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LiberaMente Il bimestrale de La Casa sulla Roccia - n.22 marzo 2014

APPROFONDIMENTO

LA POVERTAÊ Poveri non si nasce, lo si diventa. Perciò è più esatto parlare di impoveriti. Le povertà, sono figlie dellÊingiustizia, dellÊesclusione e delle inuguaglianze. Esse diventano la fragilità di esistenza. Ovviamente non ci si riferisce alla „povertà scelta‰: il termine „povertà‰ assume, in altro paradigma, un'accezione assolutamente positiva. Le diverse forme di lotta contro la povertà realizzate nel corso degli ultimi decenni, a livello nazionale ed internazionale, non hanno potuto (voluto) intaccare le cause strutturali dei processi d''impoverimento. Occorre individuare e mettere fuori legge le cause strutturali che la generano.

LA VERGOGNA DELLA POVERTAÊ di Francesco Iannicelli “Tra ricchezza e povertà io preferisco stare dalla parte della speranza.” (cit. Robert Kennedy) Raccontare la povertà richiede un plurale. Bisogna capirla come umiliazione, vergogna, perdita di sé e paura. LÊelenco potrebbe allungarsi, ma non è di elenchi che abbiamo bisogno, è importante invece collegare tutto questo al senso di colpa. La povertà la si vive interiormente come oppressione, è semenza, cresce, e come ogni op-

pressione ha bisogno di colpe reali o immaginarie. Inoltre nel suo farsi condizione è una diminuzione di umanità rispecchiata dai continui riferimenti a qualcosa che manca. Dare nome alla mancanza è entrare in una zona oscura, in cui chi ha la parola e nomina, spesso non sa niente di quello di cui parla o lo sa in modo approssimativo. LÊapprossimazione è quando si cerca di immaginare, senza riuscirci. Attualmente il settanta per cento dei poveri nel mondo sono donne e bambine, ma quasi sempre chi parla di povertà sembra soffrire di amnesia o evita un punto difficile, ed è arduo far notare che nominare la questione come se riguardasse solo gli uomini è una mancanza di realtà. La cosa difficile è rendere la complessità di chi vive la povertà, perché spesso, non sempre, sembra che la mancanza di opportunità di chi soffre il disagio economico, sia una mancanza interiore, un deficit di intelligenza, o peggio unÊincapacità. Così la condizione agisce a livello profondo proprio su chi la osserva, e magari vorrebbe aiutare, ma non sa percepire la complessità interiore e la singolarità degli osservati e nemmeno che il proprio sguardo non è neutrale. Questo porta quasi sempre a non capire che le servitù imposte a una grande parte dellÊumanità fanno vivere bene una

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Il sole a mezzogiorno pag.4

Come un volontario combatte la sua povertà pag.15

Crescita Sociale pag.21

Apre Telefono Azzurro a Casa sulla Roccia pag.24


minoranza di persone i cui bisogni sono sopravvalutati, e solo per queste persone i diritti e la libertà di essere e scegliere sono pensati insopprimibili. I privilegiati possono passare la vita senza accorgersi di cosa viene negato ad altri e soprattutto, particolarmente se si tratta delle altre, non capiranno mai che il privilegio di ignorarne la sofferenza è parte della libertà che hanno. Toccando gli intrecci tra povertà, genere, razza, vediamo quanto poco riusciamo a comprendere e come ogni condizione è riprodotta, anche inconsapevolmente, dal modo in cui guardiamo e nominiamo gli altri. Chi può dire davvero cosa significa essere donna, nero, diverso e toccare con mano, ogni giorno della propria vita, la svalutazione che questo porta con sé e i suoi effetti in ogni campo dellÊesistenza? Domanda fondamentale a cui si evita di pensare, generalmente buttando in scherzo la questione quando si pone e tacciando di moralismo chi insiste a porla, senza soffermarsi sulla mancanza di eticità di chi usa il linguaggio per ferire e storpiare gli altri. Non si tratta di politicamente corretto, ma del livello di umanità da cui partire per costruire dei rapporti, che sono sociali come ogni rapporto umano, così come sociali e costruiti sono razzismo, misoginia e omofobia...Volete una traduzione nella realtà di tutti i giorni? Prego! Ex operaio lui, poi esodato, con la pensione minima la moglie. Li trova il fratello di lei che per il dolore si getta in mare. Nel biglietto di addio la disperazione per una vita che si era fermata: ÿScusaci per quello che abbiamo fattoŸ. Avevano addirittura lasciato un biglietto sulla macchina della vicina di casa. Andarsene senza disturbare troppo, un poÊ come avevano vissuto. Romeo Dionisi, 63 anni, e Anna Maria Sopranzi, di cinque anni più anziana, si sono impiccati nella notte tra un giovedì e un venerdì negli scantinati del palazzo in cui vivevano, in via Calatafimi, a Civitanova Marche. A trovarli è stata una condomina, intorno alle 8 del mattino: passava di lì e ha notato la porta del fondaco aperta. Il primo ad arrivare è Giuseppe, il fratello di lei. Ma non ha retto, qualcosa dentro di lui si è rotto definitivamente. ÿDovÊè finito?Ÿ, si chiede il capannello di gente che si è formato davanti al garage, tutti schierati dietro le macchine dei carabinieri che cercano di sottrarre agli occhi della città la più crudele apparizione della crisi. Passano pochi minuti e il 118 riceve una chiamata da un pescatore: ÿCÊè un corpo in acquaŸ. ˚ lui, è Giuseppe. Provano a rianimarlo, ma i suoi polmoni sono pieni dÊacqua e il suo cuore si è fermato da troppo tempo. Tre cadaveri in una mattinata, un conto tremendo da pagare agli anni peggiori della Repubblica. Entrati in scena con il boom economico, passati indenni tra scale mobili e licenziamenti selvaggi, i Dionisi si sono arresi alla macelleria sociale

degli anni zero. Dietro la parola crisi, oltre lo spread e i tentativi di fare un governo, cÊè la disperazione autentica di una coppia senza via dÊuscita. Lui era un operaio edile, dipendente di una ditta napoletana fallita a settembre e da allora senza stipendio. Un esodato, come si dice oggi, senza lavoro, troppo lontano dalla pensione e irrimediabilmente ÿtroppo vecchioŸ perché qualcuno si convinca a dargli un posto qualunque. Lei portava a casa quello che poteva, la sua pensione da ex artigiana. Poche centinaia di euro che, ultimamente, non bastavano più nemmeno per pagare lÊaffitto. Niente figli per loro due, dietro di sé lasciano solo un ricordo sbiadito: ÿUna coppia normalissima - dicono i vicini - sapevamo che avevano problemi economici, ma da queste parti, sa, siamo in molti ad averneŸ. Il riflesso della crisi sul primo week-end primaverile della costa marchigiana, il sole batte sui caseggiati anonimi e riesce a renderli ancora più brutti del solito. Puliti e sciatti come solo le cose di provincia sanno essere, le parabole che spuntano come fiori dai balconi perché ÿsenza la televisione manco prendeŸ. Nel biglietto di addio tutta la disperazione per una vita che si era fermata: ÿScusaci per quello che abbiamo fattoŸ e un numero di telefono, quello della sorella di Anna Maria, per avvertirla che, in un modo o nellÊaltro, per la famiglia Dionisi la crisi è finita. Nel palazzo della tragedia vive anche Ivo Costamagna, il presidente del consiglio comunale, che proprio ultimamente aveva invitato la coppia a recarsi in Comune, per parlare con i servizi sociali. ÿHanno preferito sparire piuttosto che chiedere aiuto - dice ai cronisti il sindaco di Civitanova, Tommaso Claudio Corvatta -, è un dramma sul quale dobbiamo interrogarci tutti e che richiede, lo dico esponendomi in prima persona, di produrre il massimo sforzo per cercare di risolvere il disagio economico che sta caratterizzando questo difficile momento storicoŸ. A fargli eco anche il governatore Gian Mario Spacca, con quella parola, ÿresponsabilitàŸ, che affiora dalle labbra, e che è lÊultima moda delle dichiarazioni: ÿDi fronte a vicende simili, che purtroppo si ripetono in tutto il Paese, non possiamo non sentirci tutti chiamati alla responsabilità. Affinché anche in regioni come la nostra, dove pure resta la solidarietà familiare e di vicinato, una forza di comunità e la vicinanza delle istituzioni locali, non si debba ancora tornare a piangere la morte di chi h a perso la speranza e il futuroŸ. Cinquecento euro al mese, ecco con quanto Romeo e Anna Maria riuscivano a sopravvivere, lÊuomo non arrivava a versare i contributi previdenziali della sua partita Iva e le banche bussavano alle porte con insistenza sempre maggiore per due mutui parecchio indietro con le rate, ma lui ÿnon voleva niente da nessuno, si vergognava pure di chiedere un euroŸ.

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Dicevano che non può piovere per sempre, ma questo diluvio è davvero spaventoso. Ormai sono anni che nonostante lÊimpegno di un gran numero di persone si naviga in un mare in tempesta. La crisi economica nel nostro paese ha investito una percentuale molto alta dellÊintera popolazione e ad oggi sembra non esserci una vera e propria soluzione. Basta guardarsi in faccia, ognuno di noi porta i segni di questo tempo che raccoglie giorno dopo giorno i pezzi di una intera generazione dilaniata dal conformismo e dalla globalizzazione. Crisi economica. Ma ne siamo proprio sicuri? I soldi per molti sono sempre stati pochi e ai periodi difficili, soprattutto nei sud del mondo, siamo stati „educati‰. In realtà questa crisi porta con se alcuni aspetti terribilmente preoccupanti che non vanno associati solo ed esclusivamente alla mancanza di denaro. Il pericolo più grande è dentro le persone e non al di fuori di esse. Il denaro prende potere solo se va a soddisfare dei bisogni, bisogni che in realtà potrebbero essere soddisfatti in altra maniera, e sempre dentro le relazioni interumane e non mediate da pezzi di carta o da oggetti luccicanti.Con il denaro acquistiamo la nostra serenità? La nostra felicità e il nostro benessere passano attraverso il denaro? Crisi di valori. Possiamo identificare il periodo attuale in un momento di buio collettivo, dove la luce è data solamente dallo scintillio dei nostri sentimenti e dalla nostra volontà di meravigliarci ancora ogni giorno di tante piccole cose. Ma più penso a cosa scrivere e più ho paura di sembrare utopistico o irreale. Come faccio a dire a mia moglie che oggi non ho percepito lo stipendio? Che nostra figlia non potrà ricevere per il suo compleanno un „phone‰ con cui potersi connettere con questa giungla di solitudine? Come faccio a dire a mia figlia che non possiamo permetterci di accendere il riscaldamento tutto il giorno e che deve sentire lo stesso freddo che sento io nel mio cuore nello stesso momento in cui sto per dirglielo?

IL SOLE A MEZZOGIORNO di Giovanni Esposito Come faccio a dire a mio figlio che la partita non potrà vederla in televisione perché non possiamo permetterci la pay-tv? Dove trovare il coraggio di dire alla salumiera che il conto della spesa non posso pagarlo ora perché ho già dovuto pagare la bolletta della luce, del gas, della spazzatura e dellÊacqua?... Non posso nascondere a mia moglie che non potremo andare a fare una passeggiata sul lungomare a Napoli perché tra benzina, parcheggio e pedaggio autostradale ci costerebbe troppo, e che i mezzi pubblici ancora più ridotti il fine settimana non ci permetterebbero di raggiungere alcun posto per poi fare ritorno a casa in tempo per pranzare. E mi dicono di mandare delle e-mail per cercare lavoro sulle innumerevoli offerte che si trovano in rete, ma ho bisogno della connessione ad internet e la ricarica alla chiavetta costa 15 euro al mese, che sommata alle ricariche ai nostri quattro cellulari fanno minimo 50 euro al mese. E come faccio a spiegare a mio figlio che non deve passare lÊintera giornata davanti alla playstation perché deve socializzare e stare con gli altri ragazzini a giocare? Ma quali ragazzini? Ma a cosa giocano?...Strade deserte di giovani il tardo pomeriggio, tutti rinchiusi nei loro lager-network. Non si sentono più finestre rotte dal bellissimo super santos arancione che a noi giovani adulti ha dato quella meravigliosa iniziazione alla voglia di libertà. Ma quale crisi economica?!

