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Torri costiere e castelli della Calabria - Testimonianze del passato




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Lingua e cultura greca e anima latina Dopo lo sfaldamento dell’impero romano d’Occidente, le acque del Mare Nostrum non sono più presidiate e la pirateria riprende vigore. I bizantini, più di altri, danno vita a scorrerie, assaltando in mare aperto le navi indifese, e lungo le coste i pescatori. Nel 534 gli scontri intestini tra i goti offrono il pretesto all’imperatore d’Oriente Giustiniano I d’intervenire in Italia per completare la riconquista della parte Occidentale dell’impero. I bizantini trovano nel Bruzio la comune radice culturale della Magna Grecia, dove l’anima latina e quella greca convivono anche dopo il disfacimento dell’impero romano. Nel 535 le truppe greche al comando di Belisario e Narsete si muovono in armi da Costantinopoli e sbarcano in Sicilia e quasi senza incontrare resistenza, dopo avere conquistato Siracusa e Palermo, da Messina attraversano lo Stretto e passano a Reggio. Nella Lunga terra ogni resistenza è stroncata con inaudita durezza e gli imperiali d’Oriente saccheggiano anche le chiese. L’imperatore Giustiniano nel 554 estende la legislazione bizantina all’Italia e l’estremo lembo della penisola diventa una colonia da sfruttare a tutto vantaggio dell’Oriente. Nel 603 il Bruzio è sotto il completo controllo degli imperiali che prendono schiavi uomini e donne per relegarli in catene nella Nuova Roma, Costantinopoli, e venderli agli arabi che li conducono nelle loro terre. Nel corso del VII secolo provenienti dai deserti del vicino Levante, i grandi nomadi arabi uniti sotto un unico vessillo ricercano fuori dal loro territorio i mezzi indispensabili di sussistenza. Fanno vacillare le difese bizantine, sono convinti di essere i rappresentanti della vera religione e di godere del sostegno divino nel perseguimento del loro disegno mediterraneo. I bizantini restano sulla difensiva anche perchè i musulmani cominciano a disporre di una flotta costruita nei cantieri navali del Medio Oriente e munita di equipaggi siriani, libanesi e palestinesi.

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L’arroccamento delle popolazioni calabresi Nel IX secolo in tutta la Calabria per le invasioni da Sud degli arabi siciliani e da Nord dei longobardi del ducato di Salerno, cominciano a sorgere i castron e i castellion bizantini, luoghi di difesa più possenti delle piccole fortificazioni a guardia dei chora (terra, fondo agricolo) e delle casupole contadine. La presenza militare di Costantinopoli è precaria per la mancanza di soldati e di efficaci dispositivi di difesa mentre la marina imperiale soffre la supremazia navale musulmana. La Lunga terra è in posizione strategica nel Mediterraneo, ma nonostante la lontananza dalla capitale dell’impero solo i bizantini combattono i saraceni per riportare la Calabria sotto la loro completa autorità. La religione viene differenziandosi dallo stato e detta norme morali cui devono sottostare anche i regnanti; l’anima cristiana ingentilisce le leggi e smussa lo spirito conquistatore per fare dell’esercito bizantino lo strumento di difesa dei confini, per Giorgio Fedalto, studioso della Chiesa d’Oriente, «dai resti dell’impero romano si faceva l’impero cristiano o, come si dirà più tardi, l’impero bizantino». I saraceni, o mori o arabi o musulmani, si riversano sulle coste della Lunga terra tra l’827 e il 1091 dalla vicina Sicilia, l’isola è una munita roccaforte araba, e dall’Ifrîqıˉ ya, la Tunisia, le propaggini occidentali dell’Algeria e la Cirenaica orientale, per le innumerevoli incursioni e per stabilire dei loro capisaldi ad Amantea, Bruzzano Zeffìrio, Cosenza, Fiumara del Muro o Motta dei Mori, Fiumara Saraceno, Fiumefreddo Bruzio, Laguna di Placanica, Motticella, Rocca Imperiale, Sambatello, Santa Severina, Saracena, Scalea, Squillace, Stilo, Tropea e soprattutto a Reggio dove i musulmani nel 952 elevano verso il cielo il minareto della loro moschea. La guerra santa dei saraceni che al grido di Allâh akbar (Allah è grande) si rivolgono contro i borghi bruzi abitati da al-rum (bizantini), al-nas¸raˉ nıˉ (romani cristianizzati) e al-nukubard (longobardi), è un incubo -/"Ê, Ê

