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Decodifiche

Dott.ssa Genoveffa Gullì

Redazione

Prof. Santo RaveNDa

Reperti

Raccolta privata avv. Mario ToloNe (Girifalco, Cz)

Videoimpaginazione e grafica

KaleiDoN

© 2004

KaLeiDon di Roberto arillotta via Mili - Sant’anna, 21 89128 Reggio Calabria, italia Tel/Fax 0965 32 42 11 www.kaleidoneditrice.it kaleidonrc@libero.it Codice iSBN 88-88867-00-7

Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dell’editore.


Ai miei nipotini Federica e Domenico


CaPiTolo i

nel regno del sole


cap. i - Nel Regno del Sole


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a questa incredibile storia ci siamo arrivati per gradi. l’evento culturale dei megaliti di Sambuco e di ladi è stato soltanto lo spunto propizio che ci ha consentito di avere certezza piena di quanto eravamo venuti appurando da sei anni almeno dai ritrovamenti di antichità delle Serre da parte dell’avv. Mario Tolone di Girifalco (CZ), nostro carissimo amico. Questi reperti, ordinatamente custoditi nella sua bella casa, riguardavano, per la verità, tutte le Serre Joniche, ma una quarantina almeno toccavano espressamente il territorio montano, collinare e marino tra Nardodipace e Focà, dandogli un riscontro tanto mirato da lasciarci a tutta prima perplessi. essi raccontavano una antichissima storia sepolta, ignota persino ai padri magrogreci che dal iX sec. a.C. cominciarono a sciamare in modo deciso dal Mediterraneo orientale verso i lidi occidentali, intesi a fondare nuove colonie. eravamo incappati in quei reperti una decina di anni orsono e fu proprio la loro indecifrabilità a stimolarci alla ricerca. Passammo i primi cinque anni di studio e di confronti intuendo e appurando che si trattava di reperti preistorici; lo stesso Tolone, forse a seguito di una felice interpretazione di qualche visitatore documentato, li aveva definiti “enotri”. Di conseguenza, provenendo da studi classici e filologici, pur preziosi ma non specifici, ci siamo dovuti rifare le ossa con altro corso di studi e di approfondimenti, per lo più interdisciplinari, poi, lentamente incominciammo a capire, pervenendo alla lettura di moltissimi segni, che costituivano la prescrittura di quella civiltà sconosciuta, e che invadevano le piccole sculture, gli idoletti, le grandi tavole di creta; avevamo, così, la ventura di entrare in un rapporto ravvicinato con un popolo del mare, vissuto alle Serre Joniche, dalla costa sino alla montagna tra il v e il ii millennio a.C.: nei nostri studi e nella nostra forma-


cap. i - Nel Regno del Sole

a.C.) il regno del Popolo del Mare pare annoverasse quattro città, due di mare (Squillace e Focà) e due interne (Girifalco e Nardodipace, ovvero la Città della Porta) collegate soltanto da una via interna di risalita e di dorsale. Non vi furono (e forse non servivano o erano pericolose) vere e proprie vie costiere. un corto sentiero risaliva sino ad un certo punto il crinale posto accanto alla fiumara assi o quello accanto all’ancinale. Non sapremmo dove portassero, salvo che per l’assi interessato a metà del suo corso da una immensa struttura ancora visibile, forse di tipo funerario. i ceti sociali produttivi erano rappresentati da pastori (caprai e soprattutto bovari) che occupavano tutte le zone montane e in particolare le montagne più meridionali; vi erano poi i contadini, dediti alle colture cerealicole soprattutto attorno a Monte Covello e verso il mare; lungo tutta la costa si praticava intensamente la pesca sia quella primaverile che quella autunnale con una interruzione sicuramente forzata durante il periodo estivo; nella raccolta Tolone compaiono pesci in creta assomiglianti a tonnetti e il totano al quale è addirittura dedicata una preghiera-inno. Siccome gli inni al Sole accennano più volte alla navigazione commerciale saremmo curiosi di appurare quali merci arrivassero a Squillace e quali invece partissero. le donne e gli uomini del regno appaiono abbondantemente vestiti e adeguatamente calzati: veli, tuniche, scialli e mantelli erano presenti ed il vestimento invernale doveva certamente essere adeguato ai climi freddi e piovosi della brutta stagione delle Serre. Può darsi che le stoffe provenissero dall’oriente. Fin quando il rame e i suoi lingotti ad uncino furono merce preziosa, il porto di Focà, alle foci dell’allaro, dovette essere un porto soprattutto minerario; quelle miniere dovettero però essere abbandonate già


