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NICOTERA VV

dominazioni, a capovolgere equilibri, a travolgere dinastie e centri di potere nella ricerca di un bilanciato assetto che sembra, tuttavia, irraggiungibile». È una continua sofferenza, il popolo Bruzio è per lungo tempo teso alla ricerca di stabili governi e governatori al di fuori e al di sopra dei motivi di dominazione esterna. «Le grandi partite del presente sono state spesso giocate, vinte o perdute, nel passato» e la presenza armata sul territorio Bruzio di saraceni, imperiali d’Oriente, longobardi, normanni, angioini, aragonesi, turchi, barbareschi, austriaci, spagnoli, «costituisce di certo uno dei molti condizionamenti negativi nella storia del Sud». L’origine del differenziarsi dello sviluppo storico della Calabria dal resto dell’Italia è dovuta a queste continue e paralizzanti pressioni che ha subito, che hanno fatto per mille anni delle terre bruzie una frontiera tra Oriente e Occidente, una prima linea tra Cristianità e Islam, deter-

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minando le «diversità degli spazi minuti, frammentati e mai ricomposti delle piccole patrie» di una regione fortemente cellulare. Le Calabrie risultano così costituite da dodici sub-regioni, a loro volta differenziate in aree costiere e montane, che non hanno elementi fisici e storici comuni ed impediscono una sintesi armonica del possibile sviluppo economico e sociale. Sono terre in «perenne frontiera economico-sociale, dove spesso la quotidiana battaglia per la sopravvivenza è combattuta e persa a vantaggio dell’abbandono». Ciascuna dominazione ha lasciato proprie tracce, non cancellando completamente quelle precedenti e gli eventi dei secoli di ferro si riflettono su queste terre, avulse infine dalle due civiltà che ne hanno determinato il frazionamento e le diversità. L’Europa e l’Italia da parte loro hanno ignorano la Calabria quasi completamente, descrivendola, fin quasi all’inizio del Novecento, con notizie vaghe e generiche che delineano per come lo descrive il saggista Carlo Carlino «un quadro enfatico in una visione ancorata al passato».

PALIZZI RC

Castello feudale


Lingua e cultura greca e anima latina Dopo lo sfaldamento dell’impero romano d’Occidente, le acque del Mare Nostrum non sono più presidiate e la pirateria riprende vigore. I bizantini, più di altri, danno vita a scorrerie, assaltando in mare aperto le navi indifese, e lungo le coste i pescatori. Nel 534 gli scontri intestini tra i goti offrono il pretesto all’imperatore d’Oriente Giustiniano I d’intervenire in Italia per completare la riconquista della parte Occidentale dell’impero. I bizantini trovano nel Bruzio la comune radice culturale della Magna Grecia, dove l’anima latina e quella greca convivono anche dopo il disfacimento dell’impero romano. Nel 535 le truppe greche al comando di Belisario e Narsete si muovono in armi da Costantinopoli e sbarcano in Sicilia e quasi senza incontrare resistenza, dopo avere conquistato Siracusa e Palermo, da Messina attraversano lo Stretto e passano a Reggio. Nella Lunga terra ogni resistenza è stroncata con inaudita durezza e gli imperiali d’Oriente saccheggiano anche le chiese. L’imperatore Giustiniano nel 554 estende la legislazione bizantina all’Italia e l’estremo lembo della penisola diventa una colonia da sfruttare a tutto vantaggio dell’Oriente. Nel 603 il Bruzio è sotto il completo controllo degli imperiali che prendono schiavi uomini e donne per relegarli in catene nella Nuova Roma, Costantinopoli, e venderli agli arabi che li conducono nelle loro terre. Nel corso del VII secolo provenienti dai deserti del vicino Levante, i grandi nomadi arabi uniti sotto un unico vessillo ricercano fuori dal loro territorio i mezzi indispensabili di sussistenza. Fanno vacillare le difese bizantine, sono convinti di essere i rappresentanti della vera religione e di godere del sostegno divino nel perseguimento del loro disegno mediterraneo. I bizantini restano sulla difensiva anche perchè i musulmani cominciano a disporre di una flotta costruita nei cantieri navali del Medio Oriente e munita di equipaggi siriani, libanesi e palestinesi. La Lunga terra bruzia si appresta ad accogliere ondate d’eremiti in fuga da

