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3. L'area del Parco Scientifico e Tecnologico di Venezia; 4. Centro polifunzionale SNOS nelle Ex Officine Savigliano a Torino

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lamentazioni e l’indifferenza. Se verrà riconosciuta la civiltà urbana delle nostre città come un unico inalienabile patrimonio che probabilmente non ha eguali al mondo per ricchezza e complessità, e se verranno riconquistate le condizioni culturali e giuridiche per conservarlo e rigenerarlo a partire dalla grandi potenzialità esistenti – i centri storici, le aree dismesse, le parti di città da riconvertire, il paesaggio in cui sono immerse – allora le nostre città in futuro potrà ricominciare ad essere un modello di riferimento per un modo in cui le città e le architettura si vanno sempre più confondendo, dovunque siano realizzate, in un unico indistinto e un po’ terrificante modello». Esistono secondo lei le potenzialità endogene di una specifica area? Se sì, cosa fare allora, nella logica della riutilizzazione territoriale, per individuarle e proteggere? «Ogni area dismessa ha avuto un ruolo nella storia della città, occorre riconoscerlo e muoversi, nel recupero, in quel solco: pensiamo al senso di Bagnoli nella storia di Napoli, o di Portomarghera per Venezia, o delle aree Falk per Sesto S.Giovanni e così via. Sul riconoscimento di questo ruolo possono fondarsi le scelte corrette di trasformazione, anche discostandosene profondamente se le esigenze della città (e non degli operatori casualmente interessati alla trasformazione) lo pretendono». Le aree dismesse presentano a volte almeno due tematiche da affrontare: il possibile riuso degli immobili esistenti e la necessità di operare una bonifica sull’intera area. Quali sinergie saranno necessarie per poter sopperire alle spese? «Non vi è incontro sulle aree dismesse che non debba porsi il problema delle bonifiche, poiché in maggiore o minor misura tutte queste aree hanno problemi di bonifica e molte di queste sono da anni bloccati per l’incapacità di venire a capo della

questione. Tuttavia l’ostacolo al recupero frapposto dai diversi inquinamenti presenti nei terreni o nelle falde è più di carattere procedurale che economico. Non è questa la sede per affrontare un problema così complesso, basti dire che la legislazione esistente, soprattutto per quanto riguarda i cosiddetti siti di interesse nazionale, non tende a favorire la bonifica, ma a bloccarla. Nello stesso tempo si fa fatica a reperire nelle amministrazioni locali competenze adeguate per affrontare con decisione l’iter imposto dalla legge. Dal punto di vista economico, le risorse vanno generate attraverso il progetto di recupero dell’area e la sua valorizzazione. Purchè non si sommino al costo delle bonifiche costi speculativi delle aree che debbono invece essere valutate al valore di mercato, sottratti i costi delle bonifiche». Quali esempi ci sono in Italia di aree dismesse già recuperate? «Gli esempi sono ormai innumerevoli e di qualità assai diversa. Si va dai casi storici del Lingotto a Torino, di Novoli a Firenze, della Bicocca a Milano e della prima zona industriale di Porto Marghera a Venezia (area del Parco Scientifico e tecnologico), a numerosi recuperi di Archeologia Industriale sparsi in tutta Italia – dagli ex Macelli alle fornaci passando per il recupero di interi villaggi industriali, di ex Ospedali Psichiatrici, zuccherifici, magazzini portuali eccetera in cui oggi vivono molte strutture culturali e universitarie miste a uffici servizi e in alcuni casi residenze – ai più recenti recuperi di aree ferroviarie e delle più svariate industrie sparse in ogni angolo del Paese. Nominarle tutte sarebbe impossibile e si farebbe sicuramente torto a qualcuno. Mi pare tuttavia doveroso citare il caso della città di Torino che costituisce un esempio di come la rigenerazione di un’intera città dal punto di vista territoriale, ambientale, economico, sociale e culturale possa passare attraverso il recupero delle aree dismesse o degradate. Certo Torino, unica città fordista in Italia, ha attraversato una crisi industriale estremamente dura che ha “fornito” un patrimonio particolarmente ricco di aree dismesse, ma ha saputo reagire dotandosi di strumenti urbanistici e amministrativi efficienti che hanno stimolato e guidato un gioco di squadra unico nella storia recente del nostro Paese che è giunto a conquistare la sede dei giochi olimpici invernali del 2006, sfruttando a pieno questa occasione per mettere in atto i programmi di rigenerazione concordati. Chiudo ricordando la nuova frontiera della rigenerazione urbana costituita dai quartieri residenziali degli anni ’50 e ’70 oggi in molti casi investiti da una crisi urbanistica, architettonica e sociale di forte impatto sull’intero sistema urbano. Si tratta di un tema cruciale le cui soluzioni sono tutte da inventare. Il confronto è aperto, nessuno si senta escluso».

AM architetti  

rivista della Federazione Architetti Abruzzo e Molise

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