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Nicola Casile

Diario di un trekking sul

Sentiero del Brigante

In cammino tra l’Aspromonte e le Serre

Diario di un trekking sul Sentiero del Brigante

Non riesco a ricordare la prima volta che ho camminato tra queste montagne, ero troppo piccolo. Ma nella memoria l’immagine della mia infanzia è nitida e ha i colori dei boschi, della terra, delle pietre, dell’acqua dei torrenti e del cielo immenso che si svela quando gli alberi lasciano spazio ai prati, ai pascoli, alle rocce affioranti. Sono stato lì con mio padre sin da bambino, sporcandomi mani e faccia.

Nicola Casile

ISBN 978-88 -88867-64-9

€ 13,00

(i.i.)

9-78 8 8-867649-

Kaleidon editrice


NICOLA CASILE

Diario di un trekking sul

Sentiero del Brigante In cammino tra l'Aspromonte e le Serre

Kaleidon


Questo è il piccolo contributo ad una terra estrema – non solo in senso geografico – che merita di essere promossa e conosciuta. Ho potuto realizzarlo solo grazie agli insegnamenti ed all'indispensabile aiuto del G.E.A. - Gruppo Escursionisti d'Aspromonte ed in particolare del suo attuale presidente. Un ringraziamento va a tutti gli amici che hanno camminato con me tra queste montagne: Alessandro, Salvatore, Nadia, Danilo, Moued, Maria, Marco, Mauro, Michele, Ida, Mica, Ivano, Luca, Gaetano, Federica, Maria, Alessandra, Lorenzo, Anna, Claudio, Mimmo, Vincenzo, Bryan, Mario, Peppe, Elvira, Antonio, Davide, Santo, Danila, Raffaele, Eliana e tutti gli omonimi e gli omessi.

2015 © KALEIDON di Roberto Arillotta casa editrice di cultura calabrese Via Locri 3 I-89128 Reggio Calabria Telefax (+39) 0965.324211 info@kaleidoneditrice.it www.kaleidoneditrice.it

Codice ISBN 978-88-88867-64-9 A.D. 2015 Progetto grafico e videoimpaginazione Kaleidon Fotografie Archivio G.E.A. Elaborazione cartina Sentiero del Brigante Augusto Molinari Foto di copertina Nadia Lucisano Stampa Creative Artworks Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma o con qualsiasi mezzo elettronico, meccanico o altro senza l’autorizzazione scritta dell’editore.

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Introduzione Nonostante sia nato e cresciuto in una città di mare, da sempre il mio sguardo è diretto verso i monti. Ogni occasione è buona per scegliere una strada in salita e percorrerla, contando i chilometri, misurando il tempo, notando la progressione della vegetazione al crescere dall’altitudine, identificando in lontananza i crinali, i versanti, gli avvallamenti; immaginando nuovi percorsi da un punto a un altro, sognando di raggiungere al più presto quell’angolo ancora sconosciuto. La montagna, o comunque tutto ciò che inizia dove finiscono la città, le autostrade, i rumori dei clacson e il fumo dei gas di scarico sono la destinazione costante di ogni mio pensiero e di ogni mia uscita. Da piccolo guardavo per ore le figure dei libri di geografia. La carta fisica era quella che mi piaceva di più. Ho imparato a memoria i nomi di tutte le catene e i massicci montuosi d’Italia. Uno dei miei passatempo preferiti… disegnare su un foglio bianco la mappa di un’isola inventata, naturalmente con un monte altissimo al centro. Tracciavo le curve di livello, le strade, i sentieri. Non che fossi un ragazzo prodigio, né mi distinguevo per essere particolarmente studioso: avevo solo una certa familiarità con le carte topografiche che a casa mia erano un po’ ovunque. Quando ho scelto di iscrivermi in Scienze Forestali l’ho fatto perché ero attratto dal nome del corso di laurea, ma non sapevo esattamente di cosa si trattasse. L’ho capito dopo i primi esami, io ambientalista estremo imparavo sui libri come si tagliano gli alberi! Alla fine però sono riuscito a trarre il meglio dall’esperienza universitaria con una tesi sulle reti sentieristiche. 5