PENTEDATTILO RC 5


SAN LUCIDO CS

Castello feudale dei Ruffo (XI-XIV secolo)

Gli imperiali d’Oriente per l’aggravarsi delle aggressioni arabe decidono di innalzare diverse rocche e torri di guardia a difesa delle coste bruzie e organizzano una squadra navale che incrocia nello Stretto di Messina. Tra il IX e l’XI secolo a presidio delle città antichissime greche, bruzie e romane, nelle selve aspre e selvagge delle pendici di maestose montagne, sulla sommità dei colli prossimi ai settecento chilometri dei litorali dello Jonio e del Tirreno e all’interno della Calabria, si elevano, fin quasi a toccare il cielo torri costiere e arroccati castelli. Sullo Jonio, Crotone e Squillace, situate in una posizione difendibile, resistono agli attacchi dei saraceni mentre si spopola la piana di Sibari dove i centri collinari di Rossano e Cassano si sviluppano a danno di Thurio (Sibari) che sparisce

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per sempre sotto le acque del Crati. Catanzaro, Stilo e molti altri insediamenti restano isolati dal mondo e tra di loro, lungo la costa tirrenica gli unici nuclei abitati rimasti sui luoghi di origine sono Amantea, Nicotera, San Lucido, Scilla e Tropea, perché dotati di fortificazioni. Le ricche pianure di Gioia Tauro e Sant’Eufemia sono interamente abbandonate, Jules Gay, il grande studioso dell’impero bizantino, scrive che tra l’867 e il 1071 la popolazione calabrese passa per continue alternative di «prosperità e di sciagura». Nell’Età di mezzo «fino a che non si realizza l’unità, cosa che avviene con il definitivo trionfo dei normanni, ci troviamo di fronte ad un pullulare di forze autonome, di assai varie energie di città marinare, di ducati, di dinastie, di singoli governanti, di monaci ed abati, di condottieri, orientati a perpetuare negli anni l’eco delle loro gesta guerresche: capuani, beneventani, gaetani ed amalfitani, bizantini e saraceni faranno di queste terre una sorta di zona di conquista».

TROPEA VV

Sistema difensivo tropeano (IX-X-XV-XVI secolo)


La conquista normanna Non manca il coraggio ai manipoli di normanni che discendono nei piccoli centri abitati della Calabria dove si parla greco, latino e arabo. Le terre bruzie conoscono presto il temperamento violento, le capacità diplomatiche, l’insaziabile avidità di terra e di ricchezze degli Altavilla, è la Calabria dei contadini in rivolta contro le angherie dei patriziati bizantini nell’attesa che le armi di Roberto il Guiscardo e del fratello Ruggero il Normanno dettino legge e facciano la storia. Le prime azioni degli uomini del Nord s’incastrano nelle dispute tra longobardi, bizantini e musulmani, nel cui gioco intanto s’inseriscono anche le ragioni del papato che vuole ridurre l’influenza dei due imperi orientale e germanico nel Sud dell’Italia. I signorotti locali, poveri economicamente e deboli sotto l’aspetto militare, sono sempre in lotta tra loro e con i principati longobardi di Benevento, Salerno e Capua o con l’impero bizantino. Nelle avanguardie dei cavalieri normanni che sopraggiungono in Calabria nella prima metà dell’XI secolo, vi è il desiderio innato di stabilirsi in contrade che non sono barbare, i primi cadetti di Normandia che cercano fortuna nel Bruzio incitano altri a partire, sono esaltati dai racconti che celebrano le terre della civiltà magnogreca e della spiritualità orientale, attratti anche dal clima mite e da grano, vite, ulivo. Le schiere di guerrieri sono seguite da uomini dall’intenso desiderio di nuove conoscenze che nel Bruzio trovano, per Georg Ostrogorski nella sua Storia dell’impero bizantino, un sistema amministrativo calabro-greco «senza precedenti, con un apparato burocratico articolato e composto di funzionari specializzati, da una superba tecnica militare, da un elaborato ordinamento giuridico, da un sistema economico e finanziario altamente sviluppato». Per il monaco Goffredo Malaterra la Lunga terra della conquista normanna è costituita da «civitates et fortissima castra». La sua cronaca descrive gli insediamenti bizantini, tra la riconquista del tardo secolo IX e la metà dell’XI, e ci parla di cinque urbes, ventuno castra, e dei castellia, le fortezze di fondazione o ristrutturazione degli uomini del Nord, che vanno a costituire

