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La notizia pungente! Giugno 2016 Giornalino degli studenti del Liceo scientifico “Galeazzo Alessi� PG


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ccoci qua, siamo agli sgoccioli, si vede quasi quel bel traguardo chiamato estate, a poco meno di 20 giorni, beh, forse per qualcuno se ne aggiungeranno pochi altri (in bocca al lupo maturandi!), ma non è ancora il momento di fare il countdown, piuttosto mi sembra più saggio sfruttare appieno ogni singolo istante per recuperare e, chi non ne ha bisogno, per aggiustare le temute medie. Ormai è per me consuetudine cominciare l’editoriale con un aforisma che sia in grado di racchiudere tutto il senso del mese trascorso, questa volta vorrei mettere una citazione in grado di spiegare tutto quello che quest’anno è stato per noi de “La Siringa”. Credo che le parole più adatte siano quelle di Goethe: “le cose migliori si ottengono solo con il massimo della passione”, non può che essere la NOSTRA frase, quella che più ci caratterizza. Voglio dirlo a gran voce e con orgoglio: quest’anno TUTTI ci abbiamo messo il cuore, in ogni parola che abbiamo digitato sulla tastiera dei pc, ogni volta che dovevamo piegare

quelle interminabili 300 copie. Non mi sembra quasi vero di essere qui a scrivere l’ultimo editoriale dell’anno da caporedattrice, tre anni fa, quando per la prima volta ho partecipato ad una riunione di redazione, mai mi sarei aspettata di vedere ragazzi che danno anima e corpo pur di fare uscire il giornale, proprio per questo non posso che dedicare questo mio pensiero a tutti quelli che hanno lavorato e collaborato tutto l’anno per fare uscire sette numeri, un altro motto? “come raggiungere un traguardo? Senza fretta, ma senza sosta”! Innanzitutto ringrazio Chiara Brozzi la miglior caporedattrice che, nonostante qualche discussione, si fa veramente in quattro pur di dare il massimo: grazie Chiara per aver sopportato i miei capricci e i miei sbalzi d’umore, grazie per aver dedicato ore ed ore ad impaginare pur di far uscire il giornale in tempo. Poi non posso non ringraziare Sonia Forlimbergi che, durante i miei (frequenti) momenti di crisi, mi ha sostituita e, spesso, anche superata per bravura ed efficienza. Rin-

grazio, ovviamente, tutti i redattori che, tra verifiche e le interrogazioni, sono stati partecipi tutto l’anno e con passione hanno reso possibile pubblicare sette numeri, “La Siringa” ormai funziona tutta insieme, come un solo individuo con tante braccia, pc e teste. Grazie ragazzi! Grazie alle prof. Sse Belcastro, Floridi e Marini che ci hanno seguito con pazienza e dedizione e ultima, ma non ultima, la Prof. Persichetti che con passione, costanza, non dimentica di tutte le altre attività e impegni scolastici, ci ha regalato il suo tempo facendoci crescere come persone e giovani giornalisti, per lei un antico proverbio turco: “un buon insegnate è come una candela, si consuma per illuminare la strada agli altri”, grazie Prof. per la luce e per la guida incessante. Saluto e ringrazio voi, cari lettori, vi lascio con un sorriso e Erri De Luca: “la cima è il mio punto e a capo. Bello per me che coincide con il cielo”. Buon fine anno e buona estate, ci vediamo (leggiamo) l’anno prossimo! . Benedetta Tedeschi 3F

“ERRATA C’HORRIGE”

Con ironia intitolo il mio “errata corrige”, perché vorrei farmi una risata con voi e fare ammenda per il mio pindarico salto, non logico, bensì consonantico. “Amor ch’al cor gentile” è uno dei versi più noti della storia della letteratura e, nel battere il titolo, per troppa sicurezza (o forse tanta stanchezza, perdonami Dante: sono a fine scuola), un’ “h” è stata accidentalmente cassata e traslata… perciò, cari lettori, scusate e, mi raccomando, sempre occhio alle H !!!v Benedetta

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aro Marco, Grazie. Hai lasciato un'impronta in questo Paese. Tanti giovani non sanno neanche chi Tu sia; ma è grazie a Te che l'Italia è così moderna, umana, così come tutti la conosciamo. Ogni Tua Battaglia è stata fondamentale per regalare a tutti noi Diritti e Libertà che oggi ci sembrano scontati. Diciamocelo, non hai mai preso più del 4%, ma hai portato a casa un numero incredibile di Grandi Vittorie; molte più di quanto siano riusciti a fare tanti Tuoi colleghi,

quelli che sbarcavano in politica con i "grandi numeri" del 30%. Non voglio entrare nel merito dei Tuoi pensieri politici; mi limito a dire che, per molte delle Tue Lotte, sarei stato con Te. La Tua semplicità, Ti ha permesso di raggiungere le Stelle: non quelle dei politici influenti, chiusi e manipolatori, esperti di sotterfugi e trucchetti; ma quelle Stelle che nascono tra la Gente, la parte migliore del Popolo Italiano. Non sei mai andato con le molotov per le strade, o a scontrarti con i militanti di qualche movimento estremista, non hai mai fatto ostruzionismo, bagarre... E perché? Perché, come

VOTA PANNELLA ci hai insegnato, non ti ha mai interessato il potere. Hai sempre pensato a noi: tra gli innumerevoli sacrifici fisici, uno sciopero della fame e della sete dietro l'altro, mentre Papi, Capi di Stato e altre istituzioni ti supplicavano di tornare a mangiare qualcosa, Tu, in compagnia delle Celtic o dei toscanelli alla grappa, continuavi a batterTi, perdendo 30Kg a campagna. Ma hai anche passato tutte le festività in carcere, tra i detenuti. Mi torna in mente, giusto per citarne uno tra tantissimi, anche quell'episodio del '97, quando, per la legalizzazione delle droghe leggere, regalasti in diretta Rai 200 grammi di hashish alla presentatrice, la D'Eusanio. Così commentasti:-"Ti ho regalato il mio arresto! Facendo questo, o mettono in galera anche me, o tirano fuori gli altri!". Eccola, quindi, un'altra delle Tue lezioni che resterà eterna:"Faccio politica sui marciapiedi!", ed è per questo che sei stato tra i pochi politici non scortati, a girare tra manifestanti, incassandoti senza problemi, con due tumori e la vecchiaia, anche sputi e spinte della folla. Ma non Ti importava un granché, infatti, con quel bel sorriso stampato in volto, Ti sei sempre fermato a dialogare con calma con chiunque, anche il più anima-

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to, ti contestasse. Immagini qualche altro Tuo collega, in mezzo agli indignatos romani? Avrebbe sfoderato scorte, auto blu, identificazioni e querele. Ma Pannella, anche per questo sei un Grande Leone! E non lo dico solo io. Lo diciamo tutti in coro! Tutte le Istituzioni, in Sala Aldo Moro a Palazzo Montecitorio, sono accorse per porgerTi un ultimo, rispettoso, Omaggio. E non è per niente facile guadagnarsi il rispetto degli avversari in politica, lo sai bene. E invece hanno pensato tutti a Te, condividendo i ricordi e le impressioni migliori di un Grande Combattente. L'Italia intera, che hai lasciato migliore di come l'hai trovata, l'ha fatto. E per questo, Ti siamo tutti grati. Ciao Marco, non avremmo saputo fare di meglio. Giovanni. Giovanni Costantini 3F


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CRONACHE DALLE TERRE BASSE

’Aja è una grande città che sembra aperta campagna. Arriviamo dopo un breve volo e una lunga corsa in autostrada, che costeggia Bruxelles e città dai nomi che abbiamo soltanto immaginato dai banchi di scuola: Liegi, Anversa, Rotterdam…Waterloo! Entrando in città la ressa dei mezzi pesanti scompare. Ovunque, lungo le larghe strade, parchi e boschi attraversati da piste ciclabili per muoversi sotto alberi secolari, nei suoni della natura. Aree pedonali, aria frizzante di mare, grida di gabbiani, legioni di biciclette e passeggini con neonati rosei e biondi. A cena andiamo in famiglia: tipical Duch Food! Sono molto accoglienti, come le loro case: colorate, essenziali, funzionali. L’atmosfera è amichevole e rilassata, il cibo buonissimo! Non tramonta mai il sole e la temperatura è più gradevole di quella italiana. Tra casette di mattoncini rossi e severe imponenti chiese medievali la strada per il mare ….è in salita…. a scuola che vorrei…. Il Maris College è molto accogliente: tanto verde intorno, campi da calcio e da tennis, e grandi vetrate luminose. L’ingresso è coloratissimo con tavoli, divani e una grande caffetteria, dove gli studenti attendono tranquillamente di entrare nelle classi per le lezioni. Il Preside prende un caffè con loro ai tavoli. Tutto è molto colorato, moderno, semplice e funzionale. Comincia la giornata: i ragazzi olandesi prendono i libri nei loro armadietti e vanno nelle aule: tappezzate di posters, piene di oggetti, modelli, co-

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stumi perfino: molto colore, cultura materiale oltre che teorica. E poi c’è un’aula di teatro che è un vero teatro: costumi, palco, sipario….. Un’ aula di musica con strumenti musicali per tutti, palco, luci amplificatori…….. Siamo nell`aula tecnica di disegno dove abbiamo a di-

Day, gli studenti presenteranno in vari stands i loro paesi e due stands saranno per questi nuovi utopici paesi creati dagli studenti, con nomi strani e ibridazioni culturali, con problemi comuni, con soluzioni per l’ambiente di domani. I docenti olandesi distribuiscono materiali di lavoro e

sposizione moltissimi strumenti, dai computer a cartelloni e colori, perfino trapani, frese seghe e martelli!!!!! (Ma quelli non li sappiamo usare..) Comincia il lavoro del progetto Climate Change e gli insegnati olandesi entrano in azione: c’è un “lancio creativo" del tema: “Ladies and gentlemen. We have a problem. The sea is dead!” annuncia il Prof. Noel Sies, creative manager della scuola, salendo su uno sgabello. Poi una Short Story: due paesi, uno agricolo e uno industriale, si accusano a vicenda di aver avvelenato il mare e prodotto cambiamenti climatici. I ragazzi vengono divisi in gruppi misti: dovranno creare l’uno e l’altro paese, descriverlo, disegnarne la mappa, la bandiera, i costumi: Draw the map with details- draw flags- make clothes- describe people and their occupations. Venerdì` ci sarà lo Europe

un dossier di processo: le consegne sono dettagliate e precise, sia negli Steps che negli Output. Poi i ragazzi vengono lasciati a sviluppare il lavoro. I docenti si trasformano in facilitatori, girano per i banchi dando consigli e scandiscono i tempi di lavoro. Gli italiani sono perplessi: niente contenuti? Spiegazioni? Dov’è la lezione? Si lavora molto spesso in gruppo nella scuola olandese: nelle classi i banchi sono uniti a formare tavole rotonde con le sedie intorno. La cattedra invece è spesso in un angolo ed assomiglia piuttosto ad una scrivania da ufficio, con tutto quello che serve, compreso telefono e stampante. Nella didattica dei miei colleghi colgo queste linee guida: i ragazzi devono essere autonomi e dotati di spirito di iniziativa: per questo lo stile del problem solving e del lavoro di gruppo. E` molto importan-

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te per loro che facciano qualcosa di creativo e materiale: non fanno continuamente lezioni frontali, o sono molto brevi. Meglio ricerche dibattiti, progetti creativi. I ragazzi imparano l’inglese, e non solo, soprattutto facendo, sperimentando, progettando insieme e discutendo. E` un fatto che loro sanno l’inglese meglio di noi. Sia studenti quindicenni che docenti ( sono a proprio agio soltanto le Prof. Marini e Ricotta, beate loro!!!) La professoressa Karin Krens, insegnante di arte, ci spiega che nel lavoro didattico è fondamentale per gli insegnanti la fase preparatoria; sapere con esattezza dove si vuole arrivare con una certa esperienza e attività`, condividerlo con i colleghi e comunicarlo in modo molto chiaro ai ragazzi. La scuola inoltre fornisce tutto il materiale, compresi i libri di testo, che vengono dalle famiglie presi in affitto a basso costo e riconsegnati integri a fine anno. I nostri studenti dicono che in Italia si studia di più`, ma questa organizzazione in certi aspetti è realmente interessante e potrebbe migliorare la scuola italiana. Alla fine del lavoro intanto tutti gli studenti riordinano e riconsegnano strumenti e materiale. Nella Hall a turno fanno le pulizie! uppa a colazione Per colazione…zuppa di piselli liofilizzata! Poi arriva Karen con la busta della spesa: ci offrono un gustosissimo pranzo di sandwich, insalata, ortaggi freschi, frutta, affettati salmone, formaggio: in sala professori c’è una vera cucina, con frigo, microonde, lavastoviglie, e una vera caffetteria, con una modernissima macchina bar e vasto assortimento. Gratis. La sala pro-

