Scusate, avete visto il poliziotto di quartiere?

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giugno / luglio/2004 - Interviste Sicurezza Scusate, avete visto il poliziotto di quartiere? di Carlo Lancari L’ambizioso progetto iniziale deve fare i conti con alcune difficoltà pratiche. Il punto di vista di chi sta sulla strada A mezzogiorno l’agente allunga le gambe sotto il tavolino del bar e decide che è finalmente arrivato il momento di fare una sosta: "Non ci crederà, ma uno dei problemi più grandi per noi sono le scarpe", dice guardandosi i piedi. Le scarpe? "Si, proprio le scarpe. A forza di camminare mi è venuta una tendinite e così lavorare è diventato più difficile. Quando è stato inaugurato il servizio, invece, il ministro Pisanu era stato chiaro: insieme al palmare e alle divise avremmo ricevuto anche degli speciali scarponcini, fondamentali per chi, come noi, deve camminare dalla mattina alla sera. Ma li ha visti lei? Beh, neanche noi" E’ trascorso appena un anno e mezzo da quando, era il 18 dicembre 2003, nelle strade italiane si sono visti i primi poliziotti di quartiere, ma l’esperienza sembra mostrare già i segni dell’usura. Spenti infatti i riflettori, smorzati i toni trionfalistici con cui il governo presentò l’iniziativa come uno degli strumenti fondamentali per rendere più sicure le città ("Contiamo di dare un colpo forte alla criminalità" aveva promesso il premier Silvio Berlusconi), i bilanci sono deludenti. E i primi a lamentarsi sono proprio loro, i poliziotti di quartiere molti dei quali, dopo aver aderito spesso in maniera volontaria, adesso denunciano di essere stati abbandonati e accettano di raccontare cosa non funziona nel loro lavoro. A un patto, però: niente nomi, fatta eccezione per alcuni sindacalisti. Come Massimiliano Valdannini, segretario provinciale del Siulp a Roma, che ammette il fallimento: "L’obiettivo di far diminuire la piccola criminalità possiamo dire che è fallito - spiega - Basta vedere i brogliacci dei commissariati, ovvero i rapporti con i reati sventati e le denunce raccolte per rendersi conto che da questo punto di vista l’attività dei poliziotti di quartiere è ben poca cosa". Che non tutto filasse per il verso giusto, del resto lo si poteva capire fin da subito. L’avvio dell’esperimento prevedeva l’impiego del poliziotto di quartiere in 28 principali capoluoghi. In tutto 1.500 uomini tra poliziotti e carabinieri "messi sulla strada". Bella espressione, che avrebbe dovuto rendere immediatamente l’immagine di quartieri più sorvegliati e battuti da uomini in divisa. Se non fosse per un particolare: gran parte degli agenti trasformati in poliziotti di quartiere sulla strada ci stavano già, visto che facevano servizio sulle volanti. "Proprio così prosegue Valdannini - In molti casi ci si è limitati a prendere l’agente che faceva servizio in macchina e metterlo sul marciapiede. Il risultato è stato proprio l’opposto di quello che si voleva ottenere: anziché aumentare la sicurezza dei


