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Nicola Rabbi - Kanjano

in viaggio verso

lo Zavhan Storie di persone con disabilitĂ in Mongolia


IN VIAGGIO VERSO LO ZAVHAN Storie di persone con disabilitĂ in Mongolia Soggetto e sceneggiatura: Nicola Rabbi Disegni: Kanjano Progetto grafico, lettering e copertina: Giuliano Cangiano Stampa: Tipografia Me.Ca Recco (GE)

Nicola Rabbi, giornalista specializzato su temi sociali e nell’uso delle tecnologie digitali, lavora per Aifo e per il Centro Documentazione Handicap come addetto alla comunicazione. Kanjano (kanjano.org) è un disegnatore di fumetti siciliano dottore in filosofia. Disegna per raccontare storie degne di nota, agli adulti e ai bambini.


Nicola Rabbi - Kanjano

in viaggio verso

lo Zavhan Storie di persone con disabilitĂ in Mongolia

This publication has been produced with the assistance of the European Union. The contents of this publication are the sole responsability of the authors and can in no way be taken to reflect the views of the European Union.


Presentazione Di Anna Maria Pisano Presidente AIFO

Cari lettori, care lettrici,
come presentare in modo facile, immediato i nostri Progetti? Come presentarli in un modo che tocchi la testa e il cuore e faccia capire la professionalità e la serietà dell’esecuzione e anche quanto sono importanti per la gente dal punto di vista umano e sociale?
Come possiamo far vedere che con poco stiamo aiutando a cambiare in meglio tante vite?
 è la difficoltà di comunicare al meglio, di raccontare in modo adeguato le grandi capacità di sviluppo e le tante storie di uomini, donne, bambini che abbiamo incontrato e ai quali abbiamo dato una mano.
Questo di Nicola Rabbi e Kanjano può essere veramente un metodo originale ed efficace. Un fumetto disegnato splendidamente, spiegazioni brevi ed efficaci: il tutto situato in un grande Paese (uno dei più estesi del mondo), dove Aifo porta avanti un Progetto di Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) che è diventato un esempio da imitare.
Un Progetto che dal 1991 è cresciuto, interessando associazioni e strutture locali, università e ministeri, fino al governo ed è riuscito a cambiare veramente la situazione e la concezione della disabilità in Mongolia.
Formazione e informazione a 360 gradi, col coinvolgimento di tutte le realtà sociali, interessamento dei giornalisti e dei media, gruppi di auto-aiuto, microcredito, portano a una reale inclusione e a un miglioramento dello stato sociale di migliaia di disabili.
 Non è sempre facile spiegare e richiamare l’attenzione su tutte queste realtà così importanti per fare una società più giusta e consapevole.
Ma in questo fumetto i metodi della RBC sono resi facilmente comprensibili, raccontati attraverso storie da un giornalista che, pur restando obiettivo osservatore, guarda con coinvolgente simpatia e ammirazione le persone che intervista in quest’affascinante Paese.
La straordinaria matita di Kanjano lo accompagna creando suggestioni e facilitando, talvolta anticipando, le parole.
Credo che questo gioverà non solo ai molti altri progetti per le persone disabili che Aifo promuove in India, Brasile, Africa, Cina, ma anche a una maggiore comprensione delle enormi possibilità di sviluppo che, con i dovuti adeguamenti alle situazioni locali, la RBC potrebbe avere in Italia e nei vari Paesi occidentali.
Non concessioni ottenute quasi come un favore, ma diritti: una vera inclusione che la società attua per tutti i suoi membri, senza distinzione.
 è un altro passo verso una società che guarda al futuro, verso la costruzione di una “civiltà dell’amore”.


Tre giri intorno all’ovoo di Nicola Rabbi

La prima volta che incontrammo un ovoo fu al confine tra l’Arkhangai e lo Zavhan, due regioni nordoccidentali della Mongolia. Era stato costruito proprio a cavallo di un passo di montagna. Cominciava a imbrunire e il cielo era grigio. Nonostante fosse luglio la temperatura era di poco sopra lo zero. Ebe, il nostro autista, si fermò, scese dall’auto e si avviò verso un cumulo di pietre decorato con le tipiche sciarpe azzurre buddiste e da oggetti colorati non distinguibili in quella luce incerta. Unì le mani nella posizione della preghiera buddista e poi fece tre giri in senso orario intorno al cumulo, fermandosi ogni tanto per raccogliere delle piccole pietre che gettava sulla montagnola. Noi lo imitammo, più per cortesia che per convinzione, eppure, per quanto mi riguarda, quello fu il mio vero ingresso in Mongolia.

