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ISSN 2385-0884

02/2017

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LAB2.0 Learning Architecture & Building

Direttore responsabile / Editor in chief Patrizia Licata Coordinamento editoriale / Deputy editor Luca Bonci Piera Bongiorni Lorenzo Carrino Camilla Gironi Staff di redazione / Editor staff Antonio Amendola Alberto Becherini Iacopo Benincampi Gabriele Berti Daniele Bigi Veronica Carlutti Simone Censi Elvira Cerratti Alessandra Contessa Francesca De Dominicis Maria Teresa Della Fera Einar Kajmaku Gilda Messini Lisa Patricelli Mirco Santi Tommaso Zijno

Hanno collaborato / Contributions Diego Antonelli Fabio Marcelli Clara Maria Puglisi Traduzioni / Translations Agnese Oddi Lucrezia Parboni Arquati Maria Letizia Pazzi Elena Pierucci Grafica / Graphic & Editing LAB2.0 Editore Triade Edizioni Srl

In prima e quarta di copertina / Cover © Marco Fabri

LAB2.0 MAGAZINE (ISSN 2385-0884) è un supplemento di dailySTORM (ISSN 2421-1168). Testata giornalistica iscritta al Registro della Stampa del Tribunale di Roma, autorizzazione n. 12 del 15-01-2013. LAB2.0 Magazine è gestito dall’associazione culturale LAB2.0 con sede in Viale Liegi, 7 – Roma, 0019. www.lab2dot0.com

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LAB2.0 è un’associazione culturale no-profit fondata a Roma da un gruppo di giovani, e si occupa di Architettura con l’obiettivo di stimolare il dibattito e il confronto sul territorio e sul web. Ha fondato e gestisce, per conto della testata giornalistica DailySTORM (www.dailystorm.it), la rivista LAB2.0 Magazine e si occupa della sua distribuzione sul web.

LAB2.0 is a non-profit cultural association, founded in Rome by a group of young people interested in Architecture. The aim of the association is to encourage the debate and intellectual confrontation on the territory and on the web. It has founded and manages, on behalf of DailySTORM (www.dailystorm.it), the magazine LAB2.0 Magazine and is in charge for its online distribution.

Oltre all’attività editoriale LAB2.0 si propone di: - Organizzare mostre, eventi e conferenze, con l’obiettivo di promuovere e stimolare l’interdisciplinarietà tra architettura e altre forme di espressione visiva quali arte, fotografia, grafica, design; - Organizzare workshop e promuovere concorsi rivolti a studenti universitari e neolaureati, così da fornire uno strumento di crescita e visibilità ai giovani progettisti e creare una piattaforma a servizio della società, volta all’individuazione e all’approfondimento di tematiche di carattere architettonico e di sviluppo socio-culturale.

LAB2.0, simultaneously with its editorial activity, offers: - To organize exhibits, events, and conferences, with the objective to promote and encourage an interdisciplinary approach between architecture and other forms of visual expression like art, photography, graphics, design, cinema - To organize workshops and promote contests aimed at university students and graduates, as to supply a tool to enhance visibility and growth for young designers, and to create a platform about architectural contents for society

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Indice

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Editoriale Editorial

Luca Bonci

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Luca Bonci Intervista a Carlo Ratti Interview with Carlo Ratti

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Camilla Gironi Ritorno al futuro: la tecnologia Hyperloop Back to the future: the Hyperloop technology

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Gabriele Berti Architettura stampata: una sfida su scala mondiale Printed architecture: a world-wide challenge


Index

Clara Maria Puglisi Scenografie per macchine Scenes for machines

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Iacopo Benincampi La settecentesca novitĂ della tecnologia The eighteenth-century innovations about technology

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Fabio Marcelli Restauro, -as, -avi, -atum, -are Restauro, -as, -avi, -atum, -are

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Alessandra Contessa Warka Water Warka Water

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Mirco Santi Tesla: la rivoluzione energetica è (di nuovo) possibile Tesla: the energetic revolution is possible (again)

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Maria Teresa Dalla Fera Innovazione: la tecnologia al servizio della tradizione Innovation: technology for tradition

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Diego Antonelli The Beautiful Strangers


Editoriale di Luca Bonci Traduzione di Camilla Gironi

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Tékhne-loghìa. Discorso o ragionamento sul saper fare. Già nelle sue prime accezioni, la parola Tecnologia conteneva un ampio margine di significato, che col passare dei secoli non ha fatto che ingrandirsi. Una parola che oggi viene confinata nei diversi ambiti (tecnologia dell’architettura, dell’informatica, etc.) ma che in fondo altro non è che il progresso della società, inteso come la capacità di esser riusciti ad ottenere uno specifico risultato. La storia racconta che non sempre uno sviluppo tecnologico è stato poi utilizzato per scopi benefici per l’uomo, ma questo è dipeso soltanto dall’uomo stesso e dall’etica. Una sintesi cronologica che vada dal bastone alla bomba atomica, dimostrerebbe in maniera chiara il concetto di come il progresso tecnologico sia stato poi declinato in ambiti che si sono dimostrati al di fuori del semplice cacciare del cibo. Ma all’interno dello stesso arco temporale è possibile pensare ad altre fondamentali evoluzioni, per capire come la tecnologia sia, da sempre, il mezzo più importante per il miglioramento delle condizioni di vita degli individui. Tecnologia come somma del progresso tecnico (innovazione = far del nuovo) e scientifico. L’innovazione, quindi il progredire della tecnologia, non è mai stato però qualcosa di lampante, come il cosiddetto accendersi di una lampadina; è quasi sempre partita dalla necessità di rispondere a delle esigenze o risolvere dei problemi. Il persistere di un bisogno, implica il dover intraprendere nuove strade affinché, attraverso la ricerca e la concezione di nuovi materiali, prodotti o processi, si riesca a soddisfarlo. È proprio questa la spinta che, normalmente, può influenzare in maniera decisiva il benessere degli individui e della collettività. Basta pensare alla penicillina e alla radio, due invenzioni fondamentali per l’uomo, per abbattere malattie prima incurabili e barriere fisiche nella comunicazione tra persone. Due invenzioni facilmente paragonabili all’arco o al cemento armato, in architettura. Il costruirsi un riparo è stato uno dei primordiali bisogni della specie umana, che è stato caratterizzato da dei veri e propri balzi in avanti nel progresso tecnico e, più tardi, anche scientifico. Tutto questo perché la società, di tanto in tanto, ha richiesto delle soluzioni a dei problemi reali dell’abitare, dello stare in un luogo chiuso (ma anche aperto) che hanno innescato nuovi meccanismi di pensiero, affascinanti declinazioni nella ricerca dell’architettura. Intorno al XII secolo, il saper fare si è dovuto confrontare con quei nuovi obiettivi estetici e simbolici, sorti dal cambiamento del pensiero dell’uomo. Così, oggi, associamo le cattedrali gotiche alla nascita di uno stile nuovo, diverso dai precedenti, caratterizzato dall’uso ex-novo di tecniche preesistenti, ma in un sistema totalmente differente, in coerenza con le necessità estetiche, motori dell’innovazione. Ormai non è più possibile intendere la tecnologia dell’architettura solo in termini accademici di materiali e tecniche costruttive dei singoli elementi, e forse lo è stato sempre poco. Oggi il saper fare architettura deve confrontarsi con le contaminazioni da tutti gli altri settori, oltre che al continuo mutamento del modo di vivere dell’uomo, dei suoi bisogni. Primo tra tutti, l’Internet delle Cose (IoT = Internet of things), che sta vedendo uno sviluppo rapido e che richiede delle risposte nuove da parte dello spazio fisico, con cui l’essere umano si trova ad interagire. Pensando alle possibilità che possono nascere dalle ibridazioni tra l’architettura e lo sviluppo tecnologico, non si può non lasciarsi trasportare dall’immaginare i nuovi scenare che si prospetteranno.


Tékhne-loghìa. Discourse or reasoning about know-how. Since its first connotation, the word Technology included a wide range of meanings, that could not help expanding over centuries. A word that today is confined within the different sectors (architecture technology, information technology, …), but that after all is nothing but the progress of society, intended as the ability of succeeding in obtaining a certain result. History teaches that the technological development has not always been used for beneficial purposes for men, but this only derives from men themselves and the ethics. A chronological synthesis from the cudgel to the atomic bomb would clearly demonstrate how the technological progress has been declined to scopes different from simple hunting food. But within the same interval time it is possible to think about other essential evolutions, to understand how technology has always been the most important means of improving people’s life conditions. Technology as a sum of technical (innovation = make something new) and scientific progress. Innovation, hence technology advancing, has never been a glaring thing, like the so-called going on of a light bulb; it mostly began in order to give an answer to different needs or to solve problems. A persisting need involves exploring new ways, through research and new materials, products or process concepts, in order to satisfy it. And this is the incentive that, usually, can deeply affect the wellness of individuals and communities. Just think of the penicillin and the radio, two of the essential inventions for men, born to defeat incurable diseases and to break physical barriers in people’s communication. Two inventions that could be easily compared to arches and concrete in architecture. Building a shelter was one of the first necessity of the human species, that was characterized by proper leaps forward in technical and, later on, scientific progress. This because society, now and then, has been needing solutions to real problems of dwelling, of staying in an enclosed (but also open) space that started new ways of thinking, fascinating declinations in architecture research. Around the 12th century, having the know-how meant facing those new aesthetic and symbolic objectives, born from men’s changing way of thinking. Hence, today we are used to associate gothic cathedrals to the birth of a new style, different from the previous ones, characterized by the fresh use of preexistent techniques, but in a completely different way, coherently with the aesthetic necessities, propelling innovation. By now it is not possible to consider architecture technology only in academic terms of materials and construction techniques of single elements, and it might have never been so. Nowadays, knowing how to make architecture means facing the contaminations coming from all the other sectors, as well as men’s constant changing way of living and necessities. First of all, the Internet of Things (IoT), that is going through a fast development and that asks for new answers from physical space, with which the human beings interact. Thinking of the possibilities that could come from hybridizations between architecture and technological development, it is impossible to not be carried away by imagining the new appearing scenarios.

Editorial

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Intervista a Carlo Ratti

Testo di Luca Bonci Traduzione di Agnese Oddi

Sulla linea dell’editoriale, abbiamo deciso di aprire questo numero, dedicato proprio alla Tecnologia nell’Architettura, e di come si siano mosse le frontiere del costruire, con un’intervista ad un architetto di fama internazionale come Carlo Ratti. Direttore del Senseable City Lab all’MIT e fondatore dello studio Carlo Ratti Associati, ha basato la sua professione nell’interazione tra l’architettura e la tecnologia, dando vita a ricerche e progetti magistrali. Uno degli ultimi si chiama Lift-Bit, ed è un sistema di arredo modulare e riconfigurabile, attraverso l’Internetof-Things. Un sistema che permette, attraverso un gesto della mano in aria sopra le sedute o con un app in remoto, di sollevare o abbassare a piacimento l’altezza di ogni singolo elemento di cui si compone Lift-Bit. A sua volta, l’app permette sia di impostare configurazioni predeterminate, sia di utilizzare una funzione per creare nuovi assetti tridimensionali, dando la possibilità di trasformare un divano in un letto, una poltrona o una chaise longue. Nella scala urbana, la tecnologia e il mondo di Internet ha già invaso lo spazio fisico. Si sente sempre più parlare di Smart City, in cui le reti e i sensori permettono di far dialogare il mondo fisico con quello digitale, attraverso la raccolta di dati sensibili che possono trasformarsi in risposte per abitanti e amministrazioni. Possiamo affermare che i lavori del suo studio, Carlo Ratti Associati, e del Senseable City Lab all’MIT di Boston, siano stati tra i primi a cercare, in fase progettuale, e ad ottenere, in fasi successive, un dialogo interdisciplinare tra architettura, urbanistiche e tecnologie innovative. Quale è per lei il progetto che considerate più rappresentativo? E quale è stata la svolta decisiva nella sua storia progettuale? Sì è vero: siamo molto interessati all’intersezione tra mondo fisico e digitale e cerchiamo di esplorarla sia attraverso i lavori dello studio di design Carlo Ratti Lift-Bit - Ph. MaxTomasinelli.com

Associati, sia attraverso le ricerca del Senseable City Lab all’MIT. Ci sono molti progetti che ci hanno aiutato a sviluppare il nostro percorso. Tra i più recenti mi piacerebbe ricordare del Future Food District, il padiglione tematico che abbiamo progettato per Expo 2015. Al suo interno, tavoli interattivi permettevano di visualizzare un’“etichetta aumentata” di ciascun prodotto - una serie di indicazioni che includono l’origine delle materie prime, la tracciabilità, la presenza di allergeni, le istruzioni per lo smaltimento. Queste informazioni possono servire a promuovere un consumo più informato, capace di modificare dal basso la catena produttiva alimentare. Questo progetto sperimentale si è oggi concretizzato nel Supermercato del Futuro, realizzato da Coop a Milano e inaugurato poche settimane fa nel quartiere Bicocca. Molto spesso si pensa all’innovazione tecnologica come qualcosa difficile da assorbire, da parte della società. Come può essere superata questa diffidenza, questa difficoltà nell’accettare le nuove tecnologie? Quale può essere la chiave affinché le persone possano guardare al progresso tecnologico come qualcosa di benefico? Per noi le tecnologie non sono mai un focus fine a se stesso. Nei nostri progetti cerchiamo invece di mettere al centro le persone e i loro bisogni. Le nuove tecnologie digitali sono gli strumenti ideali per migliorare lo stile di vita dei cittadini in un ambiente urbano ibrido, composto allo stesso tempo di bit e atomi. Ecco, se riusciamo a far capire questo aspetto del progresso tecnologico, credo che molte diffidenze svaniranno. Siamo nell’era della comunicazione, non più soltanto tra persone ma anche tra oggetti, con il cosiddetto “IoT” (Internet delle Cose). Quali possono essere i 11


passi in avanti che l’IoT, in maniera più che verosimile, permetterà nel mondo dell’architettura e del vivere gli edifici? E quali potrebbero essere i vantaggi, a breve e lungo termine, dell’uso di determinate tecnologie? Internet negli ultimi vent’anni ha trasformato radicalmente quasi tutti gli aspetti della nostra vita: dal modo in cui lavoriamo, a quello in cui comunichiamo, ci spostiamo e ci incontriamo. In modo simile, oggi siamo agli esordi di una nuova rivoluzione: Internet sta entrando nello spazio fisico – lo spazio delle nostre città, in primo luogo – e si sta trasformando nel cosiddetto “Internet of Things”, l’Internet delle cose, portando con sé nuovi modi in cui interpretare, progettare e abitare l’ambiente che ci circonda. Si tratta di mutazioni più profonde, quasi l’inizio di una nuova era: quell’era «della tecnologia calma» descritta dal grande informatico americano Mark Weiser. Un’era in cui la tecnologia è così radicata nello spazio che abitiamo da potere finalmente «recedere sullo sfondo delle nostre vite», elemento onnipresente ma discreto. Ed è proprio nei progetti che si relazionano con questo scenario che si annidano le novità più importanti in ambito architettonico. La tecnologia ci permette ad esempio di creare ambienti flessibili. L’artista novecentesco olandese Constant sognava che ogni stanza potesse essere rimodulata e riconfigurata – secondo un ventaglio di luci, pareti mobili o scale. Anche questo è per noi un campo di ricerca. Se, come si dice spesso, l’architettura è una sorta di terza pelle – dopo quella biologica e gli abiti che indossiamo – per

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molto tempo si è trattato in realtà di un rivestimento rigido, quasi un corsetto. Ci piace lavorare per far sì che un domani, grazie a dati più precisi sul comportamento delle persone, l’ambiente costruito possa adattarsi meglio alle nostre abitudini, dando vita a un’architettura dinamica, modellata sulla vita che si svolge al suo interno, e non viceversa. L’innovazione può manifestarsi nei processi e nei prodotti. Il settore delle costruzioni è tra quelli meno industrializzati, in cui il lavoro dell’uomo è ancora molto alto. Per certi aspetti, l’artigianalità può essere un punto a favore per la qualità architettonica. Quale potrebbe essere un futuro scenario che l’innovazione tecnologica può generare su questo aspetto delle costruzioni? È possibile immaginare una punto d’incontro forte tra ambito artigianale e tecnologia, a favore della qualità del prodotto architettonico finito? In realtà credo che artigianalità e nuove tecnologie non siano in contrasto le une con le altre, ma possano andare a braccetto. La cosiddetta “catena del digitale”, infatti, ci permette di superare il paradigma della produzione di massa del Novecento. Con una stampante 3D non c’è più differenza di prezzo e di tempo tra realizzare 1000 oggetti tutti uguali o 1000 oggetti uno diverso dall’altro. Si tratta di una nuova condizione, che viene spesso definita come “customizzazione di massa” – che poi non è nient’altro che una rivisitazione dell’artigianato in chiave digitale…

Lift-Bit - Ph. MaxTomasinelli.com


In questo senso, è anche doveroso fare una distinzione tra la realtà costruttiva dei grandi edifici, delle grandi architetture e la realtà dell’edilizia del quotidiano, delle persone: abitazioni, ospedali, scuole ed edifici pubblici in generale, in contesti che non siano soltanto delle grandi metropoli. Come potrebbe muoversi l’innovazione tecnologica per far sì che i progressi diventino a misura d’uomo e applicabili anche in realtà minori? Le tecnologie iniziano necessariamente da qualche parte, ma possono trasferirsi in modo imprevedibile. Questo vale nel mondo delle costruzioni ma anche più in generale alla scala mondiale. Il cosiddetto processo di leapfrogging è il balzo in avanti che ad esempio sta portando molti paesi Africani a diventare incubatori di innovazione con le reti cellulari, proprio perché la popolazione non è vincolata a soluzioni tecnologiche preesistenti. Si tratta di un esempio che illustra come i modelli della città intelligenti si possano realizzare anche in contesti diversi da quelli delle più ricche metropoli occidentali.

