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“Unforget” Černobyl’ Fare i conti con una propria paura, magari confrontandosi con chi la condivide, con chi riesce a conviverci o piuttosto con chi è riuscito a superarla, è senz’altro un percorso che consente di crescere. Se, poi, la paura in questione è un fenomeno collettivo, come l’atavico timore per “il nucleare”, uno spauracchio globale, l’impresa si fa titanica, antropologicamente sfaccettata, ma soprattutto, se si ha voglia di raccontarla, narrativamente intricata ed imprevedibile. Se c’è un evento che ha segnato il nostro tempo, è sicuramente il disastro di Černobyl’. Uno spettro angoscioso, un dibattito inesauribile, una tara sul presente e sul futuro di parecchie generazioni, un “precedente” che pesa a distanza di decenni sulle scelte energetiche dei governi d’Europa e del mondo. È recente la diatriba referendaria italiana che ha portato al secondo “no al nucleare” della nostra storia. Ciò che spaventa chi di centrali non vuol sentir nemmeno parlare è di certo il doversi confrontare con un nemico invisibile, con la minaccia incorporea di una morte che, passato “l’atto” omicida della prima ondata radioattiva, quella che segna visibilmente i corpi, agisce soprattutto “in potenza”, inseminando vittime futuribili. Sarà il tempo, variabile imponderabile, (quello dell’incubazione delle leucemie o dei tumori) a renderle tali, sarà il contatto inconsapevole con cibi e oggetti contaminati, sarà la fatalità d’esser state concepite o portate in grembo in circostanze o ambienti non protetti. Non protetti, da una parte, a causa dell’impossibilità oggettiva di trincerare l’aria, ma dall’altra, dalla volontà – in supposta buonafede – di non seminare il panico, non disponendo di “ricette” in grado di annullare qualunque rischio. Nel caso di Černobyl’ ci troviamo storicamente nell’alveo della seconda ipotesi, nella scelta consapevole, ma soprattutto colpevole, di non lasciar filtrare troppe notizie da parte delle autorità sovietiche. Sarebbe meglio, forse, parlare di volontà di tacere, o addirittura minimizzare sia l’accaduto che i rischi ad esso connessi. Basti pensare che, a cinque giorni dal disastro (avvenuto nella notte tra il 25 e il 26 aprile del 1986) centinaia di migliaia di persone, incoraggiate dalle televisioni e dai giornali, sfilavano ignare per le strade di Kiev (80 km dalla centrale) per festeggiare chissà che ricorrenza di regime. La cittadina di Prypiat (3 km dalla centrale) venne evacuata solo 60 ore dopo l’incidente, a detta delle autorità, a puro scopo precauzionale. E tutto questo col discutibile intento di proteggersi dal rischio di apparire fallibili o incompetenti agli occhi degli Stati Uniti. In questo senso la Guerra Fredda ha mietuto vittime alla pari di qualunque altro conflitto cruento.


Il vero e proprio leitmotiv di tutto l’”affaire Černobyl’”, dunque, è proprio il gap informativo che dal primo istante ha scatenato un dòmino di reazioni dalle conseguenze spaventose. Ci troviamo, a questo punto, con due oggetti d’indagine: la paura e il ruolo dell’informazione. Due elementi indissolubilmente legati. A prescindere da Černobyl’, come possiamo facilmente constatare osservando l’entità di certa informazione filogovernativa di certe democrazie occidentali. Con questa consapevolezza, con una piccola tesi da dimostrare, con un po’ d’emozione e con enorme curiosità ci accingiamo ad affrontare il nostro agosto. Un agosto in sella ad un’Opel Corsa più che ventenne, muniti d’una cartina dell’Europa, con alcune X segnate in rosso ed una un po’ più grande, esattamente a metà strada, poco più su di Kiev. Puntiamo dritti a Černobyl’, va da sé, ma quelle che raccoglieremo (o che contiamo di raccogliere) “a strascico” lungo il percorso, sono le voci di chi ha vissuto gli ultimi venticinque anni, contestualmente, all’ombra del ricordo della nube e ai piedi di una centrale nucleare. Percorreremo, in senso inverso, la strada della scia radioattiva sprigionata dal vetusto reattore numero 4, risalendo la corrente fino alla fonte dell’orrido fumo. Le tappe intermedie (le X rosse sulla cartina) saranno tutte “città nucleari”. L’intento è quello di osservare da vicino le torri di raffreddamento di una centrale, dialogarci idealmente, respirarne l’aura, e discuterne con chi quotidianamente le osserva incorniciate nella propria finestra, avendone, volente o nolente, digerito l’estetica e la semantica. Con fatalismo, con fastidio, con rassegnazione: questo è quanto domanderemo. I “coinquilini delle centrali” ci fanno venire in mente i popoli dei vulcani, fatalisti per definizione, dimentichi della minaccia, ma contigui al “Sublime” quale “espressione della potenza annientatrice della natura, di fronte alla quale l’uomo prende coscienza del limite”. Da questo parallelo partiremo per domandare anche a chi ne è demiurgo, laddove ce ne sarà data la possibilità, cosa c’è di sublime nella potenza annientatrice dell’uomo. Sui due viaggiatori, Kanjano e Sebastiano Greco, non c’è troppo da dire: siamo due storyteller che utilizzano linguaggi diversi ma sovrapponibili, rispettivamente fumettista e regista, una lunga amicizia alle spalle, esperienze professionali variegate, una passione comune per l’asfalto che corre sotto le ruote. Tenteremo di ibridare i nostri strumenti, disegneremo una videoreportage, gireremo un carnet di viaggio.


Černobyl’ Rovno Temelin Isar

Paks Caorso

Krsko

Unforget Chernobyl  

"(...) Ci troviamo, a questo punto, con due oggetti d’indagine: la paura e il ruolo dell’informazio- ne. Due elementi indissolubilmente lega...

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