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Non manca il coraggio ai manipoli di normanni che discendono nei piccoli centri abitati della Calabria dove si parla greco, latino e arabo. Le terre bruzie conoscono presto il temperamento violento, le capacità diplomatiche, l’insaziabile avidità di terra e di ricchezze degli Altavilla, è la Calabria dei contadini in rivolta contro le angherie dei patriziati bizantini nell’attesa che le armi di Roberto il Guiscardo e del fratello Ruggero il Normanno dettino legge e facciano la storia. Le prime azioni degli uomini del Nord s’incastrano nelle dispute tra longobardi, bizantini e musulmani, nel cui gioco intanto s’inseriscono anche le ragioni del papato che vuole ridurre l’influenza dei due imperi orientale e germanico nel Sud dell’Italia. I signorotti locali, poveri economicamente e deboli sotto l’aspetto militare, sono sempre in lotta tra loro e con i principati longobardi di Benevento, Salerno e Capua o con l’impero bizantino. Nelle avanguardie dei cavalieri normanni che sopraggiungono in Calabria nella prima metà dell’XI secolo, vi è il desiderio innato di stabilirsi in contrade che non sono barbare, i primi cadetti di Normandia che cercano fortuna nel Bruzio incitano altri a partire, sono esaltati dai racconti che celebrano le terre della civiltà magnogreca e della spiritualità orientale, attratti anche dal clima mite e da grano, vite, ulivo. Le schiere di guerrieri sono seguite da uomini dall’intenso desiderio di nuove conoscenze che nel Bruzio trovano, per Georg Ostrogorski nella sua Storia dell’impero bizantino, un sistema amministrativo calabro-greco «senza precedenti, con un apparato burocratico articolato e composto di funzionari specializzati, da una superba tecnica militare, da un elaborato ordinamento giuridico, da un sistema economico e finanziario altamente sviluppato». Per il monaco Goffredo Malaterra la Lunga terra della conquista normanna è costituita da «civitates et fortissi-

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La conquista normanna

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La tribù degli Altavilla Ê, Ê*," //"Ê ", "\ 1 "Ê-//"Ê  ÊÊ+1-Ê1 Ê* ,"Ê La politica normanna in Calabria aspira alla costituzione di uno stato multirazziale dove possono convivere pacificamente etnie, culture e tradizioni diverse, nasce «una civiltà composita, differente da ogni altra; araba nell’organizzazione, normanna per la compagine militare, bizantina per la cultura e per la lingua». Gli uomini del Nord, scrive don Nicola Ferrante, un sacerdote reggino che studia il mondo bizantino in Calabria, «sono profondamente religiosi; e dopo il primo scontro nella guerra di conquista con l’elemento greco, si accorgono che quella perfetta organizzazione burocratica e, ancor più quel culto, con l’impressionante rito e con quelle profonde e misteriose icone, tocca pure il loro cuore cristiano. Così sono generosissimi con i latini; ma non vogliono dimenticare i greci. Ricostruiscono alcuni monasteri di questi, già abbandonati a motivo degli arabi, e altri ne fondano completamente nuovi». Coesistono in Calabria la religione cattolica secondo i riti greco e latino e quella islamica: «Amicizia, anzi qualche volta stima, non sono infrequenti fra arabi e cristiani». Ruggero, coperto dalla dalmàtica araba, si circonda di franchi, latini, greci, longobardi e saraceni che «non dovevano sentirsi stranieri o percepire prevaricazioni dall’una o dall’altra etnia, bensì, secondo il progetto del gran conte degli uomini del Nord, dovevano sentirsi popoli di una stessa patria». Ai piedi di castelli feudali, città greche, villaggi musulmani, colonie longobarde, con le strade occupate da pisani, genovesi, amalfitani e al suono delle campane e delle cantilene dei muezzin su piccoli minareti, si incrociano persone vestite con il mantello e il turbante musulmano, la maglia di ferro normanna, la lunga tunica greca e il corto saio italiano. La presenza degli Altavilla determina un avvenimento significativo per la storia artistica del Meridione, per