cittadini, la si è ridotta perché il lavoro più importante per noi è proprio la rapidità di intervento garantita dalle volanti". La colpa, naturalmente, non è degli agenti che dalla mattina alla sera pattugliano a piedi le strade. Anzi, se davvero tra i cittadini è un po’ aumentato il senso di sicurezza, è proprio grazie all’entusiasmo e all’impegno che dimostrano quotidianamente. Il problema caso mai va cercato nelle promesse non mantenute del governo e nell’uso del poliziotto di quartiere come specchietto per le allodole nelle campagne sulla sicurezza. Tanto da scegliere di impiegarlo solo nelle strade dei centri cittadini, e quasi esclusivamente a uso e consumo dei commercianti. "Siamo diventati gli spazzini dei negozianti, ovvero le persone che tolgono i nomadi e gli ambulanti abusivi da davanti le vetrine. Ma di più non possiamo fare, e probabilmente non vogliono neppure farcelo fare", denuncia Gianni Ciotti, altro segretario provinciale del Siulp di Roma. Fatta eccezione per le piccole città, dove effettivamente la presenza del poliziotto di quartiere è sentita dai cittadini, da Roma a Gorizia, passando per Milano e scendendo poi fino a Napoli e a Palermo, la situazione è pressoché uguale per tutti: carenze di organico e di equipaggiamento, mancato coordinamento, impossibilità perfino di telefonare, visto che il cellulare di cui il poliziotto di quartiere dispone ha i numeri bloccati e può chiamare solo la centrale e il commissariato. "Questo significa che se qualcuno ci telefona per chiederci aiuto, non possiamo richiamarlo", spiega un agente. Anche i computer promessi un anno e mezzo fa dal governo non si sono mai visti, rendendo così impossibile sia scaricare i dati raccolti durante il giorno sul palmare sia, soprattutto, creare una banca dati comune. Piccole cose? Forse, ma nella vita e nel lavoro di tutti i giorni sono piccole cose che pesano. E parecchio. Basta girare un po’ per le strade di una qualsiasi città italiana per rendersi conto di come il poliziotto di quartiere sia un po’ la Cenerentola della polizia. La prima cosa che ti salta agli occhi sono proprio le scarpe: seppure in divisa, non ce ne sono due che le hanno uguali. Certo, tutti indossano modelli in dotazione alla Polizia, ma c’è chi le ha normali con i lacci e chi, invece, preferisce il modello scarpe da ginnastica. I cappelli sono un altro pezzo forte della divisa: "Sono quelli dei colleghi sciatori", dice sconsolato uno di loro. "Serviva un berretto diverso, per farci riconoscere immediatamente in mezzo alla strada, così hanno pensato bene di darci quelli degli sciatori. Peccato che non tutti abbiamo la stessa taglia. Il mio, ad esempio, era troppo grande e per indossarlo ho dovuto fargli fare un rinforzo". Ma c’è di più: "Chi viene trasferito, oppure è malato, lascia la propria divisa al collega che lo sostituisce. Non abbiamo neppure una divisa che sia nostra, con i problemi igienici che possiamo immaginare", dice ancora l’anonimo poliziotto. Ma il vero problema è sulla strada. Premessa: sulla carta il poliziotto di quartiere dovrebbe alternarsi nei turni di lavoro con un collega carabiniere ma fino a oggi, per problemi interni all’Arma, sono ben pochi i carabinieri che fanno servizio di strada. "Il risultato è che anziché due turni, molto spesso ne viene coperto solo uno", dice un agente. Una volta sulla strada, però le cose cambiano, specie per i commercianti che hanno la fortuna di rientrare nel giro compiuto dalla pattuglia a piedi. Per tutti gli altri, invece, non è cambiato nulla. Un esempio stupendo si ha nel quartiere Tuscolano di Roma. Il commissariato può contare su 70 agenti per 300 mila abitanti, ovvero per coprire un’area grande circa quanto una città come


Bologna. Più due poliziotti di quartiere. All’inizio, un anno e mezzo fa, i due dovevano coprire l’intero Tuscolano, ovviamente a piedi. Impossibile solo pensarci. "Mentre tu ascolti un commerciante che si lamenta degli abusivi che sostano davanti al suo negozio - racconta un agente che vuole restare anonimo quattro vie più in là una vecchietta viene scippata della sua pensione. Lavorare così era inutile". E infatti è durato poco. "Alcuni mesi fa - prosegue il poliziotto - le cose sono cambiate e i colleghi hanno raggiunto un accordo: invece di sorvegliare un’area grande quanto Bologna, sorvegliano “solo” una parte della via Tuscolana, quella lato numeri dispari". Inutile negarlo, i risultati si vedono eccome. Se hai la fortuna di abitare o di avere il tuo negozio lungo i quattro chilometri di strada sorvegliata, senza dubbio vivi tranquillo. Ma basta attraversare la grande arteria stradale, passare sulla via Tuscolana lato numeri pari, e il senso di sicurezza dei cittadini di cui tanto parla il governo precipita. Scippatori e spacciatori sanno infatti che basta mettersi al lavoro in una stradina laterale per evitare di incappare nella pattuglia. Che fa quello che può, ma non può davvero arrivare dappertutto. “La verità è che mancano risorse umane ed economiche, - dice Giovanni Sammito, Segretario generale del Siulp di Gorizia - il poliziotto di quartiere doveva essere qualcosa in più al servizio dei cittadini, e invece si è rivelato una risorsa sottratta alle altre Forze di polizia”. Risultato di questa politica è una forte demoralizzazione tra gli agenti. “Per risolvere il problema - prosegue Sammito - in passato si era parlato di un possibile incentivo per il poliziotto di quartiere nel prossimo contratto, ipotesi poi tramontata. Comunque non sarebbe bastato. Non è certo così che si ridà fiducia ai cittadini. E neanche ai poliziotti”.

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