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dall’ 8 al 10 ottobre 2010 In caso di maltempo, la manifestazione sarà rinviata al 16 e 17 Ottobre


DOMENICA 10 OTTOBRE PARCO PUBBLICO DI VIA IV NOVEMBRE

ore 18,00:

ELEZIONE del DOGE

Mentre calano le prime ombre della sera, in una forma completamente nuova, assisteremo all’elezione del mitico primo doge della Veneta Repubblica, Paolo Lucio Anafesto, attraverso il racconto appassionato, di Michele Ziani, nobile veneziano, ai nipotini dopo la caduta di Venezia e gli scempi perpetrati alla città e ai suoi simboli dalla soldataglia di Napoleone. Al momento dell’elezione, il doge sarà impersonato da Mauro Marin (vincitore GF 10) e, a rendergli omaggio, sarà un rappresentante del mondo politico-amministrativo regionale.

ore 21,30: Chiusura manifestazione con il tradizionale

GRANDE SPETTACOLO

PIROMUSICALE

Preceduto dal breve racconto dei 40 anni in cui la sede del dogado rimase in Heraclia, e dalla ricostruzione dell’assalto al palazzo con l’uccisione del terzo doge, Orso Ipato, da parte della popolazione insorta, la manifestazione si conclude con il tradizionale spettacolo piromusicale che, per tecnologia di mezzi e strumenti impiegati e per effetti musicali innovativi e fantasiosi, è ormai unanimemente riconosciuto come la classica ciliegina a suggello di una giornata indimenticabile (le foto riprendono un momento dello spettacolo della scorsa edizione ed un colpo d’occhio sul pubblico che vi assiste). nb) tutte le foto pubblicate nell’opuscolo sono opera dello studio “Foto G. Lunardelli” di Eraclea


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“VENIATIAE CAPUT MUNDI” Storia a capitoli di Venezia

(tratta da “Una città, una repubblica, un impero” di Alvise Zorzi) “Ecco che i veneziani pensano a fondare una nuova monarchia e rivendicano le fortune dell’antica Roma ...” Sono parole di un papa, Pio II Piccolomini. I veneziani “si sono presupposti nell’animo di fare una monarchia simile alla romana”, rincalza messer Niccolò Macchiavelli, l’autore del Principe. Sono “ostinati e induriti e sempre con la bocca aperta per acquistar signoria … per adempiere all’appetito degli animi loro di dominare l’Italia ...” E’ il duca di Milano, Francesco Sforza, che parla. Ma re Luigi XII di Francia va ancora oltre: per lui i veneziani vogliono avere “la monarchia et imperio de tucto el mondo”. Siamo in pieno Rinascimento, ma è un bel pezzo che accuse come queste serpeggiano di corte in corte, di cancelleria in cancelleria. Le hanno scagliate, in pieno medioevo, cronisti padovani e ferraresi, genovesi e greci. E, da parte veneziana, hanno risposto altre voci, cariche di durezza e d’orgoglio. “Re dei re, correttore delle leggi”; così una lapide nell’atrio della basilica marciana chiama il doge Vitale Falier. A San Giorgio Maggiore, un’altra lapide ammonisce: “il doge Domenico Michiel è il terrore dei Greci, il pianto dell’Ungheria ...” E il leone di San Marco, la fiera belva araldica che regge il Vangelo con una branca, brandisce con l’altra una spada snudata dicendo: “io sono el gran Leon, Marco m’appello, disperso andrà chi me sarà rubello”. Girando per Venezia oggi, in una sera d’inverno, quando la nebbia attutisce i rumori, o in un giorno d’estate, quando si snoda a tutte le ore, tra canali e campielli, la spensierata girandola del turismo internazionale, o ancora in un giorno qualsiasi tra “ciassetti” e “spassetti” e “un’ombra de vin bianco all’osteria” è difficile immaginarla nelle vesti di temuta dominatrice. Ci sono si, grandiose e incombenti, le vestigia del passato. Ma non bastano ad associare la tranquilla Venezia d’oggi all’entità prepotente che suscitava avversioni e sospetti, che preoccupava e intimoriva, che rievocava addirittura, agli occhi dei potenti, l’ombra minacciosa della monarchia universale. A forza di evocarla, quell’ombra che il Rinascimento aveva rivestito delle antiche grandezze di Roma sparita (e i veneziani, in realtà, se ne sentivano lusingati affermando “Roma caput mundi, Venetiae secundi”), le potenze europee finirono col dimenticare i loro litigi e formarono un fronte unico contro colei che sembrava incarnarla. Chi si ferma oggi a sorseggiare un aperitivo in Piazza San Marco non può immaginare che, all’inizio del Cinquecento, il nodo del problema dell’espansione veneziana possa essere venuto al pettine delle diverse cancellerie sotto forma di una coalizione europea. Già, Venezia come Napoleone, anzi, Venezia prima di Napoleone! Per ritrovare un simile schieramento unito, bisognerà arrivare agli anni in cui l’Europa, sconvolta dalle conquiste del Bonaparte, ritroverà l’unità per dargli addosso. Nell’anno di nostro Signore 1508, dunque, i re di Francia, Spagna e Ungheria, il papa e l’imperatore tedesco e arciduca d’Austria, formarono una lega che, dal luogo in cui venne firmata, si chiamò lega di Cambrai. Erano le massime potenze d’Europa, e ad esse, si associarono altre invidiose potenze minori: il duca di Mantova, il duca di Ferrara, il duca di Urbino e il duca di Savoia mentre, altre potenze, come il re d’Inghilterra, si prenotarono un’ipoteca sulla futura spartizione dei domini veneziani. E Venezia raccoglie l’impari sfida! I domini di terraferma, il Veneto, la Lombardia, tutto è perduto in un batter d’occhio. Da Santa Marta, da San Nicolò dei Mendicoli, da Cannaregio, i veneziani vedono i fuochi degli accampamenti nemici a poco più di un tiro di sasso e sentono - segue -


