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Renzo Ulivieri tra promozioni, cappotti e Lenin Il cappotto blu da sfoggiare in panchina come amuleto anti iella. Il busto di Lenin in salotto per rimarcare la sua fede politica. Il bidone tirato al Papa, quando il suo Bologna a Roma arrivò lungo in Vaticano, dove era in trepida attesa Giovanni Paolo II. E poi le baruffe con Roberto Baggio e quelle con Alfredo Cazzola. Ma soprattutto la squadra operaia e vincente trascinata in due anni (dal 1994 al 1996) dalla C alla A. E quella assai meno bella che viceversa, qualche anno più tardi, non sarebbe riuscito a riportare nell’élite del calcio. Per raccontare i sei anni di Renzo Ulivieri sulla panchina rossoblù servirebbe un romanzo. Anche perché Renzaccio (già il soprannome dice tutto sulla vulcanica irruenza dell’uomo) venendo a Bologna non ha semplicemente sposato un club, ma ha celebrato le nozze con una città intera. Formidabile il suo esordio, quando trascinò al primo colpo il Bologna a stravincere il campionato di C1. L’anno dopo fece altrettanto in B, inventandosi in dirittura d’arrivo la scommessa (poi vinta) del torneo dei bar. E venne la serie A, con Andersson, Kolyvanov, Marocchi e Fontolan. Ma soprattutto, nel 1997/1998, con Baggio, con il quale ha vissuto per un anno da separato in casa. Il divorzio col Bologna nel 1998, per rispettare una promessa fatta al Napoli. Nell’estate del 2005, invece, il ritorno, col toscano chiamato al capezzale di una squadra, fresca retrocessa in B e sull’orlo del crac, che in rosa ne aveva appena undici da mandare in campo. Cazzola sostituì Gazzoni: e anche con lui il rapporto fu subito fumantino. Licenziato, sostituito da Mandorlini, e poi richiamato. Confermato l’anno successivo, ma (ri)esonerato dopo una sconfitta a Marassi col Genoa. Inevitabili titoli di coda: ma con lui Bologna non si è mai annoiata.

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Carlo Mazzone tre vite in rossoblù e un sogno Uefa Carlo Mazzone ha vissuto tre vite sulla panchina rossoblù: tre vite nemmeno lontanamente apparentate tra di loro. Il primo impatto col Bologna è datato 1985, quando Corioni in B gli assegnò una squadra che nei programmi avrebbe dovuto puntare alla promozione: nono posto, missione fallita e tante grazie e arrivederci. Nell’estate del 1998 fu Giuseppe Gazzoni a dargli una nuova chance. Il Bologna, tornato nell’élite del calcio, doveva metabolizzare gli addii di Renzo Ulivieri e Roberto Baggio. Il sor Magara (dalla risposta che dava, in romanesco stretto, quando gli chiedevano se gli sarebbe piaciuto allenare una grande squadra: «Ao’, magara!») fece il suo capolavoro ricostruendo nel fisico e nel morale un Beppe Signori appena scaricato dalla Sampdoria, che presto si rivelò il trascinatore di una squadra che ad agosto vinse il torneo Intertoto e, successivamente, in Coppa Uefa arrivò a giocarsi la semifinale con l’Olympique Marsiglia. Le continue incomprensioni con l’allora diesse Oreste Cinquini a fine stagione resero però inevitabile il divorzio. Quattro anni dopo Gazzoni si ricordò di lui quando a fine agosto fu lasciato in braghe di tela da Guidolin, che rassegnò le dimissioni a cinque giorni dal via del campionato. Mazzone non seppe resistere al richiamo dei vecchi colori e accettò l’incarico. Il primo anno arrivò una salvezza senza patemi, la stagione successiva avvenne invece l’irreparabile. Quel Bologna, che a Pasqua lottava per la zona Uefa, di colpo s’impantanò raccogliendo appena 6 punti nelle ultime 11 partite. Calciopoli, come poi si sarebbe scoperto, aveva fatto il resto. Sconfitti nel doppio spareggio salvezza col Parma, i rossoblù sprofondavano in B. E Mazzone andò a smaltire la bruciante umiliazione nel buen retiro di Ascoli.

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100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.

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