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fessori ha una parete di vetro affacciata sul verde, grandi tavoli di legno chiaro dove i colleghi lavorano, o chiacchierano davanti a tazzoni di the fumante o ad una insalata che si possono preparare al momento. Ci sono piante, postazioni computer modernissime, pannelli di lavoro ed un’atmosfera molto rilassata ed efficiente allo stesso tempo. Che approccio diverso! Alla scuola, alla vita….Più liberi, più rispettosi delle esigenze e della personalità propria e altrui. Non c’è traccia della nostra tipica ansia, impazienza, noia, competitività. elft Vermeer ha dipinto un celebre quadro dedicato a questo borgo antichissimo, che ospita le tombe dei reali d’Olanda e sembra davvero Amsterdam in miniatura. Curiosiamo nelle piccole botteghe, mentre osserviamo un po’ stupiti i soldati in tuta mimetica che fanno giocare bambini e adulti in pericolosi passaggi su cavo, sopra i canali o giù dal vertiginoso campanile gotico della piazza: è la festa dell’esercito! Ricordfo da portare a casa: il delizioso sapore dei poffagies, una specie di mini pancakes con burro e vaniglia. ominciare a lavorare a quindici anni Che tu sia povero o ricco, che tu voglia o no continuare gli studi dopo il college, a quindici anni cominci a lavorare: magari un pomeriggio a setti-

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mana, però impari a trovarti un’occupazione, ad essere autonomo. La prof. Patty Fisser mi racconta che i suoi studenti lavorano tutti, e che questo è importante soprattutto per le ragazze, perché imparino a badare a se stesse. Interessante. -Come si trova lavoro a quindici anni? -Facile- mi risponde- chiedi. Nei negozi o ristoranti, nei supermercati e nelle aziende, vai e lasci il curriculum, o compili il modulo che loro hanno già pronto. Poi ti chiamano. -Così semplice? -Ma certo! -Si stupisce lei.Chiedo: -Ma che tipo di lavoro? -Qualunque lavoro. Si comincia da cose facili, ad esempio fare le pulizie…. -Una madre italiana non permetterebbe mai al figlio o alla figlia di fare le pulizie domestiche o nei ristoranti…. Di nuovo mi guarda stupita. Poi commenta: -Io a quindici anni facevo le pulizie alla mia anziana vicina di casa. Perché dovrebbe vergognarsene? Forse ha ragione lei. Le spiego che in Italia è illegale sfruttare il lavoro dei minorenni, e che anche per i maggiorenni cerchiamo, noi genitori, di mantenerli finché non trovano il lavoro giusto.


-Li proteggete troppo. Alcuni arrivano alla prima esperienza di lavoro quasi a trent’anni! -Intanto però gli facciamo fare le simulazioni di lavoro a scuola…gli stage… l’alternanza scuola lavoro…. Stavolta la Prof Fisser non commenta. Si limita a guardarmi con divertita ironia. riticità Oggi gli studenti sono nervosi: la stanchezza si fa sentire e soprattutto l’impazienza rispetto ad un sistema di lavoro della scuola molto diverso dal nostro. Regole rigidissime, ad esempio rispetto alla possibilita` di uscire all’aperto durante la ricreazione, si affiancano a vuoti di autogestione durante il lavoro didattico: mentre i maggiorenni non possono andare in cortile alcuni tredicenni escono tranquillamente da soli dalla scuola alle dieci del mattino e si allontanano in bicicletta. I nostri ragazzi inoltre considerano una perdita di tempo lavorare con cartelloni e simulazioni : non si rendono conto che in questo modo stanno confrontandosi e progettando insieme ai loro ospiti usando l’inglese. Intanto lavorano con le mani e la creatività`. Stanno conoscendo e parlando. Volevano assistere alle lezioni, o andare a vedere il paese, invece al mattino sono a scuola. Tra qualche tempo si renderanno conto che hanno sperimentato in prima persona una didattica diversa, hanno capito che gli insegnanti si rapportano in modo diverso con gli studenti e si aspettano feed back che noi non immaginavamo. Io da insegnante sono molto soddisfatta e anche l’impazienza di stamattina fa parte della fatica educativa di un adattamento che consente di entrare nella cultura diversa dalla

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nostra. Mi aspettavo che avrebbero avuto qualche problema con il cibo, invece a sorpresa i ragazzi hanno avuto qualche problema con i letti a castello! Conosciamo la tendenza dei ragazzi a voler stare tutti insieme, e ne concludevamo, noi della generazione delle vacanze in tenda canadese autofinanziate, che l’ostello fosse per loro un’occasione per imparare uno stile di viaggio low cost, essenziale, divertente. Anche qui invece qualche difficoltà di adattamento, salutare ed educativa anche questa: camere piccole, letti a castello a tre piani…. Troppo caldo! ( Ovvio, se in una camera da sei nani pretendete di starci in venti…!) Poco spazio, dunque, docce e bagni comuni che, pur essendo pulitissimi, impongono tempi rapidi per lavarsi e fare il resto…Anche in questo modo si apprende il rispetto degli altri, dei tempi, degli spazi comuni. I nostri ragazzi sono spesso più viziati dei loro coetanei europei: abituati a spazi e tempi che si ritagliano su misura, abituati a viaggi di istruzione con alberghi ( che puntualmente vengono criticati, se non danneggiati..) e uno stile più da vacanza turistica, anche se di un turismo culturale. Qui ci dobbiamo adeguare, e alla fine ci piace aver cambiato qualcosa delle solite abitudini, provare qualcosa di realmente nuovo. Ci siamo molto affezionati allo stile freak dello Jorplace Hostel! E poi la gente che lo frequenta

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è proprio simpatica. el cuore ”Ti amo ti ……..amooo……” Ebbene sì, il fascino degli Italiani qui funziona. Non solo le bellissime ragazze bionde seguono la scia dei nostri mori liceali, ma tutti gli olandesi sono accoglienti, pieni di curiosità e simpatia verso di noi! I ragazzi, i docenti, ci portano a casa loro, si trattengono a lungo con noi alla sera, ci raggiungono in giro per la città. Piacere di stare insieme, solo questo. Ed è prezioso, insolito, ci prende tutti nel profondo perché non era previsto. L’ultimo giorno gli studenti cantano insieme, sono un unico gruppo. E alla sera un ragazzo olandese con gli occhi gonfi di lacrime ci legge un messaggio in italiano che ha tradotto con Google e che si sforza di pronunciare correttamente: “Amici miei pensate a me, perché io penserò sempre a voi”. Ci abbracciano e piangono ancora a lungo: non riusciamo a separarci. Questo è l’inatteso degli scambi, i rapporti con le persone, il sapore delle ore condivise, gli occhi, i sorrisi, le lacrime. Ma già un nuovo gruppo si prepara per lo scambio al Maris College e mentre ci spiano un piccolino non si trattiene e sussurra all’insegnante Italians…what a big nose!!!! La Sirilla

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QUAL È IL TUO SUCCESSO PREFERITO, LICEO ALESSI?

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ccoci di nuovo, per la terza e ultima volta in quest'anno, a ringraziare e a congratularci con le numerose eccellenze del nostro liceo. In questo numero abbiamo deciso di non annoiarvi, quindi troverete solo i successi più recenti. Ringraziamo Andrea Bianchi che l’anno scorso si era classificato secondo e quest’anno è arrivato primo alle finali regionali della Chimica. Un ringraziamento va anche a Roberto Frittella che si è classificato quinto e a Gabriele Cipriani che si è classificato settimo, complimenti anche agli altri classificati, Marco Battistoni, Luca Andreoli, Pietro Bovini, e a tutti quelli che hanno partecipato. Ancora grazie agli studenti della classe IV H, a Martina Tassino, a Lucia Covarelli e a

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Nicolò Ragni per il loro primo posto nella graduatoria delle Scuole secondarie di secondo grado che hanno partecipato al progetto “Cittadinanza e Costituzione”. Ma non è finita qui ….… ottimo il risultato nelle olimpiadi della Filosofia! Luca Andreoli ha partecipato insieme ad altri 87 studenti alla prova nazionale, posizio-

nandosi al sesto posto della graduatoria con il suo saggio in lingua inglese, dedicato a questioni gnoseologiche. Congratulazioni a Leonardo Pierotti della classe 4E che ha vinto il premio Panorama-Mondadori "Cento libri per una scuola" bandito per le scuole superiori perugine. Rispondendo nella maniera più originale e convincente alla domanda "Qual è il tuo libro preferito e perché vorresti lasciarlo in eredità alla tua scuola?" ha permesso alla biblioteca del nostro liceo di ricevere ben 100 libri. L'anno scolastico è ormai finito, ora non vi resta che riposarvi durante le vacanze per poi tornare a settembre più carichi che mai, per continuare la lunga ascesa dell'Alessi, già nella gloria. Sonia Forlimbergi 3D Chiara Brozzi 3F

TORRE DEGLI SCIRI APERTA IL 21 MAGGIO

i riapre la collaborazione con Regione Umbria e Europe Direct! Dopo l’inchiesta sulla Torre degli Sciri l’anno scorso, quest’anno la Siringa decide di rispolverare le sue conoscenze sulla torre medievale più importante di Perugia. Sabato 21 maggio alcuni dei nostri ragazzi si sono recati a far da guide turistiche alla Torre degli Sciri. È stata un’opportunità per rispolverare l’inchiesta ASOC alla quale abbiamo partecipato l’anno scorso. Arricchire i visitatori con notizie raccolte in un anno di ricerche e approfondimenti anche a cura del professor Sandro Tiberini, è una gratificazione immensa. Tra

l'altro, il nostro professor Sandro Tiberini ha scritto un saggio riguardante questa torre, intitolato: “Dalla Torre degli Oddi alla Torre degli Sciri: un possibile percorso storiografico sulle torri private perugine.” L’anno scorso ci eravamo occupati di questa inchiesta da tutti i punti di vista: ci siamo occupati di modificare la pagina di wikipedia con l’aiuto di esperti; ci siamo occupati di indagare sull’uso dei fondi europei; ci siamo occupati di controllare sul posto cosa succedeva giorno per giorno e ci siamo occupati di essere presenti sempre: ai

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lavori di restauro, all’inaugurazione, all’apertura al pubblico. Se volete visitare pure voi l'unica torre rimasta in piedi a Perugia, preparatevi a salire 270 scalini; tranquilli: arrivati in cima alla torre vi scorderete la fatica fatta per arrivarci, grazie al panorama mozzafiato! Margherita Esposito 2F


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DI NUOVO FINALISTI...

l liceo Alessi continua la scalata della classifica tra i licei migliori d’Italia . Oltre alle varie vittorie nei giochi di fisica, matematica e chimica, “La Siringa”, il giornale del liceo, è arrivato anche quest’anno in finale nel concorso di “Giornalisti nell’erba” sia come redazione, sia grazie ai singoli componenti di quella che può essere definita una vera e propria squadra. Il giorno 27 maggio la redazione si è recata a Frascati per l’assegnazione del premio. Molti e va-

riegati gli appuntamenti dell’evento: science lab per i giovanissimi, esperimenti sui superconduttori, giochi a quiz e incontri per l’intera giornata con autori, ricercatori e giornalisti. Molte anche le proposte dei laboratori, da quello legato al recupero dei rifiuti plastici che diventeranno un sostegno economico per GnE, ai laboratori riguardanti le nuovi tecnologie; interessante infine il concorso social dal titolo “RiCicloStory”. A conclusione della giornata, serata in allegria con i fonda-

tori e i redattori di Lercio.it. Tra i vari invitati speciali presenti all’iniziativa Chef Rubio, il direttore del banco alimentare, il noto volto della meteorologia televisiva Flavio Galbiati ed esperti di questioni climatiche e di didattica digitale pronti a rispondere alle nostre domande e ad illustrare interessanti workshop per apprendere l’uso di nuovi strumenti. Una giornata quindi ricca e variegata all’insegna dell’informazione, della scrittura e del divertimento. Raffaele Bianco 2F

I prossimi testi sono flussi di coscienza e giochi con la lingua e il dialetto scritti dai vostri colleghi durante le ore di sostituzione della professoressa Fardella … buona lettura!

