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FM FORMAREA MAGAZINE

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MONETA, CREDITO E FINANZA


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PRESENTAZIONE

di Franco Fortunati *

È NECESSARIA UNA RINASCITA E UNA RIFONDAZIONE DAL BASSO, UNA RIFONDAZIONE “PARTECIPATIVA” CHE CONSENTA DI ANALIZZARE I PROBLEMI E DI PROPORRE SOLUZIONI LASCIANDO SPAZIO ALLE CORRENTI ASCENDENTI DI CAPACITÀ INDIVIDUALI E COLLETTIVE: FORMAREA & PARTNER È DA ANNI IMPEGNATA IN QUESTO.

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Moneta, Credito e finanza Numero 00

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La crisi economico-finanziaria, iniziata nel 2008 e mai conclusa, sta inesorabilmente colpendo ognuno di noi, direttamente o indirettamente, nella nostra quotidianità. L’esito più importante di questa crisi è l’impossibilità per l’Occidente di mantenere il suo tenore di vita senza indebitarsi o senza mettere mano ad epocali riforme: dal sistema del welfare all’istruzione, dal sistema monetario a quello creditizio-finanziario e all’economia produttiva. La frattura culturale e sociale ormai avvenuta richiederebbe un metodo di approccio nuovo e diverso che fatica però ad emergere. Noi, partner FormArea, abbiamo da tempo avviato un’adeguata riflessione (spesso inascoltati) insieme ad alcuni esperti in ambito economico e sociale. È ormai evidente a tutti, infatti, che la realtà economica, sociale e culturale modellata fino ad oggi non regge più alle scosse quotidiane del cambiamento e che una crisi come l’attuale apre importanti “crepe” nel sistema. Abbiamo allora bisogno di tramutare la mentalità passiva, quella propria dei lavoratori salariati, in mentalità attiva. Promuovere espressioni di lavoro autonomo in senso lato, valorizzare “dal basso” e al di fuori degli spazi sino ad ora frequentati le eccellenze e le capacità individuali – che sono in grado di fare alla bisogna meglio e più di qualsiasi tutela – anche per evitare la loro emigrazione all’estero. È necessario favorire la nascita di una nuova tendenza direttiva dal basso, affermare il diritto-dovere della citta-

Social design Numero 01

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Ricerca e trasferimento tecnologico delle imprese Numero 02

dinanza attiva, riconoscere al centro della scena valori come operosità e impegno spontaneamente prodotti dall’impresa. È necessaria un’iniziativa imprenditoriale collettiva di grande respiro e un rimodellamento profondo del settore pubblico (nulla di tutto questo è oggi neppure all’orizzonte) perché il cuore economico della formazione delle capacità direttive non è stato mai aggredito né dalla politica, né dalla cultura. Il mondo della società civile e quello dell’impresa hanno fatto storia e sé. Il problema, sotto traccia da sempre, viene alla luce davvero soltanto ora, con la crisi. È quindi necessaria una rinascita e una rifondazione dal basso, una rifondazione “partecipativa” che consenta di analizzare i problemi e di proporre soluzioni lasciando spazio alle correnti ascendenti di capacità individuali e collettive, che andrebbero sostenute mettendo fuori gioco gli imbonitori assai numerosi in questi periodi: FormArea & Partner è da anni impegnata in questo. Quando una terra è desolata, c’è solo da sperare che in qualche angolo vi sia, secondo l’antica certezza biblica, la radice che porta, cioè che nel sottosuolo vada maturando un bulbo o un germoglio di vitalità. Se vogliamo sperare in un futuro meno triste, dobbiamo ancora una volta appoggiare l’orecchio al terreno per capire se stiano cominciando a germinare nuovi processi vitali. Dentro a un simile quadro di grande trasformazione e destrutturazione, oltre a gran-

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Sviluppo organizzativo e professionale e modelli territoriali di educazione permanente Numero 03

di insidie si nascondono anche “spiragli”e “possibilità” che si accompagnano a opportunità di cambiamento e miglioramento; per chi non vuole fuggire dalla realtà (o dall’Italia) vi è la necessità di reagire e agire ed è quello che noi, nel nostro piccolo, proviamo a fare proponendo soluzioni innovative. Per questo abbiamo pensato a FormArea Magazine, un format editoriale nuovo in cui provare a dare voce a quei ricercatori e professionisti (che sono tanti) che stanno lavorando con impegno proponendo e promuovendo nuove visioni del futuro, riflessioni innovative e proposte concrete ai problemi che interessano le nostre quotidianità. Siamo convinti che in questa fase storica l’energia vitale del cambiamento, capace di costruire il futuro necessario, si stia generando e coagulando spesso al di fuori delle strutture economico-finanziarie, sociali e culturali che per anni hanno definito le nostre vite. Per questa ragione vorremmo essere tra chi cerca di raccogliere e dare spazio e voce a simili forze. I temi di cui scriveremo nei quattro nu-meri del 2012 sono: - Moneta, Credito e finanza (numero 00) - Social design (numero 01) - Ricerca e trasferimento tecnologico nelle imprese (numero 02) - Sviluppo organizzativo e professionale e modelli territoriali di educazione permanente (numero 03) Buona lettura!


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MONETA, CREDITO E FINANZA

FormArea & Partner FormArea & Partner si occupa di ideare e sviluppare modelli innovativi rivolti alla progettazione di interventi di design sociale, al miglioramento dei sistemi professionali e organizzativi, alla realizzazione di azioni di life long learning, allo sviluppo di innovative strategie per l'estero e la competizione globale. FormArea & Partner si avvale di uno staff di professionisti e di un'Equipe di supervisione tecnico-scientifica, composta da: Franco Fortunati Presidente FormArea & Partner, Università di Bologna

* Franco Fortunati Ideatore e Presidente di FormArea & Partner (Responsabile e coordinatore Equipe), è Professore a contratto presso l’Università degli Studi di Bologna e membro stabile del Scientific Committee of The International Conference Psychological Applications and Trends.

Progetto grafico ed editoriale

KUBASTA KUBASTA | Laboratorio di comunicazione multimediale, sviluppa progetti di comunicazione multimediale focalizzandosi su editoria cartacea e digitale, identity/branding, web design e fotografia. Obiettivo di KUBASTA è finalizzare la comunicazione alla creazione di nuove connessioni tra persone e luoghi, generando e raccontando esperienze tramite design, tecnica, creatività e rigore editoriale.

Massimo Amato Economista Università Bocconi di Milano Giuseppe Amoruso Politecnico Milano Danilo Barbi Direzione Nazionale CGIL Davide Branco Esperto Internazionale Senior di Politiche Industriali, Socio-Economiche e del Lavoro Vittorio Capecchi Professore Emerito Scienze della Formazione, esperto in ambito socio-economico Luca Fantacci Economista Università Bocconi di Milano e Comitato Promotore della Fondazione per la Moneta di Dono Luigi Guerra Preside Facoltà di Scienze della Formazione Università di Bologna Luigi Serio Università Cattolica Milano

In copertina Form Area

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Questo primo numero di FormArea Magazine tratta dei temi della moneta, del credito e della finanza e ospita: p.03/p.12 - articoli di alcuni economisti della Università Bocconi e di membri del Comitato promotore della Fondazione per la Moneta di dono – Massimo Amato, Luca Fantacci, Luca Larcher, Lucio Gobbi e Marco Bianchini – che portano contributi di riflessione sull’attuale situazione economica e finanziaria, a partire da un’inedita rilettura del capitalismo, basata sullo studio della natura della moneta e delle sue vicende storiche. Secondo tale approccio il capitalismo non può essere identificato soltanto con un paradigma produttivo, ma anche e soprattutto con un peculiare assetto monetario, sorto nell’Europa post-rinascimentale e successivamente diffusosi in tutto il mondo, caratterizzato dall’aver conferito alla moneta la natura di merce, dando così luogo a un’economia di mercato comprendente un mercato di troppo, quello appunto della moneta, che ha assunto i connotati storici del credito e della finanza che oggi conosciamo. La trasformazione della moneta da istituzione che consente la misura del valore e gli scambi economici a merce prestabile a fronte di una remunerazione, è giunta al punto di creare l’odierno conflitto intracapitalistico fra profitto e rendita, determinando il progressivo prevalere della seconda. L’instabilità intrinseca allo stesso mercato della moneta ha creato poi le condizioni per il succedersi di ricorrenti crisi di liquidità, in cui l’offerta di moneta è sistematicamente in eccesso o in difetto rispetto alle effettive esigenze dell’economia reale, alterando il buon funzionamento dell’economia di mercato. Quest’ultima andrebbe ricondotta ai suoi ambiti costitutivi e alle sue funzioni originarie di produzione e scambio di beni e servizi non monetari, consentendole così di svolgere un ruolo appropriato al servizio della società; p.13/p.17 - due interviste, a Daniele Quadrelli e a Viviano Fiori, dirigenti del Credito Cooperativo dell’Emilia-Romagna, che offrono uno sguardo sul rapporto fra credito ed economia locale in questo delicato periodo di crisi; p.18/p.20 - un articolo di Francesco Zardon sulle prospettive per l’economia mondiale nel 2012, in cui si delineano una serie di preoccupanti linee di frattura che attraversano anche le economie dei Paesi emergenti.

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Harry Dexter White, delegato USA, alla Conferenza di Bretton Woods nel 1944. Crediti: Archivio immagini storiche FMI


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UN’ALTRA MONETA È POSSIBILE

di Massimo Amato *

LA CRISI FINANZIARIA ED ECONOMICA NON SEMBRA ESSERE ARRIVATA AL SUO EPILOGO. ANZI. E LE RISPOSTE MESSE IN CAMPO DAI VARI GOVERNI SI SONO RISOLTE IN MASSICCE INIEZIONI DI LIQUIDITÀ. IN PRATICA VIENE CURATA LA MALATTIA AUMENTANDO LA DOSE DELL’AGENTE PATOGENO. COME USCIRNE REALMENTE? MASSIMO AMATO PROPONE UNA MONETA ALTERNATIVA A QUELLA DEL CAPITALISMO. IPOTESI TUTT’ALTRO CHE UTOPICA. Che questa crisi potesse «servire da lezione» alle élite economiche, molti lo hanno pensato fin dall’inizio. Salvo esserne presto delusi. Nessuno sembra aver cambiato di una virgola le sue posizioni. Non gli economisti che fino al 2007 avevano generosamente partecipato all’elaborazione di un’ideologia dei mercati finanziari come strumento di democratizzazione dell’ economia. Non i banchieri e gli operatori finanziari che si erano incaricati di rendere l’ideologia una «prassi concreta». Non le autorità di controllo che, dopo aver abdicato per anni al loro ruolo, si sono accontentate finora di ribadire la centralità di una «regolazione» di cui sembrano ignorare i reali presupposti politici. Con l’effetto che, sul piano pratico, la risposta alla crisi di liquidità scoppiata nel luglio 2007 si è risolta finora in un processo di tamponamento dei suoi effetti operato grazie a massicce iniezioni di liquidità. Si è curata la malattia aumentando la dose dell’agente patogeno. Come mi è capitato di ripetere più volte, questo è semplicemente un modo per «uscire» dalla crisi presente, posto che ci si riesca, al prezzo della preparazione della prossima crisi. Del resto, qualche segnale lo possiamo già constatare. Il tentativo di tamponare i buchi degli operatori bancari si è risolto nell’assunzione di debiti privati divenuti inesigibili da parte delle autorità pubbliche. Il debito privato è stato trasformato in una dose crescente di debito pubblico. E in alcuni casi, superata la soglia di rischio, sono stati gli stessi mercati finanziari salvati dagli Stati a metterli in ginocchio. Quella greca è la prima crisi del debito pubblico, ma non è affatto detto che sia l’ultima. Eppure, un’altra strada è aperta, sia per l’interpretazione della crisi sia per la messa

in campo di azioni volte a sormontarla. Questa «crisi di liquidità» è anche e soprattutto una crisi della liquidità: cioè l’entrata in crisi del modello della finanza come mercato della liquidità. Più i mercati sono liquidi, più il credito affluisce, in massa e a buon mercato, dai creditori ai debitori, assicurando i primi da ogni rischio e accontentando i secondi quasi indipendentemente dalla loro solvibilità, abolendo cioè ogni differenza fra prime e subprime borrowers, fra debitori solvibili e insolvibili. – Rischio liquidità. Il rischio che i mercati finanziari avrebbero voluto ridurre, a beneficio della stabilità della crescita economica, è, infatti, non il rischio di credito ma il rischio di liquidità. Non, cioè, il rischio inerente a ogni atto di credito quando quest’ultimo sia volto a rendere possibile un investimento reale. Il rischio di credito dipende in ultima istanza dal rischio reale connesso alla imprevedibilità degli esiti di ogni investimento. No: il rischio che si voleva ridurre era un altro, ossia il rischio per il detentore di un titolo di credito di non riuscire a liquidarlo con profitto su un mercato secondario dei titoli. In gioco sui mercati finanziari non è la pagabilità dei debiti ma la vendibilità dei titoli. In gioco non è dunque il rapporto fra un finanziatore-creditore e un investitoredebitore, ma la sicurezza del creditore di poter monetizzare in qualsiasi momento i suoi «investimenti» finanziari: una sicurezza che, qualora fosse ben assicurata dalle aspettative di mercato, lo potrebbe indurre anche a non monetizzare, lasciando che il suo denaro affluisca nelle tasche di «debitori» con i quali non ha più alcun rapporto diretto. Ma che appunto, e per lo stesso motivo, può in ogni momento trasformarsi in insicurezza e indurre, sulla base non di un

sapere concreto ma di pure e semplici aspettative a liquidare tutto e a scatenare la crisi. Ecco il paradosso dei mercati finanziari. La base su cui essi concedono o negano il credito per gli investimenti non ha nulla a che fare con la natura concreta di questi ultimi. In periodi di euforia, come per esempio dal 2002 al 2007, non c’era «debitore» potenziale che non potesse trovare «credito». Erano le banche a inseguire i loro potenziali clienti, offrendo a chiunque la possibilità di indebitarsi ben al di là delle sue capacità di restituzione grazie a un’offerta di rifinanziamenti apparentemente senza limite, e soprattutto senza fondo… Ora, invece, ciò che siamo costretti a osservare, come il protagonista di Arancia meccanica con gli occhi forzatamente spalancati, è il puro e semplice opposto di questo assurdo atteggiamento. Il credito è rifiutato per principio. Le banche «hanno chiuso i rubinetti del credito» e non perché non abbiano soldi, ma perché nessun credito privato è sufficientemente sicuro da consentire alle banche di rinunciare ai loro attivi in moneta. Ciò che si finanzia ancora volentieri, ma operando già distinguo fra Paesi «virtuosi» e «PIIGS», è il debito pubblico. Ma allora che pensare di tutto ciò? Ciò che potrebbe saltare agli occhi, se solo ci togliessimo i paraocchi ideologici con cui siamo stati allenati a «guardare alla realtà» economica, è che questa crisi è la crisi di un modo di erogare il credito, che a sua volta riposa su un modo di concepire la moneta, che a sua volta genera un modo di concepire il rapporto fra credito e moneta. Si tratterebbe, insomma, di capire che la rinuncia a proseguire lungo la strada della liquidità non implica affatto la rinuncia al credito e ai suoi vantaggi per l’economia, ma la possibilità di ricorrere di preferenza a forme di erogazione


