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I RACCONTI della COLLANA DELLA REGINA

ONEBYONE di ALESSANDRO MILANESE


Mi piace da matti. Ok, forse non dovrei dire da matti. Quando vedo quelle ruote piccole piccole entrare e uscire dall’erba mi sento bene, benone. Le guardo rimbalzare nel verde. Diventare sempre più minuscole, lontane. Tirare su piccole zolle di terreno e cespugli. Cercano di frenare una cosa tanto pesante, molto più grande di loro. E alla fine, quando così da lontano non riesco a capire quanto sia vicino l’aereo al muro di cinta, tiro un gran sospiro di sollievo. Mollo la presa, respiro, e vedo il trabiccolo volante che svolta in fondo alla pista e ritorna al capannone con gli attrezzi. Io, fermo. Con le gambe infilate nello spazio tra lo schienale e la panca. Al contrario. La panchina è girata verso lo stradone, il parco giochi, la baracchetta con quell’insegna strana, bar. Non capirò mai chi sarà stato tanto idiota da non girare quegli assi di legno verdone verso il campo d’aviazione. Qui nella mia città è l’unica cosa decente che ci sia. Ci vengo un paio di pomeriggi a settimana, ma non mi diverto molto. C’è solo gente con a spasso dei cani. Cani con alla fine del loro guinzaglio dei personaggi strani, con quelle stupide cuffiette nelle orecchie. Li vedi e sono tutti uguali. Delle felpe col cappuccio così grandi che fanno ridere. Pantaloni abbassati in maniera ridicola. Sembrano un


esercito, che al posto della vecchia uniforme ha questa nuova uniforme da deficiente. Uguali, come i corridori. Passano dalle 4, 4.30 del pomeriggio in poi. Arrivano velocissimi in direzione del cimitero. Con grandi balzi e le loro magliette attillate. Certi ciccioni, che ho sempre paura che qualcuno mi muoia qui vicino. Ho paura, io, dei morti. Per me, corrono tutti qua nelle vicinanze per essere già vicino alle tombe, vogliono essere comodi, tutto qui. Dopo un’ora o anche meno mi ripassano davanti, camminando o strisciando verso casa. La maggior parte di loro ha un colorito mica tanto bello, rosso fuoco, sembra che gli sia andata a fuoco la faccia. Contenti loro. Io sono contento solo la domenica. Arrivo per le 10, anche 9.45, a volte. Entro al bar davanti alla mia panchina. Lascio la bici appoggiata al muro, giusto con un pezzo di ruota che spunti dalla porta, non si sa mai. Prendo il mio cornetto con la marmellata, un latte macchiato caldo, quasi bollente. Esco e mi metto lì, in attesa che qualcuno si alzi in volo. Sento il rumore delle pale che girano forti. Il piccolo aereo, quasi sempre quello rosso con la striscia bianca ai lati, parte piano, viene verso di me e quasi contro la rete verde gira secco a sinistra imboccando la pista. Quando la curva è finita, si ferma. Il momento più bello. Sarà a dieci metri da me, immobile. Le pale e il motore girano tanto forte. Un altro si tapperebbe le orecchie. Io, no. Nel momento appena prima del decollo cerco di guardare chi lo guida, sono sempre curioso. Ricordo un paio di settimane fa, mi sembra di aver visto una donna alla guida. Non ne sono sicuro, perché i vetri sono molto scuri o molto sporchi. Un foulard in testa, degli occhiali da sole grandi grandi. Il cuore batteva forte, ero preoccupato. Invece niente, un alzarsi perfetto, l’aereo che sale con precisione e punta verso le colline, la cosa più bella che ci sia.


A dire la verità, non mi ricordo quanti anni sono che vengo a vedere gli aeroplani. Forse da dopo che quel signore di sessant’anni ha sbagliato l’atterraggio, finendo nei campi dietro la direzione d’artiglieria, al di là del muro, dove la pista finisce. Ero alla mensa delle suore, il tipo del telegiornale ha annunciato una notizia da Alessandria. Il rumore dei cucchiai contro i piatti si è fermato, all’istante. Tutti con la testa in alto, lasciando per un attimo in pace il brodo di gallina tiepido, ascoltavamo. Poi una delle suore superiori mi richiamò. ‚Gigi, finisci il brodo che si fredda, la televisione la guardi dopo, nella sala‛.