L’impegno ventennale di Aifo

Le storie che leggerete in questo libro, storie raccontate attraverso il fumetto, sono il risultato della collaborazione tra Aifo e il Centro Documentazione Handicap di Bologna. Le due organizzazioni nel corso degli anni hanno scritto l’una per l’altra nelle reciproche riviste, hanno partecipato a eventi comuni, appoggiato campagne di sensibilizzazione sulla disabilità. Questa collaborazione ha portato anche alla realizzazione di un corso di formazione, riguardante la comunicazione, rivolto ai responsabili di settore di Aifo, che il sottoscritto ha condotto nell’autunno del 2011. Una delle domande che ci si è posti durante corso, era come raccontare in modo adeguato ciò che Aifo fa nei paesi del sud puntando su strumenti di comunicazione diversi (articoli, servizi fotografici, video…) e sulla qualità e la cura del prodotto


informativo. Avevamo anche parlato della fase successiva, a come, cioè, il prodotto informativo poteva essere utilizzato tra i soci dell’associazione e promosso in generale verso le istituzioni, i donors, i semplici cittadini. Fu così una logica conseguenza l’idea di realizzare ciò di cui avevamo discusso nel corso di formazione, pensando al racconto di un progetto da scegliere nei paesi in cui era presente Aifo. La scelta del paese ricadde sulla Mongolia, un luogo dove l’ong lavora dal 1991 e dove è riuscita a fare riabilitazione su base comunitaria su tutto il territorio nazionale coinvolgendo solo nel 2012 oltre 26 mila persone disabili. 
Ma come raccontare nel modo più completo questa situazione? Decidemmo di partire in due persone - e questo fu possibile soprattutto grazie a Francesca Ortali, responsabile progetti esteri di Aifo - io come giornalista e Salvo Lucchese come operatore, in modo da poter raccogliere le storie non solo attraverso delle parole ma anche attraverso delle immagini. Il frutto del nostro lavoro lo potete trovare nei brevi documentari caricati nel canale Vimeo (http://vimeo.com/aifo/videos) e nelle gallerie fotografiche su flickr (http://bit. ly/1fIDVRI); mentre il servizio giornalistico lo potete leggere nel numero 4 della rivista Accaparlante (www.accaparlante.it). Per ultimo abbiamo realizzato, grazie a Giuliano Cangiano, in arte solo Kanjano, questo fumetto che si basa sulle storie che abbiamo raccontato sia nei video che nei resoconti scritti, ma che, come abbiamo visto strada facendo, ha via via preso una sua fisionomia tutta originale visto che si tratta di un mezzo espressivo del tutto diverso rispetto ai precedenti. Il libro inizia con un capitolo dedicato a un sintetico quadro storico, politico e sociale della Mongolia che è in assoluto uno dei paesi più originali del nostro pianeta.
In successione trovate le storie di una persona disabile abitante a Ulaanbaatar, di un gruppo di mamme di bambini disabili della regione dello Zavhan e di una bag feldsher, una particolarissima infermiera che presta servizio a cavallo o su un cammello aiutando la popolazione nomade. In appendice sono pubblicate invece due sezioni che hanno una funzione più didattica; nella prima parliamo della Convenzione dell’Onu sui diritti delle persone disabili e nella seconda spieghiamo in cosa consista la Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC).

In viaggio con Ebe e Tuki

Dei 13 giorni, aeroporti esclusi, che abbiamo passato in Mongolia, sei ne abbiamo trascorsi a bordo di un fuoristrada Toyota, questo perché da Ulaanbaatar a Uliastaj, la capitale dello Zavhan dove eravamo diretti, i 1200 chilometri da percorrere solo in minima parte erano su strada asfaltata, ma spesso si trasformavano in strade di ghiaia e altre volte in semplici piste sull’erba. Avevamo però un autista d’eccezione, Ebe, che oltre ad essere uno dei coordinatori delle attività di Aifo, ha dimostrato una conoscenza dei luoghi veramente speciale.
La prima volta che siamo saliti in macchina con lui, eravamo da poco atterrati all’aeroporto di Ulaanbataar, ci ha portato a casa di Bayaraa, il primo dei personaggi che troverete in questo libro. Bayaraa abita nella periferia della capitale che è circondata da una corona di gher, le tipiche tende mongole. In questa città che cresce di anno in anno ad un ritmo molto elevato, i nuovi arrivati si stabiliscono ai margini della capitale e, dato che la terra non costa niente - lo spazio libero qui e come


