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ANNO LX - N. 2 - SABATO 6 LUGLIO 2013

Poste Italiane SpA - Spedizione in abbonamento postale D.L.353/2003 (conv. in .27/02/2004 n.46) Art.1 comma 1 DBC Roma

Si parla molto di chi va a sinistra o a destra, ma il decisivo è andare avanti, e andare avanti vuol dire andare verso la giustizia sociale Alcide De Gasperi

SETTIMANALE POLITICO-CULTURALE FONDATO DA ALCIDE DE GASPERI

€. 1,00

EDITORIALE

Ritrovare dignità DI

GIAMPIERO CATONE

N

on abbiamo mai nutrito grandi simpatie per il governo Monti, al quale anzi non abbiamo lesinato critiche puntuali, ma dobbiamo riconoscere, per onestà intellettuale, che le sue critiche al governo in carica hanno non solo un qualche fondamento, ma colgono interrogativi e perplessità che molti osservatori si pongono. In effetti a guardare bene questi primi 60 giorni del governo delle larghe intese, quel che emerge è la pratica di una strategia del rinvio delle questioni più scottanti e, allo stesso tempo, un’enfasi eccessiva su quei rapporti con l’Unione Europea, che ci hanno visto finora timorosi o subalterni rispetto ai soci più forti della Ue. Nessuno sottovaluta l’impegno con il quale Letta ha affrontato i primi vertici europei, ma a tanto impegno finora sono corrisposti pochi fatti, posto che non può essere considerato un evento l’aver ottenuto la nostra parte di fondi europei per l’occupazione giovanile, perché questo era previsto da tempo. È certo importante aver sbloccato tale decisione, ma sarebbe importante sapere se ci sarà consentito di spendere la cifra dovuta all’Italia in un’unica soluzione e non su cadenze pluriennali. Nella condizione dell’Italia, ma anche di altri Paesi dell’area mediterranea, la strategia dei piccoli passi non paga, perché incrocia con una crisi strutturale ed economica che richiederebbe terapie d’urto capaci di dare frutti in breve tempo. In questa chiave, Monti, certo dimentico dei suoi tempi, ha ragione quando sostiene che solo l’attuazione di riforme radicali può restituire competitività e forza di sviluppo al nostro sistema produttivo. Riforme radicali urgenti, non misure episodiche di tamponamento, come quelle per l’occupazione o l’alleggerimento del patto di stabilità per i comuni, che darà respiro forse ai grandi, ma lascerà a bocca asciutta, nella disperazione, tutta la costellazione dei piccoli comuni. Né può considerarsi una reale misura di alleggerimento fiscale quella che pone il costo del rinvio dell’IVA a carico dei contribuenti che, a novembre, dovranno versare, quale acconto (sembra un’ironia) il 100% del dovuto. Occorre una svolta vera, un contratto fra le forze della maggioranza che fissi strategie, date, strumenti per invertire il trend negativo, restituendo slancio all’economia, comprimendo il carico fiscale, cambiando regole, strutture, orpelli del nostro apparato pubblico e tagliando quindi quella quota di spesa parassitaria e improduttiva, che nessuno riesce a toccare e che si nasconde tra le mille maglie dei bilanci regionali. In questa situazione ormai la grande coalizione non ha senso, né dignità e credibilità, per cui evitiamo di ripiegare su una coesistenza discorde, che può produrre solo attendismo, paralisi e, quel che è più grave, un totale impoverimento della Nazione.

MAI COSÌ

POVERA Intervengono

RENATO BRUNETTA VERITÀ LOTTIZZATA

Silvio non mollare

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ANTONIO MARTINO IL TEMPO PERDUTO ● a pagina

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CESARE ROMITI MAI COSÌ POVERA ● a pagina

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GIANNI PITTELLA IL CONFRONTO

ENRICO CISNETTO Lui come sempre pronto a restare vicino e guidare il popolo dei suoi eletori. Questa volta riportandolo soto lo storico simbolo di Forza Italia. Con lo stesso entusiasmo di quando vinse la prima volta le elezioni e fermò la “gioiosa macchina da guerra” di Ochetto che voleva portare al governo la sinistra comunista. Non ha parlato, ha streto tante mani, ripetuto cento volte “grazie… grazie”. C’erano anche tante bandiere e moli cartelli per chiedere “ Silvio non mollare”. Poi i cancelli si sono chiusi e lui è tornato agli affei della famiglia. Se c’era amarezza -e certamente c’era- è riuscito a mascherarla. Forse.

La Vignetta di Alex

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I DIRETTORI ANTONIO PADELLARO LUIGI AMICONE ANGELO MARIA PERRINO CLAUDIO SARDO ● alle pagine

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laDiscussione sabato 6 luglio 2013

POLITICA

VERITÀ LOTTIZZATA On. Renato Brunetta Capogruppo Pdl alla Camera

sulla stampa e sul web svelando i cachet percepiti dalle star televisive. Ne verrebbe – ne sono certo – un calmieramento naturale. 2) Pluralismo. È necessaria un’opera di verità e di disvelamento. Ho lavorato sui numeri. Sulle presenze nelle trasmissioni con connotato culturale e politico. Un’indagine semplice. Ebbene risulta che – in particolare su RaiTre – questo valore basilare è tradito. Che giustificazioni danno? Nel concetto di cultura radical chic si ragiona così: metà dell’etere è di Berlusconi, il resto allora è giusto sia della sinistra. Il fatto è che Berlusconi è proprietario di un network che deve reggere il mercato senza canone, dunque è obbligato per attirare spettatori a dare voce a tutti e a esprimere tutte le tendenze, altrimenti fallirebbe. La Rai può permettersi di essere ideologica perché poi i debiti sono ripianati dai cittadini… 3) Par condicio. Il modo con cui il pluralismo si esprime nei programmi a forte connotato politico è la par condicio. La legge e i regolamenti prevedono che, non solo in periodo elettorale, ci sia un certo equilibrio nella rappresentazione della comunicazione politica. Nessuno deve impedire che un conduttore abbia una certa idea, ma almeno non deve convocare in modo prevalente quelli della sua medesima idea. Invece, monitorando i programmi di punta di RaiTre, è emerso che invece del servizio pubblico abbiamo a che fare con una consorteria privata che usa i denari dei cittadini per servire la sinistra di cui è riflesso organico. Esempi? Le trasmissioni di Annunziata e Fazio sono sfacciate. I campioncini della legalità (degli altri) con se stessi sono di manica (sinistra) molto larga. Abbiamo una presenza di ospiti che vede il prevalere dei compagnucci della parrocchietta in misura di 70 a 30, in certi casi di 90 a 10. Ma anche il furbo Floris divide la torta regalando

Caro Direttore, attraverso di Te, che saluto con invidia per il coraggio di iniziare una nuova avventura da giovane incosciente, ripropongo le ragioni della mia battaglia nella commissione vigilanza per il servizio pubblico. Mi sono mosso sulla base delle leggi – tranquillamente violate nell’indifferenza generale – ma anche di un sano buon senso democratico, mettendomi dalla parte del cittadino che paga il canone, in ragione di quella che dovrebbe essere l’essenza della Rai, la quale invece del pane spesso gli mette in mano – come nel detto evangelico - un serpente. Le parole chiave del mio impegno sono tre: trasparenza, pluralismo, par condicio. 1) Trasparenza. Che fine hanno fatto le disposizioni che impongono alla Rai la pubblicazione su Internet degli stipendi di dipendenti e consulenti (con relativo curriculum), nonché in coda ai programmi gli emolumenti di ospiti, conduttori e registi insieme con il costo del programma? Le norme ci sono, vincolanti ma inattuate. Non ci sono scuse che valgano e i dirigenti della Rai non possono accampare nessun alibi per evitare questi doveri di trasparenza previsti dal contratto di servizio. Invece lo fanno, eccome se lo fanno. Sostengono che fornendo questi dati favorirebbero la concorrenza. Figuriamoci. Semplicemente favorirebbero la presa di coscienza dei cittadini, molti dei quali ormai faticano a pagare il canone, su come siano spesi i loro soldi. Temo che ci si vergogni a mettere in piazza certe cifre. Mi sono battuto per far approvare dal Parlamento queste leggi, è inaccettabile che siano aggirate con pretesti piuttosto risibili. La pubblicazione dei compensi è un atto dovuto ai contribuenti e, oltretutto, servirebbe a fare maggiore chiarezza a fronte delle indiscrezioni che appaiono frequentemente

Nella cultura radical chic metà dell’etere è di Berlusconi, il resto allora è giusto sia della Sinistra

la crema al Pd… Questi dati li ho passati e li passerò con un esposto alla Authority di garanzia e con continui e puntuali richiami al rispetto delle

norme e del contratto di servizio in Commissione di vigilanza sulla Rai, chiedendo da parlamentare e da cittadino la verifica di legalità. Che ne dici?

