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ZAD E QUI

RIVISTA DI APPROFONDIMENTO E PERIFERIA CULTURALE 1


«La terra, sotto i miei piedi, non è altro che un immenso giornale spiegato. A volte passa una fotografia, è una curiosità qualunque e dai fiori nasce uniformemente il profumo, il buon profumo dell’inchiostro di stampa». - André Breton, Poisson soluble, 1924

Assemblea di Redazione Francesco Ciarapica, Guido Cipolletta, Michele Lanzini, Michele Parri, Marco Sartucci, Giulio Spargi, Michela Ceravolo, Innocenzo Pighini Progetto grafico e di rete Claudio Chimenti, Michele Marseglia Copy Editing Andrea Cavarretta, Gabriele Palmucci Amministrazione / Diffusione Gabriele De Stefano Collaboratori John Jordan, Mirko Tondi, Enrico Bonini, Michele Guerrini, Lorenzo Brogi, Lorenzo Donvito, Francesco Scamporrino, Caterina Borgogni, Roberto Ciarapica, Chiara Di Vivona, Maurizio Ciarapica, Margherita Chietti, Dario Dabbicco, Andrea Cipollini Editore MNTWK Associazione di promozione sociale Via Circondaria Sud 12 - 58100 - Grosseto (Gr) Tel. 3405281379 - Email mntwk.ass@gmail.com IBAN C.P. : IT-64 0-O7601-14300001009205855 Cod.Fisc. : 92065830538 - P. IVA : 01446600536

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Redazione : rivista.kansassìti@inventati.org Testata in attesa di registrazione presso il Tribunale di Grosseto Numero prodromo Chiuso in redazione il 4 Marzo 2013 Stampato da Press Up s.r.l. 2


Sopravvivere (contenti) al Languore Era appena iniziato l’ultimo inverno, Kim Dotcom ricompariva nei monitor in tutta la sua ridondante, molle, spaventosa tenerezza, il Papa stava ancora molto bene, noi un po’ meno. Le cose poi si sono complicate, enormemente complicate. Il languore di Grosseto, come Kansas City, un tormentone. E noi in questo deserto a correre come un nugolo di vespe dove o diventi ectoplasma o fai resistenza. Lo spazio vuoto inteso dunque non come rassegnazione, ma come contenitore, grado zero da riempire. “Il Lavoro Culturale” e la lezione di Luciano Bianciardi in una società dove non c’è sopravvivenza senza conformismo e si rinuncia in partenza a capire profondamente le cose o a tentare di cambiarle. Quando si arriva a giudicare la validità di un argomento non di per sé, ma per i modi e le pose di chi la espone, le parole sono più che mai pericolose, specialmente quando si cerca di fare informazione o si parla di cultura. Per questo facciamo una fanzine una rivista, sarà quel che sarà e con una buona dose di pazienza e lavoro riusciremo a tenere la rotta anche in quei luoghi fatti di bite. La carta ci piace molto ma vogliamo farci contaminare anche dalla rete e da questa prendere quello che vogliamo. Spazi virtuali e mansarde ingombre di scatoloni; averne una come base, tutto in un contesto cittadino che non è proprio effervescente. Difficoltà superabili per carità, e poi questa imperizia, l’imperizia di chi come noi inizia da zero è veramente una buona cosa. Imperizia non significa improvvisazione, significa non sapere ancora fare, ma se non cominci mai quando imparerai a farlo? La risposta forse non esiste quindi, chiudendo gli occhi e tuffandoci nel buio, vogliamo provarci. Scrivendo in primis. Ma anche ascoltando, vedendo, vivendo la cultura, l’arte e l’attualità, sempre con gli occhi oltre la siepe per vedere cosa succede. Partendo da ciò che c’è intorno a noi, dalla nostra lacunosa palustre provincia, per arrivare lontano (quanto onestamente non lo sappiamo neanche noi). Utilizzeremo tutte le forme comunicative possibili, canali, mezzi e luoghi dove spacciare contenuti che non troviamo altrove e che vorremmo leggere. Saremo un contenitore attivo e la periferia culturale in cui ci aggiriamo da quasi trent’anni è un buon punto da dove partire. Così impariamo un mestiere, quello di vivere insieme e quello di scrivere, buone abitudini come quella di organizzare assemblee e poi raccogliere idee, approfondirle ed elaborarle, fare editing ed impaginare, pensare alla diffusione, alle alleanze. Questo è un esperimento, il risultato di un lavoro culturale, certamente non neutrale. Il risultato di un lavoro, culturale forse, certamente non neutrale. Una testimonianza diretta e le foto della più grande occupazione post-capitalista europea. Le immagini della devastazione lasciata dall’incendio dello scorso Agosto nella pineta maremmana, raccontate attraverso i ricordi, di chi quei luoghi li ha vissuti. Una sezione dedicata alla musica ed a quelle arti che non abbiamo; l’arte di strada, in quegli spazi urbani di cui la città a un tempo si vergogna e ad un altro si vanta. E poi la storia delle carceri, anticipazione ragionata ad una rubrica che ci consentirà di attivare un filo diretto con il mondo dei detenuti. Questo progetto riflette la pluralità di esperienze personali e collettive che abbiamo cercato di raccontare. Non è un lavoro pensato per il pubblico, nel senso che non si pone come risultato l’attenzione dei lettori fine a se stessa. E’ piuttosto la replica esulcerata ad un bisogno di universalità che sia però partecipata. Redazione Kansassìti

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JJ Pubblichiamo qui il lungo resoconto delle giornate bretoni di festa e di guerra nella Zad, Zone A Défendre, la più grande occupazione post-capitalista in corso in Europa. Scrivere e far parlare di una occupazione nel remoto angolo occidentale di questo continente potrà sembrare bizzarro e forse fuori contesto. Crediamo che non sia vero. Crediamo che ogni lotta presenti caratteri di unicità ma non di irripetibilità. Crediamo che raccontare un’esperienza simile aiuti anche le comunità peninsulari a comprendere che esistono alternative e che la resistenza all’arroganza ed alla stupidità è ancora possibile, ancora necessaria. Ai movimenti già in lotta, dalle valli piemontesi, passando dai faggeti dell’Amiata, fino ai campi siciliani. A Pan e John di Lab-of-ii per la determinazione, per questa loro bellissima testimonianza, per le foto e per il sangue freddo nella tempesta. Buona lettura. 4


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PROLOGO Ottobre - Novembre 2012 «Noi non vogliamo occupare il territorio, noi vogliamo essere il territorio.» -The Invisible Committee, The Coming Insurrection

Chris si appoggia in avanti, le sue lunghe dita giocano con l’autoradio - “sto cercando 107.7 FM”. Zapping radiofonico, frammenti di pop da classifica e musica classica. “Ah! Ecco ci siamo! Credo di averla trovata!” L’intonazione di un jingle plastificato buca le casse: “Radio Vinci Autoroute: queste sono le previsioni del tempo per la regione occidentale... - Buon viaggio a tutti. A seguire le informazioni sul traffico”, Chris sorride. Stiamo percorrendo una strada molto stretta e tortuosa, delimitata da spesse siepi scure. Come un fantasma, un gufo ci taglia la via davanti. Ora ci addentriamo in una valle, la vegetazione è molto fitta, il segnale radio comincia a crepitare. La voce di una donna si spezza, si ricompone poi cade nel nulla, le parole vanno e vengono fino a che un altro tipo di suono ondeggia nell’aria. Risaliamo dai boschi e ci fermiamo in un plateau. Il segnale disturbato si fa sempre più chiaro. Per un momento due differenti voci si mischiano – il pulito, perfetto e prevedibile suono di Radio Vinci combatte con qualcosa di molto più vivo, più rabbioso – una frequenza elettrica nuova e nervosa. “La polizia ha lasciato la Zona per la notte… Liberazione! Ora, coraggio!”. C’è un momento di silenzio, sentiamo dei respiri, poi un grido nel microfono: “Questa è Radio Klaxon... Klac! Klac! Klac!” Sentiamo la sua emozione vibrare tra le onde radiofoniche. “Sono le 9 e 35” . Ridendo mette su un disco. Chitarre flamenco risuonano nell’auto. Siamo entrati nella Zad (Zone A Défendre) – occupazione rurale sul limite orientale della Bretagna, un’ora e mezzo di macchina dalla città di Nantes. Una costellazione ribelle diffusa su 4000 acri (161 ettari, n.d.t.) di foresta, campi arati e zone umide. Vecchie fattorie e case di paglia, teatri e bar su pavimenti ricavati sopra pallet industriali, sono costruzioni da fiaba nera, alloggi fatti con gli scarti del mondo, rifugi arroccati spaventosamente in alto sugli alberi e ancora una moltitudine di altre disobbedienti, strambe, concrete fantasie architettoniche. Fin dal French Climate Camp del 2009, la Zad è stata un laboratorio di “vita nonostante il capitalismo”. In quell’occasione attivisti e gente del luogo si sono riuniti per difendere la causa chiamando a raccolta molte altre persone. Ora potete trovare pascoli illegali di capre e panetterie biologiche, ciclofficine e arnie, fattorie e cucine comuni, un piccolo birrificio, una biblioteca itinerante e Radio Klaxon; da un qualche luogo all’interno della Zona la stazione pirata trasmette occupando le frequenze di Radio Vinci Autoroute, il canale ufficiale di informazione sul traffico, gestita da Vinci per il suo network privato di autostrade francesi. La più grande multinazionale mondiale di infrastrutture, costruttrice di centrali nucleari, miniere di uranio in Africa, oleodotti, autostrade, parcheggi, utili ammennicoli dell’iper-capitalismo. Vinci ha ricevuto dal governo francese la commissione per coprire di cemento questo paesaggio entro il 2017 con il progetto di aprire un nuovo aeroporto per la città di Nantes, che uno ne ha già. Questo, almeno, era il loro piano. 6

L’ironia di questa terra, un mosaico di campi circondati da siepi, è che diversamente dal resto del territorio francese, è riuscita a sfuggire al processo di semplificante omologazione seguito alla meccanizzazione agricola degli anni sessanta che di fatto ha annientato l’antica trama, fino alla sua mineralizzazione industriale. Se infatti i vecchi progetti dell’aeroporto, originariamente pensato per ospitare il mitologico Concorde, fossero stati realizzati, questa terra sarebbe stata asfaltata già dal 1985, ma fortunatamente il progetto fu abbandonato, salvando così il disegno dei campi e delle siepi insieme ai vecchi cartelli di protesta “NON A L’AEROPORT” ormai scoloriti post dai contadini bretoni lungo ogni strada 40 anni fa. La nostra macchina si ferma alla “Vache Rit” (la Vacca che Ride, n.d.t.), quartier generale temporaneo ospitato in un enorme fienile appartenente ad uno dei tanti che qui si sono rifiutati di vendere la loro terra allo stato. Sulla facciata un murale mostra un grande aeroplano di paglia ed un contadino arrabbiato armato di forcone che grida “tu non ci conquisterai!” All’interno del fienile troviamo un centinaio di persone, molte hanno i capelli bianchi, tanti coltivatori in stivali fangosi ed una spruzzata di hippy, gente con felpe nere ed una manciata di cani. Si sta cucinando del cibo e le persone qui vagano all’interno del più grande “free-shop” (uno spazio liberato dallo scambio monetario) che abbia mai visto. Lunghi tavoli si piegano sotto il peso di mucchi di vestiti, tutto è contrassegnato e disposto ordinatamente: pantaloni, camicie, impermeabili, scarponi e addirittura una scatola di calze sporche sotto una di calze pulite ed asciugate. La gente di Notre dames des Landes lava i calzini regolarmente. Sopra un altro tavolo ci sono montagne di medicinali, mentre la cucina è piena di generi alimentari, pasta per lo più. Nell’ultima settimana, da quando gli sfratti sono cominciati, dai quattro angoli di Francia è arrivato ogni genere di materiale. Il 16 Ottobre 2000 agenti anti-sommossa hanno invaso la Zad. Quella che è stata per tre lunghi anni una zona liberata dalla stato e dalla sua oppressione è stata trasformata nel giro di poche ore nell’ennesimo “settore” militarizzato. Blocchi stradali hanno sigillato l’area mentre la Guard Mobiles (gendarmeria motorizzata, n.d.t.) sciamava al suo interno insieme ai bulldozer che facevano il resto. Nonostante la resistenza degli Zadisti in due giorni lo stato ha letteralmente distrutto 9 delle 12 strutture occupate. In un solo giorno più di 250 lacrimogeni sono stati lanciati contro il mercato, apparentemente con lo scopo di contaminare il cibo che qui ha sfamato ogni settimana più di 100 Zadisti. Tagliare i rifornimenti, come in guerra. Nello stesso pomeriggio i camion scortati da decine di cellulari hanno portato via ogni segno della distruzione grumo di macerie, frammento di mobilia, coccio, gioco - ogni cosa - nulla poteva rimanere se non il fango e le tracce dei cingoli su di esso. Questo atto di eliminazione fisica era non solo rivolto ad impedire che dalle rovine potesse rinascere qualcosa di nuovo, ma, molto più importante, cancellare ogni traccia di questa storia. Le rovine trattengono la memoria e la memoria alimenta la lotta. “Il Movimento è finito…” sentenzia il rappresentante locale del Ministro degli Interni Patrick Lapouze dichiarando alla stampa “…per due anni è stata una zona senza leggi. Non posso neanche entrarvi senza la scorta, senza che i sassi piovano sulla mia macchina”. Molto più vicino ad uno sceriffo del far west che ad un “civil servant” (in loden magari, n.d.t.) del terzo millennio, continua così: “Siamo


decisi a non farli rientrare…e 150 di loro, asserragliati nel fienile, non dureranno molto!” Conclude alzando la posta in gioco: “Se la Republique non è in grado di riprendersi questa area, dobbiamo essere tutti molto preoccupati per la Republique.” Mentre queste parole escono dalla sua bocca le immagini di una anziana che raccoglie i proiettili dei lacrimogeni tra le verdure del mercato, quelle di antiche fattorie buttate giù dalle ruspe mentre i contadini vengono spinti lontano dagli agenti anti-sommossa, iniziano a circolare in tutto il paese. Il progetto aeroportuale è l’eredità del ex sindaco della città di Nantes, ora Primo Ministro - Jean Marc Ayrault. Soprannominato “L’Ayraultporc” (un brillante gioco di parole che unisce le parole aeroporto e maiale) le sue valutazioni, prima che tutto questo avesse inizio, avevano già toccato il fondo, ma ora con il proseguimento delle sue visioni megalomani, potrebbero essere diventate controproducenti. Ayrault ha promosso questo progetto definendolo “verde”. Sulla carta le coperture saranno tetti erbosi, le due piste disegnate per minimizzare le operazioni di “taxiing” degli aeromobili riducendo così le emissioni di CO2 ed una mensa con prodotti locali organici(io metterei biologici) sfamerà i dipendenti. Questo 2013 Nantes festeggerà il suo ultimo riconoscimento: European Green City dell’anno. Decisamente bizzarro. Secondo un recente studio cento milioni di persone moriranno nei prossimi 18 anni per cause connesse al clima, l’80% di queste in paesi con basse emissioni. La catastrofe climatica non soltanto minaccia i nostri ecosistemi e le specie con cui condividiamo la biosfera, ma è anche una guerra ai poveri. Una guerra le cui armi sono forgiate nell’acciaio e nel cemento, nell’asfalto e nella plastica; una guerra in cui la bomba ad orologeria del metano è nascosta sotto l’Artico. Portato avanti dalla logica della crescita e mascherato

nella normalità dal capitalismo, il cambiamento climatico è la guerra che potrebbe eliminare ogni altra guerra ed insieme ad essa, ogni vita. Chiamare un aeroporto “verde” è cinico come definire un campo di concentramento umano. Forse nel futuro, se siamo abbastanza fortunati da averne uno, i nostri discendenti contempleranno le rovine degli aeroporti come noi facciamo con i mercati di schiavi del 18°secolo, meravigliandosi di come una cultura possa avere generato una tale barbarie. Mi sono addormentato in un luogo chiamato Les Cent Chenes (le Cento Quercie, n.d.t.). Per tre anni donne e uomini dei movimenti post-capitalistici di tutta Europa si sono fatti strada fino a qui per costruire insieme una alternativa e posare una nuova geografia sopra la cartografia capitalista. Esiste una divertente collezione di luoghi, una neo toponomastica ribelle: La Bellishrut, Pinky, La Saulce, Phar Wetz, No Name, La Cabane des Filles (La Capanna delle Ragazze, n.d.t.) ed il mitico Le Sabot (Lo Zoccolo), in riferimento alla vita contadina così come al fatto che è la radice della parola Sabotage, letteralmente lanciare lo zoccolo, lanciarlo negli ingranaggi della macchina. Sono così isolato - i sogni, cani della polizia che divorano gatti randagi - che non so nemmeno che l’uragano Sandy ha appena colpito Haiti e si sta dirigendo verso New York. L’ultima volta che sono stato qui, questa bellissima casa di paglia auto-costruita era un efficiente panificio per Zadisti e non, oltre ad un rigoglioso giardino permaculturale. Rischiando l’espulsione il fornaio ha visto bene di spostare il forno verso un luogo più sicuro (e legale, n.d.t) ma sempre vicino alla Zona. Gli altri abitanti, compresa Katell che insegna in una scuola elementare qui vicino, hanno trasferito tutto ciò che era importante verso una casa più sicura. Ora, Les Cent Chenes sono solo un luogo fantasma, un luogo di resistenza, un 7


dormitorio dove centinaia di attivisti hanno messo i loro corpi in modo da fermare lo sgombero. Dormiamo qui in modo da rimanere vicini a Le Sabot, con la polizia intorno. Le Sabot ora contaminata dai gas lacrimogeni, è il mercato. È nato nella primavera del 2011 quando più di un migliaio di persone armate di vanghe e semi e coordinate dal movimento internazionale di giovani coltivatori Reclaim The Fields, hanno occupato un paio di ettari proprio al centro della Zona, trasformandoli nel giro di poche ore in una funzionante azienda agricola. Ricoveri, serre, docce solari ed ora uno sgangherato attico in cima al tetto da utilizzare in caso di assedio. Ho passato tutto il giorno con Ishmel, un attivista ed uno dei fondatori della French Clown Army. La Bellishrut, la sua casa, è stata bruciata la scorsa settimana. “Come fai a sorridere ancora?” chiedo mentre camminiamo attraverso la fitta rete di sentieri che si uniscono nei punti di questa costellazione ribelle. “Non mi importa dell’aspetto materiale… quando costruiamo qualcosa sappiamo che non durerà per sempre.” Alziamo barricate fino al tramonto. Ishmel, non so come, è riuscito a mettere le mani sopra le vecchie scenografie che il Teatro dell’Opera di Nantes stava buttando; sembra che l’opera in questione trattasse dell’Olocausto. I massicci pannelli di legno sono perfetti, barricate surreali. Da quando sono cominciati gli sfratti (le espulsioni, n.d.t.) l’arte di costruire barricate è diventata vitale qui. Ovunque tu vada ci sono piccole squadre impegnate nella ricerca e nel trasporto di materiale adatto all’erezione di un altro blocco. L’idea è quella di rallentare l’avanzata dell’autorità che ha definito la sua operazione “Cesar”, forse come richiamo alla resistenza del villaggio gallico di Asterix ed Obelix; ma è la stessa polizia a fermarsi, si è presa il weekend libero, sono andati in ferie e così si può procedere senza impedimenti. Alcune si alzano sulle strade principali altre su sentieri, la loro diversità riflette la pluralità di culture dentro la Zad. Le persone che abitano nei rifugi sugli alberi della Foresta di Rohanne hanno chiesto di risparmiare gli arbusti vivi, mentre in una altra parte della Zona gruppi di attivisti con motoseghe e corde li buttano giù. Ad un solo incrocio ci sono almeno venti barricate. Balle di fieno con accanto taniche di benzina pronte ad incendiarle, un muro di pannelli in sitex saldati insieme (materiale utilizzato per misure anti-squat, n.d.t.) ed un 8

altro realizzato con pali di bambù e ruote di biciclette. In mezzo a tutto questo una cucina improvvisata con un forno per la pizza realizzato con un barile. Un gruppo armato di picconi e martelli pneumatici ha lavorato tutto il giorno e la notte nell’impresa di scavare enormi fossati nella strada - in qualche caso si parla di buche larghe metri e alte quanto un uomo. Ishmel mi racconta che ieri i lavoratori della manutenzione stradale sono arrivati per riparare i guasti, almeno le trincee più piccole e quelle non circondate dalle barricate. Gli attivisti hanno parlato ai lavoratori chiedendo loro di non prestarsi al lavoro sporco della Vinci. Nonostante il capo al telefono li supplicasse di andare avanti, si sono fermati e voltati, lasciando le buche. Uno di loro, più tardi: “Quello che mi ha fatto cambiare idea? il motivo è che io sono di queste parti e (togliere le barricate e riparare la strada lasciando che la polizia potesse entrare, n.d.t.) mi sembrava un po’ come consentire che demolissero le case dei miei vicini.” Gira voce che anche alcuni ufficiali di polizia si sono rifiutati di partecipare all’operazione.


Il cielo autunnale è stellato mentre la luna piena proietta sul campo la sagoma di un’inquietante, gigantesca quercia. Trascorriamo la notte a Le Sabot, molti di noi si siedono intorno ai fuochi. Mangiamo Dauphinoise (una zuppa di patate ed aglio, n.d.t.) aggiungendoci funghi freschi. Come sempre Radio Klaxon ci fa da sfondo: “Abbiamo qualche nuova notizia: 15 furgoni della polizia sono stati avvistati sull’autostrada, sembra si dirigano in questa direzione”. Ci sono già trenta mezzi fermi nel parcheggio della discoteca qui vicino, la Disco Paradise: la sensazione è quella che stia per iniziare una nuova offensiva, probabilmente domani l’operazione “Cesar” colpirà nuovamente. Laura, la ragazza con il walky-talky, coordina le difese; prende un gessetto e sulla lavagna che fino a pochi giorni fa serviva ad annotare quando seminare e quando raccogliere, scrive arrabbiata una grande NON! (NO). Sono le 6. Camminiamo attraverso la nebbia spessa del mattino. Una figura nebulosa appare e ci sfiora mentre il resto della gente lentamente si sta muovendo verso le barricate. Ci trasciniamo dietro una piccola radio, le dita picchiettano ritmando un pezzo dei Cypress Hill che ci tiene svegli: “When the shit goes down you better be ready!” A Le Sabot è l’ora del caffè. Laura è incollata al walky-talky. Gweno si toglie la maglietta e la trasforma in un passamontagna, ma si riesce ancora a vedere i suoi occhi luminosi e sorridenti. Si arrampica sul primo sbarramento, che Ishmel ha decorato con mazzi di fiori ed un grande cartello: Zona di Lotta: qui sono le persone a comandare, il governo ad obbedire. Proviene dal movimento Zapatista del Chiapas. Molti messaggi di solidarietà sono arrivati da laggiù, gli attivisti vedono un forte legame con i compagni che dal 1994 hanno creato zone libere dal capitalismo e dallo stato nelle giungle del Messico meridionale. Mascherati come gli Zadisti, nascosti e visibili insieme - essere nessuno e tutti contemporaneamente. “Stanno arrivando!” grida Laura! La capanna si svuota tranne che per Marie: capelli bianchi nei suoi sessanta, continua a cucinare come se nulla stesse accadendo là fuori. Nella foschia il luccichio di decine di scudi. Avanzano ai margini della strada, si dirigono lenti a Le Sabot. Il tempo passa in fretta; la barricata di fieno brucia in un rogo altissimo che rompe la tenue luce dell’alba. Sentiamo il fischio dei lacrimogeni che vengono sparati, cadono, vola di tutto, verdure, vernice, pietre. Vedo Gweno correre attraverso il campo riparandosi dietro allo scudo che ha costruito: “State attenti! state passando sopra il nostro campo di barbabietole!” urla. Ad un punto non riusciamo più a capire se la nebbia che ci avvolge sia il gas dei lacrimogeni o la foschia umida che si solleva dal suolo. Ma la pelle inizia a far male, capiamo mentre Ishmel ci passa il succo di limone. L’esplosione delle granate assordanti sparate da chilometri di distanza tuona su tutta la pianura, Radio Klaxon ci avverte che la polizia ha attaccato simultaneamente noi sulla strada e la foresta, provando a buttare giù gli ultimi dagli alberi. Alla polizia ci vogliono parecchie ore per superare le barricate e prendere Le Sabot, per allora molti noi si saranno già messi in salvo, dissolti nel paesaggio. Alcuni attivisti sono saliti sul tetto, Marie continua imperterrita a cucinare; dalla mansarda sgangherata una donna urla ”Non vi libererete mai di noi!”, un foulard rosa sulla bocca non ferma le parole “torneremo e pianteremo altri semi!”. Il suono della samba è appena udibile in lontananza. Lo seguiamo cercando di trovare il ritmo, attraversando i

campi ed oltrepassando i fossi evitando di farci prendere dalla polizia. Siamo in un campo di pannocchie. La visione di trattori e di una grande mietitrice a lavoro a poche centinaia di metri dalle barricate, dai proiettili di gomma, dal conflitto, sembra un’immagine incongruente; poi ci accorgiamo che è Sylvain Fresneau a guidare la mietitrebbia. Fresneau è uno dei cento coltivatori che stanno per essere espropriati della terra, si è rifiutato di cedere allo stato. Al lato del campo, sulla strada, una fila di trattori sotto la bandiera del sindacato indipendente dei contadini fronteggia la linea di agenti anti-sommossa: volevano raggiungere Le Sabot come atto di solidarietà, ma sono stati bloccati qui. Sono però riusciuti a permettere a Sylvain di non buttare il raccolto; il semplice lavoro di ogni giorno diventa in queste condizioni un atto di resistenza. Finalmente raggiungiamo i samba-attivisti. Hanno marciato, strumenti in pugno, nei campi che circondano la Zona, visto i bulldozer eliminare ogni maceria e barricata, relitti della rivolta. Li seguiamo dentro la foresta, sotto le case sugli alberi. Dalla piattaforma a diversi metri di altezza si cala Natasha, imbracata ed assicurata, una fortissima scalatrice. A terra qualcuno ha appena raccolto un fungo e chiede a quale specie appartenga. Natasha, che è anche una dottoressa in botanica, lo identifica in un secondo: “è una Russule (una Rossella, n.d.t.) - super saporita!” esclama mentre una mano alla volta abbraccia l’albero per risalire. Più di chiunque altro qui sa quanto i diversi ecosistemi siano una rete di relazioni complementari, vitali ed in movimento. Natasha comprende l’unità nella diversità che arricchisce questa ragnatela di vita nella foresta ed è letteralmente terrorizzata dal vuoto culturale che sembra così desideroso di annientarla. Una cultura che non ha capito, che ha rubato il proprio futuro per pagarsi il presente. Inizialmente il governo aveva in progetto di “ripulire” la Zad entro Novembre 2012, in modo da far iniziare le osservazioni archeologiche e di fattibilità ambientale. La legge protegge le zone umide chiedendo a chi interviene di ripristinare altrove “ri-naturalizzando” con una superficie doppia di quella distrutta. Vinci sta però cercando di aggirare queste direttive ed il verdetto giungerà a fine mese: è la logica perversa del capitalismo, pensare di poter scambiare un ecosistema per un altro. Un mercato dove tutto, anche la natura, diventa commodity - una logica estranea dalla realtà. Sono gli ultimi colpi di una società che annaspa e che ha dimenticato che questo mondo è basato sulle relazioni e non sulle cose. Distruggere le case, gli orti, gli spazi dove crescere resistendo allo stato per demoralizzare il movimento. Ecco l’intento. Pensavano che con i tetti potessero cadere anche le loro motivazioni. Ma è successo l’opposto. Sara, che è rimasta qui nelle ultime settimane, “la nostra casa è la terra, non i mattoni, sono le persone che hanno condiviso con noi la lotta”. Non è solo una questione di una amicizia nata sulle barricate, forzata dagli eventi, ma è il potente collegamento che si è stabilito, condiviso dentro e fuori il movimento tra zadisti e agricoltori, studenti ed anziani. “Ci sono stati momenti in cui tutto è sembrato vacillare, divergenze anche molto forti” riprende Sara, che continua “esistono grandi differenze ideologiche tra di noi, squatter, occupanti ed i contadini, i residenti del A-CIPA (il Comitato locale contro l’aeroporto, n.d.t.), ma da quando sono iniziati gli sgomberi, gli sfratti, è emersa la solidarietà, una vicinanza di orizzonte, una cosa che 9


poteva apparire impossibile ma che è qui, ora”. Gli attivisti di A-CIPA hanno aperto il loro fienile a chiunque arrivasse nella Zona, i contadini si sono messi a fare da scudo ai ragazzi nel bosco, hanno prestato gli attrezzi ed aiutato nella costruzione delle barricate. Il governo francese ed i media allora hanno risposto cercando di spezzare il legame e minare questa solidarietà nella lotta etichettando gli squatter come politici, “Ultragauche”, che usano i locali ignoranti contadini per i propri fini. Una guerra lessicale. Un termine leggendario, inventato da un classe politica nevrotica: les Ultragauche, è stato usato per criminalizzare ogni movimento anti-capitalista ed anti-autoritario gettandovi sopra l’ombra del terrorismo e chiunque altro fosse stato contagiato dalla misteriosa “setta insurrezionalista” autrice di “The Coming Insurrection”, libro nero messo all’indice da Glen Beck, anchor-man televisivo della destra americana. La parola usata come una clava contro i movimenti, un arma per dividere tra buoni e cattivi i manifestanti, schiacciandoli. Quello che il governo non può controllare è però un movimento dove agli agricoltori dei trattori, delle monocolture e dell’aratro si affiancano ai perma-agricoltori, dove vecchi sindacalisti sono seduti insieme a giovani anarchici che chiedono identità oltre il lavoro, dove comunisti libertari insegnano ad anziani cosa raccogliere dal bosco, e dove i vegani riescono a parlare con gli allevatori di bestiame. La diversità dinamica degli ecosistemi è ciò che li tiene forti, resilienti; i movimenti che trovano unità nella loro pluralità sono molto più duri da abbattere delle case e degli alberi che cercano di difendere, e questo il nuovo governo socialista lo sa bene. Sono passate tre settimane da quando sono partiti gli sgomberi. Le Sabot e Les Cent Chenes sono state rase al suolo, così come molti altri spazi. In due fattorie occupate si aspettano i fogli che formalizzino la pratica: demolizione. Intorno a Phar Wetz, la polizia abbatte le barricate, ma ogni volta che lo fa nuovi focolai rispuntano sotto la cenere - mentre scrivo, rimangono integre solo le case sugli alberi ed una grande cucina comune, ma nella Zona si sta già ricostruendo, interstizi e nuovi margini dove ricominciare. Grazie alla pressione esercitata l’estate passata dai contadini in sciopero della fame, il governo ha promesso che non darà operatività agli sfratti sui soggetti interessati fino a quando tutti i ricorsi non saranno stati vagliati. Mentre per le zone umide il giudizio arriverà entro la fine di Dicembre. In molti casi, il momento in cui arrivano le lettere di sgombero coincide con la fine, o per lo meno, con lo spegnersi del movimento. Ma qui è avvenuto l’esatto opposto. Nelle ultime tre settimane (ed oggi, ancora, n.d.t.) il dibattito si è spostato da queste terre remote al centro di controllo ed ha invaso di fatto lo scenario nazionale. Tutti quelli con i piedi nel fango, dentro il conflitto, avevano previsto una massiccia ed ostile campagna mediatica fatta di immagini di scontri, di ragazzini incappucciati intenti a lanciare molotov (tre, in tutto, n.d.a), pensavano che avrebbero giocato la carta dell’Ultragauche, in modo da alimentare il fuoco della repressione e spaventare gli attivisti meno informati. Si sbagliavano. Non è accaduto, e la solidarietà invece ha cominciato a scorrere. Sono sorti gruppi di sostegno nelle città e nei villaggi in tutta la Francia. Incontri, manifestazioni e azioni sono scoppiate da Tolosa a Strasburgo, da Bruxelles a Besançon: graffiti e striscioni sono apparsi su decine di ponti autostradali, il collettivo French Clown 10

Army, un esercito di arrabbiatissimi pagliacci, ha invaso gli uffici di Vinci mentre in migliaia hanno marciato su Rennes, Nantes e Parigi. Un camminare lento che ha mandato in tilt il già di per sé lento pendolarismo di Nantes, mentre i parcheggi gestiti dalla multinazionale venivano occupati e resi gratuiti per gli automobilisti. Gli studi di un programma radiofonico nazionale sono stati invasi affinché fosse letta una dichiarazione comune durante le trasmissioni, e poi ancora il teatro di strada fino alle finestre rotte alla sede del partito socialista. Sulle prime pagine delle edizioni locali e poi sulla stampa nazionale, tra cui Le Monde, sono cominciati ad apparire articoli sulla Zad definendola come la “nuova Larzac”. A partire dagli anni settanta Larzac, una zona rurale del sud della Francia, è stata il campo di battaglia di una lotta che ha visto contadini ed attivisti sollevarsi insieme contro l’ampliamento della base militare. Il passato che ritorna e che incoraggia tutti ad andare avanti. Larzac fu un laboratorio in cui il movimento di Larzac vinse. Nel 1981 il neo presidente eletto Francois Mitterrand cancellò il progetto. Il discorso si è allargato anche troppo. Molti ora vedono la scelta di costruire un nuovo aeroporto come l’ennesima prova del totale scollamento dalla realtà del sistema. Un obiettivo fuori dal tempo, fuori da questo tempo. Un’era diversa dove cambiamento climatico ed esaurimento del combustibile non erano considerati imminenti pericoli, un’epoca in cui l’ideologia della crescita illimitata era l’unica, potente, idea; In cui le persone parlavano ancora di crisi economica senza vedere che l’economia era la crisi. Sembra di capire che ciò che tocca le persone, e le fa avvicinare al Movimento, sia la convinzione di non poter permettere che si distrugga una speranza, un’alternativa ad un sistema antiquato e vacillante. È la determinazione dei contadini a non abbandonare i campi, rischiando tutto pur di continuare a coltivare la propria terra. Sono le vite semplici degli Zadisti, vite ancorate alla passione ed ai bisogni, capaci di farci intuire assaggi di un possibile futuro qui nel nostro impossibile presente. Tutto questo ha molto più senso di un aeroporto doppione, costruito sugli interessi e sull’ego della classe politica, su una multinazionale e i suoi profitti. Ora il discorso non è più soltanto aeroporto sì - aeroporto no, è scegliere quale futuro, da quale parte stare, come aprire nuovi spiragli a modelli diversi. Un anno fa gli Zadisti hanno lanciato con un appello pubblico una rioccupazione ed una ricostruzione da far scattare quattro settimane dopo gli sfratti anticipati. Il messaggio era stato lanciato, la data era il 17 Novembre. Tutti i giovedì seguenti a Nantes più di 150 attivisti sono stati coinvolti in assemblee in cui si pianificava il ritorno, mentre gruppi di architetti e di carpentieri erano alle prese con la progettazione e la realizzazione di una nuova casa per gli incontri. Cucine industriali riadattate alla causa sono arrivate da mezza Europa per poter soddisfare i futuri appetiti. Una casa da Dijon, 800 km di distanza, bagni, docce, 200 trattori ed una torre “speciale” da piazzare nel luogo dove dovrebbe sorgere la torre di controllo. Nessuna sa bene quante persone verranno qui il 17. Quante case, quante fattorie saranno ricostruite rimane un mistero, ma ciò che è chiaro è che il Movimento è lontano dall’essere finito, anzi per molti versi è appena iniziato.


più disordinato del rimorchio che ci precede, dove pile ordinatissime di travi e tavole, tutte numerate e contrassegnate, diventeranno un nuovo grande dormitorio, non ci si può sbagliare: è quello dei giovani architetti della Facoltà di Nantes. Il nostro contributo è un ammasso di materiali ingombranti e senza ordine e soprattutto senza una idea chiara sul cosa farci, ma tant’è: confidiamo nella fantasia collettiva che solo in occasioni simili si può manifestare. È l’occasione di una vita per chi ha sempre sognato di costruirsi un rifugio, un palazzo ribelle, una fortezza. Terra libera e centinaia di persone pronte a darti una mano. Nessuno di noi sa esattamente dove arriveremo, la destinazione è un segreto. Riusciamo però a vedere la marea montante alle nostre spalle. Radio Klaxon, ancora in onda, ha appena annunciato che i media ufficiali confermano che la presenza alla manifestazione è stata massiccia; quaranta mila persone e qualcosa come duecento trattori! Siamo tutti qui per riprenderci la terra destinata all’aeroporto ed abitarla. La scorsa notte il presidente ha interrotto, per via della protesta, la sua visita di stato in Polonia ricordando al pubblico televisivo la “forza della legge”.

