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KYOSS - MENSILE N. 149 gennaio 2013 - POSTE ITALIANE S.P.A. SPEDIZIONE IN ABBONAMENTO POSTALE D.L. 353/2003 (CONV. IN L. 27/02/2004 N° 46) ART. 1, COMMA 1, NE/PD - EURO 7,00

gennaio 2013 VICENZA kyossmagazine.it

il mensile per tutti gli appassionati del Bello e del Buongusto

• Daryl Hannah di Kill Bill, è il personaggio che anticipa la sezione dedicata ad Ale Giorgini in occasione della collettiva presso la Hero Complex Gallery di Los Angeles.

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gennaio 2013 anno 13 numero 149

Editore, Art Director e Direttore Responsabile: Simone Pavan artdirector@kyoss.it Capo redattore: Elisabetta Badiello redazione@kyoss.it Progetto Grafico: Simone Pavan - Anna Fanchin Vanessa Fere - Lorenzo Poggiani grafica@kyoss.it Hanno collaborato a questo numero: Antonio Trentin - Angelo Colla Gianni Giolo - Andrea Libondi Beppe Donazzan - Marianna Bonelli Cristina Salviati - Elisabetta Badiello Anna Fanchin - Simone Pavan Gek Folley - Wilder Biral Alessandra Plichero - Chiara Brighenti Serena Leonardi - Giorgia Riconda Michele Amadio - Stefania Michelato Edito da: KYOSS CONCEPT Agenzia di Pubblicità e Marketing Via Bellini 6 36078 Valdagno (Vi) Tel. 0445 413660 www.kyoss.it info@kyoss.it Iscrizione al Tribunale di Vicenza n° 1002 - 28/05/01 numero del Repertorio del ROC 19214.

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rivista mensile

sommario

9 • L’inedito di Neri Pozza

22 • Fisco QWERTY, il problema dell’Italia 18 • Attualità La fine del mondo

24 • L’altalena Lo sport senza veli 20 • Politica Dove vanno le province?

26 • Il personaggio Cesare Gerolimetto

Stampa: La Tipografica Srl Via Julia, 27 Basaldella di Campoformido (UD) Tel. 0432 561302 www.latipografica.it

www.kyoss.it www.kyossmagazine.it


55 • Appuntamenti Sapori

43 • Cosa succede in città - Londra

30 • L’odore del diverso Scarp de’ Tenis

48 • Musica The band 32 • Spritz letterario - L’arte di presentare libri

38 • Salute Vivere a lungo 34 • Acquisizioni Tesori ritrovati

50 • Appuntamenti Arte 59 • Caricatura di Andrea Dalla Barba

46 • Cosa succede in città - Milano

40 • Moda Snow Style 36 • Arte Ale Giorgini

56 • Pantheon Tv

45 • Cosa succede in città - Cortina

51 • Appuntamenti Teatro 47 • Cosa succede in città - Venezia

52 • Appuntamenti Musica

54 • Appuntamenti Quisquille


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EDITORIALE

2013 è ora di cominciare a credere in noi stessi di Giulio Antonacci giulio.antonacci@hotmail.it

Cari lettori... se state leggendo queste righe vuol dire che la fine del mondo tanto annunciata non si è verificata. Ma di fine del mondo ce n’è stata un’altra: è cambiato il nostro modo di vivere, siamo certamente diversi da come eravamo negli anni scorsi. Ci stiamo scoprendo diversi. In tutto. E rispetto a qualche tempo fa con una paura in più: quella del domani. Che sarà di noi? Che sarà dei nostri figli? Non si tratta soltanto di una paura economica ma di una paura di non saperci più relazionare agli altri. Perchè il disastro che ha colpito i nostri portafogli avrà senz’altro ripercussioni sul rapporto tra le persone, nelle fami-

glie, fomenterà tensioni fra italiani e immigrati. La questione sociale è già fra noi. Eravamo abituati al benessere. La crisi delle fabbriche, la disoccupazione, il tonfo dei politici e della politica che rende più poveri i poveri sono una realtà che non possiamo esorcizzare nascondendo la faccia sotto la sabbia come fanno gli struzzi. Tutto non è più come due anni fa. Cosa fare, allora? La domanda è difficile. Ieri avremmo potuto individuare la cura, oggi ci è veramente difficile. A chi dobbiamo affidarci? A chi predica lacrime e sangue? A chi promette mari e monti? Ai populisti che vanno sempre più conquistan-

doci perchè siamo arrabbiati? Già. Quali risposte dobbiamo cercare alle nostre richieste di aiuto? Forse, la prima cosa da fare sarà reinventarci, scommettere solo su noi stessi, non credere più alle fantastiche promesse dei “paradisi” che di qua e di là ci vengono “regalati” da una televisione ormai asservita al disservizio. E ora siamo già un anno avanti. Abbiamo già messo il piede nel 2013. Cosa possiamo augurarci? Che alla disperazione sappiamo sostituire la speranza. In chi? Per ora in noi stessi •

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Neri Pozz

INEDITO | NERI POZZA

La terza puntata “Eliseo e altre persone tra città e campagna dopo il 1945” Presentazione di Angelo Colla

Le ambe dell’Abissinia vaste, polverose e pericolose sono il paesaggio della prima parte di questa terza puntata del racconto di Neri Pozza, mentre quello della seconda è l’ambiente bucolico dei colli vicentini: scenari lontani e diversi di due psicodrammi evocati da Eliseo nel colloquio con Salvatore. Eliseo, incapace di applicarsi a un lavoro tranquillo e stabile, si lascia tentare dall’avventura coloniale, e nel 1937 con il fratello Giulio pensa di far rapida fortuna organizzando una propria ditta di trasporti su camion tra Asmara e Addis Abeba. Le corse disperate tra le sassaie dell’altopiano finiscono in tragedia: suo fratello viene ammazzato e lui, allo scoppio della guerra, finisce prigioniero degli inglesi in India. Sui Berici si consuma invece un dramma più intimo: il tentativo di matrimonio che Eliseo, incapace di stabilità tanto nel lavoro quanto negli affetti, programma e recita come una scena di teatro. Ma anche la prova di matrimonio si conclude nell’insuccesso quando si accorge che l’unico gusto della donna che si era scelto era quello di ‘vestirsi da signora’ e di ‘graffiarlo’ •

• Neri Pozza, (Vicenza 1912-1988) Ritratto di Donna, 1938 - bronzo 31 x 20,5 cm. La pubblicazione dell’Inedito di Neri Pozza in sei puntate, proseguirà nelle prossime tre uscite di Kyoss Terza Pagina. Kyoss ringrazia Angelo Colla per la concessione dei diritti alla pubblicazione. Kyoss ringrazia

I SUPERMERCATI ITALIANI per il contributo che ha reso possibile la pubblicazione. buona lettura KYOSS | GENNAIO 2013 | 9


Kyoss - L’inedito di Neri Pozza

• Neri Pozza, (Vicenza 1912-1988) - Lucia, 1933-1934 - bronzo 43 x 19 cm.


Quinto capitolo

Eliseo e altre persone fra città e campagna dopo il 1945

A

vevamo mangiato nella saletta con i quadri delle piroghe e delle vedute di Costantinopoli. Il lampadario che pendeva sulla tavola rotonda, coperta da una tovaglia a scacchi gialli, quello di casa sua con le cannucce di cristallo, sembrava salvato da un naufragio. Il vino prodotto dalla sua vigna era senza sapore. “Il mistero,” - dicevo in tono sarcastico - “resta uno: come tu sia riuscito a vivere senza mai lavorare. Voglio dire, da quando sei rimpatriato. Mi dirai che vivendo delle tue rendite, non ne avevi bisogno. Eppure a me sembra un miracolo che uno riesca a vivere senza lavorare mai.” “Sembra anche a me,” - diceva lui mansueto - “però non è vero che non abbia mai lavorato. Ho provato a fare il ceramista, mi sembrava di avere slancio, immaginazione; cioè di poter mettere in piedi un’azienda. E invece no. Dovevo tornare a fare il professore, l’insegnante in una scoletta di provincia? Un giorno mi è parso di avere un lampo: ero nato per non fare nulla. Vi sono persone create come te, soltanto per lavorare, e ce ne sono come me, che non riescono a ingranare in nulla. Non credere che non ne abbia patito, che non mi sia scrutato. Ero vile, infingardo, poltrone? Sono parole che non dicono nulla, ma sarò stato tutto questo. In verità dovevo riconoscere di essere un uomo senza stimoli reali. Avviavo un lavoro e me ne stancavo subito. Ferri e libri mi venivano a nausea. Giove è stato pietoso; ha capito la mia miseria, e perchè non morissi nel fiore degli anni, mi ha attribuito delle rendite.” “E te ne sei vergognato, e ritirato quassù,” - dicevo. “Mah, tu non immagini quale straordinaria libertà si acquisti in una condizione come quella di non fare nulla. Quale perfezione! Ti alzi, fai una colazione leggera ed esci per il brolo. Guardi gli alberi già verdi, i fiori lilla dei piselli sono caduti, si stanno trasformando in sottilissimi baccelli. Senti sul tuo capo il profumo della vite, l’insalata è di un verde tenerissimo; e respiri la buona aria del mattino sgranchendo le gambe lungo i viottoli. Così faccio il giro del brolo. Bel tempo, penso, quando mi sono sincerato che tutto funziona bene. E torno a casa, prendo a caso un libro dallo scaffale. Oh, guarda, stamattina che cosa mi è venuto in mano: il Viaggio in Italia di Goethe. Mi siedo sotto la pergola e comincio a sfogliarlo: Malcesine, Verona, Vicenza, Padova, Venezia. Così passano le ore, e arriva Giovanni, che governa il brolo e la campagna; e chiudo gli occhi, finchè lui suona la campanella. È a questo punto che mi si disegna la giornata. Mangio due bocconi, e mi ritiro a fare un sonnellino. E quando mi sveglio, razzolo fra le mie carte sul tavolo. C’è la bolletta della luce da pagare, e quella dell’acqua. Mi capitano fra le mani dei foglietti d’appunti. Guarda un po’, devo averli scritti nel 1937 prima di partire per l’Africa, perchè scrivo di Maria e di sua sorella Renata. Sfoglio e leggo; e sfoglio altre pagine. Quante cose vengono a galla rimestando nelle vecchie carte! Neanche a farlo apposta scopro un indice con una fila di titoli: il progetto di quel libro di raccontini, qualcuno scritto, qualche altro abbozzato. Chissà dove sono andati a finire.” Ascoltavo e non parlavo. “Ormai è l’ora più bella, esco nel brolo e vado a sedermi nel belvedere a guardare la campagna. Il sole se ne va piano piano. Il contadino ha detto che sto nella sedia come un fachiro. Può darsi che in India abbia imparato a stare immobile, a guardare nel vuoto di noi stessi senza ritirarci terrorizzati. Ecco, io posso aspettare che scenda la sera e la notte. È passato un altro giorno. Certo, diranno i moralisti, non ho fatto nulla per perfezionare la mia anima; ma non ho nemmeno fatto del male agli altri, rubato ammazzato, rapito la sua donna al marito o al fidanzato.” Eravamo usciti davvero all’aperto a sedere sotto l’ombrellone. Eliseo aveva detto che riparava dall’umidità della notte. Le sedie di vimini erano bagnate. “Forse ho detto in modo troppo sbrigativo che un giorno mi ero scoperto nato per non fare nulla,” aveva detto Eliseo riacchiappando forse il filo del discorso interrotto. “Dovevo dire invece che ho

Kyoss - L’inedito di Neri Pozza


Kyoss - L’inedito di Neri Pozza

accettato di fare dei lavori talmente assurdi che, quando uno ne esce avvelenato, dice basta. Il fatto è che non bisogna mai distrarsi dai fatti che ti riguardano, anzi dai disegni che altri progettano per la tua vita. Vi sono stati momenti in cui non li seguivo per nulla.” “Una sera del 1937,” - dice quasi ridendo di se stesso - “lo zio Beppino ci arriva a casa, e dice a mio padre e mia madre che aveva escogitato per noi un disegno fortunato. Altro che marcire in Italia! E si mette a predicare sull’Abissinia, appena conquistata, andando su e giù per la stanza. Inutile cercare in patria un lavoro redditizio, capace di aprirci una via verso il futuro. Meglio, quando si è giovani, sacrificare due o tre anni, e poi mettersi in proprio a comandare. L’avvenire, secondo lui, era in Abissinia. E lì, su due piedi, tira fuori una tabella. Nella predica doveva esibire dei dati per riuscire convincente. E si mette a leggere: Asmara, Gondar, Addis-Abeba, un trasporto con camion e rimorchio era pagato una cifra da far rizzare i capelli. ‘Paghe da pionieri’, diceva lui in tono glorioso. ‘In Abissinia i trasporti mancano del tutto, ora al viaggio di andata su quelle piste doveva aggiungerci il ritorno, come il sale sul pane, strillava, e il compenso era raddoppiato. ‘Venite qua’, diceva a me e a mio fratello Andrea, ‘Avete capito qual è la prospettiva? Mi sono spiegato bene? I calcoli ve li fate da voi. Tenete conto che il viaggio è lungo 1500 chilometri, e che a farlo ci si impiega tre giorni. Le strade sono state costruite dal Genio militare, mi spiego? Fatte a regola d’arte. Se tenete duro, potete dare un viaggio di andata e ritorno la settimana. Siete forti, giovani, al vostro posto io mi metterei in viaggio domani mattina!’” “Andrea rideva e non capivo se ridesse per prendere il giro lo zio Beppino o perchè l’avventura gli andava a genio. Io, allora, non pensavo a nulla; ossia pensavo che per trovare i denari, il camion e rimorchio e i pezzi di ricambio, ci sarebbero voluti mesi. Guardavo gli occhi supplichevoli di mia madre e quelli aggrondati di mio padre. Dove avevo la testa in quel momento per non dire che quell’impresa africana mi pareva una pazzia? Lo zio Beppimo aveva tutto semplificato. Viaggio settimanale d’oro, andata e ritorno, camion nuovo, cabina larga, strade militari come velluto, due autisti giovani come noi che si danno il cambio. Non sarebbe mancata la vacanza; la stagione delle pioggie, in cui ci saremmo riposati e divertiti a nostro piacere. ‘Non ve ne starete mica con le mani in mano,’ diceva. Insomma combinò ogni cosa, cioè lo zio Beppino trovò i denari in banca per comprare il camion e il rimorchio, il permesso d’imbarco e i biglietti di viaggio. Lo zio Beppino riuscì perfino a fare la predica finale, piena di meravigliose certezze economico-patriottiche. Il viaggio era stato corredato di commendatizie, di indirizzi africani, gente da visitare all’Asmara, gerarchi di buona volontà, operai onesti e laboriosi. E così sbarcammo nella buona stagione, e subito trovammo davvero da fare dei trasporti redditizi. Ma le strade del Genio militare erano talmente dissestate che in un paio di mesi distruggemmo un treno di gomme. Le ambe erano sassaie impervie, talora interrotte da frane; ma si viaggiava. Quanto poi all’ultimo tratto, sull’altopiano, le strade ce le facevamo da noi, con le ruote del camion. Erano le ruote dei veicoli a consolidare le piste. Insomma il viaggio Asmara-Addis Abeba era insicuro, pieno di buche come voragini. Anche a darci il cambio, spezzava le reni.” “Eravamo sempre sporchi, vestiti di tela schifosa; ma dovevamo camminare. Gli orari non erano stampati, ma marciare era nel nostro interesse. C’eravamo organizzati un lettino, da scambiarci durante il cambio della guida. Ma era un dormire sull’altalena. Però spedivamo a casa dei bei denari, quasi per dare ragione allo zio Beppino. Aveva pagato il debito alla banca, camion e rimorchio erano nostri.” “Una sera, uscendo dalla cabina di guida, ebbi un capogiro e caddi sulla strada come fulminato. Niente paura, si trattava soltanto di stanchezza; e dormii per venti ore; poi via per la strada. Bisognava attrezzare meglio il camion e il rimorchio, dimostrando allo zio Beppino che meritavamo i suoi elogi. Ogni tanto ci capitava per fortuna di poter fare una doccia. Una volta feci i miei calcoli: erano tre settimane che non toccavo acqua. A che cosa siamo ridotti? pensavo. Andrea non protestava. Stava attaccato al volante come un’ostrica al sasso, mi vergognavo a piantare grane; e da allora cominciai con Andrea una gara silenziosa. Vediamo, dicevo a me stesso come uno stordito, chi cede prima. Era un confronto idiota. Andrea, più resistente di me, mi avrebbe messo presto con le spalle al muro. E riprendemmo a viaggiare con quell’ostinazione che ti prende quando ti butti in una gara non dichiarata. Forse lui, pensavo, ha un’anima più sportiva della mia, stava al gioco, lo eccitava. Così facemmo