Durante quei meravigliosi e controversi anni di studio ho organizzato numerose escursioni con i miei colleghi. E non solo. Ho sempre trascinato amici e conoscenti tra i boschi e tra le alture. A ferragosto, a pasquetta, nelle domeniche migliori: loro volevano andare al mare e io alla fine riuscivo a portarli in posti che forse piacevano solo a me. Ho fatto lo stesso con tutte le ragazze che ho conosciuto, anche quando mi rendevo conto che probabilmente non era il loro più grande desiderio. Nel corso degli anni ho familiarizzato così tanto con la montagna che quando non ci andavo per un breve periodo ne sentivo la mancanza. In quell’ambiente riuscivo (e riesco) a esprimere me stesso in pieno, senza i filtri o le limitazioni della vita urbana che, pur avendomi regalato amori, amicizie e soddisfazioni, mi è sempre stata stretta. Ho imparato a stare tra la natura, che già non è cosa da poco. Ma ho scoperto anche il modo per sentirmene parte integrante, al di là di ogni retorica, di ogni sovrastruttura culturale, di ogni atteggiamento modernista e di ogni filosofia esotica. Non riesco a ricordare la prima volta che ho camminato tra queste montagne, ero troppo piccolo. Ma nella memoria l’immagine della mia infanzia è nitida e ha i colori dei boschi, della terra, delle pietre, dell’acqua dei torrenti e del cielo immenso che si svela quando gli alberi lasciano spazio ai prati, ai pascoli, alle rocce affioranti. Sono stato lì con mio padre sin da bambino, sporcandomi mani e faccia. L’associazione di cui è stato fondatore fu forse la prima a tracciare sentieri in Aspromonte in un periodo in cui in Aspromonte si tracciavano solo identikit. A sei anni, poi, ero già iscritto agli scout. Mi chiamavano “il lupetto più giovane d’Italia” e ancora oggi non so se sia stato davvero così. Essere uno scout e essere un escursionista, bisogna dirlo, non è esattamente la stessa cosa. Però praticare entrambe le 6


attività può essere parecchio stimolante, soprattutto per un’indole vivace, curiosa e ribelle. E può avere esiti imprevedibili. Infatti, quando nella mia adolescenza è esplosa la musica, le luci e i colori, non ancora maggiorenne, ho deciso che lo scoutismo non avrebbe potuto darmi nulla più di ciò che mi aveva già dato e mi sono lasciato trasportare dal vento di grandi idee e grandi sogni, ma sempre scegliendo le mie montagne come base, via di fuga, nascondiglio, rifugio, luogo di meditazione. Per un po’ di anni non ho seguito più neanche mio padre lungo le sue escursioni, pur respirandone ancora a pieni polmoni l’aria, dato che la montagna e i sentieri per lui sono sempre stati il passato, il futuro, la passione, il lavoro, il sogno, la ragione fondamentale di una vita. Ho camminato per tanto tempo senza una regola, fuori da un’organizzazione stabilita, mettendo in discussione tutto ciò che fino ad allora avevo considerato come normale e scontato. Mi inoltravo nelle zone più interne e inaccessibili, quelle che non sono descritte nemmeno sulle carte, alla ricerca di risposte e soprattutto di un’identità. Più di una volta ho rischiato la pelle, presuntuoso, sentendomi una specie di eremita illuminato. Poi però, quando la fase più intensa e pittoresca della mia ribellione è cessata, ho fatto tesoro di tutte quelle avventure solitarie e imprudenti e ho compreso che quel modo non aveva un gran significato e, soprattutto, non era utile né a me né agli altri. Ho capito che quella mia passione poteva essere non più mera fonte di appagamento personale ma anche – e soprattutto – strumento per costruire qualcosa per la mia terra. Così ho ripreso a frequentare l’associazione e mi sono unito al gruppo per condividere il piacere del cammino e della scoperta con altre persone. Con la maturità, che non è mai abbastanza, ma ti basta possederne un po’ per farti cambiare prospettiva, ho capito che alla 7


base di tutto c’è la conoscenza. Nessun sentiero, neppure il più bello, lungo e avventuroso ha una ragione d’esistere se non gli si attribuiscono dei contenuti ulteriori, siano essi storici, ambientali o culturali. Camminare per camminare, per stancarsi, per bruciare calorie e per rigenerarsi dopo una settimana di lavoro è un approccio che non mi attira per niente. Per queste cose ci sono le palestre e i parchi pubblici. Quando scelgo o propongo un sentiero io cerco di più. Mi interessa sapere cosa collegava in passato, che ruolo aveva per le popolazioni locali, se era percorso con animali, se era lastricato o sterrato. Voglio conoscere la storia dell’area geografica in cui si inserisce, quella dei paesi vicini; devo assaggiare i prodotti tipici, devo farmi raccontare leggende, devo incontrare pastori, artigiani, contadini, personaggi particolari. Ho bisogno di informazioni sui mutamenti del paesaggio, sulla vegetazione che c’era prima, sul perché è scomparsa. Solo così un’escursione, anche soltanto giornaliera, può diventare un’esperienza che lascia qualcosa a chi la organizza, a chi vi partecipa e soprattutto al territorio. Le cose che faccio oggi, siano esse attività associative a titolo volontario o attività professionali e lavorative, sono il mio riconoscimento sociale, il modo in cui chi mi conosce mi identifica. E sono tutte cose che faccio e farei solo qui, perché qui assumono il significato che cerco, l’unico che mi interessa. Anche se altrove ho visto e vedrò montagne più alte, foreste più estese, laghi più grandi. Ho deciso di mettermi alla prova scrivendo questo libro per due motivi: perché la scrittura è da sempre il mio mezzo espressivo preferito e perché questa montagna merita di essere conosciuta da una platea ampia, quella che ovviamente mi auguro di raggiungere. Non ho voluto realizzare né una guida turistica, né una guida escursionistica, né una guida naturalistica. Ne sono state prodotte 8