INTERLUDIO

Sabato 17 Novembre, Marcia di Rioccupazione «When the shit goes down you better be ready!» -Cypress Hill Un muletto giallo apre la strada. Subito dietro un gruppo di Zadisti cammina con uno striscione: “No all’aeroporto e al suo mondo”. Seguono venti trattori. I rimorchi sono colmi di materiale per la ricostruzione: porte, finestre, pareti prefabbricate e lamiere ondulate, attrezzi e tavoli di legno - qualsiasi cosa ti venga in mente, qualunque cosa compresi i lavandini. Ci sediamo su uno di questi rimorchi, tra un box doccia ed una compostiera. Il nostro gruppo (Lab-of-ii, n.d.t.) ha deciso di unirsi alla manifestazione e di dare una mano in questa azione di rioccupazione; lo abbiamo chiamato il Black Bloc Sanitarie. Lo spazio sopra è decisamente

Quando ho letto per la prima volta il volantino che annunciava questa manifestazione ho pensato che l’azione di rioccupazione avrebbe coinvolto pochi attivisti; quelli non ancora stanchi della lotta e ancora traumatizzati dalla violenza dello sgombero. È stato invece il più grande atto di disobbedienza a cui abbia mai partecipato. Un atto di ricostruzione senza agenti in vista, senza il ronzio degli elicotteri sopra la testa. Un gruppo clandestino di coltivatori ed attivisti, moderni agrimensori, ha individuato il luogo adatto poi è stata l’assemblea a scegliere; non avremmo occupato la terra già nelle mani dei costruttori, ma lavorato insieme ai destinatari degli espropri sulle loro strisce contese. Questo ci avrebbe dato il tempo necessario impedendo nuovi colpi di mano da parte delle autorità. Il trattore ha appena lasciato la strada principale svoltando in un tratturo pieno di buche, dobbiamo essere vicini. Jules, la nostra guida, è un allevatore di pecore. Ha bevuto molto durante il viaggio e, forse anche per colpa dei continui scossoni, inizia a barcollare come del resto tutto il materiale su cui sta pericolosamente seduto. Ci fermiamo nel campo e la colonna si libera 11


invadendolo. Scarichiamo mentre al centro si innalza un enorme tendone blu da circo e un furgone lì accanto si trasforma nel sound system. Due settimane fa Jules ed io dipingevamo cartelli da piazzare sui ponti dell’autostrada annunciando la data della manifestazione. Due settimane fa sapevamo che c’era qualcosa nell’aria, che qualcosa sarebbe successo e che avrebbe cambiato la Zad ed il suo movimento, ma due settimane fa non avremmo immaginato che quel qualcosa avrebbe cambiato anche noi. Dal campo, un sentiero conduce fin dentro un giovane bosco ceduo. Ci infiliamo tra i polloni di castagno ed assistiamo ad un atto coreografico e spontaneo di generosità e di liberazione: migliaia di persone si allineano spalla a spalla fino a formare una catena lunga quasi mezzo chilometro. Squadre di attivisti scaricano dai rimorchi ogni genere di attrezzatura, mani che si stringono fino a qui dove dopo aver rimosso dal castagneto i tronchi e le radici si aprono due nuove radure. Nel giro di pochi minuti centinaia di vecchi copertoni di 12

automobili sono riempiti di terra proveniente dagli scassi, le grandi pareti prefabbricate arrivate fin qui non si sa come sono già state innalzate e posizionate. La gente sembra proprio che allaghi i due nuovi cantieri; alcuni brandiscono sicuri gli attrezzi mentre altri sembrano inebetiti da questa marea di solidarietà. Frank, il coordinatore della nostra squadra, con il fango quasi alle ginocchia ed i disegni, sghembi, stretti tra le mani, sembra anche lui sbalordito e rimane per qualche secondo senza parole mentre i trecento pallet vengono passati di mano in mano da quel lungo serpente di persone che arriva fin qui dentro il bosco. Mi giro un attimo verso Lucille per chiedergli dove posizionare un improbabile boiler auto-costruito quando dietro di me viene eretta un’altra struttura. Nel caos in cui ci troviamo nessuno inciampa, nessuno cade, nessuno urta nessuno; nulla di ciò che viene trasportato fatto cadere o rotto. Sembra esserci una forma di grazia nella auto-costruzione, almeno a questa scala. Una sorprendente fluidità di insieme, il muoversi di centinaia di persone che lavorano in gruppo e che


scherzano, sorridenti forse proprio perché consapevoli della condivisione di un obiettivo e della sua importanza. Una folla indistinta ma gioiosa si è trasformata, alimentata da uno irresistibile spirito alla disobbedienza, si è fatta intelligente e combattiva. Quando il sole tramonta silenzioso sotto la fila degli alberi il rombo incessante dei martelli all’opera nella foresta sovrasta ancora i rumori piccoli e domestici della cucina da campo dove si prepara la cena. Una tenda medica viene sistemata accanto ad un grande tepee, la cui struttura si incastra alta tra le fronde del bosco. Una squadra recupera i rami dei castagni e li lega insieme a formare delle barricate dall’aspetto senza dubbio medievale. Come bambini chiediamo di insegnarci la tecnica ed inizia così un workshop improvvisato sui mille utilizzi del legno. Nella radura un gruppo di architetti ha appena finito di scavare un pozzo per l’acqua e dalla vasca riemergono sporchissimi con secchi colmi di argilla; accompagnati da una cornamusa bretone decine di piedi impastano l’argilla unendola alla paglia. Una volta

raccolta e modellata sulle pareti del dormitorio in modo da coibentarlo, sembra anche fargli perdere quell’aspetto decisamente industriale a favore di un look, come dire, vernacolare e molto più simpatico. Dal campo vicino udiamo salire il canto di donne che intonano “La Java des Bons-Enfants”, un testo radicale di Guy Debord, “padrino” del Situazionismo. Credo che Debord avrebbe compreso la bellezza di questo momento. La meraviglia in un luogo dove la vitalità e la passione stanno provando a rompere il triste spettacolo capitalista basato sulla passività. Lucille si volta verso di me e sul suo volto vedo le lacrime nascondersi tra le lentiggini ”Questo è come dovrebbe essere il nostro mondo”. La polizia ancora non si vede, ma provo ad immaginarmi la scena dai loro elicotteri; guardando giù avrebbero visto le migliaia di persone indaffarate immerse in un paesaggio simile ad un grande e brulicante formicaio, un organismo autogestito e senza un comando. Avrebbero visto emergere, aldilà della imbarazzante complessità 13


di questa moltitudine, un’intelligenza collettiva, un’intelligenza più grande della somma delle sue parti. A coloro che appartengono senza farne veramente parte ad un sistema basato sul controllo e sulla cieca obbedienza, piramidi di potere e gerarchie, una visione di così tanti estranei collaborare nella ed alla resistenza sarebbe sicuramente apparso come un grosso, grosso problema e sicuramente più intimidatorio delle barricate in fiamme o dei lanci di pietre. Uno schiaffo. Post-capitalismo nella sua forma più pura - persone che costruiscono insieme, organizzarsi senza leader, mossi dalla intensità della propria passione invece che da margini di profitto ed unirsi insieme con il sorriso stampato sul volto, con piacere. “Sembra che anche senza capi riusciamo a lavorare bene” dice Lucille mentre con le mani impiastricciate di argilla sistema la nuova vasca da bagno, “possibile che abbiamo mentito a noi stessi per tutto questo tempo?”, ride. Il sopraggiungere del buio non ferma affatto il lavoro; la catena umana rimane lì, flessuosa ed in movimento sotto il biancore di una luna immobile e l’intermittenza delle torce elettriche e dei generatori. Sull’altro lato del bosco, a fianco delle intelaiature, scheletri di legno prefabbricati arrivati qui da Digione (lontana 800 km, n.d.t.), qualcuno sta montando una batteria e collegando gli amplificatori per il jazz mentre sotto la grande tenda blu in mezzo al campo, nel più fangoso dei moshpit che io abbia mai visto lo storico gruppo punk Rene Biname ci ricorda che la notte è appena iniziata. Lunedì 19 Novembre Quando arriviamo alla fattoria Jean è al telefono. Discute di come i media abbiano dato notizia della giornata di rioccupazione - “Ok è meglio che torni a vedere come stanno le mie mucche, a dopo ragazzi”, girandosi. “La linea va e viene, il segnale è disturbato, deve essere la polizia”. Jean ha 37 capi di bestiame, 37 mucche da latte. Quando è cominciato tutto, agli inizi, tra lui e gli Zadisti non sembrava esserci un granché di simpatia. Questa strana razza, questi post-capitalisti della decrescita gli sembravano lontani anni luce dalla propria vita di allevatore. Poco a poco, prima con gli aperitivi e poi attraverso estenuanti discussioni sull’allevamento e sull’agricoltura le diversità si sono assottigliate e le parti sono riuscite a trovare una convergenza facendo nascere amicizia e rispetto reciproco. Quando gli Zadisti gli hanno chiesto di ridurre i trattamenti chimici nei campi che circondavano la loro fattoria ha accettato e si è messo a provare tecniche bio per le colture. Ora è uno dei più arrabbiati sostenitori del fronte dei coltivatori ed allevatori. Sul muro accanto al suo porticato di fianco alle tabelle sulla mungitura ha affisso un manifesto anarchico “No al lavoro a tempo pieno”. Siamo arrivati qui con Ishmel per aiutarlo a recuperare le sue cose. Dopo che il mese scorso gli hanno buttato giù la casa, Jean si è offerto di dargli una mano mettendole al sicuro nel suo sottotetto. “Ne ho di cose, quassù, nel loft” sorride, “pannelli solari, turbine eoliche, attrezzi di ogni genere. Ma la cosa più importante sono questi...”. L’umidità nella Zona è impressionante e gli Zadisti vengono qui ad asciugare i panni, grazie agli asciugatori industriali di questo allevatore bretone. Nel suo terreno sono già stati compiuti carotaggi e scavi preliminari per le strade di accesso all’aeroporto. “La scorsa settimana la polizia è venuta qui con le ruspe, 14

così gli ho suggerito una scorciatoia per raggiungere gli scavi - non c’è bisogno di perdere tempo passando per la strada, potete benissimo passare attraverso il fondo del mio campo - detto fatto, erano veramente felici per la dritta. Pochi minuti dopo torna il comandante infuriato. Le loro macchine erano letteralmente affondante nel fango. C’è una palude là! Vedete gente” riprende serio sbuffando nell’aria gelida di Dicembre - “non c’è poi bisogno di tanti combattimenti, basta un pizzico di conoscenza dei luoghi”. L’umidità è diventata una dei migliori alleati per gli attivisti. Non solo in termini di appigli legali per la conservazione delle aree umide. Le squadre anti-sommossa nelle loro pesanti armature si muovono con estrema difficoltà nel fango spesso della Zona ed i loro visori vanno in tilt se colpiti dagli scrosci improvvisi di pioggia. Li hanno spediti qui tutti da molto lontano e la Zad è un territorio alieno per loro, abituati come sono a sorvegliare strade, stadi di calcio e piazze, non certo boschi e campi. In particolare la notte, quando, come spaventosi branchi di lupi, i gruppi di Zadisti evitano i blocchi stradali passando attraverso la foresta. Trasportiamo le cose di Ishmel fino alla sua nuova dimora, un caravan affittato da un tizio del luogo, una sistemazione molto kitsch. Quasi sottovoce, Ishmel “Qualcuno l’altra notte mi ha dato questa. La pipa di Jose Bové” , “Cosa?” gli occhi di Isa sembrano uscire fuori dalle orbite. Bové faceva parte del drappello di politici che la notte prima della rioccupazione si sono fatti vedere dalle telecamere mentre occupavano simbolicamente un edificio sul confine della Zad. Jose Bové, i cui marchi di fabbrica sono i baffi alla Asterix e la pipa, è stato un contadino ribelle, ha partecipato alla lotta di Larzac, imprigionato per l’assalto ad un McDonald’s nel 1999 e più recentemente per le azioni anti-OGM, è ora al Parlamento Europeo, nelle file del partito dei verdi. “Abbiamo fatto una scommessa” continua Ishmel - “200 euro per prenderci la pipa di Bové durante la marcia di rioccupazione e 300 per gli occhiali di Eva Joly (la candidata dei verdi alle presidenziali). Non credo che nessuno sia riuscito a prendersi quegli occhiali.” Ci sono stati roventi dibattiti su quale dovesse essere il ruolo dei partiti politici in questa lotta. Un anno fa qui in Francia prima che La Zad fosse conosciuta dal grande pubblico alcuni esponenti del partito dei verdi (EELV) si sono fatti sentire bollando gli attivisti come “estremisti, violenti e puri agitatori”. “Questi facinorosi sono totalmente fuori controllo.” Dopo le elezioni presidenziali il partito dei verdi è rimasto muto sui piani dell’aeroporto che fino a poco tempo prima aveva provato ad osteggiare. Forse è stata una questione di poltrone. Ora insieme ad altri cercano di salire sul carro chiedendo la fine immediata dei procedimenti di sfratto. La solidarietà è una buona cosa, ma quando è lampante che la si usa puramente per questioni elettorali appare vuota. Gli Zadisti hanno fatto in modo che venisse a galla la vera natura di questa lotta, che anche fuori da questi campi l’azione di sabato fosse percepita come un sollevamento popolare, estraneo alle logiche politiche e soprattutto partitiche. Hanno chiesto di non presentarsi con le bandiere, che le coccarde e gli slogan dei partiti rimanessero fuori dalla manifestazione. Ci sono riusciti anche se è toccata ad Ishmel ed ai suoi compagni clown finire il lavoro rispondendo alla fanghiglia dei politici con il fango della Zona. “Le grandi bandiere rosse dell’NPA (il partito francese prosecuzione della


precedente Lega Comunista Rivoluzionaria, n.d.t.) sono stati dei facili bersagli” scherza. Quando torniamo al campo il grosso del lavoro è stato ormai fatto e la nostra struttura, il nostro Black Bloc Sanitaire inizia ad assomigliare ad una vera fattoria. O quasi. Si lavora agli ultimi ritocchi, alla caldaia a legna e alle altre stufe, agli infissi delle camerate e della sala per le assemblee. La cucina viene riempita con le verdura che ci è stata regalata e la falegnameria inizia a sfornare le prime catapulte. Lavoriamo a nuove sorprese, compresa una nuova ala che abbiamo prematuramente battezzato No TAVerne. L’idea è quella di utilizzare questo campo e le nuove strutture che abbiamo tirato su come uno spazio collettivo per tutta la Zona, dove vivere, organizzarsi e difenderci dall’aeroporto. La abbiamo chiamata la Chât-teigne e rimarrà gestita collettivamente da tutti i gruppi che hanno aiutato a crearla. Sulla bacheca allestita fuori dalla porta c’è scritto: “Alloggio di 20 m² pronto - chiama 06767419* per dirci dove.” Qui nella Foresta di Rohanne non esiste certo il problema di dove metterla quando basta alzare gli occhi e guardare alle decine di case sugli alberi che sono già state ricostruite per farsi un idea e telefonare. Finiamo la giornata montando i box delle docce. Inizia a fare buio ed ovviamente inizio ad avere fame, di nuovo. Mentre sono in piedi sul tetto cercando di inchiodare la copertura di stagno qualcuno, un angelo forse, mi passa un gigantesco vassoio di ostriche, una bottiglia di sidro ed una canna: “Questo è ciò che sembra essere il vero, profondo, delizioso significato della parola Utopia!”. Venerdì 23 Novembre Il mattino in questa parte di mondo è immobile, come il suo paesaggio avvolto dal silenzio dell’inverno. Sotto i castagni le nuove camerate sono piene di sacchi a pelo, avvolti dentro ci sono i corpi di chi ha conquistato con l’impegno di questi giorni la protezione di un tetto ed il tepore della vicinanza. Fuori il sole si affaccia nuovamente, ma è ancora troppo basso per riscaldare questa aria gelida. Tutto è fermo. Poi solo un rumore di vetro in frantumi. Vedo lanciare dentro il dormitorio dei lacrimogeni nel silenzio assoluto. Tutto si ferma per poi esplodere in una cacofonia di grida degli occupanti e di ordini degli ufficiali. Tutti, bambini compresi vengono fatti alzare e sbattuti fuori. Nello stesso momento un chilometro più avanti sulla strada la colonna dei gendarmi, un’orda, ha già aggirato passando dai campi i blocchi e le barricate. La storica fattoria Les Rosier, la prima ad essere occupata nella Zad è stata rapidamente sgomberata. Le notizie corrono rapide e noi rimbalzando sui sedili della macchina ci mettiamo in viaggio verso la Zona. Insieme ad Isa raggiungiamo la Zona passando attraverso un complicatissimo sistema di strade vicinali che avevamo già studiato e che fortunatamente sembrano libere dai blocchi. Radio Klaxon annuncia che le ruspe si stanno avvicinando a La Chât-teigne, mentre Les Rosier è già stata quasi completamente abbattuta nonostante l’aia della fattoria fosse stata circondata e difesa dai trattori degli agricoltori. Come è possibile? Come è possibile che stiano per buttare giù La Chât-teigne se la corte non ha ancora emesso nulla sullo sgombero? Corriamo attraversando i campi fino alla Foresta di Rohanne, ma ci ritroviamo accerchiati dai gendarmi. Sono penetrati nella Zona in 500 e l’hanno completamente

tagliata fuori. Raccogliamo alcuni compagni scorgendoli nel delirio di grida, tra il fumo degli spari, sembrano naufraghi. Ci facciamo forza e con le mani in aria prendiamo il campo, nel fango, poi nel ventre del bosco verso La Chât-teigne. Mentre ci muoviamo tra i tronchi vediamo altri fare la stessa cosa, correre, correre come matti verso la nostra stessa destinazione. Mi accosto ad un gruppo nascosto dietro al tronco abbattuto di un pino, tossisco e mi accorgo che le loro facce sono completamente bianche, sembrano di gesso. Fortunatamente è solo, e si fa per dire, una lozione anti-gas rimediata chissà dove. Mi siedo con loro, accovacciato e senza accorgermi di quanto sia banale una domanda simile in una simile situazione chiedo: “Cosa? Cosa succede?” Uno di loro mi consiglia di non muovermi, di stare riparato qui, aspettare e ricordarmi di non respirare. Rimaniamo in apnea. Domenica 25 Novembre, mattina Mentre scrivo le mani bruciano ancora. Le ho lavate almeno cinque volte, ma le molecole di questo maledetto gas lacrimogeno penetrano in profondità nei pori della pelle. Mentre ero a Rohanne ho annotato il nome ed il numero di telefono della ditta stampato sul fianco di una delle ruspe. Alla guida gli addetti indossavano tutti dei passamontagna, ma sembra che questo dettaglio sia passato inosservato alle autorità o a chi per loro ha eseguito le demolizioni. Appena sono ritornato a casa ho passato i dettagli della mia scoperta al sito della Zad. La pagina è in costante aggiornamento (anche in questo momento, n.d.t.), minuto dopo minuto scorrono report, documenti, collegamenti e tutto quello che serve per conoscere e capire cosa sia la Zona. Nel giro di poche ore, con tutte le informazioni dei responsabili postate sul sito ZAD, la compagnia è stata costretta alla resa; una dichiarazione pubblica in cui si afferma che curiosamente quel particolare mezzo era stato in realtà venduto ad un’altra società. Sono stati sommersi da e-mail e lettere di protesta. Le operazioni di polizia sono iniziate Venerdì per poi concludersi in un crescendo di terrore nelle prime ore della Domenica. Il Sabato nella Foresta di Rohanne 400 attivisti si sono opposti coraggiosamente e vanamente agli sgomberi e alle demolizioni delle case su gli alberi. Nello stesso pomeriggio nella ormai militarizzata Nantes, 8000 hanno preso le strade della città; hanno ricevuto anche qui lacrimogeni e getti di idrante. Mentre la pressione dell’acqua faceva schizzare via i compagni in strada è arrivato dal ministero dell’ambiente, trasporto e agricoltura un comunicato in cui si afferma che i lavori di rimozione delle macerie ed il ripristino della foresta inizialmente programmati per Gennaio 2013 sarebbero slittati di sei mesi in modo da rispettare le normative ambientali. Mentre si conferma la “necessità strategicoeconomica del progetto aeroportuale“, si concede una commissione tecnica indipendente, ma con parere non vincolante che indaghi sulle problematiche di biodiversità. Menzione particolare al gruppo di lavoro che si sarebbe dovuto occupare degli indennizzi e della mitigazione alla distruzione di terra coltivabile. Mentre gli scontri, diventati ormai notturni, venivano illuminati solo dai proiettori della polizia, un gruppo di Zadisti, carta e penna, ha risposto alla “negoziazione”. In ventuno punti “non esaustivi” ed “aperti” si chiede: la chiusura di tutte le aziende con più di 12 dipendenti, un reddito di cittadinanza a vita, venti ore di luce durante la stagione invernale, la sostituzione del nucleare con la forza motrice della pedalata dei ministri, la trasformazione 15


dell’Eliseo in zona umida, un “fuck the cops” tatuato sulla fronte di Valls e di tutti gli altri membri del ministero della difesa e degli interni, oleodotti e gasdotti trasformati in condotti per succhi di frutta, ventiquattro ettari di terra a tutti gli occupanti della Zad e la richiesta finale, “che tutte le negoziazioni vengano considerate inderogabilmente illegali” -questa perfettamente calzante nello stile farsesco della democrazia del dialogo, dove dialogo appunto significa salvarsi la faccia in attesa di continuare a farsi gli affari propri. La mattina si chiude con la polizia che termina gli assalti e torna soddisfatta ai consueti posti di blocco e più di cento attivisti feriti; molti di loro riportano traumi per le granate e per i proiettili di gomma. Per legge questi ultimi devono essere esplosi a 30° e mai puntando direttamente l’arma. Un medico della zona, furioso per quello che ha visto, ha scritto al ministro degli interni elencando le tipologie di ferite. I frammenti esplosi dalle granate, “alcuni lunghi fino ad un centimetro” scrive, possono senza dubbio “colpire arterie ed altri organi vitali”. Mi ha descritto scioccata come le ambulanze venissero deliberatamente rallentate dai blocchi della polizia. Domenica 25 Novembre, pomeriggio Per il pranzo di questa mattina abbiamo organizzato un picnic di massa a La Chât-teigne; salva dopo la bufera e ancora in attesa di essere terminata. Arriviamo armati di pane, formaggio e vino. Pochi attrezzi in mano visto che le autorità si sono portate via quasi undici mila euro di attrezzatura. I gruppi sono alle prese con una caccia al tesoro molto particolare, raccolgono i lacrimogeni che sono stati esplosi per farci ghirlande ed addobbarci la sede del partito socialista. Il campo ha retto bene, ripariamo qualche finestra, le porte, il boiler e dobbiamo sostituire tutti i letti del dormitorio contaminati da quelle schifezze che hanno lanciato (il gas CS, n.d.t.). L’aria è comunque quella di una giornata di festa, centinaia di persone sono tornate per riportare un po’ di quello spirito, di quella utopia nel castagneto. Ripariamo e diamo una ripulita al Black Bloc Sanitaire, aggiungendo al mosaico una nuova torre di osservazione. Fa sorridere quanto sia diventato rassicurante e familiare il rumore di cento martelli che inchiodano assi: è un buon segno. Mentre ci sediamo e proviamo finalmente a mangiare qualcosa scopriamo che un gruppo di consiglieri locali (il cui numero complessivo supera le mille adesioni e che ha trovato ironicamente uno splendido nome: il Comitato dei Rappresentanti che Dubitano della Pertinenza del Progetto di Notre-Dame-des-Landes) si è incatenato alle inferriate della prefettura di Nantes. Chiedono un incontro con il prefetto e la cessazione immediata di ogni operazione di polizia. Arriva la Banda. Attraversano il campo con le fisarmoniche, le chitarre ed un bambino sulle spalle per evitargli il fango alto. Un elicottero della polizia ronza sopra le nostre teste, forse starà osservando le formiche tornate al loro lavoro. Appena scompare dietro le chiome degli alberi la banda inizia a suonare melodie gitane. Poi tutto si ferma quando avvertiamo in lontananza un brusio sferragliante di pistoni, cinghie, cingoli forse. Si avvicina ed il rumore aumenta sempre di più. Sempre più rapidamente. Dalla radura accanto alla nostra, ma nascosta alla vista dal bosco sentiamo un applauso scrosciante e liberatorio. Sono trattori, cinquanta bellissimi trattori! Hanno forzato i posti di blocco dei gendarmi per venire qui a difendere 16

La Chât-teigne. I coltivatori hanno poi passato tutto il pomeriggio disponendo i mezzi in cerchio, saldandosi l’uno con l’altro in anello, in un perfetto stile western. Hanno anche promesso che lasceranno qui i trattori ed ogni notte organizzeranno una guardia intorno alla foresta. Ogni volta che lo stato ci attacca, l’ecologia sociale di questo strano amalgama ne guadagna in salute, fiorisce l’unità nella diversità ed il movimento diventa più e più resiliente. Questa diversità del e nel movimento prende anche forme inaspettate. Arriva l’adesione di un gruppo di 200 piloti di linea anche loro “dubbiosi” sulla reale necessità dell’aeroporto. Alcuni di loro si chiedono infatti perché la torre di controllo dell’attuale aeroporto di Nantes modifichi la rotta di avvicinamento alla pista convogliando gli apparecchi sulla città e non li fa atterrare da sud, sorvolando zone molto meno urbanizzate: “Pensiamo che sia un modo per incitare il pubblico a chiedere che l’aeroporto venga spostato”, dice a Le Monde Thierry Mason, pilota. Uno di loro ha anche scritto una lettera aperta al presidente della repubblica spiegando come per via della crisi economica in atto, del costo del gasolio sempre più alto e degli impegni intrapresi attraverso il Protocollo di Kyoto sulla riduzione della CO2 tutti i discorsi sulla crescita del traffico aereo Europeo siano pura finzione ed in sintesi il nuovo aeroporto sia un progetto inutile. I piloti che volano di notte sopra la Zona fotografano questa galassia di punti luminosi, mentre di giorno La Chât-teigne, con le sue strutture di legno ed il muro di trattori intorno, sembra assomigliare al villaggio di Asterix. Dopo gli eventi del fine settimana la prefettura promette di ritirare tutti i suoi agenti se e solo se “sarà fermata ogni costruzione illegale”. Gli Zadisti, e c’era da aspettarselo, rifiutano continuando a ricostruire. La Zona non è mai stata così piena di rifugi e case sugli alberi, auto-costruzioni di ogni genere, e le nuove fattorie spuntano da tutte le parti; non è riuscito a fermarli nemmeno il decreto del ministro degli interni che aveva provato a vietare il trasporto di attrezzature e materiali verso la zona. In questo momento ci sono più abitazioni e spazi condivisi di quanto non ce ne fossero prima degli sfratti e delle demolizioni. Laura ha perso la propria casa nella prima ondata di sgomberi; espulsa da Casa-Sabot è riuscita a riprendersi ed a ricostruire un luogo dove vivere resistendo. A La Chât-teigne stanno per essere organizzati nuovi spazi, compreso uno per i bambini ed un nuovo dormitorio per le persone che sempre più numerose passano da questo angolo di Francia. Vedo attivisti che seminano e raccolgono verdure dagli orti, trattori trasformarsi in barricate, gente incappucciata costruire camerate per i più grandi ed asili per i più piccoli, architettura diventare un atto di disobbedienza. Penso che il Movimento abbia riconquistato quell’equilibrio dinamico degli inizi, nell’inseparabilità tra resistenza e vita quotidiana.


Le foto di Zad sono di John Jordan e Pan

EPILOGO «L’avenir radieux prend place, et le vieux monde est à la casse!» -Guy Debord, La Java des Bons-Enfants Lo scorso undici Dicembre la corte ha disposto l’autorizzazione per la demolizione di La Chât-teigne; il team legale ha risposto che prima di mandare le ruspe, vista la presenza costante di numerosi occupanti negli edifici, era necessaria comunque un’ulteriore verifica ed un ordine preventivo di sgombero. Non appena è uscita la notizia del verdetto la prefettura ha convocato una conferenza stampa dove veniva reso noto che uno squadrone della celere era stato “infamemente colpito da lanci di pietre e molotov in una imboscata organizzata da più di 50 attivisti Z-A-D”. Un altro tentativo maldestro di criminalizzazione del Movimento e della sua preziosa cultura della solidarietà, come quella di uno dei tanti contadini alla radio: “Noi rispettiamo il loro modo di combattere. La violenza la fa la polizia.” È passato più di un mese, gli sfratti non si sono ancora materializzati e La Chât-teigne rimane un porto nella tempesta; uno spazio liberato dove si continua ad organizzare la difesa della Zona. Per non scontentare nessuno ogni settimana viene affidata al coordinamento e alla pianificazione delle attività di un diverso gruppo di attivisti. Ci sono stati svariati workshop, dalla lavorazione del legno alla creazione di maschere giapponesi Tunuki, dalla samba alla proiezione di film, corsi di fotografia, concerti e bellissime assemblee. Tra qualche mese quando il sole avrà riscaldato la terra e colpito le coperture delle nuove serre spunteranno finalmente i primi germogli.

Mentre finisco di scrivere questo lungo aggiornamento sta per concludersi la tre giorni “ManifestZAD” con la rapper Kenny Arkana. Nonostante si sia abbattuto un altro decreto della prefettura con l’intento di isolare la Zona, vietandovi l’erezione di tende e bloccando con la polizia l’ingresso di acqua e cibo - 20000 persone hanno sfidato il gelo dell’inverno ed il fango dei campi per raggiungerci e ballare contro l’aeroporto ed il suo mondo. Poche volte ho riso così tanto. Cercando di ballare rimanendo in piedi in un simile pantano, sopra il dancefloor che come sabbie mobili ci risucchiava in quella melma appiccicosa fino a ritrovarci con le gambe immerse completamente nel fango. Come nelle migliori scene slapstick, ho lasciato là i miei stivali, intrappolati nella vischiosità di quella terra impregnata di umidità, amicizia e solidarietà. Quel suolo su cui abbiamo trovato tutto quello che serve, la terra che ci permette di mangiare, vestirci e respirare. Quella notte a la Zad anche noi stavamo diventando fango, parti di quella oscura complessità che riempie un cucchiaino di quattro miliardi di microrganismi che riciclano per noi la morte trasformandola in vita. La radice della parola umile è humus che significa letteralmente ritornare alla terra. Può darsi che il futuro sarà fatto da eroici atti di umiltà invece che da questi arroganti templi dedicati alla crescita. Forse sarà il sogno, un sogno trasformarsi in incubo, quello di volere cancellare la Zona asciugandola con il cemento e l’asfalto, la plastica e l’acciaio ad essere alla fine sommerso. (traduzione di Guido Cipolletta) 17


Secoli fa, durante tutto il medioevo e buona parte dell’età moderna, l’idea e la pratica della pena erano totalmente diverse da quelle che conosciamo al giorno d’oggi. La storia del carcere per come lo intendiamo attualmente è una storia relativamente recente. Se fino al XVII secolo e anche per buona parte del XVIII si potevano individuare pochissimi sistemi di società in cui il delitto veniva punito con la reclusione, mentre erano numerose quelle in cui si ricorreva all’esilio, alla gogna oppure alla tortura pubblica, oggi l’imprigionamento è la procedura pacificamente e 18

capillarmente accettata ed utilizzata nella quasi totalità degli stati. Questo passaggio si è consumato a partire dalla prima metà del settecento quando riformatori laici come Beccaria o uomini di fede, soprattutto quaccheri, iniziarono a dimostrare la totale inadeguatezza e sopratutto l’inefficacia, inutilmente crudele, di pene come la marchiatura, la fustigazione o la tortura. Una nuova coscienza della pena, ispirata all’idea contrattuale che doveva essere il perno della nuova società in divenire, comportò nel giro di un centinaio d’anni la totale scomparsa dei patiboli e il proliferare dei penitenziari. E’ la cosiddetta riforma del sistema penitenziario, riforma che praticamente coincide con la nascita del sistema penitenziario. Tuttavia le motivazioni e gli intenti dei riformatori non si limitavano al mero disgusto verso le cerimonie pubbliche, oppure alle dure polemiche rivolte al disordine e all’inefficienza dell’amministrazione penale. Le critiche mosse dai riformatori tendono verso un’idea del ruolo del potere non meno, ma più ambiziosa, tanto ambiziosa da modificare fin la mentalità dello stesso criminale. Quando Beccaria indica quali caratteri fondamentali della sanzione penale la prontezza, l’infallibilità, e l’esemplarità, indica anche un’autorità impersonale, definita ed astratta che si concretizza in una funzione del potere non più investito, quindi non più sovrannaturale quale quello del sovrano, ma un potere che trova la sua legittimazione nel contratto sociale, cioè nell’accordo tra consociati, liberamente prestato, perciò vincolante e fondamentalmente buono, umano e positivo poiché legittimato dalla finzione che nessuno sottoscrive liberamente ciò che gli potrebbe esser nocivo: “...le sole leggi possono decretare le pene sui delitti, e quest’autorità non può risiedere che presso il legislatore, che rappresenta tutta la società unita per un contratto sociale...ogni membro particolare è legato alla società, questa è parimenti legata con ogni membro particolare per un contratto che di sua natura obbliga le due parti. Questa obbligazione, che discende dal trono fino alla capanna, che lega egualmente e il più grande e il più miserabile fra gli uomini, non altro significa se non che è interesse di tutti che i patti utili al maggior numero siano osservati. La violazione anche di un solo, comincia ad autorizzare l’anarchia”(1). Le pene auspicate dai riformatori rispondono all’esigenza di creare una repentina proporzionalità tra il delitto e la sanzione: deve essere sempre ben viva l’idea del maggiore svantaggio -certoche comporta la pena, paragonato al minor vantaggio -probabile-, che comporterebbe il crimine. Da qui tutto un catalogo di castighi dal simbolismo esasperato, dove la pena corrisponde più o meno esattamente al crimine invertendone però i ruoli: come in un contratto violato la parte inadempiente risarcisce quella lesa, così il colpevole espia la pena risarcendo la società, pubblicamente, in una continua rappresentazione persuasiva e pedagogica: chi ha rubato si vedrà i beni confiscati, colui che ha oziato sarà costretto al lavoro o ancora chi ha chi ha peccato di vana gloria sarà pubblicamente umiliato. Si passa così dalla concezione medievale del delitto come offesa al sovrano, al delitto inteso come devianza della convivenza comune e quindi come atto dannoso alla stessa società, un fenomeno patologico da curare e annullare non più per ribadire il potere del monarca sul suddito ma per ristabilire l’ordine naturale nella turbata comunità.


