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Ufficio Stampa Piazza Prampolini, 1 – 42100 Reggio Emilia tel. 0522/456390-456840 - fax. 0522/456677

Il sindaco di Reggio Emilia, Graziano Delrio, ha aperto il proprio saluto al presidente del Consiglio dei ministri Mario Monti, al teatro Municipale ‘Romolo Valli’, con la lettura del messaggio ricevuto dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nei giorni scorsi per le celebrazioni di Reggio Emilia, indi ha proseguito. Nel saluto alle autorità il sindaco ha citato in particolare il professor Romano Prodi, che era presente in platea. “Siamo molto onorati, caro Presidente – ha ripreso il sindaco rivolgendosi al senatore Monti – di averla qui con noi a Reggio Emilia a celebrare la festa della bandiera italiana, nata nella Sala che ha appena visitato, il 7 gennaio 1797. Oggi concludiamo simbolicamente le nostre celebrazioni del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, aperte un anno fa in questi stessi luoghi dal presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Siamo stati felici di avere con noi il Presidente di tutti, che ha aperto un anno intensamente vissuto dalle cittadine e dai cittadini italiani in un ritrovato senso di appartenenza. E oggi siamo felici di poter condividere questo momento civile di unità attorno alla nostra bandiera, insieme a lei, senatore Monti, che è il Primo Ministro di tutte e di tutti. E noi la sentiamo così. Insieme a Lei vogliamo guardare verso il 2012, garantendo sinceramente il nostro convinto sostegno allo sforzo, oserei dire al servizio, che Lei sta svolgendo per il nostro Paese. La felicità pubblica e la verità “Fa parte della memoria e della storia italiana, quanto avvenne a Reggio Emilia anni fa. Ma è una memoria e una lezione sempre viva ed attuale. Quattro città, fino ad allora divise, si ritrovarono sotto il vessillo tricolore, nella Repubblica Cispadana, per liberare i propri cittadini, scrivendo nella Costituzione parole come unità, uguaglianza, giustizia e pubblica felicità. Per uscire da una situazione di minorità intellettuale ed economica, quei giovani capirono che era necessario superare divisioni e dirsi la verità: e la verità era che non ci sarebbe stata vera felicità e vero futuro senza una piena libertà. E che questa libertà si sarebbe conquistata con l’impegno e il sacrificio di molti. Dirsi la verità sulla nostra condizione, dirla apertamente, amando la Patria e con disinteresse personale: sono queste le condizioni, secondo un filosofo francese, che fanno da sempre la sostanza della democrazia, che sia quella ateniese, quella cispadana o quella italiana. La festa di oggi ci parla dunque di città, di giovani e di felicità pubblica. Un costituente americano, John Adams, riteneva che in fondo l’unico oggetto del buongoverno fosse proprio questo: promuovere la felicità della società. Felicità pubblica era, per i costituenti americani come per i nostri, quella possibilità di partecipare agli affari pubblici, alla cosa pubblica, di essere protagonisti consapevoli della comunità.

