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Mentre camminava poteva sentire distintamente i vestiti che si appiccicavano al suo corpo come una insinuante seconda pelle. Luglio, un’afa omicida che rendeva tutto bagnato e sonnacchioso. Sbuffava scendendo la strada ripida che portava alla casa di sua madre e diede un’occhiata distratta ai giornali che aveva comprato. Sulla prima pagina del quotidiano sportivo, con uno spiritoso titolo a effetto, lo informavano che l’acquisizione da parte dell’Inter dell’ennesimo goleador argentino non era andata a buon fine: ‚Zafon dice NADA!‛. Sulla copertina del mensile musicale invece l’ennesimo gruppo indie rock lo guardava con aria annoiata. I giornali, l’aria torrida, il sole a picco, il pensiero di sua madre: tutti ingranaggi della stessa macchina rotta, che durante l’estate trasforma la città in un ammasso di lotti vuoti, abitati solo da corpi avvizziti e stanchi, che guardano fuori dalle finestre con le persiane semi-abbassate.


Che pensieri del cazzo, pensò. Com’è che si era trasformato in un Leopardi d’accatto, vestito di infradito e camicetta sdrucita? Pessimismo cosmico da ferie in solitaria. In città, per giunta! Suonò il citofono del condominio di sua madre, che trenta anni prima aveva un bel colorito giallino da stabile di Topolinia, mentre ora il tempo e lo smog lo avevano rimodernato in un giallastro pozza di vomito. Una voce allegra e piena di kappa sostituì il ronzio monotono del citofono. «Zè? Ki è?» «Sono io, Olga, apri!» Olga era un donnone muscoloso di provenienza est europea (ma non aveva mai capito precisamente di dove) che ormai da undici anni assisteva sua madre. Dal carattere brusco e dai modi spicci, aveva sempre una voce allegra e il suo sorriso di denti marroni (mangiati dai due pacchetti di sigarette al giorno e dall’assenza di tempo da dedicare alla propria igiene orale) era sempre pronto ad essere sfoggiato – lampante dimostrazione di come la tristezza sia spesso l’espressione primaria di chi non ha niente da fare. Mentre saliva le scale dello stabile poteva sentire arrivare dalle porte sbarrate la voce delle televisioni tutte collegate, in una casuale stereofonia, su un programma di cucina. La presentatrice, con voce garrula, dava la ricetta dei cannolicchi allo scorocchio della Murgia. Arrivato davanti all’appartamento di sua madre scoprì che anche quello si era arreso alla conquista dello scorocchio della Murgia. Davanti alla porta c’era Olga, come


sempre sorridente, vestita con degli improbabili pantaloncini color kaki e una magliettina con su disegnata una dolcissima Minnie contornata di cuoricini, che stonava sul suo fisico da lanciatrice di martello. «Chao Mauro! Come sta? Zstà settimana signora – MAMMA MIA! – fatto tanto kasino! ‚Io no prende pastike, io no beri acqua‛. Jo no sa più kosa fari, Dazik!» Gli diceva tutto questo con la rassegnata bonarietà di una mamma alle prese con una bimba disubbidiente. Cosa che tutto sommato sua madre era diventata da un bel po’ di tempo a questa parte. «Vabbe’, mo vedo un po’ se a me mi dà retta», disse, sorridendo al pensiero di dover fare da babbo a una novantenne che fino a venti anni fa lo avrebbe tranquillamente preso a schiaffi. Olga lanciò l’ennesima risata e lo accompagnò in salotto. Sui muri dello stretto corridoio che stava attraversando c’erano appese le riproduzioni della serie ‚I capolavori del Puntinismo‛(collezione a fascicoli in omaggio con Famiglia Cristiana) e qualche angelica Madonna in plastica, raffigurata in posizioni di ascetica preghiera. Erano quelle che al buio diventano fosforescenti e si ricordava che da piccolo usciva di notte dalla sua cameretta per guardarle risplendere di quella luce verdognola che gli ricordava gli alieni che aveva visto una volta in un film. Per questo motivo un giorno chiese al suo catechista se la Madonna avesse i tentacoli. Arrivati in salotto, Olga gli fece da anfitrione.


«Tonelà! Guarda chi ch’è! Tu fijglo! Che belo omo chi è! Vero Tornella?» Sua madre era appollaiata al solito posto: quel divano che era diventato la cuccia con fantasie a fiori di un vecchio animale stanco. Lo sguardo assente di quel manichino con i capelli arruffati e una vestagliaccia bianca si rianimò nel vedere quella figura familiare. «Bello di mamma! Come stai?» Si chinò verso di lei e abbozzò un sorriso imbarazzato mentre lei gli baciava le guance. «Io sto bene, mà, però un uccellino mi ha detto che hai fatto la cattiva…» Il volto che prima si era addolcito in una espressione di serenità si rabbuiò. «Chi te le dice ‘ste cose?», bofonchiò seccata. «Un uccellino… Perché non vuoi prende’ le pasticche, che ti fanno bene, ti curano? Vuoi proprio sta’ male, mà? Ti ricordi che è successo un mesetto fa, no?» Le parlava con voce calma, sulle ginocchia, davanti al divano. Lei si guardò attorno alla ricerca di qualche scusa, ma poi ci ripensò e abbassò la testa come un bambino colpevole. Alla fine tentò comunque un affondo. «Quelle non so’ pasticche, è veleno! È veleno, è! È quella là che me vole avvelena’! Che voi fa’ avvelena’ tua madre?» Da brava attrice di razza, accompagnava il monologo con gesti delle mani, sguardi verso il cielo e veementi strepiti. Se la immaginava in un