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vegliam suonam, alsatus copertus est, freddio et buio, lucies accendabo, vestitis in armadis cercabo, escit , portabagnis apertus est, freddam acqua escis ab rubinettis, hec dentifricio nec asciugamanio presente est. Irene Mezzasoma 2C

oppo na sereta 'n po' cussì, sta matina me sto sveglieto doppo che 'l mi babo già eva ataccheto la tiolla da 'n tantino, nun ne stevo tanto bene perché ho arsentito tutto ier notte la torta col capcolo che forse era 'n po' passeto. 'N ton cinque minuti prima che passasse 'l postale ciò avuto 'l tempo de magnè 'n bocone, lavamme e cambiamme, de parti da chesa giusto a d'ora per pjá 'l postale, che è passeto doppo do minuti che stevo tli fora a 'spettallo. Umberto Pelliccia 3D

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ata a Perugia, cresciuta a Perugia, residente a Perugia. Da subito mostrò la sua abilità in campo: attaccante, campionessa mondiale di "lancio del coniglio ". Aveva appena due anni, infatti, quando decise di prendere il suo adorato animale domestico, posizionarlo in cima alle scale a chiocciola e.... " GOAL", prende la rincorsa, accumula energia che si sprigiona in quel calcio che fa rotolare giù per le scale la povera Ginni. Ma in fondo, la sua formazione da atleta professionista è avvenuta dai 5 anni in poi: le partite al parco dietro casa sua, sempre a Perugia , ovviamente, si facevano sempre più avvincenti, assist, colpi di testa, dribbling, tunnel all'avversario e....."GOAL", potente, come quel calcio all'età di due anni all'adorabile coniglietto. In realtà ancora adesso, al diciottesimo anno di carriera, ogni volta che entra in campo , Elisa, sprigiona tutta la forza e la determinazione che ha in sé e, come una scienziata del calcio attraversa tutto il campo, prende velocità , sfida, anche semplicemente con lo sguardo, le avversarie e, con la cura con cui si bilancia una reazione , guarda il portiere e.... "GOAL!!!!" Caterina Catalpi 4D

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ia madre mi ha svegliato. La mia colazione era sul tavolo. I miei piedi volavano sopra la strada per paura di perdere il pullman. Il pullman era in ritardo. Ho acceso una sigaretta, bruciava, fumava. La stazione era piena di gente diversa, interessante. La mia migliore amica mi ha abbracciato, profumava di lavanda. Il secondo pullman è arrivato in orario. Oltrepasso l'entrata di scuola. Gioele Papa 2C

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e svejo. è buio, n' vedo gnente. C'ho d'apiccè 'l'lume. Me mett' addosso i panni ch'evo lasseto iersera. Pu scappo. Vò a pijè 'l postele. C'è 'n freddo c'aporta via, c'è la brina 'nco mentre vò a la fermeta. Ariva 'l postele. L'pijo. Sale 'n billo che n'passa il bijetto e 'l pulmaneo se 'nguastisce come na serpe e je scappa na bastigna nco. Pu ariva a Sammarco. C'ho da cambiè. che diosilla n'c'ho voglia! se bubbla e c'è la brina tu qui. A la fine scendo. Pu salgo ta l'altro postele. Nn'artrovo l'posto per gì a sede. Pu ariva a Porta Conca e ce tocca armanè fermi na mulica. Alla fine arparte, scendo e arivo a scola, sò già bel che rotto primad'entrè 'n classe. 'N vedo l'ora d'argì a chesa

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IPSE DIXIT

alle frasi di quest'ultimo Ipse Dixit si vede che le nostre menti sono già in vacanza! Concludiamo con un sorriso quest'anno scolastico. Ovviamente potete continuare a mandarci frasi all'email: redazione.siringa@gmail.com verranno pubblicate nel primo numero del prossimo anno, Buona lettura! P.S. Rivendichiamo il diritto di usare e pubblicare termini coloriti in quanto presenti anche nella Divina Commedia di Dante (sempre sia lodato!). P.P.S. Ci scusiamo con la Diva dell’Alessi per non averla messa al primo posto nello scorso Ipse Dixit.                      

"Avete finito di distraiarve?" "C'avemo il cervello per fà contappeso al culo!" "Based on the griglia di valutazione" "Il basalto è simile al basalto" "Non mangiate la foglia...ma nemmeno la fumate" "Ogni giorno la sua pena, per oggi basta!" "Aprite la Limme!" "Se non ci fossero le api noi non esistiamo" "Le scalette ancintendio" Prof: "La fisica si occupa principalmente di mo..?". Alunno: "Morata!" "Da quando sono a Perugia mi sembra sempre di avere il video dei Sette Cervelli acceso" Prof: "Tu sei multitasking!". Alunno1:"Come i dizionari quelli piccoli!".Alunno2"Quelli so i tascabili!" "O. io ho preparato una croce per crocifiggerti, bello nudo con un panno davanti, appeso" "La peste fece abbastanza bordello" "Under the PALCO" "Perché la memoria a breve termine dura poco" "Co la fisica non ce se prova, ce se prova solo co le donne" "Leggi il terzo pallino quadrato rosso.." "Se dici al ragazzetto che gli vuoi bene co sta faccia stai sola tutta la vita" "State zitti braccia rubate alla forza lavoro!" Durante la spiegazione alunno appoggia inavvertitamente il gomito sul telefono, e Siri: "Non capisco cosa stai dicendo" "Un trigliceride è un acido grasso senza una gambina"

A.A.A. cercasi prof di latino per l'A.S.2016/2017 gentile, disponibile, simpatica, eugubina. Firmato 3F

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VIAGGIO DIETRO AD UNO SCARABOCCHIO

uante volte durante una spiegazione noiosa avete iniziato a disegnare delle figure geometriche senza senso o dei fiorellini, insomma quelli che più comunemente chiamiamo scarabocchi? Sembra una cosa paradossale ma gli scarabocchi hanno un significato, chi l’avrebbe mai detto che quelle linee apparentemente insignificanti, disegnate tutte d’un tratto, rivelassero importanti informazioni sul nostro stato d’animo? Secondo la psicopedagogista Evi Crotti, autrice del libro “I disegni dell’inconscio”, la parola è posta sotto il controllo dell’educazione mentre per gli scarabocchi è esattamente l’opposto, inoltre possiedono un potenziale di comunicazione non verbale da non sottovalutare. L’università di Cambridge si unisce a questa sorta di apologia dello scarabocchio affermando che se si disegna liberamente mentre si sta ascoltando qualcuno, ricorderemo con più precisione i dettagli del discorso, scaraboc-

chiare quindi migliora anche la concentrazione. Evi Crotti nel suo libro divide gli scarabocchi in cinque categorie: figurativi, complessi, decorativi, geometrici e riempitivi. Per figurativi si intendono oggetti identificabili come: fiori, case, farfalle etc. , disegni di questo tipo denotano una ricerca della propria identità e un tentativo di immedesimazione con la realtà, insomma un profondo bisogno di meditare. Un insieme di disegni che vengono collegati per formare un’opera più articolata rientrano negli scarabocchi complessi, che indicano una voglia di crescita e di interazione con ciò che ci circonda, ma anche una fuga da dei problemi che ci affliggono da

tempo e che sembrano non avere vie d’uscita. Gli scarabocchi decorativi invece comprendono cornicette o motivetti ornamentali che solitamente disegniamo a bordo pagina. Ci indicano un bisogno di voler tenere tutto sotto controllo e di voler chiarire situazioni contraddistinte dalla confusione. Le figure geometriche rientrano negli scarabocchi geometrici, stanno ad indicare l’esigenza di agire usando la razionalità. Nello specifico le linee indicano calma e ottimismo, mentre le curve il bisogno di esprimersi. In conclusione quando coloriamo all’interno delle lettere stiamo facendo uno scarabocchio riempitivo, che tipicamente indica il bisogno di colmare dei vuoti, ma attenzione talvolta sono vuoti emotivi, capita spesso che questi scarabocchi viaggino insieme all’ansia cercando di ridurla. Chi l’avrebbe mai detto che dei semplici disegni fatti per caso nascondessero tutti questi segreti? È proprio vero: l’apparenza inganna. Alessandro Cascianelli 4A

QUAL È L’ESERCITO PIÙ PICCOLO DEL MONDO?

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apete qual è "l'esercito più piccolo del mondo"? Strano ma vero, è la Guardia svizzera pontificia ad aggiudicarsi il primato. Il corpo armato al servizio del papato dal 22 gennaio 1506, conta infatti solo 110 componenti e ha il compito di protezione del papa e del collegio cardinalizi oltre a occuparsi del controllo degli

accessi in Vaticano. Possono entrare tutti i cittadini svizzeri, purché non siano donne, e che rispettino precisi requisiti: fedina penale pulita, altezza superiore a 1,74 m, celibi, obblighi militari rispettati, ottima salute fisica e psichica, tutto ciò per 1300 euro al mese. L'uniforme ufficiale delle guardie è di colore blu, rosso e giallo

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scuro, con dei distinti tratti rinascimentali e la loro bandiera è composta da una croce bianca in quattro campi, dei quali il secondo e il terzo recano i colori del corpo. Se voi poteste, entrereste nella guardia svizzera pontificia? Giuseppe La Capra 2D


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IL TEATRINO DELL'AUDIENCE

a soli, in famiglia o in compagnia di amici, che sia di sera o la mattina presto, sia che siamo adulti o che siamo bambini la tv è entrata nel nostro quotidiano. Certamente dal 1925,anno della fabbricazione del primo prototipo ad oggi, di passi in avanti e migliorie la televisione ne ha avuti parecchi, ma la questione sulla quale tutti si interrogano è se porti effetti positivi o negativi culturalmente alle persone. Come afferma la dottoressa Ganci “il problema vero non è la presenza della tv o di Internet, poiché tali strumenti di per sé non sono nocivi ma è il loro uso spropositato e senza controllo da parte degli adulti che ne fa strumenti potenti in grado di sostituirsi alle figure educative”. Pensiamoci bene, quante volte nelle nostre conversazioni ci troviamo a criticare o semplicemente commentare quello che avviene nei programmi trash? Se la risposta è almeno una volta al giorno siete nella norma e non c'è niente di cui allarmarsi, purché accettiate questo sistema povero di cultura che la tv ci sta imponendo. Ok, non bisogna generalizzare : ci sono anche i documentari di gente colta come Alberto e Piero Angela e altri programmi che accrescono la cultura degli spettatori, ma se si fa un rapido conto i “programmi spazzatura” sono molti di più di quelli di informazione. E anche quest'ultimi diventano problematici se si va per esempio ad esaminare i talk show italiani incentrati sulla politica. Trasmissioni che diventano gare a chi sa urlare di più per affermare le proprie tesi invece di discuterne in modo civile e finiscono spesso in di-

scussioni pesanti che spostano l'interesse dall'area politica. In questo aspetto, rientrano tra i colpevoli anche i conduttori che svolgono i ruoli di burattinai usando i loro ospiti per aumentare le audience. Infatti, spesso si può notare come si cerca di avere in contemporanea una coppia oppure un gruppo di personaggi che non vanno molto d'accordo e proprio con loro in studio ci si sofferma su argomenti che creano un dibattito maggiormente acceso. Anche i molti appassionati di sport che magari hanno un televisore solo per guardare il calcio non possono ritenersi esclusi da queste critiche, infatti sin dalle lotte per l'esclusiva delle partite da trasmettere arrivando ai notiziari sportivi tutto subisce un controllo dai capi alti del sistema televisivo. Le informazioni che ti vogliono far arrivare come notizie vengono filtrate e riportate in modo da farvi inclinare più da una parte che dall'altra. Vi siete mai chiesti perché durante la settimana che porta ad una partita importante spesso vengono mostrati tutti i problemi di una squadra ed evidenziati i punti di forza dell'altra? Se la risposta è negativa, potrebbe essere il momento di iniziare a chiederselo per capire in quale modo la televisione esercita il potere di orientare e manipolare il giudizio degli ascoltatori. E questo riguarda anche i telegiornali che sono diventati più che altro una carrellata di morti, tragedie e violenza che ,come sostiene Ganci ,“stimolano i nostri istinti primordiali e finché la legge regina del mezzo televisivo sarà lo share è dura la

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possibilità di anteporre notizie più sobrie ed educative”. Errorre fatale sarebbe però demonizzare la televisione dato che anche senza di essa i problemi di informazione viaggerebbero su altre piattaforme come quella dei social network, tra i quali Facebook, che è in prima posizione per condivisione di notizie. D’altra parte la tv come afferma RIOBLOG anche se “mostra la realtà che vuole lei”, ci porta le notizie in tempo reale e “azzera le distanze” così da vedere immediatamente le cose che si stanno svolgendo e soprattutto attraverso documentari ci fa “vedere, sentire e capire” cose stupende. Noi, tutto sommato non possiamo fare quasi niente dipendendo dalle scelte dei grandi che stanno dietro questo potente mezzo di informazione e comunicazione chiamato televisore ma possiamo ridurre la quantità di tempo che passiamo a guardarla. Per fare cosa? Leggere un libro o un quotidiano cartaceo dei quali al giorno d'oggi si sta perdendo il significato. Leggere online è magari più comodo perché accessibile ovunque e meno costoso, ma l'odore di libro nuovo e la sensazione di sfogliare le pagine di carta tra le dita difficilmente possono essere sostituite. I libri non si perdono e non vengono rubati, i libri anche se danneggiati non danno problemi di lettura, i libri non necessitano di essere eliminati perché “memoria insufficiente”, i libri possono essere scambiati, i libri possono salvare la tv. Come? Magari vedendo un calo di ore passate davanti alla tv e un calo di spettatori il sistema piano piano passerà dalle cose


trash ai programmi culturali che arricchirebbero il sistema e ci lascerebbero qualcosa

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dentro quando si spegne la televisione per andare a dormire.