Lift-Bit - Ph. Mybosswas

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In the Urban scale, the technology and the world of internet have already invaded the physical space. We are talking about Smart Cities more and more, in which the network and sensors allow to keep in touch the physical word and the digital one, by collecting sensible datas that can be converted into answers for citizens, inhabitants and administration. We can say that the works of your studio, Carlo Ratti Associati, and of Senseable City Lab of MIT in Boston, were the first ones to search, during the design phase, to obtain a dialogue between the various subjects, like architecture, urbanistic and innovative technologies during the successive phases. In your opinion which is the project that you would consider the most representative? Yes, it is true: we are so interested in the connection between the physical word and digital one and we try to explore either through the works of the Carlo Ratti Associati design studio, either by research of Senseable City Lab at MIT. There are a lot of projects that helped us to improve our route. Between the recent ones I would like to remind Future Food District, the thematic pavilion created for the EXPO 2015. Inside there are interactive tables that allow to visualize one “augmented label” for each product - a series of indication that includes the origin of prime material, the traceability, the presence of allergens the instruction for the disposal. These information can help to promote a more conscious consumption, that can allow to modify from the bottom the productive alimentary chain. This experimental project is nowadays used in the supermarkets of the Future, realized by Coop in Milan and inaugurated some weeks ago in Bicocca quartier. So often we think about the technological innovation like something very hard to absorb by the society. How can be managed this difficulty of accepting these new technologies? What would be the kay by which people can look at the technological progress like something helpful? For us technologies are not only a focus with and end itself. We always try with our projects instead to put at the centre people and their 14

needs. The new digital technologies are the ideal instruments to improve the way of life of citizens in one urban hybrid ambient, at the same time made of bits and atoms. That’s it, if we can bring the people to understand this aspect of the technological progress, I believe that this diffidence will disappear. We are in the age of communication, not only of the people but also of the objects, the socalled IoT (Internet of Things). What are the steps forward that the IoT, more than likely, will in the world of architecture and buildings live? And what could be the benefits in the short and long term, the use of certain technologies? Internet in the last twenty years has radically transformed almost all aspects of our lives: the way we work, what we communicate, we move and we meet. Similarly, today we are at the beginning of a new revolution: the Internet is entering into the physical space - the space of our cities, in the first place - and is turning in the so-called "Internet of Things", bringing with it new ways to interpret, design and inhabit the environment around us. It is the most profound changes, almost the beginning of a new era: that was «calm technology» described by the great American computer scientist Mark Weiser. An era in which technology is so entrenched in the space we inhabit to be able to finally «rescind the background of our lives», omnipresent but discrete element. And it is in the projects that relate to this scenario that lurk the most important innovations in architecture. Technology allows us for example to create flexible environments. The twentieth-century Dutch artist Constant dreamed that each room could be remoulded and re-configured - according to a range of lights, mobile walls or stairs. Also this is for us a field of research. If, as is often said, the architecture is a kind of third skin - after the biological and the clothes we wear - for a long time it was really a hard coating, almost a corset. We like to work to ensure that in the future, thanks to more accurate data on people's behaviour, the built environment can better adapt to our habits, creating a dynamic architecture, based on the life that takes place within it, and not vice versa.


The innovation can occur in processes and products. The construction industry is among the least developed, in which man's work is still very high. In some respects, the craftsmanship can be a plus for the architectural quality. What could be a future scenario that technologic innovation can generate on this aspect of the buildings? You can imagine a strong point of encounter between craftsmanship and technology field, in favor of the architectural quality of the finished product? Actually, I think craftsmanship and new technologies do not conflict with each other, but they can go hand in hand. The so-called "digital chain", in fact, allows us to overcome the paradigm of mass production of the twentieth century. With a 3D printer there is no difference in price and the time between 1000 to realize all the same objects or 1000 objects different from each other. It is a new condition, which is often defined as "mass customization" - then that is nothing but a craft digital reassessment ...

Future Food District - Ph. Daniele Iodice

In this sense, it is also proper to make a distinction between the structural reality of the great buildings, great architecture and building reality of everyday life, people: housing, hospitals, schools and public buildings in general, in contexts that are not only of large cities. How could move technological innovation to make progress to become a human and even apply in reality minor? The technologies necessarily begin somewhere, but they can move unpredictably. This is true in the world of buildings but also more generally to the global scale. The socalled process of "leapfrogging" is the leap forward that such is leading many African countries to become incubators of innovation with cellular networks, because the population is not bound to existing technological solutions. It is an example that illustrates how the intelligent city models may also be possible in contexts other than those of the richest western metropolis.

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Future Food District - Ph. Daniele Iodice


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Future Food District - Ph. Daniele Iodice


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Ritorno al futuro: la tecnologia Hyperloop Dal sogno di George Medhurst alla sfida di Elon Musk: la tecnologia Hyperloop è la nuova frontiera che promette di abbattere tutte le altre

Testo e traduzione di Camilla Gironi

Immaginiamo di trovarci seduti in una navetta, in una sorta di capsula dalla forma allungata e aerodinamica, e che nei sedili contigui al nostro, disposti in linea uno accanto all’altro, si trovino altri passeggeri di culture e provenienze diverse. Supponiamo inoltre che questa capsula sia inserita all’interno di un tubo, lungo centinaia di chilometri e caratterizzato da un’atmosfera a bassissima pressione, e che, sospesa su cuscini d’aria e alimentata da un motore a propulsione, sia in grado di raggiungere una velocità massima pari a 1200 km/h. Ipotizziamo di vivere in un appartamento a San Francisco e di dover raggiungere ogni mattina il nostro ufficio, situato al centro di Los Angeles. In linea d’aria, dovremo percorrere circa 610 km; consideriamo le alternative di trasporto: in automobile, al netto dell’infinito tempo perso rimanendo immobili nel traffico, impiegheremmo poco meno di sei ore, contro le circa otto se ci spostassimo in treno, che crollerebbero ad appena un paio d’ore se salissimo a bordo di un aereo di linea (pagando la modica cifra di duecento dollari). Immaginiamo, invece, di sederci nella suddetta capsula al posto che abbiamo prenotato, per una ventina di dollari, pochi minuti prima tramite il nostro smartphone; leggiamo le ultime notizie, facciamo una breve telefonata, ascoltiamo circa sei canzoni della nostra playlist mentre ripetiamo a mente gli argomenti della presentazione che ci aspetta in ufficio, facendo appena in tempo ad accorgerci che la capsula ha raggiunto la nostra fermata alla stazione al centro di Los Angeles. In circa trentacinque minuti. Fantascienza. Questo è stato il primo pensiero che ha sfiorato la mente e infiammato gli animi di molti quando, nel 2013, un miliardario molto impegnato, tale Elon Musk, creatore della Space Exploration Technologies Corporation (meglio nota come SpaceX), nonché suo amministratore delegato e CTO, e della Tesla Motors, di cui è presidente del consiglio d’amministrazione e CEO, presidente di SolarCity e cofondatore di PayPal, ha redatto una relazione lunga Hyperloop One

poco meno di sessanta pagine, intitolata Hyperloop Alpha white paper. In essa, servendosi di un tono assolutamente confidenziale, Musk presenta una prima demo piuttosto dettagliata (con disegni, costi, dimensioni, analisi del funzionamento) del sistema Hyperloop, idea nata in risposta alla delusione derivata dall’approvazione del piano di realizzazione di una ferrovia ad alta velocità in California (“casa della Silicon Valley”, in grado di «indicizzare la conoscenza del mondo intero e lanciare rover su Marte»): Musk lo definisce come uno dei sistemi di trasporto più costosi per miglia nonché uno dei più lenti al mondo. Il concetto di trasporto tramite tubi ha origini più remote, risalenti a circa due secoli prima: nel 1812, l’ingegnere e inventore George Medhurst aveva proposto il modello di un nuovo sistema di trasporto composto da tubi a tenuta stagna al cui interno dei vagoni con propulsione ad aria potevano trasportare, in tempi brevi, persone e merci. Evidente il motivo per cui questa idea, folle per l’epoca, sia rimasta tale per così tanto tempo. Così come è evidente il motivo per cui la stessa idea, rielaborata e migliorata, considerata tuttora folle (per non dire rivoluzionaria), oggi acquisti una luce diversa, quella di un esperimento possibile, e stia prendendo forma in diversi modelli: l’avanzamento della frontiera tecnologica. L’avvento delle nuove tecnologie, dei nuovi materiali, la formulazione di nuove teorie scientifiche e la scoperta di nuove sensazionali realtà hanno portato l’Umanità attraverso il progresso, su tutti i fronti, soprattutto quello scientifico-tecnologico. E Hyperloop sembra voler segnare un altro passo decisivo, un vero e proprio salto in avanti, oltre il limite. Al momento della rivelazione della sua intuizione, Musk si è definito fiducioso sulla riuscita del progetto, lanciando un’autentica sfida per intere generazioni di ingegneri, architetti, designer: il concetto open-source di Hyperloop ha inaugurato una stagione di call for proposals aperta a tutto il mondo, e a chiunque ritenga di poter dare un proprio importante 21


contributo a questa missione su scala mondiale. A raccogliere la sfida, numerose aziende, tra cui SpaceX, Hyperloop Transportation Technologies, Hyperloop One, e studi di architettura, tra cui spicca il colosso Bjarke Ingels Group. SpaceX, guidata da Elon Musk, è una delle più grandi aziende aerospaziali statunitensi e forse la prima in grado di colonizzare Marte entro il prossimo decennio; per il triennio 2015-2017 ha avviato la Hyperloop Pod Competition, aperta a studenti e non, per la realizzazione di prototipi di capsule che siano effettivamente compatibili con il progetto e che permettano di realizzarlo, alla quale hanno partecipato in molti, registrando ogni giorno circa cinque domande di ammissione tra studenti, professionisti e semplici appassionati in singolo o riuniti in team. La Hyperloop Transportation Technologies ha ottenuto i permessi per costruire un primo prototipo su scala reale, lungo circa cinque miglia, nella Quay Valley, in California. Il CEO Dirk Ahlborn ha affermato che possa essere quello definitivo addirittura entro il 2018, puntando l’attenzione sulla possibilità di beneficiare di massivi crowfunding, nonché sull’impiego di personale già inserito nel mondo delle tecnologie aerospaziali (molti fanno parte della Nasa e della stessa SpaceX) e che nel tempo libero contribuisca al progetto, in cambio di stock option nella compagnia. Hyperloop One (prima denominata Hyperloop Technologies) è probabilmente l’azienda che meglio si sta muovendo nello scenario dello sviluppo della tecnologia Hyperloop. Basti pensare che già nell’agosto 2016 è stata la prima ad effettuare un test, risultato vincente, sul sistema di propulsione delle capsule; il prototipo di capsula ha raggiunto la velocità di 186 km/h percorrendo 914 m in appena 1,9 secondi. Nel novembre 2016, lo studio BIG ha rivelato il suo concept design per Hyperloop One, proponendo una soluzione ulteriormente innovativa per quanto riguarda le capsule: queste, anziché essere una sorta di navicella con posti a sedere, divengono semplicemente dei contenitori per capsule ancora più piccole, di forma cubica, dedicate a ciascun passeggero. Ciò ci permetterebbe di scendere dal nostro appartamento a San Francisco e trovare, al posto di un obsoleto taxi giallo, la nostra mini capsula (non si escluda una possibile futura collaborazione con Uber) prenotata tramite smartphone, che in pochi minuti ci permette di arrivare alla stazione Hyperloop della città ed entrare nella capsula predisposta, incastrandoci perfettamente tra le altre mini capsule già inserite. La brillante ideazione di BIG è stata annunciata attraverso un video teaser che ha raccolto migliaia di visualizzazioni in pochissimo tempo, e ancor più sconvolgente è stata la notizia che Hyperloop One, con il design BIG, realizzerà il progetto Hyperloop a Dubai entro il 2020. Appena quattro anni per dare vita al quinto modello di trasporto sognato per due secoli; appena quattro anni per rivoluzionare totalmente il mondo come lo conosciamo oggi. La tecnologia Hyperloop, se realizzata, promette di abbattere ogni forma di frontiera. Quella tecnologica, impiegando mezzi supersonici che prima potevano essere immaginati solo nello spazio siderale. Quella socio-culturale, poiché permetterebbe a chiunque di 22

usufruire di un servizio di qualità eccellente, unendo migliaia di persone provenienti da luoghi diversi e anche lontani, senza sottrarne la privacy individuale e senza dover spendere una fortuna. Quella spaziotemporale: il sistema funziona come una sorta di varco dimensionale, schiacciando distanze e tempistiche, che renderebbe possibile per un cittadino di San Francisco lavorare regolarmente a Los Angeles, così come per un ragazzo di Dubai sarebbe possibile raggiungere i suoi amici di Abu Dhabi nell’intervallo di tempo di dieci minuti; creerebbe un collegamento diretto tra stati e continenti diversi, infrangendone i confini politici alla velocità supersonica. Quella del rispetto ambientale, in quanto, grazie ai piloni che sospendono il tubo a qualche metro dal suolo, non sarebbe causa di contaminazioni e deturpazioni del paesaggio, e, grazie al suo rivestimento in film fotovoltaico e alla presenza di batterie di accumulo, sarebbe un primo esempio di sistema di trasporto a energia zero o addirittura positiva. Costi, mobilità, sicurezza, velocità, energia sono solo alcuni dei fattori che questa tecnologia promette di stravolgere irreparabilmente. Quello più importante, nonché quello che maggiormente sarà protagonista del cambiamento, tuttavia, è senza dubbio il fattore umano. Donare a ogni individuo un modo nuovo di pensare, di vivere, di comunicare con il mondo è la missione intrinseca di Hyperloop, che accorcia notevolmente la distanza che forse più spaventa: quella che ci separa dal futuro.


Back to the future: the Hyperloop technology Imagine being sitting in a shuttle, a sort of capsule with an elongated and aerodynamic shape, and other passengers from different countries and cultures sitting in the seats next to yours, all aligned. Then imagine this capsule being put inside a tube, hundreds kilometres long and characterized by a very low pressure atmosphere, and being able to reach a maximum speed of 750 mph, suspended on air cushions and powered by a jet engine. Imagine living in a flat in San Francisco and having to go every morning to the office, situated in the centre of Los Angeles. In a straight line, you should cross about 610 km; think of the different transport routes: by car, not calculating the infinite amount of time you should waste being stuck in the traffic, it would take a little less than six hours, that would be eight by train, that would fall down to just a couple hours if you choose an airliner (paying the reasonable price of two thousand dollars). Imagine instead sitting in that capsule at the seat you booked few minutes before, for something like twenty dollars, on your smartphone; you read the latest news, have a short phone call, listen to about six songs from your favorite playlist while repeating in mind the topics in the presentation of the day you are going to discuss at the office, being just in time to figure out that the capsule has stopped at the station at the centre of Los Angeles. In about thirty five minutes.