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“il nemico“


cap. i - Nel Regno del Sole

al cominciare del ii millennio a.C.. Può darsi anche che si esportassero da quello stesso porto carni minute, bestie vaccine e formaggi stagionati; abbiamo avuto tuttavia l’impressione che la sopravvivenza di quel regno, che non disponeva di amplissimi territori di colture, dipendesse dalle importazioni e dalle razzie, il che spiegherebbe la sua vocazione alla pirateria, praticata nel Mediterraneo durante il neolitico e non soltanto dai Popoli del Mare delle Serre. la maggior parte dei sudditi che non esercitavano attività produttiva era impegnata nella dura fatica del trasporto delle merci e delle provviste, dal mare alla montagna o viceversa o da villaggio a villaggio. Non crediamo che ci fossero vie carrabili sicché il trasporto doveva avvenire o a dorso di mulo o a spalla e sempre a piedi, con un ritmo e una frenesia che si acceleravano e regredivano a seconda delle stagioni; nonostante figurino nel “censimento” i commercianti (“i kappa”) non sapremmo come interpretare la loro funzione non avendo trovato traccia di qual cosa che assomigli al denaro; d’altra parte se la compravendita era basata sul baratto e sullo scambio di merci, salvo che per i pastori, che dovevano essere tra i fortunati, o per i contadini, non sapremmo cosa dovessero barattare i sudditi comuni, gli anziani, le donne sole a meno che in quel regno, come si tramandava per gli itali, non vigesse una qualche forma di economia di sussistenza raccogliendo tutto quanto si potesse trovare in natura, compresi i funghi in montagna e sicuramente anche la frutta e tutti gli altri prodotti spontanei della terra; non è escluso, sempre sulla traccia del costume voluto dal re italo, che vi fosse una distribuzione gratuita di cibo almeno per i meno abbienti. Crediamo anche che i Signori (i “Tau”) non si accontentassero di fare la guerra e di prelevare la maggior parte delle prede di pirateria: “un regno ben ripartito in


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quote”, come narra il copricapo del “Re dei vent’anni”, che ci pare che accenni, e neppure velatamente, ad una spartizione del territorio tra i potenti e i privilegiati. Quel che sembra comunque emergere in questo appena abbozzato regno dei Popoli del Mare è una sorta di posizione a parte del popolo dei pastori e della montagna, forse dotati di una qualche autonomia e comunque meno esposti alle incertezze degli eventi, praticamente per quei tempi autosufficienti e in grado di dare più che di ricevere.

pesca nel Golfo di squillace


cap. i - Nel Regno del Sole

Sarà anche per questo che la “Città della Porta” acquistò quel riscontro che i reperti Tolone dimostrano così chiaramente. Non potremmo chiudere questo resoconto senza accennare all’ipotesi molto avvincente avanzata dal prof. Franco Mosino a proposito della lestrigonia ossia della terra dei lestrigoni o dei giganti. Nella prima parte del libro X dell’odissea, omero resocontando il viaggio di ulisse nell’occidente, ad un certo punto va a nominare, con riferimento alle Serre, la città di Telepilo (“la Porta lontana”) sede della fortezza di lamu che pare fosse uno dei re dei lestrigoni. il prof. Mosino è dell’opinione che, nominando quella fortezza e quella città, lo sguardo corresse dall’alto del Tirreno verso le lontane ed inaccessibili montagne delle Serre e soprattutto verso Monte Pecoraro. Si potrebbe intuire, attraverso il velo della leggenda incamerata in ambito calcidese reggino, l’esistenza e la consistenza nelle Serre vibonesi di quella che noi andiamo presentando come la Città della Porta.


