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150 ANNI di STORIA ATTRAVERSO LE PAGINE DEL NOSTRO QUOTIDIANO

SUPPLEMENTO AL NUMERO ODIERNO A CURA DI

Empoli


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Così nacque in una sola notte il giornale di Bettino Ricasoli De Amicis: “Ma Roma, ha capito cos’è l’Italia Unita?” Così nasce la città industriale I segreti del “miracolo Empoli” Cronache del marzo 1870 La città è messa a ferro e fuoco dai fascisti arrivati da Firenze È in corso la marcia su Roma Da Empoli partono in tremila Bombardata dagli americani: le vittime sono 150, molti i feriti La Nazione a Fucecchio nella casa dei Montanelli Dai velieri alle baleniere quando Limite era un cantiere Un secolo e mezzo di cronache empolesi Gastone De Anna: Così nacquero le redazioni di provincia Mario Tuti: il geometra di Empoli che fu tra i capi del terrorismo nero Fu così che grazie ai gelati il boom economico passò da Empoli Lorenzi, Pandolfini, Spalletti: qui il calcio ha una storia antica

Supplemento al numero odierno de LA NAZIONE a cura della SPE Direttore responsabile: Giuseppe Mascambruno

EMPOLI

150 anni di storia attraverso le pagine del nostro quotidiano.

Non perdere in edicola il terzo fascicolo regionale che ripercorre, attraverso le pagine de La Nazione, la storia fino ai nostri giorni e i 17 fascicoli locali con le cronache più significative delle città. In copertina: un giovanissimo Indro Montanelli con l’immancabile sigaretta tra le labbra e un gruppo di manifestanti.

Vicedirettori: Mauro Avellini Piero Gherardeschi Direzione redazione e amministrazione: Via Paolieri, 3, V.le Giovine Italia, 17 (FI) Hanno collaborato: Alberto Andreotti Bruno Berti Carlo Salvadori

Progetto grafico: Marco Innocenti Luca Parenti Kidstudio Communications (FI) Stampa: Grafica Editoriale Printing (BO)

Pubblicità: Società Pubblicità Editoriale spa

DIREZIONE GENERALE: V.le Milanofiori Strada, 3 Palazzo B10 - 20094 Assago (MI)

Succursale di Firenze: V.le Giovine Italia, 17 - tel. 055-2499203 I fascicoli sono sfogliabili on line su www.lanazione.it


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COSÌ NACQUE IN UNA SOLA NOTTE IL GIORNALE DI BETTINO RICASOLI Gli studenti che avevano combattuto a Curtatone e Montanara, i professori, gli enti e gli amministratori, furono dagli inizi sostenitori del Ricasoli e del suo governo provvisorio

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essun altro giornale può vantarsi di essere nato con l’Italia e di averla accompagnata giorno dopo giorno, fino ad oggi. E infatti, se anche una testata, la Gazzetta di Parma, sicuramente è più antica di quasi 100 anni rispetto al giornale fiorentino, è anche vero che per lunghi periodi ebbe un altro nome, in altri sospese le pubblicazioni, e in ogni caso non svolse il ruolo fondamentale per l’Unità d’Italia che toccò al foglio di Bettino Ricasoli. Già, perché fu proprio lui, il “Savonarola del Risorgimento” come lo definiva Spadolini, a volere che il nostro giornale fosse in edicola, redatto e composto in una sola notte, alla notizia dell’armistizio di Villafranca.

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a storia è nota. L’11 luglio del 1859, nel pieno della seconda guerra di indipendenza, quando le truppe franco piemontesi avevano vinto battaglie di rilevanza enorme, come quella di Solferino, e già si pensava come invadere e liberare il Veneto, all’improvviso francesi ed austriaci firmarono un armistizio ed i Savoia non ebbero la forza per opporsi. Lo fecero perché la Francia cominciava a temere un attacco da parte della Prussia che stava ammassando le sue truppe ai confini. Lo fecero, perché un’Italia libera e indipendente poteva anche andar bene alla grandi potenze europee, ma non doveva essere eccessivamente forte. E dunque, ecco che al Piemonte veniva concessa quasi per intero la Lombardia, ma il Veneto il Trentino e la Dalmazia restavano agli austriaci, mentre in Toscana sarebbero tornati i Lorena, e in ogni caso si ipotizzava una federazione di stati del Centro Sud sotto la guida del Papa. Alla notizia, Cavour, dopo uno scontro durissimo con Vittorio Emanuele si dimise. E l’unico a sostenere la causa dell’Italia da unire, restò in quelle ore il capo del governo toscano costituitosi dopo la partenza del granduca, Bettino Ricasoli appunto.

La notizia dell’armistizio arrivò a Firenze nel pomeriggio del 13 luglio e i patrioti si riunirono in Palazzo Vecchio dove regnava la rabbia, il caos, la voglia di reagire ma anche un profondo senso di impotenza. E l’unico che dimostrò di avere le idee chiare, ben al di là della logica, delle possibilità offerte dalla diplomazia, si rivelò Ricasoli che non poteva a nessun costo accettare quanto stava accadendo.

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infatti, lui guidava un governo toscano provvisorio con l’unico scopo di arrivare al plebiscito per l’annessione al Piemonte, e se fossero tornati i Lorena tutto sarebbe crollato. Sotto il profilo politico ma anche sotto il profilo personale. Così, dimostrandosi in quelle ore il vero artefice del Risorgimento, ancor più dello stesso Cavour che in qualche modo aveva gettato la spugna, Ricasoli spedì due ambasciatori a Torino e a Parigi per tentare di modificare le cose. Ma nello stesso tempo mandò a chiamare tre patrioti fiorentini, il Puccioni, il Fenzi ed il Cempini, che a suo tempo avevano proposto di stampare un quotidiano in appoggio alle posizioni del governo toscano, e disse loro: “È arrivato il momento, per domattina voglio il giornale.” E a niente valsero le timide proteste dei tre che, comprensibilmente, facevano notare come fossero già le nove di sera e come non sarebbe stato facile mettere insieme i testi e farli comporre in poche ore. Ma Ricasoli insisteva “O domattina o mai più.” E dette anche il nome alla testata “La Nazione”, che era tutto un programma, anzi, era il programma. Puccioni, Fenzi e Cempini presero una carrozza e si fecero portare in via Faenza alla tipografia di Gaspero Barbera, un patriota piemontese, qui cominciò un lavoro frenetico a redigere i testi ed a comporli. Come nelle migliori tradizioni del giornalismo, redattori e tipografi lavoravano gomito a gomito. Un articolo non era ancora concluso e già la prima parte passava ai com-

Nel tondo: Indro Montanelli cercò, (come lui stesso racconta nell’articolo di pagina 19) di entrare giovanissimo a La Nazione. Ma non “ebbe fortuna”. Il foglio di Ricasoli era comunque il giornale preferito dalla famiglia Montanelli di solide convinzioni liberali.


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positori. Un articolo non era del tutto composto – all’epoca non estivano le linotype ed ogni parola era composta a mano – e già si facevano le bozze per le correzioni della prima parte. Alle cinque del mattino Ricasoli si presentò alla tipografia, lesse le bozze e dette il consenso. Alle dieci, tirate pare in tremila copie, due pagine in mezzo foglio, oggi diremmo formato tabloid, erano in vendita nel centro cittadino. Si trattava di un’edizione senza gerenza, senza il nome dello stampatore, senza il prezzo, senza pubblicità. Praticamente un numero zero.

E Il quotidiano di Ricasoli uscì il 14 luglio con un formato ridotto e senza l’indicazione dello stampatore. Fu solo con il 19 luglio del 1859 che venne distribuito (anno I° numero 1) il primo numero ufficiale.

così si andò avanti fino al 19 luglio quando, finalmente, La Nazione uscì nel suo primo numero ufficiale, con formato a tutto foglio, le indicazioni di legge, i prezzi per l’abbonamento e per la pubblicità. Così, dunque, nacque il nostro giornale. Che conobbe i giorni fausti dell’Italia Unita, e poi quelli pieni di problemi, non solo economici, in cui Firenze fu provvisoriamente capitale. Quindi la questione romana, la breccia di Porta Pia, e insomma tutte le fasi che con alterne vicende portarono alla nascita dello Stato italiano.

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a fu proprio con Roma Capitale che La Nazione dovette modificare il proprio tipo di impegno. Che fare? Seguire il governo e il mondo politico fino a Roma, là dove si sarebbero svolte da allora in poi tutte le vicende, e prese le decisioni relative all’Italia? La domanda fu posta ed era più che legittima. Nessun altro quotidiano aveva il diritto di continuare le proprie pubblicazioni nella sede del regno e del governo italiano, più di quello che l’Italia aveva contribuito a farla nascere. Ma fu compiuta una scelta, che di certo non fu di tipo economico: restare. Restare a Firenze, accompagnare la vita della città dove era nata, e dedicare sempre di più le proprie attenzioni anche alla vita quotidiana, a quella che oggi diremmo la cronaca di ogni giorno. Insomma, da grande foglio risorgimentale carico di tensioni ideali, a giornale come oggi lo intendiamo. Con rubriche dedicate alla moda, allo sport, con grandi spazi dedicati alla vita musicale e teatrale. Con la disponibilità a

condurre grandi battaglie nel nome e per conto di Firenze, che già allora viveva con naturalezza la sua doppia natura, ancor oggi visibile: quella di una dimensione provinciale aperta al mondo. Città universale e allo stesso tempo città dove pochi personaggi, e fra loro in costante conflitto, dominavano la scena. Rese possibile questa scelta di obiettivi un grande direttore, Celestino Bianchi. Che seppe conquistare il pubblico femminile, interessare anche la media e piccola borghesia mercantile, ma soprattutto richiamare intorno al foglio di Ricasoli le migliori firme italiane del momento. Che, del resto, già erano presenti su La Nazione, fin dai primissimi anni. E allora ecco il D’Azelio e il Tommaseo, ecco il Manzoni e il Settembrini, e poi il Collodi, il De Amicis, Alessandro Dumas, Capuana, il Carducci e in seguito anche il Pascoli, ed infiniti altri. Grandi firme che sarebbero continuate durante il fascismo e nell’Italia repubblicana fino ad oggi. Da Malaparte a Bilenchi, a Pratolini, ad Alberto Moravia, a Saviane, a Luzi. Dopo aver ospitato Papini, Prezzolini, Soffici, e gran parte dei letterati delle Giubbe Rosse nel periodo che precede e che segue la grande Guerra.