Gabriele Ripandelli 3D

È LA SIR LA SQUADRA CHE AMIAMO

n finale di stagione amaro per la Sir Safety Conad Perugia, che sfiora lo scudetto in una finale agguerritissima contro la DHL Modena. Hanno giocato da veri guerrieri i Block Devils ma nonostante ciò non sono riusciti a battere la squadra della presidentessa Catia Pedrini che, dopo aver vinto al Pala Evangelisti per 3 -2 ed essersi portata avanti 20 nella serie, ha dovuto faticare non poco per aggiudicarsi il tanto agognato trofeo vincendo 15-13 l’ ultimo parziale. Adesso, a stagione finita, ai tifosi ed alle circa 6000 persone (tra perugini e “colonna del nord”) non rimane che ricordare questo campionato e questi playoff come un miracolo sportivo, o quasi. Come mai definisco questa stagione quasi un miracolo sportivo? Ho solamente guardato quello che questa squadra è riuscita a costruire da metà regular season fino alla finale playoff. Tutto cominciò da un evento che ha fatto molto scalpore tra i tifosi: Il cambio di allenatore avvenuto a metà dicembre. Con l’addio di Castellani la squadra si ritrovava sfilacciata e poco coesa, ma soprattutto si ritrovava sotto la guida di un coach molto esigente, che richiedeva ai giocatori un tipo di gioco diverso da quello adottato dal tecnico precedente: Slobodan Kovac (chiamato da tutti Boban Ko-

vac). Ovviamente i giocatori hanno sentito molto questo cambio, un po’ perché si trovavano bene sotto la guida di Castellani, un po’ perché non gli sembrava giusto mandare via senza alcun preavviso un allenatore, che comunque stava facendo del suo meglio, un po’ per il carattere difficile di alcuni di loro. Questo si vedeva molto nel loro modo di affrontare le partite. Come se non bastasse, oltre al malumore che regnava tra gli atleti, si aggiunsero una lunga serie di infortuni causati probabilmente dalle numerose partite disputate in poco tempo. Tutto ciò ha portato ad un deludente quinto posto in classifica (complice la sconfitta al Pala Banca contro, l’ultima classificata, l’ Lpr Piacenza). Cominciati i playoff sembrava che la squadra si fosse ripresa dalla batosta rimediata in regular season, portandosi avanti 2-0 nella serie contro Verona (rivale storica nei quarti di finale). Nonostante il vantaggio, Verona non si dà per vinta e riporta la serie sul 2-2. Dopo questa rimonta ormai le persone che credevano nella vittoria di gara 5 al Pala Olimpia erano veramente poche (Sirmaniaci esclusi, loro non hanno mai smesso di credere nei loro giocatori), ma è proprio a Verona che si vede il vero volto della Sir Safety Conad Perugia. Infatti, dopo una partita estenuante vinta al tie-breack

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(17-15 l’ultimo parziale), con lo stupore di tutti, Buti e compagni guadagnarono l’accesso alla semifinale, questa volta contro la prima classificata in campionato e terza classificata in champions league: Cucine Lube Banca Marche Civitanova. In questa parte dei playoff la Sir ha espresso il suo miglior gioco vincendo nettamente la serie per 3-1 vincendo nettamente le partite in casa (grazie anche alla grande atmosfera che il popolo perugino sa regalare in questi eventi) entrambe per 3 -0. In finale poi sappiamo tutti come è andata, ma non è questo l’ importante. L’ importante è che questa squadra è riuscita a riportare la pallavolo di alto livello a Perugia conquistando, oltre che il titolo di vice campioni d’Italia, un pass per la Champions League 2016-2017. Tutto ciò non sarebbe stato possibile a mio parere senza l’ aiuto dei Sirmaniaci, loro, non hanno mai abbandonato la squadra, nemmeno nei momenti più bui, e hanno macinato chilometri e chilometri anche se sapevano che la squadra per la quale tifavano aveva poche chance di vittoria, mettendoci sempre la voce e il cuore. Potrebbero sembrare poco importanti (alla fine non scendono loro in campo, mi hanno spesso detto) ma sono fondamentali. Elisa Massettini 2F


STARCUP: DOVE LA SQUADRA DIVENTA LA TUA FAMIGLIA

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ara Starcup, un altro anno è già passato, ti si aspettava con ansia e sei riuscita anche quest'anno a dare grandi soddisfazioni. Purtroppo, già te ne sei andata ma ti ringrazio a nome di tutti gli atleti per quello che hai lasciato. Quattro giorni pieni di sfide in cui ci siamo messi in gioco lottando su ogni pallone, lottando per ogni centimetro di campo. Squadre formate magari da giocatori che non avevano mai giocato a calcio ma messi in comune da un gran senso d'appartenenza, giocatori che dopo la favola Leicester sognavano di alzare la coppa per dimostrare al mondo che esistevano anche loro e che anche loro valevano qualcosa. Magari molti hanno reso meno di quello che si sarebbero aspettati o non sono riusciti a raggiungere quegli obiettivi prefissati, però proprio per questo sei un torneo diverso dagli altri, un torneo in cui l'amicizia è il primo concetto, in cui si vince o si perde insieme e il gruppo costituisce una sorta di famiglia, una sorta di tutt'uno e anche una sconfitta si affronta con il sorriso. Il tutto viene regolato dalla parrocchia con l'importante funzione di punto di ritrovo per ragazzi essendo anche un torneo che si collega, durante tutto l'anno, ad un percorso di crescita religioso in gruppo di ragazzi, gestito da animatori che cercano di avvicinarli a Gesù e alla Chiesa. La mia esperienza è stata favolosa: partita in una notte mezza estate quando già si fantasticava sul percorso che si sarebbe svolto e con le solite chiacchiere da bar si abbinavano i pezzi che avrebbero costituito quel bel-

lissimo puzzle rossoblù chiamato Dinamo. Si è dovuto salutare qualche componente che per quest'anno ha deciso di non partecipare e pensare subito a come poterlo sostituire come se fossimo dei veri dirigenti sportivi sotto l'ombrellone in pieno agosto. Il passo successivo è stato quello di creare il gruppo sia dal punto di vista di squadra in campo che di quello di amici fuori. Si è iniziati a uscire il pomeriggio tutti insieme e a fare attività che avrebbero potenziato l'intesa. A dire il vero, ci conoscevamo già da qualche anno e si andava abbastanza d'accordo anche se per qualche componente eravamo un gruppo un po' inusuale. Con l'arrivo dell'inverno sono diminuite le uscite dato l'accrescersi degli impegni scolastici e il tempo che non sempre ci assisteva, ma una parte della squadra continuava a giocare insieme ogni domenica in una palestra di Perugia per quel torneo chiamato Oratorio League. Ci si allenava due volte a settimana chi poteva e posso affermare che l'unica persona che c'era sempre e dava tutto anche in allenamento era un mio amico che giocava esterno. Gli allenamenti non erano molto duri ma sono stati parte fondamentale di un'esperienza che ,ripeto, per me è stata straordinaria e ogni partita con la fascia da capitano al braccio mi ha fatto crescere. Bisogna dire che però due problemi di percorso ci sono stati ovvero le costanti discussioni se prendere un'altra persona in squadra oppure no e chi sarebbe potuto essere costui e soprattutto le amichevoli. Da quello che si diceva durante la settimana

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ne avremmo dovute giocare una decina, mentre alla fin fine se ne sono giocate solo due: erano problemi organizzativi, molte volte per le altre squadre, che dicevano di non potere all'ultimo momento ed altre perché a noi mancava il portiere o perché alcuni erano impegnati. Tra l'altro per il portiere per il centrale di difesa sarebbe stato l'ultimo anno che avrebbero giocato a questo torneo e quindi ci tenevano molto. Il rapporto con quest'ultimo per me è stato un'esperienza di crescita: lui con un anno in più, non fortissimo tecnicamente ma che in campo sapeva sempre dire la sua e farsi valere dato la grinta che metteva su ogni contrasto e la non paura di fare fallo se serviva per impedire il gol. Certo magari non chiamava le marcature, ma ti dava sempre quella sicurezza che ti faceva rischiare la giocata come per dire “tranquillo, ci sono io che ti dò la copertura”. Per non parlare di quanto riusciva a tirarti su di morale fuori dal campo, con la sua eterna voglia di scherzare e ridere. Beh, devo dire che il prossimo anno mi mancherà! Poi, Starcup, non ti si può descrivere in poche parole: basta pensare alle diverse emozioni che fai provare ad ogni partita: noi personalmente siamo passati in continuazione da uno stato di rabbia per partite che potevamo vincere ed invece sono finite a favore degli avversari e momenti di pura allegria perché abbiamo ottenuto risultati positivi e che magari da un certo punto di vista non ci aspettavamo né noi né gli altri. E' stato il primo anno che invece di andare all'Argiocup si finisce alla


Starcup, quindi grandi sfide e grande ansia per come doveva andare il torneo: alla fin fine due pareggi ed una sconfitta e la mentalità del prossimo anno che punterà a fare ancora meglio e magari approdare ai quarti o chissà in semifinale. Ma le cose belle non sono solo i momenti di gara: i discorsi del mister prima delle partite che ti gasano tantissimo perché sai che è lui che decide se giochi o meno e perché parte del livello a cui sei arrivato ora lo devi anche a lui, i momenti di preghiera e testimonianze che anche se magari a molti ado-

lescenti non piacciono lo staff è riuscito a renderli bene. Questo è il calcio che piace: le sfide al di là dell'agonismo. I tre valori fondamentali che questo torneo insegna: il gruppo ,di persone che hanno uno stesso obiettivo ed ognuno si mette a disposizione dell'altro, i sogni e il mettersi in gioco, che ti danno la voglia di cercare di renderli realtà e dare tutto per raggiungere l'obiettivo. Poi il bello non è solo per chi gioca ma anche per chi viene a vedere perché lì ci sta un micro mondo diviso in varie squadre e

nella maggior parte delle quali si ha un amico che si andrà a vedere, contro il quale si giocherà o che quando lo si incontrerà fuori dal campo ci si scambierà due parole e qualche battuta. Per questo invito chi ancora non ha giocato a provare il prossimo anno a partecipare perché è un'esperienza da cogliere al volo e che dopo la maggiore età non si può più sfruttare. E se è vero che l'attesa del piacere è essa stessa il piacere, iniziamo a prepararci per il prossimo torneo perché sicuramente, come dice l'hashtag di quest'anno, #weneedit! Gabriele Ripandelli 3D

ARROSTO DI RANA PESCATRICE CON ASPARAGI E PISTACCHI

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oncludiamo questo ciclo scolastico con una ricetta tipica delle regioni meridionali del Mediterraneo dove è diffuso l’uso del pesce Mondate gli asparagi, eliminate la parte bianca del gambo più dura e fibrosa e tuffateli in una casseruola piena di acqua bollente salata. Quando saranno diventati teneri, ma senza essere troppo morbidi, scolateli e passateli immediatamente sotto il getto di acqua fredda per bloccarne la cottura. Frullate nel mixer uno spicchio d’aglio, i pistacchi e la maggiorana. Mescolate questo composto con il pangrattato, l’olio di oliva e la scorza di limone. Aggiustate di sale iodato e pepe. Private la rana pescatrice dell’osso centrale e farcitela con gli asparagi e il trito precedentemente preparato. Arrotolatela stretta e avvolgetela con le fette di pancetta. Legate il tutto con lo spago da cucina e trasferite in una pirofila in cui avrete versato 3-4 cucchiai di olio, 1 bicchiere di vino bianco, uno spicchio d’aglio e altra maggiorana. Cuocete nel forno già caldo a 180° per circa 25-30 minuti, irrorando di tanto in tanto l’arrosto con il fondo di cottura. Sfornate, eliminate lo spago da cucina e servite. Alessandro Leone 2F

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ove mesi… Nove mesi dentro di te, senti il suo battito, lo senti attaccato al tuo cordone, lo senti aggomitolato, senti ogni movimento, senti il suo scalciare quasi come a volersi far sentire, a dimostrare che anche lui c’è ed è parte di questo mondo. Lo senti legato a te, il suo sangue è il tuo. È parte di te. Sei troppo legata a lui, a quella piccola creaturina, a quella vita a cui tu hai dato la possibilità di sbocciare. Già. Tu. Tu e nessun altro. Quel bambino è frutto di te, del tuo corpo. Perché l’hai fatto? Perché hai scambiato i soldi con la vita? Quei soldi non valgono il suo battito, il suo essere parte di te, quei soldi non valgono i suoi pianti, i suoi occhi così innocenti, il suo filo di voce che dice “mamma”, i suoi sogni. Quei soldi non valgono il suo primo giorno di scuola, i suoi abbracci in una giornata di pioggia.