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i botti delle artiglierie. Ma nessuno pensa alla resa. Si ricordano, piuttosto, altri momenti non meno drammatici: come quando, nel 1380, le forze navali genovesi si erano congiunte, a Chioggia, con quelle terrestri del signore di Padova, del patriarca di Aquileia e del re d’Ungheria, e tutto sarebbe stato perduto se non fossero giunte, inaspettatamente dall’Oriente, le galee di Carlo Zeno; o come quando gli ungheri erano entrati addirittura in laguna, con le loro piccole imbarcazioni di pelli trovandovi la sconfitta e la morte; o come quando, nell’810, i franchi di re Pipino, figlio di Carlomagno, si erano spinti abbastanza avanti nel dedalo di canali lagunari da finire tagliati a pezzi tra le rive di quello che, per la gran strage, si chiama da allora il canale “Orfano” … Accerchiata da ogni lato dunque, data per spacciata, per morta, per seppellita, Venezia esce dalla vicenda della lega di Cambrai più che mai libera e sovrana. Scrive allora un ministro di Francia: “grande è la potenza dei vinitiani, imperciocché quelli che hanno trovato ardimento d’aspettare in campagna quattro principi li più potenti dei cristiani e, spiegate le bandiere, combattere a guerra aperta, certamente dovremo stimare e giudicare huomini potentissimi ...” E’ difficile in verità, per chiunque, rendersi conto del livello di potenza raggiunto da Venezia nella lunghissima stagione del suo massimo splendore (i quattro secoli dal XII al XVI). Ed è, soprattutto, difficile per noi oggi capacitarsi della vastità della sua espansione territoriale, dell’ampiezza, cioè, del territorio che essa giunse a controllare, direttamente o indirettamente, per un tempo ancora più lungo. Per non parlare poi dell’ampiezza dei suoi orizzonti mercantili e finanziari. La storia ufficiale, quella che si insegna nelle scuole del nostro paese, o non ne parla, o ne parla a sproposito e in maniera inesatta. Altri miti e altre tradizioni hanno presieduto alla formazione del nostro stato unitario, e la grandezza del passato di Venezia è stata cancellata da una serie di pregiudizi antichi e nuovi, oltre che dalle lamentevoli circostanze che hanno accompagnato la caduta della Repubblica veneta, debitamente aggravate dall’accorta propaganda orchestrata da chi l’aveva fatta cadere. I racconti degli storici restano, per lo più, confinati alla cerchia degli addetti ai lavori, e la fantasia, nelle espressioni più nobili come in quelle più deteriori, ha preferito dare risalto ai temi della decadenza piuttosto che a quelli della grandezza. Eppure, per una lunga, lunghissima stagione, il nome di Venezia ha ridestato in tutto il mondo richiami di potenza paragonabili, per molti aspetti, a quelli suscitati dall’Inghilterra vittoriana all’apice del suo potere. Ed il paragone si è ripetuto anche nella massa di avversioni, di odi e di pregiudizi ridestati come naturale contropartita. Certa stampa antiveneziana del Rinascimento richiama quasi alla lettera i motivi della propaganda antinglese corrente fino alla fine dell’impero britannico. L’umanista Platina, nella Roma dei papi veneziani, Eugenio IV Condulmer e Paolo II Barbo, si imbestialiva per la boria attribuita ai concittadini di quei due pontefici. Ma già nella Costantinopoli della metà del XII secolo, il fatto che i veneziani controllassero in troppo larga misura gli affari commerciali ed armatoriali, che pretendessero tariffe doganali di favore e che (proprio come gli inglesi nella loro concessione di Shanghai) disponessero di un quartiere privilegiato con chiesa, piazza, forno e docks attrezzati, provocava la ribellione dell’opinione pubblica, il loro arresto in massa e la successiva cacciata. Ad irritarla maggiormente, per di più, e a umiliare l’orgoglio dell’imperatore bizantino, era stata, inoltre, l’ostentazione di forza e di ricchezza offerta dal corteggio navale che aveva scortato gli ambasciatori veneziani. Quando Manuele Comneno, imperatore di bisanzio, ordinò l’arresto di tutti i veneziani residenti nel suo impero, i mercanti lagunari spaziavano dall’estremo Occidente europeo al profondo Oriente asiatico, ed erano già passati centocinquant’anni da quando il doge Pietro - segue -