Eliseo e altre persone fra città e campagna dopo il 1945 - Quinto capitolo

correre quel ferrovecchio del camion, andata e ritorno, come un mulo in guerra.” “In Abissinia cominciavano gli imbrogli. Il camion carico di mercanzie funzionava, un cliente ci pagava subito, altri domandavano dilazioni, altri ancora finivano per non pagarci affatto. Sparivano dalle città; e sparivano i loro uffici e i loro depositi. Ci mancava quella di dover correre dientro ai creditori. E se cercassimo, domandavo, un contabile onesto? Saremmo andati sul sicuro. Ma dove trovare un galantuomo tra quelle masnade, uno che non sparisse da un sabato all’altro con denari e registri? Usammo metodi più sbrigativi. ‘Pagate prima,’ - dicevo io. E le aziende che spedivano, di rimando: ‘Chi ci assicura che la merce arriverà sana e salva a destinazione?’ Ne escogitavano di tutti i colori. ‘Pagherete alla consegna della merce,’ diceva Andrea, ‘altrimenti niente carico.’ Così cominciò quella guerricciola, che ci avrebbe messo davanti a delle grosse difficoltà. Ormai stretti d’assedio ci restava poco tempo per patteggiare. Figurati! Mangiavamo poco e male, scatolame e verdura cruda, frutta e qualche coniglio selvatico arrostito alla buona. Purchè non ci becchiamo il colera, pensavo io, l’ameba o peggio. Ci eravamo asciugati come pali secchi, perdevamo la pelle dai piedi, eravamo escoriati fra le gambe, il sudore ci bruciava le ascelle. Non si trattava di malattie, ma di sudore marcio. Trovammo del sapone medicinale e andò meglio.” “Andammo incontro alla cattiva stagione, notti fredde e oscure, col vento dell’altopiano che mordeva; ma all’alba, quando trovavamo una sorgente ci spruzzavamo come gli orsi. E via! Con un’amministrazione più rigida i denari avevano cominciato a fioccare, camion e rimorchio erano pagati, adesso - almeno io - potevo pensare alla vita che facevamo. Ne valeva la pena? E mi vedevo davanti lo zio Beppino, sentivo la sua predica lontana. ‘Leggete questa tabella della fortuna, in un paio d’anni sarà come se aveste vinto una quaterna al lotto.’ E io, di rimando, fantasticavo. ‘Perchè quella sera non ti ho preso a pedae? Mi sono diplomato in agraria presso un Istituto rispettabile, ho un titolo. Lo dico perchè so che ci tieni ai titoli. In vece la patente di autista l’ho presa per divertirmi. Quindi, del mio titolo, che cosa ci fai? Carta igienica? Tu ci ridi sul mio titolo e sventoli la mia patente di autista.’ ‘Non riuscivo a capire: dov’ero con la testa quella sera che hai deciso per noi questa vita sciagurata?’ Già mi figuravo la risposta dello zio Beppino: ‘Io non ti ho obbligato. Ho proposto a voi tutti, anche a tuo padre e a tua madre, avete accettato. Di che cosa ti lagni, adesso?”’ “Oramai,” - continuava Eliseo con voce sempre più dimessa - “oramai domandavo ad Andrea cambi di guida sempre più frequenti. Andrea, condiscendente e buono, mi toglieva il volante con allegrezza, come se farlo fosse per lui un piacere straordinario; e mi lasciava dormire. Vennero le grandi piogge, e fu una vera fortuna. Il camion aveva bisogno di essere revisionato, ripulito. Qualche pezzo doveva essere cambiato. Ci eravamo sistemati in un alberghetto di Addis-Abeba, io dormivo, Andrea andava per le sue avventure. ‘Potresti venire anche tu,’ mi diceva. Non mi piaceva quel mercato, le smorfie delle ragazze italiane. Sospiravo all’idea che il meccanico che rigovernava il camion ci dicesse che con quel ferrovecchio non si poteva più viaggiare. Ripararlo? Sicuro, ma con che garanzie di durata? Meglio venderlo a qualche azienduccia, per corse di piccolo cabotaggio. E intanto il Genio militare si preprava a riassestare le strade, accumulava materiali nei depositi, gli uomini sarebbero stati chiusi nelle baracche fino al momento in cui le piogge fossero cessate, anzi asciugate. Questo voleva dire restare inattivi per almeno tre mesi. Intanto il camion venne rimesso a nuovo, secondo Andrea avrebbe potuto correre per altri dieci anni. Così, con il bel tempo, ci rimettemmo in strada.” “Andrea, che aveva capito la mia nausea per quel tipo di vita,” - diceva ancora Eliseio - “aveva assunto un secondo autista. Ed era stata una fortuna trovarlo perchè, in quei mesi, molti civili domandavano di rimpatriare. Ero rimasto sorpreso per quella diaspora, la attribuivo allo stato delle strade seminate di frane, con qualche ponte crollato. Nessuno può avere un’idea, se non ha provato, che cos’è una notte passata sull’altopiano. Era piena di insidie, intendo dire non propriamente della strada. I ribelli del Negus ti facevano la posta, sparavano; e se riuscivano a metterti le mani addosso, ti tagliavano il collo. Aggiungi che i commerci con gli imbroglioni erano cresciuti, ti pagavano i noli come volevano. Così mi ero messo a fare il poliziotto. Te lo figuri, un poliziotto come me? Giravo Addis-Abeba in bicicletta, la bocca piena delle polvere gialla che veniva col vento dalle plaghe intorno. E pensavo Kyoss - L’inedito di Neri Pozza


Kyoss - L’inedito di Neri Pozza

ad Andrea, che correva verso Asmara, con suo compagno autista, un giovanottone pieno di buona volontà.” “Intanto con le buone o con le cattive, continuavamo a mandare a casa denari. Ora dovevamo dar torto allo zio Beppino, gli imbroglioni cambiavano i numeri della quaterna, altro che! Tenevamo per noi molto denaro per capire come avrebbe reagito. Ci scrisse infatti che eravamo inesperti di commercio, mentre Andrea sognava di comprare un camion nuovo di zecca. E io, a dirgli che quella era una vera follia, ci avrebbe inchiodati in colonia sino alla fine dei nostri giorni.” “E così passarono i mesi, oramai contavo le giornate,” - diceva Eliseo - “quando scrisse lo zio Beppino. Disgraziato profeta! Scriveva che anche in Italia sarebbe scoppiata la guerra, a fianco della Germania, non ci muovessimo se non si muovevano i generali. Queste le idee dello zio Beppino. Non ci muovessimo, i generali sapevano quello che facevano gli Stati Maggiori, noi, in Africa, saremmo stati fuori dalle rogne. E invece, quando la guerra venne dichiarata, le colonne motorizzate nemiche ci piobarono addosso, fecero di noi un boccone. Venivano avanti verso i nostri presìdi con mosse da giocatori di scacchi che non ne sbagliano una. Il resto lo sai,” - concludeva Eliseo - “Andrea è caduto in un’imboscata alle porte di Harrar.” “I tre anni dell’Africa abissina sono stati i peggiori della nostra vita,” - diceva - “perduto il camion e rimorchio, i denari che Andrea aveva portato con sé. Poi gli anni di prigionia sotto il massiccio dell’Himalaya.” Man mano che Eliseo finiva di parlare aveva contratto gli avvenimenti, era scomparso lo zio Beppino, di suo padre non aveva più parlato. Soltanto sua madre era in cima ai suoi pensieri. Gli premeva chiudere il capitolo disgraziato dei suoi viaggi. Si alzava, andava a prendere una bottiglia di vino. Levava con cura il turacciolo e si versava un goccio. “Buono,” - diceva - “questo è proprio buono.”

• Neri Pozza, (Vicenza 1912-1988) - Nudo, 1938-1980 - bronzo 70 x 31 cm.


Eliseo e altre persone fra città e campagna dopo il 1945 - Sesto capitolo

N

ell’aria notturna si udiva il brusìo della collina, uno stormire intermesso di foglie, il canto isolato di un gallo. Il contadino, rigovernata la casa, se n’era andato pestolando sulla ghiaietta del brolo. “Mia madre” - diceva Eliseo - “era un essere di bontà implacabile. Qualcuno deve evere scritto che la bontà è sollecitudine di bene. Io direi che mia madre incarnava il bene in tutte le sue forme fino a diventare crudele. Forse fra lei e lo zio Beppino non vi furono screzi, neppure per la nostra partenza sciagurata. Potresti supporre, a questo punto, che mia madre mancasse di idee. Invece ne aveva molte, e le difendeva con la tenacia e una calma sorridente. Ma lo faceva soltanto se ne valeva la pena. Nella scelta di quelle che le piacevano non domandava consigli a nessuno. E qui si rivelava il suo carattere. Ci aveva allevati, Andrea e io, affidandoci alla tata, guidata da lei con grande pazienza. Quanto a nostro padre, lei intuiva quanto fosse cucito alle gonne delle sue ganze. Ma faceva finta di non vedere. L’obiettivo di mia madre eravamo noi figli. Man mano che ci vedeva crescere diceva che dovevamo allontanarci dalla nostra casa senza strappi; ed era contenta, purchè marciassimo diritti. Quanto a me, non si rassegnò mai che mancassi di un temperamento fermo, tale da indurmi a una scelta: prima negli studi e poi nella vita. In principio si lasciava confondere dalle mie fantasie; poi, senza che me ne accorgessi, se ne ritraeva e stava a guardarmi. Al massimo diceva che possedevo un’intelligenza capace di tradirmi, non la conoscevo e quindi non ne diffidavo mai abbastanza. A me, in principio, pareva bello provare, sperimentare i problemi della meccanica, che supponevo i più adatti al mio gusto. E poi quelli dell’agricoltura; e poichè riuscivo in ogni genere di studi senza studiare, mi pareva che fossero facili, e non cercavo lo scoglio contro il quale cozzare. Mi sfidavo con leggerezza, e non sbagliavo. Mai sarei entrato nelle trappole dell’insegnamento, ne intuivo gli errori, sentivo il fetore dell’esca, e tagliavo via. Ricordi, (avevo vent’anni), la soluzione del mio tema sul Foscolo: ‘Sol chi non lascia eredità d’affetti/poca gioia ha nell’urna! L’ho svolto in versi perchè mi era venuta d’impeto una grande antipatia verso il poeta: voleva che le sue donne e gli amici andassero a piangere sulla sua tomba. Io pensavo, invece, che dovessero gioire della mia scomparsa dalla terra; e mi pareva che me ne sarei andato coi miei piedi di silvano, di monte in monte... e sorvolavo le foreste col corpo immateriale. Era un’idea cristiana, in opposizione a quella pagana del poeta; e quando dal collegio di Brescia spedii il tema a mia madre, me lo disse. E ripetè: .. ‘e d’uccelli e di grida, /sarà pieno il giardino d’Armida, /per me rinato ancora /in tutto il mondo, allora amavo Maria, lei lo sapeva e mi prendeva in giro per l’impennata contro i Sepolcri dicendo che le mie erano favole. Non viviamo anche di favole? Maria diceva che camminavo sulle nuvole ‘Una donna non potrebbe vivere con uno come te, perso nelle nuvole. Sai com’è fatto il mondo, si cammina, si vive qua. Non si può dare scandalo alla gente.’” “La frase le era sfuggita, come alla ragazzina a scuola, tanti anni prima. Dare scandalo è espressione cattolica. ‘Tu, Maria, non hai la minima idea di che cosa sia dare scandalo. Dà scandalo il frate che butta la tonaca, il cassiere di banca che ruba, il servo che ti tradisce. Sono stati, nel concetto di coloro che li conoscevano, i simboli della fede incorrotta, della rettitudine, ed ecco, all’improvviso, ti voltano le spalle. Ma sarà anche questo vero scandalo? O piuttosto un luogo comune? Bisognerebbe sentirli questi infedeli. Quanto a me, capisco, non sarò stato un modello di spirito pratico, però non ho scelto di essere così, non l’ho mai proclamato. Quindi, chi offendo con le mie fantasie?” “Alla mia alzata di testa” - continuava Eliseo - “Maria era rimasta colpita ma non persuasa. La guardavo, così dolce e piena di pudori, già corrotta dai luoghi comuni. Come uscito dalla selva, dove mi figuravo di stare con lei, cominciavo a guardarmi intorno. La donna da scegliere, la migliore forse non era Maria. Dovevo guardarmi intorno. E ho cominciato a farlo, paragonata alle altre, mi sono persuaso che amavo davvero Maria: non per la sua grazia, bellezza e pudore, ma perchè era inspiegabilmente così; cioè era tutto quello che mi sembrava di aver veduto in lei, con qualche cosa in più che mi sfuggiva, un ineffabile che non avrei mai spiegato.” “In quel momento” - diceva Eliseo - “devo aver deciso: aspettare che mi confidasse se ero io il suo uomo; o un altro che avrebbe scelto tra la folla. Intanto ero persuaso di non contrarre legami con Kyoss - L’inedito di Neri Pozza


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nessun’altra donna. Avere commerci, magari giocarci insieme, e lasciare a loro tutte le libertà sulle quali io, del resto, non avrei inquisito. Non fare promesse, stringere patti, ascoltare giuramenti, andare davanti al sindaco o al parroco. Certo negli anni della nostra giovinezza il matrimonio era una specie di capestro che nessuna buona opinione avrebbe saputo tagliare. E chi tentava di farlo levava “scandalo”. Poi è venuta la partenza per l’Abissinia, la guerra, il campo di concentramento; cioè dovevano passare dieci anni prima di tornare a casa. Maria era sposata, aveva avuto i primi figlioli. ‘A una certa età,’ dice la gente, ‘l’uomo deve sposare se non vuole essere considerato una specie di raccolante sciocco, e magari cornuto. Guardavo meglio fra le rovine della mia città. Maria mi sembrava diventata una donna come tutte, insomma si era allineata, brava madre di famiglia; ma il fascino di donna era scomparso. E tuttavia mi pareva galleggiasse sul pantano delle donne della sua età, ombre squallide di femmine mascherate, affannate a catturare un uomo nuovo. C’era sempre qualche cosa di sbagliato fra me e loro. Capivo non già di appartenere a un’altra generazione ma di possedere gusti stonati col mio tempo. E quando, con qualcuna, la comunicabilità diventava facile, lo era soltanto a letto, e al solito durava qualche settimana. Leggevo negli occhi di lei il tedio, la stanchezza, la noia. Eppure, pensavo, è una femmina fresca, graziosa, aggressiva. Non ha ancora detto che vivo di fantasie. Nota che sono un borghese abbiente, e mi lascia a me stesso. Però ha l’occhio avido, puttanesco. Basterebbe la maritassi perchè si rivelasse. Un giorno, con una donna che mi piacesse, dovrei tentare la comedia. Fingere un matrimonio in piena regola.” “Così,” - continuava Eliseo - “un giorno mi metto a tramare proprio per simulare le nozze. C’era, sui colli Berici, una chiesetta persa nel verde e sconsacrata. Bisognava dare all’ambiente una parvenza di accessibilità, inventare un amico capace di fare il prete, coi suoi libri, i testimoni, proprio come in un film, e il pranzo finale in un ristorante di campagna capace di tutte le raffinatezze. Insomma una cerimonia che avesse una sua forma reale, fra pochi intimi.” “Così è stato con Luciana. Era anche lei una comediante nata. Continuava a ripetere che l’amore non può essere completo fino al giorno in cui, davanti a Dio, un uomo e una donna non sono una sola carne. Si era informata della consistenza del mio patrimonio, dei beni che avrei avuto alla morte dei genitori. Finii per accettare l’idea del finto matrimonio. Insomma con la complicità di Riccardi, venuto apposta da Bologna, misi in piedi la cerimonia da grande regista. L’amico aveva, nel portamento e nel parlato, una unzione sopraffina. Così i testimoni, il maggiore Caracciolo e Renato Cosentino, l’architetto Santorio e Ferdinando Sasso. Alla fine del matrimonio, nella chiesetta diroccata, firmammo il foglio perchè fosse trascritto nei registri ufficiali. Era una giornata d’autuno, di grande luce, attorno a noi il vigneto era carico di grappoli. Poi, a tavola, con un’allegrezza spontanea facemmo le più pazze risate.” “Non avevo preparata la nostra casa, dove Luciana doveva portare tutte le sue cianfrusaglie. Allora abitavo a monte Berico, un’ala del villino disastrato dei Favani. A lei non piaceva, e appena ebbe messo un piede nelle stanze cominciò a far correre i mobili da una parte all’altra, a trovare il bagno troppo grande, la cucina vecchia e sporca. ‘Capirai, dicevo io, ‘la casa di uno scapolo che finalmente ha trovato la sua donna.’ E lei ‘Non pretenderai mica che ti faccia la serva!’ ‘Nemmeno per idea,’ dicevo io, ‘ho cercato una brava aiutante, verrà a giorni.’ ‘Subito, deve venire,’ strillava lei, ‘dovevi premunirti’. E disse una parolaccia che mi fece fare un sobbalzo. Le replicai che la casa non poteva essere diventata, da un dì all’altro, un nido d’amore; e proprio la prima notte, dopo la comedia delle nozze, attaccò una precanta odiosa contro la casa e il disordine con cui erano state tenute le stanze. Aveva ragione, e tentai di scusarmi. Non poteva senza i ritocchi di una innamorata, essere subito adatta a lei. Infatti il giorno dopo, arrivò con una carrozza bardata di fiocchi e di fiori come una carro funebre; i fiori delle sue amiche.” “Mentre arrivava, colsi negli occhi di Luciana un lampo come di gatta che si prepara a graffiarti. Ci siamo arrivati presto, pensavo. Lei era una di quelle bellezze fuori dell’usato, capelli rossicci e occhi turchini, con le quali non puoi rompere di colpo senza poi detestare tutte le giovani del suo tipo per la delusione che riescono a provocare. Uscivo di mattina, tornavo a ora di colazione, e lei girava ancora per le stanze semivestita. Il suo gusto era spiare in tutti i cassetti, le valigie, i bauli, insomma dove vi