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Cioè, la crisi economica cÊè, è evidente, ma le cause che hanno portato ad essa vanno analizzate dentro di noi, dentro il nostro egoismo, dentro la nostra voglia di primeggiare, dietro alle smanie di potere figlie di disturbi patologici della mente umana. Una crisi dettata da errori motivazionali ed educativi, da figli viziati e vinti. In un posto dove non cÊè più cultura per il sacrificio, per la lotta, per la resistenza. Dove non ci si è sforzati più di tanto per ottenere dei risultati, complice una corruzione che rende abietti. Crisi economica? Occorre evitare che il denaro complichi le relazioni, o che addirittura le interrompa. Abbiamo bisogno di una comunità di persone che lottano per lo stesso scopo e che dedicano parte del loro tempo ad esso. Per forza! Non cÊè unÊaltra soluzione. Non ci sarà sempre unÊaltra possibilità.Non esiste il sole a mezzanotte. Abbiamo bisogno di luce laddove il buio nasconde la verità, abbiamo bisogno di risvegliare le nostre coscienze e di intraprendere un cammino lungo fatto di piccole cose, senza fretta ma senza pausa, perché la crisi cÊè, è vero, ma anche Giovanni Falcone diceva che ogni fenomeno umano ha un inizio e di conseguenza avrà una fine. Abbiamo bisogno di credere che qualcosa di meraviglioso sia ancora possibile. Alziamo gli occhi al cielo durante una bella giornata e rendiamoci conto che il sole a mezzogiorno, quello sì, è possibile ancora per tutti.


pomeriggio. Eppure immaginate di provare questi sintomi in pratica ogni giorno per sei mesi circa, di essere sempre stanchi, nau-

CONSERSANDO CON LA PSICHE

WINTER BLUES

di Serena Petretta

Chiariamo subito: non tratteremo di un genere musicale, come molti avranno potuto pensare dal titolo. Non parleremo di avvolgenti e calde note provenienti dal profondo sud dellÊAmerica, dai campi di cotone, dai lamenti, dai bisogni degli schiavi. Piuttosto una vera e propria patologia psicologica che, escluso il nome, ha ben poco di accattivante. Ne parliamo qui in onore alla stagione che ci sta attraversando corpo e mente e che ci sta lentamente lasciando, con qualche colpo di coda e qualche colpo di tosse, aspirando ad un marzo deumidificante. Il winter blues, infatti, è detto anche „depressione stagionale‰ ed è una vera e propria forma di depressione che si acutizza con lÊinverno e che porta alla patologizzazione di tutti quegli effetti che il freddo e il buio hanno sul nostro umore. É nellÊesperienza di molti un calo degli interessi e delle attività, una propensione alla pigrizia e allÊaumento dellÊap-

petito, una generalizzata insofferenza che focalizza la nostra attenzione solo su plaid, pasti caldi, posizioni supine e abbandoni da termosifone/camino. Fin qui siamo nella letteratura, nella pubblicità degli antipiretici e degli integratori vitaminici, nella comicità e nella satira come spesso avviene con tutte le cose di senso comune, che consentono lÊidentificazione della maggior parte delle persone con quello che viene raccontato e proposto. Resta la fascinazione di come la nostra mente, il nostro umore, e le nostre attività possano essere tanto condizionate da quanto di più semplice e naturale esista come lÊavvicendarsi delle stagioni. Un retaggio antico che stride con la nostra evoluzione, così fortemente orientata, in ottica progressista, a smarcarsi dalle restrizioni della biologia.Eppure in alcuni casi la normale ciclicità del nostro adattamento agli agenti esterni e alla loro influenza sulla chimica del nostro cervello può nascondere la gravità di un vero e proprio disturbo.I sintomi del winter blues (conosciuto in diagnostica come SAD, seasonale affective disorder) possono consistere in difficoltà nella fase del risveglio, nausea, tendenza a dormire e mangiare più del necessario, mancanza di energie, difficoltà di concentramento, diminuzione o scomparsa dei rapporti sociali, affettivi e sessuali, pensieri ricorrenti negativi e pessimistici.Descritto così, a molti sembrerà soltanto il ritratto di una di quelle giornate no che capitano a tutti, più spesso quando il sole cala intorno alle quattro del

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seati e affamati al tempo stesso. Di non riuscire a portare a termine il vostro lavoro, di non voler leggere, uscire di casa, passeggiare e neanche guardare la tv. Di non aver voglia di vedere la vostra famiglia, di non sopportare il vostro partner, di non curarvi dei vostri figli, di non telefonare ai vostri amici. Di pensare sempre a cose negative o catastrofiche, di aver paura di ammalarvi o morire. Per tutto lÊinverno. E poi tornare alla vostra normalità appena tornata la primavera. Come ogni cosa in psicologia e più in generale nei pensieri e nei comportamenti degli esseri umani, la „patologia‰ sta nellÊinterferenza che i sintomi hanno sulla vita che vorremmo condurre, sulla percezione di noi stessi e sulle difficoltà che genera in chi ci sta accanto. Ed è diversa per ognuno di noi. La SAD (la sigla è autoironica, lo ammetto) è ancora in gran parte misteriosa per gli addetti ai lavori. Sebbene influenzata da agenti esterni climatici ed ambientali, la SAD non è maggiormente presente, come si potrebbe presumere, nelle popolazioni che vivono nelle zone artiche, né colpisce maggiormente aree del globo più piovose o buie di altre. Gli studi in corso si stanno soffermando su cause genetiche o sulla sintesi di sostanze fondamentali della nostra chimica cerebrale che sono fotosensibili come la melatonina o la serotonina, coinvolte sia nella gestione dellÊumore che dei cicli sonno-veglia. Ad oggi non ci sono risposte univoche in materia, tranne la certezza che i pazienti traggono beneficio dallÊesposizione a una terapia della luce.La considerazione che ne possiamo trarre è solo quella di avere più attenzione e rispetto per le nostre necessità biologiche, di lasciarci guidare, corpo e mente, dalla naturalità dei cicli, dai bisogni dellÊecosistema che creiamo nellÊinterazione

tra noi e il nostro ambiente, anche sociale; di spendere un poÊ meno energie a voler piegare luce e buio, sole e vento e pioggia, notte e giorno ai nostri voleri. Godendoci anche lÊimmobilità, il torpore e la quiete dellÊinverno.


IL DOVERE CIVILE E POLITICO DI RISPETTARE LA COSTITUZIONE di Giovanni Sarubbi COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA DISPOSIZIONI TRANSITORIE E FINALI ⁄. XVIII La presente Costituzione è promulgata dal Capo provvisorio dello Stato entro cinque giorni dalla sua approvazione da parte dellÊAssemblea Costituente, ed entra in vigore il 1° gennaio 1948. Il testo della Costituzione è depositato nella sala comunale di ciascun Comune della Repubblica per rimanervi esposto, durante tutto lÊanno 1948, affinché ogni cittadino possa prenderne cognizione. La Costituzione, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti della Repubblica. La Costituzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello Stato. Data a Roma, addì 27 dicembre 1947. Sembra una banalità affermare che una legge dello Stato debba essere rispettata, ma nel nostro Paese, dove lÊillegalità prevale in ogni

aspetto della vita sociale, una tale affermazione suona come una vera e propria eresia. Ancora di più sembra unÊeresia rispetto alla nostra Costituzione, soggetta a violenti e reiterati attacchi oramai da oltre ventÊanni a questa parte, con interpretazioni capziose, false o revisionistiche sia del suo spirito che della sua lettera. In una tale situazione di confusione, è persino difficile riuscire a capire se si debba o meno fare obiezione di coscienza rispetto ad una legge ingiusta o contraria ai diritti umani, cosa che può sempre capitare quando prevalgono gli interessi privati rispetto a quelli che riguardano lÊintera collettività, il cosiddetto „bene comune‰. Confondere il bene con il male è, di solito, il primo passo che i governanti corrotti mettono in atto per esercitare il proprio dominio. Eppure il rispetto della Costituzione è sancito nelle ultime parole della nostra „carta fondamentale‰, contenute nella diciottesima „disposizione transitoria e finale‰ che testualmente recita: ÿLa Costi-

tuzione dovrà essere fedelmente osservata come Legge fondamentale della Repubblica da tutti i cittadini e dagli organi dello StatoŸ. Non dovrebbero esserci dubbi su parole come „fedelmente osservata‰, eppure questa è forse la parte più violata della nostra Costituzione. Ma cÊè un altro articolo della Costituzione altrettanto importante. EÊ lÊarticolo 54 che testualmente recita: ÿTutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.Ÿ Anche qui parole chiare: „dovere di essere fedeli‰, „osservarne la Costituzione e le leggi‰, e poi „giuramento‰, un atto impegnativo a cui non si dovrebbe mai venire meno. Chi è chiamato a ricoprire cariche pubbliche deve, infatti, prestare giuramento sulla Costituzione. Il Governo, ad esempio, per entrare in carica deve prestare giuramento con la seguente formula: ÿGiuro di essere fedele alla Repubblica, di osservarne lealmente la Costituzione e le leggi e di esercitare le mie funzioni nellÊinteresse esclusivo della nazioneŸ. Giuramenti analoghi vengono fatti dai sindaci, dai presidenti di Regione, dai magistrati, dai pubblici dipendenti. Il bene comune e la sua tutela è lÊelemento costitutivo di uno Stato e delle istituzioni che lo rappresentano.

Oggi, troppi di quelli che siedono nelle nostre istituzioni dovrebbero essere accusati di spergiuro e privati dei loro diritti politici, visto il degrado politico e morale a cui è giunta la nostra vita pubblica, con le istituzioni, ad ogni livello, asservite ad interessi privati legati da una vera e propria rete corruttiva che sembra non avere mai fine. Abbiamo assistito, per esempio, al giuramento di fedeltà alla Repubblica di ministri appartenenti a partiti che sostengono la separazione delle regioni del nord dal resto dellÊItalia. Come può essere fedele alla Repubblica chi vuole realizzare lÊindipendenza della inesistente „padania‰? Questi stessi ministri, ed i governi di cui essi facevano parte, hanno poi approvato vere e proprie leggi razziali nei confronti dei migranti, violando quella Costituzione su cui avevano giurato. Abbiamo assistito, negli ultimi venti anni, alla istituzionalizzazione di fatto del „conflitto di interessi‰, diffuso in ogni settore della vita

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pubblica ed in tutte le regioni del paese. Ministri hanno avuto propri parenti in importanti istituzioni private legate al proprio ministero; presidenti di imprese pubbliche hanno avuto propri familiari alla

presidenza di imprese private da queste controllate; senza parlare, ma non cÊè stato solo questo, del macroscopico conflitto di interessi dellÊoramai ex deputato ed ex presidente del Consiglio Berlusconi, che ha gestito le TV pubbliche pur continuando ad essere azionista del principale gruppo di televisioni private. E se ogni cittadino si mettesse a scavare nei rapporti di parentela delle imprese private che svolgono attività a favore del comune nel quale egli vive, si troverebbero rapporti di parentele ramificate e diffuse. Altro che svolgere le proprie funzioni ÿnellÊinteresse esclusivo della nazioneŸ. LÊutilizzo a fini privati delle istituzioni è la pratica costante, e infatti i risultati si vedono. Servizi sociali oramai sempre più inesistenti, scuole alla bancarotta, sanità di fatto privatizzata. La privatizzazione dellÊeconomia, ad esempio, avviene in spregio della Costituzione che, allÊarticolo 41, sancisce che lÊiniziativa economica privata ÿNon può svolgersi in contrasto con lÊutilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umanaŸ. Una economia finalizzata esclusivamente al profitto delle imprese è esclusa dalla nostra Costituzione. E del resto che economia è quella che garantisce profitti immensi a poche persone mentre a tutto il resto della popolazione viene garantita miseria, disoccupazione e inquinamento ambientale? Che economia è quella che produce inquinamento ambientale grave (come quello che viviamo oggi in Campania) nel nome del „massimo profitto‰? Eppure

