario tipo) da utilizzare sia come armi, sia per la lavorazione del legno, dell’osso e soprattutto delle pelli. Quest’ultima attività è molto ben documentata al Riparo Dalmeri, dove sono state rinvenute evidenti tracce dei processi di scarnificazione, raschiatura e forse addirittura di una rudimentale concia delle pelli. Gli studiosi, infatti, sembrano spiegare l’utilizzo dell’ocra da parte di questi uomini non come semplice pigmento decorativo, bensì come additivo minerale per trattare le pelli.

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Breve storia del territorio L’età del Bronzo Nel Bronzo Recente, fra la metà del XIV e il XIII secolo a.C., i giacimenti di rame presenti sui monti della Valsugana furono sfruttati in maniera più intensa, probabilmente ricorrendo all’aiuto di manodopera specializzata. Tale fenomeno raggiunse il suo apice verso il XII-XI secolo a.C. nella cosiddetta fase Luco A. Strutture di fonderia, scorie, giacimenti minerari e aree fusorie sono state individuate in località Acqua Fredda – al passo di Redebus tra la valle dei Mòcheni e il comune di Bedollo – nonché a Luserna e a Castello Tesino. Spade in bronzo dell’età del Bronzo Recente e Finale sono state rinvenute a Villa Agnedo e nella torbiera del Pudro presso Pergine. Altri oggetti in bronzo (asce, pugnali, spilloni) provengono da Civezzano, Tenna, Levico e Borgo Valsugana. L’età del Ferro Nella prima età del Ferro molti siti e ripari sottoroccia utilizzati in precedenza vennero abbandonati, forse per un calo della popolazione o, più probabilmente, per dei mutamenti a livello socio-economico che portarono l’uomo a stanziarsi nei pressi

Il sito archeologico di Acquafredda

I Montesei di Serso

Al Passo che collega l’altopiano di Pinè alla Valle dei Mocheni, si trova il sito archeologico di Acquafredda, un’importante fonderia preistorica della tarda età del Bronzo (XIII-XI sec.a.C.)

delle vie di comunicazione. Un’eccezione è costituita dal sito di Montesei di Serso, che continuò ad essere frequentato ed è anche, per ora, l’unico posto in Trentino dove si sia potuto attestare la presenza dei boccali di tipo “Luco” nella fase B, manufatti che gli archeologi datano al IX secolo a.C. Due fibule in bronzo ritrovate a Borgo-San Pietro e a Susà di Pergine testimoniano come nel VII secolo a.C. la Valsugana fosse in collegamento con l’area orientale.


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Breve storia del territorio Cristo, piccoli luoghi fortificati e stazioni di sosta da cui avrebbero poi potuto trarre origine i più importanti centri della valle. Tuttavia sembra che le cose siano andate diversamente, perché fino alla metà del II secolo d.C. le testimonianze epigrafiche e archeologiche paiono piuttosto limitate in questa zona, indice di una scarsa antropizzazione del territorio. Anzi, è assai probabile che fino al Medioevo la Valsugana sia stata scarsamente popolata, come suggerirebbe la mancanza di toponimi antichi o di prediali, cioè toponimi derivanti dal nome di un proprietario terriero. Difatti in epoca tardo-repubblicana e nella prima età imperiale gli insediamenti noti in Valsugana sono soltanto due: uno collocabile sul Dosso di Sant’Ippolito a Castello Tesino e l’altro a Montesei di Serso, anche se su quest’ultimo vi sono parecchi dubbi circa una continuità abitativa dopo la fase precedente di cui abbiamo già riferito. Le aree cimiteriali certe, invece, sono nove, documentate nei comuni di Caldonazzo, Calceranica, Pergine, Levico, Borgo, Telve di Sopra e Ospedaletto. Si tratta perlopiù di sepolture a inumazione, una pratica diffusasi in questa zona non prima del III secolo d.C. Fu nel periodo medio e tardo imperiale, quindi, che l’uomo cominciò a dar vita a

Dosso S. Ippolito di Castello Tesino

stanziamenti meno casuali e a organizzare il proprio lavoro sfruttando l’ambiente naturale: in primo luogo i boschi e i pascoli, soprattutto del Tesino, e il fondovalle, lungo l’asse del fiume Brenta e nella zona dei laghi, suddiviso in fondi adibiti all’allevamento e all’agricoltura, con probabili coltivazioni di cereali (frumento, orzo, farro, miglio, panico), legumi (lenticchia, favino, ervo), frutta (pesche, nocciole, more, sambuco, noci, melograno) tra cui spicca l’uva che veniva già utilizzata per i primi processi di vinificazione. Valsugana “divisa” Lo storico e geografo greco Strabone, vissuto a cavallo tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C., denominò gli abitanti della Valsugana Medoaci. Essi risultavano soggetti al municipio di Feltre, ascritto alla Tribù Publicia, i cui confini con il Municipio di Trento, della tribù Papiria, dovevano trovarsi secondo alcuni nella zona di Ciré, alla periferia

di Pergine, in direzione di Trento. Ma vi è anche chi ritiene che, in realtà, tutto il territorio fino a Borgo (Ausuco/Ausugo da cui deriverebbe il nome vallis Ausucana e quindi Valsugana) rientrasse nei confini del Municipio Tridentinum. Allo stesso modo alcune zone della Valsugana durante la dominazione dei Goti, dei Longobardi e dei Franchi – periodo di cui conosciamo assai poco – seguirono più le sorti di Trento che non quelle di Feltre. Il Medioevo Nel 1027 l’imperatore Corrado II il Salico fece una donazione al Vescovo Udalrico II e istituì il Principato Vescovile di Trento, fissando così il confine tra il dominio temporale, vale a dire amministrativo, del vescovo di Trento e quello di Feltre a Maso San Desiderio di Novaledo. Ciononostante i rapporti tra le due parti furono sempre piuttosto intensi. Infatti alcuni feudatari della Valsugana assoggettata a Feltre, come ad esempio i da Telve, possedevano beni anche nel territorio controllato da Trento e godevano del beneficio di prendere parte alle riunioni dei feudatari trentini. Per quanto concerneva il potere spirituale, invece, il confine fra la diocesi di Feltre e quella di Trento sarebbe rimasto a Ciré di Pergine fino al 16 aprile del 1786.

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La romanizzazione Una delle ragioni che decretarono la grande espansione dell’Impero romano fu l’organizzazione viaria di cui anche la Valsugana conserva traccia. Difatti durante la conquista della Rezia, nel 15 a.C., Druso tracciò quella che poi, ampliata e completata dal figlio Claudio nel 47 d.C., sarebbe passata alla storia come la Via Claudia Augusta Altinate. I Romani, seguendo le tracce di un’antica pista preistorica, costruirono questa importante strada militare che da Altino, centro situato nei pressi della foce del Sile, attraversava il feltrino e la Valsugana per ricongiungersi a Trento con la Claudia Augusta Padana che arrivava nel capoluogo tridentino lungo l’asse del fiume Adige. Da qui si procedeva verso la Germania, fino a giungere al Danubio. Le due strade, oltre a rivestire notevole importanza per gli spostamenti militari delle truppe impegnate nella guerra retica, ebbero pure una grande vocazione commerciale, tanto che sui loro tracciati transitarono vino, grano e altri prodotti provenienti dalla penisola italiana destinati all’area danubiana, mentre dal Nord giungevano, soprattutto, capi di bestiame. Sarebbe logico ritenere che lungo la Claudia Augusta Altinate si fossero sviluppati, fin dal I secolo dopo


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Breve storia del territorio Un tiranno in Valsugana Nella prima metà del XIII secolo le vicende politiche dell’Italia settentrionale f urono for temente segnate dalla figura di Ezzelino da Romano, un tiranno che per le sue innumerevoli efferatezze si guadagnò l’epiteto di “feroce”. Fin da giovane Ezzelino da Romano possedeva numerosi beni anche in Valsugana, in particolar modo nella zona di Grigno, ma fu dal 1222 che la sua presenza si fece davvero ingombrante. In quell’anno Ezzelino approfittò dell’assenza del vescovo di Trento, Adalpreto di Ravenstein, per imporre sulla città di Trento, nonché su tutta la Valsugana, la propria autorità che seppe mantenere per oltre trent’anni. I territori della Valsugana soggetti al vescovo di Feltre risultavano amministrati da suoi capitani presenti in Tesino e a Borgo, che in quel tempo era il centro più importante, tant’è vero che i suoi sindaci, sostenitori del governo di Ezzelino, nel febbraio del 1227 furono invitati a Verona per prendere parte ad un atto ufficiale. Il 3 maggio 1236 l’imperatore Federico II arrivò a Trento per abolire il potere temporale dei

vescovi di Trento e di Bressanone. L’amministrazione dei principati passò così nelle mani del suo vicario in Italia: Ezzelino da Romano, appunto. Da subito i dinasti di Pergine cercarono di ribellarsi, ma Ezzelino mise a ferro e fuoco tutto il distretto perginese, incendiando e distruggendo non solo i castelli della zona, ma anche le abitazioni della povera gente. Nel 1254 papa Innocenzo IV lo scomunicò per eresia e così, facendosi forza della scomunica,

il vescovo di Trento Egnone di Appiano, che voleva rientrare in possesso dei propri territori, nel 1255 riuscì a sollevare il popolo contro il sopraffattore. Ezzelino allora inviò le proprie truppe attraverso la Valsugana e tentò di far capitolare Trento. Ma i rivoltosi ebbero la meglio e lo costrinsero alla ritirata. Il vescovo Egnone, obbligato a risiedere fuori Trento da cinque anni, rientrò in città, stabilendo la propria sede nel castello del Buonconsiglio. Ma Ezzelino

non si diede per vinto; nell’autunno dello stesso anno ritentò l’impresa però con uguale esito. Decise allora di organizzare un esercito più forte e nel 1256

Ezzelino da Romano

Iscrizione sulle antiche mura di Padova, via Petrarca

risalì nuovamente la Valsugana. Il tiranno riuscì a impadronirsi della città di Trento che, prima di ritirarsi nella sua marca trevigiana, affidò al suo fedele alleato Mainardo I. Nel 1258 Ezzelino s’imbarcò in un’altra sanguinosa impresa: la conquista di Milano assieme ai fuoriusciti ghibellini. Ma questa volta la buona sorte gli voltò le spalle. Ferito in battaglia al ponte di Cassano d’Adda, morì il 3 ottobre 1259.


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Un laboratorio politico Alla morte di Ezzelino da Romano il vescovo di Feltre rientrò in possesso dei propri territori che affidò ai da Camino di Treviso. Poi, tra il ‘300 e gli inizi del ‘400, la Valsugana si trasformò in una sorta di laboratorio politico. Diviso, come detto, tra il potere temporale del vescovo di Trento e quello di Feltre, questo territorio fu caratterizzato da uno scontro tra varie forze contrastanti: da un lato la Casa d’Asburgo che voleva consolidare i confini meridionali, dall’altro l’ambiziosa famiglia locale dei Caldonazzo e, infine, le mire espansionistiche di Padova, Milano, Verona e Venezia. Nel 1321, infatti, ai da Camino

subentrarono i veronesi dalla Scala, sostituiti nel 1337 dai conti del Tirolo che detennero il potere fino al 1360 quando in questa zona giunsero i da Carrara di Padova. Nel 1375 vi dominarono i duchi d’Austria, seguiti nuovamente dai da Carrara nel 1384. Nel 1388 si affacciarono in questa valle anche i Visconti di Milano, poi rimpiazzati ancora dai da Carrara nel 1402, ai quali seguirono dal 1406 al 1412 i veneziani. I coloni tedeschi A partire dal XII-XIII secolo la Valsugana era stata interessata da una immigrazione di coloni (roncadori) e di minatori (canopi) di origine tedesca che si insedia-

Guerra Rustica (Incisione di un libro stampato in Ausburg nel 1539)

Antica miniera Grua va Hardömbl (Valle dei Mocheni): ricostruzione con un manichino di minatore "canopo"

rono nel perginese, a Levico, sulla montagna di Roncegno e in molte altre località della valle. Nel 1413 il Vescovo Enrico Scarampis cedette la giurisdizione sulla Valsugana al duca Federico d’Austria conte del Tirolo, evento che provocò una seconda ondata migratoria tedesca poiché la presenza di castellani alemanni attirò numerosi artigiani e soldati, soprattutto nell’area di Borgo e di Telve. Insurrezioni e pestilenze Il 2 febbraio 1407 Rodolfo Belenzani fu artefice di un’insurrezione contro il vescovo Giorgio di Lichtenstein cui parteciparono alcuni cittadini valsuganotti de-

siderosi di affermare le libertà comunali. La Valsugana ebbe parte attiva anche nella cosiddetta “Guerra rustica” che nel 1525 vide schierati i contadini contro il capitano vescovile Graziadeo Galasso. Da Levico furono una quindicina i cittadini che si unirono agli altri valsuganotti per marciare su Trento, andando incontro ad una pesante sconfitta dalle gravi conseguenze. La crescita demografica dei centri della Valsugana fu bruscamente interrotta nel 1575 quando si diffuse il morbo della peste. Nel 1636 una nuova epidemia che si protrasse per quattro anni dimezzò la popolazione di molti paesi, tra cui Levico.

Antonio Busca dipinge un lazzaretto durante la peste del 1630

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Austriaci e francesi Tra il 1796 e il 1815 il Trentino e la Valsugana furono interessati dal passaggio di truppe straniere e da un’alternanza di dominatori. Il 5 settembre 1796 le truppe francesi guidate da Napoleone Bonaparte attraversarono la Valsugana all’inseguimento del generale austriaco Würmser che aveva abbandonato Trento; lo raggiunsero e sconfissero presso Bassano, l’8 settembre. Ma nemmeno due mesi dopo, il 31 ottobre 1796, un gruppo di miliziani austriaci lanciò una nuova offensiva che costrinse il contingente francese a riparare prima a Levico e poi, il 3 novembre, ad abbandonare l’intera valle. Ma sarebbero ritornati il 31 gennaio del 1797 per nuove azioni militari, cui avrebbe posto fine la pace di Campoformio del 17 ottobre 1797. Dal 1805 al 1810 la valle rientrò nei confini del regno di Baviera; in seguito – dal 1810 al 1814 – fece parte del Regno italico, per ridiventare poi austriaca. La battaglia del Medici Poco dopo la metà del XIX secolo il generale Giacomo Medici fu protagonista della cosiddetta

“invasione del Trentino” nell’ambito della Terza g uer ra d’indipendenza italiana. Il 21 luglio 1866, infatti, il generale Medici, con 5 mila uomini, 180 cavalli e 6 pezzi d’artiglieria, era partito da Bassano del Grappa per raggiungere Trento attraverso la Valsugana dove si trovavano le truppe austriache. Il 24 luglio, dopo una battaglia proprio a Levico, nei pressi del cimitero della Chiesetta della Madonna del Pezo, il Medici aveva liberato tutta la Valsugana, arrivando a un passo da Trento. Ma la mattina successiva era scattata una tregua di otto giorni cui era seguita, il 9 agosto, la notizia dell’armistizio tra Italia e Austria. Così le truppe erano state richiamate dal generale La Marmora e il Trentino per diventare italiano avrebbe dovuto attendere ancora mezzo secolo. Le due guerre Durante la prima guerra mondiale la Valsugana si ritrovò in primissima linea. Nel 1915 risultava occupata dalla truppe italiane fino a Borgo-Roncegno, ma nel maggio dell’anno successivo gli austriaci la rioccuparo-

no in parte. Dopo la Grande Guerra la Valsugana, assieme al Trentino, fu annessa all’Italia. I danni patiti dalla Valsugana durante la prima guerra mondiale furono ingentissimi, tanto che molti paesi dovettero essere ricostruiti ex novo e i lavori si protrassero per molti anni. Nelle fasi più drammatiche della seconda guerra mondiale, tra il settembre 1943 e il maggio 1945, la Valsugana subì numerosi bombardamenti aerei, mentre sui monti del Tesino formazioni di partigiani contribuirono a scrivere forse una delle pagine più belle della resistenza in Trentino.

Anche l’opera di ricostruzione del secondo dopoguerra fu particolarmente impegnativa. A partire dagli anni ‘50 l’economia della valle, prima prettamente imperniata sull’agricoltura, conobbe un forte incre-

Prima guerra mondiale: Piazza di Scurelle nel 1916

Napoleone Bonaparte

mento dell’artigianato, si aprì progressivamente all’industria e riscoprì la vocazione turistica del territorio – sfruttata da Levico e Roncegno già dalla seconda metà dell’800 – oggi uno dei motori trainanti della Valsugana.


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L’ascesa di una stazione termale conosciuta in tutto il mondo

Nelle calde giornate estive il lago di Levico è una meta molto gradita sia ai turisti che ai valsuganotti

La città di Levico Terme e le sue brillanti stagioni balneari Due furono i fattori che più di tutti contribuirono alla fama internazionale della città di Levico Terme: la lungimiranza di Giulio Adriano Pollacsek e la costruzione della ferrovia della Valsugana nel 1896. di Johnny Gadler La nascita delle Terme Le acque di Vetriolo, conosciute e apprezzate dalla popolazione locale per le loro proprietà curative già nel corso del ‘600 e forse ancor prima, all’inizio dell’Ottocento decretarono la nascita del termalismo in Valsugana. La prima struttura termale di Vetriolo, edificata nel 1814, appariva tuttavia piuttosto modesta, penalizzata soprattutto dalla sua posizione, splendida dal punto di vista paesaggistico ma assai scomoda da raggiungere. Fu proprio per tale ragione che nel 1860 la Società Balneare, che aveva appena acquisito il diritto di sfruttamento delle acque di Vetriolo per 40 anni, decise di trasferire lo stabilimento termale a Levico. L’acqua

fu portata a valle attraverso la realizzazione di un acquedotto di legno e Levico poté così cominciare la propria avventura turistico-termale che da subito portò notorietà a questo borgo che di lì a qualche decennio sarebbe stato elevato a città.

Ma di tutto ciò nell’estate del 1877 il generale Medici non sembrava preoccuparsi. Egli – riferiva l’attento cronista – «risentì della cura sollievo non comune alle sue sofferenze» e «fece alle acque e al trattamento i voluti elogi».

Una stagione “brillantissima” Leggendo il giornale “La Valsugana” del 15 agosto 1877, scopriamo che in quell’anno a Levico la stagione fu “brillantissima”, soprattutto nel mese di luglio, sia per il numero di presenze, sia per le tante personalità che «cercarono d’attingere qui la salute, e i vantaggi della cura». L’articolista del periodico, che si firmava con lo pseudonimo di Ego, riferiva infatti che a Levico nelle settimane precedenti

Quanti ospiti illustri! In quelle set timane Levico ebbe l’onore di ospitare presso le proprie Terme anche il futuro presidente del Consiglio italiano. Tra i bagnanti, infatti, molti riconobbero la barba e i baffi di Benedetto Cairoli, il politico nonché cospiratore antiaustriaco pavese che il 24 marzo dell’anno seguente sarebbe subentrato ad Agostino Depretis alla presidenza del Consiglio dei Ministri. A chi r iconobbe Benedet to Cairoli di certo non sfuggirono

Barche sul lago (foto S. Gasperini)

era giunto in villeggiatura il generale Giacomo Medici protagonista, nell’estate di 11 anni prima, della cosiddetta invasione del Trentino nell’ambito della Terza guerra d’indipendenza italiana.


STORIA

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nemmeno i basettoni dell’onorevole Giuseppe Biancher i, politico nativo di Ventimiglia, fino all’autunno dell’anno prima presidente della Camera dei Deputati del Regno d’Italia. All’inizio di agosto a Levico erano arrivati pure il senatore genovese Cesare Cabella, il Duca Fer rari, il consigliere Busacca «e tanti altri che troppo lungo sarebbe l’accennare partitamente». Mondanità e belle donne Come sempre accade, accanto alle personalità comparvero anche le belle donne. «Signorine – scriveva il nostro inviato dell’epoca – una parola anche per voi. Non istò a descrivervi le acconciature elegantissime, le forme nuove, gentili, delle signore che ho veduto, ci vorrebbe un volume, e se ho da dirvi

Il parco sul lungolago

il vero mi troverei impacciato non poco, non faccio neppure i nomi, perché nella sfuriata della corsa avrei timore di scordare qualcuna delle tante eleganti, bellissime e graziose signore. Mi accontenterò di un solo

Le strutture ricettive alla fine dell’800 Secondo quanto riporta il giornalista Ottone Brentari nella sua “Guida del Trentino” pubblicata alla fine dell’800, il turista che giungeva da Trento, entrando a Levico incontrava innanzitutto l’Hotel Belle Vue che con le sue succursali offriva ben 250 stanze. A sinistra vi era l’Hotel Levico che disponeva di 70 stanze, come il Grand Hotel Caliari che si trovava subito dopo. Nei pressi, fuori dalla strada, sorgeva Villa Bosco con 20 camere. Andando avanti vi era Villa Pruner (30 stanze) e poi, alzando lo sguardo, ci si imbatteva, un po’ fuori dalla strada, nel Grande Stabilimento Bagni, al quale seguiva, sulla strada, l’Albergo Voltolini con 40 stanze. Proseguendo si trovava l’Albergo Germania che con la sua succursale offriva 50 stanze. Qui finiva la parte moderna del paese; oltrepassando il ponte si trovava il nucleo più antico. Ecco come lo descriveva all’epoca il Brentari: «Ci si presentano due contrade, che vanno a far capo alla piazza parrocchiale». Quella a destra, all’inizio della quale si trova l’Hotel Concordia con le sue 30 stanze «è la Via del Monastero, e vi arriva con una piccola svolta; quella a sinistra è lo Stradone Imperiale, e vi va direttamente. Questo è, per breve tratto, sprovvisto di case; ed a sinistra di esso sorge (con una facciata anche sulla piazza), l’antico Albergo della Corona» anch’esso con 30 camere. Altre strutture alberghiere del tempo erano rappresentate dall’Albergo al Sole (20 stanze), da Villa Melori (8 stanze), da Villa Romanese e da Villa Tonelli Grandi, ciascuna dotata di 6 camere. A completare l’offerta turistica di Levico vi erano poi numerosi privati che affittavano delle stanze nelle loro abitazioni.

Lo stabilimento bagni e Grand Hotel di Levico

nome, quello della nipote del troppo celebre Victor Hugo che è qui, e a quanto mi si assicura esilera tutti coloro che la avvicinano col brio, la distinta coltura letteraria e scientifica, esilera colle bellissime forme, e con una eleganza insuperabile». Giornate di grande mondanità, dunque, ma anche qualche triste evento. Il 20 luglio 1877, ad esempio, morì Paolo Esterhàzy, Consigliere Intimo e Ciambellano, che a Levico chiuse «una vita di dolori, di avventure, di vicende delle quali non ultima fu la giornata di Villagròs nel 1849».