Pino ‘sto gatto nero lo avrebbe preso in un paio di secondi. Faceva finta di niente, fiutava tra le foglie e sembrava non accorgersi del nemico. Faceva la sua cagatina, proprio vicino all’albero grosso, il suo preferito per i bisognini. Poi, all’improvviso, scattava con quelle zampette tanto piccole e cercava di morderlo. E invece, adesso, i gatti la fanno da padrone qui ai giardinetti. I cani d’oggi giocano tutti con i loro padroni, prendono bastoni, li riportano, si buttano a terra per farsi grattare la pancia. Insomma, non fanno cose da cani. Un cane dovrebbe correre dietro ai gatti. I gatti dovrebbero correre dietro ai topi. I topi dovrebbero scappare e basta. Sono animali, devono seguire il loro istinto. Era una di quelle cose che insegnavo alle elementari tanti anni fa. Me le ricordo ancora, quelle piccole canaglie. ‚Signora maestra‛ di qua, ‚signora maestra‛ di là. Brutti piccoli bastardi. Loro, i loro genitori, le loro urla. Arrivavano dopo che il loro povero figlioletto aveva distrutto qualcosa, sempre con le stesse frasi. ‚Mio figlio è bravissimo, a casa è un angioletto,


sarà mica lei che non riesce a gestire una classe con venti bambini di otto anni?‛. Con quello stronzo del preside, con quei capelli bianchi e unti. Sudicio. Quella montatura bianca degli occhiali, che lo faceva sembrare un maiale con quattro occhi. Continuava a ripetermi che il mestiere dell’insegnante era un lavoro di sacrificio e che bisognava avere una missione. ‚Questi sintomi di nervosismo sono da imputare ad un suo stato di salute precario, non è colpa dei nostri allievi‛. Bastardo. Cominciò così un lungo periodo senza dormire. Entrare in classe, dopo aver chiuso occhio sì e no per un paio di ore, ed essere accolti da un cancellino in faccia. Cercare di contenersi, di darsi un contegno, e sentire ‚zitella, befana, troia, puttana‛. Le lezioni cominciarono a diventare interminabili. Non riuscivo a tenere le mani ferme, mi sentivo friggere, sentivo il sangue elettrico. Gli occhi bruciavano, e la testa era sul punto di esplodere del tutto. Poi capitò. Prendevo delle gocce che il mio farmacista definì miracolose. Non facevano assolutamente niente, anzi, avevo anche meno appetito del solito, perdevo chili di settimana in settimana. L’intervallo era finito da cinque minuti buoni e uno dei delinquenti col grembiule non era in aula. Ero preoccupata. Andai in giro per i corridoi, non lo trovavo. Ritornai verso la classe e me lo ritrovai alla porta che mi sfotteva. ‚Maestra, si è persa?‛. Lo presi per un orecchio con forza. Si divincolò e mi sferrò un calcio alla tibia. Tutto questo appena entrati in aula, davanti agli altri piccoli bastardi. Non fecero in tempo a scoppiare in una fragorosa risata che io avevo già tirato quel maledetto ceffone. Scoppiò solo un silenzio inaspettato. Pochi secondi, lunghissimi. Poi il pianto, le urla, la corsa. La fine.


Il preside mi licenziò e io non trovai più un lavoro. La notizia spuntò sulla Stampa, un trafiletto nelle pagine della nostra provincia. MAESTRA PICCHIA BAMBINO DAVANTI AI PICCOLI COMPAGNI DI GIOCHI. Cominciarono i dottori, le visite, i certificati. Le giornate si assomigliavano tutte, un amaro far niente. Poi, il signor Lamonato, che insegnava anche lui nella mia scuola, arrivò a casa mia con un cucciolo scodinzolante. ‚Anna, devo piazzare cinque di questi piccoletti, prenditene uno, ti terrà compagnia, lo sai che avere cura di un animale fa bene‛.