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non cÊè governo, da trentÊanni a questa parte, che non abbia avuto nei propri programmi la privatizzazione di imprese pubbliche o la svendita dello stesso patrimonio dello Stato. Oggi parlano di vendere addirittura le spiagge. Lo Stato, inteso come struttura in grado di tenere insieme solidalmente tutti i cittadini che di tale Stato fanno parte, è di fatto morto, perché tutta lÊeconomia pubblica è finalizzata agli interessi privati. Gli interessi del singolo imprenditore prevalgono sulle leggi e sulla stessa Costituzione, e quando la Corte Costituzionale ricorda a costoro che le loro pretese sono illegali, come è successo con la Fiat di Marchionne, questi dicono che la Costituzione va cambiata, minacciando al contempo di voler abbandonare un paese che non dovesse mettere al primo posto gli interessi dei singoli imprenditori privati. Interessi che hanno trovato la loro più alta forma di tutela nella cancellazione di tutti i contratti collettivi di lavoro, realizzata nella manovra finanziaria dellÊagosto 2011 dallÊallora governo Berlusconi, che approvò una norma in tal senso. Sono le imprese multinazionali a decidere come più gli aggrada, ed è per tale motivo che oggi vogliono stravolgere completamente la nostra Costituzione, nata dalla Resistenza al nazi-fascismo e che, nonostante varie manomissioni, come quella del Titolo V, è ancora un baluardo al liberismo sfrenato e alla mortificazione dei diritti dei

lavoratori. La Costituzione va dunque rispettata e applicata, con lealtà ed abnegazione. Per questo va difesa dalle manipolazioni che sono attualmente in discussione in parlamento.


Giovanni Vecchi

Dambisa Movo

Editore, Il Mattino

Editore, Rizzoli

La carità che uccide

In ricchezza e in povertà Una ricerca straordinaria sulle condizioni di vita degli italiani, dal 1861 al 2011: nel ripercorrere i 150 anni di storia unitaria il libro documenta i successi e i ritardi con cui il progresso economico ha distribuito i propri benefici alla popolazione. Nel corso di un secolo e mezzo – un tempo breve quanto un battito di ciglia se si usa il metro della storia – il benessere degli italiani ha compiuto un balzo di dimensioni epocali. Sconfitte la fame e la miseria, lÊignoranza e la malattia, abbiano raggiunto un benessere pari a quello di pochi altri paesi al mondo. In termini di equità tuttavia non sempre e non tutti gli italiani sono riusciti a partecipare nella stessa misura alla parabola ascedente del paese.

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La strada che abbiamo scelto per aiutare lÊAfrica è la peggiore possibile: devolvere fondi non solo è uno spreco, ma mette in moto un circolo vizioso di corruzione e dipendenza dagli aiuti internazionali che rallenta – o addirittura impedisce – lo sfruttamento delle risorse interne. Meglio invece varare un vero progetto di sviluppo che, come il piano Marshall, fornisca sul breve periodo finanziamenti minimi per facilitare un rapido inserimento del Terzo Mondo nel libero mercato. UnÊanalisi acuta basata su „case studies‰ e dati concreti che sgombra la strada dalla finta carità e chiarisce qual è la nostra responsabilità: per una volta, tagliare i fondi.


l’APPROFONDIMENTO

LA POVERTAÊ

IL MODELLO CHAPLIN. LÊEFFETTO DELLA „FAMIGLIA‰ IN UN MONDO DI POVERTAÊ di Jana Novellino

Negli anni Â20 del Novecento nasce uno dei generi più importanti del cinema di quei tempi, registi come Chaplin, Keaton e Lloyd danno vita a nuovi lungometraggi, pure composizioni visive con storie solide e convincenti in cui inseriscono delle divertenti gag fisiche. Viene alla luce il genere „slapstick‰, di cui Charlie Chaplin diviene subito simbolo. Temi a lui cari sono la denuncia sociale, lÊattenzione ai più deboli, al mondo dei poveri, e il suo stile inconfondibile è caratterizzato da una magica fusione fra comico e drammatico. LÊimpronta stilistica di Chaplin è visibile già dal suo primo lungometraggio da regista „The Kid‰, „Il monello‰, film che riflette sul significato del prendersi cura dellÊaltro. Un bambino viene abbandonato dalla giovane madre che lo lascia in una macchina di lusso sperando di regalargli un futuro migliore. LÊauto viene rubata da due malviventi e il bambino raccolto per strada da un vagabondo che decide di prendersene cura. Inizia così la dolce amicizia tra il vetraio Charlot e „il monello‰ John da lui cresciuto con tanto amore. Il vagabondo, allÊinizio costretto a prendersi cura del piccolo, inizia ad accudirlo come meglio può con mezzi di fortuna, costruisce un vasino bucando una sedia di paglia ed utilizza una teiera come biberon. Nel frattempo la ragazza madre è diventata unÊattrice ricca e famosa che per riscattarsi dal senso di colpa aiuta i poveri del quartiere. Quando la donna si renderà conto che in realtà il monello è il figlio abbandonato anni prima, cercherà in tutti i modi

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di riprenderselo. Il film prosegue con delle gag divertenti, mantenendo un perfetto equilibrio tra comico e tragico, fino alla straziante separazione tra Charlot e il monello. Tutto il genio di Chaplin è espresso in questo capolavoro ricco di una grande potenza emotiva e comunicativa. Con questo film Chaplin dimostra che un nuovo inizio è possibile solo se supportato da un forte vincolo dÊamore. Nella forza del rapporto tra il vagabondo e il ragazzo, sÊintravede la speranza di un possibile cambiamento in una società fatta di pregiudizi e ingiustizie. Il forte legame di questa „famiglia‰ particolare è basato sulle piccole cose che rendono felici pur vivendo in povertà. La stessa storia dellÊinfanzia di Chaplin fa pensare ad un parallelismo tra lÊesperienza personale dellÊartista e quella che racconta nel film, anche il quartiere in cui è ambientata la storia richiama i luoghi in cui visse i primi anni della sua vita, colmi di una povertà non solo materiale ma anche di rapporti umani. „Un film che fa ridere e, forse, piangere‰, come recita la didascalia allÊinizio dellÊopera; molti critici lo considerano il miglior film di Chaplin perché riassume perfettamente lÊintento di tutta lÊopera del regista, è il primo tentativo dichiarato di fusione tra comico e drammatico. Con „Il monello‰ Chaplin rappresenta la realtà del mondo povero degli anni tra il 1918 e 1919, cercando di „addolcirlo‰ agli occhi dello spettatore attraverso piccole gag o scene di grande te-

nerezza, alternate alla crudeltà di scene come quella in cui il bambino viene portato in orfanotrofio. Attraverso il suo stile sempre discreto, Chaplin trasmette il calore del nido familiare, non invade gli spazi, non oltrepassa mai la linea di demarcazione con la macchina da presa, guardando quindi la scena dalla parte dello spettatore, senza intaccare lÊintimità dei personaggi. Pochissimi primi piani che permettono di valorizzare al massimo la pantomima con il personaggio sempre al centro dellÊinquadratura. Il film è un continuo scambio tra i due personaggi principali che sÊintersecano tra loro, quasi come se fossero un unico personaggio. Spesso il ruolo dei due diventa interscambiabile come nella scena in cui il bambino cucina mentre Charlot, ancora a letto, fuma e legge il giornale. Il piccolo richiama il vagabondo invitandolo ad andare a tavola con atteggiamenti genitoriali. Il vagabondo rappresentato da Chaplin è magistrale nel riuscire a vivere in completa povertà pur mantenendo una grande dignità ed eleganza. I suoi gesti e la sua mimica sono quelli di un gentiluomo che cerca di mantenere il suo status anche nel pieno degrado sociale. Il popolare vagabondo con cui il pubblico identifica Chaplin tornerà in altri due film di successo, „La febbre dellÊoro‰ del 1925 e „Il circo‰ del 1927.

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„Quando quel giorno Francesco verrà io voglio dirgli così: dimmi se sono la tua Povertà, io che son povera qui. E lui Francesco dirà: Povertà, Povertà non è Dio se sarà come qui schiavitù. Pane e cielo sapore non ha se il tuo pane non è libertà. Quando quel giorno Francesco verrà ali di rondine avrò e su nel libero cielo con lui io Povertà volerò.‰ ˚ questa una delle ultime canzoni del famoso recital „Forza venite gente‰ del 1981 dedicato alla vita di San Francesco. ˚ la povertà personificata che chiede al santo assisano chi è davvero lei, se in cielo continuerà ad essere povera o se cambierà qualcosa. E Francesco le risponde che la povertà non è Dio se è schiava dei bisogni e dei piaceri. E che pane e cielo non hanno sapore se non sanno di libertà. Poche parole ma abbastanza profonde per stimolare una riflessione sulla povertà vista con gli occhiali della fede. Sì, perché la si può vedere in tanti modi, soprattutto oggi quando nel nostro, ormai ex, opulento Occidente aumentano ogni giorno le famiglie che fanno fatica ad arrivare alla fine del mese, senza contare quelle che sono già sotto la soglia di povertà, chi da poco tempo chi da sempre⁄Ma in questo articolo non ci interessa lÊaspetto sociologico o politico della povertà ma, ripetendo, vogliamo guardarla con occhi diversi e, visto

LA POVERTAÊ CRISTIANA: UN RICHIAMO DIVINO di Nicola De Rogatis che gli occhi non li possiamo cambiare, cambiamo gli occhiali e inforchiamo quelli della ultramillenaria esperienza cristiana. Potremmo anche dare uno sguardo alle altre religioni e filosofie di vita (Islam, Ebraismo, Buddismo, Zen, ecc.) ma occuperemmo troppo spazio magari costringendo il lettore a passare oltre. E poi per dire cosa, alla fine? Che la parola povertà, così brutta da pronunciarsi nel nostro, confermo, ex opulento Occidente, vista con gli occhiali nuovi assume un atteggiamento profondamente diverso, anzi diametralmente opposto: diventa la Madonna Povertà di cui il santo di Assisi sÊinnamorò. Ma comÊè possibile innamorarsi di una situazione che ci fa vivere senza le comodità a cui siamo abituati (televisori, computer, lavatrici, lavasto-

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viglie, automobili e chi più ne ha più ne metta)? ComÊè minimamente pensabile di essere felici se non si può fare almeno una vacanza al mare o un viaggio di turistico di sette giorni? Non è da folli vivere in una casa fredda, senza il riscaldamento, magari in una sola stanzetta con un letto e uno scrittoio? Domande legittime, logiche, anche giuste, se vogliamo, nel momento in cui a farle è semmai un padre di famiglia che vuole dare ai suoi figli un minimo di agiatezza, la possibilità di studiare e farsi un futuro, e magari lÊauto il sabato sera per uscire con gli amici. Ma queste perplessità non possono essere criticate perché nascono da un presupposto diverso e anche socialmente giusto: lÊuomo è un essere pensante che deve mettere a servizio della so-


cietà la sua intelligenza creando le condizioni per una vita sempre migliore e uguale per tutti senza lasciare nessuno indietro. Di più: deve fare in modo che chi è capace possa sempre stare meglio, senza limiti, a patto che non danneggi gli altri. ˚, in fondo, il principio di un sano capitalismo non ancora attuato e che, forse, non si attuerà mai. Ma il principio è valido ed è anche quello che ha perseguito la Chiesa nei secoli, pur con tanti errori, per contribuire a creare una società migliore. Ma, allora, hai sbagliato tutto, Francesco? E tu, Madre Teresa, chi te lÊha fatto fare di lasciare la tua comunità di suore che insegnava ed educava i figli delle famiglie perbene per andare a vivere a Calcutta? E potremmo citarne tanti di uomini e donne che, a un certo punto della loro vita, hanno fatto una scelta radicale per incontrare Madonna Povertà e vivere con lei, sia in epoche passate che at-

tuali. Penso, ad esempio, a Claudia Koll che, dopo un passato di attrice famosa, ha rinunciato a soldi e carriera per iniziare una nuova vita fatta di preghiera e di condivisione delle sofferenze di tante popolazioni del cosiddetto terzo mondo. ˚ una scelta masochistica? Forse un nuovo modo per farsi pubblicità? Voler fuggire le responsabilità di cittadina per lavorare alla crescita di una società migliore, magari entrando in politica? Potremmo trovare tante risposte e, al tempo stesso, nessuna risposta. Se non una sola: chi sÊincammina sulla strada di Francesco rinunciando a tutto quello che di buono e piacevole può dare una vita mondana, lo fa per un solo motivo: somigliare, per quanto possibile e con tutti i propri limiti, a colui che da ricco che era si è fatto povero per donarci la sua unica ricchezza, la sua divinità: Gesù di Nazareth, il Figlio di Dio! Ho conosciuto tante persone, uomini

