E lee la va in Filanda

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Serena Perego

E lee la va in filanda Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuschesi fra ‘800 e’900

città di

CERNUSCO SUL NAVIGLIO


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Serena Perego

E lee la va in filanda Donne e bambine al lavoro nei setifici cernuschesi tra ‘800 e ‘900


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Quaderni cernuschesi - n.2 anno 2013 Stampato nel mese di marzo 2013 da ROTOLITO LOMBARDO S.p.A. Via Brescia, 53/55 20063 Cernusco sul Naviglio (MI)


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La storia della nostra città è indubbiamente legata a quella delle filande. A metà dell’Ottocento, quando a Cernusco gli abitanti erano 2.300 - ben 13 volte meno quelli di oggi - di filande ce n’erano sette ed erano fonte di sostentamento per la gran parte dei cernuschesi. Molti contadini erano impegnati nell’allevamento del baco da seta di cui rivendevano il bozzolo alle filande in cui le filandére, donne spesso giovanissime, si occupavano delle fasi successive della lavorazione. Si trattava di un lavoro faticoso, a stretto contatto con acqua e umidità, cui dovevano aggiungersi, oltre alle numerose ore di fatiche nelle filande, anche quelle per i lavori domestici che, una volta a casa, andavano eseguiti. Il lavoro nelle filande, quindi, oltre ad essere declinato al femminile, era un’occupazione precaria, svolta in luoghi insalubri, con bassi salari e disciplina ferrea. Serena Perego ripercorre, in maniera scrupolosa e puntuale, la storia delle filande e la vita delle filandére, alcune delle quali hanno potuto rendere una testimonianza diretta del loro lavoro. La Cernusco di quegli anni è molto lontana da quella odierna, ma tra allora ed oggi si possono evidenziare alcuni tratti comuni. Innanzitutto i problemi legati al lavoro: in quegli anni si scioperava perché le condizioni di lavoro erano pessime e le paghe molto basse. Anche oggi molti si trovano in difficoltà perché il lavoro lo hanno perso o perché stanno per perderlo. Altro aspetto è la sicurezza del luogo di lavoro: come si evince dalla ricerca, le condizioni delle lavoratrici erano pessime, considerando anche la giovane età in cui cominciavano a lavorare; le lavoratrici rischiavano di ammalarsi, compromettendo gravemente il loro stato di salute. Oggi per fortuna il lavoro minorile è vietato, ma il tema degli infortuni o morti sul lavoro è ancora un problema che grava nella nostra società. Terzo aspetto, ma di tutt’altro tenore, riguarda la Filanda, l’ex filanda Gavazzi. Allora era quella con più lavoratori anche più di 200 - era la più importante e attorno ad essa ruotava la vita di Cernusco. Oggi, o meglio d’ora in avanti, quella stessa struttura - la Nuova Filanda - rinata e trasformata in luogo dedicato a tutti i cernuschesi - bambini, adulti e anziani - tonerà ad essere il centro vivo e attivo di una Cernusco che, con la consapevolezza del proprio passato, guarda al futuro. Per concludere, un ringraziamento a Serena Perego e all’Associazione UDI “Donne di oggi”: grazie al loro lavoro viene tenuta viva una pagina importante della storia della nostra città.

L’ Assessore alle Culture Rita Zecchini

Il Sindaco Eugenio Comincini


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Un percorso che unisce le donne di ieri e le donne di oggi É con gioia e soddisfazione che presentiamo questo libro di ricerca storica. Quando, anni fa, l’Amministrazione comunale di Cernusco sul Naviglio ha deliberato di ristrutturare l’edificio della vecchia filanda Gavazzi e, in seguito, di farne un uso collettivo come centro di socialità e di cultura diffusa, noi donne dell’UDI abbiamo pensato che una cosa fosse necessario fare: tenere vivo il ricordo del fatto che la Filanda, tra il 1800 e il 1900, era stata un luogo di lavoro, e di lavoro essenzialmente femminile, dove giovani e giovanissime donne, costrette dal bisogno ad un’attività molto faticosa e malpagata, spesero gli anni migliori della loro vita. Ma poco si conosceva di queste donne, chi fossero, da dove venissero, quale fosse esattamente la loro attività lavorativa, se avessero mai provato a lottare contro quelle condizioni di costante sfruttamento. Abbiamo allora deciso di compiere una ricerca storica approfondita sulle donne della filanda, affidandola a Serena Perego, laureata in Scienze dei Beni culturali. Abbiamo condiviso con lei la curiosità storica e la vicinanza alle donne di un tempo, in un ideale percorso che unisce le donne di ieri, segnate dalle enormi difficoltà vissute nei due secoli scorsi, alle donne di oggi, che, pur vivendo una realtà sociale migliore, molte lotte devono ancora fare perché la società tutta riconosca loro una effettiva parità di diritti nel lavoro, nella politica, nelle relazioni. Un grazie caloroso a Serena, alle signore, ex lavoratrici della filanda, che ci hanno affidato la loro testimonianza, e a tutti coloro che hanno dato un prezioso contributo alla ricerca. Infine un ringraziamento speciale all’Amministrazione di Cernusco s/N, che ha permesso che la storia delle filande e delle “filandére’”possa essere conosciuta e diventare un valore per tutta la comunità.

8 marzo 2013 Gruppo U.D.I. “Donnedioggi” Cernusco e Martesana


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INTRODUZIONE RICORDARE LE FILANDÉRE PER NON DIMENTICARE LA CERNUSCO DI ALLORA Purtroppo non ho conosciuto la madre di mia nonna paterna, è morta molto prima che nascessi. Di lei so che si chiamava Maria e che faceva la filandaia, o meglio, la filandéra, come si diceva in dialetto. Spesso ho cercato di immaginarla mentre tornava a casa dal lavoro, stanca e con le mani rovinate dall’acqua bollente delle bacinelle in cui venivano immersi i bozzoli, come nei racconti di mia nonna. La bisnonna Maria fa parte di quei personaggi che nel mio immaginario, fin da bambina, popolano la Cernusco di allora dei racconti dei miei nonni, quella della campagna, dei fossi, delle cascine e dei contadini, dei bachi da seta, delle filande e delle filandére. Una Cernusco ormai scomparsa, o che sta scomparendo, la cui memoria storica ritengo valga la pena di essere conservata; per questo motivo ho accettato la proposta delle donne del Gruppo UDI (Unione Donne in Italia) “Donnedioggi” di scrivere un testo che ricordasse il lavoro di alcune delle protagoniste della vecchia Cernusco: le filandére appunto. Il libro che ne è scaturito, sebbene interamente scritto da me, è stato ideato in collaborazione con le donne dell’UDI ed è frutto di un lavoro collettivo per quanto riguarda la ricerca nell’Archivio Comunale della città e la ricerca delle testimonianze orali. Prima di concentrarsi sul lavoro delle donne nei setifici cernuschesi, si è innanzitutto tracciato il quadro della situazione della gelsibachicoltura e dell’industria della seta a Cernusco, analizzando i dati relativi al numero dei setifici attivi tra Otto e Novecento, al personale in essi occupato ed alla loro produttività, descrivendo le varie fasi del processo produttivo e sottolineando, infine, il ruolo di primo piano giocato dalla Gavazzi, la più longeva filanda della nostra città, alla storia dei cui proprietari si è deciso di dedicare un approfondimento in appendice. Nel seguire il filo della storia dell’industria serica cernuschese, si è fatto ricorso, oltre che a testi di carattere generale sull’argomento, alla storiografia locale e, soprattutto, ai documenti originali conservati nell’Archivio Comunale della città, che si è rivelato uno scrigno di preziose informazioni. Sottratti all’oblio, al buio ed alla polvere, i documenti sono stati riportati alla luce del sole e pazientemente decifrati; i più significativi vengono inoltre


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presentati in copia, per essere mostrati ai lettori in tutto il loro interesse storico. La sezione principale del libro è dedicata appunto a loro, le filandére, e al loro lavoro all’interno dei setifici cernuschesi. Chi erano queste donne? Quanti anni avevano? Da che paesi e famiglie provenivano? Che tipo di mansioni svolgevano? Quante ore al giorno lavoravano? E quanto guadagnavano? Sono solo alcune delle domande che ci si è poste. Si è così tracciato una sorta di identikit delle nostre filandaie, si è scoperto quanto fosse pesante, pericoloso per la salute e malpagato il loro lavoro, ma anche come, nonostante ciò, molte di loro possedessero un’innata allegria e gioia di vivere, che manifestavano in particolar modo nei canti che intonavano durante il lavoro, canti che esprimevano i loro sogni e i loro desideri. Per ricostruire il profilo delle filandére e le loro condizioni lavorative, oltre ai testi di storiografia locale, si sono utilizzati, in particolar modo, i documenti d’archivio, relativi soprattutto alla più importante filanda cernuschese, la Gavazzi, e le testimonianze di alcune donne che lavorarono nei setifici cernuschesi o che conobbero chi vi lavorò. Le preziose testimonianze rilasciateci dalle signore Lucia Moioli, Assunta Perego e Maria Sala, le quali lavorarono alla filanda Gavazzi negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso, in particolare, sono state riportate per intero in un capitolo a parte. A loro e alle altre nostre testimoni vanno nuovamente i miei più sentiti ringraziamenti, per aver fatto in qualche modo rivivere, attraverso le loro parole, le filandére, e con esse la Cernusco di allora, offrendo il proprio prezioso contributo all’essenziale impegno di conservazione della memoria storica della nostra città. Serena Perego


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INDICE 13 LUNGO IL FILO DELLA STORIA: GELSIBACHICOLTURA E INDUSTRIA DELLA SETA A CERNUSCO SUL NAVIGLIO TRA OTTO E NOVECENTO. 35 « E MÌ SON CHÌ IN FILANDA»: IL LAVORO FEMMINILE NEI SETIFICI CERNUSCHESI 69 SUL FILO DEI RICORDI: LE TESTIMONIANZE DELLE DONNE CHE LAVORARONO ALLA FILANDA GAVAZZI 75 I SIGNORI DELLA SETA: STORIA E ATTIVITÀ DELLA FAMIGLIA GAVAZZI


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CAPITOLO I LUNGO IL FILO DELLA STORIA: GELSIBACHICOLTURA E INDUSTRIA DELLA SETA A CERNUSCO SUL NAVIGLIO TRA OTTO E NOVECENTO. Al fervido pregar de la cultrice De’ bachi, col Bambin da’l Ciel discende La Vergin santa. «Il prego tuo – le dice – M’è grato, ma ben folle è chi s’attende Che, sol pregando, giunga a buon fine l’opra, Se la mente ed il braccio non adopra»1.

1.1 La regione della seta: breve storia della produzione e lavorazione della seta in Lombardia La regione italiana che per prima iniziò a coltivare i bachi da seta fu, nel XII secolo, la Sicilia, dove vennero introdotti da re Ruggero (1095-1154). La lavorazione della seta si diffuse poi in Calabria, Toscana, Veneto e Lombardia, dove fu introdotta per la prima volta nel Quattrocento, nel Ducato di Milano, ad opera di Filippo Maria Visconti. Incentivata da Galeazzo Maria Sforza, con l’ordine che si piantassero cinque alberi di gelso ogni dieci pertiche di terreno e, soprattutto, da Ludovico Sforza2, essa trovò in Lombardia un ambiente favorevole, anche grazie alla grande disponibilità di acqua, necessaria per le varie fasi della lavorazione e per far funzionare le ruote dei mulini che azionavano le macchine. La qualità del prodotto lombardo raggiunse in questo periodo notevoli livelli. Nei secoli immediatamente successivi nella nostra regione la produzione della seta subì un andamento oscillante: ancora florida nel Cinquecento, entrò in crisi nel Seicento, durante la dominazione spagnola, soprattutto per la difficoltà di reggere la concorrenza dei drappi prodotti a 1 Preghiera composta dal conte Alfonso Visconti di Saliceto (ultimo discendente di Pierfrancesco Visconti, primo feudatario di Saliceto, ed erede delle proprietà degli Alari) ad accompagnamento di una stampa popolare, dal titolo La Madonna protettrice del raccolto dei bozzoli, edita nel 1895 a cura dell’Istituto bacologico fondato dal conte stesso, il quale si interessò attivamente di bachicoltura. La stampa attesta l’importanza che a Cernusco rivestì la produzione della seta. (Cfr. E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, Cernusco sul Naviglio. Il catasto racconta. Dai catasti asburgici la storia socioeconomica di Cernusco, Cooperativa Intermedia, Radio Martesana, Centro Puecher, Cooperativa Fraternità, Cernusco sul Naviglio, 1985, p. 154). 2 Una leggenda vuole, infatti, che il soprannome di Ludovico, “Il Moro”, derivi proprio dalla mora del gelso e pare che una foglia di gelso fosse il suo simbolo.

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Lione, per poi riprendersi nel Settecento, secolo in cui si diffuse anche nei centri minori, in particolar modo nelle terre appartenenti al Ducato di Milano, incentivata dalla politica del governo austriaco di concedere agevolazioni fiscali ai bachicoltori e di sviluppare a corte e presso i ceti più alti l’uso della seta. Nella seconda metà del Settecento la produzione di foglie di gelso aumentò e nell’ultimo ventennio del secolo crebbero sia il numero dei filatoi attivi sia la loro capacità produttiva. Dopo una battuta d’arresto durante le campagne napoleoniche in Italia, la situazione dell’industria serica lombarda migliorò con il ritorno degli austriaci nel 1814, tanto che l’allevamento del baco da seta rappresentò, nella prima metà dell’Ottocento, l’attività principale dell’agricoltura asciutta lombarda: la Lombardia era, infatti, la regione italiana con la maggiore produzione di bozzoli; nel 1841 la seta prodotta nella nostra regione rappresentava ben il 62-63% del totale del Regno Lombardo-Veneto3 e l’esportazione delle sete lombarde raggiunse livelli notevoli. Ai primi dell’Ottocento, inoltre, un’importante innovazione tecnica segnò una svolta decisiva nel funzionamento delle filande: l’introduzione del vapore come nuova fonte di energia. La prima macchina che sfruttava il vapore fu brevettata nel 1805 dal francese Gensoul: essa utilizzava il vapore prodotto da una caldaia centrale per riscaldare l’acqua nelle bacinelle in cui venivano srotolati i bozzoli, tramite un sistema di tubi; ciò permetteva di risparmiare fino ai due terzi del combustibile e di produrre una seta più pulita e regolare. La prima filanda che, nel 1815, adottò il metodo di trattura della seta a vapore fu quella del conte comasco Luigi Porro Lambertenghi. Nei decenni seguenti le filande a vapore, che utilizzavano, cioè, il vapore prodotto da una caldaia per riscaldare l’acqua delle bacinelle e soddisfare il fabbisogno dell’intera filanda, iniziarono a soppiantare quelle precedentemente esistenti, dette “a fuoco diretto”, in quanto alimentavano i fornelli che riscaldavano l’acqua nelle bacinelle a fuoco di legna o torba. L’applicazione del vapore comportò profondi cambiamenti nell’organizzazione di tutta l’industria serica: innanzitutto rese necessaria la diffusione del sistema di fabbrica, poiché imponeva una soglia dimensionale minima agli stabilimenti; rese inoltre possibile trasformare il lavoro in filanda da un’attività stagionale ad una continuativa4 e, infine, attirò verso l’industria serica veri e propri imprenditori specializzati. A metà Ottocento si verificò però un brusco arresto della produzione serica, italiana ed europea in generale, a causa della pebrina, una malattia contagiosa 3

Dato riportato in E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, op. cit., p. 152. Grazie al fatto che il calore del vapore irradiato dai tubi poteva servire a riscaldare l’ambiente in inverno e a far ottenere seta asciutta anche nelle giornate più umide.

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ed incurabile che colpì i bachi. Grazie tuttavia al commercio di seme-bachi provenienti dal Giappone, ai progressi tecnici nella bachicoltura5 ed allo spostamento dell’attenzione dalle fasi iniziali della lavorazione alla fase finale della filatura, attorno al 1870 l’Italia ritornò sui livelli precedenti la crisi. La seta, negli anni 1867-70, costituiva il 32% delle esportazioni italiane e la Lombardia, in cui si concentrò l’incremento della filatura, all’indomani dell’unificazione occupava il primo posto nella produzione nazionale. Per tutto l’Ottocento l’industria della trattura e della filatura della seta svolse quindi nella nostra regione un ruolo trainante nel passaggio dall’economia agricola a quella industriale, trovando a Milano il proprio centro di commercializzazione con l’estero. Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’industria serica italiana raggiunse la piena maturità e si mantenne florida fino all’entrata in guerra dell’Italia, nel 1915. Dopo una battuta d’arresto dovuta alla guerra, il declino irrimediabile del settore serico avvenne, non solo in Italia ma a livello mondiale, intorno alla metà dello scorso secolo, quando la Grande Crisi del 1929 ed il secondo conflitto mondiale ridussero drasticamente il consumo di un bene di lusso come la seta. Nel dopoguerra, soprattutto a causa della concorrenza del Giappone e della Cina, oltre che delle fibre sintetiche, l’Europa finì per abbandonare la produzione della seta6.

1.2 Sotto l’ombra del gelso: Cernusco e la gelsibachicoltura Anche Cernusco si inserisce nel quadro sopra descritto: già nel Settecento la coltura del gelso era florida (secondo i dati del Catasto teresiano, redatto nella prima metà del secolo, le piante di gelso erano infatti 3.7157) e nei primi anni dell’Ottocento, quando il paese contava 2.300 abitanti e le colture più diffuse erano il grano, il granoturco, il foraggio e la vite, i maggiori proventi della rendita agraria derivavano proprio dalla gelsicoltura8. Lo sviluppo generale

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In Lombardia nella seconda metà dell’Ottocento l’ingegner Susani creò in Brianza un Istituto bacologico con lo scopo di selezionare razze di bachi più resistenti alle malattie; nel 1871 il deputato Luigi Luzzatti, futuro Ministro dell’Agricoltura nel 1909, istituì a Padova la Stazione bacologica sperimentale, le cui finalità erano la conservazione e il miglioramento delle razze del baco e il coordinamento delle attività di ricerca sulla gelsicoltura e bachicoltura. 6 Per questo excursus cfr. A. Dumassi, L’età della seta: gelsibachicoltura e produzione della seta in Lombardia e nel Varesotto, «Lombardia Nord-Ovest» n. 2, 2002, pp. 38-39-40. 7 Cfr. B. Perego, Agricoltura e vita contadina a Cernusco sul Naviglio, Litotipografia S. Teresa, Cernusco sul Naviglio, 2007, p. 12. 8 Cfr. S. Bruno, G. Sorisi, Cernusco sul Naviglio attraverso la storia e le sue cartoline, Editrice la Martesana, Cernusco sul Naviglio, 1994, p. 44. 15


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dell’industria serica in Lombardia a metà Ottocento ebbe ripercussioni anche a livello locale: il numero delle piante di gelso a Cernusco passò infatti dalle 3.715 del 1754 alle 28.341 della metà dell’Ottocento9, anche grazie agli ingenti guadagni dovuti all’aumento dei prezzi dei bozzoli. Non a caso proprio in questo periodo si diffuse il detto: «L’ombra del gelso è l’ombra dell’oro». Per molte famiglie contadine cernuschesi, che non navigavano certo nell’oro, l’allevamento dei bachi da seta e la vendita dei bozzoli costituiva un’importante fonte di reddito, che andava ad integrare le insufficienti rendite derivanti dal lavoro dei campi. Tale attività veniva svolta in casa e ad essa prendeva attivamente parte tutta la famiglia. A maggio le uova del baco da seta (nome scientifico Bombyx mori10, chiamato in dialetto cavalèe) venivano messe a schiudere; l’incubazione durava otto-dieci giorni. Una volta nati, i bachi venivano posti su grandi tavole rettangolari rivestite di fogli di carta e sostenute da impalcature in legno a vari piani, in locali ben riscaldati, dal momento che avevano bisogno di una temperatura costante di 18-20 gradi. I bacolini venivano nutriti con foglie di gelso (dette murùn in dialetto) triturate, raccolte nel pomeriggio, momento in cui si verifica in esse il massimo accumulo di zucchero, conservate durante la notte nel locale più fresco della casa e date loro in pasto la mattina successiva. In circa quaranta giorni la larva subiva un grande sviluppo, aumentando in lunghezza da 3 mm a 9 cm e arrivando a pesare 4 grammi. Il periodo larvale del baco si componeva di una successione di fasi di crescita e riposo: in quaranta giorni dormiva quattro volte, in corrispondenza delle quattro mute della pelle. Ad ogni successivo stadio della crescita occorreva fornire al baco una quantità sempre maggiore di foglie di gelso (cinque o sei volte al giorno, anche durante la notte, a intervalli regolari), nella cui raccolta e somministrazione era impegnata tutta la famiglia, che doveva inoltre pulire costantemente le tavole, sporcate dai nauseabondi escrementi dei bachi. Al termine dell’ultima muta, raggiunto il massimo sviluppo, i bruchi erano pronti per “salire al bosco” e necessitavano di un luogo adatto per tessere il loro bozzolo (chiamato in dialetto galèta): a questo scopo, i contadini provvedevano a fornirli di fascine o mannelli di ramaglia (il cosiddetto “bosco”), che venivano messi al centro delle tavole. Dopo tre o quattro giorni il bozzolo era terminato, dopo otto-dieci giorni il