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ueste le scelte che permisero a La Nazione, pur dovendo affrontare momenti di crisi e di difficoltà, di battere ogni volta le testate concorrenti. Se esisteva una difficoltà di vendita o addirittura di immagine, sempre riuscì a trovare gli uomini e le energie per risollevarsi. Liberale infatti, fu sempre il quotidiano fiorentino, ma di un liberalismo illuminato che sapeva aprirsi ogni volta ai temi di interesse sociale, e per farlo non esitava ad ospitare anche firme lontane dalle proprie posizioni. Così, quando si trattò di presentare ai fiorentini, e commentare, la nascita delle scuole serali, fu chiesto un articolo a un giovane e rivoluzionario poeta, il Carducci. E fu tra i primi giornali, La Nazione di Firenze, a porre sul tappeto il dramma del lavoro minorile, e a pubblicare le relazioni di Sidney Sonnino sulla condizione dei bambini, quelli del Nord Italia che a sette anni lavoravano anche 13 ore al giorno nell’indu-

stria della seta e quelli di Sicilia, costretti a starsene chini, senza luce né acqua, nelle solfatare di Sicilia. Ancora di più colpisce, per il giornale del Risorgimento, la moderazione con la quale fu seguita la questione romana e fu data notizia della breccia di Porta Pia. E infatti, mentre la retorica anticlericale si scatenava, creando con i suoi estremismi solo un effetto boomerang, La Nazione fu capace di analisi e di intuizioni che a distanza di 90 anni, con il Concilio Vaticano II, perfino il mondo cattolico avrebbe fatto proprie. Scriveva infatti il nostro giornale: “Il potere temporale ha trattenuto il cattolicesimo fermo sull’idea imperiale pagana.” Del resto non era il Ricasoli religiosissimo?

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dunque, è in omaggio ad una visione laica delle differenze fra Stato e Chiesa, una visione totalmente deducibile dai vangeli che si combatté quella battaglia, che non significava affatto compiacersi di un assoluto anticlericalismo ideologico, o ancor di più di una qualsiasi forma di ateismo conclamato. E ancora, quando si trattò di decidere se trasferirsi a Roma capitale, seguendo le sorti del governo e del re, la spiegazione data ai lettori fu questa. “Noi non vogliamo che Roma attiri a sé tutta la forza intellettuale. Noi vogliamo che Napoli, Firenze, Bologna, Venezia, Milano, Torino, serbino la loro influenza legittima, portino il peso nella bilancia delle sorti politiche nazionali. Ogni regione ha elementi originali da custodire e nello stesso tempo è sentinella dell’Unità inattaccabile.” Una prosa intelligente, modernissima, attuale ancor oggi, 140 anni dopo.Un atteggiamento che La Nazione conservò anche in epoche ben diverse. Così, durante il fascismo, pur costretta come tutte le testate a pubblicare le veline del minculpop, non per questo La Nazione si allineò mai

totalmente al regime. Tanto da opporsi, allorché il Regime voleva imporre come direttori uomini di assoluta fede a Mussolini. E ospitare firme, come quella di Montale, il personaggio che per il suo antifascismo era pur stato “licenziato” dal Vieusseux. Uno stile, un modo di essere, che la premierà quando, pur con mille problemi tornerà alle pubblicazioni nel 1947.

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ancora, quando nel ’68 la realtà italiana dette segni di grande malessere e tutto il nostro modo di essere società fu posto in forse, La Nazione non esitò ad assumere giovani della più varia estrazione politica ed ideologica, anche con provenienze ben diverse da quelle liberali, perché contribuissero ad aiutare la direzione a interpretare quanto stava accadendo. Erano i giorni del direttore Mattei ed ancor più del condirettore Marcello Taddei. La Nazione si poneva una volta di più il problema di come adeguarsi ai tempi. E se ciò le costò dei rischi, e dure minacce per alcuni dei suoi cronisti - quelli più esposti nei giorni del terrorismo - ciò non modificò la sua linea.

Nella foto: Il barone Bettino Ricasoli, che alla notizia dell’armistizio di Villafranca volle che fosse stampata, in una sola notte, La Nazione. Nel tondo: lo spoglio dei voti del Plebiscito il 13 e 14 marzo 1860.


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da La Nazione del 24 ottobre 1870

De Amicis: “Ma Roma, ha capito cos’è l’Italia Unita?”

Un articolo pieno di perplessità alla vigilia del trasferimento del governo nella nuova capitale

necessità sono molte e non è agevole provvedervi…

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Roma: un passaggio di carrozze a Ponte e Castel Sant’Angelo (a destra). In basso nel tondo: La vera immagine dell’ingresso dei bersaglieri da Porta Pia. La foto diffusa ufficialmente riprodurrà in un fotomontaggio la stessa scena con un numero ben maggiore di soldati.

Così Edmondo De Amicis un mese circa dopo la Breccia di Porta Pia da lui stesso descritta, raccontava di Roma, ormai pronta al suo ruolo di capitale del Regno d’Italia.

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omincio con una dichiarazione: chi viene in questi giorni per la prima volta a Roma, con le idee cercate solo nello studio della storia o acquistate nella lettura di molti giornali, è costretto a guardarsi dattorno meravigliato e confuso, e quasi a dubitare che un disguido ferroviario lo abbia condotto in una città qualunque che Roma non sia. È vero che quando si entra in San Pietro, l’impressione che se ne prova è di tale sgomento, di tale umiliazione, che si riconosce subito che solo Roma è capace di un miracolo simile: ma non di meno, io non vidi mai città che nelle mille ed una descrizione fosse più adulta, e più calunniata ad un tempo quali inaspettate e nuove meraviglie!... e quanti strani ed inattesi disinganni! La mente giovanile si forma ad esempio un immenso concetto del Campidoglio: io l’ho salito il Campidoglio: per rispetto alle grandi memorie storiche che racchiude taccio le impressioni… ed anco le sensazioni che ne provai. Fu una delusione… e

grande. Il cervello di molti uomini politici sognava e forse sogna tuttavia che a Roma si pensi e molto al Papa, al suo potere, alla sua influenza: in verità stando qui non solo si crede che il Papa sia partito, ma vi è da dubitare che la presenza del pontefice in Vaticano sia una leggenda antica, accettata, tanto per fare, dalla generazione presente. Che cosa fa Pio IX? Nessuno se ne occupa: le notizie che lo riguardano si ricevono da Firenze, ma quasi non si raccolgono. Ecco una prima meraviglia e non lieve. La vita politica della città si traduce in una sola parola: entusiasmo: cieco, veramente febbrile. Il solo aspetto continuo permanente di Roma è la dimostrazione. È una malattia: nel giorno mostra una fase cronica: nella sera tocca ai teatri il periodo flogistico. Ecco Roma. Ma debbo aggiungere che qua si sente molto, e si pensa poco. L’onorevole Sella che venne qua – come sapete – partì promettendo solennemente che il Re sarebbe venuto a Roma al più tardi fra 15 giorni, e che il trasferimento della capitale si sarebbe compiuto al presto. I romani si compiacquero di ambedue gli annunzi, specialmente (è giustizia il dirlo) del primo: ma non si occuparono né si occupano molto delle necessità che ambedue impongono. E queste

urtroppo, venendo qui, ci si accorge come il Governo sia assolutamente fuori di strada, non solo nelle idee, ma nei modi di attuarle per ciò che si riferisce al trasporto della capitale. Giudicando tale questione da Firenze, non si parlava che di difficoltà materiale, del bisogno di locali, di necessità di ingrandimenti: tutte osservazioni di cui non si nega la giustizia, né la opportunità. Vero è che diversi ministri trovarono un sistema nuovo, per risolvere questa prima parte del problema: ogni consigliere della corona, meno uno o due, mandò qui i suoi ingegneri per studiare quale località si sarebbe prestata al collocamento del proprio dicastero: ma ogni ministro agì indipendentemente dai propri colleghi… Ma sono le difficoltà morali (per così dire) quelle di cui non si preoccupano a Firenze né

a Roma: e sono le più dure, le più lunghe, le più aspre per chi esamina la questione con occhio freddo ed imparziale… Occorre che dopo l’annessione di Roma, facile a stabilirsi con un decreto, anco attivo, si determini la fusione dei romani negl’italiani. Qui non c’è il pensiero o il sentimento che all’uopo basti una imponente manifestazione all’Argentina. Occorre che dopo l’estensione delle leggi italiane, facile ad ordinarsi con un altro decreto, si applichino non solo materialmente colla percezione delle imposte, ma con lo spirito nuovo che animi tutte le istituzioni, tutte le consuetudini, ed accumuni la vita romana alla vita italiana. Questo è il più arduo problema che s’impone: il problema che non può risolversi dagl’ingegneri, ma che richiede perfetta conoscenza di Roma in chi sta a Firenze, conoscenza che, o io m’inganno a partito, o non si ha costì che sbagliata, o esagerata o imperfetta.


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Così nasce la città industriale I segreti del “miracolo Empoli” Uno dei maggiori poli industriali della Toscana era stato in origine il granaio e l’orto di Firenze Il periodo delle vetrerie e quello dell’abbigliamento

Il carciofo, la verdura, il grano e il vino tra i migliori della Toscana. Così Empoli arrivò alla metà dell’Ottocento, quando si impose la lavorazione del vetro.