Il lancio in grande stile In quegli anni, insomma, le terme di Levico avevano già raggiunto una certa notorietà, ma mancava ancora il lancio in grande stile. Nel 1886, infatti, i forestieri giunti a Levico furono 2.249, saliti a 2.767 l’anno successivo, ma poi scesi a 2.071 nel 1889. Cifre che appaiono irrisorie se si considera che nel 1911 le cure balneoterapiche sarebbero state 54.289 e i flaconi di acqua minerale di Levico venduti addirittura 649.756. Due furono i fattori che più di tutti contribuirono al raggiungimento di tali traguardi: la lungimiranza di Giulio Adriano Pollacsek e la costruzione della ferrovia della Valsugana. I prodigi del Pollacsek Letterato, ma anche grande imprenditore con uno spiccato fiuto per gli affari, Giulio Adriano Pollacsek giunse a Levico nel 1894, proprio nell’anno in cui l’imperatore Francesco Giuseppe I aveva deciso di elevare questo piccolo centro del Trentino al rango di città. Quasi un’investitura, se si considera che il Pollacsek prove-

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L’ascesa di una stazione termale conosciuta in tutto il mondo


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STORIA

L’ascesa di una stazione termale conosciuta in tutto il mondo

La visita dell’arciduca Il 12 giugno 1900 l’arciduca d’Austria Eugenio visitò in anteprima le nuove Terme con il Grand Hotel, il parco, la villa per la direzione e l’impianto per l’imbottigliamento delle acque minerali. L’inaugurazione ufficiale avvenne quattro giorno dopo, con una solenne cerimonia alla presenza delle più alte autorità locali, nonché di illustri invitati provenienti da tutta Europa, i quali trovarono una città in forte sviluppo, ricca di strutture ricettive (vedi box a pagina 15).

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1860

La Società Balneare realizza uno stabilimento termale a Levico

1887

I forestieri fermatisi a Levico sono 2.767

Una veduta del Lido

l’immagine di Levico approntò una campagna pubblicitaria internazionale che coprì non solo l’Austria e la Germania, ma giunse anche in Francia, nei Paesi Bassi e addirittura negli Stati Uniti e in alcuni paesi del Sud America,

Il regolamento e il listino prezzi 1894

L’imperatore Francesco Giuseppe I eleva Levico a città

1905, Via Dante con l'ufficio informazioni del Comitato di cura (foto archivio Renzo Frisanco)

niva da Charlottenburg, oggi popoloso quartiere di Berlino, ma all’epoca città indipendente, considerata la più ricca della Prussia dato che in ambito commerciale e industriale batteva di gran lunga la capitale. Fu infatti proprio a Charlottenburg, e non a Berlino, che all’inizio del Novecento f u costruito il cosiddetto KaDeWe (Kaufhaus des Westens) il quale con i suoi 60 mila metri quadri di superficie rappresenta il più grande magazzino dell’Europa continentale. Fu con questa mentalità imprenditoriale che il Pollacsek programmò lo sviluppo termale di Levico. Per prima cosa sostituì la Società Balneare del 1860 con una nuova società denominata Levico-Vetriolo Heilquellen. Correva l’anno 1895 e di lì a pochi mesi il governo austriaco avrebbe inaugurato la linea ferroviaria della Valsugana nel tratto Trento-Tezze, all’epoca confine tra Austria e Italia. Nel 1897 il Pollacsek avviò la ristrutturazione delle Terme di Vetriolo e nell’autunno dell’an-

Una promozione internazionale All’inizio del Novecento il sistema turistico trentino, ovviamente ancora disomogeneo, muoveva i suoi primi passi nell’ambito della promozione e del marketing. Il Pollacsek per propagandare

1898

Inizia la costruzione del Grand Hotel

16/6/1900 Vengono inaugurate le nuove Terme

1911

Le cure balneoterapiche sono 54.289, i flaconi di acqua venduti 649.756

2008

A Levico si registrano 121.396 arrivi e 601.646 presenze

no seguente pose la prima pietra per la costruzione del Grand Hotel di Levico, circondato da un immenso parco di 12 ettari progettato dall’architetto berlinese Georg Zill.

Ecco il regolamento, nonché il listino dei prezzi in vigore verso la fine dell’800 alle Terme di Levico: «dal 1° Maggio a tutto Giugno e dal 1° Settembre a tutto Ottobre: Pensione per una persona con stanza sul davanti I o II piano, vino e candela, al giorno Fior. 4,10. Detta con stanza a vista interna Fior. 4. Pensione per due persone con stanza sul davanti I o II piano, vino e candela, al giorno Fior. 8,60. Detta con stanza a vista interna Fior. 7.60 – Dal 1° Luglio a tutto Agosto: Pensione per una persona con stanza su davanti I o II piano, vino e candela, al giorno Fior. 9,90. Detta con stanza a vista interna Fior. 8,90. – In ogni epoca della stagione il servizio viene segnato separatamente in soldi 30 al giorno per ciascuna persona. Pensione completa al personale di servizio pella prima epoca, al giorno Fior. 2.60. Detta, seconda epoca Fior. 2,90 – Le suddette pensioni occupando stanze sul davanti subiscono un aumento da convenirsi. Pei bambini al disotto di anni 5 la terza parte, pei bambini dai 5 ai 10 anni la metà, pei bambini dai 10 anni in avanti l’intiera pensione. – I prezzi segnati pella pensione di una persona s’intenderanno con stanza piccola; le stanze grandi verranno cedute previa domanda coll’aumento sulla pensione di soldi 80 al giorno. I pensionati che richiedessero essere serviti in istanza fuori d’orario, e con ciò a cucina espressa tanto alla sola colazione che al solo pranzo, pagheranno in più della pensione soldi 50 al giorno per ciascuna persona e per ciascun servizio. I pensionati che avessero a mancare alla tavola non godranno abbono. Potranno intervenire alla tavola forestieri non alloggiati; e la pensione, colazione e pranzo, costerà al giorno Fior. 2,80; la sola colazione Fior. 1,20 ed il solo pranzo Fior. 2. La candela compresa nella pensione s’intende limitata a sole due per ciascuna persona e cura durante. Persone estranee allo Stabilimento non avranno accesso nelle stanze dei forestieri. Resta proibito il fuoco di qualunque genere nelle stanze, come pure bagni e lavacri di acqua minerale. Ogni forestiere, anche non ammalato, che si fermi a Levico più di 4 giorni, deve pagare al comune una tassa di cura di Fior. 2,50. Ne sono esenti i medici, i poveri, e le persone di servizio».


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STORIA

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anche nelle architetture. Il Grand Hotel e molti altri alberghi furono seriamente danneggiati. La ricostruzione fu però veloce, grazie anche all’intervento diretto del comune di Levico che gestì le Terme con un’azienda municipalizzata fino al 1929 quando nella conduzione degli stabilimenti termali subentrò lo Stato. Nel 1938 a Levico si contavano 17 alberghi (10 a Vetriolo). Il flusso turistico era ripreso con vigore, ma all’orizzonte già si profilava una nuova minaccia: la seconda guerra mondiale. Dal settembre 1943 all’agosto del 1945 il Grand Hotel fu requisito dal generale Kesserling per essere adibito a comando generale d’armata per le zone di operazione di guerra nelle province di Padova, Vicenza e Trento. Notevoli furono i danni Il grande Albergo Regina distrutto da un bombardamento aereo nel 1945 (foto arch. Renzo Frisanco)

Nelle stanze dello stabilimento termale Sul finire dell’800 il sistema ricettivo di Levico Terme, già piuttosto articolato, ruotava tutto attorno allo stabilimento termale di cui ci offre una dettaglia descrizione Ottone Brentari, testimone oculare del grande sviluppo turistico che in quegli anni interessava la città termale. «Il grandioso stabilimento – scriveva il giornalista nella sua “Guida del Trentino” – sorge un po’ più alto del piano stradale, a m. 520 sul mare, ai piedi del M. Fronte. La facciata principale guarda a mezzogiorno. Il fabbricato consta d’un pianterreno, mezzanini e piano nobile. Al pianterreno ci sono molti camerini da bagno (di prima, seconda e terza classe) con vasche di marmo; la stanza per i consulti medici; i locali dell’amministrazione; nell’ala destra il caffè e bigliardo, gabinetto di lettura, trattoria; la sala di ricreazione e ballo (alta due piani)

comportando un investimento economico assai elevato. Forse troppo ingente, se è vero che nel novembre del 1901 il Pollacsek fu sostituito alla Direzione della società “Levico-Vetriolo Sorgenti minerali” da Anton Heimbach. Negli anni prima della Grande Guerra a Levico giunsero nobili ospiti provenienti dall’Italia, dal Tirolo, dall’Impero austro-ungarico, dalla Svizzera, dalla Francia, dalla Spagna, dalla Gran Bretagna, dall’Olanda, dal Belgio, ma

contornata da galleria, che conduce alla sala da pranzo, capace di 200 persone. Nel piano nobile e nei mez-

zanini vi sono (dopo che nel 1886 fu compiuta l’ala orientale del fabbricato) più di 100 stanze con oltre 100 letti. Dall’atrio d’ingresso, per una galleria coperta di vetri, ai lati della quale sono camerini da bagno, si accede al largo corridoio che le è perpendicolare (eretto nel 1887), pure con camerini. Il locale dei camerini da bagno di prima classe à ora adunque la forma di un T. A sera dello stabilimento, e dietro ad esso si stendono, un ombroso parco ed un nuovo ed elegante giardino, e s’alza una montagnola artificiale, fatta sopra il serbatoio dell’acqua minerale; davanti stendesi un piazzale ombreggiato; e di fronte ad esso, di là dalla strada, un giardino, con aiuole di fiori e macchie di conifere, e piccole statuine di deità ed eroi romani. Giù in basso, di là da lene china a campi e prati, è il Avviso di apertura dello stabilimento piccolo e verde lago di Levico che si può percorrere con barchette». di Levico affisso nel 1884

anche dalla Russia, dai Balcani e dalla Norvegia, nonché addirittura dall’America del Nord e del Sud, dall’Egitto, dal Giappone e persino dalla Cina. Tra i personaggi illustri che soggiornarono a Levico Terme si annoverano la principessa di Windischgrätz, cugina della principessa Sissi, l’arciduca Carlo Teodoro di Baviera, re Alberto del Belgio, il principe von Hohenhole, l’arciduca Eugenio d’Asburgo, membri della famiglia Romanov, granduchesse

della Casa d’Austria e i finanzieri Rothschild. Nutrito anche l’elenco delle personalità italiane, come i principi Borghese, Colonna, Lodovico Chigi, il duca Visconti di Mondrone, nonché cognomi noti dell’imprenditoria nazionale quali Gnecchi, Feltrinelli, Sonzogno, Rossi. I venti di guerra Le vicende della prima guerra mondiale lasciarono il segno, oltreché nell’anima delle persone,

Levico 1904, Piazza Sonnino (foto arch. Renzo Frisanco)

agli edifici e alle strutture alberghiere. Il Grande Albergo Regina fu addirittura distrutto da un bombardamento aereo avvenuto il 15 marzo 1945. La rinascita Finita la guerra le Terme di Levico e di Vetriolo divennero proprietà della Regione Trentino Alto Adige costituita nel 1948, mentre nel 1973, in base alle norme di attuazione dello Statuto Speciale, passarono di competenza alla Provincia Autonoma di Trento. In quei decenni le strutture termali furono ammodernate o costruite ex novo, tanto che nel 1976 Levico e Vetriolo contavano rispettivamente 56 e 8 alberghi, oltre alle numerose locande, ai rifugi, e agli appartamenti dati in affitto da privati. Oggi la città di Levico è conosciuta a livello internazionale per le sue Terme e per il suo lago, e accoglie ogni anno migliaia di turisti.

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L’ascesa di una stazione termale conosciuta in tutto il mondo


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FOCUS

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Intervista a Roberto Crivellaro, presidente dell’Associazione Albergatori di Levico

«La nostra forza è il territorio con tutte le sue peculiarità»

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residente Crivellaro, il 2009 si preannunciava come un anno nero per il turismo e invece non è stato così. Come sta andando

il 2010? «Ogni anno sembra che sia quello della crisi e poi invece vediamo che, tutto sommato, le località della Valsugana riescono a reggere in un panorama generale che, comunque, rimane di effettiva difficoltà. Noi ci salviamo offrendo la qualità, puntando sui prodotti locali, sulle nostre tipicità, sull’ambiente naturale e su nuove proposte quali la ciclabile, la Via del Brenta, oppure Arte Sella».

L’impressione è che ci siano sempre meno turisti stranieri... «Quello della clientela straniera purtroppo è un tasto dolente non solo per Levico e la Valsugana, ma per tutto il Trentino». Per quale motivo? «Innanzi tutto perché i cittadini europei oggi sono fortemente attratti da offerte low cost che permettono loro di raggiungere mete prima ritenute esclusive e lontane. In secondo luogo sicuramente perché il Trentino, rispetto ad altre aree turistiche, paga lo scotto di una cronica difficoltà nei collegamenti, soprattutto aeroportuali». Aeroportuali? «Certo, prenda un turista che da qualsiasi città europea decida di venire in vacanza nelle nostre

vallate: impiegherà meno tempo ad arrivare dal suo Paese all’aeroporto Catullo, che non da Verona al luogo di villeggiatura in Trentino. I tempi lunghi di viaggio rappresentano un problema non indifferente e ci penalizzano più di quanto si possa credere». Anche dal punto di vista stradale? «Certo. Il completamento dell’autostrada A31, l’arcinota Valdastico, sposterebbe il traffico pesante decongestionando la statale 47 e nel contempo rappresenterebbe un’ottima via di collegamento per portare i turisti nelle nostre vallate. Poi avvertiamo la necessità di realizzare il tunnel sotto il colle di Tenna, con la conseguente riqualificazione dei laghi di Levico e di Caldonazzo». Solo un problema logistico, quindi, nessun errore di strategia? «Non dico questo. Qualche abbaglio l’abbiamo preso pure noi. Sotto l’aspetto promozionale, ad esempio, a volte forse ci si è fatti lusingare troppo da mercati lontani, quando invece qui, alle porte di casa, i nostri vicini austriaci e tedeschi rappresentano ancora un ottimo bacino d’utenza da cui attingere, considerato il fatto che le nostre località appaiano la giusta via di mezzo tra casa loro e l’Italia con il suo bel sole, la buona cucina e uno stile di vita che tutto il mondo ci invidia». Fino a qualche anno fa di Levico si diceva: “È un bel posto, ma

un po’ per anziani...”. È ancora così? «Assolutamente no. Negli ultimi 2-3 anni l’offerta turistica di Levico è decisamente cambiata e oggi appare molto più variegata rispetto al decennio precedente, rivolta a turisti di tutte le fasce d’età e con esigenze diverse fra loro». Non è che prima vi stavate un po’ cullando sugli allori? «Non direi proprio. È vero che Levico Terme per molto tempo è stata identificata come una meta turistica per una clientela senior, ma in ciò non vedo nulla di male. Ve ne sono tante di località turistiche che sui senior hanno fondato gran parte del loro successo. Difatti gli over 60 hanno una maggiore potenzialità di spesa rispetto alle famiglie e di norma soggiornano in una località più a lungo. Pertanto il turismo della terza età, come quello congressuale o quello religioso, rappresentano fette di mercato davvero importanti, che non vanno assolutamente trascurate, bensì potenziate perché ci consentono di allungare la stagione. Ricordiamoci che la montagna non è il mare». In che senso? «Al mare è sufficiente un bella stanza d’albergo e un po’ di sole. La montagna, invece, presenta maggiori difficoltà nel trattenere l’ospite per lunghi periodi e quindi necessita di attrezzature esterne, piste ciclabili, passeggiate ben segnalate, collegamenti facili, eventi e occasioni di intratteni-

Roberto Crivellaro, presidente dell'Associazione Albergatori di Levico

mento per gli ospiti nelle giornate piovose. D’altronde il maltempo ci condiziona pesantemente anche nella politica dei week-end, perché è difficile partire per una località di montagna quando al venerdì le previsioni indicano pioggia». Storicamente le Terme hanno rappresentato un pilastro dell’offerta turistica di Levico... «Questo è vero. Le Terme sicuramente rappresentano un grande aiuto per allungare la durata del soggiorno a Levico e di questo bisogna ringraziare la Provincia autonoma di Trento, nonché la gestione di LevicoFin, acquisita dalla Levico Terme SpA, società fondata da noi operatori turistici di Levico. Anche le Terme, però, rischiano di non essere più sufficienti. Vanno potenziate, ristrutturate e riqualificate; una strada


FOCUS

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Intervista a Roberto Crivellaro, presidente dell’Associazione Albergatori di Levico

Gli alberghi di Levico

Levico ha da poco una nuova amministrazione comunale... «Devo riconoscere che la nuova giunta comunale è partita molto bene. Tra amministratori, albergatori, commercianti e Terme si è venuto a creare un rapporto molto coeso, con l’impegno di ritrovarci almeno una volta al

mese per discutere sia dei problemi contingenti, sia di progetti a medio-lungo termine». Di quali progetti si tratta? «Penso, innanzi tutto, alla realizzazione della funivia LevicoVetriolo che riqualificherebbe notevolmente Vetriolo Terme, una località molto bella e ancora da scoprire. Poi vi è senz’altro la riqualificazione del lago, con la creazione di appositi percorsi lungo le sue meravigliose sponde».

Che cosa chiedete ai nuovi amministratori? «Prima di tutto di mantenere un’elevata qualità dell’ambiente, ponendo una grossa attenzione al traffico. Ciò significa avere il coraggio di pedonalizzare alcune strade, tenendo le automobili lontane dal centro, dalle terme e dal lago, come d’altronde già capita in altre località del Garda e dell’Alto Adige. Vorrei anche lanciare un monito all’amministrazione affinché non si confondano eventi prin-

cipalmente dedicati al territorio con iniziative da cui ci si aspetta una ricaduta turistica. Le persone che vengono a Levico al mattino e che vanno via alla sera sicuramente sono molto importanti anche per la riqualificazione turistica della città, però non possono avere quella forza promozionale che invece esercitano manifestazioni quali ad esempio il recente convegno nazionale della Cisl, il ritiro del Parma Calcio, la Fenacom oppure i Mercatini di Natale». (J.G.)

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che, seppur con qualche difficoltà che non vogliamo nascondere, sembra possa offrire degli ottimi risultati per il prossimo futuro».

Annuario del turismo, 2008. Servizio Statistica PAT


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STORIA

Nel 1814 il primo stabilimento, ma le sue fonti erano già note da secoli

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Vetriolo nella “Gazzetta” del 1922

Le acque di Vetriolo famose fin dal Medioevo Le Terme di Vetriolo sono inserite in un contesto di fascino, immerse nella natura incontaminata di una lussureggiante abetaia. Le grandi proprietà terapeutiche di queste acque erano conosciute dalle popolazioni locali già nel corso del XVII secolo e forse molto prima. La descrizione del 1673 «Su ‘l tener tra Levico e Pergine per una qualche miniera di ferro, che vi sta, sgorga un’acqua scoperta anni sono, che ha del calibe. Riesce perciò un’acidula purgante insieme e stomacale, come alcuni han provato, e come mi afferma il Dottor Paolo Lener Medico dottissimo, e di antica esperienza». Questa descrizione, che si riferisce alle sorgenti termali di Vetriolo, fu scritta nel lontano 1673 dall’erudito Michel’Angelo Mariani nella sua opera “Trento con il sacro concilio et altri notabili”. Si tratta di una testimonianza che attesta, inequivocabilmente, come le proprietà curative di queste acque fossero note alle popolazioni locali perlomeno dall’inizio del XVII secolo, se non in precedenza, forse addirittura dal Medioevo. La trattazione del 1785 La prima trattazione scientifica risale al 1785 ed è rappresentata dall’opera “Delle acque minerali di Levico dissertazione Chimico

Nel 1922 “La Gazzetta del Turismo e dello Sport della Venezia Tridentina” celebrava questo centro turistico-termale con le seguenti parole: «A 1490 m. sul mare, cui si ascende per una comoda strada carrozzabile, è con ragione considerata come una stazione sorella di Levico e, come quest’ultima, è conosciuta dal principio del secolo scorso. Due ricche sorgenti principali hanno dato la fama a questa stazione: quella dell’acqua forte, per bagni e per bibita, e l’altra dell’acqua leggera, che si beve soltanto. Sono queste le benefiche acque arsenico-ferruginose che, scaturendo dalla “Caverna del Vetriolo” e da quella dell’Ocra, scendono poi alla sottostante Levico. Rinomate sono le “fangature” con l’ocra o fango che si forma nell’omonima caverna dell’acqua leggera. Ottimi sono gli alberghi (Hotel Trento, Hotel Milano, Hotel Montefronte) congiunti da una comoda e graziosa strada, fiancheggiata ora da siepi, ora da fitti abeti, la quale offre una varietà di aspetti quanto mai pittoreschi».

Terme di Vetriolo (foto www.termedilevico.it)

Sorgente di Acqua Forte, acqua minerale solfato arsenicale ferruginosa

Clinica” di Carlo Tonelli. «Avventurosamente – si legge nelle pagine scritte da questo medico – si scuoprirono, e da bella prima (non si sa bene se a capriccio, o per avviso o prescrizione di qualche Medico Professore) adoperavansi esternamente bagnando e nella scabbia, e negli erpeti, e nelle ostinate ulcere delle gambe, e in diverse altre

infermità, che malmenano le parti esterne del corpo umano: anzi in appresso furono parecchie volte nella foggia, che colle altre acque minerali praticar si suole, metodicamente bevute». Il primo stabilimento Per vedere il primo stabilimento termale, tuttavia, bisognò attendere ancora alcuni decenni. Fu

nel 1814, infatti, che presso le sorgenti di Vetriolo fu costruita una modesta struttura, detta le Fabbriche, destinata proprio alle cure termali. Nel 1816, però, il dott. Pinali di Trento scoprì che quell’acqua conteneva dell’arsenico e quindi se ne proibì l’uso per ragioni di sicurezza, ma il divieto non rimase in vigore a lungo. Si stabilì, infatti, che quelle fonti si potevano utilizzare a scopi curativi, sotto il controllo del medico di Levico. Nel 1886 i forestieri che si curarono a Vetriolo furono 519, per salire a 618 l’anno dopo, mentre


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nei tre anni seguenti si attestarono attorno alle 500 unità. Un'istantanea della struttura Per accogliere questi utenti era stata costruita una nuova struttura, che così veniva descritta alla fine dell’Ottocento dal giornalista e scrittore Ottone Brentari: «Il nuovo Stabilimento del Vetriolo – Bagni ed Alloggi conteneva prima del 1888 a pianterreno due sale da pranzo, cucina ed annessi; ed al primo piano le camere per i forestieri. In una casa vicina vi erano a pianterreno molti camerini da bagno di I e II classe, e la stanza per i consulti medici; ed al primo piano camere per forestieri; ed annessa la chiesetta, sacra alla Madonna della Neve. Nel 1888 le due case furono unite nell’attuale lungo fabbricato; e nello spazio intermedio si poterono così guadagnare altre 40 stanze, ed un salone di m. 16 su m 10 [...]. A Vetriolo i prezzi variano a seconda delle esigenze dei forestieri. Per il bagno i prezzi sono: I classe (vasche di marmo) fior. 1.50; II classe fior. 1; III classe soldi 60. Un mulo o somarello da Levico a Vetriolo fior. 1,50, mancia compresa; andata e ritorno fiorini 3».

