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Federazione Italiana Cineforum


Al CUORE DEI CONFLITTI

Rassegna Cinematografica - III edizione un progetto di Federazione Italiana Cineforum in collaborazione con Laboratorio 80

A cura di: Chiara Boffelli (Laboratorio 80) Progetto Grafico: Paolo Formenti - PiEFFE Grafica* Sito web: PiEFFE ACME, Emanuele Castelli (S.P.S.), Veronica Varini, Muttley Sottotitoli: Laura Di Mauro, Veronica Varini, Martina Fiorellino Traduzioni: Laura Di Mauro Il catalogo è a cura di: Chiara Boffelli Materiali di documentazione e iconografici: Veronica Varini Elaborazioni video: Lab 80 TUC, Andrea Zanoli, Sergio Visinoni, Alberto Valtellina, Martina Fiorellino Trasporti: Dario Catozzo (Lab 80 film) Ringraziamenti Gianluigi Bozza, Maurizio Cau, Cristina Lilli, Enrico Zaninetti (FIC), Luisa Chiodi, Francesca Vanoni, Chiara Sighele, Giorgio Comai (Osservatorio Balcani e Caucaso), Angelo Signorelli (Laboratorio 80), Paola Gandolfi (Università degli Studi di Bergamo), Daniela Vincenzi (Fondazione Alasca), Fiammetta Girola (Bergamo Film Meeting), Alberto Valtellina, Sergio Visinoni, Andrea Zanoli (Lab 80 film). Per il film Armadillo si ringrazia: Miriam Nørgaard (f-film.com), Lara Casirati (Milano Film Festival), Anne Marie Kürstein (Danish Film Institute) Per il film Miracle Seller si ringrazia: Boleslaw Pawica, Jaroslaw Szoda Per il film Neds si ringrazia: Manuela Comps (WILD BUNCH) Per il film También la lluvia si ringrazia: Manuela Comps (WILD BUNCH) Per il film Tahrir - Liberation Square si ringrazia: Francesca Dolzani, Stefano Savona (PICOFILMS) La rassegna sarà ospitata, da febbraio a dicembre 2012 in numerose città italiane. Il programma completo e aggiornato è consultabile sul sito www.alcuoredeiconflitti.it

Visioni e riflessioni sui conflitti geopolitici, ma anche urbani, razziali e di classe, che assillano numerose zone del pianeta. Film inediti per scoprire storie poco conosciute, attraverso gli occhi di chi questi conflitti li ha vissuti o li vive tuttora sulla propria pelle. Per capire un conflitto o una rivalità geopolitica, non basta precisare e cartografare le poste in gioco, bisogna anche cercare, lo si è visto – soprattutto quando le cause sono complesse – di comprendere le ragioni, le idee dei suoi principali attori: capi di Stato, leader di movimenti regionalisti, autonomisti o indipendentisti, eccetera. Ciascuno di essi esprime e influenza a un tempo lo stato d’animo della parte di opinione pubblica che rappresenta. Il ruolo delle idee - anche se sbagliate – è capitale in geopolitica. Sono esse a spiegare i progetti e a determinare la scelta delle strategie, certo insieme ai dati materiali. Yves Lacoste


Federazione Italiana Cineforum

La Federazione Italiana Cineforum, fondata nei primi anni Cinquanta, riunisce attualmente circa 130 cineforum e cineclub in attività, sparsi in tutto il paese, nelle grandi città come nei piccoli comuni. Il lavoro dei cineforum della FIC è volto a far conoscere i film dei più significativi autori contemporanei come anche i capolavori dei maestri della storia del cinema. La Federazione edita anche la rivista Cineforum, tra le voci più autorevoli nel campo della critica cinematografica. La FIC organizza sul piano nazionale convegni, corsi e incontri sia sui problemi dell’associazionismo culturale come anche sul cinema e sul lavoro critico. www.cineforum-fic.com

Il Laboratorio 80 è una delle più longeve associazioni di cultura cinematografica esistenti in Italia nonché uno dei soci fondatori della Federazione Italiana Cineforum. Nasce nel 1959 con il nome di Cineforum di Bergamo e fin dall’inizio si caratterizza per la particolare attenzione rivolta alle esperienze autoriali più significative e innovative della produzione nazionale e internazionale. Organizza le proiezioni nell’Auditorium di Piazza Libertà, proponendo retrospettive, rassegne tematiche, anteprime, eventi anche in collaborazione con altre associazioni culturali presenti sul territorio. Diverse sono le attività collaterali alla programmazione cinematografica, tra cui corsi e seminari di introduzione e approfondimento del linguaggio cinematografico. www.lab80.it

Osservatorio Balcani e Caucaso (OBC) è un progetto della Fondazione Opera Campana dei Caduti all’incrocio tra un media elettronico, un centro studi e un centro servizi che esplora le trasformazioni sociali e politiche nel sud-est Europa, in Turchia e nel Caucaso. Attraverso l’interazione tra un gruppo di lavoro con sede operativa a Rovereto (TN) e una rete di oltre 40 corrispondenti e collaboratori locali produce informazione e analisi che vengono pubblicate quotidianamente sul web. Il portale di Osservatorio intreccia informazione, ricerca e stimolo alla cooperazione internazionale e viene visitato da oltre 100 mila lettori al mese: docenti e ricercatori; giornalisti; studenti; diplomatici; funzionari di Enti locali, regionali e nazionali; policy makers; volontari e professionisti della solidarietà internazionale; operatori economici; cittadini delle diaspore del sud-est Europa e del Caucaso; turisti e viaggiatori; semplici curiosi. www.balcanicaucaso.org


di Fabien Lemercier Regia: Janus Metz - Sceneggiatura: Janus Metz - Fotografia: Lars Skree - Montaggio: Per K. Kirkegaard - Musica: Uno Helmersson - Origine: Danimarca 2010 - Durata: 90’ - Website: www.armadillothemovie.com Premi e festival: Festival di Cannes (Gran Prix alla Settimana Internazionale della Critica), European Film Awards (Nomination come miglior documentario), Karlovy Vary International Film Festival, Milano Film Festival.

Mads e Daniel sono partiti per la prima missione nella provincia di Helmand, in Afganistan. La loro sezione è a Camp Armadillo, sulla linea del fronte di Helmand dove si combatte violentemente contro i Talebani. I soldati sono lì per dare aiuto agli Afgani ma via via che i combattimenti s’intensificano e le operazioni diventano più cruente, Mads, Daniel e i loro amici diventano sempre più cinici. Tra alienazione e disillusione, sfiducia e paranoia prendono il sopravvento.

Un documentario di una forza eccezionale ha sconvolto il pubblico della Settimana della Critica del Festival di Cannes: Armadillo di Janus Metz. Immersione di sei mesi nel quotidiano di un’unità di soldati danesi della forza d’intervento internazionale in Afghanistan, il film rivela la complessità di questa strana “guerra” avvicinandosi come non mai al soggetto. Incollata pericolosamente ai protagonisti, la cinepresa coglie la violenza allo stato brado, evidenzia i paradossi di questi uomini perennemente a rischio e si interroga, senza partito preso, sulle ragioni e i limiti della presenza militare in Afghanistan. “Fategli assaporare l’inferno questa mattina! Siete qui per questo”: sono le parole rivolte ai soldati danesi di stanza per qualche mese al campo Armadillo, nella provincia di Helmand. Al di là di un perimetro di 800 metri si trova il nemico invisibile, i talebani. La missione? Costringere l’avversario a combattere, cercando al contempo di ammansire la popolazione locale. “Aspettatevi dell’azione! Sarà interessante”, annuncia un caporale accogliendo i nuovi arrivati, alcuni dei quali sono stati


nonostante le molteplici tecnologie di sostegno (droni, sorveglianza video e intercettazioni), lasciando feriti sul campo. Un’attesa che fa emergere poco a poco sentimenti violenti e aumenta il distacco con la popolazione locale. Armadillo potrebbe sembrare un brillante film di propaganda a favore della presenza delle truppe in Afghanistan, ma Janus Metz, alla lunga, smentisce questa impressione. Una scena spaventosa mostra l’uccisione di tre afgani semplicemente perché sospettati di essere nemici. Poi, viene mostrato un intenso combattimento in cui muoiono diversi talebani. Come un’ombra nel caos, la camera coglie una brutalità estrema, l’adrenalina e la paura onnipresenti. C’è chi perde il controllo, segue inchiesta, ma regna la solidarietà: nulla è ufficialmente accaduto e i soldati ricevono una medaglia. Per loro è tempo di tornare in patria, ma molti vorrebbero essere di nuovo al fronte. E gli spettatori vengono lasciati alle loro riflessioni, al termine di un film impressionante che rimarrà nella storia della Semaine. Fonte: Cineuropa, 7 Giugno 2010

di Roberta Ronconi

presentati allo spettatore al momento di partire dalla Danimarca (famiglie preoccupatissime, serate in locali trash di striptease, commoventi saluti all’aeroporto). L’azione in Armadillo non manca, tanto da assomigliare a un’opera di finzione per la straordinaria vicinanza tra questi soldati e la cinepresa che analizza minuziosamente il loro quotidiano, i loro stati d’animo e lo scivolamento progressivo verso la parte oscura dell’umano. Preparativi, pattugliamenti e debriefing scandiscono la vita del campo. La tensione si accumula: paura delle mine (“ho raccolto i resti per sei ore”), sensi di colpa (una granata uccide una ragazzina), momenti di distensione (film porno, videogiochi, telefonate alle famiglie), rapporti ambigui con gli abitanti locali di cui i soldati calpestano i raccolti... L’attesa logora i nervi dei militari cui capita a volte di essere sommersi dalle pallottole

