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I --U --A --V

Istituto Universitario di Architettura di Venezia cdL Scienze dell’Architettura - a.a.2007/2008

Caterina Mendolicchio

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Chiunque dica che può veder attraverso una donna si perde parecchio! GROUCHO MARX


percorso della rappresentazione Urbanistica_Leonardo Ciacci Workshop2006_Mathias Klotz Workshop2008_Sergio Camplani, Marina Montuori

percorso della conoscienza Archeologia classica_Monica Centanni Restauro_Francesco Doglioni Teoria e tecnica della progettazione_Valter Tronchin

a t’s n e d u t s adior phy gra 2


percorso della progettazione Progettazione 2_Giulio Dubbini

Progettazione 3_Alberto Ferlenga

Interni_Marco Rapposelli

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Trovo la televisione davvero molto istruttiva. Ogni volta che qualcuno mette in funzione l’apparecchio, me ne vado nell’altra stanza a leggere un libro. GROUCHO MARX Leggere significa prendere in prestito; tirare fuori qualcosa di nuovo da ciò che si è letto significa ripagare il debito. LICHTENBERG

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Le veritĂ  che contano, i grandi principi, alla fine, restano sempre due o tre. Quelli che ti ha insegnato tua madre da bambino. ENZO BIAGI

Teoria e tecnica della progettazione architettonica

Valter Tronchin 7


Le azioni del comporre

suddividere_LeCorbusier-cité de 3milion d’habitants

Siamo all’origine del fare architettura, nulla si sa, tutto si vorrebbe fare.

piegare_Liebskind-Judischemuseum,Berlin

traslare_Mondrian- composizione in nero e blu,1926

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Il corso, partendo da “Lezioni di architettura” di Franco Purini, col quale Valter Tronchin ha collaborato per diversi anni, mirava alla comprensione ed all’acquisizione dei principi base che guidano le scelte compositive di un qualunque manufatto architettonico. Suddividendo il concetto di progetto in una serie di “azioni-base” gerarchizzate tra loro (da Purini), ne sono state ampliate le nozioni con suggestioni prese a prestito da altre discipline, quelle che guardano alla “teoria della composizione” come a uno degli aspetti fondamentali del loro essere e “farsi”, quali arte, musica e filosofia; si è così giunti infine ad un piccolo manufatto concettuale che rappresentasse il percorso di studio da me compiuto durante il corso. Attraverso testi come “Linea Punto Superficie” di Kandiskji, “La vita delle forme” di Henri Focillon, “La metamorfosi delle piante” di Goethe o ancora “Il mondo interno del mondo esterno del mondo interno” di Peter Handke, “Flatlandia” di Carroll e l’opera di Max Bill, si sono venute a creare basi e suggestioni che, nel bene e nel male, hanno influenzato il mio modo di fare e vedere l’architettura e l’opera degli altri architetti.


compenetrare_Ghery-Guggenheim museum,Bilbao

Nel caso dell’elaborato finale, ho presentato un modello mentale dove veniva sintetizzato e iconizzato il sentimento moderno del pensare il manufatto architettonico. All’interno di una “casa” (o più in generale di un qualsiasi edificio), la natura si sviluppa rigogliosa e libera, senza venir minacciata dall’opera umana che anzi le lavora intorno con rispetto ed attenzione, traendo da essa ispirazione (un po’ come il mito della reggia di Ulisse, cresciuta attorno all’ulivo del talamo nuziale); al di fuori dell’oggetto architettonico, nella Natura, si innalza invece un’altra opera dell’uomo, l’oggetto d’arte, rappresentato dalla silouhette dell’”albero della vita” di Klimt. Nell’architettura di oggi c’è una volontà di mimesi nuova con l’ambiente, che non si manifesta necessariamente nella sua imitazione come nei secoli passati; allo stesso tempo però, il pavimento del manufatto che ospita l’albero naturale ne viene a poco a poco squarciato dalla forza delle radici, a simboleggiare un “memento mori” che sempre accompagna l’opera umana, ed al quale anche quella dell’architetto presto o tardi dovrà sottostare, decadendo al concetto di rovina. Unica consolazione, per dirla con Luis Khan, sarà la consapevolezza che “Good building would produce a marvelous ruin”.

gerarchizzare_Kenzo Tange-piano per Tokyo

limitare_Kahn-conveno suore domenicane, media pensylvania,1965

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Duplicare

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Leggere, come io l’intendo, vuol dire profondamente pensare. VITTORIO ALFIERI Ama l’arte, fra tutte le menzogne è ancora quella che mente di meno. (Anonimo)

