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JUST KIDS

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[ C I N A S K I ] [ N O B R A I N O ] [ M A T T E O T O N I ] [HONEYBIRD&THEBIRDIES] [ Z E R O C A L L ] Parigi 13-12-2012 . Il giorno del dodecaedro . Quello che resta . Santiago de Cuba, una notte d’estate lei mi guardava - ep. 2 . Dakar - St.Louis . Fruste e cinesi . I padroni di casa . Killer Joe . Il comandante e la cicogna . L’era glaciale 4 . L’ottocento romantico: μέλος e δρᾶμα spiccano il volo. Per non atterrare più . Il grande inquisitore: fede e libertà . La perdita dell’orientamento . L’età della diffidenza . Egregi signori Maya . Tutto d’un fiato .


JUST KIDS #03 SOMMARIO [ Musica ] INTERVISTE CINASKI di Massimo Miriani e James Cook NOBRAINO di Andrea Furlan e James Cook MATTEO TONI di James Cook HONEYBIRD&THE BIRDIES di Alina Dambrosio ZEROCALL di Alina Dambrosio RECENSIONI KAFKA ON THE SHORE – BEAUTIFUL BUT EMPTY di Thomas Maspes ALESSANDRO GRAZIAN - ARMI di Alina Dambrosio GLI SPORTIVI - BLACK SHEEP di Alina Dambrosio ANCIEN REGIME - THE POSITION di Alina Dambrosio SUGGESTIONI di Andrea Furlan CINASKY - SMOKE, PAROLE SENZA FILTRO PAOLO SAPORITI - L’ULTIMO RICATTO RECENSIONI DELICATE di Claudio Delicato LA MORTE - S/T THEGIORNALISTI - VECCHIO ?ALOS/XABIER IRIONDO - ENDIMIONE

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[ Poesia ] |SCRAP di Cristiano Caggiula Parigi 13-12-2012 [ Immaginario ] LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO di Maura Esposito Il giorno del dodecaedro SOMMACCO di Giorgio Calabresi Quello che resta SOMMACCO di Luca Palladino Santiago de Cuba, una notte d’estate lei mi guardava - ep. 2 (2 di 3 episodi di amori non consumati) SOMMACCO di Francesca Gatti Rodorigo Dakar - St.Louis SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO di Paolo Battista Fruste e cinesi [ Cinema ] LO SPETTATORE PAGANTE di Antonio Asquino I padroni di casa Killer Joe Il comandante e la cicogna L’era glaciale 4 [ Teatro e Libri ] LIRICA IERI, OGGI, DOMANI di Francesco Odescalchi L’ottocento romantico: μέλος e δρᾶμα spiccano il volo. Per non atterrare più L’OCCHIO di Sabrina Tolve Il grande inquisitore: fede e libertà [ Sterilità del ben pensare ] VERDERAME di Claudio Avella La perdita dell’orientamento LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE di Claudio Avella L’età della diffidenza BuonoNONonou B di Gianluca Conte Egregi signori Maya SEX ON di Catherine Tutto d’un fiato.

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REDAZIONE Andrea Furlan Antonio Asquino Anurb Botwin Alina Dambrosio Catherine Claudio Avella Claudio Delicato Cristiano Caggiula Francesca Gatti Rodorigo Francesco Odescalchi Gianluca Conte Giorgio Calabresi James Cook Luca PalladIno Massimo Miriani Matteo Terzi Maura Esposito Paolo Battista Sabrina Tolve Thomas Maspes [DIREZIONE] Anurb Botwin justkids.redazione@gmail.com [MUSICA E SOCIAL NETWORK] James Cook justkids.james@gmail.com Andrea Furlan justkids.furlan@gmail.com [SOCIAL] www.facebook.com/justkidswebzine justkidswebzine.tumblr.com soundcloud/justkidswebzine twitter.com/Justkidswebzine [VERSIONE SFOGLIABILE] issuu.com/justkidswebzine [VERSIONE CARTACEA] justkids.redazione@gmail.com [Just Kids non è una testata periodica o un prodotto editoriale ai sensi della legge n.62/2001]

