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rettore responsabile: Antonio Falconio

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www.ladiscussione.com

30025

ANNO LX

N. 25

9 770416 037006

SABATO 14 DICEMBRE 2013

€.1,00 GIORNALE POLITICO-CULTURALE FONDATO DA ALCIDE DE GASPERI

direttore responsabile: Antonio Falconio EDITORIALE

Vogliamo vivere DI EMILIO FEDE

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essuno sa nulla di quello che ci attende nei prossimi mesi. Forse anche soltanto nei prossimi giorni. La politica è più confusa che mai. Si accavallano notizie di corruzioni, di arresti che travolgono protagonisti non solo della politica. Le televisioni da una parte propongono – a volte in maniera ossessiva – Renzi applaudito che stravince e promette, dall’altra Berlusconi che chiede ai giovani di rimboccarsi le maniche non dimenticando, però, i non giovani che al loro sacrificio non si può rispondere “mettetevi da parte”. Il Papa accorre, anche fisicamente, quando può, per manifestare solidarietà a chi è malato, a chi ha fame, a chi si ritrova senza speranza di un lavoro. Compaiono i “forconi”, movimento nato in Sicilia in difesa, soprattutto, dei diritti degli autisti dei mezzi pesanti, che non ce la fanno più. Ma in coda ai “forconi” si uniscono protagonisti di altre realtà sociali che hanno perso la speranza di un futuro migliore. Il Governo offre alibi “ce la faremo – dice il ministro dell’Economia” che intanto deve evitare di mostrarsi in pubblico perché rischia dure contestazioni, anche fisiche. Le forze dell’ordine sono all’erta mentre si rincorrono voci che la piazza sia pronta a mobilitarsi in tutto il Paese. Ribellione, rivolta: parole che si ascoltano senza, fortunatamente, che ad esse possa collegarsi la certezza del peggio. Questo Paese meriterebbe una sorte migliore. La sua cultura, le sue bellezze naturali, la cordialità verso chi viene a visitarlo, stanno naufragando. Così soffrono Venezia, Firenze, Roma, Napoli. Ero ragazzo quando ho iniziato il lungo, straordinario percorso del giornalismo. (...)

Continua a pag. 2

SI SALVI CHI PUÒ

direttore editoriale: Emilio Fede

DI

GIAMPIERO CATONE

C

’è uno spettro che turba gli orizzonti della legislatura e dei parlamentari ed è quello degli effetti reali della sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato due specifici aspetti della legge elettorale vigente: l’abnorme premio di maggioranza alla Camera e il criterio delle liste bloccate, che impedisce ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti.(...)

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La vignetta di Alex

L’OPINIONE

Il Punto di Folli

L’OPINIONE

La voce del Colle

DI STEFANO FOLLI editorialista «Il Sole 24 ore»

DI FABRIZIO RONDOLINO

N

l

el giro di poche settimane il quadro della politica italiana è cambiato. L’ascesa di Matteo Renzi al vertice del Pd, l’esclusione di Berlusconi dal Parlamento e la connessa scissione filo-governativa di Alfano, se vogliamo la stessa vittoria del giovane Salvini sul padre storico della Lega, Umberto Bossi: in forme diverse sono tutti aspetti che descrivono un mutamento significativo in atto.

Presidente della Repubblica, per moivi largamente indipendeni dalla sua personale volontà, è un atore poliico di primaria grandezza. Lo fu ai tempi della nascita del governo Moni. Ma lo è ancor di più in questa legislatura, di cui per moli versi è insieme l’architrave e la chiave di volta.(...)

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Continua a pag. 3

giustizia

politica ■ OLTRE FIRENZE

■ L’INCOSTITUZIONALITÀ DEL «PORCELLUM»

di ANTONIO FALCONIO

dI FEDERICO TEDESCHINI

■ MATTEO IL «PENDOLARE» di ALBERTO MACCARI

● a pagina

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cultura

■ EDILIZIA: UN SETTORE CHE NON RIPARTE

■ LA MORTE IN UNO SGUARDO

■ L’ILLUSIONE DEL PIL

■ LA CHIAVE DEI SOGNI

■ IL TAGLIO CHE VERRÀ

■ IL LICANTROPO

di ALBERTO MACCARI

di ETTORE DI BARTOLOMEO

■ FRA MAFIA E MAFIOSITÀ

dI MARCO DE GIORGIO

● alle pagg.

economia

di TIZIANA SCELLI

4-5

● alle pagg.

12-13

S

di CHIARA CATONE

di FRANCESCA FALCONIO di TIZIANA SCELLI

● alle pagg.

14-15


laDiscussione sabato 14 dicembre 2013

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POLITICA

Oltre Firenze

Il Punto

di Folli Segue dalla 1° pagina

C

on la vitoria di Mateo Renzi si può dire chiusa una lunga stagione poliica dove, a sinistra, restavano ancora irrisoli sia una profonda revisione dell’esperienza comunista, sia un’autenica osmosi fra gli eredi di questa esperienza e di quella dei democraici crisiani confluii nel Parito Democraico, dopo lo scioglimento del Parito Popolare e la nascita della Margherita. Renzi, per età, come la squadra che ha nominato per la gesione del Parito, è posto ideologico, ma non astrato dal riferimento a un forte sistema di valori, quali gli vengono dalla sua fede personale e dalle esperienze compiute sul campo, prima come Presidente della Provincia, e, poi, come Sindaco di Firenze: cità emblemaica per una fede tesimoniata nelle opere e una visione larga del mondo, quale fu quella di Giorgio La Pira. Si è scrito che Renzi porterà con sé, nel suo studio di Segretario, con l’immagine di La Pira, quella di don Primo Mazzolari, il sacerdote che tesimoniò con la sua vita le scelte di campo per gli ulimi e che anicipò profeicamente lo spirito e le scelte del Concilio. Se il linguaggio dei segni ha un valore, il riferimento a La Pira e a Mazzolari dovrebbe dare il profilo di un progeto poliico moderno che mira sì a rinnovare il PD e l’ Italia, ma che sopratuto si pone, come urgenza, il problema del superamento delle drammaiche ingiusizie provocate sì dalla crisi economica, ma anche dalla confusione e dalla paralisi isituzionale nella quale viviamo da anni. E’ quindi Renzi un uomo nuovo, ma non estraneo a un cielo di storie e di valori, e con lui sono nuovi i dirigeni di un parito che sembrava reclinato su se stesso, dilaniato da lote interne e struturalmente vocato alla sconfita. Certamente, il nuovo segretario del Pd dovrà fare i coni con le resistenze di un mondo che egli si vuole lasciare alle spalle, che ha subito sì una cocente sconfita, ma non per questo è incline a rinunciare alle bataglie. La condizione della società italiana è grave; ci sono segni sempre più evideni di frature nella coesione sociale, come tesimoniano anche le receni manifestazioni, mentre fra le famiglie e le imprese si diffondono senimeni di scoramento e di sfiducia nelle isituzioni e nella poliica. Occorrono terapie d’urto, e , insieme, riflessione e moderazione: c’è tanto da demolire, ma non fino al punto di creare tani e tali macerie che impediscano la ricostruzione. Ora Renzi è ateso al varco della prova dell’esercizio di capacità ben più ampie di quelle di un Sindaco, sia pure di una cità grande e illustre, che dovrà saper gesire rappori, che non si profilano sempre idilliaci, sia con i sindacai, sia con le organizzazioni di categoria e professionali, sia con le altre forze poliiche e, infine, con il Governo e il Parlamento. C’è da sperare che la novità frui, anche perché, in quesi mesi, l’esigenza del rinnovamento e del cambiamento ha coinvolto altre forze poliiche, anch’esse desinate ad avventurarsi in mare aperto. Personalmente, mi auguro che il rinnovamento spazzi il vecchiume, le incrostazioni parassitarie, le rendite di posizione, gli egoismi e i setarismi, la decadenza morale che tanto male hanno fato al nostro paese negli ulimi veni anni. La mia generazione e quella successiva hanno fato il loro tempo. Credo di averlo capito, quando, dopo decenni di varie esperienze a livello poliico e isituzionale, ho avuto il coraggio di lasciare. Intorno a noi il mondo era così mutato rispeto a quello dei nostri esordi, ma anche così degradato, che solo nuovi protagonisi potranno resituirgli un volto umano. ANTONIO FALCONIO

(...) Si potrebbe dire, semplificando, che è in corso un ricambio generazionale da cui usciranno più o meno sconvoli gli assei che hanno reto l’Italia per un ventennio, ossia l’arco della cosiddeta Seconda Repubblica. In fondo si potrebbe dire che la storia si ripete. Nel 1993-94 l’avvento di Berlusconi sulle macerie lasciate da Tangentopoli diede il via a un grande ricambio di uomini e di temi. Usciva di scena in modo drammaico e lacerante gran parte della classe poliica della Prima Repubblica e ad occupare il palcoscenico erano i nuovi personaggi emersi dalla caduta del cosiddeto “arco cosituzionale”, capaci di incarnare la filosofia bipolare che il berlusconismo recava con sé. Lasciamo da parte il giudizio sul ventennio della Seconda Repubblica, da cui di sicuro il paese ha ricavato meno di quello che avrebbe potuto e dovuto. Resta il fato che anche questa fase storica si sta chiudendo in modo alquanto traumaico, dal momento che

il leader del centrodestra, più volte presidente del Consiglio, lascia il campo a causa dei propri errori, certo, ma in paricolare per le conseguenze di una condanna giudiziaria. Come dire che alla fine Berlusconi è stato sconfito nei tribunali prima che nelle urne. E questo dato, comunque si voglia vedere la storia degli ulimi anni, equivale a una ferita. Impedisce di considerare l’evoluzione del quadro poliico come espressione di mera normalità poliica. Sta di fato che il ricambio generazionale ha preso forma più a sinistra che a destra. Dopo aver subito per anni la logica del bipolarismo, il centrosinistra si è preso una rivincita con il 38enne Mateo Renzi. Il quale interpreta meglio di chiunque altro il ruolo del rinnovatore sia del suo parito sia della classe dirigente in generale. Che poi egli riesca a ricostruire la poliica italiana e a dare una prospeiva alla Terza Repubblica, è tuto da vedere. La sua vitoria serve però a spostare gli equilibri, inviando

Matteo il «pendolare»

