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Si ringraziano: Rocco Avantaggiato, tutti i cantori che hanno contribuito alla realizzazione di questa raccolta. Gianni De Santis che ha curato la trascrizione e traduzione dei canti in lingua grica e Ivan Stomeo presidente dell’Istituto “Diego Carpitella”. Questo volume è stato curato da Luigi Chiriatti e Michele Costa. Con scritti di Luigi Chiriatti, Michele Costa, Daniele Durante e Sergio Torsello.

Edizioni Kurumuny Sede legale: Via Palermo, 13 – 73021 Calimera (Le) Sede operativa: Via S. Pantaleo, 12 – 73020 Martignano (Le) Tel. e Fax 0832 801528 www.kurumuny.it – info@kurumuny.it ISBN 978-88-95161-72-3 Progetto grafico: Lucio Montinaro Remastering ADD Corrado Productions – Supersano (Le) Chiuso in stampa ad aprile 2012 L’editore si rende disponibile per eventuali richieste di soggetti o enti che possano vantare dimostrati diritti sulle immagini riprodotte nel volume. © Edizioni Kurumuny – 2012


Indice

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Con garbo e affetto

Luigi Chiriatti 15

Gemme preziose

Sergio Torsello 23

Le strine

Michele Costa 27

Osservazioni sulla raccolta di Corigliano

Daniele Durante 31

I canti


Da sinistra: Nicola Tanieli, Nicola Fonseca e Leonardo Lolli


Con garbo e affetto Luigi Chiriatti

È intorno agli anni 1977-’78 che realizzo le registrazioni dei canti di Corigliano d’Otranto presenti in questa raccolta. Un periodo in cui la ricerca per la documentazione della memoria orale del territorio relativa ai canti aveva già in gran parte indagato realtà come Martano (Lucia De Pascalis, le prefiche), Cutrofiano (Ucci), Aradeo (Zimba). Documentare l’oralità per la ricostruzione di una storia del territorio si presentava di difficile realizzazione: da qualche anno si registrava il ritorno degli emigranti nei paesi del Salento. Gli emigranti rientrano nei paesi salentini, che avevano avuto picchi di emigrazione altissimi (24% e oltre), per la stragrande maggioranza dopo almeno vent’anni di permanenza nei paesi dell’Europa e nelle città del nord Italia. Lo fanno dopo avere realizzato almeno uno dei molti sogni per cui si erano forzatamente allontanati: la casa di proprietà. Ritornano con idee e stimoli diversi da quelli con cui erano andati via. Con il desiderio di una nuova umanità e una nuova dignità e una diversa visione della vita. Una volta tornati rifuggono volontariamente dalle gabbie del loro 5


passato, dalle angustie e dalla spietata miseria che li aveva costretti all’emigrazione e all’abbandono forzato dei loro affetti, dei loro confini magico-rituali, della memoria del loro territorio. Riallacciare e ricostruire i fili di una memoria spezzata e umiliata anche solo limitatamente ai canti, racconti, biografie, si presentava un compito arduo e difficile da portare a termine. Erano restii al ricordo. La sola idea del ricordare modalità di vita, usi, costumi… Richiedeva un notevole sforzo di pazienza sia da parte loro che dei ricercatori. Andare in giro per i paesi a “ricercare e cercare” coloro che ricordavano, i grandi alberi di cultura e di canto, richiedeva pazienza, calma e amore profondo per la conoscenza della memoria orale e delle storie delle nostre comunità. In questo contesto Corigliano non era sicuramente un’eccezione. A Corigliano arrivo su suggerimento di mia madre che in più di un’occasione mi aveva detto che se volevo sentire il “bel cantare a paravoce” dovevo andare a Corigliano d’Otranto. La spinta a recarmi in questo paese veniva anche dalla curiosità di saperne di più sulla quartina di un canto conosciuto come la Strina ma che non era mai venuto fuori nei precedenti incontri con cantori dei diversi paesi che conoscevano, con diverse varianti e modalità musicali, quasi tutti gli altri canti. Tutte le indicazioni della presenza di questo canto portavano a Corigliano. 6