FOR SALE

So come ti senti, vorresti dire a tuo figlio che non l’ hai abbandonato, che in ogni singolo istante senti dentro di te il suo battito veloce. Vorresti dirgli che quel giorno, quando hai sentito per la prima volta il suo pianto, saresti voluta correre via, con lui, lontano da tutto e da tutti. Vorresti dirgli che non è colpa tua, è colpa del mondo, di un mondo che costringe donne a vendere se stesse per sopravvivere. Un mondo al contrario. Madri rubate, vite rubate. Ti è stata strappata di dosso una parte di te, non il cuore o un polmone, ma una parte essenziale… la tua stessa Vita. E magari avrai pensato che in fondo non stavi facendo del male a nessuno. Tu avresti potuto sfamare la tua famiglia per qualche altro mese, loro avrebbero potuto realizzare il sogno di sempre. Il tuo bambino sarebbe stato coccolato, avrebbe avuto una vita migliore della tua…tante

possibilità…tanto amore. Ma quello non è amore. Una Vita non può essere comprata. È la vita che facciamo parlare. Perché è la vita che inevitabilmente ci sbatte in faccia la verità, anche quelle verità che non si vogliono guardare. Perché è la Vita, quella fatta di lacrime e sangue, che ci dimostra che c’è un limite oltre il quale l’uomo non si dovrebbe spingere. Perché è la vita che grida, senza compromessi, che la legge deve proteggere l’uomo e non spingerlo verso la distruzione e condannarlo al peggiore degli incubi. Amore non è sfruttare l’utero di una donna. Amore non è strappare un bambino alla propria madre. La maternità surrogata è mercificazione delle donne, di quelle donne più deboli che per ragioni meramente economiche sono costrette ad affittare il proprio utero come si trattasse di un appartamento o un garage. Benedetta Tedeschi 3F

AUSMERZEN

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ome possiamo vincere se i pazzi possono essere re?” Muse – Knights of Cydonia. 1940,Kaufbeuren. Il dottor Hoffmann camminava nel corridoio bianco e freddo del reparto numero 5: bambini dai 4 anni in su. Il suo turno era terminato, ma il dottore sarebbe rimasto altri dieci minuti, come d’abitudine. A fine giornata osservava compiaciuto i pazienti e il loro spegnersi lento, l’apatia con la quale molti affrontavano

rassegnati gli ultimi giorni della loro vita, quando finalmente capivano che i pianti erano inutili e le preghiere ancora meno. L’unico Dio a cui potevano rivolgersi quei deformi disgraziati era lui, lui stesso! Era suo il compito di decidere delle loro vite, lui che era orgoglioso di poter aiutare lo Stato in una così nobile e necessaria missione. Garantire un futuro libero da parassiti. Ripulire la razza. Un flebile lamento proveniente dalla stanza direttamente alla sua destra si sovrappose al rumore dei suoi passi. Hof-

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fmann aprì la porta quanto bastava per intravedere la figura pallida e smunta di un bambino steso su un piccolo letto. Poteva sembrare matrimoniale in contrasto con i suoi arti rachitici. “Ho… fame…” ripeteva il piccolo come un mantra. I suoi occhi vitrei fissavano il vuoto e mosse il capo in tutte le direzioni quando Hoffman disse: “Quando hai mangiato l’ultima volta?” “Stamattina..” sussurrò il bambino cieco. “Oh, anche troppo.” Il dottore


chiuse la porta della camera. Eliminare i mangiatori inutili. Quando Hoffmann tornò a casa sua moglie non lo abbracciò. Aveva esordito con il solito “Amore, sono a casa!” e si era anche trattenuto dal calciare quell’odioso gatto che sua figlia continuava a portare in casa, nonostante il chiaro divieto del papà. Solo lei, la piccola Stephanie, sembrò accorgersi della sua presenza. Gli saltò addosso e il padre, ridendo, le scompigliò i riccioli biondi. Christine invece non si era scomposta. Era ai fornelli e mescolava quel che dall’odore sembrava un minestrone. Hoffmann si avvicinò e le mise una mano sulla spalla. “A tavola, è pronto” disse lei, sfuggendo ai suoi occhi. Il marito le accarezzò una guancia costringendola a voltarsi verso di lui, poi mormorò: “E’ successo qualcosa?” Si scambiarono un lungo sguardo. “Te lo dirò dopo,” rispose lei, “Ora mangiamo.” Cenare insieme alla famiglia senza scambiare una parola era irritante. Una donna che sta zitta è sintomo di brutte notizie, aveva imparato. E lui aveva due donne in silenzio di fronte a sé. Si schiarì la voce. “Buono questo pane! E’ ancora caldo, lo hai fatto oggi tesoro?” “Lo ha portato la signora Schmidt. Mi ha pregato di chiederti come sta suo figlio,” rispose Christine. “Chi? Il cieco con i capelli neri?” La moglie lo fulminò. “Hans.” “Scusa,” disse lui cercando di trattenere un sorriso. “Sta bene.” “Bene in che senso?” “Bene.” Il tono di Hans non ammetteva repliche e Christine cambiò discorso:

“Stephanie, dì a tuo padre cosa devi dirgli.” La bambina annuì, posò il cucchiaio nel piatto e sentenziò: “Voglio una sorellina.” Hans sbuffò. “O un fratellino, è lo stesso” riprese la bambina, meno sicura di se stessa. Il padre si pulì la bocca con un fazzoletto. “Stephanie, ne abbiamo già parlato. Un altro figlio è una cosa seria e..” “Lascerò andare il gatto,” lo interruppe la piccola. “Te lo prometto papà…” Christine sbatté la mano sul tavolo. “Stephanie! Smettila di piagnucolare!” Lo scatto improvviso della madre lasciò interdetti gli altri due. Hans la guardò stupito mentre lei si passava una mano sul viso e poi, riacquistata la calma, disse: “Digli l’altra cosa a papà. Quello che mi hai chiesto oggi.” La bambina tirò su col naso. “Che vuol dire ‘gassati’?” Hans rimase col cucchiaio a mezz’aria. “Come hai detto?” “Cosa vuol dire che degli uomini vengono gassati? La maestra ha detto di chiederlo ai genitori.” Hans si alzò di scatto e la sedia si ribaltò. “Niente. Non esiste, non- è una parola che non esiste!” bofonchiò. Christine vide lo spavento negli occhi della figlia e la prese per mano accompagnandola fino alle scale. Le bisbigliò qualcosa e subito dopo Stephanie salì in camera sua. Il dottor Hoffmann misurava la stanza con passi frenetici. Christine si mise a sparecchiare. “La sua maestra. Non mi è mai andata a genio quella donna… Devo- Devo fare qualcosa..” “Cosa? Ucciderla?” sbottò la moglie. Hans si fermò. Christine gli

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passò davanti con la tovaglia in mano, senza degnarlo di uno sguardo. Lui seguiva ogni suo movimento mentre lei sbatteva il panno fuori dal balcone. “Ah, è per questo che sei arrabbiata,” disse Hans. “Ancora questa storia, sempre la stessa storia, ma è possibile che tu sia così testarda, donna?” Silenzio. “Ho finalmente un lavoro decente, perché non riesci ad essere contenta per me?” incalzò lui. Christine strinse la mano in un pugno. “Contenta che mio marito sia un assassino?” Quelle parole sprezzanti non sembrarono ferire Hans. Al contrario. “Gli assassini vanno in galera, io non faccio niente contro la legge, sto eseguendo gli ordini del nostro capo, da bravo cittadino! Sono un dottore, ho forse il lavoro più rispettabile che si può trovare. Lo capisci?” Christine deglutì. “I dottori curano. Tu…” Lo schiaffo risuonò secco e bruciante. La guancia della donna stava diventando rossa e lei se la coprì con la mano, un po’ per il dolore, un po’ per nascondere la lacrima che non era riuscita a trattenere. Hans le prese le spalle e, come se niente fosse successo, continuò: “Tutti in quel manicomio curano, curano il nostro Stato, che è l’unica cosa importante, lo capisci? Grazie al nostro lavoro tua figlia avrà meno possibilità di mettere al mondo uno storpio parassita! Stiamo curando la razza, Christine, stiamo curando il futuro.” La mano della moglie ora copriva quasi tutto il viso. Piangeva. “E vuoi sapere come sta il figlio della signora Müller? Sta


morendo! Sta bene! Le sue sofferenze termineranno solo se cesserà di esistere, capito?” Hans sentiva le spalle della moglie sussultare ad ogni singhiozzo. Sospirò. Non riusciva a vederla così. “Vieni qui,” mormorò, abbracciandola. Lei non si oppose. Rimasero così per qualche secondo, poi Hans, stavolta con tono basso e misurato, ricominciò: “Ci pensi mai a tuo fratello? Lo mantiene lo stato. Lui combatte per lo Stato, rischia la vita per Hitler, quindi lui gli procura cibo volentieri. Acqua, medicazioni, armi. Invece cosa fanno i disabili per lo Stato? Niente, ma dobbiamo sfamarli lo stesso. Ti sembra giusto?” Christine farfugliò qualcosa nella camicia del marito bagnata dalle sue lacrime. “Cosa?” chiese lui. “Parli come i manifesti”, ripeté lei alzando la voce. “Certo. I manifesti hanno ragione. E’ questo quello in cui dobbiamo credere”, ribatté Hans senza neanche pensarci. “Che diciamo a Stephanie,” disse lei tra sé e sé. “Ci penserò io. Parlerò con la maestra. Stupida gente. Se iniziano a mettere in giro queste voci crollerà tutto.” Erano seduti a tavola con due tazze di tè davanti. Hans stava soffiando sulla superficie del liquido quando lei disse: “Perché non vuoi un altro figlio?” Hans socchiuse la bocca e aggrottò le sopracciglia. “Dì la verità.” Il marito bevve un sorso di tè. Si bruciò le labbra. Fece una smorfia. Prima che potesse

rispondere, Christine prese di nuovo parola: “Non tirare fuori il problema dei soldi. Il tuo lavoro è il migliore in giro, no? E io sono giovane. Hans, per favore.” Gli prese la mano. “Voglio un bambino.” Lui guardava fuori dalla finestra. “Io so perché fai così. Hai paura. Tutti i giorni hai a che fare con bambini malati e… hai paura perché non sei convinto di quel che ti fanno credere, che non è solamente legato alla genetica e – “ Hans le stava stringendo il polso tanto forte da lasciarla interdetta. Intrecciò la mano tra i suoi lunghi capelli e la baciò. Tutta la notte. Nei mesi successivi Hans non ricevette altro che congratulazioni. In ospedale, alla stazione, al mercato. “Congratulazioni! Padre per la seconda volta?” e “Auguri e figli maschi!” e ancora “La ringrazio per il suo contributo, dottor Hoffmann. Quest’anno abbiamo incrementato il numero di ben 400 morti rispetto all’anno scorso.” Ma la sua gioia durò ben poco. Il bambino nacque dopo 7 mesi. Hans non lasciò per un secondo la mano di Christine nella sala da parto. Videro il piccolo e piansero; le infermiere sapevano che non erano lacrime di felicità. Il medico diagnosticò il neonato affetto dalla sindrome di Down. Quando lo disse ad Hans, quest’ultimo strinse i pugni e serrò la mascella. “Ma non si preoccupi signore, abbiamo centri specializzati dove il suo bambino può..” Hans sfogò tutta la sua rab-

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bia prendendo a botte quel povero dottore. Due uomini in camice bianco vennero in soccorso poco dopo. Trascinarono di peso Hoffmann fuori dall’ospedale. Si dimenava dalla stretta degli infermieri e urlava parole incoerenti insieme al nome di sua moglie. Provò a rientrare ma non c’era verso, allora prese a correre in direzione del manicomio. Fece appena cento metri prima di accorgersi che non ce l’avrebbe mai fatta ad arrivare a piedi, quindi prese il primo autobus. Entrò nel manicomio e si diresse subito all’ufficio del direttore. Spalancò la porta. Il direttore rimase a bocca aperta nel vedere il distinto dottor Hoffman tutto sudato, col fiato corto e le mani sporche di sangue. “Hoffmann, santo cielo…“ sussurrò. “E’ nato… mio… figlio.” farfugliò Hans tra un respiro pensante e l’altro. “E?” “E… Ed è…” Hans fissava una crepa sul muro di fronte. Deglutiva ripetutamente, ma il nodo alla gola non dava segno di svanire. Il direttore capì. “La vita fa brutti scherzi”, disse dopo un lungo silenzio. “Portamelo il prima possibile.” Hans scoppiò a piangere.