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13 Gennaio - Roma

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just kids e di Anurb Botwin Ho ammazzato l’editoriale. L’ho fatto prima di scriverlo. E poi ho dovuto raccoglierne i pezzi per riempire una pagina bianca (che a volte sa essere peggio di una sanguisuga). Quando mi è capitato di dover spiegare cosa fosse Just kids, ho risposto che non è una rivista di musica. Cioè non solo. E poi forse non è neanche una rivista. In realtà non lo so cosa ho risposto a questa domanda, però poi ho subito detto che secondo me fare musica è un atto d’amore. E a quel punto Paolo Battista ha scritto questa cosa: “Il mio è un atto d’amore e me ne fotto della gloria e il peggio è che la storia è una gran troia e il tempo è un suicidio lento e il mio sperma bionico schizza sul tuo stomaco e i pensieri blaterano confondendomi la testa e la Poesia è l’unica via d’uscita.” Ma secondo me, un pò si è confuso perchè quando ha scritto Poesia, voleva scrivere Musica. O forse Arte. O forse nessuna delle due. Ad ogni modo, dopo averla letta ho pensato subito che aveva scritto una bugia, perchè la vera via d’uscita è il posto fisso...e non fate gli gnorri, perché tutti lo pensiamo. Un bel posto fisso a fare quello che ci piace. Però, soprassediamo. Eravamo agli atti d’amore. Al fare un disco. Al fare il musicista. Magari d’inverno. Magari quando il musicista non sa che fare e sta male perchè non hai i soldi (L’hanno detto gli Area). E’ sempre una gran fatica fare un disco, ve lo dice una che un disco non l’hai mai fatto e neanche sa come si faccia. Ma cerchiamo di fidarci. E poi a prescindere dal risultato, a prescindere da un disco e da un musicista, c’è da dire una cosa sulla musica di oggi in generale, come dice il maestro di canto del cantante del mio amico cantante (uno, insomma): “Bisogna pensare alla figa” e sarà per questo che adesso i gruppi indie - che tendenzialmente un po’ alla figa ci pensano - cantano e a volte lo fanno male. Ma davvero, è solo perchè hanno i pensieri oscurati. Altrimenti lo farebbero bene e suonerebbero anche meglio. Ma solo alcuni. Forse Manuel ha ragione quando dice (in confidenza eh!), che la scena musicale italiana sta al Rock n’ Roll tanto quanto sta un tennista Thailandese che va ai Roland Garros...non ricordo il finale, ma insomma Manuel aveva detto una cosa del genere, non che io l’abbia capita molto, però vagamente era così. Fidiamoci, di sicuro era una cosa intelligente. [Oh che peso scrivere un editoriale! Solitamente lì si devono scrivere cose intelligenti! Ma qui sembra Highlander, ne rimarrà soltanto uno ad arrivare al punto. Potete smettere di leggere se volete, non vi perdete niente] Una domanda al volo prima di chiudere definitivamente, ma vi è mai capitato di andare a un concerto e immaginare Steven Tyler che va a X-Factor o Jimi Hendrix (che amava Bob Dylan perchè riteneva che era straordinario il modo in cui riusciva a stonare, credo fosse lui...) a mettere basi elettriche pop ed effetti alla Cher sulla voce? Io ogni tanto me li immagino questi personaggi, che a modo loro ci hanno regalato segni musicali che rimangono lì pronti a farci compagnia all’occorrenza...me li immagino che smargiassi (“smargiasso” non so come, non so perchè, non so a proposito di cosa o di chi ma secondo me è un gran bel termine e viene sottovalutato da tutti. Come “palmizio”. Come “sternuto”. Come “irreprensibile”) se la ridono e non giudicano. Io invece spesso giudico. Vado a un concerto e spesso giudico e spesso torno a casa e devo disintossicarmi da cose che somigliano a vaghi rumori. E devo mettere su un disco dei Talking Heads, ad esempio, per riprendermi. Ma non è neanche un buon esempio. (Sono la solita rimastina psichedelica. Dovrei smetterla). JK | 6


editoriale Però davvero non voglio parlare male di chi fa musica, è solo che qualcuno in passato ha fatto cose migliori. E in ogni caso ci sarà sempre qualcuno che in passato ha fatto cose migliori, quindi in linea teorica non ci sarebbe da preoccuparsi. E in linea pratica non mi preoccupo, perchè cose belle in giro ce ne sono e spesso (che nella maggior parte dei casi è sinonimo di sempre) quello che trovate tra queste pagine è esattamente ciò che noi reputiamo bello. Non per questo però dico che il resto è una merda. Dico che ci vuole una buona dose di coraggio per fare cose belle. Ma non mi lamento perchè in fondo in alcuni concerti, in alcuni incontri, in alcune situazioni è successo che “i volti sono stati ancora più potenti della musica, perché più della musica riuscivano a evocare un mondo irreale e quindi perfetto”. Ed è così che in ogni disco di musica italiana che mi capita di ascoltare, che mi piaccia o meno, avverto tutto l’amore che ci vuole per farlo, quel disco. In fondo, parliamoci chiaro, qui non c’è nessuna ambizione a diventare professionisti giornalisti di musica, perchè la musica non la fanno i giornalisti. In fondo quello che cerchiamo è solo un po’ di gioia. E in fondo Just Kids è una distrazione, un modo per pensare con serenità che posso aspirare per l’anno prossimo a fare la velina al Medimex.