Ultima SPERA di Antonio Martino Economista e politico italiano

Forse qualcuno ricorderà una proposta compresa nel programma di Forza Italia nel 1994 per fronteggiare il problema della disoccupazione. Anche se vecchia di quasi vent’anni e mai attuata, mi sembra ancora più attuale oggi che allora. I dati del problema sono richiamati quasi quotidianamente e noti a tutti ma può, forse, valere la pena ricordarli. Il tasso di disoccupazione, secondo i dati ufficiali, è stato pari al 10,7%, appena superiore alla media dell’UE (10,6) e il più alto degli ultimi dieci anni. Come se non bastasse, il numero degli occupati nel 2012 (22.889.000) è stato inferiore a quello del 2007 (23.222.000). In sei anni il numero degli occupati è diminuito di oltre 320 mila in valore assoluto. Negli ultimi sei mesi la situazione è andata peggiorando a ritmo accelerato, i dati dell’anno scorso, quindi, appaiono rosei. Ogni giorno chiudono 140 attività commerciali o artigianali, 55.000 imprese hanno chiuso i battenti negli ultimi mesi, il numero totale di disoccupati, superiore a tre milioni, è il più alto dal dopoguerra e il numero di chi ha rinunciato a stu-

diare o cercare un lavoro è aumentato esponenzialmente. Tutti parlano dell’emergenza lavoro, ma i rimedi proposti non promettono risultati positivi; dare denaro pubblico (prelevandolo prima dalle tasche dei contribuenti) a chi assume “giovani” è stolto, perché crudelmente suppone che essere disoccupato a ventinove anni sia più grave che esserlo a trentacinque e perché mai nulla di buono è stato ottenuto derubando Paolo per dare soldi a Pietro: il guadagno del primo è identico alla perdita del secondo e la somma del gioco è zero. La proposta di FI del 1994 era, invece, molto semplice e di sicura efficacia: esentare del tutto dagli oneri contributivi e fiscali i neoassunti che avessero perso il lavoro prima dell’entrata in vigore della proposta. Questa clausola mira a evitare che i soliti furbi licenzino i propri dipendenti per poi riassumerli in regime di esenzione. L’obiezione che ci fu fatta allora era di questo tenore: “Ma così lo Stato non incassa imposte né contributi, quindi ci rimette.” Si tratta di una classica fanfaluca:


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INTERVISTA A CESARE ROMITI

Mai così povera NZA

tro storico di Milano, Cesare Romii seduto in poltrona (abito grigio, gilet in tono,) sta seguendo un noiziario

chi è disoccupato non ha un reddito da sottoporre a imposta, quindi non paga imposte dirette, non ha la possibilità di spendere e acquistare, non pagando nemmeno imposte indirette, e non ha da versare contributi, essendo privo di reddito. In più, se riceve un sussidio di disoccupazione, impone un costo all’erario. Se, invece, grazie all’esenzione è assunto, continuerà a non versare contributi né pagare imposte dirette, ma sarà in grado di spendere e, quindi, di pagare quelle indirette. Non riceverà sussidio di disoccupazione, essendo occupato, e contribuirà all’aumento del reddito anche di altri con ulteriore beneficio per l’erario. Lo Stato non solo non perde un centesimo ma vede i suoi incassi tributari aumentare e le spese per i sussidi di disoccupazione diminuire. Una proposta semplice e di sicura efficacia, che dubito sarà presa in considerazione data l’incultura economica dilagante. Quasi tutti i politici e non solo credono alla santità della spesa pubblica e alla nefandezza di quella privata. Se spendessero i loro soldi come spendono i nostri sarebbero già in miseria da molti anni.

televisivo. Guarda l’orologio fa un gesto di saluto e aggiunge “ sto uscendo..sei in ritardo, di dodici minui”. Mi chiedo invece come ne usciremo dalla crisi… La più dura, drammaica che il Paese abbia vissuto. Uscirne? Le ricete del mondo poliico sono vaghe. Devono pensare innanzi tuto al lavoro. Manca il lavoro… Secondo lei come si può pro­ durre lavoro? Occorre un nuovo Piano Marshall. Si deve riparire da quello che sollevò il paese del dopo guerra. Ecco: occorre resituire fiducia, perché la gente è depressa, ha paura. Paura? Certo, paura della fame. Perché oggi c’è la fame come mai era avvenuto prima. Ci vuole in tempi brevi una strategia che oltre alla fiducia resituisca l’orgoglio di essere italiani.

troppe polemiche, da troppe correni. Renzi può essere l’uomo nuovo? Sì ma forse troppo esposto, troppa freta di arrivare.. Bravo, intelligente, dovrebbe avere un buon consigliere. Massimo D’Alema?... Un poliico capace, ma trova troppi ostacoli nel suo parito. Certo sa essere prudente, ha le idee chiare ma… ...Berlusconi? Certo per lui non è un momento facile. Potrebbe fare un passo indietro, e designare il successore…

che necessita un piano Marshall per fronteggiare, (ripeto), una situazione mai così grave che ha aggredito il Paese. Oggi si parla di fame, la gente ha fame e mai, (ripeto), era accaduto. La gente faicava ma trovava come sbarcare il lunario. Oggi troppa disoccupazione accende la miccia e la protesta di piazza ogni giorni di più. Bisogna presentarsi con i fai. Piangersi addosso non aiuta. Io credo che qualcosa, qualcuno, deve far rinascere l’orgoglio nazionale. Orgoglio di essere citadini di un Paese che ha solide radici di democrazia e cultura.

Mi rimprovera con un sorriso per il ritardo. Nell’elegante, ma non lussuoso appartamento nel cen-

Occorre un nuovo piano Marshall, restituire fiducia perché la gente è depressa

Già, successore chi? A volte emerge quando meno uno se lo aspeta. Bisogna dire che le biricchinate non è il solo a farle.

Un uomo nuovo? Forse, ma non questo soltanto. Il Paese è aggredito da troppi froni: inondazione, crolli, terremoi, strade non - inadate al traffico, burocrazia che morifica spesso i dirii dei citadini.

Questa Europa la convince ancora? Serve, ma bisogna affrontarla con coraggio. È vero che noi abbiamo bisogno di lei, ma altretanto l’Europa ha bisogno di noi..

Il governo può reggere? Potrebbe ma non sarà facile. Da una parte il PDL che può condizionare nel bene e nel male..dall’altra il PD diviso da

Cesare Romii un protagoni­ sta del mondo imprendito­ riale finanziario, ha una ri­ ceta? Lavoro, lavoro, lavoro. Ripeto

Lei si sente di trac­ ciare un idenikit di chi potrebbe essere l’uomo del mira­ colo? No, direi di no. Ma è proprio quando c’è nebbia che di colpo può accendersi una luce. Mi preoccupa la sinistra senza pace, vedo Renzi che perde terreno, Berlusconi sul quale pesano problemi che gli impongono atenzione e impegno a difendersi. Io non dò consigli, potrebbero anche non essere ascoltai. Ora la saluto perché ho un impegno e lei ha fato tardi… Anzi tu. A proposito siamo del segno del cancro tui e due...24 giugno, vero? Sì, auguri… EMILIO FEDE


ESCLUSIVO

Il cerino ACCESO

LUIGI AMICONE - DIRETTORE DI “TEMPI”

Vista la nostra condizione di terremotati permanenti per via giudiziaria, condizione ormai strutturata e sedimentata fino alle attuali conseguenze grilliste e astensioniste, vale a dire di "caos calmo", la durata di questo governo si giocherà tutta all'estero, diciamo così, tra Washington e Berlino. Che la Merkel abbia silurato Berlusconi così come ha silurato il governo socialista eletto dai greci, è un fatto.

Escludo elezioni anticipate

Che Enrico Letta sia un onesto tenutario di una camera di compensazione retto da "manine" europee e amerikane (un "governo di necessità", come lo ha definito Eugenio Scalfari) in assenza della politica e nell'azzeramento del Parlamento italiano, è palese. Perciò io penso che se dalla tempesta della crisi economica e dal collasso delle istituzioni democratiche è uscito que-

sto buon pannicello caldo, permanendo tutti i fattori di crisi, di collasso e, soprattutto, di centralità del potere del "caos calmo", circa il destino del governo Letta molto dipenderà dalla rapidità del tramonto dell'era Obama (fenomeno già in corso) e da cosa uscirà dalle urne delle elezioni politiche tedesche del prossimo settembre. Escludo elezioni anticipate nell'anno in corso. Ma non escludo affatto e, anzi penso sia probabile, una election day per europee e politiche italiane nella primavera del 2014.

angelo maria perrino - direttore di “affaritaliani.it” Enrico Letta è bravo e competente, è giovane ma ha grande esperienza partitica, politica e istituzionale. Ha studiato da premier e ha costruito intorno a sé un bel network di persone di qualità e opinion maker che lo sostengono e gli danno idee. Quando si è insediato ho dunque scritto che è il meglio che l'Italia in questo momento possa offrire. E il governo Pd-Pdl (con la ruota di scorta di Monti e Casini) l'unica maggioranza possibile. I suoi primi movimenti mi sembrano improntati a prudenza,saggezza, equilibrio, capacità di mediazione, ma anche concretezza ed efficacia (alle difficilissime condizioni date, politiche ed economiche), che fanno di lui una sorta di grand commis alla francese, come avrebbe dovuto es-

sere Mario Monti, tradito però dal suo narcisismo e dalla sua rozzezza politica e sociale. Letta è cioé un tecnico politico (o un politico tecnico), discepolo di Andreatta e del meglio della tradizione Dc. Con tessera del Pd, un piccolo miracolo. Io credo che durerà. E tanto. Perché non si intravvedono all'orizzonte persone e formule alternative a lui e al governo di larghe intese che ha messo insieme sotto la spinta di Napolitano. Certo, le fibrillazioni non mancano. Ma sono spesso di tipo giornalistico: i giornali vanno riempiti, il retroscenismo è piaga dilagante sui vecchi cartacei. E il Palazzo riverbera e dilata, da mane a sera in tv,

nella sua autoreferenzialità da talk show, dando la sensazione di essere sempre sull'orlo della crisi. Roba appunto da talk show, marketing partitico di questa sempiterna campagna elettorale (ora partiti e candidati stanno brigando già per le europee dell'anno prossimo). Ma la situazione internazionale non consente guizzi solitari e fughe in avanti destabilizzanti. Vince la forza delle cose, che raccomanda coesione e concretezza, pazienza e temperanza. Letta continua, dunque. E se proprio non ci piace, come disse Montanelli ai tempi della Dc, turiamoci il naso.