melodramma degli anni del muto, con una didascalia con su scritto ‚Figlio degenere! Vuole forse che sua madre sia crudelmente avvelenata?!‛. Trasportata dal fervore del pezzo, le si era staccato uno dei tubicini del modulo crio-ipodermico. «Mammà, tranquilla! Guarda che è successo.» Mise la mano nel groviglio di fili che partivano dal corpo di sua madre per arrivare alla macchina cilindrica al suo fianco. Il tubicino continuava a pompare liquido che stava sporcando il divano. Sua madre se ne accorse e si spostò di qualche centimetro mentre lui riattaccava il tubo a una delle uscite che sporgevano sul fianco di sua madre. «Olga, mi porti una pezza, ché qua è uscito tutto?» Olga accorse, e tempestivamente, pezze e disinfettante alla mano. «Atra volta? Quello li su sinistra? Quello sempre esce!» In effetti non era la prima volta che succedeva. Probabilmente il check organico non era stato posizionato bene. «Vabbe’, mo uno di questi giorni chiamo il dottore e glielo dico…» Sua madre tornò all’attacco: «Ma che dottore! È lei! È questa qua che me vo ammazza’! Che disfa’, così e cosà! È questa qua!» «Ma Ntonela, come dici questo? Io te vole bene come mama. Io sta qua da undici anni!», le rispose Olga, non come se si stesse discolpando, piuttosto come se stesse dimostrando una cosa ovvia a qualcuno che non l’ha ancora capita. Nel frattempo lui puliva il liquido bio-criogenico dal divano. Era


sempre una seccatura quando usciva fuori, perché il composto creava quasi subito una poltiglia fredda e vischiosa difficilissima da mandare via. Era dal secondo infarto scampato da sua madre che in famiglia si erano decisi a connetterla a un modulo crio-ipodermico. Mentre, bestemmiando, strofinava il copridivano ormai bluastro, gettò un’occhiata alle foto sul mobile alla sua sinistra. Dentro eleganti portafoto in argento finto lo guardavano bimbetti allegri, stretti nella mano di una signora bionda e alta. Foto di vacanze al mare, di Pasquette, di pranzi di Natale. Il composto aveva smesso di sgorgare a fiotti dal tubo e lui riuscì a rinfilarlo nel costato di sua madre, dentro a una fenditura che sembrava una branchia. La signora Antonella inarcò leggermente la schiena. «T’ho fatto male, mammà?», le chiese Mauro. Lei sorrise, stanca. «No, no, Nì. È che me dà un po’ fastidio ‘sto coso qua.» Indicò il groviglio di fili che la attorniava e in cui guizzavano senza interruzioni liquidi di vario colore. «C’hai ragione, mà, però te fanno senti’ un po’ meglio, giusto?» Lei non gli rispose e cominciò a guardare distrattamente fuori dalla finestra del salotto. Era meglio se il dottore lo chiamava quel giorno stesso. Gli avrebbe detto che il cavo del plasma azotato era cascato fuori un'altra volta. Gli ospedali di zona non erano contenti se non potevano combinarti un casino. Quell’altra volta, quando erano venuti a montare la capsula di


mantenimento per la terapia notturna, avevano regolato male i flussi dell’azoto e del plasma sintetico. Quella notte aveva trovato sua madre gelida come un surgelato appena uscito dal freezer. Olga l’aveva strappata dal groviglio di cavi della capsula, che, rotta, sembrava il ventre di un mostro delle favole, un drago meccanico con le budella squartate da cui colavano umori colorati. Scacciò quello spiacevole ricordo dalla testa e se ne andò in cucina, a prendersi un caffè insieme a Olga. Lei gli raccontò che il marito l’aveva lasciata per mettersi con una sua vecchia amica. Erano tornati nel loro paese, dalla madre di lui. Per capire tutto questo gli ci volle un bel po’. Dopo aver chiamato il dottore – che gli disse che in giornata sarebbe passato un suo assistente – passò un'altra ora con sua madre. Si fece raccontare di suo padre, della guerra, di come aveva cresciuto le sue sorelle sotto i bombardamenti. Ogni giorno aveva una nuova versione. Altro che l’oppio e l’assenzio! Il rincoglionimento senile sì che sapeva scatenare la fantasia! Prima che se ne fosse andato arrivò il tipo che lavorava per il dottore. Era un giovanotto alto, dall’aspetto ordinario. Lo salutò affabilmente e gli chiese dove si trovava la signora. Disse anche qualcosa di simpatico a sua madre, che parve divertirla. Sembrava uno che ci sapeva fare – diverso da certi cretini che aveva visto trattare i malati come tubi da riaggiustare spostandoli freddamente dai letti, bambole rotte.


Quando uscÏ, dopo aver salutato sua madre con delicatezza per evitare di strappare qualche altro tubo, gli rimase appiccicato un senso di disagio. Pensava a quel giovanotto affabile che nonostante questo non poteva nascondere l’odore che aveva addosso. Sapeva di chimico, di freddo. Di menta finta. Di dentifricio.


Visita estiva