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ndo nel cuore del Mato Grosso la più straordinaria "città deiragazzi" che esista al pellegrino della povertà e dalla morte centinaia di piccoli diseredati, si è improvvisato

>on Ernesto Sassi mondo, Milano, ottobjffxr/& orumbà è una cittadina del Mato Grosso, ai confini cori F la Bolivia, bagnata del fiume Paraguay e per tre quarti circondata da paludi. Il salesiano don Ernesto Sassida, che ha quarantacinque anni e che da trenta ci vive in missione, sostiene che non sarebbe nemmeno segnata sulle cartine geografiche, se non fosse per il fatto che i geografi non vogliono lasciare in bianco un'enorme fetta del Brasile. Può darsi che sia vero, ma l'importante non è quel microscopico cerchietto sulle mappe, l'importante è che a Corumbà stia crescendo, lenta ma sicura, una "città di bambini" che non ha l'uguale al mondo. Se esistono le mappe della carità, questa cittadina dell'immenso Brasile dovrebbe essere indicata con i grossi caratteri usati per le capitali, così come avverrebbe per Lambaréné, dove Schweitzer spese la sua vita a curare i lebbrosi, o per Inverigo, dove don Gnocchi insegnava a sorridere ai mutilatini. Questi luoghi sono abbastanza numerosi e noti, ma la storia di Corumbà, abitata da quarantaclnquemila persone, ottomila delle quali stipate nelle baracche di una favela, è ancora sconosciuta.

Cronaca di M A R I O

PA1NCERA

C

L'emulo di don Bosco

Miracolo a Corumbà Le favelas, che sorgono e dilagano alla periferia di molte città brasiliane, sono qualcosa di peggio delle bidonvilles di alcune metropoli europee, e i loro tuguri di legno e latta incrostati di fango accolgono la più desolante umanità che sia dato immaginare. E' l'umanità che si eccita nell'orgiastico rito della "macumba", che danza per le strade di Rio durante il carnevale, preferisce l'ozio al lavoro, si abbrutisce con l'alcool, si nutre di fagioli, riso, carne secca e farina di manioca abbrustolita. Gli ottomila favelados di Corumbà occupano circa milleduecento baracche. Una media di sette persone per baracca. Tolti un uomo e una donna adulti (che raramente sono sposati e quasi mai legittimi genitori dei figli che vivono con loro) rimangono cinque, tra ragazzi e bambini, i quali vivono quasi di niente. E ciò è tanto vero che, se le statistiche non ingannano, su tre neonati uno muore di fame e un secondo di malattia, mentre il terzo scampa solo pei' diventare un miserabile. Don Ernesto Sassida racconta queste cose e si scalda, lui che, nato a Montespino, in provincia di Gorizia, ha forse un po' di gelido sangue slavo nelle vene. La commozione gli fa diventare gli occhi rossi. Il sacerdote è un uomo quadrato, che non dimostra gli anni che ha, porta i capelli neri a spazzola ed ha la faccia pulita di chi è più abituato a fare i conti con Dio che con gli uomini. Credo che, con la vita che ha alle spalle, sappia fare tutti i mestieri; inoltre insegna scienze e lettere, compone musica e suona l'organo come un concertista. Adesso il suo vero mestiere è quello di portare avanti la costruzione di una città di cui ha aprpena gettato le basi. Quando tocca questo tasto, don Ernesto sembra sul punto di scoppiare e da una sua piccola cartella nera estrae

Milano. Don Ernesto .Sapida, il .salesiano che, sull'esempio di san Giovanni Bosco, raccoglie, sfama e istruisce centinaia di bimbi della "favela" di Corumbà (Mato Grosso). La "favela" è un agglomerato di baracche e capanne che si stende alla periferia di alcune città brasiliane e i cui abitanti vivono nella più grande miseria. Secondo le statistiche, su tre bambini delle "favelas" uno muore di fame e un secondo per malattia. Don Sassida, nato a Montespino (Gorizia) 45 anni fa, vive da trent'anni in missione. Attualmente si trova in Italia alla ricerca di "padrini" e "madrine" per la sua opera. decine di fotografie con le immagini di quello che è diventato il suo mondo. Il missionario, che è decimo di undici fratelli e che appena quindicenne lasciò il paese per andare a farsi sacerdote nella terra di missione che la Provvidenza gli aveva destinato, conosce il giusto valore della famiglia e dei bambini. I bimbi delle sue fotografie sono per lo più negri o meticci; ce ne sono di appena

verno costruendo case nuove e offrendo un lavoro a parecchi capifamiglia; ma costoro hanno generalmente preferito cedere ad altri la loro abitazione, hanno evitato l'impiego fisso e sono tornati là donde erano stato cacciati. Abbrutiti da una vita senza speranza, i favelados riconoscono la bassezza del loro stato, ma non riescono a togliersi di dosso questa loro indolenza, che sembra addirittura far parte del paesaggio come le paludi e le foreste vergini. E' davvero grande la loro miseria? Basti un esempio. In molti tuguri, che, sia detto per inciso, sono peggiori dei nostri pollai, non c'è nemmeno lo spazio sufficiente per tutti i membri della famiglia: così i bambini che non riescono ad entrare rimangono all'aperto costretti a rincorrere gli spicchi d'ombra per difendersi dal sole tropicale ». Ricordate i "barboni" che rincorrevano il sole nel film Miracolo a Milano f