Ci rendiamo conto della gravità delle situazioni solo quando capitano a noi. Mi chiedo come sia possibile ritenere una “soluzione” giusta quando oltrepassa nettamente i principi morali di base dell’uomo. Margherita Rossi 3A


VITE INDEGNE DI ESSERE VISSUTE 18 luglio 1939 E' una bellissima giornata di luglio, un po' nuvolosa, i raggi del sole illuminano delicatamente ogni cosa facendo sembrare la città come immersa in una nuvola. Sono proprio così le giornate che mi piacciono di più. Il mio passatempo preferito è mettermi dietro alla persiana ed ascoltare i rumori della città e poi ritirarmi nella mia scrivania per scrivere storie estrapolandole dai suoni che ho sentito un attimo prima. Quanto amo scrivere racconti: è l'unico modo che ho per fuggire dalla realtà, per sentirmi qualcun altro. Non sono più Johanna, la ragazzina storpia di tredici anni,ma chiudo gli occhi e divento Hanna, la novella sposa nel giorno più gratificante di tutta la sua vita, oppure Bruno, il panettiere, che dopo una stressante giornata di lavoro torna nella sua beata dimora e riabbraccia dolcemente i suoi bambini. Senza che me ne sono accorta, guarda un po', si è già fatta sera, tra poco mi vengono a prendere per la cena... Come mi piacerebbe un giorno riuscire ad alzarmi da questa stramaledetta sedia correre giù per le scale, prendere la mia sorellina Rosa per mano e andare a fare una passeggiatina in paese e magari, giocherellare a campana come fanno i miei amici sempre. Guardo con odio questa specie di moncone rigirato che io impropriamente chiamo gamba, è inutile ed ingombrante, sarebbe quasi meglio se non ci fosse per niente. Con la mente torno indietro a quando ero ancora piccolina prima ancora di andare a scuola, quando ancora

non mi rendevo conto del mio essere 'speciale' e pensavo che sarebbe stata solo questione di tempo e che anche io, come i miei genitori e mio fratello, avrei potuto camminare e correre per le vaste praterie della Baviera. Ogni giorno è più difficile stare con loro, mi rendo conto di essere un peso sempre maggiore per la mia famiglia. Vedo gli occhi ormai stanchi di mia mamma, guardarmi sì con la stessa dolcezza di sempre, ma mi chiedo se mai un giorno quella stanchezza possa prevalere del tutto sulla tenerezza che prova nei miei confronti. Mio padre è un uomo buono, dall'aspetto austero, non si scompone mai più di tanto, ma sembra che ultimamente cerchi di incrociare il mio sguardo il meno possibile. Se però c'è la possibilità che questa sia solo una mia impressione, non si può dire lo stesso di Hans, che esprime il suo risentimento verso di me in maniera non molto sommessa. E' cambiato così tanto crescendo e nonostante i suoi diciassette anni è una delle personalità più politicamente attive che abbia mai incontrato; nel sentirlo parlare ti sembra di leggere uno di quei volantini di propaganda. Fa continui riferimenti a quanto io costi alla famiglia del mio essere un peso inutile, e poi le sue battutine cattive, come quando mi chiede di alzarmi a prendergli una cosa e la risata clamorosa nel vedere la tristezza nei miei occhi. Non è sempre stato così, anzi una volta era iperprotettivo nei miei confronti, quando eravamo piccolini l'ho visto sferrare pugni a persone per avermi detto cose molto me-

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no pesanti di quanto faccia lui ora. Non è cattivo, non può esserlo, le persone non cambiano la propria indole, ma sembra proprio che gli abbiano fatto il lavaggio del cervello. Ha dentro di sé una sete innata di vendetta ed è convinto che nel giro di poco la Germania sarà la più grande potenza del mondo, già si è montato la testa. Spero sia solo una fase, ma ho i miei dubbi. Nonostante ciò non posso fare a meno di volergli bene, resta sempre mio fratello. A volte mi sento pure un po' in colpa quando i suoi amici lo prendono in giro per causa mia, ma allo stesso tempo mi sento ribollire di rabbia quando mi rendo conto che quegli scherni si trattano di compassione. Compassione per cosa? Come se a me piacesse essere così! Come se non volessi che le cose cambiassero! Quando mi prendono questi pensieri, decido di ritirarmi in salotto per un poco a giocare con Rosa. Con la sua tenera età di quattro anni mi considera la sorella migliore del mondo e stando con lei mi è possibile essere me stessa e per qualche istante mi sento utile, perché lei mi vede come un modello. E' così bella con quei boccoli castani che le incorniciano le guancette paffute perennemente rosate. La guardo stringere quella sua bambolina e vorrei che non crescesse mai! Ma mi sento egoista a pensare questo, lei crescerà, diventerà una ragazza bellissima, un uomo si innamorerà di lei e se la vorrà sposare e vivrà una vita serena con la sua nuova famiglia. Immediatamente mi prende la paura


che anche lei possa pensare di me ciò che dice Hans, ma poi guardo i suoi occhietti teneri di bambina e mi ripeto che non succederà mai! Lei è la mia unica sicurezza non se ne può andare. O almeno è quello che spero. 11 ottobre 1939 La mia vita procede come sempre, nessuna novità, vado ancora a scuola, i miei genitori sono benestanti e riescono ancora a garantire gli studi a tutti noi, anche se sono consapevole che in caso di mancanze, sarò io la rima a dover rinunciare agli studi. Non che la cosa mi faccia soffrire più di tanto. E' vero che la scuola è l'unica possibilità che ho di frequentare i miei coetanei, ma allo stesso tempo mi fa male stare lì. Diciamo che non ho mai trovato veri amici durante il mio percorso scolastico; i primi anni ho conosciuto qualche bambina, giocavamo bene insieme, ma con il passare degli anni si sono allontanate e sono rimasta progressivamente sola. In più mi sembra che 0gni cosa sia contro di me, persino i testi dei problemi di aritmetica parlano di quanto 'quelli come me' siano un peso, in quanto non potremo mai lavorare ed essere fonte di profitto per lo Stato. Detesto quei momenti, sento tutti gli sguardi dei miei compagno rivolti verso di me, con quell'aria che è di un misto micidiale tra ironia e cattiveria, riescono ad entrarmi dentro nonostante io continui a fissare il foglio senza incrociare le loro frecciatine. Mi dico 'Johanna, non piangere, non devi piangere, nessuno ti vedrà mai piangere.' In compenso oggi ho una visita di routine dal medico il signor Schwarz, un ometto

sulla cinquantina, con gli occhialetti tondi e i modi delicati. Mi è sempre andato a genio il mio medico, mi conosce da sempre si può dire e mi tratta sempre con estrema cura e gentilezza. Benché non possa fare niente per curarmi, con lui mi sento al sicuro. 20 ottobre 1939 H0 passato una notte estremamente inquieta. Mi ero addormentata quando delle urla provenienti dal piano di sotto mi hanno svegliata. I muri della mia casa non sono spessi e lasciano trapelare qualsiasi conversazione che non sia sussurrata. Essendomi appena svegliata non sono riuscita a capire bene l'argomento della vigorosa conversazione: << Finalmente abbiamo la possibilità di fare ciò che è meglio per noi e per la nostra Patria e voi non la cogliete al volo>> sbraitava Hans. << E' pur sempre mia figlia, diamine, non posso lasciarla andare così, senza avere alcuna certezza>> piangeva la mamma. <<Cara, riflettiamo bene, potrebbe essere un'ottima occasione per rendere la sua vita migliore, carpiscilo. Se c'è anche la più piccola possibilità che lei possa guarire, per me vale la pena rischiare>> ribatteva papà, calmo come al solito. <<Fate come volete! Se volete continuare a stare dietro una storpia che non sarà in grado in tutta la sua vita di fruttare un solo marco, non contate su di me>> ringhiava mio fratello, poi è corso in camera sua e ha chiuso la porta dietro di sé sbattendola con tutta la forza che aveva in corpo. La mamma piangeva, ma io non sono riuscita a seguire di più la faccenda ricadendo in un sonno leggero, quasi in uno

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stato di dormiveglia, se si può dire. Probabilmente c'entrava qualcosa quella lettera che è arrivata ieri, del cui contenuto ero completamente all’oscuro. Ma ho l'impressione che ne verrò presto a conoscenza, la mamma sta venendo da me, riconosco bene il suono dei suoi passi stanchi sulle scale. Gentilissimi signori Friedrich, Sono lieto di informarvi che lo Stato Tedesco ha programmato di ampliare il programma di cure sperimentali per persone con malattie mentali, comportamentali e con gravi malformazioni a ragazzi di età anche superiore ai tre anni. Vostra figlia, Johanna Friedrich, rientra nell'ultima categoria precedentemente citata ed è stata giudicata idonea, al trattamento. C'è una piccola possibilità che vostra figlia possa guarire, grazie al forte progresso che la medicina ha compiuto negli ultimi tempi. I rischi sono molti, non lo voglionegare , ma vi assicuriamo che verrà fatto tutto ciò che sarà possibile per rendere vostra figlia una ragazza normale. Con il vostro consenso passeremo a prenderla tra una settimana, verrà trasferita presso la struttura di Kaufbeuren-Irsee, dove avrà inizio il trattamento. Vi porgo distinti saluti, dr. Friedrich Schwarz Non so cosa pensare. Ho paura. Non voglio lasciare la mia casa, il mio Paese, la mia famiglia, nemmeno la mia tanta odiata scuola. Amo la routine, non mi piacciono le sorprese, qui la mia vita è già tutta scritta, se me ne vado tutolo potrebbe cambiare. Magari c'è una piccola proba-


bilità che io torni, ma non è sufficiente. Non sono curiosa di sapere quello che mi aspetta, ma so che dovrò partire. Per quanto tempo mamma riuscirà ad opporre resistenza? É sempre stata di indole debole. In più quel briciolo di speranza che io possa guarire la spingerà a farmi partire. Ma la mia speranza è morta da un pezzo. Questi due arti rigirati non assomigliano lontanamente a gambe, come è possibile che possano avere la forza di sorreggermi? Non vorrei perdermi nemmeno un secondo della crescita di Rosa, che è la cosa più bella che ho. Ora vogliono portarmi via da lei, non possono farlo! Ho esaurito ormai le lacrime, mi rassegno al mio dolore. Mi chiedo: e se hanno ragione loro? Io non sono come tutti gli altri, sono un inutile peso, forse è meglio per tutti che ne vada! E' caratteristica dell'uomo saper camminare, e se io non cammino significa che non faccio parte del genere umano? Forse è così. In molti la pensano così. Ma così dicendo di contraddicono da soli. Un cane senza coda resta pur sempre un cane, un passero che non vola resta sempre un passero, allora perché mai un uomo che non cammina non può essere uomo? Perché loro debbono essere migliori di me? Esisterà un qualcosa che io so fare e loro no! Ma questi pensieri sono inutili, l'unica cosa che posso fare è arrendermi e accettare ogni cosa. Sono come un'insulsa gocciolina d'acqua in oceano, la cui presenza o assenza non comporta alcuna differenza.

25 ottobre 1939 Come previsto mamma non ha opposto resistenza per molto, papà e Hans l'hanno convinta a rischiare. Ora capisco come ci sente prima di un’esecuzione: il tempo non passa mai, i secondi sembrano minuti, i minuti ore, e nella tua testa non fai altro che chiederti quando verranno a prenderti. Come siamo bizzarri noi essere umani, sempre proiettati sul futuro, troviamo la nostra completezza nel successo e nel guadagno. Gli animali vivono così bene concentrati sul presente, noi siamo troppo riflessivi e ogni nostra azione ha un doppio fine. Forse è questa la pena che Dio ci ha dato per compensare la nostra razionalità nettamente superiore agli altri esseri viventi. L'uomo è tendenzialmente egoista e meschino, un misto di orgoglio e presunzione. Sono pochi quelli che non si sentono superiori agli altri e questi vengono letteralmente divorati dalla società. Viviamo in un contesto sociale in cui ci sono alcuni sono considerati superiori ad altri. Questi altri sono deboli e fastidiosi, quindi vanno tolti di mezzo perché diversi. Il diverso non ha diritti pari a quelli degli altri cittadini. C'è chi ha una visione egualitaria del genere umano, ma questa cosa è positiva fino ad un certo punto, quando si arriva all'estremismo, pure in questo caso la situazione può degenerare nell'omologazione. L'omologazione non è un concetto positivo, a mio parere, perché andrebbe a soffocare l'individualità e le caratteristiche dell'individuo. Sogno un mondo in cui siamo tutti uguali, con pari diritti, dove nessuno è considerato migliore dell'altro, ma allo stes-