MISERIA E POVERTAÊ: EÊ LÊITALIA BELLEZZA! di Enza Petruzziello

Ogni anno gli italiani si scoprono più poveri. Colpa della crisi economica, la cui morsa non sembra allentarsi. Ad offrire un quadro impietoso del nostro Paese è ancora una volta lÊIstat. Secondo i dati, infatti, sono 9 milioni 563 mila le persone in povertà relativa, pari al 15,8% della popolazione. Di questi, 4 milioni e 814 mila (8%) sono i poveri assoluti, che non riescono ad acquistare beni e servizi essenziali per una vita dignitosa.

e donne, che vivevano nella più assoluta serenità senza possedere niente, se non un abito per coprirsi e un letto dove poter poggiare il capo. Ho conosciuto uomini e donne che guardavano negli occhi senza giudicare, capaci di ascoltare senza pregiudizi, dando semplici e brevi risposte alle tante domande che assillano lÊessere umano da quando è nato. Ho conosciuto uomini e donne capaci di soffrire nella gioia, capaci di dare la propria vita per gli altri, capaci di accettare gli avvenimenti più imprevisti con una serenità assoluta. Ho conosciuto uomini e donne che erano come bambini in braccio alla madre, certi della sua protezione e fiduciosi nel futuro. Ma tutto questo non è spiegabile a parole, va vissuto per comprenderlo appieno e, soprattutto, va visto come la risposta a un amore unico, mai provato prima, che ti dice soltanto: SEGUIMI!

Dei poveri assoluti italiani, quasi la metà (2 milioni 347 mila persone) nel 2012 risiede nel Mezzogiorno. Erano 1 milione 828 mila nel 2011. I minori in povertà assoluta al Sud sono 1 milione 58 mila (703 mila nel 2011, lÊincidenza è salita dal 7% al 10,3%) e gli anziani 728 mila (977 mila, lÊincidenza è pari a 5,8% per entrambi gli anni). La povertà relativa è più diffusa in Sicilia, Puglia e Calabria. Osservando il fenomeno con un maggior dettaglio territoriale, evidenzia lÊIstat, la provincia di Trento (4,4%), lÊEmilia Romagna (5,1%) e il Veneto (5,8%) presentano i valori più bassi dellÊincidenza di povertà. Si collocano su valori dellÊincidenza di povertà pari al 6% la Lombardia e il Trentino Alto Adige. Ad eccezione dellÊAbruzzo (16,5%), dove il valore dellÊincidenza di povertà non è statisticamente diverso dalla media nazionale, in tutte le altre regioni del Mezzogiorno la povertà è più diffusa rispetto al resto del Paese. Le situazioni più gravi si osservano tra le famiglie residenti in Campania (25,8%), Calabria (27,4%), Puglia (28,2%) e Sicilia (29,6%) dove oltre un quarto delle famiglie sono povere. Le famiglie in povertà assoluta sono il 6,8% del totale delle famiglie italiane, e la percentuale della popolazione passa dal 5,7% del 2011 allÊ8% del 2012. Un record dal 2005. Dal 2011 al 2012 lÊincidenza della povertà aumenta tra le famiglie con tre (dal 4,7% al 6,6%), quattro (dal 5,2% allÊ8,3%), cinque o più componenti (dal 12,3% al 17,2%); tra le famiglie composte da coppie con tre e più figli, quelle in povertà assoluta passano dal 10,4% al 16,2%. Se si tratta di tre figli minori, dal 10,9% si passa al 17,1%. Aumenti della povertà assoluta vengono registrati anche nelle famiglie di monogenitori (dal 5,8% al 9,1%) e in quelle con membri aggregati (dal 10,4% al 13,3 %). La povertà assoluta aumenta non solo tra le famiglie di operai (dal

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Paesi esteri con cui adottiamo

Bulgaria

Kazakistan Ucraina

Brasile

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Nepal

Haiti

Fed.Russa Colombia


7,5% al 9,4% in un anno), ma anche tra gli impiegati e i dirigenti (dallÊ1,3% al 2,6%) e tra le famiglie dove i redditi da lavoro si associano a redditi da pensione (dal 3,6% al 5,3). Per quanto riguarda la povertà relativa, lÊunico segnale di miglioramento si osserva per le persone anziane sole (lÊincidenza passa dal 10,1% allÊ8,6%), probabilmente perché – osserva lÊistituto di statistica – hanno un reddito da pensione, per gli importi più bassi adeguato alla dinamica

inflazionistica. La povertà relativa per gli anziani soli rimane invece stabile. La povertà è il risultato di processi sociali, culturali, economici e politici. UnÊeconomia ingiusta e una società ineguale comportano infatti la creazione dei fattori strutturali allÊorigine dei processi dÊimpoverimento, come dimostra lÊaumento scandaloso dei poveri in Italia. Insomma, oggi spesso non si nasce poveri ma lo si diventa. E poi si sceglie (si è obbligati) di mangiare cibi scaduti,

si sceglie di non comprare un abito, perché poi a fine mese diventa difficile arrivare. Perché gli stipendi non bastano. E così lÊeconomia non gira e ci ritroviamo di fronte a un circolo vizioso dal quale appare sempre più difficile uscire. Uscire da questa situazione di stallo sembra essere diventata la mission dei nostri governi. Ma non bastano mirate politiche di welfare, occorrerebbe far ripartire lÊeconomia a cominciare dal lavoro. Ridare una speranza, ecco quello che ci vor-

„MISERIA LADRA‰: QUANDO LA POVERTAÊ E LÊILLEGALITAÊ RUBANO LA VITA di Pasquale Alessio Ciampa (Libera Avellino) Sono pochi i dati che si potrebbero citare per farsi unÊidea abbastanza chiara e definita sulla situazione economica che attanaglia il nostro „Bel Paese‰. I rapporti ISTAT relativi al 2012, ci raccontano di unÊItalia in cui 9 milioni e 563 mila persone, cioè il 15,8% della popolazione, vivono in condizioni di povertà relativa, ovvero con una disponibilità economica media di circa 506 euro mensili. In condizioni di povertà assoluta, invece, si trovano ben 4 milioni e 814 mila persone, pari al 7,9% della popolazione italiana. Rispetto al 2011 le persone che vivono in condizioni di povertà relativa crescono del 2%, quelle che vivono in povertà assoluta crescono del 2,7%. A tutto questo si unisce il fatto che la crescente crisi del mercato del lavoro ha portato ad un significativo aumento del tasso di disoccupazione, che dal 10,7% del 2012, ha raggiunto lÊ11,5% nel marzo 2013, facendo registrare percentuali ben più alte nel Mezzogiorno. Ad aggravare la situazione è, non per ultima, la profonda condizione di disuguaglianza che si vive in Italia dove, secondo il rapporto 2012 della Banca dÊItalia, il 10% della popolazione detiene oltre il 50% della ricchezza nazionale, confermandoci così la diffusa percezione di quella tendenza che porta ad allargare la forbice tra ricchi e poveri, facendo scomparire il vecchio ceto medio in favore di una polarizzazione tra chi possiede tutto e chi non possiede niente. CÊè un grande bisogno di giustizia sociale nel nostro Paese. Avanzano miseria e disuguaglianze e regrediscono i diritti alla vita, al lavoro, alla dignità della persona. La „crisi‰ ci viene descritta come unÊentità astratta impossibile da contrastare, ma alla crisi si risponde innanzitutto con scelte politiche chiare e coraggiose. La povertà è illegale, lo è sia sul piano morale perché spinge alla „disumanità‰ e rischia di diventarlo anche in rapporto alla criminalità organizzata. Con lÊaumentare della povertà e della miseria, infatti, si rafforza la presenza delle mafie nei territori perché i gruppi malavitosi dispongono di unÊimmensa liquidità illecita di denaro che, in tempo di crisi, sono in grado di immettere nel tessuto produttivo sano, gestendo così aziende, ricattando persone, riciclando denaro, praticando usura ⁄ „Libera. Associazioni, Nomi e Numeri Contro le Mafie‰ proprio per questi motivi, attraverso la campagna „Miseria Ladra‰, si è fatta portavoce di un nuovo modello di welfare sociale e di una nuova etica pubblica, che aspira a combattere le mafie prendendosi cura di chi ha bisogno di aiuto. Lo facciamo portando avanti 10 proposte concrete: 1) Ricostituzione del fondo sociale e del fondo sociale per la non autosufficienza; 2) Moratoria sui crediti di Equitalia e sul sistema bancario; 3) Pagamenti immediati da parte delle Pubbliche Amministrazioni a chi fornisce beni, prestazioni e servizi; 4) Agricoltura sociale, riconversione ecologica, integrazione dei migranti, tagli alle spese militari e a grandi opere inutili; 5) Sospensione degli sfratti esecutivi; 6) Destinare il patrimonio immobiliare sfitto ai più bisognosi e allÊuso sociale; 7) Riconoscere la residenza ai senza dimora, in modo da farli accedere ai servizi sociali e sanitari; 8) Reddito minimo garantito; 9) Riportare in ambito pubblico i servizi essenziali, difesa dei beni comuni; 10) Rinegoziare il debito pubblico. Lo facciamo insieme agli attori sociali che si sentono parte di questo percorso comune che ci porta a contrastare lÊemarginazione delle esistenze, lo facciamo perché è scritto nella nostra Carta costituzionale e lo facciamo per un risveglio etico e culturale del nostro Paese.

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C

ome un volontario combatte la sua povertà di Raffaele De Stefano Provo ad articolare meglio ciò che può spingere una persona, un volontario ad occuparsi di qualcosa da cui, solitamente, si fugge. Personalmente fuggo da tutto ciò che mi provoca sofferenza. Essere a contatto con le varie forme di povertà è sicuramente una di quelle situazioni in cui vorresti correre via a gambe levate. Ognuno trova la sua di interpretazione ed io, proverò con una certa presunzione, a darvi la mia. Mi sento "rabbioso e violento". Prenderei a pugni le mie personali miserie e quelle che incontro per la tua strada per il mio personale appagamento egoistico ove gli altri sono un modo concreto per "placare la bestia" che porto dentro di me.

Concreto è contrapporre la rabbia che covi, con il fare qualcosa di piccolo o di medio, impegnandoti nel volontariato ammortizzando le tue, personali tensioni. L'incontro con gli altri è insieme, appagante e frustrante: sai bene che spesso, il tuo impegno può essere solo "accoglienza e ascolto". Puoi solo fornire un mattoncino a qualcuno che costruisce una casa. In questo ti senti presuntuoso e fortunato nell'avere avuto buoni maestri, una famiglia, un lavoro ma questo non è uno standard comune. Pensi a Don Milani quando affermava che, bisogna dare di più a chi ha avuto meno, perchè altrimenti perseveri nella diseguaglianza. Ecco, vivo in qualche modo una "restituzione" delle mie fortune e delle mie capacità, con cui cerco di chiudere il circuito rabbia-frustrazione-impotenza che vivo quotidianamente. Arrivo al punto: volontariato è combattere contro la propria povertà, la propria miseria quella che ti fa accettare passivamente e con indifferenza la vita di tutti i giorni. Questa visione del tutto personale, psicopedagocica del volontario che ha nella relazione con l'altro la ricerca delle verità nascoste che ognuno coltiva dentro di sè mi fa sempre di più pensare di essere un volontario non generoso, egoista ...forse semplicemente un po' incazzato.