l’aria, senza fine - basta una semplice registrazione per avere diritto ad una certa metratura di terreno al cui interno gli immigrati erigono la loro tenda o a volte una casetta di legno. Bayaraa ci aveva accolto in un modo molto cordiale e fin dalle prime battute avevamo capito che era una persona con cui sarebbe stato facile costruire una buona intervista. Abbiamo conosciuto quel giorno solo un figlio, mentre nel secondo incontro, avvenuto dieci giorni dopo, abbiamo potuto conoscere la famiglia quasi per intero. Una famiglia molto unita.
 Il giorno dopo siamo partiti alla volta dello Zavhan e abbiamo viaggiato per quasi tre giorni di seguito. Uliastaj con il suo isolamento estremo ci è parso un luogo quasi incantato. Qui abbiamo incontrato prima Demchigsuren, un chirurgo e dirigente sanitario locale che ha sposato la causa della riabilitazione su base comunitaria e poi un gruppo di mamme che da una settimana viveva assieme a due specialiste di RBC per parlare dei loro figli disabili. Questa storia la conoscerete bene attraverso le tavole del fumetto che troverete nel libro; una cosa però non poteva rientrare nei disegni direttamente e allora la riporto con delle parole. Anche se eravamo in Mongolia, anche se le madri erano delle nomadi con una cultura e uno stile di vita quanto di più lontano da una madre occidentale e italiana, ho rivisto in loro lo stesso atteggiamento di cura, di partecipazione, di testardaggine e di resistenza (ma potrei continuare ancora a lungo con le precisazioni) che ho incontrato tante volte nelle mamme italiane che ho conosciuto lavorando con i disabili: erano le stesse persone ed erano trasportate dallo stesso amore verso i loro figli. In quei giorni abbiamo intervistato anche persone disabili adulte (non le troverete in questa pubblicazione, ma nei video e nel reportage) e abbiamo conosciuto la loro determinazione e la loro voglia di vivere come gli altri, di avere le stesse opportunità. In tutti questi incontri è stata fondamentale come interprete Tuki - anche lei responsabile delle attività di Aifo nel paese – ma anche come organizzatrice.
Nel libro è presente invece un personaggio molto particolare, una bag feldsher, un’infermiera a cavallo che abita in un’alta valle di montagna a qualche decina di chilometri da Uliastaj; in quel luogo regna il silenzio più assoluto, fatta eccezione per il sibilo del vento. Questo è stato un incontro difficile per il tipo di persona che ci siamo trovati di fronte, una donna molto competente e motivata ma anche riservata e taciturna; paradossalmente, se l’intervista è riuscita solo in parte (e lo potete constatare anche nel video), le emozioni che abbiamo provato in quella tenda con Munguntsetseg e la sorella (una signora anziana con problemi mentali), sono state molto intense e forse tramite il fumetto, abbiamo potuto dire qualcosa di più su questa persona veramente particolare (chissà se mai le arriverà tra le mani questo libro).

 A nord di Uliastaj si sale per una collina su cui sorge uno stupa, il monumento spirituale che rappresenta il corpo del Buddha. Si percorre un sentiero ripido che simbolizza a sua volta il percorso verso l’illuminazione e la liberazione. Ma io e Salvo abbiamo risalito la collina al tramonto e il sole stava calando rapido sulla valle immensa che si apriva davanti a noi. Alle nostre spalle le divinità, racchiuse nelle loro costruzioni bianche e azzurre, guardavano anche loro, con occhi ardenti, la valle. Stava facendo sera e il nostro lavoro era ormai finito: potevamo tornarcene a casa.


La Mongolia è un paese immenso, è grande cinque volte l’Italia con una popolazione al di sotto dei tre milioni di abitanti.

A sud c’è il deserto del Gobi mentre a nord ovest vi sono regioni fredde e montuose, spesso ricoperte di boschi di larici.


è il paese meno abitato del mondo ma con un gran numero di animali. Cavalli, pecore, mucche, yak , cammelli e perfino orsi e leopardi delle nevi.

Le aquile da noi sono diffuse come i passeri in Europa.

Fa molto freddo per nove mesi all’anno, d’inverno le temperature scendono fino -60°.