Hyperloop One Test

Science fiction. It’s the first thought crossing many people’s mind and spirit, when, in 2013, a very busy billionaire named Elon Musk, founder, CEO and CTO of Space Exploration Technologies Corporation (known as SpaceX), co-founder and CEO of Tesla Motors, chairman of SolarCity and co-founder of PayPal, wrote an essay less than sixty pages long, titled Hyperloop Alpha white paper. In this, in an absolutely friendly tone, Musk shows the first demo, rather rich in details (with drawings, costs, dimensions, function analysis), of the Hyperloop system, an idea born as a reply to the disappointing approval of the plan for the construction of a high-speed railway in California (“the home of Silicon Valley”, «doing incredible things like indexing all the world’s knowledge and putting rovers on Mars»): Musk defines it as one of the most expensive transport system per mile and one of the slowest in the world. The concept of a transport system through a tube has remote origins, going back to about two centuries before: in 1812, engineer and inventor George Medhurst proposed the model of a new transport system made of airtight tubes within which some wagons with air propulsion could transport people and goods in a short time. The reason why this idea, so foolish for those times, has stayed undeveloped for such a very long time is evident. As well as it’s evident that the reason why this idea, reworked and improved, even if still

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considered a foolery (to be read “revolution�), is being seen in a different light, as a possible experiment, and is being put into shape through different models is that the technological frontier is advancing. With the new technologies and new materials coming, with the formulation of new scientific theories and the discovery of new sensational realities, Humanity is walking through the land of progress, in every aspect, the scientific and technological one most of all. Hyperloop is going to take another major step forward, a real jump beyond the limits. While revealing his intuition, Musk was trustful about the success of this project, launching a challenge to entire generations of engineers, architects and designers: the Hyperloop open-source concept has started a season of call for proposals open to the whole world, to anyone being able to give an important contribution to this global scale mission. Many companies took up the challenge, like SpaceX, Hyperloop Transportation Technologies, Hyperloop One, and architecture studios, among which the colossus of Bjarke Ingels Group. SpaceX, headed by Elon Musk, is one of the greatest American aerospace manufacturer and might be the first to colonize Mars by the next decade; for the three years 2015-2017 he opened the Hyperloop pod competition, addressed to students and others, in order to lead to the construction of capsule prototypes being effectively compatible with the project and making it possible for it to come to life, to which many people applied, recording about five application requests per day from students, professionals and simple

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enthusiasts, singles or teams. The Hyperloop Transportation Technologies has obtained the permissions to build a primary full scale prototype, about five miles long, in the Quay Valley, in California. Its CEO Dirk Ahlborn affirmed that it could be the definitive one even by 2018, focusing on the possibility of taking advantage of massive crowfunding, and on recruiting people already employed in the aerospace technologies sector (many of them coming from Nasa and SpaceX) that could contribute to the project in their free time, in return for stock options in the company. Hyperloop One (first known as Hyperloop Technologies) might be the company moving better within the scenario of the Hyperloop technology development. Just think that in August 2016 it was the first one to take a successful test of the capsules propulsion system; the capsule prototype reached the speed of 116 mph traveling 1000 yards in just 1.9 seconds. In November 2016, BIG revealed its concept design for Hyperloop One, showing an even more innovative solution for the capsules: instead of being a sort of shuttle with seats within, they would be mere containers for smaller pods, with a cubic shape, assigned to each passenger. This would let you going out your flat in San Francisco and find, instead of an obsolete yellow cab, the small pod (a possible future collaboration with Uber is not to be excluded) you booked on your smartphone, that would take you to the central Hyperloop station of the city in minutes and get into the predisposed capsule, fitting perfectly between

Hyperloop One


the other pods already inserted. BIG’s brilliant idea was announced through a video teaser that reached thousand views in a very short time, and it was even more surprising that Hyperloop One, with BIG’s design, will build the Hyperloop project in Dubai by 2020. Just four years to bring to life the fifth transportation model wanted for two centuries; just four years to totally revolutionize the world as we know it today. Hyperloop technology, if built, is going to break down any kind of boundary. The technological frontier, using supersonic means that could only be imagined in the sidereal space before. The socio-cultural barrier, since it would let anyone benefit a very high quality service, putting together thousand people coming from different and far apart countries, without sacrificing their personal privacy and without asking them for unreachable fees. The space-time limit: this system works like a sort of dimensional passage, breaking distances and timings, that would let a citizen of San Francisco regularly go to work to Los Angeles, as well as a kid in Dubai could reach his friends living in Abu Dhabi in a ten minutes time interval; it would create a connection between different countries and continents, breaking their political boundaries at a supersonic speed. The frontier of respect for the environment, since, thanks to the pylons suspending the tube above a few meters from the ground, it would not cause any contaminations and disfigurements to the landscape, and, thanks to its photovoltaic film envelope and the presence of harvesting batteries, it would be the first example of a zero energy or even a positive energy

Hyperloop One - Sketch by Elon Musk

transportation system. Costs, mobility, safety, speed, energy are only few of the factors that are going to be irreparably upset by this technology. But the most important one is undoubtedly the human factor, that will be the main character of this change. To give each individual a new way of thinking, living, communicating with the world is Hyperloop’s intrinsic mission, that will shorten considerably the distance that might be the most scary one: the distance between us and the future.

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Hyperloop One on site


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Architettura stampata: una sfida su scala mondiale L’uso della stampa 3D come forma di artigianato tecnologico per l’architettura contemporanea Testo e traduzione di Gabriele Berti

La qualità architettonica, i materiali e le tempistiche di costruzione sono alcune tra le più importanti chiavi di lettura che definiscono la qualità dell’opera architettonica. Se osservassimo gli edifici a noi contemporanei, potremmo immaginare queste tre peculiarità come tre estremi a cui tendere: ognuno degli edifici presi in esame sarà sicuramente caratterizzato da almeno una di esse, alcuni di loro potranno essere ascrivibili contemporaneamente a due di questi estremi, mentre risulterà di estrema difficoltà trovare opere architettoniche che soddisfino tutte e tre le caratteristiche. La stampa 3D si inserisce nel contesto architettonico contemporaneo auspicando di creare opere che vadano a collocarsi proprio in quest’ultima casistica, percorrendo tuttavia una strada inesplorata e perciò disseminata di ostacoli: la creazione di opere di grande qualità architettonica e materica in tempi brevi. I primi anni di questa tecnologia sono stati segnati dalla competizione, su scala mondiale, per la creazione del primo edificio interamente realizzato con stampanti 3D. Gli approcci al tema sono stati vari, essendo innumerevoli le variabili in campo. Le principali discriminanti che differenziano le opere ed i risultati ottenuti sono i materiali dell’opera, il processo di stampa e di conseguenza il tipo di macchinario necessario a portarla a termine. Dall’impiego del filamento in polimero plastico, classico delle stampanti da scrivania, passando per i metalli, fino ai conglomerati di tipo cementizio, questa corsa ha messo sul tavolo numerosi approcci e risultati tra loro differenti. Emblematici di queste tre diverse strade sono rispettivamente la Canal House realizzata ad Amsterdam dallo studio DUS, le opere di Joris Laarman come il ponte ad Amsterdam e la Dragon Bench, ed infine l’edificio ad uffici realizzato negli Emirati Arabi dallo studio Gensler per la Dubai Future Foundation. Questi risultati, insieme alla ricerca che li ha preceduti, hanno acceso i riflettori del mondo intero sul tema Concrete Printer - http://www.designboom.com/technology/tueindhoven-concrete-3d-printer-06-28-2016/

della stampa tridimensionale, superandone l’iniziale scetticismo, e tracciando la strada per gli sviluppi futuri di questa tecnica. «Prima della rivoluzione industriale, l’artigianato la faceva da padrone. L’artigiano aveva conoscenza quasi fenomenologica dei materiali ed era in grado di intuire come variavano le loro proprietà in base alla struttura e caratteristiche dell’ambiente. […] Poi la macchina venne usata per standardizzare tutto, e le opere che costruimmo vennero definite da questi standard industriali. Ora l’artigianato si fonde con la macchina […] e possiamo generare artigianato con l’aiuto della tecnologia.» Neri Oxman, intervista per Dezeen Magazine Come sottolineato dall’architetto e fondatore del Mediated Matter Group al MIT Media Lab, sta iniziando una nuova era dell’architettura e della tecnologia della costruzione, dove convergono in un’unica tecnica il controllo del dettaglio tipica della dimensione artigianale con il supporto della macchina per una produzione rapida ed economica. Questo ultimo fattore, insieme all’uso di materiali a sempre più basso impatto ambientale e la stampa in sito, sono alcuni dei più interessanti temi su cui si sta concentrando la ricerca contemporanea. Lo studio DUS ha proseguito sulla strada dei materiali plastici tracciata con la Canal House, sviluppando una bio-plastica. Questo materiale, utilizzato per il progetto della 3D printed urban cabin e per il Dutch EU building, si presenta con un ridottissimo impatto ambientale: infatti, se già la stampa tridimensionale punta a ridurre allo zero gli sprechi creando elementi autoportanti e sagomati in maniera da ottimizzare la caratteristiche fisiche dei materiali, il polimero plastico utilizzato da DUS viene prodotto con polveri derivanti da processi di riciclo, perciò le opere realizzate con questa plastica risultano completamente riciclabili, una volta avvenuto 29


il loro smantellamento e demolizione. Sul tema dell’uso di materiali riciclati, economici e sostenibili, si sta muovendo anche la TU di Eindhoven. Il team di ricercatori dell’Università olandese ha sviluppato un sistema di stampa che permette la realizzazione di interi padiglioni ed elementi di grandi dimensioni, attraverso un getto di cemento riciclato e a sua volta interamente riciclabile. Lo stampaggio avviene per strati grazie ad un sistema simile al carroponte, che svincola il cemento dallo storico limite datogli dalla sagoma dei casseri, permettendo la realizzazione di forme architettoniche completamente libere. Le potenzialità formali del cemento, vengono ampliate nel progetto Minibuilders dello IAAC, Institute for Advanced Architecture of Catalonia. I ricercatori in questo caso hanno realizzato una famiglia composta da tre piccoli robot mobili che, insieme, sono in grado di stampare strutture di qualsiasi dimensione e forma. Partendo da una centrale che fornisce materia prima ed energia, questi robot dotati di ugelli, coprono le tre fasi di costituzione dell’opera (struttura, rafforzamento e finitura), rendendo possibile oltrepassare il limite, solitamente dato dalla dimensione massima della zona di stampaggio, e riuscendo ad applicare il materiale orizzontalmente e verticalmente come e dove necessario. Oltre a questo fondamentale salto di scala, essi rendono possibile la realizzazione dei manufatti direttamente sul sito di progetto, annullando di fatto i costi di trasporto degli stessi. La tecnica della stampa tridimensionale applicata ad opere architettoniche è sicuramente ancora in fase

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embrionale e non è ancora riuscita a raggiungere molti degli obiettivi prefissati. Essa è però oggetto di sempre nuove ricerche che stimolano il dibattito ed ampliano le possibilità di applicazione di questa tecnologia nel contemporaneo. Di grande potenziale risulta ad esempio il suo impiego nella conservazione dei beni artistici ed architettonici, tematica affrontata ad esempio dalla mostra A world of fragile parts parte della Biennale di Architettura di Venezia 2016. L’uso della stampa 3D ad integrare e sostituire ciò che è stato perso del nostro patrimonio storico rappresenta al meglio l’idea di una nuova forma di artigianato che potrà essere parte rilevante del nostro futuro. Come l’industrializzazione, quando estremizzata ha portato problematiche etiche e sociali, questa nuova tecnica se utilizzata come un mezzo e non un fine, potrebbe essere in grado di ampliare le possibilità espressive e tecnologiche dell’architettura, promuovendo la nascita di nuove figure professionali e personale specializzato e configurando un futuro in cui tecnologia non sarà sinonimo di standardizzazione ma di artigianato tecnologico.

Concrete Printer at the TU Eindhoven


Printed architecture, a worldwide challenge Construction timing, materials and architectural quality are some of the most important topic those are defining the quality of the architectural work. Observing our contemporary buildings, we could imagine this three points as extremities to strive: any of the studied architectures will be surely characterized by at least of those points, some of them could be attributed to two of them, meanwhile it will be extremely difficult to find buildings that are satisfying all of the three characteristics. The 3D printing is moving into the contemporary architectural context aiming to create work those are able to be set in this last case, following however an unexplored and full of obstacles path: creating works defined by great architectural and material quality in a really short time. The first years of this technology have been marked by a worldwide challenge for creating the first building entirely realized with a 3D printer. The approach to this theme have been different since variables were uncountable. Main distinguishing factors, differentiating the works and the obtained results, have been the materials, the printing processes and accordingly the type of machine necessary to complete them. From the use of the plastic filament, typical of the desk printer, to metal, until concrete mixtures, this competition has shown a lot of different approaches and results. Emblematic of these three different ways are respectively the Canal House

MX3D Bridge - http://mx3d.com/projects/bridge/

realized in Amsterdam by studio DUS, the works of Joris Laarman like the bridge in Amsterdam and the Dragon Bench, and lastly the office building realized in the United Arab Emirates by studio Gensler for the Dubai Future Foundation. These results, together with the researches that forerun them, has lighten up the attention of the whole world to the 3D printing topic, exceeding initial scepticism, and tracing the way for further developments of this technique. ÂŤPrior to the industrial revolution, craft defined everything. The craftsman had an almost phenomenological knowledge of materials and intuited how to vary their properties according to their structural and environmental characteristics. But then the machine was used to standardise everything. And the things we built were defined by these industrial standards. Now craft meets the machine and we can generate craft with the help of technologyÂť. Neri Oxman, interview for Dezeen Magazine As highlighted by the architect and founder of Mediated Matter Group of MIT Media Lab, a new era of construction technology and architecture has started, an era where are converging in a unique technique the detail control typical of craftsmanship dimension and the machine help for a quick and low-cost production. This

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last factor, together with the use of low environmental impact material and the on site printing, are some of the most interesting topics on which is concentrating the contemporary research. DUS studio has proceeded on the path of the plastic materials, a road traced with the Canal House, developing a bio-plastic. This material, adopted in the project of the 3D printed urban cabin and in the Dutch EU building, has a very low environmental impact: thus, if the tridimensional printing has already the goal of being zero waste by the creation of free-standing elements shaped in order to optimize the physical characteristics of materials; the plastic polymer use by DUS is produced with powders coming from recycling processes, thus works realized with this plastic are completely recyclable, when will come the time for their dismantling and demolition. Also the TU of Eindhoven is moving in the topic of recycle materials. The research team of this Dutch University has developed a new printing system that is allowing to realized complete pavilions and big construction elements, through a recycled concrete casting therefore completely recyclable. The printing is done by layers thanks to a overhead travelling crane-like system, that is releasing the concrete from the limit of the shape given by the mould, allowing to realize completely free architectonic shapes. The shape potential of the concrete, are increased with Minibuilders project of IAAC, Institute for Advanced Architecture of Catalonia. The researchers in this case has realized a family composed by three little movable robots that together are capable of printing structure of any shape

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and dimension. Starting from a central element that supplies them of energy and material, these robots with their nozzles, are covering three construction phases (structure, reinforcement and finishing), making possible to cross the limit usually given the maximum printing zone and being able to apply material horizontally and vertically where is necessary. In addition to this very important scale jump, they’re also making possible to realize building and object directly on site, cancelling their transportation costs. The tridimensional printing applied to architectural works is surely in its early stages and it still not able to fulfil a lot of its promises. However it’s always target of new researches those are stimulating the debate and are increasing the possibilities of application of this technology nowadays. For example it use for the conservation of the artistic and architectural assets has a great potential, this topic is tackled for example in the exposition A world of fragile parts, part of the Architecture Biennale of Venice 2016. The 3D printing use for integrating or substitute what has been lost of our historical heritage is representing in the best way the idea of a new kind of craftsmanship that will be relevant in our future. As industrialization, taken to its extreme has caused ethical and social problems, this new technique if used as a tool and not a purpose, may be able to widen the expressive and technological possibilities of architecture, fostering the growing of new professional figures and specialized employees and setting up a future where technology won’t be synonymous of standardization but of technological craftsmanship instead.

MX3D Bridge - http://mx3d.com/projects/bridge/


Studio DUF, Printed Facade - https://www.dezeen.com/

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Scenografie per macchine Quando è l’architettura a creare lo spazio per la tecnologia

Testo e traduzione di Clara Maria Puglisi

Architettura e tecnologia sono collegate nel modo più spontaneo possibile pensando alla seconda a servizio della prima, ossia come un determinato sistema costruttivo possa garantire determinate prestazioni. Ma il rapporto può anche essere invertito, letto in senso lato. Ecco che il modo di concepire uno spazio è lo strumento per valorizzare un prodotto della tecnologia. Lo fece nel 1958 Carlo Scarpa per la compagnia Olivetti, lo fa in tempi più recenti la Apple con i suoi Store. Entrambi mete di attrazione. Apple ha costruito negozi “stand-alone”, veri e propri fiori all’occhiello, in posizioni di alto profilo nelle più grandi città di tutto il mondo, ricevendo diversi riconoscimenti nel campo dell’architettura grazie al loro design, in particolare per quello sito a Manhattan. Nell’ottica costante di creare una catena di negozi unica nel suo genere, punto chiave è l’esperienza per l’utente finale. Da sempre, tutti i prodotti Apple sono stati esposti e disponibili all’utilizzo senza nessuna sorta di limitazione, anzi è lo staff ad incoraggiarne l’uso allo stremo. A partire dal 2006, con l’apertura dello store a SoHo (NYC), Apple ha adottato il design per l’interno che tutti oggi conoscono: legno, metallo e vetro. Uno stile minimalista ma allo stesso tempo capace di esaltare ulteriormente i prodotti in esposizione. Apple ha preferito nella maggior parte dei casi realizzare flagship store in palazzi a sé stanti, inseriti perfettamente all’interno del panorama urbano che li circonda. L’esempio più chiaro è senza dubbio lo store sulla quinta strada a New York: un gigantesco e accattivante cubo di vetro che, tramite una scala, dà accesso al negozio sotto terra. E questo è diventato uno dei punti di riferimento più comunemente fotografati in tutta New York City: quella che allora era una piazza inutilizzata alla base del grattacielo della General Motors, diventa una porta d’ingresso della Fifth Avenue. Oltreoceano, il Negozio Olivetti viene commissionato verso la metà degli anni Cinquanta da Adriano Carlo Scarpa, Showroom Olivetti, Venezia