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I castelli di Federico II

,// , Ê1-/ ,"Ê Ê- * /Ê 1 Ê Ê",/ Federico II di Svevia (1194-1250) conduce all’apogeo il grande progetto normanno che cambia la storia della regione «in termini di unità politico amministrativa, sociale, culturale, geografica». In anticipo di cento anni Federico opera in un appassionato intreccio di elementi della cultura occidentale e di quella orientale, protegge in ugual modo studiosi cattolici e musulmani, dotti ebrei e poeti provenzali, con una personalità che «domina i suoi contemporanei». La «creatività del suo spirito» gli consente di edificare in maniera tanto splendida potenti fortezze di pietra, e, come erede del mondo bizantino e normanno, getta «i fertili semi di una nuova era dell’arte». Per Georgina Masson nel suo Federico II di Svevia, l’imperatore porta «l’ordine ovunque egli passa, ispirando e imponendo ubbidienza», si preoccupa di migliorare e di ampliare il sistema di fortificazioni che gli è stato lasciato in eredità dai suoi avi normanni, non intende separare la corona imperiale dal regno dell’Italia meridionale, con grande rammarico del papa. Opera in modo da annullare le resistenze feudali, abbattendo ogni fortificazione signorile del regno e adottando un sistema di governo che completa e razionalizza quanto di più innovativo proviene dall’esperienza politica degli Altavilla. «Chiunque non fosse stato dotato della forza di carattere di Federico avrebbe desistito dal cercare di restaurare l’ordine in quel regno ribelle, e avrebbe rinunciato a crearsi roccheforti statali attraverso tutto il Paese per indebolire il potere dei baroni feudali». Con l’editto di Capua Federico impone la restituzione dei castelli costruiti arbitrariamente dai vassalli o edificati sul suolo demaniale dopo la

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La Calabria scenario preferito di scontri e saccheggi di angioini e aragonesi -/, //Ê/,Ê1 Ê"6 , "ÊÊ /, "**, --6"]Ê"Ê-/,*"/ , Ê Ê ,"  Ê Ê 1,-" Ê Ê*,/Ê Ê ",-, 1-1 Ê Con l’avvento dei francesi, Carlo I d’Angiò – re di Napoli e di Sicilia dal 1266 al 1285 – giunto al potere grazie alla protezione accordatagli dal pontefice Clemente IV che lo preferisce al principe Manfredi, figlio naturale dell’Hohenstaufen, cerca di perfezionare il sistema politico ereditato dagli svevi, pone la folta feudalità al servizio della monarchia, e, per Emile G. Léonard nel suo Les angevins de Naples, «inquadra saldamente nel demanio o nelle signorie feudali le libertà amministrative delle città, intensifica, non senza inconvenienti, l’intervento statale nella vita economica in una prospettiva mercantilistica, prosegue l’azione sveva nella cura di strade e porti, di fiere e mercati». Durante il periodo angioino la sopravvivenza in Calabria è faticosa e progressiva la decadenza, le popolazioni sono ridotte in condizioni servili e devono sottostare all’arbitrio feudale, nella regione non vi è più nessun grosso centro. Nel 1276 nel giustizierato di Val di Crati e Terra Giordana il centro più importante è Rossano, con un fertilissimo territorio, irrigato da ruscelli e torrenti, che produce olio e ogni specie di frutta. Cotrone è al centro di un territorio pianeggiante, fertile e ben irrigato, «buon porto, certo meno capace dell’antichissimo scalo ellenico ma ancora sufficiente per piccole navi».

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Con gli aragonesi non cessano i pericoli e le violenze interne, alla miseria si aggiungono le ricorrenti carestie, la malaria si va sempre più diffondendo per le ampie zone di pianure lasciate al defluire dei torrenti in piena. Le popolazioni per sopravvivere sono ancora costrette alla frode nella numerazione dei fuochi mentre la corona estende i già consistenti privilegi concessi alla classe feudale e alla Chiesa e le entrate dello stato sono insufficienti per le esigenze economiche richieste da una politica estera di prestigio e per reprimere le frequenti ribellioni baronali. Continuano le minacce esterne con le frequenti incursioni musulmane, provenienti dai loro porti del Nord Africa e del Medio Oriente le galèe turche e barbaresche con una velocità di navigazione tra le sei e le nove miglia l’ora, con i captivi cristiani ai remi che vogano al ritmo dei colpi di tamburo degli aguzzini che percorrono incessantemente la corsia della galèa distribuendo frustate, raggiungono la Calabria per funestare soprattutto i centri che si affacciano sullo Jonio e sul Tirreno. Gli aragonesi cercano di evitare di ricostituire nuovi grandi feudi in grado di rivaleggiare con la corona e sempre pronti ad insorgere al presentarsi dell’occasione favorevole, aumentano i tributi che gravavano sulle merci circolanti e i dazi che pesano sui prodotti alimentari, compresi quelli di largo consumo, come l’olio ed il vino, e riprendono le famigerate collette. Naturalmente a pagare è soprattutto la povera gente. Sull’alto numero di