Archeologia classica e storia dell’arte greco-romana

Monica Centanni 13


De l’anfitheatro de Arimino

rilievo e ipotesi di ricostruzione di Guglielmo Meluzzi

ricostruzione esterna del Finamore, 1940

vista aerea della campagna di scavo del 1937

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Il corso tratta di archeologia “classica”, cioè di antiquaria e filologia come fu inteso dal Cinquecento fino a poco prima della grande rivoluzione della metodologia scientifica dell’Ottocento. Non solo, ma la professoressa Monica Centanni, filologa con la passione per l’architettura ed esperta di teatro classico, ha dato alle lezioni un taglio decisamente trasversale (ed originale), indagando i nessi tra arte, filologia, iconologia, architettura antica per lo spettacolo (teatri ed anfiteatri) e teatro nella sua duplice forma di testo scritto e rappresentazione, è stata inoltre affrontata una sessione dedicata alle iconologie del classico e ai miti greci nel mondo del cinema, affrontando autori come Fellini, Pasolini e Woody Allen. Aby Warburg e i testi dei tragediografi classici sono state le fonti principali della bibliografia, ma questa tenderebbe ad allungarsi molto di più se si prendessero in considerazione tutti i manoscritti consultati per l’elaborato finale. Quest’ultimo consta di una tesi di approfondimento su di un teatro o un anfiteatro, più o meno conosciuto, di cui si sarebbe analizzato: lo status quaestionis del manufatto, una relazione illustrativa comprendente il quadro storico-urbanistico e una descrizione dei resti archeologici con relativa storia delle campagne di scavo operate su di essi; rilievi e campagne fotografiche; infine un’ipotesi di progetto liberamente scelta tra un quadro generale di restauro dei resti (nel


F.Hogenberg, 1572, da “Civitatem Orbis Terrarum” voll.IV, “Orbium Precipuarum Totius Mundi”

Carlo Giuseppe Fossati, incisione, 1790

viste aeree dello stato attuale dell’anfiteatro e del teatro di età romana a Rimini

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Menade e Satiro, I d.C., Rimini

caso di sito in abbandono o poco conosciuto) o un allestimento scenografico di un’opera classica ed infine la compilazione di una bibliografia ragionata.

mosaico dalla Domus del Chirurgo, II-III d.C., Rimini

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Guardare l’architettura e il teatro dal taglio dell’iconologia e della filologia rende uno studente più consapevole della presenza (e della ricchezza) di un fitto linguaggio simbolico che pervade e unisce tutti i campi delle grandi discipline umanistiche “classiche”: capire le esigenze comunicative di un uomo rinascimentale aiuta di riflesso a capire tutto il sistema di riferimento figurato, dove anche l’uso l’architettura e la riscoperta del canone classico ne sono parte essenziale; non solo ma seguire la storia di un mito greco che muta forma, nome e attributi simbolici attraverso i secoli per poi rispuntare ai giorni nostri magari sotto forma di pubblicità deve rendere consapevoli della memoria di clan che noi occidentali abbiamo ereditato e di cui facciamo uso spesso in maniera molto poco consapevole. Questo corso quindi, al pari delle teorie della composizione, è riuscito a fornire gli strumenti intellettuali per riconoscere, capire e poter utilizzare il mondo affascinante ma scivoloso dei richiami simbolici.


mosaico triclinare raffigurante il porto di Ariminum, Rimini

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Un allestimento scenografico per il Festival del mondo antico

Nel 1998 è stato ultimato il progetto di restauro relativo all’anfiteatro: da questa occasione prende le mosse la rassegna culturale “Antico/Presente”, nata proprio per celebrare l’evento e allo stesso tempo promuovere l’immagine della Rimini romana (e di quella intellettuale). Dopo sole tre edizioni la rassegna ha cambiato nome in “Festival del mondo Antico”, ampliando il calendario degli appuntamenti e il numero degli ospiti e tale è rimasta fino all’odierna edizione, la X, con l’inaugurazione di un altro sito estremamente importante per la città: la domus del Chirurgo, in cui sono stati rinvenuti reperti medici unici al mondo. Nell’ottica di un possibile allestimento teatrale all’interno della cornice dell’anfiteatro, si è scelta la commedia di Aristofane “Nuvole” per il carattere leggero con cui tratta argomenti civici e politici, per il suo clima etereo e d’evasione, per l’elegante ironia dei testi e per una sorta di “vocazione alla commedia” che ha caratterizzato tutti i precedenti allestimenti in questo stesso luogo (ed infine per la vocazione alla risata molto sentita in Romagna).