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Il capitale sociale di un’Italia normale, la partecipazione dei cittadini “Pare temerario parlare di protagonismo, di felicità, di comunità, in questi giorni in cui pare che tutto si svolga al di sopra delle nostre teste, e a volte abbiamo l’impressione persino di attori, quali speculatori finanziari, o di regole che non condividiamo. Ma pensiamo che si possa cambiare e si può cambiare se insieme si lavora. Qui a Reggio Emilia ci sentiamo e siamo alla pari dei nostri amici europei per le ciclabili e per le biblioteche, per la raccolta differenziata e per la gestione dell’acqua, per l’esperienza dei nidi e delle scuole dell’infanzia e per il welfare. E questo non perché il sindaco sia bravo, ma perché le famiglie reggiane hanno assunto e interiorizzato questi servizi non solo come diritti, ma come obiettivi di civiltà e di benessere collettivo e quindi danno il loro contributo in termini di comportamenti, partecipazione, condivisione. E così nel nostro Paese, presidente, si può trovare, a molti livelli del vivere pubblico, un capitale sociale pronto a fare la propria parte per la pubblica felicità, anche a costo di sacrifici personali. Noi troviamo questo patrimonio negli imprenditori, che vivono nella propria carne la difficoltà a mantenere i dipendenti nel loro ambito di lavoro, nei dipendenti che si rimboccano le maniche con i loro datori di lavoro, nelle cooperative sociali che combattono la criminalità organizzata – in questi ultimi due giorni c’è stato un nuovo attentato a quelle cooperative della Locride, contro quei giovani che stanno organizzando un’economia sana. Troviamo questo patrimonio nei meriti e nelle fatiche delle donne lavoratrici, madri e magari, come la sua sposa, attive anche nel volontariato. E lo troviamo, questo patrimonio, anche in quei 600 mila giovani di seconda generazione, figli di immigrati, che cantano l’inno di Mameli, che studiano Dante e che chiedono una cittadinanza più semplice e più giusta, e che spero, anche dopo l’impegno pubblico del presidente della Repubblica, troveranno l’attenzione anche di tanti nostri parlamentari. “Per questo capitale sociale che è presente nel Paese, noi abbiamo fiducia, nonostante le tempeste di questi giorni. Perché c’è un’Italia normale e forte, c’è un’Italia capace di vincere rispettando le regole, capace di avere talento senza disprezzare la fatica della quotidianità o il lavoro altrui, che è solida nel chiedere diritti ed esigente nell’esecuzione dei propri doveri. Tutti questi attori sociali chiedono - non solo a Lei, ma a tutti noi che abbiamo una responsabilità - chiedono a gran voce non di sottrarsi alla fatica ed al sacrificio, ma una maggiore giustizia sociale, una attenzione a coloro che sono più deboli e nessuna ambiguità verso privilegi e corruzione che tolgono il presente e il futuro ai nostri giovani. Quei giovani protagonisti sia della Costituente di 200 anni fa, sia della festa di oggi. Proprio a loro abbiamo consegnato la Costituzione Italiana poco fa perché la tengano al loro fianco in questi momenti di crisi, come faro per seguire la direzione giusta. Vogliamo e possiamo avere fiducia nei giovani, sappiamo che ogni qualvolta siano stati invitati a dare il loro contributo non ci hanno deluso, sappiamo che i dati recenti sulla disoccupazione ci convocano ad uno sforzo maggiore e più concreto perché il lavoro sia un diritto per tutti. Perché un lavoro dignitoso è non solo l’orgoglio e la possibilità di costruirsi una famiglia, ma soprattutto l’occasione per sentirsi uomini e donne vivi materialmente e spiritualmente, cittadini e protagonisti. 2


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In fondo, Presidente, questo Paese ha fatto le sue cose migliori grazie ai giovani: erano giovani in gran parte i partigiani, i figli di Cervi, che ci hanno donato la libertà dal nazifascismo, ed erano giovani anche Nilde Iotti e Giuseppe Dossetti, che ci regalarono la Costituzione. Le richieste dei sindaci: autonomia e riforma del patto di stabilità “Dopo aver parlato di felicità pubblica e di giovani non posso, anche per il ruolo che sono onorato di avere come Presidente dei Sindaci italiani, concludere se non parlando delle città. Sì, perché questa Repubblica nasce con le città e vive con le città. Ben lo sanno i nostri sindaci, che tra l’altro hanno sentito scorrere nelle loro città quest’anno qualcosa di più che una identità locale o provinciale: hanno sentito un’identità italiana. Le città sono la spina dorsale del Paese, sono la radice in cui si può trovare l’identità del nostro Paese. E’ nelle città, in quanto comunità di persone, che la democrazia repubblicana trova linfa. Non c’è nulla come le piccole patrie e la loro esperienza di buon governo, a cui ci si possa attaccare in un momento come questo. Il Presidente Napolitano ci ha ricordato nel suo messaggio che la bandiera è simbolo di tanti valori, e simbolo della promozione delle autonomie sanciti dalla Carta costituzionale. “Ancora oggi, dopo alcuni anni di un federalismo non concreto, si considerano le autonomie purtroppo non come elementi essenziali della Repubblica, al pari dello Stato, ma come gerarchicamente sottoposti al controllo. Non i Comuni come risorsa e luoghi privilegiati delle riforme e della cittadinanza e della qualità della vita, ma a volte come problema e centri di spesa. Questo, nonostante la spesa complessiva dei Comuni in termini assoluti sia passata da 70 a 67 miliardi in questi ultimi anni e nonostante i Comuni siano responsabili solo del 2,5 % del debito pubblico. “Questi sindaci tra poco, o forse lo hanno già fatto, dovranno spiegare ai cittadini i sacrifici richiesti e salvare i servizi loro dovuti. Lo faranno con responsabilità come per le precedenti quattro manovre. Lo faranno però chiedendo sempre più autonomia e rispetto. Autonomia che dovrebbe realizzarsi in un completo superamento dei trasferimenti per lasciare ai Comuni il gettito delle imposte comunali quali l’Imu. Sarebbe, questa, una vera rivoluzione di prospettiva e di responsabilità. Ma i sindaci chiedono anche regole simili a quelle dei loro colleghi europei. In primo luogo c’è il tema del superamento o dell’allentamento del patto di stabilità, che torniamo a sottoporle. E’ un tema che riguarda non solo genericamente gli appalti, ma la crescita, il lavoro, l’innovazione. Riguarda le imprese, riguarda le famiglie dei lavoratori, riguarda le opere pubbliche necessarie per i cittadini e le manutenzioni di scuole, edifici pubblici, impianti sportivi, quelle cose che fanno una comunità. Solo l’allentamento del patto di stabilità ci permetterebbe di essere più puntuali rispetto al pagamento dei lavori già realizzati e sappiamo quanto questo tema stia assumendo risvolti drammatici. E ci premetterebbe di cominciare a ridare fiato a un meccanismo virtuoso di sviluppo e di innovazione, di creazione di opportunità di lavoro. 3