Progetto de

La Casa sulla Roccia e del Teatro di GLUCK - 18 - 15- -


LE NUOVE POVERTAÊ Lavoratori che non riescono ad arrivare alla fine del mese

di Ornella Petillo Le nuove povertà. Lavoratori che non riescono ad arrivare a fine mese Alla fine del mese di gennaio è stato pubblicato il rapporto 2013 su „Occupazione e sviluppi sociali in Europa‰. EÊ un rapporto importante perché mette in evidenza un fenomeno che molte famiglie e tanti lavoratori sperimentano sempre più spesso: non arrivare a fine mese (in senso economico). LÊaumento della povertà tra la popolazione in età lavorativa è una delle conseguenze sociali più evidenti del periodo di crisi che stiamo vivendo. Un posto di lavoro non può garantire, in molti casi, lÊuscita della persona dallo stato di penuria. Ovviamente dipende molto dal tipo di lavoro e dalla composizione del nucleo familiare, e se i lavoratori o le lavoratrici hanno figli la cosa si complica. Il documento presenta anche alcuni dati interessanti sulla situazione dellÊItalia, dove la percentuale della popolazione a rischio povertà ed esclusione sociale è, nel 2012, al 29,9% con un aumento costante negli ultimi tre anni. Le donne purtroppo, anche in questo caso, hanno un triste primato; hanno retribuzioni più basse, minori possibilità di carriera e le proprie ore di lavoro retribuito sono molte di meno rispetto a quelle non retribuite. Tutto questo, oltre a relegare gran parte delle lavoratrici in una condizione di povertà lavorativa, causa anche un futuro pensionistico incerto con livelli di pensione molto bassi. Il fenomeno dei lavoratori poveri è stato esaminato con interesse in molti Paesi, soprattutto per i risvolti macro-economici che genera; negli Stati Uniti è stato analizzato già alla fine degli anni '70 collegandolo ad una progressiva deregolarizzazione del mercato del lavoro; in altre parole lÊaumento della flessibilità contrattuale e delle retribuzioni genera un mercato del lavoro duale che determina molte asimmetrie nelle carriere lavorative. Che cosa significa „mercato asimmetrico‰?

Significa che non tutti i lavoratori sono trattati allo stesso modo; vi sono lavoratori che riescono ad avere protezioni contrattualistiche più stabili e più dignitose attraverso lÊapplicazione di contratti nazionali di lavoro firmati dalle organizzazioni sindacali dei lavoratori e dei datori di lavoro; di contro vi sono altri lavoratori che non riescono ad inserirsi in tale circuito e rimangono intrappolati in una precarietà persistente di lavoro che si traduce, spesso, in precarietà di vita. I soggetti più deboli in questa situazione sono principalmente le donne, per le ragioni che abbiamo accennato prima, e i giovani che si affacciano per la prima volta al mondo del lavoro. Dal punto di vista delle aziende i datori di lavoro preferiscono assumere con contratti di lavoro flessibile per abbattere i costi di produzione e scaricarli sui nuovi assunti; ma non dormono sonni tranquilli neanche i „vecchi‰, cioè, per intenderci, i lavoratori che godono di protezione contrattualistica. Infatti lÊalta percentuale di lavoratori precari/flessibili trascina la „copertura‰ dei diritti lavorativi verso il basso. La concorrenza che si crea non aiuta il mondo del lavoro ma lo appiattisce riducendo il potere contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato. Il fenomeno che abbiamo analizzato non deve essere sottovalutato anche se, semplicisticamente, qualcuno potrebbe dire che i „lavoratori poveri‰ sono sempre esistiti soprattutto nelle frange basse di lavori poco qualificati. Prima di ogni cosa bisogna tenere sotto controllo il livello di espansione che il fenomeno potrebbe assumere nella nostra società. Una forte dilatazione creerebbe cicatrici sociali difficilmente rimarginabili in termini di crescente insicurezza nella pianificazione familiare ed economica, con la conseguente tardiva transizione allo stato adulto e tutto quello che ne consegue (bassi livelli di fecondità, aumento dellÊetà media del matrimonio e del primo figlio e così via). Inoltre, la crisi che stiamo vivendo ci sta mettendo davanti a fenomeni che finora non avevamo mai conosciuto, come quelli di una flessibilità troppo dilatata per lavori anche specialistici e qualificati. Il tempo di intervallo tra un contratto e lÊaltro crea instabilità lavorativa che si scarica sul reddito. Soltanto una rete di protezione costante, una presenza di regole certe per la maggior parte dei lavoratori e una struttura di welfare che sia a supporto del mondo del lavoro sono le migliori pratiche innestabili nella società per garantire a tutti le migliori e più dignitose condizioni di lavoro.

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Nella vita di tutti i giorni la tua famiglia può incontrare diverse difficoltà che non sempre è facile superare da soli. Il nostro lavoro è quello di ascoltarti, aiutarti a comprendere e, se vuoi, risolvere insieme i tuoi problemi familiari. Chiamaci, anche solo per un cosiglio o un ascolto. Siamo qui per questo, gratuitamente. la casa sulla roccia | rione san tommaso 85, avellino info@lacasasullaroccia.it / www.lacasasullaroccia.it

Per appuntamenti contattare la segreteria dell’Associazione tutti i giorni feriali dal lunedì al venerdì dalle 9,00 alle 13,00 e dalle 15,00 alle 17,00. centrofamiglie@lacasasullaroccia.it - http://www.lacasasullaroccia.it

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IMU, BANKITALIA E IL DECRETO MAGICO CHE RUBAVA AI POVERI PER DARE AI RICCHI

decreto del 1926 le aveva già assegnato il monopolio sullÊemissione della moneta, così estromettendo dalla funzione Banco di Napoli e Banco di Sicilia (neo borbonici scatenatevi!). Il capitale della banca venne fissato in trecento milioni di lire e suddiviso in trecentomila quote da mille lire ciascuna, forse per evitare la formazione di pericolose concentrazioni di azioni e di potere (altri tempi!). Gli azionisti privati come detto vennero espropriati delle loro quote, che furono assegnate a enti finanziari di rilevanza o proprietà pubblica (assicurazioni, istituti previdenziali, banche e casse di risparmio). Va da sé che questi enti finanziari azionisti della banca centrale, nel corso degli ultimi anni, sono stati tutti privatizzati, portando quindi la banca in mani sostanzialmente private. Attualmente lÊunico azionista (ancora) pubblico è lÊINPS, ultimo avamposto del solidarismo statale (lasciando perdere lÊincaricomane Mastrapasqua), che comunque detiene non più del 5%. Con lÊintroduzione

di Luigi Numis Ricordate il gran casino rappresentato dai deputati grillini in occasione del voto parlamentare sul decreto IMU-Bankitalia più o meno a fine gennaio? Gli alfieri di Grillo e Casaleggio che organizzano lÊostruzionismo parlamentare a oltranza e la presidente della Camera Boldrini che ricorre alla „ghigliottina‰? Per gli ignari di giacobinismo applicato alle prassi parlamentari, la cosiddetta ghigliottina è una norma/escamotage introdotta da Luciano Violante nella XIII legislatura per aggirare (e mozzare appunto) gli ostruzionismi clamorosi, comunque mai utilizzata fino al recente ricorso della Boldrini. Dopo lÊapprovazione picaresca (e secondo qualcuno pilatesca) di quel decreto sulla via della decadenza per sopravvenuto termine di scadenza, il plotone grillino si scatena e tutto finisce in rissa verbale (e a tratti pecoreccia) diffusa nelle stanze della democrazia, pure con qualche accenno di rissa fisica. Non vo-

lendo prendere le parti di nessuna delle fazioni in rissa, pur non nascondendo una certa preferenza per le ragioni politiche degli incacchiati grillini e del loro ostruzionismo (non condividendone lÊinutile gazzarra scatenata nelle ore successive), cerchiamo di fare chiarezza sui contenuti di quel (ennesimo) decreto salva-banche. Premessa: le banche sanguisuga, comunque la si pensi sulle origini delle loro abitudini, sono indispensabili in unÊeconomia liberista e di mercato. Ancora di più in unÊeconomia iperliberista di (iper)mercato. Quindi, se si è liberisti e mercatisti, si è a favore delle banche sanguisuga. LÊassioma è semplicistico ma tutto sommato realistico. Veniamo a noi allora. La Banca dÊItalia, come istituto di diritto pubblico, nacque nel 1936 grazie alla „Legge Bancaria‰, che ne riformò le funzioni e ne espropriò le azioni private. Un altro regio

dellÊeuro questo (ormai mini) capitale è stato convertito in 156.000 euro. Capitale che, fino allÊapprovazione del decreto che stiamo cercando di analizzare, non era mai stato incrementato. E su questo aspetto necessariamente torneremo. La Corte Suprema di Cassazione nel 2006 ha ribadito il carattere pubblico della banca, escludendo dalle possibilità „le società per azioni di diritto privato‰ e richiamandosi espressamente alla Legge Bancaria del 1936. Insomma la solita corte, baluardo eminente della legge fatta ma zimbello impotente dellÊinganno trovato. Quindi, come ogni ente pubblico che si rispetti, la banca persegue (o dovrebbe perseguire) fini di pubblica utilità e non è soggetta a fallimento, anzi, tramite il suo intervento può impedire il fallimento delle banche private per garantire la stabilità dellÊintero sistema bancario nazionale. Ed eccoci allÊalibi pratico e morale dellÊallora „governo di servizio‰ di Letta e compari. Embè, proprio un bel servizio⁄Ci spieghiamo. Le banche italiane (o almeno alcune di esse) sono titolari di una serie impressionante di crediti inesigibili, elargiti a imprenditori (soprattutto „grandi‰ imprenditori, mica i crediti ai piccoli imprenditori o quelli ai privati disgraziati, sempre esigibilissimi) ora e per sempre impossibilitati a restituire. Allora cosa ha pensato di fare la nostra sempre più amata classe politica a rimorchio (e a servizio, adesso si) della sovrastruttura bancario/finanziaria? Si è scervellata per inventare questo decreto; in questa legge lo Stato italiano (?) garantisce alle banche non lÊeffettiva esigibilità dei crediti bensì, attraverso un sistema apparentemente complicato e adatto solo al comprendonio degli esperti, maggiori guadagni provenienti da dividendi azionari decisamente più lauti per effetto dellÊaumento di capitale della banca centrale. E infatti, la legge approvata in zona Cesarini il 29 gennaio scorso aumenta il capitale della banca centrale italiana, o meglio, autorizza la banca centrale ad aumentare (ragazzi, sono liberali⁄) il proprio capitale a 7,5 miliardi (!) di euro. Il governatore della banca, Ignazio Visco, nel frattempo aveva provveduto ad apportare le necessarie modifiche statutarie per accondiscendere allÊautorizzazione del governo. LÊaumento di capitale dovrebbe dipendere (condizionale di prammatica) direttamente dallÊaumento di valore delle azioni esistenti, quindi nessun reale