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Feudatari e università potenziano torri e castelli e innalzano nuove fortificazioni

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nelle città più lontane dal mare, con i vari feudatari e le università che riprendono a potenziare torri e castelli e ad aggiungere nuove fortificazioni. Nessuna regola costruttiva comune riesce ad imporsi per i fortilizi, costruiti secondo il criterio ritenuto il più idoneo alla difesa delle coste. Le torri di questo periodo sono di varie forme, con prevalenza di quella cilindrica, e di notevole ampiezza quando sono destinate alla difesa e al rifugio in caso d’incursione. La fama di crudeltà che accompagna i pirati terrorizza la gente, e l’avvistamento di una galea dalle vele nere è motivo d’angoscia per la propria sorte, per sottrarsi alla triste condi-

zione di schiavi, insieme alle opere di difesa, molte famiglie scavano cunicoli ben mimetizzati sotto le loro case; sono il nascondiglio soprattutto delle donne, prede pregiate dei turchi. L’intero sistema di opere difensive, torri costiere e castelli, è in qualche modo funzionale a limitare i danni delle incursioni dei pirati, ma è inadatto a frenare la temuta invasione che i musulmani finiranno prima o poi per tentare. Gli aragonesi dilaniati da estenuanti lotte intestine e dinastiche, da spietati antagonismi e da cupe congiure nobiliari, sono costretti a realizzare altre opere a carattere militare.




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*"Ê «adeguandoli alle nuove esigenze difensive avvalendosi dell’opera dei più esperti architetti militari dell’epoca» e provvide al necessario dei castelli di «Lamantia, Corigliano, Castrovilla, Castella, Cotrona, Mocta, Bivona, Piczo, Policastro, Rigio». «Gli accorgimenti adottati dagli architetti aragonesi riguardano, principalmente, l’abbassamento e l’ingrossamento delle mura mentre le antiche feritoie, avendo sostituito il moschetto sia l’arco che la balestra, sono trasformate in aperture circolari. I merli medievali, inutili rispetto alla forza dell’artiglieria, sono rimpiazzati da merloni più ampi e grossi con spigoli esterni smussati e strombati e forte angolazione che va a restringere verso l’interno in modo da fare affiorare solo la bocca dei cannoni. Alla base delle mura sono praticate nuove aperture e, nella parte interna delle torri, collocate le artiglierie leggere che devono spazzare i fossati con il tiro radente». A lavori ultimati, sull’ingresso principale di ogni struttura è posto un bassorilievo commemorativo nelle nuove murature e sulle porte dei rivellini. Il collaudo delle nuove costruzioni è sottoposto alla prova dei cannoni del re di Francia Carlo VIII, che il 3 settembre 1494 oltrepassa le Alpi per conquistare il Regno di Napoli. Le armi francesi bocciano le modifiche apportate alle strutture fortificate e l’esercito di Carlo VIII, non incontrando alcuna resistenza, il 22 febbraio 1495 occupa la capitale. «Un parco di artiglieria di modernissima concezione» determina il successo dei transalpini e il fallimento della nuova architettura difensiva, per l’architet-

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to Francesco di Giorgio Martini «i moderni nuovamente hanno ritrovato un istrumento di tanta violenza, che contro a quello le armi, gli studi, la gagliardia o poco o niente vale, e che più è, in picciolo tempo ogni grossa torre si mina e getta a terra, e certo tutte le altre macchine, vane e superflue si possono appellare». Si comincia a riconvertire le rudi fortezze ad una funzione residenziale «più consona ai propri ospiti», sono adeguate alla celebrazione di feste, banchetti, danze e tornei che costituiscono un elemento indispensabile del costume e del linguaggio politico rinascimentale. Durante le feste nelle residenze fortificate «non passano inosservate le dame di compagnia, ovvero le donne che nella corte hanno il compito di allietare con la loro presenza le giornate del signore. Le occasioni mondane infrangono la monotonia e la noia quotidiana e coincidono con l’arrivo di ospiti illustri o la celebrazione di speciali ricorrenze di vita familiare come il battesimo, il matrimonio e la morte in cui ogni casata egemone si riunisce nella sala del castello ostentando la ricchezza e la nobiltà attraverso il racconto di imprese gloriose, la visione delle insegne araldiche affrescate sui muri e dei ritratti degli antenati». In genere la sala principale della residenza è tenuta sgombra, all’occorrenza si montano dei tavoli su cavalletto circondati da sedie, sgabelli e panche, mentre una credenza riccamente drappeggiata è pronta per esporre l’argenteria e i piatti più belli che per questo vengono definiti da parata.