A volte i critici sanchi si domandano che motivo di esistere abbiano i festival. Fino a quando, ogni volta, non incontrano il film che dà loro il senso smarrito. Quest’anno a Cannes il nostro film si intitola Armadillo, ed è l’opera prima di un giovane regista danese di nome Janus Metz. Selezionato dalla Settimana della critica, il titolo concorre per il premio Camera d’Or come miglior opera prima. Sarebbe il minimo, per un film come questo. Che racconta la guerra come mai nessuno prima. Un regista e un direttore della fotografia decidono di seguire un gruppo di giovani danesi in missione per l’Afghanistan, rischiando la pelle. Partono – i giovani militari - con l’intenzione dichiarata di “aiutare i civili”, e finiscono o ammazzati o drogati dalla guerra. Attaccato ai suoi giovani protagonisti, Armadillo racconta non eventi eclatanti, ma quei piccoli movimenti interiori ed esteriori che trasformano la realtà, che fanno di una cosa orribile in tempo di pace come l’uccisione di un uomo, un evento accettabile, quasi auspicabile, in tempo di guerra. Parla del rito di passaggio di ragazzi che vogliono diventare uomini, del cameratismo, dell’adrenalina che sale e che aiuta a sopravvivere, ad ammazzare e disgraziatamente anche a morire.


Racconta delle risate di fronte a un corpo maciullato e del patto di silenzio che l’esercito chiede ai suoi uomini, perché. Armadillo non giudica, mostra. Non condanna, lascia che gli spettatori decidano da soli. Anche solo per questo, in Danimarca il film – in uscita – si sta trasformando in uno scandalo politico nazionale. Metz, come è arrivato alla decisione di raccontare la guerra in questo modo, seguendo un gruppo di giovani reclute in Afghanistan? Volevo indagare i micro meccanismi che modificano la realtà in guerra. E anche cosa voleva dire per questi giovani uomini diventare soldati, fare i conti con la propria mascolinità, con il diventare adulti in condizioni estreme. E, personalmente, anche indagare quanto cambia il senso della morte in guerra. Ha saputo della morte dei soldati italiani in Afghanistan? Mi esprime una sua opinione? Me lo ha detto lei per prima. Mi sembra una cosa orribile, come tutte le morti in guerra. Ma è quello che succede ogni giorno. Lei, con il suo film, testimonia di come dei normali ragazzi possano arrivare in poche settimane ad ammazzare altri uomini e a ridere della morte di un nemico. Una cosa che in Danimarca le sta costando quasi un processo mediatico, vero? Il film sta uscendo in queste ore… Dico solo che sta diventando un caso politico nazionale e che alla proiezione di oggi ci sono rappresentanti di tutti gli schieramenti politici. Sono preoccupato, sì, ma anche molto soddisfatto del lavoro. Cosa ha scoperto personalmente, in questa esperienza di guerra, che non sapeva? Pensavo che la guerra mettesse paura, che fosse una cosa insostenibile, da pisciarsi nei pantaloni il primo giorno. Invece quando sei lì tutto cambia, entri in un’altra dimensione e tutto diventa sostenibile e possibile, anche la morte. La accusano di esprimere dei giudizi sommari.. Io non esprimo alcun giudizio, io mostro solamente come la guerra può diventare una cosa normale, per i ragazzi quasi una sorta di sport estremo. Essere vicini alla morte ha anche un parte di seduttività a quell’età. Quali siano le conseguenze di ciò sta al pubblico giudicare. Armadillo non è esattamente un documentario, anche se tutto ciò che mostra è vero. E non è una fiction. Come lo definirebbe? Iper-realista. Nel senso che mostra la realtà non come la guardiamo noi, da qui, ma come la guardano quei ragazzi. Un misto di suggestioni che

vengono dai videogame, da internet, dai reality televisivi e dalla caduta di una serie di tabù, propria di condizioni estreme. Il film, seguendo in particolare il punto di vista del giovane soldato Mads, è anche la storia della caduta dallo stato di grazia della gioventù. Un’esplorazione psicologica nella mente di un giovane uomo che ha bisogno prima di tutto di integrarsi, di essere come gli altri, di venire accettato. E poi c’è la popolazione civile, i contadini afgani costretti a fare i conti da una parte con i talebani e dall’altra con gli eserciti occidentali… Loro sono quelli che pagano il prezzo più alto, stretti tra due forze che si presentano armati dicendo che combattono per il loro bene. E intanto distruggono i campi, uccidono i bambini e massacrano il bestiame. Avrei voluto poter girare molto di più sulla condizione dei civili. Ma nella situazione in cui eravamo è stato impossibile. Alla fine del film, molti dei ragazzi sopravvissuti esprimono il desiderio di tornare presto in azione. Che impressione le fa tanta incoscienza? E’ il motivo per cui all’inizio ho fatto questo film. Durante le prime ricerche ho parlato con alcuni soldati e loro mi esprimevano questo desiderio di tornare lì, in Afghanistan. Sviluppano una sorta di dipendenza alle condizioni estreme della guerra, di fronte alla quale la loro vita “civile” risulta ormai noiosa. Per concludere, Armadillo è un viaggio nella mente di giovani uomini che si trasformano in soldati. Cosa ci sia in questa trasformazione di morale o di immorale ora sta a voi, pubblico, deciderlo. Fonte: Liberazione, 18 maggio 2010 Janus Metz è nato nel 1974 in Danimarca. Si è laureato in Comunicazione e Studi per lo Sviluppo Internazionale alla Roskilde University. Ha lavorato come ricercatore per documentari e film. Per un anno ha vissuto a Johannesburg lavorando a una fiction sudafricana, Soul City. A questa esperienza si è ispirato con il suo primo film, il documentario Township Boys (2006). Nel 2006, ha prodotto il programma Eventyrerne/ Clandestine per la rete nazionale DR, che segue un gruppo di migranti africani irregolari nel loro viaggio attraverso il Sahara per raggiungere l’Europa. Fra Thailand til Thy (Love on Delivery), è il primo film di Metz sulle donne thailandesi e la loro ricerca di un marito danese. Il successivo è Fra Thy til Thailand (Ticket to Paradise). Filmografia: 2006 Township Boys, 2007 Fra Thailand til Thy (Love on Delivery), 2008 Fra Thy til Thailand (Ticket to Paradise), 2010 Armadillo


Premi e festival: Bergamo Film Meeting (Primo Premio), Polish Film Festival 2009, Palm Springs International Film Festival, Pusan International Film Festival .

Raggranellato un certo gruzzolo Stefan si mette in viaggio, ignaro che due ragazzini di origine daghestiana Hasim e Urika, fuggiti da un campo di accoglienza, si sono intrufolati nel suo furgoncino con la speranza di raggiungere la Francia, dove vive la loro famiglia. Scoperti, vengono malamente scacciati dall’uomo. Il quale, però, poco dopo, scopre di essere stato derubato di tutti i soldi. Pensa subito ai due ragazzini e si mette a cercarli. Il terzetto così si riforma e cerca di rimettersi in viaggio. Hasim è taciturno e ha scatti di violenza (possiede anche un coltello), anche contro la sorella quando questa cerca un minimo dialogo con l’uomo. Stefan però cede ancora una volta all’alcol e si ubriaca finendo in clinica dove, disperato, tenta il suicidio. Deciso a riscattare la sua vita disgraziata, affranto per aver abbandonato e deluso i due ragazzi ai quali ha cominciato ad affezionarsi, si fa dimettere e, trovatili, si mette infine in viaggio con loro, deciso ad ogni costo a portarli a destinazione. Una destinazione con sorpresa.

Stefan è stato da poco dimesso da una clinica dove ha cercato di disintossicarsi dall’alcolismo. Gira per i centri di recupero e istituti vari vantando la sua conversione religiosa che gli avrebbe permesso di abbandonare la bottiglia, e intanto raccogliere fondi per un suo imminente viaggio a Lourdes.