già tante e comunque, da solo, non avrei avuto le competenze necessarie. Mi interessa aggiungere un elemento in più: una visione critica e costruttiva, personale ma ampiamente condivisibile. Conoscendomi sarebbe stato impossibile astenermi dall’inserire domande, provocazioni o spunti di critica in un libro che parla della Calabria, una terra stupenda ma anche la Regione più povera d’Italia. Ho provato a non dare nulla per scontato, a non dispensare retorica a buon mercato, a non cedere alle lusinghe del vittimismo ma soprattutto a non scrivere come se questo sia un posto come tutti gli altri, perché nessun posto lo è men che mai questo.

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Aspromonte selvaggio, tra realtá e immaginario L’Aspromonte è il massiccio montuoso più meridionale d’Italia. Si erge rapido e ripido al centro del Mediterraneo ma con le caratteristiche geologiche delle Alpi dato che, in un certo senso, si è staccato da esse milioni di anni fa. Non a caso fa parte di quelle che vengono dette Alpi Calabresi, un complesso che comprende anche la Sila e le Serre e che si differenzia rispetto al resto dell’appennino vero e proprio che termina con il Pollino e l’Orosomarso. Nelle sue zone più alte ha inverni freddi e rigidi e si fa raggiungere dall’influenza del clima mediterraneo più in basso, quando si affaccia al mare con ampi piani a terrazzo o con scoscesi versanti in cui si innestano imponenti e pittoresche formazioni rocciose. Le ragioni della sua etimologia, che secondo alcuni racconta di una montagna bianca (dal greco àspros) e secondo altri di una montagna aspra (dal latino asper), le si comprende immediatamente quando si inizia a salire tra costoni, calanchi e dirupi. Bianca appare la pietra che si espone ai venti e alle intemperie scrollandosi di dosso gli ultimi residui di terra e restando nuda. Bianca è la neve che copre la parte centrale del massiccio – più propriamente definito acrocoro – per gran parte dell’anno. Aspra è la conformazione fisica, ruvida e scoscesa. L’uomo ha dovuto assecondarla costruendo paesi aggrappati agli speroni di pietra e vie di comunicazione ricavate sui fianchi duri dei contrafforti. L’ambiente naturale è il contesto entro il quale l’attività umana ha trovato opportunità e limiti, alla ricerca di un equilibrio che a 11


lungo sembra esserci stato, quando la montagna offriva sostentamento e la sua gente ne era custode. Una natura che si insinua negli angoli più inospitali, nei fondi asfittici, colonizzando pietraie e sabbie. Che regredisce per mano dell’uomo o dopo incendi e alluvioni, ma che poi riconquista gli spazi in altre forme e con rinnovato vigore. La vegetazione, di regola, segue il passo dell’altitudine ma in certe valli strette, su versanti con particolari esposizioni e intorno a piccole o grandi cascate mostra eccezioni rilevanti in oasi con singolari microclimi e habitat. È proprio in corrispondenza di alcune cadute d’acqua che crescono piante primitive di grande interesse naturalistico, relitti botanici di straordinaria importanza come le felci Woodwardia Radicans e Pteris Vittata. A occidente l’Aspromonte allunga le sue propaggini verso la Piana di Gioia Tauro, in un continuum di verde che parte dal faggio, in alto, e passa per il pino, la quercia, il leccio, la sughera e l’olivo, diffuso e maestoso, fondamento della nostra civiltà. A oriente precipita in uno sfondo più arido tra pini, eucalitti e macchia mediterranea. Dalle cime più alte nascono i torrenti che scendendo assumono un carattere diverso, cambiano nome e si trasformano in fiumare. Nel corso del tempo hanno formato salti, rapide, solchi, forre, gole, fratture e verso il mare ampi e pietrosi alvei un tempo forse navigabili. Le fiumare hanno determinato la forma del territorio, il modo in cui è stato colonizzato e vissuto e il modo in cui, quando si è asportata imprudentemente la copertura vegetale a monte, le alluvioni lo hanno consumato e colpito violentemente. L’orografia irregolare e mai uguale a se stessa, in combinazione con una vegetazione spesso rigogliosa e impenetrabile, crea le condizioni ottimali per la vita delle specie della fauna. È parecchio difficile incontrare degli animali selvatici. Ci vuole 12