CaPiTolo ii

La cittĂ  della porta


cap. ii - La CittĂ  della Porta


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il reperto del “Re seduto”, che in forma sintetica racconta mediante segnature in pittogrammi ed ideogrammi la circostanza delle sepolture dei Re dei Popoli del Mare e del Piano di Cianu, apre la narrazione con riferimento al punto d’approdo accanto alle foci dell’allaro indicandolo come “terra della Città della Porta”. Nonostante la presenza sulla sculturina e a lato di questa indicazione, del pittogramma di una città di mare in posizione elevata e dotata di una fortificazione interna, che pare debba corrispondere al piano di Focà ed al sito di Castelvetere e che ci potrebbe far pensare che era quella la Città della Porta, tutta la documentazione esaminata ci induce a situare la Città della Porta, come distinta dalla città costiera di Focà, al Piano di Cianu. È del resto lo stesso toponimo residuo di quel piano “Cianu”, trasformato da un precedente “Gianu”, a confermarci che la Città della Porta doveva trovarsi proprio su quel posto pianeggiante e sotto Monte Pecoraro. Sia “Cianu” che “Gianu” contengono infatti il termine che fu anche latino oltre che osco “Janua” che significa “Porta”. Se ciò non bastasse, ci aiuterebbe moltissimo il toponimo della vicina Mongiana traducibile agevolmente dal latino “mons janua” come “monte della Porta”. la tradizione degli itinerari romani, come quello di antonino dal iii-iv sec. d.C., conferma questa stessa denominazione: la stazione viaria posta nei pressi di Marina di Caulonia, forse davanti a Focà, si chiamava in effetti “sub Ceiano” ossia “sotto il Piano della Porta” con specifico riferimento al Colle della Monaca (mt. 1390 s.l.m.) e alle sue adiacenze. Bisogna comunque andare ancora più indietro nel tempo per ritrovare in omero e nel X libro della odissea, come abbiamo in parte chiarito, l’accenno alla città dei lestrigoni e alla fortezza di lamu, indicante,


cap. ii - La Città della Porta

come “Telepilo”, “la porta lontana” che il prof. Franco Mosino è propenso ad identificare con la “Città della Porta”. Ma cosa vuol significare il termine “Porta” in questo caso specifico? in un nostro precedente studio sulle Serre occidentali, traendo spunto da Mongiana “Monte Porta”, avevamo pensato che i Romani, provenendo dal sud lungo la carrabile di dorsale tabulare, avessero voluto identificare la “Porta” nella doppia catena delle Serre, “Porta” di un nuovo e più complesso territorio montano, tanto è vero che chiamarono “limina” (confine-soglia) la zona pianeggiante che precede l’ingresso delle Serre dal bivio d’arena e da Mongiana. È possibile che, di fronte a questa contingenza territoriale, essi siano stati indotti ad interpretare in un modo plausibile la più antica denominazione “Porta”-“Janua” di cui ignoravano il preciso significato antropico; per la verità una siffatta spiegazione, pur compatibile col dominio romano della montagna calabrese, ci convinceva assai poco. Doveva essere altro il motivo per il quale tutta quella zona montana era stata denominata “Porta”. eravamo indotti a credere che era la montagna stessa e non un luogo o una contrada ad essere chiamata “Porta”; nella fattispecie pareva trattarsi esplicitamente di Monte Pecoraro; nonostante tutto non ne individuammo per lungo tempo il motivo. alcune piccole sculture del fondo “le Cerze” dell’avv. Tolone riferentesi alle Serre vibonesi recavano al centro del campo raffigurativo un grande triangolo riverso ossia con il vertice in basso e la base in alto. il ricorrere di questo ideogramma geometrico che doveva indicare un luogo sacro ci indusse a chiedere ad alfonso Caré se vi fosse attorno a Nardodipace una località a forma di triangolo o addirittura denominata “triangolo”; la sua risposta fu immediata: quella località c’era e la chiamavano “u triangulu”, ma essa non si trovava a Nardodipace quanto