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Dato riportato in E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, op. cit., p. 152. Appartenente all’ordine dei lepidotteri, il baco da seta è la specie più nota della famiglia Bombycidae. Scoperta in Cina più di 4.000 anni fa e appresa dai popoli confinanti 2.400 anni fa, la seta fu importata in Europa intorno al 552 d.C. grazie a due monaci dell’ordine di San Basilio, che, secondo la tradizione, su incarico dell’imperatore Giustiniano, trafugarono alcune uova e qualche bruco e li celarono all’interno di bastoni cavi per trasportarli di nascosto dalla Cina in Europa, dando così origine all’industria europea della seta. 10

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baco si trasformava in crisalide e il bozzolo era pronto per la raccolta. A questo punto i bozzoli, bianchi o gialli paglierino, dopo essere stati staccati dai rametti dalle donne e dai bambini, venivano puliti e selezionati in base alla grandezza, alla lucentezza e alla forma. In alcuni allevamenti i bozzoli venivano in seguito scottati con vapore acqueo per uccidere la crisalide all’interno e immersi in bacinelle di acqua calda per rammollire e staccare il filo elementare della bava sericea secreta dal bruco. Poi, dopo aver individuato i capi dei fili elementari o filamenti (le cosiddette “bave”), le donne e i bambini li facevano passare nei fori di tre dischetti di porcellana posti sulla superficie dell’acqua e poi li avvolgevano intorno a un legno levigato, formando una matassa. Di solito, però, queste ultime delicate operazioni non venivano praticate negli allevamenti casarecci, che preferivano vendere subito tutti i bozzoli ottenuti (in media oltre 40 chilogrammi all’anno) alle filande, dove venivano svolte tali successive lavorazioni11. L’allevamento del baco da seta continuò ad essere un’attività largamente praticata dalle famiglie contadine di Cernusco nei primi decenni del Novecento, come dimostrato da un documento da noi reperito presso l’Archivio Comunale12, che elenca 304 produttori diretti di bozzoli nell’anno 1932, per una produzione totale di 18.449, 20 chilogrammi di bozzoli, ovvero circa 18 tonnellate e mezzo. La gelsibachicoltura fu promossa, durante il regime fascista, dalle campagne bacologiche intraprese da Mussolini, che miravano ad incentivare l’industria serica, considerata tra le più caratteristiche attività economiche italiane, attraverso vari provvedimenti, quali, per esempio, la concessione di premi di produzione sui raccolti a favore dei bachicoltori e di premi di produzione sulla seta greggia a favore dell’industria della filatura. Che le campagne bacologiche e la propaganda che le accompagnava venissero svolte anche a Cernusco è confermato da una missiva conservata in Archivio Comunale13, datata 15 maggio 1935 e indirizzata alla Regia Prefettura di Milano, in cui si afferma che la propaganda venne eseguita sia su larga scala dalle organizzazioni competenti sia nello specifico dall’Unione Provinciale Agricoltori, dal Comune, dalla Cattedra Ambulante di Agricoltura e dalla Cooperativa Agricola locale, con apposite conferenze rivolte agli agricoltori. Un altro importante soggetto citato per il suo coinvolgimento nella propaganda per la campagna bacologica è la Società Anonima Pietro Gavazzi, proprietaria della più importante filanda esistente a Cernusco a quel tempo, la filanda Gavazzi appunto, di cui si parlerà 11

Cfr. S. Bruno, G. Sorisi, op. cit., p. 52 e B. Perego, op. cit., p. 31. Archivio Comunale di Cernusco sul Naviglio (d’ora in poi ACCSN), cart. 135, cat. XI, cl. 1, f. 1. 13 ACCSN, cart. 135, cat. XI, cl. 1, f. 3. 12

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estesamente in seguito. A proposito della Gavazzi, si afferma infatti che «la S.A. Pietro Gavazzi, esercente in luogo uno stabilimento per la filatura della seta, in persona del suo Direttore sig. Carnovali Federico, ha effettuato in luogo la propaganda per l’allevamento dei bachi, apponendo altresì nello stabilimento locale un cartello d’invito alla maestranza per detta coltivazione». Tale circostanza viene peraltro confermata in una lettera custodita in Archivio14, datata 8 maggio 1935, scritta dal senatore Lodovico Gavazzi in persona, presidente della Società Anonima Pietro Gavazzi, con queste parole: «Il direttore di quel nostro setificio, ottemperando ai nostri ordini, si è dato ogni premure per invitare quei contadini a vincere la loro riluttanza a provvedere il seme bachi necessario pel loro allevamento e la conseguente produzione dei bozzoli. Essi avrebbero aderito soprattutto nella convinzione che per tal modo sarebbe stato assicurato il lavoro alle 180 operaie addette alla nostra filanda, operaie provenienti appunto dalle famiglie coloniche». Le campagne bacologiche si intensificarono negli anni seguenti: in una comunicazione conservata presso l’Archivio Comunale15 (vedi pagina seguente), datata 21 febbraio 1940 e indirizzata dall’Unione Provinciale di Milano della Confederazione Fascista Agricoltori ai podestà e segretari politici dei Comuni interessati all’allevamento dei bachi, si afferma, con tipica retorica fascista, che «ogni energia di propaganda va mobilitata al nobile scopo di dare alla Patria questo oro, che è la seta!»; a tal fine «ogni accorgimento va usato per stimolare al massimo la messa al covo del seme, fino al totale impiego delle disponibilità di foglia di gelso!». Nelle aspirazioni della Confederazione Fascista Agricoltori la Provincia di Milano avrebbe dovuto portare la sua produzione di bozzoli «verso il milione e mezzo di chili», ambiziosa meta, per raggiungere la quale sarebbe stato necessario allevare «almeno 25.000 once di seme bachi16 e cioè 7.000 once di più delle 18.000 del 1939, tremila once di più delle 22.000 dell’anno delle sanzioni, il 1937!». A tale sforzo produttivo «nessuna famiglia agricola, che possa, deve rimanere assente!»; per dimostrare la loro gratitudine per l’accoglimento da parte del Duce della loro richiesta di innalzare il prezzo dei bozzoli a 15 lire il chilo, le «masse rurali» sono chiamate a impegnarsi «nel compimento, con slancio intero e completo, del proprio dovere produttivo». Al dovere produttivo dei contadini, finalizzato allo scopo, perseguito dal regime fascista, di rendere l’Italia economicamente autosufficiente in ogni 14

Ibidem. Ibidem. 16 Ogni oncia (28 grammi) di “seme” era formata da 53.000 uova e avrebbe dovuto dare 40.000 bozzoli, cioè circa 80-85 chilogrammi (Cfr. B. Perego, op. cit., p. 31). 15

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Comunicazione indirizzata nel 1940 ai podestà e ai segretari politici dei comuni interessati all’allevamento dei bachi, contenente indicazioni ed esortazioni per la campagna bacologica


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campo, si fa riferimento anche in un’altra comunicazione17 (vedi pagina seguente), datata 11 aprile 1939 e indirizzata dal Consorzio Agrario Cooperativo di Lodi, Milano e Pavia al podestà di Cernusco: «Allevare bachi significa esercitare quell’azione di solidarietà produttiva che il Paese chiede in ogni settore per i bisogni della sua indipendenza economica, politica, militare». Era quindi necessario «fare ogni sforzo» perché la produzione fosse «completa» e «totale», dal momento che «produrre bozzoli significa dare seta alla Patria. Cioè una materia di esportazione che si tramuta in oro autentico, per le esigenze della Nazione in armi!». Con l’entrata in guerra dell’Italia, nel giugno 1940, le campagne bacologiche vennero ulteriormente intensificate, allo scopo di rendere la nazione sempre più autosufficiente anche nel campo dell’industria serica e di produrre la seta necessaria ad essere utilizzata in alcuni settori dell’industria bellica. In un interessante manifesto alla cittadinanza custodito presso l’Archivio Comunale della città di Gorgonzola18 (vedi pagina 22), datato 1941, si afferma infatti che, poiché «nello stato attuale di emergenza la Nazione richiede una cospicua produzione di bozzoli per i quali è stato già fissato un buon prezzo, che deve incoraggiare tutti gli agricoltori ad una intensa coltivazione nell’interesse del Paese», nella provincia di Milano «il massimo della foglia di gelso deve essere impiegata per il massimo allevamento di bachi». A tal fine il podestà si fa carico di divulgare il Decreto 17 marzo 1941 del Prefetto di Milano, con il quale si vietava sia l’abbattimento dei gelsi vivi, salvo previa autorizzazione della Regia Prefettura, sia il taglio invernale dei rami di un anno e di due anni, e addirittura si sottoponevano a requisizione le foglie dei gelsi non utilizzate per l’allevamento dei bachi. Al termine di questo excursus storico, vogliamo concludere il discorso sull’allevamento del baco da seta a Cernusco riportando l’interessante testimonianza rilasciata negli anni Novanta dello scorso secolo dalla signora cernuschese Angela Perego, che descrive tale attività con gli occhi di chi ne prese attivamente parte e conferma l’importanza che essa ebbe in passato per le famiglie contadine della nostra città: Per noi vecchi cernuschesi l’allevamento del baco da seta ha significato molto, e non solo sotto il profilo economico. Erano gli anni Trenta e ricordo che d’estate la mia mamma andava a prendere i bachi ancora giovani dalla contessina Valentina Visconti di Saliceto19, alla villa Alari, poiché era lei l’impor17

ACCSN, cart. 135, cat. XI, cl.1, f. 3. Archivio Comunale di Gorgonzola, cart. 87, cat. XI, cl.1, f. 4. 19 Figlia di Alfonso Visconti di Saliceto. 18

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Altro documento, datato 1939, che si inserisce nell’ambito dell’attività di propaganda fascista per l’allevamento del baco da seta


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Manifesto alla cittadinanza del 1941, recante l’ingiunzione di non abbattere gelsi vivi senza autorizzazione


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tatrice, la concessionaria di zona come diremmo oggi. Ricordo che poi, velocemente, i miei familiari liberavano un locale, di solito era la nostra camera da letto, e noi bambini ci si adattava come si poteva, per far posto alle tavole su cui venivano messi i bruchi. Questo di per sé era già un avvenimento lieto e solenne insieme: lasciare il posto a tanti piccoli bachi e contribuire alla raccolta dei rami di gelso […] Non si finiva mai di sminuzzare foglie per quegli instancabili divoratori! […] Quando i bozzoli erano completati portavamo questi fasci in cortile e insieme, grandi e piccoli, davamo una mano a levare con delicatezza questi bellissimi bozzoli dorati […] Con la vendita dei bozzoli alla filanda si chiudeva un ciclo, una stagione il cui ricavato forniva una integrazione preziosa al bilancio familiare che nella famiglia contadina era ridotto al minimo. Ecco perché si lasciava la stanza migliore ai bachi, e noi bambini la offrivamo volentieri, e quanta trepidazione durante tutto il periodo dell’allevamento, quanta acqua benedetta spruzzata sulle pareti all’insegna di tanti galett (tanti bozzoli)20.

1.3 Filande e filatoi: storia dell’industria della seta a Cernusco tra Otto e Novecento Oltre all’allevamento del baco, a Cernusco si sviluppò una vera e propria industria della seta, che divenne particolarmente florida a metà Ottocento: nel 1844 vi erano infatti ben tredici filande attive21. In un prospetto degli stabilimenti industriali esistenti a Cernusco nel 1844, conservato nell’Archivio Comunale della nostra città22, viene descritta una di esse: la filanda dei fratelli Gavazzi, sita in piazza dei Gelsi (attuale piazza Gavazzi), destinata a divenire la più importante di Cernusco. Nel documento si considerano separatamente la filanda e l’incannatoio23 che, come specificato, si trovano l’una al primo piano dello stabilimento, in un locale «ampio e ben ventilato», l’altro al piano

20 Testimonianza rilasciata negli anni Novanta del Novecento dalla signora Angela Perego. Copia in possesso dell’Autrice. 21 Cfr. S. Mandelli, Cernusco Novecento. Profilo storico e testimonianze dal 1900 al 1950, Bine, Cernusco sul Naviglio, 1984, p. 13. 22 ACCSN, cart. 135, cat. XI, cl. 2, f. 1. 23 Ovvero il luogo dove, come si vedrà in seguito, veniva effettuata la torsione della seta su macchine dette incannatoi.

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terreno, anch’esso in un locale «asciutto, ampio e ben ventilato». Pochi anni dopo, nel 1847, si contavano invece sette filande attive, con un prodotto annuo di seta filata di 27.000 libbre, e due filatoi, che producevano seta lavorata in trama per una quantità annua di 5.800 libbre24. Oltre alle aziende maggiori, vi erano poi anche piccoli laboratori a conduzione pressoché familiare, con un numero esiguo di donne addette, che svolgevano un’attività funzionale alle imprese più grandi25. Delle sette filande esistenti nel 1847, le più grosse erano quelle dei fratelli Gavazzi, del nobile Alberto Keller (in contrada Larga, attuale via Cavour) e di Nicolò Bonsignore (nella piazza Parrocchiale, attuale piazza Matteotti); di dimensioni minori erano quelle di Vincenzo Carini (in contrada Larga), proprietario anche di un filatoio, di Giuseppe Tizzoni (nella contrada di S. Antonio, attuale piazza Padre Giuliani), di Federico Tizzoni (in piazza Parrocchiale, attuale Piazza Matteotti) e di Luigi Gadda (in contrada Lodigiana, attuale via Balconi), anch’egli proprietario di un filatoio26. I documenti relativi alle filande di metà Ottocento conservati nell’Archivio Comunale, per quanto lacunosi, contengono alcune preziose informazioni: in un prospetto delle filande di Cernusco relativo all’anno 184727 (vedi pagina seguente) vengono infatti citate le filande Gavazzi, Keller e Bonsignore e per ognuna di esse vengono riportati dati riguardanti il numero delle caldaie utilizzate e il modo in cui venivano riscaldate, il numero di aspi28, il numero delle persone occupate e la quantità di seta filata. Da tali dati si evince che la Gavazzi era dotata di 80 caldaie a vapore alimentate a torba e 80 aspi a motore animale (due buoi); le persone occupate erano in tutto 106, di cui quattro uomini, 90 donne e 12 ragazze maggiori di 14 anni; la quantità di seta filata era di 6.500 libbre circa. La Keller, dotata di 72 caldaie a vapore alimentate con legna e lignite e di 72 aspi a forza umana, impiegava 7 uomini, 85 donne e 72 ragazze, in parte maggiori e in parte minori di 14 anni, per un totale di 164 persone, e produceva circa 6.600 libbre di seta filata. La Bonsignore, in ultimo, era dotata di 52 caldaie a legna e di altrettanti aspi a forza umana; il personale era formato da un totale di 113 persone, di cui quattro uomini, 57 donne e 52 ragazze, in parte maggiori e in parte minori di 14 anni, che producevano circa 6.000 libbre di seta filata. 24

Dato riportato in E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, op. cit., p. 152. Si noti che una libbra piccola equivale a 0,327 chilogrammi. 25 Cfr. S. Mandelli, op. cit., p. 13. 26 Cfr. ivi, pp. 13-14. 27 ACCSN, cart. 135, cat. XI, cl. 2, f. 1. 28 Macchine che servivano ad avvolgere il filo per formare matasse. 24


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Prospetto delle filande di Cernusco nell’anno 1847


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Per quanto riguarda le filande più piccole, sappiamo che la Giuseppe Tizzoni usava 20 caldaie a legna ed altrettanti aspi a forza umana e impiegava due uomini, 20 donne e 20 ragazze per produrre 3.500 libbre di seta filata. La Vincenzo Carini era dotata dello stesso numero di caldaie, aspi e persone occupate, per una produzione di circa 2.000 libbre di seta; il filatoio Carini utilizzava invece 144 aspi a forza animale e impiegava quattro uomini e un ragazzo per produrre circa 4.000 libbre di seta lavorata in trama in nove mesi. La Federico Tizzoni, con 14 caldaie a legna, 14 aspi a forza umana e 29 addetti, di cui un uomo, 14 donne e 14 ragazze, produceva 1.500 libbre di seta filata. La Luigi Gadda, dotata di 10 caldaie a legna e di altrettanti aspi a forza umana, impiegava 21 persone, di cui un uomo, 10 donne e 10 ragazze per produrre 900 libbre di seta filata; il filatoio Gadda, infine, era dotato di 120 aspi a forza umana e impiegava tre uomini e un ragazzo per produrre 1.800 libbre di seta in trama in circa sei mesi29. Da un altro documento30, risalente sempre agli anni Quaranta dell’Ottocento, in cui vengono descritte le filande una ad una, scendendo in questioni tecniche in cui non ci addentreremo, possiamo ricavare ulteriori utili informazioni, relative alla durata della produzione, alla provenienza dei bozzoli acquistati ed alle paghe corrisposte agli operai. Per quanto riguarda la durata, la maggior parte delle filande (Gavazzi, Keller, Bonsignore e Tizzoni) lavoravano quattro mesi e mezzo circa; alla Carini e alla Gadda la durata della produzione era invece inferiore, rispettivamente di tre mesi e dieci giorni nella prima e di due mesi e mezzo nella seconda. I bozzoli usati venivano acquistati in parte a Cernusco o nel circondario, in parte a Milano e nelle province di Como e Mantova. Le retribuzioni degli operai variavano da stabilimento a stabilimento e da mansione a mansione: la Gavazzi pagava lire 3 più vitto ai capi assistenti, lire 2 più vitto agli assistenti, lire 2 senza vitto agli uomini, lire 1,76 alle filatrici e lire 1 alle mondarine31, mentre la Carini e la Gadda pagavano a fattura corrispondendo lire 5/6 per ogni libbra di seta torta e lire 1 per ogni libbra alle donne che eseguivano l’incannatura32. Alla luce di questi dati, si possono fare alcune interessanti considerazioni. Innanzitutto si nota che la produzione serica cernuschese, che solo impropriamente si può definire industriale, a causa della brevità dell’esercizio delle filande, limitato a tre-quattro mesi estivi, si attestava ancora, come l’industria 29

Cfr. E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, op. cit., p. 152-153. ACCSN, cart. 135, cat. XI, cl. 2, f. 1. 31 Le addette nelle filande all’operazione di mondatura, di separazione, cioè, tra bozzoli sani e difettosi. 32 Operazione nella quale, come si vedrà dopo, i fili venivano trasportati dalla matassa a rocchetti, in modo che fosse possibile infilarli sui fusi del torcitoio. 30

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serica lombarda in genere, su livelli di arretratezza dal punto di vista della meccanizzazione dei processi produttivi: come infatti risulta dai dati, solo la Gavazzi e la Keller funzionavano a vapore, mentre tutte le altre alimentavano ancora i fornelli che riscaldavano l’acqua nelle bacinelle a fuoco di legna o torba. Un altro dato importante da sottolineare è quello occupazionale: le sette filande esistenti nel 1847 davano complessivamente lavoro a 21 uomini, 296 donne e 200 tra bambine, ragazzine e ragazze. Non si può fare a meno di notare la sproporzione tra uomini e donne: a causa della bassa professionalità richiesta, la maggior parte del personale impiegato era costituito infatti da donne e bambine, che proprio nell’industria tessile fanno le loro prime esperienze di attività industriale. Vediamo dunque ora nello specifico come avveniva l’intero processo produttivo all’interno degli stabilimenti serici. Come prima fase i bozzoli venivano essiccati (essiccazione) per provocare la morte per soffocamento delle crisalidi ed evitare così lo sfarfallamento, che avrebbe reso i bozzoli non più filabili. Seguivano poi la cernita, o mondatura, cioè la separazione tra bozzoli sani e difettosi, e la crivellatura, cioè la suddivisione dei bozzoli per dimensione. Si procedeva poi con la macerazione, in cui i bozzoli venivano immersi in bacinelle piene di acqua riscaldata a 70-80 gradi, per ammorbidirne la parte gommosa in modo da facilitare il dipanamento, cioè il distaccarsi di uno dei capi del filamento. Le bacinelle erano allineate su due file in un lungo stanzone rettangolare illuminato da grandi finestre. L’operazione seguente, la scopinatura, aveva lo scopo di ricercare il bandolo, detto più propriamente “capofilo”, dei singoli bozzoli: il ritrovamento del capo si otteneva strofinando i bozzoli galleggianti con una piccola scopa, dapprima manuale, in seguito divenuta meccanica. A questo punto avveniva la vera e propria filatura, o meglio trattura: individuati i capi del filamento, il compito delle filatrici era quello di farli passare nei fori della filiera. Di qui, scorrendo per un guardafilo, i fili venivano avvolti girando manualmente una manovella collegata con l’aspo, strumento che serviva appunto ad avvolgere i fili che si dipanavano dai bozzoli immersi nell’acqua, per formare matasse. La seta greggia così ottenuta dalla filatura dei bozzoli subiva poi nella maggior parte dei casi la torsione prima di venire tessuta, in modo da ottenere un prodotto migliore, più resistente, compatto ed elastico. Prima però di dare ai fili la torsione si sottoponevano generalmente le matasse ad alcune operazioni preliminari, quali l’incannaggio, lo stracannaggio e la binatura. Nell’incannaggio i fili venivano trasportati dalla matassa a rocchetti di legno infilati sui fusi del filatoio. Tale operazione avveniva su macchine dette incannatoi. Lo stracannaggio consisteva nello svolgere il filo dai rocchetti dell’incanna27