Per fortuna sono rari gli Zud, ovvero gli inverni molto nevosi e tempestosi che portano alla morte del bestiame.


Questo paese è legato alla figura storica di Temujin, meglio noto come Gengis Khan (1162 - 1227) che unì tutte le litigiose tribù mongole e conquistò il più vasto impero della storia dell’umanità.

L’impero si estendeva dalla Corea alla Polonia, dalla Siberia al Vietnam.

La Mongolia però venne per secoli dominata dai cinesi e solo nel 1921, grazie all’aiuto militare della Russia sovietica, ottenne l’indipendenza e divenne il secondo stato comunista del mondo.


Rimase sotto l’influenza dell’Unione Sovietica fino al 1990, anno in cui si tennero le prime elezioni democratiche.

L’avvento dell’economia di mercato e la fine degli aiuti economici da parte della Russia portò a un grande impoverimento della popolazione.

Gli aiuti internazionali finanziavano solo le imprese e le infrastrutture e i fondi per la protezione sociale erano ridotti. Aumentò la disoccupazione e il disagio sociale.


A partire dal 2010 però la Mongolia sta conoscendo una rinascita economica. Il Pil nel 2011 è cresciuto del 17,5%, nel 2012 del 11,2%, nel 2013 del 16,8%.

Questa crescita economica è dovuta alle sue miniere di rame, oro e carbone, tra le più grandi del mondo e che le hanno regalato il nomignolo di “Mine-Golia”.

Ma non è tutto oro quello che luccica: le disuguaglianze economiche sono enormi e il tasso di natalità si è abbassato da 7,33 figli per donna degli anni ‘70, all’ 1,87 di oggi.


La Mongolia rimane comunque un paese pieno di giovani, come si nota passeggiando per UlaanBaatar, la capitale.

Nel giro di pochi anni la città è passata da mezzo milione di abitanti a 1,5 milioni: il 40% dei mongoli abita qui. E l’immigrazione sta continuando.

La popolazione nomade che si dedica alla pastorizia rappresenta solo il 25% dell’intera popolazione ed è in continua diminuzione. Ma come sarà una Mongolia senza nomadi?


Essere persone disabili in un paese in via di sviluppo non è facile e se questo paese è la Mongolia, allora le complicazioni aumentano.

Da 23 anni l’Aifo lavora in collaborazione con il governo locale per migliorare le condizioni di vita delle persone svantaggiate attraverso il metodo della Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC),

una strategia che assegna al disabile un ruolo attivo nella propria emancipazione e che richiede una partecipazione diversa alla comunità che lo circonda.

Per conoscere da vicino come funziona questo tipo di riabilitazione e conoscere la storie delle persone coinvolte, abbiamo intrapreso un lungo viaggio che ci ha portato dalla vivace capitale UlaanBaatar a Uliastaj, capoluogo dello Zavhan. Ecco le storie che abbiamo raccolto.


Gher district vengono chiamati i quartieri periferici di Ulaanbaatar e sono costituiti soprattutto dalle tipiche tende e da basse casette di legno.

Le gher ( le tende) non hanno l’acqua corrente e i servizi igienici e le strade sono di terra

In una di queste gher abita Bayaraa con la moglie e due figli.


Sono caduto come un sasso da quella scala…

era colpa mia, ma dovevo sistemare quel tetto e la scala era corta… così ne ho attaccata una all’altra…

Nel ’91, finita l’era socialista in Mongolia, arrivò l’economia di mercato ed io persi il mio lavoro come tanti altri. Avevo tre figli piccoli da mantenere e così trovai un’occupazione come muratore. Lavoravo in condizioni difficili.

… sono caduto giù come un sasso


Per rimetterti in piedi devi farti operare e l’operazione è piuttosto costosa...

Ma non ho soldi e poi dopo ritorno come prima?

Che senso ha continuare così… dottore, voglio finirla, può farmi un’iniezione?

Con questa operazione ti rimetterai in piedi ma per camminare dovrai usare degli ausili

I soldi per l’operazione arrivano da una colletta che fanno i suoi ex compagni di scuola. L’operazione riesce e dopo qualche mese Bayaraa ritorna nella sua gher.


Non avevo voglia di nulla, non potevo muovermi, a cosa potevo servire?

Un giorno tutti i miei famigliari corsero fuori dalla tenda e si misero a urlare, non riuscivo a capire cosa fosse successo, ma volevo saperlo subito.