PS: tra queste pagine troverete una compilation. Chi ci segue con più affezione l’avrà già ascoltata e chi non l’ha fatto magari può ancora trovarci del bello. [Poi se suonate in un gruppo e volete spiegare alla vostra nonna di 89 anni cos’è una compilation, potete dire è un pò come quelle raccolte dei cantanti di Sanremo, come ai suoi tempi. Quelle che ancora oggi a Palermo vedi in giro per le strade sulle bancarelle tutte taroccate. Ma anche a Napoli. E a Foggia. E a Roma. Forse a Milano no. Forse a Torino si. Chissà.] PPS: I contenuti della pagine che seguono sono di gran lunga più interessanti di quanto esposto fin qui. Letture altamente consigliate

BUONA LETTURA JK | 7


[ Musica ]

CINASKI A

pochi giorni dall’uscita del suo primo cd di music poetry, “Smoke, parole senza filtro” abbiamo avuto il piacere di incontrare , nel suo ufficio, i tavolini all’aperto del bar Italia di Piazzale lodi, in un tiepido pomeriggio di autunno. Si è parlato di Milano, di poesia, di filosofia e di emozioni, quelle che riesce a trasmetterci in un modo così personale e unico quando leggiamo un suo libro o ascoltiamo la sua voce

di Massimo Miriani e James Cook

Vincenzo Costantino Cinaski

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e tue poesie, per quanto belle e toccanti alla lettura, acquistano una forza espressiva ed una intensità enormi sentendole declamare dal viv,o attraverso la tua voce e la tua enfasi. E’ nato per questo motivo l’idea di registrare un cd ? Ho voluto rifarmi ai trovatori francesi, che continuavano la tradizione orale della poesia cantando le loro liriche accompagnati da uno strumento. Già Omero lo faceva...è una “novità antica“, mi piace chiamarla così. Ultimamente, poi, è successo che tutti, dal mondo della musica e della televisione, hanno cominciato a scrivere libri. Io l’ho considerata una specie di “invasione di campo” e mi son detto: “vabbé se un cantante o un attore scrive un libro, uno scrittore fa un disco…vedremo cosa ne salterà fuori”. Così ho iniziato a registrare un cd. La fase tecnica di produzione non la conoscevo io e non la conosceva nemmeno mia moglie. Ci siamo proprio divertiti a vedere cosa succede quando nasce un disco. Non si tratta solo di andare davanti ad un microfono a registrare la voce inserendo degli strumenti, è stato scoprire un nuovo mondo. C’è un produttore tecnico che sceglie, cura, analizza e assembla il tutto. Io che poi, fondamentalmente sono pigro, se penso che per pubblicare un libro di poesie occorrono circa 70 composizioni

|photograph by Cristina di Canio

mentre per un album ne bastano 12, mi rendo conto che, con un libro, in teoria, avrei già pronti i prossimi 6 dischi… Dal vivo, mentre racconti e interpreti le tue poesie, riesci a creare un’atmosfera dall’impatto molto intenso, che colpisce e raggiunge chi sta ascoltando e vedendo. Ovviamente, tutto questo, non si può avvertire attraverso la lettura dei tuoi libri… Sai, una volta c’era la figura del cantante confidenziale, no?! Si presentava al pianoforte con lo sgabello e un bicchiere di whisky sul tavolino. Diventava confidenziale nel raccontare, cantando, storie d’amore e di vita. Da vent’anni, più o meno, esiste questa figura di poeta. Assolutamente nessun filtro fra me e il pubblico, scambio diretto, vera interazione, questo è quello che succede quando faccio i recital dal vivo. Manca solo il camino con il fuoco acceso o il bambino che dorme nella stanza di fianco, è come essere a casa propria. Finché rimane intatta quest’atmosfera, ciò che arriva a chi ascolta è assoluta genuinità. Mi sento molto più a mio agio così, è come trovarmi a casa di altri in veste di invitato oppure invitare a casa mia altre persone. Non è “marchetta”, si crea una sorta d’intimità perché le storie che racconto sono