nati e altri adolescenti; non sono tanti, sono addirittura una turba. Sono, per intenderci, come pìccoli Pelè o Jair o Amarildo e parlano la stessa lingua del presidente Humberto Castelo Branco e del poeta Murilo Mendes. C'è una sola fonda.-nentale differenza: che se non vengono strappati alla favela, Xn qualche anno saranno degli spostati, degli oziosi, incapaci di inserirsi in una società, quella del lavoro,

che i loro padri respingono decisamente. « Ho provato a trasformare la favela partendo dagli adulti •, mi spiega il salesiano • ma non vi sono riuscito. Gli uomini non vogliono lavorare, non rispettano gli orari o piantano in asso l'impiego alla prima occasione. Naturalmente, il problema non è soltanto mio. Io non sono che un piccolo sacerdote. Si è impegnato a più riprese anche il go-

Poi, don Ernesto racconta altri più tristi episodi, che non è il caso di mettere sulla carta stampata. Sta di fatto che, visti inutili i tentativi dall'alto, il sacerdote cominciò la sua azione dal basso. Del resto don Giovanni Bosco, la cui opera e la cui santità sono le ispiratrici degli educatori salesiani, non si sarebbe comportato diversamente. Nel 1961, don Ernesto lasciò l'istituto in cui viveva con altri sei confratelli e si stabilì in una mezza baracca, nel cuore della favela di Corumbà (l'altra mezza baracca era abitata da una madre con nove figli). Lì trascorreva gran parte della giornata insegnando i rudimenti dell'abbici ad alcune decine di bimbi. Il resto del suo tempo lo passava in città a cercare soldi per rinforzare l'abbici con un po' di latte in polvere. I bambini divennero sessanta. Don Ernesto li divise in tre turni e procurò per loro tre maestre. Crescendo la scolaresca, infatti, egli non aveva più tempo libero per l'insegnamento; doveva, invece, correre di più per trovare più latte, più rìso, più farina abbrustolita. Chieder soldi è una delle peggiori calamità che possano toccare ad un uomo, ma don Ernesto sapeva che la sua questua sarebbe servita a sottrarre qualche vittima alle lugubri statistiche della miseria. Quindi, non si preoccupava. Tuttavia, mentre aumentava il numero delle bocche da sfamare, dei corpi da vestire, delle menti da educare, diminuiva il numero degli amici disposti a donare, e il salesiano fu costretto ad "emigrare", cercando a Rio de Janeiro e a San Paolo fonti più abbondanti per il suo apostolato. Quando i bimbi furono tanti che non stavano più nella mezza baracca, mentre i giornali e la televisione brasiliana si oceupa.vano di lui e del suo problema, l'emulo di don Bosco decise di costruire una nuova città proprio nello stesso luogo in cui vivevano i diseredati della favela, in modo da sconvolgere alle fondamenta quei piani della miseria morale e materiale, che nessuno è finora riuscito a distruggere. Non andò a cercare una posizione amena, non pensò di innalzare un grattacielo o una scuola modello. « Qui volete vi• il testo continua a pagina 49 •


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Granite City (Illinois). Tre suore dell'ospedale St. Klizabeth escono dal "garage" con 1 loro scooter a batteria e si avviano verso i rispettivi padiglioni per portare assistenza ai inalati. Quando suor Maria Tommasina ebbe l'idea delle motorette ne parlò al consiglio di amministrazione, e l'ingegnere Robert Edmonds, che ne faceva parte, preparò subito i progetti per il piccolo veicolo. • Con questo sistema », afferma orgogliosamente la religiosa « abbiamo raddoppiato quasi senza fatica la nostra attività a favore dei degenti ». Dopo gli ottimi risultati dell'esperimento, altri amministratori di ospedali americani hanno deciso di imitare le suore di Granite City.