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esborso di denaro per gli azionisti. UnÊazione passa da 0,56 euro a 25 euro! Neanche un pantano che diventa terreno edificabile⁄ Ma non esageriamo con le malignità, il decreto prevede anche che gli azionisti non possano detenere più del 3% delle quote. Quindi Intesa San Paolo e Unicredit per esempio, i maggiori azionisti al 30% e 22%, dovranno vendere fino ad arrivare alla quota morigerata del 3%. Considerando tutti gli istituti finanziari che detengono più del 3%, il 56% del totale dovrà essere venduto. La vendita però,

con il prezzo della singola azione a 25 euro, favorirà enormi plusvalenze per tali istituti. Ma a chi potranno vendere i titoli i simpatici azionisti? La legge non lascia nulla al caso, e stabilisce anche i possibili acquirenti, cioè banche, assicurazioni, fondazioni, istituti di previdenza e di assicurazione compresi i nuovi fondi pensione istituiti negli ultimi anni (che magari dovranno progressivamente sostituirsi allÊINPS). Solo enti italiani ma forse (in attesa di verifica di compatibilità con la disciplina comunitaria) anche non italiani. Tutti soggetti che, a ulteriore garanzia di sicura speculazione, pagheranno di tasse unÊaliquota agevolata fissata al 12%. Di più, non ancora sufficientemente protette, la banche e simili, nel caso in cui non riuscissero a vendere le loro azioni, sarebbero aiutate dallo Stato, automaticamente (ri)acquirente delle azioni (al prezzo esagerato, ça va sans dire) a spese sue, cioè nostre. E vogliamo cercare di capire (siamo pur sempre profani) come saranno i nuovi dividendi? Le regole precedenti stabilivano che la Banca dÊItalia non poteva distribuire utili superiori al 10% del capitale sociale (una cifra irrisoria considerato il capitale totale di 156000 euro). In verità era prevista una quota straordinaria (decisa discrezionalmente dal „con-

siglio superiore‰ della banca) legata ai frutti dellÊinvestimento delle riserve, e comunque non superiore al 4% delle stesse, che proporzionava la vera fetta degli invitati alla torta negli ultimi decenni. Secondo calcoli complicati ma mai smentiti, negli ultimi quattordici anni lÊimporto distribuito (nel 2012 circa 70 milioni di euro) si è sempre collocato su valori di gran lunga inferiori al limite massimo del 4% delle riserve, più o meno sullo 0,5%. Il nuovo (liberalissimo) regolamento invece non fa più alcun riferimento a quote straordinarie, e addirittura abbassa al 6% del capitale „sociale‰ (nel senso di socializzazione delle perdite) la quota di utili distribuibili annualmente sotto forma di dividendi. Epperò ora il capitale diventa di 7,5 miliardi di euro, il 6% quindi equivale a circa 450 milioni di euro allÊanno, il calcolo lo sappiamo fare pure noi. E qualcuno forse ritiene che alla soglia massima del 6% non si arriverà?...Non cÊè che dire, un bel regalo agli azionisti privati (nel senso di privatizzazione dei profitti) della nuova Banca dÊItalia. E una bella fregatura per i cittadini italiani. O no? Ma cosa cavolo cÊentrava lÊIMU nel decreto del contendere? Probabilmente era messo lì per sensibilizzare lÊopinione pubblica sullÊurgenza popolare di approvazione del decreto, e forse anche a monito delle forze politiche per fare intendere che, senza i soldi immediati entranti nelle casse dellÊerario con la vendita iniziale delle azioni della banca (fu pubblica), prima dellÊinevitabile e successivo salasso dello Stato, la seconda rata dellÊIMU non poteva proprio cancellarsi. La solita lunga visione⁄ Sempre in proposito, nei giorni successivi allÊapprovazione del decreto, evidentemente non ancora adeguato a certificare la sopravvivenza delle banche, è comparsa sul Financial Times la notizia di Intesa San Paolo allo studio per la creazione di una „bad bank‰ interna, forse sul modello di quella già utilizzata dallÊallora San Paolo IMI (prima della fusione con Banca Intesa) per ripulire il neo incorporato a prezzo di saldo Banco di Napoli, o forse solo per andare incontro alla nuova „leverage ratio‰ del comitato di Basilea, un simpatico simposio di „regolamentatori‰ delle banche europee sempre più spinto verso lÊinvestimento in derivati e sempre meno verso il prestito a famiglie e imprese. Lo stesso governatore Visco, in un discorso tenuto allÊassociazione dei cambisti italiani, da non confondersi con quella più nota degli scambisti italiani, premettendo che il decreto del governo potrebbe non bastare a salvaguardare la serenità delle banche italiane (signor governatore, vuole anche un pezzo di ⁄.?!), ha fatto aleggiare sulla platea lÊipotesi di una „bad bank‰ di sistema. Ma qui entriamo nella fantafinanza⁄Forse.

Progetto per la dipendenza da gioco. La Casa sulla Roccia Avellino 0825/72420 - 72419 info@lacasasullaroccia.it - 19 - - 18


LA POVERTAÊ AI TEMPI DELLA SECONDA REPUBBLICA di Samanta Gemma „...Non chiedermi cosa è la povertà perché lÊhai incontrata nella mia casa. Guarda il tetto e conta il numero dei buchi. Guarda i miei utensili e gli abiti che indosso. Guarda dappertutto e scrivi cosa vedi. Quello che vedi è la povertà‰. La povertà, pur essendo qualcosa di tangibile ai nostri occhi, resta comunque un concetto relativo. Immaginiamo per assurdo una società composta di soli poveri, quello meno povero rispetto agli altri sarebbe paradossalmente il più ricco! Tuttavia, se chiedessimo in giro cosa si voglia intendere per povertà, tal concetto ci rimanderebbe immediatamente ad una mancanza, allÊassenza di qualcosa che dovrebbe esserci e che non cÊè. Quindi la povertà, che potrebbe essere intesa in una moltitudine di accezioni (povertà di spirito, di legalità, di principi morali, di diritti, di servizi sociali, di lavoro ecc.) nel suo aspetto più classico altro non è che quella condizione „de facto‰ di chi, non avendo a disposizione risorse economiche spendibili, si trova estromesso dallÊaccesso a quei beni e servizi indispensabili alla propria sopravvivenza. In questa „categoria‰ rientrano da sempre gli esclusi, gli emarginati, gli invisibili, quelli dei quali possiamo vedere il viso appostandoci davanti alle caritas durante la distribuzione dei pasti o dei pacchi. Invisibili che tuttavia si possono vedere! Sembrerebbe una contraddizione, eppure i poveri esistono, fanno parte della società in cui viviamo, che nulla o poco fa per ridare loro la dignità che gli è stata portata via da eventi sfavorevoli nel corso della vita. LÊassurdità sta nel fatto che nel nostro belpaese europeo, alla fine

del primo quindicennio del 2000, stiamo ancora a parlare di povertà, „nuove‰ o „vecchie‰ che siano, nonostante tutti i progressi economici e le belle parole di chi ci governa e bombarda con promesse utopiche. Eppure la povertà dilaga, crea disparità, divario tra le diverse classe sociali, sconforto, crisi di valori, abnegazione della vita stessa che perde di significato. La mancanza di opportunità lavorative, di reti di sviluppo reali, solide, continuative, lÊassenza di una classe dirigente equilibrata in grado di sostenere in egual misura i cittadini, creano un effetto boomerang sulle persone stesse, che perdono fiducia nelle loro capacità, chiudendosi in un arido e sconfortante individualismo. Nella sottoclasse dei cosiddetti „poveri emarginati‰ rientrano barboni, homeless, disoccupati cronici, immigrati non integrati, ex carcerati, per i quali non si prospetta nessuna possibilità di vita decorosa. Ad essi, inoltre, si aggiungono nuove categorie di persone quali anziani, esodati, „n.e.e.t.‰ e tutti gli imprenditori finiti sul lastrico. Gli stessi giornali e servizi televisivi ci riportano quotidianamente storie di anziani costretti a rubare perché, dopo una vita di sacrifici, vivono con pensioni da fame, di persone che hanno perso il lavoro e che, nella foga della disperazione, tentano il suicidio e spesso ci riescono. La povertà in realtà è sempre esistita ma oggi più che mai sembra manifestarsi in modo violento, irruento, direi disperato. LÊillegalità spesso diventa la soluzione, non si trova lavoro e dopo averci tentato per una, due, tre volte, si dovrà pur mangiare un pasto caldo e allora si va a rubare. La povertà, concetto dalle mille sfaccettature, non riguarda solo le mere mancanze materiali, ma anche il non potersi curare adeguatamente, lÊavere paura del futuro, il perdere un figlio a causa del suolo inquinato, il non sentirsi rappresentati in modo adeguato. La povertà è sentirsi in gabbia, senza via dÊuscita, senza libertà e senza possibilità di scelta. Essa limita la vita perché fa sentire alle dipendenze degli altri, fa sentire obbligati ad accettare offese ed umiliazioni e, a volte, ad essere trattati con indifferenza quando si chiede aiuto. Priva lÊuomo di un bene del quale ogni essere umano avrebbe diritto, toglie lÊopportunità di vivere una vita tollerabile. Porta ad una perdita di controllo sullÊambiente circostante, dal quale ci si sente sempre più esclusi, e ad una consequenziale perdita dÊidentità, di ruolo e di status sociale. Gli stessi ceti medi sono sempre più a rischio povertà, mentre chi è ricco tende a diventarlo più di quanto lo fosse prima, e ciò è riconducibile soprattutto ad una cattiva re-distribuzione della ricchezza. Se M.L. Bacci, politico e docente di economia, affermava che „il grado di civiltà della società si misura anche dalla capacità di distribuire la ricchezza e di attenuare gli effetti negativi delle disuguaglianze‰, allora mi viene da pensare che noi non viviamo ancora in un paese tanto civile

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ABBONDANZA SPIRITUALE E CRESCITA SOCIALE di Anna De Stefano Quando si parla di abbondanza di solito si fa subito lÊassociazione alla ricchezza e soprattutto al denaro, perché questo è il mezzo per eccellenza, nella nostra cultura e nella nostra economia, per poter comprare tutto. EÊ vero, i soldi non danno la felicità, come recita un vecchio proverbio, ma gli danno una gran mano. Allora cominciamo a entrare più in profondità rispetto a ciò che è il denaro e ciò che è la felicità. Ci accorgiamo subito che il denaro è un mezzo materiale, unÊunità di scambio, inizialmente con un valore intrinseco in quanto aveva valore di per sé (era dÊoro, dÊargento), ma con il passar del tempo sempre più estrinseco, quale impegno e simbolo dello Stato che lÊemette. Il denaro ha a che fare con lÊavere che è fun-

natura, la beatitudine divina della nostra anima‰. Una storia racconta di un asino che non voleva trascinare il suo carretto perché molto pesante; il contadino astuto attaccò un bastone alla testa dellÊasino, al cui termine pendeva una carota. LÊanimale invogliato da quel „bocconcino‰ cercava di prenderlo e nel contempo spostava il carretto. Non è difficile riconoscerci nellÊasino mentre cerchiamo di raggiungere la „carota‰ della felicità, attraverso il raggiungimento di beni materiali, trascinandoci dietro tutte le preoccupazioni e le difficoltà. Pura illusione! Eppure fermiamoci un attimo per vedere la nostra vita quotidiana alle prese con le tante carote da raggiungere nella ricerca del benessere e della felicità.

chezza non solo materiale, ma anche mentale e spirituale, porta con sé un concetto diverso che parte da quellÊabbondanza che esiste tutta intorno a noi: la vita è energia, lÊenergia abbonda intorno a noi, la vita è abbondanza. Sono i nostri pensieri (le nostre credenze) e le nostre conseguenti azioni che hanno realizzato il concetto di scarsità (non ce nÊè abbastanza, bisogna lottare per avere). Secondo la legge universale di attrazione si attrae ciò che è simile (si ottiene lÊessenza di quello che si pensa, sia che si tratti di qualcosa che si vuole o di qualcosa che non si vuole). Nel corso del tempo il denaro è stato identificato come qualcosa di negativo, non spirituale. Grande confusione di termini e di traduzioni per „beati i poveri in spirito‰ op-

zionale nella realtà materiale; è lo strumento che permette di poter acquistare beni e servizi, non certo virtù, anche se la sua popolarità è cresciuta nel corso dei secoli associandosi al potere che un individuo ha nella scala sociale. Pertanto, sempre di più „chi possiede è‰, intendendo che chi ha beni può acquistare cultura, conoscenza e, quindi, potere sia economico che intellettuale, diventando mezzo per dominare chi non ha e, dunque, non è. La felicità, al contrario, è uno stato dellÊessere, uno stato della mente come ben spiega Swami Kriyananda (discepolo del maestro Paramhansa Yogananda), un modo di vedere, di percepire la vita indipendentemente da ciò che si ha. „La felicità non dipende dalle circostanze, ma è uno stato mentale; ancor di più, è la nostra vera