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L’ipotesi di progetto consta di due versioni, una più concettuale, trasforma il Pensatoio socratico in una scala che si avvicina al cielo senza riuscire a raggiungerlo, ma capace solamente di attorcigliarsi su se stessa in eterni ritorni, questo per dare all’ironia con cui Arisfotane ha permeato tutta l’opera anche un forte riferimento visivo; l’altra, invece, gioca sulla suggestione dell’aria e delle “nuvole” appunto, fornendo al coro delle nuvole/discepoli strumenti scenici capaci di creare vere e proprie coreografie: anche i riferimenti iconografici vengono qui desunti dal repertorio classico riminese, dove il Pensatoio assume le forme semplificate dell’Arco d’Augusto (ma anche del Tempio Malatestiano) e i panneggi che fluttuano incessantemente mossi dal vento o dal coro richiamano l’aria e allo stesso tempo l’ambiente marino caratteristico di Rimini e la sua perduta vicinanza con l’Anfiteatro, che in antico sorgeva proprio sulla spiaggia a poca distanza dal porto.

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La pietra pesa eppur è sempre appesa. AUGUSTO ROMANO BURELLI Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi. TOMASI DI LAMPEDUSA

Restauro

Francesco Doglioni 23


...E scoprire quel “caricarsi di segni” in superficie...

Il corso del professor Doglioni si presenta come il più completo tra quelli dell’offerta formativa: uomo di grande scienza, ha impostato le lezioni sul riconoscimento a vista dei “sintomi” dell’edificio, e come un bravo medico ci ha insegnato a saper vedere e valutare i dissesti statici e le forme di degrado più comuni nei manufatti storici e applicare soluzioni le meno invasive possibili, credendo fermamente nel principio della pura conservazione. Ha così affiancato in maniera assidua durante tutto il corso chimici, ingegneri statici e professori di tecnologia dei materiali a conferenze sulla storia e sulla teoria del restauro, valutando i due aspetti (quello decisamente tecnico e quello puramente teorico) assolutamente inscindibili. Fin da subito ci ha messi di fronte alla realtà “fisica” degli edifici storici con sopralluoghi e lezioni en plein air e assegnandoci a gruppi un elaborato propedeutico all’esame finale in cui veniva appunto richiesta un’analisi concentrata sullo stato di degrado di un edificio a nostra scelta con relativo progetto culturale e lo sviluppo di un piano di massima dell’intervento conservativo.

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L’elaborato si focalizza quindi su Palazzo Sansoni-Raspi . Questo edificio si caratterizza fin da subito come un palazzo nobiliare gotico, peculiare nella sua tipizzazione, edificato in un periodo che vede un po’ in tutta Venezia un ampio fiorire di cantieri. Questi spesso facevano ricorso alla tecnica del reimpiego, soprattutto nei confronti dei materiali più pregiati (come i marmi e la pietra d’Istria) rintracciabili in città o attraverso demolizioni o parziali smantellamenti di paramenti murari di altri palazzi prevalentemente di età Bizantina, oppure utilizzando riadattandola la grande quantità di materiali preziosi facenti parte dei “bottini di guerra” delle crociate che a quell’epoca cominciavano ad affluire nei magazzini della Repubblica dal vicino Oriente. Colpisce nel manufatto la presenza di un mini-balconcino (è il caso di dirlo) a mezza altezza del poggiolo rinascimentale che fa scoprire all’osservatore l’ estensione di un retrostante solaio per tutto il piano nobile! Questo intervento, estremamente recente peraltro, è stato tacciato di lesivo e speculativo in un articolo apparso su una rivista specializzata nel settore del restauro.

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Studio del dissesto dell’angolata e azione delle spinte sul portale

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il degrado degli elementi lapidei

I materiali lapidei subiscono un lento ed inevitabile degrado per cause molto varie tra loro, spesso combinate (dagli agenti atmosferici ai depositi aggressivi all’intima composizione materica del medesimo).L’acqua e i suoi passaggi di stato dovuti alle oscillazioni di temperatura e alla sua azione combinata col vento è senza dubbio una delle cause principali e provoca esfoliazione, erosione, polverizzazione, disgregazione o addirittura fratture quando è combinata ai carichi dell’edificio. Gli attacchi più aggressivi vengono comunque dalle sostanze acide portate in soluzione nelle piogge che si depositano e ruscellano sulle superfici.