Vetriolo, il piazzale di fronte alle Terme

Caduta e ripresa La difficile accessibilità rappresentò sempre un freno allo sviluppo termale di Vetriolo, tanto che fu proprio questa una delle ragioni che portò alla nascita delle terme di Levico. Le cose migliorarono quando la Società Berlinese, cui era stata affidata l’intera gestione degli stabilimenti termali di Levico e Vetriolo, costruì una strada di accesso a Vetriolo. Nel secondo dopoguerra le terme di Levico e di Vetriolo divennero proprietà della Regione Trentino Alto Adige, costituita nel 1948, e nel 1973, in base

alle norme di attuazione dello Statuto Speciale, passarono di competenza alla Provincia Autonoma di Trento. In quei decenni le str utture termali furono ammodernate o costruite ex novo, tanto che nel corso degli anni Settanta il giornalista Aldo Gorfer, nella sua guida “Le Valli del Trentino”, le descriveva nel seguente modo: «Lo stabilimento termale regionale e il Kursaal sorgono in località detta ai bagni (dove c’erano gli alloggi per i villeggianti per i villani e le stalle per i cavalli) ai margini di un vastissimo parco naturale. È dotato di

cabine per i bagni terapeutici e di ambulatori. Stagione: dal 25 giugno al 15 settembre. All’inizio dell’albergopoli, a sinistra, presso il campo una volta messo a cavoli cappucci, che vi crescevano particolarmente rigogliosi, sorge l’elegante edificio di stile alpino, a grandi vetrate, che raccoglie la sorgente dell’acqua oligominerale detta Cappuccio. Una tubatura di circa 3 km scende allo stabilimento di imbottigliamento di Levico. Nella sala è in funzione un distributore automatico a gettone, dal quale in bicchieri di carta, si possono prelevare acqua riscaldata, lievemente gasata, gelata e naturale (per cura)». In seguito, però, le terme di Vetriolo andarono incontro ad un progressivo declino tanto che, ad un certo punto, dovettero essere chiuse. Ma la vocazione termale di questo luogo era talmente forte che nel 1999 lo stabilimento fu riaperto e oggi rappresenta un complesso moderno, immerso nel verde, che offre ai propri ospiti inalazioni e aerosol, balneoterapia (cure conven zionate con il SSN ) nonché massaggi e fisioterapia (a pagamento). (J.G.)

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Nel 1814 il primo stabilimento, ma le sue fonti erano già note da secoli


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NATURA

I laghi di Caldonazzo, Levico e Lavarone

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Tre splendidi specchi d’acqua

Veduta del lago di Caldonazzo

Il lago di Caldonazzo è il più grande lago appartenente interamente al Trentino. Il lago di Levico, invece, è particolarmente pittoresco per la sua conformazione che ricorda un fiordo norvegese, mentre quello di Lavarone è uno dei pochi laghi in Trentino di natura carsica.

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eparati dal colle di Tenna, i laghi di Caldonazzo e Levico, entrambi di sbarramento da conoide, caratterizzano l’Alta Valsugana e ne addolciscono il clima. Costituiscono una vera e propria palestra naturale per gli amanti degli sport d’acqua: in un’incantevole cornice, che invita allo svago e al relax, si possono infatti praticare nuoto, vela, windsurf, sci d’acqua, canoa, canottaggio e pesca. È l’ambiente ideale per una sana vacanza all’insegna dello sport, per staccare mente e fisico dallo stress e dalla frenesia della città. Nel periodo estivo viene istituito sulle principali spiagge libere dei due laghi, per la maggiore sicurezza degli ospiti, il servizio Spiagge Sicure effettuato da qualificati assistenti bagnanti.

L’acqua è vita L’acqua è vita e lo si può constatare ogni giorno costeggiando uno qualsiasi dei laghi trentini. Le piante che vi crescono e i piccoli animali che vi abitano sono la dimostrazione vivente che in quegli ambiti trovano di che prosperare. E si è sviluppata proprio a partire dai laghi la vicenda umana nel Trentino. I terreni attorno agli specchi d’acqua, infatti, ci hanno restituito significative testimonianze delle popolazioni che in epoca paleolitica cominciarono la conquista di questa terra. Attorno al lago di Terlago, nella vallata tra Riva del Garda e Trento e, in quota, nel gruppo di Lagorai, nelle vicinanze dei laghetti di Colbricon e delle Buse, gli studiosi hanno scoperto e raccolto importantissimi reperti. Ci dicono che 8 mila anni fa queste valli erano percorse da gruppi di cacciatori che allestivano i loro bivacchi nei pressi degli specchi d’acqua dove sapevano avrebbero potuto fare bottino grosso di stambecchi, cervi e caprioli. Testimonianze altrettanto importanti e suggestive ci vengono fornite dal lago di Ledro e dalle torbiere di Fiavé nelle Giudicarie dove sono stati scoperti i resti di villaggi palafitticoli dell’età del Bronzo. Per venire ad epoche più vicine alla nostra, ricordiamo le pagine di Goethe sul lago di Garda (ne parla diffusamente nel suo “Viaggio in Italia”) e i tantissimi personaggi illustri che lo hanno scelto per le loro vacanze: da Kafka a Thomas Mann. Per non parlare della nobiltà austroungarica. Anche Sigmund Freud fu un ammiratore dei laghi del Trentino, di quello di Lavarone in particolare.

Lago di Caldonazzo

Le acque dei laghi di Caldonazzo e Levico sono acque limpide e pulite, come attestano i numerosi controlli effettuati con cadenza periodica dagli uffici provinciali competenti. Le temperature medie dell’acqua dei due laghi sono 20° a giugno, 22,9° a luglio, 23,4° ad agosto e 21,8° a settembre.


NATURA

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I laghi di Caldonazzo, Levico e Lavarone

IN CIFRE Lago di Caldonazzo Lunghezza: 4.735 m Larghezza: 1.870 m Profondità media: 27 m

Lago di Levico Lunghezza: 2.840 m Larghezza: 900 m Profondità media: 11 m

Lago di Lavarone Lunghezza: 350 m Larghezza: 200 m Profondità media: 6,5 m

Una veduta del lago di Levico

apposite passerelle in legno, che sul lago di Caldonazzo passano in parte tra i canneti. Altri laghi, minori ma non di certo meno incantevoli sono il laghetto delle Prese (comune di Roncegno, mt 1.620), il lago di Canzolino (comune di Pergine Valsugana, mt. 520) e il lago di Madrano (comune di Pergine Valsugana, mt. 547).

Il lago di Lavarone, uno dei pochi in Trentino di natura carsica, si adagia sull’omonimo altopiano a 1.100 metri di quota. Attorno allo specchio d’acqua c’è il percorso Gradiva, omaggio a Sigmund Freud, che agli inizi del Novecento frequentò più volte questi luoghi. È l’ideale per una passeggiata rilassante con tutta la famiglia.

Con l'arrivo della bella stagione, scatta la voglia di stare all'aria aperta. Per una vacanza a stretto contatto con la natura, approfittando del clima dolce e soleggiato, non c'è niente di meglio che organizzare una gita sui laghi e sui piccoli specchi d’acqua nascosti tra il verde dei monti trentini. Il lago, di per sé, trasmette pace e tranquillità e imprime al tempo un ritmo diverso, più naturale. Allo stesso tempo costituisce uno spazio per misurarsi o rilassarsi in maniera attiva, nuotando, remando, veleggiando. Diversi per dimensioni, profondità, quota e flora, fauna e clima, i 297 specchi d’acqua distribuiti sul territorio trentino hanno in comune un’acqua pura, limpida e tranquilla. Si tratta di laghi figli dei ghiacciai che nel corso dei millenni hanno modellato il territorio lasciando nelle conche questi loro doni cristallini. Questi laghetti – non sono mai molto grandi e hanno in genere forma circolare – per la maggior parte (257 su 297) si trovano in alto, a quote superiori ai 1.500 metri. Non stupisce, pertanto, che la loro acqua sia gelida e purissima. Raggiungerli, quindi, non sempre è semplice, ma la fatica di un’escursione in montagna è ripagata dalla vista di acque limpidissime e cristalline, dove si riflettono le cime. Proverbiale è la limpidezza del Lago Cima d’Asta, a cui fanno da sfondo le rocce verticali della Catena del Lagorai.

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Il lago di Caldonazzo è il più grande lago appartenente interamente al Trentino, misura 4.735 m. di lunghezza, 1.870 m di larghezza e ha una profondità media di 27 m. Sul lago vi sono, oltre ad attrezzati stabilimenti balneari, club nautici che propongono vela, windsurf, canoa, canottaggio, sci d’acqua, dragon boat e che organizzano regate e competizioni a livello nazionale e internazionale. Sono inoltre praticabili: nuoto, tennis, squash, deltaplano e parapendio, mountain bike, ciclismo, trekking, equitazione, golf, minigolf, calcio, bocce, pallavolo, pallacanestro, orienteering, tiro con l’arco, pesca. Numerose sono le spiagge libere adatte ai più piccoli. Il lago di Levico è particolarmente pittoresco per la sua conformazione che ricorda un fiordo norvegese, circondato per buona parte da verde vegetazione, misura 2.840 m di lunghezza, 900 m di larghezza e ha una profondità media di 11 m. Il lago dispone di stabilimenti balneari, oltre ad un’ampia spiaggia libera. Su entrambi i laghi vi è la possibilità di noleggiare barche a pedali e a remi e di effettuare suggestive passeggiate lungo le rive o su

Trentino, terra ricca d’acqua


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STORIA

Località molto frequentata sia per il turismo balneare che religioso IN CIFRE

L'Altopiano di Piné amato dai Madruzzo

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er l'amenità dei luoghi e la relativa vicinanza a Trento, l’Altopiano di Piné fu meta di villeggiatura di illustri cittadini trentini fin dal XVII secolo. I cardinali Carlo Gaudenzio Madruzzo (1600-1629) e Carlo Emanuele Madruzzo (1629-1658), ad esempio, erano soliti trascorrere l’estate a Piné «in padiglioni – c’informa il giornalista Ottone Brentari alla fine dell’800 – che facevano erigere sul colle di S. Giuseppe». Oggi Baselga di Piné e Bedollo contano numerosi alberghi, per un totale di oltre 1.200 posti letto, ma alla fine dell’800 le strutture ricettive erano davvero poche. Lungo il Lago della Serraia vi erano l’Albergo al Pavone di Antonio Anesi (detto Gnago) e l’albergo alla Tea dei Fratelli Broseghini, strutture

Lago di Serraia Lunghezza: 1.250 m Larghezza: 525 m Profondità media: 6,5 m Lago delle Piazze Lunghezza: 1.000 m Larghezza: 300 m Profondità media: 9,6 m

L’Altopiano di Piné

L'Altopiano di Piné con il Lago della Serraia

che oltretutto lasciavano molto a desiderare, come ci testimonia lo stesso Brentari, il quale decantava la vocazione turistica di queste località, ma nel contempo ne elencava i limiti. «L’aria della valle – scriveva infatti il giornalista originario di Strigno – è molto salubre;

ed anche ciò contribuisce a rendere questi luoghi stazione estiva assai cara ai cittadini di Trento; ed assai più lo sarebbe se gli alberghi vi fossero meno primitivi, la strada migliore, i boschi meno radi». Nella piccola frazione di Nogaré sorgeva l’Osteria con alloggio e negozio di Pietro Casagrande, mentre due altri alberghi si trovavano a La Varda, nel comune di Bedollo. Se la clientela di detti alberghi era costituita in gran parte da villeggianti, diverso era il discorso per Montagnaga. Qui, infatti, accanto al flusso estivo di turisti provenienti soprattutto da Pergine e Trento, ma anche da altri centri del Trentino, nonché del Regno, nel corso del XIX secolo si sviluppò anche un discreto turismo religioso legato alla Madonna di Piné. Al monumento della Comparsa, eretto il 14 maggio 1887, nel 1890 giunsero – secondo le cronache dell’epoca – all’incirca 18 mila fedeli, molti dei quali tedeschi. Gli alberghi erano l’Albergo Corona di Carlo Tomasini, l’Albergo di Andrea Toller, l’Albergo del Tiglio in contrada Fregolotti nei pressi di un bel tiglio, nonché altre quattro osterie che funzionavano soltanto durante i mesi estivi. (J.G.)

L’Altopiano di Piné e la Valle di Cembra, ad una ventina di chilometri da Trento, formano un ambito turistico unico, ricco di attrattive. L’Altopiano di Piné è caratterizzato da un profilo dolce e disseminato di paesi e frazioni, nonché da numerosi laghi due dei quali balneabili, quello di Serraia e delle Piazze. Prati e boschi ricoprono il pianoro, nel quale si trovano anche zone umide e torbiere (come ad esempio il biotopo del Laghestèl nel comune di Baselga). In ambito sportivo il nome di Piné è famoso oltre i confini provinciali e nazionali per le

Veduta dell'Altopiano di Piné

moderne strutture di cui dispone per il pattinaggio di velocità su ghiaccio, come l’Ice Rink Piné, sede di allenamenti e competizioni internazionali. Da giugno a settembre sono tante le iniziative alle quali si può partecipare, dalle escursioni guidate alle passeggiate di nordic walking e alla scoperta delle piante officinali. E non mancano le proposte per la famiglia, tanti giochi, laboratori ambientali e artistici per i più piccoli e concerti musicali. Nel ricco programma estivo ci sono anche gli incontri di ginnastica dolce, la possibilità di praticare il dragon boat sul lago delle Piazze e le serate animate da spettacoli di vario genere. Info: www.visitpinecembra.it.


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TERRITORIO

San Cristoforo al Lago, meta di villeggianti fin dagli inizi del ‘900

Quei magnifici pomeriggi d’estate al “Lido di Trento” Prima che nel 1777 iniziassero le opere di bonifica, con il toponimo San Cristoforo si individuava poco più di un isolotto, circondato dalle acque del lago di Caldonazzo e dalla palude, unito alla terraferma solo da un ponticello di legno e caratterizzato dalla presenza di una chiesetta. Poi divenne il Lido di Trento…

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di Johnny Gadler ndando alla scoper ta degli angoli più belli e suggestivi della Valsugana è d’obbligo fare tappa sulle placide rive del Lago di Caldonazzo, nella fattispecie in località San Cristoforo, frazione del comune di Pergine, località in passato conosciuta come “Lido di Trento” e tuttora assai frequentata sia dai bag nanti del posto, sia da villeggianti provenienti da fuori provincia o addirittura dall’estero. La guida del Battisti Oltre un secolo fa – precisamente nel 1904 – il trentino Cesare

«La passeggiata da Pergine a S. Cristoforo – scriveva Battisti nella sua opera – è splendida. Si parte da Piazza S. Rocco e si segue il corso della roggia che, derivata dalla Fersina, va a finire nel Lago di Caldonazzo e per esso nel fiume Brenta. A destra e a sinistra la strada è fiancheggiata da bei campi detti la Campagna grande, frutto di un parziale prosciugamento del lago di Caldonazzo».

Veduta del Lido di San Cristorofo

Battisti, senz’altro più noto come irredentista anziché come geografo, dava alle stampe una “Guida di Pergine Val dei Mo-

cheni e Piné”, in cui decantava le bellezze del perginese, tra le quali annoverava, appunto, San Cristoforo al Lago.

Una chiesa antica Ben sappiamo come la penna degli storici locali sovente sia mossa dal desiderio di ascrivere al proprio territorio ascendenze antichissime e nobilitanti. Non ci stupisce, pertanto, d’incontrare anche sulla chiesetta di San


TERRITORIO

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Cristoforo ipotesi fantasiose, come quella che vorrebbe l’esistenza in questo luogo di un antico tempio dedicato al culto di Diana e di Nettuno, oppure quella che pretenderebbe di riconoscere nella chiesa di San Cristoforo il primo edificio di culto della comunità cristiana di Pergine. Ciò non toglie, ovviamente, che l’erezione della chiesetta vada effettivamente collocata molto indietro nel tempo; di certo prima della metà del XIII secolo, poiché sappiamo – dal testamento di tale Giacomo da Canale – che nel 1236 era affidata alla custodia di un sacrestano, mentre l’elenco dei beni posseduti dalla comunità perginese (l’urbario) stilato nel 1247 riportava per la prima volta il toponimo “ad sanctum Cristofalum” cioè “a San Cristoforo”. Secondo il francescano Salvatore Piatti (“Pergine: un viaggio nella sua storia”, 1998) la chiesa sarebbe stata eretta per volontà degli abitanti di Ischia e Canale «come edificio di culto devozionale al quale si aggiunse, almeno dal 1435, anche la celebrazione della S. Messa in alcune circostanze». L’edificio in seguito andò incon-

tro ad una progressiva decadenza, tanto che nel 1703 il parroco di Pergine Domenico Prada lo fece ricostruire.

– Pensioni – Alloggi – Camere comode, ben esposte – Cucina italiana e tedesca. Sulla linea ferroviaria della Valsugana».

La bonifica del 1777 Prima della bonifica dei Paludi – iniziata nel 1777 ad opera della comu nità perginese e non di Tommaso Maier come per molto tempo si ritenne – il toponimo San Cristoforo individuava poco più di un isolotto circondato dalle acque del lago di Caldonazzo e dalla palude, unito alla terraferma solo da un ponticello di legno caratterizzato dalla presenza della chiesetta. Dopo gli interventi di bonifica San Cristoforo andò incontro a rapidi mutamenti, tanto che nel 1904 Cesare Battisti lo poteva descrivere con le seguenti parole:« S. Cristoforo si trova a nord del lago, in un punto in cui la spiaggia è boscosa. Vi è un elegante stabilimento pei bagni, vi sono buoni ristoratori». A tale proposito ricordiamo una pubblicità dell’epoca che così recitava: «Restaurant Paoli S. Cristoforo sul Lago di Caldonazzo (presso Pergine). Vaporini per corse sul lago – Imbarcazioni – Stabilimento bagni

Le amenità del Lago Cesare Battisti proseguiva la sua descrizione di questa amena località nel seguente modo: «C’è la stazione di partenza per un piccolo battello che nei giorni festivi percorre il lago. Una fresca brezza increspa sempre il boschetto, che nel pomeriggio dei giorni festivi diventa il parco dei cittadini di Trento. […]. S. Cristoforo è un ottimo punto di partenza per le gite in barca sul lago la cui traversata fino a Calceranica e Caldonazzo è addirittura deliziosa. Nel pomeriggio il lago è sempre increspato da una fresca brezza. È di solito placido. Anche quando è in burrasca non è mai così agitato da costituire un pericolo per coloro che con le debite cautele, lo traversano […]. Il lago è ben popolato di pesci. E in esso, sulla riva, coll’amo, hanno diritto di pesca tutti, all’interno con reti solo i proprietari che oggi sono alcuni signori di Pergine in comunanza coi conti Trapp ai quali spettano due quinti del lago in feudo inalienabile».

Il Lido in una foto d'epoca

Veduta di Villa Graziadei

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San Cristoforo al Lago, meta di villeggianti fin dagli inizi del ‘900


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EVENTI

Interviste a ruota libera a Pergine Spettacolo Aperto

Metti una sera d’estate a PSA... Anche quest’anno Pergine Spettacolo Aperto con i suoi “Cantieri mutanti” ha aperto luoghi e rivelato artisti agli amanti dello spettacolo e dell’arte che hanno potuto conoscerli e apprezzarli in varie ambientazioni di Pergine. “La Finestra” ha seguito una giornata tipo di questa settimana di PSA. Venerdì 9 luglio erano in programma come di consueto varie iniziative...

Paolo Nani in Jekyll e Hide

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di Paolo Chiesa

Margherita, Manuela, Olmo e Raffaele Spagnolli

Fabio, Tiziano, Enza, Margherita, Engigha e Marco

lle ore 19.00, all’interno del parco dell’ex ospedale psichiatrico di Pergine, Maurizio Mastrini, il pianista “eremita” che si esibisce in frac e a piedi nudi, ha presentato il suo “mondo al contrario”, un recital durante il quale ha suonato alla rovescia, dall’ultima nota alla prima, brani celebri di Bach e Beethoven oltre a composizioni proprie con queste ultime che si sono rivelate molto suggestive. Il tempo di scendere in centro e fuori dal teatro tenda il pubblico era già in attesa di entrare a vedere l’anteprima nazionale dello spettacolo “Jekyll e Hide” di Paolo Nani, l’attore ferrarese che da vent’anni vive in Danimarca e gira l’Europa con i suoi spettacoli in un comico e liberatorio gioco teatrale che mescola risate, sorpre-

se, colpi di scena, giochi con il pubblico e poesia. Abbiamo chiacchierato con alcuni spettatori, scoprendo un mondo di appassionati di teatro, ma anche di appassionati della recitazione. Ecco alcune delle loro impressioni sullo spettacolo che era in programma, ma anche sul mondo della cultura trentina... e non solo. La famiglia Spagnolli di Rovereto ama girare il Trentino per vedere i vari spettacoli proposti. Manuela conosceva già Paolo Nani: «I bambini lo adorano anche se al pensiero di vederlo dal vivo avevano un po’ di “fifa”. La scelta di Pergine Spettacolo Aperto di proporlo è stata di grandissima qualità». Anche il marito Raffaele, che lo aveva visto solo su internet, ha apprezzato, mentre la piccola Margherita, vicino al fratellino Olmo, dichiara senza problemi di essere un’amica dell’attore. Lì vicino ci sono alcuni ragazzi di Verona che fanno teatro


EVENTI

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sperimentale impegnato in addirittura due gruppi autogestiti e appena c’è qualcosa in giro fanno il possibile per andarlo a vedere. Sentiamoli. Andrea Masotti ci dice che è la prima volta che viene a Pergine, mentre Massimo Foladori ci parla dell’artista. «L’avevamo visto a Trento qualche mese fa, ci era piaciuto molto e abbiamo pensato di venire a vederlo un’altra volta perché è molto bravo». Riccardo Chiavenato ci confida che dopo averlo visto è diventato uno dei suoi idoli e poi prosegue: «In Trentino si fanno delle cose molto interessanti. Secondo me l’arte qui è sentita a differenza di Verona dove lo è molto meno. L’anno scorso ero stato a Drodesera e ci ritornerò anche quest’anno». Sulla stessa linea l’amica Marcella Formenti: «A Verona solo grandi nomi. È la città in Italia dove ci sono più gruppi amatoriali con molto teatro in dialetto ma come teatro sperimentale, a parte un paio di gruppi molto validi, c’è poca cosa. Qui è diverso». I ragazzi di Verona non sono i soli attori presenti. Nelle vicinanze troviamo un gruppo di persone di Trento nel quale ci sono componenti della filodrammatica di Lavis e di un gruppo teatrale del capoluogo. Sentiamo Tiziano: «abbiamo letto il programma di PSA e vedendo che c’era Paolo Nani abbiamo deciso di venire fin qui». A Fabio Pergine Spettacolo Aperto è stato consigliato da amici – «ero stato a vedere

Andrea Masotti, Massimo Foladori, Riccardo Chiavenato e Marcella Formenti di Verona

Peter Gottardi

Giorgio e Cristina

solo qualche iniziativa lungo le vie di Pergine» – mentre Enza gli fa eco: «Solitamente andiamo a Drodesera e seguiamo gli Itinerari Folk». Margherita invece afferma: «Avevo visto Nani su You Tube in alcuni video di un altro suo spettacolo che si chiama “La lettera”. Inoltre l’avevo visto quando era stato a Trento in aprile all’interno di un laboratorio e giù dal palco ovviamente non è come quando recita. Così ho pensato di vederlo all’opera e mi è piaciuto parecchio». Marco ed Engigha non recitano ma sono comunque degli appassionati di teatro: «noi ci aggreghiamo e ci piace fare i critici». Un altro spettatore che abbiamo conosciuto è Peter Gottardi di Trento: «a PSA vengo tutti gli anni, sono molto affezionato». Anche Peter fa teatro collaborando con alcune compagnie e ci lascia questa massima: «chi fa teatro va a vedere teatro». E per lui è proprio così, visto che con degli amici va fino a Milano a vedere gli spettacoli all’Elfo. Un’amica di Peter, che non vuole comparire in foto, ci spiega che sono «appassionati di tutto quello che si muove sul palco, dal comico a Shakespeare. Di solito alterniamo le cose». Giorgio e Cristina di Pergine e Vattaro sono anche loro dei fedelissimi di Pergine Spettacolo Aperto: «Lo seguiamo da quando è iniziato, quindi si va indietro di qualche bell’anno. Partecipiamo anche agli spettacoli che fanno a Trento, andiamo a teatro e ai concerti. D’estate in Trentino se uno ha tempo la sera non ha problemi per scegliere cosa fare».