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n origine fu la ricchezza garantita da un terreno particolarmente fertile. Empoli, infatti, e la sua pianura, rappresentavano già nel Medio Evo, una sorta di “granaio di Firenze», come già ebbe a definirle il Guicciardini. Ma oltre al grano vi si praticavano con successo colture specializzate, di pregio. E quindi olio, frutta, legumi e ortaggi. Senza parlare del carciofo di Empoli famoso in tutto il mondo, che oggi appartiene alla serie dei prodotti d.o.c., recentemente valorizzato anche dall’Unione Europea, anche se le carciofaie nella zona sono ormai pochissime. Per moltissimi anni e ancora nel dopoguerra, i contadini empolesi arrivavano ogni mattina a Firenze, con i loro ciuchi per portare al mercato i prodotti della terra.

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vvio, con queste premesse, che le prime industrie fossero quelle in qualche modo collegate alla trasformazione dei prodotti agricoli. E quindi fabbriche di panni di lino, lana, canapa, concerie per quanto riguarda il tessile, ma anche fornaci per la fabbricazione del

vetro, per le maioliche e per i laterizi. Si lavora già due secoli fa il rame, e si producevano cappelli di paglia e di pelo.

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el 1830 in città venne fondata la prima manifattura italiana di fiammiferi, la ben nota Rosselli, a Pontorme, mentre si sviluppava l’industria vetraia. L’arrivo di queste attività manifatturiere portò alla metà dell’Ottocento ad un notevole sviluppo urbanistico e demografico della città, che si rivelò ancora più massiccio con la costruzione di uno dei primi tratti ferroviari in Italia, la Ferrovia Leopolda, che proprio attraverso Empoli collegava Firenze e Siena.

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u anche costruito il nuovo ponte sull’Arno, realizzato tramite l’insabbiamento di parte dell’alveo del fiume che lambiva le vecchie mura (Via Salvagnoli e Via Bisarnella). Purtroppo l’urbanizzazione, in questo periodo, portò alla progressiva distruzione delle mura cittadine. Scomparvero così le porte d’entrata:Porta Senese, Porta Fiorentina e Porta Bocca

d’Arno. I monumenti vengono abbattuti e il loro posto è preso da piazze alberate. Per fortuna è rimasta in piedi, a ricordare Empoli com’era, la Porta Pisana.

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el settore vetrario, Empoli manterrà una posizione di alto livello fino all’ultima guerra, quando il richiamo alle armi di molti giovani operai rese difficile da trovare la manodopera, inoltre erano diventati difficili gli approvvigionamenti delle materie prime e la spedizione dei prodotti finiti. Inoltre, i bombardamenti non risparmiano le vetrerie. E già col primo della serie, quello del 26 dicembre 1943, la Manifattura Vetraria fu completamente rasa al suolo. Nel 1947 le vetrerie empolesi, quasi tutte danneggiate durante la guerra, intendevano ripartire a pieno ritmo con la produzione di sempre. Ma ormai dovevano fare i conti con una forte concorrenza, anche straniera, e la crisi scatenò scontri sociali e rese

difficili le relazioni industriali. L’avvento della plastica, poi, ridurrà questo tipo di produzione ad una sorta di “nicchia”.

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ppure, Empoli industriale non piegò la testa. Nacque una generazione di giovani imprenditori, molti dei quali si dedicarono al tessile, e lavorarono pur fra mille difficoltà fino a trasformare del tutto l’economia della zona che oggi è tra le più floride della Toscana. Empoli e i comuni che la circondano rappresentano oggi uno dei maggiori centri industriali della Toscana. Restano in buon numero le aziende di confezioni. Molto sviluppata è l’industria alimentare, in particolare quella dei gelati e della pasta, alla quale si aggiunge quella meccanica, informatica e del legno. Ci sono inoltre fabbriche di prodotti chimici, concerie, fabbriche di laterizi, vetrerie, pelletterie e un’azienda che produce surrogati di caffè. Mentre continua l’agricoltura, in particolare con la produzione di cereali, ortaggi, frutta e miele.

Nel 1830 fu fondata in città la prima manifattura italiana di fiammiferi: la Rosselli a Pontorme. Nell’ultimo dopoguerra si diffusero le aziende di confezioni. Oggi il comprensorio empolese è tra i più ricchi della regione.


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In breve

Cronache del marzo 1870 Il ginnasio? Dedichiamolo a Salvagnoli

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l nuovo ginnasio diretto dal professor Danelli fa ottima prova, ed i professori che v’insegnano incontrano il favore della popolazione. Si crede che ora si pensi a dare un nome al nuovo Ginnasio. Noi desidereremmo che su questo proposito fosse inteso il voto del Consiglio Municipale, perché per quanto il Ginnasio sia governativo, pure il Comune ne sostiene tutta la spesa: conseguentemente sembrerebbe giusto che in cosa di tale importanza non fosse posto da parte il Comune. E se un nome deve darsi che abbia una certa relazione col Paese. Nelle proposte relative, noi vorremmo non fosse dimenticato il nome di quel grande statista che fu Vincenzo Salvagnoli, gloria d’Italia, nativo di Empoli, e che ebbe tanta parte nel preparare la celebre rivoluzione nazionale.

In difesa del generale Pozzolini

Semiconvitto agli Scolopi Anche i padri Scolopi hanno, annesso al loro Collegio, aperto un Seminario che tornerà molto comodo per quelle famiglie del Paese che, potendo spendere, desiderano per i loro figli, insieme alla istruzione, anche una educazione completa.

La Società di tiro Nazionale La nostra Società di Tiro Nazionale sotto l’attiva presidenza dell’egregio signor Giuseppe Romagnoli, si prepara a prendere parte alla gran gara di Roma, dove siamo certi si distinguerà per i suoi addestrati tiratori e per il ricco dono che intende portarvi.

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l collegio che per ben cinque volte ha seguito e eletto a suo rappresentante in Parlamento il generale Pozzolini è rimasto dolorosamente impressionato dalle voci, ormai troppo diffuse senza essere smentite, che quell’ufficiale generale possa esser collocato in disponibilità.

oi non possiamo sindacare le ragioni che han mosso la commissione superiore di avanzamento a proporre tale determinazione ed il Ministro che è il capo supremo ad accettarla: sappiamo però che il generale Pozzolini fu sempre stimato, è fra i più giovani e robusti ufficiali generali: e gli amici di lui ricordano la serie non interrotta di missioni e di incarichi a lui affidati. Ricordano che fino al 1859 fu chiamato, il giorno successivo alla rivoluzione, a disimpegnare le funzioni di Segretario Generale al Ministero della guerra in Toscana e inviato quindi dal Governo in Piemonte a stabilire più intimi rapporti col conte di Cavour che lo ebbe in grande stima: che andò in francia in missione molto confidenziale regolarizzando la posizione del Ministro granducale che non volle riconoscere il Governo provvisorio toscano: poi in Russia, quindi addetto militare a Vienna: e da ultimo fu prescelto a capo della missione in Albania.

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vunque diè prova di alte qualità, di carattere e di non comune intelligenza. Comandante di Reggimento, di Brigata, di Divisione seppe farsi amare e stimare dai suoi sottoposti, ebbe elogi dai suoi Capi, ed incarichi e studi speciali. Con tutto ciò ci si annunzia che venga messo da parte: è naturale quindi che la disposizione annunziata, abbia qui recato meraviglia non lieve.

Funziona bene la Banca Popolare Domenica prossima 16 marzo corrente avrà luogo l’adunanza generale della nostra Banca Popolare Cooperativa. Si tratta dell’approvazione del bilancio, il quale anche quest’anno dà ottimi risultati tanto da offrire un dividendo del 6 per cento. Debbono anche rinnovarsi le cariche sociali. Gli uscenti di ufficio sono tutti rieleggibili. Vaca però da molto tempo il posto di presidente e per questa nomina gli azionisti sarebbero unanimi nel riunire i loro voti sopra il nome del signor Giovanni Montepagani, persona che conosce bene la partita, che potrà certamente tornare molto vantaggiosa all’incremento della Banca, ed utile al piccolo commercio empolese, che ha il suo appoggio in questo istituto paesano.


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È il 2 marzo 1921

La città è messa a ferro e fuoco dai fascisti arrivati da Firenze L’omicidio di Spartaco Lavagnini, la Guardia Rossa e l’assalto contro i camion di marinai Empoli capitale Toscana dell’antifascismo

Nel 1920 i socialisti conquistarono tutti i comuni della zona con maggioranze schiaccianti. Il 20 febbraio 1921 il sindacalista Spartaco Lavagnini fondò il Partito Comunista Empolese.

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na città agricola, una città sensibile agli ideali socialisti, che seguì con speranza la rivoluzione russa. Questa era Empoli alla soglia degli anni Venti del Novecento. Sembrava, a molti giovani del Valdelsa e del Medio Valdarno, che il Partito Socialista non avesse la forza di opporsi alle classi dominanti e più ancora al nascente fascismo. Per questo, sotto la guida di Abdon Maltagliati formarono la Guardia Rossa con lo scopo di difendere le organizzazioni proletarie. Nelle elezioni amministrative dell’ottobre 1920 i socialisti, sotto le nuove insegne rivoluzionarie, conquistarono tutti i Comuni della nostra zona con maggioranze schiaccianti. Il 20 febbraio 1921 il sindacalista empolese Spartaco Lavagnini sancì definitivamente il distacco dal Partito Socialista e la nascita del Partito Comunista a Empoli. A quel punto i giovani socialisti, la Guardia Rossa e molti sindacalisti, passarono in massa al nuovo partito.

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embrò, questa scelta di campo, quasi una dichiarazione di “guerra” in un periodo nel quale molte città venivano prese d’assalto dagli squadristi che incendiavano e distruggevano, picchiando tutti quelli che la pensavano diversamente e che si opponevano.