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obiettivi e azioni del cantiere

_mantenere la lettura stratigrafica intatta per quanto possibile _attuare una “politica del frammento” intervenendo in maniera mirata e puntuale _perseguire la compatibilità, reversibilità e differenziazione dei materiali eventualente aggiunti _assicurare il miglioramento statico dell’angolata e fondazionale _rimuovere le cause più gravi di degrado _neutralizzare gli stati più avanzati di degrado

_trattamenti idrorepellenti e antimicotici su mattoni ed elementi lapidei _pulitura delle apparecchiature murarie _pulitura croste nere _risarcitura mattoni e giunti _ristabilire adesione e collaborazione tra le parti costruttive della fabbrica _irrigidimento dell’angolata mediante tiranti _consolidamento di murature e fondazioni _rendere collaboranti i nuovi solai con la muratura mediante tiranti

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Viaggiando si può realizzare che le differenze sono andate scomparendo: tutte le città tendono ad assomigliarsi l’una all’altra, i posti hanno mutato le loro forme e ordinamenti. Una polvere senza forma ha potuto invadere i continenti. ITALO CALVINO Il destino dell’architetto è il più strano di tutti. Molto spesso mette tutta la sua anima, tutto il suo cuore e passione nel creare edifici nei quali non entra mai di persona. JOHANN WOLFGANG GOETHE

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Le cittĂ  come i sogni sono costruite di desideri e di paure. ITALO CALVINO

Urbanistica

Leonardo Ciacci 35


Rivivere il limite laboratorio di rigenerazione urbana

Il corso tenuto dal professor Ciacci ha preso le mosse dalla visione e dal commento di innumerevoli filmati, dagli anni ‘20 fino agli anni ‘60, tutti vertenti sul tema urbanistico, dai primi tentativi di analisi e descrizione di una forma urbis, alle propagande originali inglesi delle prime garden-cities, fino alla crisi post-moderna del concetto di città e all’analisi del policentrismo metropolitano su vasta scala. Dando particolare rilievo alla relazione tra la descrizione dell’oggetto (analisi urbana) e il progetto della sua trasformazione (disegno urbanistico) e alla definizione di spazio pubblico e di spazio privato; il corso ci ha portato attraverso uno strumento di indagine difficile ma estremamente interessante da utilizzare, quale può essere una comune videocamera, a produrre un brevissimo filmato di indagine su di un intervento urbanistico di modeste dimensioni, soffermando l’attenzione non solo ai flussi umani e alla descrizione dello spazio, ma cercando di mettere in luce soprattutto le relazioni tra

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figure professionali e disciplinari diverse che la disciplina ha prodotto, prima in termini conflittuali, tra ingegneri e architetti e di collaborazione, dopo, tra architetti urbanisti, sociologi, economisti, ecc.; lo scopo finale era quello di produrre uno strumento di educazione alla città e alla partecipazione dei cittadini al progetto urbanistico. In effetti, il tema principale affrontato nel video è stato il cercare di mostrare le relazioni reciproche che hanno caratterizzato i rapporti tra le figure principali coinvolte nel lavoro urbanistico, quella del committente, quella del l’urbanista e quella dell’utente, in contesti amministrativi e sociali e temporali diversi, e mostrare quale prodotto essi abbiano generato, quale sia il suo indice di fruibilità e gradimento, e la possibilità finale di un’ulteriore ipotesi di progetto di miglioramento urbanistico, fndato però quest’ultimo sulla partecipazione degli abitanti del quartiere.

studi di distribuzione in base a diversi parametri: verde pubblico/privato;alloggi studenteschi/convenzionati/a libero mercato; ristrutturazioni/ex-novo

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Junghans_videoclip (3’24’’)

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Intervento critico sul progetto: una nuova gestione del verde pubblico

Accostandoci al piano di recupero realizzato alla Giudecca abbiamo adottato un approccio di analisi “incrociata” mettendo in relazione i materiali normativi raccolti con sopralluoghi sul campo ed interviste qualitative dirette. Sulla base delle testimonianze di coloro che abitano il quartiere abbiamo appreso che l’intento di riqualificare l’area si è concretizzato, gli edifici sono infatti popolati da variegate tipologie di utenti, da giovani famiglie a studenti, da ex residenti di Venezia centro storico ad anziani che sono nati e cresciuti nell’isola: alla domanda “come si vive a Giudecca?” la risposta immediata è “mi me trovo ben!”. L’opinione che i residenti hanno nei confronti della nuova Junghans è quindi globalmente positiva ma non mancano delle perplessità: gli spazi pubblici previsti non sono sufficienti a soddisfare il più comune bisogno del vivere uno spazio verde. L’ampia piazza priva di attrattive rimane completamente deserta per la maggior parte della giornata all’infuori del tardo pomeriggio, quando i bambini di scuole elementari e materne escono a giocare, popolandone lo spiazzo con partite a pallone, correndo in bicicletta o con il triciclo. Pare chiaro che lo spazio della piazza non sia adatto a sostenere contemporaneamente le esigenze dell’ormai consistente ed eterogenea popolazione. Il progetto in realtà prevedeva spazi commerciali al piano terra degli edifici attorno al campo, immaginando una più soddisfacente vita sociale del quartiere. Questi spazi restano tuttavia sfitti poiché manca un’iniziativa imprenditoriale