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[ INTERVISTE ] del tutto confidenziali e quindi si ascoltano in silenzio. Poi quando c’è da ridere si ride e quando c’è da piangere si piange. Quali sono stati gli artisti e i poeti che ti hanno in qualche modo fatto innamorare della poesia spingendoti ad avvicinarti a questo mondo? Indubbiamente la poesia francese è quella alla quale mi sono avvicinato e che mi ha incuriosito di più sin dal primo impatto, avvenuto agli inizi del percorso scolastico. Parliamo quindi di personalità del calibro di Baudelaire, Rimbaud, che considero classici, per un itinerario come il mio. Però, le scoperte successive, anche se anagraficamente magari mi anticipavano, le sento più importanti e fondamentali. La prima di sicuro è François Villon, che mi ha completamente sedotto e per fortuna non mi ha abbandonato. L’altra invece è italiana., si tratta di un autore, e di un libro in particolare, che mi ha nutrito per tutto il periodo dell’adolescenza e post adolescenza: “il mestiere di vivere” di Cesare Pavese. La sua poesia mi ha rivelato “l’arte” di vivere, non solo di scrivere. Ecco, ad esempio, Dostoevskij insegna come comporre, mentre Pavese come vivere. Il primo educa al buon gusto di scrivere, il secondo trasmette il sapore della vita. Bukowski è arrivato durante la mia adolescenza come scoperta cinematografica. Il soprannome Cinaski, che gradisco molto, mi è rimasto appiccicato perché, buona parte della mia vita, è molto simile a quella di Bukowski…

che curioso, ti porta a capire il perché delle cose che osservi. Diciamo che a volte questo atteggiamento può diventare pericoloso. La sofferenza degli altri si fa anche tua, non puoi rimanere impassibile di fronte a ciò che vedi. Il mio obiettivo è cercare di tradurre tutto quello che percepisco e che mi suscita qualche emozione. Essendo ipersensibile c’è il pericolo che avvenga una sorta di transfert. Non sono rare le volte in cui mi ritrovo a piangere per qualcosa che sto vedendo. Sento che fa male a chi la sta vivendo, ma fa male anche a me che la osservo e di conseguenza “la faccio mia”. In effetti, il pericolo maggiore è lasciarsi coinvolgere, che non è una cattiva cosa, è l’atteggiamento che in assoluto rende più umani ma, allo stesso tempo, anche più vulnerabili. Non si può rimanere sempre duri quando la vita ti pone davanti a tutte le sue debolezze. Una fra le tue più belle poesie ,“le cento città”, inizia dicendo: “ ognuno ha le sue prigioni, ognuno ci convive”. Quali sono le pri-

Possedere questa sensibilità nell’osservare, cogliere e descrivere, in particolar modo la bellezza delle piccole cose e dei sentimenti, lo consideri semplicemente un dono, oppure un atto di coraggio contro la meschinità e la superficialità che ci circonda ? Può avere mille valenze, essere anche un’arma a doppio taglio. C’è un modo di dire a Napoli: “Beato a Te che non capisci”. In fondo considero beate quelle persone che non capiscono o non si rendono conto di quello che gli accade intorno. Sono beati nell’assoluta inerzia conoscitiva e sentimentale. Possedere il dono della sensibilità, quindi, essere accorto ed an-

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|photograph by Chico de Luigi