MORANO CALABRO CS

Castello normanno (XI-XIV-XV secolo)

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In alto a sinistra:

ROBERTO D’ALTAVILLA IL GUISCARDO

(Hauteville 1015 – Cefalonia, 17 luglio 1085)

In basso a sinistra:

RUGGERO I D’ALTAVILLA IL NORMANNO

(Hauteville 1040 – Mileto, 22 giugno 1101) In alto a destra:

RUGGERO I REX SICILIAE, CALABRIAE, APULIAE

(Mileto 22 dicembre 1095 – Palermo, 26 febbraio 1154)

la nascita di una nuova architettura d’impronta normanna, il romanico calabrese è precursore di quello italiano e s’inserisce da protagonista nel fervore artistico che rinnova il volto dell’Europa nell’XI secolo. Francesco Abbate scrive nella sua Storia dell’arte nell’Italia meridionale che la «Calabria giunge a sperimentare soluzioni altrettanto complesse e a registrare cambiamenti in misura ben maggiore rispetto alle altre regioni di tutta

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l’area meridionale». Nelle abbazie benedettine di santa Maria di Sant’Eufemia (1062) e della Trinità di Mileto (1063) si riconosce l’operato programmatore dell’abate architetto Roberto di Grandmesnil, proveniente da Saint-Évroul-en-Ouche. «Organizzazione amministrativa, impegno economico, politica religiosa, produzione figurativa, ci parlano di vitalità e individualità della Calabria nel contesto dello stato normanno».

Tra i nuovi rampolli della tribù degli Altavilla, Ruggero è il più giovane, per Pierre Aubé, nei suoi studi sui normanni nel Mediterraneo, «è un cavaliere intrepido non ancora ventenne che riceve dal fratello maggiore Roberto la piazza di Mileto, punto d’avvio per una minuziosa erosione della supremazia greca». Il Guiscardo da parte sua è sempre più impegnato nei territori pugliesi, e Ruggero si trova spesso da solo in Calabria a


ARENA VV, castello originariamente normanno (XII-XV secolo) ricostruito dagli angioini (XIV-XV secolo) MALVITO CS

Torre del castello normanno (XI-XII secolo)

proseguire la lotta contro i bizantini, tenta di tenere per sé tutte le conquiste fatte. La tolleranza religiosa dei normanni favorisce il rientro della Calabria «nel cerchio della civiltà occidentale» in termini di fedeltà alla tradizione romana e di ripristino dell’idea imperiale. Ruggero sceglie il piccolo kastron bizantino di Mileto come capitale della contea e sua abituale residenza, sul Poro concepisce e realizza il vasto disegno della conquista della vicina isola araba. Le sue mura sono fortificate, la città è abbellita ed elevata al rango di capitale normanna, da qui si prendono le misure per l’organizzazione ecclesiastica della regione e della sua latinizzazione per «affermare i diritti temporali del pontefice sull’Italia meridionale, non ancora manifestamente stabiliti mediante la

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ROSETO CAPO SPULICO CS Castello svevo (XIII secolo)