Abbiamo voluto raccontare questa storia. Questo film è importante per noi. Abbiamo entrambi figli. Ci è chiaro quanto sia fondamentale la loro presenza e come incredibilmente doloroso sarebbe perderli. Il nostro personaggio

Regia: Boleslaw Pawica, Jaroslaw Szoda - Sceneggiatura: Mitko Panov da un’idea originale di Grzegorz Loszewski - Fotografia: Jaroslaw Szoda - Montaggio: Krzysztof Szpetmanski - Musica: Adam Norden, Iris Kjaernested - Interpreti: Borys Szyc (Stefan), Sonia Mietielica (Urika), Roman Golczuk (Hasim), Joanna Szczepkowska (la dott.sa Jaworska), Mariusz Benoit (Zbyg) - Origine: Polonia, Svezia 2009 Durata: 106’ - Website: www.miracleseller.com


centrale, Stefan, è un uomo perduto e solitario,“benedetto” dall’incontro con due “figli della guerra”, due bambini daghestani clandestini. Stefan li dovrà accompagnare in un lungo viaggio dalla Polonia alla Francia, dove ritroveranno il padre. Per la prima volta nella sua vita, Stefan non è solo. I bambini, che sono stati allevati dall’esperienza della guerra più che dai loro genitori, scopriranno che non sempre lo straniero è un nemico. Ma ci sono tante cose che li dividono: religione, cultura e lingua. Questo viaggio li cambierà per sempre. E cambierà anche il pubblico. Boleslaw Pawica, Jaroslaw Szoda

di Giorgio Comai (Osservatorio Balcani e Caucaso) Handlarz cudòw (Il venditore di miracoli) è un film che racconta la storia di un alcolista polacco che vuole andare a Lourdes e di due ragazzini che cercano di raggiungere il proprio padre in Francia. Un road movie sensibile che racconta l’avventura incredibile di Hasim e Ulrika, due giovani daghestani che ricordano da vicino le migliaia di ragazzi e ragazze che dal Caucaso arrivano alle porte dell’Europa in cerca di sicurezza. Stefan è un alcolista che cerca di convincere se stesso ed altri del fatto che potranno trovare salvezza nella fede, affidandosi alla madonna di Lourdes. Hasim e Ulrika sono due ragazzi originari del Daghestan, repubblica del Caucaso russo al confine con la Cecenia, con un obiettivo fisso in testa: raggiungere il padre che vive attualmente in Francia. Sono bloccati in un centro per migranti al confine orientale della Polonia. È allora che incontrano Stefan, in partenza per Lourdes, con cui iniziano un rocambolesco viaggio attraverso l’Europa. Questa la storia alla base di Handlarz cudòw (“Il venditore di miracoli”, Polonia 2009), un road movie sensibile che vede Stefan accompagnare i due fuggitivi Hasim e Ulrika verso la Francia, e i due ragazzini di 10 e 13 anni a loro volta guidare il loro compagno adulto nel suo percorso di redenzione dall’alcool. Un viaggio costellato da momenti di tensione, di scontri interpersonali e con un finale a sorpresa che pone lo spettatore di fronte a una riflessione esemplare sulla rilevanza del relativismo culturale nell’Europa di oggi. La regia è affidata a Jarek Szoda e Bolesław Pawica, proprietari della compagnia di produzione cinematografica e televisiva “Fabryka”,

entrambi con esperienze in vari settori (inclusa la realizzazione di clip musicali) e numerosi premi alle spalle. Borys Szyc, attore di spicco della scena polacca contemporanea con un passato in teatro che emerge nelle scene più concitate del film, recita Stefan. Roman Golczuk, bambino-adulto con uno sguardo fermo ma espressivo che ostenta rabbia per nascondere paura, è comparso in passato in produzioni televisive in Russia. Sonia Mietielica è invece alla sua prima esperienza sul set; la sua delicatezza e il suo fascino discreto fanno sperare che non sia l’ultima. Hasim e Ulrika sono originari del Daghestan, ma tutti li scambiano per ceceni. Sappiamo che il padre è rifugiato in Francia, ma non ci è dato sapere perché. Capiamo subito che i due ragazzini hanno abbandonato il loro paese, ma niente ci viene raccontato sulla loro infanzia. Li vediamo scontrarsi con le difficoltà poste dai confini di Schengen, senza che ci venga mostrato alcunché dei complessi meccanismi che controllano i flussi migratori verso l’Europa. È infatti la vicenda umana dei protagonisti il vero soggetto della pellicola. Ma al di là della finzione cinematografica, la storia di Hasim e Ulrika è simile a quella di migliaia di persone provenienti dal Caucaso che cercano tranquillità e pace in un paese dell’UE. Conflitti in Caucaso del nord La situazione in buona parte del Caucaso del nord è infatti tutt’oggi instabile, ben al di là della Cecenia indipendentista che era stata al centro del conflitto negli anni Novanta. Tra il 1994 e il 1996 la “prima guerra cecena” aveva causato decine di migliaia di vittime e oltre mezzo milione di persone avevano dovuto abbandonare le loro case. Gli accordi di pace avevano lasciato un territorio ampiamente distrutto e impoverito in mano a una leadership locale consumata da lotte intestine e sempre più influenzata da frange dell’estremismo islamico che avevano inizialmente giocato un ruolo del tutto marginale all’interno del movimento indipendentista ceceno. È in questo contesto che ha inizio nel 1999 la “seconda guerra cecena”, un conflitto che è stato prima cavallo di battaglia di Vladimir Putin durante la sua ascesa al potere da primo ministro a presidente nel 1999-2000 e poi spina nel fianco per i successivi due mandati presidenziali. A distanza di più di dieci anni dall’inizio di quel conflitto e dall’arrivo al potere di Putin, non è ancora possibile parlare di pace in Caucaso del nord.


sicurezza. Il comportamento persecutorio delle autorità in alcune parti della regione, ben oltre alle difficoltà quotidiane causate da un sistema caratterizzato da corruzione diffusa, includono arresti arbitrari, rapimenti, torture e azioni punitive ai danni dei famigliari di sospetti ribelli.

Non si tratta più di guerra aperta che coinvolge colonne di carri armati e bombardamenti aerei, ma di una forma di conflitto diffuso, caratterizzato da frequenti attacchi (anche di tipo terroristico) e scontri tra ribelli e forze dell’ordine che hanno luogo in tutta la regione, ormai da anni anche nelle repubbliche confinanti con la Cecenia quali il Daghestan e l’Inguscezia, ma sempre di più anche in territori come la Kabardino-Balkaria che in passato erano stati meno coinvolti nel conflitto. I dati non sono incoraggianti. Nei primi 11 mesi del 2011, si sono infatti registrati in scontri armati 371 morti e 314 feriti in Daghestan, 116 morti e 42 feriti in Kabardino-Balkaria, 94 morti e 106 feriti in Cecenia, 69 morti e 34 feriti in Inguscezia. In un anno quindi si sono avute oltre mille vittime in un territorio con una popolazione complessiva paragonabile a quella del Veneto (circa cinque milioni di abitanti). Scontri e attentati contribuiscono a creare un clima di insicurezza, ma sono comunque solo uno degli aspetti che rendono insostenibile la situazione per le migliaia di persone che hanno deciso di abbandonare la propria casa per recarsi in Europa occidentale in cerca di maggiore

Verso l’Europa Per molti, l’unica speranza per avere una vita tranquilla è quella di lasciare la propria terra natale e cercare rifugio in Europa. Secondo stime dell’UE sarebbero attualmente circa 100.000 i rifugiati ceceni residenti fuori dalla Russia, prevalentemente in paesi UE. Nel 2010, oltre 18.000 cittadini russi (per la maggior parte provenienti dal Caucaso del nord) hanno fatto richiesta di ottenere lo status di rifugiato in Unione europea (secondi solo all’Afghanistan per numero di richieste). Il 40% di loro ha meno di 13 anni, oltre un quarto hanno presentato richiesta di asilo in Polonia (ma anche Austria e Francia sono tra le mete preferite). La storia dei due giovani protagonisti di Handlarz Cudòw non è quindi affatto eccezionale. Al contrario Hasim e Ulrika, cittadini russi provenienti dal Caucaso del nord, sono il ritratto caratteristico di una parte importante dei richiedenti asilo in Europa. Boleslaw Pawica è co-proprietario di Fabryka spólka realizatorów filmowych i telewizyjnych. Si è laureato in Regia alla Scuola Nazionale di Cinema,Televisione e Teatro a Lódz nel 1985. Nel 1987 ha completato il suo primo lungometraggio per la TVP (Televisione Pubblica Polacca) e da allora collabora regolarmente con TVP. Jarek Szoda è co-proprietario di Fabryka spólka realizatorów filmowych i telewizyjnych. Si è laureato in Fotografia alla Scuola Nazionale di Cinema, Televisione e Teatro a Lódz. Ha anche studiato alla Scuola Nazionale di Cinema e Televisione, in Inghlilterra. La sua esperienza include la produzione e la direzione di video musicali, spot pubblicitari, programmi televisivi e grandi eventi open-air. Filmografia: Boleslaw Pawica, 2009 Handlarz cudów (Miracle Seller) Jaroslaw Szoda, 2009 Handlarz cudów (Miracle Seller)