Eliseo e altre persone fra città e campagna dopo il 1945 - Sesto capitolo

fosse qualche cosa da leggere di mio, non per diletto ma per trovar motivi di punzecchiarmi; e ogni tanto mi tirava una frecciata. Capivo che aveva letto magari un mio vecchio racconto. Ora me lo rovescia addosso come una colpa, un documento da produrre a mio discredito. Aveva messo le mani su un pacchetto di lettere di Maria. “Quella ti conosceva alla perfezione!” diceva. ‘Alla faccia! mica te le mandava a dire!’” “Io ci ridevo, studiavo i suoi progressi in fatto di spudoratezza e insolenza. Scopriva il suo vero gusto; quello di graffiarmi. E del resto da dove veniva? Dai giornalini a fumetti, Topolino, Diabolic, Grand’Hotel, e i dischi dei suoi canterini in voga. Possedeva un gusto perverso a truccarsi che non avevo mai notato; cambiava pettinatura, ingrossava le sopracciglia, imbiondiva i capelli fino a bruciarseli. E metteva, alla sera, certe cappe e braghe da lazzarona. Lo faceva con un’arte tale del travestimento che, d’acchito, potevo prenderla per un’altra persona, solo che fosse riuscita a cambiare il colore delle pupille. E lo diceva. ‘Il marito deve supporre,’ diceva, ‘di trovarsi sempre con una donna nuova.’ Abbassavo il volume della voce del grammofono, dentro il quale sbraitavano i suoi idolini. ‘È un travestimento che dura poco,’ replicavo. Lei rialzava la voce del cantore e io andavo a ficcarmi nella stanza più lontana dell’appartamento.” Non facevo più colazione a casa. I cibi che preparava erano immangiabili anche per lei. Correvano i mesi in cui pensavo di abbandonare l’allevamento delle trote. La trota, pesavo, ha l’istinto della femmina del ragno. Non facevo colazione a casa e nemmeno rientravo per la cena. ‘Potresti andare a scuola di cucina,’ - dicevo - ‘è il dovere di una donna di saper cucinare in modo decente.’ Non era nata per fare la cuoca, diceva. Così la sfidai. ‘Dimmi a che cosa, una qualsiasi, per la quale sei nata, una qualsiasi, così mi so regolare.’ ‘Vestirmi da signora,’ aveva risposto, ‘soltanto che tu me ne dessi i mezzi’. ‘Oh, per qesto, coi tuoi abiti, potresti andare in maschera al Collegio femminile della Canossiane,’ replicavo. Anche lei cominciava a rientrare a casa a ore e straore, talora mi trovava addormentato. Il giorno dopo le dicevo che almeno doveva fare la fatica di rifare i letti. ‘Non sai che nel letto si passa un terzo della vita? O sei abituata a dormire nelle cuccia di un cane?’” “Non aveva risposto,” - diceva Eliseo - “erano passati tre mesi dal giorno della comedia del matrimonio. Chiamai da Bologna Caracciolo per spiegargli a quali passi eravamo arrivati. ‘Sei stato un indovino,’ diceva lui; e prese su di sé il fastidio di parlare con Luciana; e lei, devo dire, si portò da persona di spirito. Replicò che aveva capito subito che il matrimonio era stato un trucco e che non ci teneva a continuare la comedia. Volle del denaro, e se ne andò da casa con la carrozza piena dei suoi bauli come una cameriera che lascia un servizio ingrato.” Eliseo aveva versato nei bicchieri l’ultimo goccio di vino.

- segue sul Kyoss di febbraio -

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ATTUALITà | La fine del mondo?

la grande paura E i Maya dissero... (Ma grazie a Dio siamo ancora qui) di Gianni Giolo

Il Giornale di Vicenza del 26 novembre 2012 pubblicava la notizia che Loretta Persichetti, attrice di origine veneziana, che negli anni Settanta ha recitato con attori come Roger Moore, Oreste Lionello e Renzo Montagnani, si era trasferita da Roma a Roana, in previsione della grande paura del 21 dicembre, data in cui, secondo le profezie del calendario Maya, dovrebbe avvenire la fine del mondo (l’argomento è stato oggetto anche del famoso film “2012” di Roland Emmerich). La Persichetti sostiene di aver individuato nell’Altopiano un luogo sicuro e “spiritualmente pulito” per attendere gli sviluppi del 21 dicembre. A tal fine ha preso casa a Roana. “L’Altopiano – spiega l’attrice – è lontano da fiumi che possono tracimare e da pareti montagnose che possono franare. L’attività sismica non ha mai provocato particolari problemi e, dal punto di vista spirituale, rimane un’area con una buona carica energetica”. Non si sa mai cosa può capitare, pensa l’attrice, e quindi è meglio prendere le opportune precauzioni, perché, al di là dell’attuarsi o meno delle profezie maya, l’Altopiano è un luogo sicuro, su cui si sta bene. Ma cosa avverrà il 21 dicembre? L’attrice ammette di non saperlo e si limita a dire che le sue meditazioni le hanno “rivelato” che la fatidica data segnerà comunque un cambiamento epocale e, perciò, come 18 | KYOSS | GENNAIO 2013

misura precauzionale, nella sua casa di Roana ha fatto installare una stufa a legna, ha accumulato parecchi quintali di legna e ha fatto scorta di cibo e acqua. La stufa serve sia per riscaldare che per cucinare, nel caso di interruzioni del servizio di fornitura del gas. L’attrice si è anche provvista di pile per eventuali blackout e sospensioni del rifornimento idrico. “Venendo da Roma a Roana mi sono, per così dire, innalzata, – continua l’attrice - così evito fiumi che sono tra i principali fattori a rischio in zone di bassa energia. A Roma il calo energetico si percepiva da tempo ed infatti è esondato il Tevere”. Il giornalista le chiede se lei crede alla profezie dei Maya. “I Maya – risponde l’attrice, che ha studiato il calendario maya e frequentato centri di meditazione sia in Italia che all’estero, – non hanno mai parlato di fine del mondo. L’apocalisse può significare cambiamento (tesi sostenuta anche da Roberto Giacobbo nella trasmissione televisiva “Voyager” ndr) e credo che il 21 dicembre sarà il momento in cui questo cambiamento si rivelerà. Potrebbe essere anche un cambiamento positivo e quindi tutta questa preoccupazione si rivelerà inutile. Però, potendo, ho voluto cautelarmi”. Il giorno dopo l’articolo del Giornale di Vicenza le agenzie di tutto il mondo riprendevano la notizia proveniente da Tomsk, in Siberia, che i russi di quella zona avevano

messo in vendita il “kit Apocalisse”, che consiste in scatolette di pesce, pacchi di grano saraceno, medicine per il cuore, bottiglie di vodka ecc. Costa 890 rubli, l’equivalente di 22 euro, promette assistenza e conforto per ogni eventualità in vista della fatidica data del 21 dicembre. L’idea del “kit per la fine del mondo” che offre, fra l’altro, bloknotes, una matita, una scatoletta di fiammiferi, corda, sapone, e la fotocopia di una carta d’identità da compilare in caso di smagnetizzazione dei documenti personali, è prodotto da una società locale che ha condotto una ricerca su Internet. “Abbiamo visto – ha spiegato all’agenzia Ria Novosti la direttrice Yuliana Shchegolyova – che il solo paese che offre questi pacchetti è il Messico. Si tratta di un scherzo, come i giochi di società proposti per alleviare la noia dell’attesa della fine del mondo”. La settimana antecedente al 27 novembre, in Ucraina, a Simferopoli, sono stati promossi corsi di sopravvivenza in vista della fine del mondo, mentre in Russia ci sono stati casi di furto di beni di prima necessità, sempre motivati dalla profezia maya. In Lettonia c’è chi ha tentato anche di incassare in anticipo il premio della polizza sulla vita, ma senza successo. Sull’argomento anche l’astrologa, che vive a Vicenza, la prof. Grazia Orsi ha scritto, sul periodico “Linguaggio Astrale” (n. 156), un articolo dal titolo


“Perché nel 2012?”. “I Maya – scrive la Orsi – credevano nella circolarità del tempo, come una gran parte delle antiche civiltà, e quindi, secondo il loro calendario, l’attuale Età dell’oro, la quinta in ordine di successione terminerà il suo ciclo nel 2012. Secondo i loro calcoli, nel solstizio invernale del 21/12/2012, il Sistema Solare eclisserà il centro della nostra galassia. Dopo 26.000 anni, in conseguenza del fenomeno della precessione degli equinozi, ancora una volta l’energia proveniente dal centro della nostra galassia verrà interrotta e in questa prossima occasione il momento preciso dovrebbe essere alle ore 11.11 pomeridiane”. L’articolo che prende in considerazione anche il progressivo indebolimento del magnetismo terrestre e l’intensificazione dell’attività e del ciclo undecennale delle macchie solari (con conseguenti manifestazioni sismiche e metereologiche come terremoti, maremoti, uragani, tempeste, cambiamenti climatici e ripercussioni sulla salute e sulle attività umane) si conclude con questa osservazione: “non si può negare la coincidenza di alcuni dati storici insieme alla possibile apparizione di più fenomeni naturali intorno all’anno 2012. Quanto poi questo periodo possa essere catastrofico non è possibile dirlo. Se tutto fosse già perfettamente determinato sarebbe completamente inspiegabile il libero arbitrio che dà un senso alla nostra

individualità e il vissuto si limiterebbe ad una desolante interpretazione”. Sull’argomento è intervenuto anche Giuliano Romano, docente emerito di Astrofisica dell’Università di Padova e direttore dell’Istituto di Astrofisica di Asiago, in un saggio, pubblicato negli “Atti e Memorie dell’Ateneo di Treviso”, dal titolo “I calendari Maya e la fine del mondo”: “Ogni tanto qualche buontempone – scrive Romano - in vena di fare quattrini e di suscitare scalpore inventa la notizia che il mondo finirà in una certa epoca, la fine del millennio, per esempio, o per una imprevista o imprevedibile catastrofe, quale la caduta di un meteorite o la diffusione di una terribile pandemia. Una di queste notizie è la fine del mondo prevista dai Maya il 21 dicembre 2012. La notizia si è diffusa fino a esplodere come una bomba. Si pensi un po’: la cultura dei Maya ha sempre stupito, prima per le misteriose tracce che ha lasciato nelle foreste del Chiapas e del Peten, poi per i maestosi monumenti ricchi di sculture colossali e straordinariamente ornati di una grande quantità di meravigliose figure e, da ultimo, per la loro fine misteriosa e quindi la scomparsa, per cause ancora sconosciute, di una civiltà di così alto livello. Parlare dei Maya significa pertanto ammantare di mistero un popolo straordinariamente affascinante ed una regione sperduta nelle lontane Americhe. è vero che i Ma-

ya hanno predetto che la fine del mondo avverrà il 21 dicembre 2012? Per poter parlare di una qualunque datazione maya bisogna conoscere, almeno a grandi linee, la storia di questo popolo. Accaniti osservatori del cielo e dei suoi fenomeni, i Maya registrarono nei loro codici, ormai quasi tutti perduti (ne rimangono leggibili soltanto tre e alcuni brani del quarto), sia gli avvenimenti storici dei loro re, sia gli accadimenti astronomici. Assillati dallo scorrere del tempo, i Maya riuscirono a costruire ben quattro calendari tra loro differenti, calendari che essi sapevano gestire con grande abilità e che venivano utilizzati anche per stabilire l’inizio dei lavori agricoli e prevedere i vari fenomeni astronomici. Non si può, però, costruire una corrispondenza fra il calendario gregoriano o quello giuliano e i calendari dei Maya”. Il prof. Romano porta molte argomentazioni tecniche destinate solo agli specialisti. A noi interessano le conclusioni del suo saggio: “il problema della fine del mondo secondo i Maya non ha alcun fondamento scientifico; la storia di questo popolo finisce di fatto con la dispersione delle varie popolazioni, avvenuta durante un lasso di tempo di oltre un centinaio di anni, tra l’800 e il 900 d. C. Il resto, e le conclusioni che si cerca di trarne, sono pure fantasie” •

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POLITICA & dintorni | Dove vanno le Province?

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Italia Incertezze e complicazioni Quando si riparlerà di riordino? di Antonio Trentin

In fondo allo scorcio discendente della Piazza dei Signori, nel più negletto dei Palazzi della politica vicentina - che è anche il più vituperato dagli insofferenti anti-casta - Attilio Schneck, commissario della Provincia in via di smantellamento, ha passato le feste con la prospettiva di una sopravvivenza in carica che potrebbe durare ancora per tutto questo 2013. Lì, nel Palazzo Nievo orfano dei crocchi assessorili, non più rinnovatisi dopo la cancellazione delle elezioni che dovevano tenersi nella primavera scorsa, l’ex-presidente leghista è costretto a sfogliare le carte di un’incertezza che la disfida elettorale del mese prossimo farà anche più complicata di quel che era. Poche settimane fa, con l’affacciarsi dell’ipotesi che tra gli ultimi provvedimenti montiani vi fosse anche la proroga di un anno dell’impossibile riforma delle Amministrazioni provinciali, la sorte dell’ente a Vicenza - come nelle cento e passa consorelle città capoluogo - è infatti entrata nel freezer di un inverno decisionale destinato a durare parecchio, a dispetto del correre del calendario. Quando si tornerà a parlare di riordino delle Province? E Come? Con quali toni e propositi? Con quale vecchio o nuovo slancio innovatore (e cancellatore) discusso durante la campagna elettorale? Con quanto contrasto tra i partiti che in Parlamento saranno stati rimisurati, intanto, dalle elezioni politiche? Con quali prospettive di tecnica istituzionale? Si ripartirà dal fatto che le legge di riforma c’è, definita a fine 2011: abolizione (di fatto già avvenuta) del consiglio provinciale elettivo, quello che a Vicenza contava 36 membri; sostituzione di esso con un consiglio “di secondo grado”, costituito da un presidente e solo 10 componenti, non votati in costose elezioni popolari ma scelti dai rappresentanti dei Comuni (il “come” e il “quando” dovevano deciderlo i provvedimenti attuativi rimandati al prossimo go-