Quando non vado al campo d’aviazione vengo a dar da mangiare ai cigni. Al cigno, sarebbe meglio dire. Visto che ne è rimasto uno solo. L’altro è morto un paio di mesi fa. Il vigile, che è venuto per un po’ a tener d’occhio lo stagno piccolo, dice che sono stati dei vandali ad ammazzarlo. ‚L’hanno fatto avvicinare con del mangiare e poi hanno cominciato a prenderlo a bastonate‛. Quando lo diceva sembrava fregarsene. Sembrava solo assonnato, non sembrava che fosse lì per prenderli, quei maledetti. Io, tutte le volte che arrivo dal cavalcavia e scendo verso i giardini, ho sempre paura di arrivare e trovare il povero cigno bastonato. Appoggio la bici agli alberi o la lascio cadere sul prato, prendo il sacchetto del pane vecchio che buttano in mensa e comincio a sbriciolarlo. D’estate è facile, un gioco da ragazzi. D’inverno invece mi gelano le mani, diventano tutte viola e quando faccio tanti piccoli pezzettini, e le briciole cadono ovunque, ho tanto male che vorrei infilarle sopra il termosifone. Però il cigno mi conosce. Faccio piano, non lo chiamo. Comincio a buttare un po’ di pezzetti piccoli nell’angolo dove c’è il sasso più grande e lui, muovendo la testa di


lato, si avvicina e becca nell’acqua. Io continuo, lo guardo, e ho tanta voglia di ridere. Lui sembra contento. Vorrei dirglielo che se li becco, quelli col bastone, li ammazzo, ma lui è solo un cigno col culo infilato in quest’acqua scura. Non mi capirebbe mai. Ma non è importante, non fa differenza. Richiudo il sacchetto dopo aver controllato se è avanzato abbastanza pane per la prossima volta e vado verso la parrocchia. Difficile che mi fermi. Ci sono persone che non mi convincono. Un paio di drogati. Dormono sdraiati per terra, con tutta la loro roba sparpagliata attorno. Cartoni di birre, lattine vuote, tutta una sporcizia. Da noi se trovano un casino simile attorno alla mia branda mi cacciano fuori. Una volta la madre superiora ha cominciato ad urlare contro un barbone ubriaco marcio, che puzzava da vomitare. Luisa, quella che gira per tutta la città a dar da mangiare ai gatti, diceva che la suora l’aveva ammazzato, il barbone. Io penso che sia solo andato in un'altra mensa. Poi, a parte i drogati, c’è sempre una signora. Piccolina, ha una gonna marrone chiaro e un maglioncino rosso. Quando fa caldo è senza maglione e al suo posto ha una camicetta, sempre rossa. Delle lenti talmente spesse che non ho mai visto gli occhi, non so neanche se ce li ha, gli occhi. Rimane sempre nella strada che costeggia il parchetto. Cammina vicino ai grandi alberi. Ogni tanto fa dei gesti strani. Sembra che stia portando a spasso un cane, ma il cane non c’è.

Al parco ci vado ancora. Anche senza Pino. Ormai è un abitudine e non riesco a farne a meno, non ci posso proprio far niente.


Arrivo, faccio due passi come quando Pino scorrazzava contento, aspetto che vengano le cinque e mi incammino verso casa. A volte mi confondo, e lo cerco nel verde. Cerco quella macchia bianca e nera con la coda. Mi aspetto di vederlo saltar fuori da qualche rovo con una porcheria nuova in bocca. O di vederlo sfrecciare dietro a un miao più veloce di lui, come se cercasse di prendere il lamento e non l’animale. Ma Pino sono due anni che se n’è andato. Dodici anni, aveva. Era un martedì, pioveva. Da circa una settimana il veterinario mi pregava di fargli la puntura ma io non volevo. Ho aspettato, fino all’ultimo. Tutti i lamenti, il suo pianto. Poi basta, solo il rumore della pioggia che si spaccava sul mio balconcino. Ho acceso la tele, son rimasta lì per ore, non volevo pensare, ascoltavo quelle persone che parlavano con Maurizio Costanzo. Sembravano disperati, come me. Raccontavano di storie stravaganti, umilianti. Gente che sprofondava nella miseria, che cercava in quel teatro una ricompensa del maltolto. Gente che portava il suo personale disastro su quel palco, sotto quelle luci chiare, vicino a quel pianista ciccione. Mi sono addormentata così, con la tele che mandava materassi e reti, e Pino vicino che non c’era più. I giorni dopo andai alla Cascina Azzurra, il canile più grande nei paraggi. Ci saranno stati una settantina di cani, appollaiati nelle loro gabbie. Notai subito un bastardino marroncino, un po’ spelacchiato ma messo abbastanza bene. Saltava in aria quando vedeva qualcuno, facendo quasi un giro completo prima di ricadere a terra, come se volesse piroettare nel cielo. Sembrava bello vispo, allegro. Chiesi informazioni, subito. Aveva tre anni. Trovato lì vicino, con segni evidenti di bastonate e grandi tagli da catene. La ragazza del canile pensava che lo portassi subito a casa, al volo. ‚Guardi, sembra che la conosca da sempre‛. Non lo portai con me quel giorno, né in seguito. Tutte le volte che torno, arrivo lì davanti, parcheggio. Entro piano, aprendo senza forza il cancello arrugginito. Quando sono a pochi metri