Regia: Peter Mullan - Sceneggiatura: Peter Mullan - Fotografia: Roman Osin Montaggio: Colin Monie - Colonna sonora: Craig Armstrong - Interpreti: Conor McCarron, Linda Cuthbert, Martin Bell, Richard Mack, Peter Mullan - Origine: UK, Francia, Italia 2010 - Durata: 124’ Premi e festival: BAFTA Scotland Award (Miglior regia e miglior sceneggiatura), San Sebastián International Film Festival (Miglior film, miglio attore), BFI London Film Festival 2010, Torino Film Festival 2010

Glasgow, 1973. Il giovane John McGill si appresta a cominciare la scuola media. È un ragazzino intelligente e sensibile, desideroso di imparare, ma sembra che tutto sia contro di lui. La sua famiglia è poverissima, il padre è un alcolizzato prepotente e le insegnanti ce l’hanno sempre con lui. Insomma, John è completamente solo. E poi ci sono le gang, i Neds, (i Non-

Educated Delinquents). Ragazzacci che vanno in giro armati e conducono una vita all’insegna di droghe, rock glam, sesso maldestro, violenza e cameratismo da strada. La temuta reputazione di Benny garantisce a John una sorta di protezione e in seguito un mezzo per entrare a far parte del mondo delle gang. Impaurito, pieno di risentimento e di rabbia, John decide di intraprendere la vita di strada e pianificare la sua vendetta. Ma la rabbia e la frustrazione lo spingono oltre i limiti e si ritrova in una via senza uscita. Gli resta una sola possibilità di salvezza. Credo che il miglior modo, benché non l’unico, di descrivere il mio approccio complessivo alla realizzazione di Neds sia “impressionistico”, nel senso che la composizione, l’illuminazione, la messa in scena sono determinate tanto dalla vita interiore del protagonista quanto dagli eventi e dalle persone che influiscono su di lui. Volevo che il film fosse audace. Dovevo creare un mondo unico, misterioso, volubile e spesso violento, al centro del quale c’è un ragazzino che cerca disperatamente di trovare il suo posto. Peter Mullan


di Nick Curtis Chiedo all’attore e regista Peter Mullan cosa ne pensa del fatto che il suo terzo film, Neds, sia candidato come Miglior Film al Monday’s Evening Standard Film Awards. Sotto la barba brizzolata di Mullan, si intravede un sorriso. «Mi fa piacere» dice. «A 40 anni, con il mio primo film, Orphans, ho vinto lo Standard Award come Miglior Regista Emergente. Quindi, la nomination di Neds, ora che di anni ne ho 51, dimostra che non ho tradito le aspettative su di me». E scoppia in una risata rauca, irruvidita dalle troppe sigarette Superkings. Un film denuncia sulla violenza giovanile nella Scozia degli anni ’70, la cui brutalità è alleggerita da battute di spirito e fughe occasionali nella fantasia. Neds ha lasciato a bocca aperta spettatori e critici. Affascinante l’interpretazione di Conor McCarron, al suo debutto come attore, che interpreta John, il figlio brillante di un padre alcolizzato e violento, interpretato dallo stesso Mullan. John viene respinto dal sistema scolastico e finisce col seguire le orme di suo fratello maggiore, che lo portano nel mondo della violenza delle gang e delle armi da taglio. Il film prende il titolo dal termine scozzese “NonEducated-Delinquent”, letteralmente traducibile con “delinquenti senza educazione” e si ispira alla vita di Mullan. «Circa il 35% di quello che vedete sullo schermo io l’ho vissuto realmente sulla mia pelle. Il resto l’ho visto o sentito da altri o è stato costruito per creare un effetto drammatico». Terzo di sette figli, nacque nella regione dell’Aberdeenshire, in una famiglia cattolica e proletaria che si trasferì successivamente a Glasgow. Il modo in cui gli insegnanti respingono John riflette l’esperienza diretta di Mullan, così come il ritratto feroce di suo padre, che violentò più volte la moglie e maltrattava i suoi figli. Morì di cancro ai polmoni il giorno in cui Mullan iniziò l’università. «Tra tutte le cose che, nel film, dico nei panni del padre di John, non c’è niente che mio padre non disse per davvero». La sua interpretazione ha scosso alcuni membri del cast fino alle lacrime. «Fu strano recitare nei panni di mio padre, ma mi è piaciuto» dice Mullan. «Lui se ne fregava di qualsiasi norma sociale, quindi potevo spingermi fin dove volevo. Come attore mi sentii incredibilmente libero, e riuscii a togliermi di dosso la pressione sotto cui ogni regista solitamente lavora.

Per me, mio padre era solo un alcolizzato, un violento, un uomo orribile, ma recitando il suo ruolo, ho capito che doveva avere seri problemi mentali». Nel film, il padre chiede a John di ucciderlo. «Oh, mio padre mi chiese spesso di ucciderlo» dice Mullan. Non sorprende, quindi, il fatto che Mullan si unì per circa un anno ad una gang chiamata i Car-D, seguendo così le orme di suo fratello maggiore Lenny, che finì per essere accoltellato. «Lenny non era di certo quel che si dice ‘un bravo ragazzo.’ Io, al confronto, non ero nessuno, quasi uno di passaggio. C’era una scena nel film in cui il fratello di John gli dà uno schiaffo e lo chiama “turista del cazzo”, ma l’abbiamo dovuta tagliare. Lenny, che era presente durante le riprese, si infuriò da matti». Far parte di una gang era «la solita maniera violenta e inutile di dar sfogo alla rabbia giovanile». Mullan e la sua banda passavano più tempo a scappare che ad affrontare il nemico e battersi. Il film contiene una immagine perfettamente nichilista: John si fissa alle mani due coltelli da cucina con del nastro adesivo e si butta contro la gang rivale. Successe davvero, dice Mullan, ma non a lui personalmente. «Sapere che successe davvero mi incoraggiò ad usare questa scena, perché è un’immagine davvero evocativa». A Mullan fu in seguito chiesto di lasciare i Car-D per essere, allo stesso tempo, troppo intelligente ma considerevolmente violento. L’unica cosa che la sua infanzia gli regalò fu l’amore per i film. «Vicino a casa c’era un cinema, ma la maggior parte dei film li guardavo alla televisione. Avevo in mente le immagini di tizi come Hitchcock, che se la godevano seduti sulle loro sedie da regista e pensavo che sarebbe stato bello fare lo stesso». Dopo aver studiato storia dell’economia e teatro all’università di Glasgow, Mullan non riuscì ad essere ammesso alla National Film School e divenne insegnante, in seguito attore e lavorava con delinquenti ed emarginati e con le compagnie teatrali più radicali. Dopo una prima apparizione in Riff-Raff di Ken Loach, che paragonò Mullan a “una corda tesa di violino”, divenne l’attore più ricercato dai registi che cercavano un certo tipo di integrità morale, rigorosa e grezza o anche la pura rabbia. Fu la figura di spicco in Le bianche tracce della vita di Michael Winterbottom e memorabile fu la sua interpretazione in Young Adam di David Mackenzie. Nel 1998, a Cannes, vinse il premio come Miglior Attore per il suo ruolo in My name is Joe di Loach, e collaborò due volte con Danny Boyle. Ha saputo anche spingersi fino ai blockbuster Hollywoodiani, dove lo ritroviamo nei panni di un mangiamorte nella serie Harry Potter e più