Allora cosa pensare rispetto ai soldi e alla felicità? E cosa essi hanno a che fare con lÊabbondanza? Intanto diciamo che viviamo in un mondo di „dualità‰ (buono-cattivo, brutto-bello, ricchezza-povertà, essere-avere ecc.) e che vivendo contemporaneamente su più livelli (materiale, mentale, spirituale – corpo, mente, spirito) abbiamo bisogno di trovare un equilibrio, il cui risultato è la pace con se stessi, lÊaccettazione di sé, lÊamore verso se stessi che passa anche attraverso il soddisfacimento del nostro corpo materiale, visto che siamo esseri spirituali dotati di un corpo fisico. Ogni appagamento che interessi un solo livello è parziale e, pertanto, non soddisfacente, portandosi dietro una continua ricerca e insoddisfazione. Ecco che lÊabbondanza, intesa come ric-

pure „è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno di Dio‰. LÊuomo che ama Dio non poteva essere ricco (di beni materiali), e San Francesco ne è stato il massimo esempio ed ispiratore, mentre la Chiesa Cattolica è stata ed è ancora criticata per le ricchezze materiali possedute e spesso ritenute lÊantitesi della spiritualità. Ancora oggi opera sottilmente lÊidea, ereditata dal Medioevo, che se si è ricchi (di beni) è perché si è truffato, imbrogliato, frodato qualcuno, oppure perché si è ereditato a danno di altri. Martin Lutero affermò che „Il denaro è lo sterco del diavolo‰, assimilando il denaro a quanto di più sporco potesse esserci: gli escrementi. Ma se Dio è la massima Ricchezza, intesa

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Iniziativa dell’Associazione “La Casa sulla Roccia” Assistenza Legale Gratuita a persone in difficoltà Per appuntamento telefonare alla segreteria dell’Associazione sita in Avellino al Rione San Tommaso, 85 tel.: 0825/72420 – 72419 fax 0825/71610 http://www.lacasasullaroccia.it – email : legale@lacasasullaroccia.it

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in ogni senso e ad ogni livello come infinito Bene, non credo che (Dio) debba tradursi in penuria per lÊessere umano, Suo figlio. Credo, invece, che il problema sia lÊattaccamento al denaro, con lÊuso fine a se stesso ed esclusivamente per se stessi o per la propria cerchia, comprensivo di tutte le emozioni negative che tale pratica comporta. Rimanendo su un piano meramente materiale, come afferma Stuart Wilde nel suo libro Le leggi dellÊabbondanza: „EÊ difficile sintonizzarsi con il denaro se si pensa che è qualcosa di malvagio e di sporco. Ma non appena giungi a comprendere che il denaro è neutrale, che lÊabbondanza è naturale e spirituale, ti rendi facilmente conto che possedere denaro non danneggia necessariamente qualcun altro. Sono i sentimenti e il potere dei pensieri a creare abbondanza dentro ciascuno di noi.‰ In realtà il denaro è energia neutra, fa parte del flusso dellÊabbondanza. In un suo interessante articolo (Il denaro come simbolo: aspetti psicodinamici e clinici), lo psicoterapeuta Claudio Widmann descrive un

aspetto in particolare del denaro, quello energetico, traendo spunto dal Faust di Goethe. „Quando Faust, accompagnato da Mephisto giunge al palazzo dellÊimperatore, trova un intero paese che langue sotto il peso di unÊenorme indigenza; i fornai non infornano il pane, i soldati non fanno la guerra, le donne non corteggiano i soldati, perché tutti sono oppressi dai debiti e nessuno ha né risorse né entusiasmo per vivere (Goethe, 1831). Mephisto escogita allora una diabolica soluzione. Convince lÊImperatore a saldare i debiti dello Stato con una semplice scrittura, dove la firma imperiale funga da garanzia e i tesori (non ancora scoperti!) del sottosuolo costituiscono da copertura materiale. EÊ lÊinvenzione della carta-moneta: quella scrittura viene stampata in migliaia di copie, che si propagano fulmineamente fra la gente; con essa i padroni pagano i lavoratori e i lavoratori tacitano gli strozzini; osti e puttane sono in festa: ci si ubriaca di vino o dÊamore e tutto lÊimpero si rianima. Il denaro ha trasformato un paese moribondo in unÊesplosione di vi-

talità.‰ Poche narrazioni descrivono con lÊefficacia del Faust che il denaro è simbolo operante di energia. In termini psicologici, nel regno esangue dellÊimperatore riprende a circolare energia psichica che vivifica, riattiva, rianima. Il denaro si mostra anzitutto come il simbolo di unÊenergia‰ LÊabbondanza di denaro o di beni ci offre la possibilità di essere autonomi, cioè in grado di gestire la propria vita, e ci dà lÊopportunità di sperimentare la solidarietà verso gli altri che fanno parte della famiglia umana. Siamo uno con lÊuniverso, con tutti gli umani e gli esseri viventi. LÊabbondanza nella propria vita si può creare soltanto se si accetta che lÊuniverso è illimitatamente ricco, che i corpi di tutti gli altri esseri umani fanno anche parte del proprio universo. Questo significa che si riuscirà a creare lÊabbondanza nella propria vita solamente se si include anche quella degli altri.

SIAMO TUTTI VISITATORI DI QUESTO TEMPO, DI QUESTO LUOGO. SIAMO SOLO DI PASSAGGIO. IL NOSTRO SCOPO QUI E’ OSSERVARE, CRESCERE, AMARE... POI FACCIAMO RITORNO A CASA

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LA CASA SULLA ROCCIA APRE „TELEFONO AZZURRO‰

Presso „La Casa sulla Roccia‰ è stato istituito il Telefono Azzurro, servizio di help line sul territorio di Avellino e provincia con lÊattivazione di una linea verde gratuita 800 111 111, attiva 24 ore su 24 a favore dellÊinfanzia e dellÊadolescenza, alla quale si può accedere anche con segnalazioni che garantiscano lÊanonimato. Il servizio si sviluppa con il supporto e la collaborazione del „Tele-

fono Azzurro Centro Aiuto al Minore Onlus‰ di Napoli e si propone di operare per la conoscenza e la difesa dei diritti del minore, sensibilizzando lÊopinione pubblica sui problemi dellÊemarginazione e del disagio dellÊinfanzia e dellÊadolescenza. Stimolare gli organi competenti al senso di responsabilità civile e politica, tendere allÊemanazione di opportuni provvedimenti a sostegno della tutela del fanciullo, promuovere in tal modo la cultura della solidarietà, dellÊascolto, dellÊaccoglienza, dellÊuguaglianza e del rispetto delle differenze. LÊobiettivo del servizio è quello di far emergere situazioni nascoste di violenza o trascuratezza, aiutando i minori in difficoltà, quelli emarginati o a rischio vitale. Ciò attraverso unÊazione di cooperazione con le Autorità preposte alla difesa dei bambini, un pronto intervento attraverso un impegno di collaborazione realizzato con la Questura di Avellino. Oltre alle segnalazioni alle istituzioni pubbliche (Servizi Sociali, Tribunali per i Minorenni) o private e allÊimpegno nel seguire i vari casi che di volta in volta potranno presentarsi, sarà attuata unÊattività collaterale ma fondamentale di sostegno psicologico, sia dei minori che delle loro famiglie attraverso colloqui e consulenze professionali differenti per tipologia dÊintervento, e in più un supporto legale. Il 5 marzo 2014 si terrà una conferenza stampa di presentazione del Servizio al territorio.

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IL PIUÊ RICCO CHE CONOSCO... di Ramona Barbieri Carissimo, forse nei nostri discorsi non ti ho mai accennato che scrivo per un giornale. Niente di che, non mi fraintendere, non mi reputo giornalista anche perché i miei scritti sono più „pezzi teatrali‰, citando una cara amica, piuttosto che veri e propri articoli. Forse quando ho iniziato a scrivere per LiberaMente già mi ero chiusa in casa e avevo smesso di andare su e giù per quel corso in attesa di quel pullman che mi riportasse a casa. Eppure quelle ore sono state per me ricche di incontri e di emozioni. Certo, il mio lavoro da cameriera me lo permetteva. Beh, ti ricordi no? Ti aspettavamo tutti , a mezzogiorno di ogni venerdì; il tuo posto era già pronto. Il tuo mezzo litro di vino rigorosamente rosso e il cucchiaio per la pasta e fagioli che ti preparava la signora Maria. La metteva solo per te sul menù del venerdì, lo sai? Arrivavi col tuo sorriso e col tuo borsone. Chinavi la testa soltanto se ti accorgevi che nel locale cÊera qualcuno che non ti aveva mai visto, e allora ci guardavi. Ho sempre creduto che con quel tuo sguardo volessi chiederci scusa del fatto che fossi lì. Ma il tuo piatto caldo ti aspettava. Mi piaceva avvicinarmi e ascoltarti parlare di tua moglie e di tua figlia. Mi dicevi che ti stavano aspettando a Pompei, ma che tu non potevi ancora tornare perché la tua missione non era ancora terminata. A quel punto prendeva la parola lÊAltro. Chiudevi gli occhi e qual-

cuno iniziava a parlare con la tua voce e parlava di te, del fatto che tu dovevi aspettare che avvenisse quella Rivelazione. E sarebbe avvenuta, presto, in quella chiesa del Rosario alta e imponente in mezzo a shopping selvaggi e caffè al volo. E mi mostravi quel quaderno pieno di scarabocchi e mi dicevi che era la scrittura di Dio. Poi lÊAltro andava via e ritornavi tu, i tuoi libri e la tua Divina Commedia. Le parole ti uscivano a fiotti eppure i tuoi occhi mostravano il dolore della tua anima. Da lontano ti osservavo mangiare. Avevi una tale eleganza nel gustare ogni singolo boccone e sorso. Non mancavano i complimenti alla cuoca e il pacchetto che ti facevamo prima che andassi via con quello che lasciavi nel piatto. Mi dicevi che lo portavi ai piccioni quel cibo. Non ci ho mai creduto. Quella mattinata gelida di pieno inverno mi obbligò a chiederti dove dormissi. Mi parlasti della casa di quellÊavvocato, senza acqua né corrente elettrica. Ti riscaldavi sotto una montagna di coperte, ma non smettevi di ringraziare il proprietario avvocato perché ti concedeva un tetto sulla testa. E poi ti alzavi, mi lasciavi la mancia e mi salutavi sapendo che ci saremmo visti nelle mie passeggiate avanti e indietro per quel corso in attesa di tornare nella mia, per molti, umile dimore, per te, probabilmente, un Caldo Eldorado. E da lontano intravedevo il grigiore della tua barba, sentivo lÊodore acre del tuo sigaro, ti vedevo sorridere e improvvisamente far prendere parole allÊAltro e alla tua Missione per conto di Dio, quasi come fossero pallottole lanciate a bruciapelo contro il tuo dolore e la tua solitudine. Ma questo è un mio pensiero. Mi permetto, oggi, dopo un poÊ di anni di nostro silenzio, oggi che passeggiando per il corso non ti ho visto, mi permetto di scrivere di te, del mio incontro e dellÊenorme regalo che mi hai fatto: la consapevolezza che a volte (o chissà, spesso) la povertà coincide con la dignità e la ricchezza dÊanimo. Ai più abbienti lÊardua sentenza. A te, Mimmo, semplicemente grazie!