[ Musica ] gioni con cui un uomo oggi deve imparare a convivere ? Ci sarebbe da fare una lunga lista. Diciamo che molte prigioni se le è create l’uomo stesso, specialmente nel nostro paese. Una di queste è quella che io definisco “l’ignoranza sentimentale”, il rifiuto dei sentimenti. Non sono neanche nascosti, oggi proprio non si riconoscono più, sono diventati merce di scambio tanto quanto il corpo delle persone. Si tratta di una prigione mentale in assoluto difficilissima da aprire o scardinare. Un tentativo che è stato fatto, qualcosa già intuito da Orwell a suo tempo e da Pasolini, successivamente, nel nostro paese: lui aveva disegnato un quadro generale della nostra società e oggi la vediamo praticamente identica a come l’aveva prevista: appiattimento culturale, inerzia conoscitiva. Questa è una prigione costruita talmente bene. Complici i media e la carta stampata, attraverso la diffusione nella società di valori falsi, del tutto diversi da quelli naturali, non vedo sbocchi a questa situazione, “evadere” rimane l’unica via possibile. Ma per evadere bisogna cominciare ad urlare, a ribellarsi, ad apprezzare le cose più “regolari”. Oggi, ad esempio, la vera trasgressione è la lucidità, la normalità. Tutti sono capaci di definirsi o di fare i drogati, gli ubriaconi, di compiere anche crimini minori, è diventato un luogo comune: il mito dell’uomo dannato, “bello e duro”, del gangster, è cresciuto in maniera esponenziale, diventando modello di riferimento. Questa è la prigione peggiore. Come fai a vivere quando, una volta che hai provato, capisci quanto male può farti e quanto ne può fare anche agli altri.. Non si può coltivare un modello del genere. Non si può vivere in una prigione così, neanche dorata tra l’altro... Allora, per uscirne, bisogna recuperare semplicemente lucidità e sobrietà, anche se sembra stranissimo detto da me. Tornare all’osservazione delle cose senza il mito di nessun paradiso artificiale, premesso che i paradisi non esistono e quelli artificiali ancor meno! Quindi pensi che l’uomo di oggi sia più incline ad amare “l’amore” piuttosto che ad amare realmente i suoi simili, forse perché non ne ha le capacità proprio per i motivi che hai detto prima? Secondo me, il dramma è che, in questo momento storico, l’essere umano è più incline ad amare se stesso, non è più capace di amare il prossimo, senza stare ad evangelizzare nessuno. Forse l’insegnamento di Gesù di Nazareth (chiamiamolo così, non il Cristo) è il momento filosofico più alto che ci sia mai stato propo-

sto, l’Uomo Gesù di Nazareth che è esistito davvero. Il suo insegnamento: “ama il prossimo tuo come ami te stesso” è molto vicino a quanto ha successivamente suggerito anche Sant’ Agostino. Ama per quello che puoi, non c’è miglior modo di vivere, ti ritorna tutto, anche l’attimo insignificante ha una sua grandezza, e niente è grande come le piccole cose. Proprio quel momento che può sembrare insignificante per alcuni, o per te, che stai godendo (perché vivi un ricordo o sei nella memoria di qualcun altro), ha una valenza enorme. Questo significa ricominciare ad assaporare l’amore verso qualcosa, anche verso un momento, un attimo, un ricordo. Amare non vuol dire indebolirsi ma fortificarsi molto. Tutto quello che “si prova” viene restituito in un modo o nell’altro. Ci sono i poeti che lo fanno e anche altre arti dovrebbero far si che questo avvenga: penso alla pittura, alla musica. Un tempo si faceva, oggi c’è un degrado totale in questo campo. Tutto è commercio, scambio, baratto economico, non c’è condivisione, manca veramente. Facebook ha avuto successo perché da la possibilità di condividere, solo che… finché condividi idiozie... I ibri che hai pubblicato, “ in clandestinità” e “chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare”, hanno riscosso un grande successo da parte del pubblico.Ti aspettavi un consenso così vasto ? Magari fosse vasto. Finché lo dici tu ci credo! diciamo che mi ritengo ancora una testa di nicchia! Sono sostanzialmente contento di quello che mi sta accadendo in questo periodo della vita, credo di essermelo guadagnato nella maniera più sana possibile. Se penso al fatto che questo gradimento stia aumentando sempre più, mi viene da risponderti come Vinicio (Capossela) quando arrivò al numero uno della classifica dei dischi più venduti : “ E’un grande segnale per il paese…ma è un pessimo segnale per me” …o uno dei due sta sbagliando, o stanno cambiando le cose. E’ nota la tua amicizia personale con Vinicio Capossela al di fuori del contesto artistico. Vuoi parlarci di come è nato il vostro legame che dura da molti anni ? La risolviamo in una battuta: Lui ama leggere, io amo scrivere ed è per questo che siamo diventati amici ... Pierpaolo Capovilla ha dichiarato in un’intervista che la poesia salverà il mondo. Anche Cinaski è d’accordo su questa affermazione ? No… no perché non deve essere una missione. La poesia è un’arma impropria quindi non va usata come

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[ INTERVISTE ] Le guerre, quando e se devono essere combattute, vanno affrontate con l’intelligenza e non con l’arte.