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Il Mount Washington Hotel a Bretton Woods – nel 1944 vi si riunirono 730 delegati di 44 nazioni alleate per firmare gli omonimi Accordi Internazionali

di credito non fondate sulla liquidità. E, se la liquidità si fonda sulla rescissione del rapporto fra creditore e debitore in vista dell’investimento reale, ciò che dobbiamo ammettere almeno in via ipotetica è che l’alternativa debba fondarsi sulla ricostituzione di tale rapporto. È importante sottolineare che tale alternativa è già in procinto di realizzarsi. In attesa che i guru si pronuncino, le imprese hanno cominciato a ovviare alla stretta creditizia facendosi credito fra loro. Lo strumento è antico e ben rodato: si chiama compensazione multilaterale dei crediti e dei debiti, in inglese clearing. Se A deve qualcosa e B che deve qualcosa a C, e così via, la scelta più ragionevole non è quella di costringere tutti a pagare, chiedendo i soldi che non hanno a banche che non li vogliono dare, ma di compensare il più possibile i debiti e i crediti fra di loro, riducendo il bisogno complessivo di liquidità. Se ho un’idea produttiva e non ho i soldi per realizzarla in un contesto produttivo dato, la cosa più ragionevole non è quella di rivolgermi al «mercato globale dei capitali», sempre altrettanto pronti ad affluire come a defluire, indipendentemente dalla solidità del mio investimento; devo semplicemente trovarmi un socio di capitale, disposto non solo a partecipare ai profitti, quando questi si generino, ma anche a sopportare i rischi e le perdite che possono sempre ingenerarsi in un’attività realmente economica. Anche in questo caso non c’è nulla da inventare: lo

strumento è quello del venture capital. Ciò che caratterizza queste due forme di credito è che esse non si caratterizzano come una compravendita di denaro, e che quindi non sono legate alla fissazione preventiva di un rendimento per il denaro prestato. Ma ciò significa che, ancora più in profondità, queste forme non presuppongono affatto che la moneta sia una merce. Il credito per compensazione abbisogna di una moneta che svolga solo la funzione di unità di conto, dunque una moneta che non abbisogna affatto di essere una riserva di valore. Il denaro conferito in una società non ha più la liquidità propria dei movimenti di capitale di portafoglio ma deve essere valutato in relazione alle potenzialità produttive effettive dell’ impresa. In breve: questo credito si può fondare su un’altra nozione di moneta, e che a sua volta può fondare un altro rapporto fra moneta e credito. Ma soprattutto questo credito, questa moneta, e questo rapporto fra i due non necessitano affatto di essere pensati in termini globali. Nessuna centralizzazione in un mercato finanziario della liquidità è davvero necessaria quando le relazioni di credito siano pensate a partire dalla loro localizzazione in un contesto produttivo reale. Al decentramento delle relazioni di credito può dunque corrispondere una moneta costruita per essere locale. «Locale» non significa «autarchica»: una moneta locale non veicola necessariamente contenuti politici di chiusura. Implica semplicemente la necessità di

poter distinguere fra una dimensione locale dell’economia, legata a relazioni di prossimità fra «operatori economici», e una dimensione internazionale. E implica soprattutto una specializzazione delle monete. La nozione di moneta invalsa, che ci appare evidente solo a causa dei nostri paraocchi, si fonda invece sulla indifferenziazione funzionale della moneta. La stessa moneta che uso in un contesto locale deve poter vigere come moneta internazionale. – La moneta internazionale di Keynes. John Maynard Keynes non la pensava così. Nel 1944 a Bretton Woods egli propose l’adozione di una moneta internazionale nel senso più semplice e immediato della parola: ossia una moneta che non fosse la moneta nazionale di nessuno degli Stati chiamati a commerciare fra loro. Si scelse invece di adottare come moneta internazionale una moneta nazionale, il dollaro. E la crisi a cui stiamo assistendo è, fra l’altro, anche l’epilogo di questa decisione, mal fondata in logica e mal praticata in politica. Dalla crisi non si esce affiancando al dollaro altre monete nazionali, ma provando a ripensare distinzioni che abbiamo perso l’abitudine di fare. Se davvero si iniziasse a ripensare tali distinzioni, allora tutto ciò che già ora, in forma talvolta ingenua ed «empirica» è in procinto di attuarsi, potrebbe essere realizzato nell’alveo di una consapevolezza politica capace di guidare la fondazione di un’economia non semplicemente


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anticapitalistica, ma realmente alternativa, cioè costitutivamente altra dal capitalismo. E senza che questa decisione implichi una rinuncia ideologica all’economia di mercato. – Malatesta e il denaro. A proposito della «questione del denaro, questione grave quanto altre mai», Errico Malatesta sosteneva, con grande acume e senso pratico, il che non significa affatto senza solidità teorica (cito da La rivoluzione in pratica, in Umanità Nova, 7 ottobre 1922): «D’abitudine nel campo nostro si risolve semplicisticamente la questione dicendo che il denaro si deve abolire. E sta bene, se si tratta di una società anarchica o di un’ipotetica rivoluzione da fare da qui a cento anni, sempre nell’ipotesi che le masse possano diventare anarchiche e comuniste prima che una rivoluzione abbia cambiato radicalmente le condizioni in cui vivono. Ma oggi la questione è ben altrimenti complicata». La questione è oggi ben altrimenti complicata perché, oggi ancora meno che al tempo in cui Malatesta scriveva, il rapporto fra rivoluzione e cambiamento del modo di pensare non può affatto essere pensato meccanicamente, in nessuno dei due sensi del rapporto d’influenza. Questa impasse del pensiero rivoluzionario ha alimentato negli ultimi decenni l’idea che «il capitalismo» non avesse più alternative, e che dunque la sua moneta fosse l’unica concepibile. Prendere o lasciare: o questo denaro o l’abolizione del denaro e il «ritorno al baratto».

E tuttavia Malatesta sa che c’è qualcosa di ben più eversivo della «rivoluzione» come rovesciamento violento dei rapporti di forza: è il «passo di lato» che si smarca dall’apparenza di unicità con cui si contrabbandano concetti pensati a metà. La moneta del capitalismo non è affatto l’unica pensabile. Si tratta dunque di pensare la moneta e infatti Malatesta aggiunge: «Per ora, forse più che preoccuparsi dell’abolizione del denaro, bisognerebbe cercare un modo perché il denaro rappresenti davvero lo sforzo utile fatto da chi lo possiede». Un denaro che rappresenti davvero il lavoro, anche il lavoro di chi si assume il rischio dell’investimento reale e non finanziario, non ha bisogno di essere pensato come una merce, non ha bisogno di un mercato monetario, non deve necessariamente generare una rendita: può invece rendere possibili relazioni di scambio e di credito che non si fondino sul presupposto che l’atto economico più «intelligente» sia quello di liberarsi da ogni rischio addossandolo ad altri. L’assunzione del rischio che è in gioco con una moneta alternativa a quella del capitalismo non è un dato morale, frutto di «buona volontà» che francamente non è il caso di dare per scontata in nessuno di noi né peraltro negare per principio a nessuno degli altri: è semplicemente il fondamento di ogni sana economia di mercato. La «rivoluzione della mentalità» dovrebbe passare innanzitutto da qui.

Autore

Vista aerea del Mount Washington Hotel – costruito agli inizi del ‘900 su progetto dell’architetto G. A. Gifford, è stato dichiarato luogo di interesse storico nel 1986

* Massimo Amato Economista e storico, è professore associato all’Università Bocconi. Ha scritto diverse monografie sul tema della moneta e della riforma monetaria, fra cui, recentemente: Le radici di una fede. Per una storia del rapporto fra moneta e credito in Occidente (Bruno Mondadori 2008) e L’enigma della moneta (et al. edizioni 2011). Ha scritto, insieme a Luca Fantacci, Fine della finanza. Da dove viene la crisi e come si può pensare di uscirne (Donzelli 2009). Si dedica da diversi anni allo studio e alla realizzazione di sistemi di moneta complementare e di credito locale.


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Dintorni del Mount Washington Hotel

1834 - 1861 Gold standard di fatto nell'ambito di un sistema monetario internazionale bimetallico.

1862 - 1878 Inconvertibilità del dollaro: Abraham Lincoln finanzia la guerra dell’unione stampando i cosiddetti green backs, dollari senza copertura.

Cronologia della moneta

1879 - 1914 Sistema aureo senza banca centrale e sistema bancario a riserva frazionata.

1913 Fondazione della Federal Reserve.

1914 - 1933 Sistema monetario aureo pilotato: la Fed è obbligata a detenere per legge un minimo di riserve auree.

1933 - 1934 Sospensione della convertibilità per far fronte alla Grande Depressione.

1934-1948 Ritorno al sistema aureo pilotato.

1948 - 1968 Sistema monetario dollaro/oro a seguito degli Accordi Internazionali di Bretton Woods.

1968 - 1973 Crollo del sistema di Bretton Woods.

Dal 1973 Sistema attuale con moneta fiat.

Crediti: Archivio immagini storiche FMI; David Pierce Studio, Hanover, New Hampshire

Fonti: Dipartimento di Scienze Economiche UNIPI


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CRISI DELL’EURO LA SOLUZIONE C’È E NON RICHIEDE LACRIME E SANGUE

di Luca Fantacci *

NON SONO I DEBITI PUBBLICI IL PROBLEMA PER LA TENUTA DELL’EURO. L’EUROPA, A DIFFERENZA DEGLI USA, NON HA AFFATTO UN DEFICIT DEI CONTI CON L’ESTERO E DUNQUE NON HA ALCUN BISOGNO DEI SOLDI DEGLI ALTRI. SIAMO INVECE VITTIME DELLA NOSTRA INCAPACITÀ DI DARCI CREDITO A VICENDA. PER USCIRE DAL CIRCOLO, SI PUÒ FARE COME NEL 1950, L’UNIONE EUROPEA DEI PAGAMENTI. NEI SUOI OTTO ANNI DI VITA, FECE UN MIRACOLO ECONOMICO: IN ITALIA E IN GERMANIA. C’è una buona notizia per l’Europa, ma ci ostiniamo a vedere solo macerie. L’euro, in effetti, è di nuovo sull’orlo del baratro, con il rischio concreto di cadere e sfracellarsi. I piani di risanamento della Grecia e dell’Italia potrebbero non dare i risultati sperati. Il conseguente deprezzamento dei titoli di Stato greci e italiani si traduce in ingenti perdite per le banche tedesche e francesi che li detengono. Inesorabile, arriva il declassamento di queste ultime da parte di Moody’s. Nel frattempo, l’aumento dei tassi d’interesse, le difficoltà delle banche e le politiche di rigore dei governi concorrono a deprimere la domanda aggregata e a compromettere la già debole ripresa in tutto il continente, Germania compresa. La depressione economica, a sua volta, alimenta le tensioni sociali e politiche. I lavoratori dei Paesi debitori, oppressi dagli inasprimenti fiscali e dai tagli alla spesa sociale, s’indignano e scioperano contro l’oltraggio di politiche imposte dai creditori internazionali. I lavoratori dei Paesi creditori, che sono più produttivi, ricevono stipendi più bassi in rapporto alla loro produttività e vanno in pensione più tardi, s’indignano e protestano contro il ripianamento degli sprechi altrui. I governanti degli uni e degli altri sono incapaci di formulare e perseguire in maniera autorevole una soluzione concertata, coerente e praticabile. Non sono leaders ma followers, come qualcuno giustamente ha osservato: cedono sempre di più al populismo e al nazionalismo, nel tentativo di blandire il proprio elettorato. Del resto, sono chiari i segnali di un sentimento nazionalistico sempre più diffuso. In recenti votazioni, i partiti della destra xenofoba hanno guadagnato consensi, soprattutto nell’Europa del nord. Una collega tedesca che, in un convegno accademico, si è

permessa di evidenziare le responsabilità del proprio governo nella crisi dell’euro e l’interesse del proprio Paese a evitarla, ha ricevuto da un suo compatriota una lettera minatoria apertamente antisemita. Il ministro delle finanze olandesi ha proposto di concedere crediti alla Grecia solo in cambio di adeguate garanzie ipotecarie sui beni demaniali (come dire, il Partenone), secondo una logica punitiva che ricorda quella della Commissione per le riparazioni che tolse ogni speranza di riscatto alla Repubblica di Weimar, consegnandola al revanscismo populista e infine al nazismo. L’atmosfera è sempre più simile a quella funesta del primo Novecento. Dopo che si è cercato di costruire l’unione politica dell’Europa sull’integrazione economica, e quest’ultima sull’unione monetaria, la disgregazione dell’euro potrebbe davvero minare alla base l’intero progetto europeo, lasciando nuovamente campo a possibili conflitti. Potremmo assistere, dopo cento anni, a un nuovo «suicidio dell’Europa». Questa volta, peraltro, non ci saranno gli Stati Uniti a salvarci. Semmai, la Cina. E fa una bella differenza. Si vocifera che nelle ultime settimane il nostro ministero del Tesoro abbia negoziato la vendita di parte del debito sovrano italiano a un fondo sovrano cinese. Se il beneficio economico è chiaro, il costo politico è enorme. In gioco, per l’appunto, è una cessione – tanto più insidiosa quanto più graduale e impercettibile – di sovranità. E lo sa bene Tremonti, che qualche anno fa metteva in guardia contro un possibile «colonialismo di ritorno». Complice il ministro, la nemesi è arrivata. Lo scorso fine settimana, a un convegno sulla riforma della governance globale, un diplomatico di Pechino, commentando un mio grafico che raffigurava i crediti concessi

dalla Cina all’Occidente, ha ammonito i presenti, in un americano impeccabile: ‘there’s no such thing as a free lunch’ (‘nessun pasto è gratis’). È il titolo di un libro di Milton Friedman del 1975, nonché il motto che ha accompagnato l’estensione del mercato su scala globale negli ultimi quarant’anni sotto l’egida della dottrina neoliberista. Paradossalmente, su quel mercato, gli americani hanno sempre potuto mangiare gratis, pagando con pezzi di carta. Oggi, l’apprendista egemone ha imparato la lezione e presenta il conto. La Cina non ha più intenzione di continuare ad accumulare dollari e titoli di Stato, e ha cominciato a dismetterli per comprare beni reali, materie prime, infrastrutture: porti, dalla Grecia all’Estonia, autostrade, dalla Germania alla Turchia. Si può anche parlare di investimenti industriali e di alleanze strategiche. Ma, come giustamente mi ricorda Massimo Amato: lo abbiamo fatto anche noi un paio di secoli: si chiama colonizzazione imperialista, e «loro» non erano contenti… Il quadro è fosco. E il modo in cui lo dipingono coloro che sarebbero tenuti a indicare una via d’uscita non contribuisce certo a schiarirlo. Al contrario. Le raccomandazioni delle autorità, politiche e scientifiche, suonano sempre più come prediche millenaristiche. Sul Financial Times del 14 settembre 2011 il ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble ha formulato il suo penitenziagite: disponetevi all’astinenza e al sacrificio, o debitori, e riceverete, in cambio di una pena temporanea, l’indulgenza perpetua. Sulle stesse pagine, l’economista americano Barry Eichengreen invitava l’Europa a riconoscere la propria insufficienza e a invocare l’intervento celeste del Celeste Impero. Il breviario finanziario ce lo ripete ormai ogni ora: pentitevi, vestite di


