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Adelmo Paris un rigore per la storia Giuseppe Dossena dal rossoblù alla Nazionale

A ventidue anni era il regista, e un po’ il leader in campo, del Bologna di Radice: segno che il carattere già allora non faceva difetto a Beppe Dossena, milanese cresciuto a due passi da San Siro e dunque predestinato al calcio. Fu al Torino che Dossena da bimbetto divenne calciatore, anche se a svezzarlo fu poi il Cesena in B. Quindi l’approdo sotto le Due Torri, dove il tecnico Perani ebbe subito modo di apprezzarne le doti tecniche e agonistiche. Marino però lo vedeva tornante: tutt’altra cosa rispetto al regista d’assalto, dal piede tonico e dal dinamismo straripante, che fece di lui Gigi Radice. Era la stagione 1980-1981 e di quel Bologna che coraggiosamente cancellò subito l’handicap dei cinque punti di penalizzazione firmando una stagione indimenticabile, Dossena divenne il faro. La chiamata in Nazionale fu la logica conseguenza di un campionato coi fiocchi (impreziosito da 5 gol). Così come fu inevitabile, dopo un anno così scoppiettante, il ritorno alla casa madre granata. Bologna per Dossena è stata il trampolino di lancio per la gloria (nel 1982 in azzurro ha vinto anche il Mondiale di Spagna, nonostante in terra iberica non abbia mai calcato il campo), ma anche la città che gli ha fatto conoscere la moglie Tiziana. Uomo di intelligenza vivissima ma dal carattere spigoloso, con il quale o s’andava d’accordo al primo impatto o mai più. Una volta riempita la bacheca di trofei alla Sampdoria, nel dopo calcio giocato Dossena ha vestito i panni dell’allenatore girovago (esperienze in Ghana, Albania, Paraguay e Libia) e del commentatore. Ha anche portato la bandiera del Parma in Oriente col ruolo di responsabile del «Progetto Cina», per reclutare talenti con gli occhi a mandorla. Giuseppe Dossena Milano 2 maggio 1958. 68 presenze, 9 gol.

Ci sono uomini che si riassumono in una data: quella di Adelmo Paris è il 5 ottobre del 1980. Quel giorno il Bologna di Gigi Radice gioca a Torino sul campo della Juventus: i bianconeri sono in testa alla classifica, mentre i rossoblù, pur partiti con cinque punti di penalizzazione per la vicenda del calcio scommesse, sono al quinto posto. A sette minuti dalla fine, l’arbitro assegna un rigore al Bologna: Paris, con grande freddezza, mette il pallone alle spalle di Dino Zoff. È il gol più importante di tutti quelli che questo timido e silenzioso portatore d’acqua, riconoscibile in campo per il grande dinamismo oltre che per una calvizie che all’epoca era eccezione e non regola, mette a segno in maglia rossoblu. Non l’unico di quella stagione: destino vuole che ci sia il piede di Paris anche nell’altra vittoria del Bologna a Torino, stavolta sul campo dei granata. Anche in quel caso, dal dischetto: è il gol che serve a pareggiare la rete di Pulici, prima che Garritano completi l’opera. Regalando ai rossoblù una doppietta sul campo torinese che mancava da quasi mezzo secolo. Ci sono date che segnano una carriera: quella di Paris è il 2 gennaio del 1983. Quel giorno si gioca Bologna-Lecce: a metà del primo tempo, il centrocampista rossoblù viene colpito duramente al polpaccio destro da Lorusso, autore di un’entrata a gamba tesa. Le conseguenze sono terribili: ginocchio partito, un anno di inattività, oltre alle inevitabili polemiche che spingono l’associazione calciatori ad aprire un’inchiesta interna. Come per il Bologna, inizia la parabola discendente di Paris, che dall’84 all’86 si trasferisce a Malta, dove vince anche una coppa Nazionale, prima di ritornare a Verbania e iniziare una carriera da allenatore nei campionati minori piemontesi. Adelmo Paris Aurano (Novara) 26 novembre 1954. 258 presenze, 15 gol.