Robert Francois Damiens, le régicide, devant les juges au Châtelet-Incisione francese XVIII sec.

Durante il medioevo l’aspetto che più d’ogni altro caratterizza la vita degli individui è da un lato la solitudine e dall’altro la frammentarietà del potere. Per solitudine si intende l’isolamento feudale, fattore che determinava rari rapporti tra un centro abitato e l’altro, un’economia prevalentemente di sussistenza in cui gli scambi erano limitati, una concezione teocratica del potere che si identificava nell’immediato con il signore del feudo, da questi fino al sovrano, il missus a Deo. L’esiguità dei rapporti con l’esterno era comunque controbilanciata dalla quantità delle relazioni personali che si formavano all’interno dei centri: l’intera comunità era avviluppata in una rete di parentele e consuetudini comunitarie, di ordini e di consorterie, i quali aumentavano la stessa atomizzazione del feudo in un sistema isolato, autosufficiente e ordinato da regole proprie. Un simile assetto è il naturale risultato di un potere centrale incompleto, frammentario, che si disinteressa della periferia, un potere quindi privo di una qualsiasi inclinazione totalizzante. Il diritto non gli appartiene, nel senso che il diritto è percepito come un fenomeno primordiale, precedente al potere. Il monarca nutre una sostanziale indifferenza verso quegli aspetti della vita quotidiana che non interferiscono direttamente con il governo. Il diritto penale anch’esso riflette il localismo e l’assenza di una direzionalità univoca. Ogni feudatario esercitava un potere sovrano su determinate controversie all’interno del proprio feudo, moltiplicando così il numero delle giurisdizioni e riempiendo quei settori ignorati dal monarca ancora incapace di estendere la propria autorità amministrativa all’intero regno. Era pratica comune da parte del Re rinunciare all’esercizio dell’autorità giuridica in cambio di rendite, demandando il potere di punire e le relative modalità d’esecuzione al

signore locale, che a sua volta attingeva alle tradizioni, cioè alle consuetudini, per trarne la regola che, limitando la sua vigenza al solo feudo, si conformava in tutto alle peculiarità locali. Il Re non entrava nelle questioni penali ordinarie, queste erano prontamente risolvibili tra le parti interessate, privatamente: non si mira ad una punizione, ma soltanto a ristabilire l’equilibrio. Nell’alto medioevo il sistema di riparazione più comune era il pagamento di una penance, un’ammenda. Per crimini considerati più gravi c’era l’esilio coatto. Rare erano le pene corporali, vi si ricorreva solitamente nei casi in cui il condannato non fosse in condizione di pagare l’ammenda, era comunque frequente il ricorso alla berlina. Le pene capitali erano anch’esse rare, spesso redimibili con il pagamento. Decisamente più frequenti erano invece le condanne capitali, ma in pochi casi alla condanna seguiva l’esecuzione, anche per il frequente ricorso alla grazia, con la quale si commutava la condanna capitale in ammenda. Il duello di Dio era pratica piuttosto comune, solitamente riservata agli uomini di rango, dove attraverso il combattimento si svelava il giudizio di Dio sulla questione; chi perdeva non subiva alcun tipo di castigo, se non la prova che Dio gli dava torto. Raramente i duelli in questione terminavano con la morte di uno dei contendenti. Le ordalie non costituivano un pena, ma un procedimento tramite cui si determinava la colpevolezza o l’innocenza attraverso la sopportazione o meno di un dato livello di dolore. Le prigioni non esistevano. Certamente esistevano le celle, ma queste non svolgevano alcuna funzione punitiva, non erano neanche il luogo dell’esecuzione della pena. Gli individui vi venivano rinchiusi in attesa del giudizio. Solo 19


in alcuni casi, eccezionalmente sporadici, la reclusione aveva una durata tale da costituire una pena, intesa però non come privazione della libertà ma bensì come tortura corporale. Il tempo non è ancora monetizzato. La maggior parte dei reclusi non in attesa di giudizio apparteneva ai ceti più bassi, cioè individui incapaci a pagare l’ammenda. Le prigioni erano gestite da un privato il quale ricavava profitto proprio dal denaro versato dai detenuti i quali erano di fatto costretti a pagarsi la detenzione, tanto che spesso il condannato, una volta liberato, era alle dipendenze del carceriere fino al saldo del debito. Il principio su cui si basava l’intera economia delle pene durante il medioevo era l’equivalenza, la riparazione intesa come risarcimento o restituzione. Si tende alla conservazione, a ristabilire l’ordine turbato. Il diritto penale attraverso il risarcimento privato, la soddisfazione del creditore, tendeva alla pace collettiva. Neanche nel supplizio questa finalità viene meno, poiché tale pratica non riproduce altro che il medesimo meccanismo, solamente che in questo caso è il sovrano che risponde a colui che l’ha offeso. La cerimonia che ne segue è un rituale, una successione di movimenti e pratiche ben cadenzate, che pubblicamente, davanti ai sudditi raccolti sotto il patibolo, anzi con la complicità di questi, restituisce alla sovranità la sua interezza che si manifesta nello squilibrio tra il suddito e il sovrano. Il fatto stesso che i supplizi si prolungassero oltre la morte del condannato prova il potere smisurato del Re, la sua vendetta implacabile che supera e annulla sia la vita che la morte “il supplizio non ristabilisce la giustizia, riattiva il potere”(2). Parallelamente al diritto penale feudale si sviluppa il diritto penale canonico. Inizialmente riservato ai soli chierici, questo sistema di regole e sanzioni si distingue da quello feudale per una sua autonomia e soprattutto per le finalità che si propone di ottenere. Partendo dal principio della confessione-penitenza quale percorso di espiazione, si giunse a modulare tale pratica in maniera sempre più definita finché il luogo dell’espiazione diviene la cella. La penitenza diventa così reclusione, un isolamento totale dal mondo esterno che terapeuticamente consente al colpevole di purgarsi dalla colpa e di restituirsi alla vita monastica. Durante la reclusione non erano rare pratiche di afflizione corporale, ma l’aspetto fondamentale è la considerazione che si fa del tempo, poiché è il tempo stesso, il quantum di tempo che il recluso trascorre separato dal mondo nella propria cella, che dà la misura necessaria alla purificazione e quindi all’espiazione. Non ci si accanisce più sul corpo, anzi si tende alla conservazione di questo, si lavora su un piano diverso: la sanzione deve garantire la redenzione, attraverso l’internamento in un convento, nel totale silenzio della cella. Colui che ha trasgredito è inserito in un contesto di totale solitudine con quanto si svolge all’esterno e contemporaneamente introdotto nella dimensione mistico-sacrale del divino. Il recluso ha modo di ristabilire quel contatto con Dio che la violazione aveva turbato; è una riflessione privata, regolata dai rituali ascetici tipici del convento, che agisce sull’anima e si esaurisce con la restituzione del reo redento alla collettività monastica. Si ravvisa quindi un criterio penale che separa il fedele, il membro della comunità, dall’infedele. Al primo è riconosciuta l’appartenenza alla comunità e di conseguenza un ruolo al suo interno, da questa definizione di status deriva l’idoneità del castigo 20

che deve prima d tutto redimere, non consumare. Al secondo, l’infedele, è preclusa ogni possibilità di espiazioneconservazione: costui non è parte della comunità, anzi le è non solo estraneo, ma addirittura ostile, per questo la sua pena non potrà essere altro che l’eliminazione. Il diritto penale canonico disconosce la materialità delle pene, anche i supplizi, sicuramente presenti e sovente utilizzati, non tendono alla corporalità. Il corpo punito attraverso il dolore non è altro che un mezzo per raggiungere l’anima. La punizione ha un qualcosa di paternalistico, tutto un impianto di pratiche la cui severità si ravvisa nella condizione di privazione-clausura, inserita in un rapporto autoritario che può paragonarsi a quello del figlio che disubbidisce al padre. La penalità medioevale con tutto il suo arsenale di pratiche disordinate, di ordinanze mai applicate, incomplete e particolari riesce ad assicurare la tenuta sociale in un società profondamente chiusa, scarsamente popolata, la cui economia conosce solamente beni di tipo fondiario o monetario. Quando però si compie il passaggio da questo tipo di società ad una di tipo pre-industriale, e infine industriale, il diritto penale medioevale palesa tutti i suoi limiti. Nel XV e nel XVI secolo si assiste allo smantellamento graduale di tutto l’impianto feudale: cambia l’economia, vengono recintati campi e pascoli e dalla sussistenza che caratterizzava l’agricoltura medioevale si passa ad una agricoltura commerciabile. I contadini cacciati dalle campagne confluiscono numerosi nei centri urbani, non più isolati ed autonomi ma inseriti in una fitta rete di scambi e comunicazioni. Conseguenza di ciò è una polarizzazione della ricchezza per cui il divario tra il ricco possidente ed il povero è sempre maggiore. La nascente manifattura non riesce ad assorbire la quantità dei contadini migrati, l’impossibilità di compiere questo passaggio, da contadino ad artigiano, determina la comparsa nei centri abitati di un numero sempre maggiore di vagabondi. La presenza di questa massa di individui privi di occupazione, senza beni e potenzialmente dannosi agli assetti sociali che si andavano man mano delineando, concentrata soprattutto nelle città, comporta una rivalutazione dell’agire sociale per cui determinate pratiche finora pacificamente sopportate diventano improvvisamente intollerabili. Si assiste ad un inasprimento delle pene correlate al vagabondaggio, la nozione stessa di crimine viene dilatata a dismisura fino a contemplare situazioni che gli erano totalmente estranee, un esempio è l’elemosina: tale pratica nel medioevo non solo era tollerata ma bensì qualificata come atto positivo, mentre successivamente il mendicare diventa reato; dato il numero enorme di coloro costretti a ricorrere alla questua e il sistema di accumulazione di ricchezza attraverso il lavoro e non la rendita, si consolida un rapporto diverso con il benessere: la ricchezza non è più peccaminosa. Al posto del cavaliere nobile, signore di fondi campestri, che viveva di guerra e percepiva la propria rendita dal rango, prolifera il borghese il quale ottiene ricchezza tramite la propria opera. Il lavoro diventa fondamento stesso dell’esistenza, non solo si supera l’idea che il lavoro sia giusto solo nella misura in cui basta alla sopravvivenza, ma se ne glorifica la funzione meritoria poiché vi si ravvisa l’ascetismo e la devozione tipica della dimensione spirituale. Questo atteggiamento verso il lavoro è particolarmente acuto nei movimenti


religiosi che si affermano durante la riforma protestante, Lutero diceva in proposito che “nessuno muore di lavoro; e invece l’ozio e la mancanza di occupazione rovinano il corpo e la vita; l’uomo infatti è nato per lavorare, come l’uccello per volare” e per quanto riguarda la ricchezza privata “possedere esteriormente denaro, beni, terra e servi infatti non è un peccato come tale, bensì dono e disposizione divini”. E’ il trapasso verso un sistema di produzione ed un’etica proto-capitalista, dove i beni assurgono al valore di individui e quindi la proprietà diventa una prerogativa fondamentale, da difendere e mantenere adeguando il diritto penale alle nuove istanze che man mano emergono. Il corpo non è più visto come l’unico bene del colpevole e dunque l’immediato oggetto della sua punizione, ma come elemento da disciplinare al fine di renderlo idoneo al lavoro. Le punizioni corporali, praticate sempre più sporadicamente, sono relegate alla campagna, nelle città si afferma un nuovo modello punitivo, il cui embrione è il Rasphuis di Amsterdam, aperto nel 1596 come casa di rieducazione per mendicanti e disoccupati. Denominato anche “Casa della sega” questo istituto prevedeva che i reclusi lavorassero per gran parte della giornata e percepissero un salario. Si lavorava in comune e si riposava in comune. Le celle individuali erano usate per lo più come sanzione ulteriore, non costituivano la norma della pena. L’istituto si fondava su un sistema di diritti-doveri votati al raggiungimento pedagogico di uomini nuovi, in grado di assicurasi un lavoro e “sanati” dalle piaghe del vizio e dell’ozio, come recitava l’enfatica frase che vi si leggeva sull’entrata “Wilde beesten moet men temmen” cioè “Le bestie selvagge devono essere domate dagli uomini”. L’etica del lavoro era pregnante, basti pensare che i refrattari erano puniti con la reclusione in celle denominate “Waterhuis”, queste venivano allagate

La cour d’exercice, Prison de Newgate, London. Gustave Dorè. 1872

e al detenuto non restava altro che adoperarsi, azionando una pompa idraulica, per svuotarle e salvarsi la vita. Ci si accorge così dell’enorme forza lavoro disponibile a buon mercato, le punizioni diventano oltre che pedagogiche intimamente funzionali all’economia, basti pensare alla quantità di detenuti destinati al remo delle galere, alla deportazione coatta o alla condanna ai lavori forzati. Una simile evoluzione penale non può più tollerare che il corpo del condannato sia solamente consumato nel cerimoniale pubblico del supplizio, ma lo considera come un materiale su cui espletare la propria podestà rendendo il corpo stesso pronto e docile ai comandi, al fine di inserirlo nelle dinamiche di produzione-accumulazione tipiche di questo periodo. Al principio del lavoro operato di concerto, in Inghilterra verso la seconda metà del XVIII secolo, venne sostituito quello del lavoro in isolamento, secondo lo schema auspicato da Howard e Blackstone e solo parzialmente realizzato con il penitenziario di Gloucester. La promiscuità e l’affollamento delle prigioni è considerato quale fattore di confusione, il luogo di qualsiasi cattiva influenza, le relazioni che vi si formano non possono che essere maligne: è dunque necessario separare, dividere i reclusi. L’isolamento garantisce sia che il lavoro venga svolto senza troppi intoppi, sia la funzione redentrice che gli è stata attribuita dal monachesimo. E’ il riformatorio, il luogo della trasformazione delle volontà che opera su una triplice efficienza: la conversione, l’apprendistato e l’esempio, poiché coloro che vi saranno ristretti correggeranno se stessi, impareranno un mestiere e distoglieranno gli altri dal commettere i medesimi crimini. In America i suddetti criteri furono in parte ripresi dall’amministrazione della prigione di Filadelfia, aperta nel 1790 sotto l’influenza dei quaccheri. Il lavoro era obbligatorio e costante, nonché principale mezzo di finanziamento dell’istituto, l’organizzazione della prigione era minuziosamente scandita nel tempo e regolata nelle azioni: “Tutti i prigionieri si alzano al primo apparire della luce, in modo che dopo aver rifatto i letti, essersi puliti e lavati, aver adempiuto alle necessità, cominciano generalmente il lavoro al levare del sole. Da questo momento, nessuno può andare nelle sale o in altri luoghi che non siamo i laboratori e i luoghi assegnati al lavoro”(3). Il lavoro continua fino al suono della campana, ai detenuti viene concessa una mezzora per riordinare i letti con il divieto di conversare o di far rumore. L’isolamento non è la regola, poiché previsto solo per alcuni condannati colpevoli di reati gravi. La novità costituita dalla prigione di Filadelfia è il principio di non pubblicità della pena. A differenza della condanna che rimane pubblica, l’esecuzione è nascosta, il pubblico non deve assistervi: basta la semplice certezza che dentro la prigione il castigo si esegua. I condannati erano divisi in classi secondo il reato commesso, le celle d’isolamento servivano anche come sanzione ulteriore per coloro che trasgredivano alla disciplina dell’istituto. I detenuti posti in isolamento non lavoravano: la privazione di ogni tipo d’attività era considerata come un aggravio della pena. “Si diceva: invece di uccidere i colpevoli, noi li mettiamo in prigione, dunque abbiamo un sistema penitenziario...occorre anche che il criminale la cui vita è risparmiata sia posto in una prigione il cui regime lo renda migliore. Se infatti il sistema invece di riformare non fa che corrompere ulteriormente il detenuto, non si avrà un 21


Newgate Prison, London. 1800. Crace Collection. British Library.

sistema penitenziario ma solamente un cattivo sistema di imprigionamento”(4). I quaccheri videro in questo apparato la concretizzazione del loro intento riformatore, strenuamente contrario ad ogni tipo di violenza fisica. La prigione di Walnut Street, malgrado le intenzioni, non fu in grado di raggiungere i risultati sperati poiché “corrompeva, per contagio dovuto alla mutua comunicazione i condannati che lavoravano insieme e per indolenza gli individui posti in isolamento...La pena dell’isolamento applicata al criminale per produrre la sua riforma grazie alla riflessione trova la sua giustificazione in una tesi filosofica e realista. Ma gli autori di tale teoria non la avevano ancora collegata a quei mezzi che la potevano rendere praticabile e salutare”(5). Si ritenne che il maggior problema legato all’inefficacia della reclusione fosse il sovraffollamento. Il progetto del 1816 per la prigione di Auburn nello stato di New York, tentò di rimediare prevedendo celle che ospitassero al massimo due persone, mancando l’obbiettivo. Già nel 1819 si decretò la costruzione di un nuovo edificio al fine di aumentare il numero delle celle singole, senza però sostituirle a quelle doppie. Nel 1817 in Pennsylvania iniziò la costruzione del penitenziario di Pittsburgh, dove ad ogni detenuto corrispondeva una cella. Il detenuto vi trascorreva l’interezza della pena, non poteva uscirne né di giorno né tanto meno di notte: l’isolamento, sinora marginale nella pratica penale diviene la regola, il fondamento del sistema penitenziario. I risultati furono anche in questo caso fallaci, poiché l’edificio era mal progettato e i detenuti riuscivano a comunicare senza troppi problemi. Anche ad Auburn si sperimentò l’isolamento totale. I detenuti obbligati a tale regime, slegati totalmente da qualsiasi rapporto e lasciati nella solitudine più assoluta, 22

costante e ininterrotta, precipitarono in una disperazione che sovente li portò alla morte. Nel giro di pochi anni l’idea dell’isolamento totale fu abbandonata, sostituita da un regime meno rigido che prevedeva l’isolamento notturno e il lavoro in comune durante il giorno, in regime di assoluto silenzio. Il successo fu immediato, nacque il cosiddetto sistema di Auburn: “noi vediamo il famoso sistema di Auburn nascere tutto d’un tratto dall’ingegnosa combinazione dei due elementi che sembravano ad un primo colpo d’occhio incompatibili: l’isolamento e la riunione. Ciò che non vediamo chiaramente però è che la creazione di questo sistema riuscì bene a dispetto di quello che era il piano originario”(6). Il carcere di Cherry Hill iniziato nel 1821 fu una sintesi dei due principi, il lavoro e l’isolamento: le celle ospitavano un solo detenuto, l’isolamento era totale sia di giorno che di notte ma all’interno della cella il condannato poteva lavorare. In quest’ottica il lavoro diviene beneficio poiché si postula la relazione tra pigrizia e crimine, tra la tendenza all’ozio, l’impossibilità di un inserimento lavorativo nella società e l’attitudine a delinquere. Tra le carceri di Auburn e di Cherry Hill il lavoro è il denominatore comune, l’attività prestata dal detenuto si inserisce in luoghi diversi a seconda del carcere, nel primo è svolta insieme ad altri, nel secondo si lavora soli. Tuttavia il lavoro proprio di Auburn e di tutti i numerosi carceri ad esso ispirati non è un lavoro collettivo, vi manca l’elemento comunicativo, annullato dalla regola del silenzio: i detenuti si trovano solo materialmente insieme ma non possono relazionarsi tra loro, lavorano allo stesso tavolo senza conoscersi, sono isolati, la loro riunione non presuppone alcun tipo di socialità, è precluso a priori qualsiasi meccanismo di influenza


o interazione. La funzione del lavoro è magistralmente descritta da Michel Foucault: “Il lavoro penale deve essere concepito come se fosse intrinsecamente un meccanismo che trasforma il detenuto violento, agitato, irriflessivo in un elemento che gioca il suo ruolo con perfetta regolarità. La prigione non è una fabbrica; è, bisogna che sia, una macchina in cui i detenuti -operai siano nello stesso tempo gli ingranaggi e i prodotti; essa li occupa e continuamente, fosse pure nell’unico scopo di riempire i loro momenti...Se il lavoro di prigione ha un effetto economico è nel produrre individui meccanizzati secondo le norme generali della società industriale: -il lavoro è la provvidenza dei popoli moderni, ha per loro il ruolo della morale, riempie il vuoto delle credenze e passa per il principio di ogni bene. Il lavoro deve essere la religione delle prigioni. Ad una società-macchina erano necessari mezzi di riforma puramente meccanici”(7)-(8). La prigione eccede la normale privazione della libertà, esercita un potere che non si esaurisce nella detenzione, ma che riempie la reclusione di un impianto disciplinare. È il carcere che diventa fabbrica. Il detenuto deve essere costantemente sorvegliato, deve continuamente avvertire l’onnipresenza intrusiva del sorvegliante. Egli deve apprendere tutto un sistema comportamentale conforme allo schema disciplinare imposto, ben consapevole che ogni infrazione, ogni errore sarà immediatamente notato e punito. Il celebre “Panopticon” di Jeremy Bentham non è altro che questo: la prigione macchina, un sistema di sorveglianza perennemente, architettonicamente modulato per far si che un solo sorvegliante riesca a controllare una molteplicità di individui, senza che questi lo vedano. Ma la portata del meccanismo non si limita alla mera sorveglianza, grazie al Panopticon si comincia ad osservare e quindi a studiare i detenuti, i loro comportamenti, le loro reazioni. Inizia così una catalogazione incessante e morbosa, la prigione genera sapere, un sapere che deve essere funzionale alla pena e che necessità di ulteriori figure professionali oltre al personale penitenziario. Tutta l’attenzione si sposta sull’essere del recluso, non su cosa questi abbia fatto. La caratterizzazione di delinquente è correlata ad uno stato di devianza esistenziale, intendendo per deviato un soggetto non sufficientemente socializzato. La devianza è trattata alla stregua di una patologia da curare, un malessere da estirpare e così resta nell’immaginario comune, anche quando, dopo secoli di cieca fiducia, cade il principio del lavoro quale veicolo d’integrazione, la devianza rimane comunque una qualità dell’essere. Qualità da analizzare, conoscere e curare scientificamente. Negli ultimi anni si è assistito ad un graduale aumento sia dei condannati, sia del numero di coloro che sono in attesa di giudizio. Un senso di insicurezza pervasivo, dall’intensità altalenante, si è materialmente ramificato in un reticolo mostruoso di controlli elettronici atti a prevenire per quanto possibile l’atto criminoso. Superficialmente vi si potrebbe leggere il tentativo di una società ormai impotente davanti alla delinquenza, una società tanto fragile che ha bisogno di essere continuamente spiata, ristretta e rassicurata per preservarsi. In realtà quest’enorme apparato di controllo, pur svolgendo comunque una funzione deterrente, amplifica e aggrava la stessa paura che dovrebbe alleviare. Considerati i mutamenti della società ormai proiettata in una prospettiva globale: dove ciò che è comune diventa sconosciuto e viceversa, in cui la velocità di adeguamento

delle persone agli standard competitivi diventa frenesia e disumanizzazione, considerata anche l’economia operante ormai al di fuori del potere di regolamentazione dei singoli Stati e la riduzione di questi al minimo livello funzionale; la penalità anch’essa muta, si adegua ai nuovi standard produttivi, alle nuove esigenze. Non è più la preservazione di un dato tipo di società, ma la flessione della società stessa. Il rapporto tra Stato ed economia si ribalta, adesso è il primo che deve appiattirsi sulla seconda. Ma l’economia ignora i bisogni della società, soprattutto di quella che non consuma. Gli interventi statali tipici del welfare diminuiscono drasticamente, sia quantitativamente che qualitativamente, a questa diminuzione corrisponde l’aumento di una povertà non più assistita, tendenzialmente ignorata e socialmente allarmante: la riduzione delle politiche sociali, quindi delle politiche economiche, è accompagnata ad una produzione eccessiva della politica penale. Si investe sulla carcerazione quale unico sistema di tutela e prevenzione rimasto allo Stato al fine di arginare, sorvegliare e in pratica concentrare il malessere, l’insicurezza, la capacità a delinquere in quella porzione della popolazione che viene a trovarsi in condizioni di precarietà materiale. Lo Stato sociale cede ampi settori, a questa sua cessione non può che corrispondere un’estensione dello stato poliziesco. Il carcere di conseguenza cessa di garantire una qualche forma di riabilitazione perché le sue pretese si scontrano con l’impossibilità di un benefico reinserimento. Si persegue e si punisce la miseria. Non è l’ozio, non è la pigrizia che crea la devianza ma è l’impossibilità stessa che certe classi -non ceti- palesano nell’accedere a una molteplicità di consumi. Basta tornare sul tema del lavoro: la mancanza di una valida domanda occupazionale, praticamente a tutti i livelli di scolarizzazione, non fa altro, non può far altro, che aumentare i fenomeni delinquenziali, nella misura in cui il lavoro stesso e lo status che comporta non sono più risultati ottenibili con il normale percorso educativo, da qui le frustrazioni personali in caso di appartenenza alle classi medio-alte; la solitudine della penuria e l’impossibilità di uscirne agilmente per quelle basse, “il lavoro è sempre stato una evidente e incontestabile salvaguardia contro le deviazioni antisociali”(9). Se la disoccupazione è assistita si definirà un argine, lieve, ma comunque funzionale, al diffondersi dei fenomeni criminosi; se invece la disoccupazione viene presentata come una colpa, come una carenza personale o un evento fatale, che trascende lo Stato e su cui lo Stato non riesce ad attuare nessun tipo di politica sociale, allora la mancanza di lavoro non potrà che aumentare vertiginosamente il numero dei fenomeni criminosi. Ancora di più, ad una disoccupazione dilagante fa da corollario l’assurdità della pretesa insita nel carcere di riportare il detenuto ad una situazione d’occupazione. L’unico fine del carcere è il contenimento. La sua funzione non è per il detenuto, ma per chi sta fuori. Il carcere diviene null’altro che l’unico luogo di possibile costrizione di quella parte della società esclusa dal benessere: poveri, immigrati, soggetti con un bassissimo livello di scolarizzazione e marginali in genere. Fuori si trova l’altra porzione della società, costituita da soggetti integrati, consumatori ed elettori. Costoro sono l’oggetto prediletto delle politiche penali, poiché è grazie alla carcerazione che si può attuarne un controllo. Grazie al continuo, martellante, diffondersi di notizie di cronaca nera, di allarmi sociali prudentemente lanciati in cui si ravvisa 23


Deux Avocats, Honorè Daumier. Musèe des Beaux-Arts, Lyon

la catalogazione, l’idea di una devianza che acquista con la globalizzazione caratteri collettivi e quindi non più ascrivibili ad un singolo soggetto ma rintracciabili in gruppi d’appartenenza (come è stato per il decreto-legge del 23 maggio 2008, n. 92, il celebre Pacchetto Sicurezza presentato dall’allora Ministro Maroni), che diviene strumento politico, strumento di controllo che trova il suo limite solo nella paura. Il cittadino, l’uomo comune è inserito in un contesto instabile: pericoli in agguato ovunque, socialità ridotta al minimo, sicurezza sempre più precaria nonostante le città blindate, le telecamere onnipresenti, la privacy continuamente invasa. Egli ha paura di perdere il suo mondo, teme il deviante per due motivi: per il danno che potrebbe arrecargli e per ciò che egli rappresenta, cioè la fine che il cittadino potrebbe fare qualora si incrinasse il suo livello di integrazione. Quindi ben venga la cecità, la soppressione dei diritti sociali e dei diritti politici finché si parla di detenuti, senza rammentare mai che l’unica differenza tra un detenuto ed un libero cittadino, alla fin dei conti, non è che la fortuna. Giulio Spargi

(1)C. Beccaria, Dei delitti e delle pene. p.10 (2) M. Foucault, Sorvegliare e punire. p.54 (3)J. Turnbull, Visitè à la prisone de Philadelphie, 1797. pp. 15,16, in Sorvegliere e Punire di M. Foucault p.136 (4)A. De Tocqueville & G.Beaumont, Sistème pénitentiarie aux Etats Units et son application en France, 1883. (5)ibidem (6)ibidem (7)Michel Foucault, Sorvegliare e punire. p.265 (8)L. Faucher, De la réforme des prisons. 1838, p.64; in Sorvegliere e Punire di M.Foucault p.265 (9) F. Mantovani, Il problema della criminalità. p.286 24

Trattare di un argomento delicato come la carcerazione è una questione per noi decisamente complessa. Analizzare il meccanismo dell’esecuzione penale e delle restrizione carceraria ha sempre comportato un certo livello di giudizio politico per cui si passa da chi ritiene la prigione inutilmente crudele e inefficace; a chi la ritiene ancora troppo dolce e invoca una maggior produzione di norme penali e un’intesificazione dei provvedimenti di ordine pubblico; c’è chi considera il carcere come l’ultimo stadio dell’evoluzione della pratica punitiva, ancora non perfetta, ma sicuramente migliore rispetto agli esempi del passato, e comunque migliorabile; altri ancora ritengono che la prigioni funzioni alla perfezione poiché il suo fine non è il reinserimento del detenuto nella società, ma la creazione stessa del deviante; fino alle posizioni radicali di chi ne auspica la demolizione o quelle diametralmente opposte che invocano il ritorno ad un penalità marziale. In tutto questo ravvisiamo una faciloneria che preferiamo evitare: del carcere si può parlare analizzandone le implicazioni sociali, il processo evolutivo, le regolamentazioni; ma di cosa è il carcere per chi quotidianamente lo vive non possiamo dir nulla. Non possiamo farlo perchè l’unica voce che può svelare nella sua interezza la reclusione e le sue conseguenze è la voce dei detenuti. Sono parole che non udiamo mai, persone che si dimenticano, incastrate nei tortuosi ingranaggi della terribile macchina statale che li smista e li abbandona prendendoli in carico. Si dice “Se son dentro avranno pur fatto qualcosa” ma questo non ci interessa, non ci preoccupiamo delle loro azioni, non ci compete, ci interessa ben altro, il loro essere, la loro voce appunto, ciò che hanno da dire e che sovente rimane murato insieme a loro... Per chi volesse approfondire l’appuntamento è al prossimo numero


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K BLUES

CRONACHE PROVINCIALI

PROGETTO RIQUALIFICAZIONE SPAZI PUBBLICI Nella seconda settimana dello scorso Luglio, sui muri della cittadella dello studente di Grosseto, si sono alternati all’opera, diversi dei nomi più importanti nel panorama “graffiti e street art” italiano e non solo. L’ evento organizzato dall’associazione artistico culturale “artefacto” con la collaborazione di regione e provincia, ha dato prova di come un’area urbana in pieno stato di decadimento, possa cambiare totalmente aspetto, acquistando un valore unico rispetto al resto della città. Il progetto, oltre ad aver dato occasione ai writers di esprimersi in maniera legale e in totale libertà, è servito a riconsegnare alla cittadinanza uno spazio pubblico completamente rinnovato. Nella speranza che venga fatta una seconda edizione che rivoluzioni altri luoghi della città di Grosseto, pubblichiamo il contributo che Mauro Papa (responsabile Cedav), ha scritto appositamente per il catalogo dell’evento, dando una visione approfondita del rapporto della città con i graffiti e con lla streetart.

Il catalogo verrà presentato con una mostra alla sala CEDAV (Via Mazzini 99 Grosseto) nei giorni 22-23- 24 MARZO

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opera: Madkime - foto: Missia Donno

opera: Zed one - foto: Guido Cervetti 27


Mauro Papa Responsabile CEDAV (Centro Documentazione Arte Visiva della Fondazione Grosseto Cultura)

Da Blu a Urban Device: quando la street art nobilita l’arte pubblica.