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Quote di debito pubblico italiano detenute da paesi esteri

Fonti: Bank for International Settlements - dati al giugno 2011. Per la Cina: fonti finanziarie citate dal FT

UK

10 mld €

US

BG F

CN

E

mld € mld € mld € mld € mld €

74 mld € 24 mld €

Indicatori economici

339,5

Debito nazionale lordo / PIL Componenti

118,4

Settore pubblico 1.843 mld €

221,1

Settore privato 3.442 mld € 42

Famiglie

83

Imprese non finanziarie

96

Imprese finanziarie

Variazione del debito pubblico / PIL 118,4

108,5

105,4

2010

2009

2008

2007

2006

2005

60

2003

PIIGS a causa degli ingenti debiti esteri del suo sistema bancario privato, nonostante avesse un rapporto debito/PIL fra i più bassi d’Europa (circa 25% nel 2007). È stato il sovraindebitamento verso il capitale straniero, attratto da sgravi fiscali più che da impieghi produttivi, la causa della crisi irlandese: l’aumento del debito pubblico (fino a quasi il 100% del PIL) è soltanto la conseguenza dei salvataggi, resi a loro volta necessari dal fallimento di un modello di sviluppo basato sulla crescita delle attività finanziarie. L’Irlanda è un caso, ma un caso emblematico, di un sistema in cui gli stati si sono indebitati per salvare quei mercati che adesso ne deprecano l’ipertrofia – come i viandanti di Esopo che accusano di sterilità i platani, alla cui ombra hanno trovato ristoro. Bisogna togliere, dunque, al debito pubblico il ruolo di arbitro delle sorti dell’Europa. E per almeno tre motivi. 1. Innanzi tutto, non è affatto quella misura obiettiva di buona condotta che si pretende: come è stato rilevato, i criteri di misurazione variano da un Paese all’altro e, se si includessero come altrove le passività della cassa depositi e prestiti tedesca (KfW), interamente garantiti dallo Stato, il debito pubblico della Germania (che è già, in termini assoluti, il secondo del mondo dopo gli Usa) schizzerebbe dall’80 al 100% del PIL. 2. In secondo luogo, le misure restrittive volte a ridurre il debito non possono che aggravare la crisi, la disoccupazione e il disagio

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sacco, cospargetevi il capo di cenere, e sperate nella magnanimità del Sommo Giudice… Ma la buona notizia qual è? È che non c’è alcun bisogno di vedere la cosa in questi termini! Anzi, simili raccomandazioni poggiano su una visione tanto scorretta e fuorviante quanto diffusa e radicata. Se soltanto ci liberiamo dagli abiti mentali che impediscono di apprezzare i giusti termini del problema, possiamo cominciare a vedere che una soluzione è a portata di mano. Due sono gli errori di prospettiva che rischiano di portare alla dissoluzione dell’euro e che sono ben esemplificati dalle posizioni di Schäuble e di Eichengreen. Bisogna che ci disfiamo di questi, prima di passare alla pars costruens. Innanzi tutto, a dispetto dell’attenzione ossessiva che hanno ricevuto fin dall’inizio del processo diconvergenza, non sono i debiti pubblici in quanto tali a costituire un problema per la tenuta dell’unione monetaria. Nella misura in cui i titoli del debito pubblico sono detenuti dai cittadini dello Stato che li emette, non c’è alcun motivo perché se ne preoccupino gli stranieri. In altri termini, un debito pubblico nazionale diventa un problema internazionale soltanto nella misura in cui è detenuto all’estero. Una prova? Il debito pubblico giapponese ha potuto superare il 220% (duecentoventi percento!) del Pil senza provocare allarme, perché è in larga parte finanziato dai risparmi dei giapponesi stessi. Una controprova? L’Irlanda è finita tra i

200 1

Cina Giappone

9 14 84 13 28

2000

Spagna Gran Bretagna Francia Belgio Germania

J

2004

Stati Uniti

Bilancia commerciale netta / PIL -3,5

Saldo

I

Conto corrente 2011 Merci Servizi Redditi Traferimenti

-56.973 mln € -23.686 mln € -7.821 mln € -10.498 mln € -14.968 mln €

Conto corrente 2010

-46.447 mln €

Fonti: Eurostat, Banca d’Italia - dati al 2011


FM00 MONETA, CREDITO E FINANZA

09

Indicatori economici

275,8

Fonti: Eurostat, Banca d’Italia - dati al 2011

466,6

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

980,6

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

144,9

Settore pubblico 329 mld €

93,3

Settore pubblico 161 mld €

92,5

Settore pubblico 144 mld €

130,9

Settore privato 298 mld €

373,3

Settore privato 645 mld €

888,1

Settore privato 1.385 mld €

52

Famiglie

99

Famiglie

118

Famiglie

70

Imprese non finanziarie

168

Imprese non finanziarie

199

Imprese non finanziarie

9

Imprese finanziarie

106

Imprese finanziarie

571

Imprese finanziarie

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

144,9 103,4

100 92,5

93,3 62,8

-10,1

sociale, in un momento in cui tassi d’interesse ai minimi storici dovrebbero, al contrario, favorire gli investimenti: possibile che in Europa non ci sia nessun miglioramento infrastrutturale che prometta un ritorno anche solo del 2%? Il giusto proposito di ridurre spreco, corruzione ed evasione non dovrebbe impedire a nessuno Stato di astenersi da investimenti produttivi. 3. Da ultimo, lasciando a ogni Stato membro l’autonomia di decidere quanto indebitarsi con i propri cittadini, l’Europa dovrebbe preoccuparsi esclusivamente di quella parte dei debiti, pubblici e privati, che non sono finanziati dal risparmio interno. La proposta di Tremonti, di affiancare il risparmio privato al debito pubblico come criterio di stabilità, va nella giusta direzione, ma si ferma a metà strada. Perché guardare separatamente a due variabili, quando ciò che davvero conta è la loro differenza? È una questione di algebra: tutto quello che serve, per la riforma del patto di stabilità, è di considerare il debito pubblico al netto del risparmio privato, ossia il debito estero. A questo punto, viene buona la seconda precisazione: i debiti esteri che oggi si faticano a finanziare sono fra i Paesi europei, e non dei Paesi europei con il resto del mondo. Sembra ovvio, ma evidentemente non lo è, se continuamente s’invocano finanziatori esterni, come il Fondo monetario o la Cina, e se si pensa addirittura di emettere degli eurobond, per consentire all’Europa di finanziarsi sui mercati internazionali.

60

-10

Tuttavia, con buona pace di Eichengreen, l’area dell’euro nel suo insieme, a differenza degli Usa, non ha affatto un deficit dei conti con l’estero e, dunque, non ha alcun bisogno dei soldi degli altri. Sta qui tutto il drammatico paradosso della crisi europea, ed è bene imparare a vederlo: siamo vittime unicamente della nostra incapacità di darci credito a vicenda. Si è passati, con alternanza ciclotimica, da una concessione indiscriminata di credito a tassi pressoché nulli, a una restrizione altrettanto indiscriminata a tassi da usura. Se oggi si bastonano i PIIGS è perché ieri si è prestato a cani e porci. Possibile che l’Europa non riesca a darsi una regola e una misura, senza dover ricorrere a un intervento esterno? Ecco, allora, la proposta: istituire una camera di compensazione europea, sul modello della Clearing Union proposta da Keynes a Bretton Woods. La si può immaginare come un adattamento della nuova istituzione che è stata creata per far fronte alla crisi, la European Financial Stability Facility (EFSF), con due importanti accorgimenti che la renderebbero al tempo stesso più snella e più efficace. Innanzi tutto, a differenza della EFSF, una camera di compensazione non richiederebbe un accantonamento preventivo di fondi né la concessione di ingenti garanzie da parte dei Paesi membri (con il rischio di vedersele rifiutare dai parlamenti, dopo la recente sentenza di Karlsruhe). Possiamo immaginarla come una banca, ma senza capitale, né depositi, né

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

27,2

Bilancia commerciale netta (% del PIL)

Bilancia commerciale netta (% del PIL) P

2001

2000

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

37,5

2002

2001

2000

Bilancia commerciale netta (% del PIL) G

60

48,5

2010

2009

2008

2007

2006

2005

2004

2003

2002

2001

2000

60

IRL

0,5

riserve. Semplicemente, ogni Paese ha un conto presso la camera di compensazione e ogni conto ha un saldo iniziale pari a zero. Ad ogni Paese è accordata la possibilità di «andare in rosso», entro determinati limiti, finanziando in tal modo un deficit temporaneo dei conti con l’estero. I Paesi in surplus registrano, viceversa, un saldo positivo. I saldi complessivi della camera sono sempre pari a zero; per questo non ha bisogno di riserve. La seconda peculiarità di questa banca è che debitori e creditori sono trattati in maniera simmetrica: se i primi pagano un interesse sui propri saldi negativi, anche i secondi non li guadagnano, ma anzi pagano una commissione sui propri saldi positivi. Questa disposizione, appa-rentemente vessatoria, è in realtà perfettamente giustificata dal fatto che i creditori non hanno depositato niente nella banca, ma anzi beneficiano dei suoi servizi, alla stessa stregua dei debitori: infatti, se la camera di compensazione consente a questi di acquistare ciò che altrimenti non avrebbero potuto permettersi, allo stesso modo, in maniera del tutto speculare, consente a quelli di vendere ciò che altrimenti non avrebbe trovato mercato. Inoltre, gli oneri simmetrici costituiscono un incentivo per creditori e debitori a ristabilire l’equilibrio dei propri conti con l’estero. Una camera di compensazione così congegnata consentirebbe di finanziare gli squilibri interni all’Europa, senza dover ricorrere ai mercati finanziari internazionali, e, al tempo


FM00 MONETA, CREDITO E FINANZA

10

Indicatori economici

356,4

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

300,2

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

Debito nazionale lordo (% del PIL) Componenti

61

Settore pubblico 642 mld €

82,3

Settore pubblico 1.591 mld €

83,2

Settore pubblico 2.062 mld €

318

Settore privato 3.346 mld €

274,1

Settore privato 5.299 mld €

217

Settore privato 5.378 mld €

84

Famiglie

51

Famiglie

63

Famiglie

136

Imprese non finanziarie

105

Imprese non finanziarie

71

Imprese non finanziarie

98

Imprese finanziarie

119

Imprese finanziarie

83

Imprese finanziarie

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

59,4

57,3

Variazione del debito pubblico (% del PIL)

83,2

82,3

Fonti: Banca d’Italia

* Luca Fantacci

Autore

Cronologia

1948 Nasce l’Organizzazione Europea di Cooperazione Economica (OECE) finalizzata al coordinamento dell’attuazione del Piano Marshall approvato dal Congresso americano con l’obiettivo di favorire il processo di ripresa economica nei paesi colpiti dalla guerra

1958 Alla UEP viene sostituito l’Accordo Monetario Europeo (AME) che abolisce la compensazione automatica dei crediti reciproci. L’Accordo istituisce un Fondo monetario europeo atto a finanziare gli Stati membri allo scopo di riequilibrare le loro bilance dei pagamenti

2010

Bilancia commerciale netta (% del PIL) D

-1,7

1950 Nasce per iniziativa dell’OECE l’Unione Europea dei Pagamenti (UEP), fondata su un meccanismo di compensazione multilaterale nei pagamenti internazionali, con l’obiettivo di aiutare i paesi membri a rendersi indipendenti da aiuti esterni di carattere eccezionale e di incoraggiare gli scambi commerciali in condizioni di stabilità monetaria e finanziaria

2008

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2001

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2006

2005

2004

2003

2002

2001

60

Bilancia commerciale netta (% del PIL) F

-4,6

stesso, di assicurare che quegli squilibri siano limitati e temporanei. Bello, si dirà, ma si può fare? Ebbene, sì. Anzi, lo si è già fatto. E proprio in Europa. Poco più di cinquant’anni fa. In una situazione simile. Con esiti straordinari. L’Europa usciva stremata dalla seconda guerra mondiale, aveva già divorato decine di miliardi di dollari di aiuti dagli Usa sotto il Piano Marshall, e ciononostante la ripresa stentava. Servivano ancora soldi? No, serviva soltanto uno strumento per consentire ai Paesi europei di farsi credito a vicenda, in modo da consentire loro di ricominciare a investire, produrre, scambiare e consumare. Lo strumento fu trovato, nel 1950, nella forma di una camera di compensazione: l’Unione Europea dei Pagamenti. In otto anni fece letteralmente miracoli: il miracolo economico italiano e quello tedesco, il raddoppio del commercio in Europa, la triplicazione di quello con gli Stati Uniti, la liberalizzazione degli scambi, l’inizio di uno spazio economico comune, integrato e bilanciato. Allora come oggi, si veniva dal paradosso di non riuscire a far incontrare bisogni insoddisfatti con risorse inutilizzate, il paradosso di ogni crisi. Oggi come allora, l’incontro può essere favorito dall’istituzione di una camera di compensazione: una nuova Unione Europea dei Pagamenti potrebbe davvero contribuire a ridare credibilità e tempra a quel coraggioso progetto, politico ed economico, di prosperità e di pace, che muoveva allora i primi passi e che chiamiamo Europa.

