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A sinistra Tazio Roversi con Paolino Pulici e, a destra, con Roberto Bettega.

99. ttobre 19 47 - 17 o Roversi 9 1 o rz a azio T 1m Italia. antova) 2 2 Coppe Moglia (M l, o g 2 , enze 285 pres

Tazio Roversi il casco d’oro chiamato difesa Impossibile non riconoscere in campo Tazio Roversi: già aiutava il caschetto color pannocchia, il resto lo faceva lui con i modi spicci con i quali intimava l’alt agli attaccanti. Che all’epoca si chiamano Prati, Altafini, Sivori, Barison, Boninsegna e soprattutto Gigi Riva. Con quest’ultimo i duelli più eccitanti e al tempo stesso spigolosi: a Rombo di Tuono il mastino rossoblù azzannava subito le caviglie e non le mollava più. Di tutti, rimase storico un confronto che Roversi finì in anticipo perché prese il cartellino rosso: prima di lasciare il campo, andò da Riva a stringergli la mano. Perché questo era il terzino e soprattutto l’uomo: le suonava di santa ragione, ma con lealtà e grande correttezza. Mantovano di Moglia, terra di Nuvolari da cui i genitori presero il nome, Roversi sbarcò a Bologna

giovanissimo: fece parte di quella Primavera che entrò nell’albo d’oro al torneo di Viareggio. E giovanissimo sbarcò in prima squadra: aveva ventun anni quando cominciò ad allenarsi con il gruppo dell’ultimo scudetto. Aveva davanti Pavinato e Furlanis, ma quando prese possesso del ruolo, non lo mollo più. Con Cresci diede vita ad un sodalizio che per oltre un decennio fu la difesa del Bologna: terzini entrambi, non si separarono nemmeno quando cambiarono ruolo, stopper uno e libero l’altro. Dalla Nazionale, invece, si separò subito: convocato per un’amichevole con l’Austria all’Olimpico nel ’71, in coppia con Facchetti davanti a Zoff collezionò la sua unica presenza. Chiusa la carriera a Verona e Carpi, tornò a Bologna come tecnico delle giovanili, ma un male terribile era in agguato e lo portò via a soli 52 anni.

Franco Cresci un argine indistruttibile Franco Cresci nasce all’Inter, ma al Bologna ci arriva via Milan: in cambio di Fogli, il club rossonero decide di girare ai rossoblù quel ragazzo che col passar degli anni si rivelerà uno dei più forti difensori italiani. Sotto le Due Torri, Cresci diventa il gemello di Roversi: quattrocento partite insieme, una carriera. Che porta qualche bella soddisfazione: un paio di coppe Italia, un torneo italo inglese, ma niente scudetto. E neanche Nazionale: Cresci vede l’azzurro solo nelle varie under dell’epoca, ma in prima squadra mai. Non va molto meglio al suo gemello, la prima presenza del quale è anche l’ultima. Cresciuto con l’Inter di Herrera, allenandosi coi Mazzola e i Suarez, Cresci ha subito modo di mostrare di che pasta è fatto: del marcatore puro ha il carattere e pure la consistenza. È indistrut-

tibile: di lui, si ricordano pochi acciacchi, tutti di poco conto. È anche uno che si allena tanto, forse troppo: Pesaola, temendo che andasse in superallenamento, lo fermava spesso e lo spediva in ricevitoria a giocare la Tris. E lui obbediva: oltre che serio e concentrato sul campo, era anche molto disciplinato. Di Cresci non si ricordano episodi particolari: fare il suo dovere era la normalità. Ha segnato abbastanza per il ruolo che occupava: undici gol non erano pochi all’epoca per un difensore che non si chiamasse Facchetti o Maldera. Lasciata Bologna, non si allontanò troppo: gli ultimi scampoli di carriera li spese a Modena, nell’anno in cui i canarini tornarono in C1. Poi è rimasto nel calcio, lavorando come tecnico delle giovanili e dei dilettanti a San Lazzaro e a Crevalcore.

Cresci Franco re 1945. settemb Italia, 5 1 2 Coppe Milano l, o g 7 , . enze -Inglese 301 pres ega Italo L i d a p 1 Cop

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