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fascisti toscani fino ad allora non avevano mai osato scoprirsi nell’Empolese nel timore di una forte reazione da parte della Guardia Rossa locale. Il 27 febbraio 1921 scattò a Firenze la repressione che era conseguenza di un ben preciso progetto. Furono assassinati alcuni dirigenti del movimento operaio fiorentino e fra questi l’empolese Spartaco Lavagnini. Per protesta, a Empoli e in altre località toscane venne proclamato uno sciopero generale che sarebbe proseguito per diversi giorni. Si era ormai arrivati allo scontro sociale.

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n questo clima, nel pomeriggio del 1 marzo 1921 si sparse la voce che gruppi di fascisti stavano arrivando dal pisano e

sarebbero passati su dei camion da Fucecchio per dirigersi a Empoli. Erano in realtà gruppi di marinai di Livorno, ma forse qualcuno aveva avuto interesse a spargere la notizia in modo distorto e provocatorio. Gli empolesi presero armi, forconi e bastoni e si prepararono alla difesa della città. E non appena i camion entrarono da Via Chiarugi, la gente si scagliò contro i camion uccidendo 8 marinai e ferendone altri. Gli altri marinai si salvarono perchè finalmente fu chiarito l’equivoco. In seguito a questo episodio, il 2 marzo 1921 l’esercito mise Empoli in stato d’assedio, arrestando un migliaio di persone. Nel frattempo arrivarono i fascisti che misero Empoli a ferro e fuoco: bruciarono il Comune, le cooperative, le sedi di partito, le case del popolo e la camera del lavoro. Nei giorni successivi la stessa sorte toccò alla “cintura rossa” di Empoli. Il 4 marzo 1921 a Fucecchio gli operai difesero con le armi la Casa del Popolo e il Comune. Poi caddero ad una

ad una le resistenze di Certaldo, Cerreto Guidi, Castelfiorentino, Montespertoli, Vinci e Castelnuovo d’Elsa.

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l 4 marzo 1921, ormai dilagando la loro forza, i fascisti fiorentini vennero a fondare il Fascio di Empoli al quale aderirono le più importanti famiglie di possidenti terrieri e industriali della zona, seguiti dai professionisti, dai commercianti e dagli studenti di tendenza nazionalista.

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a la gran parte degli empolesi non diventò mai fascista, e nelle elezioni comunali successive non vinse mai ad Empoli un candidato fascista. Questo sentimento antifascista si è protratto negli anni, tanto che la città viene spesso ancor oggi definita “capitale morale dell’antifascismo in Toscana” ed è decorata con la medaglia d’oro dal Consiglio Regionale.

Il 2 marzo 1921 l’esercito impose in città lo stato d’assedio: arrestate migliaia di persone. Nei giorni successivi Empoli, Fucecchio, Certaldo e tutti i comuni della zona conobbero la violenza delle Camicie Nere.


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da La Nazione del 29–30 ottobre 1922

È in corso la Marcia su Roma Da Empoli partono in tremila I fascisti arrivano dai paesi dei dintorni e molti continuano in treno verso la Capitale Occupato l’ufficio telefonico. “ I toscani sono in testa”

to d’assedio che doveva entrare in vigore a mezzogiorno del 29 ottobre e i ministri avevano deciso di “sedere in permanenza a Palazzo Venezia”. Tutto sembrava volgere verso uno scontro militare con i fascisti. Ma il re si era rifiutato di firmare l’atto. E dunque, veniva lasciata via libera alle camicie nere fascisti che nel frattempo avevano invaso Roma. Quella che segue è la corrispondenza inviata da Empoli la notte del 28 ottobre 1922.

Nel tondo in alto: i fascisti sotto il Quirinale in attesa che Mussolini si affacci al balcone. Per alcune ore il 29 ottobre si temette l’entrata in vigore dello Stato d’Assedio. Ma il Re si rifiutò di firmare il provvedimento.

Empoli e i comuni della Val d’Elsa rappresentano una delle realtà dove lo scontro tra fascisti e antifascisti è più duro e violento, negli anni che precedono l’arrivo al potere di Mussolini. Ma nei giorni della Marcia su Roma, come dimostra la cronaca che segue, tutto fu in apparenza tranquillo. Le camicie nere avevano costituito una loro base operativa nella sede del fascio e qui si presentavano (circa 5 mila) quanti avevano intenzione di continuare verso Roma (oltre la metà) o piuttosto fermarsi in città per evitare “colpi di testa” da parte degli avversari politici. In breve tempo la città sembra sotto il loro controllo. Del resto, quanto accadeva nelle varie province vicine, non lasciava spazio per azioni di qualsiasi tipo. Da Firenze erano partiti su Roma migliaia e migliaia di fascisti. Lo stesso era accaduto da Siena, da Lucca, da Pisa e Livorno.Tutto questo permetteva a La Nazione di titolare che “I toscani sono in testa”. A rendere inutile ogni speranza di reazione, fu inoltre l’atteggiamento del Re. Il Governo aveva infatti proclamato lo Sta-

Empoli 28.

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elle ultime ore di questa notte si sono concentrati ad Empoli numerosi fascisti provenienti dai paesi circonvicini e dai dintorni di Firenze. Essi sono giunti con numerosi camions. Si calcola che abbiano sostato in Empoli più di 5000 fascisti.

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lle 2,30 essi si sono diretti silenziosamente alla stazione ferroviaria. Sono stati formati dei treni composti di numerosi vagoni. Sul primo hanno preso posto circa 1500 fascisti, e nell’altro circa 1400. Il primo treno è partito alle 2,45 ed il secondo alle 3,10. Essi erano in completo assetto di guerra. Figurava pure una compagnia di sanità con materiale sanitario. I treni, diretti per la linea di Siena, erano guidati da personale fascista.

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tanotte i fascisti hanno occupato l’ufficio telefonico, ma il servizio continua a funzionare normalmente a mezzo delle signorine sotto la vigilanza dei fascisti. L’ufficio postale è piantonato da una pattuglia dei carabinieri. Seguitano ora a giungere altri fascisti, i quali si recano alla sede del fascio in attesa di ordini.

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el frattempo, a dimostrare il caos che regnava a Roma e le divergenze fra il Governo ed il re, le agenzie di stampa battevano i seguenti comunicati a breve distanza l’uno dall’altro. Il Consiglio dei ministri ha deciso la proclamazione dello stato d’assedio in tutte le provincie del Regno a cominciare dal mezzogiorno di oggi, 28 ottobre.

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ancora. Il Consiglio dei Ministri ha deliberato il seguente proclama al paese: manifestazioni sediziose avvengono in alcune provincie d’Italia, coordinate al fine di ostacolare il normale funzionamento dei poteri dello Stato e tali da gettare il Paese nel più grave turbamento. Il Governo, fino a quando era possibile ha tentato tutte le vie della conciliazione, nella speranza di ricondurre la concordia negli animi e di assi-

curare la tranquilla soluzione della crisi. Di fronte ai tentativi insurrezionali esso, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi ed a qualunque costo l’ordine pubblico, e questo dovere compierà per intero a salvaguardia dei cittadini e delle libere istituzioni costituzionali.

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ntanto i cittadini conservino la calma e buona fiducia nelle misure di sicurezza che sono state adottate.

infine. L’Agenzia Stefani è autorizzata ad annunziare che il provvedimento della proclamazione dello Stato d’assedio non ha più corso... Ci risulta da fonte ineccepibile che la ragione del provvedimento della sospensione dello stato d’assedio è derivata da un netto rifiuto di Sua Maestà a firmare il decreto.

Due treni di Camicie Nere partirono da Empoli, durante la notte, alla volta di Roma. Trasportavano circa tremila fascisti in completo assetto di guerra.


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Empoli, 26 dicembre 1943

Bombardata dagli americani: le vittime sono 150, molti i feriti Obiettivo del raid è la stazione ferroviaria. Il vento di tramontana ha spinto le bombe verso la campagna. Si scava con le mani fra le macerie

la stessa Pistoia. Proprio per questo, quando il suono delle sirene si unì a quello dei motori dei bombardieri quasi nessuno trovò il tempo di riflettere. Alcuni, addirittura, invece che scappare guardavano il cielo, curiosi e convinti che gli aerei alleati sarebbero andati oltre. Gli obiettivi da raggiungere erano la stazione ferroviaria e la linea ferroviaria FirenzePisa. Ma quasi ogni zona fu raggiunta, le case cominciarono a tremare per lo spostamento d’aria, molte crollarono. L’aria era irrespirabile.

Nessuno a Empoli si aspettava che i bombardieri americani avrebbero colpito la città. Ma l’illusione finì miseramente il giorno di Santo Stefano del 1943.

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una domenica, è il 26 dicembre del 1943 giorno di Santo Stefano, quando suonano le sirene degli allarmi verso le 13. La gente pensa, spera, che i bombardieri alleati che intravede all’orizzonte si stiano dirigendo come altre volte verso altri obiettivi, perché mai prima di allora Empoli è stata bombardata, né c’è stato sentore che ciò possa avvenire. Gli aerei che avanzano nel cielo sono 36 velivoli americani B-26 Marauder, bimotori da bombardamento partiti dalla base di Decimomannu in Sardegna. Ognuno ha un carico di 1.360 chili di bombe. Il rumore dei loro motori è assordante, chi può corre verso i rifugi. Quando i bimotori arrivano sopra la città appare chiaro, dall’altezza del

volo e dalle manovre dei piloti qual è realmente l’obiettivo. Vengono sganciate 210 bombe delle 222 caricate sugli aerei.

