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Fabio Poli la leggerezza dell’ala destra

Renato Villa da signor Nessuno a Mitico Un giorno si arrampicò su Gullit e in campo sembrava uno scalatore aggrappato alla parete dell’Everest. Non ci si capacitava a vedere quell’omino tutto muscoli ma alto un metro e un barattolo annientare l’aitante olandese del Milan. Eppure Renato Villa ci riuscì. Riuscì a fare molte altre cose il ragazzo di Castelleone negli anni in cui Bologna più che di un calciatore s’innamorò di un principio: quello in virtù del quale anche al Signor Nessuno del pallone non è preclusa la possibilità di arrivare, un giorno, a confrontarsi con i grandi. Chi l’ha visto crescere giura che non fosse quello il sogno del giovane difensore della Bassa Cremonese che fino a 29 anni dominava in lungo e in largo tra Soresina Pergocrema, Pizzighettone, Ponte Vico e Orceana. Ma come nelle favole un bel giorno Gino Corioni, ras dell’Ospitaletto imbarcatosi da poco nella complicata, ma affascinante avventura alla guida del Bologna, mise gli occhi su di lui. Lo acquistò ad ottobre, affidandolo alle cure di Vincenzo Guerini. Il debutto fu un mezzo choc, perchè a Lecce l’argentino Pasculli gli fece vedere i sorci verdi. Ma dopo l’atterraggio brusco la strada fu tutta in discesa, specie quando si celebrò il sodalizio con Gigi Maifredi, il tecnico di Lograto che l’anno dopo lo stesso Corioni ‘trapiantò’ sotto le Due Torri insieme a mezzo Ospitaletto. È lì che Villa diventa il ‘Mitico’. Uno stopper che può fare anche il centravanti, quando Maifredi gli consegna la casacca numero 9: gol alla Triestina, altra montagna scalata. È il tripudio. Ai bolognesi serviva un giocatore in cui riconoscersi e Villa ha rappresentato l’archetipo del cavaliere senza macchia e senza paura in grado di realizzare qualsiasi impresa. Renato Villa Castelleone (Cremona) 26 ottobre 1958. 195 presenze, 5 gol.

Antonio Cabrini il mancino «mundial» E venne il giorno del bell’Antonio. Il difensore che insieme Paolo Maldini e Giacinto Facchetti è stato il miglior interprete nel dopoguerra del ruolo di terzino sinistro, l’uomo che alla Juve in tredici anni aveva vinto tutto: sei scudetti, una Coppa dei Campioni, una Coppa Intercontinentale, una Coppa delle Coppe, due Coppe Italia e una Supercoppa europea. Ma anche il fidanzato d’Italia (poi impalmato dalla bella Consuelo) a cui tutte le ragazze facevano gli occhi dolci. Quando Bologna lo accolse, nell’estate dell’89, a Casteldebole stesero tappeti rossi in omaggio alla Storia. Il Cabro, in realtà, che andava per i trentadue, non lasciò una traccia indelebile nelle due stagioni sotto le Due Torri. La stoffa era quella di sempre, ma la diminuita brillantezza fisica lo portò a limitare molto il raggio d’azione. Non è un caso che proprio in rossoblù Cabrini abbassò la saracinesca. Al primo anno aveva legato molto con Maifredi, al secondo macchiò un palmares formidabile con l’onta di una retrocessione in B. Si è imbarcato anche, senza successo, nell’avventura di direttore sportivo sotto la presidenza Gnudi. Ma quella era una barca destinata ad affondare in fretta. Antonio Cabrini Cremona 8 ottobre 1957. 55 presenze, 2 gol.

Lo vedevi volteggiare in campo con la grazia sovrana che appartiene solo ai pochi baciati dal dio pallone e istintivamente ti chiedevi: chissà dove sarebbe arrivato uno col suo talento senza quella fragilità fisica congenita che è stata la zavorra invisibile della sua carriera. E a seguire ti sorgeva spontanea un’altra domanda: se non fosse nato solo un anno prima di Roberto Donadoni, chi avrebbe negato a Fabio Poli il premio meritato della Nazionale? Friabile come un grissino ma sublime interprete del ruolo di ala classica, Poli è stato l’airone della fascia destra che a cavallo tra gli anni ‘80 e ‘90 ha deliziato i palati fini dei tifosi rossoblù. Ironia della sorte: all’inizio della carriera, quando il ragazzo di San Benedetto di Val di Sambro si era messo in luce tra i dilettanti della Pianorese, a soffiarlo al Bologna fu nientemeno che Giacomo Bulgarelli, allora direttore sportivo del Modena. Due anni dopo però, tornando all’ovile rossoblù, Bulgarelli pose riparo all’involontario scippo aggregando Poli alla famiglia di Casteldebole. Dopo le esperienze con Cagliari e Lazio, Poli rientrò alla base toccando l’apice della carriera alle dipendenze di Maifredi, nel travolgente Bologna che nell’87-88 vinse in pompa magna il campionato di B. Quell’anno appose il sigillo personale di 9 reti, mostrando come anche la classe più pura potesse mettersi al servizio della squadra. Poi, due anni più tardi, in un Bologna-Verona la rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio: un infortunio che ha segnato profondamente il resto della sua carriera. E che ha costretto l’airone a interrompere il volo. Fabio Poli San Benedetto Val di Sambro (Bologna) 22 novembre 1962. 111 presenze, 18 gol.

Giuseppe Zinetti il predestinato della porta Grande promessa, probabilmente non esaudita fino in fondo. Questo è stato Giuseppe Zinetti da Leno, nel Bresciano, portiere rossoblù per otto stagioni a cavallo tra anni Settanta e Ottanta. Marino Perani, che l’aveva visto crescere nel vivaio rossoblù affidato alle cure dell’allenatore dei portieri Piero Battara e del Prof Enzo Grandi, non esitò un attimo nel gennaio del ’79 a gettarlo nella mischia. Era successo che Maurizio Memo, il titolare, nelle due partite con Torino e Milan non era parso precisamente impeccabile. Aria nuova tra i pali, decretò Marino. Che al giovane consegnò la fascia di capitano: non solo doveva parare ma anche fare da libero aggiunto, perché quel Bologna si schierava in campo secondo i dettami della zona. Fu un peso che le spalle robuste di Zinetti ressero bene, tanto che nelle quattro stagioni successive fu lui il principale attore tra i pali rossoblù. Titolare fisso nell’under 21 di Vicini, è scivolato sul calcio scommesse. Zinetti ha accompagnato la parabola di quel Bologna che precipitò in C. Dopo un anno in prestito alla Triestina, è tornato in rossoblù. Giuseppe Zinetti Leno (Brescia) 22 Giugno 1958. 225 presenze.

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100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.

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