costanza e fortuna. Il capriolo, il gatto selvatico, la lepre, il tasso e il lupo stanno ben attenti a non farsi vedere mentre i cinghiali, non di rado, escono allo scoperto per qualche secondo confermando la loro presenza suggerita dai segni di grufolamento fatti sul suolo. Camminando a piedi, per sentieri, le probabilità di intravedere qualche animale sono naturalmente maggiori. È molto frequente, invece, imbattersi in greggi di vacche o capre che alle volte si muovono come branchi allo stato brado, in ogni angolo d’Aspromonte, persino nei più impervi. Pratica, questa, controversa e discussa sia per i danni che il pascolo libero e incontrollato arreca agli ambienti montani, sia per la conflittualità incessante tra pastori e lupi, quindi tra gente di montagna e Parco, che nella salvaguardia delle specie animali come il lupo trova uno dei suoi scopi principali. Il Parco Nazionale d’Aspromonte, istituito nel 1989 (l’Ente invece nel 1994), comprende entro il suo perimetro di oltre 64.000 ettari gran parte del territorio aspromontano: aree dall’eccezionale significato che giustificano in pieno un regime specifico di gestione e conservazione. Ma oltre i confini dell’area protetta esiste tuttavia un mondo rurale e agreste sorprendente, che esprime un mix creativo e imprevedibile tra l’ancestrale e il contemporaneo. In un’area geografica relativamente limitata che a livello amministrativo coincide con la Provincia di Reggio Calabria è possibile riscontrare un’incredibile varietà di panorami, paesaggi, ambienti naturali e geologici, usi, costumi, tradizioni, piatti, tipicità, dialetti, tipologie costruttive. Un caleidoscopio di espressioni ancora tutto da scoprire, in cui si inseriscono nuovi elementi di complessità e interazione grazie alle consistenti comunità di stranieri che si integrano nel tessuto sociale ritagliandosi un loro ruolo specifico. Basti pensare che nella zona sud-orientale dell’Aspromonte molti pastori sono indiani. 13


La Calabria meridionale, quella che nel periodo borbonico veniva chiamata Calabria Ulteriore Prima, è circondata dal mare ma manifesta un legame particolare con la montagna. È il luogo che ha dato i natali ma da cui si è fuggiti, in fretta verso la marina, conservando uno spirito e un’attitudine che non sono mai del tutto marinari. Amore e odio nei confronti dell’entroterra, capace di offrire rifugio e prosperità in certe epoche, fame e desolazione in altre. I castelli, le fortezze e le roccaforti, molte delle quali ancora in un discreto stato di conservazione, dominano la costa dalla sommità delle prime alture. Gli invasori, nel corso della storia, si sono succeduti senza soluzione di continuità e le tracce di ogni passaggio sono ben impresse in una promiscuità culturale che alla lunga ha dato forma all’identità di questa terra. I paesi della costa ionica, le cosiddette “marine”, sono sorte in differenti epoche ma sicuramente hanno avuto la ragione d’essere attuale a partire dalla costruzione delle vie di comunicazione: la ferrovia Ionica e la Statale 106. Molto prima, certo, la Magna Grecia conobbe il suo splendore sulla linea di costa ma nelle epoche successive, già dai romani, le foreste sconfinate delle aree più interne rappresentarono una risorsa economica irresistibile, tanto che vennero sfruttate intensamente fino alla metà dello scorso secolo contraendosi in termini di superficie e di biodiversità. Formavano la Sylva Brutia, di cui si ha antica testimonianza, che si estendeva su tutta la Calabria rendendo indistinti quelli che oggi vengono identificati come differenti complessi montuosi. È molto probabile che dentro e sopra quei boschi vergini, per lungo tempo, abbiano vissuto animali come l’orso, l’avvoltoio, il grifone. È certo, invece, che prima della colonizzazione greca una civiltà di nativi evoluta che lavorava la pietra, adorava gli dei, commerciava e combatteva, abitasse le coste spingendosi fino alle aree pedemontane: erano gli enotri, i morgeti, i coni. Furono poi definiti Italici per distinguerli 14