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La Calabria scenario preferito di scontri e saccheggi di angioini e aragonesi STRETTA TRA UN GOVERNO CENTRALE OPPRESSIVO, LO STRAPOTERE DEI BARONI E LE INCURSIONI DI PIRATI E CORSARI MUSULMANI Con l’avvento dei francesi, Carlo I d’Angiò, re di Napoli e di Sicilia dal 1266 al 1285, giunto al potere grazie alla protezione accordatagli dal pontefice Clemente IV che lo preferisce al principe Manfredi, figlio naturale dell’Hohenstaufen, cerca di perfezionare il sistema politico ereditato dagli svevi, pone la folta feudalità al servizio della monarchia, e, per Emile G. Léonard nel suo Les angevins de Naples, «inquadra saldamente nel demanio o nelle signorie feudali le libertà amministrative delle città, intensifica, non senza inconvenienti, l’intervento statale nella vita economica in una prospettiva mercantilistica, prosegue l’azione sveva nella cura di strade e porti, di fiere e mercati». Durante il periodo angioino la sopravvivenza in Calabria è faticosa e progressiva la decadenza, le popolazioni sono ridotte in condizioni servili e devono sottostare all’arbitrio feudale, nella regione non vi è più nessun grosso centro. Nel 1276 nel giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana il centro più importante è Rossano, con un fertilissimo territorio, irrigato da ruscelli e torrenti, che produce olio e ogni specie di frutta. Cotrone è al centro di un territorio pianeggiante, fertile e ben irrigato, «buon porto, certo meno capace dell’antichissimo scalo ellenico ma ancora sufficiente per piccole navi». La terza città per popolazione è Geneocastro (Belcastro), che a 533 metri sul livello del mare domina il fiume Crocchio che bagna con altri torrenti un territorio ampio e ferace di granaglie e castagne, ricco di pascoli. Bisignano sovrasta un territorio ricchissimo di acque e di prodotti del suolo. Strongoli sorge sopra una rupe scoscesa su un territorio ricco di prodotti, di pascoli e boschi, irrigato dal torrente Vitravo.

PRAIA A MARE CS

Rocca angioina di Praja (XIV secolo)

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BAGNARA RC Torre di Capo Rocchi (XIV secolo)

cercare di salvare l’Europa cattolica dal possente attacco musulmano, conclude il suo scritto affermando che i «[…] ministeri dello stato regio, non l’empietà, quale continuamente usano contro povere persone, vedove, pupilli, stroppiati e simili persone miserabili, quali di ragione devono essere esenti di ogni gravezza. Guai a chi regge e mal regge, alli ministri delli Tiranni e alle Tirannie, guai alli Ministri della Giustizia, che li è ordinato far giustizia e loro fanno tutto altro!». Le aperture del re di Napoli Ferrante d’Aragona, che sogna una struttura moderna del suo regno con l’accentramento del potere, trovavano un forte ostacolo nell’opposizione violenta dei baroni che il re seda nel sangue. Una lotta che ha terribili ri-

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percussioni sulla gente, costretta a subire angherie e sopraffazioni d’ogni genere. Intanto i turchi riescono ad insediarsi saldamente nei Balcani, s’impadroniscono di Costantinopoli e sottomettono fino ad Algeri tutto l’Islam mediterraneo, per la caduta dell’impero d’Oriente la minaccia giunge anche da Levante e le incursioni ottomane in Calabria s’intensificano. Nel Mare Nostrum, come i romani chiamavano il Mediterraneo, non si contano più gli scontri spietati tra cristiani e musulmani. Enea Silvio Piccolomini (1405-1464), futuro papa Pio II (14581464), il 25 settembre 1453 afferma che «padroni dell’universo furono già gli itali, ora ha inizio l’impero dei turchi». Per molti anni il terrore corre lungo le coste cristiane della Calabria e si propaga anche nelle città più lontane dal mare, con i vari feudatari e le università che riprendono a potenziare torri e castelli e ad aggiungere nuove fortificazioni. Nessuna regola