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opo il trionfo alle primarie, per Renzi arriva la prova del fuoco: il confronto con i palazzi romani. Al suo esordio nella Capitale, ha usato nel suo partito subito bastone e carota: ha detto che la riforma elettorale va fatta entro il 25 maggio prossimo, ma ha escluso che D’Alema e gli altri vecchi big possano candidarsi patto di fare alcune cose in tempi certi.Dopo il trionfo alle primarie, per Renzi arriva la prova del fuoco: il confronto con i palazzi romani. Al suo esordio nella Capitale, ha usato nel suo parito subito bastone e carota: ha deto che la riforma eletorale va fata entro il 25 maggio prossimo, ma ha escluso che D’Alema e gli altri vecchi big possano candidarsi alle Europee. Ai deputai democrat ha chiesto di lavorare tui insieme per uscire dalla crisi, ma al premier Leta ha garanito la fiducia solo a pato di fare alcune cose in tempi ceri. Poi l’incontro al Quirinale. E qui è Napolitano ad usare con il giovane leader bastone e carota. Il Capo dello Stato apre alla riforma del Senato per “superare la ripeiività, le duplicazioni e le complicazioni nel processo legislaivo”. Ma sgombera subito il campo sulle elezioni anicipate: “Non sono alle porte”. E’ solo l’inizio del difficile confronto fra il neo-segretario e la poliica romana. Ha deto che coninuerà a fare il “pendolare” tra Firenze e Roma. Ma il suo cammino

un messaggio psicologicamente posiivo all’opinione pubblica. Nel suo ambito anche Salvini sta facendo lo stesso nel mondio leghista. E Alfano tenta un’analoga operazione sul versante moderato. Con la differenza che la scissione è un altro fato traumaico che lascia sul terreno mori e ferii. Mentre Berlusconi, dicono i sondaggi, maniene nelle sue mani, dietro la sigla di Forza Italia, un gran numero di voi. Più che sufficieni a rendere difficile la vita del “nuovo centrodestra” impedendo una rapida ridislocazione della forza eletorale. Anche in questo Renzi è avvantaggiato, benchè resi da dimostrare che il sindaco di Firenze è in grado di trascinare dalla sua parte i voi berlusconiani in misura rilevante. Quello che non si può negare è che il sistema poliico, giunto all’estremo grado di consunzione, si è rimesso in moto. In atesa delle faidiche riforme sempre invocate e mai realizzate. STEFANO FOLLI

è disseminato di trabocchei e mine, che lui dovrà disinnescare. Intanto Cuperlo (il candidato di D’Alema alle primarie) ha rifiutato qualsiasi incarico nella segreteria e non ha accetato l’offerta della presidenza dell’Assemblea nazionale del Pd. D’Alema si ira indietro: “Prendo ato del risultato, ma farò altro, non ho intenzione di animare correni”. Tui gli altri big di Largo del Nazareno non parlano, ma si può immaginare come abbiano preso l’annunciata esclusione dalle liste per le Europee. Come è facile capire, la strada per il sindaco di Firenze è già in salita. E lui non potrà stare con le mani e mano. E’ vero, ha garanito la fiducia a Leta. Ma, se vuole contare e marcare la sua presenza, deve far senire il suo peso nel governo. Napolitano – sembra di capire – non gli concederà subito le elezioni; allora Renzi dovrà dimostrare la sua forza, il suo controllo del parito piazzando almeno qualche ministro. Non è un mistero la sua avversione verso il itolare dell’Economia, cui, davani ai deputai Pd, non ha risparmiato un stoccata: “Saccomanni brinda perché da meno 0,1 per cento siamo ora a crescita zero. Non voglio fare batute, ma è singolare!”. Non è un mistero neppure che Renzi ritenga sproporzionate le presenze di uomini del Centrodestra nell’esecuivo: così preferirebbe che Alfano lasciasse il Viminale per restare vice-premier; che agli Esteri la Bonino lasciasse il posto ad un suo uomo; sopratuto che ci fosse il cambio della guardia al dicastero della Giusizia, dove non ha mai nascosto l’imbarazzo per la difesa che è stata fata della Cancellieri dopo il caso Ligresi. ALBERTO MACCARI


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La voce del Colle di Fabrizio Rondolino Giornalista e scrittore

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SI SALVI CHI PUÒ

Segue dalla 1° pagina (...) Ci ricordiamo tui com’è andata: il 24 febbraio gli italiani elessero un Parlamento privo di maggioranze poliiche, incapace di trovare un Capo della Stato e tanto meno di dar vita ad un governo. Dopo due mesi di paralisi, i parii salirono al Quirinale col cappello in mano per implorare Napolitano di rimanere al suo posto. Il presidente accetò contro la propria volontà e, in un discorso alle Camere trasmesso in direta televisiva e interroto da applausi scrociani, prese a schiaffi i parii che lo avevano appena rieleto e spiegò che avrebbe impiegato ogni sua energia per costringerli a fare insieme le riforme che non avevano mai voluto fare prima. Nacquero così le “larghe intese” guidate da Enrico Leta. Ma le larghe intese non ci sono più, il pato cosituente siglato all’alba della legislatura è stato stracciato con il passaggio di Berlusconi all’opposizione, e Renzi ha conquistato il Pd. C’è chi vuole incolpare Napolitano del fallimento, e c’è chi, al contrario, lo accusa di presenzialismo eccessivo, quando non di cesarismo mascherato. La verità è che Napolitano ha fato la scelta poliicamente e cosituzionalmente più giusta, si

è speso fino in fondo perché questa scelta avesse successo, come si usa dire in quesi tempi ci ha messo la faccia, ma i parii, e segnatamente il Pdl-Forza Italia, non hanno mantenuto gli impegni presi. Se questo è lo scenario, ha senso coninuare a sostenere il governo Leta in nome della stabilità finanziaria e della necessità delle riforme? O non è forse più realisico prendere ato che quell’esperienza purtroppo si è conclusa, indipendentemente e anzi contro la volontà del presidente della Repubblica e del presidente del Consiglio, e che per far uscire l’Italia dalla crisi occorre un nuovo governo, poliicamente più forte e coeso, scelto dagli eletori e con un mandato di cinque anni? La scelta più saggia è probabilmente un’altra: approvare subito, entro Natale e senza atendere le moivazioni della sentenza della Consulta, una nuova legge eletorale maggioritaria. Il ritorno al Porcellum è la strada più breve e, almeno sulla car-

Vogliamo vivere Segue dalla 1° pagina (...) Sono ancora qui usando una anica macchina da scrivere Olivei, a raccontare speranze e disperazione, sogni ed incubi di un Paese che, sopratuto per la caiva poliica, ha, come chiuso, in un tunnel che sembra senza uscita. Presto si andrà a votare. Con una riforma eletorale –si spera– che riporterebbe il citadino protagonista. Vorrebbe dire che possa esprimere la preferenza. Non più il padre-padrone del parito che spesso – o qualche volta – basa la sua scelta anche ispirandosi a simpaia o anipaia. Vuol dire “io i voto perché mi fido di te”. Arriverà, anche se in ritardo, questa riforma che, assieme a quella della giusizia, sono il dovere che si deve alle regole della democrazia. Sessant’anni di giornalismo, gran parte vissui da protagonista. Gli ulimi “pateggiai” e morificai da compromessi e da strapotere di alcuni. Mi hanno chiesto “scrivi, racconta,

ta, avrebbe i voi del Pd, del M5s e forse di Forza Italia. Rispeto alle ambizioni originarie di palazzo Chigi e del Quirinale il risultato appare senz’altro esiguo: ma è meglio di niente. È meglio, cioè, della sopravvivenza ad ogni costo di un Parlamento che quasi la metà dei suoi membri giudica “illegiimo” e che non ha più né la forza poliica né i numeri per cambiare la Cosituzione. Il secondo mandato di Napolitano è stretamente legato alle riforme, cioè al tentaivo di resituire dignità ed efficienza ad un sistema poliico e isituzionale largamente screditato. Quel tentaivo è fallito, principalmente per responsabilità di Berlusconi. Sarebbe disastroso se il Quirinale, che della rifondazione morale della poliica è da tempo il faro indiscusso, venisse trascinato in questo fallimento e si trasformasse, agli occhi di un’opinione pubblica smarrita e incerta, nel baluardo della stagnazione.

tu che sai molto di cosa è accaduto e accade”. Rispondo che, spesso, meglio un onesto silenzio che una presunta verità che sarebbe vissuta come inaccetabile vendeta. “Fai bene e scordai – recitava un proverbio tramandato dai miei nonni – fai male e pensaci”. Uscire di scena, vuol dire uccidere l’invidia che è fra i mali di cui soffre la maggior parte delle persone. Da Einaudi a De Gasperi, a Saragat, a Berlinguer, oggi a Berlusconi. Dai grandi Capi di Stato e di governo africani, da Mandela che ho intervistato durante le mie inchieste contro il razzismo. Ho ricevuto tanto, ma tanto ho dato. Ma alla fine il ragazzo che durante il dopoguerra per campare vendeva il pane al mercato nero in Sicilia, deve prendere ato che c’è un traguardo al quale tui siamo desinai. Nel mio ufficio di Mediaset in una teca c’è una bandiera tricolore: quella della missione Dalzini che a Nassiriya ha avuto fra le viime diciassete Carabinieri. Hanno deto “affidate ad Emilio Fede che ne avrà cura”. Così è stato, così sarà. EMILIO FEDE

Segue dalla 1° pagina (...) Si comincia già da questa seimana con la convocazione della giunta per le elezioni di Montecitorio, presieduta dal grillino D’Ambrosio, e nella quale si profila un duro scontro sulla eleggibilità di 148 deputai, tui quelli cioè approdai alla Camera in virtù del premio di maggioranza ritenuto non conforme alla Cosituzione. Non c’è però solo questo problema, perché, fra qualche seimana, quando la sentenza della Corte diverrà esecuiva, potrebbe essere sollevato un dubbio di cosituzionalità anche per tui gli elei con il sistema bocciato dalla Corte. Sarà uile che, nelle moivazioni della sentenza, la Corte faccia chiarezza, perché già si sta aprendo un contenzioso desinato ad infiammarsi sulla validità non solo dell’atuale legislatura, ma anche di quelle che, a parire dal Dicembre 2005, sono state regolate dal Porcellum. Un analogo dubbio potrebbe essere sollevato per la legge eletorale della Regione Toscana, che fece da apripista alla legge nazionale con una determinazione analoga riguardante l’elezione del Consiglio Regionale. Il chiarimento dovrà essere quindi serio, comprensibile e non susceibile di interpretazioni, anche per chiarire gli interrogaivi di chi, come me, è stato Deputato per due legislature regolate dal Porcellum e adesso si chiede se i voi espressi siano da considerarsi impugnabili e come possano giusificarsi non solo le indennità percepite, ma anche l’eventuale vitalizio cui avrei dirito. Resta, oltre al merito del chiarimento che deve venire dalla suprema magistratura cosituzionale, un’ombra pesante sui governi, le determinazioni, le leggi nate in assemblee legislaive elete con l’atuale legge eletorale; un’ombra che grava specialmente, con un crisma di dubbia legiimità, sull’atuale Parlamento e il complesso delle determinazioni adotate, dalla fiducia al Governo, all’elezione dello stesso Capo dello Stato. E’, questa, un’ombra nefasta che sta moivando gli atacchi del M5S, la possibile convergenza di altri e che comunque segna con un caratere di precarietà l’atuale legislatura, fino a avallarne l’azzeramento, al massimo, con la chiusura del semestre italiano di Presidenza dell’UE. Non solo, ma resta da capire quanto questa sensazione di precarietà possa essere colta e valutata dal nuovo Segretario del PD e dal nuovo gruppo dirigente di un Parito che sarà largamente rivoluzionato. Il dubbio da cui siamo parii nella mia riflessione potrà essere risolto sul piano giuridico, ma non nella sostanza di una legislatura nata debole e ora percepita da una società in subbuglio come illegiima. Una percezione, questa, che diverrebbe sempre più pesante, se mancasse, da subito, quella svolta da tui auspicata per una stagione di riforme e di ripresa dell’economia. GIAMPIERO CATONE