dagli Italioti, i colonizzatori. Fatta eccezione per alcuni casi particolari di storia e cultura marinara, legata alla pesca e al mare, come a esempio Bagnara, nella generalità dei casi c’è sempre un richiamo ai monti. In numerosi centri costieri le vere specialità culinarie non sono a base di pesce. Il maiale, sacro e profano, educato e urbanizzato nelle aree attorno ai paesi si fa più rustico verso le campagne e diviene definitivamente selvatico, ibridato con il cinghiale, verso le alture. È un elemento fondante della cultura, onnipresente nella cucina locale, ogni parte del suo corpo trova qualche impiego. Infine, di ciò che rimane, si fanno “frittole”. La capra poi, quella aspromontana, specie dalle incredibili doti di arrampicata e adattamento, riceve una considerazione che rasenta la mitologia. Il rito della sua macellazione conserva caratteri di tribalismo che sarebbe ipocrita non definire emozionanti. È cosa risaputa che per cucinare il vero sugo di capra, quello da abbinare ai “maccarruni i casa”, serve la maestria che solo in pochi hanno. Una cottura lunga e lenta, un aroma che attraverso l’olfatto e il gusto riconduce alla terra, al mondo primitivo, all’essenza autentica.

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Il filo conduttore di una storia intricata, ricca di stratificazioni, influenzata nel suo corso da catastrofici terremoti, è rinvenibile in una molteplicità di forme. Tra il VII e il X secolo monaci erranti ed eremiti hanno percorso l’Aspromonte stabilendosi in luoghi inaccessibili, vivendo di spiritualità e fede, trascrivendo opere e codici e lasciando, in molti casi, segni ancora visibili. Grotte, palmenti, piccoli monasteri, tombe. La presenza dei monaci basiliani ha inciso profondamente in termini di cultura, di perizia tecnica e anche di fede. La Chanson d’Aspremont o Canzone d’Aspromonte, scritta intorno al XII secolo, ne fa ampi riferimenti nel canto “I Romiti”: molti romiti v’era e fraticelli tutto quel loco era pien di grotte, parte con frutti e arte con arbuscelli Ma c’è qualcosa che collega il presente al passato con ancora più tenacia. Per esempio la “bovesia”, detta anche “area grecanica”, comprendente i centri di Bova, Roghudi, Roccaforte del Greco, Condofuri, Gallicianò. Un fazzoletto di terra entro il quale si conserva, grazie all’isolamento geografico e alla passione dei suoi abitanti, la più autentica impronta di grecità. Parecchi anziani sanno parlare ancora la lingua grecanica, molto simile al greco antico, e anche se questo tramando culturale ha subito un’erosione considerevole di generazione in generazione, oggi pare ci siano le condizioni per poter far vivere quei luoghi grazie a una nuova consapevolezza, soprattutto delle giovani generazioni. Questa montagna è diffidente, ostile. Ha sempre avuto un rapporto difficile con il suo popolo che non essendo in grado di sottometterla ha tentato di domarne l’indole con terrazzamenti, briglie, argini e muri a secco. Persino con il fuoco. Certi suoi 16


luoghi hanno nomi che esprimono in pieno il conflitto: “Valle dell’Uomo Morto”, “Rocca degli Smalidetti”, “Valle Infernale”, “Rocche dell’Agonia”. È stata attraversata da Giuseppe Garibaldi che vi fu ferito nel 1862. È stata scenario, alla fine della seconda Guerra Mondiale, della vicenda del battaglione Nembo, l’ultima battaglia combattuta tra il Regio Esercito Italiano e le truppe Alleate l’8 settembre 1943, giorno della firma dell’armistizio. Ma è anche una montagna ispiratrice, percorsa e descritta da viaggiatori come Norman Douglas che in “Old Calabria” scrive: «è un’agglomerazione incredibilmente aspra di colli e valloni, e la geologia del distretto rivela un caos assoluto di rocce di ogni età, contorte e aggrovigliate da terremoti e altri cataclismi del passato». O come Edward Lear, che in “Journals of landscape painter in southern Calabria” ritrae fedelmente l’aspetto suggestivo di alcuni tra i luoghi più significativi dell’ultimo lembo calabrese. È raccontata da Corrado Alvaro, che in “Gente in Aspromonte” esordisce così: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante.» Ma anche da Umberto Zanotti Bianco (“Tra la perduta gente”), da Saverio Strati (“Teda”), da Francesco Perri (“Racconti d’Aspromonte”), da Saverio Montalto (“La Famiglia Montalbano”), 17