costruttiva comune riesce ad imporsi per i fortilizi, costruiti secondo il criterio ritenuto il più idoneo alla difesa delle coste. Le torri di questo periodo sono di varie forme, con prevalenza di quella cilindrica, e di notevole ampiezza quando sono destinate alla difesa e al rifugio in caso d’incursione. La fama di crudeltà che accompagna i pirati terrorizza la gente, e l’avvistamento di una galea dalle vele nere è motivo d’angoscia per la propria sorte, per sottrarsi alla triste condizione di schiavi, insieme alle opere di difesa, molte famiglie scavano cunicoli ben mimetizzati sotto le loro case; sono il nascondiglio soprattutto delle donne, prede pregiate dei turchi. L’intero sistema di opere difensive, torri costiere e castelli, è in qualche modo funzionale a limitare i danni delle incursioni dei pirati, ma è inadatto a frenare la temuta invasione che i musulmani finiranno prima o poi per tentare. Gli aragonesi dilaniati da estenuanti lotte intestine e dinastiche, da spietati antagonismi e


da cupe congiure nobiliari, sono costretti a realizzare altre opere a carattere militare. Sul finire del 1400, lo sviluppo delle armi da fuoco determina l’inefficienza di tutti gli avamposti militari, l’esasperata altezza e l’eccessiva sottigliezza delle mura costruite per praticare la difesa piombante, diventano un facile bersaglio per i colpi dell’artiglieria. Le palle di pietra lanciate dalle bombarde, oltre a provocare un impressionante boato, frantumano ogni barriera e per gli assalitori è facile espugnare le rocche. Il problema esplode violentemente all’indomani della conquista turca di Otranto, l’11 agosto 1480, quando il re Ferdinando I d’Aragona intuisce che per preservare il dominio delle sue terre dagli attacchi nemici è necessario il rimodernamento dei castelli e la fortificazione delle città per contrastare efficacemente l’uso delle nuove artiglierie. I centri della Calabria hanno un aspetto povero e desolante e sono una facile preda

per gli assalitori, castelli e torri e le stesse mura che cingono le città, «che in altri tempi avevano potuto ispirare terrore, per la trasformazione dell’arte della fortificazione permanente dovuta all’uso delle artiglierie, perdono l’aspetto di guerresca fierezza e cominciano a cadere in abbandono». Per la Calabria, con privilegio del 12 novembre 1480, Ferdinando I d’Aragona prescrive di rafforzare le terre forti e, principalmente, i porti e i centri di mare, esposti continuamente alla ferocia ottomana. Con lettera del 12 novembre 1480 il sovrano dispone che per la sicurezza di tutte le terre della Calabria, di cui Reggio è la metropoli, siano rifatte e rifabbricate le mura della città dello Stretto, circondate di baluardi, valli e fossati. Ordina inoltre che ai lavori debbano concorrere tutti gli abitanti delle terre vicine contribuendovi con carri, buoi e aiutando con il taglio e il trasporto del legname, pietre, e di tutto il materiale opportuno, affinché la fabbrica venga terminata al più presto.

ISOLA DI CAPO RIZZUTO KR Torre angioina di Capo Rizzuto (1380)

Per incrementare i lavori di fortificazione, il re, con legge del 14 dicembre 1483 emanata da Foggia, ripristina antiche consuetudini e stabilisce che le università sono tenute a riparare i vecchi edifici di difesa, «...dovendo i nuovi essere a carico dello stato...». L’iniziativa non ha lunga durata e sfocia nella delusione della gente la quale, obbligata a prestare gratuitamente il lavoro individuale e al pagamento di una tassa di tre tari a fuoco, diviene corresponsabile della sospensione delle attività. Le vicissitudini politiche della casa regnante, tormentata dalla congiura dei baroni (1485-1487), dalle pretese espansionistiche di Venezia e dai contrasti con il papa, sono motivo dell’abbandono di ogni opera. L’11 agosto 1486 cessano gli scontri e si conclude la pace