Olivetti all’interno di un piano strategico aziendale di assoluta modernità: l’imprenditore aveva capito infatti come negli anni della ricostruzione, del boom economico e dell’esplosione del design, non bastasse semplicemente produrre oggetti dall’aspetto accattivante, ma fosse necessario studiare anche il contesto della loro vendita, creando attorno ad essi una sorta di “aura estetica”. Olivetti dà il via quindi in tutto il mondo a una strategia di negozi (quelli che oggi si definirebbero show-room), attivando una collaborazione molto importante con artisti e architetti. All’interno di questa scelta strategica, si inserisce il negozio di Carlo Scarpa, in una sede come Venezia - e in particolare piazza San Marco - che non avrebbe potuto essere più prestigiosa dal punto di vista storico, ma anche turistico e commerciale. Nel suo nuovo insieme, il rifacimento del negozio offre ora una vera promenade architecturale, la cui ricchezza di dettagli ed elementi decorativi risponde ad un unitario disegno generale, magistralmente organizzato dall’architetto. Superando le dimensioni ridotte dell’ambiente, collocato nelle Procuratie Vecchie della piazza, Scarpa crea un’incisiva opera di grande trasparenza. Modernità architettonica e tradizione veneziana convivono con armonia, dando vita ad «uno dei più limpidi capolavori dell’architettura contemporanea», secondo la definizione del critico Carlo Ludovico Ragghianti. La relazione tra il Negozio Olivetti e l’Apple Store sulla 5th Avenue diventa ancora più interessante nel momento in cui si pone l’attenzione sulla concezione spaziale che sottende i due modi di vivere i reciproci prodotti. Introversione ed estroversione. Per quanto innovativo ed eccezionale nel suo genere, lo Store promosso da Steve Jobs si configura in maniera molto classica - nell’accezione architettonica del termine - alla stregua dell’organizzazione spaziale della domus romana: collocato addirittura a livello -1 rispetto alla strada, i muri fanno da cerniera con 35


qualsiasi contatto verso l’esterno, mentre l’ambiente interno si apre esclusivamente verso il centro. È come se i tavoli su cui sono collocati i prodotti, fossero rivolti verso un impluvium, rappresentato in questo caso dalla vitrea scalinata, che diventa evidente fulcro della scena nonostante la dichiarata leggerezza della struttura. Tutto quello che accade è pensato in funzione di chi entra, di chi si muove all’interno dell’open space. Non ci saranno muri che dividono le aree, ma sono i tavoli a strutturare l’ambiente, scandendo percorsi e momenti. Il tutto è reso ancora più palese dal modo in cui lo store dichiara se stesso alla città: ad essere partecipe dell’esperienza sarà solo chi varca la soglia, e si addentra in questo luogo chiuso. Scarpa invece opera un vero e proprio svuotamento delle pareti perimetrali a favore di un’apertura verso la strada, i portici di piazza San Marco. Un atteggiamento coraggioso se si considera la materia prima con cui aveva a che fare. Per il negozio di pochi metri quadri viene predisposto un nuovo assetto, in una maniera che si può definire “teatrale”, nel senso che è come una messa in scena di un lungo racconto spaziale. Viene data vita a una sorta di padiglione, in cui le vetrine fanno desiderare, più che vedere, le macchine esposte. Ad accomunare i due store, tuttavia, è la decisa scelta di collocare la scala al centro della sala, trasformando un accessorio funzionale in fulcro spaziale. E si presenta come un vero capolavoro: da un lato, l’innovazione e la tecnologia avanzata che fanno del vetro, per definizione fragile, un elemento plastico; dall’altro la grande

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padronanza della tradizione che riesce a conferire leggerezza e una sorta di sospensione ai gradini in pietra. Ma rimane continuamente difficile paragonare «una pagina tra le più luminose dell’architettura del Novecento», per citare lo storico dell’architettura Francesco Dal Co, con un’opera di recentissima realizzazione. Adriano Olivetti è a capo di un’azienda che nasce dall’input di una famiglia. Il suo approccio è strettamente legato alla tradizione ma con un sorprendente slancio verso la modernità, e l’opera che ne risulta rivela la volontà di controllare la decorazione e il dettaglio con un disegno d’insieme unitario, ideando soluzioni architettoniche ed espositive originali e di estrema coerenza. Come disse lo stesso imprenditore: «vale a dire, un’enorme volontà di essere dentro la tradizione, ma senza fare i capitelli o le colonne, perché non si possono più fare. Neppure un dio inventerebbe oggi una base attica». Questo non avviene però per Apple, in cui prevale un approccio dichiaratamente mainstream. Ma a confronto c’è Steve Jobs, con provenienza e obiettivi completamente diversi. Scendendo di scala, interessanti sono i due atteggiamenti verso la realizzazione della pavimentazione. Se da un lato Steve Jobs, durante un viaggio in Italia, rimase tanto colpito dalla pietra serena usata per i marciapiedi fiorentini, da volerla assolutamente per tutti gli Apple Store del mondo, dall’altro c’è Scarpa, che traduce in in un episodio architettonico le invenzioni kleeiane; in particolare la soluzione adottata per il

Arch. Bohlin Cywinski Jackson, Apple Store, New York City https://en.wikiarquitectura.com


pavimento nel disegno del terrazzo alla veneziana, composto in tessere colorate di pasta vitrea, è un chiaro riferimento alla tela intitolata EMACHT. Negli store targati Apple si cerca un’uniformità esasperata, ricreando la tonalità più omogenea della pietra di origine toscana per un impiego che prende, anche legittimamente, evidenti distanze dalla sensibilità rinascimentale. Ma nel disegno del pavimento Olivetti, Scarpa dimostra con quanta profondità abbia inteso la lezione di Klee, poiché la composizione per punti e linee ideata dall’artista svizzero regge il salto a scala architettonica solo in virtù della sua straordinaria forza figurativa, che viene mantenuta intatta. Una pennellata di colore muta in una tessera di mosaico, mentre le linee che ritagliano lo spazio figurativo diventano gli oggetti che animano lo spazio architettonico. La forma cambia ma la qualità dei segni e della vibrazione sensoriale rimane integra. Entrambi gli esempi, infine, lasciano un insegnamento, antitetico l’uno in relazione all’altro. La lezione di Scarpa rappresenta un modus operandi che riflette il tipico funzionalismo della pratica moderna, in cui il valore utilitario dell’architettura diventa stimolo formale. Per quanto infatti le macchine da scrivere siano messe in evidenza, è il modo in cui vengono esposte che cattura l’attenzione. Mentre quanto accade per ben altre macchine da scrivere, quelli di ultima generazione per così dire, è esattamente il contrario. Le stanze si conformano al modo in cui gli utenti andranno a relazionarsi con i prodotti. Tutto è letto secondo un funzionalismo che ha

Arch. Bohlin Cywinski Jackson, Apple Store, New York City https://en.wikiarquitectura.com

ben poco a che vedere con il linguaggio dei “moderni”. Perché oggi forse si è persa quella sensibilità per cui, puntando sull’architettura, si poteva costruire un biglietto da visita sui generis, di una potenza tale da attirare una gamma di visitatori molto più ampia di quella che investe i semplici interessati all’acquisto di un apparato.

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Scenes for machines Architecture and technology are linked in the most spontaneous way thinking about the second serving the first, or as a particular building system that can provide certain advantages. But the relationship can also be reversed, read in a broader sense. And then the space becomes the tool to promote a product of technology. That’s what Carlo Scarpa made in 1958 for the Olivetti company, so does Apple more recently with its Stores. Both attractive spots. Apple has built “stand-alone” stores, real “jewels”, in high-profile locations in major cities around the world, receiving several awards in architecture due to their design, particularly for that one located in Manhattan. With the constant aim to create a chain of unique shops of its kind, the key point is the experience for the user. Always, all Apple products were exposed and available for use without any kind of restriction, and the staff itself encourages their use until their limit. Since 2006, with the opening of the store in SoHo (NYC), Apple adopted the design for the interior that everyone now knows: wood, metal and glass. A minimalist style but at the same time able to further enhance the products showed. Apple has preferred in most cases to create flagship shops in buildings in their own right, perfectly inserted in the urban landscape that surrounds them. The clearest example is undoubtedly the store on Fifth Avenue in New York: a gigantic and captivating glass cube which, via a staircase, gives access to the store in the underground. And this has become one of the most commonly photographed landmarks throughout New York City: what was then an unused square at the base of the General Motors skyscraper, it has become a gateway to Fifth Avenue. Overseas, the Olivetti Showroom has been commissioned in the mid-fifties by Adriano Olivetti within a corporate strategic plan of absolute modernity: the entrepreneur had understood indeed that, in the years of the reconstruction, the economic boom and the explosion of design, it was not enough to simply produce accaptivating objects, but it was also necessary to study the context of their sales, creating around them a sort of “aesthetic aura.” Olivetti started then a new strategy of stores (those who today are the so-called “show room”) all around the world, initiating a very important collaboration with artists and architects. Of this strategic choice is part the store by Carlo Scarpa, in a place like Venice - and in particular Piazza San Marco - who could not be more prestigious from the historical point of view, but also from the touristic and trade one. In his new collection, the rebuilding of the store now offers a real architectural promenade, whose wealth of details and decorative elements responds to a unified overall design, masterfully organized by the architect. Overcoming the small size of the room, placed in the Procuratie Vecchie of the square, Scarpa creates an incisive work of great transparency. Architectural modernity and Venetian tradition coexist harmoniously, creating «one of the clearest masterpieces of contemporary architecture» , according to the definition of the critic Carlo Ludovico Ragghianti. The relationship between the Olivetti Showroom and the Apple Store on 5th Avenue becomes even more interesting when it focuses on the spatial 38

concept underlying the two ways of living the reciprocal products. Extroversion and introversion. As innovative and unique in its kind, the Store promoted by Steve Jobs is configured in a very classical - in the architectural meaning of the term, like in the Roman Domus: even placed on the level -1 from the road, the walls act as a hinge with any contact to the outside, while the internal space is opened exclusively towards the center. It is as if the tables on which are placed the products, were facing a impluvium, represented in this case by the glassy staircase, which becomes obvious fulcrum of the scene despite the declared lightness of the structure. Everything that happens is thought in terms of who enters, who moves around the open space. There will be not even walls dividing the areas, but the tables structure the environment, chanting routes and times. All this is made even more obvious by the way the store declares himself to the city: to be part of the experience will be only those who cross the threshold, and enters into this closed space. Scarpa instead operates a real emptying of the perimeter walls in favor of an opening towards the street, the portico of Piazza San Marco. A courageous attitude, considering the raw material with which he was dealing. For a few square meter store is set up a new structure, in a manner that can be defined under a “theatrical” sense, as it puts on stage a long spatial narrative. It is given life to a kind of pavilion, where the windows make desire, rather than see, the exposed machines. To link the two stores, however, it is the determinant choice of placing the staircase in the middle of the room, turning a functional accessory in spatial core. In both cases it looks like a real masterpiece: on one hand, innovation and advanced technology that make the glass, fragile for definition, a plastic element; on the other, the high mastery of the tradition that manages to give lightness and a sort of suspension to the stone steps. But it remains constantly difficult to compare «a page of the brightest architecture of the twentieth century», to quote the historian Francesco Dal Co, with a work of recent construction. Adriano Olivetti leads a company that is born from the input of a family. His approach is closely tied to tradition but with a surprising momentum towards modernity, and the resulting work reveals the desire to control the decoration and the detail with a drawing of unified whole, creating architectural and original exhibition solutions with extreme coherency. As the same enterpreneur said, «that is to say, a huge desire to be in the tradition, but without capitals or columns, because you can no longer do that. Even a god would not invent an Attic-base today». This does not happen, however, to Apple, in which a more mainstream approach prevails. But in the comparison there is Steve Jobs, with completely different backgrounds and objectives. Anyway they both play with the will to combine the tradition of the past with modernity and to control the decoration and detail with a drawing of unified whole, creating architectural and original exhibition solutions with extreme coherency. Going a bit deeper in detail, interesting are the two attitudes towards the realization of the pavement. While Steve Jobs, during a trip to Italy, was so impressed by the


stone used for the Florentine pavements, that he wanted absolutely in all the Apple Stores in the world, on the other side there is Scarpa, which translates into an architectural episode the inventions of Paul Klee; in particular the solution for the floor in the design of the Venetian terrazzo, made in colored pieces of glass paste, is a clear reference to the canvas entitled EMACHT. In the stores from Apple an exasperated uniformity is sought, recreating the more homogeneous shades of the stone made in Tuscany for a job that takes, even legitimately, apparent distances from the Renaissance sensibility. But in the design of the Olivetti floor, Scarpa shows how deeply he understood the lesson of Klee, since the composition of dots and lines designed by the Swiss artist holds the jump on an architectural scale only by virtue of his extraordinary figurative force, which is maintained intact by the Venetian architect. A touch of color changes in a mosaic tile, while lines that cut out the figurative space become the objects that animate the architectural space. The shape changes but the quality of the signs and the sensory vibration remain intact. Both examples, finally, leave a teaching, antithetical in relation to one another. The lesson of Scarpa is a modus operandi that reflects the typical functionalism of the modern practice, where the utilitarian value of architecture becomes formal stimulus. Although the typewriters are highlighted, it is the way in which they are exposed that catches your attention. Instead what happens for other typewriters, those of the latest generation, so to speak, it is exactly the opposite. The rooms conform to the way in which the users are

Comparison: Apple Store (NYC) and Olivetti (Venice)

going to interact with the products. All is read according to a functionalism that has little to do with the language of the “Moderns�. Because maybe now we have lost that feeling that, by focusing on architecture, you could build a sui generis visit card, with a power to attract a much wider range of visitors than the one simply interested in purchasing an apparatus.

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Comparison: Apple Store (NYC) and Olivetti (Venice)

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La settecentesca novità della tecnologia Testo e foto di Iacopo Benincampi Traduzione di Elena Pierucci «Computer are useless, they can only give you answers». Con queste parole, Pablo Picasso parlava della tecnologia, cogliendo forse involontariamente il nocciolo centrale di un tema assai più ampio e complesso. Infatti, riconoscendo nella macchina la sua intrinseca capacità di rispondere ad un dato comando, l’artista ne svelava anche il limite principale, ovvero l’incapacità per sé stessa di prendere una decisione. Impossibile, dunque, appariva la possibilità di svincolarsi dalla propria condizione di mezzo e la presenza dell’uomo rimaneva saldamente il presupposto necessario per il suo funzionamento. L’attualità di questa considerazione non è mai venuta meno, e la ragione è evidente: lo strumento agisce correttamente se è guidato da qualcuno in grado di verificare il suo operato e soprattutto lo sappia indirizzare verso il compito per cui è stato istituito. Quindi, nell’ambito della professione architettonica – e in special modo nel restauro – emerge la necessità di una padronanza di competenze trasversali, in grado di garantire all’architetto la possibilità di controllare la tecnologia di cui si avvale: una perizia tecnica che già al principio del XVIII secolo veniva riconosciuta come assolutamente essenziale e propedeutica a qualsiasi intervento. L’idea di restauro trova la sua espressione viva a partire dalle prime esperienze di fine Settecento e inizio Ottocento ma, in verità, esso esisteva da molto tempo prima seppure sotto nomi diversi e privo di una propria caratterizzazione concettuale. Infatti, già in tempi non sospetti, l’intervento di “riattamento” nasceva in risposta ad una specifica esigenza per cui si rendeva opportuno procedere al fine di salvaguardare i valori di cui si faceva portatore l’oggetto interessato. Chiaramente, la sensibilità era differente e così la tutela dell’esistente non si identificava con la preservazione del manufatto in quanto tale nella sua immagine formale. Anzi, la necessità di ridurre ‘alla moderna’ un edificio ormai divenuto fatiscente per la sua vetustà, appariva un’operazione assolutamente lodevole, perché volta a mantenere attiva la funzione stessa della fabbrica. In questo senso, diversi e variegati furono gli interventi nel corso della storia e soprattutto al principio del Settecento questa pratica divenne usuale e si avvalse delle tecniche più all’avanguardia, seppure non fossero dimenticate quelle norme provenienti dalla tradizione ed universalmente riconosciute come valide. Ad esempio, il rinforzo delle murature attraverso la predisposizione di nuovi pilastri – evidenziati in superficie spesso da paraste poi variamente articolate – serviva non solo magari a configurare una nuova “facies” da sovrapporre al testo più antico ma, altresì, si costituiva come soluzione tecnica di stabilizzazione statica delle strutture. Questa sapienza popolare, figlia di un’esperienza consolidata di generazioni di mastri Ravenna, San Domenico, interno

costruttori, oggi in certi casi è venuta meno e alcuni restauri di liberazione degli scorsi anni inconsciamente hanno privato altrettante fabbriche di questi consolidamenti, con risultati nel lungo termine a volte tragici in nome del ripristino di un ‘volto’ mai conosciuto. Infatti, non basta avvalersi di tecnologie moderne per garantire la qualità di un restauro, poiché esso non equivale alla tecnica seppure se ne avvalga. Esso è – ed è sempre stato – un atto di cultura. L’opera interagisce e si sottopone a tale processo critico ma quest’ultimo deve essere capace di selezionare i giusti mezzi per rafforzare il messaggio architettonico intrinseco all’oggetto, rendendolo comprensibile e presente. Di conseguenza, appare evidente l’esistenza di una dialettica che a tratti però assume l’aspetto di una dicotomia poiché non sempre l’intervento di restauro necessariamente presuppone il ricorso alla tecnologia e non sempre il suo adopero dà luogo ad una percezione corretta dell’opera. In tal senso, l’ermeneutica fornisce fondamentali strumenti di comprensione e metodi di analisi che, avallati dal dato filologico, consentono di anticipare le scelte conservative predisponendo al contempo il corretto uso delle tecnologie disponibili. E, così facendo, si resta al riparo sia da fraintendimenti sia dal rischio di produrre immagini lontane dalle probabili intenzioni dell’autore dell’opera. Un’operazione, anche questa, che però già nel Settecento si presentava come usuale. Infatti, studiare preventivamente lo stato di fatto del testo architettonico serviva non solo a stabilire poi a posteriori il grado di trasformazione della fabbrica ma, al contempo, si rendeva garante della qualità dello stesso, poiché le scelte compiute dal progettista trovavano un fondamento nella identità medesima dell’oggetto. Certo, esistevano anche ragioni più pratiche, come il suggello dell’impegno finanziario del mecenate. Tuttavia, emergeva un desiderio di confrontarsi con il proprio passato che non necessariamente doveva sfociare in un aperto scontro; bensì l’istanza di intervenire determinava la volontà stessa di integrare e migliorare l’esistente sfruttando, in tal senso, i mezzi offerti dal momento. Così tecniche già note, come lo stucco, permettevano ora attraverso una loro innovativa applicazione di dare luogo da decorazioni rocaille che configuravano un aspetto totalmente nuovo ed inedito. In conclusione, in passato come oggi, nell’ambito del rinnovamento di manufatti la tecnologia trovava applicazione non tanto in relazione alla novità della tecnica, quanto piuttosto nella capacità che l’operatore aveva di selezionare le giuste lavorazioni, scegliendo consapevolmente come applicare certi metodi che in relazione al manufatto e alla situazione. Un atto non di fede, ma di ragione. 43