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l bombardamento si protrasse per circa 10 minuti, un’eternità per chi da sotto non sa quando sarà finita. Per fortuna, almeno il Centro storico non era stato raggiunto in modo irreparabile. E questo perché quel giorno soffiava un forte vento di trama i raid degli alleati continuaro- montana che deviò le bombe, o no fino al 28 luglio 1944 almeno una parte di esse nella campagna. a dopo il 26 dicembre la città era stata quasi e zone più densamente abbandonata, la granpopolate raggiunte dalle de parte degli empolesi erano bombe furono quelle tra sfollati nelle campagne, e quindi Via Verdi e Via Giovanni da i danni alle persone furono Empoli. Per ore, i volontari ed contenuti. Ma il dicembre fu una i vigili del fuoco scavarono con strage. Le vittime ufficiali furono le pale, o a mani nude, nella spe123 civili, 260 feriti di cui 54 ranza di salvare i sepolti vivi, tanto gravi che alcuni morirono quanti erano rimasti intrappolanei giorni seguenti. Ci furono poi ti fra le macerie. E alcuni di essi, alcuni dispersi. Per tutto questo furono riportati alla luce anche si calcola che le vittime finali del dopo 24 ore. Intanto, qua e là, bombardamento siano state 150. le fiamme divoravano le mura,

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a zona prescelta era quella della stazione ferroviaria. Qui cadranno 40 bombe. Le altre 170 raggiungono soprattutto il quartiere delle Cascine. Alla fine, quando finalmente i bombardieri si allontanano, fra le macerie, le urla dei feriti, con la città invasa dalla polvere bianca dei detriti, si può realmente capire cosa è successo. Le zone colpite sono, oltre la Stazione Ferroviaria e il parco erché Empoli non si aspetdi smistamento treni, i quartieri tava il bombardamento? delle Cascine, del Puntone, di La gente era convinta che Ponzano, di Pontorme e di Pratignone. Fu questa la prima volta prima della loro città fossero obiettivi possibili Firenze, Pisa, in cui Empoli fu bombardata,

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mentre il pianto dei parenti delle vittime si allargava di minuto in minuto a tutta la città.


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La Nazione a Fucecchio nella casa dei Montanelli Il giornale scandiva i tempi della vita quotidiana “Solo chi scrive su queste colonne è un vero giornalista”

di conoscenza. In questo caso, però, prima di procedere nella lettura mia nonna faceva il giro della casa per avvertire tutti e prendere le deliberazioni del caso. Bastava un telegramma, oppure ci voleva una lettera, addirittura una corona di fiori e la partecipazione ai funerali?...

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e niente di tutto questo avveniva, la lettura di mia nonna si concentrava sull’affaire del momento di cui aveva imparato a misurare l’importanza dalle reticenze con cui lei ne riferiva… Solo dopo l’ora del tè, che mio nonno si ostinava a chiamare “beverone”, forse un po’ vergognoso di essersi lasciato convertire da sua moglie a quell’esotica bevanda, La Nazione entrava in mio possesso. Non me lo contestavano perché nessuno sospettava che avessi imparato a leggere quel giornale prima di aver imparato a decifrare l’abbecedario.

Indro Montanelli scrisse un lungo articolo per il centenario de La Nazione nel 1959. In esso ricordava come già i suoi nonni fossero affezionati al quotidiano voluto da Ricasoli. Ne riproponiamo oggi alcuni stralci.

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l mio più lontano ricordo della Nazione è la testata iscritta su un portacenere di maiolica su cui mio nonno non ammetteva che si posasse altro sigaro che il suo... La Nazione non era il solo giornale che circolasse per casa. Uomo d’affari mio nonno era anche abbonato al Secolo e al Sole per meglio seguire l’andamento della borsa di Milano. Ma li consultava per ragioni tecniche e basta. Al più, essendo grande amatore delle opere liriche, e specialmente di Puccini, suo amico di caccia, vi cercava il resoconto di qualche “prima” alla Scala. Ma non fidandosi troppo del gusto dei

milanesi e trovandolo troppo facile, credeva sì e no a quel che leggeva…

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a Nazione arrivava in villa la mattina alle nove portatavi in bicicletta dal postino Armando che fino a settantacinque anni continuò a fare questo mestiere, sempre di pedale, rifiutandosi pervicacemente di applicare un motorino. E la sua prima tappa non era lo studio di mio nonno, che se ne riservava la lettura per dopo colazione, ma il salottino privato di mia nonna, che sebbene alzata da più di un’ora, dichiarava ufficialmente inaugurata la giornata solo dopo aver scorso gli annunzi mortuari…

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i miei occhi di bambino, tuttora impegnato con le aste, le notizie della Nazione giungevano a rate. La precedenza l’aveva il morto se, fra quelli elencati, ce n’era uno

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ppure, era proprio così, io seguivo le letture ad alta voce di mia nonna con sì tesa attenzione, con sì spasmodico interesse, che ogni parola mi restava impressa nella memoria spesso per giorni e settimane. Sicchè di ogni notizia sapevo non soltanto in che pagina, ma in che colonna e a quale altezza stava scritta. Era il momento della mia giornata quando, con La Nazione sotto il braccio, sgattaiolavo da Gallo per leggergliela. Gallo era un vecchio servitore che, fulminato quattro anni prima dalla paralisi, era rimasto naturalmente in casa, e ora vi aspettava quietamente la morte…

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a parecchio tempo ormai Gallo s’era portato nella tomba la convinzione che da me dovesse venir fuori qualcosa, quando La Nazione deluse le mie nascenti ambizioni giornalistiche. A Fucecchio essa aveva un

corrispondente locale che si chiamava Ottorino Freschi... secondo il quale il mondo non era che un’appendice dell’Europa, l’Europa un’appendice dell’Italia, l’Italia un’appendice della Toscana e la Toscana un’appendice di Fucecchio la cui cronaca quindi avrebbe dovuto, secondo lui, occupare ogni giorno la prima pagina del giornale… Che Empoli avesse quasi ogni giorno più di una colonna e Fucecchio solo poche righe, gli pareva un sopruso poco meno che mostruoso…

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ttorino mi aveva promesso un biglietto di presentazione al direttore Aldo Borelli, che poi diventò mio direttore davvero, ma al Corriere… Con la sua lettera d’introduzione un venerdì, giorno di mercato, mi presentai in via Ricasoli. Borelli non c’era, ma fui ricevuto da Siro Pennini che allora fungeva – credo – da capocronista. Egli lesse con attenzione il mio malloppo. Poi mi guardò e mi chiese: “Ma perché questa roba invece che alla Nazione non la porta ai carabinieri?” “Ai carabinieri?... Per fare arrestare chi?” “Lei, l’autore. Perché qui dentro ci sono almeno venticinque querele per diffamazione...”

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questo primo tentativo ne seguirono altri non meno sfortunati… Quando il mio primo editoriale apparve sul grande quotidiano milanese lo mandai a mio nonno che non ne accusò mai ricevuta. Gli mandai il secondo, poi il terzo: identica sorte… Gloria: ci mettiamo alla sua ricerca sognando di vedercela riconoscere dai nostri compagni d’infanzia, e invece a farlo sono quelli della vecchiaia, che non ci interessano più. Indro Montanelli

Nella foto: Indro Montanelli. Così lo scrittore narrava: “Imparai a leggere La Nazione prima di aver imparato a decifrare l’abbecedario”.


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Dai velieri alle baleniere quando Limite era un cantiere Generazioni di maestri d’ascia nacquero in riva d’Arno dalle nostre parti Qui erano costruiti anche i Mas. Il varo e il trasporto fino al mare. La vita grama degli alzaioli

tavano fino a 50 tonnellate di sabbia o addirittura i blocchi di marmo di Carrara che risalivano il fiume. Ma a Limite nacquero anche golette e velieri che attraverseranno l’Atlantico, baleniere per i mari del Nord, barche che superavano anche i trenta metri. Solo nel 1857 ne furono varate undici. Un primato che ancor oggi sarebbe difficile superare.

Nel tondo in alto: i Picchiotti al lavoro. Il soprannome dato dagli empolesi ai costruttori di barche divenne poi un marchio e il prestigioso cognome di una famiglia di costruttori navali. Nel tondo in basso: un tipico navicello dell’Ottocento.

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l momento più emozionante e complesso era quello del varo, visto che la pendenza del cantiere superava il sedici per cento. Se la barca scendeva di poppa si formava una grande onda che arrestava la scesa e lasciava l’imbarcazione in balia della corrente. Per questo occorreva lavorare di remi e di ancore, con coraggio e intelligenza, per non buttare a fondo il lavoro di mesi.

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mpoli e il mare, cosa hanno in comune due realtà geograficamente e culturalmente così distanti? Eppure, alle porte della nostra città, a Limite sull’Arno, nacque e si sviluppò una scuola di maestri d’ascia fra le più famose del mondo. Era successo che Pisa, quando nei primi anni del Seicento decise di arretrare i suoi cantieri navali in modo da renderli più sicuri, arrivò fino da queste parti. All’epoca Limite aveva sì e no duecento famiglie, la cui vita fu in qualche modo sconvolta da quegli uomini, bruciati dal salmastro, che da mattina a sera battevano sulle assi di legno per costruire imbarcazioni. Picchiavano sui legni, per questo li soprannominarono i Picchiotti, che poi divenne il loro cognome, importante, quello di una famiglia che ancor oggi costruisce prestigiosi yacht. I maestri d’ascia insegnarono ai

contadini della zona come si fa a tagliare un legno, con massima precisione, senza amputarsi un dito, a scegliere l’albero giusto a San Rossore o perché no alle Cascine di Firenze, a trasportare i tronchi lungo il corso dell’Arno fino a portarli all’ingresso del cantiere. Che era sull’Arno stesso, in uno specchio d’acqua di poche centinaia di metri ma calmo e profondo. Costruivano barche di ogni tipo, ed in particolare il “becolino”, che prese il nome dal suo costruttore, Domenico Picchiotti detto “Beco”. I maestri d’ascia, fra i tanti segreti del mestiere avevano quello di tenere il legno sommerso, così da fargli perdere il “tenerume”, così che ne restasse solo la parte oleosa e quindi impermeabile. Altro segreto, per piegare le assi, era quello di “bollirle” per ore in una vasca. In questi cantieri nacquero barche leggendarie come i navicelli, che traspor-

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ià, erano affascinanti i cantieri di Limite, ma come fare per raggiungere il mare aperto? Se L’Arno aveva troppa acqua le imbarcazioni non passavano sotto le arcate dei ponti, sedici, che dividevano Limite fino dalla foce del fiume. Se invece di acqua ce n’era poca, le navi rischiavano di arenarsi. Per questo, lungo tutto il corso erano dei segnali che indicavano il livello del fiume e la sua navigabilità. Quando l’Arno li raggiungeva, quello era il momento di partire. Di salpare anzi. Sulle rive andavano davanti alcuni uomini a segnalare gli ostacoli, mentre gli scafi, zavorrati al massimo, venivano trainati da navicelli a 12 o perfino 16 remi. Si formava dunque un convoglio con due scafi. Il “rimorchiatore” a remi e dietro il veliero, ambedue mossi dalla corrente dell’Arno. E in prossimità dei ponti, i remaioli prendevano un ritmo ossessivo, così che il veliero assumeva una velocità superiore a quella della corrente, e diventava così governabile con il suo timone. Questo

permetteva di passare sotto le arcate senza sfiorare i piloni. Se tutto andava bene, rematori e maestri d’ascia si fermavano a ringraziare la Madonna in quella chiesetta fuori Pisa che, non a caso, si chiama “Madonna dell’acqua.”