68,6

60,2 60

Bilancia commerciale netta (% del PIL) E

66,4

60

2010

2009

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2007

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2005

2004

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2000

43,1

2000

61

2009

379

Fonti: Eurostat, Banca d’Italia - dati al 2011

Docente di Scenari economici internazionali e di Storia delle crisi finanziarie all’Università Bocconi. È autore di una monografia sulla storia della moneta e del pensiero del denaro: La moneta. Storia di un’istituzione mancata (Marsilio 2005). Studioso del pensiero di Keynes, ne ha curato recentemente due raccolte di scritti: Risparmio e investimento (Donzelli 2010) e Eutopia. Proposte per una moneta internazionale (et al. edizioni 2011). Ha scritto, insieme a Massimo Amato, un saggio sulla crisi in corso: Fine della finanza (Donzelli 2009). Con Amato collabora poi alla promozione di sistemi di finanza alternativa, anche attraverso il blog www.linkiesta.it/blogs/altra-finanza.

5,7


FM00 MONETA, CREDITO E FINANZA

11

DALLA CRISI DEL CREDITO ALLA COMPENSAZIONE MULTILATERALE

di Lucio Gobbi, Luca Larcher, Marco Bianchini *

CONCEPIRE IL CREDITO COME RAPPORTO BILATERALE NON È L’UNICO MODO OGGI POSSIBILE: IL PASSAGGIO AD UN SISTEMA DI CLEARING SAREBBE MOLTO PIÙ VANTAGGIOSO PER I CONTRAENTI E, IN GENERALE, PER IL SISTEMA PRODUTTIVO. IL TESTO SEGUENTE HA L’OBIETTIVO DI ARGOMENTARE E SPIEGARE QUANTO APPENA AFFERMATO, PARTENDO DA UNA BREVE PRECISAZIONE RIGUARDO ALLE FUNZIONI CHE LA MONETA SVOLGE NEL NOSTRO SISTEMA ECONOMICO E FINANZIARIO. La moneta è «unità di conto», ovvero ciò che denomina debiti e crediti, una funzione che le attribuisce la caratteristica di essere unità di misura. In quanto «mezzo di pagamento», la moneta è libera dai debiti ed è quella cosa contro cui si scambia una merce o un servizio. La moneta è però anche «riserva di valore»: può infatti essere messa da parte per essere utilizzata in futuro mantenendo intatto il proprio valore. Nel sistema economico in cui ci troviamo le tre funzioni sono racchiuse in un unica banconota (o unità di moneta scritturale). Tale scelta non è però un fatto, bensì una decisione istituzionale: John Maynard Keynes ha mostrato chiaramente nel Treatise on money come il tratto di riserva di valore della moneta sia possibile solo a seguito dell’identificazione della unità di conto con il mezzo di scambio. Incorporare mezzo di pagamento e unità di conto una volta per tutte fornisce al possessore del mezzo di pagamento la sicurezza del suo potere liberatorio, facendo così diventare la moneta che circola una merce che possiede la peculiarità di mantenere intatto il proprio valore. A questo punto il risparmio può assumere la forma monetaria e ciò, come Keynes ci mostra nella General Theory, comporta notevoli implicazioni dal punto di vista economico. La possibilità istituzionale della tesaurizzazione permette la nascita del tasso di interesse in senso moderno, ossia di quel rendimento che si può ottenere in cambio della cessione di moneta per un periodo di tempo limitato. In tale sistema ogni attività produttiva dovrà confrontare il rendimento dei propri piani di investimento con il tasso di interesse vigente sul mercato. Si può ora comprendere come il tasso di interesse diventi la variabile chiave per un imprenditore e per gli attori economici: più alto sarà il tasso, meno investi-

menti potranno essere effettuati; viceversa se il tasso è basso. Con lo sviluppo dei mercati finanziari la pressione che il tasso di interesse ha svolto sull’economia reale si è fatta più pressante, la possibilità di ottenere alti rendimenti immediatamente disponibili ha alzato ulteriormente il costo opportunità degli investimenti reali. Se in tempi di boom (dove il costo del denaro è basso) questo non ha compromesso eccessivamente il funzionamento del ciclo produttivo, nei periodi di crisi il finanziamento dell’attività produttiva è divenuto più oneroso e, talvolta, non è nemmeno disponibile. Se per esempio focalizziamo la nostra attenzione sullo scenario in cui le PMI italiane si trovano oggi, possiamo identificare alcune criticità: con nuove emissioni di debito pubblico finanziate a tassi superiori al 6% lo Stato diventa un sostanziale concorrente per le imprese che si trovano, dovendo naturalmente pagare un premio di rischio superiore, a fronteggiare tassi altissimi, per di più in un periodo di crisi e di generale scarsità di risorse. Con simili tassi sul debito pubblico anche la raccolta bancaria diventa più onerosa (obbligazioni che erano al 2.5% nel 2010 saliranno al 5.9% nel 2012 e al 6.5 nel 2011, stime CsC1) e la stretta va a scaricarsi a valle sulle imprese. Una così forte difficoltà di finanziamento per le PMI ha portato nell'ultimo trimestre il 34.4% delle imprese (dal 26.4% del trimestre precedente) a ottenere credito inferiore rispetto a quello domandato, mentre le aziende che riescono ad accedere al credito sono scese dal 55.8% al 49.8% (dati Confcommercio). Inoltre il problema si rileva non solo in conto capitale ma anche per quanto riguarda la gestione del circo-lante, con l'aumento delle richieste di finanziamento sul breve al 50% totale rispetto ad un dato storico del 20%.

Accesso al credito delle PMI italiane PMI che hanno cercato finanziamenti esterni 2010 2007

36,5%

52,2%

PMI che hanno ottenuto finanziamenti esterni 2010 2007

79,8%

87,5%

Soggetti finanziatori Banche 2010 2007

>90% >90%

Altri soggetti (proprietà, soci di cooperative, etc.) 2010 2007

17,1%

35,4%

Canali di finanziamento Credito 2010 2007

>90% >90%

Altri canali (credito commerciale, sussidi, leasing, etc.) 2010 2007

17,1%

35,4%

Motivi di insuccesso nella richiesta di credito Quantità di credito accordata 2010 2007

52% 49%

Tassi d’interesse troppo elevati 2010 2007

22%

32%

Condizioni contrattuali non accettabili 2010 2007

19%

26%

Fonti: Istat - dati al 2011 1 Analisi mensile del Centro Studi Confindustria, Novembre 2011


FM00 MONETA, CREDITO E FINANZA

In un simile contesto il problema risulta essere quello di permettere alle imprese sane di finanziarsi a tassi gestibili e di poter rivitalizzare gli scambi di merci e servizi riportando la velocità della circolazione di moneta a livelli accettabili. Un possibilità sarebbe quella di «multilateralizzare» il rapporto di credito attraverso l’istituzione di un sistema di clearing. Un sistema di clearing, infatti, istituisce uno spazio di credito effettivamente multilaterale, dove le imprese possono farsi credito vicendevolmente senza subire le ripercussioni causate dall'instabilità dei mercati monetari globali. Concretamente, il funzionamento di un sistema di clearing è piuttosto semplice. Si tratta di una comunità di scambio ben definita, che può essere composta da una pluralità di soggetti, tra cui imprese, enti pubblici o individui, incentrata intorno ad una clearing house. La clearing house è il perno del sistema: ogni partecipante al circuito di clearing ha un conto presso la clearing house, dove vengono registrati i suoi affari con gli altri membri della comunità di scambio. Per ogni pagamento ricevuto il suo conto registrerà un saldo positivo, per ogni pagamento effettuato uno negativo. Questi saldi si sommano e si compensano nel conto di ogni partecipante, che mostra quindi la sua posizione netta cumulativa verso il resto del circuito nel suo complesso. Il saldo del conto presso la clearing house può essere quindi interpretato come un riassunto dell'attività economica di ciascun partecipante all'interno del circuito di clearing ed è denominato nell'unità di conto interna della clearing house. Per funzionare, infatti, un sistema simile necessita di una sua unità di conto, di uno strumento in grado di misurare l'attività economica di ciascun partecipante e di quantificare il valore dei suoi scambi. I circuiti di clearing si basano su un'unità conto interna, una moneta scritturale che svolge la funzione di unità conto, ma non quella di riserva di valore. Infatti, i saldi attivi in unità di conto interne, cioè le posizioni presso la clearing house dei partecipanti che hanno maturato un credito nei confronti del sistema nel suo complesso, non pagano alcun tasso d'interesse, anzi talvolta sono sottoposti al pagamento di interessi passivi al pari dei saldi debitori. Questi oneri sui saldi attivi servono a velocizzare la circolazione delle unità di conto interne, impedendo che quest'ultime vengano accumulate come riserva di potere d'acquisto. In questo modo si evitano i conflitti che possono sorgere quando la stessa moneta svolge contemporaneamente tutte e tre le funzioni menzionate sopra, garantendo un finanziamento stabile per la produzione e al con-

tempo stimolando l'attività economica grazie alla maggiore velocità di circolazione delle unità di conto interne. Poiché le unità di conto interne sono una monete scritturale, esse possono circolare solo tra soggetti che hanno un conto presso la clearing house. Questa caratteristica rende un circuito di clearing un sistema chiuso, ma bisogna dare un'accezione molto particolare al termine «chiuso». Il sistema, infatti, non è in nessun modo esclusivo: chiunque può entrarci, come ogni partecipante può uscire in ogni momento. «Chiuso» significa in questo caso che l'ambito di circolazione dei saldi in unità di conto interne è limitato dai confini stessi del circuito di clearing e che in ogni momento è possibile distinguere con precisione tra chi è all'interno del sistema e chi non vi partecipa. I partecipanti del sistema godono di notevoli vantaggi: in primo luogo possono risparmiare sui costi di finanziamento dell'impresa ricorrendo a scoperti sul conto presso la clearing house. Questa infatti applica dei tassi d'interessi molto bassi sui saldi negativi in unità di conto interna, perché questi proventi servono solo a coprire i costi di gestione operativa della clearing house stessa e non anche a remunerare il capitale prestato. La clearing house infatti non ha bisogno di finanziarsi sul mercato, quindi oltre a poter concedere credito a tassi molto vantaggiosi la sua capacità di erogare crediti alla produzione è completamente slegata dall'andamento dei tassi di interesse di mercato e dalle condizioni dei mercati monetari. In secondo luogo, una volta che il sistema di clearing ha raggiunto una massa critica di funzionamento, i partecipanti godranno i benefici della maggior velocità di circolazione delle unità di conto interne, che stimolerà l'attività economica e le vendite. I costi del circuito si limitano alla gestione operativa della clearing house e vengono coperti applicando un tasso d'interesse ai saldi passivi e delle commissioni sui pagamenti in unità di conto interne. Poiché il sistema è fortemente centralizzato e informatizzato, i costi di gestione delle clearing house sono molto modesti. Questo paradigma è applicato con successo da una banca svizzera di nome WIR Bank, che da più di settant’anni gestisce un circuito di clearing finanziando le decine di migliaia di imprese iscritte, a tassi molto competitivi. Il successo di tale istituzione e la sua capacità di stimolare la crescita e la produzione delle piccole e medie imprese svizzere meritano attenzione, come anche la possibilità di replicare il suo sistema, ponendo così le basi per una finanza che non sia autoreferenziale ma risponda alle esigenze del sistema produttivo.

Autori

12

* Lucio Gobbi Laureato in Economia e finanza all'Università Bocconi, sta concludendo il Master of science in Economics presso la stessa Università.

* Luca Larcher Laureato in Economia e finanza all'Università Bocconi, Master of science in Economics presso la stessa Università.

* Marco Bianchini Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli studi di Firenze, sta concludendo il Master of science in Economics presso l'università Bocconi.


FM00 MONETA, CREDITO E FINANZA

13

INTERVISTA AL DOTT. DANIELE QUADRELLI

DIRETTORE GENERALE DELLA FEDERAZIONE DELLE BANCHE DI CREDITO COOPERATIVO DELL’EMILIA-ROMAGNA di Francesco Zardon e Franco Fortunati

D. Dott. Quadrelli, può illustrarci le peculiarità che caratterizzano il credito cooperativo? R. Le Banche di Credito Cooperativo-Casse Rurali (BCC-CR) sono società cooperative senza finalità di lucro, il cui obiettivo è favorire la partecipazione alla vita economica e sociale, di porre ciascun socio nelle condizioni di essere, almeno in parte, autore del proprio sviluppo come persona. Originariamente, le BCC vedono la luce come Casse Rurali ed Artigiane nel periodo a cavallo tra la fine dell'800 e il nuovo secolo ad opera di cooperatori ispirati dal Magistero sociale della Chiesa Cattolica, e nascono da una necessità e da un'utopia. La necessità di lasciare che il maggior numero possibile di persone ottenesse prestiti a condizioni più vantaggiose rispetto a quelle praticate dalle banche tradizionali. L'utopia di riuscire a far procedere insieme intrapresa e solidarietà, attenzione alle persone e capacità di autofinanziamento. Da allora, le Casse Rurali ed Artigiane hanno mantenuto uno strettissimo rapporto con il territorio di riferimento, intrecciando la propria storia con quella delle comunità locali. Mutualità, localismo, solidarietà, appartenenza ad un «sistema» sono i caratteri che hanno distinto le Banche di Credito Cooperativo nell'ambito del panorama bancario italiano. Le Banche di Credito Cooperativo sono banche: a) mutualistiche, in quanto società cooperative che erogano il credito principalmente a soci. Ciascun socio ha diritto a un solo voto a prescindere dall’entità della partecipazione posseduta, che non può essere superiore a 50.000 euro. Non perseguono scopi di profitto bensì obiettivi di utilità sociale. Per quanto concerne la destinazione degli utili: - le Banche di Credito Cooperativo devono destinare almeno il 70% degli utili netti annuali a riserva legale; - una quota degli utili netti annuali deve essere corrisposta ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione; - la quota di utili rimanenti, che non è utilizzata per la rivalutazione delle azioni o assegnata ad altre riserve o distribuita ai soci, deve essere destinata a fini di beneficenza o mutualità. Le riserve patrimoniali della BCC-CR, rispetto al principio mutualistico, sono inoltre indivisibili ed indisponibili. Questo significa che non verranno mai ripartite tra i soci e che, nel caso in cui la banca cessasse la pro-

pria attività, sarebbero obbligatoriamente destinate ai fondi mutualistici per la promozione e lo sviluppo della cooperazione; b) locali, in quanto possono diventare soci le persone, le imprese e le associazioni che svolgono la loro attività nella zona di competenza territoriale della banca, che comprende i Comuni nei quali la banca ha la sede legale, le succursali e le zone limitrofe; c) solidali, in quanto società di persone e non di capitali che promuovono l'aiuto reciproco dei soci e facilitano l'accesso al credito delle fasce più deboli. Per vocazione e tradizione sono banche vicine a chi è prossimo alla soglia della povertà e dei bisogni elementari, a chi vive in aree di emarginazione. Nella concessione del credito, tengono conto più delle capacità personali che del patrimonio. d) appartenenti ad un sistema, le BCC-CR sono inserite nel più ampio contesto di un sistema associativo ed imprenditoriale, denominato “Credito Cooperativo” che consente ad ognuna di esse di ottenere servizi e prodotti in una logica di economie di scala e di una qualificata offerta alla clientela. D. Quali sono le funzioni svolte dalla Federazione delle Banche di Credito Cooperativo? R. La Federazione delle Banche di Credito Cooperativo dell’Emilia-Romagna è una Società Cooperativa con funzioni consortili, che ispira la propria attività ai principi della mutualità e della solidarietà e non ha fini di lucro. Si propone di promuovere la costituzione di Banche di Credito Cooperativo, di rafforzare il rapporto con le comunità locali di cui tali banche sono espressione e di agevolare il loro sviluppo, mediante l'esercizio di attività nell'interesse comune e nel rispetto dell'autonomia propria di ciascuna banca, cui fornisce rappresentanza, assistenza, consulenza, e formazione ed eroga servizi. La Federazione delle BCC dell’ EmiliaRomagna costituisce l’organismo associativo di secondo grado delle Banche di Credito Cooperativo della regione e aderisce a sua volta alla Federazione Nazionale (Federcasse). D. Può darci una panoramica sulla diffusione del credito cooperativo in Emilia Romagna? R. Il credito cooperativo in Emilia-Romagna è un sistema composto da 22 BCC e dalla Federazione delle BCC dell’Emilia-Romagna come loro espressione associativa. Gli oltre 98.000 soci sono il primo patrimonio delle Banche di Credito Cooperativo dell’ Emilia-

