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Kristel Barra

ARCHITECTURE PORTFOLIO 2019

Accademic Selected Works + CV


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Musée Éclaté - Museo senza limiti nasce con lo scopo di valorizzare il patrimonio culturale di Pontecagnano Faiano accompagnando la comunità verso la riscoperta dei siti archeologici della città. Con installazioni artistiche site specific e opere d’arte contemporanea realizzate in loco da Paolo Bini, Gabriele Dini e Vincenzo Frattini si va a determinare un percorso “visivo” mirato a collegare la realtà archeologica diffusa sul territorio. Il percorso, attraverso pannelli e totem, illustra l’archeologia

della città valorizzandone i luoghi. Le tre opere vengono collocate in corrispondenza dei siti archeologici più importanti della città: Piazza Risorgimento, con le tombe dei principi etruschi; Via Dante, con il ‘tumulo dei guerrieri’ dell’Età del Ferro; Via Verdi, con il santuario dedicato ad Apollo. Dai reperti qui rinvenuti, esposti al Museo Archeologico, gli artisti hanno preso ispirazione per la realizzazione delle opere, rielaborando ed interpretando oggetti e capolavori del passato da far rivivere nelle realizzazioni di epoca contemporanea.


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Il progetto si propone come un intervento pilota con l’obiettivo di attura una operazione di svelamento dello spazio contenuto all’interno del recinto dell’Ex Centro A.A.I. tramite la reinterpretazione di caretteri pregressi. Si fonda sulla risignificazione di un’area abbandonata, in cui si attiva la volontà di riappropriazione di uno spazio morto. Lo scopo risulta quello di innescare un processo di crescita incrementale che favorisca la restituzione di un’area negata alla collettività e la nascita di un nuovo polo periferico. L’impossibilità di determinare una relazione diretta con il contesto si è tradotta nella rielaborazione di un nuovo margine capace di far fronte al cambiamento e favorire così

la permanenza dell’area nei cicli di utilizzazione della città contemporanea. L’interazione col tessuto circostante avviene tramite operazioni di deframmentazione e riconfigurazione di quello che appariva come un limite. Il nuovo spazio di relazione risulta essere un elemento di connessione, in cui il confine diventa luogo dialogico. La soluzione non è concepita come finita: è un opera aperta, in cui il processo è inteso come opportunità per la comunità di reinvestire in un luogo, rispondendo sia all’esigenza abitativa, sia a quelle collettive. Il principio della flessibilità è espresso nell’articolazione per unità base elementari, che, composte assumono un grado di complessità elevato e permettono dinamicità dei flussi.


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DECONSTRUCTING vela

ripensare Scampia

Municipalità di Scampia (NA) laboratorio di sintesi finale - Prof.Arch. R.Amirante con: A.Formato, G.DeStefano,F.Marigliano, F.Gaito, A.Vernillo Il progetto considera la Vela come il catalizzatore di un processo di reinterpretazione dell’identità del contesto; un elemento che possiede una propria potenzialità modificatoria. Esso non si propone di cancellare il passato, non nasconde la natura delle cose, non si intromette in quello che è stato, ma ricerca quello che non è stato. Ogni azione progettuale si fonda sulle esperienze per definirne nuove, in cerca di continuità. Si parte quindi con il considerare la vela come un elemento resistente e radicato ma, allo stesso tempo, inadatto ad essere abitato, un relitto. L’eliminazione degli elementi superflui ed ingombranti determina lo svelamento della struttura ad alveare, un insieme di celle a tunnel. La decostruzione della mas-

sa viene intesa alla maniera post-strutturalista di Derrida, come un modo per risolvere le differenze attraverso la loro moltiplicazione. Si procede dunque ad un operazione di smontaggio, un ripensare in cui nulla diviene assoluto ma tutto rimanda ad una logica imprevedibile, pronta ad accogliere nuove possibilità per il futuro. I frammenti della Vela diventano un tessuto permeabile la cui coerenza viene tenuta insieme da una varietà di temi: riappropriazione del sedime, occupazione spontanea dello spazio, microarchitetture, piccole cellule estranee. La memoria di quello che furono le Vele si mantiene nella reinterpretazione di un riferimento, nell’assunzione di un modello che viene spinto fino alla metamorfosi.


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Le abitazioni costituiscono la traccia fondamentale del passaggio dell’uomo in un luogo, questo implica la necessità di conservare non solo quei manufatti considerati “monumentali” ma anche tutto quell’apparato che testimonia la presenza della vita in un territorio. In questo gruppo si colloca “La Speranzella”, un classico esempio di casa rurale caratteristica della Piana del Sele. Le origini di questa massiccia costruzione quadrata, che domina una vasta proprietà terriera, possono essere indagate con sicurezza dal 1816, anno in cui viene redatto un documento catastale che riguarda casa e podere. La fabbrica ha conservato nel tempo gran parte dei caratteri originari sopravvivendo ai cambiamenti nei rapporti produttivi dell’economia rurale.

La Piana del Sele è, infatti, emblematica per la presenza di un’infinità di altre “comunità rurali” che costituivano il tessuto connettivo di una civiltà agreste antica. Oggi ciò che resta della cultura materiale locale sembra soccombere sotto l’azione sempre più violenta dei mutamenti sociali ed economici. L’abbandono delle piccole e grandi costruzioni rurali pone con sempre maggior forza il problema di una loro reintegrazione all’interno di un sistema produttivo che le ha ridotte a fragili gusci vuoti. La riqualificazione del paesaggio agrario e di quello residuale, di frangia ai grandi centri urbani, deve porsi come obiettivo la riscoperta delle tracce vive della storia, riappropriandosene senza, per questo, rinunciare alle opportunità del presente.


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L’edizione 2015 del seminario OC OPEN CITY International Summer School ha interessato la progettazione architettonica e paesaggistica dei frammenti di aree circostanti la città di Piacenza, identificabili, in termini di economia e di identità, in due principali fattori: agricoltura e ciclo alimentare. L’obiettivo è stato quello di progettare un museo dell’agricoltura, inteso come un insieme di spazi e luoghi interattivi, sia sul piano fisico-spaziale sia a livello socio-culturale, che conferisca alla tradizionale funzione espositiva, una serie di vocazioni aggiuntive: ricerca, sperimentazione, ospitalità diffusa, percorsi turistici. Il programma si è svolto assumendo come protagoniste alcune delle zone irrisolte della città storica, lungo l’asse

Nord-Sud che l’attraversa. La progettazione architettonica non si è limitata solo a trovare soluzioni innovative ma ha sviluppato una serie di connessioni, reali e virtuali, con le aree libere in cui opera, o sarà in grado di operare, a diversi livelli di interazione, l’attività agricola. Un ruolo importante è stato attribuito agli orti urbani della città che si trasformano in attività pop-up capaci di costruire una rete articolata di relazioni basate sulle pratiche di piantumazione del suolo e sul ciclo alimentare. Infine, l’attenzione si è spostata sulla progettazione a piccola scala che ha visto la nascita di “mobili architettura”: piccole architetture e arredi urbani atti ad attrezzare le nascenti aree dell’agro museo.


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