Credo che durerà

claudio sardo - direttore de “L’unità”

Il destino accidentato è iscritto nel DNA del governo Letta. Checché ne dica Grillo, il quale ha scommesso su “l’inciucio Pd-PdL” pensando così di lucrare il massimo vantaggio elettorale. Il governo Letta non nasce da una virtuale pacificazione, né da una vera e propria alleanza politica: è semplicemente il comitato esecutivo di un Parlamento senza maggioranza. Per questo è così esposto ai tatticismi, agli incidenti, alle contorsioni dei vari attori di questo sistema in crisi. Il ritorno di Berlusconi a Forza Italia è esso stesso un fattore destabilizzante: perché blocca l’evoluzione democratica del centro-destra e l’uscita dalla Seconda Re-

pubblica. La regressione al partito personale e patronale dà forza ai falchi del PdL. E può trasformare le eventuali sentenze di condanna del Cavaliere in pretesti di scontro politico-istituzionale. Ora ci si mette anche Monti a chiedere una verifica: Scelta Civica deve dimostrare di esistere, ma anche questo può mettere a rischio la tenuta del governo. Poi c’è il congresso del Pd. Se la corsa alla leadership diventasse da subito una competizione per la premiership, inevitabilmente Letta pagherebbe conseguenze pesanti. Invece questo governo avrebbe cose importanti da fare per aprire la strada – all’inizio del 2015 – ad un

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Governo non vivacchi

confronto elettorale finalmente utile. Vanno fatte le riforme istituzionali, nel senso di rafforzare il sistema parlamentare senza perdere tempo con irrealistiche ipotesi presidenzialiste. Bisogna spingere l’Europa a modificare le sue politiche economiche e andrebbe colto lo spiraglio che potrebbe aprirsi all’indomani delle elezioni tedesche. Soprattutto va sfruttata al meglio la presidenza italiana della UE, nella seconda metà del 2014, dopo le elezioni europee che speriamo segneranno una svolta continentale. La missione di questo governo non è vivacchiare. Il rischio di uno stallo è sempre incombente. Ma, se cade Letta per una convulsione politica, la nostra crisi di sistema potrebbe ulteriormente aggravarsi.


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... in mano a chi?

antonio padellaro - direttore de “il fatto quotidiano” Quella che si sta giocando è una partita fra le più difficili del mondo politico. La maggioranza è quanto mai inquieta. Gli accordi sono il risultato più di scontri che di incontri. Ipotizzare quanto questo governo durerà, bisognerà guardare nella sfera di cristallo. Berlusconi ribadisce che non userà il suo voto per reagire ad una giustizia che

tenta in ogni modo di metterlo all’angolo e ripete che primo problema è quello di risolvere problemi prioritari del Paese: IMU, IVA, riforma elettorale. Il PD è impegnato su due fronti: da una parte tenere a bada il Pdl, frenando iniziative che sarebbero a favore della sua campagna elettorale; dall’altra districarsi nella bufera polemica in vista di un congresso fra i più ag-

Maggioranza molto inquieta

guerriti dove Renzi si fa largo con sempre maggior presenzialismo. Letta, oltre ai conti di casa nostra, deve farli con l’Europa. Dall’ultimo vertice non sembra essere tornato con lo zainetto pieno di risultati esaltanti. Vuol dire che a ottobre gli italiani dovranno vedersela anche con Iva, forse nuovo rinvio dell’Imu e la rissa sull’acquisto degli F35. Visto così non sembra di poter escludere che Letta salga al Quirinale dove Napolitano resta sempre l’abile mediatore.

Le spine di Letta L

e di rottura” non devono sedersi su certi scranni, allora ci chiediamo perché la presidenza della Camera è stata affidata a Laura Boldrini. La signora viene dalle file di Sel, il partito di Nichi Vendola, dunque è decisamente schierata a sinistra. Basti pensare alle sue posizioni in merito allo ius soli, per altro condivise con la ministra dell’Immigrazione Cécile Kyenge, proveniente dal Pd. Una che vorrebbe abolire il reato di immigrazione clandestina, per intenderci. Eppure è alla guida di un dicastero. Se i politici ‘di rottura’ non possono fare i vicepresidenti di Montecitorio, ci domandiamo come mai per quel ruolo sia stato scelto il grillino Luigi Di Maio, il quale non può certo dirsi un moderato. Insomma, a quanto pare un incarico istituzionale non si nega a nessuno, fatta eccezione per la Santanchè, la cui colpa è quella di soste-

nere in modo appassionato le proprie idee e quelle di Silvio Berlusconi. Non vogliamo credere che gli esponenti del Pd si oppongano in virtù di una forma di “razzismo etico”, il che sarebbe piuttosto grave. Preferiamo pensare che la loro reale intenzione sia quella di minare il già fragile esecutivo guidato da Enrico Letta, e il caso Santanchè è un casus belli perfetto. Perché un governo di larghe intese funzioni, è necessario che i diversi schieramenti siano disposti a ingoiare qualche rospo, compresi quelli più indigesti. E se il Pdl ha ingoiato Boldrini, Kyenge e grillini vari, con un piccolo sforzo e un pochino di zucchero i democratici possono mandar giù la pillola Santanchè. Altrimenti, sarà evidente anche ai ciechi che il loro unico obiettivo è quello di far saltare il piatto.

Da qualche settimana a questa parte sembra che la politica italiana intenda occuparsi soltanto di rinvii. Dopo lo slittamento di Imu, Iva, riforme, legge elettorale e spending review, è stata rimandata anche la decisione sulla vicepresidenza della Camera. Il posto - lasciato vacante da Maurizio Lupi, nominato ministro dei Trasporti - a rigor di logica spetterebbe a un esponente del Pdl, che ha indicato Daniela Santanchè. Tuttavia il Pd si rifiuta di votare colei che Giuliano Ferrara ha ribattezzato “la Pitonessa”. Il motivo lo ha spiegato il deputato democratico Matteo Orfini, secondo cui “le pitonesse non diventano colombe”. A suo parere, la Santanchè “ha scelto di essere un politico di parte, di rottura, di contrapposizione frontale”. Traduciamo: è troppo berlusconiana, dunque non è adatta all’incarico. Noi non siamo fan sfegatati di Daniela Santanchè, ma questo ragionamento ci sembra per lo meno curioso. Se i politici “di parte

Ingoiare qualche rospo

Maurizio Belpietro - direttore di “Libero”

unedì: folla ad Arcore per manifestare solidarietà a Berlusconi che annuncia il ritorno in campo di Forza Italia. Saluta, non parla per non accendere polemiche. C’è anche Daniela Santanchè, candidata ufficiale del Pdl alla vice Presidenza della Camera. Se la maggioranza vuole dare prova di coesione, Daniela assumerà il prestigioso ruolo. Ma il voto è segreto quindi le imboscate sono da mettere nel conto. Martedì: si rincorrono voci (non solo in transatlantico, anche in qualche sede di partito) che non ci saranno i voti che la Santanchè pensa di avere. Il Pd prende tempo. Voterebbe scheda bianca. Correre il rischio della sconfitta non gioverebbe alla sia pur indebolita maggioranza e punirebbe ingiustamente una figura di primo piano del Pdl. Dunque meglio riflettere. Il tempo aiuterà a capire quello che, però, già si capisce: siamo di fronte ad una nuova conferma, che Pd e Pdl sono sì allo stesso tavolo, ma fra loro le buone intenzioni sono spesso divergenti. Senza escludere i franchi tiratori spesso mobilitati non da strategie politiche, ma da invidia sempre in agguato e pericolosa. Chi si domanda se questo Governo avrà vita lunga, potrebbe trovare una delle risposte nell’esito del voto, che intanto mobilita editorialisti e specialisti del gossip.