Mi accorsi che potevo muovermi se lo volevo, uscii dalla tenda e fuori vidi il‌

Fuoco...

le colline bruciavano...

era una spettacolo terribile ma anche bello.


Era venuto il momento di fare qualcosa, dovevo trovare un lavoro, portare dei soldi a casa.

PerchĂŠ non cominci a disegnare sul feltro?

Disegni dei motivi tradizionali mongoli che poi vendiamo al mercato.


nel 2003 ad un anno dall’incidente cominciai a chiedere in giro dei soldi per iniziare questa attività.

Proposi al “Progetto iniziativa Gher” la mia idea di attività artigianale: piacque e mi finanziarono.

Cominciai a partecipare ai mercati, ai concorsi artistici e cominciai anche a guadagnare e a farmi conoscere.


Un giorno sentii parlare di questa organizzazione italiana, Aifo, che finanziava progetti come il mio, ma non sapevo come mettermi in contatto.

FinchĂŠ il mio collega Oyungerel mi disse che aveva trovato il modo per parlare con quelli di Aifo. Andammo da loro, gli proponemmo il nostro progetto di lavoro che venne approvato e finanziato con una cifra consistente.


Quando cominciai a frequentare Aifo mi accorsi però che loro non offrivano solo dei contributi economici.

Conobbi Enhtuyia, il coordinatore locale del programma di riabilitazione comunitaria e ricevetti delle nuove cure all’ospedale.

Presi parte ad un gruppo di riabilitazione, frequentando tutte le loro iniziative.

In occasione della festa per i 15 anni di attivitĂ di Aifo ricevetti anche un premio per le mie opere.


Per chi non ha una disabilità come la mia, vivere è più semplice. Per noi tutto è più complicato: muoversi liberamente in città, trovare un lavoro, avere una vita sociale normale.

Eppure io sono fortunato rispetto a tutti quei disabili che vivono da soli questa condizione e che non hanno rapporti solidi con l’esterno, che non sono organizzati.

Le persone disabili come me che partecipano alla riabilitazione su base comunitaria hanno molte più occasioni per conoscere, informarsi, hanno più opportunità.


Dieci anni fa non si vedevano in giro per Ulaanbaatar tante persone con stampelle o carrozzine.

Ora i disabili sono piĂš visibili e la loro situazione sta migliorando in cittĂ .

La gente comincia a sentirci in un modo diverso e non ci evita.

Ma perchĂŠ questo cambiamento di mentalitĂ vada avanti, occorre sempre il lavoro di associazioni come Aifo e la partecipazione di noi disabili.


Sto costruendo una casetta di mattoni ad un piano qua fuori, ci saranno due stanze, una per lavorare e una per la mia famiglia.

Poi farò anche un secondo piano dove potranno venire ad abitare i miei figli.

Nella stanza di lavoro che avrò potrò coinvolgere altre persone disabili ma anche persone semplicemente svantaggiate come gli alcolisti.

Voglio trasmettere le mie competenze agli altri, cosĂŹ anche loro potranno lavorare.


Lo Zavhan dista 1.200 chilometri dalla capitale Ulaanbaatar. La regione è grande tre volte e mezzo la Lombardia ed è abitata da circa 70 mila persone. Si viaggia per chilometri e non si incontra mai nessuno.

Uliastaj è il capoluogo dello Zavhan, è abitata da 17 mila persone. La cittadina occupa un’estremità di un’immensa vallata. Tutto attorno le montagne. Gli spazi sono così immensi e vuoti che Uliastaj sembra essere sospesa.


Le uniche strade asfaltate sono quelle principali che collegano gli edifici pubblici, tutto il resto è in terra battuta.

in Mongolia i lottatori sono molti amati e capita di vedere delle statue a loro dedicate.

Dall’alto la cittadina è dominata dallo stupa, il tempio buddista


in questo edificio si sono date appuntamento una quindicina di madri che hanno in comune una cosa: un figlio disabile. il “Centro di riabilitazione per bambini disabili” è composto da una piccola palestra e altri spazi che servono come laboratori e stanze da letto dove la madri dormono con i propri figli per tutta la settimana di formazione. L’arredamento e gli strumenti sono ridotti all’essenziale.

Le madri hanno storie e situazioni differenti l’una dall’altra. Provengono da zone diverse, alcune di loro hanno viaggiato per 250 chilometri per arrivare in questo centro; è l’unico in tutto lo Zavhan.