recentemente si è fatto crescere la barba per un ruolo nell’adattamento cinematografico di War Horse, sotto la regia di Spielberg. Nonostante il recitare sia ciò che lo esalti di più, considera la sua carriera di attore una gloriosa deviazione dalla sua vocazione principale, che è quella di dirigere sulla base di sceneggiature scritte da lui. Il suo primo film, Orphans, girato nel 1998, racconta di un’infelice famiglia cattolica che si ribella alle costrizioni del realismo sociale. Continuò su questa linea nel 2002, con Magdalene, un’analisi controversa ma profondamente toccante della vita delle ragazze schiavizzate nelle lavanderie irlandesi. Anne-Marie Duff, che prese parte al film, dichiara: «Come regista è molto sicuro di sé e della propria sceneggiatura, ma allo stesso tempo è in grado di coinvolgere tutti nella costruzione del film. Quando sono troppo nervosa mi viene sempre in mente il suo consiglio: ‘Non devi fare chissà che cosa, il solo respirare può essere impressionante’ Lui sembra essere concentrato su ogni frequenza, ed è questo che rende unica la sua capacità di raccontare». Si dovette aspettare otto anni per avere un’altra delle storie di Mullan. Per due anni fu impegnato con la promozione di Magdalene, poi fu preso dal recitare ruoli qua e là e dedicò tempo ai tre figli che ebbe con la sua ex moglie Ann Swan, e al quarto figlio avuto dalla sua compagna, Robina Qureshi, impegnata nella campagna sui diritti umani. Poi, nel 2005, notò che il dibattito sui crimini con armi da taglio prese piede e, mentre i suoi coetanei negano l’esistenza della violenza giovanile negli anni ‘70, lui ribatte con forza: «Ma certo che c’era!» Aveva già scritto Neds per una rappresentazione teatrale quando aveva 21 anni e voleva provare a riadattare la sceneggiatura. «Non era particolarmente brillante, ma sapevo che all’epoca ero in grado di avvicinarmi al linguaggio di strada molto meglio che oggi». Non trovandola, decise quindi di reclutare degli attori non professionisti che potessero portare un valore aggiunto alla nuova sceneggiatura, «perché quello che potevano darmi era di certo meglio di qualsiasi cosa avrei potuto scrivere». Si aspettava migliaia di giovani alle audizioni, ma si presentarono solo in 300. Niente di più indicativo della mancanza di aspettative della classe operaia, cosa che si evince perfettamente anche dal film. Trovò comunque sufficienti attori che «conoscevano la vita da strada e sapevano cavarsela, che non si vergognavano della propria intelligenza, né del proprio senso dell’umorismo o del proprio aspetto». Vide in particolare in McCarron, che aveva all’epoca 15 anni, un talento


tutto e concentrarsi sulla recitazione. Anche perché, con l’età, sta diventando per lui più facile smussare i suoi principi marxisti e accettare di comparire in blockbuster (ammesso che non siano per lui politicamente offensivi). «Fare il regista è dura» ammette. «Se sei un attore e fai una buona interpretazione in un film di merda sei comunque un buon attore, ma se di quel film sei il regista, il tuo nome rimarrà per sempre legato al titolo del film. Ecco perché provo una grande ammirazione per quei registi che hanno 30, 40 film alle spalle. All’età di 65 anni, Stevie [Spielberg] ha ancora un entusiasmo invidiabile. Ken Loach è lo stesso e così Marty, Martin Scorsese». Mullan ha già iniziato a scrivere il suo prossimo film, incentrato sull’inondazione di New Orleans causata dall’uragano Katrina. Gli chiedo quale sia il filo conduttore dei suoi film. Dice che la rabbia e la religione hanno spesso un ruolo di primo piano, così come il conflitto tra l’individuo e la collettività. Quando le persone si isolano diventano indulgenti e impotenti, ma quando si uniscono ad altri può venirne fuori qualcosa di bello. Un film come Neds, per esempio. Fonte: London Evening Standard agghiacciante per il ruolo di protagonista, nonostante non avesse mai recitato prima. I giornalisti, che lo credono uno studente di scuola di cinema, quando lui spiega che si occupa di “isolamento termico”, continuano a credere che intenda un ruolo in un film di fantascienza, piuttosto che un corso professionalizzante che sta seguendo. Le riprese non durarono a lungo e Mullan imparò presto a filmare anche le prove perché gli attori davano il meglio di sé alla prima. Mullan sa di essere stato fortunato. Neds, con 3,5 milioni di sterline, aveva un budget abbastanza alto per essere un film indipendente. «La maggior parte dei soldi fu speso in costumi di scena e macchine. I film ambientati in diversi periodi storici sono costosi, e nonostante pagassimo bene gli attori minorenni, provavo un certo imbarazzo per quanto pagavamo gli attori adulti». Tutti i fondi furono messi al sicuro appena prima che le banche fallirono. Mullan pensa che oggi, difficilmente gli verrebbe finanziata una tale somma. Ha appena finito di girare Tyrannosauro, il debutto alla regia dell’attore Paddy Considine, che aveva un budget di 750mila sterline. Avendomi raccontato di aver visto Ken Loach vomitare a causa dello stress da regia, mi domando se lui non è mai stato tentato di mollare

di Andrea D’Addio Intervista al regista e attore scozzese, il cui drammatico Neds, già vincitore al Festival di San Sebastian, viene presentato nella sezione Festa Mobile del Torino Film Festival. Era difficile tornare dopo 8 anni di assenza da dietro la macchina da presa e realizzare un film che rimanesse a lungo, così come il precedente Magdalene, nelle menti di tutti i suoi spettatori. Peter Mullan questa capacità però la possiede e, non a caso, anche stavolta ha convinto i giurati di un festival. A Venezia fu Leone d’oro, a San Sebastian è stata Conchiglia d’oro. E adesso Neds viene presentato alla ventottesima edizione del Torino Film Festival. Il film è una storia in parte autobiografica: siamo nella Glasgow dell’inizio degli anni ’70 e John è uno studente modello. Peccato però che le sue origini siano proletarie e così, intorno a lui, c’è un vuoto di amicizie. Chi è ricco è costretto dai genitori a stargli alla larga, e quelli invece che appartengono alla sua stessa classe sociale sono ragazzi senza ambizioni, piccoli delinquenti di strada. Sono Neds, ovvero Non Educated Delinquent, bande di teppistelli di cui oggi, ancor più di


allora, si parla tanto in Gran Bretagna come uno dei fenomeni sociali più preoccupanti. Si va in giro con il coltello e spesso si uccide per futili motivi. Un tema forte, di cui parliamo proprio con Mullan. Sui giornali si leggono continuamente brutti casi di cronaca, aggressioni giovanili senza veri motivi. E l’età dei coinvolti si abbassa sempre più, spesso anche tredicenni. C’è una possibilità per risolvere questo declino sociale? P.M.: Non saprei, ma so che sarà sempre peggio. In Gran Bretagna chi è ricco manda i figli nelle scuole migliori e chi va in quelle pubbliche sconta il fatto di essere figlio di genitori della classe operaia. Le gerarchie che già lì si creano sono difficili da superare. Per chi non sa con chi stare il pomeriggio perché i genitori sono fuori di casa per lavoro, le bande che si ritrovano davanti al portone di casa sono l’unico intrattenimento che non si paga. Quanti elementi autobiografici sono presenti in Neds? P.M.: Molte idee e scene fanno parte della mia memoria. Ho girato nella stessa scuola che frequentavo, il protagonista ha la mia stessa età di allora e il rapporto con mio padre era altrettanto conflittuale. Anche i miei genitori erano lavoratori di primo livello come quelli di John nel film, e anche a me fu impedito di accedere alla migliore sezione del mio istituto a causa della brutta nomea che aveva mio fratello. Diciamo che in Neds ci sono le atmosfere e le emozioni della mia infanzia, ma non la mia storia. Nel film c’è una scena piuttosto grottesca in cui la statua di un Gesù prende vita e fa a cazzotti con il protagonista. La religione cattolica è spesso presa di mira, o comunque al centro delle tue storie. E’ un’ossessione o semplicemente casualità? P.M.: I miei genitori erano cattolici, io non più, ma sono sempre stato affascinato dalle icone religiose e a come la nostra personalità sia condizionata dalla religione. Visto che racconto storie di cose che appartengano al mio mondo, è normale che parli di cattolicesimo. La scena in questione però non ha nessun riferimento biblico o lettura meta testuale. L’ho inserita perché mi faceva morire dal ridere. Tu hai riso? Ecco, hai visto che ho fatto bene? Hai lavorato spesso con Ken Loach. Quanto ti ha influenzato il suo cinema sociale quando sei stato tu a dovere scrivere e dirigere un film? P.M.: Sono al mio terzo film da regista, e solo ora mi rendo conto di essermi allontanato parecchio dal cinema di Ken. Non solo le storie, quelle forse sono sempre state molto differenti tra noi due, ma di certo il modo di dirigere e di ricerca che perseguo. Penso che i miei lavori ormai siano più segnati dal cinema di Luis Buñuel e dal suo L’angelo sterminatore. Lo

vidi quindicenne e ancora non abbandona il mio immaginario. Anche If di Lidndsay Anderson, il cinema di Vittorio De Sica, La battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, tutto Kurosawa e Eisenstein. Ora continuo ad andare al cinema e a comprare pacchi di dvd. In questo momento sto finendo un cofanetto con tutta la filmografia di Federico Fellini, un genio. Fonte: www.film.it Peter Mullan (Peterhead, Gran Bretagna, 1959) si è avvicinato al mondo del teatro mentre studiava economia all’Università di Glasgow. Negli anni Novanta ha cominciato la sua carriera di attore, televisivo e cinematografico, recitando in film come Riff Raff (1991) e My Name Is Joe (1998) di Ken Loach – per cui ha ricevuto il premio come miglior attore a Cannes – o Piccoli omicidi tra amici (1994) e Trainspotting (1996) di Danny Boyle. Pur continuando a recitare si è dedicato alla scrittura e alla regia girando tre cortometraggi prima di realizzare Orphans, premiato come miglior film alla Settimana della critica di Venezia nel 1998, e Magdalene, Leone d’oro, sempre a Venezia, nel 2002. Neds è il suo terzo lungometraggio. Filmografia: 1993 Close (cm), 1995 Good Day for the Bad Guys (cm), 1995 Fridge (cm), 1998 Orphans, 2002 The Magdalene Sisters (Magdalene), 2010 Neds.