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alla cittĂ  della porta


CaPiTolo iii

L’esodo estivo delle donne


cap. iii - L’esodo estivo delle donne


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Passata la cattiva stagione, durante la quale il Re del Popolo del Mare aveva soggiornato con la sua corte nel quartiere d’inverno della Città del Sole (Girifalco), l’avvento della primavera si festeggiava al Tempio del Sole per un mese intero, nel corso del quale da tutto il regno pellegrini, visitatori, mercanti e pastori si radunavano a Girifalco nella immensa piazza circolare del tempio, attorno alla quale, in due tornate di due millenni, era sorta la città, costruita a quartieri radiali. Si combinavano affari, si convenivano società di fatto, veniva esercitata la giustizia ed aveva luogo anche il mercato. Tra il 21 e il 24 di marzo, tempo dell’equinozio di primavera, il sole sorgeva, sotto la costellazione dei Gemelli, proprio nel bel mezzo del sacro golfo di Squillace, andando a colpire con i suoi primi raggi lo alto gnomone ombelicale, e la sua lunga ombra andava a parare sul quadratino sacro scolpito su una grande semiruota di granito graduata con diciotto tacche alla semicirconferenza: era quello il segnale magico dal quale si avviava e ricominciava la vita frenetica, pedonale e faticosa, marinara e rischiosa dell’énclave delle Serre joniche. i pescatori di Sciléo (Squillace) sciamavano con le loro barche lungo tutte le coste, dalle foci del Corace-Crotalo a quello del Precariti e dell’allaro intesi alla pesca fruttuosa dei polpi o delle seppie che i portatori distribuivano poi in tutti i villaggi del Regno. la pesca durava sino a quando la calendula, ovvero un fiore simile al girasole, non raggiungeva, al cominciare dell’estate, la sua massima espansione. Già con aprile, bovari e caprai, lasciati i luoghi di bufurtà e svernamento, erano ai pascoli montani e pedemontani o collinari: per due interi mesi, grazie alle piogge invernali, le bestie si potevano rimpinzare di foraggio tenero e fresco dall’alba al tramonto.


cap. iii - L’esodo estivo delle donne

Durante lo stesso mese, le pinete d’altura e di mezza costa vedevano il sottobosco coprirsi di “sponze”, le spugnole buone che tutte le donne andavano a raccogliere per integrare la dieta delle loro famiglie con un piatto succulento; saremmo curiosi di appurare come le cucinassero. verso la metà di maggio usciva dal letargo, assieme ai ramarri e alle lucertole, il Colubro leopardino, il “Dio-Serpente” o “Dio sotterraneo”, quasi sempre allevato in cattività quale nume tutelare della casa, dei bambini, degli anziani, dei camminatori, dei pastori ecc.. Facendo capolino dall’orlatura del vaso di creta nel quale aveva passato l’inverno, indicava alle madri, alle donne incinte e alle nutrici che era venuto il momento di fare i preparativi del lungo viaggio verso la Città della Porta. il solstizio d’estate era alle porte e una vera e propria frenesia coglieva le città del mare: si riparavano i lunghi remi, si rivedeva il sartiame, si turavano le falle e le screpolature delle navi, le si impeciava più volte, si ricucivano gli strappi alle vele ma si rafforzavano anche gli arpioni, le lunghe e pesanti lance ad uncino per l’arrembaggio. e mentre i primi mercantili scaricavano al porto le merci orientali, ci si preparava alla grande avventura di mare, carica di imprevisti e di pericoli. essa durava quaranta giorni come minimo, dal solstizio d’estate ai primi giorni di settembre e sino a che la costellazione del Cane poneva sotto tutela il sorgere del sole. Quando questo s’alzava al di là di Tiriolo ed alle terre del Crati e la canicola s’attardava sugli arenili e sulle spianate costiere, i Popoli del Mare, lasciati le mogli e i figli, erano già spariti all’orizzonte, neppure salutati dalla spiaggia deserta perché donne e bambini, a dorso d’asino o a piedi, erano già in cammino in lunghe comitive da tutta la costa verso la montagna dei pastori, diretti alla Città della Porta, dove avrebbero aspettato per tre mesi il ritorno delle ciurme e dei mariti o la notizia della loro morte.


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racconto della migrazione estiva sul dorso de “la “portatrice”