Eraldo Pecci la più moderna delle bandiere Che razza di personaggio fosse Eraldo Pecci lo spiega un episodio. Finale di Coppa Italia, la seconda che finirà nella bacheca del Bologna: resta un rigore da tirare col Palermo e il piccolo grande uomo di Romagna, alla faccia dei suoi 19 anni, dice ‘tranquilli, lo tiro io’. E lo segna pure, senza sciupare l’occasione di entrare nella storia del club rossoblu. Che razza di giocatore fosse Eraldo Pecci lo racconta la sua carriera: dopo Bologna, dove esordì nientemeno che contro la Juve, va a Torino, dove vince lo scudetto con i granata di Radice, poi a Firenze e infine a Napoli. E pensare che a convincere i dirigenti rossoblù a cederlo furono i medici, sostenendo che quel romagnolo dai piedi grandi, per questo ribattezzato Piedone, avesse anche una schiena fragile: la miglior smentita l’ha data lui negli anni. Che razza di lingua tagliente avesse Pecci lo dicono le sue battute. Di tante, si ricorda quella che lo fece uscire dal giro della Nazionale, dove Bearzot lo chiamava, tenendolo in panchina. ‘Caro ct, se mi deve lasciar fuori, piuttosto non mi convochi’, gli disse. E a Bulgarelli, che accanto a lui spese gli ultimi anni di carriera, si rivolgeva spesso dicendo: ‘Monumento, quand’è che te ne vai?’. Pur avendone un rispetto tale che in anni successivi, a chi gli chiedeva di porsi a paragone, ha sempre risposto: ‘Io grande, Bulgarelli immenso’. Che razza di uomo fosse Eraldo Pecci lo spiega una scelta: quando il Napoli di Maradona gli chiese di restare, lui rinunciò a un ingaggio di 800 milioni di lire pur di tornare a Bologna. Per riportare in A la squadra con Maifredi e diventarne, a sua volta, una delle ultime bandiere. Eraldo Pecci San Giovanni in Marignano (Rimini) 12 aprile 1955. 163 presenze, 6 gol,1 Coppa Italia.

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Franco Colomba da rifinitore a tecnico dei cent’anni Franco Colomba è l’esatto contrario. Di Beppe Dossena, ad esempio: suo gemello in campo in maglia rossoblù, percorre una carriera di ben altro genere. A dispetto di qualità tecniche invidiabili: centrocampista mancino, per tocco di palla e visione di gioco si presenta come uno dei migliori rifinitori fin dal battesimo in serie A, avuto con Pecci contro la Juve. E invece: dopo sei stagioni a Bologna, dove incassa pure due retrocessioni, poi raggiunge la maggior gloria ad Avellino, diventando un idolo della tifoseria, e chiude la carriera a Modena. Quanto alla Nazionale, vi mette piede nell’81, ma solo per una breve apparizione. Dossena, invece, in azzurro pianta le tende e vince anche il Mondiale dell’82, così come mette su casa prima al Torino e poi nella Samp che con Vialli e Mancini conquista tutto, scudetto, Coppa Italia, Supercoppa e pure Coppa delle Coppe. Di Beppe Dossena, Colomba è l’esatto contrario anche da allenatore: rispetto all’ex gemello, che si segnala per un paio di brevi quanto non esaltanti esperienze in Ghana, Paraguay e Albania, la sua carriera decolla subito ed è tuttora su una rotta felice. Partito dalle giovanili del Modena, raccoglie buoni risultati su molte piazze, come Salerno, Napoli e soprattutto Reggio Calabria, fino al più recente capitolo di Ascoli, che gli vale il premio Scopigno per il miglior tecnico della serie B. Nel conto ci mette anche qualche annata storta con relativo esonero, ma il rimpianto più grande è riuscito a cancellarlo: dopo un paio di contatti non andati a buon fine, proprio nell’anno del centenario è tornato da allenatore a Bologna, la città dove tiene tuttora casa, sulle colline di Loiano. «Sono giovane, può ancora capitarmi l’occasione», diceva al proposito Colomba. Sapendo che il destino non può andare sempre al contrario. Franco Colomba Grosseto 6 febbraio 1955. 198 presenze, 8 gol.

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