“Le più valide ricerche rivoluzionarie nella cultura hanno cercato di spezzare l’identificazione psicologica dello spettatore con l’eroe, per trascinarlo all’attività, provocando le sue capacità di mutare la vita” G.Debord

Nella Cittadella dello Studente di Grosseto, abbandonato sul muro di un edificio scolastico, da una decina di anni fa mostra di sé un grande murale dipinto che pochissimi grossetani conoscono. Eppure è firmato da uno degli artisti più conosciuti a livello internazionale: Blu, il “Banksy italiano”. Di lui si conoscono solo il nome d’arte e la città da cui parte ogni volta per andare a dipingere i muri di mezzo mondo (dal Sudamerica agli Stati Uniti, dall’Europa dell’Est alla Palestina): Bologna. Lo fa almeno dal 1999. Blu ha esposto alla Tate Modern di Londra e al MOCA (Los Angeles Museum of Contemporary Art) e un’indagine del quotidiano britannico Guardian lo riconosce tra i 10 migliori “street artists” in circolazione. Blu produce quindi street art; ma cosa è la “street art”? E’ quel tipo di arte che, spesso illegalmente, negli ultimi decenni si manifesta nelle strade delle nostre città utilizzando le tecniche più disparate: vernici spray, stickers (adesivi), stencils, posters, proiezioni video, etc. La street art fa quindi parte di una categoria più generale di arte, quasi sempre legale, che possiamo definire “arte pubblica” e che in genere colleghiamo ai monumenti storici, alle sculture commemorative o celebrative, ai dipinti o mosaici che incontriamo fuori dalle gallerie e dai musei, negli spazi pubblici e aperti (strade, piazze, giardini..) della città. Ciò premesso, il murale di Blu non solo è una bellissima opera di street art ma – anche se il suo autore non lo ammetterebbe mai – è forse l’opera d’arte pubblica più importante che sia stata realizzata a Grosseto negli ultimi cinquanta anni. Nonostante ciò, se facciamo eccezione per qualche esperto d’arte o qualche writer, nessuno lo considera degno di nota, e quasi nessuno si scandalizzerebbe se domani venisse cancellato. Anche ignorando la firma, però, bisogna riconoscere che il soggetto rappresentato nel murale è di grande impatto e attualità: decine di personaggi anonimi, caratterizzati dall’uniforme borghese della giacca con cravatta, sono collegati da cavi che uniscono in rete le loro teste dall’espressione vuota, triste ed angosciata. L’ultimo della fila affonda il cranio in un monitor e sulla sua sedia si legge la scritta che fornisce di senso tutta l’allegoria: World Wide Trap. Sostituendo la parola Web (rete) con Trap (agguato, trappola), Blu denuncia i rischi connessi alla pervasiva diffusione di internet, che veicola non solo informazioni libere e democratiche possibilità di interazione, ma anche contenuti manipolati e modelli omologanti con l’illusoria promessa di benessere e felicità da parte di un sistema apparente28

mente libero ma invece largamente controllato (pensate a Facebook che gestisce tutti i nostri dati e controlla i nostri post per vendere pubblicità). E questo Blu lo diceva nel 2004, con straordinario anticipo sui tempi, dimostrando come il valore dell’arte contemporanea non sia dato solo dall’essere impronta e testimonianza del proprio tempo, ma in molti casi elemento anticipatore e premessa di futuro. L’importanza di questa opera di street art è testimoniata anche da un altro fatto: ancora oggi nessuno ha osato deturparla sovrapponendovi scritte o nuovi graffiti. I writers, e non solo, la rispettano. Con markers, vernici e colori a spray si taggano e si profanano monumenti, sculture celebrative, targhe e lapidi. Ma non il dipinto di Blu. Le opere belle e importanti, quelle sentite come tali dalla comunità dei cittadini, meritano il rispetto di tutti. Anche dei vandali. Bisogna difatti ricordare che i veri proprietari dell’opera d’arte pubblica sono i fruitori: se la vandalizzano o la evitano, o semplicemente non la proteggono, vuol dire che non la comprendono. Dare strumenti di comprensione ai cittadini, o farli partecipare alla ideazione di nuove opere, dovrebbe essere parte integrante del progetto di arredo urbano. L’arte pubblica non ha difatti valore assoluto, ma relazionale. E relazionale vuole essere anche l’esperienza di “riqualificazione urbana” che assume l’emblematico nome di Urban Device. Device significa dispositivo, congegno urbano, “componente fisica in grado di ricevere o inoltrare dati”. Promossa dall’attivissima associazione Artefacto di Grosseto, questa esperienza di street art non vuole solo “inoltrare dati” ai fruitori consapevoli o di passaggio (studenti, insegnanti, artisti, cittadini) ma catalizzare e “ricevere” energie creative, formando un laboratorio pubblico in grado di accogliere sollecitazioni e stimoli da street artists di altri paesi (dall’Olanda è venuto Zedz, dalla Germani Mr. Flash), di altre regioni d’Italia (dal veneto Joys e Peeta; dal Piemonte Corn79, Mr Fijodor e Truly Design; dall’Emilia Dado) o di altre città (Etnik e Duke da Firenze). Coordinato e voluto da Sera e Kime, conosciuti e apprezzati writers grossetani, questo cantiere aperto e relazionale ci vuole quindi ricordare il vero senso dell’arte pubblica che, oggi, riveste un’importanza fondamentale per Grosseto, la cui immagine è stata martoriata negli anni dall’assenza di un progetto organico e controllato per l’arredo urbano. Qual’è il senso dell’arte pubblica? Da una parte rendere la città migliore in virtù del fatto che può curare i cittadini dalle ansie e dalle patologie legate ad un contesto degradato. Se questo è lo scopo, è facile ammettere che ha più bisogno di arte pubblica la zona periferica e abbandonata, che rischia l’emarginazione e la privatizzazione dei suoi spazi, piuttosto che gli spazi centrali di rappresentanza e frequentazione comunitaria spontanea. Proprio il contrario di quello che genericamente vogliono artisti e amministratori, i quali preferiscono collocare le opere in centro per motivi di prestigio e visibilità. E il progetto di street art Urban Device va proprio a riqualificare una zona periferica, quella della Cittadella dello Studente, già oggetto dell’attenzione di Blu. Poi, il senso dell’arte pubblica deve stare anche nella sua moderna vocazione all’apertura, alla dinamicità e alla transitorietà. Perché se qualcuno, confondendo e mettendo insieme due cose diverse come la street art da una parte e il vandalismo grafico o pittorico dall’altra, continua a guardare con scetticismo tutte le opere dei giovani writers (anche quando sono legali e autorizzate), deve sapere che almeno non hanno l’ambizione di essere eterne. Il carattere effimero e volutamente transitorio di molta street art sollecita difatti una ulteriore riflessione. Siamo ormai abituati a uno spazio pubblico invaso aggressiva-


mente da manifesti pubblicitari che invitano al consumo – e spesso la critica insiste sul carattere nocivo e regressivo di questa pervasività iconica – ma è necessario ammettere che almeno i manifesti pubblicitari sono temporanei e rimovibili. Il vero pericolo, invece, è rappresentato dalla bolsa e noiosa retorica ottocentesca di sculture celebrative o di opere assolutamente autoreferenziali che ancora oggi vengono imposte dagli amministratori, senza controlli o pareri da parte di esperti (urbanisti, architetti, storici dell’arte, psicologi, artisti..), allo sguardo dei cittadini nelle piazze e nelle rotatorie urbane. E per giunta senza consultarli. Queste opere anacronistiche, che col pretesto di sollecitare la memoria spesso celebrano solo la vanità di chi le ha realizzate o fatte realizzare, presentano

difatti una minacciosa aggravante, quella di pretendere di essere permanenti. Così, ecco il paradosso: oggi, nelle nostre città, ci ritroviamo con manufatti “d’arte” pomposi e ridicoli che affollano e deturpano spazi pubblici belli e accoglienti, e non possiamo farci niente e nessuno può toccarli. Poi, se qualcuno decora muri degradati e spazi fatiscenti con un po’ di colori destinati a sbiadire, allora si grida allo scandalo. Per fortuna, il progetto Urban Device disinnesca il paradosso, promuovendo e rendendo legale un’esperienza che, una volta di più, dimostra come la street art possa oggi rappresentare il settore più avanzato e nobile dell’arte pubblica.

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IL CAMPINO DI

ULISSE Sarà stato perché il nostro professore di Greco sosteneva che Ulisse non fosse mai esistito… “Forse vi riferite a Odìsseo…” sghignazzava sofferente e caustico, lo sguardo che bucava l’Infinito oltre le nostre teste di rapa: lui che per altro chiamava “Ahhyaiwa” i banalissimi Achei e che diceva “skeptomai”, ovverosia “distinguo” prima di rifilarti un tre…; sarà pur stato che “allora, dai, m’informo io”, “ci mancherebbe, tocca a me”, solitamente di certi casi nessuno s’informa mai… O sarà stato, piuttosto, che di questo Ulisse non importava una beata mazza a Tizio e men che meno a Caio: insomma, via, l’identità del Nostro, padrone eponimo del mitico Campino, rimase ignota quanto quella del Milite benemerito, dell’inventore della ruota. Ed è un peccato, a ripensarci adesso, perché su quel rettangolo calvo di Pineta Granducale, su quel pianoro scaleno di radici affioranti, su quella gibbosa, scabrosa, talvolta impaludata steppa di Maremma abbiamo convissuto gli anni immortali della giovinezza: a giocarci a pallone e a dirsene di becco, sudati fradici, con le caviglie peste, felici e assatanati; distratti dall’amor che al cor gentil ratto s’apprende��� e in altri siti meno nobili, bisogna ammetterlo: alla man destra, soprattutto, Dio mio se lavorò, a quei tempi, quanto Stil Novo venne immolato nelle cloache dei gabinetti! Se ho detto giovinezza ho detto poco, giacché il rito del Campino si è protratto fin oltre i cinquant’anni, e di sabato in sabato, di vacanza in vacanza: a dispetto dei movimenti sempre più lenti e goffi, delle pance, delle calvizie, degli impegni professionali, fregandosene gioiosamente dei rischi d’ingessature e infarti, sprezzante verso i problemi che s’agitavano nelle famiglie. Se lo sapesse, il Campino di Ulisse – ma forse lo sa – quante amicizie si sono spezzate sopra il suo impervio suolo per un fallo maligno, una parola in più, un duro “vaffanculo”, e quante altre, invece, si sono rinsaldate! E quanti avvenimenti avrebbero potuto prendere una diversa piega se noi non fossimo stati lì, nel luogo e nel

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momento, a scambiarci spintoni o a fare festa per un gol, se immaginasse il corso di quante vite ha indirizzato! Dettava legge l’asperarteria radiofonica di Sandro Ciotti ai tempi in cui il Campino cominciò, di partite intere in Tv non c’era ancora traccia : …” si schiera con Zoff in porta, Spinosi e Longobucco difensori di fascia, Furino centromediano…”. Era una sorta di mantra, di affatturante richiamo. E noi, nel nostro infimo, ricostruivamo situazioni, ardite serpentine, tiri imperiali: accompagnando spesso con la voce – anzi, con Quella Voce – i movimenti riusciti che facevamo, gli interventi maldestri degli altri, l’immancabile centro con la rete che si gonfiava… “Scusa Ameri, scusa Ameri… ma al Campino di Ulisse adesso è goleada…”. E poi i dileggi : “Facci la presa !”, gridato al portiere che sbagliava, “ E’ tutta tua !” sibilato viscidamente all’avversario rimasto imbambolato. Poi le cose cambiarono, subentrò il rispetto: insomma, crescevamo. E di “Sivorini”, di “Mazzolini”, di certi ranocchietti di periferia capaci solo di umiliarti perché erano rimasti magri e piccini non volemmo saper più niente; così il gioco diventò totale, fisico, “olandese”, tutti, anche le schiappe, cominciarono a dare il loro contributo, tutti, anche i migliori, capirono che il calcio è un gioco maschio, solidale, che te ne fai un soffritto dei virtuosismi, che è necessario correre e lottare. “Allora, ci si vede al Campino alle tre !”. Più che un invito o un richiamo, quello era un sillabo, un diktat: bastava che l’organizzatore di turno lo diramasse che le truppe eran pronte, ogni altro negozio annullato, ogni affare di cuore scordato; e le febbricole, i mal di gola, le indisposizioni di certi giorni che nascono così e così… Ma stiamo scherzando?! Si veniva arruolati a viva forza, prelevati casa per casa. A meno che – ma questa fu una degenerazione da Basso Impero, quando l’età ormai declinava – uno non avesse bell’e pronto un sostituto, un meteco, un non-iniziato. E per costoro era servile gavetta, del tipo tirar su, e bene, le canoniche e sacre porticine in metallo,

gonfiare i palloni, liberare il terreno da pigne e da rami ; nonché passare immancabilmente la sfera al “capitano”, anziché provare a segnare, o fare lavoro sporco di copertura, pigliarsi improperi, arrampicarsi sugli alberi ove mai il proietto si fosse incastrato: e insomma quant’altro gli venisse con grande sussiego ordinato. Doveva essere uno spettacolo – soprattutto in quegli anni Settanta – vederci arrivare al Campino sulle nostre improbabili auto: antiquata ferraglia con alettoni da luna park, Cinquecento di terza mano, Ford Capri celesti, fucsia, magenta, un repertorio di vernici avanzate. E doveva essere uno spettacolo l’abbigliamento che portavamo, tutta roba da cenciaioli o dopolavoristi bulgari, pantaloncini così stretti e corti che ti segavano l’attaccatura delle cosce e ti facevano venire un’impellente, animalesca brama di orinare. E’ vero, c’era qualche Lacoste, di quelle arcaiche e bianche, pesantissime, filate ad Itaca con lana di capro : ma chi le indossava dopo un po’ veniva affogato dal proprio sudore e non correva più, caracollava, sfiorarlo era come strizzare una spugna. Palla al centro e s’inizia: o quattro contro quattro, o cinque contro cinque, da questa norma ferrea non si derogava; e il bischero in “di più”, se mai vi fosse stato, poteva solo assistere, magari commentare, oppure spericchiare nell’infortunio di qualche titolare, tié ! Di fare l’arbitro non se ne parlava, a questo ci pensavano i due più prepotenti delle opposte squadre: ed era infatti tutta una doglianza, un contestare, un tirare sul tempo, per ottenere una punizione a favore dovevi farti giusto massacrare. Finora non si è fatta menzione di “Lui”, dell’immenso, secolare pino che si erge nel bel mezzo del terreno di gioco e che utilizzavamo – dal momento che non si poteva abbattere – come segnacolo del limite di tiro, come ideale, o meglio concretissimo centro del campo. Tanto concreto da incanalare lo sviluppo delle azioni in due fasce ben distinte: se la palla viaggia sulla sua destra, è lì che infuria la battaglia, se invece viaggia sulla sinistra, 31


idem con patate a parti contrapposte; rarissimi, in verità, i lanci o i suggerimenti che provano ad evitarne la poderosa mole, anche perché a ronzargli troppo intorno c’è da picchiarci una musata: destino che è toccato a molti, e ahimé, pure a chi scrive. Sicché il gioco procede per corsie esterne, in su e in giù, incessante, martellante ; e quand’anche hai seminato gli avversari, tutti, ma proprio tutti, mentre assapori l’ebbrezza del gol e te lo vedi già dentro la mente….ecco presentarsi il problema di spingere la palla in porta. Eh già, perché la stronza è nell’esatto centro che si trova, come d’altronde da regolamento, e per raggiungerla ti tocca fare un’altra galoppata di traverso, stremato, a lingua in fuori, e quando ci sei giunto è ormai ben presidiata dai tuoi avversari che hanno compiuto il giro del pino inverso…. Forse è per questo che le partite nostre finivan sempre con poche reti, e quelle poche occasionali o “di culo”, come si dice, forse è per questo che chi ci visti a dannarci lì al Campino ci ha preso 32

per dei matti, degli alieni, dei ritualisti scaramantici. Oh, i bravoni! E se, invece, e magari senza volerlo, avessimo inventato uno sport inusitato, se avessimo coniugato football e culto di Irminsul, l’albero sacro dei druidi: e dunque presente e passato?! Se avessimo tracciato, con quell’andare avanti e indietro, il solco profondissimo dove attecchì questa amicizia nostra che non è più finita?! Se avessimo offerto un piccolo tributo alla Natura, accettandola per come è, coi rami rompicoglioni e i gli sterpi primordiali, con le zanzare lunghe un dito e le non proprio amene cacate dei cinghiali?! Oppure, e più semplicemente, con quella sorta di danza tribale avessimo esorcizzato il futuro mascalzone che ci avrebbe prima o poi ingoiato!? E se… E se, e se, e se. Mi sa che la risposta ce l’ha soltanto Ulisse. Per questo non l’abbiamo mai incontrato. di Roberto Ciarapica


Il campino di ulisse questa estate è bruciato. Foto: Francesco Scamporrino 33


FUMETTI

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MUSICA - CINEMA - EDITORIA

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DISCHI

The xx Coexist (The Young Turks)

Un album immobile Immaginate una stanza. Pareti bianchissime, sintetiche, isolata dal mondo. Voi lì dentro silenti, occhi chiusi. Immobili. Poi in lontananza dei rumori. Piano piano distinguete una chitarra, un basso, una batteria, delle tastiere, delle voci. Tutto molto minimale, niente più del necessario. Voci quasi sussurrate, poche parole ma significanti, in perfetta armonia con l’atmosfera nell’aria. E qualcosa vi fa immaginare la stanza sospesa, fluttuante in uno spazio sonoro, volando fra beat elettronici e casse simili ad esplosioni stellari, e poi silenzi, dosati, calibrati rumorosi come il vuoto in cui siete immersi. Coexist, il secondo lavoro degli XX, è cosi. Un album immobile. Un album che fa chiudere gli occhi ovunque voi siate. Siamo chiari non parlo di certo di immobilità artistica, produttiva, di contenuti. Perché i tre di Wandsworth, south-west di Londra, hanno tirato fuori un vero e proprio capolavoro. Il disco, a differenza del precedente e fortunatamente direi, non ha una hit, è un corpo unico che, una volta iniziata Angels scorre lineare e perfetto, con acuti e momenti di quiete fino all’ultimo brano. Il pezzo di apertura è il biglietto da visita del lavoro, esprime il minimalismo estetico ricercato dal gruppo, in cui la musica si mischia alla perfezione con i sentimenti, come in una silente devozione, con le parole non dette, come nei sogni degli angeli. Chained ci introduce l’equilibrio espressivo fra le due voci che, sorrette solamente da un kik’n’clap house e da un tappeto synthetico, ci incollano l’orecchio fino alla frase finale, forse profetica, alati o incatenati?. Le influenze electro-dance [vagamente dark] della band emergono chiaramente in Fiction, c’è qualcosa della Chicago anni ottanta, l’odore dei club sotterranei metropolitani, suoni provenienti da un passato musicale quanto mai in voga. Il disco ha due apici, due vette compositive, una di queste è indubbiamente Try. E’ un inno esplicito all’amore, all’unione, a quanto sia inutile porre resistenze alle attrazioni, ai bisogni più profondi. Le due voci si muovono all’unisono, poche note di chitarra e un beat continuo, ci ricordano che neanche a provarci si scappa da qualcuno [o qualcosa]. Reunion scorre veloce, come un intermezzo, forse per farci respirare un attimo forse per scarsa qualità, Sunset invece cambia nettamente orizzonti, attinge dalla tradizione garage beat britannica, con linee di basso minimali e ritmica funky house. Poi Missing, secondo apice compositivo, la perla del disco. Uno dei più bei brani di tutta la produzione del gruppo, ti sorprende per come la sua semplicità, dolcezza, immediatezza, ripetitività [quasi ossessiva] possa esprimere tanta bellezza. E il battito del nostro cuore sembra inciampare insieme ai battiti iniziali della cassa, come se battesse in un modo diverso, differente, come se l’ascolto desse la cruda sentenza definitiva, “now there’s no hope for you and me”. Tides è un brano per sole voci. Prima sovrapposte, poi armonizzate, poi alternate come fossero in un viaggio alla ricerca dell’equilibrio maschio-femmina, cercando di trovare l’istante in cui due poli opposti si attraggono, fino a divenire una cosa sola. Scegliete un brano qualsiasi da Heaven or Las Vegas dei Cocteau Twins, modernizzate i suoni, rallentatelo e poi date una sfumatura di incertezza, ecco, otterrete Unfold. Le influenze dance-oriented del gruppo, ed in particolare del Dj Jamie XX, emergono chiaramente in Swept Away. Spazza via gli ultimi dubbi sulle doti compositive dei tre, è una ballata elettronica, e per la prima volta nel disco, la musica prende il sopravvento sulle parole. Loop di chitarra in reverse e una pulsazione costante, come una goccia che cade, danno forma ad Our Song. E’ la confessione finale, sincera e liberatoria, sul sentimento condiviso in un amicizia [“there’s no one else who knows me lie you do”]. Adesso il cerchio si è chiuso, ogni singolo istante ha trovato il suo spazio e siamo esattamente dove siamo partiti, in una stanza silente, ad occhi chiusi. Immobili. Michele Parri 40


CLOUD

METZ

Comfort Songs (Practice

TEEN SUICIDE

Metz

(Sub Pop)

DC Snuff Film

Room Records)

(Songs From The Road Records)

Un disco registrato in una caldissima estate. Una Cadillac Coup De Ville classe 1988 con l’autoradio, scassata, che legge, male, soltanto le cassette. Un lavoro, forse il migliore al mondo: cameriere di servizio ai matrimoni. Un gruppo di amici (il club della disperazione) sempre pronti, con i loro strumenti, a darti una mano. Queste le poche, sghembe, coordinate in nostro possesso per inquadrare Comfort Songs terzo album del progetto Cloud (che arriva dopo Elephant Era e Rocket, sempre a firma Practice Room Records); a indicarcele è però il deus ex machina dell’intero progetto Tyler Taormina nelle complesse note che decorano un art-work originale, collage di suggestioni e pensieri che ci introduce e ci guida all’ascolto: sapete quelle giornate senza molto senso, grigie e tediose, ore pigre spese a passeggiare nervosamente avanti e indietro, i soliti volti, i soliti posti, le solite stanze? Ecco, questi sono i momenti adatti per ascoltare le “canzoni confortanti” suonate con straniante classicità dal combo di base a Boston. I suggerimenti non finiscono qui e si spingono oltre: uscite di casa, buttatevi in strada, passeggiate o pedalate, fanculo la famiglia, gli studi, gli impegni, riscoprite intimamente voi stessi al di fuori delle tristi, quotidiane quattro mura, tutto ciò ancora, ovviamente, accompagnato dalle note dei Cluod. Ed è un gran sentire, davvero, undici canzoni che compongono un magma di suoni puro che non ha paura di unire pruriti jazz e gospel a sguaiate sofferenze punk. Composizioni dalla radice semplice ma arrangiate con sofisticata esuberanza: violini, fiati (bellissimi), code strumentali, voci e cori sgrammaticati, timidezze e deliziose ingenuità. Il ventunenne Taormina ci invita a instaurare con la musica un dialogo intimo, reciproco e catartico. Un rapporto di nuda confessione che finisce per commuovere, oltre che, naturalmente, a confortare. Per gli amanti dei paragoni ecco una (per me) irresistibile connessione: la voce del Nostro soffre e deraglia come quella del Johnny Thunders più nostalgico e sentimentale.

Toronto – Seattle sola andata. Un treno già su di giri alla prima nota di Headache. Alla guida un rugginoso macchinista seduto su una sudicia sedia di plastica che sbuffa fumo denso e untuoso dalle narici. La porta sempre aperta per il continuo via vai di gente. Tutti gesticolano e si muovono come biglie dentro a un flipper. Al tempo stesso centro e margine di un buco nero. La musica è dentro la visione del mondo. Parte Get Off e pare di stare dentro un’arena da corrida. Corpi che rotolano gli uni sugli altri e facce ghignanti. Le urla della voce di Alex Edkins in sottofondo tra chitarre al fulmicotone e feedback urticanti. Due tizi osservano la scena in disparte come se si trovassero di fronte ad uno spettacolo di teatrino in famiglia. Sono Bruce Pavitt e Jonathan Poneman della Sub Pop. Il secondo ha la testa innaturalmente inclinata sul collo. Accanto a loro Layne Staley, gli occhi spenti nascosti dietro gli occhiali da sole, parla con Mark Arm che ha un’espressione compiaciuta. Abbasso per un attimo gli occhi sul cerchio umido lasciato dal bicchiere di birra sul legno scadente e vengo letteralmente sbattuto a terra durante Sad Pricks. Fiumi di distorsioni valvolari riempiono il vagone assordando le mie orecchie. Scorgo una mano e Kurt Cobain mi tira su strizzandomi l’occhio. Il motivo è Rats che assomiglia tremendamente alla sua Negative Creep. Non c’è un attimo di respiro. Knife In The Water, Wasted e Wet Blanket sono tre colpi di pistola ben assestati dai ritmi nevrotici e instabili. Capelli fremebondi e un miasma di camicie di flanella si agitano come in uno strano miscuglio biblico/ osceno. In mezzo a loro Steve Albini. Magro e occhialuto. Mi dico che c’è molto dei suoi Big Black in questo disco. Il sole comincia a inabissarsi. The Mule, Negatice Space e ---))— chiudono un cerchio perfetto carico di rabbia e fragilità. Siamo a fine corsa. Do un ultimo sguardo al treno e dal finestrino vedo Cobain. Sai Kurt che se mi guardi adesso negli occhi, qua nella polvere, mi troverai un po’ più vecchio?

Sette canzoni. Diciassette minuti scarsi. Pochi scheletrici zombi di adolescenti morti suicidi si aggirano ciondolanti per la periferia americana: maglioni larghi, camice di flanella, spillette, cappellini, Vans e skate. Brandelli di pelle marcia persi per strada. La ribellione che si scontra sempre con l’indifferenza degli adulti. Le giornate interminabili passate alla ricerca di qualcosa che sfugge. La solitudine che ti esplode in testa come un colpo di chitarra. Le vite interrotte di queste canzoni scorrono crepitanti, sommerse dalle rugginose distorsioni delle chitarre e sorrette dal pulsare confuso di basso e batteria, registrate talmente in bassa qualità che sembra sentirle uscire da uno scalcinato garage dietro l’angolo. Pezzi come Everything Is Fine, Skate Witches, Oh My God sono piccoli e fragilissimi inni che sanno farsi carne, ossa e nervi, essenza resuscitata dell’adolescenza, quel periodo della vita che più si cresce e più cerchiamo di ridimensionare o addirittura di scordare. DC Snuff Film è un profluvio di ricordi, di emozioni sospese a metà, di bugie dette per non deludere chi si ama, di aghi nelle vene, di fantasmi e di paura, di lunghissimi pomeriggi passati a perdere tutto il tempo di una vita intera e di notti che scorrono davanti a scadenti film horror. I Tenn Suicide sono un quartetto proveniente dal Maryland formato dal cantante, chitarrista e tastierista Sam Ray (già impegnato in un altro strabiliante progetto parallelo, i Cute Boy Kissing Boots), da Eric Livingston (autore insieme a Ray dei bellissimi, lapidari, testi) alla batteria, da Alec ‘torts’ Simke al basso e ai cori e da Caroline White alla viola. Il loro album d’esordio è un gioiello pop-noise in forma breve che attraversa il cuore come un momentaneo sorriso beffardo e amaro, poi sparisce. Spesso il valore delle cose lo si capisce proprio nel loro svanire, nel vuoto che ci lasciano. Come gli addii. Come i viaggi che finiscono. Come gli amori sprecati. Come l’adolescenza.

Chino.

Vernon Sullivan

Chino.

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BECK Song Reader (McSweeney’s)

Era il 1877 quando Thomas Edison annunciò l’invenzione del fonografo dando il via alla rivoluzione della riproduzione sonora. Non occorreva più saper suonare alcuno strumento e leggere spartiti musicali per poter riprodurre della musica, bastava tendere l’orecchio verso quel geniale mezzo meccanico e ascoltare esecuzioni già registrate; un mercato ed una concezione, fatta di spartiti e strumenti, lasciavano lo spazio ad un nuovo mondo. Siamo nel dicembre del 2012 e il cantautore californiano Beck pubblica il suo ultimo lavoro Song Reader, esclusivamente sotto forma di spartiti. Niente mp3, né cd, tantomeno vinile; per ora o forse mai, a sua detta, potremo sentire i venti brani (due dei quali strumentali) della raccolta dalla sua viva voce. Beck decide di esortare tutti a suonare la propria versione (in mancanza dell’originale) proponendo un concetto antico di musica, la partecipazione: “Le canzoni appaiono sullo spartito con le notazioni per pianoforte e gli accordi di chitarra – in certi casi anche con parti per fiati e accordi per ukulele – ma vi invito a personalizzare o persino ignorare questi arrangiamenti (…) queste canzoni sono qui per essere portate in vita, o anche solo per ricordarci che una canzone non è che un pezzo di carta finché qualcuno non la suona. Chiunque. Anche tu”. Altra alternativa, alla pratica musicale, per provare a sentire questi nuovi brani è data dalla pagina web del progetto (songreader.net), aperta agli avventurosi che si sono già cimentati con le partiture, e a chi si appresterà a farlo, dando la possibilità di pubblicarne, tramite video, il risultato della propria interpretazione. Gli spartiti sono disponibili solo ed esclusivamente in formato cartaceo* “Only Sheet music”, accompagnati ognuno da illustrazioni originali di artisti tra cui Marcel Dzama lo stesso che ha curato l’artwork del nono album di Beck, Guero, che rendono il prodotto una vera goduria per gli occhi. *ad eccezione della canzone Do we? We do rilasciata sul web come prewiev. G.Mastorna

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DAMIEN JURADO

PERFUME GENIUS

Maraqopa (Secretly Canadian)

Put Your Back N 2 It

(Matador)

Cominciamo con una domanda: può una canzone, una soltanto, strapazzare il giudizio di un album buono ma non eccezionale e renderlo imperdibile? Damien Jurado è un talentuoso cantautore di Seattle (considerato il padrino di un genere e di un movimento che vede in testa i concittadini Fleet Foxes, il neo-folk) che nella sua ormai quindicennale carriera si è ritrovato nella parte, sgradevole ma piena di fascino, di eterna promessa mai sbocciata; Maraqopa è il suo undicesimo lavoro in studio. L’ interrogativo iniziale si fa ancor più spinoso se consideriamo che il pezzo in questione non è un solenne inno, né una emozionante ballad né una cavalcata elettrica da brividi, insomma un brano che di certo non segnerà una generazione, niente di tutto questo: Museum Of Light è un leggero pezzo countrypop semi-acustico illuminato da uno svolazzante falsetto, con al suo interno una misteriosa forza rigeneratrice. Una di quelle canzoni che, allargando e approfondendo tutta questa meravigliosa faccenda che per comodità chiamiamo “Rock”, mi fa credere che la formula della pop-song sia forse la maggior espressione artistica mai concepita dall’uomo. Quale altra arte riesce in tre miseri minuti a cambiarti l’umore, a rivoltarti le prospettive di un’intera giornata, a farti dimenticare ogni altra cosa? E tutto questo con la semplice sequenza di banalissimi accordi che tutti quanti potrebbero ripetere. Si accende la luce con le canzoni e si accende la luce, spesso, con queste canzoni di Damien Jurado. Oltre al già citato “pezzo-traino” segnalo altre magiche lozioni guaritrici: il valzer incantato di Working Titles, il canto accorato di So On, Nevada, il country delicato e romantico di Mountains Still Asleep. Neil Young (Everyone a Star più delle altre), Van Morrison, Will Oldham, Magnetic Fields: i riferimenti sono sempre tipici, capisaldi di una musica che pur modificandosi pochissimo riesce a regalare emozioni contemporanee che sanno legarsi al presente profondo e intimo di milioni di cuori solitari capaci ancora di farsi salvare una giornata da una canzone.

Mettendomi davanti al computer a pensare queste righe d’elogio per dischi che hanno segnato i miei ultimi 365 giorni mi facevo forza: scrivere recensioni di dischi usciti mesi prima è un vantaggio, avrò avuto tutto il tempo per assimilarne i testi e i suoni; saranno scemati eventuali facili entusiasmi da primo ascolto; ma soprattutto avrò avuto modo di superare ogni possibile risvolto personale, quei sussulti intimi che ti spillano lo stomaco ad un saliscendi melodico di una canzone o che ti rendono interlocutore unico, speciale, di un testo. Non sempre questi vantaggi restituiscono una situazione cosi rosea; ma mi spiego meglio: per recensire questo secondo lavoro di Mike Hadreas mi sono andato a spulciare più o meno tutte le critiche uscite a proposito nell’ultimo anno, ed ecco che il mio castello di certezze non c’è più. Premetto che i giudizi su Put Your Back N 2 It sono tutti molto più che positivi, c’è chi parla (giustamente) di capolavoro del sentimento, ma qualcosa nel mio “mondo-cameretta” da adolescente ammuffito comincia a stridere: “un album tendenzialmete monocorde”(?) Possibile che non me ne sia accorto? “La produzione è si più varia e curata rispetto all’esordio casalingo, ma ne attenua un po’ l’intimità di fondo” (?) Assurdo! Unica soluzione è inforcare le cuffie e lasciarsi andare a questo flusso di note, puntinilismo di lacrime gonfie d’orgoglio come se fosse la prima volta. Una nebbia sonora in cui mi appaiono fluttuanti i fantasmi di una vita difficcile, sospesi e danzanti si muovono ora a tempo di valzer (Normal Song), ora incandecsenti si inseguono nel tentativo di rischiarare gli angoli più oscuri (Dark Parts), mi rapiscono innalzandomi in un turbine sottile eppure efficace, e a suo modo impetuoso, nel voler redimere attraveso la musica tutte le sofferenze dell’animo. Mi ridesto sulle ultime note del disco, quelle di Sister Song, un inno pianistico che unisce country e gospel a respiri contemporanei, e sto benissimo, la mia cameretta è ancora tristemente uguale a sempre, ma ho lo stomaco pieno di puntine. Do your weeping now.

Chino.

Chino.


CODY CHESSNUTT

Landing On Hundred (One Little Indian Records) “I was a dead man”... Dopo poche irresistibili “pennate” funky ecco il primo verso, le prime parole di uno dei dischi più attesi di sempre (almeno per chi scrive); sembra confessarsi Cody ChessnuTT, o meglio, sembra anticipare la domanda di tutti coloro che nel 2002 amarono follemente il suo disco d’esordio (The Headphone Masterpiece, meticciato black in bassa fedeltà che mescolava in modo audace e capriccioso soul, post-rock, funk, folk, accenni e melodie beat, per non parlare delle folgoranti devianze electro jazz e della naturale deriva hip hop) e oggi vorrebbero chiedergli: “Perchè aspettare dieci anni per far uscire un secondo album? Cosa è successo in tutto questo tempo?”. Quindi rendiamo grazie e celebriamo la ressurrezione artistica di questo importantissimo musicista originario di Atlanta. Una pasqua laica (ma molto spirituale) Landing On Hundred, perfetto esempio di neo-soul, un album che possiede quella rara forza capace di dimostrare come un artista maturo dotato di classe cristallina possa permettersi una sofisticata misura di derivazione mainstream senza stemperare troppo i bollenti spiriti ribelli, non del tutto sopiti. Certo l’eccentrica, folle (pre)potenza dell’esordio è putroppo un ricordo sbiadito tra i solchi di una produzione scintillante, perfetta, curatissima e puntuale nel richiamare i maestri del genere, da Marvin Gaye a Sly & The Family Stone, da Stevie Wonder a Curtis Mayfield, George Clinton, Isaac Hayes e Al Green (a proposito: gran parte dell’album è stata registrata nei Royal Studios di Memphis, tempio della musica afroamericana in cui proprio il reverendo Green registrò Let’s Stay Together). Ho parlato di neo-soul - e in qusto senso il lavoro di Cody ChessnuTT va inserito nell’insieme dei “nuovi profeti” della tradizione black: Frank Ocean, Aloe Blacc e Michael Kiwanuka - ma una lettura istintiva e in qualche modo astratta non faticherebbe a collocare, di getto, questo disco proprio in quei primi Settanta in cui i maestri sopra citati sfornavano i loro capolavori. Dunque: nessun tentativo di aggiornare la dottrina, nessun formicolio sperimentale, soltanto (si fa per dire) dodici perle nere raffinatissime in cui dal funky solare già citato della prima traccia Till I met thee, si passa al panafricanismo declamato di I’ve Been Life e giù attraverso le dissetanti cascate di fiati e archi che rinvigoriscono il singolo That’s still mama; impossibile poi non rimanere incantati difronte a Dont’ follow me che sfoggia rarefatte e fosche tinte trip hop; perfettamente a metà scaletta un’atmosfera da fumoso jazz club ci introduce a Everybody’s brother, spettacolare lettera di redenzione virata soul; Where is all the money going è un irresistibile ballo funk in tempo di crisi economica (ideale prosecuzione, anche questa “sculettante”, di I need a dollar di Aloe Blacc); chiude il sipario, riassunto in musica di tutto ciò che abbiamo ascoltato fino ad ora, Scroll call. Bentornato Cody, alla prossima. E speriamo non sia nel 2022. Chino.