Regia: Stefano Savona - Fotografia: Stefano Savona - Montaggio: Penelope Bortoluzzi - Origine: Francia, Italia 2011 - Durata: 91’ - Website: www.tahrirliberationsquare.com Premi e festival: Locarno Film Festival, New York Film Festival, DocLisoba, Viennale Film Festival, Kursaal Lussas - états généraux du film documentaire Internazionale a Ferrara, Salina Doc Fest - Concorso Internazionale

Cairo, febbraio 2011. Tahrir è un film scritto con i volti, con le mani, con le voci di chi stava in piazza. La prima cronaca in tempo reale della rivoluzione, a fianco dei suoi protagonisti. Uno spettacolo insieme tragico ed esaltante. Il racconto inedito e appassionato di una scoperta: la forza dirompente dell’agire in comune. Un ragazzo ferito alla testa si regge su un bastone davanti alle barricate della Piazza assediata; incita i compagni a continuare la

lotta, li sprona ad andare là dove i mercenari di Mubarak stanno attaccando. Non grida, parla con la determinazione serena di chi si trova esattamente nel punto dove voleva essere e dove non avrebbe mai pensato di arrivare. Elsayed, Noha, Ahmed sono giovani egiziani di poco più di vent’anni. Una settimana fa sono scesi a manifestare contro il regime di Mubarak e si sono ritrovati ad essere gli attori di una rivoluzione. Sono venuti da tutto l’Egitto, da Alessandria, da Luxor, da Suez. Occupano la Piazza notte e giorno, parlano, urlano, cantano insieme ad altre migliaia di egiziani tutto quello che non hanno mai potuto dire apertamente. Le repressioni sanguinose del regime rinforzano la protesta; in Piazza Tahrir si resiste, si lotta, si impara a discutere e a lanciare pietre per difendersi, a inventare slogan e a curare i feriti, a sfidare l’esercito e a preservare il territorio appena conquistato: uno spazio di libertà, un centro di democrazia in cui si dorme poco, si discute di politica, si intavolano dibattiti con degli sconosciuti, ci si ubriaca di parole. Diciotto giorni in Piazza Tahrir cambiano la vita a tutti, ma soprattutto ai giovani che questa rivoluzione l’hanno iniziata uscendo dal mondo virtuale di facebook dove per la prima volta si erano riuniti.


Un diario audiovisivo sui diciotto fatidici giorni che hanno rovesciato il destino dell’Egitto. Dopo essere stato presentato con successo a Locarno, Tahrir-Liberation Square, ultimo documentario del filmmaker palermitano 42enne Stefano Savona, è arrivato anche a Roma, prima all’interno di una rassegna curata da Internazionale al Palazzo delle Esposizioni e quindi in una tre giorni dedicata da Villa Medici alle primavere arabe. Il film, proiettato alla presenza del regista, un asistematico ma vibrante taccuino audiovisivo sui diciotto fatidici giorni che hanno rovesciato il destino dell’Egitto, ha contagiato il pubblico in sala, visibilmente coinvolto, tanto da partecipare con calore al dibattito che ha seguito la proiezione. Una prima versione breve del documentario è stata già trasmessa a giugno su Rai Tre (che ha coprodotto il film, insieme alla Picofilms di Savona e a Dugong), col titolo I ragazzi di piazza Tahrir, ma quella lunga e definitiva forse in Italia non supererà il circuito dei festival, pur essendo stata acquistata in Francia per essere distribuita in sala, a partire dal 25 gennaio. Non nuovo a esperienze di filmage estremo (Palazzo delle aquile, Piombo fuso, Primavera in Kurdistan), Savona ha scelto di offrire al pubblico un’esperienza immersiva nello spazio immenso e nel prosieguo sempre più affollato di Tahrir Square, senza peritarsi di offrirgli coordinate storico-contestuali: lo stesso uso delle didascalie, contenenti riferimenti al giorno delle riprese, sono assai sporadiche. E lo fa pedinando, talora letteralmente, Nora, Ahmed, Elsayed, una ragazza e due ragazzi sulla ventina, che si sono ritrovati come tanti sulla piazza, aderendo all’appello di una pagina di Facebook e sull’esempio della rivoluzione tunisina, per poi realizzare che con il loro stare insieme stavano scrivendo un pezzo di storia. È commovente vedere questi e altri ragazzi di Tahrir Square mentre fanno palestra di democrazia, confrontandosi sui veri obiettivi della rivoluzione, identificando i suoi nemici, immaginando scenari futuri, addirittura provando a buttarla giù su due piedi, una bozza di costituzione del nuovo Egitto. Si parla dell’insidia di uno stato confessionale, antico sogno dei Fratelli Musulmani che infatti sono in piazza anche loro, vestiti all’occidentale, e blandiscono i manifestanti. Ma tutto intorno a loro la folla monta. Ed è un popolo straordinariamente compatto, vivace, incontenibile nella sua energia, sempre pronto ad unirsi agli slogan in rima improvvisati dall’oratore di turno. Il secondo

teaser del film, visibile su You Tube, presenta alcuni di questi momenti eccezionali di creatività poetica, intrisi di ironia e istrionismo, travalicanti dal singolo a una collettività che si fa corpo unico, grido che da una flebile e spesso consumata voce si espande fino a diventare coro. In questi momenti, peraltro, si respira a tratti il sentire comune che lega l’Egitto non solo alla Tunisia – il coro “il popolo vuole che cada il regime” viene da Tunisi, e qualcuno cita Abou el Kacem Chebbi, poeta nazionale tunisino – ma a tutti quei paesi, dal Maghreb alla penisola arabica, che stanno lottando per abbattere regimi autoritari pluridecennali. Contro questo popolo che, insidiato dall’abile eloquio di Mubarak, si ribella davanti alla sua chiusura nei confronti della piazza, agitando nell’aria le scarpe e gridandogli di andarsene, il rais reagisce rabbiosamente scagliandogli contro alcune centinaia di provocatori prezzolati, pronti a fare incursioni sanguinose e lanci di sassi in mezzo alla folla. Si apre così il passaggio più concitato e drammatico del film (ripreso nel primo teaser), in cui Savona si lascia alle spalle i suoi tre ragazzi e si butta nella mischia, laddove saettano pietre dal cielo mentre le donne martellano ritmicamente con bastoni e spranghe per far sentire la loro vicinanza. Ma è l’unico momento in cui Savona si concede una macchina a mano nervosa e aggressiva, davanti all’accorrere dei corpi sanguinanti dei manifestanti o avvicinandosi al volto spaurito di due controrivoluzionari - uno scarcerato appositamente - assoldati dalla polizia di Mubarak. Per il resto, lo sguardo è partecipe ma fermo, lucido, talvolta sovraordinato da una impaginazione (audio)visiva che passa dalle visioni d’insieme in profondità di campo (relativamente contenute) a piani ravvicinati in fuoco stretto, che danno dignità di personaggi a volti magari appena incrociati, e da passaggi frammentari (assimilabili a sequenze di montaggio) a piani sequenza, usati spesso a seguire i momenti più forti di questa dialettica ludico-civile tra anonimo corifeo e coro. Curiosamente, ma non troppo, l’unica apparizione di una sorta di leader, il blogger Wael Ghonim, che compare sulla piazza, liberato dopo undici giorni di detenzione, conferma indirettamente il carattere radicalmente spontaneistico e orizzontale del popolo di Tahrir Square: da un microfono che a malapena funziona, Ghonim fa appena in tempo a soffocare le esaltazioni dei vicini e a gridare a tutti i presenti che sono loro gli eroi. Eroi. Ed eroine. Come ha raccontato il regista alla fine del film, Tahrir si apre sulle immagini riprese da Noa col cellulare nei primissimi giorni di manifestazione. L’occhio del regista, seguendo