Pd e Pdl sono allo stesso tavolo ma fra loro le buone intenzioni sono spesso divergenti


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CULTURA

Pompei muore di On. Diana De Feo Giornalista

per 80% turismo culturale. I nostri beni arisici archeologici, paesaggisici e ambientali vanno quindi preservai, protei valorizzai, sono beni che nessuno può copiare o contraffare, come avviene purtroppo per i beni di lusso, ma sono anche fragili e alterabili, sempre più in pericolo. Per quanto riguarda il turismo, è preoccupante lo spettacolo, offerto al mondo, di migliaia di persone, in atesa, soto il sole, con la temperatura superiore ai trenta gradi, davani alle porte sbarrate del Colosseo. Non c'era modo di evitare l'assemblea sindacale, tratando con i lavoratori che chiedevano il pagamento degli straordinari arretrai? Si sarebbe così risparmiata una figuraccia internazionale e il mancato incasso di quarantamila euro. Sempre in tema di accoglienza per visitatori italiani e stranieri, venerdì 28 giugno la serrata a livello nazionale di musei, monumeni, gal-

Forse non è vero che la bellezza salverà il mondo, ma certo può contribuire a salvare l’Italia

lerie e palazzi statali. A rischio chiusura musei anche nei giorni fesivi. Lavoratori, sovrintendenza e ministero dovrebbero valutare l'impato negaivo di queste iniziaive che si ripetono da anni, a Roma come a Pompei ,dove, l'anno scorso, una serrata durante le vacanze di Natale costò all'erario cinquantamila euro, una somma molto vicina a quanto i lavoratori reclamavano. Nella passata stagione i turisi ai Campi Flegrei sono diminuii del 50%, a causa delle coninue chiusure dei sii archeologici per mancanza di personale. Per quanto riguarda la tutela e conservazione dei beni paesaggisici e culturali, in Italia vi sono decine di località dichiarate dall'Unesco "Patrimonio dell'Umanità", che corrono il rischio di perdere il patrocinio dell'ONU, come il grande centro storico di Napoli, per il quale non si riescono a portare avani i progei di restauro finanziai con fondi europei e perfino Pompei, sulla quale gli ispetori dell'Unesco hanno presentato nei giorni scorsi una relazione fortemente negaiva dal punto di vista della conservazione, considerata mediocre per quanto riguarda affreschi e mosaici e hanno silato una lista nera

dei monumeni in pericolo. Dal punto di vista dell'accoglienza, hanno sotolineato che, delle 73 domus visitate, 50 sono chiuse al pubblico. Altro sito in pericolo è Aquileia, dove le erbacce hanno invaso la zona archeologica e le acque paludose, affiorando dal terreno, lo rendono melmoso, perché, da tempo, per mancanza di fondi, non funzionano le pompe di aspirazione. C'è una vasissima area" Patrimonio dell'Umanità" a Cerveteri, la cui soprintendenza non ha fondi neppure per chiudere i buchi nelle rei di recensione che dovrebbero impedire il passaggio ai tombaroli. Alla vigilia di una visita di controllo dell'Unesco, ad evitare che il sito perda il patrocinio dell'ONU, ceninaia di volontari apparteneni a tre associazioni: " Arco Theatron" "MareVivo" e "Italia Nostra" hanno ripulito il terreno archeologico da ogni genere di rifiui; sterpaglie, ar-

busi e perfino eletrodomesici, impedendo grazie ad una maggiore visibilità, il lavoro dei ladri di tombe, paricolarmente aivi nella tenuta della Banditaccia, vero giacimento di tesori, cava, miniera, da cui i tombaroli prelevano reperi preziosissimi come il celebre vaso di Eufronio, venduto, anni e anni fa, al Metropolitan Museum di New York. Si calcola che le tombe, ancora da scavare, siano all'incirca 80% di quelle esisteni nella zona. Ma niente tutela, niente conservazione per un patrimonio archeologico tra i più ricchi del mondo. L'11 giugno scorso,una decina di giornalisi francesi ha visitato le località dell'Etruria, il viaggio era stato organizzato da Patrizia Nii, diretrice del museo Maillol di Parigi, in preparazione di una grande mostra, che aprirà a setembre, sulla storia e sulla vita degli anichi Etruschi. Nel mondo c è chi si preoccupa della divulgazione della nostra cultura, della nostra storia, della valorizzazione di arte e archeologia, più efficacemente di quanto non facciano i nostri isitui di cultura all'estero.

Forse non è vero che la bellezza salverà il mondo, ma certo potrà contribuire a salvare l'Italia. Cultura e turismo sono setori che possono contribuire validamente alla ripresa economica e della occupazione, anche quella giovanile di cui tanto si parla. Per fortuna cultura e turismo non sono delocalizzabili. In Francia sono temi fondamentali del programma economico, da noi nessun governo, né Moni né Leta, ha messo in risalto nei loro programmi quesi due grandi setori di sviluppo. Sembra invece di essere rimasi ai tempi in cui l’ex ministro Tremoni, aveva enunciato: "con la cultura non si mangia". Una colossale sciocchezza, basta pensare ai milioni di turisi che sempre più numerosi affollano le nostre cità d'arte, Venezia, Firenze, Roma e Napoli e quani nel mondo, dall'India alla Cina,alla Russia, al Sud America sognano il viaggio in Italia. Secondo le previsioni dei Tour Operator, il turismo in arrivo è

I nostri beni artistici, archeologici, paesaggistici e ambientali sono beni che nessuno può copiare o contraffare


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GLI ARCHIVI DE

LA MORALE IN POLITICA

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18 gennaio 1919

Don Luigi Sturzo, l’ora dei popolari

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on Luigi Sturzo resta nella storia del nostro Paese come il principale promotore e protagonista di una presenza attiva e organizzata dei cattolici in politica. Una novità assoluta per quel tempo: un tempo dove sui cattolici pesava il “non expedit” papale: il divieto cioè che, dopo la presa di Roma del 1870, vietava loro di partecipare in termini attivi e organizzati alla vita politica. Erano poi quei tempi, con l’ultimo scorcio del secolo XIX segnati dalla “rerum novarum”, la grande enciclica sociale di Leone XIII, che testimoniano l’attenzione della chiesa per le questioni sociali aperte dai processi di industrializzazione, dalla povertà delle masse contadine, dall’urbanizzazione di milioni di persone, dai processi di sfruttamento della manodopera e di accentuazione dell’esigenza e del profitto su quella della solidarietà. L’enciclica costituì lo sprone ad una serie di iniziative sul sociale promosse dai cattolici. Fra essi, il giovane sacerdote Luigi Sturzo, di famiglia baronale siciliana- era nato a Caltagirone nel 1871- che, fra l’avversione degli agrari e dei massoni locali, fonda nella sua città una cassa rurale e una mutua cooperativa. Fonda successivamente un giornale “la croce di Costantino”, che divulga il suo messaggio di riscatto sociale e che incrocia il duro periodo -era il maggio 1898- delle crudeli repressioni. Ciò dimostrò a Sturzo, come a tanti cattolici, quanto fosse impraticabile il primo tentativo, quello del “Patto Gentiloni” di far convivere cattolici popolari e conservatori e lo portò a partecipare, nel 1900, alla fondazione della Democrazie Cristiana, che ebbe per primo protagonista un altro sacerdote, Don Romolo Murri. Un’iniziativa, questa, che si infranse nell’enciclica “pascendi domini gregis” di Pio X con la condanna

Appunto autografo di Don Sturzo per la scelta del nome del Parito Popolare

del cosiddetto modernismo e l’imposizione di uno specifico giuramento ai sacerdoti. La forza dei fatti, a partire dall’evidenza della sofferenza estrema delle masse contadine e dell’abbandono in cui viveva il Mezzogiorno, fecero sì che, dopo la grande guerra, si ponesse per i cattolici il problema di dotarsi di uno strumento di azione politica che consentisse di contenere l’egemonia capitalistica e, insieme, di contendere col movimento socialista la rappresentanza dei ceti popolari. Di qui, nel 1919, il famoso “Appello ai liberi e ai forti”, primo autore Don Sturzo, che prelude alla fondazione del Partito Popolare Italiano. Un partito di cattolici, non un partito cattolico,

che puntava alla valorizzazione dei nuclei e degli organismi naturali, la famiglia, i comuni, le regioni, all’introduzione del voto alle donne, alla riforma della burocrazia e degli ordinamenti giudiziari, alla tutela di tutte le libertà da quella religiosa a quella sindacale, a una nuova legislazione sul lavoro, al diritto all’istruzione e alla salute. Era evidente che, con un tale programma e la sua forte inspirazione alla dottrina sociale della Chiesa, il nuovo partito si scontrasse con il fascismo ormai incombente. Nonostante che, alle prime elezioni politiche del dopoguerra, il PPI ottenesse un successo importante “il 20% dei suffragi e 100 deputati”, la sua sorte era ormai segnata con una aggravio di amarezze per Sturzo che vide parte minoritaria dei suoi dirigenti integrarsi al fascismo trionfante, mentre il movimento socialista si perdeva nel recinto massimalista e nell’invocazione della repubblica socialista. Indomito, Sturzo fa votare nel congresso del 1923- Mussolini

è già al potere- un ordine del giorno che dichiara l’incompatibilità fra la concezione popolare dello Stato e quella totalitaria del fascismo. Concetti, questi, che nel 1925, già costretto all’esilio, ribadisce in una lettera ai popolari dove rivela come “l’antitesi fra fascismo e popolarismo, oltre che derivare dai principi, deriva dalla natura stessa del regime, dalle sue esigenze totalitarie, dalla sua negazione di ogni diritto di esistenza di una opposizione, dall’impossibilità di esercitare liberamente i diritti civili e politici”. Nella stessa lettera parla di un inverno politico, di una neve che custodisce per il futuro, il germe del pane, del nuovo. Così avvenne, dopo 22 anni di dittatura e 5 di guerra, con la nascita della Democrazia Cristiana e il crollo sanguinoso del fascismo e del nazismo. Per lo storico Federico Chabod, l’iniziativa politica di Sturzo, con la nascita del partito popolare, rappresentò l’avvenimento più notevole della storia italiana del XX secolo e per Gramsci, se il PPI non fosse stato sciolto dalla dittatura, avrebbe incarnato nelle masse il processo di rinnovamento del popolo italiano. ANTONIO FALCONIO