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GIUSTIZIA

di Federico Tedeschini Docente di Istituzioni di Diritto Pubblico

La sentenza deve essere interpretata ed applicata secondo i normali canoni rilevabili dalle leggi istitutive della Corte

L’incostituzionalità del “PORCELLUM” e le sue conseguenze Sarebbe però curioso anche solo immaginare una sorta di “irretroaività relaiva”, per cui una stessa sentenza dispiega i propri effei retroaivamente per quel che riguarda il giudizio nell'ambito del quale la quesione è stata sollevata, valendo, invece, solo per il futuro in tui gli altri casi. Questa circostanza - sicuramente sgradevole per coloro che dovranno prendere ato di tute le conseguenze che la emananda sentenza porterà con sé - comporta dunque le ulteriori, concrete, conseguenze affereni non solamente la legiimità della permanenza nel seggio dei Parlamentari che hanno beneficiato del premio di maggioranza, ma anche di tui gli altri, perché elei non in base ad indicazioni degli eletori, ma alle scelte dei verici di ciascun parito poliico. Qualcuno più atento degli altri ha già fiutato il pericolo, ma ha messo le mani avani invocando l'ulima affermazione contenuta nel comunicato stampa della Corte: quella relaiva al riconoscimento, per il Parlamento, della possibilità di ”approvare nuove leggi eletorali, secondo le proprie scelte poliiche, nel rispeto dei principi cosituzionali.”. Affermazione che, lungi dal poter essere leta come una patente di legiimità ad un Parlamento scaturito da un sistema eletorale (almeno parzialmente) illegiimo,

meni sembrano aver irrimediabilmente compromesso; la seconda, che è stato definiivamente cassato il premio di maggioranza al parito che abbia otenuto il maggior numero di voi e la terza, che bolla il potere dei parii di presentare liste che non consentano all'elettore l'espressione di almeno una preferenza rispeto alla rosa di candidai che a ciascuno di quei parii si richiama. Altro il comunicato non dice e bisognerà dunque atendere di poter esaminare la sentenza nel suo complesso prima di prodigarsi in affermazioni che, se non fossero gravi, potrebbero addirittura apparire ridicole. Su un punto però occorre essere chiari: la sentenza, qualunque cosa dica, non può che essere interpretata ed applicata secondo i normali canoni in parte rilevabili dalle leggi isituive della Corte, per altra parte riferibili alle consuetudini che ne sono scaturite. Il principale di quesi canoni riguarda il momento temporale a decorrere dal quale la sentenza diviene efficace ed è difficile dubitare della retroaività della stessa, ove si tenga conto del fato che le sentenze dichiaraive della incosituzionalità di norme di legge intervengono, sempre e comunque, in via “incidentale”,ovvero servono a risolvere i dubbi di un Giudice che, su istanza di parte o d'ufficio, dubii della compaibilità di determinai ai normaivi primari con i principi cosituzionali. Le decisioni della Corte, dunque, non possono che retroagire al momento della instaurazione del giudizio nel corso del quale la quesione di cosituzionalità è stata incidentalmente sollevata.

“La Corte cosituzionale ha dichiarato l'illegiimità cosituzionale delle norme della legge n. 270/2005 che prevedono l'assegnazione di un premio di maggioranza sia per la Camera dei Deputai che per il Senato della Repubblica - alla lista o alla coalizione di liste che abbiano otenuto il maggior numero di voi e che non abbiano conseguito, almeno, alla Camera, 346 seggi e, al Senato, il 55% dei seggi assegnai a ciascuna Regione. La Corte ha altresì dichiarato l'illegiimità cosituzionale delle norme che stabiliscono la presentazione di liste eletorali bloccate, nella parte in cui non consentono all’eletore di esprimere una preferenza. Le moivazioni saranno rese note con la pubblicazione della sentenza, che avrà luogo nelle prossime seimane e dalla quale dipende la decorrenza dei relaivi effei giuridici. Resta fermo che il Parlamento può sempre approvare nuove leggi eletorali, secondo le proprie scelte poliiche, nel rispeto dei principi cosituzionali.”. Un comunicato scarno, dunque; ma sufficientemente chiaro da generare un dibaito al quale non hanno partecipato soltanto gli addei ai lavori - intendendo per tali i tecnici del dirito e della giusizia cosituzionale - ma nel quale sono anche intervenute figure isituzionali di alto rilievo che meglio avrebbero fato a tacere prima che la sentenza fosse effeivamente disponibile per la letura. Ma cosa effeivamente si evince dal trascrito comunicato? Essenzialmente tre cose: la prima, che il Giudice cosituzionale non ha stravolto l'intera legge 270 ma soltanto alcune sue pari, per cui il sistema eletorale resta comunque in piedi e può essere tranquillamente uilizzato - per la residua parte - ove non fosse più possibile mantenere quel rapporto di fiducia fra Governo e Parlamento che gli ulimi avveni-

Le decisioni della Corte devono retroagire al momento della instaurazione del giudizio

vuole semplicemente fugare ogni dubbio sulla possibilità, per il Parlamento stesso, di poter intervenire in questa materia senza dover necessariamente affidare la propria elezione alle disposizioni normaive che residuano dopo l'intervento chirurgico della Corte. Deve però esser chiaro che gli unici interveni ammissibili, da parte di un Parlamento eleto sulla base di meccanismi incompaibili con la Cosituzione, sono quelli affereni l'approvazione delle disposizioni minime inderogabili per consenire di andare alle elezioni secondo regole certe e cosituzionalmente orientate. L'unico potere normaivo che, in altre parole, residua in capo a questo Parlamento è, dunque, quello detato dalla necessità e quest'ulima - come sappiamo - è la prima fonte del dirito. Si eviino dunque sali in avani almeno fino al momento in cui la sentenza della Corte sarà effeivamente resa pubblica, ma evii a sua volta la Corte di far trascorrere troppo tempo prima di farci conoscere l'effeivo contenuto di questa storica sentenza. Fino a quel momento occorrerà solo garanire la libertà di parola a coloro che si atribuiscono poteri divinatori (e sono in tani!) in ordine a quanto la Corte cosituzionale ha stabilito per riportare il sistema eletorale nell'alveo della Carta fondamentale. Tacciano dunque coloro che ritengono la sentenza uno strumento legiimante di questo Parlamento, ma altretanto facciano coloro che le atribuiscono il potere

taumaturgico di cancellare il Parlamento stesso. Non altrimeni si comporino gli uffici stampa di isituzioni pubbliche che sempre più spesso intervengono nelle polemiche giuridiche senza averne il minimo itolo; anzi talvolta millantando perfino ruoli di portavoce che nessuno ha mai riconosciuto loro. Mi rendo conto del fato che chiedere a qualcuno di parlar di sentenze solo dopo averle lete è - almeno in Italia - chiedere troppo.

laDiscussione Giornale politico­culturale fondato da Alcide De Gasperi

DIRETTORE EDITORIALE Emilio Fede DIRETTORE POLITICO Giampiero Catone DIREZIONE Antonio Falconio (RESPONSABILE) Alberto Maccari (Condirettore) EDITORE Editrice Europa Oggi S.r.l. Amministratore Unico Renato Catone Responsabile Marketing Bruno Poggi Piazza Sant’Andrea della Valle, 3 00186 - Roma Tel. 06.45496800 - Fax 06.45496836 segreteria@ladiscussione.com STAMPA Poligrafico Europa S.r.l. Via E. Mattei, 2 20852 - Villasanta (MB) Tel. 039/302992 CONCESSIONARIE PER LA PUBBLICITÀ Publimedia S.r.l. Via Turati, 129 - Roma publimedia@aruba.it Publistar S.a.s. Via Monte delle Piche, 34 - Roma publistar@fastwebnet.it DISTRIBUZIONE Press-di Distribuzione Stampa e Multimedia S.r.l Via Bianca di Savoia n. 12 - Milano Impresa beneficiaria per questa testata dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni


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n DALL’ANALISI DELLA STORIA ITALIANA

fra

MAFIA

e

mafiosità

Avv. Marco de Giorgio Patrocinante in Cassazione

Lea Garofalo è la tesimone di giusizia resa famosa per essere stata trucidata dal marito, commemorata da tui come viima della N’Drangheta. Mi chiedo se non sarebbe altretanto giusto celebrare anche Paola Barale, Natalia Estrada, Enzo Tortora o Emilio Fede. Se ciò non accade, è perché siamo invasi d’informazioni fuorviani ed unilaterali con cui viene elusa l’autenica quesione. Le note confederazioni del crimine organizzato nelle regioni meridionali italiane, tese ad espandersi in tuto il territorio nazionale, sono

l’origine o la derivazione di un’atavica condizione nazionale? Mentre la definiiva esirpazione di Mafia, Camorra e N’Drangheta appare probabile e vicina, bisognerebbe interrogarsi se quesi fenomeni abbiano ispirato metodi autoritari del controllo illegale del potere oppure non si sia verificato l’esato contrario. Forse sarebbe d’aiuto l’analisi della storia italiana. Quando nei secoli passai nel resto d’Europa si formavano aggregameni so-

ciali, amministraivi e culturali su cui si sono struturai gli atuali stai moderni, da noi il retaggio dispoico del feudalesimo riproduceva enità locali oligarchiche come i Comuni e le Signorie, in cui allignavano corporazioni e convenicole con l’esclusivo proposito del tornaconto per i comparaggi di appartenenza. Le tre associazioni per delinquere più radicate non a caso nascono e di si diffondono proprio in condizioni economiche e territoriali molto disagiate. La Sicilia e la Calabria erano isolate e quindi poco asservite al potere centrale del Regno Borbonico. In Campania invece solo a Napoli i giannizzeri riuscivano a preservare l’ordine incondizionato nella cità, finendo per frazionare la presenza criminale nel controllo di ogni aività illecita. Questa è la ragione storica per cui la Camorra moderna è orizzontale e non vericisica. Ancora adesso la sua capacità d’infiltrazione promana dal predominio minuzioso nell’economia del vicolo senza però un legame catalizzatore globale. I Clan dei Casalesi, come quelli preseni nell’agro nocerino, riproducono viceversa lo schema piramidale di Mafia e N’Drangheta, rappre-