CaPiTolo viii

il benefico cervo


cap. Viii - Il benefico cervo

inno al cervo - 1


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inno al cervo - 2


cap. Viii - Il benefico cervo

Ringraziamo per questa notizia e per la documentazione acclusa la dott.ssa Femia di Marina di Caulonia. Di recente e con straordinario intuito la Forestale, come abbiamo già riferito, ha pensato di reimmettere sui boschi nardopacesi e delle Serre joniche vibonesi cervi e cerbiatti. Per chiudere, non vorremmo trascurare il toccante reperto che abbiamo voluto denominare “la comare del latte” e che, per indicare il momento della risalita delle madri e delle gestanti verso il Piano di Cianu, regge sulla sinistra un cerbiatto e sulla spalla destra una lucertola come a voler significare che la stessa risalita avveniva tra la primavera (il momento della nascita dei cerbiatti) e l’estate (la stagione delle lucertole). avevamo appena completato la stesura di questo capitolo quando il dr. Pozzi ci rimandava da Como le foto dei reperti Tolone sottoposti, su nostro incarico, a perizia. Tra quei reperti figura una tavoletta quadrata di creta con ambedue le facce invase da prescritture e persino dalla rappresentazione di un cervo col suo palco di corna e con accanto una figura schematica di quel che sembra un cacciatore. il testo in prescrittura riferisce che il cervo era considerato protettore dei neonati e degli anziani (ne ignoriamo onestamente il motivo) e come la zona di elezione dei branchi di cervi, con riferimento alla punta meridionale del Golfo di Squillace fosse il territorio delle grandi sepolture di Cianu e, per conseguenza, le montagne circostanti. ignoriamo anche perché, come riferito dal testo della tavoletta, il cervo venisse considerato “il signore” delle greggi del sud-ovest del Regno del Sole. Si trattava, ancora in questo caso, di una sottodivinità o semidivinità?


CaPiTolo iX

Venivano da molto lontano


cap. iX - Venivano da molto lontano

Nonostante la difficoltà oggettiva di utilizzare con frutto queste scarne notizie, si ha l’impressione che il dissolvimento definitivo dei Pelasgi o Popoli del Mare si sia verificato in coincidenza di questi fatti ed abbia avuto come scenario proprio la Sicilia, per quel che possiamo capirne. Quest’ultimo capitolo, se dobbiamo credere ai reperti Tolone, nasconde una storia drammatica dal lunghissimo svolgimento, la storia di un popolo assai evoluto in fuga da almeno settemila anni, guardingo, vissuto sempre all’insegna dell’incertezza, ossessionato dal bisogno di far figli, che cavalcava con perizia il mare che mai divinizzò ritenendolo forse un Dio crudele e che, pur marinaro, si aggrappò, sentendosi tutelato, alle montagne, alle Serre. la storia della sua diaspora ebbe inizio attorno alla metà del iX millennio a.C. in un punto preciso del lontano occidente posto, come sembra, oltre il continente europeo. Nel raccontare queste incredibili vicende non abbiamo bisogno di servirci del mito di atlantide che pure ci conforta moltissimo: lo leggiamo più semplicemente nelle pietre e nelle crete oggetto della nostra decennale ricerca. la prima è una grossa e tonda pietra simile alla saponaria, un mesolite grigiastro pazientemente sbalzato e cesellato sì da dare l’impressione complessiva di un volto umano, assai brutto per la verità, con occhi stralunati, con diverse abrasioni, con un grande naso rincagnato. essa non rappresenta tuttavia un volto umano. Chi lo ha inciso ha soltanto approfittato dei tratti umani (guance, occhi, sopracciglia, labbra ecc.) per raccontare una storia sulla pietra da non dimenticare, come si volesse farla durare quale messaggio sino a che durava la pietra stessa. Questa storia remotissima è in effetti casualmente venuta tra le mani dell’avv. Tolone ed è questo il primo dei ritrovamenti degli anni ’50.


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mappa su piramidina


cap. iX - Venivano da molto lontano

la pietra racconta: “Siamo passati dalla nostra compianta terra sprofondata nel mare con tutti i nostri morti e con l’isola che le stava accanto. Siamo passati da quel mare, attraverso uno stretto, in questo mare; siamo tuttavia rimasti sempre nel nostro emisfero (quello boreale). Nel mare lontano vivevamo esattamente entro i 180° del nostro emisfero; in questo abbiamo abitato anche terre che sconfinavano di 20 gradi nell’emisfero opposto (australe). abbiamo risieduto per tremila anni nel sud di questo mare poi ci siamo rimessi in navigazione ed una parte di noi è andata ad occupare tre punti nord-ovest di questo mare e tutti gli altri si sono stabiliti oltre la grande penisola del mare di nord-est e lungo le coste orientali della penisola”. Forse Platone, nel raccontarci di atlantide, era stato più preciso di quanto andiamo raccontando. Se accettiamo in ipotesi la sua versione, il passaggio dal continente sparito sarebbe dunque avvenuto attorno a 8500 anni a.C.. la nuova dimora, forse in libia o in egitto, sarebbe cessata per motivi che ignoriamo attorno al 5500 a.C.. le nuove terre dell’alto Tirreno sicuramente la Toscana ma forse anche il lazio e la Sardegna e quelle dello Jonio e dell’adriatico li avrebbero ospitati per altri 4500 anni, dopo di che sarebbe iniziato il loro declino. un altro reperto di creta (“la colombina sulla piramide”) conferma pienamente questa narrazione ed entra anche nei particolari del secondo esodo e delle circostanze che lo accompagnarono. Su una delle facce della piccola piramide, delle microsegnature riferiscono: “Dopo tremila anni di pacifica residenza nella terra del sicomoro