GLI ARCHIVI DE

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LA MORALE IN POLITICA

Dall’inserto speciale de “La Discussione” n° 3 del 25 gennaio 1982, un documento esclusivo sull’impegno di Don Luigi Sturzo per una più ampia partecipazione democratica delle masse e sul suo desiderio di creare un movimento democratico nazionale, che esprimesse le esigenze della borghesia e delle classi medie, in grado di riequilibrare l’asse politico del Paese, troppo sbilanciato a sinistra

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Profeta dell’Europa cristiana di Francesco Malgeri Giornalista e storico

Il suo impegno tra il 1938 e il 1939 divenne più intenso ed attivo. Strinse contatti con personalità cattoliche inglesi e francesi per cercare una strada alla pace. Coinvolse anche il card. Verdier, arcivescovo di Parigi e il card. Hinsley di Londra, organizzò con Domenico Russo, madame Malaterre Sellier e Francisque Gay una delegazione da inviare a Roma per invitare il papa ad un intervento diplomatico a favore della pace. Si impegnò in queste iniziative di pace così come si era impegnato qualche anno prima per trovare in Spagna una soluzione di compromesso alla guerra civile. Ma quando il conflitto incendiò l'Europa ne indicò subito il carattere di scontro tra il diritto e la forza e idealizzò il ruolo dell'Inghilterra e della Francia, affidando alla loro lotta un “valore morale”, capace di ricostruire un nuovo ordine basato sull'idea cristiana dei rapporti internazionali. Allorché nel giugno 1940 apprese che anche l'Italia entrava in guerra manifestò, in una lettera a Sforza, il suo dolore e la sua angoscia: «nel tragico momento, al di sopra di interessi terreni, il mio cuore batte per gli ideali di libertà e di rivolta cristiana». Trasferendosi negli Stati Uniti trovò nuovo slancio e nuove speranze per il futuro dell'Italia. La Carta Atlantica apparve ai suoi occhi come una “idea-forza” che doveva essere alla base del nuovo ordine internazionale. Guai se la speranza dei popoli fosse stata ancora una volta tradita, come nel 1919, allorché i quattro punti di Wilson vennero disattesi dalle potenze vincitrici. Ma il suo pensiero andava soprattutto all'Italia. La sua “battaglia da New York” mirò principalmente a dissociare di fronte alle autorità americane il popolo italiano dalle responsabilità della guerra e a mostrare all'America il volto di un'Italia «obbligata alla guerra da un regime dittatoriale che non consentiva libertà di scelta», ed insieme «il volto di un antifascismo unito, serio, deciso e virile». Tornò in Italia nel settembre

1946, accolto dal rispetto di amici vecchi e nuovi. Scelse una posizione autonoma, con una responsabilità tutta personale. Non sempre riuscì ad adeguarsi alla nuova situazione. La lunga assenza dall'Italia gli impedì di comprendere appieno certe profonde modificazioni avvenute in campo economico. Non si poteva più negare che lo Stato avesse ora funzioni sconosciute negli anni in cui Sturzo aveva combattuto le battaglie. Gli indirizzi di politica economica, non solo in Italia, erano impostati su nuove e diverse basi, ove la funzione di intervento,

La democrazia è la vita del pensiero nostro

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di guida e di controllo dello Stato rappresentava anche un motivo di sicurezza sociale e di stabilità economica. Nel 1950, dopo continue prediche ed ammonimenti constatava che il virus dello statalismo era «talmente penetrato in certi settori della classe dirigente del dopoguerra, da ingenerare il sospetto che attraverso la creazione di enti pubblici come attraverso i patti agrari imposti per legge» si mirasse a creare una redistribuzione della proprietà e una livellazione delle classi e delle categorie economiche «sì da preparare l'avvento di un socialismo di Stato non lontano dal socialismo marxista». I suoi ammonimenti contro lo Stato imprenditore, contro lo strapotere burocratico, contro ogni forma di dirigismo assunsero accenti accorati. Una battaglia che toccò momenti acuti quando gli attacchi vennero concentrati contro le due mag-

giori espressioni di interventismo statale: l'Iri e l'Eni. Enrico Mattei, presidente dell'Eni, rappresentava per Sturzo l'esempio di cattiva gestione della cosa pubblica e del pubblico denaro a fini antieconomici, da lui più volte condannato. Vedeva l'Eni come una specie di piovra che toglieva energia e capitali alla libera iniziativa dei cittadini. Sturzo, nella sua appassionata polemica, non riconobbe alla gestione Mattei nessuno dei meriti che pure i fatti andavano confermando: l'incremento che Mattei aveva dato all'industria petrolchimica italiana e a tutte le attività collaterali ad esse connesse, l'intelligente azione condotta nei paesi africani ed asiatici in via di sviluppo, l'inserimento dell'industria petrolifera italiana in un ambito mondiale in posizione di parità con i grandi trust internazionali. Sturzo giudicava queste conquiste troppo costose sul piano economico e sul piano etico-politico. Gli enti economici a partecipazione statale diventavano per lui soprattutto un continuo attentato all'iniziativa privata, facevano dello Stato il grande Moloch contro cui aveva combattuto negli anni del liberalismo.


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Contro il virus dello statalismo e gli eccessi della partitocrazia

In antitesi al liberalismo laico, al materialismo socialista, allo Stato panteista e alla nazione deficata Un giudizio che probabilmente non fu estraneo ad alcuni ambienti cattolici romani nel proporre il suo nome come grande mediatore per la formazione di una lista civica anticomunista nelle elezioni amministrative romane del 1952. Il vecchio leader popolare si trovò coinvolto in questa che venne chiamata “Operazione Sturzo”,

Le forme non precedono, seguono la vita

riescano a creare un movimento democratico nazionale, che ne esprima le esigenze ed in grado di riequilibrare l’asse politico del paese, troppo sbilanciato a sinistra. Il timore di uno Stato Italiano preda del comunismo sembra tormentarlo. Non si può dimenticare che siamo negli anni più acuti della guerra fredda, che il ricordo di Praga e di Masaryk era presente come un spettro in molte coscienze democratiche, che la politica di distensione, impostata sul binomio Kruscev-Kennedy, avverrà solo all’indomani della morte di Sturzo, anche se il processo di destalinizzazione e la rivoluzione Ungherese del 1956 avevano avuto una profonda influenza nella maturazione di nuovi orientamenti politici in Italia, con la possibilità di superare il vecchio centrismo degasperiano in una nuova e più allargata base democratica del paese. La stessa apertura giovannea all’interno della Chiesa era appena al suo inizio quando Sturzo morì. La sua accentuata preclusione a sinistra, la sua difesa della libera iniziativa privata in campo economico contro gli eccessi delle nazionalizzazione e delle partecipazioni statali ingenerano in molti il sospetto che Sturzo fosse ormai dalla parte della conservazione.

forse più per “obbedienza” che per vera e propria convinzione: ormai ottuagenario, da anni al di fuori dell’impegno politico attivo, dal gioco insidioso dei compromessi e delle concessioni, inevitabili in trattative del genere, venne sottratto alla quiete del convento delle Canossiane, per essere

L’

interclassismo, la solidarietà fra le classi è ancora alla base della sua visione politico-sociale: ma sono le classi medie gli elementi su cui Sturzo conta ora di più. Egli vede queste classi come forze attive all’interno della società, forze su cui doveva poggiare lo sviluppo economico del paese, come riserva morale della nazione, espressione di laboriosità e senso del dovere, elemento equilibratore della vita politica. Egli poggia le sue speranze anche su una borghesia meridionale attiva ed intelligente, in grado di risolvere da sola i suoi problemi, abbandonando vecchie e secolari abitudini assenteistiche. Si rammarica che la borghesia e le classi medie non

gettato in un turbine pericoloso e compromettente, nel quale si mosse però con prudente saggezza, tirandosi indietro quando si accorse che il tentativo rischiava di diventare strumento di confuse e pericolose operazioni politiche. Egli fu più che altro un mediatore, un “notaio”, come ha osservato il De Rosa, rispettoso di certe regole e di certi limiti,oltre i quali non intese spingere l’iniziativa. Tutta la sua ultima battaglia politica, al di là delle polemiche in cui spesso appare coinvolto,ebbe però un motivo ispiratore di grande significato etico e civile. Tornando dall’America aveva pubblicato sull’Italia di Milano, il 3 novembre 1946, un articolo nel quale accusava il fascismo di aver corrotto più di ogni altro regime la vita pubblica italiana: «si mangiò a quattro ganasce come niente. Si buttarono milioni dalla finestra per opere di propaganda e vanità e perfino per opere inesistenti o esistenti solo sulla carta». Sturzo vede nell’Italia del secondo dopoguerra perpetuarsi questa prassi , questa immoralità pubblica: «applicare sistemi fiscali ingiusti o vessatori -scrisse- è immoralità; dare impieghi di Stato o di altri enti pubblici a persone incompetenti è immoralità; aumentare posti di impiego senza necessità