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• il testo continua da pagina 47 • vere », disse « qui vivrete. Ma da uomini, non da bestie ». Così prese corpo la sua straordinaria "città dei bambini". Nel 1962, seguito da alcune centinaia di ragazzi, ragazze e bambini che appena sapevano reggersi in piedi, don Ernesto Sassida si trasferì nel primo dei dodici edifici che aveva in animo di costruire. Forse un altro, al suo posto, avrebbe eretto anzitutto la cappella. Ma lui pensò che il Signore lo avrebbe capito lo stesso e fece fabbricare un lungo porticato: da un lato mise l'altare per la Messa, dall'altro un teatrino, in mezzo i banchi di scuola. Sotto il palcoscenico del teatrino c'erano i servizi igienici. I bambini divennero mille, le maestre salirono a trentadue e don Ernesto si circondò di uno stato maggiore, per avere un aiuto e dei sostituti durante le sue assenze. Lo stato maggiore è formato dalla moglie del sindaco di Corumbà, da un sergente dell'Aeronautica, un poliziotto, un graduato dell'Esercito e un impiegato statale. Per raccogliere altro denaro, che arrivava a rigagnoli e partiva a fiumi, il salesiano fece appello agli italiani del Brasile, ai figli degli italiani, agli amici degli italiani e poi, ancora, agli amici degli amici e tutti fecero a gara nell'essere generosi perchè tutti, in fondo, si sentono un poco brasiliani come quelli che in questo grande Paese ci stanno da sempre. Don Ernesto seminò ovunque le sue idee di carità e ne ebbe frutti sufficienti per mandare avanti la sua comunità di bambini poveri che ogni giorno si moltiplicavano. Durante una delle sue apparizioni televisive, il missionario

mise all'asta un gruppo di animali della foresta: scimmie, uccelli rari, roditori, perfino un tigrotto, che egli aveva portato con sé dal Mato Grosso nelle città più prospere dell'Est e del Sud. Don Ernesto e i suoi animali erano inquadrati dalle telecamere, mentre da casa gli spettatori comunicavano per telefono le loro offerte. Lo spettacolo ebbe un successo tale che il sacerdote prese il primo aereo disponibile e tornò a Corumbà per avvertire i suoi bambini che la società non li dimenticava e che l'asta aveva fruttato un milione. I piccoli urlarono di gioia e iniziarono le discussioni sulla necessità di acquistare latte, medicine, quaderni, vestiti e scodelle per la cucina. La gioia nella favela fu breve: pochi giorni più tardi giunse la notizia che un gruppo di malintenzionati aveva truccato l'asta, alzando ad arte i prezzi in modo da scoraggiare eventuali veri compratori. La notizia era accompagnata da un assegno di undicimila lire.

La "favela" si trasforma Ma la società non è fatta solo di questi delinquenti. Don Ernesto doveva dimostrare ai bimbi, così atrocemente derubati, che gli uomini sono più buoni di quanto sembra e si mise ancora a rincorrere il pane, il riso, i mattoni, i libri e gli abiti per i più poveri p r o t e t t i . Adesso sta " inseguendo " dei padrini e delle madrine, cioè delle persone disposte a mantenere uno dei suoi bambini per un anno o due o, se possibile, fino a quando sarà in grado di mantenersi da sé. La sicurezza d'avere un amico che li aiuta, che vuol loro bene e li segue costantemen-

te procura ai figli innocenti dei disperati javelados quel calore umano che non hanno mai avuto. « Quando torno dai miei viaggi, i bambini mi si fanno incontro e vogliono conoscere subito i nomi dei fortunati che hanno trovato un padrino », racconta il sacerdote. « E non appena pronuncio i nomi, sento le grida altissime dei privilegiati; grida di incontenibile felicità. E tutti mi chiedono di descrivere questi loro padrini, se sono alti o bassi, se hanno i baffi oppure no, se hanno altri figli e dove abitano. Poi, tra gli uni e gli altri, inizia la corrispondenza e io noto ogni giorno un cambiamento: è la società della favela che si trasforma ». Fino ad oggi, don Ernesto ha trovato duecento tra padrini e madrine in Brasile. In Italia, dove è tornato per la prima volta dal lontano 1935, ne ha già trovati una ventina. Il mantenimento annuo di uno dei suoi piccoli mulatti costa cinquantamila lire. « E' duro parlare di soldi dopo un discorso sulla carità », dice « ma che cosa posso fare? Devo sfamare, vestire, educare mille bambini, che saranno duemila fra un anno e forse tremila fra due. Ho da costruire scuole, pagare insegnanti, aprire uno spaccio per la distribuzione del latte, edificare laboratori professionali, raccogliere medicine. La città dei miei bambini deve progredire. La cappella? Certo, verrà anche la cappella, ma i miei bambini pregano anche davanti al modesto altare che sta sotto il portico. Pregano perchè io trovi loro un padrino. Chi può aiutarmi a trovare un padrino per i miei piccoli meticci, che sono tanto buoni e tanto poveri? ». Mario Pancera

Granite City (Illinois). Suor Maria Tommasina mostra a un'infermiera la lista delle istruzioni per la giornata. Gli scooter a tre ruote, al manubrio dei quali sono applicati cestini metallici per il trasporto di medicinali, hanno una velocità di otto chilometri l'ora.

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Profile for La Città dei Bambini di Padre Ernesto Saksida

GENTE - Ottobre 1965  

Intervista rilasciata al giornalista Mario Pancera da Padre Ernesto Saksida per la rivista GENTE.

GENTE - Ottobre 1965  

Intervista rilasciata al giornalista Mario Pancera da Padre Ernesto Saksida per la rivista GENTE.

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