disposta ad investire sull’area. In questosenso abbiamo dedotto che la zona ex-Junghans è vissuta a Venezia come un’ambigua periferia. Considerata infatti la singolarità della situazione della città nel complesso sistema di percorsi, spazi pubblici, servizi e luoghi di particolare interesse culturale e l’ulteriore peculiarità di questo nuovo quartiere che ambisce a ripopolare una città che sta gradualmente svuotandosi, ci siamo trovati ad affrontare un anomalia nell’anomalia. Partendo da una condizione contraddittoria nell’organizzazione degli spazi ci siamo chiesti cosa potesse avere senso come progetto di luogo pubblico nell’area. Nel rispetto delle esigenze di tranquillità come di intrattenimento, di isolamento come di integrazione e di tradizione come di contemporaneità, abbiamo trovato nel bunker in disuso risalente alla seconda guerra mondiale, collocato all’interno del giardino scolastico, l’espediente per trasformare le contraddizioni in opportunità, il “limite in cerniera”. Essendo quest’area affacciata alla laguna sul limite più esterno della città storica, c’è stata l’opportunità di connettere il progetto di spazio pubblico alla proposta di un ampliamento della rete di trasporto pubblico per navigazione (actv). Inserendo sul lato sud della giudecca una fermata di vaporetto collegata celermente alla terraferma e al centro storico si possono raggiungere contemporaneamente due obiettivi: rendere più accessibile l’area creando percorsi e trasformandola da periferica a centrale, e identificare nell’acqua il filo conduttore che compone la realtà metropolitana veneziana.

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La vita della nostra città è ricca di soggetti poetici e meravigliosi. Siamo avvolti ed immersi come in un’atmosfera che ha del meraviglioso, ma non ce ne accorgiamo. CHARLES BAUDELAIRE Il posto ideale per vivere è quello dove è più naturale vivere come stranieri. ITALO CALVINO

Workshop di progettazione estiva 2006

Mathias Klotz 43


Il fuoco, l’acqua e la gondola

I Workshop estivi organizzati dallo IUAV sono forse una delle esperienze più singolari ed interessanti all’interno del panorama universitario italiano per quanto riguarda l’architettura contemporanea. A renderlo particolarmente efficace è la sua “obbligatorietà” propedeutica al conseguimento della laurea e l’incontro con le tante personalità internazionali con cui si trovano a lavorare a stretto contatto gli studenti. Si può dire (senza troppa ironia) che un mese di workshop intensivo insegna più di un anno accademico, soprattutto nella progettazione di edifici che vogliano essere realmente “moderni”, intendendo con questo un modo di fare architettura cosmopolita e sensibile, aperto a influenze culturali anche molto diverse tra loro. I professori sono “a scelta dello studente” tramite preferenze e graduatorie, ma rimane spesso un ampio margine di libertà, rendendo così possibile il desiderio personale di seguire la linea di pensiero progettuale di un Franco Purini piuttosto che di una Benedetta Tagliabue o ancora della coppia Tamaro-Semerani.

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Nel 2006 la mia scelta ricadde su Mathias Klotz per diversi motivi: per lo stile progettuale rigoroso, pulito ed estremamente elegante delle sue abitazioni, che guardano intensamente alle lezioni di Mies Van der Rohe, il desiderio di confrontarmi con una realtà e una cultura architettonica decisamente lontana come quella del Cile, la proposta di progetto che mi ha affascinato fin da subito e, motivo di non secondaria importanza, la presenza costante del professore in aula che offriva molteplici occasioni di confronto e non lesinava mai sui suggerimenti. Il tema progettuale si svolgeva a Venezia: partendo da un evento scatenante fittizio, l’incendio del vecchio squero di San Trovaso, ci veniva chiesto di riprogettare il vuoto urbano lasciato con un edificio ex-novo che riunisse in sè da un lato nuovamente gli ambienti di lavoro dell’antico laboratorio artigianale, dall’altro integrando quest’ultimo con piccoli alloggi per i lavoratori e un museo della gondola a scopo didattico che permettesse ai visitatori di seguire dal vivo le lavorazioni.