Noa, ci mostra spesso altre ragazze, che girano perlopiù coperte da foulard come lei, anche se non mancano donne con velo integrale, né altre – giovanissime – a capo scoperto. Ragazze di questa rivoluzione e ragazze della rivoluzione di Nasser (che campeggia in un cartellone agitato da un manifestante) si danno la mano: in una delle immagini più cariche di significato del film una vecchia sfila con la foto in bianco e nero di quella che dev’essere la nipote, uccisa verosimilmente nei primi giorni della rivoluzione, e una scritta che dice “Il sangue dei martiri vi costerà caro”. Sono queste donne in lotta che, indipendentemente dall’orientamento politico e religioso, agiscono il medesimo spazio pubblico degli uomini, partecipano ai dibattiti e ai cori, sembrano reclamare un inedito protagonismo. Il film si chiude proprio sul richiamo accorato e straziante di una ragazza che, all’indomani dell’ubriacatura di gioia seguita alla notizia delle dimissioni di Mubarak, incita gli altri a non smobilitare, perché niente è ancora acquisito, il potere rimane nelle mani dei militari e il rischio di un colpo di mano è sempre presente. Un’immagine che anticipa

profeticamente le profonde incertezze e contraddizioni in cui si dibatte tuttora la rivoluzione, in Egitto come in Tunisia e in Libia, ma contiene un segno di speranza forte, esprimendo la convinzione che quante e quanti si sono battuti con coraggio e determinazione per liberarsi da un padre-padrone che sembrava irremovibile, non si lasceranno tanto facilmente ingannare da chi sta gestendo questa delicata fase di passaggio tra il vecchio e il nuovo. Fonte: cinemafrica.org Cosa ti ha spinto ad andare in Egitto per filmare la Rivoluzione ? S.S.: Negli ultimi vent’anni sono andato quasi ogni anno al Cairo e, come tutti coloro che conoscono e frequentano l’Egitto, non mi sarei mai aspettato quello che è successo fra fine gennaio e inizio febbraio 2011. Il 29 gennaio, dopo aver passato ore davanti al sito di al-Jazeera, incollato alla cronaca on-line, frammentaria e a bassa risoluzione della rivoluzione egiziana, ho deciso di partire per vedere da vicino chi c’era in Piazza Tahrir, chi fossero le migliaia di persone che per la prima volta in 30 anni sfidavano lo stato di emergenza e i divieti del regime; volevo capire cosa volessero esattamente, quali fossero i loro orientamenti politici e i loro riferimenti simbolici, come si immaginassero il loro futuro. In Piazza Tahrir si presentava un’occasione unica, quella di filmare tutta la società egiziana, gente di ogni provenienza e di ogni classe sociale, tutti insieme per la prima volta, uniti nell’unico scopo di abbattere la dittatura, asserragliati all’interno di una enorme piazza dove i poliziotti e gli sgherri del regime non potevano entrare. I tuoi documentari sono spesso girati in situazioni “estreme”. Come si inserisce questo film nel tuo percorso di cineasta? S.S.: Da anni conoscevo l’Egitto, ma è altrettanto importante dire che da anni aspettavo di poter filmare una situazione come questa. Da quando ho realizzato il mio film sui guerriglieri curdi del PKK ho cominciato ad incentrare il mio lavoro sulla dimensione politica dell’esistenza in quanto tratto specifico della condizione umana. I guerriglieri erano giovani uomini e donne la cui vita era totalmente priva di uno spazio intimo, privato: si esprimevano costantemente all’interno della sfera pubblica, in un’esistenza dominata giorno e notte dalla discussione e dalla parola. Dopo questa esperienza in Kurdistan, ho cercato di ritrovare e di filmare delle situazioni in cui


gli individui, pur non essendo professionisti della politica, fossero profondamente implicati in un’azione collettiva. La Rivoluzione in Egitto è stata in tal senso un’occasione unica: ho potuto essere testimone del risveglio politico di una generazione di giovani che ha vissuto tutta la propria vita sotto una dittatura, che impara a discutere, ad ascoltare, a confrontarsi nello spazio di una Piazza occupata dove per continuare a parlare del futuro e di politica ci si dimentica perfino di dormire. La violenza del regime, gli attacchi dei suoi sgherri, non fanno che aumentare la forza delle proteste: la brutalità assedia la parola, ma la parola vince. Il tuo film è stato interamente girato durante le giornate della Rivoluzione. Pensi che possa comunicare qualcosa anche sugli sviluppi presenti e futuri della situazione in Egitto? S.S.: E’ facile dire che in Egitto a 5 mesi da quei giorni incredibili è ancora tutto in sospeso, che la situazione è complessa e rischiosa, che siamo ancora lontani dal conseguimento dello scopo delle proteste e dell’avvento della democrazia. Le manifestazioni del resto continuano, i giovani protagonisti del mio film scendono ancora in Piazza per far capire all’Esercito che non si sono riaddormentati. Ma quello che il mio film vuole comunicare è che un evento come questo lascia comunque una traccia indelebile e inalterabile; solo i mezzi cinematografici possono cogliere questo aspetto per forza di cose sfuggente, mostrando lo spettacolo entusiasmante di una rivoluzione e testimoniando della sua irreversibilità, qualunque cosa succeda dopo. Solo il cinema documentario può cogliere quegli istanti in cui appare allo stato più puro la libertà: quel senso di compiutezza che si annida nel dialogo, nelle relazioni che grazie alla parola si stringono con gli altri. In questo senso, niente forse è mai stato più libero della Piazza Tahrir, in cui perfetti sconosciuti intavolavano lunghi dibattiti, in cui dopo 30 anni tutti potevano esprimersi e niente e nessuno poteva fermare questo flusso inarrestabile di parola. Il cinema documentario è il mezzo ideale per rendere conto della forza dirompente dell’azione collettiva: la letteratura o il giornalismo ne possono parlare in dettaglio, ma c’è qualcosa di sfuggente e effimero che solo il cinema può tentare di fissare, raccogliere. Quella di Tahrir non è solo una folla, sono persone che diventano tutte insieme consapevoli della loro forza, sono un gruppo che agisce all’unisono. “Una mano sola”, come dice uno dei tanti motti di questa Rivoluzione.

Stefano Savona è nato a Palermo nel 1969. Ha studiato archeologia e antropologia a Roma e ha preso parte a diversi scavi archeologici in Sudan, Egitto, Turchia e Israele. Nel 1995 comincia a lavorare come fotografo indipendente. Dal 1999 si dedica principalmente all’attività di regista e produttore di film documentari e videoinstallazioni. Il suo lungometraggio Primavera in Kurdistan (2006) ha ricevuto il Premio Internazionale della SCAM al Festival Cinéma du Réel di Parigi e una nomination ai David di Donatello. Piombo fuso (2009) è stato selezionato al Festival Internazionale del film di Locarno nella sezione Cinéastes du présent e ha vinto il Premio Speciale della Giuria. E’ all’origine del progetto documentario il Pane di San Giuseppe, archivio audiovisivo della civiltà contadina in Sicilia. Nel 2010 fonda a Parigi con Penelope Bortoluzzi la società di produzione Picofilms. Nel 2011 produce e dirige Palazzo delle Aquile, che ha ottenuto il Gran Prix del Festival Cinéma du Réel 2011. Filmografia: 1999 Roshbash Badolato, 2001 Alfabe, 2002 Un confine di specchi, 2006 Primavera in Kurdistan, 2008 Il tuffo della rondine, 2009 Piombo fuso, 2010 Spezzacatene, 2011 Palazzo delle Aquile, 2011 Tahrir.


Regia: Iciar Bollaín - Sceneggiatura: Paul Laverty - Fotografia: Alex Catalán Montaggio: Ángel Hernández Zoido - Musica: Alberto Iglesias - Interpreti: Luis Tosar, Gael García-Bernal, Karra Elejalde, Carlos Aduviri, Raúl Arévalo, Emma Suárez - Origine: Spagna, Francia, Messico 2010 - Durata: 104’ - Website: www. tambienlalluvia.com Premi e festival: Candidato all’Oscar come miglior film straniero, Premio Ariel (Mexican Academy of Film Award), Berlin International Film Festival (Panorama Audience Award) European Film Awards Nomination, Premi Goya: Best Original Score, Best Production Supervision, Best Supporting Actor, Pesaro Nuovo Cinema, Milano Film Festival, Cinemabiente.