tale, anzi…non va usata affatto! E ’un regalo, in assoluto . Ci sono persone che hanno il dono di riuscire a restituirla alla gente, e quando dico gente non intendo il popolo, c’è differenza fra i due, poi se vuoi approfondiremo questi concetti. Chi possiede il dono di restituirla non deve certamente farne un baluardo, un vessillo, o attribuirle un ruolo che non è il suo. Il mondo deve salvare il mondo. La poesia ha solo il dovere di renderlo più bello quando può, quando ci riesce. Per questo vanno cantate anche le brutture, le cose spiacevoli. Il mio libro si intitola: “ chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare“. Non si tratta di un aforisma messo lì, a caso, indica proprio il senso della vita, il suo aspetto più libero. Però non puoi vivere solo di una delle due cose, la curiosità e l’esperienza sono ingredienti fondamentali della vita e della poesia. La poesia è vita, la vita è poesia , quindi devi frequentarle tutte e due. Non puoi usare la vita per combattere la vita e non puoi usare la poesia per combattere il mondo. No, non sono d’accordo con Capovilla per un semplice motivo: non ci sono missionari, non è tempo per loro, né lo è mai stato.

Quanto è stata ed è importante per te Milano? Sono nato e cresciuto nella periferia di Milano, a San Giuliano Milanese. Ho bazzicato tutti i luoghi che le sono legati, ho vissuto in pieno quello che comporta il sobborgo, dalle “bande” al procurarsi una mala reputazione. Milano mi ha aiutato a crescere, ritengo sia una delle città più “femminili” in assoluto, che conserva ancora quel gusto di una femminilità andata persa. Fra le città che amo di più ci sono Milano e Parigi. In proposito, amo fare questa distinzione che aiuta a capirne le differenze: Parigi è una donna bellissima che ti aspetta a gambe aperte e ti si concede subito, o quasi. Milano è una donna altrettanto bella, se non di più, che però ti aspetta a gambe accavallate. Tu la devi conquistare, con la volontà del più caparbio degli amanti, prima che queste gambe si dischiudano e decida di concedersi a te in modo estremamente femminile. Allora la senti molto donna e te ne innamori, solo che prima devi coltivartela, capire che gusti ha. Questo lo puoi fare anche attraversandola nei suoi momenti storici, nei suoi artisti. Non si può perdere il ricordo di Walter Chiari, Alda Merini o Primo Moroni. Pensare che Milano oggi sia solo Fabrizio Corona e Belen…!! Per me è un'altra cosa, è la Milano di Gaber, di Paolino Rossi, di Enzo Jannacci, di Beppe Viola, altro grandissimo riferimento di questa città . Oggi si potrebbe dire che è anche la Milano di Cinaski, allora ? Mi tocco!!! E aspettiamo di essere passato a una miglior vita...C’è anche Paolino però! (Rossi). Si è vero, allora possiamo dirlo, è anche la mia Milano. Sei molto presente e attivo nel web attraversi i social network come facebook, youtube, soundcloud. Com’è cambiato secondo te il modo di comunicare negli ultimi ann ? Io direi in positivo. L’arrivo dei social network, la possibilità di comunicare con una moltitudine di persone, è cosa estremamente positiva. Chiaro, lo devi fare con il criterio giusto. Parlando di social network, prima Myspace, oggi Facebook ed anche Twitter, non credo si tratti di un carnaio dove andare a caccia di organi genitali sia maschili che femminili, o di un arena dove guadagnarsi la scopata. Se usati con la giusta misura, per quanto mi riguarda, sono convinto che siano un modo di comunicare con più persone possibili, nello stesso momento. Se c’è chi si incurio-

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[ Musica ] sisce a quello che fai, se il tuo lavoro contempla un seguito, sono lo strumento migliore. Non devi stare lì a rispondere ogni giorno ad una mail di 20 mega. Lo fai con un solo click e comunichi con 4000 persone. Quando hai un pensiero da esporre usi il tuo blog. Se hai “novità”, delle quali vuoi rendere partecipe qualcuno, non devi aspettare che escano in negozio, le carichi su soundcloud. In questo caso, che sia un tuo brano, o una tua lettura, lo condividi in maniera assolutamente gratuita. La forza del web è il “free”...il free è libertà, gratis è ancora troppo limitante: libero è più bello!.. Quanto costa ?? Libero! Questo Taxi è libero? No… è gratis!! Dipende dall’uso che se ne fa. E’un regalo la tecnologia, un grande dono che abbiamo in questo paese. L’unico modo per ringraziare di questa opportunità, è usarla nel miglior modo possibile. Penso a un utilizzo socialmente utile. Si dovrebbe cominciare a fare discriminazione, la discriminazione dell’idiozia . Ci vuole poco, basterebbe prevedere un limite di età. Si potrebbe creare un social network solo per i ragazzini. Non dico di non volergli bene, ma quando rompono i coglioni ti mettono in una situazione di disagio. In genere, ad esempio, non accetto contatti con i gruppi musicali, perché penso mi scriverebbero solo in cerca di pubblicità, preferisco le persone singole che interagiscono sul social network. Per me facebook è il mio ufficio stampa. [ ]