verno); drastica riduzione delle già poche competenze amministrative provinciali, prossimamente limitate a semplici e generiche funzioni di indirizzo e coordinamento. Ma si ripartirà anche dai dubbi e delle confusioni che hanno accompagnato il più populistico, e perciò più applaudito, dei provvedimenti varati dall’allora neonato governo Monti. Nell’imminente campagna elettorale sarà facile a molti imputare la mancata attuazione del riordino delle Province allo sgambetto berlusconiano inflitto al Super-Mario, e conseguentemente attaccare il centrodestra. Oppure ritirare in ballo, criticandola, la predilezione leghista per la perpetuazione delle Province (preferibilmente quelle “virtuose” del Nord e con capo leghista) dov’è installato un folto ceto partitico che si autodistribuisce poltrone e emolumenti. Così rischierà però di rimanere nell’ombra la sostanza del problema-riordino. La riforma era stata varata in un momento in cui Monti contava di godere di tempi governativi un po’ più lunghi di quelli alla fine concessigli dal Pdl e di un consenso per eccezionalità della crisi un po’ meno controverso di quello via via prestatogli dai partiti (tutti). Forse anche per questo - oltre che per una concessione moderatamente demagogica al tumulto anti-politico in corso - la sorte della Province era stata rapidamente decisa nel 2011 in una maniera alquanto precisa, ma è finita poi attuata attraverso uno zig-zag operativo che ora la rinvia a probabili ulteriori novità. Non avendo il tempo parlamentare né la stabilità numerica delle Camere per procedere all’unica reale formula risolutiva del problema-Province - cioè la cancellazione di esse dalla lista degli enti di governo locale scritti in Costituzione - il governo tecnico ha tecnicalizzato quella che può essere solo una scelta politico-istituzionale generale. Con il che mettendo in marcia un sistema che, anche quando mandato avanti dall’attua-

zione del riordino così com’è stato individuato, tutto sarà alla fine fuorché soddisfacente del tutto. Se, infatti, la “abolizione” delle Province ha lo scopo non solo di far fuori quelle poche migliaia di consiglieri “a gettone” e quel migliaio di assessori “a stipendio” che molto colpiscono l’opinione pubblica, ma soprattutto di ben ristrutturare un intero livello di governo, la strada finora delineata non si sa bene dove porterà, tra accorpamenti territoriali forzosi, salvataggi precari, redistribuzione in basso (ai Comuni) di alcune competenze e trasferimento in alto (alle Regioni) di altre, rischio più che probabile di costi aggiuntivi fastidiosi in alto come in basso. Mentre a Palazzo Nievo durerà il commissariamento, dunque, è da prevedere che il nuovo Parlamento vorrà vederci meglio, dentro la riforma-riordino. E farlo avendo come obiettivo un risultato ottimale per il quale non possono andar bene le soluzioni parziali e talvolta contraddittorie finora individuate: funzioni delle Province in alcuni casi salvate e in altri casi ricollocate altrove; affidamento libero alle Regioni della decisione di prendersi le competenze provinciali in proprio o di attribuirle “sussidiariamente” ai Comuni; organi di governo mantenuti in vita, ma non più legati al consenso diretto dei cittadini; soprattutto precarietà delle attribuzione fiscali ai diversi livelli locali. Tutto ciò mentre si è fatto sempre più chiaro che solo a partire da come e quanto razionalmente verranno “abolite” le Province - sentimentalismi territoriali a parte - sarà possibile, condivisibile e correttamente attuabile il riordino su base sovraprovinciale della pubblica amministrazione “statale” (cioè di tutti gli enti e organismi amministrativi, giudiziari e di polizia, scolastici, previdenziali eccetera eccetera) che potrà essere, quello sì, un potente strumento di razionale riduzione della spesa pubblica • KYOSS | GENNAIO 2013 | 21


Rubrica PUBBLIREDAZIONALE sulle tematiche fiscali | A CURA DI MODUS

Il problema dell’Italia si chiama qwerty Quando le abitudini sono dure a morire

Vi siete mai chiesti perché la tastiera dei computer (e ora anche degli smartphones) presenta una distribuzione dei tasti alquanto bizzarra, senza né capo né coda, come fosse il risultato di una mente perversa? Se invece seguisse l’ordine alfabetico, scrivere non sarebbe più facile e veloce? Probabilmente sì. Ma allora dove sta l’arcano? Le persone con i capelli grigi sicuramente si ricordano che le macchine da scrivere di un tempo erano meccaniche. Attraverso una serie di leve, ogni tasto era collegato a un’astina con in cima il punzone della relativa lettera. Premendolo con forza, l’astina si alzava e colpiva il nastro d’inchiostro e la sottostante carta,

lasciando scritto il carattere voluto. Pur svolgendo egregiamente il loro lavoro, tali macchine presentavano però un grave handicap: premendo contemporaneamente o in sequenza molto ravvicinata due o più tasti, le astine si inceppavano e dovevano essere liberate e riportate nel loro stato di riposo per proseguire con la digitazione del testo rimanente. All’aumentare della bravura delle dattilografe, cresceva la velocità della digitazione, ma non migliorava il tempo per completare il testo causa le numerose interruzioni per inceppamento. Allora gli ingegneri dell’epoca si misero alla ricerca di una soluzione. La “brillante” idea fu di ritardare le segretarie più efficienti. In

tal modo nacque “QWERTY”, la tastiera così chiamata per la sequenza dei primi cinque tasti in alto a sinistra. Grazie al suo strano ordine delle lettere, essa garantiva una velocità di battitura compatibile con i limiti delle macchine dell’epoca. E di lì a poco divenne lo standard di tutte le tastiere. Ma ora, nell’era dei computer e delle macchine elettroniche che di certo non pongono limiti di velocità, QWERTY ha ancora senso? No, non ha più senso! Il motivo per cui è nata non c’è più, è svanito. Eppure essa resiste ancora, sebbene più di uno abbia cercato di metterla in soffitta. Resiste semplicemente perché è uno standard a cui tutti hanno fatto

qwertyUIOP...

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Dott. Giuseppe Pozzato Commercialista e Revisore Legale; Presidente di Control Project System Srl - Centro studi, formazione e servizi; Fondatore del Network Modus Professionisti & Partners.

l’abitudine. E, come si sa, le abitudini sono dure a morire. Lo Stato italiano è come Qwerty. Nell’arco di questo secolo e mezzo, si è sviluppato cercando di fornire le risposte ai problemi contingenti del territorio e della popolazione (a volte, ahinoi, anche ai problemi personali dei governanti…). Molte scelte, che si sono tradotte nella creazione di nuove strutture, nuovi posti di lavoro, nuovi diritti (ormai “acquisiti”), sono state prese in periodi storici nei quali l’economia funzionava, il Made in Italy macinava un successo dietro l’altro, la popolazione era statisticamente giovane, il mondo circostante era in crescita. Adesso queste condizioni non esistono più. Ce ne sono altre

che richiederebbero soluzioni ben diverse. Ma lo Stato italiano continua ad avere un numero di guardie forestali 10 volte quelle del Canada (che ha più o meno 30 volte le nostre foreste), presidenti di regione e di provincia che singolarmente guadagnano più del presidente degli Stati Uniti, stenografi di Montecitorio che hanno un reddito pari al Re di Spagna. Come nel caso della Qwerty e di qualsiasi altra abitudine ormai radicata, cambiare non è facile e richiede volontà, sensibilità, competenza, impegno, coraggio, risolutezza e costanza. Doti che di certo non hanno accompagnato gli ultimi Governi italiani. E tanto meno quello del professor Monti, chiamato proprio a

raggiungere questo obiettivo e le cui circostanze favorevoli, la disastrosa situazione del Paese e l’amplissima maggioranza parlamentare, avrebbero consentito interventi ben più risolutivi. Sorge spontanea la domanda: “Se non c’è riuscito un governo tecnico con tale potenza di fuoco, che cosa potranno fare i futuri governi politici?” A volte l’impressione è che l’Italia sia come un accanito fumatore che, sprezzante di tutti i segnali di cedimento imminente della salute, anche di fronte al baratro, non è capace di cambiare e di rinunciare alla propria malsana abitudine •

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L’Altalena | Lo sport SENZA VELI

Calcio Al di là della fede calcistica di Andrea Libondi

è tornato. E giù un fiorire di evviva, di peana, di celebrazioni confinanti con l’adulazione. Quattro mesi di silenzio (si fa per dire), dietro le quinte, comandando comunque la baracca anche se ufficialmente le redini stavano in mani altrui. Quattro mesi trascorsi in qualche missione umanitaria, in corsi di perfezionamento di qualsivoglia natura oppure a star dietro ad approfondimenti di carattere scientifico? Nemmeno per sogno. Perché i quattro mesi in oggetto Antonio Conte li ha trascorsi dietro la lavagna, come da disposizione della giustizia sportiva che così ha sentenziato nell’ambito della complessa, controversa e sicuramente oscura vicenda di un filone del calcio-scommesse. Ora il nostro ha sempre proclamato la sua innocenza anche con toni che hanno oltrepassato l’ordinaria amministrazione (quell’agghiacciante ripetuto a più riprese e con un’intonazione parecchio teatrale gli ha riservato anche le attenzioni e l’ironia di un comico di grande spessore come Maurizio Crozza), ma la sostanza lo vuole in ogni caso condannato. E, se vogliamo ancora credere nelle regole e nel loro rispetto, è questo quello che conta.

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Ora bisogna andare al di là della fede calcistica, di destra o di sinistra, per dire che il conto alla rovescia che ha accompagnato il ritorno di Conte alla guida effettiva della Juventus è stato sicuramente esagerato. D’accordo, il calcio d’Italia ci ha abituato a questo ed altro (e si può star certi che sarà in grado di far di peggio), ma un pizzico di sobrietà in più, da tutte le parti, non sarebbe guastato. Perché dipingere il tecnico che ha restituito lo scudetto alla “signora” bianconera come una sorta di eroe è parso davvero fuori luogo. Lui è chiaramente il meno colpevole, e oltretutto è indubbio che abbia sofferto assai sotto il profilo umano. Ma è il mondo che lo circonda (e nel giro vanno per forza coinvolti anche e soprattutto giornali e televisioni) che s’è macchiato di robusti eccessi, in una corsa sfrenata a chi… esagerava di più. Per questo il modo in cui è stata gestita la vicenda merita il 4. Conte invece se la cava meglio, ma il 7 che si guadagna si spiega con la sua riconosciuta abilità di stratega, un po’ meno per le sue doti di comunicatore, che hanno… ampi margini di miglioramento.

Restiamo sulla sponda Juve per una storia di striscioni in cui la società bianconera è stata prima vittima e poi colpevole. Così a San Siro alcuni tifosi (!) del Milan si sono permessi di ironizzare su Pessotto e sul suo tentato suicidio che ormai appartiene (per fortuna) alla preistoria con una “lenzuolata” rimasta visibile per alcuni (troppi) minuti prima che qualcuno la facesse sparire. Chissà se per vendetta o – più semplicemente – per stupidità, alcuni tifosi (!) della Juve nella serata del derby hanno srotolato un vergognoso striscione sulla tragedia di Superga che decimò il Grande Torino. Ora ci si chiede come quello striscione – lungo almeno una ventina di metri – sia potuto entrare allo stadio se non con la connivenza del servizio d’ordine. E ci si chiede anche come sia stato possibile lo scorrere di alcuni interminabili minuti prima che qualcuno desse l’ordine di rimuoverlo. Vero che il giorno dopo il presidente Agnelli ha preso decisa posizione, ma sarebbe il caso che la Juventus si spingesse anche più in là, per scoprire intanto chi ha redatto quelle parole insieme truci, volgari e idiote ed anche chi ha provveduto alle operazioni di ingresso e di esposizione nello Juventus Stadium. Vorremmo i colpevoli, nomi e cognomi da prendere a calci, obbligandoli a restarsene per sempre lontano dagli stadi. Nell’attesa, la Juve si becca inevitabilmente il 3, voto che divide col Milan per la vicenda-Pessotto. E non se la cava meglio il giudice sportivo, che continua a distribuire sanzioni ridicole a fronte di certe vergogne.

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Sempre calcio, maledettamente calcio, per una storia che insieme fa ridere e piangere. E non solo. Il protagonista in positivo si chiama Stendardo e dall’inizio del 2012 difende i colori dell’Atalanta. Il suo nome (Guglielmo) si associa per forza al leggendario Tell, l’eroe svizzero per antonomasia e pure lui è un personaggio speciale. Non tanto per il suo presente da giocatore di serie A (nel suo passato ci sono anche apparizioni con Lazio e Juventus) quanto per le sue divagazioni extracalcistiche. Caso sicuramente raro almeno tra gli atleti in attività, Stendardo ha strappato una laurea in giurisprudenza che vuole far fruttare a fine carriera, magari ripercorrendo la strada che è stata di Sergio Campana. Eccolo allora iscriversi all’esame per diventare avvocato che a metà dicembre lo chiama in causa a Salerno. Solo che l’Atalanta non gli concede il permesso perché in quei giorni c’è la partita di Coppa Italia con la Roma alla vigilia della sfida di Torino con la Juve. Lui ci resta male ma non demorde e all’esame (che, si badi bene, si tiene una vol-

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ta all’anno) si presenta comunque, sollevando per questo le ire del club orobico e dell’allenatore Colantuono, che hanno parlato apertamente di una punizione esemplare per quello che considerano semplicemente un loro dipendente passando sopra ai suoi meriti indiscussi di uomo e ignorando i riflessi positivi che dall’intera vicenda sarebbero potuti derivare. D’accordo che fare i conti in casa d’altri è sempre facile, ma la nostra solidarietà va per intero al giocatore, di cui – in un mondo che pensa soprattutto a veline, auto di lusso, play-station, bei vestiti e banalità varie – vanno apprezzati il brillante percorso di studi, la scelta di pensare già concretamente al futuro e la coerenza conseguente. Lui si conquista un 9 che sa di assoluzione con formula piena, l’Atalanta ed il suo allenatore si dividono il 4 che vale la condanna. In questo contesto va apprezzato l’intervento di Tommasi, presidente dell’Associazione Italiana Calciatori, che s’è schierato al fianco del giocatore. Chissà, un domani potrebbe tornare buono alla causa…

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Ancora calcio, stavolta in casa nostra. Per parlare non dell’altalena del Vicenza, ma dell’altra realtà cittadina (il Real Vicenza, serie D) e di un’altra squadra che vuole ritagliarsi un futuro di gloria (il Marano, Eccellenza). In comune le due società hanno presidenti che pensano in grande, Diquigiovanni da una parte e Dalle Rive dall’altra. Entrambi vogliono la promozione e lo dimostrano non risparmiando investimenti in qualità e quantità, senza badare a spese. Sullo sfondo, oltretutto, c’è sempre il Vicenza, che potrebbe essere il punto d’arrivo. Il voto è obbligato: un 9 che accomuna il loro entusiasmo, però con un distinguo doveroso. Perché le basi per un futuro solido non si gettano solo a suon di acquisti ma anche con una saggia programmazione. E il voto, sotto questo aspetto, resta sospeso.

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Serata amarcord a inizio dicembre a Schio, che ha ospitato la vernice del libro di Adriano Bardin, “L’ultimo spogliatoio”. Un appuntamento salutato da una straordinaria partecipazione di pubblico, con decine di persone che non ce l’hanno fatta ad entrare nel teatro dei Salesiani dove c’erano tanti compagni d’avventura del Vicenza che fu e insieme alcuni degli allievi prediletti (Toldo in primis) del “Bardo” preparatore dei portieri anche del giro azzurro. Emozionato, orgoglioso e felice il protagonista, che si meritava una serata così. Il voto viene facile facile, con l’8 che unisce l’ex portiere del Vicenza e quanti si sono impegnati per la splendida riuscita dell’evento.