Romagna. Essi sono i proprietari delle aziende (e come tali ne stabiliscono gli indirizzi strategici), eleggono gli amministratori e i sindaci (e come tali sono responsabili della gestione), sono i clienti di riferimento nella raccolta e nell’erogazione del credito. Le BCC emiliano romagnole danno occupazione diretta a oltre 3.000 persone e dispongono di una rete distributiva di oltre 375 sportelli, grazie alla quale sono in grado di servire circa 680.000 clienti in 265 comuni (il 77,7% dei comuni della Regione). La loro operatività creditizia ammonta ad oltre 8.200 milioni di euro di impieghi e oltre 9.000 milioni di euro di raccolta diretta. Le BCC dell’Emilia-Romagna hanno un ruolo importante nel promuovere lo sviluppo del territorio avendo saputo realizzare negli ultimi anni una crescita dei propri impieghi nettamente superiore alle dinamiche del sistema creditizio regionale. D. Una caratteristica delle banche di credito cooperativo è di essere mutualistiche. Che tipologie di soci sono presenti entro il credito cooperativo? R. C’è stata una profonda trasformazione in questi anni che è derivata dalla Legge Bancaria, quando è venuto meno il vincolo per cui i quattro quinti dei soci dovevano essere agricoltori e artigiani, per cui attualmente tra i soci c’è una presenza assai variegata di tutte le categorie economiche. Prevalentemente sono ancora agricoltori e artigiani, piccoli imprenditori, perché storicamente è stato così, ma ci sono anche commercialisti, liberi professionisti, impiegati e operai. Noi comunque dobbiamo operare prevalentemente, almeno al 51%, con i soci, soprattutto negli impieghi, e quindi siamo molto attenti a che tra i nostri soci vi siano prevalentemente imprenditori. D. Per una banca con simili caratteristiche le reti di imprese che si stanno costituendo sui territori sono interlocutori interessanti? R. Sì, sono soggetti interessanti, non a caso abbiamo messo allo studio i nostri colleghi dell’Ufficio Studi sul diritto delle reti di imprese, per cercare di comprendere meglio queste nuove realtà. Si discute molto del futuro degli ex distretti industriali e per andare in questa direzione le imprese devono puntare sull’innovazione e sull’utilizzo di nuove forme aggregative come le reti. Questa è una delle scommesse più importanti, dagli esiti non scontati, perché a volte scattano meccanismi di auto-difesa dell’innovazione, come


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fattore di competitività. D. Quindi la sfida consiste nel mettere insieme il poco credito disponibile con la poca innovazione che c’è, tenendo conto dell’enorme conservatorismo dei territori? R. Esattamente, e tenendo conto di alcuni altri fattori come la formazione. La nostra Federazione ha fatto molta formazione al suo interno, molta in rapporto ai criteri italiani, perché se si va all’estero si vede che c’è, per esempio, una legge francese che impone di dedicare il 3% del fatturato in formazione, mentre noi non abbiamo queste opportunità. Istituti bancari di tipo cooperativo, come il Crédit Mutuelle di Lione, dedicano ormai il 3,5-4% di investimento alla formazione e non mettono in linea i loro operatori se non dopo un anno di formazione. D. Quali sono i clienti a cui il credito cooperativo si rivolge in modo preferenziale? R. Per sua stessa natura, la Banca di Credito Cooperativo è una «banca vicina», una «banca che ascolta», pronta ad accogliere, a rispondere, a risolvere problemi in maniera non burocratica e all'insegna della qualità. La famiglia non poteva quindi non essere il soggetto privilegiato dell'azione delle Banche di Credito Cooperativo. Le famiglie possono trovare servizi mirati per le esigenze quotidiane e per i progetti più importanti, tra l’altro, le Banche di Credito Cooperativo aiutano in vari modi i giovani a dedicare tempo libero ad attività sociali, culturali e sportive. Ma le Banche di Credito Cooperativo sono in maniera altrettanto naturale partner privilegiati delle piccole e medie imprese. Molte analisi economiche hanno certificato il fortissimo legame che unisce le imprese medio-piccole alle banche locali e, tra queste, specificatamente, le Banche di Credito Cooperativo, con le quali i rapporti di lavoro risultano più solidi, più stabili e più longevi. Non sono rari i casi di primarie industrie italiane di medie e piccole dimensioni che hanno raggiunto livelli produttivi e di penetrazione sui mercati esteri di assoluto rilievo grazie a rapporti di collaborazione con Banche di Credito Cooperativo consolidatisi nel tempo. D. Come ha visto l’evolvere della situazione per il credito cooperativo negli anni che vanno dall’inizio della crisi (2007/2008) fino a oggi? R. L’ho vista come una situazione di difficoltà, problematica. Noi, come soggetti del territorio, abbiamo continuato a erogare credito fino quasi allo sfinimento. Nel 2008-09 il credit crunch è stato fortissimo, le direzioni centrali dei gruppi hanno accentrato a sé l’erogazione del credito, togliendo in larga misura la potestà alle varie filiali di erogare fondi, e questo ha comportato una mancanza

di credito nei territori. Noi abbiamo continuato a erogare credito ai nostri clienti tradizionali, storici, ma anche ad altri soggetti. E questo in un contesto di evoluzione della crisi in senso negativo, sebbene tutti fossimo convinti che nella primavera del 2011 si sarebbe cominciato a intravvedere la fine del tunnel e si stesse tornando a parlare di post crisi, mentre è sopraggiunta una gelata terrificante, non è ancora terminata, e il 2012 non si presenta certamente con un profilo migliore del 2011. Questa per noi è una delle stagioni più difficili, perché dopo anni in cui abbiamo avuto una crescita continua e un aumento delle quote di mercato, ora dobbiamo rallentare l’erogazione del credito: abbiamo inviti precisi in merito dalla Banca d’Italia. Noi andiamo anche oltre il 100% nel rapporto fra impieghi e depositi, e questo già con l’entrata in vigore di Basilea 3 non sarà più consentito. Soprattutto, abbiamo un aumento delle sofferenze molto forte, perché la crisi è una crisi vera, che non tocca solo l’imprenditore improvvisato, ma anche imprenditori di lungo periodo, e in certi casi in modo drammatico, molti dei quali evolvono verso una situazione di fallimento. E dunque proprio per questo è essenziale impiegare il denaro che abbiamo a disposizione nei settori dove è più facile la ripresa e dove è più rapido un ritorno dei fondi erogati, quindi si impone un approccio di selezione molto rigoroso, che non è semplice da attuare. D’altra parte noi siamo presenti nei territori e nei rapporti con Banca d’Italia chiediamo cosa dobbiamo fare di fronte ad imprese che hanno magari rate non pagate, poiché se irrigidiamo i nostri criteri accentuiamo le loro difficoltà, e quando un’impresa muore non rinasce più, quindi bisogna difenderla fino a quando è possibile farlo. Io però non appartengo alla scuola dei pessimisti a tutti i costi, anche perché non serve, e credo che si debba superare questa fase resistendo alle difficoltà, che dureranno a mio parere altri tre o quattro anni. Noi siamo soggetti dei territori che con i territori vivono in simbiosi, e sono arrivato a ipotizzare forme di remunerazione legate ai territori, anche per i nostri dirigenti: se il tuo territorio avanza, avanzi anche tu, se il territorio rimane bloccato, rimani bloccato anche tu. Nelle politiche retributive si potrebbero inserire meccanismi di questo tipo, che siano premianti gli sforzi che rendono nuovamente propositivo, proattivo il territorio. D. Siamo in una situazione in cui occorre avere il coraggio culturale di inquadrare il lavoro (e il «non lavoro») in una cornice territoriale e non più legandolo soltanto alle singole aziende, per poter affrontare ade-

guatamente la riqualificazione e la ricollocazione delle persone. FormArea & Partner lavora su questo con l’Università di Bologna, credendo nel territorio come soggetto attivo per affrontare la crisi e il cambiamento. Lei cosa ne pensa? R. Mi trovo d’accordo con questo approccio. D. Quali conseguenze ha comportato per il credito cooperativo la concomitanza dell’attivazione dei criteri di Basilea 2 con la prima fase della crisi internazionale? R. Anche in questo caso non bisogna fare i catastrofisti. Diciamo che Basilea 1, 2 e 3 hanno riconfigurato la modalità di affrontare i rischi, certamente causando un maggiore irrigidimento nell’erogazione del credito, però introducendo il principio basilare di una trasparenza maggiore tra banca e impresa, che nel nostro mondo non è semplice da ottenere, basti pensare alla questione dell’evasione fiscale. Per fare una battuta, se per erogare il credito dovessimo considerare i bilanci presentati allo Stato da molte aziende alberghiere della Riviera Adriatica, non potremmo finanziare nessuno. In quel caso vi è stato un compromesso sistematico che ha governato quelle realtà per moltissimo tempo, con l’adesione di tutti, delle forze sindacali e sociali. Perché nel periodo dello sviluppo, dagli anni ’50 fino a una buona parte degli anni ’70, questo compromesso sistematico consentiva che tutto il nero derivante dall’evasione fiscale e anche da quella contributiva in qualche modo rientrasse nel circuito economico per il miglioramento di quel contesto. Siamo però arrivati a un punto in cui tale circuito non è più virtuoso ed oggi addirittura c’è il rischio di una implosione del modello, perché siamo ormai alla quarta o quinta generazione, i proprietari non fanno più gli albergatori, i figli fanno i medici o gli ingegneri o altre attività, e si affittano gli alberghi a 2.500 euro a camera, per cui un albergo di cento camere costa 250.000 euro di affitto, e un imprenditore disposto a spendere 250.000 euro anticipati è chiaro che non fa investimenti nell’albergo. Quindi quel compromesso sistematico non regge più e questo ha un grande peso, come un grande peso è prodotto sulla nostra Regione, in particolare sulla Riviera Adriatica, e su parte delle nostre banche, dalle difficoltà del settore delle costruzioni, poiché ad esso va il 25 % del credito – in certi casi anche il 30-35 % - e se una quantità così cospicua di risorse risultano inchiodate non le si può utilizzare da altre parti. D. Alcuni sostengono che la crisi dell’ edilizia e del modello sociale mettano in discussione il modello emiliano, che si basava in buona parte su questi due pilastri. Una tale analisi della situazione regionale si raccorda


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con il concetto che lei ha appena espresso? R. Relativamente alla realtà da cui provengo, una città di mare in cui conosco bene le associazioni di albergatori e di categoria, direi che il modello va in crisi nel momento in cui il corto circuito avviene sul versante delle costruzioni, che trascina con sé tutti i settori collegati rischiando di provocare l’abbattimento del costo delle case, che per le banche è stato un volano. Un istituto bancario quando valutava una data situazione si basava anche sulle garanzie immobiliari, pensate se si dovesse riconsiderare tutto, anche se ora si effettueranno le rivalutazioni delle rendite catastali. Si tratta comunque di un perdita secca, che potrebbe creare difficoltà nel momento in cui la Banca d’Italia effettuasse un’analisi del credito e delle garanzie nel sistema bancario. In questo momento ci si deve muovere con grande attenzione e grande equilibrio, perché da una situazione critica come l’attuale non si uscirà a breve, nonostante l’ultima stagione turistica sia stata magnifica con un mese in più di lavoro, la cui liquidità per altro non è confluita in banca. Attualmente c’è un’importante iniziativa del governo, per cui si arriverà alla garanzia dell’emissione obbligazionaria delle

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banche, che potrà essere uno strumento molto utile. Senza arrivare ad essere totalmente schumpeteriano, per cui si dovrebbe distruggere per creare, sono convinto che la crisi sarà un motore di idee, di opportunità. Mi fanno paura i «terribilisti», secondo i quali siamo arrivati alla fine del mondo, mentre in realtà dentro di noi c’è qualcosa di nuovo, dentro i territori abbiamo delle idee, anche se poi occorre vedere se sono presenti anche le risorse per aiutarle; le idee comunque nascono piccole e bisogna farle crescere. D. Non arriveremo comunque più ai volumi economici precedenti alla crisi? R. Assolutamente no. D’altra parte non sono nemmeno dell’idea che possiamo governare tutto. C’è un «inaspettato» dentro l’economia, sempre. Se non fosse così non si capirebbe nemmeno come mai adesso ci sia la crisi: nessuno o ben pochi l’avevano prevista. Quindi dobbiamo lavorare su quell’ inaspettato, finanziando le buone pratiche e quelle iniziative che garantiscono anche il ritorno degli investimenti. Non sono nemmeno convinto che la banca debba diventare il luogo dove si effettuano le scelte per gli altri; la banca deve svolgere il suo ruolo e deve farlo

bene, ma non deve fare l’imprenditore non bancario, perché produrrebbe disastri. D. Un economista, Marco Vitale, fa spesso riferimento all’impresa italiana del ‘400: è questa la nostra realtà, gli imprenditori che facevano gli artigiani e giravano tutto il mondo per esportare i loro prodotti e che insieme ai Comuni hanno creato il primo modello di welfare. Secondo lei il modello da seguire può essere il modello economico italiano, che ha le sue radici in secoli lontani? R. In effetti non si fa qualcosa contro la propria natura profonda. Ho ragionato con il prof. Vella, che recentemente ha scritto un testo sulla crisi sostenendo la tesi che il problema sono le dimensioni ridotte delle nostre aziende. Io non so se questo sia vero – per esempio nel sistema bancario non è vero che le banche più grandi abbiano retto meglio la crisi. Addirittura un importante economista, e attuale ministro del tesoro in Gran Bretagna, dice che vorrebbe delle banche più piccole per il suo Paese. D. Probabilmente si tratta di organizzarsi per mettere a sistema quello che può essere messo a sistema. R. Esattamente, si tratta di fare questo.