da Mario La Cava (“I fatti di Casignana”), da Corrado Stajano (“Africo”), da Gioacchino Criaco (“Anime Nere”). È messa in rima o in versi dal poeta pastore Bruno Casile, da Domenico Caruso, da Giovanni Favasuli, da Napoleone Vitale. e cammina, cammina, pecuraru… sarta li timpi e passa li ghiumari: cu sapi quantu tempu t’aspettaru li così chi dassasti a li pagghiari! È omaggiata e celebrata in note attraverso una folta discografia che spazia dal più ricercato suono etnico fino alla tarantella e al folk che sono interpreti diretti, schietti e semplici della cultura popolare. ‘nta sti terri d’asprumunti aundi simu amici tutti circondati di lu mari circondati di li munti È percorsa da migliaia di pellegrini devoti alla “Maronna ra Muntagna”, importante riferimento spirituale che attira, ogni anno, fedeli dalla Calabria e dalla Sicilia. Sicuramente ha dato rifugio, nel corso dei secoli, a ribelli, fuggitivi e briganti l’ultimo dei quali, il celebre Brigante Musolino, ha una storia emblematica che fonde in sé meridionalismo e malandrineria, riscatto sociale e illegalità. È stata denigrata, ripudiata e poi abbandonata. Un processo inesorabile lo spopolamento avvenuto a partire dal secondo dopoguerra, ancora più lacerante la malinconia che ha colpito i vecchi. 18


Oggi i loro nipoti la cercano di nuovo, perché non hanno trovato di meglio, più a valle, dove i valori genuini di un tempo si sono persi nel ritmo di una vita che non riconoscono più. Così si riappropriano delle loro vecchie case, delle loro terre abbandonate incolte, della loro musica tradizionale e degli strumenti, delle pietanze contadine, dei prodotti buoni, dell’aria salubre e dell’acqua di sorgente, limpida e gratuita. Ed anche gli abitanti delle città guardano alla montagna con un nuovo interesse, stretti nei tempi contratti del produttivismo attendono con impazienza il fine settimana per aggregarsi a qualche comitiva di escursionisti o per praticare attività e sport d’alta quota. Dalle più alte vette si vede il mare. Da Montalto, con i suoi 1956 metri la sommità più alta, si vedono sia il mar Ionio che il mar Tirreno oltre che le Serre, a nord, e persino la Sila quando la visibilità lo permette. Le località turistiche e le stazioni sciistiche, per la loro pubblicità, hanno fatto ricorso spesso al claim “sciare guardando il mare”. Un paradosso al quale non ci si abitua neppure se quel panorama è consueto, quotidiano. Per queste e altre mille particolarità l’Aspromonte è conosciuto, visitato, discusso e amato da tanti. Sono queste le ragioni che destano l’interesse e la curiosità, che muovono flussi turistici importanti, che generano ricchezza e reddito e che consentono alla sua gente di poter restare qui, in questa terra unica. Credo di essermi lasciato prendere da un incontenibile entusiasmo. Quanto appena detto non rappresenta l’esatta realtà dei fatti, purtroppo. Ma a pensarci bene, in effetti, dovrebbe essere la logica conclusione di tutto ciò che è stato descritto prima, se pur sommariamente. E invece non lo è. Resta una speranza, un auspicio, una prospettiva possibile, necessaria. Senza dubbio l’obiettivo primo di chi ha raccolto la sfida di lavorare e operare per la vera emancipazione di questo territorio. 19


P Terza tappa MARTEDÌ Percorso: Passo del Mercante - Passo della Limina Altitudine: minima 760 m., massima 1050 m. Tempo di percorrenza: 6 ore Livello di difficoltà: medio Tema principale delle discussioni: gli alberi del bosco, la Via Grande, la Magna Grecia, paesi nuovi e vecchi, Africo, monaci ed eremiti Pranzo: panini esageratamente imbottiti Cena: cena da campo alcuni, cena in agriturismo altri Notte: in tenda alcuni, in agriturismo altri

Intorno alle sette meno un quarto una piacevole impazienza mi ha reso irrequieto e mi ha spinto a uscire dalla tenda. Ho assistito all’arrivo del giorno attraverso un’alba di seconda mano, nata sulla linea d’orizzonte del Mar Ionio e giunta in montagna già tiepida. Un’ora dopo si sono svegliati tutti gli altri. Il primo luglio, terzo giorno di cammino, ci ha visti impegnati in un’escursione lunga ma non troppo difficoltosa che ci ha permesso di approfondire le conoscenze e di godere maggiormente dei dettagli. Lo testimoniano in pieno le centinaia di foto che ho guardato qualche tempo dopo, aventi come soggetti non solo panorami e vedute generali ma anche pietre, foglie, fiori, piante e primi piani di volti dalle varie espressioni. Dopo un’esuberante colazione offerta da Cosimo ci siamo diretti decisi verso il chiosco di salumi, formaggi e tipicità montane che 75