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il primo esodo sullo “stralunato�


cap. iX - Venivano da molto lontano

e del grano ci siamo dovuti allontanare tutti e siamo andati a risiedere nel seno marino protetto e nel porto della Città fortificata posta su un promontorio tra due seni marini; una parte di noi ha posto sulla montagna di quella terra tre grandi sepolture dei Re e dei Signori del Mare”. Riconosciamo di aver resocontato una storia imbarazzante e sconcertante per molti aspetti, che lascerà perplesso più d’uno. avremmo preferito forse occultarla e non esternarla almeno per il momento; il dovere della testimonianza ci ha indotto al rischio, che ci assumiamo totalmente. a quei reperti noi crediamo con mente lucida, abituati per anni a sacrificare ed a non tenere conto delle facili tentazioni della fantasia che, d’altra parte, non giova alla buona causa della ricerca.


CaPiTolo X

Dal piano di cianu


cap. X - Dal Piano di Cianu

il seno marino protetto da dune costiere che si addentrava sino a toccare le prime colline e che, attorno al vi millennio a.C., faceva da porto minerario, venne lentamente e inesorabilmente inghiottito dalle colmature alluvionali e già sul finire del ii millennio non esisteva praticamente più. Ci colpiva poi la fedeltà alla montagna delle molte vite del gatto selvatico e del Colubro leopardino, venerati pure alle Serre come deità e importati dai Popoli del Mare, il primo dalla libia e dallo egitto e il secondo dalle isole Cicladi e dall’egeo; sapemmo dai locali che la Forestale stava progettando la reimmissione di cervi e daini sui boschi d’altura, intuizione straordinaria poiché quei timidi e mansueti quadrupedi, come ci risultava dai reperti che andavamo studiando, erano presenti sulle Serre fin dalla più remota preistoria e sopravvissero massicciamente sino all’arrivo dei Normanni, cacciatori incalliti, i cui signori morivano di gotta per l’eccessivo uso alimentare della selvaggina. Ci tornarono davanti le Madonne montane, le loro grotte-santuario, tanto simili nei culti, nei pellegrinaggi, negli attributi alla Madre luna, la divinità tutelare delle donne, delle madri, dei bambini del Popolo del Mare e dei pastori che avevano scelto il territorio di Monte Pecoraro come luogo privilegiato o uno dei più importanti per venerarla. avremmo scambiato per medioevali e mariane certe sculturine in pietra saponaria, se non fosse stato per le segnature in prescrittura di tutt’altra età e religiosità. Ripensammo ai lunghissimi e intatti silenzi delle camere sepolcrali dei Signori del Mare dormienti ancora nel ventre della montagna, forse non profanati da alcuno e in attesa della rinascita. Nel tentativo necessitato di spingere indietro nel tempo il punto di


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inizio di questa storia sepolta, avvertiamo l’inesprimibile emozione che ti coglie nelle notti d’agosto se, alzando lo sguardo agli universi stellati, che incombono dal cielo notturno, ti poni delle domande. a Cianu, i tempi della storia, quella che abbiamo studiato sui libri di scuola, ci sono apparsi contratti, ripiegati su se stessi, quasi asfittici, solo parzialmente attendibili, come se un Dio bizzarro si fosse divertito a disseminare il Mediterraneo di mezzodì di civiltà e di sapienza non preceduti dall’alba e dal mattino e di fitte zone penombrate rimaste tali e inspiegabilmente sino al primo millennio a.C.; in qualche modo si dovrà chiarire il perché di questa frattura, e talune preziose indicazioni pare possano provenire dalla Città della Porta e dall’énclave pelasgica delle Serre joniche.

Veduta di nardodipace Vecchio


Reperti

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Reperti

Fig. 8


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Reperti

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Fig. 13


Finito di stampare nel luglio 2004 presso la Poligrafica Sud in Reggio Calabria per conto della casa editrice Kaleidon di Roberto arillotta


La Città della Porta