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Interviste a ruota libera a Pergine Spettacolo Aperto


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Come conservare il formaggio Il formaggio Grana e il Vezzena, come tutti i formaggi duri con poca umidità, possono benissimo essere conservati nel congelatore. Un altro prodotto che mantiene le sue caratteristiche se conservato in congelatore è il burro. Per gli altri formaggi, quali l'Asiago fresco o stagionato, Nostrano, Lagorai, dove l’umidità del prodotto è di circa il 45% si consiglia di collocarli nella parte superiore del frigorifero. Per tutti i formaggi freschi, come Mozzarella o Stracchino, si consiglia il consumo entro le 24 ore sucessive all’acquisto. Un ulteriore suggerimento per il consumatore è come orientarsi sulla salubrità dei prodotti conservati nel proprio frigorifero. Se vi dimenticate del formaggio e questo si copre leggermente di muffa, potete toglierla con un coltello a spatola e consumarlo senza problemi. Vi ricordo che la muffa presente nei formaggi è un fungo del tutto simile a quello del gongorzola e quindi commestible, anche il gusto può risultare leggermente amaro.

Fabio Finco, amministratore di Casearia Monti Trentini


STORIA

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Una questione che fa discutere ormai da secoli

La Bassa Valsugana vista da Spera

Valsugana, che grande controversia per i confini!

Le “Notizie” del 1793 Padre Andrea Giuseppe Montebello, teologo, filosofo e storico nato a Roncegno nel 1741 e autore dell’opera “Notizie storiche, topografiche, e religiose della Valsugana e di Primiero”, pubblicata a Rovereto nel 1793, scriveva: «La Valle Ausugana è situata nel principio dell’Alpi, che a settentrione di Venezia dividono l’Italia dalla Germania. La sua altezza di polo è nel grado 46° sul principio del grado 29° di latitudine. Secondo l’antica sua dimensione si estende dal fiume Cismone sotto Primolano fino al torrente Silla sopra Pergine, lunga circa 29 milia (sic) italiane, e larga diversamente secondo la varia

La Bassa Valsugana vista da Telve

posizione dei monti, dove nove miglia, e dove meno. Si alzano dai lati delle alte e spaziose montagne, che confinano ad oriente

con Primiero e col Feltrino, ad occidente col Trentino e Folgaria, a mezzogiorno coi 7 Comuni e col Vicentino, ed a settentrione

col Trentino. Da questi monti scendono frequenti e precipitosi torrenti, che in tempo d’innondazioni infestano le campagne e l’abitato. Il terreno è generalmente molto fertile, e l’aria dove più pesante e dove più pura e salubre secondo la positura de’ luoghi più o meno distanti dalle paludi. Ella è sparsa in molti borghi e villaggi così nel piano come nel monte. Dopo la divisione della Valsugana in diversi padroni vennero a confondersi nel volgar parlare i di lei confini: ma ciò non ostante anche dopo quel tempo nelle investiture fatte dai Vescovi di Feltre di decime in Vigolo e sul Perginese da me lette, come pure dal Muratori in vitis Principum

Agosto 2010

Dove inizia la Valsugana e, soprattutto, quali sono i suoi confini? Su questa questione, apparentemente secondaria, negli ultimi secoli si sono confrontati importanti studiosi di storia locale, i quali sono giunti a delle conclusioni non sempre coincidenti e anzi, talvolta, addirittura contrastanti e sorprendenti. Vediamone alcune…


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STORIA

Una questione che fa discutere ormai da secoli

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Carrarensium, Tom. XVI. Scriptorum rerum italicarum col. 178., dove leggesi Silva, Roccabruna, et Levicum oppia Vallis Suganae, si trova appellata Valsugana anche la parte superiore». Il “caso” di Pergine Insomma, per il Montebello la Valsugana comprendeva senz’altro Levico e Pergine fino al castello di Roccabruna che sorgeva sopra il piccolo centro di Nogaré nella Gastaldia di Madrano. Sul fatto di far rientrare nei confini della Valsugana i territori di Pergine (toponimo cui fu aggiunto il suffisso Valsugana soltanto in epoca fascista) e di Levico concordarono altri studiosi locali come Francesco Ambrosi nella sua opera “La Valsugana descritta al viaggiatore” (Borgo 1887) oppure Ottone Brentari, autore di una “Guida del Trentino. Trentino Orientale”, Bassano 1890. Una “regione” naturale Di ben altro avviso, invece, fu lo storico Angelico Prati, nativo di Agnedo, il quale nel libro “I Valsuganotti (La gente di una regione naturale) pubblicato a Torino nel 1923, sostenne la tesi che la Valsugana inizia da Novaledo, da quel maso S. desiderio dove per

La Valsugana con i paesi di Primolano e San Vito sullo sfondo

molti secoli vi fu il confine tra i territori assoggettati alla giurisdizione del vescovo di Trento (a ovest) e quelli di pertinenza del vescovo di Feltre (a est). Per il Prati, infatti, la Valsugana «abbraccia l’alta valle della Brenta dai Masi (nome letterario: Novaledo) a Primolano. Tale territorio corrisponde alle due Giurisdizioni di Telvana e d’Ivano e più tardi ai due Distretti Giudiziari di Borgo Valsugana e di Strigno: i due territori sono separati dal torrente Maso». I valsuganotti, proseguiva il Prati

«per caratteri fisici e morali, per il dialetto, per i costumi, i canti, le leggende, le feste, i giochi, i cibi, si riallacciano alla Vicentina, della quale la Valsugana è una continuazione, sebbene per certi aspetti si avvicinano alla Feltrina e per altri al Trentino[…] Il Trentino invece, compreso il distretto di Levico, nel carattere della gente, nel parlare, ecc. si riannoda alla Lombardia; il confine tra il Veneto e il Trentino passa appunto tra il distretto del Borgo e quello di Levico». Il Prati chiude quindi con una convinzione: «Bisogna credere che con Valsugana si sia indicato la sola valle che porta con diritto questo nome altamente significativo, e che ha una propria fisionomia di razza, di dialetto, di storia, mentre se vi furono di quelli, al solito forestieri, che ne estesero la designazione ai distretti di Levico e di Pergine, ciò fu per abuso come accade oggidì […]. Del resto l’abuso di indicare anche oggigiorno il distretto di Levico, e da parte di certi anche quello di Pergine, col nome di Valsugana, è determinato dalla circostanza che manca una denominazione generica per questi distretti e quindi ciò induceva pure nei secoli passati certuni, specialmente forestieri, ad esten-

dere quella di Valsugana, aiutati fors’anco dal fatto del dominio spirituale feltrino abbracciante i detti territori». Questione irrisolta In tempi più recenti il problema si è riproposto anche al giornalista e studioso Aldo Gorfer, autore di un’altra celebre guida intitolata “Le valli del Trentino” (1977), il quale scrisse: «Il problema se comprendere la conca del Perginese e il bacino di Caldonazzo nella Valsugana è stato dai geografi, come dagli storici e dai glottologi, molto discusso. Comunemente però, il Perginese viene assegnato alla Valle del Brenta. Del resto lo spartiacque fra i bacino del Brenta e quello dell’Adige corre proprio lì e i limiti orientali del Municipio romano di Trento, e di conseguenza quelli della diocesi, passavano addirittura al Ciré. Alcuni, probabilmente a ragione, hanno ravvisato i confini geografici della Valsugana in quelli storici, vale a dire alla chiesetta di S. Desiderio, ai Masi di Novaledo, dove giungevano i limiti orientali del Principato vescovile di Trento e quelli occidentali della Contea vescovile di Feltre». La questione, insomma, sembra destinata a rimanere aperta.


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NATURA

Altopiano della Vigolana e Valle dei Mòcheni, viaggio a contatto con l’acqua

Per una vacanza “a fior d’acqua” L’acqua in Trentino rappresenta una straordinaria risorsa: è ovunque, è tanta, è pulita e fa bene alla salute. Ecco alcune proposte mirate, non lontane dalla nostra Valsugana...

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Fior d’Acqua” c i i nv it a a scoprire cinque territori del Trentino che godono di un ambiente naturale integro, dove l’elemento acqua diventa motore di suoni, colori, giochi e divertimento. Un ideale viaggio per conoscere località ancora capaci di suscitare emozioni vere, indicato in particolare per le famiglie e per i bambini, con tante cose da fare a contatto con l’acqua. Il denominatore comune è la scoperta di un territorio e dei suoi segreti, poiché ogni vallata ha la propria storia, le proprie caratteristiche ambientali e i propri costumi. Nelle Giudicarie Centrali, nella Valle del Chiese, in Val di Ledro,

nell’Altopiano della Vigolana e nella Valle dei Mòcheni vi sono delle proposte indirizzate proprio ai turisti. Vediamo più nel dettaglio cosa offrono l’Altopiano della Vigolana e la Valle dei Mòcheni, a pochi minuti di macchina dalla Valsugana. Le acque dell’Altopiano della Vigolana scendono dall’incrocio delle montagne di quest’angolo di Trentino. In alto, sulle pendici della Marzola e nei valloni della Vigolana, l’acqua della pioggia o quella dello scioglimento delle nevi si nasconde in profondità tra le pieghe delle rocce calcaree e dolomitiche. Solo più in basso torna alla luce, arricchita di preziosi sali minerali, per poi scorrere sopra l’antico basamento cristallino e raggiungere il lago di Caldonazzo

Altopiano della Vigolana: la cascata del parco fluviale torrente Centa

per avviarsi in un lungo viaggio fino al Mare Adriatico. Il lento lavoro delle acque ha messo in luce quel meraviglioso spaccato di storia naturale e umana che sono la Valle del Centa e del Mandola con le antiche strade dei minatori e il Parco Minerario. E poi, un’acqua miracolosa alla Madonna del Feles e i prati umidi e gli stagni dei Paludei, un dedalo di piccoli biotopi, nascosti dal bosco che avanza. La Valle dei Mocheni, “La valle incantata”, dove una esigua minoranza linguistica di origine tedesca

custodisce gelosamente territorio e cultura, e tramanda le storie fantastiche degli antichi minatori che per secoli l’hanno abitata. Un’oasi di pace che merita di essere visitata per lo straordinario alternarsi di colori della natura: dal giallo lucente dei maggiociondoli alle nuvole bianche e profumate dei ciliegi selvatici, passando per le distese fiammeggianti di rododendri in alta quota. Tra gli scorci più belli, risaltano i numerosi laghetti come quello di Erdemolo a quota 2000 metri. Potrà capitare di intravedere anche qualche animale: caprioli, camosci, marmotte, scoiattoli, lepri, falchi e anche la rara aquila reale che nidifica su queste cime. La storia e la cultura di questa valle alpina sono racchiuse nelle tre sedi del Bersntoler Museum, e ci si può mettere alla prova nella ricerca dell’oro in torrente come i conquistatori del West, entrare nella pancia della terra, scoprire le molteplici funzioni dell’acqua nel corso dei secoli. Per informazioni: www.visittrentino.it/vacanzeafiordacqua


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Il 10 luglio scorso la 14esima edizione di un evento tanto atteso

Che successo il Meeting internazionale di atletica leggera di Pergine Grande successo per la 14esima edizione del “Meeting internazionale di atletica leggera Città di Pergine” organizzato dal G.S. Valsugana, sia per la partecipazione davvero di qualità di atleti di tante nazioni, sia per i risultati conseguiti dal punto di vista tecnico, sia per la partecipazione di pubblico che ha riempito le gradinate del Centro Sportivo.

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di Giuseppe Facchini er il 14esimo “Meeting internazionale di atletica leggera Città di Pergine”, svoltosi il 10 luglio scorso, l’attenzione maggiore si è rivolta verso gli atleti locali che hanno ripagato le attese della vigilia, in particolare Elisa Zanei e Marco Lorenzi. La saltatrice perginese ha vinto la gara di salto in lungo con la misura di metri 6.26 che conferma la grande stagione, da ricordare che in Svizzera aveva stabilito la migliore prestazione stagionale nazionale con 6.39.

Una fase della gara dei 100 ostacoli

L’atleta di casa Marco Lorenzi non è stato da meno; con la staffetta 4x400 juniores insieme a Tricca, Re e Incantalupi ha stabilito il record nazionale con il tempo di 3’13”58; il precedente limite è stato abbassato di 2” grazie all’ultimo giro di pista – corso in 46”70 – del giovane perginese che ora si appresta a partecipare alle Olimpiadi Giovanili di Singapore. Tra le gare più appassionanti da segnalare quella dei 100 metri ad ostacoli maschili, dove lo statunitense Ryan Fontenot, arrivato da oltreoceano la stessa mattina della gara, ha battuto al fotofinish Stefano Tedesco con il tempo di 13”77 e

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L'olimipionico Bungei


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Il 10 luglio scorso la 14esima edizione di un evento tanto atteso quella dei 100 metri maschili dove Jacques Riparelli ha confermato i suoi buoni risultati sulla pista di Pergine vincendo in 10”36. Sempre affascinante la gara di lancio del peso che ha visto prevalere Paolo Dal Soglio, con un lancio di 18.29, davanti a Marco Bodoni. Ha deluso invece le aspettative l’oro olimpico sugli 800 metri, il keniano Wilfred Bungei che non è riuscito ad arrivare sul podio nella gara vinta dal connazionale John Kinyor. Elisa Cusma non è invece riuscita a stabilire il record nazionale sui 600 metri, nonostante una buona gara e il traino nella prima parte della giovane trentina Irene Baldessari. Belle notizie dal settore giovanile: Elena Vallortigara, 19 anni, vincente nel salto in alto con 1.87, la

bergamasca Marta Milani nei 400 metri con il tempo di 52”57, la campionessa italiana Marzia Caravelli nei 100 ostacoli con 13”37. Altre vittorie sono quelle di Angela Marcato nei 100 ostacoli, Audrey Alloh sui 100 metri ostacoli, Yus Santiusti Caballero negli 800 femminili e Ali Khamer del Qatar sui

La staffetta 4x400 con Marco Lorenzi (secondo da destra), primato nazionale

Elisa Zanei (al centro) sul podio

Paolo Dal Soglio nel lancio del peso

John Kinyor si impone nello sprint finale

5000 metri con il tempo 13’47”62, James Beckford nel salto in lungo maschile con la misura di 7.82. Ora l’attenzione si sposta sull’importante appuntamento della finale Oro che vedrà di fronte il 25 e 26 settembre prossimi, al Centro Sportivo di Borgo Valsugana, le migliori 12 società nazionali maschili e femminili per contendersi il titolo di Campioni d’Italia.


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A Levico Terme continua la valorizzazione dello storico Parco

Un’estate ricca di iniziative per “Vivere il parco”

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A Levico Terme un programma ideato per adulti e bambini, caratterizzato da momenti di svago a diretto contatto con la natura, cimentandosi in attività didattiche, ludiche e di intrattenimento.

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er il mese di agosto, a Levico Terme, i laboratori rivolti agli adulti propongono incontri dedicati alle proprietà dei fiori di Bach (10 e 11 agosto); sono inoltre previsti un seminario sulla distillazione degli oli essenziali e sulle erbe aromatiche (2 e 3 agosto) e un laboratorio artistico-creativo per la creazione, con materiali naturali, di piccole opere d’arte che ciascun partecipante potrà portare a casa come elemento d’arredo (17 e 18 agosto). A bambini e ragazzi sono rivolti laboratori didattici con momenti di creazione ed esplorazione, seguiti da esperti educatori, con l’intento di stimolare la loro sensibilità nel

rispetto dell’ambiente e la loro fantasia nell’uso delle cose più semplici che la natura ci regala ogni giorno. Fino al 19 agosto, tutti i giovedì ad

ore 15.00, si propongono “Natura in Movimento”, “Pae….saggio”, “Mimesi naturale”, “Sussurri tra gli Alberi” e “Apparizioni nel Parco”.

Nel corso dell’estate si dà ampio spazio ad un itinerario musicale “Parco di Note”; i concerti, frequentati da artisti provenienti da Italia, Portogallo, Cipro e Belgio, sono pensati per portare i suoni del mondo fra gli alberi e i fiori del parco, dove la musica viene proposta in piena sintonia con l’ambiente naturale circostante. Dedicati agli insonni, e non solo a loro, alcuni concerti verranno eseguiti in momenti insoliti della giornata: al sorgere del sole e a mezzanotte, ai confini del buio. I concerti hanno luogo presso l’installazione sequoia all’entrata principale del parco. Sabato 7 agosto, a mezzanotte, è in calendario un concerto che ha come protagonista l’artista portoghese Luisa Amaro. La storia della “guitarra portuguesa” è la storia di uno strumento scomparso nel resto d’Europa, ma che ha trovato in Portogallo la propria patria adottiva ed elettiva, divenendo il fedele compagno del fado di Lisbona e di Coimbra. Il suo timbro è così espressivo da poter essere paragonabile a quello della voce umana, e la sua presenza sonora cattura immediatamente l’attenzione sia per la ricchezza degli armonici, che per la sua capacità di rappresentare così intimamente l’immaginario portoghese. Luisa Amaro si è


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dedicata alla guitarra portuguesa, esprimendo la sua interessante personalità artistica. Illustrare le caratteristiche dello strumento e ricordare le tappe principali del suo percorso artistico vuol dire raccontare una importante pagina di storia musicale portoghese. Giovedì 12 agosto ad ore 18.00 si esibirà il quintetto pugliese Uaragniaun. Uaragniaun è leggenda e mito, è un suono, una onomatopea, ma è anche una località dell’Alta Murgia barese, una rocca tagliente ricca di misteri e passioni. Maria Moramarco reinterpreta in maniera assai originale il repertorio meno conosciuto della tradizione popolare pugliese e, più in generale, dell’Italia Meridionale. Sabato 21 agosto alle 6.15 del mattino è la volta del Gruppo Vocale Laurence K.J. Feininger, nato nell’anno giubilare 2000 con l’intento di valorizzare e far conoscere al pubblico l’immenso e trascurato repertorio sacro conservato nella celebre Biblioteca Musicale Laurence Feininger, presso il Castello del Buonconsiglio di Trento, una delle maggiori biblioteche di musica liturgica esistenti al mondo. Le voci sono di Roberto Gianotti, Marco Gozzi, Salvatore De Salvo Fattor. Tra i matinées musicali che si

L'entrata del parco

tengono la domenica ad ore 11.00 presso la sequoia, segnaliamo l’8 agosto una conversazione dedicata alla Guitarra Portuguesa tenuta da Luisa Amaro e Paolo Scarnecchia. Lo strumento portoghese per eccellenza raccontato attraverso un dialogo che ne illustra la storia e la tecnica, rivelando il carattere originale del suo timbro, che pur essendo intimamente legato al fado di Lisbona e di Coimbra, è una straordinaria fonte di ispirazione per la musica puramente strumentale. I matinées della domenica si concludono il 15 agosto con il Didier François Quartet. Il gruppo lavora su composizioni originali, con arrangiamenti collettivi e indivi-

duali, e interpreta anche brani della tradizione classica mediorientale e nordica arrangiati in modo da dare più spazio alla NyckelHarpa (strumento tradizionale di origine scandinava) laddove l’Oud (liuto arabo) è dominante. I musicisti del progetto NyckelOud provengono da terre diverse e formano una linea che parte dal Mediterraneo e arriva fino al Nord Europa. In programma anche una rappresentazione teatrale dal titolo “Brivido”, a cura di I Teatri Soffiati, di e con Alessio Kogoj, accompagnato dal musicista Giovanni Formilan, che si terrà il 12 agosto ad ore 21, partendo dalla sequoia. Lo spettacolo di racconto e lettura teatrale, dedicato al poeta e romanziere Edgar Allan Poe, ha scelto la direzione di indagare gli aspetti più reconditi e imprevedibili della natura umana. Portata all’eccesso l’immagine della casa, come metafora della nostra mente dentro la quale prendono

forma peregrinazioni dell’anima ed indecifrabili pensieri, lo spettacolo è un crogiuolo dove si svolgono e si sciolgono misteriosi avvenimenti. La chiave poetica dell’operazione lascia orizzonti di dolcezza sconfinata, dove ogni ascoltatore può perdersi e ritrovarsi in un equilibrio di sensazioni intime, conosciute, ma vicine allo spaesamento dello spazio ed al tempo indefinito della performance. Nel parco di Roncegno, invece, il 12 e 26 agosto si propone la visita botanica, una passeggiata nel parco per impararne la storia ed apprezzarne gli splendidi alberi secolari. Il ritrovo è alle ore 16.00 presso l’ufficio Informazioni A.p.T. di Roncegno. Le iniziative sono curate in collaborazione con l’APT Valsugana e con la Rete trentina di educazione ambientale APPA della Provincia Autonoma di Trento. La partecipazione a tutti gli appuntamenti è gratuita.

