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Giuseppe Viani aveva il pallone nel sangue Gipo Viani fu un grande protagonista del calcio degli Anni Cinquanta e Sessanta. Prima calciatore, poi allenatore e grande cacciatore di calciatori, aveva il pallone nel sangue e come pochi lo sapeva capire e interpretare. Ma questa sua smania di essere protagonista a tutti livelli finirà per macchiare la sua carriera. Fu il dottor Dalmastri, il dottore rossoblù ai tempi dello scudetto, a confidare al Carlino che, nella primavera del 1964 a manomettere le provette del doping che costarono ai rossoblù un’infamante accusa e una provvisoria penalizzazione, contribuì Gipo Viani, allora allenatore del Milan. Dalmastri confidò a Giuseppe Tassi che non se la sentiva di cambiare vita senza aver prima raccontato ciò che sapeva di quello scandalo. Se Dall’Ara avesse potuto leggere le accuse rivolte da Dalmastri a Viani, forse non avrebbe creduto a una sola parola. Il presidentissimo stravedeva per Gipo, un omone dai modi spicci, spesso anche troppo spicci, ma dalla spiccata personalità. Viani, giocatore d’azzardo, dalla grande corporatura e quindi incapace di provare paura, era tutto ciò che Dall’Ara non avrebbe mai potuto essere. I racconti di Viani affascinavano il suo presidente che raramente gli negava soldi e giocatori. Ma se Viani avesse adottato metodi un po’ meno bruschi, soprattutto con Cervellati, il Bologna a metà degli Anni Cinquanta probabilmente avrebbe vinto lo scudetto. Viani, comunque, contribuì a riportare il Bologna alla soglia della lotta per lo scudetto, prima di tornare come allenatore al Milan, con il quale vinse uno scudetto e una Coppa dei Campioni. Fu poi vittima di un incidente d’auto dal quale uscì vivo per miracolo, ma sfigurato e fiaccato irrimediabilmente nel fisico: morì il 6 gennaio del 1969 in un hotel di Ferrara, dove, sulla strada per Udinese, si era fermato a dormire dopo aver segnalato al Bologna Fedele e Caporale.

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Gyula Lelovich dalla Coppa Europa Centrale alla scoperta di Bulgarelli

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Foto: SiamoBologna, Emil Banca.

1897.

Gyula Lelovich, che a Bologna prenderà il posto di allenatore lasciato libero da Herman Felsner, entra di diritto nei big della storia rossoblù per due motivi: ha vinto la prima Coppa dell’Europa Centrale, che fu anche il primo trofeo internazionale conquistato da un club italiano, e negli Anni Cinquanta, quando del Bologna guidava il settore giovanile, ha convinto Dall’Ara a scommettere su Giacomo Bulgarelli, che gli era stato da poco segnalato da Stefano Mike. Lelovich, ungherese, diventa allenatore in prima quando Felsner parte per Livorno. Non vince lo scudetto, ma centra il secondo posto che permette di accedere alle Coppe. Lascia di sè un ottimo ricordo e quando Dall’Ara, nel 1947, avrà il problema dell’allenatore da risolvere, accetterà il consiglio di Herman Felsner, autocandidatosi al ruolo di direttore tecnico, che gli consiglia di mettere in panchina proprio Lelovich. Lelovich a Bologna rappresentò una grande novità, portando il Bologna, cui Felsner aveva

dato un’impronta tipicamente austriaca, a navigare per il Danubio fino a Budapest, dove allora si giocava un calcio che si addiceva parecchio alla bravura tattica e ai ritmi dei rossoblù. L’allenatore magiaro era congeniale alle caratteristiche di quel vecchio Bologna, tanto che Geppe Della Valle prima e Raffaele Sansone poi con lui riusciranno a dare il meglio di loro stessi. Sembrava ai più che Lelovich potesse condurre il Bologna ai più alti traguardi, ma un bel giorno, dopo il trionfo europeo del 1932, l’allenatore se ne va, quasi senza preavviso. Anch’egli sceglie Livorno e allena in rapida successione le due squadre labroniche. Che cosa ci fosse alla base di quelle scelte così repentine e imprevedibili non è dato di sapere: ma il sospetto è che, dietro le quinte di quel calcio poco più che dilettantistico, soprattutto per gli stranieri il denaro avesse già un forte peso.

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100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.