The eighteenth-century innovations about technology «Computers are useless, they can only give you answers».With these words, Pablo Picasso spoke about technology, understanding, perhaps unintentionally, the central heart of a much vast and complex issue. In fact, recognising in the machine its inherent ability to respond to a given command, the artist also reveals its main limitation: the inability to make a decision by itself. It seemed impossible the chance to make itself free from its own condition of an instrument and the presence of a humankind remained firmly the necessary precondition for its operation. The relevance of this consideration has never failed, and the reason is obvious: this instrument works properly if it is led by someone who can check its work and, above all, by someone who knows how to address it to the task for which it was established. Therefore, in the field of architectural profession – especially in that of restoration- emerges the need of a competence about transversal skills, in order to guarantee to the architect the possibility to control the technology that he is using. This is a technical expertise that was recognised already at the beginning of the eighteenth century as absolutely essential and preparatory to any intervention. The idea of restoration finds its living expression from the first experiences of the late eighteenth century and the early nineteenth century; actually, restoration existed a long time before, although under different names and without its own conceptual characterization. In fact, some time ago, the intervention of “restoration” was born as a response to a specific necessity, for which it was suitable to proceed in order to safeguard the values of the subject involved. Obviously, the sensibility was different, therefore the protection of the existing did not identify with the preservation of the subject as such in its formal image. Indeed, the need to reduce a building already decrepit for its age to the “modernity” was an absolutely laudable operation, to maintain active the same function of the factory. In this sense, different and varied were the interventions throughout the history, and especially in the beginning of the eighteenth century, this practice became commonplace, using the most advanced techniques, even if the norms coming from tradition and universally recognised as valid were not forget. For example, the reinforcement of walls through the arrangement of new pillars – on the surface highlighted often by articulated pilasters – was necessary not only to set up a new “facies” to overlay the oldest one but also it became as a technical solution of the static stability of the structures. This popular wisdom, daughter of a consolidated experience of generations of master builders, in some cases today has failed, and some restoration of liberation of recent years have unconsciously private factories of many of these consolidations. In long term the results are sometimes tragic in the name of restoring a “face” never known. It is not enough the using of modern technology to ensure the quality of a restoration because it is not the equivalent to the technique itself, 44

even if we are using it. It is - and always has been - an act of culture. The work interacts with and is subjected to such critical process, but this process has to be able to select the right means to reinforce the architectural message intrinsic into the object, making it comprehensible and present. Consequently, it appears evident the existence of a dialectic that sometimes could assume the appearance of a dichotomy because not always the intervention of restoration necessarily presupposes the use of the technology and not always its use gives birth to a correct perception of “opera”. In this sense, hermeneutics provides fundamental tools of understanding and analysis methods that, endorsed by the philological fact, allow to anticipate the conservative choices providing at the same time the proper use of available technologies. And doing so, we are sheltered from misinterpretations and from the risk of producing images far from probable author’s intentions. This was an operation that already in the eighteenth century appeared as usual. In fact, studying preventively the state of affairs of the architectural text was used not only to establish later the degree of transformation of the factory but, at the same time, it was the guarantor of the quality because the choices made by the designer found a foundation in the identity of the object. Undoubtedly, there were also more practical reasons, such as the financial commitment seal of the patron. However, it emerged a desire to confront the past that not necessarily had to lead to an open conflict; but the application to intervene determined the same will to integrate and ‘improving’ the existing exploiting, in this way, the means offered by the moment. So already known techniques, such as stucco, through their innovative application, allowed now to give birth to rocaille decorations that gave a totally new and innovative look. In conclusion, in the past as today, as part of the renewal of artefacts, the technology found its application not only in relation to the innovation of the technique but rather in the ability that the operator had to select the right production, choosing consciously how to apply certain methods in relation to the manufactured article and to the situation. Not an act of faith, but an act of reason.


BcFa, sez. Manoscritti, MF 340-25. C. C. Scaletti - disegno di una macchina atta a sollevare pesi all’interno di un cantiere

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Roma, San Giovanni in Laterano, interno


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Restauro, -as, -avi, -atum, -are Riflessioni sulle frontiere tecnologiche del restauro tra passato e futuro Testo di Fabio Marcelli Traduzione di Maria Letizia Pazzi

Definire quale frontiera tecnologica attenda il restauro può essere complesso soprattutto perché il restauro «si nutre del dubbio e della conseguente ricerca» ed è soprattutto il tempo a delinearne via via i contorni. Il restauro attinge nell’esperienza e nella verifica del tempo attuando una continua ricerca che consapevolmente non mira alla definizione finale di teorie, metodi o tecnologie ma che si perfeziona sempre più nell’irripetibile identità di ogni intervento. Il rapporto tra restauro e tecnologia è uno strano rapporto in cui non mancano gli aspetti critici, un rapporto in fieri non privo di passi indietro – i cordoli cementizi sommitali o i silicati alcalini ad esempio in cui costante è la discussione che proprio in virtù del sopracitato caso per caso, può stravolgere i valori teorici, metodologici e tecnologici, da positivi a negativi e viceversa; forse il restauro è la disciplina che ben esprime la radice etimologica di tecnologia: discorso sul saper fare. Il termine tecnologia nel restauro assume valenze complesse venendo ad interessare un campo vastissimo di applicazioni che, più che altrove, si caratterizza nella multidisciplinarità propria del restauro. Spesso confusa con la tecnica, la tecnologia nel restauro rappresenta l’insieme di soluzioni che traendo spunto dalla tradizione si rinnova attraverso nuovi percorsi e processi. Alla multidisciplinarità si affianca la sperimentazione che, nel restauro, non deve disgiungersi dalla prudenza operativa del cantiere in un panorama di mercato in cui spesso affiorano prodotti che sembrano la panacea di ogni male. Il restauro, inteso come progetto di conservazione, diventa frontiera esso stesso, crinale tra passato e futuro, tra storia e progettualità. Questo aspetto multiplo attiva, tra la sfera della conservazione e quella della tecnologia, consequenziali interfacce a diversi livelli: rilievo e diagnostica; metodi e materiali; adeguamenti tecnico-legislativi. Ognuno di questi aspetti presenta problematiche molte differenti tra loro ma che comunque afferiscono ad una specifica Restauro Tempio/Duomo Pozzuoli – Rione Terra

risposta tecnologica applicata al restauro. Nel rilievo le potenzialità del laser scanning 3D hanno creato una nuova cultura del metodo, spostando il momento critico del rilevatore da prima a dopo il processo di rilevamento, modificando radicalmente l’acquisizione e gestione dei dati. Le frontiere della diagnostica vedono sempre più lo studio applicativo di tecnologie che uniscano la minore invasività al maggior numero di dati, un esempio è l’applicazione dell’acustica alla diagnosi dei distacchi nei materiali multistrato con la creazione di quella che viene detta un’immagine acustica. Nel campo dei metodi e materiali due sono le principali linee di sviluppo: da un lato l’implementazione tecnologica di procedure storiche – connettori per il rinforzo di solai lignei, reti in fibra di vetro per la placcatura di murature, ecc. – a cui si affianca un sottogruppo rappresentato dai nuovi materiali – ad esempio il vetro strutturale - le cui caratteristiche, anche estetiche, li rende particolarmente adatti ad interventi di integrazione di parti strutturali sia come ripristino, sia nell’ottica di una nuova fruibilità, creando quello che Pane definiva «un felice contrasto invece di una falsa imitazione». L’altra linea di sviluppo trova ancora nella pluridisciplinarità la sua principale chiave di lettura, in una sorta di globalizzazione tecnologica per cui sempre più materiali e tecniche nate altrove trovano sviluppi applicativi nel restauro: i laser per la pulizia dei depositi coerenti nascono da applicazioni industriali; così i teli riscaldanti usati per i pneumatici in Formula 1 vengono utilizzati per risolvere problemi di condensa; i batteri, già usati nei casi di sversamenti di petrolio, vengono addestrati a metabolizzare sostanze e agenti causa di degrado che sarebbe complicato rimuovere con altri mezzi e quando la sostanza finisce, muoiono senza lasciare conseguenze chimico-fisiche sul materiale; e le nanotecnologie, nate nell’ambito della fisica, rappresentano l’ultima frontiera nel consolidamento della pietra. Questo attingere da altre discipline ha anche un’altra spiegazione: il restauro è un settore di 49


mercato molto ristretto, con scarso appeal economico per chi ha i capitali da investire nella ricerca, il restauro non offre quel bacino di successiva produzione che possa ripagare lo sforzo economico della ricerca come ad esempio la cosmesi. Ciò comporta che il restauro si trova costretto ad utilizzare materiali nati in altri settori con conseguenze operative rappresentate da un rallentamento nell’applicazione, a causa degli insufficienti dati sperimentali e da un’instabilità della disponibilità del prodotto la cui produzione è correlata all’effettivo settore di mercato di riferimento. L’area degli adeguamenti è la più delicata e quella che forse richiederà il maggior impegno futuro della tecnologia nel restauro. La sicurezza impiantistica, il superamento di barriere architettoniche, l’applicabilità di procedure per il miglioramento sismico, sono solo alcuni dei legittimi temi a cui un manufatto storico aspira in un intervento di restauro attivo, un intervento cioè che attui un’azione conservativa unita ad una ri-utilizzazione pratica che, qualunque essa sia, non può prescindere dal contemporaneo. Il problema non è semplice poiché spesso si tratta di esigenze estranee all’originalità dell’edificio ma che non possono essere negate per eccesso di conservazionismo ma vanno inserite in un naturale percorso diacronico del manufatto la cui attualizzazione, nel rispetto dei valori storico-artistici, costituisce uno tra gli elementi principali che ne garantiscono la trasmissione al futuro. L’integrazione sarebbe la via più auspicabile – come nel caso dei pavimenti o dei battiscopa radianti – ma non sempre ciò è possibile, allora in virtù dei

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caratteri di riconoscibilità e reversibilità propri del buon intervento di restauro, la strada percorribile è quella della sovrapposizione purchè anche questa venga affidata al processo progettuale del restauratore evitando che, come spesso avviene, l’adeguamento si trasformi in un degrado antropico che deturpa, con i suoi elementi, l’architettura sottostante. Come detto il reinserimento di un edificio nel circuito della fruizione e/o del mercato è un elemento che deve far parte di un progetto di restauro ma senza che l’aspetto prestazionale abbia il sopravvento, senza che l’efficienza tecnica e funzionale guidi l’idea progettuale per cui i caratteri storici e artistici devono rimanere fondanti. Questo breve excursus offre un rapido panorama sul sistema di interconnessioni giustapposte e sinergiche che caratterizza il rapporto restauro/tecnologia, ognuna delle quali ne esprime uno specifico aspetto ma tutte, dalla diagnostica sempre meno invasiva all’adeguamento impiantistico di una dimora storica, vengono unificate nell’imprescindibile rispetto dei criteri-guida fondanti il restauro: distinguibilità, reversibilità, minimo intervento, rispetto dell’autenticità. La diade restauro/tecnologia ci porta d’istinto a pensare al come ma nel caso del restauro, e dei suoi probabili sviluppi, va fatta un’ulteriore riflessione che consideri il cosa. Le nuove frontiere del restauro vedranno innanzitutto nuove architetture da restaurare, architetture – moderne e contemporanee - le cui tecnologie e materiali sono completamente diversi da quelle storiche e di cui la maggiore conoscenza

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dei processi edilizi di produzione viene attenuata dalla mancanza di una verifica nel tempo sia della durabilità dei materiali stessi sia delle metodologie di restauro finora applicate. La tecnologia in tal senso, pur rimanendo all’interno del solco della metodologia consolidata della disciplina, potrebbe assumere sviluppi inaspettati. Si pensi in tal senso ai biocementi, calcestruzzi nella cui miscela sono presenti batteri endolitici capaci, già da oggi, di autoriparare microlesioni delle strutture. Un materiale innovativo che di certo modificherà la manutenzione e la durabilità del costruito ma che sta trovando margini di applicazione anche nel restauro proprio di quelle architetture caratterizzate da strutture in cemento armato; infatti parallelamente alla produzione di cemento autoriparante, in cui i batteri vengono miscelati in fase di costruzione, la ricerca sta sviluppando malte sigillanti ed sistemi di riparazione liquidi che rappresentano tecnologie innovative che potranno essere applicate sui danni in opere preesistenti. Sarà la fine del restauro? Non credo, ma forse saremo in grado di restaurare i bastioni di Orione danneggiati dai raggi B, vicino alle porte di Tannhäuser.

Restauro Tempio/Duomo Pozzuoli – Disegni di progetto

Restauro, -as, -avi, -atum, -are. Determining which technological border is to be restored may be complex, especially since the restoration «feeds on doubt and the consequent search» and time gradually outlines the edges. The restoration is inspired by experience and time check and it implements a constant search which does not aim to develop theories, methods or technologies, but increasingly improves in the unique identity of each intervention. The relationship between restoration and technology is strange and sometimes critical, an in fieri connection characterised by setbacks, for instance the summit cement curbs summit or the alkaline silicates. Theoretical, methodological and technological values may be upset from positive to negative and vice versa by virtue of the above-mentioned case by case. Restoration perhaps embodies the etymological root of technology: discourse on the know-how. The term technology in the field of restoration has complex values considering its extremely wide field of applications which, more than anywhere else, is characterised by the typical multidisciplinary of restoration. The technology of restoration, often confused with a technique, is the set of solutions that draws inspiration from the tradition and reinvents itself through new methods and processes. Multidisciplinary is joined by experimentation, which, in restoration, should not be separated from operational prudence of

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the construction site since the market often launches extremely poor quality products. Restoration, as a conservation project, becomes the border, the ridge between the past and the future, history and design. Such multiple aspect creates consequential interfaces between the sphere of preservation and that of technology, at different levels: evaluation and diagnosis, methods and materials, technical and legislative adjustments. Each of these aspects presents many problems, which, although they differ one from the other, still concern a specific technological response applied to restoration. In the survey the potential of 3D laser scanning has created a new culture of the method, has moved the critical moment of the detector to the time right after the discovery process and has radically modified the acquisition and management of data. Applicative studies of technologies, which shall ensure the least invasiveness alongside with a great number of data, are employed in the field of diagnostics; such as using acoustics to analyse alleged detachments in multilayer materials and creating a so-called acoustic image. As to methods and materials, two are the main lines of development. The first one consists in the technological implementation of historical procedures, such as connectors for the reinforcement of wooden roofs, glass fibre nets for wall plating, etc. Such line is followed by a subgroup which involves new materials, for instance the structural glass, whose features, even aesthetic, makes them particularly suitable for integration interventions of structural areas, both as renovation, both as a new usability, creating what Pane called «a nice contrast instead of a false imitation». The other line of development is mainly based on pluridisciplinarity and on a kind of technological globalization where an increasing number of materials and techniques born elsewhere are employed in restoration: for instance lasers aimed at cleaning deposits derive from industrial devices. Heating towels, used for tires in Formula One, aim to solve problems of condensation; bacteria, which have already been employed in former cases of oil spills, are trained to metabolise the substances and agents which cause deterioration. Such prejudicial elements would not be easily eliminated with other means and when the substance ends, they die with no chemical or physical consequence for the material. Nanotechnology is another example of technological globalization; it derives from physics and represents the last frontier of the consolidation of stone. Restoration holds an extremely low market share, is scarcely economically appealing for those who have the capital to invest in research, it does not produce enough money to repay the economic effort research requires compared to other fields, such as cosmetics. Therefore, pluridisciplinarity became successful and restoration was forced to use materials born in other spheres with a consequent slowdown in the application, due to insufficient experimental data and an unstable availability of the product whose production is related to the actual referent market field. The adjustments area is the most delicate and will probably require the greatest future effort by restoration technology. The plant safety, the architectural barriers overcome, the 52

applicability of procedures for the seismic improvement represent only few of the legitimate subjects a historical artefact longs for in an active restoration, namely an intervention which combines a conservative strategy with a practical re-use which, whatever it is, cannot ignore the contemporary. The obstacle will not be overcome easily, since such requirements often do not concern the originality of the building; furthermore, they cannot be denied for excessive conservatism and should be included in a natural diachronic path of the artefact whose actualization, while respecting the historical and artistic values, guarantees a transmission to the future. Integration would represent the most desirable option, as in the case of floors or heating mopboards. Considering that such strategy is not always adoptable, superimposition may replace it, respecting the recognition and reversibility of a good restoration, provided that the task is assigned to the restorer design process and the adaptation is prevented from turning into an anthropogenic degradation, which may spoil the underlying architecture. A project of restoration has to involve the reintegration of a building in the usability circuit and/ or in the market, stopping the performance aspect from gaining the upper hand and the technical and functional efficiency from pushing the project away from the fundamental historical and artistic values. Such brief excursus offers an overview on the juxtaposed and synergic system of interconnections typical of the relationship between restoration and technology, such as a diagnosis with minimum invasiveness and a plant adaptation of a historical home. They all express a particular aspect of such connection and are united by the essential respect for fundamental guiding criteria of restoration: distinctness, reversibility, minimum intervention, respect of authenticity. The dyad restoration/technology encourages people to wonder how, but, in the case of restoration and its likely developments, the element of what should be considered. The new frontiers of the restoration will include new modern or contemporary architectures to be restored. Technologies and materials will completely differ from historical structures and the greater knowledge of building processes of production will be diminished by a scarce check both of durability of materials and of the restoration methods employed until now. Such technology, despite remaining one of the established methodologies of the discipline, may take unexpected developments. Biocement, for instance, is concrete sometimes mixed with endolithic bacteria, which, even nowadays, can self-repair microlesions of the structures. Such innovative material will certainly modify the maintenance and the durability of the building, still remaining employable in the restoration of reinforced concrete structures. Innovative technologies, which may be used on the damage of preexisting works, including sealing mortars and liquid repair systems, are indeed being developed in parallel with the production of self-repairing cement where bacteria are added during the construction stage. Is this going to be the end of restoration? I don’t think so, but people will perhaps be able to restore Orion’s bastions damaged by B rays, near the Tannhäuser Gate.