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toio e riavvolgerlo su altri, in strato più compatto e regolare, facendolo passare attraverso la fessura di una stribbia, in modo da eliminare i difetti. La binatura, infine, serviva ad appaiare due o più fili tra loro avvolgendoli poi su rocche destinate alla torsione. Si consideri comunque che la torsione non era praticata da tutti gli opifici di Cernusco ma solo da alcuni di essi. Per fornire un’idea di come fossero strutturati i locali in cui venivano svolte tali operazioni e di come, quindi, si presentasse uno stabilimento serico nell’Ottocento, seguiamo le indicazioni contenute nel volume di Elisabetta Ferrario e Gianstefano Frigerio, Il catasto racconta33, basate su una descrizione del 1884 della filanda Gavazzi, alla quale è allegata una piantina dell’edificio, riportata dagli autori nel loro libro e da noi alla figura nella pagina seguente. Vediamo dunque, anche con l’ausilio della piantina, in quanti e quali locali si strutturava la filanda Gavazzi. Nel «locale del ricevimento delle gallette» veniva portata la materia prima, al suo arrivo. In vari altri ambienti si trovavano le stufe utilizzate per l’essiccazione dei bozzoli, i quali passavano poi in due locali dove veniva effettuata la cernita, mediante cui erano suddivisi in categorie, in modo da ottenere un filato uniforme. Al piano superiore, quasi tutta l’ala nord era occupata dalla filanda vera e propria, in cui si effettuava la trattura; la filanda era dotata di 136 bacinelle per la macerazione dei bozzoli e di otto ventilatori che servivano a smaltire il vapore acqueo ristagnante. Le matasse di seta ottenute con la trattura passavano poi nel «locale della seta e delle provinatrici», dove venivano pesate e controllate. A questo punto si otteneva la seta greggia, che poteva già essere tessuta, ma alla Gavazzi veniva prima trattata con l’incannaggio e lo stracannaggio, per renderla più pulita e regolare. L’incannaggio veniva effettuato nell’«incannatorio», dotato di banchi da incannaggio e di una grossa stufa di ghisa. Lo «stanzone per stracannatorio», con 19 finestre, era dotato di 15 banchi; il «filatojo» invece ospitava sei banchi che producevano seta in trama ed organzino. Vi era infine un ulteriore incannatoio. Questi erano gli ambienti principali, cui poi si affiancavano una serie di locali di servizio. Le altre filande cernuschesi dovevano avere con tutta probabilità un’analoga struttura. Tornando alla storia dell’industria serica cernuschese, a partire dalla metà dell’Ottocento anche le nostre filande risentirono in parte dell’andamento negativo dei raccolti, che mise in crisi l’intera agricoltura lombarda e, in particolar modo, proprio la produzione dei bozzoli, falcidiata dalla pebrina. In questo periodo anche a Cernusco i piccoli opifici andarono progressivamente

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Cfr. E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, op. cit., pp. 153-154. 28


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riducendosi, lasciando il posto alle filande più grandi, che tendevano ormai a funzionare a vapore. Da un prospetto recante i dati relativi alla quantità dei bozzoli lavorati a Cernusco nel 1863, conservato presso l’Archivio Comunale34, veniamo a sapere che in tale anno vi erano quattro filande attive: a quelle già citate di Pietro Gavazzi e Vincenzo Carini si aggiungono quelle dei fratelli Alberti e di Giovanni Battista Villa. Esse erano dotate rispettivamente di 70, 46, 24 e 44 bacinelle; le filande Gavazzi e Carini usavano il metodo di attivazione a vapore, mentre le altre due usavano ancora quello a fuoco. La quantità dei bozzoli lavorati in quell’anno, calcolata in miriagrammi (corrispondenti a 10.000 grammi, ovvero 10 chilogrammi), fu di 2.000 (20.000 kg) alla filanda Alberti, 1.000 (10.000 kg) alla Villa, 1.300 (13.000 kg) alla Carini e 1.820 (18.200 kg) alla Gavazzi. In un altro prospetto35, contenente i dati sulla trattura della seta relativi all’anno 1866, le filande enumerate sono sempre le quattro prima citate, con la differenza che al Carini si attribuiscono due filande, per un totale quindi di cinque, di cui tre (le due del Carini e quella del Gavazzi) a vapore e due (quella dei fratelli Alberti e quella del Villa) a «metodo ordinario» (a fuoco). Il numero totale delle bacinelle di tutte le filande era di 234, delle quali 170 a vapore e 64 a fuoco; la durata della lavorazione era rispettivamente di 128 giornate alla filanda Alberti, 60 giornate alla filanda Villa, 70 giornate alla Carini e 75 alla Gavazzi, per un totale di 333 giornate su tutte le filande considerate. La quantità di bozzoli filati in quell’anno, calcolata sempre in miriagrammi, fu rispettivamente di 1.070 (10.700 kg) alla filanda Alberti, 580 (5.800 kg) alla filanda Villa, 1.300 (13.000 kg) alla Carini e 1.450 (14.500 kg) alla Gavazzi, per un totale di 4.400 miriagrammi, ovvero 44.000 kg, ovvero 44 tonnellate di bozzoli filati. Il prezzo medio dei bozzoli per miriagrammo si aggirava intorno alle 50 lire, mentre il prezzo medio della seta grezza per miriagrammo, compresa la manodopera, sfiorava le 1.000 lire alle filande Alberti e Villa e superava di poco le 1.000 alle filande Carini e Gavazzi. Un prezzo alto per l’epoca; si ricordi, infatti, che la seta era un bene di lusso. I dati riguardanti il numero di persone occupate nelle filande cernuschesi nell’anno 1867 dimostrano come esse continuassero a dare lavoro a parecchi, sia pure solo per un limitato periodo dell’anno: pur essendo infatti diminuito il numero delle filande rispetto al 1847, il numero delle persone occupate ri-

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ACCSN, cart. 134, cat. XI, cl. 1, f. 1. Ibidem. 30


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sulta cresciuto, passando da 21 a 30 uomini e da 496 a circa 700 tra donne e ragazzine36, su una popolazione che in quegli anni superava i 5.000 individui37. All’affacciarsi del nuovo secolo, la Statistica Industriale relativa alla regione Lombardia nell’anno 190038, elenca a Cernusco tre ditte per la trattura della seta, appartenenti rispettivamente a Carini Nicolò, Gavazzi Pietro (il cui stabilimento, si fa notare, è illuminato a luce elettrica con impianto proprio) e Tizzoni Pietro, e due, di proprietà del Carini e del Gavazzi, per la torcitura della seta. Per quanto riguarda la trattura della seta, tutti e tre gli stabilimenti utilizzavano ormai caldaie e bacinelle a vapore. Il numero totale dei lavoranti era di 458, di cui 13 maschi adulti, 370 femmine adulte e 75 femmine sotto i 15 anni; il numero medio annuo dei giorni di lavoro era di 136, ovvero quattro mesi e mezzo. Per la torcitura della seta, invece, le ditte del Carini e del Gavazzi, considerate insieme, utilizzavano 1.968 fusi e impiegavano un numero totale di 23 lavoranti, di cui cinque maschi adulti e 18 femmine adulte, per un numero medio annuo di giorni di lavoro di 260, ovvero circa nove mesi. Rapportando il numero di addetti negli opifici al numero di addetti nelle altre aziende allora esistenti a Cernusco ed al numero totale della popolazione, possiamo trarre alcune interessanti considerazioni: nell’anno 1900, quando Cernusco contava una popolazione di 6.353 abitanti, su un totale di 516 addetti alle aziende presenti in paese (oltre ai cinque setifici, una officina del gas, quattro latterie o caseifici e una fabbrica di serramenti in legno e parquet), ben 481 lavoravano nell’industria della seta39. Considerando in via approssimativa che la metà della popolazione fosse costituita da donne, possiamo dedurre che una percentuale abbastanza alta di esse, circa il 20%, lavorava nell’industria della seta. I primi del Novecento segnarono tuttavia una battuta d’arresto per l’industria serica cernuschese: il 1908 fu infatti, anche per Cernusco, l’anno dell’inizio della crisi delle industrie tessili, in particolare di quelle seriche. La causa principale va ricercata, oltre che in una crisi generale di tutto il comparto, colpito dalla guerra delle tariffe e da una crisi di sovrapproduzione, nell’assenza a

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Cfr. S. Bruno, G. Sorisi, op. cit., p. 54. Secondo i dati del censimento effettuato nel 1861, la popolazione cernuschese era di 5.087 abitanti in quell’anno. 38 Statistica industriale – Lombardia, 1900. 39 Dati riportati in G. Perego, Cento anni di Cooperativa Edificatrice Cernuschese. Contesto socioeconomico e movimento operaio della Cernusco d’inizio Novecento, Laser Copy Center, Milano, 2008, p. 18. 37

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Cernusco di veri e propri industriali capitalisti, ad eccezione del Gavazzi e dell’ingegner Francesco Baletti, fondatore nei primi anni del Novecento di uno stabilimento di tulli e ricami (il M.I.R.E.T.)40. In aggiunta alla crisi, i padroni dovettero inoltre fare i conti, nei primi anni del secolo, con i numerosi scioperi che si verificarono anche nel comparto tessile, a causa della crisi, che determinò in alcuni casi la riduzione dell’attività produttiva, con la relativa decurtazione dei salari, e del brutale sfruttamento della manodopera, particolarmente evidente soprattutto nelle filande, in cui si lavorava tra le 12 e le 14 ore al giorno, per un misero salario. I primi scioperi furono di origine spontanea, non coordinati tra loro. Si trattava in prevalenza di scioperi difensivi, spinti dalla richiesta di mantenere almeno i livelli retributivi acquisiti. Nel 1901 nacque a Milano la Federazione Italiana Operai Tessili, formata dall’aggregazione di alcune leghe, i cui scopi erano quelli di ottenere la riduzione dell’orario di lavoro a 10 ore e di garantire l’applicazione delle tariffe salariali. Per il suo orientamento socialista, la Federazione rimase tuttavia un organismo debole, in quanto privo di solidi agganci con una base operaia prevalentemente femminile, sulla quale riuscirono invece a fare maggiore presa le leghe cattoliche, forti del sostegno ideologico del clero. Le leghe cattoliche ricoprirono un ruolo egemone nel settore tessile anche a Cernusco, in cui si ricordano, in particolare, lo sciopero, nel 1901, delle operaie della filanda Gavazzi, che, come si vedrà meglio in seguito, portò a una serrata di undici giorni da parte dei padroni; lo sciopero, durato quattro mesi (dal settembre 1908 al gennaio 1909), di 150 operai della M.I.R.E.T.41 e quello, nel 1913, delle operaie della filanda Tizzoni. In poco tempo la crisi iniziò a mietere le sue vittime anche tra le filande cernuschesi: nel 1913 la Carini e la Tizzoni dovettero infatti chiudere i battenti. Il posto della Carini fu preso prima da un calzificio che produceva calze di seta e, più tardi, da una ditta francese di tulli. La Gavazzi riuscì invece a sopravvivere, grazie all’introduzione di nuove tecnologie e all’aumento della produttività, e proseguì la sua attività, introducendo negli anni Trenta un reparto per la lavorazione della seta sintetica (rayon), che negli anni seguenti crebbe a discapito della lavorazione della seta naturale. Nel 1940 la filanda era ancora in funzione, con 92 bacinelle, 10.704

40 Si consideri, infatti, che la maggior parte dei proprietari delle filande di Cernusco a quel tempo erano generalmente proprietari terrieri che lavoravano i bozzoli prodotti dai loro contadini. 41 Motivato dalla sospensione di un operaio e dalla richiesta di un regolamento di fabbrica e di un aumento dei minimi di paga, lo sciopero ebbe momenti drammatici: i padroni proclamarono infatti la serrata e chiesero l’intervento della polizia, che provocò arresti e violenze. Gli operai tuttavia si mantennero uniti e alla fine la ditta dovette cedere e riammetterli al lavoro.

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fusi e 300 operaie. Dopo la guerra, però, fattori quali la riduzione dei consumi di un bene di lusso come la seta e la spietata concorrenza da parte della Cina, segnarono la fine anche per la filanda Gavazzi di Cernusco: nel 1951 essa fu infatti venduta alla Sapici di Gino Montesi, ditta di prodotti chimici per il settore conciario e tessile, che vi si trasferì da Milano42. La Sapici se ne andrà a sua volta nel 1987, lasciando spazio, nella parte da essa occupata, a nuovi appartamenti; la parte di filanda non occupata invece dalla Sapici fu ristrutturata negli anni a venire. La chiusura della Gavazzi segnò così la fine dell’epoca delle nostre filande, Gavazzi che, per la sua importanza all’interno del panorama delle industrie seriche cernuschesi, dovuta alla sua durata nel tempo, all’ingente produzione e diversificazione dei prodotti (seta filata, in trama ed organzino43) e all’elevato numero degli occupati, è diventata la filanda simbolo di Cernusco, motivo per cui si è ritenuto opportuno dedicare in appendice un approfondimento alla storia dei suoi proprietari, i Gavazzi appunto, famiglia di imprenditori tra le più significative di tutt’Italia nel corso dell’Ottocento e del Novecento, fondatori di un impero della seta in cui la filanda di Cernusco occupava un ruolo di primo piano.

42 Dato confermato in G. Ratti, G. M. Ghisu, Comune di Cernusco sul Naviglio. Cenni storici. Attività produttive, SAYO Grafica, Abbiategrasso, 1976, p. 160. 43 Il filato ritorto di seta per trama è ottenuto dalla torsione in un solo senso di uno o più fili di seta; l’organzino è invece un filato ritorto costituito da due o più fili di seta greggia, torti con torsione destra, accoppiati e quindi nuovamente torti con torsione sinistra.

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CAPITOLO II « E MÌ SON CHÌ IN FILANDA»1: IL LAVORO FEMMINILE NEI SETIFICI CERNUSCHESI «Mi vô in filanda, mi vô in filanda, ma tutt ol dì ma pias cantà, l’è la mia mamma che la ma manda, l’è ol gran besogn de guadagnà. se l’aria bona dent là la manca, ma fa nagotta anca patì; ma prèmm ciapalla una quai palanca, gh’hoo i mè vegitt da mantegnì [...]»2

2. 1 Chi erano le filandére 2.1.1 Donne, ragazze e bambine Che il lavoro in filanda fosse tipicamente femminile è confermato dai dati occupazionali delle filande di Cernusco, riportati nel primo capitolo, simili a quelli di qualsiasi altra filanda: da essi si evince, infatti, che la quasi totalità dei lavoranti era costituita da donne, ragazze e bambine. Al motivo di questa netta prevalenza della manodopera femminile si è già accennato nel primo capitolo: data la bassa professionalità richiesta per le operazioni da svolgere, si preferiva assumere femmine, in modo da poterle pagare meno dei maschi3. Pochi operai uomini specializzati bastavano ad assicurare il funzionamento e la manutenzione degli impianti e il coordinamento delle attività. Ma si possono individuare anche altri motivi per cui generalmente i padroni preferivano le donne. A venirci in aiuto è l’esponente più significativo 1

Titolo di un popolare canto di filanda. «Io vado in filanda, io vado in filanda, / ma mi piace cantare tutto il giorno, / è la mia mamma che mi manda, / è il gran bisogno di guadagnare. / Se l’aria buona dentro manca, / non mi interessa soffrire; / mi preme guadagnare qualche soldo (la palanca era una moneta da cinque centesimi), / ho i miei anziani da mantenere [...]». Si tratta della prima strofa della Filandera, un’altra delle più note canzoni popolari lombarde dedicate alle lavoratrici delle filande. 3 La parità salariale tra uomo e donna, sancita dall’articolo 37 della Costituzione, in cui si afferma che «la donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni, che spettano al lavoratore», viene ribadita anni dopo, con la legge n. 903 del 1977, Parità di trattamento in materia di lavoro. 2

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della famiglia Gavazzi, Pietro Gavazzi, a capo, nella seconda metà dell’Ottocento, della ditta di famiglia, in un passo delle deposizioni da lui rese nel 1871, nell’ambito di un’inchiesta sui problemi connessi all’industrializzazione, promossa dal governo tra il 1870 e il 1874: «In molti filatoi sono gli uomini che lavorano al filato ed al torto, in altri le donne. Io preferisco queste ultime, parendomi le loro mani più adatte al lavoro della seta. Le introdussi dopo i molti scioperi fattimi dai lavoranti dello stabilimento di Valmadrera»4. Al di là della prima motivazione della scelta delle donne piuttosto che degli uomini, ovvero il fatto che le mani femminili sarebbero più adatte al tipo di lavoro, il vero motivo ci sembra piuttosto il secondo: dal momento che ritenevano le donne più mansuete e meno rivendicative rispetto agli uomini, assumendo in prevalenza donne, i padroni si sentivano maggiormente al riparo dalle agitazioni operaie, considerazione che, come si vedrà in seguito, trattando anche dello sciopero scoppiato nel 1901 alla Gavazzi di Cernusco, non si rivelò tuttavia sempre del tutto vera. Altro elemento che salta all’occhio nell’analisi dei dati occupazionali delle filande cernuschesi è la giovane o giovanissima età delle femmine che vi lavoravano: dalle fonti a nostra disposizione conservate nell’Archivio Comunale della nostra città sappiamo, infatti, che nel 1844 la Gavazzi impiegava nella filanda tre uomini, 80 donne e 12 ragazze maggiori di 15 anni; nell’incannatoio un uomo, una donna e 50 ragazzine, di cui 20 dai 9 ai 12 anni e 30 dai 12 ai 145. Nel già citato prospetto delle filande cernuschesi nell’anno 18476 si legge che alla Gavazzi lavoravano quattro uomini, 90 donne e 12 ragazze maggiori di 14 anni; alla Keller sette uomini, 85 donne e 72 ragazze in parte maggiori e in parte minori di 14 anni; alla Bonsignore quattro uomini, 57 donne e 52 ragazze in parte maggiori e in parte minori di 14 anni. Nel 1847 tutte le sette filande del paese davano quindi lavoro complessivamente a 21 uomini, 296 donne e 200 tra bambine, ragazzine e ragazze. Nel 1867 il numero delle lavoranti era salito a circa 700 tra donne e ragazzine. Non si può fare a meno di notare l’ampio ricorso alla manodopera minorile, che a quei tempi era largamente praticato, non solo nei setifici cernuschesi, ma anche in tutti gli altri, e in molti altri settori industriali. Laddove infatti le operazioni da svolgere non erano particolarmente complesse, si tendeva ad assumere molti bambini, che avevano il vantaggio di poter essere pagati meno degli adulti. Il problema del lavoro minorile, sviluppatosi dapprima in Inghilterra, di pari passo con il fenomeno della Rivoluzione industriale, e diffusosi poi in tutta Europa e Nord America, era perciò ben presente anche nelle fab4

G. Gavazzi, op. cit., p. 153. ACCSN cart. 135, cat. XI, cl. 2, f. 1. 6 Ibidem. 5

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briche italiane. Le prime leggi a sua tutela iniziarono ad essere emanate in Europa agli inizi degli anni Quaranta dell’Ottocento: una di esse fu adottata, nel 1844, proprio nel Lombardo-Veneto dal governo austriaco, che, con una circolare vicereale, introdusse il divieto di assumere fanciulli minori di 9 anni, esteso ai minori di 14 anni nel caso di lavori pericolosi per la salute e la vita. In Archivio Comunale abbiamo trovato una lettera assai interessante7, risalente proprio agli anni dell’emanazione di tale legge, che conferma, nel settore di nostro interesse, ovvero quello degli stabilimenti serici, un reale sforzo da parte del governo austriaco di tutelare il lavoro minorile. Nella lettera in questione, una deputazione incaricata di effettuare un sopralluogo nelle filande cernuschesi fa rapporto all’Intendente Regio Signor Commissario Distrettuale: Questa Deputazione si è recata in concorso di questo Sign. Medico condotto a visitare i locali in cui sono posti tali stabilimenti e previa ingiunzione ai proprietari di tosto licenziare dal lavorio le poche fanciulle minori degli anni 9, ha potuto rilevare che dessi sono ampi, e sufficientemente ventilati in modo che l’aria che vi respirano le fanciulle occupate nel lavoro è scevra da miasmi e quindi di nessun pregiudizio alla loro salute, di che fa prova il loro fisico che non presenta indizio di patimento. Con tutto ciò a viemmeglio rendere pura e spirabile l’aria dei locali in cui si tengono gl’incannatoj si è ordinato ai proprietari l’aprimento di sfogatoj nella soffitta. Si è pure rilevato che il lavorio a cui sono applicate le fanciulle non richiede veruna forza, ma solamente attenzione, e però la loro occupazione non può ritenersi dannosa né allo sviluppo né alla salute, essendosi inoltre osservato che desse hanno fra la giornata degli intervalli di riposo. In quanto poi all’istruzione elementare si ebbe a verificare che la maggior parte delle fanciulle addette ai rispettivi stabilimenti fecero di già il corso biennale elementare, e per quelle che rimangono da istruirsi si subordina che desse possano approfittare dell’istruzione elementare nella stagione di primavera durante la quale questi stabilimenti sogliono essere inattivi, e nelle ore che verranno ad esse accordate dai Proprietari nell’estiva stagione. Si notino, dunque, l’ingiunzione di licenziare le bambine minori di 9 anni;