DIRTY PROJECTORS

Swing To Magellian (Domino Recording Company) Un disco irresponsabile? Parafrasando l’ultima canzone di questo gioiello, Unresponsable Tune, vero e proprio manifesto programmatico, ma anche sincero e riuscito inno alla Musica Pop e alla sua complessa semplicità ci stupiamo (positivamente) di tanta fine arguzia dimostrata dalla band newyorchese: arrivati al nono anno di attività e con alle spalle album considerati tra i più importanti dell’ultimo decennio (Bitte Orca su tutti), dischi che hanno saputo unire sperimentazione elettroniche e melodie metropolitane sempre in fuga da una forma-canzone canonica e scontata, i Dirty Projectors ci presentano, con scivolosa freschezza e disarmate ironia, una raccolta di canzoni (questa volta si) mai così orecchiabili ed estive, in cui luci ed ombre si ricorrono come nuvole impazzite spazzate via a casaccio dalla brezza del mare. Proprio il soffio di questi nuovi tiepidi venti rende Swing To Magellian un monumentale affresco Pop dei tempi moderni, un’istantanea sulla crisi economica in salsa croccante. Non che le sghembe stravaganze di un tempo siano sparite, tutt’altro, sono però incastonate in un’architettura quasi perfetta, un equilibrio che a volte sembra sottile, fragilissimo, eppure efficace nella sua inafferrabilità così anche le parti più solari non si tingono mai di vuota leggerezza, anzi risultano necessarie per descrivere l’elaborata profondità di questo lavoro. Un gruppo come i Dirty Projectors è una lepre ideale per ogni giornalista musicofilo assetato di paragoni e confronti, sfugge da sempre a facili etichettamenti e classificazioni. Non che siano mancati colpi di penna, spari che molte volte hanno centrato il bersaglio, tutt’altro. Del resto è evidente quanto l’innegabile originalità della band abbia una pronunciata natura derivativa e paghi debiti altissimi alla storia del “Pop d’autore”. Per Swing To Magellian sono stati tirati in ballo sopratutto i Talking Heads e la loro bravura nel saper unire sapientemente avanguardia, afrobeat e melodie orecchiabili, del resto l’eco della voce di David Byrne (con il quale i Dirty Projectors hanno collaborato per una compilation benefica promossa dalla 4AD, Dark Was The Night, nel 2009) saltella qua e la e risulta un’influenza concreta per le corde vocali di David Longstreth (ancora per una volta leader indiscusso di tutto il progetto); chi scrive ha però notato una sotterranea ed elettrica connessione che dagli evidenti richiami ai Beach Boys scivola giù fino ai giorni perduti del Lennon newyorchese, e si sofferma su una significativa (per quanto intermittente) vicinanza con Loaded, l’album più melodico e (guarda un po’) “canzonettaro” dei Velvet Underground. Insomma un disco certamente irresponsabile nel suo voler racchiudere in caramelle pop da tre minuti o poco più sapori sperimentali che mescolano beat sintetici e spiriti gospel, assoli elettrici e arpeggi acustici, trame sonore inconsuete e melodie cristalline, ma proprio per questo, un disco irrinunciabile. Chino. 43


Sharon Van Etten Tramp

(Jagjaguwar)

Post-Folk da un garage di Brooklyn Questa recensione dovrebbe parlare di un album, Tramp; di una donna, della sua complicata salita, emersione da una personale zona grigia e di una particolare forma di terapia, la musica, un balsamo. Sharon Van Etten (SVE per chi scrive) sta attraversando un momento magico nella sua carriera di song writer / folk singer ed è arrivato il momento di parlarne. E qui le cose possono mettersi molto, molto nere, eppure magicamente possono sembrarvi bianche ascoltando questi dodici, complessi e bellissimi brani; il disco, il terzo dopo Because I Was In Love del 2009 ed il quasi EP (sette brani appena) Epic del 2010, è in fondo un nuovo inizio; con gli occhi lucidi e molti amici ad aspettarti sotto casa. Nel suo viaggio ha incontrato gente in gamba, come Aaron Dessner, il fratello Bryce e compagno nei the National, Jenn Wasner (Wye Oak), Julianna Barwick e uno come Zach Condon (Beirut). Insieme al batterista Matt Barrick (Walkmen), SVE cresce ed in Tramp si sente benissimo. Ondulando tra brani rabbiosi e confessioni di solitudine, crea un gran bel nuovo esordio. O è un diario? Arpeggi, synth avvolgenti di atmosfere sognanti intorno ad una musicista che parla di sfiducia, isolamento, attacchi di panico e ferite: tutto serve a curarsi quando si hanno i serpenti dentro la testa. Anche fare un disco; d’altronde “It’s self-therapy” disse in un intervista parlando di cosa significasse per lei scrivere, comporre e suonare musica. Dimentichiamoci i guai e gli errori (se tali sono stati), i brutti incontri e gli amori che ci rendono perduti e concentriamo invece l’attenzione sulle parole che usa, la leggerezza e la profondità insieme; la potenza usata a scopi medicinali e la limpida arpeggiante armonia che come una primavera ti cambia il passo. Tramp potrebbe voler dire anche questo, una passeggiata, un percorso e penso che sia più giusto mettere le cose in questi termini, così. L’alternanza di luce ed ombra, la ciclotimia musicale presente ovunque in Tramp trova nel brano numero otto We Are Fine il suo inizio e la sua fine, la malattia e la cura. Accompagnata da Zach Condon che qui ha persino un verso tutto suo, SVE parla attraversata da un attacco di panico, nel tremore della solitudine. Give Out strappa dolcemente in due il velo magico di un brano che parla di una relazione, e qui sembra anche troppo facile non vedere le tracce della sua personale e complicata vita sentimentale, trascinandoci così dentro quello che può essere definito come la costante del disco: una inesorabile, familiare, franchezza. Espressione volontaria ed autentica di una ricerca il cui campo di indagine non è nient’altro che il proprio io. Self-therapy, proprio così: “In my way, I say / You’re the reason why I’ll move to the city / you’re why I’ll need to leave” In Leonard (come Cohen) la grancassa e gli ukulele solleticano una atmosfera leggerissima mentre il coro tripartisce la terribile confessione di essere incapaci, di essere incapaci ad amare, di essere incapaci ad amarti. Tenebrosa fin dalla copertina (un ritratto fotografico scurissimo che ricorda il close-up di John Cale in Fear) ha fatto un disco da scoprire piano, ascoltare, tradurre. PS : Essere main supporter per Nick Cave and the Bad Seeds nel tour americano 2013 non significa forse qualcosa? Esce Tramp e parte in un tour mondiale, il boom ed ecco sempre per Jagjaguwar una versione deluxe che poi si chiama Demos. In questo album (meta album?), i dodici brani di Tramp, nel loro ordine originale con l’aggiunta dell’inedito acustico Tell Me si accostano quasi a specchiarsi alla loro versione embrionale, demo appunto, come a sottolineare il tema della crescita, della presa di coscienza e come vi dicevo prima, del percorso. SI, penso proprio che questo sia un nuovo inizio. RkG 44


CAT POWER

EARTH

LEONARD COHEN

Angels of Darkness, Demons of Light II

Sun (Matador)

Old Ideas (Columbia)

(Southern Lord) Probabilmente quando non avremo più mani, piedi, ma solo una enorme testa con un altrettanto gigantesco cervello in azione, questa sarà la musica che ascolteremo. Blues futuristi recitati come fossero mantra, per rilassare l’estesa corteccia celebrale permettendogli di non dover gestire niente, a parte angosce e paure, sempre presenti in qualunque esistenza umana passata, presente e futura. È un disco viscerale, Sun, fin dal primo ascolto, nonostante l’omogeneità sonora (produzione di Philippe Zdar alias Cassius) ci sono frasi, riff che rimangono dentro. Le due ossessive note di Manhattan ci suggeriscono “Don’t look at the moon tonight, You’ll never be, never be, never be Manhattan”, il piano quasi latineggiante di The Ruin sterza per una manciata di note blues ricordandoci che “We’re sitting on a ruin”, ed il pianoforte etereo di Nothin But Time è un accogliente letto per le ipnotiche e ripetitive liriche che sfociano negli antri più bassi della gola di Iggy Pop: “You ain’t got nothin’ else but time, And they ain’t got nothin’ on you”. Il gioco soul di 3.6.9 prova a darci qualche soluzione “you drink wine, monkey on your back, you feel just fine”, ma solo temporanea, “fuck me”, canta Cat confondendosi nel finale con le note elettroniche di un qualche computer... È una lunga preghiera Sun, poco ci interessa se a volte ripetitiva, probabilmente scritto per espiare delusioni amorose e problemi di salute (hanno portato ad annullare la prima parte del tour che riprenderà a fine gennaio) e proprio per questo molto personale. Se quello che cerchiamo in un artista è la spontaneità, la genuinità e la coerenza, Cat Power risponde per l’ennesima volta alle nostre aspettative. “I wanna hear the answer to every question, It’s not that I never wanted, I just never knew” canta nella title track, molto poco solare o semplicemente riflesso di una luce fioca e nascosta dalle nubi, vedremo se sarà solo una perturbazione passeggera o la nuova condizione esistenziale (e quindi artistica) della nostra...

Incroci e contaminazioni. Angeli dell’oscurità e demoni della luce. Il bene e il male che indissolubilmente si legano tra loro e il potere salvifico della musica che riconduce ad uno stato primitivo di una vita prima della vita. Questo è il nuovo disco degli Earth. Il settimo in studio e il secondo di un’annunciata trilogia. Sebbene le atmosfere e i territori esplorati non siano poi così distanti dal passato, un suono macilento che dal nero sfuma nel nero con quelle epiche e colossali cadenze che da sempre caratterizzano il sound della band di Olympia, l’evoluzione stilistica è evidente. Abbandonati i rigurgiti sabbathiani e gli echi dei Black Flag più pesanti, il riferimento e l’ispirazione principale per Dylan Carlson, vero e proprio deus ex machina del progetto, è ora quella dei cosiddetti american recordings della tradizione country/ western a stelle e strisce. Ciò che resta tra le macerie a dare continuità al marchio Earth sono le atmosfere cupe e angoscianti, i ritmi dilatati e un’impostazione musicale che assurge quasi a linguaggio metafisico. Angles of Darkness, Demons of Light II è un disco con un’atmosfera densissima, estenuante ma diretta e comprensibile. Bisogna cullarselo in cuffia in giornate ibride e precarie come queste, tra un (ennesimo) governo che cade e una sinusite che invade. 5 brani lunghissimi e stranianti tra scurezze tonali (Sigil Of Brass), subwoofer silenti e fluttuazioni catatoniche (His Teeth Brightly Shine) in cui gli Earth cristallizzano istanti di passione in vuoti irrisolti. The Corascene Dog e A multiciplity Of Doors impreziosite dal violoncello di Lori Goldston (con i Nirvana nel maestoso Unplugged in New York) sono eclissi parziali, ombre lunghe su insidiosi scenari che indicano il nuovo corso da calcare. La domanda è: possono essere poche note così piene di atmosfera, di melodia e persino di malinconia? Per chi scrive non ci sono dubbi, la musica degli Earth è vera e propria rivelazione.

Leonard Cohen a 77 anni torna a scarnificarsi. Abbandonate le leziosità sintetiche di Ten New Songs e le stanchezze e i vuoti zen di Dear Heather, Cohen torna con un disco meraviglioso, il migliore dai tempi di The Future. E lo fa ritrovando se stesso, attingendo a piene mani al serbatoio delle sue Old Ideas, proponendo ciò che di meglio sa fare: una forma canzone scarna e sostanziale dove a farne da padrona è quel suo timbro vocale unico, grezzo e prezioso al tempo stesso. In fondo non serve altro, niente barocchismi, niente orchestrazioni che suonano naif, nessun panorama artificiale, l’essenziale è il crooning di Cohen di una bellezza da alba glaciale Ogni episodio di questo disco è un universo autonomamente pieno che si sviluppa all’infinito sino a raggiungere dimensioni incommensurabili in cui ogni parola è scandita da un’intensità tale simile a quella che si dedica agli assenti destinati a mai più tornare. Cohen canta come un animale braccato, le sue come al solito sono parole pesanti, oscure e forti ed è questo ciò che non gli è mai mancato: l’inchiostro. I suoi sono i versi di un Yeats o di un Whitman destinati inevitabilmente a colpire e a far riflettere chi ha la fortuna di imbattervi. Tra le canzoni del disco da segnalare Darkness in puro stile Cohen, dove una chitarra malandata e monca è la linea guida per una ballata d’amore e morte in cui s’intrecciano echi di un malinconico sassofono e di un organo mai così blues e Amen così splendida e sinistra da far stringere i pugni doloranti ascoltando parole così struggenti e liriche “Tell me again when the day has been ransomned/ And the night has no right to begin/ Try me again when the angels are painting/ And scratching at the door to came in”. A colpire il sottoscritto è stato però il primo singolo estratto dall’album Show Me The Place, lenta e delicata preghiera a un dio minore per pianoforte: “The troubles came/ I saved what i could save/ A shred of light, a particle away”. Non può e non deve esserci rassegnazione alla lotta, lo straccivendolo del cuore ha ragione, né per lui né per noi.

Lorenzo Donvito

Vernon Sullivan

Vernon Sullivan

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EDDA

HAVAH

Odio i Vivi (Niegazowana Records)

Settimana

(To Lose La Track)

(Songs From The Road Records)

Stefano Rampoldi in arte Edda, riappare nel panorama musicale a distanza di qualche anno dal suo esordio solista Semper Biot. Prima ancora si era preso una lunga pausa dalle scene dopo essersi congedato a sorpresa (e all’apice della carriera del gruppo) dal ruolo di frontman dei Ritmo Tribale. In questo ultimo anno però, la sua carriera artistica sta cominciando ad essere in forte ascesa (finalista al Tenco e vincitore del Premio Italiano Musica Indipendente). Se alcuni dischi sono difficili da ascoltare in maniera oggettiva, Odio i Vivi di Edda è probabilmente impossibile... A partire dal titolo si capisce che è un lavoro che non va per il sottile, enigmatico ed estremista (“odio i vivi/ ho i miei motivi/ ma me li tengo per me”), ma anche poetico e a volte toccante. Ciò che emerge prima di tutto è la sua voce spiazzante e fuori da ogni convenzione: più che cantare sembra interpretare in modo unico ogni singola parola. Una voce che, accompagnata da atmosfere sonore sottili ed elaborate, si innalza al ruolo di stralunata e assoluta protagonista. In questo modo Edda ci trascina in profondità della sua visione dell’esistenza, usando principalmente come fulcro la sfera femminile, attraverso la quale ci descrive il male di vivere con intensa sincerità introspettiva. Una canzone di Edda sembra essere qualcosa in più di un’elaborazione artistica per il pubblico, sembra un legame diretto e senza filtri tra ciò che è e ciò che incide su disco, un flusso di parole ermetiche che narra e evoca sentimenti, spesso ad interpretazione tutt’altro che immediata. Odio i Vivi sicuramente non lascia indifferenti, si apprezza probabilmente di più se già si conosce la carriera artistica dell’autore, o magari si è letto o visto qualche sua intervista. Un disco che magari va ascoltato più di una volta, che ha forse bisogno che sia cercata la giusta chiave per essere rivelato, ma fidatevi... prima o poi tra le parole “sversate” di Edda sbuca qualcosa che si riesce a interpretare e che arriva dritto al cuore... e allora si capisce che è un disco che non ha bisogno di altro.

E’ come il raffreddore che ai primi freddi ritorna. Non gli scappo che cavolo. Neanche con un vaccino. Di che parlo? Della solita, puntuale e pericolosa riflessione sulla scena musicale italiana. E come sempre arrivo al punto di non ritorno nel quale mi rassegno a contare sulle dita di una mano, le realtà che mi fanno vibrare i timpani come si deve. Per fortuna ne ho scoperta una nuova, Michele Camorani, o Havah se preferite. Non lo conoscevo sono onesto. Per quanto mi riguarda sarebbe potuto essere chiunque: il vincitore di X-Factor, il nuovo talento dell’Inter o il proprietario del bar all’angolo. E ok ok, lo dico: mea culpa! Mi perdevo le idee di una delle menti più floride del panorama musicale contemporaneo (già nei La Quiete e Raein). Forse per questo Settimana mi è piaciuto a tal punto, è stato inatteso. Non è un disco facile intendiamoci. Non pensate di capirlo al primo ascolto. E’ la sua bellezza. Cupo, ruvido, roboante, a tratti (s)gradevole. Dentro ci sono trent’anni di musica italiana. Diaframma, Fiumani, la newwave, il post-punk catatonico del Ferretti anni novanta. Le schitarrate iniziali a tutto braccio di Lunedì ci confermano subito il territorio sconfinato in cui ci perderemo. Martedì prende ritmo. C’è qualcosa dell’Inghilterra dei primi eighties (The Cure, Joy Division). Ci piace. Le influenze italiane si palesano in Mercoledì e Giovedì, le steppe musicali gelide e desolate che ci faranno stare a metà fra ieri e l’altro ieri. Venerdì è una ballata acustica. Acida, visionaria e stralunata. “Sabato” apre il fine settimana, uno di quelli dove vorremmo essere soli, uno di quelli in cui “se proprio devi parlarmi fallo con tono leggero”. Chiude, ovviamente, Domenica. Dà la scossa finale che serviva. Tirata, diretta, un respiro e si arriva alla fine. Epilogo perfetto per un disco da neanche mezzora in cui ci scorre dentro una settimana intera. La peggiore della nostra vita.

Chino.

Michele Parri.

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FINE BEFORE YOU CAME Ormai

p.s: i testi sono di Jacopo Lietti dei Fine Before You Came.Non aggiungo altro.

“Tutto bene prima che tu arrivassi”, così la pensano loro. Noi invece l’abbiamo aspettato e atteso come un figlio questo Ormai. E come per un figlio carichi di aspettative, ansiosi di scoprire dove ci avrebbero portato questa volta i FBYC. Perché con la band milanese si parte, e non ci sono difese, ti prendono e ti portano in giro, come in una sceneggiatura neorealista. Sembra di camminare nella quotidianità, dentro i suoni e gli odori di una cittadina anonima della provincia italiana, dentro le emozioni di personaggi, senza volto, senza corpi ma che nella nostra mente, alla fine, prendono le sembianze di ognuno di noi. E anche se Sfortuna (esordio discografico dei nostri), ci ha vaccinato contro la tristezza, quella bellissima, incantatrice e distruttiva, quella delle nostre emozioni più profonde, non basta. Due secondi di Dublino e sappiamo subito dove andremo a finire. La sensibilità di ognuno è differente, i tasti toccati invece no. Cadiamo in pieno dentro la matassa che non si sbroglia di Sasso, seguita da Magone. Nervosa e diretta. Meno semplice, fin dal primo ascolto è Per non essere pipistrelli. Paese è il brano che apre il trittico finale, tre brani di bellezza esponenziale. E’ una richiesta di aiuto, onesta e senza giri di parole, perché ogni tanto serve davvero essere riscaldati. Collegata da un cordone ombelicale, Capire Settembre, indubbiamente uno dei migliori brani del gruppo. Più che mai siamo trasportati nella vita quotidiana, con le sue perplessità, dalle più insignificanti a quelle pesanti come macigni. A perfetto compimento del disco La Domenica c’è il Mercato. E’ un’esplosione musicale e di emozioni. I ricordi partono veloci come razzi, le immagini nella testa si accavallano, i treni persi,i cancelli scavalcati, i luoghi nella nostra memoria. E’ certo, Ormai non è un album qualsiasi. Ti sbalza a destra e sinistra, ti sottopone ad una piccola catarsi, quindi se non volete guardarvi in faccia ascoltando ottima musica, non premete play a questo disco.

Michele Parri.


ALT-J

An Awesome Wave (Infectious Self) Pur nella confusione generale della stampa d’oltremanica che troppe volte bolla come next big thing (e con una leggerezza che spinge alla bestemmia) l’ennesimo gruppo in pompa magna gli Alt-J non deludono le aspettative. Nessuna radicale innovazione o scelta stilistica ma una passeggiata ispirata nel cuore del concetto di canzone. An Awesome Wave è tutto questo e molto altro ma andiamo con ordine. Gli Alt-J nascono in quel di Leeds nel 2007 e il loro nome deriva dal comando utilizzato nel sistema Mac per ottenere la lettera delta dell’alfabeto greco. Lettera delta che è sinonimo di cambiamento come il gruppo tende a sottolineare nelle interviste. E di certo questo loro esordio ha radicalmente cambiato le loro vite catapultandoli al centro della scena musicale mondiale. Diciamolo senza cautela alcuna: si tratta di una delle cose più intense e straordinariamente iridescenti degli ultimi tempi per un amalgama musicale ricco e iperreale che esalta la mente e muove le membra. Un album capace d’interpretare i segni del presente. Una musica emozionale dettata da sensuale autorità e da sinistre vibrazioni celebrali. Non è un caso che i quattro si siano accaparrati il prestigioso Mercury Prize come migliore opera di matrice britannica Anno Domini 2012. Ciò che colpisce maggiormente è la capacità di creare in territori eterei una stabilità che è figlia di un equilibrio instabile: un susseguirsi di synth e tastiere elettroniche, di suoni acustici di derivazione folk e di echi che vanno dal funk alla techno, dal jazz al trip-hop che s’incontrano là dove sopravvive un’intensità che appartiene a tutti noi. Una nebbia rarefatta, stabile e instabile di ossimori che conserva saldamente una forte unità in quest’ampissimo ventaglio stilistico. Un disco ricercato ma di facile ascolto e comprensione, cinematografico per stile e fantasia in cui risulta difficile individuare senza abbandonarsi a gusti e simpatie esclusivamente personali un momento definitivo. Situazioni appena sfiorate (Fleet Foxes, Mumford & Sons) passate poi con un approccio più sperimentale e convulso (Radiohead, Four Tet) che mantengono costante la loro propria rassicurante armonia. (Interlude 1) è l’esempio perfetto per sottolineare il geniale utilizzo dei timbri e della voce, vero e proprio strumento capace di macinare scenari e scenografie, che scorre su tutto il disco. Breezleblock ha una struttura semplice e vagamente folk per poi compiere rotazioni e virare in picchiata su basi prettamente elettroniche. Something Good ha lievi profumi soul e dinamiche reggae corpose senza essere fini a se stesse. Taro con solide radici pop è capace di variazioni balcaniche riuscendo a mantenere un equilibrio dinamico ed una fragranza sonora che difficilmente riporremmo nel dimenticatoio. Suoni liquidi e profondi sino alle viscere (Bloodflood), atmosfere plumbee e magmatiche (Tesselate) e attimi di purezza che vivono di tempi lenti e malinconici (Matilda) si alternano in un grande disco di musica pop che nel nostro sopravvivere somiglia più ad un’irrazionale speranza a cui conviene aggrapparci stretti. Vernon Sullivan

JAPANDROIDS Celebration Rock (Polyvynil)

La verità è da ricercare nei dettagli. Prendiamo ad esempio la copertina di questo disco. Basta osservarla anche solo distrattamente e con disarmante superficialità per avere chiaro sin da subito quelle che sono le intenzioni del duo canadese e i contenuti scolpiti nell’album. E’ scritto chiaro, a caratteri cubitali come un’epigrafe, Celebration Rock. Brian King e David Prowse se ne fregano di tutto e di tutti andando alla ricerca di una radicalità rock che esibiscono con una durezza ed una spontaneità sempre più raramente riscontrabile tra le “nuove leve” del panorama musicale. I Japandroids, dopo il favoloso Post-Nothing, esordio del 2009, realizzano un disco per quanto possibile ancora più adrenalitico e (passatemi il termine) rockeggiante del precedente. Merito di una scrittura, specialmente nei testi, più matura e ricercata e di una produzione sonora più pulita e di spessore, quasi mainstream. Il disco è una fiammata di dolore rosso e secco, perturbante e sensoriale. Il suono, innervato di tradizione hardcore e sensibilità pop, racchiude in un colpo solo l’inquietudine esistenziale degli Hüsker Dü e l’aggressività punk-rock dei Replacements. Otto tracce poderose (tra cui una cover di For The Love Of Ivy dei Gun Club che rende giustizia all’umore nevrotico della band di Jeffrey Lee Pierce) nutrite a tutta rabbia e velocità, istintive come nella grande tradizione post-punk e garage. Tutte episodi di un repertorio melodicamente prorompente e suonato con’urgenza espressiva straziata, senza lieto fine. La chitarra di Brian King è un pettine che gratta incessante trasudante malinconia e vorticosa tensione. David Prowse alle pelli non risparmia un goccio di sudore in un turbine di onde che montano senza mai calare. L’album, come ogni celebrazione che si rispetti si apre (letteralmente) con uno scoppio di fuochi d’artificio che idealmente squarciano la notte. The Nights Of Wine And Roses è la prima traccia, poche note e un’emotività urlata in totale libertà. Rarefatta, rumorosa e instabile Fire’s Highway precede Evil’s Sway, un pulsare magnificamente pop tra riff taglienti e un cantato convulso. Adrenaline Nightshift e Younger Us sono due corpi vivi dai connotati hardcore con dei richiami stilistici al punk dei Ramones. The House That Heaven Built, il brano migliore e più incisivo del disco, ha un impasto sonoro di grande impatto che esalta le dinamiche delle voci in perfetto equilibrio come una lama tra due pietre. Continuous Thunder (che richiama la precedente I Quit Girls) è un tenue vapore dall’incedere ipnotico che asseconda malinconie e aiuta a delineare piccoli mondi interiori. La celebrazione è finita e Celebration Rock si conclude così com’era cominciato con i fuochi d’artificio. I Japandroids li lasciamo qui, dove li avevamo trovati qualche tempo fa: in un sogno identico a milioni di sogni, che fanno milioni di uomini e che assomiglia a una grande tempesta perfetta che ineluttabilmente trascina inermi. Vernon Sullivan 47


Om

Advaitic Songs (Drag City)

Absorbed from the peak of mountain: vademecum per elettroeremiti La tendenza all’iconoclastico che da sempre domina la scena della musica rock in tutte le sue innumerevoli declinazioni viene clamorosamente smentita da una minoranza di artisti che, silenziosi (ma elettrici) anacoreti erranti nel sottobosco del mercato discografico, fanno della coltivazione del rapporto col divino e del recupero dell’approccio religioso alla speculazione interiore la mandorla mistica del loro sentiero. Advaitic Songs degli Om potrebbe facilmente trovare molti aprioristici contestatori ed oppositori, dato che abbiamo qui nello stereo un disco molto radical e molto poco chic che attinge a piene mani dalle forme e dai contenuti della religione medio orientale, partendo dalle radici ebraiche antico-testamentarie fino alle evoluzioni cristiane e musulmane. Con gli Om, infatti, si entra a pieno titolo in un contesto di musica sacra e la sacralità del disco si percepisce dalla prima all’ultima nota accompagnati da salmodie e deliri elettrici di visioni bibliche e, badate bene, siamo davvero lontani da gruppi yankee e “ciellini” come i tristi P.O.D. o dal muscoloso macho core cattolico tipo No Innocent Victims. Del resto, quando a capitanare un progetto musicale è Al Cisneros si ha la garanzia di un downtempo ispirato, meditativo, psichedelico e visionario. Anche in questa nuova uscita l’eremo degli Om è abitato dal duo Cisneros/Amos, affiancato da una schiera di accoliti alle prese con decine di strumenti che arricchiscono con molto gusto la scena sonora del disco. Registrato da Jay Pellicci e miscelato da una élite di grossi calibri della consolle tra cui il soundengineer/feticcio di Steve Albini, che, a quanto pare, quando lavora su progetti che lo interessano riesce ancora ad essere se stesso. Advaitic Songs, che esce in prezioso digipack per Drag City, non lascia dubbi sul suo contenuto sin dalla copertina, priva di titolo e nome del gruppo, che riproduce una tavola del Salvatore mostrante il Cammino: queste canzoni saranno per te che affiderai la tua anima allo stereo un vademecum per il tuo viaggio, materiale o spirituale che sia, alla ricerca di un luogo o di uno stato d’animo che troverai quando capirai di averlo sempre avuto sotto i tuoi “occhi” e nelle tue orecchie. In antifona all’album si canta il salmo “Addis” recitato dall’ospite Kate Ramsey: tempi dilatati in una luce fievole, un basso a frequenze profondissime, idiofoni percossi in stato meditativo per accompagnare il canto, viola, violino, violoncello e sintetizzatori. Con la successiva State of no return si ha l’unico scampolo doomish del disco: chitarre pesantissime ma che non saturano mai la scena sonora, un irresistibile inserimento solistico di basso dai suoni originalissimi (al punto di ricordare certi Bastard Noise!) e un reparto percussioni-batteria registrato e miscelato lasciandone intatte naturalezza e dinamicità in una scelta stilistica ancora una volta in controtendenza che fa trionfare la fluidità dell’esecuzione. Personalmente segnalo sopratutto il brano Sinai, capolavoro che merita da solo l’acquisto del disco: un viaggio di 10 minuti, una visione biblica nello scenario desertico dove l’orizzonte mobile e rovente si fonde con un cielo azzurrissimo; in fondo si scorge la sagoma del monte sacro, avvolta dalle nubi che assorbiranno l’ascesa del mistico, onirismo sonoro in downtempo e tappeti di synth con Cisneros che supera se stesso nel cantato processato dal Leslie. Nonostante la durata anticommerciale del brano alla fine sarà con rammarico che la musica finirà facendovi ritornare nel vostro corpo a casa vostra. Il disco di chiude, in chiasmo, con la salmodia orientale di Haqq al-Yaqin che decreta la chiusura del rito. Ascoltate Advaitic Songs in macchina quando in viaggio di notte non ci siete che voi, ascoltatelo in cuffia mentre solitari conquistate una cima che domina una vasta pianura sotto di voi, ascoltatelo a casa nel buio rotto dalle luce di qualche candela e consacrate i suoi 44 minuti al vostro dio preferito, e se non ce l’avete cominciate a pensare a cosa succede al vostro cuore quando anche l’ultimo simbolo è andato in frantumi. LB 48


WEIRDO

di Zovietism RAIME – Quarter Turns Over A Living Line (Blackest Everblack)

Sublime isolazionismo. Chissà quanti si ricorderanno di quel doppio cd uscito nel 1994 dal titolo Ambient 4: Isolationism e curata da Kevin “The Bug” Martin ? Un’opera che servì a fotografare i germogli già virali e radioattivi di un’elettronica in continua mutazione umorale, ricca di riferimenti all’industrial, alle sperimentazioni di una techno stretta se stessa, dell’IDM prima dell’onanismo senza fronzoli. Qui troviamo un ottimo punto di partenza per capire il primo full length del duo londinese, dopo tre 12” che li hanno già segnati tra i progetti più interessanti in campo avant-elettronico. L’atmosfera che ci circonda è di un pesante senso di dispersione, mancanza di punti di riferimento diretti. Le mosse metallurgiche, di chiara derivazione industriale e ben lontane dalle movenze sensuali di Andy Stott, o dall’oscurità liturgica di certi Demdike Stare, volteggiano dentro un silenzio caotico. Feedback in tappeti granulari, appena segnati da synth e drum machine cerebrali, sono il tessuto di un disco da scoprire in più ascolti, attraverso la mente e un’epidermide emotiva molto introversa. Lo spazio in cui la musica dei Raime ha significato è quell’angolo abbandonato della città, la fabbrica in disuso cristallizzata nel suo lento rovinare, il nostro cervello senza sovrastrutture e inutili archetipi.

NEUROSIS – Honour Found in Decay (Neurot Records) “Our legacy can only be assured if we continually burn down the past and plant seeds in the ashes”. Dopo aver raso al suolo le poche macerie rimaste della nostra memoria psichica, della rabbia, del rancore che ci portavamo appresso, i Neurosis pensano che l’unica scelta artistica sia ripartire da un’ennesima nuova distruzione, per piantare semi nuovi. È per questo che il nuovo Honour Found in Decay è una sottospecie di Giano Bifronte, un frutto corrotto e splendido, una gemma oscura scheggiata su un lato? È questo lo stupro che darà origine al nuovo suono? In realtà già dalla coppia di apertura “We All Rage in Blood” – “At The Well” si capisce come i Neurosis non siano più forse quell’essere organico maligno che sapeva risucchiare in sé il tempo e lo spazio per poi far piovere una densa pioggia incandescente attorno a sé. “Eye of the Storm” del 2004 e il penultimo “Given To The Rising” del 2007, avevano segnato una nuova visione del gruppo, legata a sperimentazioni ambient, drone, che avevano rimodellato lo sludge metallico dei nostri. Purtroppo l’unico elemento di innovazione dentro l’opera è un certo equilibrio melodico, inquieto, proveniente dai progetti più folk-oriented del fondatore Steve Von Till , per il resto il citazionismo è sin troppo evidente e paludoso.