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Warka Water Una nuova frontiera per la produzione di acqua potabile Testo e foto di Alessandra Contessa Traduzione di Maria Letizia Pazzi

È stata inaugurata nel maggio di quest’anno la XV Mostra Internazionale di Architettura a Venezia, intitolata Reporting from the front, a cura dell’architetto cileno Alejandro Aravena, conclusasi ormai da pochi giorni. «Reporting from the front - spiega Aravena - si propone di mostrare a un pubblico più vasto cosa significa migliorare la qualità della vita mentre si lavora al limite, in circostanze difficili, affrontando sfide impellenti. O cosa occorre per essere in prima linea e cercare di conquistare nuovi territori. Vorremmo imparare da quelle architetture che, nonostante la scarsità di mezzi, esaltano ciò che è disponibile invece di protestare per ciò che manca». La Biennale del 2016 ha quindi spalancato le porte a tutte quelle ricerche architettoniche in grado di esprimere un punto di vista differente, facendo del motto «Contro la scarsità di mezzi: l’inventiva» il proprio modus operandi. Camminando per le vie dell’Arsenale si arriva ad un tratto al Giardino delle Vergini. Sembrerebbe essere giunti alla fine dell’esposizione, ma se si prosegue il sentiero che svolta verso destra, tra le fronde degli alberi è possibile intravedere una torre in lontananza. In realtà non si tratta di una vera e propria torre, ma di un’imponente struttura in bambù alta circa 10 metri. È il Warka Water, un valoroso progetto scaturito dalla mente dell’architetto Arturo Vittori, fondatore dello studio Architecture and Vision. Durante un viaggio in Etiopia Vittori entrò in contatto con i problemi che affliggono ogni giorno le popolazioni africane, soprattutto la mancanza di acqua potabile, che costringe le genti locali a percorerre numerosi chilometri a piedi per l’approvvigionamento giornaliero, attraverso fonti acquifere il più delle volte malsane e causa di diffusione di numerose malattie. Da qui l’idea di realizzare un’opera che, a partire dallo sfruttamento dell’aria, attraverso il processo di condensazione dell’acqua nell’atmosfera, potesse produrre acqua potabile per i paesi del terzo mondo. Un simile progetto non poteva non essere scelto da Aravena come uno dei protagonisti indiscussi della Biennale 2016, la cui idea rivoluzionaria che ne è alla base rispecchia a pieno le caratteristiche richieste dall’esposizione di quest’anno. È un’opera infatti composta di semplici materiali, quali il bambù o il giunco per la struttura esterna, una rete in polietilene agganciata internamente e una cisterna per Warka Water at Venice’s Biennale 2016

la raccolta dell’acqua, che può essere facilmente costruita dalle popolazioni autoctone in pochi giorni. Di per sé, la trasformazione dell’aria in acqua non è una novità nel mondo in cui viviamo: i deumidificatori presenti nelle case di molti cittadini sono uno dei più lampanti esempi di questo procedimento. La vera novità sta nello sfruttare processi del tutto naturali, come l’escursione termica, per ottenere lo stesso risultato, senza l’impiego di energia elettrica. Il funzionamento è pittosto semplice: la rete in polietilene, sostenuta dalla maglia reticolare di bambù, raccoglie le goccioline d’acqua presenti nell’atmosfera, facendole convogliare all’interno della cisterna situata al centro della torre, dove di conseguenza si raccoglie anche l’acqua piovana. Con pochi passaggi e sfruttando metodi del tutto naturali, si riescono a produrre anche 100 litri di acqua al giorno, valore che può variare in base alle condizioni climatiche e alla disposizione geografica. Il Warka Water rappresenta dunque il simbolo di una nuova frontiera per lo sviluppo tecnologico in architettura, stravolgendo completamente il concetto comune di tecnologia, il più delle volte legato al mondo della produzione industriale. La Biennale di Aravena ha mostrato una vera e propria inversione di tendenza, volendo porre all’attenzione di tutti tematiche ambientali e sociali per troppo tempo subordinate ad un’architettura milionaria che certamente non rispecchiava i bisogni della società. La povertà, i cambiamenti climatici, la deforestazione, la mancanza di acqua potabile, sono fenomeni che hanno messo in ginocchio il mondo intero, smascherando i danni prodotti dal consumismo e dalla globalizzazione, constringendolo ad un’inversione di rotta, necessaria per salvare le sorti del nostro pianeta. Purtroppo è ancora prerogativa di pochi mettere a disposizione il proprio ingegno e le proprie competenze per cercare di arginare questi tragici fenomeni. Arturo Vittori con il Warka Water ha però aggiunto quel tassello in più su una via tortuosa da attaversare, ma che può condurre a grandi risultati. A Dorze, un piccolo villaggio a sud-ovest dell’Etiopia, è stato già installato un prototipo funzionante, che oltre a garantire risorse d’acqua agli abitanti, è diventato un vero e proprio luogo di ritrovo ed aggregazione. Un altro prototipo attivo, oltre a 13 esemplari realizzati per esposizioni, si trova a Bomarzo, presso l’abitazione 55


dell’architetto; l’obiettivo da raggiungere è quello di riuscire a costruire molti più Warka, da posizionare nei luoghi più consoni, dopo specifici test sul campo. Sono in previsione installazioni in Colombia, in Nepal e ad Haiti. La difficoltà sta nel trovare un finanziatore voglioso di investire il proprio denaro e le proprie speranze in un progetto che potrebbe, non risolvere a livello globale il problema della mancanza di acqua, ma sicuramente contribuire alla riduzione dello stesso. Come immagine rappresentativa di questa Biennale Alejandro Aravena scelse una foto raffigurante l’archeologa tedesca Marie Reiche in piedi su una scala in mezzo al deserto, intenta a studiare le linee Nazca. Un esplicito invito ai progettisti a non porre alcuna barriera tra sè stessi e l’infinito campo della sperimentazione architettonica, a guardare oltre i limiti apparenti di una società che può e deve aprire la strada a nuovi cambiamenti volti al rispetto e alla salvaguardia dell’uomo e dell’ambiente. Da qui si ritorna al concetto ribadito precedentemente: «Contro la scarsità di mezzi: l’inventiva» e forse il Warka Water è uno dei progetti che meglio rispecchia il messaggio che questa Biennale vuole inviare al mondo.

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Warka Water Reporting from the front, the Venice 15th International Architecture Exhibition, was inaugurated in May by Chilean architect Alejandro Aravena and it has recently ended. «Reporting from the front - explains Aravena aims to show to a wider audience the meaning of improving the quality of life while working under difficult circumstances and facing pressing challenges; it is aimed at explaining the skills that are necessary to be in the front line and try to conquer new territories. Such architectures, despite the scarce resources, enhance what is available instead of protesting for what is missing». The 2016 Biennial has thus boosted the architectural research that expresses a different point of view, transforming the slogan «Creativity against scarce means» into a modus operandi. The Giardino delle Vergini, placed in the Arsenal, may seem the end of the exposition, but on the right, between the trees, an impressive 10-metre-high bamboo structure, called Warka Water, is visible in the distance; such project sprang from the mind of architect Arturo Vittori, founder of the Architecture and Vision study. When Vittori visited Ethiopia, he acknowledged the nature of the ordinary problems African people face, especially the lack of drinking water; local people are indeed forced to travel many kilometres in order to reach unhealthy groundwater sources, which often cause the spread of several diseases. Such difficult conditions led to a project based on the exploitation of air through the condensation

Inside View


of water in the atmosphere, which shall produce drinking water for Third World countries. The underlying revolutionary idea behind Aravena’s project fully reflects the crucial characteristics of the 2016 Biennale; the work is indeed characterised by simple materials, such as bamboo or reed, for the external structure, an internally attached polyethylene net and a cistern for water harvesting, which indigenous population can easily build in a short time. Nowadays the transformation of air into water is no news, for instance dehumidifiers may be found in several houses. The real invention consists in the exploitation of natural phenomena, such as temperature range, to achieve with a rather easy procedure the same result without employing electricity. The polyethylene net, supported by the bamboo reticular mesh, collects the atmosphere water particles and transports them inside of a cistern placed at the centre of the tower, where rain water is harvested. A hundred litres of water per day can be produced by means of easy and entirely natural methods; such figure may vary depending on climatic conditions and geographical position. Therefore Warka Water is the symbol of a new frontier for architectural and technological development; it has completely changed the ordinary concept of technology, which mainly concerns the field of industrial production. The Biennale of Aravena was a real trend reversal, since it aimed to pinpoint the environmental and social issues. Such topics have been overshadowed for too long by a millionaire architecture, which did not satisfy the needs of society. The whole world has been ravaged by the scourges of poverty, climate change, deforestation, lack

Assembly

of drinking water, which have exposed the damage caused by consumerism and globalization. Therefore, a drastic change was necessary to save the future of the planet. Unfortunately, only few people offer their own intelligence and skills in order to attempt to stem such tragic events. The path to follow is tortuous, but it may lead to great results, especially thanks to Warka Water by Arturo Vittori. A working prototype, which ensures water resources for the inhabitants and has also become a real meeting place, has already been installed in Dorze, a small village in the South-West of Ethiopia. Another active prototype, along with 13 copies created for exhibitions, is located in Bomarzo, at the architect’s house; the creation of many more Warkas to place in appropriate places, after specific field tests, represents the goal to achieve. Installations in Colombia, Nepal and Haiti have been planned. The challenge is to find a financier who is willing to invest his own money in a project that could help reduce the problem of drinking water. Alejandro Aravena chose, as a symbol of the Biennale, a photo of German archaeologist Marie Reiche standing on a ladder in the middle of the desert, trying to study the Nazca lines. Such image clearly encourages designers to build no barrier between themselves and the infinite field of architectural experimentation, to look beyond the apparent limits of a society that can and must pave the way for new changes aimed at respecting and protecting the human beings and the environment. Warka Water is then one of the projects that best embodies the slogan «Creativity against scarce means», the message the Biennale aims to send to the world.

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From the top: how it works. Warka Water in Ethiopia. First prototype.


View of the spirals

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Tesla La rivoluzione energetica è (di nuovo) possibile Testo di Mirco Santi Traduzione di Lucrezia Parboni Arquati

Nikola Tesla (1856-1943), ingegnere meccanico, fisico ed inventore, svolse un lavoro straordinario nel campo dell’elettromagnetismo e delle comunicazioni. Grazie alle sue ricerche, sperimentazioni e brevetti vinse la cosiddetta “guerra delle correnti”. Essa fu una competizione economica del XIX secolo, per il controllo dell’allora crescente mercato mondiale dell’energia elettrica. Dopo aver presentato la lampadina a filamento incandescente nell’Esposizione Universale di Parigi del 1881, Thomas Alva Edison, con la sua azienda General Electric, lavorò per l’elaborazione di un sistema per il trasporto dell’energia continua dalle centrali ai primi sistemi di illuminazione pubblica e ai primi motori elettrici. Era già chiaro che l’elettricità, una volta diffusa su grande scala, sarebbe stata in grado di sostituire il vapore e di innescare la Seconda Rivoluzione Industriale. Ma per arrivare a ciò, andava superato il problema delle insostenibili perdite per dissipazione durante il trasporto di energia elettrica in forma continua. La soluzione arrivò dall’azienda elettrica concorrente, la Westinghouse Electric, che adottò la tecnologia sostenuta da Tesla basata sul trasporto di energia elettrica in forma alternata. Aumentando la tensione con un trasformatore, si permise di ridurre l’intensità della corrente trasportata e quindi le perdite lungo il percorso. Vincendo tale disputa, Tesla venne successivamente riconosciuto come il «santo patrono della moderna elettricità» o, ancor più significativamente, come «l’uomo che inventò il Ventesimo Secolo». La fama del personaggio fu tale che nel 2003 un’azienda automobilistica è stata fondata chiamandosi, proprio in suo onore, Tesla Motors. L’intento principale è la produzione di veicoli elettrici per il mercato di massa. Si tratta di un impegno all’avanguardia, tanto che, secondo Forbes, nel 2015 l’azienda è stata classificata come la più innovativa al mondo. Negli ultimi anni, il lancio dei nuovi prodotti Tesla ha sempre richiamato l’attenzione del pubblico su temi e tecnologie che, seppur a tratti contestati, lentamente stanno prendendo campo nell’opinione pubblica e nei mercati. Lo sviluppo di sistemi e prodotti, non solo automobilistici, economicamente più accessibili e vicini all’utilizzo dell’utente finale son i due fronti che contraddistinguono il lavoro intrapreso a partire da visioni che apparivano in partenza utopiche, o perlomeno temporalmente molto lontane. Tra queste, la diffusione di auto elettriche, l’uso dell’autopilota, la realizzazione di Gigafactory, e, in Gigafactory

ambito domestico, l’installazione di tegole fotovoltaiche in grado di produrre energia o batterie da parete al litio per l’indipendenza energetica. Obiettivi sicuramente ambiziosi, ma anche indispensabili e fortemente necessari nello scenario globale che urgentemente richiede una netta riduzione delle emissioni di CO2 e una transizione globale dalle fonti fossili verso le energie rinnovabili. Inoltre, tali obiettivi possono rivelarsi una fonte di futuri guadagni, davvero rilevanti, e in grado di operare cambiamenti economici, tecnologici e sociali in ogni aspetto delle nostre vite. In ambito automobilistico va riportato che, oltre alla Tesla, sono molte le aziende orientate alla ricerca e alla commercializzazione di veicoli completamente elettrici o ibridi plug-in tra cui Hyundai, Renault, BMW, Ford, Volkswagen. Di tutt’altro avviso il gruppo FiatChrysler che si limita a piazzare sul mercato modelli elettrici come la 500E solamente dove, per legge, per poter vendere è richiesta una quota minima di auto ad emissioni zero, paradossalmente perdendo migliaia di euro per ogni elettrica venduta tanto da far affermare a Marchionne: «ne venderò il minimo necessario, non una di più». Nel complesso, le auto elettriche vendute nel 2015 si aggirano intorno all’1% del totale, ma il trend è in crescita. Tesla Motors si vuole differenziare dagli altri produttori per la visione di futuro di cui si fa promotorice verso un profondo cambiamento degli scenari di produzione ed uso dell’energia alla scala globale. Nel 2006 l’azienda ha presentato la Tesla Roadster ad un costo di circa 100.000 dollari, autonomia di 341 km e velocità massima di 201 km/h. Questo modello, che ha venduto sulle 2000 auto, è stato utilizzato come un prodotto di bandiera per diffondere l’idea della tecnologia delle auto elettriche. In seguito sono state prodotte la berlina Model S e il SUV Model X fino ad arrivare alla Model 3, che sarà venduta dal 2017 con un prezzo fissato di 35.000 dollari e che vuole far uscire dalla nicchia di mercato la domanda di veicoli elettrici. L’elettrico rappresenta quindi una realtà ancora decisamente esigua, se si pensa che son attualmente presenti 1 miliardo e duecento mila veicoli nel mondo e che tale numero sta aumentando, tanto da poter raggiungere i 2 miliardi di auto entro il 2035 e i 5 miliardi nel 2050. Servono incentivi di mercato e misure prescrittive di limitazione e progressivo ritiro delle auto a combustibili fossili tradizionali. Ad esempio, la strada degli incentivi intrapresa in Norvegia ha già dato i suoi 61


frutti perché nel mese di marzo 2016 il 60% di auto immatricolate è stato elettrico, di cui il 18% completamente elettrico. Per i norvegesi l’acquisto dell’auto elettrica consente di non pagare l’IVA, i parcheggi e il pedaggio stradale. Tali misure per avviare il cambiamento verranno poi progressivamente ridotte dal 2018. Anche in Italia, oltre al sostanzioso risparmio per l’alimentazione, fin d’ora le auto elettriche garantiscono vantaggi economici su bollo e assicurazione, il diritto di parcheggio gratuito e la possibilità di accedere alle zone a traffico limitato. La ricarica dei mezzi elettrici può avvenire o presso le colonnine di ricarica, che si stanno diffondendo di anno in anno in parcheggi e luoghi pubblici, oppure nella propria abitazione dopo aver installato dei punti di ricarica a parete wallbox. Per ridurre ancora i costi delle vetture elettriche, condizionate dal costo delle batterie agli ioni di litio, Tesla Motors ha investito ben 5 miliardi di dollari per la realizzazione nel deserto del Nevada della Tesla Gigafactory 1, che darà lavoro a 20.000 persone e che sarà energeticamente autonoma utilizzando l’energia prodotta da pale eoliche e dai pannelli che ha in copertura. Grazie alle economie di scala, si avranno dei risparmi calcolati per la produzione di batterie elettriche del 30% con diretto abbassamento del prezzo finale dei nuovi modelli Tesla. A luglio 2016 sono stati inaugurati 3 dei 21 blocchi previsti che da soli, entro il 2018, saranno in grado di produrre batterie al litio per 500.000 vetture all’anno. Mentre la Gigafactory sfornerà batterie, la costruzione continuerà in modo modulare grazie ai muri perimetrali provvisori, che possono essere spostati per