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Un museo-laboratorio per San Trovaso

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Il progetto nasce da un’idea semplice: il guardare attraverso una fessura. Nei sopralluoghi ci siamo letteralmente ritrovati a “spiare” le maestranze dagli spazi delle assi di legno sconnesse e questa situazione del guardare lasciando l’artigiano libero di lavorare ha preso forma in un edificio tutto giocato sulle fessure. Queste stesse aperture sono state poi differenziate e trattate a seconda della loro funzione: abbiamo così creato “fessure” per illuminare l’area del laboratorio, “fessure” che lasciassero penetrare tagli di luce emozionali all’interno delle sale espositive del museo e infine “fessure” che mettessero in comunicazione questi due ambienti, lasciandoli interagire sottovoce, in maniera quasi voyeuristica. La luce e l’acqua, a contatto dei tagli della struttura, andranno così a creare movimenti e giochi di superfici, di ombre e riflessi mutevoli a seconda dell’ora del giorno e dell’inclinazione del sole al variare delle stagioni, offrendo un approcio emotivo al l’edificio e a quello che ha da mostrare di volta in volta diverso per ciascun visitatore e per uno stesso visitatore che abbia la ventura di tornarvi a distanza di tempo.


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Workshop 2008 redazione del quotidiano Enrico Camplani-Marina Montuori 57


Un laboratorio interfacoltà per raccontare i workshop estivi

ogni numero prevedeva una grafica e una griglia di impaginazione diversi

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Al mio ultimo Workshop è nato il desiderio di cimentarmi in qualcosa di apparentemente molto diverso dal progetto di architettura; previa selezione è stato creato un gruppo di studenti trasversale che comprendesse entrambe le Facoltà dell’Iuav (quella di architettura e quella di grafica e design) capace di ideare, realizzare e gestire per tutto il periodo dei workshop una testata giornaliera, il “Laboratorio08”. A guidarci sono stati Enrico Camplani, co-fondatore dello studio Tapiro e responsabile della parte grafica della testata e Marina Montuori, professoressa di composizione architettonica, come responsabile della redazione e della scelta di testi, articoli e contenuti. Quest’anno inoltre, sono stati messi a punto e gestiti in contemporanea alla testata cartacea anche un blog (http://laboratorio08.wordpress.com) con diverse interviste video agli architetti pubblicate anche su youtube. Questa esperienza mi ha insegnato a lavorare in maniera corale, confrontandomi con un team di molte persone, non più le tre-quattro di un gruppo progettuale: ho avuto così la possibilità di ampliare le mie conoscienze nel campo dell’editing, della gestione dell’immagine del progetto (e qualche volta anche un pò del fotoritocco) acquisendo conoscenze essenziali nella presentazione e nella rappresentazione grafica e digitale. Il nostro Laboratorio ha avuto infine la grande soddisfazione di vedersi assegnato uno dei premi WS08 per il lavoro d’informazione svolto; inoltre (soddisfazione nella soddisfazione), diverse mie foto sono andate a confluire nella pubblicazione del catalogo finale delle mostre di tutti i laboratori svolti.


quarta di copertina dedicata alla “foto del giorno�

interviste agli arch. Dainese, Gambardella, Accossato-Trentin e Akdogan-Madrazo

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in queste pagine: interviste agli arch. Nicolini, Cibic, Prati, Tagliabue, Tamaro-Semerani, Gruppo Alenia-Unindustria e Osram

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Cambia l’ambiente, non cercare di cambiare l’uomo. BUCKMINSTER FULLER

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La parte visuale dell’immaginazione è un processo d’astrazione, condensazione ed interiorizzazione dell’esperienza sensibile [...] le vie che vediamo aperte fin d’ora potranno essere due: riciclare immagini usate in nuovo contesto che ne cambi il significato, [...] oppure fare il vuoto per ripartire da zero. ITALO CALVINO

Progettazione architettonica1

Marina Montuori 65


Deck a Bibione un landmark per il turismo balneare

L’approccio al progetto è sempre vicenda complessa, densa di interrogativi, di incertezze, di dubbi. Al progetto si arriva faticosamente per corsi e ricorsi, riflettendo e modificando con assoluta pazienza punti già rivisti mille volte. Questa, la prima lezione d’architettura che la professoressa Montuori mi ha trasmesso, insieme ad uno dei primi requisiti per imparare a progettare: la capacità di analizzare un’opera e di scegliere criticamente i propri riferimenti. Il progetto richiedeva un intervento decisamente esteso, a scala urbanistica; rifacendosi alle architetture balneari che offrono intrattenimento, servizi e svago individuale, si chiedeva di organizzare una passeggiata che mettesse in comunicazione il mare, la spiaggia ed eventualmente il piano stradale con i parcheggi in una località turistica come Bibione. Il riferimento più vicino è stato (quasi inconsciamente) il “Blue Moon” al Lido di