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CROTONE Castello di Carlo V (IX-XI-XIV-XV-XVI secolo)

Ai periodi di relativa calma dal crescente pericolo che viene dal mare, si alternano periodi di recrudescenza del fenomeno che inducono, nella prima metà del XVI secolo, a ripristinare le torri in rovina, quali utili strumenti di difesa e a costruirne di nuove là dove si riteneva utile premunire i luoghi più esposti e vulnerabili, per l’esperienza di precedenti attacchi. A partire dal 1537, Carlo V (1500-1558), il dominatore del mondo, convinto che Dio lo avesse investito del suo grande potere perché difendesse la cristianità dagli assalti dell’impero ottomano, per fronteggiare la temuta invasione turca dispone la costruzione di un articolato sistema di torri costiere. L’ordine reale è di realizzare una catena difensiva formidabile e il vicerè di Napoli, Pedro di Toledo (1484-1553) ne avvia l’attuazione in tutto il vicereame. Dal

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1559 vi è un maggiore impulso nella ricostruzione delle opere di difesa e sono emanate le prime leggi atte a riparare i danni delle piazzeforti. La difesa dei fortilizi non è più di tipo passivo e si rende necessario un rinnovamento radicale delle strutture, idoneo per l’introduzione delle nuove e potenti armi da fuoco come bombarde e trabucchi. Lunghi e approfonditi studi giungono alla conclusione che il Regno è difendibile dagli attacchi esterni solo attraverso il rifacimento delle fortezze e la costruzione di «torrioni larghi e bassi; cortine massicce, a scarpata, rinforzate da terrapieni. Contorni a salienti e a rientranti, a spigoli, a curve, a semicerchi, in modo che l’artiglieria posta a difesa dei bastioni potesse battere ogni punto all’esterno di essi». Aumenta il diametro delle torri cilindriche che sono innalzate con mura meno elevate e di maggiore spessore; le scarpe si alzano fino ai due terzi delle costruzioni che sono circondate da fossati per tenere a distanza il nemico. I revellini sono bassi ed angolati per proteggere le

mura costringendo più all’esterno il punto di scontro. Ad Aiello, Belvedere, Caulónia, Castrovillari, Corigliano, Gioiosa Jonica, Isola di Capo Rizzuto, Laino, Morano, Paola, Pizzo, Santa Severina, sono elevati o ristrutturati silenziosi castelli, in uno stile gotico-durazzesco prevalente, a volte animato da sedimenti romanici. Sono quasi tutti arroccati su rupi e strapiombi rocciosi e sono costruite anche le monumentali torri angolari del castello di Reggio. Molte torri di avvistamento i cui addetti devono segnalare alle popolazioni rivierasche gli sbarchi dai legni musulmani, sono portate a termine dal viceré spagnolo di Napoli Parafan de Ribera. Per Flavio Russo, nel suo volume La difesa costiera del Regno di Napoli dal XVI al XIX secolo, i progettisti, attenendosi ai requisiti di solidità, flessibilità d’impiego ed economicità e bocciando le torri rotonde perché poco adatte all’istallazione dei cannoni, propongono una struttura di tipo quadrata e di forma troncoconica e piramidale assimilabile ai bastioni rinascimen-