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uccedevano cose strane, ancora un secolo fa. Una volta Nicodemo Picchiotti riuscì a portare il suo veliero a Pisa. Era stanco, distrutto, poteva sembrare un poveruomo. Aveva perso il cappello durante la navigazione, così entrò in un negozio pisano in riva d’Arno e scelse un cappello nuovo. “Buon uomo –gli disse la commessa– quel cappello non fa per voi, costa ben 5 lire”. Allora il Picchiotti prese il cappello corse al parapetto dell’Arno, e gettò il cappello nel fiume. Poi tornò nel negozio e ne prese un altro uguale.


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Nelle foto grandi: il becolino (a sinistra) e il complicato trasporto delle imbarcazioni di Limite verso il mare. La navigazione sul fiume era possibile solo quando l’Arno raggiungeva un’altezza preordinata e indicata da decine di pali.

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olo velieri, solo baleniere e navicelli? No, a Limite furono costruite anche prestigiose imbarcazioni a motore. Qui nascevano Mas che furono utilizzati nella prima guerra mondiale, ma anche le lance che avrebbero trainati gli idrovolanti a cominciare da quelli usati da Italo Balbo nella ben nota trasvolata atlantica. E poi l’imbarcazione con la quale Giacomo Puccini trascorreva ore liete sul lago Massaciuccoli e soprattutto il motoscafo Arno, che riuscì a battere infiniti record di velocità.

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oi i cantieri si trasferirono a Viareggio, lo specchio d’acqua di Limite si riempì di fango, eppure si continuarono a costruire scafi, sulla terraferma. E poi, con camion li trasportano altrove, e spesso erano barche per canottieri.

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ià, perché a Limite, assurdo paese marinaro cresciuto a metà del corso dell’Arno, accanto alle navi nacque una scuola naturale di vogatori, che negli anni hanno avuto la forza di sfidare i gondolieri veneziani e perfino i marinai portoghesi e i canottieri di Oxford. Ma la presenza dei cantieri a Limite, rese tutta la zona, e dunque anche Empoli, uno dei porti fluviali più rilevanti nel corso dell’Arno. Anzi lo pose al centro di quella vasta rete di commerci fluviali che, ancora nei primi decenni del Novecento, rappresentava una autentica ricchezza per la zona. Così, da queste parti arrivavano le merci da tutta la Toscana, quella dell’entroterra e qui si imbarcavano per navigare fino a Pisa e quindi al mare. A rendere possibile la navigazione sul fiume erano gli “alzaioli”, che

partendo da Limite raggiungevano Pisa o Livorno dopo un viaggio di 14 ore.

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ualche volta si arenavano e allora dovevano intervenire con lunghe pertiche per riprendere la corrente e farsi trascinare a valle. Era tutto un gioco di equilibri che richiedeva una profonda conoscenza dell’Arno. Ma il peggio era tornare, risalire la corrente, un lavoro massacrante fino alla morte. L’alzaiolo, spesso aiutato dai suoi familiari, ripercorreva a piedi il tragitto, camminando sul greto da dove con una lunga fune trascinava in avanti l’imbarcazione. La barra del timone era legata in modo da tenere la barca lontana dalla riva. E se qualche padre mosso da compassione concedeva ai propri figli di stare sulla barca mentre lui trainava, il rischio era grosso.

Accadde molte volte che la barra, improvvisamente slegatasi perché il timone aveva battuto contro un ostacolo sul fondo, con un colpo secco e mortale sbattesse i bambini nel fiume e li affogasse.

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e cronache di allora, le cronache de La Nazione, lo dimostrano. Durò quel massacrante esercizio per tutto l’Ottocento, ma anche per i primi decenni del secolo seguente. Un po’alla volta, però, la Ferrovia Firenze-Livorno costruita dopo l‘Italia unita assorbì i traffici mercantili e l’Arno perse la sua dimensione commerciale. Altre, ben più veloci, erano infatti diventate le strade per collegare Firenze ed Empoli al mare.


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La redazione

Un secolo e mezzo di cronache empolesi Fin dalla nascita La Nazione seguì le cronache della nostra città Quando la redazione era al Bar Excelsior. Aldo Melani e la sua immancabile sigaretta

se necessario, di farmi anticipare i soldi dall’edicolante Maestrelli di via del Papa (che allora era anche il distributore del giornale), più noto come Duilio».

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di Bruno Berti

Nella foto grande: Antonio Bassi tiene il braccio sulle spalle di Paolo Chrichigno (in piedi in seconda sulla destra). Li circondano amici e collaboratori della redazione.

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a Nazione ha accompagnato Empoli e i comuni vicini dalla sua nascita, 150 anni fa, raccontando cosa accadeva sul territorio e fornendo un’interpretazione dei fatti. Quando il giornale fu fondato l’Italia unitaria si stava consolidando e l’Empolese Valdelsa era una zona in cui prevalevano le attività agricole, anche se l’industria era già presente e si sarebbe presto fatta spazio. Il quotidiano seguiva ciò che accadeva, occupandosi di tutte le pieghe delle realtà cittadine. E così nel 1860 troviamo la notizia della proibizione del Volo del Ciuco (manifestazione riesumata solo recentemente) che, a parte la brutta fine dell’animale in questione che si sfracellava contro i muri di piazza Farinata degli Uberti, richiamava contrasti di secoli precedenti tra comuni, nel caso Empoli-San Miniato, che in tempi di unificazione d’Italia non erano molto ben visti.

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l rapporto con il territorio è stato garantito per i primi decenni di vita del giornale, come allora avveniva, tramite corrispondenze che cercavano di rendere al meglio quel che succedeva, dai

temi sociali ed economici a quelli politici e culturali. Empoli e i comuni vicini avevano una buona rappresentazione anche in virtù della manciata di chilometri che li separavano dalla sede del giornale. Poi, grazie all’aumento del numero di coloro che erano in grado di leggere, la copertura informativa fu ampliata. E così, verso la fine degli anni ’20 del secolo scorso, a fare da corrispondente c’era Umberto Bini, un impiegato del Comune che si dedicava a coprire gli avvenimenti della città e dei comuni vicini. Bini fu impegnato con La Nazione fino alla fine degli anni ’30.

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opo di lui, a occuparsi delle notizie dall’Empolese ci fu Giuseppe Arrighi, detto Beppone, che rimase al timone fino al termine della seconda guerra mondiale. In quegli anni sul giornale c’erano anche firme di empolesi prestigiosi come Tomaso Fracassini e Vittorio Fabiani. Dopo la guerra a lavorare sulle notizie di Empoli e della zona per La Nazione, che allora aveva una pagina di cronaca, arrivò il professor Ugo Campori, poi presidente dell’Empoli calcio e per lunghi anni preside del liceo

classico cittadino. Il professore lasciò la corrispondenza de La Nazione nel 1951, quando gli subentrò Giovanni Lazzeri, studente di legge e segretario empolese della Cisl. Nel 1953 fu sostituito da Roberto Rossi.

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n quegli anni il giornale non aveva una redazione: chi lavorava al giornale aveva eletto a punto di riferimento un bar del centro, l’Excelsior di via Giuseppe del Papa, giusto di fronte alla sede del Comune. Nel 1954 a svolgere le mansioni di corrispondente arrivò Giuliano Lastraioli, studente di legge, che aprì la prima redazione del giornale, in via del Giglio nel palazzo della Banca Toscana, davanti al bar Italia, per tanti anni una vera e propria istituzione cittadina. Lastraioli, avvocato e storico di valore, ricorda ancora la lettera, custodita gelosamente nel suo archivio con la quale il giornale lo autorizzava «a ‘fermare’ l’ufficio. Il capo delle province Gastone De Anna mi dava anche la possibilità,

el 1955 Lastraioli lasciò l’incarico e al suo posto arrivò il professor Aldo Melani, docente di matematica, il giornalista più longevo nell’incarico di corrispondente, visto che rimase alla scrivania di via del Giglio fino a metà degli anni ’80. Melani, cronista attento, era famoso per la sigaretta, rigorosamente una Nazionale, che gli penzolava perennemente dal labbro. Fu lui che si trovò alla prese con il resoconto delle lotte sindacali delle lavoranti a domicilio delle confezioni empolesi, con la tragica alluvione del ’66 e con l’eccidio compiuto dal terrorista nero Mario Tuti nel 1975.

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ldo Melani, con il potenziamento della cronaca e dopo tanti anni di impegno, fu sostituito da Riccardo Fontanini che rimase alla testa della redazione per un paio di anni. Il giornale arrivò a tre pagine di cronaca, con il formato grande, quello a nove colonne. Fontanini fu sostituito da Riccardo Rossi Ferrini, noto anche per gli articoli sulla Formula 1 di automobilismo.

