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Amedeo Biavati un doppio passo nella storia Amedeo chi? A lui, bolognesissimo (di Porta D’Azeglio) la «A» gliel’hanno sequestrata subito. Per tutti fu sempre Medeo. Il grande Medeo. Vinse gli scudetti del ’36, del ’37 e del ’39, il Trofeo delle Esposizioni a Parigi nel ’37 e il mondiale del ’38. Era un’ala da sessanta in gol carriera. E che carriera. Così Medeo è passato due volte alla storia del calcio. Per essere stato un trascinatore di quel grande Bologna e per aver inventato il «doppio passo» che poi in tanti cercarono di fare loro senza riuscirci. Uno escluso, che è Garrincha. Insomma, un buon erede. A raccontare che cosa succedeva in campo quando Biavati ubriacava il suo controllore con il passo doppio, ci hanno provato in tanti, ma forse non ci è riuscito nessuno. Neppure la firma più illustre, che è quella di Gianni Brera. Nel tenativo di mettere nero su bianco il doppio passo in tanti hanno rimediato la stessa figura di chi voleva fermare Biavati quando, lanciato sulla fascia, eseguiva la sua famosa finta per guadagnarsi lo spazio necessario a convergere al centro e da lì «vedere» la porta o passare la palla a chi era ben piazzato. Neppure lui era in grado di raccontare esattamente che cosa facesse per eseguire il doppio passo con tanta efficacia: «So che mi viene naturale, forse perché ho i piedi piatti». Per riassumere: più che il passo, doppia era la finta che Biavati sapeva eseguire in corsa e che gli fruttò la ribalta internazionale nel 1939. L’Italia giocava a San Siro contro l’Inghilterra e il risultato non si sbloccava. Biavati partì sulla destra e si trovò subito incollato il difensore Hopgood, uno degli incubi dei goleador azzurri, già due volte Campioni del Mondo. Biavati se lo portò letteralmente a spasso per il campo, impedendogli, con le sue finte, di trovare il momento giusto per contrastarlo. Hopgood perse per strada Biavati che quella volta non cercò di liberarsi del pallone: andò fino in findo e segnò il gol che mandò in estasi l’Italia. Amedeo Biavati è uno dei tanti fuoriclasse che pagò un prezzo salatissimo alla guerra. Dopo i cinque anni di conflitto non aveva più un soldo e per vivere dovette arrangiarsi: un po’ come assistente di Sansone alla guida delle giovanili rossoblù, un po’ accettando lavoretti e (antenato del professor Scoglio) perfino andando in Libia a cercar fortuna come allenatore in quel calcio che allora era agli albori. Finché, riconoscente, il Comune di Bologna gli affidò l’incarico di supervisore degli impianti sportivi della città. Biavati è scomparso nell’aprile del 1979.

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Hector Puricelli l’uruguagio con la Testina d’oro Angiolino Schiavio decide che è arrivato il momento di smettere. E adesso?, domandano tutti a Dall’Ara. Il Commendatore ha l’idea giusta. Sa che i sudamericani, i cosiddetti oriundi come Sansone e Fedullo, avevano fatto la fortuna del Bologna ed è nuovamente in Uruguay che si rivolge per sostituire il mito che diceva basta così. Da Montevideo arriva Hector Puricelli. Hector chi, si chiedono i bolognesi. Era uno sconosciuto questo lungo centravanti biondo, solo perché in patria usava il cognome della madre, la signora Sena, che si pronuncia Segna. Ettore, forse per non sembrare immodesto, decide che sia meglio presentarsi con il cognome del padre. Ma anche Segna sarebbe andato benissimo. Puricelli fa gol a grappoli. Era un grande classico di fine Anni Trenta, a Bologna: cross di Biavati, colpo di testa di Puricelli e gol. Per la precisione: 80 gol in 133 partite. Arriva Puricelli e, pronti via, il Bologna vince lo scudetto. Lui firma 19 gol, la metà sono di testa e il soprannome arriva inesorabile: Testina d’oro. L’anno dopo Puricelli cala a quota 15 e il Bologna non vince, ma in quello successivo (’40-41) raggiungerà quota 22 e il Bologna metterà nella sua già preziosa collezione anche il sesto scudetto. Ventidue gol in un campionato, gli stessi che nella stagione 199798 avrebbe firmato Baggio, guadagnandosi la convocazione ai Mondiali di Francia. Dopo la guerra, Puricelli, che aveva simpatizzato per i fascisti, dovette andarsene da Bologna, dove per lui aveva iniziato a tirare brutta aria. Testina d’oro si trasferì quindi al Milan, prima di dedicarsi al mestiere di allenatore. Il suo meglio lo diede ancora a Milano, sponda rossonera, dove vinse lo scudetto del 1955. Nella sua lunghissima carriera figura poi una lunga lista di club in difficoltà che Puricelli salvò regolarmente.

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100 anni del Bologna calcio  

La bellissima storia dei cento anni del Bologna raccontata dalle gesta di 100 grandi uomini più una donna che li ha celebrati tutti insieme.