Per informazioni ed iscrizioni: Servizio Conservazione della Natura e Valorizzazione Ambientale Provincia Autonoma di Trento. Via Guardini, 75 – 38100 TRENTO Tel. 0461 706824 (Parco di Levico) 0461 496123 (segreteria) www.naturambiente.provincia.tn.it parco.levico@provincia.tn.it A.p.T. Valsugana Tel. 0461.706101 – 800.018925 • www.valsugana.info • info@valsugana.info

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A Levico Terme continua la valorizzazione dello storico Parco


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Per il Centro d’Arte La Fonte un 2010 di grandi proposte

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di Mario Pacher i presenta particolarmente ricco il calendario delle attività per l’anno in corso del Centro d’Arte La Fonte di Caldonazzo. A darne notizia è il suo presidente dott. Waimer Perinelli, da poco nominato alla guida, che nell’inviarci il programma delle principali attività, ci descrive anche un po’ della sua storia. Inizia così il dott. Perinelli: «I siti preferiti erano le sorgenti. Le fonti erano luogo sacro per i nostri antenati. L’acqua era la vita, il rito propiziatorio celebrato per ringraziare gli dei diventava con il tempo sempre più ricco ed articolato tanto da rappresentare nel tempo lo sviluppo della cultura. Essere esso stesso fonte di cultura». Così, dice, raccontano la storia e l’archeologia di luoghi dove le piccole comunità preistoriche si radunavano per celebrare riti propiziatori. E continua: «Scusate se dopo tanta premessa vi parlo di una piccola Fonte nata a Caldonazzo nel 1971 per iniziativa di un artista, Luigi Prati Marzari, e dedicata interamente all’Arte e alla sua correlazione sociale. Vuole tuttavia il

Il presidente Waimer Perinelli mentre presenta in piazza uno spettacolo

caso che il Centro d’Arte La Fonte, questo il nome completo del centro culturale, abbia trovato, dopo molti anni, sede sulla via che dal paese sale alla Fonte ferruginosa. Passato e presente si trovano a pochi passi. Il presente siamo noi, un centinaio di cittadini che tra il 17 dicembre 2009 ed il 7 gennaio di quest’anno, visitando la mostra dedicata a Giuseppe Angelico Dallabrida, si sono iscritti all’associazione. Il presente è un direttivo composto da Michela Bortolini, incaricata della segreteria organizzativa, Stefania Simeoni, Paolo Campregher, vicepresidente, Amedeo Soldo, Giuseppe Toller e Waimer Perinelli, presidente.

L’attività 2010 del Centro d’Arte La Fonte è iniziata a maggio con la cessione gratuita della sala alla maestra Raffaella Tiecher, pittrice di raffinata tecnica e poetica espressione, le cui opere sono state vendute per aiutare una suora missionaria». Il calendario ufficiale si è aperto il 3 luglio con la mostra allestita dal Gruppo di Artisti trentini “La Cerchia” intitolata a Remo Wolf nel segno di Villon. Remo Wolf è certamente noto. Grande artista trentino, incisore, scomparso poco più di un anno fa, ha lasciato una ricca raccolta di xilografie. Molte sono ispirate a Villon, poeta francese del quindicesimo secolo, ritenuto capostipite degli artisti maledetti, da Caravaggio a Baudelaire a Ginsberg, autore di un testamento poetico di intensa rappresentazione della miseria umana. Remo Wolf traduce con il segno la forza della poesia e l’arricchisce quasi come se, anziché incidere la materia, penetrasse nello spirito umano. Gli stessi artisti della Cerchia ispirandosi al lavoro di Wolf e naturalmente di Villon, propongono in contemporanea una loro originale interpretazione.

Questo evento si svolgerà nella saletta del Centro e nella sala del Consiglio Comunale. Sono seguite due mostre personali. La prima dell’artista bresciana Busetto scultrice esperta nella ceramica; l’altra della pittrice milanese Ester Sala che sarà allestita in una saletta dell’albergo Due Spade. Nel periodo di ferragosto ci sarà una mostra di artigianato artistico con una chiusura all’insegna della tradizione con piccola cena organizzata dalla Confraternita Caldonazzese. L’evento 2010 sarà però a dicembre. Dopo la mostra di inizio mese dell’artista Stefania Simeoni, grazie proprio al suo contributo, dal 18 a fine mese sarà allestita una piccola mostra dedicata a Romualdo Prati di cui ricorre quest’anno il settantesimo anniversario della morte. Dello stesso il Centro pubblicherà la biografia nata dalla tesi di laurea di Stefania Simeoni. Al fondatore del Centro d’Arte La Fonte, Luigi Prati Marzari, verrà dedicata agli inizi del 2011 una mostra e la riattivazione dei corsi di disegno e pittura con i quali nella sua vita l‘artista ha contagiato tanti giovani valsuganotti.

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Dalla Fonte sgorga tanta cultura


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Un ricco patrimonio di usi e di costumi

Complessivamente i siti segnalati in Trentino sono una cinquantina: per ciascuno sono indicate le caratteristiche principali, oltre alle sempre preziose informazioni relative all’accesso e agli orari di apertura.

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gni valle del Trentino, nelle pieghe del proprio territorio, custodisce gelosamente numerose tradizioni. Un patrimonio ricchissimo, da conservare e valorizzare. E proprio in quest’ottica gli itinerari etnografici presenti sull’intero territorio provinciale sono stati messi in rete. Il risultato è racchiuso in una preziosa guida, che può essere consultata anche sul sito www.museosanmichele.it: un viaggio alla scoperta di piccoli musei, di collezioni private, ma anche di progetti che si sono concretizzati nel recupero di mulini, segherie, malghe, caseifici e molto altro ancora. Complessivamente i siti segnalati sono una cinquantina: per ciascuno sono indicate le caratteristiche principali, oltre alle sempre preziose informazioni relative all’accesso e agli orari di apertura. I siti, raggruppati in una decina di categorie tematiche (musei, collezioni, segherie, fucine, mulini e così via), sono elencati a partire dal Museo degli Usi e dei Costumi della Gente Trentina di San Michele all’Adige. È questa una realtà che, in tale progetto, ha assunto il ruolo di capofila lungo un percorso ideale che, risalendo

San Michele, il Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina

L'ecomuseo del Vanoi

L'ecomuseo dell'Argentario, le antiche miniere

le Valli del Noce verso sud-ovest, attraversa in senso antiorario i quattro quadranti del territorio, da quello sudoccidentale giudicariese e benacense a quello sudorientale di Vallarsa, Altopiano di Folgaria e Lavarone, da quello sudorientale della Valsugana a quello nordorientale solcato dalle Valli dell’Avisio. All’estremità sud-orientale del Trentino si trova l’Ecomuseo del Vanoi: di particolare interesse è il Sentiero etnografico, un percorso sull’agricoltura di sussistenza e la selvicoltura tradizionale che si snoda per 25 chilometri attraverso prati, boschi, centri storici, masi, stalle, malghe, mulini, fucine e segherie. A Zortea è stata allestita la stanza del sacro, che custodisce preziosi oggetti recuperati nelle chiese e nelle case del Vanoi. A nord-est di Trento l’Ecomuseo Argentario si propone di tutelare e valorizzare un'area, alle pendici del Monte Calisio, di grande valore storico e antropico, oltre che naturalistico. Dalla zona di Trento a quella del Lagorai, dove nell'antica giurisdizione di Castellato l'ecomuseo punta a valorizzare il territorio con le sue tradizioni, ponendo l'accento sul paesaggio, che propone castagneti di mezza mon-

Fondato nel 1968 da Giuseppe Šebesta e ospitato nell’antico convento agostiniano di San Michele all’Adige, a pochi chilometri da Trento, il Museo degli Usi e dei Costumi della Gente Trentina (www.museosanmichele.it) è oggi il più importante centro italiano di etnografia locale. Le sue sale rappresentano i capitoli di un racconto in grado di trasportare i visitatori all’interno della vita quotidiana dei popoli della montagna. Un mondo inaspettato, dove domina la cultura del lavoro, testimoniata da strumenti legati alle pratiche agricole, all’arte del legno, del tessuto, della pietra, dei metalli, capace di produrre pregevoli espressioni artistiche nei costumi, nella musica e di stupire per il modo con cui le attività agro-silvopastorali si inseriscono nel delicato sistema territoriale, ma anche per l’ingegnosità alla base delle grandi macchine ad acqua. All’esposizione permanente il museo affianca attività didattiche, editoriali e di ricerca, tra le quali il Seminario Permanente di Etnografia Alpina che si riunisce con cadenza annuale dal 1991 e che grazie alla sua ricca biblioteca specializzata in etnografia, antropologia, storia locale trentina è il luogo ideale per avvicinarsi alla memoria e alle radici del Trentino.

tagna fino alle numerose malghe in quota. Nella Valsugana e nel Tesino l'Ecomuseo del Viaggio recupera la memoria, la storia locale, la vita, la cultura e le relazioni fra ambiente naturale e ambiente antropizzato, sfruttando percorsi tematici che, dipartendosi e snodandosi dall'antica Via Romana, possono facilmente essere seguiti dalle famiglie.

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Alla scoperta di ecomusei e sentieri etnografici

Il M.U.C.G.T., primo in Italia


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STORIA

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Il Forte Belvedere ospita installazioni multimediali e interattive

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e ci si trova a passare in Valsugana senz'altro è il caso di fare una piccola deviazione verso l’altopiano di Lavarone dove, fra le tante altre proposte, merita una visita il Werk Gschwent, meglio noto come Forte Belvedere, costruito su uno sperone di roccia a strapiombo sulla valle dell’Astico. Qui la vita dei soldati in guerra viene rievocata da una serie di installazioni multimediali e interattive realizzate da Studio Azzurro. La Fortezza delle Emozioni si è così popolata, a partire dall’estate del 2008, di personaggi e scenari, di presenze e situazioni. Alle Sentinelle, un sistema di guide personali nelle gallerie con videoproiezioni di momenti significativi della vita del forte, hanno fatto seguito Il Plastico Animato, ricostruzione tridimensionale della fortezza e del territorio circostante, e gli Obici dei Suoni, veri e propri cannoni sonori dal quale fuoriescono rumori, detonazioni, ma anche grida, comandi, commenti, colpi di tosse e respiri

Uno scorcio del Forte Belvedere a Lavarone

attutiti dalle maschere a gas. Al secondo piano si trova Occhi di luce, allestimento che reinventa il sistema di comunicazione luminosa, di telegrafo ottico che collegava le fortezze dell’altopiano alla stazione del Monte Rust. L’installazione è composta da un Tavolo delle Comunicazioni, che può essere ruotato dal pubblico ed allineato con le aperture del telegrafo ottico per creare sequenze luminose o messaggi in codice, interrompendo i fasci di luce. Le nuove creazioni del 2010 sono

i Diari dei Nidi delle Mitragliatrici e L’Angelo degli Alpini. La prima occupa tre postazioni e opera un autentico capovolgimento della storia e delle azioni, sostituendo i proiettili con raggi di luce, i loro tracciati con cavi di acciaio, il silenzio e l’oblio con immagini di volti e suoni di pensieri e parole di coloro che vissero quell’esperienza bellica. Infine L’Angelo degli Alpini guarda alle truppe nemiche non più come ostili, ma semplicemente come partecipi di una stessa tragica esperienza.

All’inizio del ‘900 sull’Altopiano di Lavarone gli Austriaci realizzarono sette poderose opere difensive aventi lo scopo di proteggere la città di Trento da un’evenutale incursione delle truppe italiane. Tra queste vi era anche il Werk Gschwent, oggi noto come Forte Belvedere, progettato dal tenente del Genio ing. Rudolf Schneider e realizzato tra il 1908 e il 1912. Qui durante la Grande Guerra, al comando del capitano Perschitz prima e Trakl dopo, operò una guarnigione di 160 Landsschützen con il supporto di 60 territoriali. L’armamento era costituito da 3 obici da torre, due cannoni da 80 mm in casamatta, da quattro cannoni da 60 mm. e 22 mitragliatrici. In epoca fascista tutte le fortezze dell'altopiano furono smantellate, ma questa si salvò pur andando incontro a un periodo di decadenza. Dopo la seconda guerra mondiale il forte divenne proprietà della Regione Trentino Alto Adige e nel 1966 passò in mani private. Il nuovo proprietario, Vittore Osele, ebbe la lungimiranza di ripristinare e preservare questo sito trasformandolo in un museo. Nel 1996 il Forte è diventato proprietà del Comune di Lavarone.

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La Fortezza delle Emozioni

Il Forte fu costruito tra il 1908 e il 1912


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NATURA

Folgaria, Lavarone e Luserna: un mondo a parte, tutto da scoprire

km). Nel calendario estivo non mancano indicazioni per escursioni settimanali condotte da esperti e guide alpine ai luoghi della Grande Guerra, ai Forti austro-ungarici e al Lont von Zimbar, cioè alla comunità cimbra di Luserna. Questo territorio, grazie alla dotazione di strutture sportive di qualità, è da tempo anche una sede privilegiata per i ritiri precampionato delle grandi squadre nazionali di calcio (sono passati di qua il Parma, la Roma, la Fiorentina e il Napoli), di basket (Glaxo Verona, Stefanel e Olympiacos) e Agosto 2010

Una veduta degli Altipiani

Relax nella quiete degli Altipiani Soleggiati e gradevolmente esposti a sud, gli Altipiani mostrano intatte le tracce della storia antica e recente. Sentieri, ex strade militari e viabilità forestale sono l’ideale per semplici e riposanti passeggiate, per escursioni alpine di maggior impegno, per trekking tematici...

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’area degli Altipiani di Folgaria, Lavarone e Luserna, situata nel Trentino Sud-Orientale, è un territorio dolce che alterna ripidi versanti alpini a dolci pascoli e morbidi pendii coperti di fitte foreste di abeti, ideale per muoversi a piedi, in mountain bike o praticando il nordic walking. Perfettamente inserito in questa cornice di verde è il Lago di Lavarone, piccolo bacino dalle acque pulitissime dove agli inizi del ‘900 trascorse anche alcuni periodi di riposo Sigmund Freud, il padre

della psicoanalisi. Soleggiati e gradevolmente esposti a sud, gli Altipiani mostrano intatte le tracce della storia antica e recente. Folgaria è la testimonianza della medievale Magnifica Comunità, Lavarone e il suo specchio d’acqua tramandano l’ottocentesca memoria di luogo di soggiorno e villeggiatura della Belle Epoque asburgica, mentre a Luserna si parla ancora il cimbro, una lingua che affonda le radici nel tedesco antico: i lusernar sono gelosi custodi di tradizioni e costumi tramandati di generazione in generazione. Dell’inizio dello scorso secolo sono i Forti, le sette possenti fortezze

austro-ungariche, tra cui spicca Forte Belvedere Gschwent, il forte-museo, dalla scorsa estate arricchito di emozionanti esposizioni multimediali. Sentieri, ex strade militari e viabilità forestale sono l’ideale per semplici e riposanti passeggiate (50 itinerari), per escursioni alpine di maggior impegno (percorsi CAI-SAT), per trekking tematici ispirati alla storia secolare delle genti che abitano questi luoghi, per itinerari a lunga percorrenza come il Sentiero Europeo E5 e il Sentiero della Pace e per uscite sui percorsi attrezzati del Nordic Walking Park (17 anelli per 103

di nuoto (la nazionale). Eventi importanti sono legati alla pratica della mountain bike, una disciplina che qui vanta due percorsi permanenti: i circuiti 100 Km dei Forti e Fortezze Bike Tour. Non mancano naturalmente le gare, due di livello nazionale: la prima che si è svolta dal 18 al 20 giugno scorsi è la 1000Grobbe Bike + 100 km dei Forti. La seconda, in programma il 28 e 29 agosto prossimi, è la Folgaria Megabike, che propone tre sfide di grande impegno: la Gibo Simoni Marathon (81 km), la Megabike Classic (43 km) e la Nosellari Bike (36 km). Per chi ama i sapori l’1 agosto c’è, infine, la Magnarùstega, una simpatica passeggiata enogastronomica, di nove chilometri, che ci porta a conoscere i dintorni di Folgaria. Le brevi tappe della camminata sono scandite dalla degustazioni di piatti tipici. Info: www.montagnaconamore.it

Lavarone: un tuffo nel passato «Lavarone deve la sua fama di ottima stazione di soggiorno estivo e di diporti invernali sopra tutto alla bellezza dei suoi paesaggi, alla ricchezza dei suoi boschi, al suo clima fresco e sano, all’eccellente organizzazione turistica e alberghiera di cui dispone. Innumerevole è la serie delle passeggiate, delle gite e delle escursioni, che il turista può compiere da Lavarone. I boschi sono vicinisisimi all’abitato; nelle amene soleggiate praterie la flora alpina offre spettacoli di grande bellezza, fra una fienagione e l’altra (...). Lindi alberghi, forniti di ogni conforto moderno, e

graziosi villini e bene arredati appartamenti si che di solito sono inevitabili nei centri troppo trovano quasi in tutte le ventidue frazioni del agglomerati. Una sapiente organizzazione tupopoloso comune, ma sopra tutto a ristica, un vivo senso dell’ospitalità è Chiesa, capoluogo del Comune, dove diffuso negli abitanti, l’eccellenza dei esiste anche un pittoresco laghetto, vari servizi hanno trasformato questo con barche, sul quale spesso si fanno sito, incantevole per le sue bellezze gare e feste con luminarie. Siccome naturali, in un soggiorno meraviglioso le frazioni sono vicine l’una all’altra per i villeggianti di ogni ceto, e soprate collegate fra loro da vie alberate e tutto per i veneti, che data la facilità ombrose, la vita dei villeggianti trova delle comunicazioni, lo preferiscono qui tutte le risorse di un grande centro a ogni altro». (Tratto da “Il Trentino Illustrato, 1932) turistico, senza subirne gli svantaggi Il lago di Lavarone


55 5 -12 anni, Marter di Roncegno Terme - Mulino Angeli APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APPA, G.Bertacchini cell. 333 3213449

1 agosto - 30 ottobre martedì - domenica ore 14/18 venerdì ore 10/12 - lunedì chiuso MOSTRA INTERNAZIONALE DI MAIL-ART "SPAVENTAPASSERI-SCARECROWS", 200 lavori da tutto il mondo Marter di Roncegno Terme - Mulino Angeli APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APPA, Gabriele Bertacchini cell. 3333213449 Biblioteca comunale tel. 0461 764387

Venerdì 6 ore 21.00 RASSEGNA"ORGANI E STRUMENTI DELLA VALSUGANA" XX EDIZIONE Concerto dell'Organista Marcello Girotto e il Coro Castel Pergine diretto da G. Dalmaso Chiesa Arcipretale di Borgo

Martedì 3 ore 9.00 MALGHESE PER UN GIORNO MALGA VALSOLERO Dimostrazione della lavorazione del latte - Malga Valsolero di Sotto in Val Calamento, comune di Telve APTdi Castello Tesino tel. 0461593322 APTdi Levico Terme tel. 0461 706101 Martedì 3 ore 21.00 I CONCERTI DEL MARTEDÌ Quartetto di sassofoni "ACCADEMIA" Roncegno Terme - Palace Hotel Mercoledì 4 ore 21.00 CONCERTO HAYDN Borgo Valsugana - Polo scolastico Amici della Musica Mercoledì 4 ore 21.00 PERCORSI IN AZIENDA PERCORSO DEL MIELE Roncegno Terme APT Valsugana ufficio di Castello Tesino tel. 0461 727765 Mercoledì 4 ore 21.00 PERCORSI IN AZIENDA PERCORSO DEI PICCOLI FRUTTI Roncegno Terme APT Valsugana ufficio di Castello Tesino tel. 0461 727765 Giovedì 5 NEGOZI APERTI FINO ALLE 22.30 in centro storico e spettacolo di MARCO DELLA NOCE - comico Borgo Valsugana Borgo Commercio Iniziative Giovedì 5 ore 15.00-16.30 BIO-ARTE: LABORATORIO CREATIVO A TEMA ARTISTICO - Speciale bambini

Venerdì 6 ore 10.00-12.00 LETTURE ANIMATE CON IL GRUPPO TEATRALE TARANTAS Speciale bambini 5-12 anni, Roncegno Terme - Parco delle Terme e biblioteca comunale Biblioteca comunale tel. 0461 764387 Da sabato 7 a domenica 8 ESCURSIONE A CAVALLO Uscita Lagorai 2 giornate Per info www.amicidelcavall.net cell. 348 8090317 o 348 9310173 Domenica 8 FESTA SULL'ALTOPIANO Malga Valcoperta - Grigno Gruppo ANA Selva Martedì 10 ore 9.00 MALGHESE PER UN GIORNO, MALGA COLO Dimostrazione della lavorazione del latte Malga Colo, loc. Desene (comune di Ronchi Valsugana) APT di Castello Tesino tel. 0461593322 APT di Levico Terme tel. 0461 706101 Martedì 10 ore 21.00 I CONCERTI DEL MARTEDÌ FLAUTO e ARPA Roncegno Terme - Palace Hotel

Giovedì 12 ore 15.00-16.30 BIO-CONOSCERE È BELLO: LABORATORI DI CONOSCENZA DELLE PIANTE PER BAMBINI Speciale bambini 5-12 anni Marter di Roncegno Terme - Mulino Angeli APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APPA, G.Bertacchini cell. 333 3213449 Giovedì 12 NEGOZI APERTI FINO ALLE 22.30 in centro storico e poi concerto in piazza con i FINCHÉ DURAN-DURAN Borgo Valsugana Borgo Commercio Iniziative Sabato 14 SENTIERO DI S. OSVALDO NATURA IN LIBERTÀ Escursione guidata lungo il Sentiero di S. Osvaldo - Roncegno Terme APT Valsugana ufficio di Castello Tesino tel. 0461 727730 Martedì 17 ore 9.00-12.00 IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE, LAGHI ALPINI E TORRENTI: PREZIOSE GOCCE D'ACQUA A Torcegno visita al lavatoio dei Campestrini Martedì 17 ore 21.00 I CONCERTI DEL MARTEDÌ MUSyCANTI R. Arena - A. Belliboni D. Cappello - A. Mazzola Roncegno Terme - Palace Hotel Mercoledì 18 ore 21.00 ALTER EGO Borgo Valsugana - Casa Galvan Amici della Musica

Mercoledì 11 ore 21.00 IL PARCO DELLE TERME DI RONCEGNO Attività didattica Roncegno Terme - Parco delle Terme APT Valsugana ufficio di Roncegno Terme tel. 0461 727765

Mercoledì 18 ore 10/12 BIODIVERSITÀ CHE CURA: NELLE PIANTE UNA GRANDE POSSIBILITÀ DI RIMEDI NATURALI - prima giornata Marter di Roncegno Terme Mulino Angeli APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APPA, G. Bertacchini cell. 3333213449

Mercoledì 11 ore 16/18 BIODIVERSITÀ NEI PARCHI URBANI: IL PARCO DI RONCEGNO TERME PASSEGGIATA Roncegno Terme - Parco delle Terme Ritrovo presso l'APT di Roncegno Terme APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APRA, G.Bertacchini cell. 333 3213449

Giovedì 19 ore 10.00-12.00 BIODIVERSITÀ CHE CURA: NELLE PIANTE UNA GRANDE POSSIBILITÀ DI RIMEDI NATURALI - seconda giornata Marter di Roncegno Terme Mulino Angeli APT Roncegno Terme tel. 0461 727765 APPA, G.Bertacchini cell. 333 3213449