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Sebastien Loeb ha detto basta. Il pilota francese, pluricampione di rally, ha annunciato il suo ritiro. A febbraio farà 39 anni ed ha deciso che nel 2013 non difenderà il titolo, limitandosi con la sua fedele Citroen D83 a partecipare a quattro gare del circuito mondiale, cominciando dal fascinoso rally di Montecarlo. “Alla mia età è tempo di pensare anche alla famiglia” ha detto. Ed ha escluso ripensamenti alla Schumacher. Credendogli, il voto si richiama per forza ai 9 titoli iridati vinti consecutivamente. Alla prossima •

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IL PERSONAGGIO | CESARE GEROLIMETTO

Girando con amore Il giro del mondo con il camion “Pigafetta” di Beppe Donazzan

Ha visto il mondo, nel suo caso lo si può ben dire, anzi sottolineare. Percorso e raccontato. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, meridiani e paralleli attraversati più volte, quasi fossero un filo conduttore della sua esistenza. Ha viaggiato quando l’epoca dei charter era di là da venire e il viaggio significava fatica e avventura. Partire e andare a vedere. In questa frase è riassunta la filosofia di Cesare Gerolimetto, bassanese, 73 anni solo sulla carta d’identità, una decina in meno d’aspetto. Le rughe sul

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volto, la barba bianca, gli occhi mobilissimi, sono i segni distintivi di un modo di vivere fuori dagli schemi. Con la passione e la curiosità a fare da propulsore al suo vagabondare. Gerolimetto è uno dei più conosciuti e apprezzati fotografi naturalistici del mondo. Le sue fotografie, o meglio opere, sono state pubblicate sui più importanti giornali italiani fino a finire sulle pagine di Time Usa e soprattutto National Geographic, il traguardo per ogni fotografo di paesaggi. Più di trenta libri firmati, la gran parte sul

Veneto, quello vero, nascosto, segreto. Fu la passione per i motori ad innescare il percorso della sua carriera. Tutto nacque assistendo alla Mille Miglia. “Ricordo che papà mi portava in Corso Palladio a Vicenza. I bolidi che passavano velocissimi in mezzo alle case, la gente festante, quell’atmosfera, mi rimasero dentro. Ma ancora di più fui stregato dal rombo, anzi dal suono dei motori...”. Decise che avrebbe corso in macchina. Le prime gare in salita alla


Cesare Gerolim guida delle velocissime 850 Abarth, seguite poi dai rally. Percorsi lunghi, superiori ai mille chilometri, strade difficili, impegnative, da affrontare con macchine con le quali si andava a lavorare. Erano gli anni del San Martino di Castrozza e della Bassano Corse. è stato proprio partecipando ai rally che Gerolimetto fu folgorato sulla “via di Damasco”. “Mi dissi: perchè spendere soldi per correre quando potrei investirne di meno per viaggiare e conoscere

il mondo?”. Detto, fatto ed eccolo, nel settembre 1969, partire per Kathmandu nel Nepal. La macchina, una berlina Fiat 124, con poche modifiche e rinforzi, per superare le insidie di un percorso lungo 28 mila chilometri. “Erano tempi in cui a sud di Belgrado le strade asfaltate cessavano e iniziavano quelle sterrate. E poi c’erano le piste...nient’altro”. Assieme a Gerolimetto, Ferruccio Franzoia, di Feltre, architetto di professione, oggi nome notissimo per le

installazioni dei musei. Quel viaggio accentuò la voglia di conoscenza e avventura. Nel 1972 Gerolimetto, sempre con Franzoia, si inventò il periplo dell’Africa, 48mila chilometri, con una Jeep Commando. Cinque mesi di viaggio, attraverso deserti, savane, foreste... “Mi portai dietro una macchina fotografica, niente di serio, scattai pochi rullini. Per l’incontro della vita, la fotografia, avrei dovuto attendere ancora”. Aveva percorso Europa e Asia, l’intera Africa, al termine dell’avven-

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IL PERSONAGGIO | CESARE GEROLIMETTO

tura nel continente nero, Cesare Gerolimetto si fermò a riflettere. “E adesso?, mi chiesi. Per fare qualcosa di diverso non mi resta che il mondo intero”, fantasticai. Un’idea nata così, che pareva impossibile da realizzare. Con quale mezzo?, l’altro interrogativo. Un camion, ecco cosa ci voleva. Mi informai e venni a conoscenza che mai nessuno, fino ad allora, aveva osato fare il giro del mondo con un autocarro”, spiega il fotografo-esploratore bassanese. “Avevo calcolato che sarebbero stati necessari tre anni per portare a

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termine l’impresa. Conobbi Daniele Pellegrini, un giornalista-fotografo naturalista, la persona giusta”, continua il fotografo bassanese. Il camion venne battezzato Antonio Pigafetta, in onore dello storiografo vicentino di Ferdinando Magellano, il navigatore portoghese che per primo circumnavigò la Terra. Tutto iniziò il 17 agosto 1976 e l’impresa si concluse il 19 aprile 1979 a due anni e 245 giorni dalla partenza avvenuta a Vicenza. 184mila chilometri attraverso i cinque continenti, un vero e proprio record inserito nel

libro dei Guinness dei primati. La grande avventura fu seguita passo passo da Epoca. “Per la prima volta mi convinsi che era necessario documentare, trasmettere agli altri, per mezzo della fotografia, le emozioni che vivevo. Iniziai così la mia attività di fotografo. Neofita in tutto, scattai lasciando spazio alla mia sensibilità compositiva dell’inquadratura. Più che la tecnica cercai di privilegiare la costruzione dell’immagine. I colori, l’esaltazione dei particolari, tutto questo è ancora quello che anima la mia ricerca fotografica”, sottoli-


nea Gerolimetto. Cinque anni dopo quell’impresa decise che era arrivato il momento di fare il grande salto, abbandonare il lavoro, all’interno dell’azienda di famiglia, per dedicarsi anima e corpo alla fotografia. Era il 1984. Cominciando da zero con la sola passione e sensibilità a fare da motore ad un mestiere da inventare. Ma fu subito un crescendo. Foto mai banali, con la ricerca della luce, delle nitidezze a fare la differenza. Albe e tramonti, i suoi paesaggi raccontano e incantano. Con la natura a fare da protagonista assoluta.

Gerolimetto continua ad essere un viaggiatore instancabile. Oggi con uno sguardo predominante nei riguardi della propria terra. Atmosfere magiche escono dalle pagine dei libri pubblicati come “Asolo”, “Il giardino Veneto”, “Vicenza”, “Divini Colli”, “Venezia, le quattro stagioni”, “Verde Venezia”, “La porta della valle” e “Veneto Celeste”. Un capolavoro, quest’ultimo libro. “Ho voluto ritrarre la nostra Regione dall’alto. A bordo di un piccolissimo elicottero ho cercato di far vedere luoghi, piazze, strade, città, particolari come non si

erano mai visti. Ho lavorato un anno e il libro è stato un vero successo”. Il bassanese spiega che non torna mai sui luoghi che ha già visitato. “Lo evito per non avere delusioni. Quelle volte che l’ho fatto sono rimasto scioccato dal degrado e dalle sistemazioni attuate. Mi dedico a cercare gli angoli incontaminati, quelli non ancora violentati. Per fortuna sono molti, anche se si può pensare il contrario”, spiega. Una ricerca per trasmettere la bellezza del Veneto alle generazioni che verranno •

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ODORE DEL DIVERSO | SENZA TETTO

Capita a noi di Scarp de’ Tenis Lasciateci un po’ di spazio di Cristina Salviati vicenza@scarpdetenis.net

Capita andando a Thiene la domenica con M, per presentare il mensile di strada Scarp de’ Tenis alle messe che si tengono nel patronato S. Gaetano, di incontrare don Fidenzio, che sa metterci molto a nostro agio. M è un bell’uomo e si tiene molto bene, non sembra proprio una persona senza tetto, così ci presentiamo insieme, siamo qui per vendere il giornale al posto di D che verrà nei prossimi mesi. Alla fine della prima messa quelli che non hanno voglia di leggere i nostri articoli e le nostre storie abbassano gli occhi ed escono a muso duro. Così, dopo la seconda, cambiamo le parole; ai venditori di Scarp interessa guadagnare, naturalmente, ma a me e M preme di più ricevere un sorriso, un “ciao, come vi va’?”. Il messaggio arriva e dalla chiesa escono facce sorridenti e persone con voglia di conoscerci. Finché una signora ben vestita ci mette in mano un bigliettino: “Grazie di essere qui e di quello che avete detto. Se una domenica credete o potete fermarvi a pranzo con noi, ci fa davvero piacere”. La sorpresa già grande a questo punto si amplifica, quando l’elegante signora ci racconta di aver vissuto anche lei per strada.

Capita che in ottobre organizziamo una grande festa a Vicenza, in piazza delle Poste, per la Notte dei senza dimora. Parola d’ordine: “Provate a riconoscerci, Senza tetto sono io, lui o tu?”. Insieme abbiamo preparato i banchetti e incontrato le persone, insieme abbiamo animato il palco ballando, suonando, raccontando, poi abbiamo anche dormito, sempre insieme, un lungo abbraccio che ha riempito i portici della piazza, da una parte e dall’altra. Il giorno dopo è arrivata la mail di ringraziamento da una ragazza: “è stato bellissimo, peccato che i senza tetto non ci fossero”. Capita, accettando di fare un reading di storie senza tetto per l’associazione Etimoè di Zanè, che si parta con un senso di pesantezza. Siamo in sei lettori in una stanza molto piccola, ci introduce una scenografia di scarpe appese alla parete e il sax di un nostro amico musicista. Fuori si sentono le urla dei tifosi, perché stasera l’Italia gioca contro la Germania agli Europei di calcio, mentre dentro la gente è ammutolita ascoltando le nostre storie. Poi entra in scena G con i suoi modi istrionici e il pubblico tira un sospiro di sollievo. Anche i senza tetto sanno ridere. A Zanè

ci siamo ritornati proprio all’inizio di questo mese, la voce si è sparsa, in tanti hanno voluto venire al nostro spettacolo di letture, “8 Storie – 8 lacci di vita”. Capita infine che La Piccionaia I Carrara, Teatro stabile d’innovazione, decida di metterci in cartellone, il nostro prossimo spettacolo è in programma il prossimo gennaio 2013 e chissà forse stavolta mescoleremo alle nostre storie quella di un senza fissa dimora illustre, Antonio Pigafetta. Per tutti gli anni del naufragio nel Pacifico, dopo la morte del suo comandante Magellano, quell’eroico vicentino rimase a girovagare, povero in canna e senza un tetto sopra la testa, ma tornò ricco di avventure da raccontare a chiunque avesse voglia di stare a sentirlo. Queste sono solo alcune delle cose che ci capitano girando città e provincia per vendere il mensile Scarp de’ Tenis, scritto e venduto da giornalisti e persone senza dimora, accompagnati dagli amici del gruppo “Sotto un cielo di stelle”. Ti interessa farne parte? Capita che a volte qualcuno ci contatti e sia sempre gradito •

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libri

LIBRI LETTERATURA E UOMINI | A CURA DELLO SPRITZ LETTERARIO

Presentare libri è un’arte Inizia un nuovo anno, con propositi, obiettivi e avventure tutte nuove di Marianna Bonelli

C’è una costante, o meglio, una garanzia che non muta nel tempo: ciò che i libri ci possono regalare. I libri sono una merce preziosa. Contengono storie, esperienze, emozioni, personaggi che vivono di vita propria. Sfogliando le pagine ci regaliamo del tempo e accettiamo di stare in silenzio ad ascoltare. Per qualche momento sospendiamo la nostra credulità, per affidarci totalmente alle regole del mondo costruito dall’autore. I libri fanno un lungo percorso, che parte dalla mente dell’autore, per arrivare allo scaffale della libreria, lì, davanti ai nostri occhi, pronti per essere scelti. Certo, oggi hanno vita breve anche in libreria, i titoli sono talmente tanti che, per dare spazio a tutti, bisogna farli ruotare dalla facciata alla costa in circa quindici giorni, poi pian piano se non scelti, tornano all’editore. Questo vale per le versioni cartacee. Per quelle digitali la questione è diversa, di spazio ce n’è di più, gli elenchi sono sterminati e la scelta diventa ancor più difficile. È un po’come decidere che pizza prendere in quei locali dove ti propongono, tra classiche e speciali, più di cento tipi e finisce sempre che, nell’imbarazzo della scelta, prendi la classica Margherita. Tante sono le presentazioni di questa merce preziosa, che i librai, di catena e indipendenti, si prodigano ad organizzare nella speranza di vendere più copie. Molti sono i fattori in gioco, dalla disponibilità dell’autore, che raramente si fa pagare, alla tematica del libro, il luogo, l’orario e il relatore. Per gli ebook sta nascendo, con un

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po’ di reticenza, la presentazione ad hoc, che richiede un supporto digitale, sia Kindle, iPad o qualsiasi altro device, per poter mostrare l’opera e interessare i presenti. Ora vi chiedo di essere sinceri e di pensare a quante presentazioni vi siete annoiati, sia nella veste di lettore che, eventualmente, di autore protagonista. In Italia si legge poco. In parte ritengo che dipenda da come e dove vengono presentati i libri. Non ho la presunzione di affermare che qui stia tutto il problema, certo è che se si trasmettesse la passione per la parola scritta in maniera diversa, forse qualche lettore in più si potrebbe catturare. Se i libri sono merce preziosa, perché si presentano spesso in maniera noiosa? Perché manca la professionalità nel farlo. Per introdurre l’autore si coinvolgono personaggi illustri, in modo da attirare l’attenzione di un pubblico più numeroso, così spesso assistiamo a introduzioni e riassunti del libro che durano un’ora. A volte l’autore stesso si addormenta o propone espressioni comiche alla classica frase “sarò breve”, pronunciata dal relatore e garanzia di lunghezza estenuante. Per non parlare di chi presenta i libri senza nemmeno averli letti, ahimè un buon numero. Si è perso un punto di vista fondamentale: quello del lettore. È per lui che si organizzano le presentazioni, per “esporre” l’autore a chi ha imparato a conoscerlo e amarlo solo attraverso le righe. È il lettore che deve essere protagonista, non presenzia-

lista passivo. Sarà lui che, al termine, deciderà se fare l’acquisto o meno. Gli orari delle presentazioni sono un altro punto dolente. Quanto pubblico possiamo pensare di coinvolgere in orari di lavoro? Il luogo. Se si sceglie sempre e solo la libreria, come si catturano i “non lettori”? Osare in luoghi altri, in luoghi della vita quotidiana, ha due effetti collaterali, il primo è di interessare chi non legge, e il secondo è di permettere al gestore del luogo di farsi pubblicità, il tutto appoggiandosi, per le copie in vendita, al libraio di fiducia, che sarà felice di non dover mettere la sua libreria sotto-sopra per l’evento. L’autore richiederebbe un capitolo a parte. A lui si chiede di scrivere bene e di farlo per essere letto, è questo il suo mestiere. Ciò non implica che sia in grado di parlare del suo lavoro, interessando i presenti. C’è un alto rischio di autoreferenzialità o, per contro, di timidezza che lo può portare a rispondere a sillabe atone. Rari sono gli autori “one man show”. La moda del momento è quella di proporre lo scrittore come una rock star. Su questa tendenza sono sicura che l’amica Michela Murgia avrebbe più di una cosa da ridire. Il genere del libro è essenziale a dare la giusta impostazione all’evento. Se andiamo alla presentazione di un saggio abbiamo delle aspettative diverse rispetto a un libro di narrativa, nel primo, ad esempio, è importante tornare a casa avendo appreso qualcosa di nuovo. Di professionisti in giro ce ne sono, a ognuno il suo mestiere •


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ACQUISIZIONI | SERVIZIO DA TAVOLA

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tesori ritrovati

Maioliche regali La collezione Antonibon ritorna a casa di Elisabetta Badiello

Dalla corte degli Orange Nassau, reali d’Olanda, alle sale di Palazzo Thiene. Tra i nobili oggetti appartenuti alla Regina Giuliana, un antico servizio di 132 pezzi da tavola, finemente decorati, è tornato a casa. Protagonista dell’acquisizione la Banca Popolare di Vicenza che con il progetto “Capolavori che ritornano” ha intrapreso ormai da dieci anni il recupero e la restituzione di opere di origine veneta, disperse in giro per il mondo. Dall’Olanda un elegante esempio di “art de la table” settecentesca. Maioliche della manifattura Antonibon di Nove, importante centro per la produzione di ceramiche in provincia di Vicenza. Il servizio fa parte della collezione appartenuta alla Regina Giuliana d’Olanda, morta nel 2004 a novantaquattro anni. Una sovrana che aveva una particolare predilezione per l’Italia. La famiglia reale olandese, infatti, frequenta da sempre la penisola italiana e possiede una tenuta in Toscana. Riguardo al raffinato Antonibon è ancora avvolto dal mistero come il servizio sia giunto alla corte olandese perchè non figura acquistato. Magari è arrivato agli Orange come dono offerto da un ospite di rango. Forse potrebbe essere frutto di una raccolta antiquaria arricchita dalla passione collezionistica della stessa Regina Giuliana.