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Orseolo II aveva ricevuto, nel corso di una trionfale crociera, la sottomissione delle principali città e isole dell’Istria e della Dalmazia. Eppure i confini della madrepatria, della città-stato, di Venezia, insomma, non arrivavano nemmeno là dove sorgono oggi le ciminiere e le gru di Porto Marghera. E i veneziani, che chiamavano il loro doge “re dei re”, “terrore dei greci” e “pianto dell’Ungheria”, non erano che gli abitanti di un modesto arcipelago scaglionato, al riparo di una sottile striscia di isole litoranee che va dalla foce dell’Isonzo alla foce dell’Adige; da Grado a Cavarzere, per riferirsi ai termini ufficiali della confinazione di quella che era stata una remota provincia bizantina, poi un ducato di frontiera e che divenne una repubblica dai caratteri unici e irripetibili e, allo stesso tempo, una potenza capace, come abbiamo visto, di tener testa vittoriosamente anche alle grandi monarchie nazionali e sovranazionali nel momento della loro maggiore affermazione. - fine capitolo -

VENEZIA E IL CIBO Grande, serenissima, ineguagliabile! Per storia, tradizione, evoluzione, ingredienti e procedimenti, la cucina veneziana si presenta come una delle esperienze più significative del panorama culinario dell’Occidente; una civiltà che resta unica, anche tra i fornelli. Ma quanto è rimasto, ai giorni nostri, della lunga tradizione culinaria veneta e veneziana che indicava portate particolari per ogni grande festività e per i banchetti della Serenissima? E quante delle strane ricette di Apicio sarebbero ancora appetibili ai nostri palati? Troppo lungo e improbo risulterebbe tracciare un percorso nel tempo, che vada dall’età romana alla caduta della Repubblica di Venezia, nel quale mettere in risalto come l’arte del mangiare si sia andata via via affinando, anche grazie all’arrivo di aromi e spezie dal lontano Oriente. I primi ricordi gastronomici dei veneziani si hanno nel calmiere pubblicato dal doge Sebastiano Ziani. Vi si parla già di “sicce carnis de romania et slavinia”, primo accenno storico alla “castradina”. Il vitto dei primi veneziani, scrive Pompeo Gherardo Molmenti, oltre che di carne di bove, di capretto, di maiale, era composto anche di quanto offrivano in gran copia la caccia e la pesca. Gli uccelli palustri delle lagune, la selvaggina nelle selve dell’estuario con erbaggi e frutta delle campagne abbondavano. Certo le mense dei ricchi e dei poveri erano variamente fornite. E quelle dei ricchi, oltre che più copiose e di più larga scelta, erano condite con molte spezie. Ma il cibo non è mai mancato a Venezia. Emblematica la perplessità di un avventore, tale Lissandro, che, e siamo già nel Settecento, dopo aver ascoltato la lista degli arrosti (lonza, straculo, cinghial, lievro, agnello, cavretto, pollastri, dindi, capponi, ànere, quaggie, gallinazze, beccanotti, pernise, francolini, fasani, beccafighi), chiede a paron Menego: “Tutta sta roba gh’avé?” E quel ristoratore, quasi offeso, gli risponde: “La comanda e no la dubita de gnente. Semo a Venessia, sala! No ghe nasse gnente, ma ghe xe de tutto; e a tutte ‘e ore, e in t’un batter d’òcio, se trova tutto quel che se vol. Basta che la comandi!”. A poco a poco, con l’accrescersi delle ricchezze, crebbe anche il lusso delle mense. Nel secolo XI la principessa Teodora Ducas, figlia di Alessio, imperatore bizantino e sposa del doge Domenico Selvo, portò per prima l’uso della forchetta a Venezia. Essa non toccava mai il cibo con le dita, ma lo faceva tagliare dai suoi eunuchi, e lo portava alla bocca con forchette d’oro. Fatto questo che le valse le maledizioni del frate San Pier Damiani e la riprovazione dei veneziani. Ma l’uso rimase, e la forchetta ha conservato il nome di “piron”, datole dai veneziani, dal verbo bizantino “peirein” (infilzare) e dal neogreco “peironnion” (forchetta). Qualche secolo più tardi, le forchette, che in tutti gli altri paesi servivano solo agli scalchi per tener ferme le carni da tagliare, erano usate comunemente dai veneziani come posate del commensale.