Rome- Hell Money (Trisol)

Dopo l’epico e al tempo stesso catacombale triplo cd che fu Die Aesthetik Der Herrschaftsfreiheit del 2011 ecco Jérôme Reuter ritornare come consueto con un nuovo disco invernale. Il suo progetto è cambiato più volte nel corso del tempo, partendo come un one man band , per poi allargarsi a gruppo, e infine ritornando a chiudersi dentro un oscuro spazio individuale. Hell Money è un’opera chiaramente basata sui danni, sul male procurato dal denaro; una visione anche piuttosto patetica se non fosse per la delicata malinconia che pervade tutto il disco, rendendolo un’opaca poesia di tenebre. “Tightrope Walker (Wild Milk)”, sepolcrale miele dalle venature à la Leonard Cohen, il passo lento e sognante di una “Rough Magic” aperta verso un ultimo tramonto e il rancore spietato ma saggio di “The Demon Me (Come Clean)”, mostrano un folk acustico potente ma asciutto, ricco della sua voce e della sua forza immaginifica. Una poesia umana, che tralascia certe complessità dei suoi precedenti lavori in cambio di un’affinità elettiva maggiore con le parole e le visioni che vuole possedere.

AA.VV- So Click Heels (Downwards) La Downwards è l’etichetta di Karl “Regis” O’Connor, ovvero metà di quei Sandwell District che nel 2010 seppero segnare il panorama della musica elettronica, e in particolare techno, con un disco come Feed – Forward. La label si contraddistingue, come il suo creatore, per un occhio profondo e sperimentale che insegue territori quali synth wave, minimal electronics, impro etc, senza una rigida barriera architettonica-concettuale. Troviamo così i The Kvb e Deathday con la loro sintetica via alla dark wave, i minimalismi post industriali dei Tropic of Cancer remixati da R.H.Kirk dei Cabaret Voltaire oppure le divagazioni moan wave dei Six Six Seconds. Non mancano nemmeno nomi che hanno segnato l’ultimo anno, come Silent Servant o travestimenti dello stesso Regis: i rituali ectoplasmici in drum machine dei Sandra Electronics. Ottima compilation sia per affacciarsi al mondo contorto e subliminale di Regis e della Downwards prima di annegare in un oceano nero fitto di reti neurali.

ANDY STOTT – Luxury Problems (Modern Love) Giusto all’inizio dell’anno scorso avevamo potuto gustare il doppio album We Stay Together\Passed Me By che raccoglieva gli omonimi EP dell’artista inglese con materiale nuovo. Beat secchi e scheletrici, ipnotici e raschiati da dentro l’anima si muovevano meccanici dentro il nostro cervello riuscendo a drogare le nostre sinapsi in una straniante visione sensuale. Da quella forma chirurgica di techno dub, l’arista di Manchester si è saputo evolvere secondo un gusto black e soul, ingoiando quella lezione lisergica e melodica che fu dei Massive Attack, e che è dell’attualissimo Burial. Le basi berlinesi del suono techno di Andy Stott (chi non sente dentro il fantasma dei Basic Channel?) riescono a danzare nella loro nuova forma con la voce di Alison Skidmore, dando origine a una figura umanoide che di volta in volta si mostra spettrale (“Numb”), dai lineamenti oscuri e gotici (“Lost and Found”), lasciando il passo a sperimentazioni più fredde e droniche (“Up The Box”, “Expecting”). La creta sintetica che Stott ha lavorato con tanta passione si mostra in un volto femminile, levigato e austero, capace di un’emotività intima e profonda, ma forte di una splendida bellezza psicotropa meccanica. 49


K.U.S.H. GROOVE

di Delbuono shafy klan family

APOLLO BROWN & OC Trophies (Mellow Music Group) Poche parole su questo disco,Dj premier dei Gang Starr parlandone ha detto entusiasta ”That’s Hip Hop for the people..”e questo parere autorevole rispecchia in pieno ciò di cui si parla,un classico istantaneo, una boccata d’aria per tutti i cultori di questo genere. Il produttore Apollo Brown di Detroit si conferma tra i più ispirati del momento (da ascoltare assolutamente anche l’album collaborativo con Guilty Simpson “Dice Game” uscito il 13/11/2012 sempre sotto Mellow Music Group.) sfornando alla produzione sedici beats di Hip Hop purissimo, caratterizzati dal suo gusto e dalla sua cultura musicale sopraffina che,mescolandosi con il rap leggendario di un peso massimo del microfono come OC (veterano di New York City e membro della strorica DITC Crew), da vita a quello che è con ogni probabilità il miglior disco del 2012. L’album è un’esperienza, nessuna collaborazione, come a confermare un’identità già di per sé fin troppo solida del lavoro. Ogni strumentale è sentimento in suono, ogni rima, ogni metrica è pensata ed è sentita per essere precisamente laddove dev’essere. Tutto questo porta all’uscita di una sonorità classica, ma estremamente innovativa e di qualità, che si discosta dalle superficialità e dai clichè della musica rap “di massa”. L’ascolto scorre piacevolmente e in maniera fluida,senza annoiare mai, in un atmosfera che va in crescendo dall’intro all’outro. L’album si fa anche portatore di un messaggio importante, si intitola Trophies: un viaggio attraverso l’attrazione della società verso meri trofei materiali,come una bella macchina, una bella donna, il denaro o i gioielli, chiedendosi perchè una persona ha bisogno di qualcosa per sentirsi qualcuno, come se dovesse ricevere un riconoscimento per aver eseguito il suo dovere di essere uomo. Un’opera d’arte che attraverso l’Hip Hop cerca di portare l’ascoltatore a pensare, sia in ambito musicale che non, a quali sono i veri trofei della vita.

REKS w/ The Numonics Rebelutionary (Gracie Productions) REKS è uno dei più acclamati MC della New School cosciente dell’Hip Hop USA, il rapper del Massachusetts, trova in Numonics il partner perfetto per questo suo progetto “rivoluzionario”. Già dal titolo dell’album si capisce quella che sarà l’impronta politica del disco. L’album si apre con un discorso di Fred Hampton, attivista Afroamericano legato alle Pantere Nere, omaggio che alza ancora di più il tiro del discorso, divenendo oggetto di controversia da parte della critica specializzata: geniale per qualcuno, troppo politicizzato per altri. Non appena inizia il secondo pezzo dal titolo “Unlearn” (un appello a disimparare tutto ciò che si è sentito fino ad ora ricominciando da zero) si capisce che il duo fa sul serio e che il disco ha un grosso spessore sia dal punto di vista delle produzioni che dal punto di vista del rap. Le metriche di REKS sempre molto veloci, taglienti ed aggressive. Il produttore della Florida spazia attraverso il soul, il funk, fino ad arrivare a sonorità dal sapore latino, che si completano con l’attitudine hardcore del rapper, il quale trova terreno fertile per raccontare la sua vita parlando di storie di disuguaglianza, di ingiustizia sociale, di razzismo e di violenza come in di “Bang Bang” , tra le tracce più potenti e provocanti del disco. Le collaborazioni come quella con Termanology in “Ignorance In Bliss” o quella con Jon Connor e Vanessa Reene in “Shotgun” suonano radicate nell’Hip Hop underground cosciente, ma fresche ed originali. In generale in tutto il disco emerge chiaramente questa capacità degli interpreti di suonare musica moderna utilizzando la rabbia e la forza del rap dei ’90. Un disco particolare, che divide. Secondo qualcuno (tra cui chi scrive) necessario per invertire una certa tendenza dell’ambiente musicale, soprattutto in ambito Hip Hop, per altri esagerato e troppo politicizzato per i tempi odierni, ma che merita in ogni caso di essere ascoltato per l’impegno mostrato dagli artisti nel portare avanti un messaggio importante a cui ognuno deve prestare orecchio.

Beneficence Concrete Soul (Ill Adrenaline Records) Già dall’Intro del disco si percepisce che il titolo è stato azzeccato, Concrete Soul, niente di più vero. In ogni pezzo, collaborazione e produzione dell’album si percepisce la vera anima dell’Hip Hop. Beneficence è un veterano della “Brick City” Newark, avendo collaborato con i più importanti MC e producers di tutti i tempi della scena newyorkese, oltre ad essere stato a lungo affiliato alla leggendaria crew degli Artifacts. In questo suo ultimo lavoro è proprio grazie a quest’appartenenza alla cultura cosciente dell’Hip Hop, al suo background cosi real: ghetti neri, crack, emarginazione consumata in uno scenario colmo di difficoltà sociali, che l’MC non cade in sterili e ridicole cantilene mafiose come non cede all’ostentazione di clichè materiali. La sue è una musica completa ed artisticamente validissima, frutto di un rap sempre perfetto sia nei pezzi più smooth che in quelli più hardcore, e di una schiera di produzioni musicali edi collaborazioni di altri m.c. di primissimo livello. Alle strumentali ci sono nomi di gran calibro: dal leggendario Buckwild della DITC, a K Def della 12 Finger Dan, a Confidence sino a Molemen e Da Beatminerz. Anche dal punto di vista delle collaborazioni siamo al top del real Hip Hop di New York. Spiccano le partecipazioni di El Da Sensei, Roc Marciano, vere e proprie leggende come Billy Danze degli MOP, AG della DITC, D Flow dei Ghetto Dwellas e Chubb Roc. In particolare la collaborazione con AG in “All Real”,quella con Billy Danze in “Art Of War” e quella con Chubb Roc in “Mastherful Method” sono già classici. Il disco nel complesso si ascolta meravigliosamente e propone un Hip Hop classico, urbano, che non sa di vecchio, lontano dalla parte più commerciale e superficiale della musica rap odierna, spesso futile e priva tanto di contenuti quanto di consapevolezza.

Altri ascolti consigliati per il 2012:

3-Journalist 103 – Reporting Live –Babygrande Records

1 – Apollo Brown & Guilty Simpson –Dice Game (Mello Music Group)

4 –Roc Marciano – Reloaded (Decon Records)

2-The Alchemist – Russian Roulette – Decon Records 50

5-Craig G – Ramblings Of An Angry Old Man (Soul Spazm Records)


LIVE REPORT

RADIOHEAD

“Radiohead a Firenze. Concerto per vista, udito e..qualcos’altro” di Michele Parri Andare a vedere un concerto dei Radiohead è un po’ come tornare in un luogo a noi caro dopo tanti anni, basta poco per sentirsi di nuovo a casa. E anche questa volta è andata così. Le variabili in gioco cambiano, è tutto diverso, location, pubblico, musica, noi stessi, eppure un istante dopo la fine, sarà l’effetto placebo della musica sarà la sobrietà che ci ha abbandonati, ma in testa prende piede quel cavolo di pensiero rassicurante e crudele al tempo stesso: “cazzo quanto mi siete mancati! e quanto mi mancherete!”. Perché una cosa è certa, Yorke e soci ce li fanno sudare questi concerti. L’ultima volta italiana è datata 2008, al 2003 quella fiorentina. Però se la tanta attesa viene ripagata con questa moneta io aspetto volentieri. Mettere i live dei Radiohead nella top list dei migliori mai visti è forse troppo facile, ma questa volta hanno davvero superato ogni apice. Palco immerso nei colori dei neon e delle luci, calde poi fredde, il buio, poi bagliori da chiudere gli occhi. Appesi alla struttura degli schermi giganteschi, che via via alzandosi e abbassandosi formano figure. Al loro interno scorrono le riprese dal vivo dei musicisti, perfettamente mixate dalla regia. E poi la scaletta. Impeccabile. Aperta dall’isteria ossessiva di Bloom, diramata salendo e scendendo dal treno di The King of Limbs, che escluse Little by Little e Codex le fà tutte. There there, 15 step, Weird fishes/Arpeggi in sequenza ci fanno capire che la serata sarà di quelle da ricordarsi per diverso tempo. Dopo Kid A, che fa vibrare il cuore ai nostalgici delle vecchie produzioni, arrivano le nuove sonorità di Staircase, che dal vivo ha una bellezza del tutto inaspettata. Morning Mr. Magpie, scorre fluida, il ritmo prende il sopravvento, e diventa la perfetta introduzione per la sintetica e decisamente più elettronica The Gloaming e per Separator, brano conclusivo di The King of Limbs. La completezza del concerto, della commistione fra il vedere e l’udire si palesa lasciandoci a bocca aperta con il solo di Tom Yorke in You and whose army. Cantata, interpretata, vissuta come fosse l’ultimo concerto della vita. Una luce chiara illumina il palco privo di luci, negli schermi, ripreso in primo piano Tom, che guardando dritto in camera sembra guardare ognuno di noi dicendoci “Come on!”. Nude prosegue il momento dove le emozioni hanno il sopravvento, dove tutto è mosso dalle melodie della voce, dalla delicatezza. Forse per non destabilizzarci troppo la band vira ancora verso l’elettronica suonando in sequenza due brani dell’ultima produzione, Identikit e Lotus Flower. E sarà per il gioco delle luci, sarà che la freschezza dei suoni spesso premia, ma l’impressione è che questi brani fanno saltare l’intero pubblico. Poi la ballata che nella scaletta dei Radiohead non può e non deve mancare, Karma Police. Sebbene sia sentita e risentita, vista e rivista, dal vivo, con trentamila persone che cantano insieme, ha ancora il suo cavolo di perché. Brividi. Prima della pausa ancora due brani, che sembrano padre e figlio. Feral, dall’ultimo disco e la stupenda intramontabile Idioteque. Si respira, qualche minuto di pausa, giusto per riordinare le idee. Il rientro non è adatto ai i cuori deboli, a chi soffre di nostalgia, perché il gruppo suona Airbag da Ok Computer e How to disapper completely da Kid A. Tom Yorke si esalta ancora in The daily mail, brano di recente pubblicazione, dove piano e voce ti lasciano col fiato sospeso prima che il resto della band entri energicamente nel finale. La stessa energia vitale per i due brani successivi, Bodysnatchers, che scorre ruvida e diretta sul riff principale e Planet Telex, piacevole sorpresa tratta da The Bends. Ancora pausa e il finale, tre brani. Give up the ghost, non sarebbe la chiusura che proprio avremmo aspettato, ma quando il gruppo ci regala il finale con solo chitarra acustica e voce direi che possiamo accontentarci alla grande. Reckoner sembra essere una dedica al pubblico, con le sue parole finali “dedicated to all you,all you needs”. Chiude la magnifica Everything in It’s rights place. E’ Tom Yorke col suo hammond che si prende la responsabilità di salutarci, da front man ritrovato, mai così pieno di energie da trasmettere. E adesso è davvero tutto al posto giusto.

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Wilco @ Madrid / Capossela @ Firenze

16 Ottobre 2012 Palacio Vistalegre Madrid, ES Lorenzo Donvito La goduria sonora è reale, nonostante il lugar dell’evento sia uno schifo (si potrebbe scrivere di peggio ma vogliamo mantenerci positivi..). Era necessario vederseli davanti per più di due ore affinchè rendessimo certezza ciò che già lo era, grazie ai pirati di youtube. Sono gli Wilco sul serio e suonano meglio che su disco! Fin dall’inizio del concerto siamo catapultati in un altra dimensione dove chi suona, lo fa come se si trovasse nel salone di casa, l’importante è farlo, per godere e per la necessità, tutta umana, di voler manifestare la propria vitalità. La chitarra di Nels Cline canta al pari della voce di Jeff Tweedy, non sono frasi poetiche, ma constatazioni: durante Impossible Germany, quando Nels rientra con il riff, dopo un solo magistrale, il pubblico lo segue gridando fino alla fine del pezzo. L’hanno ascoltata talmente tante volte da ricordarsi tutta la melodia! E non era Robbie Williams. C’e’ quindi ancora speranza nel mondo, ma solo se gli Wilco fossero i buoni. Ritorniamo al salone di casa, ecco Jeff sembra appena alzatosi dal sofà che vi troneggia nel mezzo, giusto il tempo di acciuffare il cappello e infilarselo, per toglierselo solo al momento dei saluti. Praticamente immobile, la stazza non aiuta, mentre i suoi valorosi compagni di viaggio saltellano, John Stirratt (bassista) si e’ dimostrato un validissimo saltatore a piedi uniti; si scuotono, con particolare violenza Mikael Jorgensen (tastiere); e sudano copiosamente, l’esplosione di Glenn Kotche (batteria) su Via Chicago rimane memorabile, con Jeff e Pat Sanson (chitarra e tastiere) intenti a cantare la melodia, incuranti del rumoroso deragliamento del treno alle loro spalle. Quattro soli i pezzi dell’ultimo The Whole Love (2011), decisamente con sonorità più morbide rispetto all’acidità dei vecchi, soprattutto gli estratti da The Ghost Is Born (2004). At Least That’s What You Said, Handshake Drugs, I’m a Wheel certo, ma per stupire anche una Spiders (Kidsmoke) irriconoscibile. A detta di Tweedy, come effettivamente nacque, acustica e molto country, nulla a che vedere con l’ossessiva ritmica poi finita su disco. Le sfuriate di chitarra di Nels sono arrivate puntuali su quasi tutti i pezzi dell’ultimo repertorio (diciamo da Yankee Hotel Foxtrot, 2002, in poi), donando una seconda e schizofrenica vita anche alle canzoni più poppeggiante e mainstreaming (e a volte inutili, averemo avuto 100 canzoni da chiedere al posto di Heavy Metal Drummer). Una evoluzione della musica rock statunitense migliore di quella apportata dagli Wilco sarebbe difficile immaginarla, se i Radiohead rispondono dei Beatles in Gran Bretagna, Wilco sono i figli di The Band negli States. La chitarre di Robbie Robertson erano sicuramente più rozze però sempre pronta ad avventurarsi su universi paralleli come, più raffinatamente, fanno quelle di Jeff e Nels. Altri tempi, altre tecniche, forse meno droghe e più studio. 52


Capossela tutto Rebetiko Cuore e Muscoli di G.Mastorna Firenze, 20 Novembre 2012, una calda ed affollata FLOG accoglie per due serate consecutive il “Rebetiko Gymnastas Tour”; dopo gli “Esercizi allo Scoperto” che Vinicio i suoi Rebetici ginnasti hanno praticato all’aperto nell’estate olimpica appena trascorsa, il Rebetiko rientra al chiuso, nei rock club, ovvero negli spazi coperti che più si confanno al suo spirito ribelle e underground. Dopo l’odissea di “Marinai, profeti e balene”, l’approdo nel porto ellenico ha un sapore dolce e malinconico ma al contempo eversivo, proprio come il Rebetiko “che è musica nata da una catastrofe, da una grande crisi e da una colossale migrazione che da allora ha portato in sé il cromosoma della ribellione, della rivolta individuale.” La storica sala della ormai mitica “Fondazione Lavoratori Officine Galileo” (F.L.O.G.) evoca al meglio l’atmosfera di una vera taverna, lasciando nessuna barriera fra artista e pubblico, dimensione molto più intima rispetto ad un teatro o freddo palazzetto. Come spiega lo stesso Vinicio in una recente intervista la scelta di fare un tour in club così piccoli è proprio per via <<dell’essere più vicini allo spirito della taverna, del Rebetiko. Perché quando si parla di peccati il peccato dev’essere condiviso, e non si può stare al riparo di un palco rialzato con transenne o dietro a un sipario. E’ una dimensione più comunitaria , come comunitario è lo spirito di questa musica. A mio modo di sentire, Rebetiko non è un genere musicale , ma qualcosa che ti parla di te. Qualcosa che libera dentro un demone. Che scioglie e libera la parte anticonvenzionale di noi stessi. Qualcosa che fa spaccare piatti o tirare un pugno, o abbracciarsi o languire, o bere. Tutte cose che non si possono fare seduti in poltrona>>. Via! si parte di slancio con tanto di riscaldamento muscolare con il classicissimo Misirilou e l’aerobico Gimnastika; segue, sempre tratta, come la canzone precedente dal repertorio del cantautore e poeta russo Vladimir Vysotsky, Il Pugile Sentimentale. A ruota Contrada Chiavicone, Maraja; il pubblico già sudaticcio è preso quasi alla sprovvista dalla frenetica successione di brani proposta dalla ciurma sul palco. Al timone, o meglio a capo tavola, un barbiglioso Vinicio dagli esilaranti mustacchi posticci, intorno la compagine greco-italiana comprende i musicisti della tradizione rebete, che l’hanno accompagnato nel disco e dal vivo: Vassilis Massalas alla chitarra e baglamas, Ntino Chatziiordanou alla fisarmonica e all’organo Farfisa, Dimitri Emmanouil alle percussioni e soprattutto l’insigne solista del bouzouki Manolis Pappos, completano l’organico due pilastri della band di Capossela quali Alessandro Asso Stefana alla chitarra e Glauco Zuppiroli al contrabbasso. Spazio al sentimento con la successione: Rebetiko Mou, Abbandonato (due dei quattro inediti dell’album) Signora Luna, Contratto per Karelias, Morna ,Corre il Soldato, Non trattare e il Rebetiko To minore tou tekè dove il palco è lasciato interamente ai bravissimi musicisti greci dalle facce melanconiche. L’atmosfera si scalda e arroventa con il brano Non trattare, <<esercizio di ribellione e di identità “per tenere in esercizio il mangas che è in noi>>; segue l’omaggio all’amico Enzo Del

Re con la proposizione di Lavorare con Lentezza (canzone con la quale era riuscito portare il cantautore e cantastorie pugliese davanti all’oceanica folla del concerto del primo maggio di qualche anno fa), conclude Vinicio con un breve monologo di Del Re sullo squilibrio nella distribuzione della fatica nella società dei nostri tempi con tanto di attualizzazione contro una figura oscura come Marchionne (ovazione del pubblico fiorentino ndr). L’attenzione torna meritatamente su i baffuti musicisti greci che eseguono una bellissima canzone di tradizione anarchica che si intitola I Primi Ministri sul quale caratteristico ritmo Rebetiko composto del ‘zeibekiko’ (2+2+2+3) si innesta a perfezione la reinterpretazione Caposseliana di Quello Che Non Ho di De Andrè. Conclude la sezione libertaria del concerto una canzone, pescata questa volta dalla tradizione anarchica italiana, tratta dalla poesia “Esame di ammissione del volontario alla Comune di Parigi” del’anarchico pisano Francesco Bertelli (1871).Vinicio si siede al pianoforte verticale che fa mostra di se nel mezzo al piccolo palco, dalle quali viscere compare mirabilmente un incredibile mobile bar con tanto di bottiglie di ruhm e affini, si vede spuntare anche un narghilè al seguito. Al lume di poche lampade da taverna, che calano sul palco, si consuma la parte conclusiva della scaletta ufficiale; il pubblico si stringe sulle note di Scivola vai via, ondeggia sul valzerone di Pena De L’alma e si scioglie sulla struggente Ultimo Amore. Risveglio generale sulle prime battute dell’immancabile Che coss’è l’amor, si scatena la torcida fra tutto il pubblico dell’auditorium. Siamo agli sgoccioli, ormai la maglia inizialmente rosso pastello di Vinicio è diventata color vinaccia scuro, madido di sudore inizia la rituale presentazione dei musicisti che lo hanno accompagnato e sostenuto per quasi due intense ore di spettacolo. Cumpari appunto, come l’irresistibile canzoncina anni ‘50 dell’italo-americano Julus La Rosa andata a scovare chissà dove, che serve a presentare uno ad uno strumento e relativo musicista, sommandosi via via come in una ipnotica filastrocca per tutti i componenti del gruppo.Urla, fischi, cori estemporanei, storpiature varie (Ver-ni-cio! Ver-ni-cio!, bah?!); serpeggia come sempre ingiustificato il velato terrore della conclusione del concerto senza concessione dei bis. Tensione che; come tutte le volte, si scioglie quando lentamente rientrano sul palco i protagonisti della serata per l’ultimo lungo e intenso intervento. Iniziano i suonatori di bouzouki e baglamas con l’ennesimo spossante ritmo ellenico sul quale il più baffuto intona una melodia con parole che nessuno riesce a comprendere ma che tutti al momento opportuno cantano in coro, si sovrappone con anologicissimo missaggio Vinicio cantando Con Una Rosa in una versione più decisamente danzereccia del solito. Gran finale sciamanico grazie al Ballo di San Vito, si prolunga in una lunghissima sfrenata primordiale danza che ricorda i roteanti dervishi alla ricerca della porta per raggiungere l’estasi mistica. Capossela se ne va indossando la maschera del minotauro portando via la parte più oscura e affascinante, più repulsiva e attraente, in un sol tempo, dell’animo umano: primordiale e dionisiaco. Kalinikta, Ghià sas! 53


Il Video-Clip è una forma d’arte. Punto. Avevo pensato di aprire con la medesima considerazione, soltanto declinata all’interrogativo. Punto interrogativo. Ma mi è sembrato inutile impantanarmi negli sterili labirinti della retorica per giungere comunque ad un’uscita che per me era scontata fin dall’inizio. Perciò, sì, è una forma d’arte forte, in crescita, molto complessa su cui, tra l’altro, si basa gran parte della fruizione odierna della musica: ascoltare oggi una canzone significa nella maggior parte dei casi guardarne il video. Ma vediamo di far ordine. La mitologia Rock considera, non so su quali basi “scientifiche”, come primissimo Video quello di Bohemian Raphsody dei Queen, tesi alquanto bislacca e sbagliata che rafforza invero le posizioni (la mia anche) di chi crede che Freddy Mercury e soci non abbiano un solo elemento per entrare in mappature basate sul merito, tantomeno se parliamo di preveggenza e originalità; comunque Bohemian Rapsody è una canzone, così come il relativo filmato, del 1975. Scopriamone i più illustri antenati. Non che si scorra indietro di decenni (anche se i primi tentativi di video54

jukebox esistono sin dalla nascita della televisione), siamo ancora agli albori della mercificazione del Rock. Quindi? A chi apparterrà il primo “immagini-e-musica” della storia? Ebbene si, ancora Loro: i Beatles! Che palle! La storia è nota ai più e vado di fretta: i quattro di Liverpool sempre più consapevoli e sperimentatori si stufarono presto delle Tournée circo in cui venivano letteralmente dati in pasto ad orde di fans scatenati e urlanti e decisero di chiudere con i tour dal vivo per dedicarsi al lavoro in studio. Attenzioni e fama di proporzioni mondiali gli imponevano però obblighi promozionali e l’idea che venne fuori fu semplicissima: se non siamo noi fisicamente a spostarci per far conoscere i nostri dischi attraverso i concerti perché non mandare le nostre canzoni in giro per il mondo? Quale mezzo migliore allora se non il video. Siamo nel 1965 e i singoli scelti sono I Feel Fine, Day Tripper e We Can Work It Out. Un anno dopo arriveranno Paperback Writer e Rain. Non è finita e non è tutta la verità, infatti con i film diretti da Richard Lester (Hard Day’s Night e Help!) i Fab Four avevano già sperimentato nei due anni precedenti set e sceneggiature pensati appositamente per rappresentare ed illustrare le canzoni. Quasi in contemporanea ecco anche i Kinks che eternizzano per immagini una delle canzoni più belle di tutti i tempi, Sunny Afternoon. Sempre in terra di Albione sarà poi la volta dei Pink Floyd che girano due video per i primi 45 giri dell’epoca barrettiana, See Emely Play e Arnold Layne, quest’ultimo un vero e proprio capolavoro dell’alienazione che rimanda con le sue maschere e i suoi manichini ad una certa poetica felliniana per il grottesco (eh, addirittura!? Si.). Negli stessi anni dall’altra parte dell’oceano le sinergie sperimentali tra Andy Warhol e i Velvet Underground partoriscono attraverso l’esperienza multimediale della Exploding Plastic Inevitable, un mediometraggio che unisce video-arte e musica rock. Dal titolo Velvet Underground and Nico. Non è certo il dato più interessante in questo contesto visto che nel 1966 ancora Andy Warhol dedicò un episodio dei suoi Screen Tests, Coke, proprio a Lou Reed; straordinari ritratti fotografici per schermi gli Screen Test consistono in primi piani fissi di alcuni tra i più celebri esponenti della Factory; video sperimentali per i quali Warhol richiedeva ai suoi protagonisti la quasi totale immobilità o al limite di cimentarsi in azioni brevi, quotidiane, comuni. Nel caso di Coke Lou Reed è ripreso mentre si scola una bottiglietta di Coca-cola. Come gli altri screens anche questo nasce originariamente muto, silente ed ancora più inquietante; su Youtube gira però una versione rimontata per l’uscita del Dvd antologico 13 Most Beautiful...Songs for Andy Warhol’s Screen Tests in cui tredici ritratti sono accomapagnati da altrettante canzoni curate e remixate da Dean Wareham and Britta Phillips membri di Galaxie 500 e Luna. Adesso dietro le immagini minimaliste del giovane Lou in occhiali neri scorrono le note di Not Young Anymore, un inedito dei Velvet Underground risalente alle Quine Tapes e datato 1967. Quindi un falso d’autore, ma uno straordinario esempio di come musica e immagini sappiano fondersi sprigionando un carisma secco, essenziale, imbattibile. Altra celebre “testa” per gli esperimenti di Warhol fu Bob Dylan, anche lui, guarda un po’, pioniere del videoclip: durante la tourneè inglese del 1965 Dylan si fece accompagnare e riprendere da D.A. Pennebaker (destinato a diventare uno dei più grandi registi in musica); il materiale girato formò, due anni dopo, il primo documentario dedicato ad un artista rock: Don’t Look Back. All’interno del film, la scena iniziale per essere precisi, è presente una favolosa clip di Subterranean Homesick Blues, in cui il menestrello Giuda del Folk e ormai già guru elettrico del rock sfoglia grandi cartelli in cui scorrono una dopo l’altra le parole più significative del


testo della canzone, sullo sfondo Allen Ginsberg. Gli anni Settanta proseguono relativamente tranquilli, come detto arriva il turno della “rapsodia boema”, degli Abba, di Immagine di John Lennon; nel 1972 i Residents si “presentano” al mondo (voluto eufemismo per un gruppo che non ha, in quarantanni di carriera, mai rivelato la propria, umana, identità) con lo straniante video di Eloise. David Bowie, che aveva già esordito in video, splendidamente androgino e marziano, nel 1969 con Space Oddity, oltre alla collaborazione con il solito D.A. Pennebaker consegna alla storia del video diversi dei suoi successi (la maggior parte ripresi e diretti da Mick Rock) John I’m Only Dancing, The Jean Genie, Rock’n’Roll Suicide, Life On Mars?, Heroes. Si corre così verso la fine del decennio, sempre più veloce, sempre più punk. La ribellione ai dinosauri passa attraverso anche l’uso sempre più sistematico ed alternativo della macchina da presa, alfieri ideali della rivoluzione tecnologica sono i Devo che con le loro mascherate, i costumi, le pinne e gli occhiali ci regalano esilaranti versioni per immagini e movimento dei loro primi grandi brani, (I Can’t Get No) Satisfaction, Come Back Jonee, Be Stiff. E poi tutti gli altri, i Ramones, Richard Hell, i Sex Pistols, i Clash che guidati da Don Letts si esaltano nella mini circolare forma narrativa chiusa di Bankrobber. La rabbia iconoclasta dell’onda del Settantasette non riuscì però ad azzerare le trame discografiche basate sul consumo e sulla creazione di nuovi miti commerciali. Il mercato del rock vivo più che mai e la crescente massificazione globalizzata dell’uomo moderno sono le ideali premesse per la creazione di canali televisivi commerciali a tema musicale. Mtv viene ufficialmente lanciata il 1º agosto 1981 con le parole di John Lack “Ladies and gentleman, rock and roll”. Si cari lettori, è proprio il nostro amato Rock il collante ideale tra il mercato e la massa, ponte di consumo capace di creare uno star system paragonabile soltanto a quello hollywoodiano. Il video-clip si discosta così dalle tenerezze (tra timidezza promozionale e ingenuità artistica) degli esordi per diventare un’arma di distruzione creata scientificamente in laboratorio; un virus che si diffonde velocissimo attraverso tubi catodici e telecomandi. Un potentissimo mezzo per il monopolio dei gusti che tanto tranquillizza i “padroni della terra”. Il primo video trasmesso dalla più nota emittente musicale di tutti i tempi è, programmaticamente, Video Killed The Radio Stars dei Bangles. È in questo contesto scintillante, bolsamente futurista, in questo universo formato da costellazioni di paillettes e luci al neon che il Video, inteso come entità espressiva astratta, raccoglie la sfida e imbocca la strada inconsueta dell’Arte. Volendo abbandonarsi a spiriti romantici, e un poco surreali, potremmo affermare che il virus delle video music tv ha sviluppato sin da subito degli anticorpi che sono cresciuti e si sono intrecciati, tra inquadrature e suoni, facendosi portatori, oltre che del maligno disegno commerciale, anche della relativa ribellione a tutto questo. Quanti di noi sono cresciuti con Mtv e VideoMusic (divenuta poi Tmc2 e infine Mtv Italia)? Tanti, tutti forse. Quanti di noi, nonostante il bombardamento massificato di idiozie, hanno saputo crearsi una morale differente? In questo caso meno, pochi. Ma è proprio questo un merito che va riconosciuto all’arte se la vogliamo considerare tale: saper supportare, unificandole, le minoranze di persone. Piccoli adolescenti “deviati” come me impazzivano non per il romanticume retorico da “crociera finita male” di My Heart Will Go On (che oltre ad essere una pessima canzone accompagnata da un video orrendo si porta dietro l’indelebile colpa di aver battuto nella corsa agli Oscar come miglior canzone Miss Misery di Elliot Smith: chissà, un risultato diverso avrebbe potuto riscrivere, in meglio, la storia degli ultimi

quindici anni) o per il finto-ribellismo da salotto della nonna dei Blink 182 (All the Small Things). Io ballettavo impaziente di fronte allo schermo nella speranza di vedere la macchina allungata nella nebbia di Karma Pollice, oppure le animazioni di Paranoid Adroid o il paradosso enigmatico dei corpi immobili, sdraiati sul cemento di Just; sobbalzavo di stupore quando vedevo riunite/i le/i Breeders sedute/i su un divano, pronto a tuffarmi nelle notte “sott’acqua” di Cannonball (uno dei primi e più riusciti video di un maestro del genere, Spike Jones, autore tra i tantissimi anche del coloratissimo musical in forma breve che è Oh It’s So Quiet di Bjork); ho sofferto come una cane (e soffro ancora) alla visione (all’epoca epifanica e notturna) di Jeremy dei Pearl Jam o di Rabbit In Your Headlights degli Unkle; mi lanciavo in poghi immaginari saltellando in lungo e largo quando vedevo ciondolare, scopa in mano, il vecchio bidello di Smells Like Teen Spirit; impazzivo letteralmente seguendo le ritmiche animazioni dei mattoncini della Lego che costruivano il video di Fell In Love With A Girl, White Stripe e Michel Gondry, non serve aggiungere altro; e cosa dire delle ipnotiche, scurissime, sequenze campionate di Only You dei Portshead? (regia di un altro genio assoluto, Chris Cunningham); ricordo poi di aver passato intere settimane a carpire i segreti, le costanti ripetizioni e i gesti secchi e scheletrici di tutti gli invitati alla festa in piscina più avanguardista che la storia ricordi, quella di Imitation Of Life dei R.E.M diretti in un surreale collage pop in ciclico loop da Garth Jennings. Proprio Garth Jennings, regista della “Guida galattica per autostoppisti” potrebbe essere, a ragione, considerato uno dei più grandi autori di video musicali di sempre; tra i suoi capolavori oltre a questo per i R.E.M. vanno ricordati: l’elettro-shock blues di Cancer for the Cure degli Eels, l’evoluzione della specie secondo Fatboy Slim di Right Here, Right Now, le avventure del cartone del latte e la sparizione di Grahm Coxon di Coffie and Tv dei Blur, Beck e il balletto robotico di Hell Yes, la frenetica fantastica, vivacità onirica di A-Punk dei Vampire Weekend e poi la collaborazione con i Radiohead (Jigsaw Falling Into Place, Nude e il recentissimo Lotus Flower). A questo punto si aprirebbe una doverosa digressione attraverso l’affascinante e prestigioso tema: i grandi registi e il videoclip; ma lo spazio a mia disposizione è terminato (anzi, colgo l’occasione e mi scuso per i deragliamenti personali che hanno reso questa breve introduzione alla storia del video molto confusa, ma confido più sincera e sentita). Mia intenzione è proseguire, in futuro e sempre su queste pagine, ad approfondire l’argomento, per adesso vi lascio con la mia personale classifica dei migliori venti Video del 2012. Alla prossima. Ci “vediamo”. di Francesco Ciarapica

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BEST VIDEOS 2012 • Mikhael Paskalev - I Spy

• Rhye - The Fall

• Fenster - Oh Canyon

• Spiritualized - Hey Jane

• tUnE-yArDs – My Country

• Hospitality – Friends Of Friends

• Screaming Females – It All Means Nothing

• Flying Lotus - Until The Quiet Comes

• Ariel Pink - Only in My Dreams

• The Cast of Cheers - Animals

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• Tame Impala – Feels Like We Only Go Backwards

• St. Vincent - Cheerleader

• Plants and Animals - Lightshow

• Thee Oh Sees - Lupine Dominus

• Fidlar - No Waves

• Trash Talk - Slander

• SoKo - We Might Be Dead By Tomorrow

• Grizzly Bear - Yet Again

• Dirty Projectors - Hi Custodian

• Die Antwoord - Fatty Boom Boom

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FILM AMOUR

LA “PARTE” DEGLI ANGELI

Michael Haneke

Ken Loach Stanze immobili, salotti ammutoliti, corridoi fragili ed interminabili, finestre vuote. La vecchiaia, la malattia, la solitudine, il silenzio. Raffigurare l’Amore con queste premesse rappresenta, anche per un maestro come Michael Haneke, una scelta molto “diversa”, una sfida cinica e implacabile. E cinica e implacabile è anche la macchina da presa quasi sempre fissa, fredda nel dipingere quadri domestici tetri e ombrosi.Cornici spettrali in cui viene disegnata la vicenda di Georges e Anne (i meravigliosi JreanLouis Trintignan e Emmanuelle Riva), due coniugi ottantenni, borghesi e sobri, ex-insegnanti di piano, che nonostante una vita ormai rassegnata ad una scarsa incidenza con il mondo esterno, per sentirsi ancora vivi, si appigliano letterlamente ad un intimo e umano senso di dignità. Questo fragile, ma fermo, equilibrio viene interrotto dalla malattia di Anne, che la costringe prima alla paralisi della parte destra del corpo, poi, dopo un secondo attacco, alla totlale immobilità. A riscaldare, parzialmente, l’atmosfera arrivano le cure e le attenzioni di Georges, sempre attento a non umiliare la moglie, a non farla sentire un peso, nonostante, per accudirla, si sottoponga a terribili sforzi, sia fisici che psicologici. Il terdicesimo film di Haneke è un lento, per quanto scivoloso ed irreversibile, percorso attraverso il corpo umano; il corpo di Anne, che con il passare dei minuti sembra confluire su di sè tutte le sofferenze del mondo e si erge come simbolo inerme della malattia e della decadenza; una discesa agli inferi in cui il finale (anticipato, ma tutt’altro che svelato, dalle sequenze iniziali) diventa teatro per una sfida tra la vita e la morte, tra i vivi e i morti, tra i giovani e i vecchi, in cui nulla deve esser dato per scontato, e in cui anche la Fine può diventare un gesto disperato di ribellione, un’ultima potentissima emozione per divincolarsi da un destino ormai segnato. La narrazione scarna e disadorna scongiura il rischio di spettacolarizzare il dolore e ci offre un’impressione di realtà se non proprio documentaria (l’espressionismo onirico di alcune scene e l’immutabile e puntuale messainscena contrastano il dominante naturalismo domestico) perlomeno urgente, necessaria, legata ad una poetica del quotidiano che propirio da una precisa, piccola realtà vuole parlarci dell’universo intero attraverso la descrizione privilegiata del sentimento più comune e allo stesso tempo più forte che conosce l’uomo: l’Amore.