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ntanto la redazione si era trasferita negli ampi spazi della sede attuale, quella di piazza Don Minzoni 8. All’inizio degli anni ’90 Ferrini fu sostituito da Antonio Bassi, già suo vice, alla guida della redazione fino alla fine del 2005. Poi è stata la volta di Stefano Vetusti che è stato alla testa della redazione empolese fino a metà del 2007. A giugno di quell’anno al suo posto è arrivato Alberto Andreotti.

Nel tondo: Il capopagina di oggi Alberto Andreotti (a sinistra) con Sara Bessi, Sandro Fornaciari e Bruno Berti.


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Le edizioni locali

De Anna: Così nacquero le redazioni di provincia Il “fuori sacco” e i megafoni che annunciavano il ritorno in edicola del nostro giornale I “pionieri” di una grande avventura nel racconto di colui che seppe trovarli e organizzarli

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egli anni Quaranta la redazione delle province era formata da quattro redattori sotto la guida di Giuseppe Cartoni il cui figlio, Mario, sarebbe poi diventato un noto cronista giudiziario. Fra questi era Nicola Della Santa, almeno finché non fu richiamato sotto le armi. Fu allora che entrò in scena un personaggio destinato a organizzare le redazioni provinciali così come sono ancor oggi, sia pure con ben altra consistenza di pagine e di giornalisti. Si trattava di Gastone De Anna, figura mitica del giornale, al quale si deve – assieme a Giordano Goggioli, ad Alberto Marcolin, e ai grandi direttori Russo e Mattei – il rilancio del dopoguerra che permise a La Nazione di raggiungere negli anni Cinquanta le centomila copie.

Gastone de Anna (al centro della foto, in ginocchio) tra i colleghi Rosario Poma e Paolo Marchi. Alle loro spalle circondano Wanda Lattes redattori e cronisti de La Nazione alla fine degli anni Sessanta.

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e Anna ha oggi novant’anni, non uno di meno. Ma anche una memoria di ferro e una lucidità invidiabile. È capace, perfino, di divertirsi a raccontare quegli anni. Ha conservato l’ironia, la capacità di narrare e fare sintesi, che ne fece un grande giornalista. Com’era il clima in redazione? “Scansonato, ironico, divertente. Ma lavoravamo tutta la notte senza pause. L’editore era Favi, l’amministratore Gazzo, era tutto un gioco di parole.” Come organizzò il lavoro? “Dove era possibile contattavo i vecchi corrispondenti e riaprivo i vecchi locali. Altrimenti cercavo edifici e uomini nuovi. Nel ’48, quando Favi morì, tutte le redazioni dei capoluoghi di provincia erano riorganizzate.” Qualche nome di allora, qualche collega? “Passaponti a Pisa, Chiantini a Siena, Coppini ad Arezzo e poi Dragoni e Piero Magi. A Spezia Reggio che poi passò il testimo-

ne al figlio, il conte Vitelleschi e poi Bassi a Perugia. E ancora Ciullini a Pistoia, Del Beccaro a Lucca, Valleroni e Pighini a Massa, Rossi a Grosseto. Mauro Mancini diresse la prima redazione di Prato. Poi divenne inviato speciale assieme a Piero Magi, e più tardi a Piero Paoli e Raffaele Giberti che ricordo con immenso affetto, veniva da Spezia. Intanto cresceva anche la redazione province a Firenze. Era tornato Della Santa, poi arrivarono Gianfranco Cicci, Nereo Liverani, Romolo De Martino, Enrico Mazzuoli, Aldo Satta, Giancarlo Domenichini, Tiberio Ottini, Giuseppe Mannelli, Luigi Scortegagna, Rossi, l’indimenticabile Piero Chirichigno, Franco Ignesti e una splendida segretaria, la signorina Giorni, che divenne un po’ l’anima di quell’ufficio. Si andò avanti così sino alla fine degli anni Sessanta quando arrivarono giovani come Enrico Maria Pini, Riccardo Berti e Maurizio Naldini. Spero di non aver dimenticato nessuno.”

Come lavoravate? “Al contrario di oggi. Tutto il materiale viaggiava col fuori sacco, e in base alle ore in cui arrivava era controllato e titolato in redazione. Fu solo con il computer che le redazioni presero a organizzare le loro pagine direttamente. L’impaginazione poi partiva dalle nove di sera con la prima edizione che veniva chiamata “Nazionale”. Poi si passava alle province più lontane come Spezia, Perugia, Grosseto, e un po’ alla volta si arrivava a impaginare Prato. Quindi, alle tre di notte veniva preparata l’ultima edizione, quella che i fiorentini trovavano in edicola al mattino. Intanto i primi corrispondenti erano diventati giornalisti professionisti, accanto a loro erano vari collaboratori, poi assunti come giornalisti anche loro, mentre la rete si infittiva fino a raggiungere anche i paesi più piccoli e sperduti.” Quando fu concluso il lavoro di organizzazione? “Praticamente mai, continua-

va giorno dopo giorno. Però, alla fine degli anni sessanta La Nazione dominava totalmente il suo territorio di diffusione, e cominciavano anche le edizioni di Sarzana con Osvaldo Ruggeri e di Pontedera con Orazio Pettinelli. Era poi arrivato dal Nuovo Corriere un ottimo amministratore, Ivo Formigli, che già aveva collaborato con Favi”.

Rimpianti? Lo rifarebbe quel lungo lavoro? “Subito. Credo di essere nato per svolgere quell’attività. Eravamo una grande squadra, un gruppo di amici che riuscivano a lavorar bene divertendosi. La redazione era sempre affollata di personaggi famosi che venivano a trovarci. Per segnalare notizie, per commentarle, semplicemente per scambiare due idee. Potevano essere attori o personaggi della televisione, atleti, uomini politici. Ci sentivamo forti, i lettori del resto, ci davano ragione.”


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Mario Tuti: il geometra di Empoli che fu tra i capi del terrorismo nero L’uccisione di due agenti, la fuga, il processo. Poi la rivolta a Porto Azzurro nel carcere degli ergastolani

Il terrorista nero lasciò che i poliziotti controllassero la sua collezione di armi, all’improvviso fece fuoco e li uccise alle spalle.

Il 24 gennaio 1975 durante un’indagine sul terrorismo nero viene emesso un mandato contro Mario Tuti, un geometra empolese fino a quel giorno considerato insospettabile. Tuti accoglie i poliziotti a casa sua, mostrando la piena disponibilità a collaborare, e lasciando che gli agenti controllino la sua collezione di armi. Ma all’improvviso estrae un’arma, spara una raffica di colpi, uccide il brigadiere Leonardo Falco e l’appuntato Giovanni Ceravolo, ferisce un terzo poliziotto. Riesce così a sfuggire, prima in Corsica quindi in Francia. Alla fine viene arrestato sulla Costa Azzurra. Al processo terrà un contegno sprezzante, salutando col braccio alzato. Diventa così un mito per i giovani terroristi neri e i neofascisti. Nell’agosto del 1987, è a capo di una rivolta nel carcere di Porto Azzurro. Per giorni, assieme ad altri ergastolani, tiene sotto tiro 25 ostaggi. Ecco come La Nazione, con un servizio dell’inviato Enzo Bucchioni, ne dava notizia il 26 agosto del 1987.

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ario Tuti e altri sette detenuti sono asserragliati dalle dieci e mezzo di ieri mattina nell’infermeria al

due ostaggi. “ ci bastano otto posti” ha gridato Mario Tuti denunciando una spaccatura tra i detenuti.

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quarto piano del penitenziario di Porto Azzurro sull’Isola d’Elba. Armati con pistole e bombe rudimentali, tengono in ostaggio venticinque persone tra le quali il direttore del carcere Cosimo Giordano e una donna, forse una vigilatrice. Assieme a Tuti ci sono Gaetano Manca, Mario Coppai, Mario Tolu, Ubaldo Rossi, Mario Marroccu, Luigi Tramontano e Roberto Masetti, gente pericolosissima, decisa a tutto, in galera fra l’altro per il sequestro di Sara Domini.

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oberto Masetti è stato uno dei più pericolosi banditi degli anni ‘70, battezzato la”Primula rossa della Toscana”. Gli otto in rivolta hanno sicuramente sparato. Gli echi dei colpi sono arrivati a più riprese all’esterno della stanza circondata da centinaia di carabinieri

e di agenti. Ci sono dei feriti? Ci sono dei morti fra gli ostaggi? Nessuno sino a tarda notte era in grado di dirlo. La tensione era altissima ed ha raggiunto l’apice quando uno degli agenti carcerari nelle mani dei rivoltosi, Andrea Miliani di 21 anni, è stato legato alle sbarre della cella e lasciato penzolare. A tarda notte gli ostaggi legati sono diventati due, il secondo sembra sia lo steso direttore del carcere.

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l sostituto procuratore della repubblica di Livorno, dottor Antonio Cindolo, che tiene i contatti con Tuti, ha cercato di prendere tempo nel tentativo di far slittare i numerosi ultimatum. Gli otto hanno richiesto prima un’auto blindata, poi una motovedetta e infine un elicottero sul quale dovrebbero prendere posto sei rivoltosi e

a rivolta è iniziata poco dopo le dieci e mezzo. Ieri era una giornata speciale nel carcere di Porto Azzurro. C’era l’udienza. Un via vai. I detenuti dalle nove alle undici sono andati nel cortile, nel campo sportivo. Alcuni hanno chiesto la visita in infermeria, il colloquio con la psicologa. Mario Tuti e Mario Marroccu approfittando della situazione particolare, secondo una ricostruzione frammentaria, mentre erano in infermeria avrebbero tirato fuori due pistole prese chissà come e chissà dove, bloccando tutti i presenti. Proprio Mario Tutti, a Porto Azzurro da appena un mese, si sarebbe incaricato di catturare personalmente il direttore. Un’altra versione parla invece di un altro stratagemma più ingegnoso. I detenuti avrebbero simulato la cattura di un loro collega armato di pistola nel cortile attirando l’attenzione di numerose guardie. A quel punto, in una grande confusione, sarebbero saltati fuori Mario Tuti e Mario Marroccu a loro volta armati che avrebbero bloccato e chiuso in infermeria tutti quanti.