sentando un’eccezione ma allo stesso tempo la conferma di tale tesi, perché entrambi cosituiisi in realtà ambientali inaccessibili quanto appartate da Napoli, Capitale del Regno. In contemporanea nelle nazioni più progredite e sviluppate d’Europa, i formidabili interessi finanziari di gruppo convergevano e si ramificavano in associazioni, spesso segrete, con spiccata ubbidienza al vincolo solidarisico, ispirato alla connivenza. Se le associazioni per delinquere del meridione italiano hanno esteso i loro gangli tramite la violenza ed il crimine, le organizzazioni sorte nelle altre realtà coninentali si sono imposte con il potere militare e finanziario, sempre più isituzionalizzandosi come parte fondante dell’evoluzione sociale. Le ragioni storiche illustrate seppure in forma di estrema sintesi, in Italia hanno indoto a sistemi di potere occulto, spesso illecito seppure non illegale, sviluppatosi con l’addiivo proprio della mafiosità. La mafiosità è per l’appunto quella condizione culturale familisica con cui si vuole favorire il sodale a scapito dell’estraneo. In Italia quando si ha bisogno di un idraulico, non viene

spontaneo consultare le Pagine Gialle bensì ci si rivolge all’amico per chiedergli se conosce qualcuno fidato cui ci si possa indirizzare. Una volta conosciuto un nuovo soggeto, si tende con lusinghe e minacce all’affiliazione per aggregarlo al proprio gruppo come nuovo adepto. Si isituisce una logica perversa per incrementare la propria forza a detrimento del merito e delle qualità soggeive. In Italia la mafiosità è un anico vizio colleivo. Ha ormai invaso ogni spazio sociale e controlla qualunque forma di potere. Perché allora allarmarsi per dei fenomeni criminali senza comprendere che sono la conseguenza di iniziali condizioni spesso di indigenza e miseria morale, e non la malefica radice del fenomeno. Signoraggi bancari, potentai finanziari, sindacai e corporazioni, hanno sosituito con famelica rapidità il vuoto di potere determinato dal programmato tramonto della poliica tradizionale con cui comunque si dava corpo alla democrazia tramite il suffragio eletorale. Gli artefici più interessai di questo mutamento, con la complicità di un giornalismo spesso fazioso, sono proprio gli atuali padroni mimeizzai, svincolai dall’apprensione di assecondare il poliico più in auge. Un tempo era l’imprenditore che doveva accaivarsi il potere poliico, oggi accade l’inverso. Le società primordiali riconoscevano ai sacerdoi il dirito temporale di amministrare giusizia. In tempi successivi si è affermato il principio di separare l’autorità spi-

rituale nei culi religiosi dal governo della giusizia. Giovanni Falcone sostenne che anche la Mafia, come tui i fenomeni umani, ha avuto un inizio per cui avrebbe avuto una fine. Al contrario la mafiosità, intesa innanzituto come concezione formaiva, rimane inesauribile nel modificarsi con fluidità cannibalesca per corrispondere alle esigenze correni, con le metamorfosi più uili ed adeguate. Alcuni anni fa era sufficiente l’abusata espressione “lei non sa chi sono io” cui seguiva l’arrogante declamazione “sono l’onorevole Sempronio” per conseguire un vistoso quanto preoccupato ossequio. Oggi se un poliico qualunque si azzardasse a rivendicare rispeto per il suo ruolo, incorrerebbe nel pericolo di linciaggio. Se diversamente fosse un magistrato o un giornalista ad uilizzare la medesima estrinsecazione, provocherebbe senz’altro una reazione d’immediata soggezione. Ci si può interrogare su cosa c’entrino allora Paola Barale, Natalia Estrada, Enzo Tortora ed Emilio Fede? A rifleterci bene con un po’ di maliziosa introspezione, si può dedurre che anche loro sono viime di differeni forme di mafiosità.


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SPECIALE XXII CONGRESSO DC

L'impegno dei DEMOCRATICI CRISTIANI per la rinascita del Paese Si svolgerà a Perugia nei giorni di sabato 14 e di domenica 15 dicembre 2013 il veniduesimo Congresso nazionale della Democrazia Crisiana. L'assise nazionale della Democrazia Crisiana avrà luogo presso il Centro Congressi Quatro Torri dove si prevede che oltre setecento delegai, provenieni da tuta Italia, daranno vita al primo Congresso nazionale del parito dopo la storica sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite (del dicembre 2010) che ha

sancito definiivamente che il parito scudocrociato non ha mai interroto la sua legiima presenza sia sul piano poliico che giuridico. Da quella data, proseguendo un'atività mai sopita susseguente ai gravi fai del 1994, che ne avevano limitato enormemente la presenza poliica ed eletorale, si sono susseguite numerosissime iniziaive finalizzate al rilancio poliico ed organizzaivo della Democrazia Crisiana, che sfociano ora nel veniduesimo Congresso nazionale del

Programma del XXII Congresso Nazionale della Democrazia Crisiana Perugia ­ 14/15 dicembre 2013 Tema del XXII Congresso Nazionale della Democrazia Crisiana: «L'impegno dei Democraici Crisiani per la rinascita del Paese - solo la Democrazia Crisiana può ricostruire l'Italia!» Sabato 14 dicembre 2013 ■ ore 8.30 operazioni di accreditamento congressisi ■ ore 10.00 inizio lavori congressuali ed approvazione regolamento congressuale ■ ore 10.30 interveni introduivi ed inizio dibatito congressuale ■ ore 13.30 pausa pranzo ■ ore 15.00 ripresa dibaito congressuale - ore 20.00 fine lavori prima giornata ■ ore 21.00 cena sociale Domenica 15 dicembre 2013 ■ ore 8.30 Santa Messa ■ ore 10.00 ripresa dibaito congressuale ■ ore 11.30 termine presentazione candidature a Segretario Nazionale DC ed a componente del Consiglio Nazionale DC ■ ore 12.00 relazioni conclusive ed approvazione delle relazioni congressuali ■ ore 13.00 inizio operazioni di voto per l'elezione del Segretario Nazionale DC e del Consiglio Nazionale DC ■ ore 13.45 pranzo sociale - a seguire (ad ora de definire) proclamazione degli elei e chiusura del congresso.

parito. Sarà un Congresso per così dire < rifondante > a cui prenderanno parte i delegai degli iscriti alla D.C. dell'anno 2013(25.000 adereni); gli iscrii alla Democrazia Crisiana di tesserameni 1992/1993 tutora in aività; tui gli adereni a Parii, Movimeni ed Associazioni poliiche di ispirazione democraico crisiana che intendano riaderire alla D.C. accetandone lo Statuto, tutora vigente. "Abbiamo voluto assicurare - ha affermato il Segretario poliico nazionale uscente della D.C. Angelo Sandri (Udine) - il massimo di apertura possibile sia per dar riscontro al contenuto della sentenza della Corte di Cassazione del 2010, sia per interpretare poliicamente la diffusa esigenza di rilanciare in termini chiari e definiivi la presenza della Democrazia Crisiana sulla scena poliica italiana." "Vi è infai una diffusa domanda per un ritorno della D.C. alla guida del Paese - ha proseguito Angelo Sandri - dopo un ventennio di acuta regressione che ci ha portato ormai sull'orlo del baratro! Elaborare una proposta concreta per uscire da questa drammaica situazione sarà lo scopo principale del nostro XXII Congresso nazionale del parito che si incentrerà sul tema: “L'impegno dei democraici crisiani per la rinascita del nostro Paese ". "E' diffusa ormai nel popolo la convinzione che solo con la Democrazia Crisiana sarà pos-

sibile ricostruire l'Italia e per fare questo dobbiamo ricercare il massimo di unitarietà possibile in primis tra tui i democrisiani”. E' quanto ha dichiarato Antonio Fierro (Roma) Presidente del Comitato di coordinamento nazionale e per le garanzie statutarie del XXII° Congresso nazionale della D.C. “Si tratterà di un Congresso nazionale molto aperto non solo per la partecipazione, ma anche per quanto aiene ai risultai finali del Congresso. E' prevista infai una grande partecipazione popolare ed al di là della figura carismaica che guiderà il parito nel prossimo biennio sarà fondamentale la proposta di programma che intendiamo presentare per risanare la situazione del nostro Paese e su ci si incentrerà la gran parte del prossimo congresso democrisiano." "E' fondamentale batersi per riaffermare la sovranità del popolo Italiano – ha dichiarato Dora Cirulli (Roma) Responsabile del Dipari-

mento Comunicazione della D.C. – in quanto il popolo italiano è stato vilipeso per anni nella sua idenità e privato della sua sovranità, il che - in un paese Democraico e Crisiano - è alla base del suo essere. " I nostri padri ci hanno lasciato una grande eredità: versando il loro sangue nella lota contro la ditatura ci hanno garanito valori fondamentali quali la libertà, la sovranità e la giusizia democraica. Valori che oggi purtroppo vediamo usurpai dagli attuali governani. Ecco quindi – ha concluso Dora Cirulli – che il prossimo Congresso nazionale della Democrazia Crisiana intende sancire che tui insieme loteremo per riconquistare l’armonia della nazione, la sovranità popolare, la dignità di un popolo che per troppo tempo è stata obnubilata dai comportameni dei nostri governani poco consoni alla nostra tradizione di democrazia e di libertà, basata sul lavoro e sulla onestà."