Vengono da cittadine e villaggi, altre sono nomadi e per loro avere cura di un figlio con dei problemi è ancora più difficile.


i bambini hanno disabilitĂ diverse; alcuni hanno problemi motori, altri hanno problemi di tipo mentale

C’è anche una bambina bionda con la sindrome di down che si guarda attorno sospettosa

Per una settimana le mamme parleranno dei problemi dei figli a due specialiste e si confronteranno tra loro. Ăˆ un momento importante di quella metodologia chiamata RBC, Riabilitazione su Base Comunitaria.


Galya è una fisiatra che ha iniziato a lavorare come medico tradizionale ma dal 1991,

dopo un corso organizzato da Aifo, è diventata un’esperta di riabilitazione su base comunitaria.

Altansetseg nel 1997 inizia a lavorare come fisioterapista in un asilo per bambini con paralisi cerebrale infantile;

nel 1999 segue un training condotto da un indiano che le insegna a fare riabilitazione con gli ausili usando del materiale locale.

Le mamme spesso non sanno niente di riabilitazione, quali esercizi fare e quali ausili usare; quando vedono che i loro bambini stanno meglio capiscono che gli ausili ortopedici sono utili.

Galya è una fisiatra piuttosto rara da trovare in Mongolia visto che la formazione del personale sanitario nel passato era fatta nelle scuole russe e in Russia la riabilitazione medica non prevede un lavoro diretto sul paziente ma l’uso di apparecchiature.


La legge di assistenza sociale mongola prevede alcune facilitazioni per le persone disabili nell’acquisto degli ausili, ma sono misure insufficienti.

Aifo finanzia anche dei laboratori per costruire gli ausili

Due papĂ di bambini disabili aiutano un falegname a costruire un seggiolone per mangiare, una scrivania speciale, un deambulatore, tutto in legno.


Le mamme invece, dopo averne discusso, risolvono i problemi quotidiani dei propri figli a proposito di abbigliamento.

Vengono fatti abiti facili da togliere e da mettere; nei vestiti vengono inseriti tutori rigidi per facilitare i movimenti.


La settimana di formazione sta volgendo al termine:

Fino ad oggi suo figlio rimaneva a casa, sdraiato sempre sul letto, ma adesso lo potrĂ lasciare seduto su una sedia e potrĂ  uscire ad accudire gli animali con minore preoccupazione.

un esperto educa, i partecipanti si confrontano e apprendono.

Sono contenta di come sono andate le cose; quando torneranno a casa queste madri saranno loro stesse portatrici di quelle tecniche e conoscenze che hanno appreso e che potranno raccontare ad altre persone con problemi simili.


Vi sono però altri problemi un po’ più difficili da risolvere, quelli culturali e di accettazione della disabilità;

Si tratta di far capire alle madri che è importante dare l’autonomia ai propri figli.

durante questa settimana si lavora anche sulla presa di coscienza da parte dei genitori che i loro figli hanno precisi diritti.

È importante l’inserimento dei bambini disabili nelle scuole ma gli insegnanti non sono formati abbastanza e i bambini svantaggiati vengono presi in giro dai compagni.

Aifo fa della formazione anche per gli insegnanti delle scuole della prima infanzia e per i pediatri. Anche la loro cultura professionale deve cambiare.


La settimana di training è finita e nell’ultimo incontro, i medici, i tecnici, i genitori con i famigliari si salutano in un clima festoso, con la sensazione di aver fatto qualcosa di importante.

Poi i tecnici e i genitori risalgono su taxi collettivi o su macchine duramente provate per le strade malridotte e si disperdono per il territorio ancora selvaggio dello Zavhan.


Non ci sono strade per raggiungere quella valle a nord ovest di Uliastai, ma solo una ripida pista di erba.

Superato il passo, si apre la vasta valle punteggiata da poche gher e da animali liberi.


Munguntsetseg è una bag feldsher, una specie di infermiera che a cavallo si sposta per curare la popolazione nomade.


Bag in mongolo significa villaggio, feldsher invece non è traducibile se non con un generico “operatore sanitario”, ma è riduttivo.

Una figura di questo genere può esistere solo in questo paese immenso e dalle condizioni climatiche estreme.

Il governo la paga con uno stipendio di poche decine di euro al mese e le fornisce anche un’auto da usare d’estate, mentre d’inverno le dà un cavallo.

Infatti solo il cavallo - e più a sud, nel deserto del Gobi, solo il cammello - può affrontare il ghiaccio e la neve superando queste pendenze.