Qui ho conosciuto, dopo diversi e svariati viaggi e appuntamenti andati a vuoto, Luigi Costa, cantore e suonatore di organetto diatonico e conoscitore della Strina. Con minuziosa pazienza mi spiegò che si trattava di un lungo canto di questua eseguito nel periodo che va da Santo Stefano al Capodanno, costituito da alcune strofe in dialetto e altre in grico. La Strina merita particolare interesse non soltanto perché è conosciuto solo a Corigliano, ma anche perché è ancora una delle poche testimonianze dei Kàlanta della Grecia, cioè dei canti augurali che ancora oggi i ragazzi greci sono soliti cantare a Capodanno per ottenere qualche regalo. Durante il periodo di Natale i contadini di Corigliano smettono i panni del duro lavoro quotidiano e si trasformano in fini musici e poeti e con i loro strumenti – organetto diatonico, “l’arpa a sonagli”, triangoli di ferro e altri strumenti percussivi – andavano di casello in casello come sacerdoti di antichi riti a benedire i campi, i raccolti, gli animali, le case, gli abitanti. Oltre agli strumenti avevano con sé un grande paniere nel quale venivano sistemati i doni che ricevevano ogni volta che eseguivano la strina: uova, vino, farina, “bianche cuddhure” (formelle di formaggio fresco). Tutti i doni raccolti erano successivamente consumati in un grande festino a cui partecipavano anche i parenti dei suonatori. I contadini che vivevano nelle masserie erano moltissimi, non 7


ascoltavano nessun’altra musica sia perché non avevano tempo, sia per mancanza di mezzi tecnici quali radio e affini e i cantori della Strina erano accolti con grandi manifestazioni di gioia. Corigliano, oltre ad avere l’esclusiva del canto della Strina, si presentava anche come il paese con la più grande presenza di organetti diatonici del Salento. Dopo Luigi e Antonio Costa, suonatori di organetto, ho conosciuto Giovanni Avantaggiato, un virtuoso dello strumento. Giovanni ha cominciato a suonare a undici anni e ha comprato il suo primo organetto per 22 lire recandosi con la bicicletta a Brindisi. La sera successiva ne aveva guadagnate 28 suonando nei festini i ballabili dell’epoca: valer, mazurche, quadriglie, scotis. Oltre a Luigi e Antonio Costa, Giovanni ricorda molti altri suonatori di organetto: Nicola Vigna, Codardo (Maccagnune-na), Nino (Puccia), Giovanni (Furmeeddha), Rizzo (Curciulone), Rocco Faggiano, Gigi Avantaggiato (Picazzena), Gigi Macarone. Gli organetti erano gli strumenti maggiormente usati durante l’organizzazione dei festini da ballo molto frequenti a Corigliano. Queste feste da ballo, che servivano anche come momento di incontro fra i giovani di diverso sesso, venivano organizzati negli androni di case private. Ai festini si accedeva liberamente, ma per ballare bisognava consumare uova e vino. Sempre sotto il vigile sguardo del maestro di ballo. Qualche volta ballavano solo fra uomini per mancanza di ragazze. 8


A Corigliano andavo con la vespa 125, il registratore, l’UHR 4400, e a volte accompagnato da Roberto Licci. Le prime registrazioni (presenti in questa raccolta) sono state realizzate a casa di Luigi Costa attorniati dalle sue molte figliole, con Antonio Costa e Roberto che accompagnava di tanto in tanto i due con la chitarra. Poi la compagnia si è via via allargata fino a comprendere Giovanni Avantaggiato, Giuseppe Lolli, Giovanni Mangia, Antonio Serra, Nicola Tanieli. La maggior parte dei canti di questa raccolta è stata registrata nella casa di campagna di Luigi Costa in località Ampalasci (vigna). Le serate trascorse con loro sono state uniche e indimenticabili. Ricordo la loro grande disponibilità, professionalità e serietà durante le registrazioni. Erano perfettamente coscienti di fare una cosa importante. Molte volte discutevano appassionatamente per via di una strofa, di un’intonazione, di un passaggio musicale. Con l’acquisizione della Strina avevo completato il ciclo dei canti religiosi e di questua: a Cutrofiano Lu Santu Lazzaru, a Martano la Passione in grico, a Corigliano la Strina. Di notevole interesse sono anche i canti a paravoce, quale per esempio Quista è la strada di via Pendinu, teatro, a detta di Giovanni Avantaggiato, di grandi serenate e di grandi scontri fra i vari spasimanti che portavano serenate molte volte a ragazze del tutto al9