tali e più resistente ai colpi dell’artiglieria. Al piano sotterraneo delle strutture vi è la cisterna con deposito, a quello superiore un locale con il camino dove vive il comandante con i suoi soldati e dal quale si svolge l’avvistamento indiretto attraverso le feritoie, all’ultimo livello la terrazza con un piccolo deposito di munizioni, la garitta, dove viene effettuato l’avvistamento diretto e sono posizionati i cannoni. Per Gustavo Valente, lo storico della Calabria, naufragate le speranze di una sufficiente fortificazione a spese delle singole università, capace di assicurare la protezione dei litorali, il programma difensivo spagnolo è questa volta preordinato, sono elevate nuove torri lungo le coste e altre opere di difesa ed avviato un attento e approfondito piano di riadattamento di edifici difensivi già esistenti. Si stabilisce di edificare le torri ad una distanza non superiore ai seimila passi, e in ogni caso ben visibili l’una dall’altra, i fortilizi esistenti ancora validi per la difesa, di proprietà feudale, religiosa o delle università, sono requisiti dal governo del regno a fronte di un indennizzo. Nel 1617, la notizia di un imminente arrivo della flotta turchesca, smuove le stagnanti acque della politica napoletana e si comincia a parlare di armamento delle terre costiere. Il rigido controllo e la fornitura di polvere da sparo ad ogni municipalità non vale, però, a scongiurare lo sbarco dei barbareschi in diversi punti delle coste calabresi. Gli spagnoli si avviano a completare quella che è una vera e propria rete difensiva, un poderoso sistema d’avvistamento, costituito da torri situate in vista del mare, dotate di una guarnigione e alcune di cannoni per consentire di approntare le prime azioni di difesa dalle incursioni dei turchi. Le nuovi torri sono tutte quadrangolari, una struttura piuttosto tozza, con gli spigoli molto acuti e l’ingresso in alto dove si accede con una scala terminante con il ponte levatoio. «A gli angoli sporgenti dei bastioni e di distanza in distanza sulla cornice delle cortine, vi sono scolpite le armi del viceré, alternate con quel-

le della monarchia spagnola». Le torri sono di due dimensioni, le più grandi hanno un evidente aspetto di fortezza, meglio armate e capaci di consentire il rifugio all’interno di più persone; le più piccole, semplici nella struttura, sono dette di sbarramento e sono costruite alle foci dei fiumi o a diretto contatto

CIRÒ MARINA KR Torre vecchia di Punta Alice (XVI secolo)

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CORIGLIANO CS

Castello ducale Sala degli specchi

CORIGLIANO CS

Castello ducale Stemma dei Ruffo (1490)

SCILLA RC

Castello feudale Stemma dei Ruffo (1543)

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la cui autorità all’inizio del Seicento è limitata ad un quadro disciplinare che gli assegna insieme alle finalità militari anche quelle civiche, facendolo diventare uno strumento diretto a mantenere l’ordine. Tra il 1707 e il 1734, nel corso del dominio austriaco, i sistemi difensivi delle coste subiscono un’evoluzione voluta da Carlo VI d’Austria che realizza una radicale trasformazione con l’applicazione di nuovi criteri bellici, ispirati ai sistemi difensivi francese ed olandese. Gli austriaci abbandonano l’ormai vetusto sistema dei castelli e delle torri marittime e si orientano verso la concentrazione della difesa in punti strategici. Attuano una protezione delle vie terrestri e parallelamente la difesa marittima cercando di prevenire sia gli attacchi barbareschi da terra che quelli dal mare. Nascono le piazzeforti marittime, sono fortificazioni permanenti, caratterizzate dall’evoluzione dell’ordinamento bastionato, dove gli austriaci concentrano truppe terrestri e forze navali. Con i Borbone è compilato un elenco delle torri da riparare e si dà impulso all’Armata di mare affinché le coste siano adeguatamente protette così come i traffici commerciali, e si dispongono nuove azioni sui mari contro i barbareschi. Dalla metà del Settecento i Borbone cominciano a disporre i perfezionamenti delle strutture fortificate provvedendo «alla costruzione di trincee parallele davanti i bastioni e alla realizzazione sul terreno di figure geometriche poligonali il cui lato è dettato dalle gittate delle artiglierie di fiancheggiamento ed i cui vertici sono i baluardi. Il ruolo strategico viene proiettato all’esterno della città verso il territorio circostante, i casali, le case coloniche, le ville, le nuove strade, i ponti, costituiscono punti fermi di una nuova rinnovata dinamica e infrastrutturazione del meridione ai fini della difesa». Le somme finanziate dalla Real Casa di Borbone e i paralleli investimenti delle famiglie baronali restituiscono ai maggiori castelli della regione un aspetto maestoso.





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