Trattandosi di un bene che risultava negli archivi della residenza di Stato, palazzo destinato all’accoglienza degli ospiti da parte della casa reale, si presume fosse utilizzato in occasione dei banchetti e dei ricevimenti alla corte d’Orange. Maioliche da tavola decorate “alla frutta barocca”, realizzate nella manifattura Antonibon quando questa era guidata dal suo più geniale proprietario, Pasquale. Per la maggioranza sono piatti. Ce ne sono di piani, fondi, ovali, d’appoggio. Nella collezione anche terrine e zuppiere, complete di coperchio. La maiolica è costituita da un impasto di terracotta ricoperto da vernice vetrifera con il risultato di un manufatto di solito color caffelatte. Lo smalto della produzione Antonibon invece è bianchissimo, brillante. La manifattura di Nove si distingueva anche per i decori affidati a veri e propri artisti. Il servizio acquisito si caratterizza per un decoro di “frutta barocca”, in uso nel periodo. Fette di zucca, cocomero e melone accanto a fichi, uva, ciliegie, mele e pesche costituiscono un insieme festoso. Piena libertà inventiva. Ogni pezzo è un pezzo unico quanto a collocazione dei frutti, alla diversa combinazione nelle varietà, al gioco originale. Perché scoprire che cosa riservava il piatto era un vero e proprio gioco. Talvolta la frutta si ac-

compagna alla conchiglia, a foglie di fattezze diverse, a fiori o pianticelle. Talaltra compaiono gatti, lumache, lucertole. Ci sono strumenti musicali, carte da gioco e figure. Una tavola preparata con maioliche di questo tipo era allegra, festosa. Ci si sedeva a tavola per mangiare ma si giocava a ricercare somiglianze e differenze nei decori, un trionfo che si esprimeva nell’unicità di ogni singolo piatto. “Il piatto è il re della mensa, il trono del decoro e della vivanda, l’esaltazione della convivialità” spiega Fernando Rigon, curatore della mostra, illustrando il ruolo del piatto. La qualità del servizio, la finezza delle decorazioni e l’apprezzamento della Regina Giuliana per l’arte italiana hanno contribuito al successo di questo capolavoro veneto alla corte d’Orange. E per un’arte che è sempre stata considerata “minore”, si tratta di un riscatto straordinario. Acquisire ed esporre questo manufatto della nostra provincia è un omaggio alla cultura e all’arte del territorio, elemento fondamentale per identità e tradizioni. Il servizio da tavola Antonibon non decorerà più la tavola dei reali. Ha trovato il suo spazio nella nuova “Sala del Settecento”, allestita a Palazzo Thiene, dove le ceramiche sono inserite in una cornice per mostrarsi agli occhi dei visitatori •

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Ale Giorgini

ARTE | I DISEGNI DI GIORGINI

• Il poster di Starwars 36 | KYOSS | GENNAIO 2013


• Il poster di The Big Lebowski

• Kill Bill: l’immagine di anteprima della serigrafia in edizione limitata per la mostra di Los Angeles

Movie poster d’autore Ale Giorgini di Stefania Michelato

Una bellissima donna con un occhio solo, la Daryl Hannah di Kill Bill, è il personaggio che anticipa la sezione dedicata ad Ale Giorgini in occasione della collettiva presso la Hero Complex Gallery di Los Angeles, che inaugura a metà gennaio. Il trentaseienne vicentino, che sta progettando anche una mostra in aprile a New York, è stato contatto direttamente dai curatori americani che hanno visto il suo lavoro online. Potenza della rete, ovviamente, complice un prodotto particolarmente affine alla sensibilità occidentale contemporanea: movie poster, in edizione limitata, con soggetti prevalentemente cinematografici. I talenti del territorio che si fanno notare a livello internazionale ci incuriosiscono molto, perciò gli abbiamo rivolto alcune domande. Come ti definiresti: designer, artista, fumettista? In realtà non lo so, forse un po’ tutte queste cose assieme. Sono in imbarazzo nel trovare un termine per definirmi perché fondamentalmente

diverto con il mio lavoro. Ma aggiungerei anche “illustratore”. Il tuo immaginario attinge dalla storia del cinema: Pulp Fiction, Il grande Lebowsky, I Blues Brothers, Star Wars. Cosa ti piace di questi film? Amo il cinema. I film che scelgo mi hanno emozionato, ispirato, stimolato: hanno tutti, in qualche modo, contribuito alla mia crescita creativa.  Il cinema che scegli è quello degli anni 70-80-90, ma il tuo tratto è molto lontano dalla grafica di quel periodo. Per certi aspetti ricorda un cartone molto in voga adesso “I Fantagenitori”. Segui i cartoon di oggi? Adoro i cartoni animati, anche se ho poco tempo per poterne guardare quanti vorrei. Sono d’accordissimo con il paragone con i Fantagenitori. Come il loro, anche il mio segno è una sorta di modernizzazione del character design tipico degli anni ‘50-’60, quello del Carosello, cui sono molto legato anche affettivamente. Un altro riferimento sono i cartoni di Hanna&Barbera, che riempivano i pomeriggi di quando ero piccolo.

Quali sono i designer che preferisci e perché? Ho avuto la fortuna di lavorare con molti dei fumettisti e illustratori che ho sempre ammirato e che fino a qualche anno fa erano per me “irraggiungibili”. Adoro l’immaginario di Shag, il segno di McBees, lo stile di Jurevicius. Ma gli artisti che stimo e seguo sono molti, è impossibile citarli tutti. Ale Giorgini nato nel 1976, vive a Vicenza. Pubblica ogni mese le sue storie a fumetti su La Repubblica XL, Focus Wild, Focus Junior e The Walking Dead. É il vignettista presente in studio dell’ultima stagione televisiva di “Loveline” su MTV. Ha partecipato a mostre ed esibizioni in tutto il mondo (New York, Roma, Sidney, Firenze, Milano, Los Angeles, San Diego, Napoli). Nel 2013 ha in previsione una mostra a quattro mani a Museion, il Museo d’Arte Moderna di Bolzano • www.aaargh.it KYOSS | GENNAIO 2013 | 37


vivere a lung

SALUTE | Rubrica pubbliredazionale A CURA DI KYOSS E MEDICA GROUP

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Alessandro Lampreda, medico dietologo e mesoterapista, competente in medicina del lavoro e presidente del Poliambulatorio Medica Group.

Nel saper sognare il segreto della longevità La ricerca genetica, prossimo obiettivo

Sopravvissuti alle catastrofiche previsioni che vedevano il mondo soccombere lo scorso dicembre, secondo una profezia, quella dei Maya, per la quale il calendario si sarebbe interrotto con il 22.12.2012, ci ritroviamo a fare i conti con la nostra quotidianità. Anche se magari avevamo sperato nella fine, o forse soltanto temuto, ci ritroviamo ancora su questa terra a prenderci carico della nostra vita. Una vita che nel tempo si è allungata. Certamente hanno contribuito fattori come una migliore alimentazione e un diffuso benessere ma anche la medicina, grazie alla diagnostica preventiva, è riuscita a scongiurare rischi che fino a qualche decennio fa erano causa di patologie dagli epiloghi mortali. Di progressi la medicina ne ha fatti molti, soprattutto nel campo della prevenzione. Prossimi obiettivi saranno la ricerca genetica, una medicina predittiva in grado di deter-

minare la propensione contenuta nei geni a sviluppare particolari patologie su cui poter intervenire. Godere un sano star bene anche oltre l’età matura! Oggi un sessantenne è sicuramente ancora giovane rispetto al passato. L’età è sempre meno legata all’aspetto anagrafico e sempre più espressione di ciò che abbiamo costruito. Il nostro bagaglio emozionale è costituito dal benessere sociale, dalla soddisfazione per ciò che siamo e facciamo. Un sessantenne, grazie alle nuove tecnologie, si ritrova un carico di esperienze da centenario ma un fisico ancora in grado di far fronte a una vita più che soddisfacente. Però, sebbene la medicina abbia allungato l’attesa di vita oltre gli ottant’anni, sono purtroppo ancora molte le persone che superano la soglia critica con problemi cronicizzati che determinano un peggioramento nella qualità degli ultimi anni.

Un certo accanimento nel voler prolungare sine die uno stato che ormai, in molti casi, ha perso il suo aspetto umano. Assodato che per arrivare a festeggiare il centenario è fondamentale un patrimonio genetico in grado di farci superare la fatidica soglia - Rita Levi Montalcini e Umberto Veronesi devono ringraziare innanzitutto i loro geni - la sfida che si pone la medicina nei prossimi decenni è quella di migliorare la vita garantendo quell’allungamento dell’età matura che consenta di godere fino all’ultimo dei piaceri di un’esistenza terrena. Da parte nostra, al di là del proprio patrimonio genetico, qualcosa possiamo fare. Il mantra è sempre lo stesso ma non ci stancheremo mai di ripeterlo: rivedere il nostro stile di vita, la nostra alimentazione. Ma qualcosa aggiungiamo. Siate curiosi, non smettete mai di sognare. Perché il sogno allunga la vita •

MEDICA GROUP srl Via L. Da Vinci, 41 36075 Montecchio Maggiore Tel. 0444 694 518 Fax 0444 602 676

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LOST IN FASHION | A CURA DI GELINDO PRETTO

snow style

Alla moda anche in alta quota Perché la differenza tra coprirsi e saper vestire bene è sempre una questione di stile di Gek Folley

Con il nuovo anno anche “lost in fashion” si rinnova. Dopo aver affrontato il tema dei miti del cinema nel 2012 ha intenzione di catturare la vostra attenzione presentandovi ogni mese uno stile diverso. Perché la differenza tra coprirsi e saper vestire bene è sempre una questione di stile. Siamo a gennaio, il mese più freddo dell’anno, e Gek Folley vi da dei consigli per una semplice giornata sulla neve, le novità da praticare in montagna e naturalmente le news su cosa propone la moda sulle piste da sci oltre al look dopo pista. L’abbigliamento da sci diventa trendy e per scendere sulle piste si scelgono dettagli particolari, colori fluo e linee quasi retrò. Tecnologia sportiva e arte sartoriale italiana sono le caratteristiche dei capi di Aurum Vist, brand di eccellenza che unisce lo stile e la tecnica all’eleganza. Sono gli anni venti, il Charleston e l’emancipazione femminile i punti di partenza e le fonti di ispirazione della super tec40 | KYOSS | GENNAIO 2013

nologica collezione Vist per l’inverno 2013. Giacche a vento dai colori neutri, arricchite con colli e cappucci di piume di struzzo ed emù. Oppure capi coloratissimi da abbinare ai winter- boot in pelo di capra fluo. Non mancano i classici maglioni in cachemire, cappotti da città e tute da sci da portare sulle piste e non solo. Completano la collezione gli accessori come caschi, sci, attacchi e piastre che superano il concetto classico di “attrezzo” grazie a un design accattivante e alle grafiche originali. Ma nell’abbigliamento dello sciatore più glamour non può mancare la maschera da sci ricoperta da ben 2500 cristalli Swarovski e firmata Dolce&Gabbana. Anche la maison francese Chanel lancia una nuova linea completa di sci, snowboard e accessori. Eleganti, raffinati e in grado di garantire performance ad alto livello. Gli sci, in particolare, sono realizzati in legno di palissandro, fibra di vetro e alluminio e portano impresso il ce-

lebre logo dell’azienda. Sempre parlando di sci, da segnalare gli “Audi Carbon Sky”. Sci dal cuore in legno e strati in alluminio e titanio, interamente ricoperti da un guscio in carbonio che permette grande stabilità e torsioni minime. Anche la casa automobilistica Infiniti, esempio di eleganza e classe made in Japan, ha deciso di collaborare con un altro prestigioso marchio, Volant, per creare una linea dedicata agli amanti dello sci. Lo sky-pack in edizione limitata comprende un paio di sci Infiniti personalizzati con il nome del cliente e un porta sci per i modelli Infiniti EX e FX. Potete ordinarli presso i rivenditori autorizzati di tutta Europa. Un mix di artigianalità e ingegneria hanno permesso all’azienda svizzera Zai di realizzare sci fatti a mano e curati in ogni minimo particolare. Non abbiamo certo dimenticato i brand più conosciuti come Colmar, che propone giacche e piumini imbottiti caldi e colorati, perfetti per combattere il clima più rigido. Tra gli


accessori spicca Moon Boot con una collezione di doposci retrò style e borse coloratissime. Per le amanti del freddo “Ugg” propone, in alternativa ai classici boot in montone, una nuova serie rivestita di paillettes. E poi Patagonia, con un total look pensato per il tecnico e l’uso anche in città. Total white è anche il filo conduttore della collezione di abbigliamento Fix Design per l’inverno 2013. I capi base sono infatti bianchi e soffici come la neve, impreziositi da ricami di lana, passamanerie e bordi in morbida pelliccia. Malgrado la crisi economica, ci si può permette un weekend sulla neve sfoggiando un look curato, facendosi aiutare da alcune catene low-cost che propongono tute da sci, giubbotti, stivali e tutto l’occorrente per essere comunque a posto senza dover sborsare un capitale! Sto parlando di Decatlon che con i suoi costi ultracompetitivi e con modelli accattivanti risolve spesso molti problemi. Si affianca per i prezzi e su-

pera il concorrente per lo stile BonPrix che ancora una volta cattura la sua clientela con proposte adatte a ogni occasione. Non dimentichiamoci che siamo in piena stagione di “SALDI” e vi consiglio un giretto alla ricerca di capi super scontati e super griffati. Rischiate di portarvi a casa dei pezzi che fino a qualche settimana prima erano probabilmente impossibili da comprare. A voi la scelta. Il mercato, di sicuro in flessione, permette di fare ottimi affari. Curiosità Il nuovo popolo della neve si diverte con sport alternativi, molti accessibili, alcuni spettacolari e altri ancora riservati solo a sportivi veri. Sono molti gli sport invernali alternativi allo sci. L’airboard è una sorta di gommone triangolare con materassino, una versione moderna del bob, meno rischioso e più divertente. Per chi vuol fare trekking ecco le ciaspole, per camminare sulla neve fre-

sca senza stancarsi. Lo snowbike, per andar in bicicletta con gli sci al posto delle ruote. Per chi non vuole rinunciare allo slittino ecco Skidoo, versione moderna e a motore. Con Eliski si atterra sulle cime più inaccessibili grazie all’elicottero e si scende lungo i fuori pista. Per gli sportivi veri l’Ice Climbing, per arrampicarsi con scarponi chiodati, piccozze e funi di sicurezza su cascate di ghiaccio. Si può poi ricorrere allo Skijoring, sciare trainati da un cavallo o su slitte condotte dai cani, come Jack London. Sono solo alcuni esempi di quanto si sia evoluto il mondo degli sport invernali. Alla prossima Gek Folley

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Le residenze I Prati di Creazzo, uniche nel loro genere, una garanzia nel tempo Fronte “Parco dei Tigli” consegne fine 2013 e fronte “Golf” pronta consegna Finiture e tecnologie d’avanguardia con classificazioni energetiche in classe A e B.

L’insediamento residenziale I Prati di Creazzo, di alto livello abitativo e di pregiata qualità costruttiva, è ubicato nel centro di Creazzo, ideale per chi ama la discrezione e allo stesso tempo le comodità del centro cittadino.

Oltre ai confort abitativi specifici delle residenze, l’ubicazione in un centro ben organizzato come quello di Creazzo gode di verde proprio, di due parchi pubblici e di ampi parcheggi di quartiere.

L’alta qualità costruttiva e la massima attenzione al risparmio energetico identificano un benessere abitativo di rara comparazione con fascino, eleganza e concretezza delle soluzioni costruttive.

Nei pressi del Golf Club, ai piedi della collina, le residenze I Prati di Creazzo offrono soluzioni ai piani terra con giardino esclusivo, anche con taverna, o ai piani superiori con terrazzi e suggestive mansarde.

www.ipratidicreazzo.it

È iniziata la prenotazione della palazzina “I” fronte Parco dei Tigli

UNA REALIZZAZIONE

Una realizzazione Travel srl

Visite in cantiere dal lunedì al sabato Informazioni e prenotazioni delle visite presso: Stabilia Immobiliare Olmo, viale Italia 217, Creazzo

Tel. 0444 341010 - 0444


Portatile, facile e contro la malaria

Londr

CITY LIFE

Digital Crystal: Swarovski al Design Museum

Non vi state perdendo l’ultimo modello di telefonino anche se ne ha le dimensioni e l’aspetto. Si tratta in realtà di un kit antimalarico messo a punto qualche settimana fa dai ricercatori della St George University di Londra, dopo anni di ricerca. E’un dispositivo portatile in grado di rilevare il parassita della malaria e di identificare le specifiche mutazioni in appena 20 minuti. Da una goccia di sangue, estrae il DNA malarico e individua sequenza e specifiche mutazioni legate alla resistenza ai farmaci, utilizzando un biosensore nanofilo - afferma un comunicato stampa. Lo scopo di Nanomal è quello importantissimo di avere dati professionali dalle regioni remote del mondo, in una frazione di tempo e con pochi costi, oltre a rendere possibile l’individuazione di focolai e la diffusione di ceppi particolari. Circa 800.000 persone muoiono di malaria ogni anno dopo essere state punte da zanzare infettate con parassiti della malaria e in alcune regioni, il parassita sta sviluppando resistenza anche ai più potenti farmaci anti-malarici •

Il designer israeliano Ron Arad ripensa la sua Lolita, realizzata nel 2004 per lo Swarovski Crystal Palace, uno dei primi esperimenti di arte associata alla tecnologia digitale. Oggi il lampadario Lolita, nell’esposizione Digital Crystal al Design Museum di Londra, interagisce con il visitatore attraverso tweets e sms che percorrono la spirale di cristallo grazie ad un complesso sistema di tecnologia LED. Con una storia che parte dal 1895, Swarovski si smarca definitivamente dal consueto uso dei cristalli nei tradizionali ambiti del fashion, esplorando e avvicinandosi ad ambiti creativi decisamente diversi. In questa esposizione ha chiesto agli artisti di esplorare il futuro della memoria, nella rapida era digitale. I testi che vengono trasmessi attraverso Lolita dai visitatori si perdono nella spirale in un breve istante, non lasciando più nulla. Anche questo è futuro. Affrettarsi, perché la mostra chiude il 13 gennaio. E forse non lascerà traccia •

cosa succede in città • design?