“ Molte prigioni se l’è create l’uomo stesso, specialmente nel nostro paese. Una di queste è quella che io definisco “l’ignoranza sentimentale”, il rifiuto dei sentimenti. Non sono neanche nascosti, oggi proprio non si riconoscono più, sono diventati merce di scambio tanto quanto il corpo delle persone.”

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[ INTERVISTE ]

Nobraino di James Cook e Andrea Furlan

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Nobraino

sono un gruppo indie romagnolo con una spiccata predisposizione ai concerti dal vivo. Nel corso della lungo tour di presentazione del loro ultimo album “Disco d’oro”, abbiamo incontrato Lorenzo Kruger, il vulcanico frontman del gruppo, qualche settimana fa al circolone di Legnano. Gli abbiamo fatto alcune domande, prima di una entusiasmante ed esplosiva performance

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O-BRAIN-O (letteralmente "senza cervello")..il vs nome rivela una spiccata vena autoironica in che misura ascrivibile alle vostre origini romagnole ? Penso in larga misura. Siamo sicuramente debitori alla romagna di un certo modo di stare sul palco. Questa regione ha nel suo dna sicuramente l’intrattenimento, nel senso più tradizionale del termine, inteso come dedizione all’ospite. Su questo si basa la sua industria turistica. Noi, non volendo diventare camerieri, ma sentendo comunque questa predisposizione, l’abbiamo declinata applicandola al mondo dello spettacolo. I Nobraino nascono come squadra di basket nella romagna degli anni novanta. Quanto di quello spirito "giocoso" è rimasto nel vostro dna? Spero sia del tutto intatto. Noi abbiamo improntato il nostro show sulla fisicità. Sicuramente ciò che si suona e scrive occupa il primo posto, però noi siamo nati in un periodo abbastanza buio della musica live in Italia, alla fine degli anni 90. Cresciuti davanti a platee fiacche, la cui attenzione era ai minimi termini. Tant’è che, di lì a poco, si sono sviluppati myspace, la “rete” e tutto si è ravviato. L’istrionismo, che può essere innato, in noi si è acuito ai massimi livelli suonando nelle gelaterie e in tutti i baracci di periferia. Il nostro obiettivo è stato colpire il pubblico, smuovere l’attenzione verso quello che stavamo proponendo. Per questo lo spettacolo è diventato sempre più fisico. Essendo in cinque, per cui sul palco sono presenti 5 soggetti

che si muovono e hanno fra loro un’interazione forte, scattano un po’ le regole del gioco di squadra: ci si appoggia, ci si controlla, ci si osserva, si agisce in modo complementare. Volendo,si potrebbero anche definire degli schemi. Casualmente siete in cinque come nel basket… Casualmente…Eravamo in quattro poi il nostro trombrettista… Barbatosta quindi è ancora un aspirante o è diventato un membro effettivo del gruppo? Resterà aspirante ancora per molto. Il punto è che siamo un quartetto…Eventualmente, dovrebbe passare veramente tanto tempo prima che il mio cervello sia in grado di accettare l’idea che un quartetto possa diventare un quintetto. Effettivamente, Barba vorrebbe entrare nei Nobraino, però ha 10 anni meno di noi e non aveva mai suonato live prima. Uscito dal conservatorio ha incontrato noi, per cui direi che sta affrontando un periodo formativo. Io sono molto fatalista, potrebbe succedere di tutto…e poi, non è il caso di dire che i Nobraino sono in 5, quando in realtà Barba è un ragazzo. Da quanto tempo suona con voi ? Questo è il terzo anno. Però magari, chissà, in futuro si sposa con una svedese…sicuramente non ha ancora sviluppato una vocazione completa. I fan chiedevano chi fosse Barba ed allora abbiamo dovuto verbalizzarne la presenza.