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Storie di pirati e corsari  Ê/",,Ê "-/ , 1 Ê / Ê  -6 ",   Ê Dal 1535 l’appellativo di saraceni segnerà anche turchi e barbareschi che continuano le imprese dei loro predecessori. Le continue incursioni turchesche non incontrano quasi mai ostacoli sia sul mare sia sulla terraferma, la presenza navale difensiva sul Tirreno e sullo Jonio è sconosciuta, le guarnigioni delle fortificazioni costiere sono scarse di uomini e male armate, hanno la disponibilità il più delle volte di un solo cannone ma di polvere e palle neanche a parlarne. Avvistato il nemico, militi, torrieri e cavallari, limitano la loro azione a quella d’avviso del pericolo imminente agli abitanti, affinché dai loro villaggi si affrettino a raggiungere rifugi più sicuri sulle montagne, abbandonando alle ciurme corsare turche e barbaresche tutto quello che non possono portare appresso. La difesa dei rûmi è frammentaria e contraddittoria e la cronaca delle incursioni s’infittisce di battaglie cruente, di personaggi leggendari avvolti dal mito. Storie di pirati e corsari, d’uomini così lontani e diversi, di avventure come quelle di Kamal Raìs, detto il Camalicchio, l’incubo delle popolazioni siciliane, calabresi e pugliesi nei primissimi anni del Cinquecento, di Khair ad-Din, il più celebrato corsaro dell’impero turco. Altri se ne aggiungono, con personalità dai contorni più incerti come Torghoud raìs Dragut, il terrore del Tirreno, un pirata tanto feroce che la sola pronuncia del suo nome faceva gelare il sangue ai marinai non solo cristiani. L’11 marzo 1536 sono ispezionate da Juan Sarmiento le torri costiere, i castelli e le altre opere di difesa della regione, la relazione al sovrano Carlo V fa presente il pessimo stato di molte

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fortificazioni, giudicandone alcune, come quelle di Amantea, Cotrone, Oriolo e Tropea, di nessuna importanza militare e insufficienti alla difesa, per Giuseppe Coniglio la relazione regia si conclude con l’auspicio della realizzazione di ulteriori strutture fortificate, idonee a difendere le popolazioni costiere. Ai periodi di relativa calma dal crescente pericolo che viene dal mare, si alternano periodi di recrudescenza del fenomeno che inducono, nella prima metà del XVI secolo, a ripristinare le torri in rovina, quali utili strumenti di difesa e a costruirne di nuove là dove si riteneva utile premunire i luoghi più esposti e vulnerabili, per l’esperienza di precedenti attacchi. A partire dal 1537, Carlo V (1500-1558), il dominatore del mondo, convinto che Dio lo avesse investito del suo grande potere perché difendesse la cristianità dagli assalti dell’impero ottomano, per fronteggiare la temuta invasione turca dispone la costruzione di un articolato sistema di torri costiere. L’ordine reale è di realizzare una catena difensiva formidabile e il vicerè di Napoli, Pedro di Toledo (1484-1553) ne

avvia l’attuazione in tutto il vicereame. Dal 1559 vi è un maggiore impulso nella ricostruzione delle opere di difesa e sono emanate le prime leggi atte a riparare i danni delle piazzeforti. La difesa dei fortilizi non è più di tipo passivo e si rende necessario un rinnovamento radicale delle strutture, idoneo per l’introduzione delle nuove e potenti armi da fuoco come bombarde e trabucchi. Lunghi e approfonditi studi giungono alla conclusione che il Regno è difendibile dagli attacchi esterni solo attraverso il rifacimento delle fortezze e la costruzione di «torrioni larghi e bassi; cortine massicce, a scarpata, rinforzate da terrapieni. Contorni a salienti e a rientranti, a spigoli, a curve, a semicerchi, in modo che l’artiglieria posta a difesa dei bastioni potesse battere ogni punto all’esterno di essi». Aumenta il diametro delle torri cilindriche che sono innalzate con mura meno elevate e di maggiore spessore; le scarpe si alzano fino ai due terzi delle costruzioni che sono circondate da fossati per tenere a distanza il nemico. I revellini sono bassi ed angolati per proteggere le mura co-