avevamo avvistato la sera prima al Passo del Mercante. Ognuno di noi con la chiara intenzione di esagerare. Una volta isolati, coibentati e impacchettati dei panini voluminosi e unti disponevamo di una buona motivazione per partire. È vero, la regola del buon senso dice che è opportuno mangiare poco e spesso quando si va a piedi per montagne. Ma era estate, la vera estate, fatta da una concomitanza di circostanze climatiche ed emozionali che favoriscono la digestione e accentuano i sapori. E poi nessuno è perfetto. Con gli zaini in spalla, ci è bastato girare lo sguardo per individuare il primo segnale rosso-bianco-rosso. Siamo partiti e ci ha accolti uno sterrato regolare e fresco che puntava in direzione nord. Procedevamo all’ombra di una pineta fitta che non concedeva nulla al sottobosco. Ai lati del tracciato, negli spazi lasciati vuoti da alberi abbattuti da fulmini o dal peso della neve, le felci avevano attecchito in fretta durante la primavera appena trascorsa. I cani si allontanavano perdendosi tra quella fitta vegetazione. Qualche secondo di esplorazione e tornavano indietro dai padroni. Nessuno accelerava né rallentava, formavamo un blocco unico. Lo sterrato muore in un’apertura utilizzata come punto di raccolta per il legname abbattuto nei boschi circostanti. Da lì in poi abbiamo camminato senza un traccia definita, tra arbusti e cespugli, affidandoci soltanto ai segnali sui pochi alberi o su qualche grossa pietra. Negli ultimi anni in quell’area alcuni terreni sono stati recintati e piantati ad alberi da frutto, interrompendo il percorso originario del sentiero. Nei mesi precedenti abbiamo dovuto individuare un percorso alternativo che li aggirasse e poi, una volta certi che fosse funzionale e non rischioso, l’abbiamo segnato nuovamente. Abbiamo conquistato un centinaio di metri alla volta scansando con le mani le ginestre che, dall’ultimo sopralluogo di 76


qualche mese prima, erano cresciute a dismisura formando una selva. Durante un’escursione questi piccoli ostacoli naturali, se non durano per troppo tempo e se non sono troppo impegnativi, danno il giusto tocco di avventura. E infatti sembravano tutti divertiti. Poco dopo, come se fosse tutto calcolato, è ricominciato il bosco. Ancora qualche centinaio di metri e ci siamo trovati a camminare al margine di un campo coltivato sfiorandone la recinzione. Il paesaggio forestale si alternava a quello rurale a intervalli quasi regolari fino a quando, cambiando zona, non ci siamo addentrati definitivamente in una faggeta. Il bosco era il contesto naturale entro il quale ci muovevamo per la maggior parte del tempo. Non un semplice contorno ma la vera e propria misura del paesaggio. Ho pensato potesse essere utile qualche informazione sugli alberi che avevamo e che avremmo incontrato. A dire il vero, data la mia formazione universitaria, temevo di avere un approccio troppo tecnico e specifico alla materia. Tuttavia mi trovavo davanti a un pubblico attento e silenzioso e non mi è stato difficile rinunciare ai termini difficili per rendere piacevole e coinvolgente la breve trattazione. Il faggio, utilizzato da secoli per ricavarne legna e carbone vegetale, copre quasi per intero la terra che spicca sopra i mille metri. Negli ultimi decenni, soprattutto in seguito all’istituzione del Parco, lo si è lasciato crescere indisturbato tanto che oggi molti boschi artificiali hanno assunto l’aspetto di foreste (quasi) naturali. Secondo la fitosociologia, branca della botanica che studia le associazioni tra specie vegetali, quella con cui avevamo a che fare noi è una tipica “faggeta macroterma con sottobosco di caglio peloso ed agrifoglio”. Ad altezze maggiori, sopra i 1500 metri, il faggio si accompagna ad altre specie e la faggeta diviene microterma. In poche parole il Fagus Sylvaticae (questo il nome scientifico), albero nord-europeo il cui areale si estende fino al 77