Chino

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Festival di Torino 2012. Ken Loach non è presente al ritiro del premio. Protesta per l’ esternalizzazione alla Cooperativa Rear dei servizi di pulizia e sicurezza del Museo Nazionale del Cinema che ha effettuato tagli salariali e licenziamenti, rimanendo fermo sulle proprie idee, coerente con ciò che è sempre stato alla base della sua poetica, la difesa dei lavoratori e dei più deboli. In questo film, intrecciando favola e realtà, il regista britannico affronta la storia di quattro personaggi in una Glasgow decadente, almeno per il punto di vista degli emarginati di cui si fa carico, vite alla ricerca di un rinnovato inserimento sociale dopo un burrascoso passato con la legge. Commedia divertente dove entrano in gioco sarcasmo e moralità. Di fatto i protagonisti, impegnati nei lavori sociali, riconoscono nel loro educatore un mentore che li conduce in un esperienza di maturazione per una vita altra, diversa dal loro passato, dalla quale loro malgrado non possono fuggire, o per inclinazione personale o per relazioni sociali pericolose. Il collante che li condurrà attraverso questo percorso di riscatto e ne farà di loro un gruppo di amici piuttosto bizzarro sarà, paradossalmente, una nuova crescente passione comune per il whiskey. Da qui il nome del titolo, poiché per “la parte degli angeli” si intende quella parte di liquore che a causa del suo invecchiamento ne comporta un’ evaporazione e dunque una piccola perdita nella quantità totale. Come il whisky che nella giusta botte e con l’adeguato trattamento invecchia rendendo il meglio di sé, allo stesso modo gli emarginati seguiti dall’educatore e nell’ambiente idoneo avrebbero tirato fuori la loro parte degli angeli. Cosa fare dunque per sfuggire all’impossibilità di avere un lavoro stabile e allontanare le persone che minacciano la loro serenità? Tentare la svolta con un ultimo colpo o abbandonare per sempre l’idea che si può cambiare e migliorare la propria vita? Proprio qui entra in gioco l’etica dualista. Da un lato la rischiosa possibilità di una nuova chance esistenziale all’insegna dell’illegalità, dall’altro lato andare incontro alla responsabilità che una nuova vita comporta, voltando le spalle al passato, come il loro educatore ed oramai amico tentava di insegnare. Ma è forse possibile unire le due cose? Questa è la sfida che il regista lancia e a voi il giudizio. Frase dal film: “Una bottiglia da conservare, una da scambiare e una da bere con gli amici”. DESGA


QUASI AMICI

REALITY

Olivier Nakache, Éric Toledano

Matteo Garrone

Sono sincero i film tratti da storie vere mi vanno giù poco. Ho il limite mentale di partire prevenuto. Lo so che pensate, e la vostra obiezione è legittima: la storia del cinema è piena zeppa di film bellissimi tratti da storie realmente esistite. E infatti sono qui a scrivere di Quasi Amici, Intouchables se masticate il francese. Perché è una bella commedia. Si ride. Si rischia di piangere. Si balla. Si vive l’immobilità umana. Sempre con una spiazzante leggerezza. I temi trattati sono pesanti e quanto mai difficili da affrontare, tetraplegia, lutti, solitudine, condizioni sociali nei grandi agglomerati urbani, i banlieue parigini. In sottofondo, un urlo sommesso di protesta e denuncia sociale che riesce a fare rumore nelle nostre coscienze. La storia si dirama attraverso un lungo flashback, un viaggio a ritroso che il duo NakacheToledano ha saggiamente percorso,delle vicende fra Driss, giovane di colore, mezzo (o tutto?!) delinquente di strada, che per un simple twist of fate suona alla porta di Philippe. Ricco, bloccato su una sedia a rotelle,solo. E’ la crudeltà del destino,che preciso come un sicario colpisce intorno a noi, ma che invece si rivela la forza del futuro,travolgente come uno tsunami di positività. Proprio questo il leit motiv dell’opera: il riscatto. Sociale. Personale. Il film ci porta su vere e proprie montagne russe delle emozioni, nate e vissute all’interno dell’amicizia nata fra i due protagonisti, egregiamente interpretati da Francois Cluzet ed Omar Sy. Driss passa a una vita degna di essere vissuta, scopre l’importanza dei valori l’arte, la cultura. Inconsciamente diventa la goccia che fa traboccare il vaso,dando la scossa al compagno di avventure, che ritrova la fiducia in se stesso, ritrova la dignità come individuo, ritrova l’amore. Alla fine il cerchio si chiude, perché il destino in fondo qualche volta è magnanimo. Perfetta compagna della visione è la colonna sonora,prodotta per la parte originale da Ludovico Einaudi. La musica esalta le emozioni contrapposte che il film ci fa percepire,passando dagli Earth Wind and Fire, alla classica, al blues di George Benson fino allo sconosciuto, ma bravissimo, Vib Gyor (suo il brano, Red Light, scelto per i momenti salienti della pellicola). E allora posso dire con certezza che è un film completo, ben diretto, con una fotografia puntuale ma sopratutto che ci porta a respirare un po’. Michele Parri

Dopo 4 anni dal successo mondiale di Gomorra; Matteo Garrone si riaffaccia nelle sale cinematografiche con un piccolo capolavoro: Reality, già premiato al Festival di Cannes 2012 con il Grand Prix Speciale della Giuria, questo film si presenta come una grottesca fiaba orwelliana ambientata nello scenario di un simbolico presepe (partenopeo quanto Italiano) intagliato minuziosamente dalle mani mai superflue del regista romano. La pellicola si apre oniricamente con un’ampia ripresa a volo d’uccello sull’hinterland napoletano, che si arrocca fin sopra le pendici del Vesuvio, portandoci non molto lontano dalle Vele di Scampia; per poi riscendere sulla modesta vita del talentuoso pescivendolo Luciano Ciotola; interpretato dal sorprendente attore Aniello Arena , scovato nella compagnia della Fortezza che opera dentro il carcere di Volterra da Garrone stesso. Si principia dal cielo come in una fiaba, ma lentamente scendendo verso terra tutto assume un aspetto surreale; ci ritroviamo nel mezzo di una barocca festa di matrimonio, trionfo del kitsch; con tanto di comparsata in elicottero di un recluso vincitore di un fantomatico ‘Grande Fratello’, figura servita e riverita quasi idolatrata che da quel momento segnerà il nostro protagonista, rinfocolando in lui un mai sopito desiderio di protagonismo. Dopo la giornata di festa tutto sembra tornare nella quotidiana normalità per Luciano, tra boteriani familiari, lavoro e qualche piccola truffa ordita con la moglie a scapito di negozi di elettrodomestici; fino a quando, gli inconsapevoli e sciagurati figli non lo costringeranno a partecipare ad una selezione preliminare del Grande Fratello organizzata presso un centro commerciale. Tutto sembra andare per il meglio, Luciano viene invitato per un successivo provino nel tempio televisivo di Cinecittà. Proprio nel momento in cui per il pesciaiolo partenopeo i sogni sembrerebbero avverarsi, la vicenda volge al dramma come nella commedia del grande Eduardo; Luciano si distacca sempre di più dalla vita reale attendendo una consacratrice chiamata che non arriverà mai, perdendo completamente il senso della realtà. Ormai l’attesa per la notorietà e la ricchezza fanno sprofondare il personaggio in un pirandelliano mondo quanto mai irreale, dove il suo problema non è più solo narcisistico ma esistenziale. La fiaba finisce triste, sconfinando forse nella fantascienza, probabilmente come la fotografia di un paese ormai sprofondato nel delirio mediatico. G.Mastorna

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ANDERSON

V S

ANDERSON

Il film di Paul Thomas Anderson risulta un po’ lento nella narrazione ma questo ne va a pregio di inquadrature e piani sequenza memorabili. La trama del film è alquanto oscura ma si può riassumere nel tentativo di due persone di cercare un controllo della propria vita dando sfogo alle loro devianze cercando di incanalarle in un tentativo disperato di accettazione sociale. Da un lato abbiamo Freddie Quell che, reduce dalla seconda guerra mondiale, presenta problematiche legate all’alcolismo, alla sessualità e all’antisocialità, condite da un passato piuttosto travagliato. Segno distintivo ne è la cicatrice sulla bocca che fa del suo sorriso una smorfia verso la vita e verso gli altri. Infatti egli ha perso il padre, e la madre è ricoverata in un ospedale psichiatrico. Questo può far pensare ad un’anamnesi che non esclude disturbi giàpresenti in lui ben prima della guerra. Dall’altro lato abbiamo Lancaster Dodd, personaggio piuttosto ambiguo (liberamente ispirato a Ron Hubbard, il creatore di Scientology), capo di un movimento che potremmo definire culto per le sue caratteristiche di idolatria rispetto al Master. Quest’ultimo è caratterizzato da tendenze evidentemente manipolatorie rispetto ai suoi “iniziati”, nonché verso la moglie e i due figli. Tenterà di mettere al laccio pure Freddie, facendoli credere di vedere in lui un potenziale nascosto, mascherato dai suoi problemi con il passato. Esplicativo è il racconto che Lancaster fa sull’addomesticare un drago. Ma Freddie è un vero drago. Ha sempre vissuto solo, ripudiato dagli altri, ma non per questo refrattario alla vita. Anzi soddisfatto per quel poco che riusciva ad ottenere anche nelle relazioni sociali. Una persona così si può veramente addomesticare? Questa è la sfida che Lancaster si impone e impegnerà tutto se stesso nel tentativo di cambiarlo. Ma fino ad un certo punto, poiché per lui Freddie rimane un mascalzone, un “birbante” come lo chiamerà. E un tipo così, se fedele alla Causa, può fare comodo. Seppure agli antipodi di uno status sociale i due protagonisti si assomigliano molto: entrambi soli e senza vere relazioni affettive. Rapporti piuttosto occasionali per il primo e di convenienza per il secondo. Entrambi i personaggi sono caratterizzati da una forte irritabilità verso chi è a loro antagonista: Freddie esercita il controllo sugli altri con scoppi d’ira fisica mentre Lancaster con violenza verbale, nonché insulti. Cardine centrale del film è la tecnica introspettiva e ipnotica che il Master nelle sue sedute di cura mette in atto. Questo avviene tramite il recupero di ricordi di traumi vissuti in vite precedenti che a suo avviso fanno si che noi viviamo in un mondo di sonno dal quale dobbiamo destarci per riacquistare la libertà e la serenità. Nonostante questo tipo di tecniche ipnotiche siano di fatto state utilizzate veramente dalla medicina del Novecento, l’escamotage di Lancaster sembra più un modo per far si che i suoi fedeli rimangano emotivamente ancorati e dipendenti da lui. Di fatto egli non accetta obiezioni. Ma cosa ne sarà di Freddie quando entrerà nella vita della Causa? Inizialmente sembra trarne giovamento ma in seguito le dinamiche cambieranno. Nell’ultimo incontro con il master, la distanza sociale e forse anche emotiva dei due è ormai più evidente che mai. Lo prendono per alcolizzato, ma questo non è vero. Egli è maturato. Facendo qualche salto indietro nella frammentata ma cronologica linea temporale del film occorre concentrare la nostra attenzione su una scena ben precisa: durante l’ennesima esercitazione voluta da Dodd, Freddie coglie l’occasione per fuggire in moto, trovando la forza per affrontare i propri fantasmi. Sembra aver ritrovato la salute. La sequenza finale ne conferma la crescita: conosce una ragazza, scherzano e fanno sesso nella naturalezza più assoluta. Ben lontano è adesso quel surrogato d’amore fatto di sabbia al quale si abbracciava all’inizio del film. DESGA

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IL CONFRONTO TRA THE MASTER E MOONRISE KINGDOM SVELA UN GIOCO DI ASSONANZE, PARALLELISMI E OPPOSIZIONI DA CUI EMERGE UN VIVIDO RITRATTO DEL CINEMA A STELLE E STRISCE (DI QUALITÀ). DA UNA PARTE UNA RIFLESSIONE POTENTE ARCHITETTATA DAL SEMPRE PIÙ AUTOREVOLE OCCHIO DI PAUL THOMAS ANDERSON. UN AFFRESCO SULLE DEBOLEZZE PATOLOGICHE DELL’AMERICANO MEDIO, L’ETERNO CONFLITTO TRA IL BISOGNO DI AVERE UN LEADER E LA VOLONTÀ DI RIVENDICARE UNA PROPRIA LIBERTÀ. DALL’ALTRA WES ANDERSON TRATTEGGIA UNA RITMATA FAVOLA DAI COLORI PASTELLO IN CUI LA FUGA D’AMORE SEMBRA ESSERE L’UNICO, ROMANTICO, ANTIDOTO CONTRO IL GRIGIORE DELLA VITA MODERNA.

Si è scritto davvero moltissimo su Wes Anderson, fa solo commedie, nei suoi film non c’è traccia di un vero e proprio antagonista, insomma si è detto che non racconta il mondo reale. Ci si è limitati ad apprezzarlo per la particolarità delle musiche e per le riprese davvero molto curate, nulla è lasciato al caso. Si dovrebbe invece fare un ulteriore passo in avanti. Le sue storie ci descrivono uno spaccato della nostra società. Uno psicodramma familiare nei Tanembaum ed il difficile rapporto grandi-piccoli in Moonrise Kingdom. Il “cattivo” c’è e come, è la natura dell’essere umano, gli adulti, e talvolta i ragazzi, spinti solo dalle loro pulsioni provocano tensioni nel racconto, sia con se stessi che con gli altri. C’è distanza tra i due mondi, i genitori chiamano con il megafono i figli per la cena, l’assistente sociale vuole fare un elettro-shock all’orfanello disubbidiente di turno, ed il capo scout non ha il minimo controllo sul suo gruppo. Poi, quando i due protagonisti scappano per la prima “fuga d’amore” tutti si danno all’inseguimento, nessuno escluso. Ed è proprio dando sfogo a questo loro istinto ramingo che i due si uniscono, accettando l’uno i difetti dell’altro. La scena che ne viene fuori è un piccolo capolavoro: la tranquillità surreale della spiaggia e della musica si pone in contrasto con l’effervescenza giovanile, la quale sfocia in un rituale amoroso che vi farà ripiombare tutti in piena adolescenza. Ballano, lui goffo e lei no, si baciano, prima a stampo e poi alla francese, si fanno le prime domande sulla sessualità, ambedue completamente a digiuno sull’argomento perché, uno orfano, e l’altra figlia di genitori quantomeno sopra le righe di un quaderno a quadretti. Andando avanti i grandi, seguendo appunto ragionamenti da grandi, spezzano l’idillio dei piccoli dividendoli, ma saranno proprio i compagni scout del ragazzo, prima nemici e dopo amici, perché loro sì che sanno tornare sui propri passi, a dare il via alla seconda “fuga d’amore”. Da qui in poi il ritmo della pellicola sembra quasi frenetico, alle peripezie dei giovani si uniscono quelle degli adulti e, come se non bastasse, anche gli agenti atmosferici entrano a pieno diritto nella trama, trombe d’aria, temporali e fulmini mettono a repentaglio l’integrità fisica dei personaggi. Tutto si risolverà nella chiesa del paesino ma, prima di svelare il significato del finale, occorre sprecare, perché proprio di ciò si tratta, due parole nei riguardi dei “protagonisti cresciuti?”. I due genitori avvocati allevano in modo almeno discutibile i tre figli, e, come in tutte le buone famiglie, la moglie ha una storia extra-coniugale. Questi tradimenti vengono consumati con il poliziotto dell’isola, ed il bello è che il personaggio con il quale l’agente ha delle vere e proprie discussioni è la sua amata, e non il marito tradito, il quale sembra davvero vivere in un mondo a parte. Con fare disinvolto galleggia in un’esistenza non sua, male che affligge mezzo del pazzo universo in cui ci troviamo. Il capo scout, eterno Peter Pan e fumatore incallito, non fa breccia sui suoi ragazzi, pur rimanendo un buon maestro che insegna bene i fondamentali del campeggio. Le sue tensioni si rivolgono verso il sommo scout anziano che, prima di essere salvato proprio da lui, lo licenzia. L’acida assistente sociale è in contrasto con tutti, svolge il suo mestiere cecamente, senza passione. In buona sostanza arrivati a questo punto viene da pensare che questo sia un film negativo, niente di più sbagliato. La speranza di un buon mondo c’è, ed è tutta nel finale, che non voglio raccontare, ma vi sorprenderà … Un ultima cosa: non pensate che i lungometraggi di Wes Anderson siano al di fuori della vita comune perché costruiti sui paradossi, l’esistenza stessa è paradosso, e lui in definitiva è molto più vicino alla realtà delle cose di quanto si pensi! Andrea Cipollini

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IL CAVALLO DI TORINO

(A Torinói ló, Ungheria/Francia/Germania, b/n; dur. 146’ ca.) Regia: Béla Tarr Con: János Derzsi, Erika Bók, Mihály Kormos, Ricsi Prologo del film, una voce fuori campo su sfondo nero ci racconta questo episodio: “A Torino, il 3 gennaio 1889, Friedrich Nietzsche esce dalla porta del numero 6 di via Carlo Alberto, forse per fare due passi, forse per andare all’ufficio postale a prendere la sua posta. Non lontano da lui, o invero molto distante da lui, un cocchiere sta avendo difficoltà con il suo cavallo testardo. Nonostante le sue sollecitazioni, il cavallo rifiuta di muoversi. Al che il cocchiere perde la pazienza e lo prende a frustate. Nietzsche raggiunge la folla e ciò mette fine alla brutale scena del cocchiere, che a quel punto sta schiumando di rabbia. Il robusto e assai baffuto Nietzsche salta improvvisamente alla carrozza e getta le braccia attorno al collo del cavallo singhiozzando. Il suo vicino lo porta in casa dove egli giace immobile, in silenzio per due giorni su un divano finché non mormora le ultime obbligatorie parole: “Mutter, ich bin dumm.” (“Madre, sono pazzo.”) e vive per altri dieci anni, mansueto e demente, tra le cure della madre e delle sorelle. Del cavallo… non sappiamo nulla… “ Nessuno si era mai domandato “che fine avesse fatto il cavallo”. Se l’è chiesto l’ungherese Béla Tarr e, nel chiederselo, ce l’ha mostrato senza complimenti, in 145 lentissimi minuti ripresi fra l’interno spoglio di una capanna e l’esterno di un apocalittico desolato paesaggio rurale, sferzato da un incessante vento. Sei giorni di vita e di lavoro di due contadini, padre e figlia, racchiusi fra quattro mura, in due ore e mezza poverissime di parole e di stacchi di montaggio; dove le voci svaniscono e lasciano brevemente spazio ad una litanica ouverture musicale che si ripetete e interrompe ossessivamente come le azioni dei personaggi. Tutto è nei pianisequenza, eccezionali, potenti, in grado di restituire la forza atavica del cinema. Quella sospesa tra fotografia in movimento e racconto per immagini. Una graduale apocalisse quotidiana che scende inesorabile sul mondo con l’esplosione della follia di Nietzsche o con la lenta agonia del cocchiere e della figlia, i cui destini sono legati con un doppio filo al malconcio cavallo anch’esso destinato a quella stessa morte, a quello stesso nulla che cala inesorabile sulla terra tutta. Un’apocalisse invisibile che ha il sapore della vita stessa, della vita umana che si ripete come un ossessione imitando i cicli della natura, imitando un ordine insensato perché il vivere senso alcuno non ha: mangiare, dormire, dormire, mangiare e, alle volte, sedersi per guardare fuori da una finestra. La vita è un nulla che si ripete, un nulla che Tarr riprende magistralmente con un ricco bianco e nero senza bisogno di sensazionalismo e quasi nemmeno di una trama per un film che si posa delicato sulla vita come un velo e come un velo ne lascia intravedere le forme. In sei giorni, è detto, Dio creò la terra, l’uomo e tutte le cose viventi. In sei giorni Bela Tarr li distrusse. Il settimo giorno, quando l’alba del mondo si rivelò infine come un tramonto, i due si riposarono insieme in seno al pieno nulla dell’essere. “I miei film non contengono un messaggio. La macchina da presa è un osservatore che cattura l’atmosfera di un momento e reagisce alla vita. Io voglio mostrare al pubblico la mia immagine del mondo, non dare un messaggio. La macchina da presa ha un punto di vista obiettivo. Il cinema non è come la letteratura: vedi. Non puoi sbagliare. […] Anche quando si tratta di fiction e non di documentario, è uno specchio della vita.” É il 20 febbraio del 2011, quando al Festival internazionale del cinema di Berlino viene premiato con l’Orso d’argento questo, a sua detta, ultimo lavoro: “Ho iniziato a lavorare sul mio primo lungometraggio 34 anni fa. È stato un lungo cammino, e con questo film è cambiato qualcosa. Il cerchio si chiude”. Questo film non è uscito nei nostri cinema, e probabilmente, non uscirà mai; motivo per cui è andato inspiegabilmente in onda in televisione un venerdì novembre del 2011, ore 1:50 (sì, di notte), Rai 3. Non so bene quanti spettatori abbia avuto, né so quanti siano riusciti a vederlo tutto, perché è un film che va sicuramente visto nelle ore in cui il corpo non richiede il sonno, ma so che Rai 3 e il direttore di Fuori Orario, Enrico Ghezzi, sono dei fan di Béla Tarr regista, al punto da mandare in onda la notte di Capodanno dello stesso anno un precedente film, Sátántangó, sette ore e mezzo di bianco e nero e pianosequenze stremanti e infinite al punto da durare fino a undici minuti l’una per un totale di solo 150 scene in tutta la pellicola (di sette ore, ripeto). Unica via per farsi trasportare fino alla fine del mondo, nel cataclisma più silenzioso che si sia mai visto sullo schermo; è quello di procurarsi il DVD uscito appunto nell’anno appena concluso.

G.Mastorna

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LIBRI SE TI ABBRACCIO NON AVER PAURA Fulvio Ervas

L’autismo è un argomento scomodo. Poco ancora sappiamo, dunque è difficile scrivere un romanzo sulla personalità di una persona colpita da questo disturbo senza richiamare una storia veramente accaduta, tagliando fuori aspetti scientifici per raccontare cosa sentono nel loro microcosmo interiore. Questo è il caso del libro di Fulvio Ervas, che offre spunti di riflessione e di speranza per questa tematica ancora aperta. Andrea è un ragazzo speciale, diverso dagli altri. Andrea è un ragazzo autistico. Racchiude dentro di sé un mondo di emozioni che non riesce a comunicare agli altri, almeno non negli standard comuni che uno si aspetta. Non sa scrivere, se non qualche parola grazie agli sforzi del padre e di un suo educatore nell’insegnargli ad usare il computer. Non parla molto e dunque fatica ad esprimere ciò che prova, siano esse emozioni positive che negative. E’capace però di abbracciare qualsiasi persona incontri senza che gli altri riescano per forza a capirne il senso. E’ anche un ragazzo robusto e alto e per questo spaventa un po’ il suo essere irrefrenabilmente attratto dall’esigenza di abbracciare. Andrea è reduce di molte terapie tradizionali e sperimentali che hanno avuto scarso risultato ed è per questo che il padre, Franco, decide di affidarsi al suo istinto e trascinare fuori da quel mondo di dottori suo figlio. Intraprenderanno così un viaggio in moto, ben equipaggiati, senza meta se non il perdersi. Una perdita che equivale a una ricerca di sé stessi, in un altro mondo però. Attraverseranno tutta l’America Centrale fino ad arrivare al Brasile, andando incontro a tradizioni e mentalità completamente diverse, conoscendo sciamani, amici di avventura e ragazzi svantaggiati, con i quali potranno confrontarsi e condividere questa realtà per loro nuova. Soprattutto per il padre, che è indubbiamente il più imbarazzato dei due, perché se Andrea non fa altro che inseguire musica, colori e toccare persone, Franco sarà sempre dietro quasi perso e a volte frastornato dall’esigenza di comunicare agli altri le problematiche di suo figlio. Ma come fare per tenere a freno questo ragazzone? Facile... inventarsi un filo magico che lega padre e figlio cosicché non si possano allontanare l’uno dall’altro. In questo contesto, grazie forse anche a questo filo magico che li terrà insieme per tutto il viaggio, Franco e Andrea riusciranno ad incontrarsi, a parlare davvero, ad aggiornarsi su come si sentono, sui disagi, sulle difficoltà e sulle esperienze positive, come conoscere una ragazza, andare in moto con l’aria sul volto liberi di poter decidere la loro meta solo per il piacere di vedere un posto e la sua gente. Cosa aspettarsi per il ritorno? Non è dato saperlo. Non lo sa il padre e non lo può sapere Andrea. Un domani i suoi genitori non ci saranno più e quel filo magico che li lega svanirà d’incanto così come è nato. Cosa ne sarà del loro figlio? Chiuso in qualche istituto imbottito di farmaci e privato di veri affetti? Quello che si augura il padre è che un giorno riesca a camminare da solo, a ricongiungere il suo mondo con il nostro ed è anche la speranza di quelle famiglie che condividono questa esperienza. Una cosa è certa, i ragazzi autistici non sono una fortezza vuota di cui talvolta si parla ma un vulcano di energia sospesa tra un mondo interiore e un mondo esterno talvolta difficile da affrontare. Per questo è necessario stimolarli e stimolare in noi l’immaginazione affinché questo ci porti oltre, ci porti a domani. Come ha dimostrato Andrea durante il suo viaggio: chi conduce nel cammino non sarà mai da solo, ma si ritroverà sempre stupito, felice di avventurasi per sentieri nuovi e pieni di incontri. DESGA

Altri cinque libri sull’autismo: -Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon. -Un amico come Henry di Nuala Gardner. -Perchè non parli di Leimbach Marti. -Figlio del silenzio: una vittoria dell’amore sull’autismo di Cheri L. Florance. -Il mio piede sinistro di Christy Brown.

A seguire una breve introduzione di un testo che si affaccia con forza e coraggio sul tema della diversità. Il libro uscirà nei prossimi mesi per Stampa Alternativa. “Letizia Nucciotti (1958) vive a Piancastagnaio, sul versante senese del monte Amiata. Ha scritto un libro autobiografico: Io ci sarò. Questo libro nasce dal bisogno di una madre di riflettere sul proprio ruolo e sul rapporto con un figlio “speciale”. Dalla constatazione dell’imbarazzo e della solitudine che quasi sempre rinchiudono i ragazzi disabili e le loro famiglie in ghetti di apparente protezione, nasce come contrappasso la voglia di condivisione e di gioia, di visibilità, la consapevolezza del diritto a esserci e partecipare”. Con questa anteprima anticipiamo ulteriori contenuti che saranno presenti sul prossimo numero. Oltre la recensione di Io ci sarò di Letizia Nucciotti inaugureremo, con una intervista in esclusiva, un rapporto con Marcello Baraghini, direttore di Stampa Alternativa, che ci auguriamo possa essere lungo e proficuo. 63


PROPRIETÀ PRIVATA – Racconti inediti di Richard Yates

Dopo le raccolte Undici solitudini e Bugiardi e innamorati, è uscito nel 2012 (per Minimum Fax, collana “Classics”) Proprietà privata, volume di racconti inediti di Richard Yates. Come in Revolutionary road e in tutta la sua opera, ci sono madri e mogli insoddisfatte, sognatrici deluse, donne dalle ambizioni intellettuali o alla ricerca di una mondanità esclusiva; ci sono famiglie incrinate da accuse e recriminazioni, terribilmente segnate da aspirazioni tradite o rancori silenziosi; ci sono uomini che non riescono a comunicare, e intanto vivono di ricordi o immaginano come sarebbe la loro vita se solo riuscissero a dire o a fare quello che hanno in mente; c’è l’America degli anni 50, con le ferite psicologiche del dopoguerra, e quella stessa Francia che lo scrittore vide durante il secondo conflitto mondiale. Nel primo racconto (Il canale) due reduci si incontrano a un party e le loro mogli li sollecitano a far sfoggio delle esperienze vissute come militari: la spettacolarizzazione dei combattimenti da parte di Tom Brace, che sembra a suo agio nel ripescare dalla memoria, contro il dramma interiore di Lew Miller, che invece non vorrebbe ricordare, figuriamoci rivivere. Corse nel buio in mezzo ai bombardamenti, e pare quasi di stare lì. In Campane al mattino (stupendo l’incipit) invece la guerra è ora, e due soldati si illudono che sia finita, al suono delle campane pasquali. Un idillio ospedaliero e Ladri sono entrambi ambientati in un ospedale per reduci, e vedono malati di tubercolosi come protagonisti: nel primo, amicizia e cameratismo fanno da sfondo a fughe dal reparto, sbronze notturne, innamoramenti e scappatelle; nel secondo, introdotto da una brillante discussione sul talento, tre uomini si raccontano i propri aneddoti e tutto si conclude con un senso di tragica indifferenza. Il blocco più compatto è, manco a dirlo, quello dei racconti che indagano i fallimenti della famiglia, dal tradimento di una moglie sola (Sera in Costa Azzurra) al disordine mentale di un marito abbandonato e confuso (Il revisore e la bufera), dalla brezza del divertimento che sfiora una donna in procinto di sposarsi (Un’ultima scappata, per dire) alla sensazione di perenne sconfitta di un uomo intrappolato in casa (Un ego convalescente). Poi il racconto che dà il titolo alla raccolta, Proprietà privata, un’isola leggermente staccata dalla terraferma: coinvolge ancora la famiglia, ma la storia, che vede il ritrovamento di mezzo dollaro da parte di una bambina, assume il sapore amaro di un incubo obbligato, quando un innocente desiderio infantile si scontra con l’arbitrario bisogno di punire che domina il mondo adulto. La vera forza di Yates è quella di lasciar intendere le sue storie già dalle prime righe, così piene e vigorose, che mostrano con nitidezza vicende quotidiane, come un dialogo in una tavola calda, o fatti che esulano dall’ordinario, come il precario limitare sul fronte bellico. Semplice eppure sfaccettato, cristallino eppure maestro nel creare anfratti dell’anima, luoghi bui in cui si perdono le certezze, le speranze. Ecco un modo per riscoprire uno dei più importanti autori del Novecento, abile romanziere ma anche artista nell’intessere short stories. Da leggere anche la prefazione di Nicola Lagioia. Mirko Tondi

IN LIBRERIA A PRIMAVERA

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GOODBYE, COLUMBUS - Philip Roth

Facciamo finta di non saper niente dei tumulti ormonali del nevrotico Alexander in Lamento di Portnoy, della ricerca di un’identità da parte di Nathan Zuckerman nella saga di romanzi che lo vedono come protagonista, della magnifica epopea familiare dei Levov narrata in Pastorale americana, e soprattutto della combattuta appartenenza alla religione ebraica che Roth si diverte a sottolineare in ogni suo libro attraverso un umorismo graffiante, denso di battute caustiche e situazioni al limite del grottesco. D’altra parte, Goodbye, Columbus viene scritto nel 1959, ed è, di fatto, il romanzo breve che segna l’esordio letterario di Philip Roth e lo introduce nel novero dei più stimati e innovativi autori contemporanei. Pubblicato per la prima volta in Italia da Einaudi nel 2012, ci presenta – insieme ad altri cinque racconti che fanno da perfetto corollario – la storia d’amore, durata il tempo di un’estate e poco più, tra Neil Klugman e Brenda Patimkin. Lui è un giovane bibliotecario che vive con gli zii, dopo che i suoi genitori se ne sono andati da qualche parte in Arizona. Costretto a sopportare le stranezze di sua zia Gladys, che fa mangiare i componenti della famiglia a turno (come giustifica lo stesso Neil in prima persona: “Non c’è nulla che lo spieghi oltre il fatto che mia zia non ha tutti i venerdì”) e identifica la sua gioia più grande nel portar fuori la spazzatura, trova in Brenda la sua ancora di salvezza, dopo averla conosciuta in piscina. La rivede e già ne è innamorato (“Brenda era semplice ed elegante, come il sogno di una fanciulla polinesiana fatto da un marinaio”). Lei è una ricca studentessa di college che finirà per ospitarlo a casa sua, anche se la differenza di status sociale si farà sentire. Ma ecco, più di tutto, gli appetiti sessuali del ventitreenne Neil che cominciano a guastare il rapporto. In Goodbye, Columbus c’è la Newark cara allo scrittore, tra ricordi e fotografie, e poi sogni e visioni a occhi aperti, contorsioni mentali di un ebreo ortodosso e desideri carnali in aperta contrapposizione, con qualche monologo all’indirizzo di Dio in persona. Roth cita poi i dipinti di Gauguin, Guerra e pace di Tolstoj, la scrittrice americana Mary McCarthy, e non mancano nemmeno riferimenti musicali (Night and day e I get a kick out of you di Cole Porter, così come il Columbus del titolo, un inno studentesco che ascolta Ron, fratello di Brenda). Sembra quasi di vedere un film di Woody Allen, tanti sono i temi che li accomunano; ma, in realtà, una trasposizione cinematografica venne realizzata nel 1969, diretta da Larry Peerce e con la Ali MacGraw di Love story e The getaway nella parte di Brenda. A rappresentare un filo conduttore con gli altri scritti del volume, ecco l’ingombrante educazione religiosa (nel racconto La conversione degli ebrei) ma anche l’ebraismo tra commilitoni al tempo della seconda guerra mondiale (Difensore della fede). Epstein è invece una lucida riflessione sull’avvicinarsi della vecchiaia, in un’età di mezzo che si nutre di pensieri nostalgici e nuove paure. Ancora ricordi a guidare Non si può giudicare un uomo dalla canzone che canta, dove si evoca un’amicizia ai tempi delle scuole superiori. Infine Eli, il fanatico, vicenda kafkiana che oscilla tra discussioni sulla legge, un inquietante vestito nero e la profetica nascita di un bambino. Molte le parentesi sportive, dedicate soprattutto al baseball, con gli Yankees citati a più riprese, Mickey Mantle, il simbolo dei neri Willie Mays e Hank Greenberg (il primo campione ebreo nel baseball americano). Peccato che Roth abbia appena annunciato di non aver più niente da dire come scrittore. Se così fosse, ci mancherà. Goodbye, Philip.