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Ibidem. 37


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l’attenzione per le condizioni igieniche e sanitarie dei luoghi di lavoro e, quindi, per le condizioni di salute delle ragazze impiegate; l’interesse per le condizioni lavorative delle giovani operaie, appurando se ad esse siano concessi intervalli di riposo, e per la loro istruzione, ordinando ai proprietari di accordare loro, durante il lavoro nella stagione estiva, delle ore da dedicare all’istruzione elementare. Nonostante il ricorso alla manodopera minorile rimanesse comunque ampio e le condizioni igienico-sanitarie e lavorative negli stabilimenti serici restassero pesanti, bisogna riconoscere al governo austriaco di esser stato il primo in Italia e uno dei primi in Europa ad aver introdotto delle limitazioni di età, dei controlli sui locali e sulle condizioni di lavoro e ad aver mostrato una certa sensibilità per l’istruzione, anche femminile. Dopo l’unità d’Italia, nel 1866 venne promulgata la prima legge organica dello Stato sul lavoro minorile, in cui si ribadiva il limite di 9 anni, da elevare a 10 per le cave e le miniere e a 15 per i lavori insalubri e pericolosi, e si introduceva la norma che per i minori tra i 9 e i 14 anni l’ammissione al lavoro fosse subordinata al possesso di certificati d’idoneità. Nonostante tale legge, per tutto l’Ottocento l’impiego di bambini, soprattutto nei settori tessile e chimico e nelle miniere, rimase diffuso. Nel 1869 il ministro Minghetti dispose un’inchiesta governativa sul lavoro delle donne e dei fanciulli, ma solo nel 1902 si arrivò a una nuova legge: la n. 242, che elevò il limite d’età per l’ammissione al lavoro a 12 anni (13 per le cave e le miniere), fissò il massimo di 8 ore lavorative per i minori fino a 12 anni e di 11 ore per i ragazzi dai 12 ai 15 anni e vietò, infine, il lavoro notturno per i minori di 16 anni. Nonostante ciò, i minori di 12 anni continuarono a venir impiegati, anche nelle filande, spesso per un numero di ore giornaliere superiore a quello fissato dalla legge: un’inchiesta sulla donna operaia, condotta nel 1903 dall’Ufficio del Lavoro, portò infatti alla luce l’esercito di bambine di cui si nutriva l’industria tessile italiana; al secondo posto per l’impiego di bambine di meno di 12 anni, dopo la Puglia, veniva la Lombardia8. Due anni dopo, nel 1904, si pensò, con un’altra legge, di contrastare il fenomeno del lavoro minorile anche mediante l’innalzamento dai 9 ai 12 anni dell’obbligo scolastico, obbligo tuttavia spesso disatteso sia dagli imprenditori sia dai genitori. Almeno nel caso delle filande cernuschesi, agli inizi del Novecento si può comunque notare una lieve diminuzione del lavoro minorile, probabilmente dovuta al clima generale di maggiore attenzione e tutela nei suoi confronti: dai dati occupazionali riportati nella già citata Statistica Industriale della Lombardia relativa all’anno 1900

8 Cfr. S. Ortaggi Cammarosano, «Condizione femminile e industrializzazione tra Otto e Novecento», in Tra fabbrica e società. Mondi operai nell’Italia del Novecento (a cura di S. Musso), Feltrinelli, Milano, 1999, p. 131.

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sappiamo infatti che, in quell’anno, la Gavazzi, la Carini e la Tizzoni, considerate insieme, impiegavano per la trattura della seta un totale di 13 maschi adulti, 370 femmine adulte e 75 femmine sotto i 15 anni, con uno scarto tra il numero delle adulte e quello delle bambine/ragazze maggiore di quello esistente cinquant’anni prima. Un ulteriore passo avanti nella legislazione sul lavoro minorile fu compiuto solo vari anni dopo, durante il regime fascista, con la legge numero 653 del 1934, Tutela del lavoro delle donne e dei fanciulli, che vietava di adibire al lavoro i minori di 14 anni, con la deroga però che si potesse autorizzare l’occupazione di ragazzini di età non inferiore ai 12 anni compiuti in determinati lavori, compatibilmente alle esigenze di tutela della salute del fanciullo; in tali casi, per essere ammessi al lavoro, essi dovevano tuttavia aver ottenuto la promozione alla quinta classe elementare, o comunque alla classe elementare più elevata esistente nel comune di residenza, e aver ottenuto l’idoneità fisica, rilasciata dopo visita medica. La legge vietava, inoltre, di adibire le donne di qualunque età e i minori di 16 anni ai lavori sotterranei; di occupare i fanciulli (ovvero coloro che non avessero compiuto i 15 anni) e le donne minorenni (minori di 21 anni) in alcuni lavori faticosi; di occupare le donne di qualunque età e i minori di 18 anni, salvo alcune eccezioni, nei lavori notturni, e di superare le 10 ore di lavoro al giorno per i fanciulli e le 11 ore al giorno per le donne che avessero compiuto i 15 anni. Tale attenzione per il lavoro femminile si spiega soprattutto con la concezione fascista della donna vista come essere debole, bisognoso di essere preservato fisicamente, in vista soprattutto del suo futuro ruolo di genitrice; una concezione che riteneva, inoltre, sconvenienti per la donna alcuni tipi di lavori, come quelli notturni. In epoca fascista per le donne minorenni era previsto anche un libretto di ammissione al lavoro, che doveva essere rilasciato gratuitamente dal sindaco del comune di residenza. Abbiamo avuto la fortuna di entrare in possesso della copia di uno di essi, appartenente alla signora cernuschese Rosa Andreoni, che lavorò alla Gavazzi dal 1922 fino al 1931. Il libretto, rilasciato nel 1922, riporta, insieme ai dati anagrafici della signora, allora tredicenne, l’indicazione che la fanciulla aveva raggiunto il grado d’istruzione richiesto per l’ammissione al lavoro, avendo ottenuto la promozione alla classe quinta elementare (vedi pagine seguenti); il certificato medico, in cui sono specificati lo stato di salute abituale, le condizioni generali, i connotati fisici e l’attitudine fisica a svolgere il lavoro scelto; la dichiarazione, infine, del direttore dell’azienda in cui era ammessa la ragazza, con l’anno di ammissione, il nome, la sede dello stabilimento e la qualifica professionale. Nel caso specifico della signora Rosa, per esempio, veniamo a sapere, grazie a tale dichiarazione, che entrò alla Gavazzi nel 1922, in qualità di scopinera, smise di lavorarvi nel 39


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Intestazione del libretto di lavoro rilasciato nel 1922 alla signora Rosa Andreoni, allora tredicenne


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1926, vi ritornò nel 1928, per smettere poi definitivamente nel 1931, essendo nel frattempo passata da scopinera ad annodatrice. Anche altri documenti, reperiti in Archivio Comunale, testimoniano un effettivo controllo, durante gli anni del regime, sul lavoro dei minori di 14 anni. Il primo9 è un elenco nominativo delle operaie al di sotto dei 14 anni stilato dalla Gavazzi, in cui sono specificati il comune che aveva rilasciato il libretto di ammissione al lavoro, l’anno e il luogo di nascita di ogni ragazza, il giorno e l’anno di ammissione allo stabilimento (si tratta degli anni 1935 e 1936) e, sotto la casella delle osservazioni, il grado di istruzione raggiunto e la dichiarazione dell’ottenimento dell’autorizzazione al lavoro da parte dell’Ispettorato Corporativo. Confrontando la data di nascita con la data di ammissione al lavoro, ci si rende conto che le operaie assunte erano delle bambine di 11 o 12 anni; grazie quindi alle deroghe alla legge 653 del 1934, di cui si è parlato in precedenza, gli stabilimenti impiegavano ancora un certo numero di bambine (in questo elenco della Gavazzi sono 23, assunte tra il 1935 e il 1936). L’altro documento a cui si accennava10, datato 1940, è una nota trasmessa all’Ufficio di Collocamento di Gorgonzola, contenente un breve elenco delle minori di 14 anni da assumere nel reparto di trattura della seta di una non specificata filanda di Cernusco, al fine di ottenere il relativo nulla osta (vedi pagina seguente). Si è dunque visto, anche attraverso l’analisi dei dati relativi al lavoro minorile nelle filande cernuschesi, come l’ampio ricorso alla manodopera infantile, largamente praticato nei primi decenni dell’Ottocento, calò man mano in seguito, grazie all’emanazione di leggi che fissavano un limite minimo d’età per l’ammissione al lavoro, via via innalzato negli anni: dai 9 anni della legge del 1844 del governo austriaco nel Lombardo-Veneto, ai 12 della legge dello Stato italiano del 1902 e, infine, ai 14 della successiva legge del 1934, con la deroga tuttavia che in certi casi tale età potesse essere abbassata, sia pure con i relativi controlli e le dovute attenzioni (fissazione di un grado di istruzione minimo per poter accedere al lavoro, certificato di idoneità fisica al lavoro, libretto di ammissione al lavoro e obbligo per i datori di lavoro di stilare e trasmettere elenchi del personale minore di 14 anni). Solo dopo la fine dell’epoca delle filande, nel 1967, con la legge n. 977, l’età minima di ammissione al lavoro venne innalzata a 15 anni, per poi essere ulteriormente elevata a 16 anni nel 2006.

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ACCSN cart. 144, cat. XI, cl. 4, f. 12. Ibidem.

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Nota trasmessa nel 1940 all始Ufficio di Collocamento di Gorgonzola, recante un elenco delle minori di 14 anni da assumere nel reparto della trattura della seta di una non specificata filanda cernuschese


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2.1.2 Da dove provenivano le filandére Nel tracciare una sorta di ritratto delle filandaie o filandére, come venivano chiamate in dialetto, che lavorarono a Cernusco tra Ottocento e Novecento, si è quindi innanzitutto presa in considerazione la loro età, scoprendo, come si è visto, che molte di loro, soprattutto nell’Ottocento, erano ragazzine o addirittura bambine, e che anche la maggior parte di quelle definibili adulte erano comunque molto giovani, con un’età media intorno ai vent’anni, come confermato anche dalle testimonianze, riportate per intero in seguito, rilasciateci dalle signore Lucia Moioli, Assunta Perego e Maria Sala, che lavorarono alla Gavazzi negli anni Trenta-Quaranta dello scorso secolo, la prima nel settore della lavorazione della seta artificiale, le altre due in quello della lavorazione della seta naturale11. Le nostre giovani filandaie provenivano generalmente da Cernusco o dai paesi limitrofi. Un interessante elenco, conservato in Archivio Comunale12, di operaie della Gavazzi provenienti dai comuni bergamaschi di Valsecca e Rota d’Imagna, nell’anno 1940, dimostra tuttavia come, soprattutto durante la guerra, la manodopera potesse venire anche da più lontano. Tale dato trova conferma nella testimonianza della signora Maria Sala, la quale ricorda la presenza, in tempo di guerra, quando la manodopera locale scarseggiava, di operaie bergamasche di 15, 16 e 17 anni, che erano alloggiate presso lo stabilimento. Poteva inoltre capitare anche alle filandaie cernuschesi della Gavazzi di lavorare lontano da casa: pare che fosse infatti abitudine dei Gavazzi spingere le operaie più giovani a svolgere un periodo di apprendistato presso la loro filanda di Valmadrera, al fine di imparare meglio il lavoro. Ciò trova conferma nella testimonianza rilasciataci dalla signora Maria Teresa Beretta13, la quale conserva la memoria dei racconti di vita del padre Mario, nato nel 191114: ella ricorda infatti che il padre le raccontava di quando le sue sorelle, negli anni Venti del secolo scorso, all’età di 9-10 anni, si recavano, insieme ad altre ragazzine di Cernusco, impiegate come loro alla Gavazzi, a lavorare

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Testimonianze rilasciate a chi scrive dalle suddette signore, rispettivamente in data 24/03/2011, 21/07/2011 e 26/03/2012. 12 ACCSN cart. 144, cat. XI, cl. 2, f. 6. 13 Testimonianza rilasciata a chi scrive dalla signora Maria Teresa Beretta, in data 7/04/2012. 14 Il signor Mario abitava in quella che ai tempi era chiamata la curt dei Bereta, che si trovava nell’attuale via Carolina Balconi. Egli raccontava ai figli che, come molte altre famiglie cernuschesi, anche la sua allevava i bachi da seta da fornire alle filande locali; ricordava, inoltre, la figura del bigattèe, ovvero chi vendeva le uova dei bachi e poi andava a controllare se l’allevamento procedesse bene. 44


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a Valmadrera per tutta la stagione. Quando arrivava il giorno della loro partenza, egli preferiva non andare ad accompagnarle a prendere il treno alla stazione di Monza, perché soffriva nel vederle partire in lacrime, ed insisteva affinché le accompagnasse il padre, che le portava con il tumarel, il carro dei poveri; al ritorno, invece, andava a prenderle volentieri perché erano sorridenti e cantavano. Un altro dato fondamentale riguardante le donne che lavorarono nelle nostre filande è la loro provenienza da famiglie quasi esclusivamente contadine, ad eccezione di quelle impiegate nel nuovo comparto per la lavorazione delle fibre artificiali, aperto negli anni Trenta alla Gavazzi, le quali, come ha testimoniato la signora Lucia Moioli, che vi lavorò, provenivano invece per la maggior parte da famiglie operaie. D’altra parte, la provenienza da famiglie contadine si comprende facilmente se si considera che Cernusco è stato a lungo un paese prevalentemente agricolo. Da un documento datato 1942, conservato in Archivio Comunale15, ricaviamo l’indicazione di alcune delle cascine da cui provenivano le operaie: si tratta di un atto con cui si autorizza, sentita l’Unione Provinciale Fascista Agricoltori e Lavoratori Agricoli, il passaggio al settore dell’industria di alcune ragazze minori di 16 anni residenti a Cernusco e provenienti da famiglie di coltivatori diretti (si noti che in età fascista era quindi necessaria un’autorizzazione per passare dal lavoro nell’agricoltura a quello nell’industria). Accanto al nome delle ragazze, sono indicati il nome del padre e, per quasi tutte, la residenza; ad eccezione di una sola ragazza, residente in via Balconi, tutte le altre abitavano in cascine (cascina Torrianetta, cascina Torriana, cascina Ronco e cascina Gaggiolo). Interessante la nota riportata sotto l’elenco dei nomi: «Si prega di provvedere a ché le ragazze anzidette assumano subito servizio presso lo stabilimento della S. A. Pietro Gavazzi di Cernusco sul Naviglio che ha urgentemente bisogno di mano d’opera», bisogno che, forse, spiega la presenza, già nel 1940, delle operaie provenienti da Valsecca e Rota d’Imagna. Per le famiglie contadine i setifici rappresentarono insomma, fin dalla loro nascita, un’importante possibilità di integrare il reddito agricolo, allontanando dalla terra le donne, ovvero i membri meno produttivi, inizialmente solo per alcuni mesi dell’anno e in seguito, quando gli stabilimenti serici cominciarono a lavorare continuativamente, anche per tutto l’anno, per destinarle al lavoro manifatturiero negli opifici. Vediamo ora quindi nello specifico in cosa consisteva tale lavoro e in che condizioni si svolgeva.

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ACCNS cart. 144, cat. XI, cl. 4, f. 12. 45


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2. 2 Il lavoro della filandéra 2.2.1 Le mansioni Il lavoro negli stabilimenti serici si suddivideva in varie mansioni, più o meno qualificate e, di conseguenza, più o meno pagate. Tali diverse mansioni venivano assegnate innanzitutto in base all’età. Nelle filande più antiche e rudimentali di inizio Ottocento le bambine venivano impiegate per girare la ruota che muoveva l’aspo, riscaldare l’acqua delle bacinelle e trasportare le matasse sugli aspi. Nelle filande più moderne che nacquero in seguito, le operaie più piccole svolgevano i lavori più semplici, come pulire e scegliere i bozzoli ammassati nei magazzini (il lavoro delle cosiddette mondarine). Diventate più grandicelle, iniziavano ad avere il compito di aiutare le donne adulte nel lavoro di trattura, che, negli ultimi decenni dell’Ottocento, nelle filande meglio organizzate, era suddiviso in varie operazioni: la prima, meno qualificata, affidata appunto a una bambina/ragazzina, chiamata sbattitrice, o scopinatrice, o scuinéra, consisteva nell’afferrare i bozzoli, a bagno nell’acqua bollente della bacinella di macerazione e, con l’aiuto di uno scopino manuale o meccanico, individuare il capo del filo; la seconda, affidata a una donna più grande ed esperta, la filatrice, o filéra, nel riunire vari capifilo in un sol filo, che veniva in seguito inserito nel corrispondente foro della filiera e facendo poi girare con una manovella o un pedale l’aspo, il filo si avvolgeva su di esso, formando le matasse. Le filére erano aiutate dalle tachére, che intervenivano quando i fili si rompevano nel passaggio nelle filiere, riannodandone in fretta i capi. Generalmente vi era una tachéra ogni otto filére. Vi erano poi le donne e le molte bambine e ragazzine che lavoravano alla torsione e filatura della seta, nel caso degli stabilimenti che la praticavano, inquadrate in varie figure professionali (incannatrici, stracannatrici, etc.). Altra figura era quella dell’assistente, ruolo che veniva solitamente ricoperto dalle donne più anziane, alle quali spettava il compito di controllare il lavoro e gli atteggiamenti delle operaie ed informarne il direttore; spesso, a causa della loro proverbiale severità, esse erano le più odiate in fabbrica. Per quanto riguarda il lavoro di trattura della seta, sappiamo, da una frase contenuta in un passo delle deposizioni rilasciate da Pietro Gavazzi nel 1871, che anche alla filanda Gavazzi di Cernusco era organizzato nel modo che abbiamo descritto prima, suddiviso, cioè, in varie mansioni, affidate a donne diverse: «a Valmadrera e Cernusco il lavoro delle sbattitrici e quello delle filatrici è diviso»16. Anche nel Novecento continuerà ad essere così, come confermato dalla testimonianza rilasciata negli anni Novanta dalla signora

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G. Gavazzi, op. cit., p. 151. 46


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cernuschese Teresa Perego, classe 1905, che lavorò alla Gavazzi già a partire dagli anni Dieci: «In filanda c’era una caldaia su cui erano posati due pentoloni pieni d’acqua. La filéra stava da una parte, la scuinéra dall’altra (di solito la scuinéra era una bambina). La scuinéra prendeva dei bozzoli da una cesta, li metteva nell’acqua del suo pentolone e, quando si sfilacciavano, li prendeva con una paletta bucherellata e li buttava nella pentola della filéra (cioè nella bacinella di filatura)»17. Tornando all’Ottocento e alle deposizioni di Pietro Gavazzi, in un altro loro passo troviamo la conferma che le sbattitrici fossero bambine o poco più: «La maestranza viene presa in tenera età (anni 9). Comincia col lavoro delle sbattitrici e quivi, a poco a poco, impara la filatura della seta»18. Per far sì che le ragazze imparassero sia il lavoro da svolgere in filanda sia quello da svolgere nell’incannatoio, nelle sue filande, spiega Pietro, esse venivano fatte andare a turno dalla filanda all’incannatoio. Il lavoro di torcitura della seta è dettagliatamente descritto in un passo delle deposizioni del Gavazzi, intitolato Note sulla torcitura della seta e sulle condizioni degli operai che vi lavorano, utile per comprendere meglio come si svolgesse tale attività. L’industria della torcitura della seta consta delle operazioni seguenti: a. incannaggio ossia dipanamento delle matasse su rocchetti, a cui si impiegano ragazzine di tenera e spesso di troppo tenera età. Un pregiudizio invalso nella maestranza fa rifuggire le ragazze adulte da questo lavoro, i padroni l’alimentano senza volerlo, credendo far economia nel pagar meno un personale di poco valore. Forse non è tutto pregiudizio, perché le macchine incannatrici sono di tal forma che le ragazze di una certa statura non potrebbero lavorarvi senza star curve tutto il giorno. Sarebbe facilissimo di costruirne di assai più comode; il che avrebbe per risultato una operazione poco più costosa, ma assai meglio eseguita, ed una popolazione tolta al pericolo di deformarsi nella persona. I regolamenti in merito al lavoro dei fanciulli sono per nulla osservati; b. stracannatura ossia pulitura della seta. Questa passa dal rocchetto, ove fu incannata, su un altro, attraversando una trafila di ferro, d’agata, o anche solo di legno coperto di panno. Con ciò si tolgono i grumi o sporchi del filo serico greggio. Filato o torcitura del filo serico sul filatoio. Il rocchetto stracannato gira sopra se stesso, cedendo il suo filo ad un roc-

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Dalla testimonianza rilasciata negli anni Novanta del Novecento dalla signora Teresa Perego. Copia in possesso dell’Autrice. 18 G. Gavazzi, op. cit., p. 151. 47


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chetto più grosso chiamato rocchella. Più velocemente gira il rocchetto e più lentamente si muove la rocchella, più il filato riesce forte; c. binatoia ossia accoppiamento della seta passata sul filato; d. torto, ovvero seconda torcitura dei due capi riuniti in senso inverso del filato. Con ciò l’organzino è fatto. La trama ha il filato di meno ed un torto assai meno serrato dell’organzino19.

