Page 80

Luigi Radice la grande impresa contro la Juve Sussurravano che quel terribile schianto in autostrada, dal quale lui era uscito vivo, ma malconcio, dalle lamiere e da cui viceversa non era scampato il suo amico Paolo Barison, lo avesse fiaccato nel morale, minandogli la tempra di tenace condottiero della panchina. Era il 1979 e Gigi Radice si apprestava a costruire il piccolo, grande miracolo rossoblù. Stagione 1980-1981: squadra da rivitalizzare nel morale, dopo la botta tremenda dei cinque punti di penalizzazione per via del pasticciaccio brutto del calcio scommesse: ma soprattutto squadra da salvare. E invece no. Il brianzolo dagli occhi di ghiaccio partì in tromba e dopo quattro giornate aveva già annullato l’handicap. La scomparsa del segno «meno» in classifica coincise con la Grande Impresa, la vittoria per 1-0 in casa della Juve (l’ultima della storia rossoblù) firmata da un rigore di Adelmo Paris: anche quello un segno del destino. Quel Bologna che aveva affidato le chiavi della regia a Beppe Dossena, le consegne del gol al talento di Giuliano Fiorini e la fantasia alle galoppate dello strampalato Eneas, conquistò un settimo posto che sarebbe stato un quinto senza l’handicap di partenza. La storia rossoblù di Radice conobbe altre due appendici. Stava per tornare in rossoblù nel 1982, ma ruppe con Fabbretti a causa della cessione di Mancini alla Samp. Tornò invece per davvero nel 1990-1991, chiamato in serie A al capezzale di un Bologna che l’utopista Scoglio non aveva saputo trasformare in una squadra. Nonostante il genio dell’ungherese Lajos Detari non ci riuscì nemmeno Radice, che accompagnò mestamente quel Bologna verso la seconda retrocessione in B. Gigi Radice Cesano Maderno (Milano) 15 gennaio 1935.

Franco Liguori l’uomo dai sogni infranti Diventare il paragone per ogni tipo di infortunio grave è stato il destino di Franco Liguori. Allenatore, oggi, più per necessità che non per scelta. Senza troppa fortuna, peraltro. Di non avere la buona sorte dalla sua lo capì proprio a Bologna, dove si ripresentò da tecnico pochi anni dopo la sua fin troppo breve esperienza da giocatore: chiamato a salvare la squadra, legò il suo nome alla prima retrocessione del club rossoblù in B, perdendo la sfida decisiva ad Ascoli il 16 maggio dell’82. A Bologna, Liguori, che tutti chiamavano Whisky, aveva già capito che di fortuna non ne avrebbe avuta nemmeno come giocatore. Anche lì la data è passata direttamente dalla cronaca alla storia. 10 gennaio 1971, il Bologna quinto in classifica gioca a San Siro contro il Milan capolista: nemmeno un quarto d’ora di gioco e Romeo Benetti a centrocampo entra da dietro su Liguori, mandandogli in frantumi il ginocchio destro. ‘Un fallo da codice penale’, arriverà a dire il pacato Mondino Fabbri, mentre Liguori inizia il suo calvario. L’operazione in Francia, la rieducazione, la prepararazione con Tom Assi e il rientro dopo un anno accolto dal boato del Dall’Ara sono tappe di un’illusione che non cambia l’esito di quel dramma sportivo: quel mediano elegante e con grande visione di gioco al quale tutti pronosticavano un glorioso avvenire non c’era più. Declinato prima al Foggia di Toneatto e poi a Brindisi, Liguori rinviò di pochi anni l’addio al calcio, arrivato a soli trent’anni. Da lì la nuova carriera di allenatore che l’ha visto a Cosenza, Foggia e per un paio d’anni anche a Palermo: senza che il destino gli abbia restituito qualcosa. Franco Liguori Napoli, 12 giugno 1946.