Una produzione cinematografica in mezzo alla selva tropicale: si narra l’arrivo di Colombo in America e la sua sete d’oro, così come il suo conflitto con i religiosi che proteggono gli indigeni. Questi ultimi sono impersonati da attori locali, che a loro volta rivivranno, lontano dalle luci e dal trucco, una nuova invasione: quella dei politici e delle multinazionali che intendono privatizzare un bene basilare e indispensabile: l’acqua. Così, la realtà contagia la finzione e altera il ritmo delle riprese, mentre i parallelismi tra passato (coloniale) e presente (colonizzato) si fanno evidenti. Tutto si mischia, si confonde, si modifica in funzione di alcuni fatti che non figuravano nella sceneggiatura e che il dipartimento di produzione non può pianificare, e nemmeno immaginare. Mentre parte della troupe gira il making of, assistiamo a tre pellicole in una volta: quella della conquista dell’America che stanno ricostruendo, quella delle rivolte sociali che percorrono il paese dove la squadra tecnico-artistica è al lavoro, e il documentario che racconta le complicazioni, gli sforzi e le difficoltà di un progetto artistico fatalmente impregnato di realtà.


di Oscar Olivera e Marcela Olivera Fu a Cochabamba, nel cuore della Bolivia, che scoppiò, dieci anni fa, quella che un testimone definì “la prima rivolta del XXI secolo”. Sentendosi coinvolte in quella che fu soprannominata la “Guerra dell’Acqua”, persone provenienti da tutte le parti della Bolivia si ritrovarono a Cochabamba per ribellarsi alla privatizzazione dell’acqua pubblica. Jim Shultz, fondatore del Democracy Center con sede a Cochabamba, mi disse «È come nella storia di Davide contro Golia, ma nella rivolta per l’acqua Davide non sconfisse un solo Golia, ma tre. Noi li chiamiamo i tre giganti B: Bechtel, Banzer e le banche». La banca mondiale, spiegò Shultz, obbligò il governo boliviano, guidato dal Presidente Hugo Banzer, un ex dittatore degli anni ’70, a privatizzare l’acqua pubblica di Cochabamba. La multinazionale Bechtel, l’unico offerente, prese il controllo dell’acquedotto pubblico. Bechtel aumentò il costo dell’acqua. I primi a pagarne le conseguenze furono i contadini, costretti all’irrigazione, che chiesero supporto agli operai delle città. Durante una manifestazione, Oscar Olivera, il loro leader, dichiarò: « Se il governo non manda via la Bechtel, ci penserà il popolo a buttarla fuori». Marcela, sua sorella, ricorda: «Il 4 febbraio mobilitammo il popolo per la “la toma de la plaza”, la presa della piazza. Là si sarebbero incontrati gli abitanti delle campagne e quelli delle città, tutti insieme. Ma il governo disse che ciò non sarebbe stato permesso». Alcuni giorni prima della mobilitazione, il governo mandò macchine e motociclette della polizia a circondare la città, cercando di spaventare il popolo. Il giorno della mobilitazione, impedirono alla gente di muoversi anche solo di una decina di metri, e iniziarono ad usare il gas contro la folla. La città fu chiusa da una coalizione di contadini, operai e “cocaleros”, i coltivatori di coca. Disordini e proteste contagiarono le altre città. Durante questa repressione militare, il Presidente Banzer dichiarò lo stato di emergenza. Il diciasettenne Victor Hugo Daza fu colpito al viso e morì. Accerchiata dalla rabbia del popolo, la Bechtel lasciò la città e il suo contratto con il governo Boliviano fu cancellato. I cocaleros furono decisivi per la vittoria. Dopo la guerra dell’acqua di Cochabamba, il loro leader, Evo Morales, vinse le elezioni e divenne il nuovo presidente della Bolivia. A Copenaghen, durante il summit delle Nazioni Unite sul clima, egli fece un appello affinché vengano prese le misure più serie contro il cambiamento climatico.

di Alfonso Rivera También la lluvia è il suo film più ambizioso? I.B.: Sì, il più complicato, finora. E’ come quelli che ho girato prima, ma moltiplicato per venti. Abbiamo girato con due cineprese contemporaneamente, in otto settimane e in Bolivia. Ma credevo che avremmo avuto più problemi: abbiamo avuto una grande squadra boliviana, molta fortuna con il clima e con le istituzioni locali. E abbiamo cercato di coinvolgere i locali e di far sentire il film come qualcosa che appartenesse anche a loro, in modo che si sentissero partecipi. C’è stato, dunque, un gran lavoro di preparazione? I.B.: Abbiamo dato il massimo in molto poco tempo. Ho lavorato tanto con il direttore della fotografia, Alex Catalán, studiando come avremmo raccontato la storia: ad esempio, la guerra dell’acqua è mostrata da


dentro un’auto. Vi sono soluzioni visive e sonore: a volte il rumore – come quello di un elicottero, che sentiamo ma non vediamo – ti dà la dimensione della scena. O mettere una barca in costruzione in una sequenza: è molto evocativo. Perché c’è molta evocazione nella pellicola. Al posto di 40 milioni di dollari, come fanno gli americani, noi suggeriamo molto con quello che abbiamo: cinque milioni di euro. E la prima sceneggiatura che dirige e che non ha scritto, vero? I.B.: Sì, però ho seguito da vicino il lavoro di Paul: un vero regalo. Era una sfida per me e per tutta la squadra. Tutti dovevano fare uno sforzo. Capita raramente che una sceneggiatura ti chieda tanto, in termini di casting, produzione, direzione degli attori… Inoltre espone temi molto forti: l’acqua, il parallelismo con la conquista dell’America, il fatto che i personaggi sono nel film in un modo e nella vita reale in un altro, ecc. Mi è parsa una sceneggiatura molto interessante perché tutti i personaggi hanno una parabola: arrivano in un punto diverso rispetto a quello da cui sono partiti. Gli ideali ce li hanno a parole, ma al momento della verità… come i registi che girano un film di denuncia, ma vanno al risparmio e pagano poco: non ne escono bene. Perché il film è un omaggio al cinema, ma anche una critica. I.B.: Sì, c’è l’omaggio, ad esempio nel mostrare quello che costa montare una produzione: c’è una scena in cui il regista, sopraffatto dalle circostanze, non ne può più e getta la spugna. Poi c’è il cinismo di andare a girare in un paese dove si paga molto poco la gente del posto.

E perché raccontare questo aspetto della scoperta dell’America così poco noto? I.B.: Paul ha avuto il coraggio di farlo. C’è una parte della conquista molto interessante: tutto ciò che Colombo mise in moto, una catena commerciale impressionante, che include lo sfruttamento. Ha fatto quattro viaggi nel Nuovo Continente, l’ultimo con 17 caravelle piene di fanatici in cerca di oro. E’ un personaggio più interessante di quello che abbiamo studiato: ha promesso illusioni e ricchezze, ma ne ha trovate poche laggiù. Fu tutto più tormentato del previsto. Questo non viene detto qui, in Spagna, perché Colombo è un eroe nazionale, però è una parte molto interessante della storia. E’ necessario smuovere le coscienze, oggi un po’ addormentate? I.B.: Credo che sia positivo: la prima cosa è dare allo spettatore una buona storia e che si emozioni. Se poi, una volta a casa, ci ripensa, è geniale. Vale la pena parlare di privatizzazione dell’acqua, perché i benefici se li godono quattro multinazionali che pensano solo al loro profitto, non al bene comune. A También la lluvia si addice, dunque, la definizione di “film politico”? I.B.: Credo che sia qualcosa di più, però sì. Esiste un grande cinema politico, che oggi però non va più di moda. La sceneggiatura non racconta cose gradevoli. Il fatto è che “cinema politico” è un’etichetta che suona poco attraente e meno commerciale, benché il film sia a tratti avvincente, credo. Se dici politico e avvincente, pare una contraddizione. Oggi la politica è screditata. Il film ha una carica politica, ma viviamo in un’epoca molto scettica e ci vuole più politica, e migliore. L’idea di Paul era: ti racconto questo, però emozionando e facendo spettacolo. Fonte: Cineuropa, 4 dicembre 2010 Icíar Bollaín nasce a Madrid il 12 giugno 1967. Esordisce a soli 15 anni con un ruolo importante in El sur di Victor Erice. Sui nostri schermi si fa conoscere per il ruolo assegnatole in Terra e libertà (1995) da Ken Loach. Divenuta partner della società Producciones La Iguana nel 1995 scrive e dirige il suo primo lungometraggio Hola, ¿estás sola?. Nel 1999 lavora alla sceneggiatura di Flores de otro mundo assieme al romanziere Julio Llamazares vincendo la Settimana della Critica a Cannes. Con Te doy mis ojos ha vinto 7 Premi Goya oltre a numerosi premi internazionali. Filmografia: 1995 Hola, ¿estás sola?, 1999 Flores de otro mundo, 2003 Ti do i miei occhi (Te doy mis ojos), 2007 Mataharis, 2010 También la lluvia, 2011 Canciòn de Katmandù


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La rassegna sarà ospitata, da febbraio a dicembre 2012 in numerose città italiane Il programma completo e aggiornato è consultabile sul sito www.alcuoredeiconflitti.it


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