dalla gabbietta lui mi vede e comincia a saltare in aria, con continuità. Io lo saluto ma le gambe cominciano a farmi male, sento un dolore unico, dappertutto. La testa mi avverte che è ora di tornare a casa e mentre mi allontano lo sento che smette di far evoluzioni e ritorna nella cuccia. Vorrei, ma non ci riesco, tutto qui.

In parrocchia tutti si lamentano della mensa. Si lamentano delle brande, del riscaldamento, delle docce, di tutto. Io, no. Rispetto all’orfanotrofio dove son cresciuto tutto mi sembra tanto bello, caldo, asciutto, tranquillo. Qui le suore si ricordano il mio compleanno. La superiora ha appuntate su un’agenda le date di tutti i nostri compleanni. Erano anni che non lo festeggiavo. All’orfanotrofio nulla di tutto questo. L’unica cosa bella era quando arrivava il signor Fiore. Il signor Fiore non aveva un nome, era solo signor Fiore. Aveva un furgoncino Fiat, tutto bianco con una bella striscia rossa dietro. Caricava i ragazzi bravi a giocare a pallone, li portava alla Don Bosco a far allenamento. Ogni tanto passava anche la domenica e chiedeva se c’era qualcuno che voleva andare a vedere l’Alessandria. La prima volta il cielo era bianco. Da noi capita spesso, in inverno. Al mattino la nebbia copre tutto, nasconde le cose. Al pomeriggio al posto del blu del cielo c’è un bianco strano, opaco. Il signor Fiore ci appoggiava alla rete verde, con i quadratini storti. Io infilavo i piedi tra la rete e il muretto, tenendomi forte con le mani, fermo e immobile proprio sulla linea di metà campo. Vedevo i giocatori belli grossi vicino a me, mentre sull’altra fascia erano piccoli e senza le gambe. Mi chiedevo come mai il campo era in salita, poi il signor Fiore mi diceva ‚a schiena d’asino‛ e io mi calmavo. Quella partita vincemmo due a zero.


Gli altri avevano una maglia bianca e nera, a strisce. Noi eravamo tutti grigi, coi pantaloncini neri. Io non avevo mai visto una squadra di calcio alla televisione con la maglia grigia. Mi sembrava il colore giusto per noi. Lì, attaccato alla rete, sotto un cielo tutto bianco, in mezzo ad anziani che sputavano all’uomo con la bandierina, mi sentivo anch’io tutto grigio. Da quel giorno, tutte le volte che potevo mi piazzavo davanti alla linea del centrocampo. A fine anno ci fu l’ultima partita con il Pavia. Il signor Fiore mi disse che se vincevamo andavamo in serie c1. Ero nervoso, il tempo passava e noi non riuscivamo ad avvicinarci al loro portiere. Gli anziani sputavano più del solito, e qualcuno cominciò a lanciare oggetti, ombrelli, scarpe. Poi, successe una cosa. Una palla inutile, che andava verso la bandierina, e il loro terzino che con un calcio esagerato tira giù il nostro centravanti Pasquali (Pasqualone, come lo chiamava il signor Fiore). Rigore. Pasqualone era alto, sembrava grasso, ma correva abbastanza veloce e quando arrivavano i cross in un modo o nell’altro li prendeva sempre. Prese il pallone. Non volevo guardare, girai la testa quando cominciò la rincorsa, ma la rigirai in tempo per vedere il portiere da una parte e il pallone, piano piano, dall’altra. Saltando presi in pieno il signor Fiore nel mento. Lui non si arrabbiò e mi abbracciò forte, stretto, mentre i vecchi intorno a noi bestemmiavano contenti in dialetto. Dopo pochi mesi i due ragazzi più bravi dell’istituto cambiarono orfanotrofio e il signor Fiore non passò più. Anni dopo ritornai allo stadio ma i giocatori erano cambiati. Alti, magri, giocavano bene palla a terra ma erano tutti uguali. I loro capelli lunghi, coi cordini, come le donne. Pasqualone aveva smesso.