Giovan Battista Fabbri un calcio pane e cipolle A Chiesuol del Fosso, frazione agreste alle porte di Ferrara, ancora oggi chi passa a trovarlo gode delle sue impareggiabili triglie al cartoccio. Perché anche se ha dedicato settant’anni della sua vita al calcio, Giovan Battista Fabbri, per tutti «Gibì», nella testa e nel cuore non si è mai allontanato dalle sue radici contadine. Il suo calcio pane e cipolla, intercalato dalle espressioni dialettali di quelli nati sul Reno a metà strada tra Bologna e Ferrara, ha incrociato il mondo rossoblù nella primavera dell’87, quando due sconfitte consecutive e una squadra che barcollava pericolosamente in zona retrocessione convinsero il presidente Corioni a rimuovere dall’incarico Vincenzo Guerini chiamando al capezzale del Bologna l’allenatore che dieci anni prima aveva trascinato il Vicenza di Paolo Rossi al secondo posto in serie A. Il rischio era quello di scivolare nuovamente in quella terza serie che i rossoblù avevano abbandonato solo tre anni prima e nella quale nessuno voleva più rimettere piede. Undici partite — e il decisivo sostegno di Eraldo Pecci, rientrato sotto le Due Torri e vero allenatore in campo — bastarono a Gibì per scampare il pericolo. Gli valsero anche una Mercedes fiammante come regalo personale di Corioni. Anche se non arrivò il regalo più importante, ovvero il rinnovo del contratto: Corioni aveva già deciso di puntare tutto sulla scommessa (poi vinta) Maifredi. Dietro l’immagine da mago del pallone di provincia in realtà si celava una solida impalcatura tattica. Profeta di un calcio totale all’olandese, Fabbri finì la carriera facendo il profeta in patria sulla panchina della Spal. Di recente ha pubblicato anche un’autobiografia: «Gibì, una vita di bel calcio». Giovan Battista Fabbri San Pietro in Casale (Bologna) 8 marzo1926.

Giancarlo Cadè il tecnico che raccolse buoni Frutti È entrato in punta di piedi nell’edificio diroccato di un Bologna choccato da due retrocessioni consecutive. Mattone dopo mattone, al primo colpo ha contribuito a ricostruire mezza casa. Ma nel giorno stesso in cui festeggiava la promozione, gli hanno dato il benservito. E’ lo strano destino del bergamasco Giancarlo Cadè, tecnico rossoblù nella stagione 1983-1984 che ebbe il non piccolo merito di trascinare subito il Bologna fuori dall’inferno della serie C in cui l’aveva precipitato l’infausta gestione Fabbretti. Giuseppe Brizzi, il nuovo presidente, in estate aveva avuto l’intuizione di affidare la squadra a un allenatore preparato e concreto, ma soprattutto in grado di trasmettere al gruppo l’umiltà necessaria a calarsi senza traumi in campi sperduti e sconosciuti, come quelli di Fanfulla, Legnano, Fano e Rondinella. Un Bologna che in attacco fu trascinato dai 16 gol di Sauro Frutti non fece però una passeggiata accademica. Sotto lo striscione del traguardo festeggiò solo all’ultima giornata, e a braccetto col Parma, la promozione in B, a scapito di un Vicenza condannato anche dallo 0-2 a tavolino a cui lo inchiodò il giudice sportivo dopo che al Menti, nel prepartita di Vicenza-Bologna, il portiere rossoblù Massimo Bianchi, colpito all’occhio da una monetina, fu costretto a lasciare i guantoni al suo vice Claudio Maiani. La vittoria del campionato, celebrata il 3 giugno 1984 in uno stadio Comunale gremito di trentamila spettatori nel giorno dell’1-0 col Trento firmato da Luciano Facchini, non bastò a Cadè per guadagnarsi la riconferma. Il diesse Ferruccio Recchia, bollandolo come non adatto alla ritrovata serie B, puntò tutto su Nello Santin. Giancarlo Cadè Zanica (Bergamo) 27 febbraio 1930.

Bruno Pace e Franco Liguori.

80

100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.

Advertisement