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aggiungere i moduli mancanti. Se da un lato è di notevole interesse la produzione di “batterie verdi” va però considerato anche l’impatto di una struttura produttiva del genere, i costi dovuti alle materie prime richieste, alla loro estrazione, al trasporto, alla produzione di tutti i macchinari necessari e al consumo di suolo che una sola Gigafactory (1077m x 431m) implica, essendo il secondo edificio al mondo per superficie utilizzabile (dopo la Boeing Everest Factory) e il primo per superficie fisica occupata. La visione sui cambiamenti climatici dell’amministratore delegato di Tesla Elon Musk è decisa come riportato nel film-documentario realizzato da Leonardo Di Caprio e National Geographic: 100 Gigafactory saranno in grado di produrre batterie in grado di soddisfare le esigenze energetiche di tutto il mondo. Il programma è avviato e recentemente è stata comunicata la progettazione della Gigafactory 2 in Europa, presumibilmente in Germania. Le Gigafactory saranno adibite anche alla produzione di PowerWall: la batteria agli ioni di litio ricaricabile che permette una quasi totale autonomia di un impianto fotovoltaico, riducendo al minimo il prelievo di energia elettrica dalla rete. Viene venduta negli Stati Uniti al prezzo di 3000 dollari nella versione con capacità di 7 kWh o di 3500 dollari in quella da 10 kWh e hanno una potenza erogabile garantita di 2 kW. Tali batterie potrebbero rivelarsi largamente applicabili in paesi in via di sviluppo dove ancora non sono presente linee dell’elettricità: se si diffonderanno batterie di questa tipologia, l’elettrificazione del Paese potrebbe non essere necessaria, in analogia con quanto avvenuto per la

Powerwall - Tesla.com


telefonia dopo l’avvento dei cellulari. Ma la Tesla vuole spingersi ancora oltre promuovendo un’alternativa più economica e sostenibile dei pannelli fotovoltaici: le tegole solari. Molte sono le perplessità relative a questo prodotto, già proposto nel mercato italiano con costi decisamente troppo elevati rispetto alle tegole tradizionali o alla stessa fascia di produzione derivata da pannelli. I vantaggi potrebbero derivare dalla maggiore durabilità oppure, più presumibilmente, dall’utilizzo smart, ovvero l’essere produttivi anche in condizioni più sfavorevoli. In ogni caso, grazie ad un accordo con il colosso del fotovoltaico californiano SolarCity, la proposta è di sostituire i vecchi tetti con le tegole solari garantendo un incremento di peso inferiore dell’80% rispetto ai pannelli e richiedono minori costi di manutenzione e riparazione. In collaborazione con la Panasonic dovrebbe partire dal 2020 la produzione, sempre nelle Gigafactory, di un pacchetto di mercato composto da tegole solari e da batterie domestiche. Lo scenario proposto quindi porterà a case in grado di autoprodurre l’energia pulita necessaria a soddisfare i consumi domestici e a ricaricare le auto elettriche, immagazzinando il surplus di elettricità generato nelle ore diurne. È indubbio il fatto che tali innovazioni, aprano ancora il dibattito allo scetticismo, e presentino problematiche relative all’autonomia, alla durata delle batterie, agli incentivi governativi per i prossimi anni, ai costi d’acquisto, alla velocità, agli effettivi vantaggi economici e ambientali nel lungo periodo o alla diffusione di punti di assistenza e riparazione capillari

Tesla Solar Roof - Tesla.com

nel territorio. Ma è anche indubbia la potenzialità di miglioramento ambientale e di incremento di qualità della vita. Dopo interventi nei trasporti e nelle residenze sono già delineati sviluppi futuri alla scala di un’intera città, o perfino oltre. La Tesla sta lavorando molto per incrementare il desiderio di veicoli elettrici, promuovendo il brand e la sua immagine. Oggi la tecnologia e i costi per i consumatori sono vicini al permettere rientri dell’investimento iniziale in pochi anni, concretizzando così il risparmio desiderato che, come è ovvio, è ciò che muoverà i cittadini verso l’elettrico. In questo processo, per anni, le opposizioni da parte delle varie lobby sono state forti, ma un cambiamento sembra più vicino in base agli accordi internazionali, relativi all’impegno di ridurre le emissioni di gas serra, firmati dalla maggior parte dei paesi mondiali. Servono quindi oggi maggiori provvedimenti e strumenti sostenuti da un chiaro orientamento politico, nella direzione del cambiamento sui temi ambientali, alla quale lavorano da anni l’ONU, numerosi Paesi, enti di ricerca e diverse associazioni. La NASA ha dichiarato che il 2016 è stato l’anno più caldo della storia, i cambiamenti climatici sono ormai un dato di fatto. Accelerare la transizione verso un uso sostenibile dell’energia è una delle più grandi sfide globali. Sarà sotto il nome Tesla che per la seconda volta verrà avviata una Rivoluzione Energetica?

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Tesla Nikola Tesla (1856-1943), mechanical engineer, physicist and inventor, made an outstanding work in the field of electromagnetism and communications. Thanks to his research, experiments and patents won the so-called “war of currents”. It was an economic competition of the nineteenth century, for the control of the then world’s growing electricity market. After presenting the bulb with incandescent filament at the Universal Exposition in Paris in 1881, Thomas Alva Edison, with his company General Electric, worked to elaborate a system to transport continuous energy from power plants to the first public lighting systems and to the first electric motors. It was already clear that electricity, once spread on large scale, would be able to replace the steam and to trigger the Second Industrial Revolution. To achieve this, was necessary to overcome the problem of the unsustainable losses for dissipation during the transport of electrical energy in continuous form. The solution came from the utility competitor, Westinghouse Electric, which adopted the technology supported by Tesla-based transport of electricity in alternate form. Increasing the voltage with a transformer, it allowed him to reduce the current conveyed and therefore the losses along the way. By winning this contest, Tesla was later recognized as the «saint patron of modern electricity» or, even more significantly, as «the man who invented the twentieth century». The fame of the character was such that in 2003 a car company was founded named, in his honor, Tesla Motors. The main purpose is the production of electric vehicles to the mass market. It is a cutting-edge commitment, so much so that, according to Forbes, in 2015 the company was ranked as the most innovative in the world. In recent years, the launch of the new Tesla products has always been able to draw public attention to issues and technologies which, although sometimes disputed, are slowly taking the field in public opinion and in the markets. The development of systems and products, not just automotive, more affordable and closer to use end user are the two fronts that characterize the work undertaken from utopian visions that appeared at the start, or at least temporally very far. Among these, the spread of electric cars, the use of the autopilot, the realization of Gigafactory, and, in the domestic environment, the installation of photovoltaic tiles able to produce energy or wall by lithium batteries for energy independence. Certainly ambitious aims, but also necessary and strongly needed in the global scenario that urgently requires a net reduction in CO2 emissions and a global transition from fossil fuels to renewable energy. In addition, these aims can be a source of future earnings, really relevant, and can operate economic, technological and social in every aspect of our lives. In the automotive field it is reported that in addition to Tesla, many companies oriented to research and commercialization of fully electric vehicles or plug-in hybrids including Hyundai, Renault, BMW, Ford, Volkswagen. An entirely different view on Fiat-Chrysler group that merely placing on the market electric models like the 500E only where, by law, is required to sell a minimum number of cars with zero emissions, 64

paradoxically losing thousands of euro for each electric sold we can thus state Marchionne: «I’ll sell the minimum necessary, not one more». Overall, the electric cars sold in 2015 will be around 1% of the total, but the trend is increasing. Tesla Motors wants to differentiate from other producers for the future vision of promoting a profound change of production scenarios and use of energy at the global scale. In 2006 the company presented the Tesla Roadster at a cost of about $ 100.000, autonomy of 341 km and top speed of 201 km/h. This model, which has sold about 2,000 cars, was used as a flagship instrument to spread the idea of electric car technology. Following were produced the Model S and the Model X SUV up to the Model 3, which will be sold by 2017, with a price set for $ 35.000 and wants to get out of the niche market demand for electric vehicles. The electrical represents a still very small niche, if you think that are currently present one billion and two hundred thousand vehicles in the world and this number is increasing, so it can reach 2 billion cars by 2035 and 5 billion in 2050. There are need market incentives and prescriptive measures to limit and progressive withdrawal of traditional fossil fuels car. For example, the way of incentives undertaken in Norway has already paid off, because in the month of March 2016 60% of cars registered was electric, of which 18% fully electric. For the Norwegian electric car purchase allows you to not pay VAT, parking and road pricing. Such measures to initiate change will then be gradually reduced from 2018. Also in Italy, in addition to substantial savings for power, as of now electric cars provide economic advantages of tax and insurance, the right to free parking and the possibility of access to restricted traffic zones. Charging electric vehicles can take place or at charging stations, which are spreading from year to year in parks and public places, or in his own home after installing the wall charging points wallbox. To further reduce the cost of electric cars, put the cost of lithium-ion batteries, Tesla Motors has invested $ 5 billion to build in the Nevada desert the Tesla Gigafactory 1, which will employ 20.000 people and will be energy-independent by using the energy produced by wind turbines and solar panels of his coverage. Due to economies of scale, you will have the savings calculated for the production of electric batteries of 30% with direct lowering of the final price of the new Tesla models. In July 2016 we were inaugurated 3 of 21 predicted block that alone, by 2018, will be able to produce lithium batteries for 500.000 vehicles a year. While the Gigafactory will churn batteries, the construction will continue in a modular manner by the interim perimeter walls, which can be moved to add the missing modules. While it is of particular interest is the production of “green batteries” is however also considered the impact of a production facility of its kind, the costs due to raw materials requirements, their extraction, transport, production of all machines necessary and the consumption of land that one Gigafactory (1077m x 431m) implies, being the second building in the world for usable area (after the Boeing Factory Everest) and the first for busy physical surface. Elon Musk, CEO of Tesla, vision on the managing climate change is determined as reported in the documentary-


movie by Leonardo Di Caprio and National Geographic: 100 Gigafactory will be able to produce batteries capable of meeting the energy needs of the whole world. The program is started and has recently been notified of the design of Gigafactory 2 in Europe, probably in Germany. The Gigafactory will also be used for the production of PowerWall: the rechargeable lithium-ion battery allows an almost total autonomy of a photovoltaic system, minimizing the take of electricity from the grid. It is sold in the US at a price of $ 3.000 in the version with capacity of 7 kWh or $ 3.500 in that 10 kWh and have a guaranteed power output of 2 kW. These batteries may be broadly applicable in developing countries where there are not yet present electricity lines: if you spread batteries of this type, the electrification of the country may not be necessary, similarly to what happened with the phone after the advent of mobile phones. But Tesla wants to go even further by promoting an affordable and sustainable over the photovoltaic panels: the solar roof tiles. There are many doubts concerning this product, already proposed in the Italian market with very high costs compared to traditional tile or the same production end derived from panels. The benefits could arise from the increased durability or, more likely, use smart or even be productive in the most adverse conditions. In any case, thanks to an agreement with the giant photovoltaic Californian SolarCity, the proposal is to replace old roofs with solar shingles ensuring an increase of 80% less weight compared to the panels and require lower maintenance and repair costs. In collaboration with Panasonic should from 2020 the production, always in Gigafactory, a package consisting of solar tiles and domestic batteries. The proposed scenario so will lead to homes able to self-produce the clean energy needed to satisfy domestic consumption and recharging electric cars, by storing surplus electricity generated during the day. This innovations, without any doubts, again open the debate to skepticism, and presenting issues related to autonomy, to battery life, to government incentives for the coming years, at acquisition cost, to speed, to the actual economic benefits and environment in the long run or the spread of service points and repair capillaries in the

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territory. But it is also undoubted the potential for environmental improvement and quality of life increase. After interventions in transport and residences are already outlined future developments at the scale of an entire city, or even beyond. Tesla is working hard to increase the desire for electric vehicles, promoting the brand and its image. Today, technology and the consumer costs are close to the permit falls within the initial years of the investment, thus materializing the desired savings which, of course, is what will move people towards the electrical. In this process, for years, the opposition by the various lobby were strong, but a change seems closer in accordance with international agreements, relating to the commitment to reduce greenhouse gas emissions, signed by most of the world’s countries. Then serve today more measures and instruments supported by a clear political direction, in the direction of the change on environmental issues, which have been working for years the UN, many countries, research institutions and various associations. NASA said that 2016 was the warmest year in history, climate change is now a fact. Accelerate the transition to a sustainable use of energy is one of the biggest global challenges. It will be under the name Tesla that for the second time an Energy Revolution will be started?

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Innovazione: la tecnologia al servizio della tradizione Testo di Maria Teresa Dalla Fera Traduzione di Lucrezia Parboni Arquati Il progresso tecnologico, oggi più che mai, corre veloce e informa qualsivoglia ambito e settore. Le innovazioni si susseguono, mutano gli scenari quotidiani, gli strumenti di vita e di lavoro. In questa frenetica corsa, il design si trova inevitabilmente coinvolto: tutto il ciclo di progettazione, produzione e consumo di oggetti ne è investito. Cambiano le tipologie di prodotti, cambia e si arricchisce la gamma di materiali a disposizione di progettisti e produttori, cambia l’approccio al lavoro; il designer stesso diventa figura versatile, che interagisce e si confronta con professionalità diverse e con tecnologie all’avanguardia; gli artigiani e i produttori, che a questo si affiancano, sono sempre più specializzarti, esperti conoscitori di sistemi produttivi complessi e dalle potenzialità pressoché illimitate. In questo clima, gli strumenti informatici di progettazione tridimensionale e, segnatamente, le macchine a controllo numerico, hanno impresso un punto di svolta nel modo del design in generale e dell’interior design nello specifico. Le macchine CNC (computer numerical control) che fino agli anni ’80 erano usate per lavorazioni ad alta precisione, sono, oggi, diffusissime. Fresatrici, presse piegatrici, torni, punzonatrici, saldatrici e macchine da taglio svolgono operazioni che poco o nulla hanno, ormai, di tradizionale. Esse sono dotate di testate inclinabili e orientabili, in grado di ruotare giroscopicamente lungo assi: maggiore è il numero di assi o gradi di libertà, maggiore sarà la complessità di forme che si riusciranno a realizzare. Con le macchine a controllo numerico, i materiali moderni hanno trovato procedimenti di trasformazione congeniali e quelli tradizionali hanno trovato nuova vita, inconsueti assetti morfologici ed inedite collocazioni. Pietre, legno, metalli sono, ormai, in grado di rivestire qualsiasi superficie, senza limiti dimensionali e di soluzioni estetiche. Forme complesse, ora geometriche ora organiche, si accompagnano a rese tattili inaspettate. Consistenze piene e materiche lasciano il posto a realizzazioni sorprendentemente sottili, leggere e morbide. Ad utilizzare le macchine CNC sono, accanto alle grandi aziende, prestigiosi artigiani che, uniscono la profonda conoscenza di materiali e lavorazioni tradizionali a sperimentazione, ricerca e produzioni innovative: per tale via, sono diventati partner indispensabili di architetti e designer, i quali si rivolgono a loro in un profondo spirito di collaborazione e scambio di saperi e competenze. Handrail made with CNC machine - Ph. Falegnameria Artigianmobili

Technological advances, now more than ever, runs fast and informs any field and sector. The innovations follow one another, everyday scenarios, the tools of life and work are changing. In this frantic race, the design is inevitably involved: the design cycle, production and consumption of objects is invested. Have changed and enriched the types of products, the range of materials available to designers and manufacturers and the approach to work; the designer himself becomes a versatile figure, which interacts and compares with diverse skills and cuttingedge technologies; artisans and manufacturers, which is joined, are increasingly specialize, experts connoisseurs of complex production systems and the almost unlimited potential. In this environment, computer systems of threedimensional design and, in particular, the CNC machines, embossed with a turning point in the design so in general and the interior design specifically. CNC machines (computer numerical control) that until the 80s’ were used for high-precision machining, are today widespread. Milling machines, press brakes, lathes, punching, welding and cutting machines perform tasks that have little or nothing, now, traditional. They are equipped with inclinable and adjustable heads, capable of rotating gyroscopically long axes: the greater the number of axes or degrees of freedom, the greater the complexity of forms that are able to achieve. With CNC machines, modern materials have found congenial and the traditional processing methods have found new life, unusual morphological and unpublished structure locations. Stone, wood, metal are, now, able to coat any surface, without dimensional limitations and aesthetic solutions. Complex shapes, geometric and organic, accompany unexpected touch yields. Solid consistencies and material gives way to surprisingly subtle realizations, lighter and softer. Not only the big companies uses the CNC machines but also prestigious artisans who combine deep knowledge of materials and traditional processes in experimentation, research and innovative productions: in this way, have become essential partners of architects and designers, who are turning to them in a deep spirit of collaboration and exchange of knowledge and skills.