A scuola ero brava. Studiavo con profitto. Mi piaceva, semplicemente. Mi immergevo nei libri e ci passavo le giornate intere. Quando studiavo storia viaggiavo a ritroso nel tempo, cercando di immaginarmi dentro alle pagine che scorrevano. Mi vedevo con abiti di stracci, senza acqua corrente, senza luce, povera. Mi vedevo ovunque. Le altre ragazzine uscivano spesso, avevano un mucchio di cose da raccontarsi, a scuola. Io uscivo poco, e non potevo raccontare quello che facevo a casa. Mi avrebbero deriso. Tutto il giorno sui libri, fantasticando di sciocchezze. Immersa in un mondo tutto mio – falso. Passarono gli anni e i voti erano sempre più alti. Invidia e cattiveria. Non mi sopportava quasi nessuno, non capivano cosa ci provassi a essere così brava. La prendevano sul personale, pensavano volessi umiliarli. Ogni domanda, ogni compito. C’era sempre e solo la mia mano alzata, il mio compito nuovo immacolato, perfetto. Il mio posto preferito era la scuola. I banchi, i libri, le maestre che erano sempre gentili e cordiali con me. Andai a Lettere, Torino. Volevo insegnare, volevo rimanere dentro quell’edificio in cui ero cresciuta, volevo spiegare tutte le cose belle che avevo imparato in quegli anni. Quattro anni di treno, tutti i giorni. L’abbonamento scontato per via di mio padre ferroviere. La media alta, altissima. Studiavo in facoltà, studiavo sul treno, studiavo a casa, studiavo in ogni dove. I soldi non erano tanti e non potevo permettermi di finire con calma. Dovevo solo laurearmi, il prima possibile. Passarono quei quattro anni e mi sembrarono pochi mesi. Ero cambiata, anche fisicamente. I viaggi, la tensione, il nervoso mi avevano cambiata. Cominciai ad avere problemi di vista, e spuntarono questi occhiali spessi come fondi di bottiglia. Arrivata alla laurea mi accorsi di dimostrare dieci anni in più, ma ero felice, mi sentivo arrivata. La cattedra mi aspettava. Le prime classi, bambini ordinati, puliti, bravi, tranquilli. Integravo al classico programma cose più ardite, piccole ricerche fatte da me in passato. Cercavo la maniera migliore per suscitare interesse in quelle


giovani testoline vergini. Cercavo i loro occhi vivi, provando a capire se riuscivo veramente a toccare qualche tasto nascosto. La città cresceva verso l’alto, con palazzoni grossolani. I bambini cambiavano, sempre più sicuri nella loro arroganza, sicuri di potersi permettere tutto e il contrario di tutto. Il motivo per cui ero dietro a quel mobile di legno e acciaio cominciava a nascondersi. Scomparve.

Questa maledetta catena fa di nuovo quel brutto rumore e da un momento all’altro mi lascerà a piedi. Come la settimana scorsa, quando a momenti cado a metà del cavalcavia, con tutti quei maledetti motorini che arrivavano da tutte le parti. Devo ricordarmi di farla vedere. Oggi non ci riesco, devo ancora passare a dar da mangiare al cigno, ma domani vado, sicuro. Fa un freddo terribile, dalla bocca escono nuvole grigie e i guanti nuovi fanno fatica a scaldarmi le mani che prendono le manopole. Il cemento scuro è quasi tutto pieno di foglie e la signora con il cane immaginario abbassa la testa quando le passo vicino. Freno e poso la bici contro il solito albero. Tiro via il sacchetto dal portapacchi. Lo apro. Faccio due passi verso la staccionata marrone. Il cigno è dalla parte lontana del laghetto, sembra guardare due ragazzi in piedi, dall’altra parte. Due tossici. Uno dei due si agita, si lamenta. Sembra che abbia preso la scossa. Si muove tutto a strattoni. Ha i capelli alti a spazzola da una parte, completamente rasati dall’altra. Un occhio è semichiuso, come se non funzionasse. Fermo sulle gambe, lancia le braccia avanti e indietro, ruotando il capo a strappi. Si sente un rumore uscire da due grosse cuffie, enormi per quella piccola testa tutta ossa. Ripete qualcosa che non capisco. ‚Uon bai uon… Uon bai uon‛.