Design del gioiello e piaceri inaspettati

I dischi di silicone bianco con bottoni rossi di Camilla Prash creano l’anello icona dell’esposizione Unexpected pleasures: the art and design of contemporary jewellery, fino al 3 marzo 2013 al Museo del Design di Londra. 200 creazioni per investigare le avanguardie della gioielleria che sembrano dire che il gioiello è prezioso per il significato che ne dà chi lo indossa, al di là del valore del materiale con cui è realizzato. Si contesta la sua funzione tradizionale come simbolo di status, sentimentalismo e gusto, forzando i limiti dell’esperienza di ornamento, fino ad arrivare alla realizzazione di un tallone (probabilmente d’Achille), in metallo sbalzato, da indossare a piedi nudi. Il punto di partenza per i designer selezionati da Susan Cohn, la curatrice, è l’uso di materiali inconsueti. Nelle opere si legge la gioia della realizzazione, il gioco dell’immaginare scenari reali o di fantasia, nei quali il gioiello, una volta indossato, arriva al massimo del suo significato e valore • Foto: Camilla Prasch – Mega, 2009. Photography Dorte Krogh

Alessandra Plichero Consulente aziendale di comunicazione e relazioni pubbliche a Londra 1500 km a nord di Kyoss

Il copri spalla di Renata Koch

Avete mai pensato di indossare un copri-unaspalla? In pelle lavorata ( qui in bianco ma disponibile anche in nero) scolpito a seguire il profilo del corpo, è una delle tante originali creazioni di Renush (www.renush.com), alias Renáta Koch, formatasi al London College of Fashion. Dal 2005 produce anche gioielli, busti, cinture, polsini e collane, accessori moda realizzati con pelle di alta qualità, lavorata a mano utilizzando tecniche innovative e prodotti eco. Pezzi moderni e di grande originalità indossati da star come Kate Moss • KYOSS | GENNAIO 2013 | 43


per chi si accontenta ... del meglio! Idrofer da vent’anni nel settore della vendita degli impianti termo-idraulici, oggi, tramite La Goccia, propone anche un ser vizio di progettazione e interior design “chiavi in mano” per tutta la casa, non solo per l’ambiente bagno. Attenzione al ser vizio, assistenza tecnica e consulenza qualificata al cliente: questi i punti di forza di Idrofer. Le proposte spaziano dal classico al moderno fino al design contemporaneo, coprendo ogni esigenza legata all’arredo bagno, “dalle fondamenta al soffitto”, comprendendo piastrelle, legno, sanitari, rubinetteria, impianti, wellness, climatizzazione e nuove tecnologie. La Goccia: un mondo di prodotti e materiali di qualità, per vestire il bagno…e tutta la casa •

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Cortin

CITY LIFE

cosa succede in città • design?

Alberi in vetrina per Baby nel Cuore

Grande appuntamento di design per una grande causa benefica. Anche quest’anno il Cortina Fashion WeekEnd è stato palcoscenico di stilisti affermati, giovani designer e top brand che hanno realizzato “a modo loro” 30 speciali alberi di Natale: interpretazioni firmate e pezzi unici il cui ricavato sarà devoluto alla Onlus Baby nel Cuore. Tra i principali protagonisti: Aeronautica militare, Alberto Aspesi, And Camicie, Associazione Golf Cortina, Blauer, Campo Marzio 70, Cortina Car Club, Ermanno Daelli, Geox, Hell is for heroes + K2 Sport, Il Gufo, La Petite Robe di Chiara Boni, Luciano Barachini, Maiden Art, Manfredi made in Italy gioielli + Verni Gioiellerie, Marinotti + Brunello Cucinelli, Mazzonetto, Moon boot + Gruppo Tecnica, Moskardin, Pellicceria Enrica Carassiti, Pin up stars + Agogoa, Giulio Veronesi Rivenditore Autorizzato Rolex, Ermanno Scervino, Simone Marulli, Stefanel, Stella Jean + Carla Tolomeo per Franz Kraler, Vittorio Martini, Woolrich + WP Lavori in corso • www.babynelcuore.org

Anna Chiara Brighenti architetto a Cortina d’Ampezzo 200 km a nord-est di Kyoss

Explosion La Fotografia diventa tridimensionale...

Must Have Esposizione di Marcello Reboani Lasciare che l’occhio tagli il paesaggio 2.0

Fino al 3 febbraio la Fotografia diventa tridimensionale  con l’utilizzo e la sovrapposizione di  tecniche differenti che conferiscono all’immagine un respiro fresco, suggestive angolazioni, visioni dinamiche, il raggiungimento di nuovi limiti e la scoperta iperrealista di qualcosa che potrebbe non essere ma che c’è. Una finestra aperta su una realtà vista con l’occhio divertito di chi sa guardare oltre, dove gli elementi quotidiani assumono nuove dimensioni,  stimolando lo spettatore a guardare e a guardarsi dentro •

Dall’8 febbraio al 21 aprile un’entusiasmante visione della superficie più scontata dell’inverno: la neve. Come dice l’autore “lasciare che l’occhio tagli il paesaggio” per scoprire scorci, spazi, luci, forme e tutti quei segni che possono durare anche solo un giorno e che Zardini sa trasformare in opere di design uniche e irripetibili •

Fotografia Zardini Ikonos Orari: 11 - 13 / 17 - 20 Via Jacheto, 8 Tel. +39 0436 2930

Tel. +39 0436 2930 essezeta@sunrise.it Orari: 11 - 13 / 17 - 20 Ingresso libero

Fino all’8 marzo l’artista romano Marcello Reboani ripercorre iconograficamente la contemporaneità attraverso la riproduzione di alcuni oggetti cult fissati in modo indelebile nell’immaginario collettivo. Le Kelly di Hermes, le Manolo Blahnik, gli orologi Rolex, i Levi’s, le All Stars diventano quadri-scultura realizzati con materiali di recupero, assemblati e plasmati a simboleggiare, attraverso il concetto di riutilizzo, la chiave di volta per la costruzione di un futuro estetico ma anche etico • Comune Vecchio, Corso Italia 83. Tel. +39 0436 866252 KYOSS | GENNAIO 2013 | 45


cosa succede in città • design?

Venezi

CITY LIFE

Giorgia Riconda redattrice a Venezia 82 km a est di Kyoss

Il mondo di Wagner nelle arti visive Nel 2013 si festeggerà il bicentenario della nascita di Richard Wagner e in occasione di questo anniversario viene presentata al Museo Fortuny una grande mostra che celebra il compositore tedesco e la sua influenza sulle arti visive negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. All’interno più di centocinquanta opere tra dipinti, incisioni, disegni e sculture, oltre a una sezione documentaria con libri, riviste, illustrazioni e cartoline. Ma che cosa è il “wagnerismo”? Il wagnerismo fu un’autentica moda culturale che coinvolse tutte le forme della rappresentazione artistica. Nel campo delle arti visive, si inserisce fra il tardo-naturalismo, il Simbolismo e il Liberty. Personaggi e vicende dei drammi musicali di Wagner ricorrono ampiamente nelle rappresentazioni di quegli anni sia in Italia sia all’estero. Non è un caso che la mostra sia allestita in questo Palazzo. Mariano Fortuny fu infatti uno degli autori principali del “wagnerismo”. Insieme a lui altri artisti italiani fra cui: Giuseppe Palanti, Cesare Viazzi, Gaetano Previati, Lionello Balestrieri, Alberto Martini, Adolfo Wildt, Eugenio Prati. La Mostra è visitabile fino all’8 aprile 2013 • 46 | KYOSS | GENNAIO 2013

Tre Oci, Tre Mostre

Atto primo, quattro tempi Venezia forma mentis

La Casa dei Tre Oci presenta un progetto espositivo che propone tre differenti esperienze legate all’eccellenza fotografica veneziana, in un’antologia di immagini che attraversa epoche e contesti differenti. Al primo piano: “La seduzione delle forme, nuove fotografie dalla collezione della Fondazione di Venezia”. Se il punto di partenza era stato l’acquisizione dell’archivio fotografico e librario di Italo Zannier, ad oggi tra le nuove acquisizioni spiccano nomi come Barbieri, Fiorio, Ventura e alcuni preziosi vintage della fotografia italiana più classica come Migliori, Jodice, Ghizzoni, Cicconi Massi e Berengo Gardin. Al Piano Terra, invece, “Flash, mostra sociale del Circolo La Gondola” celebra l’argomento “Flash” attraverso il tema della velocità e dell’attimo fuggente. Infine “Emersioni, (some) new photography in Venice”, è la collettiva a cura di Xframe. Le Mostre sono visitabili fino al 13 dicembre 2013 •

In occasione del centenario dalla nascita di John Cage, compositore che ha rivoluzionato il concetto di musica nell’epoca contemporanea, Emanuel Dimas de Melo Pimenta (collaboratore ed amico di Cage) presenta la mostra “Atto primo, quattro tempi. John Cage 100 anni. Silenzio” che rappresenta anche un dialogo tra i due artisti. Da John Cage Pimenta ha ereditato quella visione contemplativa e introspettiva della musica che lo porta ad avere un’esperienza totale dei suoni nella loro oggettività. Un altro dei quattro tempi del primo Atto è scritto da Massimo Donà, con la sua originale mostra “Il suono delle cose” che vuole restituire attraverso disegni, video e musica un’immagine della realtà dove le cose più semplici sembrano avere una loro vita e le persone stesse diverse identità. La mostra è visitabile fino al 31 gennaio 2013 •

“Venezia Forma Mentis è la storia di un’ammaliante isola ammalata, abbrunata e tenebrosa, gravata di tragicità immanente, vista però da un occhio trascendentale [...]. Una luce cupa e buia si propaga flebile, ma persistente, da queste immagini sulla città lagunare [...].Venezia Forma Mentis: un flebile lucore che si accende, dopo anni di oscurità, come una scintilla palpitante e rivelatrice per illuminare - in un’inedita versione, in una replica reinterpretata - la scena drammatica di un impellente attualità ormai giunta al suo atto conclusivo” scrive Giorgio Molinari, fotografo regista di una retrospettiva della città lagunare. E’ possibile visitare “Venezia Forma Mentis”, la sua mostra, presso il Centro Culturale Candiani di Mestre dal 19 gennaio al 17 febbraio 2013 •


Milan

CITY LIFE

cosa succede in città • design?

Serena Leonardi designer a Milano 200 km a ovest di Kyoss

New India Designscape

Design a Milano Dal punto di vista del design, la città di Milano è una delle più prolifiche d’Europa. Oltre ad essere un polo produttivo di particolare importanza, ospita un acceso dibattito riguardo la disciplina e ne è un fondamentale punto di diffusione. Fra le molte istituzioni che si occupano di questo tema, la “Triennale” è sicuramente una delle più attive e frequentate. Situata presso il Palazzo dell’Arte, organizza regolarmente mostre, convegni ed eventi internazionali sul design, l’arte e l’architettura, proponendosi come specchio della cultura e del fermento progettuale contemporaneo •

“New India Designscape” è un eterogeneo percorso di scoperta del design indiano, allestito in Triennale dal 14 dicembre al 24 febbraio. La mostra, che rientra nel ciclo dedicato al design internazionale, si fa portavoce e vetrina della dimensione contemporanea di questa nazione, attraverso i lavori di giovani designer indiani. Gli oggetti esposti rappresentano la complessità di un contesto permeato di interrelazioni e reinterpretazioni e costruito dalla commistione di dimensioni apparentemente opposte come il sacro e il profano, l’antico e il moderno, l’urbano e il rurale •

Kama

Materials Wall

“Kama” è una provocatoria mostra allestita in Triennale dal 5 dicembre al 10 marzo che analizza il rapporto fra eros e progetto. Questa indagine di come la sessualità si incorpori nelle cose viene svolta rintracciando radici storiche e antropologiche fino ad arrivare al contemporaneo. Vasi etruschi e amuleti erotici di epoca romana vengono quindi esposti assieme a disegni, fotografie, oggetti e complementi d’arredo realizzati da designer e artisti. A completare il percorso espositivo sono le inedite installazioni site specific, personale interpretazione di otto progettisti internazionali •

Material ConneXion è il più grande network di consulenza e documentazione riguardo ai materiali innovativi. Il suo scopo principale è quello di connettere i produttori di questi materiali con chiunque ne fosse interessato, come ad esempio progettisti, aziende e studenti. A questo proposito è allestito presso la Triennale uno spazio espositivo permanente che si occupa di organizzare seminari, mostre e workshop e di divulgare informazioni. Di particolare interesse è il “Materials Wall”, muro interamente costituito dalle ultime novità entrate a far parte dell’archivio di materiali • KYOSS | GENNAIO 2013 | 47


SOUND AND VISION | A CURA DI GELINDO PRETTO

The band Sound and Vision 2013 di Gelindo Pretto

Con il 2013 “Sound and Vision” si rinnova e presenta una selezione di gruppi musicali passati e presenti che hanno segnato la storia della musica moderna. Con la speranza di farvi riscoprire o conoscere, per

chi si avvicina la prima volta, le atmosfere, le sonorità, le voci, i testi, che hanno cambiato l’idea della musica restituendole quell’anima pura, quei sentimenti interni, che possono far divertire, emozionare, stupire e alla

fine far volare. Due gruppi ogni mese. Passato e presente a volte si intrecciano e mai come nella musica spesso si fondono. Are you ready?

Waters e la batteria di Mason, mixati con rumori, suoni e voci dal fonico Alan Parsons, hanno creato quello che oggi si può definire il “Pink Floyd Sound”. Dal lontano 1967 al 2000 i Pink Floyd hanno pubblicato una serie di album storici, da Ummagumma a The Wall, passando per Wish you Were Here, solo per citarne alcuni. Nel 1985 Roger Waters annuncia la sua separazione dal gruppo che con David Gilmour nel 1986 pubblica A Momentary Lapse of Reason. La band continua i suoi tours e arriva in Italia esibendosi prima a Venezia, in un concerto spettacolare, e poi, toccando varie città, all’arena di Verona. Per chi ha avuto la fortuna di assistere all’evento credetemi, non si è trattato di un concerto ma di uno spettacolo multimediale che ha coinvolto gli spettatori a 360 gradi.