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GLI ARCHIVI DE

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Abbiamo scelto una via aspra non nel concetto di dominio, ma nel tentativo di portare una parola di giustizia

della Repubblica, che era stato suo vecchio compagno di battaglie, criticato apertamente nel 1957, in piena aula del Senato (nella quale Sturzo sedeva dal 1952 dopo la nomina di senatore a vita), di scarso rispetto dei suoi limiti costituzionali. Anzi i suoi moniti vennero diretti principalmente contro i democratici cristiani: «c’è chi passa da una legislazione all’altra, da una scadenza all’altra, non pensando che la lotta elettorale come l’affare principale,l’unico, dimenticando famiglia, professione, pratica religiosa, doveri della propria carica (… ). Si va creando una nuova carica di politicanti ammini-

stratori o di amministratori politicanti, che estendono l’abuso della corruzione nell’ambito della gestione del pubblico denaro». Questa battaglia lo portò anche ad accentuare la sua polemica contro gli eccessi della partitocrazia, che si sovrapponeva al Parlamento e al governo, attenuando il senso di libertà personale dei deputati. La sua non fu una polemica contro il sistema dei partiti, bensì contro la degenerazione di questo sistema che dava al partito uno strapotere, una ingerenza indebita sul potere legislativo ed esecutivo che travalicava i confini di un corretto rapporto

di vita democratica e costituzionale. La stessa richiesta più volte avanzata da Sturzo, della pubblicità e del controllo della gestione finanziaria dei partiti, mirava non a deprimerli, ma ad esaltare «l’autonomia, la vitalità democratica, la capacità rappresentativa del partito nello Stato». Nel suo richiamo al rispetto dei limiti imposti alle varie componenti della vita pubblica e dell’organizzazione politica e sociale, nel suo accorato monito alla necessità di non anchilosare il rapporto tra Stato e cittadini, tra potere politico e società civile con gli eccessi della burocratizzazione, con l’elefantiasi e la proliferazione degli enti pubblici, nell’invito alla moralità, ad un impegno politico e disinteressato teso al bene collettivo ed a una sana gestione della finanza pubblica, in questo rigore morale, insomma, va soprattutto vista l’ultima battaglia di Luigi Sturzo. Fu inascoltato. La sua fu una sorta di predica nel deserto, la predica di un «profeta disarmato», scomodo e fastidioso. Morì l’8 agosto 1959. Era ormai prossimo agli 88 anni. Lasciava al suo paese un patrimonio di idee, di studi, di conquiste sociali, politiche e civili non facilmente cancellabili, pur nel procedere e nel trasformarsi della storia e della società; lasciava alla sua Chiesa la testimonianza di una fedeltà e di una obbedienza profondissime, animate da una carica religiosa eccezionale,che aveva sempre posto il sostegno delle sue battaglie aspre e difficili.

LA MORALE IN POLITICA

è immoralità; abusare della propria influenza e del proprio posto di consigliere, deputato, ministro, dirigente sindacale, nelle amministrazioni della giustizia civile e penale, nell’esame dei concorsi pubblici, nell’assegnazione di appalti o alterare le decisioni è immoralità (...). Ministri, deputati, consiglieri, cooperatori, organizzatori sindacali siano esempio di amministrazione rigida e di osservanza fedele ai principi della moralità». La classe dirigente italiana con i suoi difetti e le sue colpe venne messa da Sturzo alle strette. Non si fermò di fronte ad amici vecchie e nuovi, a partiti e organismi politici, neanche di fronte alla figura del Presidente


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L’altro Marco intervista a Marco Travaglio Giornalista e scrittore

e nessun parito nel quale riconoscermi.

Capo dello Stato, gli impegni che hanno assunto?

Leta va a casa? Secondo me Leta, essendo un democrisiano, non va a casa. I democrisiani rimangono e irano a campare. È una specie di anesteico messo sulle piaghe dell’Italia.

Magari. Io invece penso che resterà questo governo molto più a lungo di quello che si pensi. Non so se durerà addiritura cinque anni, ma cinque anni senza far niente. Lo sile lo stanno già dimostrando in quesi primi due mesi: se non sono d’accordo su nulla rinviano tuto. Giannini l’altro giorno ha scrito: “più che un governo di larghe intese è un governo di lunghe atese”. Rinviano tuto ciò su cui non sono d’accordo, come la legge eletorale, l’IMU, l’IVA e le riforme isituzionali. Per fortuna, dico io, perché all’idea che quesi possano metere le mani sulla Cosituzione, preferisco quella che ci hanno lasciato i Padri cositueni

Penso che questo Governo resterà molto più a lungo di quello che si può pensare

Ho fato un itolo “il cerino acceso”. In un’ ipotesi di crisi ani­ cipata, e quindi di elezioni anicipate, il cerino acceso in mano a chi ri­ marrebbe? Rimarrebbe nelle mani di chi si assume la responsabilità di farlo cadere, e al momento, non vedo nessuno che voglia farlo cadere. Tu riieni che non ci sia una crisi anicipata? Cioè che si andrà ad una scadenza a medio termine per poter atuare, come chiede il

Renzi è stabilmente popolare o il suo presenzialismo ­ se lo possiamo definire così ­ lo sta nuocendo? Non lo so, sicuramente per lui giocano gli altri, è chiaro che l’immobilismo, ma come anche il vecchiume degli altri, gioca comunque a

suo favore che ha come suo pregio migliore l’età. È chiaro che più vai avani e più passa il tempo; più lui è sempre lì in corsa per qualcosa, più ovviamente questa corsa lo logora perché alla fine gli potrebbe mancare il fiato. Marco fai un nome di chi vedresi leader della sinistra, del Parito Democraico, della coalizione ­ chiamiamola così ­ di sinistra. Chi potrebbe essere il succes­ sore di Bersani? È difficile. Uno che a me piacerebbe, in quanto persona perbene ed equilibrata, è Zingarei. Da riconoscere, però, che anche in quel parito lì le migliori teste restano dietro le quinte o restano basse perché hanno paura di essere decapitate. L’unico che ha avuto il coraggio è stato Renzi anche se adesso mi sembra che non disdegni di metersi d’accordo ora con Veltroni, ora con D’Alema, ora con Prodi; in sostanza è diventato

un mezzo rotamatore. Prevedo invece, che l’apparato, pur di evitare la vitoria di Renzi, farà di tuto per irar su un candidato di seconda fila, come Cuperlo, molto gradito però a D’Alema.

Perché non un Travaglio di destra. Possibile, come si sente abbastanza spesso, che tu abbia come scopo principale andare contro a Ber­ lusconi? In realtà quando mi dicono un Travaglio di destra mi meto a ridere perché io sono nato a “Il Giornale” e sono sempre stato abbastanza conservatore quando la destra era con Montanelli. Oggi della destra che piace a me non è rimasto più niente e quindi l’ arrivo di un fenomeno strano che non è né di destra né di sinistra, come quello di Berlusconi, ha sconvolto tui. Il non aver condiviso mai, quasi praicamente nulla del Berlusconismo, ha fato sì che tani capissero che io ero di sinistra. Ma più la vedo questa sinistra e meno mi ci riconosco, diciamo che è tuto sfasato dal ‘94 in avani. Per questo ogni tanto mi viene da ridere a senirmi definire di sinistra, non avendo neanche mai fato sconi alla sinistra

Emilio Fede chi è ? Un po’ ruffiano, un po’ maggiordomo di Arcore, un po’ uno che..? È difficile perché Fede ha avuto molte vite, io preferisco sempre quella del giornalista di TG1, del giornalista assunto da Enrico Biagi, dei reportage; insomma quello che da ragazzino vedevo come nel programma Test. Ecco, quello è il Fede che preferisco. Ma poi, purtroppo per lui, è arrivato Berlusconi. Aggiungerei, anche per lui perché ne ha rovinai troppi, non solo Fede.

Nel Pd le migliori teste restano dietro le quinte perché hanno paura di essere decapitate

In bocca al lupo per “ la Discussione”. EMILIO FEDE


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OPINIONI

Il pugno chiuso On. Marco Rizzo Segretario di CSP­Partito Comunista

fallito il Socialismo, bensì la sua revisione. Se mi concede uno slogan direi che “il Comunismo è la gioventù del mondo”. Mi risulta che voi siate gli unici a si­ nistra ad esser neta­ mente contro l’Unio­ ne Europea, ma que­ sto non è un tema caro alle forze col­ locate a destra, da Berlusconi alla Lega? La nostra criica alla Ue è ben diversa da quelli che la usano solo per schermaglie eletorali o propagandisiche, lo fa la destra ma anche Grillo che si ricorda dell’Europa il venerdì prima di una tornata eletorale. Oggi la Ue è una “gabbia” dove i popoli vengono stritolai al solo vantaggio di grandi banche e capitale finanziario. Vengono colpite le classi la-

Non ha fallito il socialismo bensì la sua revisione Direi che “il Comunismo è la gioventù del mondo”

voratrici ed il ceto medio. È chiaro che l’Italia da sola può fare poco. Servirebbe stracciare i tratai, costruire dei governi popolari che riconquistassero con l’internazionalismo la propria sovranità economica. Nell’anno scorso in Portogallo, Spagna, Italia e Grecia sono andai persi 5 milioni di posi di lavoro, mentre in Germania ne sono stai creai 1,5!!! Il Governo Leta ha una grandis­ sima maggioranza parlamenta­ re… durerà? La poliica isituzionale ormai conta pochissimo. Non mi appassiona la disputa sulle larghe intese, sul centro-sinistra o sul centro-destra. Dopo aver votato in Cosituzione il “pareggio di bilancio”, assunto il MES, il fiscal-compact ecc. potrebbe governare anche Antonio Gramsci ma non riuscirebbe a fare nulla. Per capire meglio quello che succede basta soffermarsi sulle parole del governatore della BCE, l’italiano

(sic!) Mario Draghi. Quando fu intervistato nelle seimane in cui si stentava a trovare un governo, rispose: “non è un grosso problema, abbia inserito il pilota automaico”. Ecco proprio l’allusione al pilota automaico dà la cifra dell’inuilità dell’atuale poliica, vinca Berlusconi, Renzi o Grillo… Vabbè ma voi cosa proponete, cosa fate? Via da Ue ed Euro, governi popolari estranei e contrapposi al grande capitale, su cui ritrovare l’unità di tutto il popolo. Lo so, possono sembrare solo slogan, ma le assicuro sono l’unica soluzione, i margini del riformismo (che nell’Italia del dopoguerra hanno anche visto crescere il Paese) si sono totalmente esaurii. Noi siamo cer-

cando di ricostruire il soggeto di un cambiamento non solo passeggero, non solo movimenista, ma realmente duraturo: il Parito Comunista.