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Nella nostra continua ricerca ..., nella nostra voglia di scoprire …, nel nostro desiderio di provare …, abbiamo voluto approfondire quest’anno il tema “venezia e il cibo”: un rapporto con la buona tavola che si è consolidato nei secoli. Un rapporto che si accende in una fantasia di ricette e manicaretti dove, anche un semplice piatto di tutti i giorni, come i risi e bisi, o un piatto da “occasioni” come i risi e tòchi, sono stati conservati, ma anche integrati, con piccoli segreti e aggiustamenti. Ecco allora l’idea di una cena basata su ricette tramandate da una tradizione gastronomica che continua dai tempi della Serenissima ...

VENERDI 8 OTTOBRE – ORE 20,00 Magnifica et golosa Serenissima PARCO PUBBLICO DI VIA IV NOVEMBRE - TENSOSTRUTTURA Dopo il calar del sole, accolti dallo sfavillio di torce e bracieri, all’interno della tensostruttura del ricostruito villaggio medievale, in un ambiente semplice ed accogliente, patrizi, popolani e viandanti potranno saziare le loro gole affamate con una succulenta cena a base di antiche ricette veneziane, allietati da musici e giocolieri. Essendo i posti a disposizione limitati, al banchetto si potrà accedere solo su prenotazione e previa pagamento della quota entro le ore 12,00 di venerdì 8 ottobre. Sul sito internet www.associazioneculturaleilcarro.it si potranno acquisire informazioni circa menù, prezzo, tempi e modalità di prenotazione e pagamento. Per la richiesta di altri particolari si prega di contattare l’indirizzo e.mail: ilcarro@eracleamare.it

SPAZIO CULTURALE Nel corso della serata conviviale, come da tradizione, troverà posto uno spazio culturale che prevede la presentazione di un libro su Venezia, la sua nascita, la sua storia, che ci farà ritrovare il giovane e vulcanico autore, Federico Moro, ad illustrare il suo ultimo lavoro dedicato al Palazzo Ducale: un viaggio attraverso la storia e i misteri dell’edificio simbolo di Venezia, città e repubblica. (Elzeviro Edizioni)


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PARCo PUBBlICo DI VIA IV NoVeMBRe

saBato 9 ottoBre ore 17,30 : GiocHi a sQuadre Per raGazzi

(preliminari alla gara del Palio, riservati ai ragazzi delle scuole medie ed elementari) saranno accettate le iscrizioni di tutte le squadre, di 4 elementi ciascuna, che vorranno partecipare ai 5 giochi selettivi, senza limitazione alcuna, e degli elementi singoli che gli animatori provvederanno poi ad assemblare in ulteriori squadre. Al termine di ogni gioco, verrà assegnato un punteggio decrescente a ciascuna squadra in rapporto al piazzamento ottenuto. l’iscrizione è gratuita e tutti i partecipanti riceveranno, al termine, un buono consumazione. Al termine dei giochi selettivi, le 5 squadre che avranno ottenuto il punteggio più alto, saranno abbinate alle squadre del Palio e, indossando i loro colori, parteciperanno al gioco finale dell’oca che determinerà il diritto di scelta della griglia di partenza del Palio stesso.