70 anni dopo la prima riunione DC Ancora oggi tani pensano che la Democrazia Crisiana sia solo un gran bel ricordo e che sia definiivamente morta. Invece la

Democrazia Crisiana non si è mai sciolta. Una sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite, del dicembre 2010, statuisce come la DC, il parito che fu di don Sturzo, di De Gasperi, di Moro ed Andreoi sia tutora esistente ed operante, facendo così giusizia delle illegalità commesse dall'inizio del 1994 con cui si era tentato di cancellarne l'esistenza. Era il 15 dicembre del 1943 quando la Democrazia Crisiana fece a Caltanisseta la sua prima riunione con la quale si sanciva la sua nascita e la sua ufficiale presenza nel paese. Facciamo allora

un volo pindarico, di circa setant'anni, e ci ritroviamo oggi in un presente davvero molto preoccupante. Oggi, come allora, c'è bisogno di ricostruire il nostro Paese in una situazione praicamente disastrosa. Ed è ragguardevole il fato che sia stato fissato proprio per il 14 e 15 dicembre 2013, a Perugia, lo svolgimento del XXII° Congresso nazionale della Democrazia Crisiana che cade dunque esatamente a settant'anni dalla prima riunione ufficiale della D.C., avvenuta in quel di Caltanisseta e presieduta dall'Avvocato Giuseppe Alessi. ANGELO SANDRI


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Una coscienza nuova

Giuseppe Donati cattolico antifascista N ella storia del giornalismo italiano Giuseppe Donati, fondatore e primo direttore del “Popolo” rappresenta un raro esemplare di coerenza e di militanza spinte fino al sacrificio personale. Fece suo il motto del settimanale dei cattolici democratici francesi “teimoignage chretien”: “verità e giustizia costi quel che costi” e su questo filo animatore dipanò tutta una serie di iniziative sempre volte alla causa della libertà e al riscatto degli sfruttati e degli esclusi. Era nato da una famiglia operaia a Granarolo Fiorentino, nella campagna di Faenza, il 5 Gennaio del 1889. Una famiglia provata dalle durezze della vita: un fratello era morto a due anni, un altro fu stroncato dalla tubercolosi, la stessa malattia che poi minerà il suo fisico. Come tutti i romagnoli dell’epoca, i Donati avevano la politica nel sangue. Valeva per essi, come ricordò Francesco Ferrari, commemorando proprio la scomparsa di Giuseppe Donati, la riflessione di Pericle il quale, rivolto agli ateniesi, sosteneva che “l’uomo che si astiene dalla vita politica non è un essere tranquillo: è un essere inutile”. Una citazione, questa, più che appropriata per ricordare quanto ardente fosse lo spirito di militanza in Donati e quanto ferma fosse la sua intransigenza verso la sopraffazione e la violenza: il tutto animato da una adamantina professione di fede, che ne fece un sostenitore della missione salvifica della Chiesa e un avversario delle

forme più ipocrite di clericalismo. L’ambiente culturale della sua giovinezza fu quello dell’ esperienza della prima Democrazia Cristiana, quella fondata da Don Romolo Murri, fatta propria da tanti giovani sacerdoti e militanti nelle organizzazioni cattoliche e poi sconvolta dalla dura depressione antimodernista della gerarchia. “Cattolico penitente, demo-

cratico impenitente”: così si definì lo stesso Donati, nel pieno delle polemiche che lo contrapposero, con i suoi amici, a quella che definì, negli anni della presidenza Giolitti, la “società clerico – borghese”. Scelte, queste, che portarono all’espulsione dei giovani come Donati dal locale circolo cattolico, ma che motivarono, sia, la sua assunzione della responsabilità

di Direttore del giornale “L’azione”, sia la militanza nella Lega Democratica. Sostenitore dell’intervento nella prima guerra mondiale, Donati testimonia questa sua scelta arruolandosi volontario: ferito al fronte, viene decorato con una medaglia d’argento e una di bronzo. Onoreficenze che restituirà sdegnato al Re, quando il governo fascista lo privò della nazionalità italiana. Nel dopoguerra, Donati, dopo una lunga riflessione, aderisce al Partito Popolare di Sturzo e dal sacerdote siciliano riceve l’incarico di dare vita al ”Popolo”, un giornale che portò a livelli mai più toccati di consenso e di vendite. Sono gli anni del fascismo incombente, che Donati contrasta con fermezza facendo del suo giornale l’organo di grandi battaglie politiche: quella contro la legge elettorale di Acerbo, di denuncia delle responsabilità di Italo Balbo nell’assassinio di Don Minzoni e, infine, per il delitto Matteotti. Ed è proprio Donati in persona a presentare al Senato una denuncia contro il generale De Bono, quadrumviro del fascismo, e comandante generale della milizia, accusando di essere responsabile delle violenze e delle aggressioni contro le organizzazioni e i giornali ostili al regime. E’ costretto così all’esilio, che vive in condizioni di quasi indigenza. Muore povero a Parigi nel 1931 a 42 anni: i funerali e la sepoltura si svolsero mediante una colletta fra gli amici. A NTONIO FALCONIO


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Dall’inserto speciale de “La Discussione” n° 36 del 5 ottobre 1981, il secondo omaggio a Giuseppe Donati, uomo di altissima coerenza cristiana, di grande amore per la libertà e di profonda sofferenza morale e fisica per il distacco dalla famiglia e dalla Patria

ETICA E CULTURA

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L’unico atto di coraggio aventiniano di Paolo Giuntella da «la Discussione» n. 36 del 5 ottobre 1981

Prima tappa dell’esilio Chambery dal conte Carlo Sforza. Dopo un ritorno clandestino in Italia, a Venezia, per vedere la famiglia, aiutata da Morpurgo e soprattutto da Giuseppe Cisco, anch’egli popolare, ritorna in Francia, a Digione e poi approda a Parigi. Aiutato, forse da Salvemini, riesce a trovare un piccolo lavoro come correttore di bozze presso la tipografia di un ingegnere italiano antifascista: Ettore Carozzo. Nasce finalmente, tra enormi stenti, il suo “Corriere degli italiani” (28 luglio 1926) che però ha breve vita perché, dopo un articolo in cui riprendeva la sua vecchia tesi (riemerge sempre in Donati la vena mazziniana- garibaldina risorgimentale di cattolico sì ma anche romagnolo) della necessità di far fuori fisicamente Mussolini, ovvero della resistenza armata, il giornale viene chiuso dalle autorità francesi su richiesta italiana. Fallisce nel frattempo anche il tentativo di ricostruire una sezione del Partito Popolare in esilio sull’esempio degli altri partiti. Si iscrive alla Lega Italiana dei diritti dell’uomo per poter aderire alla “Concentrazione antifascista”. Collabora all’organo della “Concentrazione” “La Libertà” e intanto progetta una “voce” in proprio con Crespi, il repubblicano che gli resterà vicino sino all’ultimo Mario Bergamo e Giuseppe Straiati, esule cattolico che gestisce con la moglie una trattoria nella quale Donati, poverissimo ormai e tormentato dagli scrupoli di non poter inviare nulla alla famiglia, fa il cameriere e forse, più ancora, lava i piatti… I rapporti con la “Concentrazione” sono tesi. Del resto Donati è sempre stato critico nei confronti dell’Aventinismo che accusa di debolezza. In questo clima nasce “Il Pungolo”, un elemento in più per le polemiche. In questi mesi Donati collabora anche al “Dovere” di Carlo Buzzi, un ambiguo personaggio, praticamente un fascista repubblicano dissidente. La rivista è anch’essa anticoncentrazionista. Buzzi è conosciuto dai fuorusciti italiani. E questo ulteriormente attiva il fuoco della polemica. Ma in Donati non c’è nessun cedimento, nessun equivoco, nessun interesse personale. E’ il tormento di un uomo dalla coscienza morale sempre inquieta, di un democratico etico, prima ancora che politico, che lo conduce anche a qualche ingenuità. Nel vivo della polemica, attizzata in modo quasi incandescente dall’atteggia-

mento di Donati sulla Conciliazione, quando (ancora un residuo di un “cattolico risorgimentale”) egli scrive sul “Pungolo” che i Patti Lateranensi pur offendendo “il principio costituzionale” eliminano “il dissidio storico tra lo Stato e la Chiesa”, deve rispondere a molte accuse infamanti della “Concentrazione” e infine persino dall’espulsione da questa. La posizione di Donati, soprattutto sul Concordato, come è noto, è molto diversa da quella di Sturzo e di Francesco Luigi Ferrari. Anche con loro deve, in tutt’altro clima però (di profonda stima e amicizia) giustificarsi. Ma la posizione donattiana può essere giustificata proprio da quella che De Rosa chiama “l’ambiguità” di Donati. Ambiguità ben inteso non in senso morale. Bensì questo suo impetuoso carattere del cristiano integrale, anche se “anticlericale” (come disse Salvemini), di uomo di frontiera, anche sul terreno ecclesiale, ma profondamente, radicalmente “cattolico”, per certi versi anche in senso tradizionale. Per questo suo paradosso alla Bloy, Donati dunque antepone alla politicità della mossa di Mussolini (stabilizzare il consenso cattolico al regime) l’interesse “religioso” per la sua Chiesa. C’è infine il problema delle accuse di collusione con gli ambienti del fascismo dissidente e con le “spie”. Accuse velenose che non tengono conto del carattere di Donati, della sua solitudine, della sua povertà, della sua fame. Del resto Bazzi era stato in contatto con altri antifascisti, così come i legami con Ricciotti Garibaldi, nascevano sempre da quella ipotesi “armata” che aveva spinto, anche in Italia, Donati ad avere contatti (in cauta ingenuità, visto che i fascisti avevano una giovane spia proprio nella redazione del Popolo), per esempio con l’attentatore di Mussolini Zani Boni. Ma nella sua difesa contro le accuse dell’anarchico massone Bernieri (anche in relazione all’accusa di aver frequentato la spia fascista Mena Pace) è dura e amara. Sul Bazzi, Donati scrive sul “Pungolo”: “dopo 48ore di digiuno mi ero lasciato ingenuamente adescare da una modesta colazione offertami dal Bazzi, sospetto di essere un agente fascista. Sospetto intendo dire agli occhi di un contro spione”. Perché il povero digiunatore proprio di nulla sospetta in quanto ha conosciuto il Bazzi precisamente in compagnia di fedelissimi compagni

e ciò lo rassicura. D’altronde il digiuno è un pessimo consigliere. Il clima è torbido. Non bastano la mediazione di Turati, l’interessamento di Salvemini, l’amicizia di Mario Bergami. Donati, costretto a chiudere il “Pungolo”, accetta, anche per interessamento diretto di Sturzo, Sforza e Crespi, di presentarsi ad un concorso per insegnante di italiano al collegio St.Eduardo di Malta. Lo vince e sbarca a Malata il 6 ottobre 1930, quando ormai torna ad aggredirlo la tubercolosi. E’la penultima tappa del suo calvario, come giustamente Ferrari definisce l’esilio di Donati. Donati ha accettato anche per uscire dai morsi della povertà, e per poter inviare qualche assegno alla famiglia. Tra l’altro il 10 febbraio del 1926 è nata a Venezia l’ultima figlia, Fiamma, che non potrà mai vedere. A Malta insegna, collabora anonimamente al quotidiano locale filo-italiano, frequenta qualche esule (Manfredi e Faviani), si impelaga persino nelle polemiche locali sulla lingua italiana. Mantiene uno stretto contatto epistolare con Mario Bergamo e trova anche il tempo di scrivere un dramma, La Bufera, che Lorenzo Bedeschi ha recuperato e pubblicato nel numero di Maggio del 1969 de”L’Osservatore politico e letterario”. Ormai però siamo all’epilogo della sua vita. Il clima di Malta è troppo caldo. La tubercolosi si fa sentire in modo sempre più pesante. Alla fine dell’anno scolastico gli amici lo aiutano a tornare a Parigi. E’ nuovamente nella soffitta degli Stragliati il 4 luglio. Conserva uno stretto rapporto con Bergamo. Vengono a trovarlo gli ultimi amici, Nessuno riesce a convincerlo a farsi ricoverare in un sanatorio. Secondo alcune testimonianze, da Faenza giunge Domenico Ravaglioli. Infine il 16 agosto 1931, a quarantadue anni, assistito da don Costantino Babini, faentino, cappellano degli immigrati italiani a Parigi, muore. Al suo funerale duecento persone: tra cui Turati, Treves, Lussu, Salvemini, Bergamo, Ferrari. E’ sepolto a Pantin, con una colletta tra gli amici. Il “gemello”tanto diverso, l’altro grande esule cattolico antifascista della sinistra popolare Francesco Luigi Ferrari, che morirà l’anno dopo, quasi alla stessa età, scrive: “La penna di Veuillot e lo spirito di Lacordaire: ecco le qualità che dovrebbe possedere ogni giornalista che consacri la sua esistenza alla causa della libertà e della Chiesa.