Il 2 luglio del 2005, in occasione del “Live 8” organizzato da Bob Geldof per sensibilizzare l’opinione pubblica sulla povertà e sui problemi dell’Africa, i Pink Floyd tornano a suonare insieme. Risale al maggio 2011 l’ultima apparizione in pubblico degli restanti tre componenti dei Pink Floyd, in occasione del tour mondiale di The Wall a Londra. Insieme a Waters sul palco Gilmour e Mason. Coraggiosi esploratori delle nuove frontiere “lisergiche” del rock, pionieri della psichedelia, i Pink Floyd ci hanno lasciato album giudicati pietre miliari della musica rock del novecento. Vi consiglio di vedere il film cult “The Wall”, interpretato da Bob Geldof, un esempio della multimedialità del gruppo dove la componente visiva è parte integrante di quella sonora. Un vero capolavoro, esempio di arte moderna •

Past • Pink Floyd Pionieri della musica psichedelica, i Pink Floyd sono uno dei più importanti e influenti complessi rock di sempre. Nel corso della loro carriera artistica la formazione è stata guidata da tre figure predominanti, ognuna delle quali ha influenzato in modo sostanziale il percorso artistico del gruppo. Partendo dall’estro visionario e stravagante di Syd Barrett, passando per il genio raziocinante e mordace di Roger Waters, per concludere con il sound più melodico e formale di David Gilmour. Pur essendosi evoluti nel tempo i Pink Floyd hanno mantenuto uno stile ben preciso. Precursori del rock progressivo, dove la musica ha principalmente un ruolo estetico, la band ha saputo creare vere e proprie opere d’arte. Il muro sonoro creato dalle tastiere di Wright, la matrice blues di Gilmour, gli impulsi elettrici di


Present • Radiohead I Radiohead sono tra i grandi protagonisti del rinnovamento del rock britannico a cavallo tra gli anni novanta e il duemila. Partendo dalle tradizioni pop d’oltre manica, hanno saputo coniare un linguaggio musicale che mescola cupe visioni futuristiche con un sound malinconicamente decadente. Pochi come loro sono stati in grado di rappresentare il disagio esistenziale di fine millennio partendo dalla desolazione post-punk di gruppi come The Smiths e Joy Division per arrivare alla moderna elettronica europea. La loro storia inizia nel 1988 ma è l’uscita del singolo “Creep” che cambierà la vita dei Radiohead, nome preso da un brano dei Talking Heads. Una sorta di inno per una generazione di perdenti ed emarginati, una chitarra volutamente graffiante con la voce disperata di Thom Yorke, che grida I’m a Creep, “sono un

the band bastardo”. Nel 1997 esce uno dei capolavori della musica contemporanea “Ok Computer”. Un album rock visionario e psichedelico, un disco in cui svettano brani melodici, musica elettronica e come nei migliori Pink Floyd un lavoro molto diretto, toccante, la tappa di un fantastico viaggio nei meandri della malinconia. Ed è proprio questa formula, che pesca tra la sperimentazione dei Pink Floyd e i primi Genesis, mescolata al pop melodico di Bowie e Smiths, che porta i Radiohead a coniare uno stile suggestivo che li lancia nell’olimpo del rock. Nel 2000 Naomi Klein scrive il best seller “NO LOGO”, Bibbia del movimento antiglobalizzazione che vi consiglierei di leggere. Il testo impressiona profondamente la band al punto che l’uscita del loro quarto lavoro assume dei toni fortemente

anticommerciali, come la scelta di non estrapolare dei singoli e la originale diffusione dell’intero disco su Napster, prima dell’uscita ufficiale nei negozi. Questa presa di posizione contro l’industria discografica culmina nel 2007 con il travagliato divorzio dalla Emi e la pubblicazione di “In Rainbows” attraverso internet con la formula pay-as-you-want. Un disco forse meno immediato ma che identifica la definitiva maturità dei Radiohead. Seguendo la stessa linea promozionale, nel 2011 la band annuncia in extremis un nuovo disco: The King Of Limbs”. Uno stile inconfondibile che rende questo lavoro forse il più misterioso e difficile disco della loro storia. Da sentire • Give peace a chance. Gek Folley Info: gelindo.pretto@gmail.com

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art

CITY LIFE

Novecento italiano. Passione e collezionismo fino al 20 gennaio Museo Civico Bassano del Grappa Info: tel. 0424 519901

Quando l’Architettura Palladiana ispira la Moda fino al 15 marzo ViArt - Centro Espositivo di Artigianto Artistico Vicenza Info: info@viart.it

Cinque secoli di volti. Una società e la sua immagine nei capolavori di Palazzo Chiericati fino al 20 gennaio Palazzo Chiericati Vicenza Info: tel. 0444 222811 museocivico@comune. vicenza.it

Raffaello verso Picasso. Storie di sguardi, volti e figure fino al 20 gennaio Basilica Palladiana Vicenza Info: tel. 0422 429999 www.lineadombra.it L’Italia e gli italiani. Nell’obiettivo dei fotografi Magnum fino al 20 gennaio Gallerie d’Italia Palazzo Leoni Montanari Vicenza Info: www.italiaitaliani.com

Fortuny e Wagner. Il wagnerismo nelle arti visive in Italia fino al 19 marzo Museo Fortuny Venezia Info: fortuny.visitmuve.it

Daniela Vettori e Magal: raffinatezza di una filosofia racchiusa in un gioiello fino al 24 marzo ViArt - Vicenza Info: www.viart.it Tiepolo, Piazzetta, Novelli. L’incanto del libro illustrato nel Settecento Veneto fino al 7 aprile Musei Civici agli Eremitani Palazzo Zuckermann Padova Info: ufficiostampa@ comune.padova.it Tibet. Tesori dal tetto del mondo fino al 2 giugno Casa dei Carraresi Treviso Info: laviadellaseta.info

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La redazione non è responsabile di eventuali cambiamenti di date e/o programmi


teatr

Don Gallo giovedì 31 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Il Lago dei Cigni – Balletto di San Pietroburgo venerdì 11 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Grease giovedì 17 e venerdì 18 gennaio ore 21.30 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Occidente solitario sabato 12 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it

Calore Compagnia Enzo Cosimi sabato 19 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it Momix 26-26-27 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it

Raperonzolo domenica 13 gennaio Teatro Comunale “Giuseppe Verdi” Lonigo Info: 0444 835010 www.teatrodilonigo.it Il berretto a sonagli di Luigi Pirandello domenica 13 gennaio ore 17.30 Auditorium Comunale Piazzale degli Alpini Piovene Rocchette Info: www.comune. piovene-rocchette.vi.it

John Peter Sloan domenica 27 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com Macbeth mercoledì 30 e giovedì 31 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it

Titanic – Il Musical venerdì 1 febbraio ore 21.30 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com Il pipistrello domenica 3 febbraio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it L’Arsenal in The Ark domenica 3 febbraio ore 21 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Aldo Giovanni e Giacomo 6-7-8-9 febbraio ore 21.15 10 febbraio ore 18 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

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music

CITY LIFE

XV Festival Concertistico Internazionale fino al 18 febbraio Crespadoro Info: archicembalo.com

Concerti del Panic Jazz Club fino al 7 gennaio ore 22 Piazza Castello 42 Marostica, Vicenza Info: 042472707 www.vicenza.com Musica per architettare venerdì 11 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it

ALICE – Samsara Tour sabato 12 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Franco Battiato domenica 20 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

Ornella Vanoni sabato 26 gennaio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com Musica per ricordare lunedì 28 gennaio ore 20.45 Teatro Comunale VIcenza Info: 0444 324442 www.tcvi.it

Pooh sabato 2 febbraio ore 21.15 Gran Teatro GEOX Padova Info: 049 8644888 www.zedlive.com

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Viale Trieste 1 - Alte di Montecchio Maggiore VI - Tel. 0444 698321 - 3316464990 - Fax 0444 698321 - info@mariages.it - www.mariages.it

COLLEZIONE SPOSO 2013

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CITY LIFE

ap

Pagine inchiostro fino al 6 giugno Chiostri di San Lorenzo Vicenza Info: www.vicenza.com

“Vicenza on ice” fino al 27 gennaio dal lunedì al venerdì Campo Marzio Info: 3346176815 Antonio Sabrina 3357013755 Prova gratuita di Zumba Fitness fino al 30 gennaio EtraDanza A.S.D via Nogara, 36 Montecchio Maggiore Info: www.etradanza.it tel. 340 7945833 Natale e dintorni a Bolzano Vicentino fino al 31 gennaio Piazza Roma Bolzano Vicentino Info: proloco. bolzanovicentino@ virgilio.it Corsi di scialpinismo del centro servizi le guide fino al 2 marzo Recoaro Terme Info: Centro Servizi Le Guide tel. 338 1485705

Mercato dell’antiquariato e del collezionismo di Vicenza fino al 9 giugno ogni seconda domenica del mese Piazze di Vicenza Info: www.vicenza.com

International Training Map fino all’11 marzo il lunedì dalle 9 alle 18 Villa Valmarana Morosini Altavilla Vicentina Info: www.vicenza.com Corso di chitarra acustica fino al 18 giugno Vicenza Info: handpicker@ libero.it

Tra poesia e pensiero, attraversando il novecento fino al 9 aprile a cadenza quindicinale, il martedì dalle 20.45 alle 22.15 Libreria Mondadori “Quarto Potere” Vicenza Info: tel.0444-022746 Ivana Cenci 3496433625 Serate country al Plaza tutti i mercoledì fino al 30 aprile ore 21.30 via Chiesa, 15 - Vicenza Info: www.vicenza.com Muttoni in bici fino al 31 maggio Vicenza Info: www.vicenza.com

Il Fiero fino al 29 giugno ogni terzo weekend del mese dalle 9 fino a sera Campo Marzo Vicenza Info: www.ilfiero.it

Mercatino dell’antiquariato e dell’usato fino al 31 luglio ogni prima domenica del mese dalle 8 alle 19 Piazza degli Scacchi Marostica Info: www.vicenza.com

Campionato provinciale di calcio a undici aics fino al 3 giugno Vicenza Info: tel. 0444 565665 aicsvi@goldnet.it

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SAPORI

I

A CURA DI MICHELE AMADIO

sapori

Prima del Torcolato

A Breganze i grappoli di uva Vespaiola vengono attorcigliati con degli spaghi (da cui il nome: attorcigliato, intorcolato) per essere appesi alle travi delle soffitte. Qui restano in appassimento fino a gennaio quando le uve vengono pressate con un torchio ottenendo un succo dolce. Questo momento si festeggia con “La Prima del Torcolato”. Le cantine aprono al pubblico e viene eletto il miglior formaggio da abbinare al Torcolato. Appuntamento domenica 20 gennaio a Breganze • Info: stradadeltorcolato@ gmail.com www.stradadeltorcolato.it

Ventidodici: formaggio monostalla

L’idea è di Emilio Nizzero maestro assaggiatore ONAF delegato provinciale di Vicenza. Un formaggio monostalla, ossia prodotto da mucche di un’unica razza e appartenenti ad una sola stalla. La razza è quella di vacca Bruna, la stalla quella dell’azienda agricola Bevilacqua Palmina. Le forme, del peso di circa un chilo e mezzo, sono salate a secco e poste a stagionare in locali idonei per la durata di 65 giorni. Una chicca di formaggio • Info: Emilio Nizzero 3463440625

Il Broccolo fiolaro

Sopressa in tavola

Il broccolo fiolaro di Creazzo era destinato all’oblio. Ma oggi fiolaro è tornato ad essere famoso e apprezzato in tutta la provincia e oltre (a Milano vanta un ambasciatore d’eccezione come Carlo Cracco), è oggetto di studi e ricerche e al centro di una De.Co. (Denominazione Comunale). Il broccolo fiolaro è anche protagonista di una Sagra che mobilita per quasi due settimane gli abitanti di Creazzo. Dal 10 al 20 gennaio 2013 •

La Sopressa vicentina vanta lunga tradizione ed è stata la prima, e finora l’unica in Veneto, ad ottenere dall’Unione Europea la DOP Denominazione di Origine Protetta. Per conoscerla meglio è nata “A tavola con la Sopressa”, rassegna a cui aderiscono molti ristoranti della zona. Per tutto il periodo dell’iniziativa i ristoratori proporranno piatti originali a base di Sopressa vicentina dop. Dal 14 gennaio al 5 marzo •

Info: prolococreazzo@ gmail.com www.ilbroccolofiolaro.it

Info: www.vicenzaqualita.org www.vicenzagrifood.it KYOSS | GENNAIO 2013 | 55


COMUNICARE L’ARCHITETTURA | A CURA di benedetta dall’agnola

Tra arte, cultura e buon cibo di Benedetta Dall’Agnola

Manuela Bedeschi e Cleto Munari “Rossarancio” Da tempo Manuela Bedeschi indaga la bellezza della luce al neon in opere dalla stretta relazione con ambienti d’interesse architettonico. Pantheon non solo architettura l’ha seguita sin dalle sue prime performance: quest’anno l’artista nella mostra dal titolo “Rossarancio – Manuela Bedeschi per Cleto Munari” conferma la scelta del mezzo artistico della luce al neon e ne dimostra le possibilità creative nel Palazzo Marzotto Festa, nello spazio dell’atelier di Cleto Munari, tra forme di oggetti che portano la firma del designer dalla notorietà internazionale.

pantheon TV

Luce artificiale per dipingere e costruire. In questo luogo d’incontro fra oggetti d’arte, il neon di Bedeschi, pari a una linea pittorica rosso arancio satura di luce, compone scritte, traccia brevi percorsi sulle pareti, imposta forme architettoniche alla soglia di una porta, modula superfici pittoriche per comporle nel risalto di una nuova visione • Visitabile fino a venerdì 11 gennaio 2013, Studio Cleto Munari – Palazzo Festa Marzotto Via Gen. Chinotto, 3 - Vicenza

Format: programma di stile e approfondimento giornalistico culturale Durata: 30 minuti circa Cadenza: settimanale


Gennaio a teatro: Shakespeare in scena a Lonigo e non solo… Pantheon non solo architettura in questo numero vuole offrirvi piacevoli idee per trascorrere serate natalizie piene di emozioni, per esempio andando a teatro. Il palcoscenico del Teatro Comunale Manon di Lonigo inaugura la nuova stagione teatrale con un cartellone ricco di novità e grandi spettacoli. Da Giuseppe Verdi a William Shakespeare fino ai più contemporanei Alessandro Bergonzoni e Natalino Balasso per citare solo alcuni dei protagonisti di questa stagione teatrale. Grande spazio è riservato agli artisti locali veneti, in particolare vicentini. Il Direttore Artistico Carlo Mangolini ha raccontato ai nostri microfoni,

l’impegno nel celebrare i 120 anni di vita di questo teatro. L’obiettivo è portare il teatro di qualità in città. La sfida è chiara: riuscire ad abbracciare un pubblico eterogeneo coinvolgendo i giovani, che troppo spesso hanno dimenticato il piacere di andare a teatro. è necessario attrezzarsi con scelte che mantengano l’attenzione e l’interesse del pubblico. La chiave di lettura è pensare un teatro disponibile a cambiare nel massimo rispetto del pubblico attuale • Il cartellone completo e aggiornato su www.teatrodilonigo.it

L’itinerario dei sapori: a serle per assaggiare uno spiedo de.co. Nel cuore delle Prealpi Bresciane si trova un piccolo paese, Serle. Pantheon non solo architettura è arrivato in questo centro ricco di storia e tradizioni, per presentare ai suoi affezionati lettori lo spiedo di Serle. Serle, infatti tra i suoi tanti prodotti tipici è famoso per uno in particolare: lo spiedo, da poco incoronato con il titolo di De.Co. Denominazione comunale. La scelta delle carni pregiate locali, l’unicità del metodo di cottura, le differenze con le altre cotture a spiedo diffuse sul territorio rende lo spiedo di Serle il numero uno in Italia. I tre ambasciatori dello “spiedare”, i

maestri di questa prelibata tipicità, seguono con grande minuzia le fasi dello spiedo: le carni di primissima qualità cuociono lentamente solo su brace di legna locale. Sono diverse le realtà gastronomiche nel bresciano e dintorni: gli agriturismi sono tappa obbligata per chi si trova in zona. Luoghi rustici e molto accoglienti dove si possono degustare e acquistare prodotti fatti in loco, freschi e di qualità. Latte, formaggi e non solo. In queste zone si produce anche un ottimo miele, di altissima qualità, biologica e controllata •

Latteria Barbarano i migliori formaggi della nostra terra

Rubriche: 7Pantheon, Itinerari di Style Partner: FOAV (Federazione Ordine degli Architetti del Veneto)

Grana Padano, Asiago, caciotte… Vi siete mai chiesti come nascono questi prodotti? Pantheon non solo architettura arriva a Barbarano, un piccolo paese in provincia di Vicenza dove c’è la produzione casearia dei migliori formaggi tipici di questa terra. Quella di Barbarano è un’azienda moderna, ricca di storia e di competenze: vedere dal vivo le fasi di lavorazione del formaggio, è un’esperienza dove tutti i cinque sensi si attivano all’unisono. L’intera filiera, ha raccontato alle no-

stre telecamere il presidente Giuseppe Caparotto, è attentamente controllata, per garantire la massima qualità. Dall’allevamento alla mungitura e al trasporto del latte, per concludere con il prodotto finito. E perché non assaggiare queste specialità proprio nel luogo dove sono prodotte? L’iniziativa caseificio aperto è un invito per tutti gli appassionati a gustare e apprezzare la genuinità e la qualità di questi prodotti tipici del territorio •

Sito: www.pantheon.tv

partner di:

Canale: Sky EuroItaly Channel (canale 893)

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Via Bellini, 6 36078 Valdagno Tel. 0445 413660 www.kyossmagazine.it KYOSS | GENNAIO 2013 | 57


Sinceri auguri da Emmetre! Le nostre costruzioni a Castelgomberto Brogliano Arzignano Altavilla Vicentina


il sindaco Le caricature di Andrea Dalla Barba andreadallabarba@libero.it www.giovaniartisti.it/dalla


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