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so tempo in cui ognuno possa mettere in risalto le proprie caratteristiche personali ed essere apprezzato e non disprezzato per la sua diversità. Mi rendo conto di quanto questo mondo che sogno sia anacronistico e utopico, ma non posso fare a meno di sognarlo. Quando l'umanità smetterà di temere il diverso e comincerà a vederlo come una ricchezza, allora i tre quarti dei problemi che abbiamo scomparirebbero. 28 ottobre 1939 Oggi sono venuti a portarmi via. Sono riuscita ad infilare a malapena due cambi e il diario nella borsa. Mi mancherà ogni cosa della casa in cui ho vissuto ben tredici anni, dalle travi di legno scricchiolanti, al caldo focolare che ci teneva caldi d'inverno. Mi mancherà il canto di mamma mentre fa le pulizie, il profumo del tabacco del sigaro di papà, persino le battute cattive di mio fratello Hans. Non mi ha nemmeno salutato quando me ne sono andata. Si è limitato ad un sorrisetto, ma non un sorrisetto compiaciuto, era ghigno triste, che mi resterà nel cuore per sempre; il suo valore per me è maggiore di mille scuse. E Rosa, la mia piccola Rosa, l'ho stretta forte al petto e una lacrima mi ha rigato il viso. Se mai la rivedrò la riconoscerò a stento per quanto sarà cresciuta. Prima di salire sul furgone che mi avrebbe portato Kaufbeuren-Irsee, ho respirato forte per sentire l'aria di casa scendere giù nei miei polmoni. Ho guardato i vasti campi e, una volta salita nel furgone ho visto il mio paesino scomparire pian piano. Non mi ero


mai allontanata così tanto da lì. Un brivido mi ha percorso velocemente la schiena e ho lasciato che la tristezza prendesse il sopravvento su me. Con me nel furgoncino c'erano un'altra decina di bambini, avevamo diversi problemi, ma in comune lo stesso sguardo sconsolato. Ho parlato con due di loro un ragazzo di quattordici anni, Emmanuel e una bambina di sette di nome Helga. Emmanuel può sembrare un ragazzo come tanti, non ha nulla di diverso dai suoi coetanei . Il suo rendimento scolastico però non è considerato sufficiente e il suo comportamento inadeguato. Gli è stata diagnosticata una carenza di attenzione e iperattività, che lo rendono inadatto ad ogni tipo di attività lavorativa, deve quindi essere sottoposto a questo trattamento. Helga, invece è nata senza una gamba ed era priva di entrambe le manine, e ha lievi problemi di udito. Insomma i nostri casi sono piuttosto simili. É una bambina molto dolce, i suoi occhietti vivaci e teneri mi ricordano quelli della mia sorellina. Una volta arrivati a destinazione ci hanno sistemato in due stanze dividendo maschi e femmine. La stanza è orribile, non ci sono letti solo dei cuscini e delle coperte sporche. Oltre a noi ci sono una dozzina di bambine arrivate delle regioni confinanti con la Baviera. Helga dorme sulle mie gambe, mi sono già affezionata a lei parecchio, sento un senso innato di protezione verso lei. Le passo le dita fra i capelli color paglia districandole qualche nodo qua e là. Domani è il giorno delle visite, così ci hanno detto, ma non voglio pensarci, altrimenti

mi sale il panico. 29 ottobre 1939 Come ci avevano preannunciato oggi era il giorno delle visite: una trentina di ragazzini con il batticuore davanti ad un porta in attesa che il proprio nome venisse pronunciato. Eravamo tutti così diversi ma così uguali allo stesso tempo: chi con qualche ritardo cognitivo; chi, come me, con malformazioni e chi giudicato psicologicamente instabile. Quando è toccato a me sono stata portata nella stanza da un'operatrice, che mi ha lasciato poi nelle mani di due medici in camice bianco. Erano molto diversi dal mio dottore di famiglia, erano giovani e aitanti, molto professionali, ma io coglievo nei loro occhi una luce molto diversa da quella che aveva il dr. Schwarz nei suoi. Per il mio amato medico ero Johanna, la ragazzina che aveva visto crescere, per questi due uomini ero solo una tra tanti, un semplice numero, se è corretto dirlo. Sentivo il menefreghismo nel loro tocco e nei loro freddi commenti riguardanti la mia situazione. In quel momento avrei voluto svegliarmi nella mia piccola stanza con le voci calde dei miei familiari e capire che era soltanto un brutto sogno. Ma purtroppo ero sveglissima, in balia di due sconosciuti che mi esaminavano con lo stesso atteggiamento di quando si visitano gli agnellini prima di Pasqua. Dopo la visita ci hanno diviso nelle nostre stanze, non sono certo di lusso ma più che decenti paragonate a quella dove abbiamo passato la notte precedente. Sono in camera con Helga e una ragazza di nome Margot, che non ha aperto bocca per

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tutta la sera. Da domani comincia la nostra nuova vita, anche se sinceramente vorrei tanto addormentarmi e non svegliarmi più. 5 novembre 1939 E' ormai quasi una settimana che sto qui, i giorni non sembrano passare mai, sono tutti uguali: tante lunghe giornate grige. Ci svegliano la mattina all'alba e restiamo chiusi qui in camera, senza dormire, ci controllano. Poi ci chiamano a volte per ulteriori accertamenti medici. La cosa peggiore dello stare qui è che non sempre ci fanno mangiare, ci sono dei giorni in cui proprio non ci fanno toccare cibo e quando arriva il tanto atteso pasto, è così disgustoso che alcuni preferiscono non mangiare. Ma se non mangi ti puniscono, Helga deve averlo capito bene. Le giornate passano così, tra lezioni, preghiere e visite mediche. Negli ultimi giorni ho legato di più con Margot, è molto timida, ma sa come farti sentire meglio nei momenti in cui hai bisogno. Non sono riuscita però a capire la sua storia, ogni volta che le chiedo qualcosa riguardo alla sua famiglia, il suo paese, vedo i suoi occhi farsi lucidi, si ritira nel suo letto e non dice più nulla; mi piacerebbe sapere di più, ma non voglio essere troppo invadente. Ogni giorno ci danno una mezz'oretta per ricrearci e stare tutti insieme, ovviamente sotto loro osservazione. Ho parlato molto con Emmanuel, mi sento molto legata a lui ora. E' un ragazzo così vivace, simpatico e sveglio! Poi è molto gentile con me. Non ho mai avuto amici maschi nella mia vita, questo


credo sia perché quando sono piccoli,i maschietti fanno mondino per conto loro e poi quando si interessano alle ragazze, lo fanno perché vogliono starci insieme. Ovviamente non li biasimo per non avermi parlato; chi vorrebbe mai fidanzarsi con una come me... A volte ci sto male, vorrei essere considerata carina come tutte le mie compagne, ma ogni sforzo sarebbe vano; anche se impiegassi il mio tempo a sistemarmi i capelli, a cercare di vestirmi carina, chi mai vorrebbe una ragazza senza gambe? Emmanuel è diverso, non mi tratta come uno scherzo della natura, è così disponibile e parliamo così bene. Ho paura che mi sia presa una mezza cotta per lui. Ma è troppo presto per dirlo, poi lo vedo così poco. Helga invece, non fa altro che lamentarsi, piange, cerca la mamma, non mangia nulla di quello che le danno. Gli operatori la puniscono sempre. Torna in cella piena di lividi, io la coccolo e la calmo un po', ma i suoi sonni sono inquieti, la sento singhiozzare, il cuoricino le batte forte e il respiro le si fa affannoso. E' così difficile stare qui, ma ho la sensazione che dovrò abituarmici.

15 novembre 1939 Non ho molto tempo di scrivere qui nella struttura, ma ho paura! Helga questa mattina è stata chiamata per una visita, ma non è più rientrata nella stanza. Temo le sia successo qualcosa di grave. Può darsi anche l'abbiano solo spostata in un'altra stanza, ma ho un brutto presentimento … 16 novembre 1939 Helga non c'è più. Dava troppi problemi. La loro scusa?

Quel giorno non si sentiva bene, ha avuto poi un attacco di epilessia. Io l'ho vista, stava bene, nessun segno di anomalie. Ora che mi guardo intorno ,mi rendo conto che siamo sempre in meno. Sono spariti in tanti, non me ne sono resa conto, perché ogni giorno arrivano furgoncini stracolmi di bambini che ripopolano la struttura. Poi il viaggio. Io sono stata fortunata che il viaggio per arrivare qui fosse corto. Gli altri vengono trasportati per mezza giornata in condizioni disumane, senza mangiare né bere né andare in bagno. Chi è fastidioso viene eliminato. Helga era una bambina scomoda che piangeva sempre, priva di alcuna utilità secondo questi esseri. Io mi chiedo come siano riusciti a farlo, chi potrebbe mai compiere un gesto simile guardandola dritta negli occhietti colmi di lacrime. Probabilmente sapevano a malapena quale fosse il suo nome. Come si può essere così freddi e crudeli! Non riesco a concepirlo. Mi terrorizza il fatto che una persona, una stupida persona, possa avere il potere di privarti della tua esistenza. Chi è quella persona, cosa rappresenta per me ? E' forse Dio? No, Dio è ben diverso. Dio non sarebbe mai capace di simili ingiustizie, ma allora perché permette che possano avvenire? Sto delirando, me ne rendo conto. L'unica cosa che posso fare è pregare; per l'anima di Helga, e per questi individui. Sì loro hanno bisogno delle mie preghiere, perché un giorno possano rendersi conto degli abomini che hanno commesso, ma sarà troppo tardi: la loro coscienza è sporca di sangue. Per quanto

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potranno cercare di tenerlo nascosto durante il tempo che gli resterà da vivere, non potranno mai farlo al cospetto di Dio. 1 dicembre 1939 Mi sbagliavo. Non se ne vanno solo questi fastidiosi. Prima o poi ce ne andremo tutti. Margot, Emmanuel e tutti gli altri, non ci sono più, al loro posto ci sono altri bambini, ma anche questi se ne andranno, tra poco non ci sarà più nessuno. Nessun bambino considerato non adatto sopravviverà, la prossima generazione sarà perfetta geneticamente e pure quelle successive lo saranno, se oggi eliminiamo le mele marce. Esatto, mele marce, ecco come ci considerano in quella che impropriamente chiamiamo “civile Germania”. Non siamo persone. Siamo vite indegne di essere vissute. Non ho altro da dire. Non so quanto tempo di mi resti da vivere, ma non mi voglio illudere, potrebbero venire a prendermi per la “visita” in qualsiasi momento, ora, tra due mesi chi lo sa. Non ho ricevuto nemmeno una lettera dalla mia famiglia eppure cosa non darei per risentire la voce dei miei familiari. Li vedo ogni notte nei miei sogni, ma non è sufficiente. Vorrei stringerli uno ad uno e dirgli, urlargli quanto li amo tutti. Chiudo gli occhi e mi vedo con Rosa mentre gioca con il suo orsetto, poi la guardo negli occhi e non è più Rosa; diventa Helga, mi chiede aiuto, io l'afferro, ormai è fredda, non si muove, è pallida e io non posso fare niente per salvarla. Non dormo da giorni, sono tormentata da incubi. Ci danno così poco da mangiare


che ormai sono pelle e ossa. Sento le costole sempre più in fuori, se mi metto di profilo sembro un foglio di carta. Vorrei che tutto questo finisse, in bene o in male. Ho sempre quella speranza di vedere mia mamma tramite lo spiraglio della porta e la sua dolce voce che dice << Johanna, tesoro, andiamo a casa>>. Ma la speranza è sempre più flebile. 16 dicembre 1939 Mancano quattro giorni al mio quattordicesimo compleanno, ma non ci sarà nessuna candelina da spegnere questa volta. Non so nemmeno se arriverò a compierli. Eccoli. Stanno arrivando, sento i loro passi pesanti percorrere il corridoio. Maledetti bastardi! Vi odio con tutto il cuore, non verrò mai fare questa stupida vis… 17 dicembre 939,KaufbeurenIrsee , Gentilissimi signori Friedrich, siamo desolati nell'informarvi, che vostra figlia Johanna Friedrich è deceduta la mattina precedente, dopo una notte di lunghe sofferenze. Come vi abbiamo anticipato nelle precedenti lettere era gravemente malata di una forma di broncopolmonite acuta. Nonostante le vostre insistenze non abbiamo potuto acconsentire a farvela incontrare, in quanto sarebbe stato rischioso per la salute dei signori stessi. Vi assicuriamo che la ragazza ha letto tutte le vostre lettere, ma non ha potuto rispondere poiché priva di forza alcuna. Abbiamo dovuto cremare il corpo, perché l'epidemia non potesse diffondersi. Vi inviamo le ceneri, affinché possia-

te darle degna memoria. Vite indegne di essere vissute, quanta malvagità in sole cinque parole. Esiste forse un qualcuno di così superiore da potersi permettere di dire una simile atrocità? Apparentemente siamo forti, vogliamo apparire perfetti, non ci soffermiamo mai su quali sono i nostri difetti, ma siamo tutti bravissimi a sottolineare quelli altrui. Non è una predica, ma un dato di fatto. La verità è che dentro ognuno di noi è insicuro. Ci vediamo come un insieme di difetti e per sentirci più forti, cerchiamo di demolire le sicurezze di quelli che sono più deboli, che di problemi ne hanno più di noi. Questo è nella nostra natura. Ma se portato all'estremo, questa ricerca della perfezione, può diventare immorale e quando le cose sfuggono di mano accadono catastrofi. Noi ricordiamo la Germania nazista per l'olocausto, cosa più che giusta, ma non ci soffermiamo mai sulle altre vittime mietute dal regime nazista. Gli psicopatici, le prostitute, gli omosessuali, i disabili, gli zingari e i prigionieri politici che ebbero le stesse sorti degli Ebrei. Non ci ricordiamo quasi mai di loro. Tutte queste persone, non erano più considerate come esseri umani, ma per quale motivo? Molti attribuiscono la colpa di ciò ad un pazzo. Ma un pazzo da solo non può avere tutto questo peso. Senza l'appoggio delle genti non avrebbe mai potuto. Aveva l'appoggio di molti, e molti altri non hanno fatto nulla per limitarlo. Pensare che per fermare il progetto di eutanasia sarebbe