Il tipo con la bici arriva puntuale. Tutte le volte mi passa vicino, un po’ troppo forte, per i miei gusti. Mi fissa. Mi osserva in quel secondo in cui ci incrociamo. Non mi dà fastidio, ma non capisco il motivo per cui mi guarda. Butta la bici contro l’albero. Si avvicina come sempre all’acqua per dare il pane secco al cigno. Ha sempre addosso un giaccone un po’ troppo grande e una sciarpa grigia, lunga fino quasi alle ginocchia. Sembra vestito con la roba dei ciechi. Però è pulito e ordinato, quasi sempre con la barba fatta. Oggi ha compagnia vicino al laghetto. Due ragazzi come se ne vedono tanti. Di solito girano qui in un gruppetto di una decina, con la loro musica nelle cuffie. Maleducati. Quello biondiccio con la testa da moicano balla, o cerca disperatamente di farlo. L’altro giocherella con dei sassi, non lo degna di uno sguardo. La musica arriva quasi fin qui. Il ritmo è stranissimo. Sbagliato. Non segue un percorso regolare, sembra a volte più lenta, a volte più forte. Lui pare tarantolato e dice forte ‚One by one… One by one‛.

Spezzetto il pane. Lo faccio piccolino, non voglio che faccia fatica a beccarlo. Comincio a buttarlo vicino. Lui gira il collo lungo e tira dalla mia parte. Uno dei due tossici lancia un sassolino in acqua. Faccio finta di non guardarlo ma non ci riesco. Mi vede. Continuo. Il cigno becca felice. Il tossico si abbassa, cerca tra i sassolini, come per prenderne uno più grande. Dice qualcosa che non capisco. Qualcosa di brutto.


Sento tanto caldo. Sento di aver ingoiato qualcosa che batte. Si abbassa di nuovo. Ritorna in piedi. Stavolta capisco quello che dice. Lo sento. ‚Vieni che ti do da mangiare io‛. Il sacchetto bianco del panettiere cade per terra e mentre sto correndo lungo il bordo del laghetto penso che questo maglione è troppo pesante.

Il tizio della bici butta il pane vecchio al cigno. Uno dei due ragazzi è vicino alla staccionata. Sparisce oltre la siepe sgarrupata. Riappare con qualcosa in mano. Richiama a sé il cigno, alzando la voce. Il ciclista parte, di scatto, verso di lui. Lo afferra. Il ballerino maldestro dà la schiena alla scena. Completamente fuori sincrono dimena il corpo e la testa in una specie di danza tribale. Sembra totalmente impazzito, fuori controllo, non si accorge di nulla. Alle sue spalle si rotolano nell’erba. Vorrei intervenire ma sono spaventata.

Non può passarla liscia così. Cerco di colpirlo. Voglio dargli un pugno ma sbaglio. Cado. E’ sopra di me. Mi copro la faccia e scalcio. Lo prendo e sento il rumore che l’ho preso. Sputa, il bastardo. Mi salta addosso e insieme giriamo nel prato. Finiamo contro l’altalena e lui prende con la testa il tubo più grosso. Non si muove più.


Mi alzo di scatto e ho tanta voglia di piangere. Sento bruciare le braccia. Mi tolgo qualche pezzetto di verde da addosso.

Viene verso di me con le lacrime agli occhi. L’altro si sta alzando piano, si massaggia la testa. Si guarda la mano per vedere se sanguina, scrolla il capo e si mette a sedere per terra. Il suo compare invasato ha smesso di ballare. È immobile. Non si capacita di quello che è successo. Fissa il suo amico seduto vicino ai giochi dei bambini. Lo raggiunge, lo aiuta a rialzarsi. Si dicono qualcosa. Prima fanno un paio di passi verso di noi, poi si allontanano. Io tremo e tengo per mano quest’uomo di una quarantina d’anni, fatto su in una sciarpa sgualcita dell’Alessandria, che piange, come un bambino.

Onebyone  

Un racconto di Alessandro Milanese. Il terzo di quelli della Collana della Regina

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