In Mongolia esistono circa 1.400 feldsher e devono servire un territorio ampio 1.565 mila chilometri quadrati.

Le feldsher prestano il pronto soccorso, somministrano le medicine. Munguntsetseg conosce la medicina tradizionale mongola che impiega le erbe.

La sua figura è centrale nel sistema assistenziale mongolo poichÊ fa da connessione tra la popolazione nomade e le autorità sanitarie.


Oltre al pronto soccorso, il mio compito è quello di fare educazione sanitaria alle persone.

Ogni mese visito tutte le famiglie nomadi che seguo. Controllo lo stato di salute delle donne incinte, dei bambini e delle persone anziane.

Il 25 di ogni mese mi incontro con il medico del somon (il distretto) e lo aggiorno sulle condizione di salute della mia comunitĂ .


Sono in continuo movimento e in caso di bisogno mi fermo nelle gher di chi sta male e vivo con loro.

Di solito metto la mia tenda sempre al centro dell’area dove sono dislocate le famiglie.

Quando viene l’inverno mi sposto anch’io e seguo gli altri nomadi.

Andiamo nelle gole di montagna, che sono piĂš riparate e meno fredde delle pianure esposte ai venti siberiani.


Munguntsetseg è anche un pastore e come tutti i nomadi deve badare alle sue bestie.

Non vive da sola, ma assieme alla sorella che la aiuta nelle faccende domestiche e nella cura degli animali.

Sua sorella ha una storia particolare che vale la pena di essere raccontata.

Tutto iniziò per lei un pomeriggio quando tornando nella sua tenda vide suo padre morire.


Era una ragazzina brillante ma da quel giorno le sue facoltà mentali declinarono e si ammalò.

Nella maggior parte delle società le persone con problemi di salute mentale vengono chiuse in istituti.

Ma in questo caso ciò non avvenne. Munguntsetseg la tenne con sé.


Ed è cosÏ che le due sorelle vivono assieme negli spazi immensi dello Zavhan.


approfondimenti

’ONU La convenzione dell ili

one disab sui diritti delle pers

la RBC

riabilitazione su base comunitaria


La convenzione dell’ONU sui diritti delle persone disabili

è stata appro vata nel 2007 e int eressa ben 1 miliard o di persone con di sabilità ovvero il 14% della popolazione mondiale.

Ma è una Convenzione che serve a tutti perché chiunque nella propria vita può trovarsi in momenti di difficoltà e noi tutti siamo soggetti all’invecchiamento.

L’aspetto rivoluzionario di questa convenzione è che si è passati da un riconoscimento dei bisogni della persona con disabilità al riconoscimento dei loro diritti; in pratica dal 2007 la persona con disabilità che abita in uno dei Paesi che hanno ratificato la Convenzione deve chiedere solamente l’applicazione di diritti che gli sono garantiti.

passa da modo si si In questo ico che d e m o ll na un mode a perso un e ar ur llo solimita a c e d o m ad un ispetto disabile ato sul r rizza ciale bas lo va he i e c dei diritt à. it s la diver


Cambia anche il concetto di disabilità che non deriva da qualità oggettive della persona, dal suo deficit, ma deriva da come la società garantisce il rispetto dei suoi diritti.

na con Io sono una perso ho disabilità non perché perché una sola gamba ma scala di fronte a me ho una te rel’en e e ibil ess inacc reso sponsabile non l’ha accessibile.

L’80% delle persone con disabilità vive nei paesi poveri. Di questi solo il 2% riceve un sostegno pubblico o privato; oltre il 90% non ha avuto un’educazione formale, oltre l’80% è disoccupato.

Anche nei pa ricchi le co esi ndizio sono ni Il 60% difficili. con d degli alunn is i scuol abilità dell e prim e quent arie f a class rele sp eciali. i o scuoIn Eur 1.700.0 opa 00 pe r sabili vivono sone diin istit uti.


La Convenzione presuppone l’inclusione delle persone con disabilità. L’inserimento invece è un approccio assistenziale; le persone con disabilità vengono inserite in luoghi speciali, separati.

L’integrazione garantisce i diritti delle persone con disabilità ma non modifica le regole della società e delle istituzioni; si basa sulle risorse economiche disponibili, se queste non ci sono allora non si possono riconoscere i diritti.

a di La Convenzione invece parl o di inclusione ovvero il diritt nde essere incluso non dipe dalle risorse disponibili.