2.2.2 Le condizioni lavorative Dalla descrizione del lavoro in filanda fornita si può quindi immaginare quanto esso fosse faticoso. Le filatrici, e soprattutto le scopinatrici, dovevano tenere le mani nude costantemente immerse nell’acqua, riscaldata a 50-60 gradi nelle bacinelle di filatura e addirittura a 80 gradi circa in quelle di macerazione, in modo che le incrostazioni potessero staccarsi più facilmente senza rovinare il filo di seta; ciò provocava innanzitutto l’escoriazione delle mani, che venivano letteralmente lessate, divenivano giallastre e si riempivano di vesciche (il cosiddetto “mal della filandéra”). L’acqua calda, evaporando, determinava inoltre il surriscaldamento dell’ambiente di lavoro, che si accompagnava all’odore nauseante dei bozzoli in macerazione. A causa dell’umidità dovuta all’evaporazione dell’acqua, ricorda la signora Maria Sala, per terra era sempre bagnato e si rischiava di scivolare; questo era tuttavia il minore dei mali, in quanto il pericolo maggiore era costituito dall’insorgere di malattie polmonari, reumatiche e della vista. Non molto migliore era la situazione delle operaie addette al torcitoio, come si è visto nel passo della deposizione di Pietro Gavazzi, curve tutto il giorno sulle macchine incannatrici. Grazie alla preziosa scoperta, in Archivio Comunale20, di un registro degli infortuni avvenuti sul luogo di lavoro in varie fabbriche cernuschesi, tra cui la Gavazzi, negli anni Quaranta del Novecento, possiamo sapere quali fossero gli infortuni che più frequentemente capitavano alla Gavazzi e quindi, più in generale, in uno stabilimento serico. Sul registro sono annotate la data della presentazione della denuncia, l’indicazione di chi fece la denuncia (il datore di lavoro), il giorno e l’ora in cui si verificò l’infortunio, la sua natura, il nome e l’età della persona infortunata. Gli infortuni avvenuti alla Gavazzi riguardano ustioni di primo e secondo grado alle mani e ai piedi, casi di donne che

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Ivi, p. 153. ACCSN cart. 144, cat. XI, cl. 2, f. 5. 48


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si punsero le dita sui fusi dell’incannatoio, e non manca neanche il caso di una donna che cadde nel trasportare una cesta di bozzoli. In alcune denunce di infortunio sul lavoro, reperite sempre in Archivio Comunale21, redatte negli anni Quaranta dalla Gavazzi, in ossequio alla legge n. 1765 del 1935, Assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro, si trovano altri esempi di infortuni occorsi alle filandaie, simili a quelli prima elencati (vedi pagina seguente). È interessante però soffermarsi sull’impostazione della denuncia, in cui bisognava specificare una serie precisa di elementi: il nome della ditta e il settore in cui lavorava (nel caso della Gavazzi «Trattura e torcitura seta e raion»); il nome dell’istituto assicuratore (l’Istituto nazionale fascista per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro, creato nel 1933); il luogo dove avvenne l’infortunio; la data, l’ora e le circostanze in cui esso avvenne; i dati della persona infortunata; l’entità della lesione e le sue conseguenze (morte o inabilità, totale o parziale, permanente o temporanea, al lavoro); i nomi, infine, dei testimoni all’infortunio. L’obbligo di denuncia degli infortuni sul lavoro, d’altra parte, era solo uno dei vari obblighi cui i datori di lavoro dovevano sottostare durante il periodo fascista: come si può infatti vedere da altri documenti conservati in Archivio Comunale, essi erano anche tenuti a trasmettere alla Prefettura la denuncia di esercizio della propria attività22, alla questura l’elenco degli operai assunti o licenziati ogni mese23 e al comune l’elenco del personale occupato nel proprio stabilimento24, con le relative schede individuali in cui dovevano essere specificati numero di matricola, nome e cognome, paternità, maternità, luogo e data di nascita, residenza, data di assunzione e mestiere. Oltre che per le condizioni materiali di lavoro (mansioni e luoghi in cui venivano svolte), che provocavano il rischio di ammalarsi o di infortunarsi più o meno gravemente, l’attività negli stabilimenti serici era inoltre pesante anche per gli orari di lavoro, che spesso, soprattutto nell’Ottocento, erano massacranti. Le fonti generali consultate a proposito del lavoro in filanda nell’Ottocento parlano infatti di 12-14 ore lavorative giornaliere, dato confermato, nel caso della Gavazzi, da un passo delle più volte citate deposizioni rilasciate da Pietro Gavazzi nel 1871: «Il lavoro giornaliero è di 12 ore, meno che nei mesi di giugno, luglio e agosto, in cui è di 14 ore»25; tale numero di ore lavorative si può con molta probabilità estendere anche alle altre filande cernuschesi. Il lavoro iniziava quindi la mattina presto e terminava la sera; 21

ACCSN cart. 144, cat. XI, cl. 2, f. 7. Ibidem. 23 ACCSN cart. 144, cat XI, cl. 2, f. 6. 24 Ibidem. 25 G. Gavazzi, op. cit., p. 152. 22

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Esempio di denuncia di un infortunio avvenuto in Gavazzi nel 1942


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anche le bambine erano sottoposte a questi massacranti orari, e continuarono spesso ad esserlo anche dopo l’emanazione della legge 242 del 1902, che fissava un tetto massimo di 8 ore giornaliere di lavoro per i minori di 12 anni e di 11 ore per i minori dai 12 ai 15 anni. Ancora negli anni Dieci e Venti del Novecento, come sappiamo dalla testimonianza della signora Teresa Perego, anche nelle filande di Cernusco si lavorava 12 o più ore al giorno, dalle sei di mattina a mezzogiorno e dall’una alle sette e trenta di sera26. Tornando al passo della deposizione di Pietro Gavazzi prima citato, la sua continuazione fornisce un’informazione interessante, ovvero che gli stabilimenti Gavazzi, almeno a detta di Pietro, nel periodo in cui egli scrive (gli anni Settanta dell’Ottocento), restavano attivi per tutto l’anno, con l’eccezione del mese di maggio: «Le filande e i filatoi sono attivi tutto l’anno, meno il maggio, in cui il personale accudisce ai bachi da seta per proprio e per conto altrui»27. Purtroppo, per quanto riguarda Cernusco, non sappiamo quando la filanda Gavazzi e le altre abbiano iniziato a funzionare tutto l’anno. Dai dati contenuti nei documenti d’archivio analizzati e riportati nel primo capitolo, sappiamo che nel 1847 la Gavazzi e la Keller, che funzionavano già a vapore, restavano aperte solo quattro mesi e mezzo circa. Ancora nel 1863 la Gavazzi e la Carini, a vapore, restavano aperte solo alcuni mesi e, stando alla Statistica Industriale della Lombardia relativa all’anno 1900, la filanda Gavazzi lavorava quattro mesi e mezzo circa, mentre il filatoio Gavazzi nove mesi circa. Le parole di Pietro Gavazzi, nel caso dello stabilimento di Cernusco, non trovano dunque riscontro in nessuna delle fonti a nostra disposizione. Che nel Novecento, almeno a partire dagli anni Trenta, la Gavazzi restasse aperta tutto l’anno, è invece confermato, oltre che dalla testimonianza della signora Maria Sala28, anche da quella rilasciataci dalla signora Angela Quadri29, la quale, pur non avendo lavorato in filanda, conosceva alcune ragazze impiegate alla Gavazzi. Ella ci ha infatti raccontato che negli anni Quaranta incontrava le ragazze, uscite dallo stabilimento alla fine del lavoro, nella stagione estiva dagli ortolani, presso i quali lavoravano per integrare la paga della filanda, e nella stagione invernale a casa di una maestra di cucito, che insegnava loro a ricamarsi la dote, a conferma quindi del fatto che esse andassero a lavorare alla Gavazzi tutto l’anno. La signora Angela ha poi ribadito la provenienza delle filandére da famiglie contadine, citando alcune cascine da cui esse venivano: 26

Dalla testimonianza della signora Teresa Perego. Copia in possesso dell’Autrice. G. Gavazzi, op. cit., p. 152. 28 Si legga infatti la testimonianza della signora Maria Sala, riportata per intero nel prossimo capitolo. 29 Testimonianza rilasciata all’Autrice dalla signora Angela Quadri, in data 13/02/2012. 27

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Le ragazze delle cascine San Maurizio e Visconta che andavano a lavorare in filanda usavano gli zoccoli, perché le strade di campagna erano infangate; quando arrivavano in paese mettevano gli zoccoli all’inizio di via Pietro da Cernusco, dove allora erano tutti prati e fossi, e indossavano delle ciabattine per entrare in paese. Durante la pausa pranzo tornavano verso casa, le mamme venivano loro incontro con un pentolino di minestra o di pasta ed esse si fermavano a mangiare lungo la strada che andava a San Maurizio. La signora Angela ricorda così bene dove le ragazze lasciassero gli zoccoli perché a quei tempi abitava proprio in via Pietro da Cernusco; per questo la sua testimonianza è stata utile anche a confermare gli orari di lavoro che, a detta delle tre ex lavoratrici della Gavazzi intervistate, si seguivano negli anni Trenta-Quaranta alla Gavazzi30: abitando in via Pietro da Cernusco, vicino quindi allo stabilimento, ella sentiva infatti la sirena che annunciava l’inizio e la fine del lavoro e la pausa pranzo. La sirena che indicava l’inizio del lavoro, ricorda la signora Angela, suonava alle otto di mattina; a mezzogiorno suonava la sirena della pausa pranzo, che risuonava poi alla una, per indicare la ripresa del lavoro; l’ultima sirena suonava infine alle cinque di sera, ad indicare il termine della giornata lavorativa. Da tali orari, che, come detto, trovano conferma nelle testimonianze delle tre ex lavoratrici della Gavazzi intervistate, si desume che le ore lavorative giornaliere erano otto. Tuttavia, come raccontatoci dalla signora Lucia Moioli, nel periodo in cui ella lavorò nel reparto della seta sintetica della Gavazzi, ovvero dal 1941 per i successivi quattro anni, a seconda del lavoro, le ore giornaliere, da otto, diventavano nove o dieci, nonostante fosse in vigore una legge del regime fascista, approvata nel 1937, che riduceva la settimana lavorativa a 40 ore; in più, ricorda la signora Lucia, spesso toccava lavorare anche il sabato. In tempo di guerra capitò però anche che non ci fosse lavoro, tanto che, ricorda la signora Maria Sala, per quasi un anno la Gavazzi rimase inattiva. Ad ogni modo, si pensi che per le operaie, tornate a casa distrutte dalla fatica di 12 o addirittura 14 ore di lavoro nell’Ottocento, ridotte poi, nel corso del Novecento, a 10/8 ore, il lavoro non era ancora finito, dal momento che dovevano infatti occuparsi anche di tutte le faccende domestiche. Si consideri, inoltre, che le pesanti condizioni lavorative finora descritte ve30

Si leggano le tre testimonianze, riportate per intero nel prossimo capitolo. 52


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nivano sostenute, nell’Ottocento, anche da donne all’ultimo mese di gravidanza: ai tempi non esistevano, infatti, i congedi pre e post parto. Si pensi che l’asilo Sorre, una delle più antiche istituzioni di Cernusco, fu fondato, nel 1886, proprio per accogliere i bambini delle tante operaie impiegate presso le filande del paese, che rischiavano altrimenti di essere lasciati a se stessi e di finire sulla strada31. Nel corso del Novecento la situazione della madre lavoratrice man mano migliorò: nel 1902, la legge Carcano introdusse il congedo di maternità dopo il parto, della durata di un mese, riducibile a tre settimane, ma non retribuito; con il regio decreto numero 850 del 1929 il congedo venne esteso anche all’ultimo mese di gravidanza, oltre che al primo mese dopo il parto. Un ulteriore passo avanti venne compiuto, in pieno regime fascista, con la legge 1347 del 1934, sulla tutela della maternità delle lavoratrici, che prolungò il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro a sei settimane dopo il parto e impose il divieto di licenziamento della madre lavoratrice e l’assicurazione obbligatoria di maternità; pur introducendo maggiori protezioni, tale legge ebbe però l’effetto di far calare il tasso di occupazione femminile anche nei settori, come il tessile, in cui le donne erano molto presenti. Bisognerà aspettare il 1971 perché, con la legge numero 1204, oltre a ribadire il divieto di licenziamento della madre lavoratrice, venga previsto un periodo di astensione dal lavoro obbligatorio per maternità di due mesi prima del parto e tre mesi dopo, con la corresponsione di un’indennità di maternità per tutto tale lasso di tempo. Tornando alle nostre filandaie, esse dovevano inoltre fare i conti con i severi regolamenti di fabbrica che vigevano negli opifici nell’Ottocento e nel Novecento, le cui norme proibivano il cicaleccio e la disattenzione, imponevano di non abbandonare il proprio posto senza permesso e, soprattutto, prevedevano multe, sospensioni e, nei casi più gravi, espulsioni, qualora il lavoro riuscisse male per errori imputati all’operaia.

2.2.3 Le condizioni salariali Le pesanti condizioni lavorative finora descritte venivano purtroppo ripagate poco in termini salariali. Per quanto riguarda le filande cernuschesi, da una loro descrizione di metà Ottocento, conservata in Archivio Comunale32, di cui si è già parlato nel primo capitolo, sappiamo che le paghe variavano da stabilimento a stabilimento e da mansione a mansione, considerando che le

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E. Ferrario Mezzadri, L’asilo Sorre compie 125 anni, «Voce amica», 9 settembre 2011, p. 19. ACCSN cart. 135, cat. XI, cl. 2, f. 1. 53


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donne percepivano in media circa la metà o un terzo rispetto agli uomini, sia per il lavoro meno qualificato che svolgevano sia per il fatto in sé di essere donne: la Gavazzi pagava, infatti, a seconda delle mansioni svolte, gli uomini lire 3 più vitto (i capi assistenti), lire 2 più vitto (gli assistenti) e lire 2 senza vitto (gli operai), mentre le donne lire 1,76 (le filére) e lire 1 (le mondarine). La Carini e la Gadda pagavano invece a fattura, corrispondendo lire 5/6 per ogni libbra di seta torta e 1 lira per ogni libbra alle donne che eseguivano l’incannatura. Nelle sue deposizioni del 1871, Pietro Gavazzi tocca anche l’argomento salari, spiegando i criteri in base ai quali venivano fissati: «Le filatrici percepiscono in tutte le mie filande una lira al giorno, le ragazze dai 49 ai 90 centesimi, secondo l’età e l’abilità. Gli uomini, a norma dell’importanza del lavoro, da lire 1,30 a lire 3»33. I criteri fondamentali erano dunque l’età ed il tipo di mansione svolta, che, nel caso delle operaie di sesso femminile, si legava strettamente all’età: come si è infatti visto, alle bambine venivano affidati i lavori che richiedevano meno abilità, e che di conseguenza venivano pagati meno; le bambine e le ragazzine erano, così, le più sottopagate nelle filande, sia per la loro età in sé, sia per il tipo di lavoro meno qualificato che svolgevano. Agli inizi del Novecento, i salari delle operaie addette all’industria serica nella provincia di Milano andavano da un massimo di lire 1,20 a un minimo di 90 centesimi per le filatrici (a seconda che fossero inquadrate come provette o di II classe), da un massimo di 70 centesimi a un minimo di 67 centesimi per le sbattitrici, e da un massimo di 80 centesimi a un minimo di 25 per le incannatrici, a seconda che fossero provette, di I classe, di II classe o apprendiste34; i loro colleghi maschi percepivano invece in media tra le 2 e le 3 lire. Tali salari ai limiti della sopravvivenza, soprattutto per le donne (più o meno 1 lira al giorno, quando un chilo di pane costava 46 centesimi e un chilo di carne 1 lira e 10 centesimi35), furono tra le cause dei numerosi scioperi che agli inizi del secolo scoppiarono anche nel settore dell’industria serica, toccando, come si vedrà, anche la nostra città. Nei decenni seguenti del Novecento i salari nei setifici continuarono a restare bassi. La signora Maria Sala ricorda che il suo primo salario, nel 1932, a 13 anni, come scuinéra, era di 3,30 lire al giorno, salito l’anno dopo a 3,50 lire; per usare le parole della signora Maria, «non era niente». Anche la signora

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G. Gavazzi, op. cit., p. 151. Dati riportati in F. Imprenti, Operaie e socialismo. Milano, le leghe femminili, la Camera del lavoro (1891 – 1918), Franco Angeli, Milano, 2007, p. 72. 35 Cfr. S. Mandelli, op. cit., p. 45. 34

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Lucia Moioli ricorda la sua prima paga, nel 1941, a 14 anni, da operaia addetta al settore della seta sintetica: 5 lire e 64 centesimi al giorno, salita, dopo sei mesi, a 6 lire e 13 centesimi, e aumentata poi, man mano, fino a 11 lire al giorno. Siamo inoltre in possesso del prezioso libretto di paga della signora Rosa Andreoni, la quale, ricordiamo, lavorò alla Gavazzi dal 1922 al 1931. Tale libretto, che ogni datore di lavoro era tenuto a rilasciare a proprie spese a ciascuno dei propri operai, riportava, per ogni anno e ogni mese di lavoro, il numero delle giornate o delle ore lavorative, l’ammontare della paga in denaro, ed eventualmente anche in natura, ovvero in beni alimentari corrispondenti ad una certa somma in denaro, le spese eventualmente sostenute a proprio carico dall’operaio per l’esecuzione del lavoro e la firma della «persona che fa la paga» (nel nostro caso si tratta dell’allora direttore della Gavazzi, Federico Carnovali). Prendendo, per esempio, come riferimento l’anno 1930, in cui la signora Rosa, allora ventunenne, lavorò tutto l’anno, in qualità di annodatrice, dalle paghe scritte sul libretto possiamo dedurre che nei mesi in cui lavorò più giorni (22 o 24 giorni) percepì un salario mensile di lire 187 (per 22 giorni) e lire 212 (per 24 giorni), corrispondenti quindi a una media di 8,60 lire al giorno (vedi pagina seguente).