Mediterraneo, domina queste montagne ma proprio qui trova il suo limite meridionale. Il Pino, invece, ha un’altra storia. Innanzi tutto bisogna precisare che quello che in Sila, nelle Serre e in Aspromonte viene chiamato comunemente Pino Laricio è in realtà il Pino Nero, sottospecie Calabro (Pinus Nigra ssp. Calabrica). Una distinzione non da poco per i botanici. Dal secondo dopoguerra in poi è stato utilizzato in modo massiccio per i rimboschimenti. Ai tempi queste montagne apparivano spoglie, private della copertura vegetale dopo decenni di tagli e utilizzazioni. Così si è scelto di rimboschire ampie superfici utilizzando una specie che desse la sicurezza dell’attecchimento e che tutto sommato potesse avere un significato nel contesto ambientale. Rispetto a oggi c’erano altre priorità e l’intento principale era risanare i versanti e proteggere i suoli dall’erosione. Da quel momento in poi sono mancate quasi totalmente le cure selvicolturali successive. Sfollamenti, diradamenti, tagli e altri interventi. E infatti queste immense pinete hanno un aspetto artificiale e sono particolarmente fragili sia meccanicamente, dati i tronchi alti e filati, sia ecologicamente considerato che non danno modo a nessun’altra specie di insediarsi sul loro terreno. Il pino calabro lo si incontra dai 900 metri fino ai 1700 metri. Cresce anche spontaneamente, formando boschi puri o boschi misti con il faggio. Essendo una specie “pioniera” riesce ad attecchire facilmente su rocce, dirupi e scarpate scoscese dove gli altri alberi non avrebbero vita facile. Così arricchisce il paesaggio e stabilizza la terra. Quando qualcuno ha iniziato a farmi domande, devo ammetterlo, ho pensato che avrei potuto parlare di alberi per tutta la giornata. Tanto mancavano ancora gli abeti, le querce, i platani, gli ontani. Ma un po’ per non sparare subito tutte le cartucce, un po’ per la soddisfazione di interrompere al culmine dell’attenzione, ho deciso di placare la mia vanità e mi son fermato lì, ripromet78


tendomi di riprendere quando se ne sarebbe presentata l’occasione. Una buona guida, è bene dirlo, non è quella che illustra pedissequamente tutto ciò che si presenta lungo il cammino. Cosa molto facile per chi possiede delle conoscenze specifiche ma anche noiosa e stucchevole, e dalla dubbia utilità. Ecco perché, alla spiegazione precisa e puntuale degli elementi della natura e delle loro interazioni, è sempre preferibile l’ “interpretazione”. Un modo di porsi e di proporre gli argomenti che sappia essere evocativo e che coinvolga le persone stimolandone tutti i sensi: vista, udito, olfatto, tatto, gusto. Non mi riferisco solo ai giochi e alle attività rivolte ai bambini e ai ragazzi delle scuole durante una giornata all’aperto di educazione ambientale. Piuttosto a un metodo generale da applicare con tutti. Qualcosa che richiede fantasia e passione ma che se fatta bene lascia davvero un segno. Ho sempre cercato di essere un’interprete, un “mediatore culturale” capace di far comunicare la gente con la natura. Una foglia secca che cade è morta, rappresenta la fine di un ciclo, la scomparsa del verde, la disconnessione dai canali linfatici dai quali non è più alimentata. Si adagia al suolo e ben presto si confonde con altre foglie e con la terra. Se però inviti qualcuno a raccogliere un pugno di terra e foglie secche e a sentirne l’odore, già qualcosa cambia. Se poi gli fai guardare quell’aggregato apparentemente inerte e sterile con una lente di ingrandimento, l’interpretazione del suo significato si stravolge. In quella mano è contenuta una vita in ebollizione, un fermento incessante a opera di batteri, funghi, piccoli vermi. Cercando meglio, tra quelle foglie secche al suolo, si possono trovare lombrichi e tanti altri esseri viventi che senza pausa trasformano tutto ciò che cade dagli alberi per costruire terra fertile e humus. È un processo naturale che si impara alle scuole elementari ma sperimentarne il funzionamento in campo, impiegando il tatto, la vista e l’olfatto è tutta un’altra cosa. 79


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Finito di stampare nel Maggio 2015 presso la Creative 3.0 srl per conto della Casa Editrice Kaleidon di Roberto Arillotta

Kaleidon casa editrice di cultura calabrese www.kaleidoneditrice.it


Nicola Casile

Diario di un trekking sul

Sentiero del Brigante

In cammino tra l’Aspromonte e le Serre

Diario di un trekking sul Sentiero del Brigante

Non riesco a ricordare la prima volta che ho camminato tra queste montagne, ero troppo piccolo. Ma nella memoria l’immagine della mia infanzia è nitida e ha i colori dei boschi, della terra, delle pietre, dell’acqua dei torrenti e del cielo immenso che si svela quando gli alberi lasciano spazio ai prati, ai pascoli, alle rocce affioranti. Sono stato lì con mio padre sin da bambino, sporcandomi mani e faccia.

Nicola Casile

ISBN 978-88 -88867-64-9

€ 13,00

(i.i.)

9-78 8 8-867649-

Kaleidon editrice

Diario di un trekking sul Sentiero del Brigante  

L’autore è un giovane calabrese che ama la montagna, appassionato camminatore, socio del G.E.A. (Gruppo escursionisti d’Aspromonte) e guida...

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