Giovedì 19 ore 15.00-16.30 BIO-ARTE: LABORATORIO CREATIVO A TEMA ARTISTICO Speciale bambini 5 -12 anni Marter di Roncegno Terme - Mulino Angeli APT Roncegno Terme - tel. 0461 727765 APPA, G.Bertacchini - cell. 3333213449 Venerdì 20 ore 21.00 FAREMO MUSICA Borgo Valsugana - Chiostro del Municipio Da venerdì 20 a domenica 29 NEL BOSCO DELLE VOCI Sculture di Nicola Cozzio con recita di Massimo Sanelli Inaugurazione 20 agosto ore 17.00 orari: martedì - sabato ore 17.00-19.00 domenica 10.00-12.00 - lunedì chiuso CASA STROBELE Borgo Valsugana - Scala Telvana, 5 tel/fax 0461 752710 Sabato 21 RIFUGIO CALDENAVE NATURA IN LIBERTÀ Scopri la natura in Lagorai Val Campelle (Scurelle) APT Valsugana ufficio di Castello Tesino tel. 0461 727730 Sabato 21 ore 11.30 CANTANDO IL LAGORAI 2010 CORO LAGORAI Rifugio Erterle, loc. Cinquevalli (Roncegno Terme) APT Valsugana ufficio di Castello Tesino tel. 0461 593322 / 0461 727730 castellotesino@valsugana.info cell. 348 0985560 Domenica 22 FESTA ALPINA Malga Valcoperta - Grigno Gruppo ANA Grigno Martedì 24 ore 9.00-12.00 VISITIAMO MALGA CASAPINELLO Torcegno - Malga Casapinello Ecomuseo del Lagorai cell. 348 6769967 Piazza Vecchia 18 - 38050 Telve info@ecomuseolagorai.eu Martedì 24 ore 9.00-12.00 IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE - NOI E IL BOSCO - TELVE Ciotole e cesti con nonno Marco Laboratori per bambini dai 3 ai 9 anni Ecomuseo del Lagorai cell. 348 6769967 Piazza Vecchia 18 - 38050 Telve info@ecomuseolagorai.eu

Martedì 24 ore 21.00 I CONCERTI DEL MARTEDÌ Edoardo Bruni - pianoforte Roncegno Terme Palace Hotel Martedì 24 ore 9.00-12.00 IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE - FORMAGGIO CHE PASSIONE Tradizioni telvate con attenzione agli strumenti utilizzati nella caseificazione Comune di Carzano Giovedì 26 ore 9.00-12.00 IMPARIAMO A COSTRUIRE CESTI CON NONNO MARCO - Telve Museo Diffuso della Valsugana Orientale Fondazione CARITRO Ecomuseo del Lagorai cell. 348 6769967 Piazza Vecchia 18 - 38050 Telve info@ecomuseolagorai.eu Giovedì 26 ore 9.00-12.00 IMPARA L'ARTE E METTILA DA PARTE ALLA SCOPERTA DELL'ORTO DI CASA A Torcegno nella coltivazione biologica di Claudia Pedrini Laboratori per bambini dai 3 ai 9 anni Ecomuseo del Lagorai cell. 348 6769967 Piazza Vecchia 18 - 38050 Telve info@ecomuseolagorai.eu Sabato 28 COMMEMORAZIONE DEI CADUTI Tezze - Prà Minati Gruppo ANA Grigno Sabato 28 CONCERTO CORO VALBRONZALE Rifugio Refavaie Pieve Tesino cell. 3478517324 oppure 0439 710009 Da sabato 28 a domenica 29 ALPEN MARKT IL MERCATO DELLE ALPI Un mercato dedicato all'artigianato artistico e ai prodotti tipici della gastronomia delle Regioni Alpine d'Europa. Borgo Valsugana, Piazza S. Anna e Piazza Alcide De Gasperi www.bsifiere.com APT Valsugana ufficio di Borgo Valsugana tel. 0461 727740 Martedì 31 ore 21.00 I CONCERTI DEL MARTEDÌ "CUCINARTE" Roncegno Terme Palace Hotel

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Domenica 1 FESTA DELLA MONTAGNA Loc. Barricata - Tezze Vigili del Fuoco


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NATURA

L’ippovia sulla suggestiva catena del Lagorai

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Turismo in Tesino

A cavallo nel Trentino Orientale Tra sentieri e paesaggi di rara bellezza si sviluppa un tracciato, unico in Europa, che si snoda per oltre 432 chilometri, suddivisi in 17 tappe con relativi punti sosta.

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’idea dell’Ippovia del Trentino Orientale è nata da alcuni centri ippici, dislocati in Valsugana e nelle zone limitrofe, che hanno dato vita all’Associazione Turismo Equestre del Trentino Orientale. Il progetto è unico in Italia, in quanto non si limita soltanto a suggerire un percorso, ma si occupa di coordinare le strutture di appoggio sia per i cavalli, sia per i cavalieri. Un centro prenotazioni fornisce l’assistenza ai clienti nella pianificazione del viaggio, con l’offerta di pacchetti già predisposti per soggiorni di varia durata, oppure con la creazione di proposte vacanza che tengono conto delle varie esigenze, dalla prenotazione delle strutture ricettive e dei centri ippici al trasferimento dei bagagli, dall’accompagnamento con guide specializzate alle visite culturali. È un prodotto destinato ai veri appassionati di questa particolare forma di trekking, con una certa esperienza su lunghi percorsi, e preferibilmente che viaggino con i propri cavalli. Rivolta invece a tutti quelli che

vogliono avvicinarsi all’ippovia, ma che non possiedono ancora sufficiente esperienza o che non hanno un cavallo proprio, è l’offerta di pacchetti weekend di 2-3 giorni su percorsi meno impegnativi, ma non per questo meno affascinanti. Il percorso si sviluppa per oltre 430 chilometri ed è suddiviso in 17 tappe con relativi punti di sosta. L’ippovia del Trentino Orientale si snoda, per gran parte, all’interno della catena montuosa del Lagorai, la più vasta del Trentino, che si estende dal Monte Panarotta al Passo Rolle, attraversando longitudinalmente tutta la parte

orientale della provincia. Notevoli sono i paesaggi e i panorami che la catena del Lagorai offre: le vette frastagliate si contrappongono ai boschi di conifere e ad ampi altipiani. Il percorso principale si sviluppa ad anello, ma presenta interessanti varianti con itinerari alternativi alla scoperta dei territori limitrofi dall’indubbio fascino, come l’area del Primiero con le Dolomiti, l’altopiano della Vigolana e quello della Marcesina che consente il collegamento diretto con Asiago e il Veneto. Il percorso si estende per il 66 per cento su strade agroforestali, per un 20 per cento su strade asfaltate di fondovalle provviste di banchina laterale, mentre il restante si inerpica su sentieri di montagna, opportunamente sistemati e messi in sicurezza. Gli escursionisti potranno contare su una rete di centri ippici, hotel, b&b, rifugi alpini e malghe attrezzate, scelti appositamente per l’ippovia, a garanzia di servizi di qualità e assistenza diretta per cavalli e cavalieri. Info: Associazione Turismo Equestre del Trentino Orientale info@ippoviatrentinorientale.it

La storia economica e culturale di questo territorio si regge su basi apparentemente contraddittorie: un sistema silvo-pastorale da un lato e un piccolo esercito di commercianti girovaghi, che si spinsero fino negli angoli più sperduti del mondo, dall’altro; insomma, tradizione e innovazione, arroccamento e apertura che si fondono in un mix che ha saputo mantenere questa comunità in equilibrio sopra un’alpe. Non stupisce, dunque, che anche lo sviluppo turistico dell’altopiano del Tesino abbia seguito una strada propria, giungendo ad un’offerta finale moderna e qualitativamente elevata, senza però minimamente intaccare – come invece è accaduto in molti altri contesti – il territorio e le sue antiche tradizioni. Alla fine dell’800, come ci testimonia Ottone Brentari nella sua “Guida del Trentino”, a Castello Tesino vi erano l’Albergo alla Rosa di Martino fu Giovanni Braus, il “Caffè e birraria” sempre di Martino Braus; Birra e liquori di Gaspare Sordo; le

L’Hotel Tesino, inaugurato a Pieve Tesino il 1° agosto 1885

Osterie dei Fratelli Boso Tamburlo, di Eugenio Moranduzzo e di G.B. Boso Canetta. A Pieve Tesino il 1° agosto 1885 fu inaugurato l’Hotel Tesino, una struttura che disponeva di 24 camere, con sale da caffè, pranzo, conversazione, biliardo. Il prezzo di una stanza variava da 60 a 80 soldi. La pensione completa (compresi servizio o lume) costava 3 fiorini. In paese vi erano anche l’Albergo al Sole di Paolo Condler, nonché varie Osterie: “Al Veterano” di Alberto Tessaro; “Al Leone” di Pietro Granello; “Alla Vigna” di Santo Broccato. Anche a Cinte Tesino non mancavano le osterie, tra le quali era molto conosciuta quella “Al pompiere” di Fedele Berretta.


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EVENTI

Novità nelle piazze di Borgo Valsugana, a cura di Bsi Fiere

A fine agosto Alpen Markt e Gusti della Via Claudia

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Sabato 28 e domenica 29 agosto 2010, il centro di Borgo ospita due importanti manifestazioni eno-gastronomiche: ALPEN MARKT – il mercato delle Alpi e i Gusti della via Claudia. Sarà un’occasione unica per poter vedere e gustare tanti prodotti locali e delle regioni alpine, nonché per fare un tuffo nel passato, ai tempi degli antichi Romani.

L

e passate edizioni di ALPEN MARKT e dei GUSTI DELLA VIA CLAUDIA hanno visto un successo di pubblico notevole, proveniente da varie regioni italiane. La manifestazione si snoda tra Piazza Martiri, parte di Piazza Degasperi, largo Dordi e via Spagolla, nel pieno del centro storico di Borgo. Il servizio commercio della Provincia ha autorizzato la vendita diretta e le piazze saranno allestite con casette in legno, bancarelle gazebo, con arredo urbano, fio-

riere, panche, arredo in legno. Nei giorni della rassegna verrà curata particolarmente l’animazione del mercato, con concerti, spettacoli e intrattenimenti per bambini sul grande palco presente in piazza Degasperi. La Via Claudia Augusta è un’antica strada imperiale tracciata nel I secolo a.C. dal generale romano Druso e successivamente completata dal figlio, l’imperatore Claudio, allo scopo di mettere in comunicazione i porti adriatici con le pianure danubiane. Da alcuni anni, ormai, diversi partner europei (Bavaresi, Tirolesi,

Alcune immagini delle edizioni 2009 (foto bsifiere.com)

Sudtirolesi, Trentini, Veneti e Lombardi) sono impegnati sul fronte dello studio del recupero e della valorizzazione dei territori attraversati da questa via che, all’epoca, costituiva una monumentale arteria che rese possibile uno scambio culturale ed economico oltre le Alpi, promuovendo mobilità, commercio ed economia in modo continuo. La Valsugana in questo contesto rappresenta un importante ponte di collegamento tra il mare Adriatico e le Alpi. Un collegamento sfruttato già in età romana dal percorso della via Claudia Augusta che spesso venne tracciata utilizzando anche percorsi preesistenti. Ma anche un collegamento che vuole continuare ad avere un ruolo vitale e importante. Per questo se il fine generale del progetto Claudia Augusta rimane quello di recuperare un percorso transnazionale partendo dai presupposti della Roma antica, da qualche anno, ai molti obiettivi raggiunti, la Valsugana ne aggiunge un altro. Così questa rassegna vuole assumere una nuova veste e allargare gli orizzonti agli ambienti e alle culture di tutti i territori della Via Claudia Augusta, per diventare un appuntamento costante e promozionale del territorio e della sua cultura. Il 28 e 29 agosto 2010 saranno due giorni non solo di prodotti e sapori, ma anche di mostre, animazioni e allestimenti che offriranno uno spaccato divulgativo di storia antica. Nel piazzale Bludenz con le bancarelle si potrà vedere il vecchio percorso della via romana; infatti, attorniati dagli espositori e dalle scenografie che illustreranno con immagini tutte le aree coinvolte, si potranno scoprire, attraverso la ricostruzione del percorso, gli interventi di valorizzazione della cultura e delle tradizioni realizzati lungo la VIA CLAUDIA AUGUSTA in Valsugana, presentati direttamente dagli stessi protagonisti. Non una fiera di soli prodotti, quindi, ma anche di scoperte culturali e d’incontro tra territori, con la presenza di produttori del Veneto del Trentino Alto Adige, del Tirolo e della Baviera. Info: 0461 751252, fax. 0461 759933 info@bsifiere.com Informazioni anche sul sito www. bsifiere.com


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STORIA

La scoperta delle fonti avvenne per caso nel 1857

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Una veduta dello stabilimento bagni di Roncegno nel 1922

Le Terme di Roncegno nella storia Lo sviluppo turistico di Roncegno si deve soprattutto alle sue acque termali dalle proprietà ferruginose arsenicali, utilizzate a scopo curativo, sia con bagni che con inalazioni, fin dalla seconda metà dell’Ottocento. di Johnny Gadler Una scoperta casuale La scoperta delle fonti di Roncegno avvenne, per puro caso, nel 1857 ad opera di Domenico Zen che st ava conducendo delle ricerche minerarie nella Valle del Diavolo. Qui, ai piedi del colle sul quale sorgeva Castel Tesobbo, vide sgorgare un’acqua di color giallo-oro. A verificare la segnalazione fu mandato sul posto il dott. Paoli, il quale – come racconta Ottone Brentari nella sua “Guida del Trentino” pubblicata nel 1891 – «capì trattarsi di un’acqua minerale ricchissima di ferro. La esperimentò contro la clorosi e la pellagra, e nelle convalescenze di malattie lunghe ed esaurienti. Ne ebbe buoni risultati, usò di quell’acqua come bagno, e mise a parte della cosa i colleghi vicini». I primi anni travagliati Il 12 aprile 1859 i diritti per lo sfruttamento di quelle acque minerali furono acquisiti da una società poi trasformatasi, il 29 dicembre 1860, nella Associazione per azioni del Bagno di Roncegno con un capitale sociale di 45 mila fiorini. «Di un abbandonato edificio per la trattura della seta – riferisce

ancora il Brentari – si fece uno stabilimento che, malgrado, difettasse di tutto, fu tosto frequentato da forestieri». A dire il vero i primi dieci anni di attività delle Terme di Roncegno furono alquanto travagliati, tanto che nel 1873 si arrivò alla costituzione di una nuova società, l’Anonima Balneare Roncegno, promossa da alcuni imprenditori di Borgo che avviarono l’edificazione di una struttura termale più confacente

La facciata dell'attuale Palace Hotel e la Casa di Salute Raphael

Alberghi, osterie e affittacamere Oltre allo Stabilimento bagni, verso la fine del XIX secolo Roncegno disponeva di altri tre buoni alberghi: l’Albergo Stella dei fratelli Froner, l’Albergo Belvedere di Domenico Catarozzi e l’Albergo Moro di Albano Pola. Quest’ultima struttura era sicuramente funzionante già nel 1877, poiché proprio al giugno di quell’anno è riferibile un annuncio pubblicitario pubblicato sul giornale “La Valsugana” nel quale si poteva leggere: «Roncegno nel Trentino. Per la stagione balneare 1877 l’Albergo Al Moro offre ai signori che lo vorranno onorare di loro concorrenza, pranzo e cena alla prima tavola per Fior. 1.70 compreso il vino. Simile alla seconda tavola per Fior. 1.20. Esso è provvisto di Distinto Cuoco e promette ottimo trattamento. Dispone pure di eleganti stanze d’alloggio a prezzi di tutta convenienza, per cui il firmato si lusinga di vedersi favorito di numeroso concorso. L’apertura seguirà il 20 giugno corr. Il proprietario Albano Pola». In paese, inoltre, si trovavano parecchie osterie, alla portata di tutte le tasche, mentre erano già numerosi i privati che affittavano stanze a circa 60 soldi al giorno, 1930, la facciata dell'Hotel Stella e Hotel Moro compreso il servizio.

alle nuove necessità curative e alle elevate aspettative di una clientela facoltosa ed esigente. Nel 1877 comparve una terza società, formata dai fratelli Waiz di Borgo, Zanetti di Trieste e Manzoni di Milano. Tuttavia nel 1891 – secondo quanto scrive Ottone Brentari – «unici proprietari e conduttori dello stabilimento» erano «gli intraprendenti e gentilissimi f ratelli dot tor i Gerolamo e Francesco Waiz, che ogni anno più vanno migliorando in ogni modo questo già celebre e frequentato luogo di cura». Una “foto” d'epoca È a ncor a d alla “G u id a del Trent i no” del Brent a r i che emerge una descrizione dello Stabilimento bagni di Roncegno, tanto dettagliata da farla assomigliare ad un’immagine fotografica. Vediamola. «Davanti alla facciata principale, che guarda a mezzogiorno, si estende un ampio piazzale, con macchie di fiori, e con una fontana saliente, che getta le sue acque sino all’altezza del secondo piano; dal piazzale per gradinata a tre rami, si scende nei viali del giardino, che verso Sud si estende con viali e macchie di bosco e verso Ovest il parco, con viali ombrosi, sedili, gabbie


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La scoperta delle fonti avvenne per caso nel 1857

Ecco come nel 1922 il giornale “La Gazzetta del Turismo e dello Sport della Venezia Tridentina” descriveva le terme di Roncegno: «Lo stabilimento sorge accanto al Grand Hotel, il quale è di costruzione recente, con oltre 200 camere: un hotel deliziosamente quieto, con saloni luminosi e con terrazze leggiadre, dalle quali, tra tralci di rose perenni, si scopre il vasto anfiteatro di monti, sparso di castelli e di cupe macchie dei boschi, e sormontato da guglie dolomitiche. Il forestiero trova a Roncegno gli agi e la pace della propria dimora».

La veranda dello stabilimento bagni

Il complesso termale godeva inoltre di un edificio in cui si imbottigliava l’acqua medicinale e da una chiesetta, costruita nel 1889, ad uso dei bagnanti. Opuscoli e manifesti Nel 1900 fu dato alle stampe un opuscolo che, attraverso eleganti incisioni, propagandava il Grand Hotel Des Bains: i potenziali clienti potevano così ammirare una visione panoramica degna dei vedutisti settecenteschi, nonché dettagliate illustrazioni degli ambienti interni – sala da pranzo, salotto, camera da letto, caffè e sala lettura – che nulla hanno da invidiare alle fotografie realizzate con obiettivi grandangolari o fish-eye che corredano i depliant e i cataloghi turistici moderni. Nella pubblicazione venivano inoltre riportate numerose attestazioni mediche che certificavano l’efficacia delle cure termali, nonché informazioni utili tra cui, a testimonianza di un bacino d’utenza già internazionale, le distanze dalle principali città italiane ed europee. Scopriamo così che all’inizio del secolo scorso Roncegno distava 20 ore da Roma, 21 da Vienna, 23 da Budapest, 26 da Napoli e Berlino, 72 da Mosca...

A promuovere l’immagine delle terme di Roncegno e delle sue str utt ure ben presto f urono chiamati i migliori professionisti sul campo, come, ad esempio, Elio Ximenes autore, verso il 1910 circa, di un manifesto in cui i bagni arsenicali-ferruginosi di Roncegno, descritti come di “fama mondiale”, affidavano il proprio messaggio promozionale a due eleganti signore colte in un momento di relax nell’ampia veranda del Grand Hotel dietro la quale si apriva, sullo sfondo, una visione panoramica della Valsugana, illuminata con tonalità calde, capaci di evocare quel “clima delizioso” promesso dal manifesto dalla primavera all’autunno. Le guerre e la ripresa Poi arrivò la Grande Guerra

che danneggiò gravemente non solo le strutture alberghiere, ma l’intero paese. Nel maggio del 1916, infatti, il borgo fu incendiato e sgomberato dalle truppe italiane. Tuttavia già nel 1921 lo Stabilimento bagni era stato rinnovato e gli alberghi ricostruiti più grandi e moderni. Sarebbe durata nem meno vent’anni quella pace, perché il secondo conf litto mondiale portò ancora una volta morte e distruzione in paese. Qui, infatti, si consumò l’ultimo scontro avvenuto nel Trentino orientale tra tedeschi e americani. Ma anche questa dolorosa parentisi fu ben presto chiusa. Roncegno riprese ad essere quell’importante ed elegante centro termale che ancora oggi rappresenta una perla dell’offerta turistica regionale.

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d’uccelli, ecc. Dal lato Nord si entra nell’ampio atrio, sostenuto da colonne di marmo. A sinistra si trovano: la dispensa dei biglietti pel bagno; la cassa; la direzione amministrativa; la direzione medica; il gabinetto elet t roterapico. A dest ra si trovano: le scale che portano agli appartamenti superiori; lì dietro, passata l’antisala, sono la trattoria e la cucina. Nell’angolo Nord-Ovest dell’atrio è l’ingresso al lungo corridoio che è fiancheggiato da stanzini da bagno, con una o due vasche di marmo. In fondo al corridoio, a destra, è il nuovo e ben fornito locale per la cura idroterapica (rifatto nel 1883); ed a metà del corridoio, pure a destra, si prolunga, fiancheggiato da camerini da bagno, un altro corridoio, che continuando poi, per una galleria, sotto la strada che va alla chiesa, conduce al locale della caldaia a vapore. Di fronte alla porta d’ingresso nell’atrio è invece il lu ngo por ticato esterno, che corre per tutta l’ala centrale verso il piazzale, occupato dai banchetti dei venditori di fotografie, guide, strumenti d’ottica, bazar di varie specie, ecc. il porticato mette l’atrio in comunicazione colle sale del caffè, a Nord delle quali è la nuova e vasta sala (eretta nel 1883) da conversazione e da ballo con gabinetto di lettura. Essa à la capacità di 135 m quadri, è alta m 6.85, decorata riccamente e con molta eleganza, bene aereata ed illuminata. Nei due piani superiori sono le stanze (belle, alte, bene aereate, pulizia perfetta, 140 letti di ferro, servizio inappuntabile) per i forestieri. Dalle finestre del secondo piano bellissimo panorama […]. Lo stabilimento (aperto dal 1 Maggio a tutto Settembre, che è in posizione felicissima anche come sede climatica, con temperatura, durante la stagione balneare, da 18° a 25°) oltre che di bagni minerali, è fornito di tutti gli accessori che servono di complemento per una cura balneare, come fangature, bagni a vapore, sala idroterapica con docce fredde, calde, alternate, con semicupi e pediluvi a corrente continua; gabinetto idroterapico; inalazioni d’aria compressa, rarefatta, ecc».


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NATURA

Dolomiti Lagorai Bike

Trentino Orientale da scoprire in sella

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l percorso Dolomiti Lagorai Bike identifica un circuito con circa mille chilometri di percorsi fuori strada fra boschi, pascoli, laghetti alpini e due Parchi Naturali, quello del Monte Corno a ovest e quello di Paneveggio Pale di San Martino ad est. L’area si estende nel Trentino orientale tra le Valli di Fiemme, Fassa e Valsugana. I tracciati invitano a esplorare territori incontaminati oltre i duemila metri di quota fra le cime selvagge della Catena del Lagorai, dove le rocce porfiriche trattengono l’acqua, formando numerosi laghetti, e le vette dolomitiche del Latemar, del Catinaccio, del Sella. Da segnalare, fra le possibilità di escursione, il Tour dei Laghi & del Lagorai.