Mainstreaming significa includere le persone con disabilità nelle politiche ordinarie e i Paesi che adottano e rispettano la Convenzione devono adottare politiche mainstreaming.

à deLe persone con disabilit iale vono avere un ruolo soc ttaattivo e partecipano dire gli mente soprattutto per diaspetti che li riguardano rettamente.


la RBC riabilitazione su base comunitaria

La strategia della Riabilitazione su Base Comunitaria (RBC) è nata alcuni decenni fa, ma oramai è considerata il modo migliore per assicurare l’inclusione e la partecipazione delle persone con disabilità nei diversi ambiti della vita. E’ uno approccio basato sui diritti umani.

La RBC è una metodologia molto complessa che si adatta alle varie culture in cui viene applicata.

con il termine riabilitazione s’intende non solo quella sanitaria ma una riabilitazione che riguarda l’uomo in modo integrale, sotto ogni suo aspetto. Quindi oltre alla salute anche l’educazione, il lavoro e le relazioni sociali; del resto questi sono i punti fondamentali su cui si basa l’RBC, a cui dobbiamo aggiungere l’empowerment ovvero la presa di coscienza dei propri diritti.


Si, la RBC vede la persona nella sua globalità. non si può separare, ad esempio, l’educazione dalla riabilitazione, non dobbiamo occuparci solamente di singoli ‘pezzi’ della persona, come fanno gli specialisti.

Dal lavoro all’aspetto sanitario, dalla partecipazione alla vita quotidiana, allo sport, alla cultura lo sforzo è di vedere tutte le cose insieme. La tecnologia e gli esperti non sono sufficienti.

è opinione diffusa nei Paesi industrializzati che la RBC sia la maniera “povera” di fare riabilitazione in Paesi dove non vi sono risorse economiche, strumentali e umane sufficienti. In realtà le cose stanno diversamente, l’approccio RBC si è emancipato sempre più da una visione medica e quindi duale della disabilità (medico-paziente), approdando al modello sociale della disabilità (comunità-persona).


IN VIAGGIO VERSO LO ZAVHAN Storie di persone con disabilità in Mongolia Perché il processo riabilitativo raggiunga il suo scopo la comunità deve essere direttamente coinvolta.

Soggetto e sceneggiatura: Nicola Rabbi Disegni: Kanjano Progetto grafico, lettering e copertina: Giuliano Cangiano Stampa: Tipografia Me.Ca Recco (GE)

Le risorse umane, infatti, vanno identificate dentro la comunità, includendo i disabili stessi, le famiglie ed altre persone motivate. Il progetto terapeutico della RBC va attuato il più possibile dove la persona vive e riguarda non solo la persona, ma anche e soprattutto la stessa comunità.

Il trasferimento di conoscenze e competenze tecniche dai professionisti agli operatori renderà possibile il trattamento di varie tipologie di disabilità. Questo apporto di conoscenze scientifiche riducono drasticamente pregiudizi e tabù, favorendo l’accettazione delle persone con disabilità. ...La RBC incoraggia solo l’uso di metodi e tecniche semplici che siano efficaci e appropriate alla realtà economica e socio-culturale locale.

Nicola Rabbi, giornalista specializzato su temi sociali e nell’uso delle tecnologie digitali, lavora per Aifo e per il Centro Documentazione Handicap come addetto alla comunicazione. Kanjano (kanjano.org) è un disegnatore di fumetti siciliano dottore in filosofia. Disegna per raccontare storie degne di nota, agli adulti e ai bambini.


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ayaraa dopo un grave incidente sul lavoro deve ricominciare una nuova vita. Sarà grazie alla riabilitazione su base comunitaria e all’incontro con Aifo che troverà lavoro come disegnatore su feltro. L’incontro di un gruppo di mamme nella remota regione dello Zavhan per dare una risposta alle tante difficoltà che si incontrano ad avere figli con disabilità. La vita quotidiana di una bag feldsher, l’infermiera a cavallo che cura i nomadi nelle steppe. Attraverso il fumetto queste storie non sono più lontane da noi e ci insegnano qualcosa in più sui diritti delle persone disabili e a capire l’efficacia della riabilitazione su base comunitaria.

In viaggio verso lo Zavhan  

sceneggiatura di Nicola Rabbi (www.bandieragialla.it), disegni di Kanjano (www.kanjano.org) Dall'introduzione di Anna Maria Pisano, Presiden...

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