Un piano nazionale nidi Nuove opportunità di lavoro che possono essere create, per esempio, con nuovi servizi. Lei è stato presidente di un Centro studi europeo che proprio metteva nella costruzione di servizi al centro, una delle chiavi per maggior flessibilità e costruzione di posti di lavoro. I nidi e le scuole materne mancano oggi di un piano nazionale. Proprio la mancanza di servizi educativi è sostanzialmente un ostacolo per la mancanza di lavoro a tempo pieno di 204 mila donne occupate part-time (il 14,3%) e per l’ingresso nel mercato del lavoro di 489 mila donne. Non ci è sfuggito, nelle sue parole nella conferenza di fine anno, una sua sensibilità in questa direzione e speriamo che si possa, in un secondo momento, ridare vita a un piano nazionale nidi, che per la prima volta proprio il governo Prodi propose al Paese. Cambiare, ma nella Costituzione “Soprattutto ed infine desidero dirLe che dei sindaci si può fidare. Non solo perché hanno fatto in questi anni la loro parte (forse anche la parte di altri, che sono rimaste cicale inguaribili della spesa). Ma si può fidare perché incontriamo ogni giorno per strada le aspirazioni e le angosce, le preoccupazioni e le speranze dei nostri cittadini, delle tante signore Maria che fanno questo Paese così grande e cosi degno di essere amato. Caro Presidente, cittadine e cittadini, davanti a una realtà sempre più complessa e in trasformazione, assistiamo oggi a semplificazioni disarmanti, rispetto alle quali occorre reagire. Dobbiamo affrontare il cambiamento, rivedere le nostre certezze, ma l’orizzonte di riferimento deve essere chiaro. Il nostro riferimento, qui da Reggio Emilia e per tutto il Paese, la guida del nostro vivere civile continuano a essere la Costituzione, nata dalla Resistenza, in quanto Carta dei diritti del vivere civile in grado di dare risposta all’Italia del terzo millennio. Perché questo Paese possa pensarsi in un’Europa risanata, di crescita sostenibile, intelligente e inclusiva, nessuno di noi, in nessun ruolo, può sottrarsi a un rinnovato impegno per il proprio Paese e per i propri concittadini. La Costituzione Cispadana del 1797, una delle prime costituzioni repubblicane, concludeva affidandosi ‘alla saviezza e fedeltà degli amministratori, alla vigilanza dei padri di famiglia, all’affetto delle madri e delle spose, al coraggio dei giovani e all’unione e alla virtù di tutti i cispadani’. Ci serve un analogo spirito, ma insieme ce la faremo. Viva il Tricolore, viva l’Italia”.

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