Scoprire il territorio in bicicletta ha un fascino unico

È un itinerario di due giorni che si estende per 100 chilometri. Una panoramica pedalata sulla ciclabile della Valsugana (lunga oltre 80 km) oppure un comodo transfer in treno, collega la prima

Tre circuiti tematici Tre circuiti interamente dedicati agli amanti della mountain bike. È questa la proposta del Trentino agli sportivi delle due ruote “grasse”, con le novità “Mountain&Garda Bike”, itinerari con vista sul Lago di Garda e “Dolomiti Lagorai Bike” alla scoperta della catena del Lagorai, che si vanno ad affiancare al “Dolomiti Brenta Bike”, percorso che si sviluppa, per 160 chilometri, nel Parco Naturale Adamello Brenta. Per confezionare una proposta turistica composita e completa legata alla vacanza bike, sono state coinvolte anche strutture ricettive, scuole e noleggi di mtb, in modo da garantire il massimo livello di servizi a chi deciderà di trascorrere una vera vacanza per biker in Trentino. In particolare le strutture ricettive proporranno particolari vantaggi per gli ospiti: materiale informativo, colazione con angolo vitaminico e bibite energetiche, possibilità di packed lunch, deposito per attrezzature, mini officina attrezzata, bike wash, e tanto altro. Escursione in MTB

parte, piuttosto facile, con una seconda più impegnativa. Il tour inizia pedalando, su piste

ciclabili e su strade secondarie, per giungere fin sotto la collina dominata dal maestoso Castello di Pergine, costeggiando i laghi di Caldonazzo e di Levico. Il tragitto, lungo la Valsugana, permette di ammirare il Lagorai (la catena montuosa più estesa del Trentino) e la parete nordest di Cima d’Asta (m. 2847). Quindi, pedalando nella parte più selvaggia del Lagorai, tra rocce porfiriche e fauna protetta, si sale in Val Campelle attraverso mulattiere e trincee della Grande Guerra, fino al passo Cinque Croci dove si trascorre la notte nel rifugio malga Conseria. Per saperne di più www.dolomitilagoraibike.it.

I servizi per i cicloturisti Chi desidera pedalare in Trentino può contare su una serie di servizi di alta qualità. Una segnaletica verticale e orizzontale dedicata, che consente di identificare puntualmente i tracciati e di conoscere la propria posizione. L’intera rete di percorsi è strutturata con una specifica segnaletica che ne dichiara la percorribilità secondo tre diversi gradi di difficoltà, per facilitare l’utente nel prevedere l’impegno che lo aspetta. La maggior parte dei percorsi si sviluppa su viabilità dedicata al traffico ciclopedonale, con passerelle e sottopassi mantenuti in perfetta efficienza e adeguatamente protetti. Sei Bicigrill dislocati lungo la rete. Tre di questi si trovano proprio in Valsugana (Levico Terme, Novaledo e Tezze di Grigno) lungo il percorso di 48 chilometri che collega Pergine Valsugana con il Veneto passando attraverso Borgo Valsugana. I Bicigrill offrono ristoro, informazione e assistenza, mettono a disposizione gratuita del cliente una serie di attrezzature per la piccola manutenzione della bicicletta. Il sistema Trentino rende inoltre disponibile al ciclista una rete intermodale per il trasporto della bicicletta sui mezzi pubblici, autobus o treno, aggiungendo 1 euro al costo del biglietto su qualsiasi tratta. Consultando il sito www.ciclabili.provincia.tn.it, si può pianificare il proprio itinerario, ottenendo informazioni sulla percorribilità dei singoli tratti e scaricando le mappe con gli andamenti altimetrici dei percorsi. Anche presso le varie Apt d’ambito si possono trovare le Cicloguide con mappe e dettagliate informazioni su ogni percorso.


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STORIA

Ecco una suggestiva descrizione della Val di Sella risalente al 1877

Val di Sella: “quanti tesori naturali in questa alpestre valletta”

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«L’aria che si respira in Sella, è dopo il tramonto un po’ umida, ma sempre pura ed ossigenata. Qui la natura provvede alla nettezza. Percorrendo queste lunghe praterie, la vista non è rattristata dal sudiciume, non si incontrano i cenci e le sconcezze che con tanta indifferenza si tollerano in certi luridi canti delle nostre borgate». Scriveva proprio così un cronista valsuganotto di fine '800.

G

ià nel corso dell’800 nei dintorni di Borgo era molto apprezzato il soggiorno in Val di Sella. Ecco come veniva descritta questa incantevole vallata in un articolo pubblicato dal periodico “La Valsugana” – Giornale d’istruzione popolare, agricoltura, economia e commercio. Borgo, il 1° agosto 1877: «Nella Valsugana abbiamo due superbi stabilimenti balneari, di cui l’uno serve in certo modo all’altro di completamento, abbelliti entrambi d’una natura felice frequentati entrambi da numerosi visitatori. Abbiamo lungo tutta la via maestra sparse qua e là delle

Valle di Sella, lungo la strada che porta all'Hotel Legno

ville pittoresche, che lasciano al forestiere la più grata impressione. Ma abbiamo pur anche un gioiello annebbiato dall’altezza, e difficoltà d’accesso, e negletto affatto dalla abitudinaria nostra indolenza, un gioiello che non è conosciuto quanto si merita, e del quale la Valsugana potrebbe formarsi il monile più splendido per ornarsi le chiome. Tale gioiello è Sella. Quanti tesori naturali in questa alpestre valletta quando fossero sfruttati, quando le sue innumerevoli facciete, venissero ripulite da un abile giojeliere! Che peccato, perdonatemi la franchezza, che Sella non sia in mano di tedeschi o di svizzeri! Io aggirandomi fra queste annose


STORIA

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piante, vado meco farneticando una Sella trasformata alle esigenze moderne [...] Sella è una piccola valle situata al sud-ovest di Borgo Valsugana e dista due ore e mezza circa di cammino da quest’ultimo. Essa si stende da levante a ponente, mantenendo un dolcissimo declivio verso levante. È attraversata in tutta la larghezza da una strada carreggiabile, e da destra e sinistra si levano estesi pascoli conterminati da boschi che salgono fin sotto alle vette dei due versanti laterali, formati questi ultimi quasi da una serie di graziose colline in varie figure aggruppate ed accidentate. A sera i due fianchi si allargano alquanto, e maestosamente discendono al piano, i boschi si avvallano e formano una larga e maestosa fascia che apre più vasti orizzonti, e dà maggior risalto ai colori della volta celeste. Quivi si godono alcuni punti di vista veramente superbi. Ovunque del resto sorge una vegetazione rigogliosa d’alberi ad alto fusto. Macchie di larici secolari piantati in circolo si stendono a vicenda le braccia, e sembrano un congresso misterioso di giganti. Volgendo intorno lo sguardo l’occhio spazia di colore in colore. In questo punto si apre innanzi a me un

Valle di Sella 1910, l'Hotel Legno

Valle di Sella, Loc. “El Patataro”

prato gialliccio (perché maturo al taglio), poi degli sprazzi di color verde chiaro intersecati da ombre nerissime, fra cui spiccano cime d’alberi luminose come le meteore, indi vari pendii e pozzi di color verde ceruleo mescolato coll’aria atmosferica, indi le nude rocce del monte, con gli spigoli circonfusi dal roseo amplesso del sole cadente. Molte casine dei villeggianti colorate in bianco, grigio o rosetto, fanno capolino fra i fusti e vi sono seminate con una certa elegante noncuranza, in ispecie sul fianco sinistro della valle. Non mancano anche degli edifici di maggior mole, e che arieggiano delle ville patrizie di pretesa. Sella ha uno stabilimento balneare d’acque magnesiache, (ove si mangia bene e si vive assai a buon prezzo), e la sua chiesuola, la quale serve di parrocchia, perché molte sono le famiglie terriere che vi villeggiano all’estate. L’aria che si respira in Sella, è dopo il tramonto un po’ umida, ma sempre pura ed ossigenata. Qui la natura provvede alla nettezza. Percorrendo queste lunghe praterie, non si incontrano i cenci e le sconcezze che con tanta indifferenza si tollerano in certi luridi canti delle nostre borgate».

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Ecco una suggestiva descrizione della Val di Sella risalente al 1877


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CULTURA

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Presso la sede museale “Mulino Angeli” di Marter

Oltre 280 artisti da tutto il mondo, 31 nazioni, 3 accademie di Belle Arti, con la partecipazione di oltre 140 bambini di 9 classi del territorio nazionale. Sono questi i numeri della mostra internazionale di Arte Postale - “Spaventapasseri” - allestita a Marter di Roncegno Terme, presso il Mulino Angeli.

S

i chiama Mail-Art, ovvero arte che viaggia per posta, ed è proprio questa la sua caratteristica principale, poter esporre in qualsiasi parte del globo con la sola spesa di un francobollo: da tutto il mondo sono arrivati in Valsugana dipinti, collage, cartoline, sculture. Si tratta di un progetto originale e coinvolgente promosso dal Centro di esperienza della Rete trentina di educazione ambientale “Mulino Angeli” e dal Comune di Roncegno Terme, in collaborazione con l’Agenzia provinciale per la protezione dell’ambiente di Trento e la Rete trentina di educazione ambientale per lo sviluppo sostenibile. L’obiettivo era ed è stato quello di

Uno spaventapasseri

La sede museale "Mulino Angeli"

potersi confrontare liberamente, senza confini, attraverso le suggestioni emozionali dell’arte sul tema degli spaventapasseri, arricchendo e rinnovando le sale della struttura

museale. La mostra resterà visitabile a Roncegno Terme fino il 30 ottobre 2010, per poi spostarsi a Ferrara, inseguendo quella voglia di confronto che caratterizza ogni progetto di arte postale. Orari di apertura. Da martedì a domenica: 14.00/18.00. Su prenotazione sono possibili visite guidate.

L’edificio storico di Marter, nel comune di Roncegno Terme noto come “Mulino Angeli”, sede fino a qualche decennio fa proprio di un importante mulino per il grano, granturco ed altri cereali coltivati nella zona, una volta in disuso, è stato acquisito dal Comune di Roncegno Terme e sottoposto ad imponenti lavori di restauro conservativo che ha rinverdito la grande struttura e la complessità dell’attività molitoria ospitata per secoli. Il Mulino, ora adibito a sede museale, ospita la mostra permanente del fotoreporter trentino Flavio Faganello, prematuramente scomparso nel 2005. Il suggestivo allestimento di questa mostra, curato dall’arch. Paolo Bertotti in collaborazione con gli arch. Arrigo e Barnaba Rudi giustifica che il Mulino Angeli si possa qualificare come “la Casa degli Spaventapasseri”. Dal 2007, Mulino Angeli, è diventato Centro di esperienza della Rete trentina di educazione ambientale dell’APPA di Trento con specializzazione sulle tematiche legate al mondo agricolo, alle sue colture tradizionali e locali. (Fonte: www.lacasadeglispaventapasseri.net)

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Mostra internazionale di Arte Postale

La Casa degli Spaventapasseri


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LEGGENDE

Episodi curiosi e misteriosi di un tempo che fu

Una Valsugana tutta da raccontare La Valsugana è una terra ricca di leggende, frutto di fantasia ma con molti risvolti che, se non sono proprio veritieri, paiono quantomeno verosimili…

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È

senz’altro tutta da ridere la storia di un singolare furto che la tradizione colloca nelle campagne di Borgo, in un tempo del tutto imprecisato, tanto che potrebbe anche essere quello attuale, ammesso e non concesso che oggigiorno si possano ancora trovare, in una sola aia, una quarantina di galline. Sì, perché i protagonisti di questa vicenda sono proprio i pennuti. Secondo il racconto tramandato oralmente, infatti, un bel giorno da un podere sparirono un gallo e ben trentasei galline. La rabbia del proprietario si trasformò in grande stupore nel momento in cui, qualche giorno dopo, il gallo fece ritorno alla fattoria con appeso al collo un biglietto, sul quale vi era scritta la seguente frase: «Scusé, siora parona, se son mancà ste tre matine: son stà a la sepoltura dele trentasié galine».

Un epilogo in chiave farsesca, dunque, nonostante ci si trovasse di fronte alla violazione del comandamento “non rubare” che da queste parti doveva suonare più o meno così: “la roba de altri no furare”. A tale proposito pochi sanno che a Castelnuovo – sull’arco di trionfo della chiesa parrocchiale di S. Leonardo, menzionata già nel ‘400 Ospedaletto, il “ponte dell’orco”

Castelnuovo, la Chiesa di S.Leonardo

ma completamente riedificata nel 1608 – vi è un documento davvero eccezionale. Si tratta, infatti, dei Dieci Comandamenti scritti in lingua volgare antica con caratteri gotici. Eccovi la trascrizione: «Li diese comandamenti: Uno solo Dio debi adorare; El suo nome vanamente no nominare; Le feste comandate debi santificare; El tuo padre e la madre onorare; Homicidio guarda de no fare; La roba de altri no furare; In nessun modo no fornicare; Falsa testimonianza no dare; La roba de altri no desidera-

re; La moiere del tuo proximo no sechare». Ma a incutere paura nella popolazione erano soprattutto i racconti legati ad esseri mostruosi che si aggiravano per la vallata. Si narrava, ad esempio, che la Valsugana fosse percorsa due volte l’anno da un drago lucente che d’estate andava a gettarsi nei laghi della zona e che d’inverno riemergeva per rifugiarsi nei boschi. Fortunato fu senz’altro un montanaro sordomuto che transitando per la Valle di Bronzale incontrò la Madonna, la quale gli restituì il dono della parola e dell’udito. Per ricordare questo miracoloso evento, nel 1650 in quel luogo fu costruito il Capitello della Madonna della Rocchetta. Peggio andò, sempre nella medesima valle, a un pastorello che con il proprio gregge era rimasto bloccato, senza poter né andare avanti, né tornare indietro. Pur di mettersi in salvo il giovane non esitò a vendere l’anima a un orco, il quale fece apparire un ponte di roccia ancor oggi esistente e denominato, proprio in riferimento a tale leggenda, “ponte dell’orco”. (J.G.)


LEGGENDE

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Un’antica leggenda che terrorizzava i minatori di Roncegno

F

in dall’epoca medioevale uno dei principali pilastri dell’economia valsuganotta fu rappresentato dall’attività minerar ia che contribuì notevolmente allo sviluppo socioeconomico, nonché alla crescita demografica, di numerosi paesi della vallata. Pergine, ad esempio, grazie alla presenza delle miniere diventò uno dei più importanti centri del Trentino e la sua popolazione passò dalle poche centinaia di abitanti d’inizio ‘400, alle oltre 5 mila unità registrate nel XVI secolo. Anche in Bassa Valsugana l’attività estrattiva risultò piuttosto diffusa e florida. Nel 1793 padre Giuseppe Andrea Montebello nella sua opera “Notizie storiche, topografiche e religiose della Valsugana e di Primiero” riferiva infatti che «si coltivavano miniere di varj metalli in Levico, in Roncegno e altrove; e in Sella, valle appartenente a Borgo, abbondante di legname, si mira ancora molta loppa di ferro sparsa per un tratto di terreno, segno che ivi stava il forno per colarlo».

I minatori che lavoravano nelle miniere della Valsugana erano per lo più di provenienza tedesca, i cosiddetti canòpi. Numerose sono le testimonianze che ce li descr ivono all’opera,

nell’at to di compiere un lavoro duro e pericoloso, attorno al quale si svilupparono anche delle sinistre leggende come quella del mostro delle miniere. Secondo una credenza popolare, infatti, all’interno delle miniere di pirite scavate nel territorio di Roncegno si nascondeva un terribile aspio. Si trattava, in pratica, di un essere abominevole, nato dall’incrocio tra un pipistrello e una salamandra. Caratteristica peculiare di tale mostruosa presenza era quella di secernere un liquido talmente potente e velenoso che – si diceva all’epoca – una sola goccia sarebbe stata in grado di incenerire un uomo. Comprensibile, quindi, la

paura che attanagliava i poveri minatori i quali, muovendosi nel buio delle lunghe e profonde gallerie, sobbalzavano per un nonnulla. Questa leggenda ricorda per molti versi un altro essere mostruoso assai diffuso nel Medioevo: il basilisco, re dei serpenti e simbolo della lussuria. Nato dall’uovo di un vecchio gallo covato da un rospo velenoso, il basilisco era sempre descritto come una serpe con ali di pipistrello, la coda di un pesce e la cresta rossa del gallo. Capace di emettere fuoco dalla bocca e addirittura dagli occhi, anche questo mostro aveva il potere di incenerire un uomo con una sola goccia del suo sangue. Accadde proprio così, secondo un’altra leggenda, nei pressi di Castel S. Gottardo a Mezzocorona, dove Firmiano, un giovane e valoroso conte della zona, riuscì ad uccidere il basilisco rimanendone

però a sua volta vittima. Stando al racconto giunto fino a noi, infatti, il conte volendo liberare la popolazione da quella mostruosa presenza, pose una ciotola di latte e uno specchio all’ingresso della tana del basilisco. Il mostro, uscito per bere il latte, non poté fare a meno di guardarsi allo specchio; credendo di aver trovato un suo simile si distrasse. Così il conte gli conficcò una lancia nel collo, uccidendolo. Fiero dell’impresa appena portata a termine, sollevando il basilisco come un trofeo, il giovane eroe non s’accorse che una goccia di sangue del mostro era penetrata nella sua armatura. Non ebbe scampo: rimase letteralmente carbonizzato, o almeno così racconta la leggenda. (J.G.)

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Il mostro della miniera


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TERRITORIO

Viaggio in un territorio dalle antiche tradizioni alemanne

Valle dei Mòcheni: è qui il mondo senza tempo

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Oggi i Mòcheni possono vantare il fatto di essere riusciti a trasmettere oralmente, di generazione in generazione, le usanze e le antiche tradizioni dei loro antenati tedeschi. Ciò li differenzia da molte altre comunità germanofone del Trentino che si sono purtroppo estinte e inglobate nel processo di modernizzazione dell’Italia…

S

eguendo la strada provinciale che oltre Pergine continua in direzione del paese di Canezza, davanti a noi, come una protuberanza della Valsugana, si inerpica un’incantevole e selvaggia valle, dai colori intensi dati da un susseguirsi di foreste di larici, roveri e abeti rossi… Addentrandosi, la strada, che da principio costeggia il torrente Fersina, si arrampica a fatica sugli aspri dorsi della stretta vallata. Steccati in legno, masi e qualche piccolo paesino sembrano in armonia con i boschi incontaminati di questo luogo che dista pochi chilometri da Trento. Siamo nella Valle del Fersina detta anche Valle dei Mòcheni per il particolare idioma dei suoi abitanti, il mòcheno, per l’appunto. Questa etnia di antichissima origine discende da popolazioni alemanne della Slesia e dell’alta Baviera che si insediarono nella vallata tra il 1200 e il 1400. I primi coloni detti roncatores ovvero ‘dissodatori di terre’ arrivarono da Nord per portare avanti un’opera di disboscamento e occupazione delle terre incolte voluta dal clero trentino nonché dai nobili di Caldonazzo. I roncatores formarono le prime comunità nella Valle del Fersina, tra cui la più grande è quella di Fierozzo. I secondi emigranti detti Canopi (dal tedesco knappen ossia ‘minatore’) giunsero dalla Slesia verso la fine del 1300, attirati dalla scoperta di miniere di argento, rame e ferro della zona alpina. Oggi i Mocheni (termine derivante del tedesco “machen”

Val dei Mocheni, costumi tipici

che tradotto significa ”fare”) possono vantare di essere riusciti a trasmettere oralmente, di generazione in generazione, le usanze e le antiche tradizioni dei loro antenati tedeschi. Ciò li differenzia da molte altre comunità germanofone del trentino che si sono purtroppo estinte e inglobate nel processo di modernizzazione dell’Italia iniziato dopo la prima guerra mondiale. La lingua mòchena, un tedesco arcaico contaminato da diverse espressioni e termini del dialetto trentino, è infatti, ancora oggi, un idioma usato. La sua sopravvivenza è dovuta a diversi fattori che vanno ricercati innanzitutto nell’isolamento della Valle del Fersina. Per la particolare conformazione geografica del territorio la Valle dei Mòcheni non ha mai goduto di un buon collegamento stradale. In alcuni mesi dell’anno era praticamente impossibile accedervi, in particolare nella parte più alta verso Palù del Fersina, luogo abitato da gran parte dei minatori. Da qui nacque l’usan-

za di conservare i cadaveri dei defunti nelle soffitte, nei masi invernali, per trasportarli poi, in primavera, nei cimiteri intorno a Pergine, quando i sentieri erano liberi dalle abbondanti nevicate. Altro fattore che permise il mantenimento del particolarismo linguistico e culturale è da rilevare nel XVIII secolo, quando venne concesso ai mòcheni la licenza di commercio ambulante nell’Impero austro-ungarico. Gli uomini partivano così da novembre ad aprile verso le lontane regioni tirolesi, austriache e boeme, venendo a contatto con i loro cugini tedeschi. Quando però il Trentino – Alto Adige fu annesso all’Italia (1918) il commercio ambulante non fu più attuabile. Queste f urono le principali cause che segnarono la storia e la cultura dei Mòcheni di cui ancora oggi i comuni della valle del Fersina ne portano i segni peculiari. In quest’area i masi a insediamento sparso, simili a quelli tirolesi, sono ancora considerati tesori dell’architettura rurale. I costumi tradizionali e l’artigianato locale danno al visitatore la sensazione di essere tornati in un’epoca passata. Come scrisse Robert Musil alla fine dell’800, in questa zona si ha realmente l’impressione di entrare in un luogo ‘dove il tempo si è fermato’. Lo scrittore austriaco dedusse infatti fin da allora che nella valle dei Mocheni la natura e l’uomo sarebbero vissuti per lungo tempo in un perfetto equilibrio, poiché entrambi non sarebbero stati facilmente condizionabili dal processo di modernizzazione che esisteva ed esiste al di fuori di quei luoghi. (G.C.)