l’oscuro dell’interesse amoroso dei giovani. Ci racconta Giovanni, infatti, che lui era fidanzato ben due anni prima di comunicarlo alla ragazza che poi diventerà sua moglie. Le serenate spesso finivano in grandi tafferugli e scontri tanto violenti da richiedere l’intervento delle forze dell’ordine. A testimonianza di questo sono rimaste delle strofe che così recitano: mò ci cantamu nui simu li boni/ mò ci cantati vui stuta lampioni (ora che cantiamo noi siamo i più bravi/ quando cantate voi spegni lampioni); oppure: fioriti tutti quanti fior di cocuzza/ a ci li prude lu culu venga muzza (fiori di tutti quanti fiore di zucca/ chi sente prurito al culo abbia il coraggio di interrompere la serenata). Un altro canto sempre registrato a Corigliano Diaviche eseguito da Luigi Costa all’organetto in un’altra raccolta, con l’aria di stornello, qui è eseguito a paravoce. Via Mazzini 2012 Sono trascorsi diversi decenni da quando sono venuto per la prima volta a casa di Luigi Costa. Era il 1977 e fra quella data e oggi sono tornato solo un paio di volte. Qui da sempre abita Luigi Costa con sua moglie Marina. Oggi ottantenni. Lei dritta come un fuso, Luigi un po’ curvo e con qualche acciacco che non ha tuttavia offuscato il suo carattere dolce e mite. Dopo un periodo abbastanza lungo li rivedo con grande gioia. L’affetto è ricambiato. Arrivo a casa loro accompagnato da Michele Costa, il solo maschio di Luigi e Marina, che di figli ne hanno sette. 10


Riprendiamo a dialogare come se ci fossimo visti il giorno prima. Stessa gioia di stare insieme, stessi ruoli di tanti anni fa: Luigi racconta, io ascolto, la moglie Marina a confermare le storie o ad aiutare il marito quando ha qualche piccolo vuoto di memoria. Luigi riprende il racconto da dove lo aveva interrotto decenni prima. Mi racconta dei cantori di Corigliano, delle squadre di suonatori che durante le feste di Natale andavano nelle masserie a cantare la Strina e di un particolare suonatore di organetto, un certo Nino lu ciecu, che veniva portato durante l’estate nelle masserie a fare la serata. Era uso che durante l’estate moltissime famiglie si trasferissero nelle campagne a spaccare i fichi per farli seccare per l’inverno, a ventulare i legumi sull’aia e a fare provviste. Di tanto in tanto i suonatori di organetto allietavano le serate. Nino lu ciecu era un valente suonatore. A fine serata bisognava pagarlo. Ma contando sul fatto che era cieco cercavano di rifilargli dei pezzi di carta al posto dei soldi. Non c’era niente da fare, Nino non si faceva imbrogliare da nessuno e finché non aveva il pattuito non si muoveva dall’aia. Luigi ha comprato il suo primo organetto all’età di nove anni e con i soldi dei festini riusciva a pagarselo. Fra i vari ricordi di amici comuni, alcuni dei quali ormai scomparsi, Luigi mi racconta degli innumerevoli viaggi in Grecia a cantare e a diffondere la “parlata” grica. C’era un fatto che lo divertiva molto. La città di Atene era tappezzata di manifesti del loro gruppo a detta di Luigi “uno cchiui bruttu de l’addhu” (uno più brutto del11


l’altro) e commenta «Ma se po’? Se po’ trovare cristiani chiui brutti?» (Ma si può? Si possono trovare persone più brutte?) e giù a ridere. Mi dice che la Passione tu Cristù a Corigliano loro non la cantavano, almeno fino a quando come gruppo Argalìo non l’hanno messa in repertorio, a cantarla durante la Settimana Santa erano i cantori di Martano, di Zollino o di Sternatia. Chiacchierare con Luigi e con Marina è come immergersi in una dimensione altra. In un mondo che sembrerebbe non esistere più, in cui i confini magico-rituali, i personaggi archetipici di una comunità, i canti, modi di dire e di pensare sono molto lontani dal presente. Ma loro lo rendono attuale e vivo perché è il loro presente, la loro visione del mondo. Loro appartengono a pieno titolo a quella umanità che è genitrice di storia e di storie che ci hanno lasciato in eredità e che ci permettono di costruirci un immaginario collettivo che ci permette di appartenere a questa terra. A tutti loro va dato atto di essere i protagonisti di questa cultura che con grande disponibilità e gioia ci hanno consegnato in eredità.

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Da sinistra: Giovanni Mangia e Giuseppe Lolli 13


Da sinistra: Giovanni Avantaggiato, Nicola Tanieli, Giovanni Mangia e Luigi Costa 14



CORIMONDO