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Venezia, ma numerosi pontili attrezzati esistono in tutta Italia, testimoni della forte vocazione marina della penisola. Un concept semplice, accompagnato da uno stile formale ispirato alle case di Heijduk, dove gli spazi serviti si sviluppano lungo uno spazio servente, solitamente un corridoio. Qui il corridoio diventa una passerella che si muove, si alza in quota sull’acqua e si piega per offrire ai bagnanti un punto riparato e sicuro, raggiungibile a piedi, dove balneare al largo.affiancano la lunga passeggiata i vari servizi di uno stabilimento, come spogliatoi, cabine, bagni e docce, un bar-ristorantino sulla spiaggia e i campi per le attività sportive. Attenzione particolare è stata posta nell’estremità acquatica del deck, dove trovano sistemazione piccoli punti di sosta a quote differenti per prendere il sole o semplicemente bagnarsi i piedi guardando il paesaggio.

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Progettazione architettonica2

Giulio Dubbini

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Nuove residenze per il centro di Mestre

Progettare a Mestre è stata una sfida poichè generalmente messa in secondo piano dalla sua (scomoda) vicnanza con Venezia, ma allo stesso tempo, mentre si impara a conoscere il suo centro storico, la sua vicenda urbana e ad osservare quanto e come la gente ci vive, ci si rende conto di quanto sia in realtà vitale e in vertiginosa crescita, e questo “nonostante” e “a discapito” della città d’arte che volente o nolente a lei si appoggia come una (illustre) vecchia. A ridosso del centro storico di Mestre dunque, in un’area urbana dove ancora è forte il ricordo delle “calli”, ci è stato messo a disposizione un intero isolato in cui ogni gruppo sarebbe intervenuto su un lotto diverso, presentando tutti un progetto di palazzina residenziale. Nel centro dell’isolato, il nostro lotto si presentava stretto e profondo e il bisogno di luce unita alla privacy domestica ha così fortemente condizionato l’intero progetto, dalla disposizione e grandezza delle aperture alla struttura interna degli appartamenti.

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Riferimento formale principale è stata l’opera di Eric Owen Moss e il suo modo di destrutturare lo spazio. Partendo da una pendenza del lotto, abbiamo creato una rampa che salisse a formare una corte interna in quota, su cui si affacciano il vano scale e l’ingresso indipendente di uno degli appartamenti. Nell’edificio trovano posto un monolocale e tre duplex di metrature differenti.Il monolocale in particolare è interamente ospitato nel volume disassato che sporge sulla Calle de Lena, allo stesso modo altri due cubi disassati e ruotati sull’opposto lato breve offrono uno sbocco di luce e aria al condominio stretto da ambo i lati. Il desiderio era quello di creare visivamente un moviemento di fuga verso l’esterno negli unici punti praticabili. Ogni appartamento è stato accuratamente progettato ad hoc per interagire in sinegria con gli altri in un gioco di incastri, punti luce, viste sul piano strada e sull’estreno che offrissero il massimo comfort e la massima privacy secondo normativa.


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Progettazione d’interni

Marco Rapposelli 83


“V” project for mobile spaces

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Il progetto richiedeva di progettare ed organizzare uno spazio-mobile che fungesse da studiolo per studenti applicabile ai corridoi della sede universitaria di Architettura, un ex-cotonificio del XIX secolo. Con il “V_study” si è inteso creare uno spazio che fosse mobile sotto diversi punti di vista, figurati e non: uno spazio in cui lo “spazio” fluisca libero in ogni direzione, aperto ad ogni esigenza e modalià di espressione, senza limitazione costruttive, con l’ausilio di un arredo fisso essenziale, viene lasciato lo studente-architetto libero foderare, saturare, riempire, ricoprire, esporre, proiettare, lavorare, discutere e appartarsi con ampio margine di movimento e azione. La struttura è realizzata con composti polimerici costituiti dall’unione di due elementi, la matrice e il rinforzo, che danno origine ad un materiale con ottime presatzione meccaniche a fronte di un ridottissimo peso. La matrice è una resina polimerica continua termoindurente che dà forma e protezione e trasferisce i carichi al rinforzo; quest’ultimo è costituito da fibre di natura organica o inorganica (carbonio) che formano la struttura, in questo caso a nido d’ape, in grado di conferire rigidità e resistenza strutturale al composito. E’ stato realizzato anche un espositore per le tavole cartacee dello studente che vuole organizzare una “vetrina” del suoi lavori; la struttura è un elemento mobile su binari dove le tavole vengono sospese a tirantini di acciaio, quando viene chiuso l’elemento funge da tamponamento e lo spazio che circoscrive da “ripostiglio”, aperto invece si protende sullo spazio comune come una bacheca.