2.3 Operaie in lotta: gli scioperi alle filande Gavazzi e Tizzoni Tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento l’Italia fu attraversata da una serie di scioperi che interessarono il settore agricolo e molti settori industriali, in primis quello tessile, industria della seta inclusa. A causa infatti della crisi generale del comparto tessile, dello sfruttamento della manodopera, delle pesanti condizioni di lavoro, dei rigidi regolamenti, che determinavano multe e licenziamenti, e dei salari al minimo, si registrarono anche nella nostra regione diversi scioperi dei lavoratori della seta, in particolare nelle aree del varesotto, del bresciano e del milanese. Nel 1901, l’anno in cui si verificarono più scioperi, se ne contarono ben 1.671, di cui 1.042 nell’industria, con 190.540 partecipanti, e 629 nell’agricoltura, con 222.985 partecipanti36; in particolare, a Milano, nello stesso anno, vi furono 88 scioperi, che coinvolsero il 37% della popolazione lavoratrice, percentuale mai raggiunta prima37. La percentuale degli scioperi nel settore tessile nel 1901 fu del 22,9% sul totale, la più alta tra tutte quelle relative ai

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Dati riportati in G. Candeloro, Storia dell’Italia moderna, vol. VII, Feltrinelli, Milano, 1974, p. 140. 37 Cfr. F. Imprenti, op. cit., p. 41. 55


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Esempio di una pagina del libretto di paga della signora Rosa Andreoni


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vari settori industriali interessati dalle agitazioni. Questa possente ondata rivendicativa presentò un largo margine di spontaneità: la maggior parte degli scioperi del 1901 non fu infatti diretta da alcuna organizzazione, soprattutto nei settori in cui prevaleva una manodopera poco qualificata o di carattere stagionale, come nel caso dei setifici38. L’atteggiamento delle autorità governative di fronte ai conflitti di lavoro si mostrò diverso rispetto al passato grazie a Giovanni Giolitti, a quei tempi ministro dell’Interno del governo Zanardelli, il quale introdusse una nuova prassi tesa ad abbandonare l’azione repressiva contro le organizzazioni sindacali, riconoscendo la libertà di organizzazione e di sciopero e limitandosi a garantire l’ordine pubblico, allo scopo di favorire l’inserimento del movimento operaio nel sistema politico-istituzionale borghese. Favoriti in parte anche dall’atteggiamento tollerante e non repressivo della politica di Giolitti, nel complesso gli scioperi del 1901 si conclusero con esito in maggioranza favorevole, o almeno parzialmente favorevole, per i lavoratori, che riuscirono ad ottenere miglioramenti salariali39. Sulla scena delle rivendicazioni operaie di fine Ottocento e inizi Novecento le donne ricoprirono un ruolo di primo piano, contravvenendo alla tradizionale immagine di passività attribuita loro. Nel suo libro Operaie e socialismo, Fiorella Imprenti sottolinea la forte partecipazione delle donne ai moti del maggio 1898 a Milano, ricordando che gli scioperi milanesi partirono dalla Pirelli e dalla Manifattura tabacchi, oltre che dai principali opifici della città e dei sobborghi, tutte fabbriche con una assai elevata presenza di donne. Che le donne furono protagoniste della piazza nelle giornate di maggio, mostrando nella lotta una combattività ancora più elevata di quella degli uomini, è inoltre provato dalla lunga lista di condannate per oltraggio all’esercito e partecipazione ai tumulti; famoso è il caso della leader socialista Anna Kuliscioff, condannata a due anni per aver istigato alla sommossa gli operai e le operaie della Pirelli40. Se i rapporti delle operaie con le federazioni di mestiere, dalle cui direzioni erano escluse, furono sempre molto ridotti, quelli con le Camere del Lavoro, più vicine alla loro realtà, e quindi maggiormente in grado di interpretarne le istanze, furono assai più stretti41. A Milano, infatti, di pari passo con la nascita della Camera del Lavoro, nel 1891, le operaie si unirono in leghe (tra cui si ricordino, in campo tessile, quelle delle tessitrici, delle nastraie e delle orla-

38 Cfr. G. Procacci, La lotta di classe in Italia agli inizi del secolo XX, Editori Riuniti, Roma, 1972, p. 66. 39 Crf. G. Candeloro, op. cit., p. 140. 40 Cfr. F. Imprenti, op. cit., pp. 30-31. 41 Cfr. ivi, p. 13.

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trici), che avevano sede nella Camera del Lavoro e in cui esse «godevano di indipendenza e visibilità, sperimentavano la gestione diretta delle organizzazioni, studiavano statuti e memoriali puntuali, basati sulle loro particolari esigenze, e rivendicavano comunemente istanze emancipazioniste»42. Fin dalle loro prime attività rivendicative negli anni 1894-98, attività che riguardavano per lo più la richiesta di aumenti salariali e la riduzione delle ore di lavoro e del rigore dei regolamenti di fabbrica, le operaie milanesi furono sostenute nelle loro lotte dalla Camera del Lavoro, che interveniva a dirigere anche i movimenti non organizzati, cercando di convincere le operaie ad unirsi in lega, cosicché spesso proprio dagli scioperi spontanei, che erano la maggior parte, scaturiva l’organizzazione della lega43. Grazie all’appoggio della Camera del Lavoro, ma soprattutto alla propria combattività e tenacia, le tessitrici milanesi, organizzatesi in leghe già dai primi anni Novanta dell’Ottocento, con una serie di scioperi sempre più coordinati e, infine, uno sciopero generale di categoria, riuscirono a raggiungere nel 1902 un’importante vittoria: l’ottenimento della giornata lavorativa di dieci ore, dimostrando quanto i padroni avessero da temere dalle donne, a dispetto della loro presunta mansuetudine. La tendenza generale alla spontaneità degli scioperi femminili si nota anche nel caso dello sciopero scoppiato alla filanda Gavazzi nel 1901, anno in cui l’ondata di agitazioni operaie e contadine si riversò anche sulla nostra città. In particolare, nel settore agricolo si ha qualche notizia di uno sciopero diretto dal democratico-cristiano Giuseppe Muzio Scevola, che si concluse con qualche risultato positivo per i contadini; tra gli scioperi che interessarono l’industria, si hanno invece notizie dettagliate di quello che si verificò al setificio Gavazzi, riportate sul giornale milanese «Il tempo», in un articolo del 21 febbraio 1901, e rispolverate dal professor Giorgio Perego nel suo articolo dal titolo Serrata al setificio Gavazzi44, pubblicato nel 1987 sul periodico locale «Il fontanile», a cui ci rifaremo per dar conto dell’episodio. Vediamo dunque nello specifico come si svolsero i fatti. Nel 1901 la Gavazzi impiegava 200 donne e 40 ragazze, con un salario giornaliero di 1 lira le adulte e 60 centesimi le altre. Anche qui le pesanti condizioni di lavoro, le basse paghe e il rigore del regolamento, che prevedeva, per gli scarti del lavoro, dapprima una multa e poi la sospensione dell’operaia responsabile, con la conseguente riduzione del già magro salario, determinavano il serpeggiare del malcontento tra la manodopera. Fu proprio la questione delle multe per

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Ivi, p. 12. Ivi, p. 29. 44 G. Perego, Serrata al setificio Gavazzi, «Il fontanile», anno XXIV, n. 3, marzo 1987, p. 3. 43

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gli scarti del lavoro la causa scatenante dello sciopero: già da tempo, infatti, le multe fioccavano e le operaie vi si opponevano, sostenendo che la colpa non fosse loro ma della cattiva qualità dei bozzoli dati loro da lavorare. Ma il direttore, il signor Pietro Casati, non accettava scusanti e continuava a multarle e sospenderle. La tensione giunse così al punto in cui, quando venerdì 15 febbraio 1901 il Casati sospese l’ennesima operaia, tale Tremolada, le altre si schierarono dalla sua parte, si misero in sciopero e il giorno dopo avanzarono le seguenti richieste: reintegro al lavoro della Tremolada, abolizione del sistema delle multe e della sospensione dal lavoro e migliore oculatezza da parte della ditta nella scelta dei bozzoli. Interessante da notare la solidarietà manifestata dalle compagne alla collega sospesa, a dimostrazione quindi del clima di generale aiuto reciproco che vigeva tra le operaie. Non essendo molto frequenti gli scioperi nelle filande, a causa della manodopera prevalentemente femminile e contadina, che percepiva il proprio salario come un’integrazione al reddito della famiglia, l’agitazione alla Gavazzi si può considerare particolarmente significativa poiché testimonia del reale grado di tensione raggiunto all’interno dello stabilimento. Si trattò di uno sciopero, come si è visto, del tutto spontaneo, anche perché le operaie cernuschesi, diversamente da parte di quelle milanesi, non erano organizzate in leghe, né avevano alcun rapporto con la Camera del lavoro e con il Partito Socialista. Priva di qualsiasi appoggio e dovendosi scontrare con il duro atteggiamento aziendale nei confronti delle agitazioni operaie, la protesta delle donne della Gavazzi era destinata a concludersi con la loro sconfitta e con il pieno successo della ditta. Infatti, durante il vivace colloquio tra le operaie e il direttore, «non essendo stato possibile venire ad alcuna conclusione accettabile sia da una parte che dall’altra», egli dichiarò una serrata di ben undici giorni, lasciando a casa sul lastrico le operaie. Il lavoro fu ripreso solo «in seguito alla sottomissione delle operaie», che «riconobbero il loro torto». Tale serrata, messa in atto come punizione esemplare, è particolarmente significativa se si considera che si tratta di una delle quattro serrate nazionali avvenute nel 1901, in controtendenza rispetto alla linea giolittiana, improntata ad un’azione meno repressiva nei confronti degli scioperi. La durezza con la quale la protesta fu stroncata si comprende fino in fondo se si prende in considerazione il fatto che, essendo i Gavazzi a quei tempi proprietari di una ventina di opifici sul territorio nazionale, l’esemplare punizione inflitta alle operaie di Cernusco servisse loro quale monito da dare, in quegli anni agitati, alla manodopera di tutti gli altri stabilimenti. Alla base dell’intransigente atteggiamento padronale vi era però sicuramente anche il paternalismo che fin dall’inizio caratterizzò la famiglia Gavazzi. 59


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Esaminando la figura di Pietro Gavazzi che emerge dalle già citate deposizioni da lui rilasciate nel 1871, si nota la sua preoccupazione per le condizioni materiali e morali dei lavoratori, fissando un’età minima di 9 anni per l’ingresso nelle sue fabbriche delle fanciulle e introducendo migliorie tecniche che rendessero il lavoro meno faticoso, e la sua sensibilità nei confronti di un’adeguata istruzione delle operaie, al punto di istituire delle scuole diurne primarie all’interno dei suoi stabilimenti. Una reale volontà riformatrice si accompagnava in Pietro all’attegiamento paternalista nei confronti della classe operaia «ignorante», «cui giova moltissimo un buon esempio»45. L’Annuario dell’industria e degli industriali di Milano relativo agli anni 189091 presenta i Gavazzi proprio come modello perfetto di buoni padroni di stampo paternalista, descrivendo la ditta Pietro Gavazzi in questi termini: «Dà lavoro continuo a quattromila persone e il miglior accordo regna fra operai e padrone intenti al medesimo scopo di giovarsi a vicenda, che è la miglior forma di socialismo. E al vantaggio morale e intellettuale dei propri operai la casa ha provveduto istituendo a proprie spese negli stabilimenti stessi scuole pei ragazzi, asili pei bambini lattanti e doti per le nubende». La “bontà” di Pietro e dei suoi discendenti nei confronti dei propri operai non era però esclusivamente fine a se stessa: l’intento era infatti quello di tenersi buoni i lavoratori per evitare lo scoppio di agitazioni, nei confronti delle quali Pietro e coloro che vennero dopo di lui mantennero sempre un atteggiamento inflessibile, considerandole un atto di intollerabile disubbidienza ed irriconoscenza verso la propria “generosità”. Dopo il picco nel 1901, gli scioperi continuarono, con meno frequenza e successo, ma sempre meno spontanei e più organizzati, anche negli anni seguenti. Nel 1913, dodici anni dopo l’episodio della Gavazzi, le agitazioni investirono, a più riprese, un’altra filanda cernuschese: la Tizzoni. Purtroppo in questo caso le informazioni di cui si dispone sono poche: le uniche fonti sono infatti due brevi articoli pubblicati sul giornale «l’Italia» in data 13/7/1913 e 1/8/1913, riportati nel libro di Silvio Mandelli Cernusco Novecento. Dal primo di tali articoli si evincono le cause dello scoppio dello sciopero: «Da un po’ di tempo nella maestranza della filanda Tizzoni, di proprietà del sig. Rossi, regnava del fermento, che ha raggiunto oggi il suo stadio acuto, esplodendo in una dimostrazione clamorosa. Le ragioni di questo fermento vanno ricercate nei metodi un po’ troppo rigidi di qualche sorvegliante in danno delle operaie»46. Le proteste delle operaie ottennero il sostegno dei compaesani («Tutto il paese simpatizza con le operaie»). Allo scopo di diri-

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Dalla deposizione di Pietro Gavazzi, in G. Gavazzi, op. cit., p. 154. Citato in S. Mandelli, op. cit., p. 47. 60


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mere la questione «la Lega del Lavoro di Milano e Provincia mandò sul posto il suo vicesegretario Redaelli Enrico, il quale in una prima adunanza ha cercato di rendersi conto della situazione e di sentire le ragioni delle operaie per avviare i necessari abboccamenti allo scopo di comporre la vertenza»47. Dopo una breve tregua, il primo agosto del 1913 la ditta Rossi, per motivi poco chiari, prese il grave provvedimento di dare otto giorni di licenziamento a tutta la maestranza, lasciando 140 operaie sul lastrico; ciò scosse profondamente l’opinione pubblica cernuschese, come scrive il cronista de «l’Italia» nel secondo articolo: «Il grave provvedimento a soli 17 giorni dalla composizione dell’ultimo sciopero per i buoni uffici della Lega del Lavoro, coadiuvata dall’on. Crespi, è molto commentato dal paese, il quale è già afflitto da altre crisi»48. A dare il colpo di grazia alle filandaie della Tizzoni fu la chiusura definitiva dello stabilimento, avvenuta subito dopo: nello stesso mese di agosto la ditta, già in difficoltà da tempo, decise infatti di chiudere i battenti, non riuscendo ormai più a fronteggiare la grave crisi che da qualche anno si era abbattuta sull’industria serica.

2.4 Una cantata per scordare la fatica: i canti delle filandére Ai tempi in cui la Gavazzi era in funzione, chi passava per via Bourdillon poteva sentire le operaie recitare il rosario e cantare, sovrapponendo le proprie voci al cigolare degli aspi, a sollievo della snervante fatica del lavoro. La recita del rosario era una specie di rito quotidiano in molte filande, compresa la Gavazzi: dalle testimonianze raccolte sappiamo infatti che tutti i giorni, una volta la mattina e una la sera verso le cinque, sul finire della giornata lavorativa, una donna intonava il rosario e le altre la seguivano. Anche il canto era diffuso all’interno delle filande; esso era, infatti, generalmente permesso, sempre che si trattasse, come a volte specificavano i regolamenti, di canzoni morali che non offendessero il buon costume. I padroni accettavano il canto perché, oltre a servire ad evitare il chiacchiericcio, era un elemento importante durante il lavoro, in quanto scandiva il ritmo delle varie attività, e, soprattutto, manteneva allegre le operaie e allentava la fatica e la tensione, rendendo, insomma, il lavoro più accettabile e predisponendo quindi le donne a lavorare meglio. Quest’ultimo aspetto non sfuggì certo al direttore della Gavazzi, Federico Carnovali: come ci ha infatti raccontato la

47 48

Ibidem. Ibidem. 61


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signora Lucia Moioli «cantare era l’unica cosa che permettevano di fare; il direttore diceva che quando le donne cantavano erano felici e lavoravano di più». Il canto è un elemento che spesso contraddistingue le filandaie, anche nelle canzoni popolari dedicate loro, come nel caso della Filandera, riportata a inizio capitolo, la cui protagonista ha voglia di cantare tutto il giorno, a dispetto della fatica del lavoro. Il fatto di cantare indica la capacità di molte di queste donne di essere allegre nonostante la vita povera e dura che conducevano, di cogliere la gioia nelle piccole cose e di farsi bastare poco per essere felici, proprio come sapevano fare le filerine cernuschesi citate nel libro di Nello Canducci Lessico cernuschese, che cantavano lungo il tragitto per andare a lavorare, durante il lavoro e al ritorno a casa, dove «davano sfogo a una grande contentezza ballando e saltando coi piedi scalzi nelle pozze d’acqua che la pioggia aveva formato nelle corti senza fognatura»49. Ma vediamo nello specifico che tipi di canti si potevano ascoltare in filanda: oltre ai canti religiosi, come la pastorale Gesù bambino è nato, cantata in coro nel periodo natalizio, il repertorio delle filandaie comprendeva anche quelli popolari dialettali, alcuni ambientati proprio in filanda, e vari canti di moda allora, come le famose canzoni Mamma mia dammi cento lire che in America voglio andar e Se potessi avere mille lire al mese, che esprimevano i loro sogni di evasione e ricchezza. Dapprima solo alcune donne intonavano una canzone, poi man mano si lasciavano trascinare tutte nel canto e «venivano fuori di quei cori, altroché l’Antoniano»50. È interessante soffermarsi sul genere di canti definiti “canti di filanda”, non solo perché venivano cantati all’interno delle filande, ma anche perché i loro testi parlano proprio delle filande stesse e delle donne che vi lavoravano. Si tratta di canzoncine popolari dialettali, diffuse in tutta la nostra regione, che testimoniano di un’epoca in cui il lavoro in filanda era diffuso e la figura della filandéra era ben nota, tanto da ispirare delle canzoni che hanno contribuito a imprimerla nell’immaginario collettivo dei posteri. Alcuni canti di filanda sono tristi e presentano in maniera negativa e pessimistica il lavoro in filanda e la vita delle filandaie, altri invece sono più allegri e meno pessimistici; nel complesso, essi sottolineano le pesanti condizioni di lavoro delle filandére e il loro bisogno di guadagnare, ma anche il loro sentimento d’amore, amore presentato in molti casi in termini strettamente fisici, con espliciti riferimenti a rapporti sessuali anche di tipo prematrimoniale. Appartengono alla categoria dei canti più tristi, per esempio, Mamma mia, mi son stufa, Povre filandere e L’è finida la filanda. Nel primo la filandéra esprime alla madre la propria stanchezza per il lavoro in filanda, presentato in modo molto negativo: 49 50

N. Canducci, Lessico cernuschese, Mimep-Docete, Pessano, 2009, p. 64. Dalla testimonianza della signora Lucia Moioli. 62


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Mamma mia, mi son stufa o de fà la filerina, ol cal e ol poc51 a la matina, ol provin52 do voeult al dì. Mamma mia, mi son stufa tutt ol dì a fa andà l’aspa, voglio andare in bergamasca in bergamasca a lavorar. El mestee53 de la filanda l’è il mestee degli assassini, poverette quelle figlie che son dentro a lavorar. Siamo trattati come cani, come cani alla catena, non è questa la maniera o di farci lavorar. Tucc me disen che son nera e l’è el fumm de la caldera54, el mio amor me lo diceva di non far quel brutt mestee. Tucc me disen che son gialda55, l’è ol filôr56 de la filanda, quando poi sarò in campagna i miei color ritornerà.

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Letteralmente il calo e il poco. Si aveva il cal quando il peso della seta prodotta risultava inferiore a quello dei bozzoli consegnati per la lavorazione; si aveva invece il poc quando la filandéra aveva prodotto poca seta rispetto alle quantità prefissate per la giornata. Si tratta, come il successivo provin, di termini tecnici che indicano elementi di controllo del lavoro. 52 La prova, cioè l’analisi della qualità del filo di seta. 53 Mestiere. 54 Caldaia. 55 Gialla. 56 Il fumo.