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I pochi che avevano saputo resistere, sostenendo evangelicamente la persecuzione per la giustizia, ebbero ragione di tutte le viltà e di tutte le violenze, e la storia si piegò alla loro fede Popolo” si onora di inoltrare per tutti gli effetti legali e morali all’on. Senato del Regno, per mezzo dell’E.V. III. Ma, la seguente denuncia contro il sen. Emilio De Bono, ex direttore generale della Ps ed ex primo Comandante generale della Mvsn. Nell’adunata delle Opposizioni, tenuta a Milano la domenica 30 novembre scorso, l’oratore uf-

ficiale on. Amendola ha pronunciato, tra le altre, queste parole: “De Bono, Senatore del Regno e generale spergiuro, che frequenta nuovamente, in questi giorni, le aule di Palazzo Madama: forse per acclimatarsi un po’ alla volta agli ambienti dell’Alta Corte”. Se la sensibilità morale e politica del personaggio scolpito in questa epigrafe non fosse completamente ottusa, il sen. De Bono avrebbe dovuto o chieder conto all’on. Amendola della terribile accusa davanti ai magistrati, oppure invitare il Senato a verificare il fondamento o meno dell’accusa stessa. Ma De Bono si trova ormai da sei mesi sotto il peso schiacciante della pubblica denunzia, senza aver mai dato il più piccolo segno di reazione morale. Anzi dal 10 giugno scorso – epoca in cui avvenne il delitto Matteotti – ad oggi le sue responsabilità, quale Direttore Generale della Ps e Comandante generale della Mvsn si sono venute ampliando, precisando ed in conseguenza aggravando. Il Capo del Governo , in seguito all’emergenza di queste responsabilità, si vide costretto, per dare una soddisfazione all’opinione pubblica che imperiosamente lo reclamava, a togliere al sen. De

Bono, e in un primo tempo, la Direzione generale della Ps e in un secondo tempo a esonerare costui senza alcun compenso, dalla carica di Primo Comandante Generale della Milizia. Questo duplice siluro contro il De Bono allo scopo di ottenere una tregua dall’opinione pubblica esacerbata contro il Governo e contro di lui per tutti i misteri polizieschi che man mano affioravano intorno al delitto Matteotti, ripone in piena luce la ricerca e lo studio della figura giuridica di quelle responsabilità di carattere amministrativo si tratti invece di reati perseguibili

Il problema dell’antifascismo è di azione e dell’azione ricondotta alle sorgenti più alte e più intime dello spirito

Il 6 dicembre 1924 il direttore del « Popolo » presenta al presidente del Senato una denuncia che è più che un semplice atto d’accusa contro De Bono ma una vera e propria requisitoria contro gli abusi del regime e quella « associazione a delinquere» che ormai si chiama « Ceka » anche nel linguaggio popolare e che è il patto che lega i gerarchi del regime, i sicari specializzati, la milizia. Così esordisce la denuncia di Donati: «Il sottoscritto Giuseppe Donati, direttore del quotidiano “Il

di Paolo Giuntella da «la Discussione» n. 36 del 5 ottobre 1981

Il calvario lungo la via dell’esilio


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Benchè ridotti dal fascismo all’estremo il giorno in cui ci fosse da difendere le cose care e sacre a cui il Vaticano stesso è connesso, ci faremmo ancora scannare per il Papa, per la Chiesa

bio lo fu. Eppure, nonostante la sortita di un gruppo di intellettuali che firmano un appello pubblico in favore di Donati, le resistenze (anche in parte fondate per non sottrarre l’istruttoria, al giudice ordinario considerato uomo di alta dirittura e antifascista, era il presidente Del Giudice) dell’Aventino alla denuncia saranno ulteriore motivo per alimentare le diffidenze del direttore del “ Popolo” nei confronti degli aventiniani. Diffidenze per l’eccessiva rassegnazione, per l’eccessiva confidenza in un ravvedimento della monarchia (che Donati, in fondo, proprio con la denuncia vuole

mettere alla prova), e che influenzeranno, purtroppo, in modo determinante anche la sua solitudine, il suo orgoglioso isolamento nell’esilio, sino ad una rottura che alimenterà persino infamie. Lasciamo la cronaca dei lavori della commissione istruttoria del Senato. (C’è, come è noto il bel volume di Rossini, e rimandiamo in particolare all’avvincente volume di Angiulli e De Antonellis), e arriviamo all’epilogo. La commissione istruttoria il 12 giugno 1925 rende noto il “non luogo a procedere”. Il clima è rovente. Comincia la campagna di mi-

nacce esplicite dei fascisti e di Farinacci in particolare. Federsoni, ministro dell’Interno, che non vuole grane e conserva, per la provenienza nazionalistica qualche rapporto con alcuni popolari, li avverte di non poter garantire la sicurezza di Donati. Anile e forse lo stesso De Gasperi spingono un recalcitrante Donati ad accettare l’ipotesi dell’ esilio. Salvemini invece lo invita a non desistere, a restare a Roma. Ormai Donati, stretto dalla morsa della minaccia fascista è scomodo per il “Popolo”, forse è ormai scomodo anche per il “Partito Popolare”. Non tutti i popolari hanno infatti condiviso la sua intransigenza antifascista, le sortite pubbliche al processo Balbo – La Voce Repubblicana e quindi sulla vicenda De Bono. C’è dunque un estremo, sia pur velato, conflitto di “linea politica” tra chi ancora attende con un minimo di fiducia un segnale della monarchia e chi, come Donati è decisamente per la resistenza frontale. Con l’amarezza della morte del figlio Guido nel cuore (avvenuta il 3 febbraio in circostanze, tra l’altro non chiare per il rifiuto del medico di guardia di intervenire sull’improvvisa complicazione di una bronco-polmonite) e forse con l’idea di partire per un breve allontanamento provvisorio, convinto anche che questa decisione può essere utile al giornale. Giuseppe Donati, munito di passaporto senza foto, parte verso il confine francese con il fido Guido Armando Grimaldi. E’ ormai la vita dell’esilio, della solitudine, della povertà, una via irta di polemiche e di amari dissapori con gli stessi ambienti degli esuli antifascisti, una triste via Crucis.

ETICA E CULTURA

secondo le norme del Codice Penale». La denuncia provoca reazioni a catena. Il clima è infuocato. Certo si può discutere sul suo effetto, tenuto conto che prevedibilmente l’Alta Corte del Senato avrebbe finito per assolvere De Bono. D’altra parte una volta ormai conosciute le intenzioni di Donati (anche per effetto di spionaggio politico – giornalistico) e in presenza di un processo di consolidamento definitivo del regime il dibattito pubblico avrebbe potuto servire l’estrema causa dell’antifascismo. E certamente almeno l’atto di coraggio di Donati senza dub-


ESTERI

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Gli ultimi COMUNISTI “

di Margherita Boniver Vice pres. Comitato Atlantico

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a nuova rivoluzione ucraina, priva di un colore simbolo come quello arancione del 2004, se non fosse per il bianco del nevischio che si posa congelato sui copricapo dei manifestani e dei polizioi, sembra approdare ad un punto di svolta. Le manifestazioni di piazza si fanno via via più imponeni, e dopo quella che ha visto mezzo milione di persone invadere la centralissima Majdan già Julia Timoscenko chiede ai suoi di mobilitarne un milione. Anche le parole d'ordine si fanno più ardite e dopo l'abbaimento della gigantesca statua di marmo rosso di Lenin si scandiva "il prossimo é Yanucovich" (Il premier). La folla è quanto di eterogeneo si possa immaginare, con giovani e giovanissimi incantai dagli slogan libertari e dichiarazioni d'amore pro Europa che si mescolano con gli estremisi (e anisemii) del movimento Svoboda (Libertà), e i truci militani del parito del campione di pugilato Vitalij Klichko. Ma è ancora Julia la igre a scandire comunicai di fuoco dal carcere, tanto che la polizia ha perquisito la sede del parito e si preannunciano gravissime le accuse di sovversione. Insomma nessuno dei due campi sembra ancora prevalere, ma già il governo ha minacciato lo sgombero forzato dei presidi della piaz-

za, animata da moli giorni dagli occupani delle tendopoli e delle cucine da campo che sfornano migliaia di pasi caldi di note e di giorno. Le pressioni della Russia si fanno via via più niide e alletani: sconi sulle forniture energeiche, sussidi e credii per l'economia ucraina in gravissime difficoltà tanto che la Banca centrale sta rapidamente diminuendo le risorse in valuta pregiata nel disperato tentaivo di sostenere la valuta locale, la grivna. L'unica cosa certa é che il tempo é agli sgoccioli. La protesta parita per i mancai accordi di associazione alla Ue si è tramutata in una compeizione senza quariere per la zona di influenza russa che difficilmente vedrà Puin retrocedere. Ricordiamo cosa avvenne in Giorgia qualche anno fa e l'invasione della Ossezia. Oggi più che mai il protagonismo dell''ingombrante vicino ripropone in modo ancora più drammaico la scelta suggerita a Kiev. Lady Ashton è atesa nella capitale ucraina, anche Ban Ki Moon si anima in favore di una poco probabile "libera scelta" per la popolazione divisa come non mai e stratonata da spinte opposte, entrambe a fori inte opportunisiche. Rimane solo da augurare che il finale non finisca in un bagno di sangue.