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_Shuhei Endo

ďż˝

_rooftecture N_1997/1998_

_transtation O_1995/1997_

_rooftecture Q_1998/1999_

_springtecture S_2000_

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_light study

_Fibre Reinforced Plastic

la struttura è realizzata con comm posti polimerici costituiti dall’unione di due elementi, la matrice e il rinforzo, che danno origine ad un materiale con ottime prestazioni meccaniche a fronte di un ridottissimo peso. La matrii ce è una resina polimerica contii nua termoindurente che da forma e protezione e trasferisce i carii chi al rinforzo; quest’ultimo è costituito da fibre di natura orr ganica o inorganica (carbonio) che formano la struttura (in questo caso a nido d’ape) in grado di conferire rigidità e resistenn za strutturale al composito

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Progettazione architettonica3 Alberto Ferlenga 89


Continuità e frammentazione flessibile

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Progettare nel contesto paesaggistico del sito archeologico di Morgantina rappresenta una sfida di non facile soluzione per la presenza di elementi fortemente storicizzati e la possibilità di rinvenimento di ulteriori reperti che dovranno essere integrati e valutati nella scelta dei parametri progettuali. Consapevole di questo, si è indirizzato la ricerca dell’idea progettuale verso qualcosa che non fosse solo ed esclusivamente rivolto all’archeologia e alla “rovina” in sè, ma che ad esse guardasse continuamente, magari anche con occhio privilegiato. Le caratteristiche posizionali e geografiche del sito di Morgantina sono uniche e spettacolari e il panorama “nobile” costituiva già in prima analisi un richiamo troppo forte per poter essere ignorato: è a quest’ultimo quindi che si è cercato di guardare e sul quale lavorare, considerandolo a pieno titolo parte integrante del sito archeologico. Per farlo è stata localizzata una “Fascia-limite”, una sorta di “limes” della città moderno che coincide con la recinzione dell’area sulla quale insiste una cancellata in metallo verde acceso estremamente appariscente, fuori luogo e degradante. Si è partiti quindi dalla volontà di rimuoverla e sostituirla con una passeggiata formata da rampe e terrapieni che corre a metà tra l’archeologia e il paesaggio, che in essi s’incastoni e riduca al minimo l’impatto visivo, cercando di richiamare al contesto la memorie delle possibili mura cittadine, che con tutta probabilità proprio su quel versante emergevano a tratti dalla roccia e tra la vegetazione. La spina dorsale del progetto è rappresentata da questo percorso/limite che idealmente connette l’ ingresso occidentale della città (di cui nulla è rimasto,


ma è stato reso visibile l’antico impianto urbanistico ippodameo che termina in prossimità del parcheggio alto) e il cuore del sito rappresentato dall’agorà e dalla sua vista aperta sulla vallata. Lungo questa direttrice si articolano le varie coponenti progettuali; i servizi per la gestione dell’impianto (biglietteria, uffici), un piccolo bookshop, un punto ristoro con annessa area relax panoramica e in prossimità del teatro e dell’agorà l’allestimento vero e proprio di un piccolo museo in cui sarà alloggiata la statua di Venere, che chiude il percorso progettuale con un ultimo punto di sosta panoramico prima di scendere nella zona archeologicamente più ricca e interessante. I diversi blocchi servizi si sviluppano a quote altimetriche differenti, permettendo un’ampia visuale da qualsiasi punto. Questa scelta scaturisce sia da motivi morfologici (l’area presenta diversi salti quota) sia da considerazioni percettive ed emozionali (creare l’elemento terrapieno e i terrazzamenti in pietra locale è un chiaro rimando alle antiche mura cittadine). L’area dei servizi è stata concepita come moduli funzionali opportunamente mitigati attraverso l’utilizzo di materiali locali, pietra in particolare, e richiamando il più possibile forme tradizionali ( e rurali) di architettura come il muretto a secco e i terrazzamenti. Le zone dei servizi saranno pavimentate con lastre in pietra naturale tra le cui fughe sarà permesso all’erba di crescere. Ovunque la passeggiata e l’intervento in genere lascerà ampio spazio alla vegetazione di riappropriarsi nel corso degli anni delle zone trattate per la costruzione più invasiva (come i blocchi servizi veri e propri e le rampe).

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Ulteriori attestati ed attivitĂ  riconosciute

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Bachelor Architectural Portfolio