INTERVISTA AL DOTT. VIVIANO FIORI

IMPRENDITORE E PRESIDENTE DELLA BANCA DI CREDITO COOPERATIVO DI VERGATO, BOLOGNA di Francesco Zardon

D. Intervistiamo il Dott. Viviano Fiori, imprenditore e Presidente della Banca Cooperativa di Vergato. Dott. Fiori, può presentarci le attività imprenditoriali in cui è impegnato ? R. Svolgo attività immobiliari, ho quattro società immobiliari, due di famiglia e due con soggetti terzi – un importante gruppo bolognese, il Gruppo Macaferri, e la seconda con tecnici. È chiaro che in un momento come questo le società immobiliari soffrono non poco: recentemente ho avviato due attività nel comune di Vergato ritenendo di poter andare sul mercato con prezzi inferiori al mercato stesso, anche perché in un periodo come l’attuale, se non ci si propone con ottimi prezzi chiaramente non si vende. Ho cioè tentato paio di interventi, per esempio con un oggetto da 240.000 euro che andrà sul mercato a 190.000, grazie a un acquisto iniziale molto basso; ritengo sia questa l’unica maniera per poter vendere qualcosa oggi. Sono poi socio della DISMECO Srl, un’azienda che si occupa del recupero dei RAEE, cioè dei rifiuti di apparecchiature to una parte dell’ex stabilimento Burgo a Lama di Reno (Marzabotto), l’abbiamo

ristrutturata, con un investimento globale di circa 8 milioni di euro. Anche questa attività fatica però a decollare per le tantissime autorizzazioni di cui necessita, dovute ai troppi enti operanti, che spesso non colloquiano neppure tra loro: i tempi per la concessione delle autorizzazioni sono sempre molto lunghi, tuttavia contiamo a breve di avere tutte le carte in regola per iniziare a gennaio/febbraio 2012 la produzione completa. D. E da quanto tempo vanno avanti queste richieste di autorizzazione ? R. La maggiore difficoltà consiste nel fatto che l’ottenimento di un’autorizzazione spesso passa attraverso innumerevoli adempimenti burocratici: serve un’autorizzazione per fare le vasche di prima pioggia dove vengono raccolte tutte le acque meteoriche, ottenuta la quale ne serve un’altra per cominciare a trattare i rifiuti, quindi siamo soggetti a audit continui sui vari processi di produ-zione da parte degli enti preposti al rilascio di tali documentazioni. In un incontro a Vergato con imprenditori e sindacato, a cui era presente Bruno Papignani della CGIL, mi sono sentito di affermare che oggi il lavoratore dipendente e l’imprenditore

non devono più farsi la guerra, ma devono unirsi per lottare contro la burocrazia e i mercati esteri. È una guerra fra poveri, anche se l’ imprenditore è più «ricco» del proprio dipendente: credo che sia giusto collaborare per sconfiggere altri avversari come India, Cina, la globalizzazione, la burocrazia che affossa le piccole aziende. D. Quindi la DISMECO deve ancora incominciare a effettuare la produzione vera a propria? R. Nel settore lavatrici e piccoli elettrodomestici stiamo già lavorando da circa un anno, mentre siamo in attesa delle autorizzazioni per trattare i monitor dei PC e dei televisori, e i tubi fluorescenti delle luci al neon, etc. Nei Paesi nordici viene recuperato il 90% dei tubi al neon, tubi fluorescenti e lampadine, che hanno all’interno una parte di mercurio e quindi pericolosa. Francia e Germania recuperano il 45% mentre in Italia sol-tanto il 5%: speriamo in un aiuto delle isti-tuzioni per migliorare i risultati attuali. D. Il riciclo RAEE ha un ampio mercato in Italia in cui si può espandere? R. Credo che la concorrenza sia già agguerrita e


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spesso, temo, non molto rispettosa delle delle regole. Noi (DISMECO) recuperiamo il 98%, venerdì scorso la Regione Lombardia ci ha conferito il premio di Legambiente a livello nazionale, siamo stati considerati fra i migliori. Essere i migliori significa però essere penalizzati dal punto di vista economico e finanziario, perché per recuperare bene ci sono degli alti costi, molta manodopera eccetera. C’è chi invece purtroppo non fa la stessa cosa e guadagna più di noi. Dovremmo sensibilizzare gli enti pubblici e soprattutto i consorzi, che hanno materiali da riciclare, a darli a chi li lavora in modo giusto: lo ritengo etico. D. Potrebbe descrivere un po’ meglio la filiera del riciclo RAEE ? R. In Italia esistono consorzi di produttori e distributori di elettrodomestici, lavatrici, stufe, piccoli elettrodomestici, che ritirano solitamente l’usato al momento della vendita di nuovi prodotti; l’usato deve essere conferito a chi è autorizzato a lavorare i RAEE, come la nostra ditta. Però molte piccole aziende autorizzate a lavorare i RAEE in realtà lavorano due lavatrici su dieci, mentre rigirano le restanti sul mercato, lavorando con una manodopera minima. Questo non è recuperare, è piuttosto l’arte di arrangiarsi, anche se guadagnano più di noi. L’ imprenditore deve essere etico, morale e sociale nel modo giusto. D. I lavoratori che avete assunto alla DISMECO sono persone del territorio che in precedenza svolgevano altre attività e che magari erano state espulse dal circuito produttivo ? R. La DISMECO è un’azienda che viene da lontano, dagli anni ’70, la maggior parte dei dipendenti attuali erano dipendenti della DISMECO Sas, trasformatasi poi in Srl perché aveva allargato la compagine sociale. Abbiamo in produzione 18 lavoratori di origine pakistana, tutti molto bravi e volenterosi; in ufficio abbiamo invece solo italiani: una ex dipendente Burgo, altri che vengono da altre aziende che erano in cassa integrazione e stiamo tentando di rimettere al lavoro alcuni ex dipendenti Burgo. D. Dal suo punto di osservazione privilegiato come presidente della BCC di Vergato, ci potrebbe dire quale reputa sia la condizione delle PMI e anche delle imprese più grandi del territorio della media e alta Valle del Reno? R. Le grandi imprese le conosciamo meno e cerchiamo di investire sulla piccola e media impresa e sulle famiglie. La situazione del settore immobiliare la definirei drammatica: sono amministratore di questa azienda di credito da 32 anni, prima come consigliere e poi come presidente della BCC. Ricordo che venti anni fa ci fu un fallimento in questa valle, nel settore edilizio, che creò un clamore in-

credibile, quest’anno di fallimenti ne abbiamo avuti cinque: un fallimento in vent’anni e cinque in uno! Da questo si può capire quanto sia cambiato lo scenario, con varie situazioni a rischio. Noi cerchiamo di aiutare il più possibile, anche se poi soffriamo noi come azienda perché fatichiamo a fare bilancio, con tanti clienti in crisi. Nella misura del possibile cerchiamo di allungare i mutui e di dare un aiuto alle microaziende, anche se non si può continuare all’infinito e molte pratiche devono essere messe in sofferenza. Per quanto riguarda il settore manifatturiero, in particolare la metalmeccanica, che in questa valle è abbastanza presente, in primavera 2011 aveva avuto un forte impulso, poi in agosto con la crisi finanziaria è crollato tutto in un mese. Quello che fa paura e a cui non eravamo abituati è che la globalizzazione incide anche nelle piccole aziende: il mercato cambia di settimana in settimana, una volta cambiava ogni dieci anni. Non si sa mai come muoversi! Altra cosa che sta venendo meno è il finanziamento alle famiglie per il mutuo. Magari fino al 2008 tutti finanziavano il 100% e anche il 120%, poiché finanziavano la casa ma anche l’arredamento, le tasse e il notaio – e questo era sbagliato, noi non siamo mai andati oltre l’80% di finanziamento alle famiglie. Oggi, vista la situazione, occorre avere garanzie, altrimenti non si può finanziare. Questo chiaramente è negativo, bisognerebbe trovare il sistema per poter finanziare la piccola impresa e la famiglia. Siamo noi stessi che creiamo recessione se non finanziamo. D. Può dirci qualcosa anche su altri settori, come l’agroalimentare oppure l’elettronica? R. L’agroalimentare sta crescendo in questi territori, come anche l’agriturismo. Sono nati diversi agriturismi di qualità, ma sono più che altro scelte di vita da parte di chi intraprende simili attività: certamente non si diventa milionari ad aprire un agriturismo. Di queste aziendine ne sono nate tante, ma soffrono la crisi: si riempie il sabato, ma durante la settimana si hanno soltanto costi e stanze vuote. Da fine novembre a capodanno le imprese agrituristiche si sostengono per esempio con cene aziendali e recuperano su questo lato, ma da gennaio/febbraio in poi si ritrovano di nuovo in profondo rosso. D. Nel settore del credito che impressioni ha tratto dall’evolvere della situazione a livello locale negli anni che vanno dall’inizio della crisi – 2007/2008 – fino a oggi ? R. A livello locale tutte le aziende di credito stanno adottando criteri più restrittivi: per esempio nel settore immobiliare stanno cercando di fare rientrare tutti dalle loro esposizioni, e questo come dicevo genera crisi su crisi. Sarebbe invece questo il momento di dare anziché di chiedere indietro. A Vergato

oggi non c’è una gru in piedi, quando forse cinque anni fa ce n’erano troppe. D. Per quanto concerne le sue imprese immobiliari l’andamento è stato similare ? R. Dal 2008 abbiamo chiuso completamente i cantieri con il Gruppo Maccaferri, con cui eravamo abituati a operare costruendo una palazzina da venticinque alloggi alla volta, non cento alloggi. Oggi abbiamo un cantiere con quattro alloggi ancora da vendere e in qualche modo riusciamo a reggere, poi ne abbiamo un altro con tre, e adesso siamo partiti con alcuni lavori nuovi pronti fra un anno. La situazione dal 2008 ad oggi si è bloccata completamente: Vergato prima del boom era un comune in cui si vendevano circa 25 alloggi all’anno. Nel periodo del boom, dal 2002 fino alla fine del 2007, facemmo un lotto di 52 appartamenti e li vendemmo tutti: avere tanti acquirenti era una situazione anomala per Vergato. Questa bolla immobiliare è arrivata anche nei piccoli comuni, ma dal 2008 il crollo è stato immediato, con un calo edilizio del 98%. Per un certo periodo non si è venduto un solo appartamento! Adesso c’è un timido risveglio, ma con il problema del credito, per cui se la banca non torna a fare credito la famiglia non compera. Poi c’è il caso delle famiglie che vorrebbero vendere l’appartamento vecchio: dal 2002 al 2007 un notevole volano è stato rappresentato dagli stranieri immigrati che acquistavano l’appartamento vecchio, magari grande, avendo famiglie numerose, mentre gli italiani acquistavano gli appartamento nuovi più eleganti, magari in posizione più costosa, piccoli, con una o due camere. Questo fenomeno oggi si è del tutto fermato perché lo straniero non ha denaro, se lo chiede non gli viene dato e così tutto il mercato si ferma. D. Quindi la bolla che c’era stata negli anni precedenti era dovuta anche allo stanziamento di popolazione straniera sul territorio? R. Sì, e Vergato oggi ha oltre ottomila abitanti. Sono venute tantissime persone anche da Bologna e anziani dai crinali dell’ Appennino, perché purtroppo sui crinali cominciano a mancare i servizi – e mancheranno sempre più – quindi molti anziani scendono a valle dai paesi più ad alta quota, perché a Vergato trovano i servizi, la farmacia, l’ospedale, mentre nei piccoli paesi di montagna sta sparendo tutto. D. Secondo lei oggi le imprese del territorio di cosa potrebbero avere bisogno, non solo sotto il profilo del credito ma anche dell’ acquisizione di elementi che ne possano favorire l’innovazione? Di facilitazioni da parte dei comuni, di possibili opportunità che favoriscano la creazione di reti? Cosa ci può dire al riguardo dal punto di vista del credito?