Terme e osterie nella Valle dei Mòcheni Sebbene le cure termali in Valsugana fossero note dal ‘600, l’inaugurazione dello stabilimento bagni di S. Orsola, nella Valle dei Mòcheni, avvenne soltanto il 18 luglio 1904. Ecco il messaggio pubblicitario che ne propagandava le proprietà: «Nuova sorgente di Acque Arsenicali – Ferruginose – Fosforose – S. Orsola nell’alta valle del Fersina (800 metri s.m.) Due ore da Per-

gine, stagione Maggio-Ottobre. I bagni sono efficacissimi nelle malattie della pelle – Nervose Anemia Nevrastenia – Reumatismo. Le acque di bibita sono oltremodo da raccomandarsi nelle malattie del ventricolo – fegato – intestini – vescica. Ameno soggiorno estivo con splendide passeggiate attraverso immense boscaglie. Medico direttore: Dr Quirino Morelli in Pergine il quale dà schiarimenti a richiesta». Le altre località della Valle dei Mòcheni non presentavano, com’è facile immaginare, strutture ricettive significative poiché la conformazione morfologica di quei luoghi avrebbe precluso ancora per molti decenni qualsiasi ipotesi di sviluppo turistico. A puro titolo di curiosità, essendo esercizi destinati ad una clientela locale, ricordiamo che sul finire dell’800 nei pressi di Frassilongo vi era l’Osteria del Doss di Domenico Holzer, assai nota per la particolarità della sua insegna. Sul davanti, infatti, vi era scritto Gasthaus zum Deutschen Land, mentre dietro si poteva leggere “Al Belvedere Osteria delle Alpi”. Un perfetto esempio di cartellonistica bilingue ante litteram. Per quanto riguarda il paese di San Felice, invece, Ottone Brentari alla fine dell’800 annotava: «Vi è una botteguccia di coloniali, ma non vi sono osterie; e se si vuole un bicchiere di vino bisogna ricorrere al signor curato, che à pure fabbrica d’acquavite». A Palù l’osteria non mancava. Era quella ai Tolleri – l’unica peraltro– gestita da Pietro Anderle detto Gunch.


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TERRITORIO

Tesino, un territorio ricco di meraviglie e sorprese

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Tesino: il mistero dell'acqua che scompare

Veduta di Castello Tesino

Un altopiano verde dai dolci profili, punteggiato di piccoli paesi distribuiti lungo un antico tracciato romano, dove la vita scorre equilibrata dal ritmo delle stagioni. È il territorio del Tesino, a ridosso della Valsugana, coronato dalla catena del Lagorai. Qui si trova una grotta “misteriosa”... Speleologi per una giornata Una delle esperienze più interessanti per chi si trova nell’altopiano del Tesino-Bieno, a ridosso della Valsugana, nel Trentino sudorientale, è la visita alla suggestiva Grotta di Castello Tesino. Raccontandosi in silenzio attraverso forme millenarie, la grotta è pronta a dischiudere i propri antri a coloro che amano la natura nel suo stato più primitivo e incontaminato. Qui vi verrà offerta la possibilità di diventare per un giorno speleologi. Scortati da guide esperte vi potrete insinuare nelle fresche viscere della terra e, nell’oscurità, la luce cangiante delle lampade a carburo vi regalerà l’apparizione di incantevoli immagini. Scoprirete un mondo sotterraneo dalle forme, dai colori e dai suoni che la storia umana non ha ancora corrotto. La valle del Senaiga Tra i monti Coppolo e Agaro si apre una profonda valle, che nasce al Passo del Brocon e muore a Ponte Serra, e sul cui fondo

ripido e sassoso scorre il torrente Senaiga. Una valle suggestiva, dai versanti disseminati di rustici isolati o raccolti in pittoreschi nuclei alpestri (i Magri, i Biolchi, Valnuvola, i Coronini, Fiorin, i maggiori). Confine tra Italia e Austria in tempi moderni fino alla guerra del 1915-18, anticamente accoglieva e proteggeva una delle più importanti vie militari romane: la Claudia Augusta Altinate che, partendo da Altino sull’Adriatico, si spingeva attraverso le Alpi fino ad Augsburg in Germania. Percorsa dai legionari romani diretti oltralpe duemila anni fa, la Via Claudia Augusta divenne nel Medioevo uno dei tragitti preferiti dei pellegrini e crociati diretti a liberare il Santo Sepolcro nelle appendici più orientali dell’impero. In prossimità del torrente Senaiga, ancora oggi è visibile una parte di questo tracciato, localmente conosciuto come “Via Pagana”. Da un punto di vista geologico la zona di Pavana e l’intera valle del Senaiga presentano tratti molto interessanti: alla natura della

Uno scorcio della famosa grotta

roccia è intimamente connessa la presenza di innumerevoli cavità. Nel primo tratto del suo tragitto (dal Brocon fino alla Val Rodena), il torrente Senaiga scende a sbalzi scavando nella montagna pozzi più o meno profondi, scientificamente chiamati “marmitte”, i cui orli sembrano gradini di una lunga e ripida scala.

Una roccia carsica Serpeggiando all’interno della montagna per circa quattrocento metri, la Grotta di Castello Tesino è una cavità di natura carsica. Questo significa che i suoi meandri, gallerie e arabeschi si sono formati nel corso dei millenni a causa di una doppia azione dell’acqua sui calcari dolomitici: all’effetto chimico dell’abbondante acido carbonico, che piano piano ha eroso le zone rocciose meno resistenti, si è aggiunta una corrosione di tipo fisico-meccanico. Fenomeni di crollo hanno contribuito a modificarne ulteriormente la fisionomia. Nella vita della grotta ha avuto, ed ha tuttora, un ruolo fondamentale il torrente Senaiga, che scorre all’interno. Il tratto iniziale della cavità, con i suoi merletti di stalattiti e stalagmiti, rappresenta la fase “senile” dell’esistenza plurimillenaria della grotta. Infatti, in tempi remoti, il torrente si è improvvisamente scavato un condotto più basso, lasciando libera la cavità iniziale. Lì, dove una piccola quantità d’acqua era rimasta a lambire le pareti, il bicarbonato di calcio andò piano piano a depositarsi, costruendo le concrezioni calcaree che oggi possiamo vedere.


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Bus de la Lora La grotta di Castello Tesino è ancora localmente conosciuta con il nome di “Bus de la Lora”, a causa delle caratteristiche morfologiche della prima parte della cavità. In dialetto trentino e lamonese, “lora” significa imbuto e infatti, in periodi di piena, la grotta che serve da scarico per il Senaiga, ingoia con avidità le acque del torrente, producendo il rumore sordo di un imbuto gigante. Temperatura e umidità Mentre il tratto iniziale della grotta risente parzialmente delle escursioni termiche esterne, le gallerie interne hanno una temperatura costante durante tutto l’anno, che si aggira intorno agli otto gradi centigradi. Data la grande quantità d’acqua presente nella grotta, l’umidità è altissima, prossima alla saturazione, cioè al 100% di umidità relativa. Nella parte sotterranea c’è un regime idrico perenne: la portata del torrente può arrivare ad un metro cubo al secondo, ma permane notevole anche nei periodi di siccità. Mentre alcuni bacini interni non sono mai soggetti a prosciugamento, il livello del primo sifone è piuttosto variabile. Il mistero dell’acqua Un enigma che tormentò i primi esploratori fu quello della misteriosa sparizione all’interno della grotta di una grande quantità d’acqua, che improvvisamente si inabissava in un inghiottitoio. L’appassionante rebus venne sciolto gettando proprio in quel punto alcuni barili di una sostanza colorante: dopo ben novanta ore una falda colorata comparve nella risorgenza della “Grotta dell’Acqua Nera”, situata sulla riva sinistra del Senaiga, ad una distanza in linea d’aria di quattro chilometri circa, quattrocento metri più in basso. Una scoperta fortuita Nel 1926 un geometra di San Donato, Bortolo Da Rugna, che stava effettuando dei rilievi sulle numerose cavità naturali sparse lungo la riva sinistra del Senaiga, venne a sapere da una contadina della frazione di Valnuvola dell’esistenza di una caverna al di là del torrente. All’epoca l’esplorazione si interruppe all’imbocco allagato della grotta, ma l’anno successivo, quando le condizioni meteorologiche lo permisero, Da Rugna

Veduta di Cinte Tesino

riuscì a penetrare fino a quella che venne poi chiamata “Caverna dei pastori”. Pochi giorni dopo, con la collaborazione di Ermanno Pasqualini, allora podestà del paese, e dell’appassionato Ermete Sordo, venne realizzato il primo studio topografico della grotta. Il testamento Quello stesso autunno, sull’onda d’entusiasmo suscitato dal sensazionale ritrovamento, cinque novelli speleologi entrarono nella grotta con l’intenzione di fotografarne gli aspetti più interessanti. La giornata era piovigginosa. Così, dopo diverse ore di attente inquadrature, quando si avviò all’uscita, la squadra trovò una spiacevole sorpresa: il sifone d’entrata era completamente ostruito dall’acqua e, tendendo l’orecchio, si poteva udire un rombo crescente proveniente dal cuore della grotta. Con l’acqua che saliva minacciosa alle spalle, i malcapitati cercarono scampo nella galleria superiore, che da quell’episodio venne chiamata “Galleria del Testamento” o del “23 Ottobre”. Fortunatamente il mancato rientro degli speleologi in paese allarmò in tempo i soccorritori che, lavorando l’intera notte al chiarore di improvvisati falò, riuscirono a far abbassare le acque del sifone e a trarre in salvo i sepolti vivi. L’esplorazione La disavventura del 23 ottobre 1927 ebbe vasta eco e funse da prima efficace pubblicità per la grotta, che divenne ben presto meta di ricercatori e curiosi. Per rendere le visite più agevoli furono effettuati diversi interventi: allargamento dei punti troppo stretti o bassi, sistemazione di alcuni tratti del fondo e, soprattutto, una galleria artificiale lunga una quindicina

di metri, che permette di evitare il passaggio attraverso il primo sifone, facilmente allagabile. I sommozzatori forzarono ripetutamente la parte più interna della caverna, ma non riuscirono mai a sorpassare il “Lago Terminale”, la cui esplorazione è circondata tutt’oggi da un fascino arcano.

nella vita di qualsiasi pianta, ha determinato la drastica selezione dei vegetali che dall’ingresso della caverna si spingono verso l’interno. Al crescere del buio le specie si sono diradate e distribuite a seconda della loro maggiore o minore capacità di adattamento alla carenza di luce.

Ad occhi chiusi La temperatura costante, l’altissima umidità e la possibilità di nutrimento, legate alla costante presenza di acqua, sono condizioni favorevoli all’esistenza di una ricca fauna sotterranea: Lepidotteri, Aracnidi, Opilioni, Coleotteri, Ortotteri, Collemboli, Miriapodi, Anfipodi ed Isopidi. Gli studi effettuati sull’acqua del torrente hanno fruttato due specie interessantissime di acquisizione piuttosto recente per le tassonomie scientifiche: il Niphargus Galvagnii Ruffo, (minuscolo gamberetto lungo circa un centimetro e mezzo, cieco e depigmentato) e l’Isotomurus subterraneus Stach, (rarissima forma troglobia di collembolo). La flora cavernicola è costituita da troglofili e troglosseni, cioè da piante che crescono normalmente all’aperto ma che sanno adattarsi anche in condizioni ambientali particolari, a volte estreme. La luce, che è il fattore discriminante

Le unghiate dell’orso Già i primi esploratori avevano notato che la grotta recava in vari punti degli strani segni incavati nelle pareti, raccolti in gruppetti di cinque, quasi paralleli nella parte più bassa e poi allargati come a ventaglio verso l’alto. Negli anni Cinquanta queste incisioni vennero attribuite per la prima volta all’Ursus spelaeus Ros. Durante gli ultimi periodi del Quaternario, l’orso speleo delle caverne, contemporaneo all’uomo preistorico, era molto presente nelle grotte di tutte le Alpi. In Trentino, però, se ne hanno solo frammentari resti fossili e, perciò, la Grotta di Castello Tesino rimane tuttora l’unica caverna che conserva queste preziosissime tracce, presenti solo in pochissime altre località europee. Naturalmente il continuo lavorio di sedimentazione della grotta, anche oggi in piena attività, va progressivamente interferendo con il loro stato di conservazione.

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Tesino, un territorio ricco di meraviglie e sorprese


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SALUTE

La passeggiata in quota è un formidabile antistress

La montagna, una boccata di salute

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Con una vacanza in quota l’organismo riconquista il ritmo biologico. Per ottenere i massimi benefici sono necessarie almeno due settimane.

A

ndare in montagna è come partire alla conquista di un nuovo benessere. Le particolari condizioni climatiche e soprattutto i ritmi della vita in quota regalano all’organismo umano una “boccata” di salute. Vivendo a contatto con l’ambiente e soprattutto nel rispetto dei ritmi naturali il fisico e la mente si rilassano, lasciandosi alle spalle lo stress e i segni della frenetica vita di tutti i giorni. Orologio biologico in armonia In generale trascorrere un periodo di ferie lontano da casa impone sempre l’adattamento a ritmi diversi da quelli della normale vita lavorativa, perlopiù frenetici e stressanti. Questi effetti sono più marcati in montagna, perché essa offre un ritmo di vita molto più vicino a quello più naturale e sano per l’uomo. «La vacanza in quota – spiega il dottor Carlo Gargiulo, dal settembre 1996 conduttore, in qualità di medico in studio, della trasmissione “Elisir” – è scandita dall’alternanza luce-buio: durante il giorno ci si dedica ad attività sportive ed escursioni, la sera invece, si gode di tutto il tempo necessario per il riposo». Per questo chi soggiorna in montagna è porta-

to a svegliarsi presto per sfruttare al meglio l’illuminazione naturale e praticare attività all’aperto. Il tramonto scandisce il termine della giornata e interrompe lo sforzo fisico. Si rientra, dunque, accolti in un’atmosfera calda e familiare preparandosi nel modo migliore

IN CIFRE

41% 1,3 La popolazione italiana sedentaria

3,7

L’aumento L’aumento degli anni degli anni di vita con di vita con un’attività fisiun’attività ca leggera fisica elevata

8.000

120

I passi da fare ogni giorno contro il colesterolo

I giorni di vita media dei globuli rossi

ad affrontare le ore di riposo. E la mattina ci si sveglia con la luce naturale, senza sentire alcun fastidio nel passaggio dal sonno alla veglia. Tutto questo permette di rimettersi in sintonia con l’orologio biologico dell’organismo. Si riacquista così il ritmo fisiologico, generalmente alterato e forzato nella vita quotidiana cittadina. In questo senso la montagna è relax e tranquillità e la vita scorre a dimensione d’uomo.

mente. I suoni della montagna sono naturalmente più consoni al nostro organismo rispetto a quelli uditi al mare. «Il rumore delle onde con la sua ripetitività può risultare fastidioso e in certi casi produrre stress – ammette il dottor Gargiulo –; al contrario i silenzi della montagna, interrotti magari dal verso di un animale o dal fruscio delle foglie nei boschi, sono rilassanti per il nostro sistema nervoso».

Silenzi che rilassano Anche l’ambiente circostante, i paesaggi e soprattutto il loro silenzio contribuiscono in maniera rilevante a rilassare il fisico e la

Grandi benefici in 15-20 giorni Per ottenere questi benefici e prolungarli anche dopo il rientro in città bisogna dare al fisico il tempo

necessario per adattarsi e goderne. Per questa ragione dopo un anno stressante, il periodo minimo per entrare in sintonia con il proprio organismo è stimato in almeno 4-5 giorni, a cui se ne aggiungono altri 10-12 giorni per potere godere degli effetti benefici e dei vantaggi che la montagna può regalare. Infine, è consigliabile un’ultima giornata di pausa, al rientro a casa, prima di ricominciare il lavoro. Una vacanza in montagna, dunque, per valorizzarne al meglio i benefici, dovrebbe durare dai 15 ai 20 giorni. Investire in salute Rimettersi in linea con i ritmi naturali regala benefici che vanno oltre la vacanza, favorendo una migliore qualità di vita. I ritmi poco stressanti, un’alimentazione varia, più ricca di verdure fresche e genuina e un’aria poco inquinata possono anche favorire migliori aspettative di vita, perché questi fattori favoriscono l’eliminazione dei radicali liberi.


ALIMENTAZIONE

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Dal territorio prodotti eno-gastronomici dal sapore unico

La grande bontà del latte e dei formaggi di malga natura e ottimo da grattugia dopo 12-14 mesi.

Formaggio Vezzena

famiglia dei nostrani “d’arlevo o d’allevo”, che vanno allevati, cioè stagionati, a dovere. Apparentato con questi formaggi, anche se ottenuto con latte meno scremato, è il famoso “Vezzena” prodotto sugli Altipiani di Lavarone, Folgaria e Vezzena: si tratta di un formaggio semigrasso, a pasta semicotta e granulosa, di sapore leggermente piccante, eccellente da tavola dopo 3-4 mesi di stagio-

Le malghe La cultura dell’alpeggio è un’antica tradizione che sopravvive ancora oggi e può essere condivisa dagli ospiti che vanno alla scoperta della vita in quota. Concentrate prevalentemente in zone quali la Val di Sole, il Lagorai, la Rendena, l’Alta Valle di Non, l’Altopiano di Brentonico ed il Monte Baldo, le malghe, tipiche abitazioni dove i pastori trascorrono l’estate assieme alle greggi e alle mandrie che possono brucare l’erba dei pascoli, sono custodi della cultura e delle tradizioni secolari delle persone che vivono in montagna. In queste piccole realtà, lontane dai ritmi frenetici della vita di città, si allevano gli animali e si producono latte, burro e formaggio. La trasformazione del latte in alpeggio è resa

possibile in circa ottanta malghe, mentre il rimanente viene conferito ai caseifici di valle. Circa trenta malghe esercitano anche attività turistica, accogliendo i visitatori e illustrando loro il funzionamento di queste piccole aziende alpine. Adotta una mucca “Adotta una mucca” è invece una simpatica iniziativa, nata sul Lagorai, che consente di conoscere la natura incontaminata di queste montagne, nonché di avvicinarsi alla vita di malga e ai rituali che la caratterizzano. Permette a chi lo desidera di adottare a distanza uno di questi animali e di recarsi poi a fargli visita in malga durante il periodo dell’alpeggio, portandosi a casa i formaggi freschi e stagionati, ricotta, burro, tosella e latte. Ovvero, tutti i prodotti realizzati proprio grazie all’impegno della mucca “di casa”.

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n modo generico il formaggio prodotto nelle malghe del Trentino viene chiamato “Nostrano di Malga”. In realtà ogni malga ne produce uno proprio con caratteristiche irripetibili. In Val di Fiemme e nel Primiero vengono conferiti ai caseifici i nostrani di malga “a crosta lavata”. Tale denominazione deriva dal fatto che, durante la stagionatura, i formaggi vengono costantemente inumiditi con acqua salata: questa particolare lavorazione conferisce loro un caratteristico ed intenso aroma, oltre ad una consistenza morbida anche dopo una lunga stagionatura. Nelle zone della Valsugana si producono invece formaggi tendenzialmente meno grassi, perché viene data ancora molta importanza alla produzione di burro. Si tratta di qualità che possiamo inserire nella numerosa


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ALIMENTAZIONE

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Tutti a tavola: piatti semplici, ma saporiti Fra le tante buone ragioni che possono spingere a scegliere la Valsugana quale meta di una vacanza davvero speciale c’è sicuramente la gastronomia. Di origine prevalentemente contadina la cucina valsuganotta risente dell’influenza tirolese da un lato e veneta dall’altro.

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l piatto principe della Valsugana è senz’altro la polenta che, preparata con mais, grano saraceno o patate, va cotta “assolutamente” nel tipico paiolo di rame. Un tempo si accompagnava con quello che c’era: carne e formaggi quando c’era abbondanza, altrimenti con latte, fagioli, o cipolle. Oggi è il contorno per eccellenza di funghi, selvaggina, coniglio, spezzatino, gulasch e stinco di maiale. Altri piatti tipici sono i magnifici insaccati (tra i quali merita un accenno la classicissima lucanica trentina), gli strangolapreti o gnocchi verdi, i canederli, l’orzetto alla trentina (fatto con verdure e orzo), le trote salmonate e affumicate, la gustosa carne salada, il tonco de pontesel (spezzatino di carni miste e lucanica in umido), gli osei scampai (involtini di carne con pancetta e salvia), gli stinchi di maiale al forno, lo smacafam, il tortel de patate, la peverada (a base di burro, pan-

Un menu oltre la tradizione trentina

grattato, sale, pepe e brodo), i fasoi col conziero (lardo di maiale fuso) e i formaggi. Vengono poi i dolci: al primo posto le torte ai frutti di bosco o alle carote, seguite a ruota dal caratteristico zelten, dai lamponi con panna, dalla pinza de late, dalla torta di fregoloti, dalla torta

Polenta e spezzatino

Il tortel di patate

Simona, la torta del Vescovo, dai grostoli di carnevale e, naturalmente, dagli squisiti dolci a base di mele: strudel, crostate, frittelle e le balote de pomi. Prodotti tipici delle colture locali

spezzato e il capocollo. Straordinari sono pure gli insaccati di selvaggina, soprattutto i prosciutti di cinghiale e di cervo o i salametti di capriolo che vengono sezionati con la parte più pregiata del prosciutto di maiale e affumicati con legna e bacche di ginepro. Ottimi i vini: fra i bianchi lo Chardonnay, il Pinot Bianco, il Pinot Grigio, la Nosiola, il Müller Thurgau, il Traminer e il Moscato Giallo; fra i rossi il Teroldego, il Marzemino, il Lagrein, il Pinot Nero, il Merlot e il Cabernet. Da non dimenticare la famosa grappa trentina, in una delle sue tante, diverse aromatizzazioni: all’asperula, alla ruta, al ginepro, al miele, al mirtillo, alla pera, ecc. Assolutamente da provare il Parampampoli, caratteristico della Valsugana, ottenuto mescolando caffè, grappa, zucchero, vino e aromi vari. Prodotto tipico è infine l’acqua di Levico Terme e Vetriolo, le cui proprietà curative hanno dato risonanza internazionale a tutta la Valsugana, già due secoli fa. L’acqua oligominerale, frizzante, leggermente frizzante o naturale, è una delle più leggere in commercio.

sono il rinomato miele di montagna, le mele, le pere, le ciliege, i funghi e i frutti di bosco con relative conserve e confetture. A Roncegno c’è poi l’antica e rinomata produzione di castagne, di ottima qualità. Apprezzata a livello nazionale la produzione dei formaggi, fra i quali spicca il Vezzena, fresco o invecchiato, la ricotta di malga, fresca o affumicata, il grana trentino e la caratteristica tosela. Una grande specialità sono i salumi artigianali di Levico Terme, come la noce di prosciutto al pepe

In Valsugana, oltre alla cucina tipica locale, c’è anche il meglio della grande tradizione culinaria italiana. La valle infatti, pur appartenendo al mondo alpino, è sempre stata aperta agli influssi della cultura padana e veneta in particolare. Primi piatti come le tagliatelle, i ravioli, i tortelli e gli gnocchi sono quindi di casa in Valsugana. Per non parlare delle infinite varietà di condimenti per pasta, dei mille modi di cucinare la carne e le verdure, degli squisiti dessert e dell’immancabile caffè espresso. Di una cosa siate certi: tutti i ristoranti della valle vi serviranno la stessa varietà, la stessa ricchezza e la stessa qualità che potete trovare nel resto d’Italia. E se poi non volete perdervi la classica pizza, grande specialità di Napoli e delle regioni meridionali, sappiate che esistono ottimi pizzaioli anche in Valsugana.

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Viaggio negli aspetti eno-gastronomici della Valsugana


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