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Residenze castellate pomposi portali e stemmi di famiglia ½ 

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Diverse fortezze perdono la loro originaria funzione militare e sono trasformate in residenze nobiliari, per i feudatari calabresi la loro ricchezza è sinonimo di potere e, come esige la cultura barocca, nelle fabbriche sono impiegate le più illustri maestranze che realizzano ricche facciate dove spiccano pomposi portali come quello del castello di Fiumefreddo. È consuetudine dei proprietari entrare in possesso della dimora solamente a portale debitamente finito e a stemma di famiglia, vero biglietto di rappresentanza della casata, opportunamente messo in opera. Gli appartamenti delle nuove dimore sono forniti di ogni confort e la cellula abitativa in cui si svolge la vita dei signori feudali sono i quarti che occupano un intero piano della struttura e sono incentrati intorno alla sala, «un ambiente accogliente e sfarzoso fatto apposta per meravigliare», come quello del castello ducale di Corigliano. In quasi tutte le residenze castellate «si trova una cappella per le pratiche religiose, la galleria e nello studio del signore compaiono i libri collocati in appositi scaffali o dentro cassoni; insieme ad altro materiale, tessuti veneziani, tappeti orientali, ceramica di Faenza, scatole cinesi, che testimonia il grande cosmopolitismo presente in Calabria durante l’età moderna. Un luogo di relativa intimità per la famiglia castellana è la camera da letto mentre esistono diverse anticamere dove fare attendere i cortigiani ed i vassalli. La cucina si trova nei piani superiori al fine di prevenire l’espandersi degli incendi. Nei livelli inferiori stanno i magazzini per le vettovaglie e il carcere con tutti gli strumenti di tortura; oltre

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Negli ultimi decenni del XVIII secolo, osserva Mirella Mafrici, storica dell’arte castellata, la decrescente minaccia di invasioni indebolisce la volontà politica dei Borbone di provvedere alla difesa della Calabria e del regno. Ad accentuare il degrado, nel biennio 1806-1807, è l’artiglieria napoleonica e inglese che sulla costa tirrenica smantella molte piazzeforti come quelle di Amantea, Fiumefreddo, Cirella e il fortilizio di San Michele a Santa Maria del Cedro. Durante il periodo giacobino, il castello normanno-svevo di Cosenza ritorna ad assumere la sua funzione originaria quando Giuseppe Napoleone Bonaparte entra in città accolto trionfalmente. Il nuovo re di Napoli assegna all’imponente maniero Bruzio una numerosa guarnigione con a capo il generale Massena. Il regno è diviso dai giacobini francesi in province, distretti e comunità rette da sindaci. Nel 1810 il successivo re di Napoli Gioacchino Murat in occasione dell’insediamento nel castello di Cosenza della guarnigione formata da diverse centinaia di soldati, sale con tutta la sua corte militare lo splendido scalone settecentesco. Con il ritorno dei Borbone le torri calabresi sono quasi tutte cadenti e con rescritto del 21 febbraio 1827 il loro uso è ulteriormente disciplinato ed alcune sono cedute con il terreno asservito alle amministrazioni della guerra, dei telegrafi e ad altre aziende dello stato. La conquista francese dell’Algeria e l’inizio del predominio europeo sul Mediterraneo pone fine al lungo periodo di terrore, saccheggi e rapimenti, causati dalle incursioni barbaresche. Decaduta la funzione difensiva delle torri e una volta disarmate con l’abolizione dei presidi militari, tutto il sistema di salvaguardia costiera si arrende alla desuetudine. Molte torri sono abbandonate, altre sono cedute ai privati con le conseguenti trasformazioni e gli adattamenti per uso civile, altre ancora sono utilizzate dallo stato per la repressione del contrabbando. Il degrado e l’abbandono delle torri e dei castelli della Calabria è completato dai terremoti avvenuti tra il 1836 e il 1870 e dall’incuria delle famiglie

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Giardini di pietre

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Torri costiere e castelli della Calabria - Testimonianze del passato



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14-1 Torri costiere e castelli della Calabria 17X24 Ita ebook  

L'ebook in italiano Torri costiere e castelli della Calabria. Testimonianze del passato, si sofferma sulla contrapposizione frontale – per d...