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a Empoli si è fatta viva con una dichiarazione la madre di Tuti: “Non posso raggiungerlo perchè sono anziana, ma se potessi parlargli gli direi di arrendersi.”

Così, nel gennaio del 1975, in prima pagina, La Nazione dava notizia della rivolta nel carcere di Porto Azzurro guidata da Mario Tuti.


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Fu così che grazie ai gelati il boom economico passò da Empoli La storia di Renzo Bagnoli, da contadino a vetraio, a capitano d’industria La sua presenza nel ciclismo e ancor più nell’Empoli calcio

A Renzo Bagnoli fu uno dei capitani d’industria che permisero il boom economico degli anni Sessanta. Non per questo tradì mai la sua Empoli e le sue modeste abitudini di vita.

fare la storia economica di Empoli sono alcuni capitani d’industria che, senza perdere il rapporto con la città, l’hanno resa famosa in tutta Italia e nel mondo. Fra questi, il primo, è senz’altro Renzo Bagnoli, fondatore della Sammontana, la cui famiglia continua a gestire la grande azienda di gelati. Era nato nel 1923 a Marcignana, dove il padre Romeo aveva della terra. Studiavano in pochi nel primo Novecento, specie se provenienti da famiglie modeste, ma il giovane Enzo prese con facilità il diploma delle elementari e poi continuò a leggere e studiare per proprio conto, cosa che fece per tutta la vita. Il suo primo lavoro fu nelle vetrerie, ma quando il padre comprò il fondo di una latteria in via del Giglio, Renzo Bagnoli sembrò scoprire la sua “vocazione”. Il padre la pagò a forza di cambiali e Renzo, tornato dal fronte, si mise a lavorarci di buona lena, ben presto imponendosi per la qualità dei suoi gelati.

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resceva Empoli, cresceva l’economia nazionale, cresceva la gelateria che i Bagnoli avevano chiamato Sammontana, dove lavoravano Renzo e i suoi fratelli. Ma il latte non era molto, ancora circolava in Italia quello in polvere, portato fin qui dagli americani. Renzo Bagnoli riuscì a trovarlo nelle fattorie vicine e la qualità del suo gelato non ebbe concorrenti. Ben presto la fama del gelato del Bagnoli superò i confini comunali, poi quelli regionali, tanto che nel ’58 fu iniziata la costruzione dello stabilimento industriale. E dunque, Renzo Bagnoli fu uno dei protagonisti di quel boom economico che permise all’Italia, primi anni Sessanta, di dimenticare le difficoltà della guerra. A rendere possibile il passaggio da una realtà artigianale a quella indu-

striale era stato l’occasione di acquistare a basso prezzo, dagli americani, macchine in grado di produrre artificialmente il freddo.

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cco, c’era di che sentirsi soddisfatto, di limitarsi a lavorare e guadagnare. Ma Renzo Bagnoli seppe fare anche i salti successivi, tanto che la Sammontana diventava nel 1973 una società per azioni, poi si apriva alla lavorazione dei semicongelati, e un po’ alla volta diventava – com’è oggi – una delle principali aziende alimentari italiane.

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l segreto? Finchè è vissuto, Bagnoli non ha mai perso di vista le sue origini modeste. E dunque nei suoi rapporti con i dipendenti è sempre stato amichevole, cercando di far star bene tutti, perché le cose se andavano bene a lui andavano bene anche per gli operai.

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a finchè non è deceduto, pochi anni fa, Bagnoli ha conservato un rapporto strettissimo anche con la città dove era nato e dove faceva impresa. Industriale di fama, non per questo rinunciava alla sua presenza alla Misericordia, aiutava in varie forme le cause che considerava giuste, era presente nel mondo dello sport. Inizialmente, infatti, fu il “patron” di una squadra ciclistica che gli dette non poche soddisfazioni, fino a vincere un campionato del mondo. Ma si dedicò anche al calcio, prendendo l’Empoli dai campionati minori e seguendolo sempre – qualunque fosse la carica che di volta in volta ricopriva – fino ai giorni della serie A. In pratica se Empoli ha una squadra di calcio che compete alla pari con quelle di grandi città di tutta Italia, lo si deve alla sua forza societaria, una società che Bagnoli volle, fin dall’inizio,

organizzata come le migliori , tanto da trasformarla in società per azioni quando ancora nel calcio tutto funzionava con uno o più padroni che potevano fare e disfare a piacimento.

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ggi Sammontana copre il 14 per cento del mercato italiano di gelati. E tutta Empoli è giustamente orgogliosa di quello stabilimento che accoglie chi arriva da Firenze. Non a caso, quando Renzo Bagnoli morì, la città intera partecipò alle esequie.


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Lorenzi, Pandolfini, Spalletti: qui il calcio ha una storia antica La nostra squadra ha sempre prodotto giocatori illustri Quella volta che fu raggiunta la qualificazione per l’Uefa

Nella foto: giocatori dell’Empoli nel ritiro di San Baronto. Da sinistra Buda, il nostro giornalista Lastraioli, Nardi, Puccetti con il cane mascotte e Bernard. Nel tondo: Il capitano dell’Empoli Puccetti con il giornalista de La Nazione Giuliano Lastraioli (a destra)

di Carlo Salvadori

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d agosto saranno 89. L’Empoli Foot Ball Club nacque, infatti, nell’estate 1920. Partecipò al primo campionato Figc nel 1921/22 in Terza categoria toscana girone A, giungendo secondo dietro ai fiorentini dell’Esperia Excelsior. L’esordio fu trionfale: 4-1 sul campo della Virtus Firenze, doppietta di Tuti e reti di Bandini e Rigoli, col pisano Marzino Merlini allenatore-giocatore e Parigi Innocenti presidente. Il cannoniere Tullio Tuti alternava il ruolo d’attaccante a quello di portiere. Durante il periodo pionieristico, in cui il miglior risultato fu il 6° posto in serie C nel ‘38/’39, la squadra era comunque formata soprattutto da calciatori di Empoli e dintorni, tra i quali Carlo Castellani, nato a Fibbiana di Montelupo nel 1909, e a cui è intitolato lo stadio. Goleador principe del club azzurro con 61 reti in 9 stagioni, morì nel campo di sterminio di Mauthausen nel 1944. Un salto di qualità avvenne nell’imme-

diato Dopoguerra, quando l’Empoli disputò quattro stagioni consecutive in serie B, dove era stata ammessa in virtù del 3° posto ottenuto nel ‘45/‘46 nel torneo di serie C Lega CentroSud girone A. La prima gara fu però negativa: 0-1 in casa con la Pro Gorizia. Quella formazione azzurra includeva Benito ‘Veleno’ Lorenzi ed Egisto Pandolfini, che la trascinarono al 3° posto. L’attaccante di Borgo a Buggiano siglò 15 reti e, alla fine della stagione, passò all’Inter dove rimase 11 campionati per concludere la carriera nel ‘58/‘59 con l’Alessandria a fianco di Gianni Rivera. Invece, il centrocampista di Lastra a Signa, arrivato l’anno precedente dalla Fiorentina, segnò 12 gol e quindi militò per 11 stagioni in ‘A’, di cui quattro in viola.

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ntrambi hanno collezionato diverse presenze in Nazionale: Lorenzi è stato il primo a vestire sia la maglia azzurra dell’Empoli sia quella dell’Italia, nel successo per 3-1 nel ‘49 a Madrid con la Spagna

in cui ‘Veleno’ sbloccò il punteggio. Anche Pandolfini festeggiò l’esordio con la rete del definitivo 2-0 al Paraguay, a San Paolo, nel Mondiale brasiliano del ‘50.

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imanendo in ambito internazionale, citazione d’obbligo per l’argentino Juan Calichio, idolo delle ragazze empolesi dal campionato ‘48/‘49 in ‘B’ a quello ‘50/‘51 in ‘C’ . L’attaccante di Buenos Aires fu prelevato dalla Sampdoria e, in tre stagioni, firmò 30 gol. Frattanto, Silvano Bini aveva cominciato i suoi quasi 50 anni di ‘regno’. Nonostante il rischio corso nel ‘59/‘60 di retrocedere dalla serie D nei tornei minori, scongiurato agli spareggi con Carrarese e Rieti, l’Empoli partecipò poi a 20 campionati in ‘C’, prima di tornare in ‘B’ nel ‘82/‘83, dopo 33 stagioni, guidato da Giampietro Vitali. Inizia così la favola azzurra e la storia diventa cronaca. Il sogno della serie ‘A’ materializzatosi nel ‘85/‘86, con Gaetano Salvemini in panchina, grazie pure

alle penalizzazioni di Vicenza e Triestina. La salvezza, a cui tuttavia seguirono due retrocessioni di fila.

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l ritorno in Paradiso nel ‘97/‘98, nel triennio d’oro – dalla C1 con vittoria della Coppa Italia di categoria alla serie ‘A’ – di mister Luciano Spalletti, lanciato dal presidenteamico Fabrizio Corsi. Scivolati fra i cadetti, gli azzurri vennero risollevati da Silvio Baldini; quindi la ‘A’ anche con Mario Somma e con Gigi Cagni che, col 7° posto e il record di 54 punti, ha conquistato la qualificazione in Coppa Uefa, sfumata al primo turno contro lo Zurigo. Nuova discesa in Purgatorio e, oggi, la speranza di riveder le stelle solo attraverso i play-off.


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La Nazione 150 anni Empoli  
La Nazione 150 anni Empoli  

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