ore 19,00 : aPertura

stand enoGastronoMici

... ne lo grande parco, lo popolo dell’insulae Melidissa et lo foresto ivi convenuto tra lo spettacolamento continuo, pote cominciar co lo giro delle taverne a saggiar vini et cibarie, senza che timor lo attanagli d’esser circondato da giullari giocosi, esseri diabolici o guerrieri antichi, tra costumi arditi ed abundantia de jochi pirici, infin che l’umor de l’osti lo permette ...

ore 19,30 : Gara

di tiro aLLa fune

Il successo riscosso e l’apprezzamento ottenuto nelle edizioni precedenti, hanno reso d’obbligo riproporre la coinvolgente gara di “tiro alla fune”, che vedrà i campioni d’Italia, delle diverse categorie di peso, di scorzè e Vazzola, difendere il loro titolo dagli assalti di agguerrite squadre rivali.

Per informazioni e prenotazioni:

associazione culturale “iL carro” eRACleA (Ve) - Via Fausta n. 51 - Tel. 339.4174229 e-mail: ilcarro@eracleamare.it sito: www.associazioneculturaleilcarro.it


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saBato 9 ottoBre ore 20,00 - un doLce Per iL doGe si ripete per l’ottava volta il concorso “UN DolCe PeR Il DoGe”, riservato ai pasticceri per diletto su tema libero. le inedite creazioni verranno sottoposte al giudizio di una Giuria Tecnica e dovranno essere consegnate presso l’apposito stand, entro le ore 19,45 di sabato 9-10, per ricevere il numero di riconoscimento. I vincitori delle 2 sezioni (gusto ed estetica) saranno premiati la domenica sera, dal neo eletto Doge.

Le vincitrici dell’edizione 2009

Dalle oRe 21,30: sPettacoLi GIoCHI DI GUeRRA con i BurdYri

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I DOGI E LA SOLIDARIETÀ L’edizione 2009 (XI) della rievocazione “I DOGI A ERACLEA” si è conclusa con un grande successo di pubblico e di critica. Gratificante è stato anche il fatto che, nonostante i costi (6 45.407) e la crisi che ha colpito e colpisce il mondo dell’imprenditoria e i bilanci delle famiglie, abbia comunque prodotto un attivo di bilancio che ci permetterà, non appena completato l’iter di liquidazione dei contributi già assegnati, di ripetere le iniziative di solidarietà devolvendo la somma di 6 1.500,00 a favore della Casa dell’Accoglienza. Il merito del raggiungimento di tale obiettivo va a chi ha profuso abnegazione e impegno nel mettersi al servizio del divertimento altrui, a chi ha sostenuto concretamente l’iniziativa e a quanti ci sono stati in qualsiasi modo vicini. A tutti loro il nostro “grazie” più sentito.

DOMENICA 10 OTTOBRE

PARCO PUBBLICO DI VIA IV NOVEMBRE Domenica 10, gli spettatori, al momento dell’ingresso al parco, riceveranno una moneta ricordo (valore 6 2,00) che servirà da permesso di libera entrata e uscita in ogni momento della giornata. Nel corso del pomeriggio, tra i quattro momenti cardine della manifestazione meglio illustrati nelle pagine successive, verranno proposti spettacoli, attrazioni, giochi e intrattenimenti conditi da imperdibili “novità” che, gli organizzatori, sanno sempre trovare.


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DOMENICA 10 OTTOBRE – ORE 14,00 ARRIVO DEL PATRIARCA e REGATA RIVE DEL PIAVE Un corteo acqueo (gondola, caorline, bàtee e caorlona) delle società remiera “Città di Jesolo” e remiera Caorle, sbarcherà il Patriarca di Grado, Cristoforo, ed il suo seguito, accolto a riva dal Vescovo di Eraclea, Benenato, dai tribuni e dalla popolazione in festa che assisterà poi alla sfida remiera di voga alla veneta su piccole imbarcazioni a due rematori (bàtee) che ne seguirà.

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