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UCCIDERE IL PADRE - Amélie Nothomb

Ventesimo libro in vent’anni per la scrittrice belga Amélie Nothomb. Un micro-romanzo (o racconto lungo, che dir si voglia) dal contenuto enciclopedico, quel complesso di Edipo che incendia da fine Ottocento a oggi riflessioni ormai secolari, prima pasto per le mense degli analisti e ora concetto affidato al sapere del popolo tutto. Si parte con la citazione di Aldous Huxley “L’ostinazione è contraria alla natura, contraria alla vita” perché Uccidere il padre altro non è che una storia sull’ostinazione, su quel processo opposto all’accettazione che permea i pensieri fino a farli diventare ossessione. Joe Whip vuole a tutti i costi fare l’amore con Christina, madre sostitutiva eppure così giovane e sensuale ai suoi occhi di adolescente; Norman Terence invece fa il possibile e anche oltre per essere il buon padre di un figliastro rancoroso e ostile. E ogni cosa trova spiegazione nelle ultime pagine, dove un colpo di scena ci regala il vero senso delle azioni del protagonista, che poi confluiscono tutte in direzione di una sola e unica, “ostinata” scelta. Si comincia nel 2010, quando Amélie Nothomb (lei in persona) si trova a una festa parigina, ritrovo di maghi provenuti da ogni parte del mondo. Lì nota due uomini, e qualcuno le racconta cosa li lega o li ha legati, perché è chiaro, tra loro c’è un filo sottile che non si sa come ma li tiene insieme. Si passa a Reno, Nevada, 1994. Joe Whip ha quattordici anni, nessun padre e una madre semialcolizzata che porta a casa un uomo dopo l’altro. “Tuo figlio ha la tempra del satanista” dice il fidanzato di turno alla madre di Joe. Ci vede giusto, in qualche maniera. È che lui con la magia ci sa fare, è un ragazzino e intanto ha già quelle mani svelte e sapienti. Ma è vero anche che con la magia non può riprendersi sua madre. Allora se ne va. L’incontro con Norman Terence, il più grande mago di Reno, dal quale vuole imparare tutto quello che c’è da sapere, la tecnica e i trucchi, gli permette in fin dei conti di tornare bambino. Ma anche di sviluppare l’odio, l’invidia e sentimenti affini. Attraverso periodi brevi e taglienti, la Nothomb inquadra il suo stile telegrafico in questa storia che sembra fatta apposta per il cinema, tra flashback e immagini che evocano scene di trucchi invisibili e bari al tavolo del poker, poi festival di artisti hippie storditi dagli acidi e sesso consumato in una tenda nel deserto. La sensazione immediata è quella di una prosa limpida ed equilibrata, ricca di dialoghi incisivi. Tuttavia, la scrittrice alterna definizioni che colgono il segno (“Lo scopo della magia è indurre l’altro a dubitare della realtà” oppure “Il mago ama e stima il suo pubblico; il baro disprezza il pollo che vuole spennare”) e qualche frecciata pungente (“Il Vaticano è, in realtà, il punto di riferimento di decine di sette cristiane una più misteriosa dell’altra” e poi continua “Se il papa fosse una persona perbene, credi che vivrebbe in Vaticano?”) ad altre espressioni telefonate, che si inseriscono a pieno titolo nella banalità del quotidiano (“Christina era perdutamente innamorata di Norman...”, “niente affascina come il fuoco”, o ancora “Era come trovare l’ago in un pagliaio”). Cita anche Nietzsche, ma non vi aspettate un trattato psico-filosofico sul complesso di Edipo: Uccidere il padre è un romanzo breve che non ha pretese illuminanti se non quella di ragionare sull’importanza dell’ambiente familiare nella crescita di una persona, sulla necessità di avere dei punti riferimento, dei modelli genitoriali validi che attutiscano i traumi della vita. È altresì un racconto di tradimento e truffa, illusioni e delusioni, concentrato in novanta pagine. Non è poco, tutto sommato.

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La nostalgia necessaria Conversazione assurda con Tony Pagoda

TONY PAGODA E I SUOI AMICI – Paolo Sorrentino Tony Pagoda e i suoi amici segue di due anni l’esordio di penna di Paolo “noto soprattutto come regista” Sorrentino: Hanno ragione tutti. Pagoda lo avevamo lasciato ormai anziano, disilluso, cinico, sballottato in una Roma crepuscolare, la più bella città morta del mondo, e qua lo ritroviamo. La Capitale di un paese straziato è l’ideale pastello felliniano in cui si muovono come tristi maschere viventi gli amici di Tony: i sopravvissuti del successo, un esercito di reduci stanchi e nostalgici che con tenera tenacia provano a galleggiare sulla superficie di un mondo, quello di oggi, che sembra aver perso la capacità di stupirsi. Di stupefacente in questo caso c’è soprattutto lui, Tony Pagoda, uno dei più strabilianti personaggi della moderna letteratura italiana. Quindi quale miglior gioco retorico se non quello di immaginare una falsa intervista con il Nostro idolo. L’immaginazione, oltre ad una peculiare natura poetica insindacabile, ci rende due ulteriori vantaggi: il primo quello di poter far parlare, direttamente e attraverso le sue parole, un filosofo ignorante, sempre in bilico tra la bruta banalità e la verità più profonda, quale è Tony Pagoda, e poi, secondo motivo: immaginare, e dunque non averlo davanti in carne ed ossa, mi mette a riparo dalla sua notoria aggressività verbale, arte nella quale è considerato, giustamente, un maestro. Cantante, filosofo da baraccone, psicologo del dolore altrui, farabutto, cortigiano, scrittore... Chi è oggi, veramente, Tony P.? Niente di tutto ciò. Io sono uno di quelli che, per ingordi di etichette deficienti, viene definito un cantante da night. Però io non sono un’etichetta. Io sono un uomo e gli uomini si dividono in due categorie: quelli che si mettono comodi. E appassiscono. E gli altri. Io faccio parte degli altri. Dai tuoi racconti emerge un sottobosco di artisti dimenticati, coperti da erbacce pungenti e velenose. Un ritratto dolente che tratteggia con linee lugubri e ambigue quello che nell’Italia di oggi sembra essere un punto centrale: il successo a tutti i costi. In verità, tutti stabiliscono questo assioma, il successo sempre, dovunque e comunque. Solo che è stato declinato diversamente il concetto di successo. Quanti siamo diventati su questa faccia di cazzo della terra? Cento miliardi? Ma per forza. Altrimenti come è possibile che oramai si trova un pubblico per ogni cosa. Un pubblico pronto ad applaudire e fotografare per qualsiasi troiata che deambula. Se pensate che la volgarità abbia posto dei limiti a se stessa allora la risposta è: no, non ha posto limiti. È il ridicolo che si fa monumento. Proprio la volgarità, assieme a poesia e tenerezza, rappresenta un punto forte del tuo immaginario letterario. Un’onda sporca e commuovente capace di ridestare le emozioni umane, di risvegliarle dal proprio torpore. Quanto è vero la madonna c’è poesia, volgarità e tenerezza dappertutto. Ettari di volgarità e tenerezza da raccontare. Questa è la roba moderna. Praterie di tristezza umana, illuminata, per fiordi isolati, dal bacio velenoso del patetico alto, o dalla compassione terra terra. In ultima analisi, dico io, la vita è una favolosa rottura di coglioni. Ma su cosa dobbiamo concentrarci? Sulla rottura di coglioni? O sul favoloso? I comodi si adagiano sulla rottura di coglioni. Li rassicura. Come il telegiornale alle otto. Gli altri, li vedi, si catapultano in strada a tutte le ore, valicano la notte, avidi e nevrotici, spaesati ma concentrati. Cercano il favoloso. E non lo trovano. Perché lo hanno già vissuto. Ma fanno finta che questo preveda il bis. Nell’Italia post ideologica di oggi i raccontini decadenti di Tony Pagoda sembrano non trovare una precisa collocazione: fluttuano un po’ ambigui, dalle pagine di GQ, dove sono stati pubblicati in anteprima e uno alla volta, si insinuano nei tessuti slabbrati di una società dello spettacolo osservata da un lato con occhio cinico e implacabile e dall’altro, al contrario, con commuovente nostalgia. Se mi passi il paragone, Tony, mi sembri un moderno Mangia Fuoco: un bruto e oscuro burattinaio pronto ad intenerirsi ad ogni starnuto. La nostalgia è l’elemento centrale del mio libro... È una gran bella faccenda la nostalgia, un’ancora di salvezza che ti mantiene giovane, ti ringiovanisce le pupille, lo sguardo. La nostalgia è un appuntamento col bello dell’infanzia. 66


Perché sai, la vita si frattura. Tu non fai niente per farti traviare, metti solo il piede nell’età adulta e questo gesto, apparentemente naturale, inevitabile, ti corrompe. La frattura dell’incanto. Perché hai un ruolo, una sovrastrutturazione dell’io che annacqua tutto. Un sé da difendere. Tutta una baldanza al servizio dell’esternazione del curriculum vitae. Prima, il sé lo si lasciava andare. Lo si rilasciava, aspettando che fluttuasse come gli astronauti vaganti nella navicella dell’astronave in assenza di gravità. Quindi, in certo senso, la nostalgia è necessaria. Quindi la nostalgia come sfumatura indispensabile del presente... perché, occorre ricordarlo, Tony Pagoda è anche il poeta della sfumatura. Ho paura che a forza di lusinghe tu mi stia prendendo per il culo. Ma, caro mio, la sfumatura è la sola cosa che sopporto. Il mondo d’oggi ha abdicato la nuance, perché questa richiede un’interpretazione sfaccettata, certosina, da giocatore di Shanghai. Questo, rende impazienti. E l’impazienza rende cattivi. Morbosi a mezzo servizio. La gente si è dimenticata, perché la ritiene di scarso interesse, della vita intermedia. Tutti vampiri dell’omicida o di Madre Teresa di Calcutta. Tutti ad accoccolarsi sotto gli scoli della merda o del paradiso, annullando in ultima analisi la sostanziale differenza che corre tra le due cose. Alcuni hanno azzardato paragonando la tua figura a quella di un Henry Miller italiano uscito dalla notte a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta strafatto di coca e pieno di donne. In realtà sei un uomo ben al di là della propria apparenza. Alla luce di questa essenza profonda e nascosta e nonostante il rifiuto sistematico di ogni facile declinazione, etichetta o classificazione, al termine del primo raccontino del libro hai scritto una “super-classifca” personale: i tuoi dieci motivi per cui vale la pena vivere, vuoi ripeterceli... Mo’ non ti atteggiare. Non ti credere di aver capito chissà cosa del vecchio Tony. Ci vuole la morte negli zigomi per capire veramente le cose. La morte degli zigomi. Poi la cosa della classifica l’ho spiegata. Te lo dico con il solito brivido di sofferenza, io purtroppo vivo nella maledetta, insopportabile convinzione secondo la quale l’animo umano possiede sfaccettature che vanno al di là delle cose belle, delle buone intenzioni, dei tramonti, dei mari celesti, dei matrimoni che durano trent’anni, della pizza margherita. È in omaggio a questa convinzione e per rispetto alla mia verità che ho deciso di scrivere i miei dieci motivi per cui vale la pena vivere.

1)L’ebbrezza impagabile di andare a letto esclusivamente con le donne degli altri. 2)Provare a vivere onestamente, non riuscirci, e dire con soddisfazione: però ci ho provato . 3)Tornare a casa infelici e inermi, ma privi di sensi di colpa. 4)Constatare, con un sorriso, che il down è stato inferiore al picco d’eccitazione procurato da droghe e alcol. 5)Decapitare, con una sciabola antica, le teste di tutti i genitori ossessionati dall’educazione dei figli. 6)Infilare la testa sotto le coperte dopo aver praticato, a intervalli regolari, la nobile arte dell’aerofagia. 7)Incontrare per strada persone che si conoscono, guardare loro dritti negli occhi, e non salutarli. 8)Dubitare dell’intelligenza delle persone considerate unanimemente intelligenti. 9)Scoprire, ma purtroppo non accade mai, che tutti stanno complottando contro di te. 10)Gli occhi asciutti delle madri. *Tutti i contenuti di questa intervista sono tratti dalla voce e dalla penna di Paolo Sorrentino, tra dichiarazioni ed estratti dei suoi due romanzi editi per Feltrinelli: Hanno ragione tutti (2010) e Tony Pagoda e i suoi amici (2012).

Francesco Ciarapica 67


RACCONTI

Illustrazione: Guido Cipolletta

La fila della persona accanto è sempre più breve. MargheritaChietti Potrebbe sembrare una legge di Murphy e forse lo è, ma al giorno d’oggi è più probabile considerarla una massima della nostra vita quotidiana. Mi sono detta che tutte le persone nel loro essere, nel loro piccolo o magari nella loro grandezza, sono uguali a me, ovvero: si alzano, fanno colazione, escono di casa, vanno a lavorare – o studiare o fare l’amore o aspettare un treno -, pranzano, litigano con il prossimo – non specificato -, prendono mezzi pubblici o privati, tornano a casa propria o dei genitori, cenano, guardano la televisione e tornano a dormire. Stop. Questo ragionamento quando mi sento l’unica al mondo ad avere un problema che sembra irrisolvibile mi consola molto. Moltissimo. Oggi per esempio il bar, dopo aver bevuto il mio caffè, si era magicamente svuotato. Una sorta di consolazione visto che mi stavo avvicinando allo scaffale delle caramelle per scegliere uno di quei pacchettini squisiti con caramelle super squisite. Dopo un minuto e mezzo di consultazione tra me stessa e la prossima futura me stessa mi decido e scelgo il gusto cedro e menta. Non faccio in tempo a girarmi che mi ritrovo davanti circa sei persone in fila alla cassa. Mi accorgo che il volto diventa improvvisamente triste ed angosciato, impaziente ed innervosito. Cerco lo sguardo della futura me stessa ma niente. Non ce l’ho fatta. Le caramelle sono rimaste li. Belle. Verdi. Intatte. È proprio vero che la fila della persona accanto è sempre più breve. O più fortunata. O più fantasiosa. Chi più ne ha più ne 68


metta. Ad ognuno la propria libertà di espressione. Mi chiedo se abbiamo il potere di comandare qualcosa della nostra vita. Probabilmente le scelte razionali si certo, dipendono da noi, ma cosa gira veramente intorno a noi? L’avvento dell’anno nuovo mi ha fatto pensare che siamo dipendenti del tempo che viviamo – inesistente al tatto, alla vista, al cuore -, che viviamo dentro qualcosa che non abbiamo deciso noi. Siamo macchine che seguono istanti, in fila. E non possiamo decidere di uscire da questo disegno. La nostra subordinazione nei confronti del tempo si legge negli anni, la pelle si trasforma, le taglie dei vestiti rimangono sempre le stesse ed i capelli crescono, diventano grigi. Le domande sono sempre meno e la curiosità lascia spazio al passato. Ai ricordi. Avrei voluto provare qualche emozione in più allo scattare della mezzanotte l’ultimo dell’anno. Mi sono messa in giardino ad ascoltare e guardare tutti quei fuochi che esplodevano, le grida, ma dalla mia postazione i rumori dei botti sembravano solo pietre che cadevano da un altezza molto alta, un suono ovattato che rimbombava in tutto il lago. Non ho provato tristezza, non ho provato gioia. Solo indifferenza. Un anno in più. Uno in meno. Solo numeri. E di numeri siamo sovrastati. Se non ci fossero numeri non esisterebbero nemmeno le file. I vantaggi. Gli svantaggi. Non esisterebbero soldi. Non esisterebbero ricchi. Né poveri. Né targhe né anni di nascita. Né indicazioni temporali per la storia, per Gesù, per le Piramidi. Lo so. E ringrazio quel primo essere vivente che ha deciso che tutto dovesse vivere intorno ai numeri. E alle file, ed ai vantaggi e gli svantaggi. Allora tanto per ridere, ogni tanto penso ad un foglio bianco e ad una penna. La penna che traccerà il primo punto, che si trasformerà in una riga che si trasformerà in una parola. Come da principio. Speriamo che il 13 porti bene.

Paco Ethan Rum

La camera di Paco è sporca e lurida e puzza di piscio edulcorato e sigarette. Lui se ne sta in cucina a strafogarsi di cibi macrobiotici con il feretro della bocca aperto a 360 gradi innaffiando il tutto con l’amaretto rubato al discount sotto casa. Paco sente freddo e me lo comunica. Gli dico che, sì insomma , Paco hai della merda che ti scende sotto il mento e che ti macchia la tua bella maglietta stinta e quel bel doblone d’argento e d’alabastro che porti al collo. Che poi più che alabastro sembra polistirolo industriale. Mi guarda stranito. Da quando hai finito di masticare tabacco ti trovo spesso disorientato e privo di qualsiasi rigurgito social-emotivo. Dovete sapere che dei suoi amici di scienze politiche lo avevano educato al mondo del tabagismo mascellare anni fa. Non fa male ai polmoni. Sì Paco. Ti manca l’incisivo destro? Secondo me lo hai perso durante la pennichella che scrocchi dopo pranzo. (Ha gli occhi che sembrano due colli di bottiglia e un’espressione fredda come le porte di una Chiesa). Sai cosa farò? Un giorno prenderò i tuoi libri di storia, tutte le tue guide nichiliste, la collezione dei dvd con i funerali di Kim Il Sung e quegli stupidi oggetti della Wehrmacht e gli darò fuoco. Sarà grandioso. Le fiamme si sprigioneranno nell’aria come geyser e un gruppo di beduini ci ballerà intorno l’Alli Galli e canteranno inni e berranno the da tazzine di plastica, le loro mani saranno sporche di grasso e le tazzine unte. Sri Auribondo ti scriverà lettere d’amore dalla sua cella frigorifera perché è stanco di meditare e riceverai telegrammi rancorosi firmati NEIL ARMSTRONG, DALLA LUNA. Paco è un vagito livido, un distillato mal riuscito. Me lo immagino quarantenne professionista affermato. Già ti vedo mentre prima di entrare in ufficio ti specchi nel bagno controllando che non ti sudino le ascelle. Poi porti una mano alla bocca come consuetudine per assicurarti che il tuo alito profumi di eucalipto e mentolo. Una passata ai capelli con la brillantina Dapper Dan, una battuta con i colleghi su chi ce l’ha più grosso e via, si entra in scena. Hai una cravatta rosso-distensiva e un nodo volutamente mal riuscito. Dopotutto non vuoi essere troppo formale con i clienti. Questo è quello che io dico essere in balia degli eventi. Paco diamoci un taglio le mie sono solo belle parole vuote. Usciamo e andiamo al circolo Arci di viale Europa. La giovinezza è distante una discesa e una porta. Il mucchio fuori dal locale ondeggia e Paco comincia a lasciarsi andare. Ha la testa senza lampadina che non puzza di bruciato. Paco, poi rifletteremo sull’infinito. La sera ci salutammo come sempre non immaginando che sarebbe partito da quell’inferno. Ricevo spesso sue cartoline, l’ultima con un gran lago sopra dice: Questo è il lago Titicaca che nel dialetto del posto significa puma di pietra. Ho sognato di accarezzarlo. Lo vedo colorare ombre di color kaki e dipingere sassi sulle vie che portano a Machu Pichu.

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Illustrazione: Vespertina

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Pierpaolo, è l’Ora! Ho mal di schiena. Impara a far prima la sera, nonna è già pronta, ti aspetta. Ma non è l’ultimo giorno del mondo questo? La profezia dei Maya e tutte quelle menate, dai lasciami dormire. Si, ma è anche venerdì, il giorno libero della badante, alzati! E se non ci fosse un domani? È uguale. Mia nonna ha ottantasette anni, ha l’alzheimer e riconosce le persone soltanto in foto. Così quando sto con lei porto sempre una polaroid di me bambino: io lei e Young, il nostro vecchio cane, tutti e tre con un’espressione scazzata, però in posa, vicini. Ti ricordi nonna? Ti ricordi di Young? Ma almeno come mi chiamo io te lo ricordi? Il tuo unico nipote...Pierrrr...Pierrpa...Niente...Ma come si fa a perdere i ricordi? Vivi tutta una vita, bella, brutta, normale, quello che è, e poi prima di morire non ti ricordi niente, nulla di come è andata. Questa è la tua condanna nonna, non poter scendere a patti con la morte. Ma io si. Io devo fare qualcosa. Ti va di andare al mare? Eh, che ne dici? Si caro, io poi c’ho anche insegnato al mare. È stata maestra, crede di esserlo ancora e di avere insegnato un po’ dappertutto, anche al mare. Certo fa freddo povera vecchia, noi due soli sulla spiaggia gelata, seduti su una sdraio arrugginita, scapigliati dal vento e dal silenzio. Fumiamoci una sigaretta poi andiamo a casa. Nonna fuma da circa settantanni e non ha mai avuto un raffreddore. Sai, domani sarà tutto finito, spazzato via, follia da calendario o meno non c’è attesa per quello che sarà ma soltanto attesa. Se moriremo tutti perchè non te ne vai? Non hai una ragazza? Sono troppo timido per fare certe cose, cose eclatanti, definitive, e poi ho deciso di passare queste ore con te, nascosto, protetto dentro la tua mente a inchiostro simpatico, se domani non accadrà nulla nessuno saprà di oggi. Stiamo così come nella foto, manca solo il cane. Io ho vissuto una lunga vita ma non la ricordo, tu credi di aver vissuto perchè hai dei ricordi, in due facciamo un morto decente. Via, adesso però riportami a scuola, si è fatto tardi, Pierpaolo.

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INCROCI

DIETRO LE QUINTE DI UNA CANZONE

Maracaibo Sono due le false credenze su Maracaibo: la prima è che sia una canzone di Raffaella Carrà, la seconda che sia la Macarena degli anni ‘80. In realtà, Maracaibo è di Lu Colombo (scritta a quattro mani con David Riondino!,nel 1975) ed è una canzone triste, con dei risvolti politici e sociali che non ne permisero la pubblicazione per molti anni, fino a quando non la trasformarono in una scanzonata ballata dance andante (1981), adatta al pubblico medio dimenante in discoteca. La storia di ZaZà (che non è un espediente per ondeggiare le chiome a ritmo ma il nome della protagonista) parte da Maracaibo, in un bar chiamato Barracuda, dove fa la ballerina e la trafficante d’armi. Zazà si sollazza con Miguel, che in realtà è Fidel (Castro), ma Miguel non c’è mai e allora passa a Pedro, ma quando Miguel scopre l’affaire le spara quattro colpi. Il mare forza nove che, di solito, è la parte più conosciuta del testo è in realtà il nemico che butta Zazà in mare, in preda al pescecane che la azzanna. Distrutta, apre un bordello, si lascia andare bevendo troppo e pippando allegramente, fino a pesare 130 chili. Fine della canzone. Avete ancora voglia di ballare? ZaZà.

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Oroscopo

di Lepidus Lipidius

Visto che ci piace la contaminazione, l’Oroscopo, figlio di culti e studi di Babilonesi e altri antichi, vi aiuterà nel vivere la festa cristiano-popolare di questi tre mesi: il Carnevale.

Ariete Con la determinazione

Bilancia Amate gli opposti,

Toro

Scorpione

di un cavaliere e la sincerità di un giullare non potevate entrare silenziosamente nel 2013: risate o sospiri, continuate a tenere duro come sapete ben fare. Baccalà montebianco. Amanti della semplicità e della buona compagnia raccogliete le energie e preparatevi a giornate sempre più lunghe e sempre più attive, ricche di incontri ed anche di convegni amorosi. Fritto alla Garisenda.

cose inconciliabili che vi garantiscano di poter continuare nella perenne ricerca dell’equilibrio; proprio per questo non potete rinunciare a momenti di forte relax. Tiramisù al mandarino. Passionali e misteriosi, sapete bene come attirare gli sguardi e allo stesso tempo discretamente osservare, doti preziose quando può esser utile un cambiamento o una nuova prospettiva. Fricandò.

Gemelli

Sagittario L’inizio del nuo-

Cancro Spesso vi accusano

Capricorno

Leone

Acquario

L’inverno è tempo di letture silenziose o settimane bianche o vacanze ai tropici. Sempre tendenzialmente drastici, il vostro amore per la natura e per le battaglie potrebbe anche spingervi ad una svolta vegan. Spezzatino di seitan.

di essere permalosi, ma è proprio questa etichetta a farvi innervosire, è dunque tempo di tralasciare ogni giudizio altrui e mostrarsi liberi e liberamente complicati. Risotto alla cacciatora. Coraggiosi per antonomasia, quanto ricchi di felino aplomb, guardatevi dall’eccedere in ottimismo, ma state pronti ad andare incontro a successi professionali e conquiste galanti. Arrosto tartufato.

Vergine Sapete bene come

ordine e precisione possano essere punti di forza, ma anche un esposto tallone di Achille: fate affidamento su amicizia e collaborazione, e poi lasciatevi andare, anche a tavola. Pasticcio di maccheroni.

vo anno vi porta nuove energie e le nuove sfide per voi non sono mai state una novità: è tempo di investire nel gioco di squadra, senza la paura di essere un punto di riferimento per i colleghi. Tagliatelle verdi. Se vi è capitato di essere fraintesi non dovete più preoccuparvi degli strascichi di quegli episodi, il vostro orizzonte si sta aprendo: l’occasione giusta per la vostra semplice curiosità. Pollo alla contadina. Fantasiosi, tendenti all’astrazione, a volte siete stati accusati di essere inconcludenti, ma la stima in voi è sicuramente rimasta invariata: continuate a sentirvi liberi di esprimervi. Bue alla moda.

Pesci

Instancabili alfieri dello spirito di contraddizione, siete preziose risorse in ogni gruppo di lavoro, antidoti contro la noia, alleati nei progetti ambiziosi. Novità anche in campo sentimentale. Stracotto alla bizzarra.

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Due uomini attendono la corriera seduti alla fermata. E’ il bianco pomeriggio di una domenica d’estate. Uno di questi si è appena seduto. -Oh...ecco una giornata eccezionale, non trova?-Non per me, non posso star molto sotto il sole-E perché mai? -Problemi di pelle, poi non mi piace-Io adoro il sole, il caldo, l’unica cosa che detesto è questo vibrare eterno, che per tutta la stagione non lascia scampo alcuno. Le sente? -Cosa?-Le cicale-Si-Non la disturbano?-Non troppo, comunque meno del sole-Ah beh, le racconterò allora di un mio amico, un mio caro amico. Anche lui detestava il sole, lo malediva di continuo tanto che quando lavorava l’orticello che teneva, al tocco si spogliava, girava il viso al cielo e ingiuriava il sole, le nubi che non c’erano, gli uccelli che cantavano e Dio. Malediva tutto questo perché lo faceva sudare come la lingua di un cane. Rimaneva lì per ore, ogni giorno, in mutande, bestemmiando e maledicendo...-Io non maledico niente, non odio niente, dico solo che il sole mi crea problemi, tuttavia non arrivo ad odiarlo-...bestemmiando e maledicendo la bella stagione. Andava avanti così fino all’autunno, finché proprio in una di quelle giornate ventose di fine vendemmia, tornando dal paese, decise di controllare lo stato della legna da bruciare che teneva vicino l’orto. Sposta un ceppo, sposta un ramo ed ecco zampillare sinuosa la testa d’una vipera. Un morso alla mano e quello salta come una molla. Ancora prima di rendersi conto di cosa stesse succedendo vede l’ofide sparire tra la legna e la mano che si gonfia. L’hanno ritrovato morto la mattina dopo-Mi dispiace per il suo amico-Si figuri, era un idiota-Non credo cambi molto-Cosa?-Il fatto che fosse un idiota-No, ne conosco a bizzeffe di idioti e non è che tutti muoiono pizzicati dal rettile-La corriera è in ritardo, mi pare-Le pare male perché la corriera non passerà fino alla mezza-La mezza è già passata da un pezzo, almeno da sette minuti-Lei tiene male il conto, mancano ancora quattro minuti-Sarà...-No, non sarà. Il tempo è il tempo, mancano quattro minuti e nulla potrà cambiare questa circostanza-Quattro minuti quindi-Tre-Non uno di più-

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-Non uno di meno-Come può dirlo?-lo dico perché ne ho esperienza-Ok-Le piace il mare?-Si-Ma non il sole?-Già-Cosa le piace del mare?-Non so, forse il fatto che la sera c’è pace, soprattutto in questi giorni, quando i bagnanti vanno via e rimangono i gabbiani-Guardi laggiù la corriera, sta arrivando ma si fermerà al semaforo. Tra due minuti sarà qui-Allora è meglio che cerchi il biglietto-Fa bene, bisogna sempre avere il biglietto in mano quando si sale su una corriera-Infatti-Eccola che riparte-Sale anche lei?-No, non salgo-Allora arrivederci, grazie per la chiaccherata-Non è stata una chiaccherata, lei non ha detto nulla tranne che il sole le da noia e che quindi preferisce il mare alla sera-Lo so-Ha mai visto quel film?-Quale?-Quello in cui c’è una ragazzina col cane che viene inghiottita da un tornado-No-Quello in cui questa ragazzina una volta finito il tornado dice: “Toto, ho l’impressione che noi non siamo più nel Kansas”.Le porte della corriera si aprono nel fragore meccanico che copre la voce dell’uomo che soffre il sole mentre sta per salire sul mezzo.


Come collaborare : Stiamo costruendo una rivista. Questa rivista. Musiche, Politiche, Arti, Editorie, sono questi gli argomenti in cui può nascere una collaborazione. Ma non solo, siamo aperti. Reportage, interviste, recensioni, inchieste, illustrazioni e r ubriche di qualsiasi o rdine e grado. S iamo p lurali. I n questi giorni siamo già alle prese con tutti quelle attività che servono a realizzare questo nostro e vostro prossimo manufatto. Usciremo con il primo numero a fine Aprile 2013, quando sarà Primavera e sarà bello leggere anche fuori, in strada. Contattandoci ti invieremo tutte le informazioni utili al progetto di collaborazione, in ogni modo ricorda che i contributi, oggetto della tua ricerca, saranno accettati solamente se ricevuti entro e non oltre un limite temporale di due settimane (ca. 15 giorni) dalla uscita del numero in preparazione. La scadenza per Kansassìti 1 è per il 10 Aprile 2013. Kansassìti, ultimo ma non meno importante, non compra (mai) i diritti intellettuali delle opere che appaiono sulla rivista e suggerisce ai collaboratori di pubblicare il loro lavoro sotto una licenza Creative Commons.

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SU KANSASSITI N°1 /////////////////////////////////////////////////////////////// ///// INTERVISTA A MARCELLO BARAGHINI direttore di stampa alternativa ///// VECCHIE E NUOVE FRONTIERE immigrazione tra cinema e realtà ///// ENERGIE E VELENI ///// SPAZI FANTASMA ///// RADIO TIBURZI ///////////////////////////////////////////////////////////////

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Kansassìti n.0