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R. È chiaro che l’impresa si deve innovare per rimanere sul mercato di oggi, però l’impresa deve avere anche garanzia di lavoro per pensare a investire, perché fare un leasing a quindici anni per comperare attrezzature costose richiede la ragionevole certezza di una prospettiva di lavoro. Non so se la politica riuscirà a fare qualcosa per questo, non credo. Io vengo da un viaggio che ho fatto questa estate in Vietnam: lungo la strada che da Hanoi conduce all’ aeroporto, circa un’ora di pullman, sul lato sinistro c’erano stabilimenti di tutte le multinazionali in fila. Lì gli operai lavorano a 88 dollari al mese. A noi il dipendente costa 88 dollari ogni due ore, non riusciremo mai a fare concorrenza sui costi. Come si fa a restare concorrenziali in una valle come quella del Reno? Sono finite tutte le certezze in questa vallata, non dico per colpa dell’imprenditore o del dipendente, ma perché è cambiato il mondo. Per me questa è una crisi completamente diversa dal solito. Bisognerebbe innanzi tutto lavorare insieme, fare reti di imprese, trovare rapporti diversi con i dipen- denti e anche con la politica. Probabilmente dobbiamo cambiare anche sistema di produzione. E forse è inutile continuare a produrre automobili. Abbiamo il più bel Paese del mondo, il 65% del patrimonio archeologico e artistico del mondo: costruiamo alberghi, portiamo qui i cinesi e gli indiani ricchi, gli americani, investiamo in quel settore, cosa che si sta facendo poco. Ho avuto la fortuna di viaggiare moltissimo, a volte capita di fare escursioni di mezza giornata per vedere cose che, quando le hai viste, rimpiangi di non essere rimasto in albergo! Pensiamo solo alla Valle del Reno: partiamo da Sasso Marconi con il mausoleo e la villa di Marconi (dove è stata inventata la radio, NdI), a Marzabotto c’è la città etrusca e il sa- crario, salendo c’è Riola con la chiesa di Alvar Aalto, abbiamo La Scola, paese medie- vale, il Santuario di Montovolo… bellissime località! Quanto ci vorrebbe per costruire un itinerario attraverso la Valle del Reno che porti poi i turisti fino a Firenze? È questo ciò che manca: l’Italia è un paese piccolo, si può rilanciare il turismo, l’agricoltura, con tutti i prodotti di origine controllata, e poi occorre lavorare sulle firme di alta gamma, dalla Ferrari ad Armani, che vendono in tutto il mondo. D. A suo parere, il vostro territorio è sufficientemente dotato di infrastrutture che aiutino la tenuta dell’impresa e dell’ economia locale? R. Abbiamo bisogno di una nuova strada. Ricordo che mio padre, classe 1914, diceva: «sono anni che si sente parlare della nuova Porrettana». È morto a 87 anni, io ne ho 63 e la nuova Porrettana è sempre lì. E’ stato fatto a monte un ottimo intervento verso Porretta

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Terme, ma il tragitto fra Vergato e Sasso Marconi è tuttora sotto dotato da questo punto di vista. Non avere una superstrada che colleghi queste due località è penalizzante per la vallata. Abbiamo invece un buon servizio ferroviario, a Marzabotto c’è un treno ogni mezz’ora, da Vergato in 40 minuti sei in centro a Bologna; è quasi una metropolitana di superficie. D. Sulla banda larga si sa qualche cosa di nuovo ? R. Da quanto ne so ci stanno lavorando, speriamo che sia così. D. Come vede la collaborazione fra imprese ed enti locali ? R. Dal lato delle imprese, a parte pochi, abbiamo una imprenditoria sbagliata, nel senso che ciascuno guarda solo al proprio «giardinetto», nessuno crea società o reti di impresa, ognuno pensa a sé e questo è sbagliato. Sono l’unico a Vergato ad avere sempre avuto quattro o cinque società e sono stato considerato dagli amici e dagli altri imprenditori un folle: ho costituito società con imprenditori molto più piccoli di me, ne ho fatte altre con colossi e non ho mai avuto nessun tipo di problema. È soltanto insieme e collaborando che si fanno le cose, da soli non si va più da nessuna parte. Questo modo di ragionare deve essere cambiato. E quando sei in una società, affinché stia in piedi, devi dare di più di quello che chiedi. Esempi positivi ce ne sono, imprenditori capaci e importanti, specialmente nella zona di Porretta, al confine della provincia con la Toscana. D. In questo scenario critico a suo parere le imprese in che modo si stanno attrezzando per affrontare la situazione? Vede qualche segno di proposte, di intrapresa di cose nuove ? R. Le imprese medio-grandi per lo standard del territorio, posizionate nella zona di Porretta e di Gaggio Montano, si muovono bene, sono aziende strutturate. A Vergato abbiamo la Kemet, che stando ai giornali tra due o tre anni chiuderà lo stabilimento locale e si sposterà nel nuovo stabilimento di Borgo Nuovo di Sasso Marconi. Non dobbiamo più fare campanilismo sui posti di lavoro a Vergato: certamente è un danno, ma i lavoratori andranno a lavorare a Borgo Nuovo, l’ importante è che rimangano posti di lavoro almeno in valle. Sempre a Vergato c’è la GP, che un anno fa ha subito una grande disgrazia con la morte del titolare, che conoscevo benissimo e che era un’ottima persona, e francamente temevo che chiudesse. Invece sono rimasto molto piacevolmente sorpreso perché la nuova situazione ha dato un grande impulso alla moglie e alla figlia del titolare per portare avanti l’azienda. La GP si sta muovendo molto bene, dà lavoro a 95 persone, soprat-

tutto manodopera femminile, che porta così a casa il secondo stipendio familiare che permette di vivere una vita abbastanza serena. Però al di sotto di queste imprese non vedo una situazione positiva, al contrario molte imprese più piccole si stanno chiudendo in sé e non cercano di migliorarsi. D. Come vede le prospettive in termini realistici nel breve e medio periodo ? R. Sarebbe bello saper rispondere! Ci sono troppi fattori in gioco. Io sto ricevendo complimenti in questo momento da degli amici – e questo mi fa piacere – che mi dicono «tu sei l’unico che ora sta investendo». Forse sono l’unico pazzo, però ci provo. E se l’ imprenditore anche medio-piccolo in questo momento non fa il proprio dovere, al di là del margine di profitto che deve comunque essere presente, la situazione diventa critica. Secondo me l’imprenditore in questa società svolge una funzione di fondamentale importanza, dobbiamo essere noi i primi ad investire e a crederci, perché se ci fermiamo noi si ferma tutto. D. Secondo lei in quest’ottica è possibile per l’impresa locale creare una sorta di collaborazione innovativa con il credito cooperativo ? Ci sono proposte che lei ritiene che si potrebbero attuare in questa direzione? R. Secondo me sì, lei sa che stiamo lavorando nella direzione di una rete di imprese. Di certo questo è un momento in cui tutti gli istituti di credito si stanno chiudendo in se stessi e quindi è il momento peggiore. Però il mio parere personale è che un’azienda di credito dovrebbe agevolare un’iniziativa di questo tipo: tre/quatto imprese che si mettono insieme con un progetto credibile e sostenibile dal punto di vista economico e finanziario e ambientale potrebbero trovare sostegno in un istituto o in un pool di istituti di credito, uniti per ridurre il rischio finanziando un progetto di questo genere. Rilevo però purtroppo che anche nell’ambito delle aziende di credito ognuno pensa per sé, con danno per i territori stessi. D. Come vede le prospettive in termini realistici nel breve e medio periodo? R. Non che io sappia, magari arrivano dei fondi dall’estero che si muovono però sul territorio di Porretta, su aziende già grandi e già strutturate, ma non su aziende di piccole dimensioni. D. Ritiene che sarebbe utile per le imprese creare interfacce unificate per i rapporti con l’esterno, al di là di eventuali collaborazioni per nuovi progetti di produzione? R. Ci vorrebbe un ente o un gruppo di persone a coordinamento di varie imprese, potrebbe essere interessante anche per aziende che producono cose diverse ma che si uniscono insieme per andare all’estero.


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UNO SGUARDO AL 2012

di Francesco Zardon *

Il 2012 in Italia inizia sotto il segno del nuovo governo Monti, nato per realizzare un’agenda dettata dall’Unione Europea e guardato come un provvidenziale salvatore della Patria da molti mentre è già considerato da altri artefice di decisioni inadeguate alle necessità del Paese e potenzialmente pericolose per la tenuta dell’economia e della società nel suo complesso. Rimanendo nell’ambito delle «opinioni informate», tale diversità di valutazioni dipende dagli assunti teorici (ed empirici) di riferimento. Infatti, lo studio dell’economia ha sviluppato una molteplicità di orientamenti malgrado il progressivo affermarsi di una sua apparente monoliticità, prodotta dal ricorso a formalizzazioni matematiche nello studio della disciplina da parte di una delle scuole di pensiero prevalenti, capace di creare l’illusione ottica di un’economia come scienza esatta che studia dati di natura per estrapolarne leggi oggettive. Ovviamente le differenti impostazioni divergono per quanto riguarda le conclusioni relative al funzionamento dei sistemi economici e quindi anche circa le indicazioni sulle politiche economiche da adottare. Le scuole attualmente dominanti – il cosiddetto mainstream economics, rappresentato dalle due varianti principali dell’approccio neoclassico, i «conservatori» e i «neo keynesiani» – condividono la convinzione che l’efficienza nell’uso delle risorse e il pieno impiego siano assicurate dal libero funzionamento del mercato, a condizione che sia garantita anche la flessibilità del mercato del lavoro. I neo keynesiani ritengono comunque che l’intervento pubblico in economia possa rendersi utile nel breve periodo, soprattutto per contrastare situazioni recessive. Un terzo raggruppamento piuttosto variegato di economisti, i cosiddetti «eterodossi», comprende studiosi di orientamento postkeynesiano, sraffiano, regolazionista, mar xista, etc., secondo cui un’economia di mercato caratterizzata da flessibilità dei prezzi e del mercato del lavoro non è in grado di autoregolarsi e di assicurare il pieno impiego nemmeno nel lungo periodo. Secondo questi economisti la libera concorrenza degenera

rapidamente in forme di oligopolio o di monopolio, creando instabilità e spreco di risorse, per evitare i quali si rende necessario l’intervento dell’autorità pubblica per regolare i mercati e la domanda aggregata. È proprio da questi studiosi che sono giunti negli anni scorsi segnali d’allarme circa l’insorgere della grande crisi iniziata nel 2007 e sugli effetti recessivi delle politiche di austerità che l’Unione Europea a guida tedesca sta cercando di imporre agli Stati dell’Eurozona, in questo affiancati da illustri esponenti neo keynesiani, come Paul Krugman, Joseph Stiglitz (entrambi premi Nobel) e Nouriel Roubini. Secondo Roubini1 le prospettive per l’economia mondiale nel 2012 sono chiare ma non positive, essendo prevedibile una recessione in Europa, una crescita anemica negli Stati Uniti, un deciso rallentamento dell’economia cinese e nella maggioranza dei Paesi emergenti, in un quadro in cui le economie asiatiche sono esposte agli influssi di quella cinese, l’America Latina è esposta alla diminuzione dei prezzi delle materie prime e l’Europa Orientale è esposta all’andamento dell’Eurozona. Parallelamente i tumulti in Medio Oriente stanno causando rilevanti rischi economici e geopolitici che manterranno alti i costi del petrolio, ponendo in tal modo ulteriori vincoli alla crescita economica globale. Gli Stati Uniti, caratterizzati sin dal 2010 da una lenta crescita, dovranno misurarsi con considerevoli rischi derivanti dalla crisi dell’Eurozona oltre che con un significativo drenaggio fiscale, una perdurante riduzione dei debiti nel settore domestico – preso fra una creazione di posti di lavoro che procede a rilento, redditi stagnanti e una persistente pressione sulle proprietà immobiliari e sulle ricchezze finanziarie – crescenti diseguaglianze e un’impasse politica. Tra le altre economie sviluppate, il Regno Unito sta fronteggiando una doppia recessione, in un momento in cui il consolidamento fiscale e l’esposizione alle vicende dell’Eurozona ne indeboliscono la crescita, mentre in Giappone la ripresa del dopo terremoto potrebbe essere vanificata se governi deboli dovessero fallire nella realizzazione di riforme strutturali.

Nel frattempo, i difetti del modello di crescita cinese stanno divenendo evidenti. La Cina può crescere rapidamente solo se i Paesi ricchi continuano ad assorbirne la produzione accumulando deficit. Ora che Usa e il resto dell’Occidente spendono meno e cercano di ridurre i debiti, la Cina, invece di sostenere i consumi interni, sta effettuando ulteriori investimenti infrastrutturali e industriali, aumentando in tal modo la propria capacità produttiva che rischia di non trovare sbocco, data la diminuzione della domanda da parte dei Paesi Occidentali. Parallelamente sono stati favoriti gli investimenti immobiliari, a fronte dei quali si sta già registrando una diminuzione dei prezzi delle proprietà, che sta innescando una reazione a catena con conseguenti effetti negativi sui promotori, sugli investimenti e sulle entrate governative. Il boom delle costruzioni incomincia a fermarsi proprio nel momento in cui le esportazioni stanno rallentando la crescita a causa dell’indebolirsi della domanda statunitense e dell’Eurozona. Nelle economie avanzate, la riduzione dei debiti nei settori privato e pubblico è appena cominciata, mentre i bilanci delle famiglie, delle banche, delle istituzioni finanziarie e dei governi locali e centrali sono ancora in difficoltà. Soltanto le aziende di alto livello sono migliorate, tuttavia le possibilità di spesa e di accesso ai capitali di queste aziende rimangono limitate, data la persistenza di incertezze globali sulla domanda finale e del permanere di sovracapacità produttiva. La crescita delle ineguaglianze, dovuta in parte alla riduzione dei posti di lavoro conseguenti a ristrutturazioni delle imprese, sta riducendo ulteriormente la domanda aggregata. Al contempo, rimangono ampi gli squilibri nei conti delle partite correnti più importanti, come quelle tra USA e Cina e altri Paesi emergenti, e all’interno dell’Eurozona. Un aggiustamento ordinato su questo fronte richiederebbe una minore domanda interna nei Paesi con eccesso di spesa e ampi deficit di partite correnti, e la diminuzione dei surplus commerciali da parte dei Paesi con eccesso di risparmio mediante un apprezzamento delle loro valute. Per mantenere la crescita, i Paesi con ec-


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Pista di Kjölur, Islanda – «Quando una terra è desolata, c’è solo da sperare [..] che nel sottosuolo vada maturando un bulbo o un germoglio di vitalità»

cesso di spesa dovrebbero deprezzare le loro valute per migliorare la bilancia commerciale, mentre i Paesi in surplus dovrebbero aumentare la propria domanda interna. Tuttavia, questi aggiustamenti dei prezzi relativi mediante interventi sulle valute registrano uno stallo, poiché i Paesi con surplus si oppongono all’apprezzamento dei tassi di cambio mentre si mostrano favorevoli a una deflazione recessiva nei Paesi in deficit. Ne potranno conseguire conflitti valutari che saranno combattuti su diversi fronti: con interventi sui cambi, con operazioni di quantitative easing e con controlli dei capitali sugli afflussi. E dato l’ulteriore indebolirsi della crescita globale nel 2012, questa conflittualità potrebbe trasformarsi in vere e proprie guerre commerciali. In questo scenario, secondo Roubini, la recessione dell’Eurozona è cosa certa, e se la sua intensità e durata non sono prevedibili, il prolungato credit crunch, i problemi collegati con i debiti sovrani, la scarsa competitività dei Paesi periferici, gli squilibri delle partite correnti e l’austerità fiscale comporteranno una seria flessione nell’economia, che potrebbe richiedere aggiustamenti valutari tali da indurre alcuni Stati membri ad abbandonare l’Eurozona. Secondo J. Stiglitz2 questa eventualità è ormai così concreta che gli economisti su entrambe le sponde dell’Atlantico non si chiedono più se l’euro sopravviverà ma come far sì che il suo crollo produca il minor danno possibile. A suo parere, la dirigenza politica europea non ha realmente compreso ciò che è