La protesta partita per i mancati accordi di associazione alla Ue si è tramutata in una competizione che difficilmente vedrà Putin retrocedere

Siete come noi, siamo come voi Parito dalla Sicilia, quasi sototono il movimento dei “forconi” voleva essere portavoce del malessere dei conduceni dei mezzi pesani. Troppo lavoro, troppe ore al volante, troppe noi in bianco. Una condizione che mete a rischio la vita non soltanto di chi guida. La protesta sta dilagando, di cità in cità. Da sud al nord. Pacifica prima, violenta poi per l’infiltrazione dei solii agitatori, spesso con il volto mascherato. Gentaglia che non ha nulla da chiedere se non seminare il panico, devastare vetrine, terrorizzare la gente, aggredire le forze dell’ordine. I capi del movimento invitano alla calma, rifiutano quesi episodi da parte di chi nulla ha da sparire con le legiime richieste degli auisi. Non ci sono bandiere di parito, ma solo il tricolore italiano. In alcune cità, come Roma e Torino, gli incideni ci sono stai. Volto coperto, lancio di fumogeni, sassi, bastoni per frantumare vetrine. Ma un episodio trova ospitalità sulle prime pagine: un gruppo delle forze dell’ordine si toglie il casco come segnale di pa-

cificazione. Per dire siamo lavoratori come voi. Voci ufficiali tendono a smenire che il segnale sia questo. Ma non c’è da vergognarsi se carabinieri o polizia o fiamme gialle – sia pure un piccolo gruppo – abbiano agito come ato di pacificazione. Come dire “rivendichiamo il dirito a condizioni di vita migliore”. EMILIO FEDE


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ECONOMIA

La sfida di Renzi

Senato e Province: il taglio che verrà

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el discorso che domenica sera, carica, mentre resterebbero i tratameni dopo la schiacciante vitoria alle pensionisici degli ex senatori. Secondo primarie, Mateo Renzi ha fato calcoli approssimaivi, il risparmio per davani ai suoi sostenitori a Firenze ci lo Stato non andrebbe oltre la metà sono parecchie frasi significaive che dell’atuale costo di Palazzo Madama, meritano una riflessione. comunque al di soto dei 300 milioni Basterà citarne alcune per capire cosa di euro. dovremo ora aspetarci dal neo segre- Per quanto riguarda le Province, il ditario del Parito Democraico. scorso è lo stesso: potranno essere ta“Abbiamo la peggior classe dirigente gliai i cosi rappresentai dagli sipendi degli ulimi 30 anni”. “Il bipolarismo è ai poliici (circa 135 milioni di euro di salvo”. “Subito il taglio emolumeni a 4.200 elei fra presideni di un miliardo di euro di Provincia, presideni di dei cosi della poliica”. Il Senato Consigli provinciali, assessori “Questa è l’ulima opconsiglieri) e tute le spese della ederivani portunità per cambiare dallo svolgimento Repubblica l’anno delle funzioni amministraive, le cose”. Parole nete, impegni precisi. Ma cosa dovrebbero venire acscorso ci è costato che significano in praica? corpate ad altri livelli di gotra senatori verno. Anche in questo caso Prendiamo il “taglio di 1 miliardo”: Renzi ha e dipendenti (circa i dipendeni (cioè il personale spiegato che questo si “poliico”) andrebbero 800 persone) non può fare subito con a pesare su altre amminil’abolizione del Senato poco più di 500 strazioni; quindi il loro costo e delle Province. Ma dava carico del bimilioni di euro resterebbe vero si può fare subito lancio statale. Risparmio pree si può risparmiare un visto – con l’abolizione delle miliardo di euro? Province – poco più di 200 milioni di Il Senato della Repubblica l’anno scorso euro. Difficile, quindi, poter raggiungere ci è costato tra senatori e dipendeni il risparmio di un miliardo con l’aboli(più o meno 800 persone) poco più di zione del Senato e delle Province. 500 milioni di euro. Le Province, se- C’è poi un altro elemento da tenere in condo i calcoli più receni, costano circa considerazione. Sia per il Senato sia 12 miliardi di euro: cifra che comprende per le Province si traterebbe di una tui gli impegni di spesa atribuii a modifica della Cosituzione: per far questo ente territoriale. questo (lo stabilisce l’art. 138) sono Cerchiamo di capire quale risparmio necessarie due successive deliberazioni potrebbe portare alle casse dello Stato delle due Camere ad intervallo non mil’abolizione sia del Senato che delle nore di tre mesi e devono essere apProvince. Anzituto, per quanto riguarda provate a maggioranza assoluta dei Palazzo Madama, va considerato che componeni di ciascuna Camera nella l’abolizione della seconda Camera non seconda votazione. Una procedura obcomporterebbe un risparmio neto di bligata che, tradota in termini di durata, 500 milioni, perché il costo del personale non prevede un iter inferiore a sei o dell’isituzione ricadrebbe sempre sul sete mesi. Dunque, un’operazione che bilancio dello Stato. Verrebbero tagliate non può essere fata immediatamente. solo le indennità dei 315 senatori in TIZIANA SCELLI

Edilizia: una locom che non r D

a sempre l’edilizia è la vera locomoiva del sistema produivo. Quando funziona il setore delle costruzioni, è l’intera economia che ira. E purtroppo nell’ulimo anno in Italia in questo comparto sono stai persi 123 mila posi di lavoro (-7,1%) ed il 4,3 per cento delle imprese arigiane ha chiuso i bateni. Così, dal 2008 ad oggi sono 400 mila i posi di lavoro persi nell’edilizia. Ora i nuovi incenivi per le ristruturazioni fanno sperare in qualche segno di ripresa. Secondo uno studio della Confarigianato, ad otobre 2013 sono più di 2,3 milioni i proprietari di immobili intenzionai ad effetuare nei prossimi dodici mesi interveni di manutenzione alle proprie case. Coninua a ristagnare, invece, la compravendita di case. Tra agosto e setembre lo

stock dei mutui alle famiglie per l’acquisto di abitazioni è diminuito dell’1 per cento, mentre nell’area Euro è cresciuto dello 0,9 per cento. Ed è anche più alto il tasso di interesse medio applicato sui mutui casa:; 3,31% contro il 2,77% nei paesi dell’Eurozona. Così che, per il seimo trimestre consecuivo dal 2009, le compravendite immobiliari in Italia hanno segnato un calo del 6,6%. Questo comporta che il monte di case invendute ha toccato nel 2012 il 64 per cento. Cosa si può fare per rilanciare il mercato immobiliare? Recentemente l’Abi (l’associazione delle, banche italiane) e l’Ance (l’organizzazione dei costrutori edili) hanno avanzato alcune proposte, fra cui quella dell’esenzione per cinque anni dall’imposta sulle case (prima l’Imu , oggi la Iuc) per chi acquista una casa dalle imprese di costruzione.


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Non è la fine della crisi

L’illusione del PIL

motiva riparte Viene anche suggerita la riduzione del carico fiscale sul trasferimento degli immobili. L’altro elemento che frena l’aività edilizia (ma soprattuto il mercato delle case) è il prezzo troppo alto delle abitazioni nel nostro Paese. Ma l’altro valore delle case in Italia deriva principalmente dal prezzo dell’area fabbricabile. Questo valore (che nell’edilizia convenzionata è basso perché stabilito dal Comune) nel caso dell’edilizia libera è stabilito dal mercato, dove vige una situazione oligopolisica, visto che sono pochissimi i proprietari di terreni agricoli che diventano edificabili. Si calcola che, nelle grandi aree urbane, la differenza di prezzo fra edilizia libera e convenzionata, per quel che riguarda il costo dell’area edificabile, si aggira sui mille euro al metro quadrato. Facile fare i coni: un apparta-

mento di 80 metri quadrai costa , solo per l’incidenza dell’area, 80 mila euro in più. Eppure, nonostante la grave crisi del mercato edilizio, il prezzo delle case non subisce un calo significaivo. Perché? La risposta sta nel fato che, nel gioco della domanda e dell’offerta, sia venditori che acquireni sarebbero in atesa che le banche riprendano ad erogare i mutui più facilmente. In Italia – fanno notare gli

esperi – non ci saranno fenomeni di svendite di case come è accaduto in Spagna o in Irlanda. Nel nostro Paese, inoltre, la crisi non è stata conseguenza dello scoppio di una bolla immobiliare. Ed il mattone, anche se aira di meno a causa della pesante tassazione di cui è oggeto, resta per l’italiano medio l’invesimento per eccellenza. ALBERTO MACCARI

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d otobre l’indice della produzione industriale è aumentato sul mese precedente di mezzo punto percentuale; ed il Prodoto interno lordo è rimasto invariato nel terzo trimestre dell’anno e per la prima volta dopo due anni non ha segnato un calo. Ma ateni a non pensare che questo è il segnale della fine della crisi e dell’inizio di una imida ripresa. Intanto perché nella media del trimestre agosto-setembre l’indice della produzione ha registrato una flessione dello 0,3 per cento sul trimestre precedente (nella media dei primi dieci mesi dell’anno la produzione è scesa del 3,5% rispeto allo steso periodo dell’anno scorso). E per quanto riguarda il Pil, è l’Istat stesso a getare acqua sul fuoco di facili oimismi: “La fine della recessione – rileva l’Isituto di staisica – non può ancora essere dichiarata”: Ma non c’è solo la prudenza dell’Istat. C’è un altro indicatore che deve far rifletere e desta seria preoccupazione: è quello dell’erogazione del credito a famiglie e imprese. Bankitalia avverte che in otobre i presii al setore privato hanno segnato una contrazione su base annua del 3,7 per cento dopo il 3,5% di setembre. E secondo via Nazionale questa è “la maggiore flessione storica” di questo indicatore. Entrando nel detaglio, vediamo come i presii alle famiglie sono scesi in dodici mesi dell’1,3%, mentre quelli alle società non finanziarie (in praica, quelle che danno origine al Pil) sono leteralmente crollai del 4,9%, segnando anche in questo caso un dato negaivo storico. Nello stesso periodo le sofferenze bancarie sono cresciute del 22,9 per cento. Il che significa che le imprese non chiedono più risorse per invesire e sopratuto che molte non sono più in grado di far fronte alla resituzione dei presii per mancanza di lavoro e dunque di denaro fresco.