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„Lettera di presentazione ai giovani italiani (e meridionali soprattutto)‰ di John (Philip Jacob) Elkann, ovvero the world upside down di Luigi Numis Hi, my name is John Philip Jacob Elkann, I was born in New York on first april 1976. Sorry boys, sto scrivendo in inglese, ma per i poliglotti come me è sempre un problema parlare la lingua appropriate alla circostanza. Mi scuserete allora anche se continuerò in italiano con qualche inevitabile (is stronger than me!) inglese. E poi faceste bene anche voi a imparare lÊinglese e a parlare una lingua doppia come la mia. Dicevo che sono nato negli Stati Uniti, in realtà non perché i miei genitori vivevano proprio là, e nemmeno

per un pesce dÊaprile, ma perché during that period i miei genitori avevano deciso che farmi nascere negli States era estremamente cool. E così comprarono un appartamento dentro il culone interno della statua della Libertà, proprio sotto tutte quelle pieghe del mantello, allÊunico piano abitabile della statua, per farmi cool e free già dalla nascita. Il termine „cool‰ in that period non esisteva ancora neanche nella lingua inglese, ma i miei genitori, e mia madre soprattutto che era italiana ma che chiamava zio il famoso Kissinger (che poi non ho mai capito stoÊ Kissinger che lavoro faceva, stava sempre in giro a parlare zitto zitto con chiunque trovava), già lÊutilizzava nelle cene a casa con gli amici di daddy, cioè babbo. Gli amici di daddy (e daddy stesso) non capivano niente di quello che diceva mia mamma, ma pur di non perdersi le cene italiane del babbo sorridevano e dicevano che una donna più spiritosa, intelligente e brava in cucina il babbo proprio non poteva trovarla. In realtà le cene le cucinava una cameriera di Caserta che il mio babbo chiamava scherzosamente „bersagliera‰, e che scherzosamente il mio babbo spennava every afternoon quando la mamma andava a Central Park per la caccia alla volpe. Poi, quando la mamma tornava con una volpe già fatta pelliccia e con la nurse del mio fratellino, il babbo le dava un kiss e chiedeva come mai il fratellino non era con loro. La mamma rispondeva sempre che il mio fratellino Lapetto si era perduto nel parco e che ce lÊavrebbero riportato a casa i cani levrieri dei Rockefeller dopo aver azzannato il beef arrosto che il dog sitter di famiglia gli dava sempre in premio verso il tramonto, periodo della giornata che i cani apprezzavano particulary e che avevano

lÊabitudine di contemplare dopo aver cenato. Quindi Lapetto, a notte fonda, rientrava a casa addormentato sul dorso di un cane alato da caccia che era capace pure di prendere lÊascensore per non dare troppo nellÊocchio. Mio fratello Lapetto non ha più perso lÊabitudine di fare lunghi viaggi su bestie alate⁄Questi cani magnifici e intelligentissimi non erano normali cani da caccia, ma venivano proprio dalla costellazione dei „Cani da Caccia‰ che la famiglia Rockefeller aveva visitato durante una holiday trascorsa sulle stelle dellÊOrsa Maggiore. Io invece non andavo mai con la mamma alle battute di caccia alla volpe perché preferivo rimanere dentro la statua della libertà a giocare a mini golf nelle buche che si aprivano on the floor di rame e a salire allÊultimo piano della statua, sulla

corona uguale uguale alla bocca di Mazinga Z. Avrete capito quindi che, oltre a me, i miei parents hanno fatto nascere già cool (e free) altri figli, due, che di name sono stati messi Lapo Edvard e Ginevra. Tutti i nostri names li ha scelti la mamma. Il babbo si è limitato a darci il surname, anche se il nostro nonno italiano, il padre di mamma, non era tanto dÊaccordo nemmeno sul surname. E infatti, quando il nonno Giovanni veniva a trovarci, pur di non chiamarci con i nostri nomi-cool e di dimenticarsi il surname, ci chiamava tutti con surnames presi dai giocatori della Juventus: io non ero John ma Charles (da John Charles), mia sorella non era Ginevra ma Boniek (perché riccioluta biondina come lÊattaccante polacco) e Lapetto, il cocco di nonno Giovanni, era Bonini (perché biondo come lui e perché, diceva il nonno, proprio come Bonini anche Lapo un giorno could only correre per portate avanti lÊazienda). Il nonno era proprietario e tifoso della Juventus e poco poteva soffrire il babbo, anche perché al babbo non fregava nulla del calcio. Il nonno, oltre alla Juventus, possedeva anche una fabbrichetta di automobili a Torino e altri stabilimenti piazzati soprattutto al south Italy per dare lavoro ai poveri sudisti. Si trattava comunque di una cosa modesta, visto che io fuori dallÊItalia una car fatta dal nonno proprio lÊho mai vista. E io il mondo altroché se lÊho girato! Comunque gli operai cattivi

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del nonno, quelli ingrati per il lavoro che il nonno gli dava, quando io ero ancora piccolo cominciarono a fare uno sciopero senza fine. Allora gli operai e gli impiegati buoni del nonno, quelli riconoscenti, andarono a in quarantamila a fare una manifestazione e così il nonno riuscì a pagare le banche di un nostro amico africano che si chiamava Gheddafi e che poi poor man ha fatto brutta fine. Nonno diceva sempre che Gheddafi era lÊunico socialista che non riusciva mai a prendere in giro. Tornando alla mia storia, io, i miei fratelli e i miei genitori siamo stati a New York fino a quando la mamma non si è stancata di fare le tante scale di ingresso alla statua. E così abbiamo preso arms and baggage e ci siamo trasferiti a London, in un piccolo appartamento di 400 metri quadrati dentro unÊala di un vecchio palazzotto di periferia chiamato Buckingham Palace. A London però la mamma, il babbo, la bersagliera e altre giovani cameriere trovate sul posto hanno cominciato a litigare sempre più spesso, fino a co-

stringere mamma e babbo a separarsi. Io allora sono stato mandato in giro per lÊEuropa a stare in tutti i college privati più severi del vecchio continente, per poi diplomarmi in un liceo pubblico di Parigi, dove non ricordo più come e quando sono arrivato. Ricordo però che quando ho messo piede per la prima volta nellÊistituto pubblico mi è venuta una febbre alta che è durata quindici giorni, and so, la seconda volta che ci sono andato, il preside della scuola mi ha fatto trovare una classe composta solo da me e altri tre ragazzi francesi discendenti diretti di Luigi XIV, Napoleone e Jacques Anquetil (io sincerely non conoscevo nessuno dei tre). In verità cÊera anche un quinto iscritto, tale Antoine Mariotte figlio di un maestro elementare, che però non parlava mai con noi perché veniva interrogato tutti i giorni in tutte le materie. I professori dicevano che se Antoine andava bene era inutile interrogare pure a noi. Dopo la maturità scientifica nellÊostico liceo pubblico parisian, il nonno di Torino, che nel frattempo mi aveva scelto come suo successore visto che Lapo erano cinque anni che non riusciva a superare lo scoglio del quarto ginnasio (anche lui sarà mandato a diplomarsi a Parigi, in una scuola privata però), mi ha consigliato di iscrivermi allÊuniversità della sua città per studiare qualcosa al Politecnico, dove veramente mi sono laureato a 24 anni in un tipo di ingegneria che non ha mai capito bene che ingegneria è. Prima di ogni esame il nonno mi dava paio di paginette da imparare a memoria, io le imparavo e the next day il professore mi chiedeva proprio quelle cose che avevo letto. Tutti trenta e lode. Il nonno era ingegnere pure lui, e già sapeva per ogni esame quali erano le cose importanti e quali no. Chissà perché per televisione lo chiamavano lÊavvocato. Con la laurea in tasca allora il nonno, sempre più proud of me, ha cominciato a farmi mandare domande di assunzione in tutte le aziende meccaniche del mondo, e quelle, le aziende, considerati i miei titoli e i miei studi, mi hanno chiamate tutte per lavorarci. Cioè, veramente a lavorare lavorano altri, io metto solo qualche firma e faccio un poÊ di public relations, però i miei colleghi dicono tutti che il mio ruolo è fondamentale e che mai e poi mai facessero a meno di me. Very often mi chiamano a far parte di qualche consiglio di amministrazione, credo che sono arrivato ad essere membro, presidente o vicepresidente di una quarantina di questi

consigli, dove però mi addormento sempre per la noia perché si parla solo di soldi, e a me i soldi non hanno mai interessato troppo. Ho pigliato dai miei genitori, che si sono preoccupati sempre più dellÊarte che dei soldi. Anzi, vi svelo un piccolo segreto, io i soldi non li ho proprio mai usati, non ho mai pagato qualcosa in contanti in vita mia, sempre sulla parola. Yeah, da piccolo ho rubato qualche soldo (cÊera scritto „lire‰ se non ricordo male) dal portfolio di mio cugino grande quando andavamo tutti in vacanza in Val Chisone a farci due palle grandi come cucumbers, ma poi non li spendevo mai perché il barista del posto non li voleva essendoci il conto di famiglia sempre aperto. Così finivo per regalarli sempre a mio fratello Lapetto che, a differenza mia, subito li spendeva in occhiali da sole. E quindi io i soldi non li saprei neanche utilizzare. Ma anche questo deve essere un pregio per il settore in cui lavoro, visto che pur non pagando mai riesco sempre a ottenere qualche cosa. Soprattutto dallo Stato italiano. E anche adesso che il nostro capo azienda dice che è meglio fare la delocalization e trasferire tutta le baracche in Honduras, il governo italiano ci prega di accettare qualche incentivo statale per aumentare le vendite, e le televisioni italiane continuano a farci tanti complimenti per aver comprato quellÊazienda americana col nome tedesco. La mia famiglia è sempre più orgogliosa di me e, pure se negli ultimi anni sono successi un poÊ di casini per via dellÊeredità del nonno, mai nessuno si è sognato di litigare seriamente e svelare al fisco italiano dove il nonno ha nascosto il tesoro. Ma quale tesoro poi? Io non ne so niente. A me il nonno ha lasciato in eredità solo la Juventus, che con me

vince nuovi scudetti e non molla quelli vecchi che lÊInter e altri dicono che abbiamo rubato. Come se parlare con gli arbitri e consigliarli su come arbitrare significhi rubare le partite. Allora dovrebbero toglierceli tutti gli scudetti, no? No, noi Agnelli, cioè scusate, noi Elkann non abbiamo mai rubato nulla, tutto quello che abbiamo lo abbiamo built con le nostre forze. E sempre senza lÊappoggio dei poteri forti. Mica noi, a differenza di altri, siamo stati monarchici, fascisti, repubblicani e democristiani in base a come soffiava il wind? E anche io mi sono fatto tutto con le mie forze. E anche mio fratello si è fatto tutto ancora più di me. Oh, giovani dÊoggi lamentosi e vittimisti, avete capito che giri di istruzione e di gavettone mi sono fatto prima di arrivare dove sono e di possedere tutto quello che possedo? In realtà non so bene che cosa possedo, ma i miei commercialisti dicono che sono molto ricco. Ma il money non è tutto nella vita, cari giovani italiani e meridionali soprattutto. Nella vita ci vuole pure tanto love. E io mi sono dato da fare per trovare pure quello, e mica su internet? Andavo alle feste di natale di beneficenza per i bambini calabresi dove il nonno mi mandava per conoscere le nipotine delle sue amiche. E mica mi sono messo con una ragazza ricca? Una semplice Borromeo, quelli di San Carlo Borromeo tanto per E anche mia moglie ovviamente ha fatto tanti sacrifici prima di poter planning and implementing i nostri tre figli: Leone Mosè, Oceano Noah e Vita Talita. A proposito, i nomi li ha scelti la nonna...

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Associazione Culturale per il Sociale

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- Mamma perchè hanno messo un muro a Gaza ? - Per impedire alla pace di entrare...

LiberaMente

Bimestrale dĂŠ La Casa sulla Roccia Registrazione presso :Tribunale di Avellino N. Reg. Stampa : 5/10 R. del 15/07/2010

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Liberamente n 22 marzo 2014  

LiberaMente il bimestrale dell'Associazione La Casa sulla Roccia - Centro di Solidarietà

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