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bastato un giudice, un solo giudice per fermare ogni cosa, dato che non c'era una legge scritta. E le persone comuni che sapevano tutto, come è possibile che ci abbiano fatto l'abitudine. Abituarsi al fatto che a pochi metri di distanza da casa si uccidono persone oggi sembrerebbe un abominio, ma il nostro spirito di adattamento è maggiore di quanto riusciamo a figurarci. Siamo tendenzialmente esseri egoisti, se una questione non ci tocca, non ce ne interessiamo più di tanto. Bisognerebbe creare un maggiore spirito comunitario. Ora la nostra forza sta nella memoria. Nel ricordare affinché non possa avvenire più nulla di simile. E' questa l'importanza che ha la storia, l'imparare dai nostri errori precedenti. Definiamo spesso barbare le popolazioni del passato, ma è o no una barbarie anche questa? Ed è successa meno di un secolo fa. Ho scritto quindi questo racconto in cui mi metto nei panni di una ragazza disabile durante il regime nazista. Mi sono immedesimata molto nella situazione e ho pensato che la miglior cosa che potessi fare per esprimere i miei pensieri fosse scrivere questa storia. Quindi, niente, buona lettura. Sara Tortoioli 3A


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UNO STUDENTE PREISTORICO

on l’ intenzione di diventare paleontologo, dieci anni fa Alessandro Urciuoli Ha intrapreso un percorso di studi lungo e arduo. Dopo aver lasciato i banchi dell’ Alessi, Alessandro ha iniziato il suo percorso di studi a Perugia con Scienze Naturali, ha poi preso una specializzazione a Firenze da dove ha raggiunto Barcellona, la sua ultima tappa di studio. E’ proprio da Barcellona, che abbiamo avuto l’opportunità di intervistarlo. Alessandro dopo aver iniziato lo studio da paleontologo si è specializzato sugli ominidi

vissuti circa 10000anni fa: sono proprio questi studi che lo portano nei luoghi più ambiti dai paleontologi, gli scavi. Alessandro ha infatti partecipato agli scavi in Buya, regione dell’Eritrea .I luoghi degli scavi non sono stati scelti a caso: infatti, come ci ha spiegato Alessandro, i luoghi degli scavi possono essere scelti in due modi molto differenti. Il primo è quello di studiare gli strati del terreno: questo studio permette di approssimare la presenza di reperti e la loro profondità. Il secondo è un metodo molto più empirico infatti consiste nell’andare a scavare in zone

dove gli abitanti hanno casualmente trovato reperti. Secondo Alessandro il lavoro degli scavi è molto faticoso infatti non consiste solo nel cercare i reperti ma anche nel catalogarli per età e tipologia. Nonostante la fatica di queste attività Alessandro è intenzionato a concludere i suoi studi per poter scoprire qualcosa di grandioso e chissà se i suoi sforzi saranno ripagati con un “anello mancante”. In bocca allo Smilodonte! Mario Bucaneve 2F

PRIMI PASSI NELLA VITA UNIVERSITARIA

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a circa un anno è finita la mia lunga avventura scolastica. Dopo

anni di scuola, ho deciso di continuare il mio percorso con l'università e, da ex scolara, vi racconto alcuni degli importanti cambiamenti che ho trovato in questo nuovo mondo. Ora sei “Lei” Il primo giorno che sono entrata in aula, sono rimasta sorpresa da una piccola parola di tre lettere con il quale il professore si è rivolto a me: “Lei”. Con questo “lei” mi sono sentita trasformare: dalla fase adolescenziale a quella matura. Si crea un rapporto alla pari che dà una sensazione di sicurezza. Il passato è passato. Non importa se uscirete dalla maturità con un voto altissimo o con un voto

bassissimo, se nel vostro percorso avete avuto piccole défaillance che vi hanno un po' rallentato o se siete stati sempre dei geni. Si ricomincia tutto daccapo. Potrete farvi conoscere per la persona che siete veramente e finalmente essere compresi o, semplicemente, confermare quello che siete sempre stati. Siete liberi dalle catene del passato e dai brutti pregiudizi che la gente ha creato (o avete creato) di voi stessi. La libertà è una cosa nuova. Essere maturi comporta sapere fare delle scelte ed esserne consapevoli. Mentre nella vita scolastica c'è sempre stato chi ha scelto per voi quando studiare, quando verificare, quando svagarsi, ora avete in mano tutto il

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mazzo di chiavi per poter decidere quando e dove entrare. Finalmente vi specializzerete nella materia che più vi piace, e lascerete indietro quelle che vi sono interessate di meno. Avete la libertà di scegliere quando studiare ed essere totalmente liberi di spendere il vostro tempo anche in altre attività. I primi tempi capita di giocarsi questa libertà come non ci fosse un domani (o costantemente in ansia e attaccati alle pagine, o “fra 2 giorni ho l'esame e non ho ancora comprato i libri”). Ma niente panico, l'autonomia è una cosa nuova per noi vecchi liceali e dobbiamo capire come gestirla al meglio, anche sbagliando. Fidatevi di voi stessi. Un ultimo consiglio, anche se


scontato: scegliete la facoltà che vi piace. Non la meno peggio, ma quella per la quale sentite un forte desiderio di appartenenza. Altrimenti si rischia di vivere l'università con scarso interesse e quindi ottenendo scarsi risultati che vi faranno demoralizzare e forse abbandonare la strada degli studi; oppure vi accorgerete

troppo tardi di aver scelto una strada non vostra e di aver perso tempo. Seguite la vostra passione, anche se negli ultimi tempi ci sono tanti ragazzi che hanno scelto la strada dell'università, non è detto che sia la scelta giusta anche per voi. Non vi fate ingannare da chi vi dice che con la laurea in “x” non ci

farete un bel niente. Porterete con voi la soddisfazione di aver fatto quello che amavate piuttosto che rimpiangere di non aver avuto quel coraggio in più per realizzarvi. Buona (e tanta) fortuna! Ex studentessa dell'Alessi.

COME AFFRONTARE AL MEGLIO GLI ESAMI PRIMA PROVA

Ricordati di portare    

Un documento d’identità L’orologio Il vocabolario! Cibo e acqua

E Attenzione: 

Non dimenticare TITOLO e DESTINAZIONE E ricorda che una buona calligrafia può fare miracoli!

SECONDA PROVA

TERZA PROVA

COLLOQUIO

Porta tutto quello che ti  Un documen-  Vocabolari serve per la teto d’identità  Calcolatrice sina  L’orologio non program Cerca di avere  Cibo e acqua mabile un cavallo di  Orologio ...ah, forse una  Generi di con- battaglia per ogni materia forto calcolatrice  Sii pronto a SCRIVI (non programgiustificare BENE E mabile!) poeventuali svarioni degli scrittrebbe esserti PIANIFICA IL ti utile LAVORO Preparati delle risposte alle seCOSA FARE DAVANTI AI guenti domande: COMMISARI ESTERNI  Perché hai 1. Non masticare la gomma scelto questo 2. Vestirsi bene argomento? 3. Non guardare con occhi  Cosa vorresti fare da grandi sfida de? 4. Non arrivare in ritardo

Ricordati di portare

Ti serviranno:

5.Evitare frasi imbarazzanti

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Ecco alcune vignette ed aforismi per coloro che quest’anno dovranno affrontare gli esami di Maturità. Speriamo di farvi ridere un po’ 

Ricordati: noi non invecchiamo; maturiamo! Snoopy, I Peanuts

Gli allievi mangiano ciò che i professori hanno digerito (Karl Kraus)

Maturare non è altro che il processo attraverso il quale si scopre che tutto ciò in cui credevi da giovane è falso mentre tutto quello a cui ti rifiutavi di credere in gioventù risulta vero. (Carlos Ruiz Zafón)

Adulto. dal lat. [adúltus] crescere. I latini non vedevano la maturità come un traguardo, ma come un percorso. Lungo una vita. #parolecheamo (Guidofruscoloni, Twitter)

Gli esami sono vicini e tu sei troppo lontana dalla mia stanza, tuo padre sembra Dante e tuo fratello Ariosto, stasera al solito posto, la luna sembra strana sarà che non ti vedo da una settimana (Notte prima degli esami, Antonelli Venditti)

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Una frase benaugurante: Nella vita le cose passano sempre, come in un fiume. Anche le più difficili che ti sembra impossibile superare le superi, e in un attimo te le trovi dietro alle spalle e devi andare avanti. Ti aspettano cose nuove. (Niccolò Ammaniti, Ti prendo e ti porto via)


Ce l’avevo...sulla punta della lingua!

Dato il successo delle precedenti edizioni proponiamo ormai come appuntamento fisso il nostro test linguistico. Ormai sapete come funziona quindi…. Misuratevi con i nuovi 25 vocaboli e controllate il livello raggiunto! ABBRIVIO ACCLARARE ANELARE AVVEZZO BASITO CLAMIDE DADAISMO DOVIZIA EDONISTICO

EPISTEMICO FILAUTIA GIBBOSO INCIPIENTE ISTRIONE PERVICACIA PLETORICO PRASSI PROSOPOPEA

RUGLIO SALMASTRO SCONCERTO SEDICENTE SERLIANA STOLIDO STOLTILOQUIO

0-5 Sai che nel mondo esiste una lingua chiamata “Italiano”? Forse te ne dimentichi troppo spesso...Un consiglio…vai a ripetizione da Tarzan …o da Cita 6-10 La tua modesta conoscenza della lingua ti permette di decifrare una lista della spesa! Tua madre sarà contenta, ma il prof potrebbe pretendere qualcosina in più! 11-15 Niente male davvero! Il tuo lessico ti permette di svolgere con tranquillità le interrogazioni più articolate, ma puoi fare di meglio! 16-20 Complimenti! Il tuo uso del lessico italiano non ha nulla da invidiare a nessuno! Ma tu la sera che fai…leggi???????? Continua così! :D 21-25 BRAVISSIMUS STUDENTUS INTELLIGENTES ET FURBUS PUREM!!!!!!!!!! TRADOTTO: INTANTO CONOSCI L’ITALIANO, PER IL LATINO C’E’ SEMPRE TEMPO…..

E' notte fonda. Un signore è seduto su un letto di una camera d'albergo. E' disperato perché non riesce a prendere sonno. Ad un certo punto fa una telefonata, aspetta che l'altro risponda, non gli dice niente, e dopo, finalmente, si addormenta. Informazioni addizionali: * dopo un'ora circa quel signore si sveglia di nuovo e fa un'altra telefonata. Come si spiega?

Un cavallo senza cavaliere vola sopra una torre e atterra su un uomo il quale sparisce. Come si spiega?

Se Hugo avesse acceso la luce sarebbe ancora vivo! Informazioni addizionali: * era in casa da solo e un ladro gli aveva sparato; * non era di giorno; * dopo che gli avevano sparato aveva fatto una telefonata. Come si spiega?

Un turista giunge in un paesino di montagna che non aveva mai visto prima. Non sa nulla del luogo e non conosce nessun abitante. Dopo alcuni giorni decide di farsi tagliarei capelli. Passeggiando vede che ci sono soltanto due barbieri in tutta la città. Entrambi sono in attesa di clienti sulla porta. Il turista, essendo pignolo sul proprio aspetto, scruta dentro il primo negozio: grande pulizia e lindore, nessun capello per terra e specchi splendenti. I capelli del proprietario sono ben tagliati con una piega sulla sinistra. All’incrocio dopo c’è il secondo negozio… I capelli del secondo barbiere sono tagliati tutti storti e dentro il negozio anche la pulizia non è il massimo. Entrambi chiedono la stessa cifra per il taglio… il turista ci pensa un attimo e va dal secondo barbiere. come mai?

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Lanciando esattamente 3 freccette valide raggiungere il totale indicato. In pratica si tratta solo di sommare 3 dei numeri scritti nel bersaglio, tenendo conto che si può colpire piÚ volte lo stesso valore.

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La Siringa giugno 2016  

Settimo numero de La Siringa per l'anno scolastico 2015-2016

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