Allora segretario, risulta essere l’ulimo dei comunisi. Ma ha an­ cora senso oggi usare questo ter­ mine così anico? Rifiuto la dicotomia nuovo/vecchio. Guardi… il capitalismo inizia col mercanilismo. Oggi ha quindi quasi novecento anni e li dimostra tui: crisi struturale, distruzione dell’ambiente, disuguaglianze cresceni e guerre. Il sistema alternaivo nato con la Rivoluzione d’Otobre ha dapprima portato un paese medioevale come la Russia degli Zar a diventare in vent’anni la seconda potenza industriale del mondo, dopodichè, batuto il nazismo, ha incrociato la morte di Stalin con l’avvento di un revisionismo interno (da Krusciov a Gorbacev) che ha distruto dall’interno quell’esperimento. In sostanza non è

Mi sembra sempre troppo serio, mi faccia una batuta anche su Berlusconi e tute le sue vicende. Immagino si unirà an­ che lei al coro della sinistra. Io non sono un “ifoso”, ci siamo sempre batui contro Berlusconi per le cose poliiche e sociali che ha fato. Siamo contro il capitalismo e quindi anche contro Berlusconi. Ben diversi da una certa finta sinistra che, quando è arrivato Moni (che è stato peggio di Berlusconi), non la smetteva di applaudire…

Via da Ue ed Euro e contrapporsi al grande capitale, su cui ritrovare l’unità di tutto il popolo


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La forza dell’Euro intervista di

Chiara Catone

confronto tra

GIANNI PITTELLA e ENRICO CISNETTO Me lo auguro vivamente, si trata però di un'impresa itanica, che sono chiamate ad intraprendere sopratuto le regioni, in sinergia col governo nazionale. Bisognerebbe concentrare la spesa su pochi assi importani e puntare sulla realizzazione di opere o interveni dalla valenza ampia e specialmente dall'incidenza struturale sui singoli territori. Ma non dobbiamo nasconderci dietro un dito. Molto dipenderà dalla possibilità, semmai si meterà in ato, di cambiare la regola secondo cui nel pato di stabilità sono computai anche i cofinanziameni dei fondi struturali. Purtroppo alcune amministrazioni pubbliche sono impossibilitate a spendere, perché il pato di stabilità non lo consente. Questa è un punto urgente, su cui il governo dovrebbe rifletere, da sotoporre anche in commissione europea. Infai sto proponendo da tempo l'emissione di Eurobond, cioè itoli di debito emessi dalla Banca Centrale Europea, che diroterebbero l'immensa massa di liquidità circolante nel mercato internazionale finanziario, per racimolare una provvista finanziaria di almeno 1000 miliardi l'anno. Una cifra, questa, che potrebbe poi essere devoluta a sostenere un grande piano europeo per la crescita, l'occupazione e la coesione sociale. Tale grande operazione finora non si è compiuta per opposizione preconceta e, a mio parere, immoivata della Germania. Spero che nel post elezioni ci ripensino e diano l'avallo, che salverebbe l'Europa da una drammaica crisi recessiva.

Il problema è che negli ulimi anni l'Unione Europea è andata smarrendo la sua configurazione originaria, ovvero una grande area dove prima di tuto prevaleva il principio della solidarietà. Oggi, invece, predomina lo spirito egoisico, la volontà di pensare al proprio “ombelico”. Quando si è verificato il caso della Grecia, ci sono stai imbarazzani fenomeni di indifferenza di alcuni Paesi, del tuto dimenichi che la civiltà europea deve all'Ellade i suoi natali e che un'Europa senza Grecia è come un bambino senza cerificato di nascita. Bisogna recuperare lo spirito della sussidiarietà, l'unico senimento capace di tenere insieme 28 paesi e 500 milioni di persone.

La lingua non cosituisce un disagio, il plurilinguismo, come il muliculturalismo, non è di ostacolo alla formazione di una grande enità poliica. L'importante è che l'intento, la logica e le strategie siano comuni.

L'altra soluzione che io intravedo, oltre gli Eurobond, sarebbe la Golden Rule, ovvero la possibilità di eliminare le spese per invesimeni dal calcolo del pato di stabilità. Oggi il pato di stabilità mete sullo stesso piano le spese correni e quelle deputate agli invesimeni. Ne deriva che lo Stato non può spendere, se supera un certo limite, sia se decide di comprare una maita o una lavagna per la scuola sia se intende finanziare la ricerca o l'energia. Questa è una grande ingiusizia cui occorre assolutamente ovviare.

Secondo lei, il governo italiano sarà in grado di recuperare i fondi comunitari non uilizzai né impegnai entro il 2013?

Ad oggi dobbiamo innanzituto capire se sarà questo il governo con cui arriveremo a fine 2013. In ogni caso Enrico Leta si sta muovendo bene in sede europea, dove si gioca la parita più difficile, perché “da soli” ormai abbiamo ristrei spazi di manovra. Il governo fino ad ora è andato avani a piccoli passi – in quella che è stata definita la poliica del cacciavite – e in questa strategia rientra anche un maggiore uilizzo dei fondi comunitari. Per sfrutarli al meglio però, oltre alle capacità del governo nazionale, servono anche quelle dei governi territoriali, dalle regioni, fino ai comuni. E sinceramente non vedo una grandissima capacità di amministrazione nei territori della nostra Penisola.

Non crede che le emissioni di itoli di stato con tassi d'inte­ resse variabili da Paese a Paese cosituisca una misura penalizzante per quelli più de­ boli?

Sappiamo che l’Italia non può competere con la Germania se le sue imprese hanno accesso al credito in termini completamente diversi da quelle tedesche. Un mercato unico con moneta unica non regge senza un sistema bancario unico, e condizioni univoche di accesso al credito. Ovviamente, la Germania non ha alcun interesse immediato a rinunciare all’atuale “rendita di posizione”, che le consente di finanziare lo Stato a tassi di interesse reali negaivi, e di finanziare le imprese a tassi infimi, creando un delta compeiivo con chi è costreto a fare impresa con denaro più caro e, come nel caso dell’Italia, più raro. Ma se l’alternaiva a tale rinuncia non viene presentata in termini esplicii – e cioè la divisione dell’eurozona, o a causa dell’uscita della Germania stessa, o a causa della rinuncia da parte dei paesi mediterranei – i tedeschi, specie in questa fase pre-eletorale, non si sposteranno di un millimetro dalle loro posizioni.

Secondo lei, è vero che in Eu­ ropa esiste la sussidiarietà? Se così fosse, perché della stessa se ne fanno carico solo alcune nazioni, come avviene nel caso dell'immigrazione clan­ desina?

Prima di tuto dobbiamo guardare come abbiamo gesito il problema migratorio: con l’allargamento ad est l’Italia ha commesso solo un ulteriore errore, aprendo senza vincoli le froniere, a differenza di quanto hanno fatto gli altri paesi. Noi abbiamo pensato di controllare il fenomeno migratorio creando un reato, quello di “immigrazione clandesina” che, sommato alla “Bossi-Fini”, non risolve ma semmai aggrava il problema, riempiendo le carceri e i tribunali, ed equiparando il delinquente alla persona onesta. Ma è chiaro che ceri temi abbiano bisogno di essere tratai a livello coninentale, e per fare questo bisogna andare a Bruxelles a sbatere i pugni sul tavolo. Però, perché questo abbia un senso, occorre iniziare a rendersi attendibile con poliiche interne serie, tali da conquistarsi la credibilità necessaria.

Secondo lei, potrà mai esserci uno Stato Europa senza una lingua comune?

In Svizzera si parlano diverse lingue, come in Belgio, in Spagna e in tani altri Paesi. La lingua non deve necessariamente essere una per la creazione di uno Stato, tanto più se, come in Europa, l’obieivo è una federazione di Stai, e cioè una confederazione. Ma è ovvio che finché i governi europei coninueranno egoisicamente a metere le proprie nazioni in compeizione fra loro e fino a quando si osineranno a voler trarre esclusivamente dei vantaggi dall’architetura delle isituzioni coninentali, il sogno dell’Europa è a rischio.

Un euro sbilanciato forse non favorisce la reale unione dei Paesi membri. Quali soluzioni potrebbero profilarsi all'oriz­ zonte?