Per il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi “è un segnale preciso del disagio che c’è nel Paese. Famiglie ed aziende non investono più e non hanno quindi bisogno di denaro. D’altronde in un Paese che ha perso il 25 per cento dei volumi manifaturieri, tui noi produtori abbiamo capacità produive libere, disponibili”. Insomma, per il presidente degli industriali italiani “i segnali di ripartenza sono debolissimi e non si possono cogliere con un oimismo paricolare. Giro tra le imprese – avverte Squinzi – e vedo tanta disperazione”. Una vera e propria doccia fredda quella del numero uno degli imprenditori, che ridimensiona, con dai alla mano, le previsioni oimisiche diffuse in queste seimane da alcuni setori della maggioranza. E sono sempre le rilevazioni di Bankitalia a radiografare la reale situazione dell’apparato produivo e dei consumi del nostro Paese. Ad otobre sono tornai a crescere i deposii bancari, salii del 5,4 per cento su base annua, mentre nello stesso periodo la raccolta obbligazionaria è diminuita del 7%. Prova evidente che sia le famiglie che le imprese non spendono, le prime per invesire e le seconde per consumare, facendo così girare il sistema manifaturiero nazionale a ritmo molto ridoto (Squinzi – lo abbiamo senito – parla di un quarto di produzione in meno). Qui, dunque, non si trata solo di spese di Natale ridote per i regali (per la Confcommercio sei italiani su dieci sono intenzionai a spendere meno).). La tendenza è molto più preoccupante. Se il 2014 inizia con le imprese che non tornano ad invesire e chiedere credito, l’anno che verrà rischia di finire senza il minimo accenno di una ripresa reale. ETTORE DI BARTOLOMEO


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CULTURA

LA MORTE IN UNO SGUARDO Pietre e divinità nel mondo classico di

Chiara Catone

La vista è oggi più che mai il canale privilegiato di comunicazione, in una realtà che antepone l'apparenza all'essenza. É interessante notare, però, come nel mondo classico da una semplice occhiata potessero scaturire conseguenze letali. Ovidio più volte nelle sue Metamorfosi racconta i desini irreparabili di coloro, alcuni ingenui voyeurs, che non hanno resisito all'impulso di guardare il “non lecito”: per aver spiato Diana che s’immergeva in una fonte, Coridone è trasformato in roccia; per aver sorpreso Dioniso con la sorella Caria, Lico e Orfeo subiscono la stessa punizione; per aver magnificato i suoi figli, oltraggiando Latona e la divina prole, Apollo e Artemide, Niobe è costreta alla visione del loro massacro e dal troppo dolore viene da Zeus pietrificata. Un casigo spietato s'abbate su tale colpa, la più turpe: l’aver valicato il limite imprescindibile tra umano e divino. Allora l’unica soluzione possibile è negare loro, agli empi, la loro stessa natura: ecco la pietrificazione, la

fossilizzazione dell’energia vitale. Che la pietra abbia connessioni con l’al di là, è un fato noto agli anichi; lo stare sedui su una roccia aiva, secondo la mentalità anica, un processo di assimilazione tra uomo e minerale e, nella simbologia greca, la posizione assisa può indicare uno sbilanciamento della persona verso la sfera della morte. Nel mito di Teseo e Piritoo, i due, scesi nell’Ade per liberare Persefone, si siedono con un inganno su due troni, dai quali non riescono più ad alzarsi, poiché gli scranni sono ormai divenui carne della carne dei poveri malcapitai. Alcune gemme nell’anichità si credeva conferissero uno sguardo capace di oltrepassare le umane potenzialità, come la ienia, ricavabile dagli occhi delle iene, che avrebbe consenito all'uomo, soto la cui lingua fosse stata posta, di predire il futuro o l'ossidiana che avrebbe dato accesso alla visione delle ombre. Quindi, tra occhio e pietra s’intreccia un legame indissolubile ed Ovidio nei suoi mii lo sotolinea

spesso: è il triste caso dell'amore disperato di Ifi, un giovane cipriota, per Anassarete, fanciulla “più dura della roccia che ha radici di pietra viva”. Straziato dai suoi rifiui, Ifi intende strapparle almeno fugacemente uno sguardo con l'estremo ato del suicidio: “Io, non dubitarne,sarò lì, e ben presente mi vedrai, perché tu sazi i tuoi occhi crudeli del mio corpo senza vita”. La speranza di una possibile sbirciata lo accompagna però fin negli ulimi istani, quando col cappio al collo ancora rivolge il viso verso di lei. Ma la durezza perversa della donna sta per giungere anch’essa alla fine, infai, un dio predispone la punizione e, come il corteo funebre giunge soto casa sua, Anassarete, pungolata dalla sua stessa malizia, decide di lanciare al ragazzo quell’occhiata che vivo mai gli aveva accordato. Fatale errore, perché ormai rivolge lo sguardo al macabro risultato della sua crudeltà e la vendeta si compie, “i suoi ari invase quel sasso che già prima era nel suo cuore”.


CULTURA

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“La chiave dei sogni” di

Il licantropo, metafora dell’uomo

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a luna è piena, la note silenziosa il licantropo fa la sua apparizione. La descrizione risale al folklore anico:occhi infossai, sopracciglia folte ed unite, villosità diffusa, mani grandi ed unghie lunghe, così furono caratterizzai gli imputai di licantropia. Ogni civiltà ha focalizzato rii zoantropici che vedono la trasformazione di uomini in animali. Il licantropo (lupos ed antropos) uomo lupo o anche lupo mannaro è il protagonista di numerose leggende che si perdono nella note dei tempi. Egli cambia le sue sembianze durante il plenilunio. Lo ritroviamo già nell’epica babilonese, Gilgamesh si trasforma in lupo e nella tradizione biblica il re Nabucodonosor subisce una vera trasformazione, vagando per boschi: “Il pelo gli crebbe

come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli” (Daniele 4,30). La cinematografia hollywoodiana dell’horror lo ha rappresentato nelle forme più feroci e suggesive. In realtà è un personaggio tragico ed è viima ancor prima di essere carnefice. Uccidere non gli appariene, tutavia è spinto da tale bramosia. In realtà rappresenta la condizione umana. Elargisce dolore e paura, ma è alla ricerca dell’amore, unico anidoto alla sua condizione. E’ il fruto della lota incessante tra il bene e il male che caraterizza la natura umana. Topos leterario di grandissima portata, manipolato e modellato per giusificare l’ambiguità dei sofferi comportameni dei viveni che sono coninuamente alla ricerca di se stessi. TIZIANA SCELLI

Francesca Falconio

Che la luna abbia, se pur nell’immaginario colleivo qualche influenza sulla vita umana è innegabile; tanto per fare un esempio, la tradizione popolare definisce “lunaico” l’individuo che si comporta in maniera disconinua o alternaiva. Poei, pitori, musicisi, cineasi e scritori rapii dal suo fascino sono ricorsi a lei atribuendole un valore altamente simbolico. A quanto pare incide sulla ciclicità della vita dell’uomo e su numerose manifestazioni biologiche e mentali, valido espediente per razionalizzare o deresponsabilizzare comportameni creaivi o eccessivamente eccentrici. Dante definisce la Luna “trivia Diana” in un’immagine del Paradiso, per gli anichi Greci era la dea dalle tre facce: Artemide, la vergine fanciulla che idenifica la fase crescente; Selene la luna piena ed Ecate la calante. Le fasi lunari sono collegate dal mito alla nascita, alla morte e alla risurrezione e hanno rivelato all’uomo la sua possibilità di vita. Grazie al simbolismo lunare si è potuto stabilire un rapporto tra alcuni fenomeni dell’esistenza: il divenire, la morte, la donna, la fecondità, la vita prenatale e quella dell’aldilà. La maggior parte delle idee di dualismo e di polarità, ma anche di armonie e conciliazione derivano dal simbolismo lunare. Ariosto la riiene luogo del senno contrapposto alla terra sede della follia. Galileo la sveste della sua superficie cristallina e trasparente, minuziosamente descrita la rende regno imperfeto simile alla terra. Nel ‘600 prevale la visione assimilante dei due corpi celesi:“la terra non è che la luna della luna”. Dispensatrice di saggezza e di follia, la luna apparirà tra il ‘600 e il ’700 come specchio criico di tui i mali e diverrà tra l’altro la meta sosituiva di un mondo nuovo: “volere la luna” sarà sinonimo di volere l’impossibile. Nessun secolo, tutavia ha amato la luna come l’800, perché la cultura romanica è profondamente legata al tema noturno, connesso alla poeica del vago, dell’immaginario, dell’infinito e dell’indefinito. Essa è l’occhio della note che sfuma i contorni della realtà; assume una funzione ispiratrice, non è più soltanto sfondo, ma incombe sui viveni. Leopardi nel “Canto noturno del pastore errante per l’Asia” la rende

sua interlocutrice e la interroga sul desino dell’uomo. Scomparso il paesaggio, la luna resta silenziosa, vergine, intata; i suoi “sempiterni giri” non partecipano alla vita umana misurano solo il “tacito infinito andar del tempo”. Behetowen le dedica la “Sonata al chiaro di luna e Chopin scrive meravigliosi “Noturni” pervasi di sogno e limpidezza. I noturni hanno paricolare valore metafisico, perché ciò che non si vede è legato al mistero,al buio, all’ignoto, al sogno. A fine ’800 la luna diventa maligna con Oscar Wilde e si rende responsabile di morte. Già Shakespeare aveva fato esclamare ad Otello, che ammazza la moglie: “È colpa della luna, che si accosta alla terra più del giusto e fa impazzire gli uomini”. La luna diviene dispensatrice di male fisico e di alterazioni psichiche e fa affiorare, in paricolari lunazioni, gli impulsi omicidi lateni. Pirandello nel “Male di Luna” affronta la licantropia, che nasce secondo la tradizione popolare dal maleficio lunare, allegoria di un desino di marginalità e di follia. Van Gogh pitore solare non si è potuto sotrarre al suo fascino. La luna inflazionata nell’arte romanica, non gode buona fama nel ‘900. I futurisi le dichiarano guerra e Marinei grida “Fuciliamo il chiar di luna”; scompare dalla poesia e dalla pitura. Il suo mito cade definiivamente il 21 luglio 1969, quando l’astronave Apollo, (fratello gemello di Diana), fa approdare l’uomo sulla sua superficie: “fu una magnifica desolazione”. Magrite ne riscopre le falci, con un illusionismo di ordine onirico e dichiara che se “riuscisse a vedere la luna….la vita avrebbe finalmente un senso”, perché essa è la chiave dei sogni ed evidenzia il senso del reale. Dell’anica luna non resta più niente soltanto la nostalgia. Ma della luna non si può fare a meno e c’è chi, come Federico Fellini si osinò a cercarne la voce sulla terra, una voce diversa dal caos e dal rumore di una società invivibile, almeno per i “mai”. “La voce della luna” coincide con un volto sognato, con l’infanzia e il ricordo, con la pace della campagna noturna, ma la luna è anche traditrice quando riflete la sua faccia piena nel pozzo, da dove l’uomo la chiama, ma non c’è sufficiente silenzio per udirne la voce.



"La Discussione" N°25 del 14 dicembre 2013