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In Povre filandere la condizione delle filandaie è descritta in termini fortemente pessimistici: Povre filandere che n’avi mai ben57 dormen in’t la paja tremer in del fen58 dormen in’t la paja tremer in del fen povre filandere che n’avi mai ben. Sona la campanela che ne ciar ne scur59 povre filandere l’pica ‘l co in del mur60 povre filandere l’pica ‘l co in del mur sona la campanela che ne ciar ne scur Povre filandere che n’avi mai ben dormen in’t la paja crepen61 in del fen. L’è finida la filanda presenta invece una filandéra che non vuol più continuare a lavorare, forse perché rischia di essere licenziata: L’è finida la filanda, l’è finida in vita mia; se il padron mi manda via, io non voglio star qui più. Trallallallaralallallà Trallallallaralallallà Di carattere più allegro e meno pessimistico sono invece, oltre alle già citate La filandéra, e E lee la va in filanda, anche la meno nota E mì son chì in filanda, tutte incentrate, più che sul lavoro, sugli amori delle filandaie. Nella Filandéra la protagonista è allegra, nonostante la fatica del lavoro, perché pensa al fidanzato soldato che le ha promesso di sposarla quando tornerà a casa, permettendole così di smettere di andare in filanda: Mi vô in filanda, mi vô in filanda ma tutt ol dì ma pias cantà, l’è la mia mamma che la ma manda, l’è ol gran besogn de guadagnà. 57

Che non avete mai del bene. Dormono nella paglia tremano nel fieno. 59 Suona la campanella che non è né chiaro né scuro. 60 Picchiano la testa contro il muro. 61 Muoiono. 58

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Se l’aria bona dent là la manca, ma fa nagotta anca patì; ma prèmm ciapalla una quai palanca, gh’hoo i mè vegitt da mantegnì. Gh’hoo l’amoroso che l’è soldato e caporale forsi ‘l sarà; ma quando el torna lu l’ha giurato che m’è marì al diventerà. Mi sont allegra, mi vô in filanda e preghi intant ch’a vegna ol dì che la Madonna lu a cà la manda che mi finissa da patì62. E lee la va in filanda, una delle canzoni più amate dalle filandaie, anche cernuschesi63, parla invece dell’amore e della dedizione della filandéra per il suo bel morettino, con un inaspettato finale tragicomico: E lee la va in filanda lavorà pel suo bel morettin. E lee la va in stanzetta fà su el lett, fà su el lett, fà su el lett, e lee la va in stanzetta fà su el lett pel suo bel morettin. E lee la va in giardino coglie i fior, coglie i fior, coglie i fior, e lee la va in giardino coglie i fior pel suo bel morettin. E lee la va in cantina cavà64 el vin, cavà el vin, cavà el vin, e lee la va in cantina cavà el vin pel suo bel morettin. E lee la va in soffitta calcà i moj65 calcà i moj calcà i moj e lee la va in soffitta calcà i moj col suo bel morettin. 62

Che io smetta di soffrire. Cfr. N. Canducci, op. cit., p. 63. 64 Spillare il vino. 65 Fare l’amore. 63

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O morettino mio morirai, morirai, morirai, o morettino mio morirai sotta ai roeud del tranvai66. O morettino mio morirai, morirai, morirai, o morettino mio morirai con le pene nel cuor. In E mì son chì in filanda, infine, la filandéra aspetta impaziente che finisca la giornata lavorativa e che venga il suo innamorato a prenderla per accompagnarla a casa, dove i due consumano rapporti sessuali: E mì son chì in filanda specci che ‘l vegna sira67, che ‘l me moros el riva68 per compagnarmi a cà. Per compagnarmi a casa, per compagnarmi a letto, sì l’è un bel giovinetto, bravo di fare l’amor. L’amore è protagonista anche della Filanda, una delle più belle canzoni del repertorio popolare di Milva, ricordata dalla signora Lucia Moioli, brano che racconta l’amore impossibile tra una filandéra e il figlio del padrone, sentimento di cui a fare le spese è la donna, che si ritrova incinta e sola perché, in un mondo che è come una filanda, in cui «c’è sempre chi comanda e chi ubbidirà», il figlio del padrone non può certo sposare una filandaia. Proprio alle belle parole della canzone di Milva, alla sua Filanda metafora del mondo intero, vogliamo allora affidare la conclusione di questa ricerca dedicata ai setifici cernuschesi ed alle donne che vi lavorarono: Cos’è, cos’è che fa andare la filanda è chiara la faccenda son quelle come me 66

Sotto le ruote del tram. Aspetto che venga sera. 68 Che il mio fidanzato arrivi. 67

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E c’è, e c’è che ci lascio sul telaio le lacrime del guaio di aver amato te Perché, perché eri il figlio del padrone facevi tentazione e venni insieme a te Così, così tra un sospiro ed uno sbaglio son qui che aspetto un figlio e a chiedermi perché Tu non vivevi senza me ahi l’amore, ahi l’amore prima sapevi il perché ahi l’amore che cos’è Cos’è, cos’è questa vita fatta ad esse tu giri col calesse ed io non c’è l’ho Cos’è, cos’è questo padre che comanda mi vuole alla filanda ma non insieme a te Cos’è, cos’è questa grande differenza se non facevi senza di questi occhi miei Perché, perché nella mente del padrone ha il cuore di cotone la gente come me

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tu non vivevi senza me ahi l’amore, ahi l’amore prima sapevi il perché ahi l’amore che cos’è Ormai lo so tutto il mondo è una filanda c’è sempre chi comanda e chi ubbidirà Però, però se l’amore si fa in due di queste colpe sue ne ho anch’io la metà Tu non vivevi senza me ahi l’amore, ahi l’amore prima sapevi il perché ahi l’amore che cos’è Ahi l’amore ahi l’amore che cos’è.

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CAPITOLO III

SUL FILO DEI RICORDI: LE TESTIMONIANZE DELLE DONNE CHE LAVORARONO ALLA FILANDA GAVAZZI Si riportano qui per intero le testimonianze delle tre signore Lucia Moioli, Assunta Perego e Maria Sala, che lavorarono alla Gavazzi negli anni Trenta e Quaranta dello scorso secolo. Per maggiore comodità di chi scrive e del lettore, le testimonianze, rese prevalentemente in dialetto, sono state rielaborate in italiano, mantenendo tuttavia alcuni termini ed espressioni dialettali.

3.1 Lucia Moioli: «Belle ragazze con le trecce tirate su come la Lucia Mondella»

Ho iniziato a lavorare a 12 anni, in una ditta di giocattoli, poi sono andata alla Gavazzi, dove ho lavorato dal 1941, quando avevo 14 anni, per i quattro anni successivi, nel reparto della lavorazione della seta artificiale. Ricordo quando arrivava il carico della merce: erano grosse matasse bianche, a cui veniva dato il colore prima di iniziare la lavorazione vera e propria. Dalle matasse si passava per gradi, per vari procedimenti, attraverso il lavoro delle bobinatrici e delle spolatrici, alla torsione del filo, grazie alla quale la seta artificiale da lucida diventava opaca e pronta per fare tessuti. Dal filatoio, mediante delle macchinette (si lavorava infatti sulle macchine), si confezionavano delle spole di questa seta artificiale, che venivano poi im69


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magazzinate. Nel settore della seta artificiale eravamo una novantina, in filanda un centinaio o più. Ricordo che il direttore domandava la provenienza alle ragazze che andavano a chiedere di essere assunte: quelle del paese le metteva generalmente in filatoio, mentre quelle che venivano da fuori in filanda vera e propria, perché il lavoro della filanda era meno gradito rispetto a quello del filatoio, che era un po’ più leggero. La maggioranza delle donne che lavoravano con me erano giovani al di sotto dei vent’anni. Nella parte del sintetico eravamo più figlie di operai, mentre le ragazze che lavoravano in filanda provenivano in maggioranza da famiglie contadine. Si lavorava otto ore al giorno, fino alle cinque di sera. A volte però facevamo anche nove o dieci ore al giorno, dipendeva dal lavoro. Anche lavorare il sabato o meno dipendeva dal lavoro. In tempo di guerra, però, spesso si usciva per gli allarmi che annunciavano i bombardamenti. Ricordo la mia prima paga: 5,64 lire al giorno, salita, dopo sei mesi, a 6,13 lire, e poi, man mano, fino a quasi 11 lire. In filanda la paga era poco di più. Era poco, ma c’era ancora di peggio. I padroni, i Gavazzi, non li ho mai visti, non si vedevano mai. C’erano un direttore, Federico Carnovali, e un vicedirettore, tale Verzini, il quale si occupava solo della filanda vera e propria, mentre il direttore era responsabile di entrambi i settori. I due abitavano presso lo stabilimento, dove ora c’è il parco. I rapporti con il direttore erano abbastanza buoni. Egli permetteva di cantare perché diceva che quando le donne cantavano erano felici e lavoravano di più. Sotto Natale si cantava in coro la nenia «Gesù bambino è nato», poi si cantavano canti di allora e canti dialettali ed ogni giorno si recitava il rosario prima della fine della giornata. Dopo la fine dell’epoca delle filande è venuta la canzone di Milva, La filanda, che ricorda i sogni di molte giovani filandére, come quello proibito di amare il figlio del padrone, anche se in realtà lo avrebbero sposato più che altro per non lavorare più in filanda. Ricordo bene le ragazze che venivano a lavorare in Gavazzi. Anche se la maggior parte di loro proveniva dalla campagna, avevano tutte un sentimento d’amore e, a modo loro, ci tenevano al proprio aspetto: quando arrivavano in paese cambiavano gli zoccoli con le ciabattine, alla mattina venivano con il fiocchettino verde e quando tornavano dopo la pausa pranzo lo cambiavano e lo mettevano rosso, per trovare il moroso. Conservo nella mente l’immagine di loro come belle ragazze, tutte con le trecce tirate su come una specie di aureola, come la Lucia manzoniana.

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3.2 Assunta Perego: «L’era come una famiglia»

Già dopo la quinta elementare ho iniziato a lavorare dagli ortolani, poi, nel 1939, quando avevo 14 anni, sono andata alla Gavazzi e vi ho lavorato per sette anni, prima di sposarmi. La maggior parte delle donne che lavoravano alla Gavazzi erano contadine di Cernusco. Io ero di Ronco e andavo a piedi con gli zoccoli. Essendo in gran parte del paese, eravamo come una famiglia. Ho imparato presto il lavoro. Ricordo che arrivavano i bozzoli, di due qualità, gialli e bianchi, e venivano pesati. Dopo c’era la lavorazione. La filéra lavorava i capi dei fili estratti dai bozzoli. C’erano poi la tachéra, una ragazzina che quando si rompeva il filo lo aggiustava, e la scopinéra, che aveva una sorta di paiolo con sopra una spazzola dura e doveva tirare fuori dal bozzolo il capo del filo da passare alla filéra. Ciò che ritenevo più faticoso del lavoro era il fatto di dover prestare sempre molta attenzione, oltre al caldo, alla puzza e all’acqua bollente in cui bisognava immergere le mani. Comunque il lavoro mi piaceva, ci ero affezionata. Si lavorava otto ore al giorno con la pausa pranzo, durante la quale tornavo a casa; in tempo di guerra ricordo che si faceva anche il sabato. Lo stipendio era basso, prendevo una miseria. Eravamo tante ragazze giovani, ma anche diverse donne sposate che avevano bisogno di lavorare. Soprattutto le donne più anziane erano molto serie e quando sentivano qualcuna ridere le intimavano di smettere, perché altrimenti sarebbe arrivato il direttore. I rapporti tra le donne comunque erano buoni, non ricordo di aver mai sentito un litigio. 71


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La mattina recitavamo tutte insieme il rosario, ricordo che lo intonava una Ghezzi della cascina Visconta. Anche i rapporti con il direttore Carnovali e il vicedirettore Verzini erano abbastanza buoni, erano due brave persone. Alcune donne dicevano male del direttore; a me faceva un po’ ridere perché mi pareva un pinguino. Forse perché ero un tipo sempre allegro e solare, il direttore si rivolgeva a me quando aveva bisogno di qualche commissione: a volte mi mandava in banca a ritirare per lui i soldi che servivano per pagare gli stipendi, altre mi chiedeva di andare a portagli le scarpe o il soprabito da far aggiustare; tante mattine poi, in tempo di guerra, mi chiedeva di andare alle sette alla stazione del tram perché arrivava suo figlio con la bicicletta e aveva bisogno di qualcuno che gliela portasse a casa. In segno di riconoscenza, però, quando mi sono sposata mi ha fatto un regalo, cosa che non aveva mai fatto con nessuna: mi ha donato una bella somma per non avergli mai rifiutato un favore.

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3.3 Maria Sala: «Quant piang oo faa»

Ho iniziato a lavorare alla Gavazzi nel 1932, a 13 anni, dopo la sesta elementare, ed ho smesso nel 1947, quando sono rimasta incinta. Andavo in filanda con le mie tre sorelle, di cui una lavorava con me nel settore della lavorazione della seta naturale, mentre le altre due erano impiegate in quello della lavorazione delle fibre artificiali (il cosiddetto “lauréri”), in cui si seguivano gli stessi nostri orari, ma il lavoro era un po’ meno pesante e le ragazze mi sembravano trattate meglio. Abitavamo alla cascina Cavarott, attuale cascina Nibai. Andavamo fino alla Gavazzi a piedi, perché non avevamo nemmeno la bicicletta; quando nevicava ci accompagnavano con il carro. Alcune operaie provenivano dalla mia cascina, altre da altre cascine di Cernusco e di Carugate. In tempo di guerra arrivarono delle operaie bergamasche di 15, 16 e 17 anni, che restarono a mangiare e dormire presso lo stabilimento. La Gavazzi restava aperta tutto l’anno, tranne in tempo di guerra, in cui ricordo che per un anno intero non ha funzionato. Si lavorava otto ore al giorno: dalle otto di mattina alle cinque di sera, con un’ora di pausa pranzo, durante la quale ci incontravamo con i genitori, che ci portavano il pranzo (la minestra, un panino e magari un po’ di cioccolato) alla cosiddetta “cort del gatt”, una corte che si trovava nell’attuale via Gorizia. Da 13 a 17 anni ho lavorato come scuinéra.

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Ricordo che era molto pesante: le mani diventavano rosse, gonfie e si riempivano di ragadi; in faccia si prendeva un brutto colorito giallognolo e, dato che per terra era bagnato a causa dell’evaporazione dell’acqua, a volte si scivolava. Le filére, inoltre, ci sgridavano se sbagliavamo o se non eravamo abbastanza veloci; in più, dopo la fine dell’orario di lavoro dovevamo pure restare a pulire. Ricordo di aver più volte pianto a causa di queste dure condizioni di lavoro. In seguito sono diventata filéra. Anche questa mansione era pesante: se sbagliavamo l’assistente ci sgridava e potevamo anche essere lasciate a casa senza paga per alcuni giorni per punizione. Venivamo sgridate, dall’assistente o dal direttore stesso, che passava a controllare il lavoro, anche quando venivamo viste parlare; per questo parlavamo un po’ solo se non eravamo viste. Ci lasciavano tuttavia pregare: ogni mattina, verso le dieci, una donna intonava infatti il rosario, che recitavamo per circa mezz’ora. Il direttore non era un uomo che mettesse troppa soggezione; tuttavia, mentre lui ci dava del tu, noi gli davamo sempre del lei. Per quanto riguarda la paga, ricordo il mio primo salario: 3,30 lire al giorno, salito l’anno dopo a 3,50 lire. Era veramente poco! Se ci ammalavamo, inoltre, restavamo a casa senza stipendio, con l’unica consolazione di non venire almeno licenziate.

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APPENDICE I SIGNORI DELLA SETA: STORIA E ATTIVITÀ DELLA FAMIGLIA GAVAZZI

«La casa Pietro Gavazzi combatte vigorosamente nel campo della concorrenza libera e leale e tiene alta la propria bandiera. Smercia il prodotto delle sue settecento bacinelle e dei suoi diciotto stabilimenti, dei quali alcuni colossali, per la riduzione delle sete in organzino e trama, in tutta Europa ed in America ove direttamente vende, e su tutte le piazze manifatturiere in seta di Europa. Il sole non tramonta quindi sui suoi affari [...]»1

Chi erano i Gavazzi, i proprietari della filanda di Cernusco che più di ogni altra ha caratterizzato la storia industriale della nostra città? Il Dizionario Biografico degli Italiani li definisce «la famiglia di imprenditori serici che ha segnato una parte importante della storia industriale, e più in generale economica, della Lombardia dalla metà del XVIII secolo a oggi»2. Per questo, crediamo, la storia della loro attività merita di essere ripercorsa, anche se solo nelle sue tappe essenziali, data la sua complessità, in quanto la famiglia si suddivise in molti rami, i più importanti dei quali erano composti da oltre una sessantina di esponenti maschi. Fu proprio la creazione di nuclei familiari così numerosi e la conseguente fitta diramazione dinastica a consentire ai Gavazzi «per lungo tempo di attenuare uno dei rischi principali delle imprese a struttura familiare, ossia l’indebolimento delle capacità imprenditoriali tipico della successione di responsabilità gestionali per via unicamente ereditaria»3 e di arrivare fino ad oggi in veste di protagonisti della scena imprenditoriale italiana.

1 Parte della descrizione della casa Gavazzi contenuta nell’Annuario dell’industria e degli industriali di Milano relativo agli anni 1890-91. Per quanto esageratamente lusinghiera, la descrizione rende l’idea dell’entità dell’impero economico fondato dalla famiglia Gavazzi. 2 R. Romano, voce «Gavazzi», in Dizionario Biografico degli Italiani, versione online. 3 Ibidem.

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Dalle origini alla fondazione della Pietro Gavazzi Uno dei discendenti tuttora viventi, Gerolamo Gavazzi, ha ripercorso la storia della sua famiglia in un ricco volume, intitolato Non solo seta. Storia della famiglia Gavazzi, risalendo l’albero genealogico fino alla fine del Quattrocento, periodo in cui comparvero i suoi primi antenati a Canzo, nel lecchese, zona in cui la lavorazione della seta è attestata già nel XVI secolo; Canzo si trovava, inoltre, lungo una famosa via della seta che collegava la Lombardia al Nord Europa attraverso il lago di Como e Chiavenna. A quell’epoca, scrive Gerolamo Gavazzi, «i miei avi erano di umile estrazione, e tali probabilmente rimasero per le prime generazioni; ma già un Gavazzi della terza generazione sposa una Pellizzoni, appartenente a una delle famiglie più in vista della zona»4. In origine di modeste condizioni, i Gavazzi iniziarono quindi una lenta ascesa sociale anche grazie ad una accorta politica matrimoniale. Già dalla seconda metà del Cinquecento alcuni Gavazzi esercitavano l’attività di tessitori e avevano acquisito una posizione rilevante nella società canzese, di cui sono prova le unioni sempre più frequenti in matrimonio con le figlie delle più antiche e importanti famiglie della zona e le proprietà immobiliari e fondiarie possedute. Giovanni Gavazzi, nato nel 1558 e appartenente alla terza generazione, fu «il primo Gavazzi nella storia della famiglia del quale si possa dire con certezza che si sia occupato di seta»5; due secoli dopo Miro Gavazzi, nato nel 1746 (ottava generazione), possedeva una filanda a Canzo. Il vero capostipite industriale della famiglia fu però Pietro Antonio (Chiavenna, 1729 - Valmadrera, 1797). Rimasto orfano, fu allevato dallo zio paterno Filippo, che svolgeva a Canzo l’attività di esattore, ma era anche legato al mondo della lavorazione della seta. Come lo zio, anche Pietro Antonio fu inizialmente esattore, ma poi, nell’ultimo trentennio del Settecento, si spostò nel ramo serico, dove lavorò all’inizio come direttore di un filatoio a Valmadrera e, in seguito, nel 1797, prese in affitto con i suoi figli una filanda, sempre a Valmadrera. In pochi anni Pietro Antonio arrivò a gestire a Valmadrera una filanda con una cinquantina di bacinelle, un’altra filanda e un filatoio. Nasceva così, nel 1767, la ditta Pietro Gavazzi, che in seguito si espanse ed ottenne fama e successo sotto la guida del figlio Giuseppe Antonio (Ospitaletto di Lodi, 1768 - Valmadrera, 1835), il quale acquistò un’altra filanda con filatoio a Bellano, sul lago di Como, e, soprattutto, del nipote Pietro (Valmadrera, 1803 - Milano, 1874).

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G. Gavazzi, Non solo seta. Storia della famiglia Gavazzi, Caproncino, Milano, 2003, p. 5. Ivi, p. 8. 76


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Nel 1820 le filande di Valmadrera gestite da Giuseppe Antonio utilizzavano già il sistema avanzato di trattura a vapore ed egli divenne uno dei maggiori produttori di seta della regione. Giuseppe Antonio si ricorda inoltre per aver fondato, insieme al nobile filandiere Felice Quinterio, la Gavazzi e Quinterio, ditta di banchieri e negozianti in seta, una delle più attive e ricche di Milano fino al 1844, anno del suo scioglimento.

Pietro il Grande e il suo impero serico. La filanda di Cernusco tra le maggiori della ditta Giungiamo a questo punto all’esponente più significativo della famiglia: il figlio di Giuseppe Antonio, Pietro, il quale, allo scioglimento, nel 1844, della Gavazzi e Quinterio costituì la Pietro Gavazzi e F.lli, diventata in seguito, nel 1852, solamente la Pietro Gavazzi. L’importanza della figura di Pietro sta nell’esser riuscito, anche in anni difficili per il settore serico, a causa delle malattie del baco, ad accrescere le unità produttive e gli impianti, giungendo nel 1872 a disporre di più di 300 bacinelle di trattura e di più di 20.000 fusi. Egli si è inoltre distinto per aver avviato nelle sue fabbriche numerosi progressi tecnici, come l’uso di caldaie avanzate, la chiusura degli aspi in cassoni riscaldati a vapore per eseguire la trattura anche d’inverno e l’introduzione di una macchina, da lui messa a punto, per scopinare meccanicamente i bozzoli. Per questo motivo, già in alcune pubblicazioni della prima metà dell’Ottocento, Pietro è definito un imprenditore illuminato, che seppe precedere la concorrenza con innovazioni tecniche d’avanguardia6. Anche grazie alle migliorie tecniche e all’efficiente organizzazione di tutti i suoi stabilimenti, la ditta Pietro Gavazzi ebbe, nel corso dell’Ottocento, uno straordinario sviluppo e riuscì a superare tutte le grandi crisi del settore serico, divenendo una delle più importanti industrie italiane. Gli atti della Società d’incoraggiamento d’arti e mestieri dell’anno 1851 citano, per la sola provincia di Milano, le seguenti fabbriche della Pietro Gavazzi, tra cui, si noti, anche quella di Cernusco: una filanda a San Giorgio di Saronno con 60 fornelli e 60 aspi, una a Legnanello con 20 fornelli e 40 aspi, una a Cernusco sul Naviglio con 80 fornelli e 80 aspi e un filatoio a Desio con 360 aspi7. Altri importanti stabilimenti della ditta erano le filande situate in provincia di Como: quella di Valmadrera (annessa a una villa con giardino), quella, immensa, di Bellano e quella di Albese.