è necessario per introdurre e mantenere in vita una valuta comune. L’opinione prevalente quando l’euro è stato istituito era che fosse necessaria unicamente una disciplina fiscale volta ad assicurare che il deficit e il debito pubblico degli Stati non fossero troppo elevati in rapporto al PIL. Tuttavia, prima della crisi Irlanda e Spagna avevano bilanci pubblici in surplus e bassi debiti, che si sono però trasformati rapidamente in ampi deficit e alti debiti. Sicuramente, la presenza dell’euro ha reso molto più difficile per i governi europei far fronte alle difficoltà. E il problema non consiste solo nel fatto che la moneta comune ha reso inutilizzabili due leve fondamentali per procedere ad eventuali aggiustamenti – il tasso di interesse e il tasso di cambio – senza sostituirli con nessun altro strumento, o che il mandato della BCE sia di mantenere stabile il potere di acquisto dell’euro focalizzandosi quindi sull’inflazione, quando invece i problemi da risolvere oggi sono relativi alla disoccupazione, alla crescita e alla stabilità finanziaria. In assenza di una autorità fiscale comune, il mercato unico europeo ha aperto la strada a una competizione fiscale al ribasso, per attrarre investimenti e alimentare la produzione di beni e servizi che vengono poi liberamente commerciati all’interno dell’Unione. I tagli nei bilanci pubblici che si richiedono oggi agli Stati membri dell’Eurozona non risolvono i problemi causati dalla sregolatezza di ieri e hanno semplicemente l’effetto di spingere le loro economie

Crediti: Emiliano Negrini

in una recessione sempre più profonda, cosa che certamente non contribuirà alla salvezza dell’euro. Stiglitz3 ritiene anzi che se la dirigenza europea non farà i passi necessari per portare a pieno compimento il funzionamento della moneta unica, il 2012 potrebbe essere l’anno che porrà termine all’esperimento dell’euro e darà inizio a una nuova fase ancor più drammatica di recessione dell’economia mondiale. Le previsioni di P. Krugman4 sono dello stesso tenore. Negli anni precedenti il 2008 in Europa gran parte dei prestiti erano transfrontalieri e l'operazione veniva considerata a basso rischio in quanto i destinatari facevano tutti parte dell'area euro. Con l’esplodere della crisi la spesa privata nei Paesi debitori crollò, e la dirigenza europea, invece di arginare la recessione, rispose all'inevitabile conseguente crescita dei deficit pubblici imponendo a tutti i governi di tagliare la spesa pubblica e di aumentare l'imposizione fiscale. Purtroppo, la fiducia che le misure di austerità avrebbero dovuto innescare nell’economia non si è manifestata, a differenza di quanto affermato da Trichet, all'epoca presidente della Bce: «La tesi secondo cui le misure di austerità potrebbero innescare un processo di stagnazione non è corretta, perché da politiche che stimolano la fiducia verrà un impulso, non un ostacolo alla ripresa economica». Al contrario, i mercati hanno perso la fiducia nell'euro, portando i tassi di interesse a salire anche in Paesi come l'Austria e la Finlan-


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Metodi di captazione delle acque per il desert farming – la sapienza dei popoli antichi ha generato processi vitali in terre aride

Fonte: immagini satellitari da Google Earth. Bur a El Oued, Algeria. Foggara a Timimoun, Algeria. Qanat a Persepoli, Iran.

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dia. Mentre l’imposizione di misure di austerità unitamente alla politica antinflazionistica della BCE e alla sua indisponibilità a fungere da prestatore di ultima istanza, rendono impossibile ai Paesi indebitati sfuggire alla trappola del debito. Queste premesse sarebbero dunque, a parere di Krugman, garanzia di default sul debito, di una corsa al ritiro dei depositi bancari e di un crollo finanziario generale. Per evitare questo esito catastrofico sarebbero invece necessarie politiche fiscali e monetarie espansive a sostegno dell'economia, per dare l’opportunità ai Paesi debitori di rimettersi finanziariamente in salute. Sostanzialmente in linea con le indicazioni di Krugman, il 15 novembre 2011 circa trecento economisti italiani e stranieri5 hanno sottoscritto un documento rivolto al Parlamento della Repubblica Italiana e alle forze politiche del nostro Paese per sollecitare un cambiamento della politica economica in Italia ed Europa nella direzione di un rilancio della domanda, dello sviluppo e dell’occupazione. Secondo questi economisti, se il nuovo governo, nel frattempo entrato in carica, si configurasse come mero esecutore delle politiche di restrizione dei bilanci pubblici richieste dalla UE, si determinerebbe un aggravamento della crisi economica e finanziaria in Italia e in Europa, con devastanti conseguenze sociali e l’insostenibilità degli attuali accordi monetari e commerciali europei. Sarebbero quindi in gioco, oltre alla sopravvivenza dell’unione monetaria e del mercato unico, la stessa stabilità economica europea e globale. Il documento afferma che la stagnazione dell’economia italiana nell’ultima decade trova la sua principale spiegazione nell’ambito del contesto macroeconomico europeo, e in particolare nell’assenza di un quadro di politiche fiscali e monetarie europee coordinate e volte alla crescita, alla piena occupazione, all’equilibrio commerciale fra gli stati membri. Inoltre, la mancata attribuzione alla Banca Centrale Europea del tradizionale ruolo di prestatore di ultima istanza nei confronti dei debiti sovrani, ha contribuito ad esporre all’attacco i titoli del debito italiano e di altri Paesi europei, risultando insufficienti le misure intraprese dai Paesi dell’Eurozona per sostenere i debiti sovrani, come il Fondo Salva-Stati, in un contesto in cui le misure di restrizione dei bilanci pubblici che vengono richieste in cambio di tali aiuti hanno aggravato la recessione e la stessa crisi finanziaria nei Paesi beneficiari. Nel documento si afferma che la grave situazione attuale non può essere affrontata se non nel quadro di un mutamento dell’in-


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Oasi di Tamerza, Tunisia – «Oasi è un insediamento umano che in condizioni geografiche aride usa le risorse disponibili localmente per creare una amplificazione di effetti positivi e (continua a p.22)

sieme delle politiche economiche europee e nazionali. A livello europeo sarebbe necessario un maggiore coordinamento delle politiche fiscali, monetarie e salariali, che abbia fra gli obiettivi primari la piena occupazione. I firmatari dell’appello ritengono che le politiche di riduzione dei debiti pubblici siano in questa fase controproducenti, e per tale motivo sono contrari all’iscrizione nelle costituzioni nazionali della clausola del pareggio del bilancio pubblico, indicando come necessità primaria l’impegno non già all’abbattimento bensì alla stabilizzazione del rapporto debito pubblico/Pil. A livello italiano, il governo nazionale dovrebbe richiedere una garanzia illimitata della BCE sul debito sovrano, volta a ricondurre i tassi di interesse ai livelli pre-crisi. Dovrebbe inoltre farsi promotore di politiche fiscali, monetarie e salariali concertate a livello europeo e di G20, finalizzate al rilancio della domanda aggregata. La riduzione dei tassi, accompagnata dall’impegno alla stabilizzazione del rapporto debito/Pil, nel quadro di politiche internazionali espansive, libererebbe risorse per la crescita, sul lato sia del sostegno della domanda interna sia del rilancio della competitività. Tali risorse, accompagnate da quelle che andrebbero ricavate da una seria lotta all’evasione fiscale, da un'imposta patrimoniale fissa e dalla razionalizzazione della spesa pubblica, dovrebbero essere destinate prioritariamente alla riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un aumento dei salari netti, al sostegno

di istruzione, ricerca e cultura, all’aumento degli investimenti per l’industria e le infrastrutture, alla difesa dell’ambiente, all’efficienza della giustizia e della pubblica amministrazione. La situazione economica complessiva può essere comunque osservata anche da angolazioni differenti, dalle quali è possibile cogliere interessanti aspetti che suggeriscono un approccio innovativo alla soluzione dei problemi da affrontare, specialmente in Europa. Come viene rilevato da un economista della Bocconi, Luca Fantacci6, ciò che sta accadendo con i titoli del debito pubblico italiano è un buon esempio del carattere autoreferenziale dei mercati. I buoni del tesoro possono essere visti come un investimento nell’azienda-Italia, ma gli Stati nazionali, a differenza delle aziende, non sono fatti per fare profitti e per remunerare i detentori dei titoli, non presentano un bilancio consuntivo, e non esiste alcun criterio certo sulla base del quale possano essere giudicati redditizi o anche semplicemente solvibili. Nel caso di un’impresa cosa significhi essere «in default», o «insolvente», è chiaro: significa non essere in grado di pagare i propri debiti, non avendo attività sufficienti per far fronte alle proprie passività. Ma, sulla base di questa definizione, tutti gli Stati sono insolventi, nessuno Stato è in grado di ripagare i propri debiti. I debiti degli Stati, da poco più di trecento anni, ovvero da quando hanno preso la forma di titoli negoziabili sul mer-

cato, non sono più fatti per essere ripagati, bensì per essere continuamente rinnovati e per circolare indefinitamente, venendo rimborsati con i proventi dell’emissione di nuovi titoli nel momento in cui giungono a scadenza. Più propriamente si dovrebbe parlare non di «solvibilità», ma di «sostenibilità» del debito, evidenziando in tal modo un lato problematico del modo tradizionale di guardare al problema. Non soltanto perché si tratta di un concetto più vago, privo di una definizione univoca, ma soprattutto perché il fenomeno che esso descrive è fortemente autoreferenziale. Infatti, quanto meno un debito pubblico appare sostenibile, tanto più costa allo Stato indebitarsi; ma quanto più aumenta il costo del debito, tanto meno risulta sostenibile. E in che senso si può ancora parlare di un investimento economico quando la capacità di un debitore di ripagare i propri debiti dipende più dal grado di fiducia dei mercati che dalle proprie prestazioni, quando il tasso di rendimento non ha alcun rapporto con alcuna misura di produttività, ma dipende unicamente dal grado di sfiducia dei creditori? L’Europa si trova oggi ad affrontare tali questioni avendo optato per un processo di unione economica il cui strumento monetario, l’euro, ha accordato un po’ di stabilità e un po’ di crescita, ma a costo di una crescente divergenza fra i Paesi membri che oggi rischia di compromettere sia la crescita sia la stabilità. Secondo Fantacci, per gestire nell’immediato l’emergenza rappresentata


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dalla crisi dei debiti pregressi, è necessario consentire alla Bce di agire da prestatore di ultima istanza, acquistando titoli del debito pubblico dei Paesi membri, accompagnando tali prestiti con raccomandazioni ai governi che ne beneficiano, affinché adottino politiche di rigore. Ma per affrontare in prospettiva la più ampia crisi della costruzione europea sarebbe opportuna una riforma radicale della go- vernance dell’Unione, con una revisione del patto di stabilità, un emendamento dello statuto della Bce, e la ricostituzione dell’Unione Europea dei Pagamenti, che già negli anni ’50 del XX secolo ha assicurato ai Paesi europei crescita, stabilità e integrazione economica. Si potrebbero così liberare gli Stati europei dalla necessità di continuare a contrarre nuovi debiti emettendo titoli sui mercati internazionali. L’Unione Europea dei Pagamenti fungerebbe da camera di compensazione multilaterale per i debiti e i crediti contratti tra Paesi dell’Eurozona. Questo avrebbe un duplice vantaggio. Primo, consentirebbe di distinguere il debito pubblico, affare interno fra i cittadini e lo stato, e il debito estero, che è un rapporto fra Paese creditore e Paese debitore. Secondo, consentirebbe di apprezzare il fatto che il debito estero beneficia entrambi i Paesi, poiché permette al debitore di acquistare ciò che altrimenti non potrebbe acquistare, ma permette anche al creditore di vendere ciò che altrimenti non potrebbe vendere.

A differenza di quanto avviene oggi, l’onere del debito non verrebbe sopportato unicamente dai Paesi debitori. Mentre le nuove istituzioni create per gestire la crisi debitoria europea, come l’Efsf (European Financial Stability Facility) continuano a far gravare l’onere degli squilibri sui Paesi debitori, l’istituzione di una camera di compensazione europea consentirebbe di ripartire l’onere dell’aggiustamento fra creditori e debitori. L’euro potrebbe essere impiegato nell’Unione dei Pagamenti come mezzo di scambio privo della funzione di riserva di valore, affiancandolo con le monete nazionali e magari anche con monete regionali e locali, per agevolare il commercio europeo. In tal modo le economie locali potrebbero tornare ad avere una moneta adeguata e una reale autonomia politica, senza rinunciare alla reciproca integrazione e all’apertura verso l’esterno. Dopo la crisi del 2007-08, con i suoi strascichi di fallimenti che hanno costretto a rendere pubblici enormi debiti privati, non è più possibile contare sull’intervento degli Stati per risolvere i problemi. E l’alternativa a una riforma radicale, anche in ambito monetario, non sarebbe l’intervento dello Stato in economia, ma l’interferenza sempre più pervasiva del mercato finanziario nella vita politica. Che il 2012 possa rivelarsi l’anno in cui si incomincerà a riflettere seriamente sulla possibilità di far sì che la moneta ritorni a fare la moneta?

Autore

Oasi di Tamerza, Tunisia – (segue da p.21) determinare una nicchia vitale autostenibile e un ambiente fertile in contrasto con l'intorno sfavorevole» - Pietro Laureano, Sahara, giardino sconosciuto

* Francesco Zardon Dottore di ricerca in Psicologia sperimentale presso l’Università di Bologna, collabora con FormArea & Partner.

1 Nouriel Roubini: Fragile and Unbalanced in 2012 15.12.2011 - Copyright: Project Syndicate, 2011 www.project-syndicate.org/commentary/roubini45/English 2 Joseph E. Stiglitz: What Can Save the Euro? 05.11.2011 - Copyright: Project Syndicate, 2011 http://www.project-syndicate.org/commentary/stiglitz146/English 3 Joseph E. Stiglitz: Politica debole, nuovi rischi. La Repubblica 29.12.2011 4 Paul Krugman: L’austerità è un errore. La Repubblica, 4.12.2011 5 Per un cambiamento della politica economica in Italia ed Europa che rilanci domanda, sviluppo e occupazione 15.11.2011 http://documentoeconomisti.blogspot.com/2011/11/per-un-cambia mento-della-politica.html 6 Luca Fantacci: E se all’euro affiancassimo le monete locali? Linkiesta, 22.08.2011 http://www.linkiesta.it/crisi-manovra-borsa-mercati-europa#ixzz1V nHfnb4N


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