Io non so se l’alternaiva a questa impasse eterna sia l’idea lanciata da Lucio Caracciolo di un referendum pro Stai Unii d’Europa, che sposi la sede delle decisioni dai tratai fra nazioni ai citadini. È affascinante ma nello stesso tempo pericolosa, perché la crescita di un senimento ani-europeo che oggi serpeggia sia negli stai fori sia in quelli deboli rischia di metere una pietra tombale sull’euro e sull’Europa unita. Ma qualcosa dovrà pur essere fata. La Bce ha “comprato tempo”, e il ribasso degli spread conferma che ha fato bene, ma se questo vantaggio viene sprecato sull’altare di verici europei che producono poco o nulla, e che per di più cerificano la frattura tra i tempi della poliica e quelli della crisi coninentale, allora si sarà butata via anche l’ulima occasione per evitare l’eurodisastro.


LETTERE

Riflettere

INSIEME Caro Direttore, ho seguito l’intervento del sig. Barca alla trasmissione “Ballarò”, inerente alla ri­ forma Fornero. ­ Ritiene giusto sconvolgere nel giro di pochi giorni i pro­ getti di vita di migliaia di la­ voratori prossimi sulla pen­ sione? ­ Ritiene giusto far lavorare la gente fino a quasi 70 anni specialmente chi svolge lavori pesanti e usuranti fisicamente e intellettualmente?

Sono temi inseriti – drammaticamente- nella crisi – come trattiamo in prima pagina- che avvolge il Paese. Qualcuno dice l’Italia” mai così povera”. Con questo giornale saremo sempre vicini a chi lotta per sopravvivere. I guai del Governo Monti sono una ferita lunga da sanare Bisogna vollettera firmata tare pagina. E questo sarà possibile quando saremo chiamati alle Urne. Sceglieremo tra chi della politica ha fatto una scempio di promesse, e chi, invece qualcosa di concreto Sul problema del lavoro sulla ha portato a termine. crisi economica scrive anche “Angelo 85”: ­ Ritiene giusto far conti­ nuare a lavorare chi ha ini­ ziato molto presto pratica­ mente poco più che bambino? ­ Ritiene giusto che un lavo­ ratore dopo anni di pesantis­ simi versamenti contributivi abbia un assegno pensioni­ stico da fame?

Per scrivere

Sono uno dei tanti dei senza lavoro. Costretto ad abbando­ una lettera nare perché sono senza spe­ ad ranza. E come me tante altre persone. Emilio Fede Gente che, magari nella loro follia avevano anche fatto un e.mail: figlio, o comunque si erano emiliofede@ladiscussione.com sposati. “Angelo 85”

laDiscussione sabato 6 luglio 2013

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la Discussione Settimanale politico­culturale fondato da Alcide De Gasperi

DIRETTORE EDITORIALE Emilio Fede DIREZIONE Giampiero Catone Antonio Falconio (RESPONSABILE) Alberto Maccari (Condirettore) Francesco Paolo Procopio (Vicedirettore) EDITORE Editrice Europa Oggi S.r.l. Amministratore Unico Ettore Di Bartolomeo Piazza Sant’Andrea della Valle, 3 00186 - Roma Tel. 06.45496800 - Fax 06.45496836 segreteria@ladiscussione.com STAMPA Poligrafico Europa S.r.l. Via E. Mattei, 2 20852 - Villasanta (MB) Tel. 039/302992 CONCESSIONARIE PER LA PUBBLICITÀ Publimedia S.r.l. Via Turati, 129 - Roma publimedia@aruba.it Publistar S.a.s. Via Monte delle Piche, 34 - Roma tel. 06.6551787 - Fax 06.6553104 DISTRIBUZIONE Press-di Distribuzione Stampa e Multimedia S.r.l Via Bianca di Savoia n. 12 - Milano Impresa beneficiaria per questa testata dei contributi di cui alla legge n. 250/90 e successive modifiche ed integrazioni


Dall’Estero

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laDiscussione sabato 6 luglio 2013

CONTROCOPERTINA

PROFONDO SUD POLVERIERA EGITTO Da giorni le telecamere delle tv mondiali sono tornate a puntare su Piazza Tahrir al Cairo. La piazza che due anni fa vide alzare i cartelli e le bandiere di quella che è stata definita la primavera araba, è di nuovo teatro di proteste, scontri, violenze e, purtroppo, vittime. Le forze armate, da sempre vero potere forte in Egitto, hanno dato un ultimatum al presidente Morsi; il leader di “fratelli musulmani” l’ha respinto; Obama ha chiamato Morsi per invitarlo a trovare una soluzione: e già si sono dimessi alcuni ministri. La protesta non si ferma e l’opposizione ha lanciato la “disobbedienza civile”, in pratica una vera e propria serrata del pubblico impiego per costringere il presidente Morsi ad accettare le loro condizioni. Si chiama Tamarod il movimento che ha raccolto oltre 23 milioni di firme e ha portato in piazza milioni di persone. Tamarod chiede le dimissioni del presidente, il passaggio dei poteri al presidente della Corte costituzionale e nuove elezioni. Insomma, una situazione pesante, in continua evoluzione. Ma cosa spinge milioni di egiziani a scendere di nuovo in piazza a due anni dalla “primavera” che aveva visto la fine del regime Mubarak? Dietro il caos politico egiziano c’è una profonda crisi economica: crolla il turismo, crollano gli investimenti e la capacità produttiva. Si assottigliano le riserve di valuta estera. Valuta che serve al governo per comprare gas e petrolio, visto che i giacimenti nazionali di gas si stanno esaurendo. Elettricità e carburanti sono garantiti dal governo a prezzi sovvenzionati. Anche grano e farina sono a prezzo sovvenzionato. Ma le risorse finanziarie si stanno esaurendo. Si allungano così le code dei cittadini per far il pieno e i black-out elettrici sono all’ordine del giorno. E le proteste di questi giorni non fanno che moltiplicare i disagi e la rabbia della popolazione. Molti egiziani – secondo un recente sondaggio – vorrebbero i militari alla guida del Paese. Ma i generali, che vorrebbero mantenere certo i loro privilegi, non sono disposti ad assumere la guida di un paese complicato come l’Egitto. I “fratelli musulmani” sono accusati dall’opposizione di aver occupato ogni struttura dello stato, di aver respinto ogni collaborazione con l’altra metà dell’Egitto. Qatar e Libia hanno offerto un aiuto finanziario temporaneo; il Fondo Monetario ha chiesto ai governanti del Cairo di rivedere tutto il sistema delle sovvenzioni. Una vera e propria polveriera in cui il cammino verso una democrazia compiuta appare ancora lungo.

di Piero Sansonetti Direttore “Calabria Ora”

Cari fratelli del Nord (non solo padani, il Nord comincia dal Volturno...), vi scrivo questa breve letera dalla Calabria. Sono romano (cioè del Nord) ma vivo in Calabria da tre anni e ho imparato ad essere calabrese. La Calabria è una regione isolata, completamente isolata dall'Italia e dall'Europa. Ci sono due linee ferroviarie che portano a Reggio: una ionica e una irrenica. Quella ionica non è eletrificata. Ha una sola rotaia. Su quella linea passa ogni tanto una litorina, a nata, che ferma a tute le stazioni, ha due soli vagoni, i finestrini roi, né aria condizionata né riscaldamento. Da Crotone a Reggo ci vogliono sei o sete ore. Su quella irrenica ci passano invece gli Eurostar (un paio al giorno) filano a 120 all'ora ma la ferrovia è così malconcia che sono pochissime le persone che non si sentono male. Da Paola in giù, per circa 200 chilometri, l'Eurostar ferma ogni dieci minui, come un accelerato. Volete che vi parli dell'autostrada? Ce n'era una negli anni novanta, orrenda e pericolosa, ma almeno c'era. Lo Stato ha deciso di sfasciarla perché voleva farla più bella. Occhei. Da dieci anni l'autostrada non c'è più e per andare dalla Basilicata a Reggio ci vogliono quatro e cinque ore se guidi bene e quando hai strada voli a 160 all'ora. Strade e ferrovie orizzontali, niente. Le due coste non comunicano. Fratelli padani, voi credete che se la Regione più lunga d'Italia non ha infrastruture potrà mai competere con le regioni del Nord? E pensate che sia giusto invesire in infrastruture 100 in Lombardia e 1 in Calabria? Voglio dirvi un'altra cosa: l'appalto per l'autostrada che non si farà mai è dell'Impregilo, impresa del Nord, che da dieci anni sta guadagnando soldi a valanghe senza combinare nulla, e quesi soldi li porta al Nord, e le tasse sul guadagno le paga al Nord. L'Italia è in crisi perché il mercato interno è morto. I poveri non hanno i soldi per comprare niente e questo ha provocato il corto circuito. Le aziende che esportano all'estero resistono, le altre muoiono. Una poliica ventennale di aumento ed esaltazione delle differenze sociali ha portato a questo. C'è una risorsa enorme per rilanciare il mercato interno. Sapete come si chiama? SUD. E il Sud ha un suo sud che è più sud di tuto: Calabria. Cari fratelli del Nord la salvezza dell'Italia è possibile solo se si inverte la tendenza a punire il Sud e a considerarlo solo una riserva di braccia, di carne e di sfrutamento. Vedete, non lo dico solo per “rabbia” o per ansia di giusizia sociale, lo dico anche per semplice ragionevolezza: è interesse vostro che il Sud si riprenda. Senza il Sud l'Italia muore. Datemi reta: il leghismo ha fato male all'Italia, ma sopratuto ha fato male a voi del Nord.

"la Discussione" N°2 - 6 luglio 2013  

Intervista esclusiva a Cesare Romiti

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