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Cfr. ivi, p. 147. Cfr. ivi, p. 158. 77


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È Pietro stesso a descrivere nei dettagli i propri stabilimenti ed il loro funzionamento nelle preziose deposizioni da lui rese nel 1871, in occasione della già citata inchiesta sui problemi connessi all’industrializzazione, promossa dal governo tra il 1870 e il 1874. Da tali deposizioni emergono inoltre la piena adesione di Pietro ai principi del libero scambio8 e la sua convinzione, di stampo paternalistico, che fosse dovere dei padroni assicurare le migliori condizioni dei lavoratori, con l’intento tuttavia non celato di prevenire agitazioni operaie, nei confronti delle quali, come già osservato, ebbe sempre un atteggiamento inflessibile. Ad ogni modo, si ribadisca che, al di là del suo paternalismo, Pietro manifestò un’autentica volontà riformatrice, preoccupandosi delle condizioni materiali e morali dei suoi lavoratori, al punto da fissare un’età minima, di 9 anni, per le bambine che lavoravano nelle sue filande, e interessandosi dell’istruzione delle operaie, anche mediante la creazione di scuole diurne primarie all’interno dei suoi stabilimenti, compreso quello di Cernusco9. Ma diamo ora finalmente voce a Pietro, riportando alcune parti della sua deposizione in cui egli illustra l’attività della sua ditta, a partire dal discorso introduttivo: Il deponente risponde ai postulati sull’industria serica che gli furono trasmessi dalle Camere di Commercio di Como e di Lecco. Avendo stabilimenti nelle province di Milano e di Como, risponderà in una sola memoria per tutte. L’alto milanese e il comasco si possono dire una cosa sola, quanto alle consuetudini agricole e manifatturiere. La proprietà ugualmente suddivisa, il baco da seta in simil modo educato, e la trattura e torcitura della seta parimenti condotte [...] Accennerò anche all’industria importantissima della torcitura, la quale occupa per lo meno lo stesso numero di operai ed operaie che la trattura. Anzi la torcitura spinge le sue provviste fino al più lontano Oriente10.

8 Si leggano infatti le parole di Pietro: «Chi scrive professa francamente le teorie del libero scambio e vorrebbe che i trattati di commercio colle altre nazioni fossero conformemente a questi dettati basati sul principio dell’assoluta reciprocanza. Che anzi considera i trattati di commercio solo come un mezzo per raggiungere l’ultimo e supremo scopo della assoluta libertà commerciale» (G. Gavazzi, op. cit., p. 149). 9 Scrive infatti Pietro:« Istituii in questi stabilimenti scuole diurne primarie, ove le ragazze sono istruite ogni giorno per turni di mezz’ora nel tempo del lavoro» (G. Gavazzi, op. cit., p. 152). 10 G. Gavazzi, op. cit., p. 148.

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Come stabilimenti principali della sua ditta Pietro cita, insieme alle filande di Bellano e Valmadrera, anche quella di Cernusco. Quindi, dato per noi molto significativo, Pietro stesso, negli anni Settanta dell’Ottocento, considerava la filanda di Cernusco una delle tre sue maggiori filande. A fine secolo anche il già citato Annuario dell’industria e degli industriali di Milano pone la filanda di Cernusco nel novero degli stabilimenti principali dei Gavazzi: «Gli stabilimenti principali della Ditta Gavazzi sono a Valmadrera, Bellano, Albese, Cernusco sul Naviglio e Desio». Si può dunque affermare che la filanda Gavazzi di Cernusco non solo fu quella più importante della nostra città, ma anche una delle principali filande dei Gavazzi. Ma torniamo alle parole di Pietro, che forniscono alcune utili informazioni riguardanti anche la filanda di Cernusco: dalla sua descrizione delle tre filande citate come le principali della ditta, veniamo infatti a sapere che quella di Bellano era dotata di 188 bacinelle e di un filatoio o torcitoio per organzino e trama con 6.600 fusi, quella di Valmadrera di 56 bacinelle per filare, di altrettante bacinelle di macerazione (dette sbattitrici) e di un torcitoio per organzino enorme, con 12.672 fusi; quella di Cernusco, infine, di 80 bacinelle per filare, di altrettante bacinelle di macerazione e di un filatoio per trame con 1.152 fusi. Gli stabilimenti erano mossi il primo da turbine, il secondo da una ruota idraulica e il terzo, quello di Cernusco quindi, da una macchina a vapore della forza di tre cavalli. Gli stabilimenti di Bellano e Valmadrera occupavano circa 700 persone ciascuno, quello di Cernusco circa 40011. Riguardo al lavoro degli operai impiegati ed alla loro retribuzione Pietro si esprime con queste parole: «La maestranza viene presa in tenera età (anni 9). Comincia col lavoro delle sbattitrici e quivi, a poco a poco, impara la filatura della seta. Per turno le ragazze vanno dall’incannatoio alla filanda, così imparano l’una e l’altra operazione. Le filatrici percepiscono in tutte le mie filande una lira al giorno, le ragazze dai 40 ai 90 centesimi, secondo l’età e l’abilità. Gli uomini, a norma dell’importanza del lavoro, da lire 1,30 a lire 3»12. Oltre a dedicarsi alla gestione della sua ditta serica, Pietro, sulla scia di suo padre, continuò e sviluppò l’attività bancaria e fu promotore di varie iniziative, tra cui la Banca di Lecco e, soprattutto, il Banco Seta Lombardo, creato nel 1872 insieme a un gruppo di banchieri-negozianti che operavano nell’industria serica. Tale banco curava lo svolgimento delle operazioni di credito sul commercio e la lavorazione della seta, con lo scopo di sovvenzionare i produttori del settore.

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Cfr. ivi, p. 151. Ibidem. 79


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Anche a Milano, dove si trovava la sede centrale della sua ditta, Pietro divenne uno dei personaggi più influenti e fu anche consigliere comunale, inaugurando un impegno in campo amministrativo e politico che sarà portato avanti in seguito da altri membri della famiglia, soprattutto da suo nipote Lodovico.

Dopo Pietro: la Pietro Gavazzi dall’ascesa al declino Dopo la morte di Pietro, nel 1874, la sua ditta, diretta dai suoi due figli Carlo (1832-1878) e Giuseppe (1831-1913), continuò a crescere, fino a comprendere, nell’anno 1900, dodici stabilimenti tra filande e torcitoi, che davano lavoro a 5.000 operai. Per dare un’idea delle dimensioni raggiunte dalla ditta all’affacciarsi del XX secolo, si legga la scheda, riportata nel libro di Gerolamo Gavazzi, che illustrò la ditta Pietro Gavazzi all’Esposizione Universale di Parigi del 1900: PIETRO GAVAZZI (Milano – via Cusani 14) Industria fondata nel 1767 – 5.000 operai – fuori concorso FILANDE, MOLINI, TORCITOI E FILATOI Albese Prov. di Como Bellano Prov di Como Bellano Prov. di Como Cernusco sul Naviglio Prov di Milano Cernusco sul Naviglio Prov. di Milano Desio Prov di Milano Desio Prov di Milano Oro Prov di Como Desio Prov di Milano Paré al Lago Prov di Como Malgrate Prov di Como Passirana Prov di Milano Molino Prov di Como Valmadrera Prov di Como Valmadrera Prov di Como Vendrogno Prov di Como Sernaglia Prov di Treviso

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SUCCURSALI Ballabio - Bovisio - Casargo - Cernusco Lombardone - Gorgonzola - Introbbio - Limbiate - Morchiuso - Paderno Milanese - Perledo - Seregno - Varenna - Vignate13. Nel 1918 la ditta fu trasformata, da accomandita, in società anonima, con un capitale di 3,6 milioni di lire, e fu nominato presidente il figlio di Giuseppe, ovvero nipote di Pietro, Lodovico (1857-1941), che tenne l’incarico fino alla morte. Pur occupandosi degli affari di famiglia, Lodovico nutriva piuttosto interessi bancari e soprattutto politici: appartenente alla destra cattolico-liberale, dal 1892 al 1909 fu deputato per il collegio di Lecco e dal 1910 senatore. Il Novecento fu caratterizzato da gravi crisi nel settore serico, che colpirono anche la Pietro Gavazzi, la quale, superata la prima guerra mondiale, si trovò a dover affrontare momenti difficili: se si osservano i risultati di bilancio della ditta dal 1919 al 1945 si nota, infatti, quanto siano stati poco brillanti, segnando un massimo di profitti, nel 1937, che ammontavano a poco più di un quarto di quelli del 1919-2014. Già negli anni Venti la Pietro Gavazzi, come molte altre imprese seriche, iniziò a utilizzare non più solo seta naturale, ma in gran parte fibre artificiali, fattore che segnò la fine del tradizionale legame tra agricoltura (coltivazione dei gelsi e allevamento dei bachi) e attività manifatturiera, che aveva caratterizzato fino ad allora il settore. Abbinando alla lavorazione della seta naturale quella delle fibre artificiali, la ditta si riprese parzialmente e ampliò gli impianti: tra il 1930 e il 1939 i fusi passarono infatti da 40.000 a 50.000. Il secondo dopoguerra, quando alla testa dell’azienda si trovavano i figli di Lodovico, Emanuele (1885-1950) e Pio (1888-1970), fu invece, salvo la seconda metà degli anni Cinquanta, disastroso, soprattutto per la difficoltà di smerciare i propri prodotti all’estero, dal momento che i Paesi che prima della guerra erano grandi importatori dei prodotti in rayon italiani, diventarono in seguito autosufficienti ed anzi, in alcuni casi, anche concorrenti. Sette anni di perdite tra il 1961 e il 1968 si conclusero con l’inevitabile chiusura della Pietro Gavazzi, la più antica e importante azienda di famiglia.

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Ivi, p. 88. Ivi, p. 89. 81


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Non solo seta: altre attività della famiglia Meritano infine di essere citate anche altre aziende di famiglia, pur di minori dimensioni e importanza, che testimoniano la presenza e l’impegno dei Gavazzi in vari settori del tessile, e non solo. Si ricordi soprattutto la Egidio & Pio Gavazzi, ditta di sola filatura fondata da altri due figli di Pietro, Egidio (Milano, 1846 - 1910) e Pio (Milano, 1848 - Desio, 1927). Nel 1869 Pietro spinse infatti i due, neolaureati in ingegneria, ad aprire a Desio una tessitura con dodici telai meccanici Honegger, per iniziare a colmare il grave ritardo del setificio italiano nel campo della tessitura meccanica. Con la fondazione, nel 1870, della collettiva Egidio & Pio Gavazzi si ebbe così una prima suddivisione dell’antica azienda familiare. La Egidio & Pio, divenuta in seguito accomandita e poi società anonima, dopo alcune difficoltà iniziali, crebbe, passando da 200 telai meccanici nel 1880 a 1.000 nel 1898, con una produzione annua di circa tre milioni di metri di stoffa in quattro stabilimenti, in cui, nel 1906 lavoravano 4.700 operai. L’impresa divenne una delle più importanti tra le manifatture seriche in Italia e le sue ingenti esportazioni si dirigevano anche verso gli Stati Uniti. La sua produzione, dapprima principalmente incentrata sulla stoffa per ombrelli, iniziò poi ad estendersi ad articoli semplici e dal costo limitato, grazie ad Egidio, che fu il principale artefice di questa strategia vincente orientata al consumo di massa. Alla morte di Egidio, nel 1910, la ditta continuò a essere gestita da Pio, insieme a suo figlio Antonio e ai figli di Egidio, Egidio Simone e Luigi, il quale, morto prematuramente, acquisì una certa notorietà per il suo matrimonio, che destò scalpore, con Andreina Costa Kuliscioff, figlia di Andrea Costa e Anna Kuliscioff15. Allo scoppio della prima guerra mondiale l’impresa arrivò a contare 1.800 telai meccanici, ma in seguito dovette superare, come la Pietro Gavazzi, momenti difficili, aggravati nel suo caso, essendo un’impresa di sola tessitura, dalla difficoltà a reperire materia prima di produzione nazionale. Tra il 1926 e il 1938 conobbe infatti sette anni di forti perdite e nel dopoguerra, tra il 1952 e il 1971, si verificarono quattordici anni di perdite. Nel 1971 assunse

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Andrea Costa (1851-1910) fu un anarchico, avvicinatosi poi al socialismo soprattutto in seguito all’incontro con Anna Kuliscioff (1855-1925), l’anarchica e rivoluzionaria russa che fu tra i principali fondatori ed esponenti del Partito Socialista Italiano. Come si può immaginare, destò curiosità e scalpore il fatto che un membro di una famiglia dal severo conservatorismo cattolico sposasse la figlia di due anarchici. 82


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la presidenza Pietro, figlio di Luigi e Andreina Costa, ma non riuscì ad arrestare il declino dell’azienda, che dovette chiudere nel 1992. Un altro figlio di Egidio, Giuseppe (Milano, 1877 - Desio, 1949), dopo aver dapprima collaborato con l’azienda paterna, prese altre strade, lavorando nell’industria idroelettrica, per poi tornare al tessile, entrando nel Lanificio Rossi, fondato da Alessandro Rossi, di cui nel 1937 riuscì ad acquisire la maggioranza e lo gestì introducendo elementi innovativi ed investendo nella ricerca nel campo delle fibre tessili. Egli allargò inoltre i suoi interessi anche in altri settori, acquistando cliniche e miniere in Alto Adige e impegnandosi in politica (fu infatti consigliere comunale a Milano e Desio e, dal 1939, senatore). Alla sua morte suo figlio Rodolfo continuò ad occuparsi del lanificio fino al 1962, quando l’azienda, ormai in crisi, entrò nel gruppo Ente nazionale idrocarburi (ENI). Accenniamo infine anche a un’altra azienda di famiglia, fondata nel 1881 dall’ingegner Piero (Milano, 1854 - 1932), altro nipote di Pietro, il quale costituì la società in accomandita semplice Gavazzi e C. per la fabbricazione di nastri di seta. Nel 1900 essa era già la più importante d’Italia e produceva con macchine moderne nastri di seta pura e mista per cappelleria nei due stabilimenti di Valmadrera e Calolzio. Nel 1923 l’impresa assunse la forma di anonima e nel 1927, fondendosi con un’azienda di Sesto San Giovanni, diventò la Nastrifici Italiani Riuniti. L’esperienza societaria fu però breve e nel 1932, alla morte di Piero, fu creato il Nastrificio italiano ing. Piero Gavazzi, di cui diventò presidente il figlio Giuseppe. Il declino dell’azienda era però ormai iniziato, in quanto l’articolo dei nastri di seta stava scomparendo; la ditta riuscì comunque in seguito a sopravvivere, convertendosi in tessitura di filati di vetro. L’altro figlio di Piero e fratello di Giuseppe, Carlo, prese invece un’altra strada, fondando nel 1931 una ditta per l’importazione dagli Stati Uniti di bruciatori a nafta per riscaldamento. In seguito ottenne l’esclusiva di questi apparecchi e dopo la seconda guerra mondiale cominciò a importare dagli Stati Uniti strumentazione industriale. Dopo la sua morte, sotto la guida del figlio Riccardo, la Carlo Gavazzi divenne una grande multinazionale della strumentistica industriale ad alta tecnologia. Alla fine di questo excursus sulla famiglia Gavazzi, non si può fare a meno di notare la vastità dell’impero economico da essa fondato nel corso dell’Ottocento e del Novecento: non solo seta, come recita il titolo del libro del loro discendente Gerolamo, ma anche presenza nel settore tessile in generale (con la Egidio & Pio Gavazzi, il lanificio di Giuseppe Gavazzi e il nastrificio di

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Piero Gavazzi), incursioni nel settore bancario (con Giuseppe Antonio, Pietro, Lodovico ed Egidio, promotore di varie banche locali cattoliche, tra le quali, nel 1909, la Cassa rurale di Desio), ed escursioni in vari altri campi, come quelli idroelettrico ed estrattivo. Proprio tale «diversificazione degli investimenti» ha consentito ai Gavazzi, «tipico esempio di connessione tra impresa, famiglia e settore imprenditoriale, quest’ultimo costituito da quello serico e da quello bancario», di reagire «alle spinte depressive sul piano economico e sociale, che spesso in altre famiglie hanno prodotto disgregazione e penosa decadenza dello status sociale»16. Grazie allo spirito imprenditoriale, al fiuto per gli affari, alla conoscenza del mercato, alla vena innovatrice, alla capacità di adeguare la produzione ai tempi e di trasmigrare da un settore all’altro dei suoi membri, la famiglia Gavazzi si può dunque a buon diritto considerare una delle protagoniste della storia industriale italiana degli ultimi due secoli.

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R. Romano, voce «Gavazzi», in Dizionario Biografico degli Italiani, versione online.

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APPENDICE FOTOGRAFICA

Fasi evolutive del baco da seta


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Bozzoli nel “bosco”


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Stampa popolare raffigurante lʼattività dellʼallevamento del baco da seta. Immagine tratta da G. Gavazzi, Non solo seta


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Stampa popolare dal titolo La Madonna protettrice del raccolto dei bozzoli, edita nel 1895 a cura dell’Istituto Bacologico fondato dal conte Alfonso Visconti di Saliceto. Immagine tratta da E. Ferrario Mezzadri, G. Frigerio, Il catasto racconta


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La maestranza dell始Istituto Bacologico Visconti di Saliceto nel 1906. Si notino, al centro, il conte Alfonso e la contessa Valentina


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Il conte Alfonso si accinge a pesare, insieme agli affittuari, i sacchi di bozzoli. Immagine tratta, come la precedente, da S. Bruno, G. Sorisi, Cernusco sul Naviglio attraverso la storia e le sue cartoline


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L’allevamento del baco da seta e l’attività delle filande a Cernusco (si noti, sullo sfondo, uno scorcio della Gavazzi) ricordati nella stampa realizzata dall’artista locale Felice Frigerio nel 1985. Copia originale gentilmente concessa dal figlio, Maurilio Frigerio


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La filanda Gavazzi di Cernusco: visione esterna. Immagine tratta, come le successive che raffigurano lo stabilimento Gavazzi di Cernusco, da G. Gavazzi, Non solo seta


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La filanda Gavazzi di Cernusco: visione esterna


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La filanda Gavazzi di Cernusco: il cortile


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La filanda Gavazzi di Cernusco: il cortile


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La filanda Gavazzi di Cernusco: i depositi di stoccaggio dei bozzoli


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Interno della filanda Gavazzi di Cernusco


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Reparti interni della filanda Gavazzi di Cernusco


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Reparti interni della filanda Gavazzi di Cernusco


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Giovani e giovanissime filandĂŠre al lavoro. Immagine tratta da G. Gavazzi, Non solo seta


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Donne e bambine al lavoro in uno stabilimento per la trattura della seta. Foto di fine Ottocento tratta da F. Imprenti, Operaie e socialismo


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Ringraziamenti Ringrazio innanzitutto mio padre per avermi messo a disposizione preziosi materiali da lui gelosamente custoditi, ed entrambi i miei genitori per avermi sostenuto durante il lavoro. Molte grazie inoltre alle donne del Gruppo UDI per tutto l’aiuto che mi hanno dato, alla Dott. ssa Alice Tagliapietra per aver collaborato al lavoro di ricerca svolto presso l’Archivio Comunale di Cernusco, ed al personale dell’Archivio del Lavoro di Sesto San Giovanni. Un grazie affettuoso a Lucia Moioli, Assunta Perego, Maria Sala, Angela Quadri e Maria Teresa Beretta per le loro preziose testimonianze. Grazie di cuore al fotografo Marco Cavenago per il suo lavoro di risistemazione delle immagini, ed all’artista Antonia Garavelli per lo studio grafico della copertina. Ringrazio il signor Gerolamo Gavazzi per aver autorizzato la pubblicazione delle immagini tratte dal suo libro Non solo seta. Storia della famiglia Gavazzi, ed il signor Maurilio Frigerio per aver concesso la riproduzione della bella stampa, opera del padre Felice, che compare nel libro. Grazie molte inoltre, a Giovanna Perego per il suo aiuto nella correzione delle bozze. Grazie, infine, all’Amministrazione Comunale, alla responsabile del Settore Relazioni Esterne, Patrizia Luraghi, e a Fabio Savini, che ha curato l’elaborazione grafica.

Serena Perego è nata a Cernusco sul Naviglio il 27 gennaio 1985. Nel 2008 ha conseguito presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Milano la laurea triennale in Scienze dei Beni culturali e nel 2010 la laurea specialistica in Scienze dello Spettacolo e della Comunicazione multimediale, entrambe con lode. In seguito ha svolto il Servizio Civile Nazionale presso la Biblioteca Civica Lino Penati di Cernusco sul Naviglio. In ambito locale lo scorso anno ha inoltre collaborato con il Gruppo FAI Martesana come guida al Tempio della Notte di Villa Uboldo di Cernusco in occasione della XX Giornata FAI di Primavera e delle Giornate Europee del Patrimonio. Appassionata di teatro, cinema ed arte, si interessa anche di storia locale: oltre al presente saggio è infatti coautrice del libro Gorgonzola anni Trenta e ha curato la revisione del manoscritto di Quinto Calloni Diario di un sopravvissuto, entrambi di prossima pubblicazione.


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