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Il progresso tecnologico, oggi più che mai, corre veloce e informa qualsivoglia ambito e settore. Le innovazioni si susseguono, mutando gli scenari quotidiani, gli strumenti di vita e di lavoro. In questa frenetica corsa, il design si trova inevitabilmente coinvolto: tutto il ciclo di progettazione, produzione e consumo di oggetti ne è investito. Cambiano le tipologie di prodotti, cambia e si arricchisce la gamma di materiali a disposizione di progettisti e produttori, cambia l’approccio al lavoro; il designer stesso diventa figura versatile, che interagisce e si confronta con professionalità diverse e con tecnologie all’avanguardia; gli artigiani e i produttori, che a questo si affiancano, sono sempre più specializzati, esperti conoscitori di sistemi produttivi complessi e dalle potenzialità pressoché illimitate. In questo clima, gli strumenti informatici di progettazione tridimensionale e, segnatamente, le macchine a controllo numerico, hanno impresso un punto di svolta nel modo del design in generale e dell’interior design nello specifico. Le macchine CNC (computer numerical control), che fino agli anni ’80 erano usate per lavorazioni ad alta precisione, sono oggi diffusissime. Fresatrici, presse piegatrici, torni, punzonatrici, saldatrici e macchine da taglio svolgono operazioni che, ormai, hanno poco o nulla di tradizionale. Esse sono dotate di testate inclinabili e orientabili, in grado di ruotare giroscopicamente lungo assi: maggiore è il numero di assi o gradi di libertà, maggiore sarà la complessità di forme che si riusciranno a realizzare. Con le macchine a controllo numerico, i materiali moderni hanno trovato procedimenti di trasformazione congeniali e quelli tradizionali hanno trovato nuova vita, inconsueti assetti morfologici ed inedite collocazioni. Pietre, legno, metalli sono, a questo punto, in grado di rivestire qualsiasi superficie, senza limiti dimensionali e di soluzioni estetiche. Forme complesse, ora geometriche ora organiche, si accompagnano a rese tattili inaspettate. Consistenze piene e materiche lasciano il posto a realizzazioni sorprendentemente sottili, leggere e morbide. Ad utilizzare le macchine CNC sono, accanto alle grandi aziende, prestigiosi artigiani che uniscono la profonda conoscenza di materiali e lavorazioni tradizionali a sperimentazione, ricerca e produzioni innovative: per tale via, sono diventati partner indispensabili di architetti e designer, i quali si rivolgono a loro in un profondo spirito di collaborazione e scambio di saperi e competenze. E proprio una di queste aziende artigiane siamo andati a conoscere, nella sua sede di Rignano Flaminio, piccolo borgo nella campagna romana. La Falegnameria Artigianmobili è stata fondata nel 1943 da Franco Dina: egli ha fatto del lavoro delle sue mani, che per anni hanno accarezzato e plasmato il legno con sapienza ormai sconosciuta, una missione di vita. Il testimone è stato raccolto dal figlio e dal genero, i quali hanno saputo trasformare la falegnameria del capostipite in una solida azienda: uno staff di artigiani e operai specializzati, macchinari all’avanguardia costituiscono il suo fiore all’occhiello. Infine, con il decisivo apporto delle nuove generazioni della famiglia, il cammino della ditta ha virato verso una più spinta innovazione, con l’adozione di modernissime macchine 68

a controllo numerico: a Valerio Dina, nipote del patriarca, si deve la paternità del nuovo corso aziendale e lui stesso ci ha rilasciato l’intervista che segue. Raccontaci come la Falegnameria Artigianmobili è nata ed ha mosso i primi passi. La nostra azienda è nata quando mio nonno, Franco Dina, dopo qualche anno passato come garzone in una falegnameria di San Lorenzo, quartiere di Roma, decide di mettersi in proprio Da allora, la vostra attività non ha più conosciuto battute d’arresto, diventando con gli anni una realtà sempre più importante. La storia di Artigianmobili subisce una svolta con l’ingresso in ditta di mio padre e mio zio, ad affiancare mio nonno. Questo ha permesso di incrementare notevolmente la mole di lavoro e di dare, conseguentemente, maggior visibilità all’azienda. A seguire, anche le necessità logistiche sono aumentate e si sono resi necessari una serie di spostamenti che, dal quartiere San Lorenzo, ci hanno portato nello stabilimento di Rignano Flaminio: il capannone nel quale attualmente lavoriamo misura circa 1200 mq. Esso rappresenta un traguardo per noi tutti ed è il coronamento dei sogni professionali di mio nonno. Quando avete deciso di affiancare alle lavorazioni tradizionali quelle con macchine a controllo numerico e che cosa ha significato, questo, per il vostro lavoro? Abbiamo introdotto macchine a controllo numerico, con l’acquisto, già nel 2004, di un primo centro di lavoro: una SCM TECH99 a tre assi. Da quel momento, la miglior qualità e la maggior velocità nelle lavorazioni hanno permesso di affrontare commesse sempre più complesse. Spiegaci, nello specifico, quali lavorazioni sono state facilitate dal CNC. Le macchine CNC permettono di ottimizzare, in particolar modo, lavorazioni rivolte alla realizzazione di oggetti dalle forme curve e volumi con centine curvilinee, che possono essere, con tali tecnologie, fresate perfettamente. Più in generale, tutti i processi di lavoro che effettuiamo nella nostra azienda hanno subito sostanziali modifiche, conseguenza del fatto che il centro di lavoro a controllo numerico è diventato il perno intorno al quale tutte le attività ruotano. Non vi siete fermati al 2004, dato che la vostra dotazione si è ulteriormente arricchita e specializzata. Gli investimenti in macchinari sempre più all’avanguardia sono necessari per un’azienda che voglia rimanere sul mercato: attualmente lavoriamo con una BIESSE ROVER A a 5 assi. Questa permette di realizzare una gamma di prodotti pressoché illimitata e, in più, consente di costruire oggetti tridimensionali partendo da file 3D.


A questo proposito, quali sono le figure professionali che avete, necessariamente, dovuto introdurre e quali sono, invece, quelle che si sono perse? È stato assolutamente necessario dotarci di un programmatore CNC, mentre, di contro, figure come quella del tornitore e dell’intagliatore sono completamente scomparse dal panorama delle nostre maestranze Sappiamo che tu espressamente ti occupi di sovrintendere ai programmi di progettazione 3D, indispensabili per il funzionamento di questo tipo di macchine. In azienda, sono il solo che si occupa di questo aspetto e della programmazione delle macchine CNC. Ho una profonda conoscenza della materia, appresa anche negli anni di formazione universitaria, durante i quali ho acquisito solide basi di disegno CAD 2D e 3D. Le rare volte in cui non sono presente, vengo sostituito da un ragazzo che lavora con noi e che ha seguito, con me, il corso introduttivo all’utilizzo del CNC. La vostra azienda lavora in stretta collaborazione con architetti ed interior designer, anche piuttosto importanti. Il vostro contributo è semplicemente esecutivo dei loro progetti o si realizza anche con un vero e proprio contributo ideativo? Il lavoro con gli architetti è prevalentemente esecutivo, ma, spesso e volentieri, forniamo un contributo tecnico. Per contributo tecnico intendo, più che altro, l’elaborazione di soluzioni esecutive che vengono solitamente trascurate dai progettisti. Ciò non toglie che, a volte, contribuiamo anche ideativamente al progetto finale. Quanto e in che modo l’introduzione delle macchine a controllo numerico ha facilitato il rapporto di lavoro con loro e che servizi aggiuntivi vi ha permesso di offrire? L’introduzione delle macchine a controllo numerico ha, da subito, facilitato il rapporto di lavoro con gli architetti, specialmente i più esigenti. Questo perché la qualità e la precisione dei lavori è cresciuta esponenzialmente. In aggiunta, offriamo loro la possibilità di realizzare oggetti complessi, modellati in ambiente CAD e la realizzazione di forme volumetriche curvilinee Come avviene la scelta dei materiali, in relazione alle lavorazioni da applicare e al progetto da realizzare? La scelta dei materiali, nella realizzazione dei mobili, è, nella quasi totalità dei casi, legata alla spesa che il committente intende affrontare, non incontrando le macchine CNC limitazioni di sorta in tal senso. Per la realizzazione di oggetti tridimensionali, sono spesso utilizzati il legno massello o l’MDF, con una buona prevalenza del primo materiale.

Se il committente è un privato, offriamo un servizio a tutto tondo, che parte dalla progettazione e arriva alla fase esecutiva, passando per il sopralluogo e la verifica di spazi e misure. Anche con i non addetti al lavori, le macchine CNC permettono di fornire un servizio professionale, qualificato e all’avanguardia. Il vostro lavoro riguarda, in particolar modo, la progettazione di interni o vi occupate anche della produzione di oggetti di design? Il nostro lavoro riguarda per lo più la progettazione e la realizzazione di interni, ma, con l’ausilio delle macchine CNC, abbiamo aumentato moltissimo anche la realizzazione di oggetti di design, notoriamente più complessi, nelle forme e nelle volumetrie, rispetto ai mobili tradizionali. A questo proposito, quali risorse, per il progetto e la produzione di oggetti, può trovare un designer che scelga la vostra azienda per la realizzazione dei suoi lavori? Nella nostra azienda, i designer possono, ovviamente, trovare macchinari all’avanguardia e personale competente che conosce i programmi CAD/CAM tridimensionali. Queste conoscenze ci permettono di seguire il designer, in tutte le fasi dell’iter progettuale e realizzativo dell’oggetto. Veniamo ai rapporti di concorrenza con le aziende a voi analoghe. Quali benefici ha portato l’introduzione delle macchine CNC? Nei rapporti di concorrenza i benefici sono nulli. Dico questo perchè le ditte che non hanno affrontato la spesa per equipaggiare la produzione con questo tipo di macchine sono destinate a ridimensionarsi notevolmente se non a scomparire. Le aziende nostre concorrenti hanno, tutte, deciso di acquistare macchine a controllo numerico, alcune più avanzate e moderne altre meno. In ogni caso, ad oggi, per rimanere competitivi ed offrire servizi a tutto tondo, certe macchine sono fondamentali. Ecco perché, noi e le aziende nostre competitors parliamo tutte lo stesso linguaggio. E allora, dati questi presupposti, qual è il vostro punto di forza o i vostri elementi di distinzione, rispetto a loro? Sicuramente, la nostra peculiarità sta nel poter contare su una figura come la mia, un esperto di programmi CAD 3D, in grado di sovrintendere, in completa autonomia, a tutto l’iter produttivo. Questo è un aspetto ancora poco diffuso nel panorama delle falegnamerie laziali e che può fare la differenza.

Quando, invece, il committente è un privato, quali servizi offrite?

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Technological advances, now more than ever, runs fast and informs any field and sector. The innovations follow one another, changing everyday scenes, the life and working tools. In this frantic race, the design is inevitably involved: the entire design, production and consumption cycle is invested. Change the types of products, changes and enriches the range of available materials for designers and manufacturers, changes the approach to work. The designer himself becomes an all-around figure, which interacts and compares with different skills and cutting-edge technologies. Artisans and manufacturers, who is joined with him, are increasingly more and more specialized and great experts of complex manufacturing systems with unlimited potential. In this climate, three-dimensional design computer system and, in particular, the CNC machines, gave a turning point to the design world, in general, and to the interior design world, specifically. CNC machines (computer numerical control) that, until the 80s, were used for high-precision machining are, today, widespread. Milling machines, press brakes, lathes, punching, welding and cutting machines perform completely untraditional tasks. They are equipped with tilting and turning heads, capable of rotating along axes gyroscopically: with a larger number of axes, very complex shapes will be realized. With CNC machines, modern materials have found congenial processing methods and the traditional ones have found new life, unusual morphological arrangement and unknown placing. Stones, wood, metals are, now, able to coat any surface, without dimensional and aesthetic solutions limits. Complex shapes, geometric or organic, come to life. Wonderfully, thin, light and soft creation are realized. To use the CNC machines are, in addition to big companies, prestigious artisans who combine deep knowledge of materials and traditional processes with experimentation, research and innovative productions: on this way, they become the main partners of architects and designers, who are turning to them in a deep spirit of collaboration and exchange of knowledge and skills. We went to meet an artisan company, at its headquarters in Rignano Flaminio, a small Roman countryside village. Franco Dina founded Falegnameria Artigianmobili in 1943. He did the work of his hands a life missions: for years, he stroked and shaped wood with now unknown wisdom. The baton was picked up by his son and his son in law; they transformed the parent’s joinery in a solid company: her flagship is made up a craftsmen team, skilled workers and advanced machinery. Finally, the decisive contribution of the new family’s generation has allowed a marked innovation, with the choice of modern CNC machines: Valerio Dina, patriarch’s grandson, is responsible for the new company course and himself granted us the following interview.

received setbacks, and, during the years, it has become increasingly important.

Tell us how Falegnameria Artigianmobili was born and took its first steps.

In the company, I am the only one who takes care of this aspect and CNC programming. I have a deep knowledge of the subject, learned, also, in the years of university training, during which time I have acquired a solid foundation of 3D and 2D CAD design. On the rare occasions when I am working, I am replaced by a guy who works with us and that followed, with me, the introductory course on the CNC use.

Our company was born thanks to my grandfather, Franco Dina. He spent few years as an apprentice in a carpentry shop in San Lorenzo, a Rome district. After that, he decided to start his own business. From then on thereafter, your business company has not 70

The story of Artigianmobili takes a sharp after the entry of my father and my uncle, to support my grandfather. This allowed us to increase the work amount and to give, therefore, greater visibility to the company. As a result, even the logistical needs have increased and a series of displacements have made necessary that, from San Lorenzo district, have brought us in Rignano Flaminio plant: the shed, in which we work currently, is about 1200 square meaters. It represents a milestone for all of us and it is the achievement of my grandfather’s professional dreams. When did you decided to combine the traditional manufactures with CNC machines and what did it mean for your work? We bought a first machining center in 2004: a three axes SCM TECH99. From that moment, the best quality and greater speed in processing are be able to support more and more complex contracts. Explain us what kind of processes have been facilitated by the CNC, in particular. The CNC machines are be able to optimize, in particular, the creation of curved objects in curved shapes and volumes with curved ribs, which can be, with these technologies, perfectly milled. Generally, all work processes that we carry out in our company have test substantial changes, because the CNC center has become the pivot around which all activities revolve Afterward, your equipmen has increased and specialized. Investments in advanced machinery are necessary for a company that wants to remain on the market: currently, we work with a 5-axis BIESSE ROVER. This allows to realize an unlimited range of products and, in addition, allows to build three-dimensional objects from 3d files. In this regard, what are the skills that have been introduced and those that have been lost, instead? It was absolutely necessary to equip ourselves with a CNC programmer, while professional rules, such as the turner and the engraver, have completely disappeared from our workers. We know that you, specifically, are responsible for overseeing the 3d design programs, indispensable for this type of machines.


Your company works with quite important architects and interior designers. Is your input is a executive work, simply? The work with the architects is mainly executive, but, more often, we provide a technical contribution. For technical contribution, I mean, more than anything else, the elaboration of executive solutions that are usually overlooked by designers. But, sometimes, we contribute with solution developed by us. How has the introduction of CNC facilitated the working relationship with them and what additional services can you offer ? The introduction of CNC machines has, from the start, facilitated the working relationship with architects, especially the most demanding: the work quality and accuracy has grown exponentially. In addition, we offer them the opportunity to achieve complex objects, molded in CAD environment, and the realization of curved shapes.

In competitive relationships, the benefits are zero. I say this because the companies, that didn’t make the purchase for this type of machines, are intended to downsize or to disappear completely. All our competitors have decided to buy CNC machines, some more advanced and modern someone else less. In any case, those machines are essential to remain competitive and offer all-round services. So, for those reasons, what is your strength, compared to them? Falegnameria Artigianmobili can count on a figure like mine, an expert in 3D CAD programs, who is able to supervise, independently, to the entire production process. This is an aspect still little widespread in the other carpentry inside Lazio and that can make the difference.

How is the choice of materials, in relation to the working processes and to the project to be implemented? The choice of materials, in the production of furniture, is, in almost all cases, linked to planned spending by the customer, because the CNC machines have any limitation in this regard. For the realization of threedimensional objects, solid wood or MDF are used often, with a good prevalence of the first material. When the client is a private, what services do you offer? If the customer is a private, we offer a complete service, from the design to the execution plane, through the inspection and gauging of spaces and measures. Even with non-specialists to work, CNC machines allow us to provide a professional, qualified and advanced service. Does your job concerns, in particular, the design of interiors, or does it concerned the design of objects? Our work concerns, for the most part, the design and construction of interior, but, with the aid of CNC machines, we have also greatly increased the realization of objects design, more complex, for forms and volumes, in comparison with traditional furniture. In this regard, what resources, for the design and production of objects, can find a designer who chooses your company for the realization of his works? In our company, designers can obviously find cuttingedge machinery and a qualified staff that knows the CAD/CAM three-dimensional software. This knowledge enables us to follow the designers, in all phases of the design and construction process of the object. Let’s talk about the competition between you and the companies like yours. What are the benefits for you, after the introduction of CNC machines?

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The Beautiful Strangers Diego Antonelli


Nato nel 1979, si cimenta quasi da subito con le arti quali disegno e musica. Dopo il liceo decide di entrare in un mondo dove l’arte è al servizio della funzione: l’architettura. Proprio lo studio di queste discipline affinano il suo occhio, ancora inconsapevole, a ricercare geometrie e proporzioni nelle cose che lo circondano. Dalle prime foto fatte semplicemente per avere un ricordo, lentamente si avvicina e appassiona al mondo della fotografia. Acquistata la prima reflex, inizia a ragionare sugli scatti, ad osservare in modo ancora più critico il mondo esterno, a cercare emozioni. Autodidatta, la sua attenzione si sposta sulla scena urbana. In particolare il suo occhio è affascinato dalla vita quotidiana: architetture, luoghi, persone e le connessioni esistenti tra di loro. Italiano ma cittadino di un mondo che ha tanto da offrire.

CURATOR

F RANCESCA DE D OMINICIS

PHOTOGRAPHY D ie g o Antonelli

TEXT

F RANCESCA DE D OMINICIS

The Beautiful strangers è una produzione LAB2.0 distribuita in allegato a LAB2.0 Magazine


Born in 1979, he starts immidiatelu with arts, such as drawing and music. After the high school, he decides to go into a world where art is at service of function: architecture. The study of these disciplines improves his vision, still unconscious, to seek geometry and proportions into the things around him. From the first photos, took simply for memories, he slowly approach and passionate to the world of photography. He buys the first reflex and starts to think about the shots, to observe the outside world and to seek emotion even more critical. Self-taught, his attention moves to the urban scene. In particular, he is fascinated by the everyday life: architecture, places, people and the links between them. Italian, but a citizen of a world that has so much to offer.


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