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Questa idea che “di cultura non si mangia” non mi ha mai convinto, per un semplice motivo: se così fosse l’arte sarebbe già scomparsa, non esisterebbe più. Se l’arte è sempre esistita, vuol dire che di arte hanno vissuto parecchie persone, e vissuto in senso proprio materiale, molto concreto, mercantile. Pensiamo al Rinascimento: le botteghe dei grandi artisti si chiamavano botteghe proprio perché lo scambio, la trattativa, la produzione legata alla committenza era alla base della loro ragion d’essere. Michelangelo, Leonardo, Raffaello, non si sarebbero mai sognati di produrre i capolavori che hanno realizzato senza una committenza e senza pensare di poter vivere del loro lavoro. Ma parliamo anche di artisti contemporanei: Picasso si è giustamente arricchito. Lo stesso vale per Maurizio Cattelan, Jeff Koons, Damien Hirst. Quindi, di arte si vive, e si vive anche bene. Come mai? Perché siamo in una società avanzata, e per le cose belle si è disposti a pagare. Secondo la piramide dei bisogni di Maslow, una volta soddisfatti i bisogni primari, l’individuo si realizza passando per diversi stadi successivi, in modo progressivo. Quindi, dopo aver sistemato i bisogni fisiologici e quelli di sicurezza e protezione, ecco che inizia la scala verso l’effimero, dove i gradini sono occupati dal bisogno di appartenenza, cioè di affetto e identificazione con una famiglia, un gruppo, un partito; dal bisogno di stima, di prestigio e di successo, fino al bisogno di realizzazione di sé, tipico degli artisti (realizzando la propria identità e le proprie aspettative, occupano una posizione soddisfacente nel gruppo sociale).

L’arte è un bisogno secondario, che soddisfa i bisogni più evoluti, che non sono solo privilegiati ma comuni a tutti noi e vengono esauditi a livelli diversi, con consumi diversi, da Art Basel alle mostre di Goldin. Capiamo così perché l’arte c’è sempre stata nelle società evolute e perché di cultura si mangia e si vive, eccome, in quanto espressione della prima regola del marketing: soddisfa un bisogno. Come la moda. Soddisfa un bisogno primario la moda? Certo che no, anche se il “bisogno disperato di Chanel” è diventato una patologia riconosciuta, eppure è un’industria da miliardi di euro. Idem per l’arte. I bisogni secondari sono importanti come i primi bisogni percepiti, per noi. E che sia così è fantastico •

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Kyoss Maggio 2013  

Rivista per tutti gli appassionati del bello e del buongusto. Arte, design, architettura, interior, moda, libri e letture, green e natura, s...

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