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|photograph by Kiaris

[ Musica ] Amate definirvi dei rockettari che non fanno moderno, non sono avanguardia e non tendono ad un genere ben definito. Come potremmo quindi riassumere il vostro universo musicale ? E’ abbastanza improbabile che io abbia rilasciato questa dichiarazione. Non so mai cosa rispondere quando ci chiedono che genere proponiamo esattamente. In fin dei conti, mi sembra ci sia qualcosa di ascrivibile al rock folk italiano, o qualcosa del genere. Certo abbiamo fatto dell’ecletticità una nostra cifra, ci sentiamo abbastanza liberi di utilizzare uno standard piuttosto che un altro. Raramente eseguiamo proprio un pezzo con il “colore” tipicamente nobraino, ci piace un po’ divagare, quindi tendo a non definirci, a non farlo mai. "Ogni disco porta il seme di un brano che sarà nel prossimo"...ci puoi spiegare più ampiamente questo concetto ? Ci dedichiamo ad un esercizio costante che consiste nel lasciarsi andare, nel proporre cose diverse. 50-60-70 pezzi scritti sono tutti diversi tra loro, anche se nel complesso alcuni assomigliano ad altri. Cosi si sono generate delle piccole correnti: nell’ultimo disco si ascoltano pezzi che assomigliano a brani del disco precedente e così via… sonorità diverse vengono portate avanti tutte insieme, creando una traccia magari non ben definita, molto più ampia, più difficile da collocare, che però c’è… Qual'é il vostro rapporto con il mondo cantautorale ? Io mi sento e definisco autore, m’infastidisco quando non mi viene riconosciuto di esserlo. In questa categoria si considerano persone che scrivono pezzi decisamente inferiori ai miei, per cui l’argomento mi crea irritazione. Noi siamo una band e le band per una questione formale non “rientrano” nella classificazione autorale, già lì sono un po’ fregato. In più, forse, aggiungiamo che presentiamo degli show spinti, magari un po’ eccessivi... "Disco d'oro" sembra un riferimento ironico alla situazione attuale del mercato discografico. Giusto?! Disco d’oro può essere anche quello. Quando si mette a punto un’opera, ci si riserva come ultima chance quella di fare qualcosa di artistico scegliendo un titolo bello, suggestivo, che stimoli la mente di chi lo legge e di chi si accosta al disco stesso. Tutte le volte vogliamo proporre un titolo che possa far discutere, che “faccia il suo gioco”, e questo, secondo noi, lo fa… Avete definito questo lavoro "il primo album davvero nato in studio"...si tratta quindi di un passaggio verso una maturità artistica ? Diciamo che è nato un po’ più sui palchi, piuttosto che in sala

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[ INTERVISTE ] prove. Il primo disco dei nobraino “The best of nobraino” era stato concepito in studio. Però quasi non lo consideriamo parte del nostro attuale percorso, perché quando lo abbiamo registrato non eravamo molto attivi sul versante live. Ci sentivamo ancora legati a quel modo di creare, di registrare un bel disco, spedirlo a tutti ed aspettare che succedesse qualcosa.. ma siamo rimasti delusi, abbiamo sbattuto il muso. Quindi, ci siamo accorti che non potevamo più stare a casa ad aspettare che il disco fosse prodotto o promozionato da qualcuno, siamo partiti a fare live da soli. All’interno della carriera dei Nobraino, che parte praticamente dopo il primo lavoro, il “Disco d’oro” è stato un voler ritornare ad incidere un disco. Abbiamo fatto pace con l’idea degli album realizzati bene, abbiamo voluto crederci una seconda volta. Fra queste due scelte c’è stato il live al Vidia, una cosa inascoltabile, e il cd di Canali, un lavoro veramente cotto e mangiato. Canali ha fatto proprio una polaroid dei Nobraino,“Disco d’oro” è invece una foto di studio con tanto di fotoritocco e tutte le luci ben posizionate… Suonate insieme da una decina d’anni. Come si è evoluta la scena musicale in questo periodo ? Il live è diventato di nuovo magicamente, e tra l’altro ovviamente, una importante componente del mercato musicale. È un’ovvietà ire che la musica suonata rappresenti il mercato della stessa, eppure per tutto il periodo al culmine degli anni ottanta, venivano spese cifre folli per produrre un disco ed un video…modalità che adesso, a causa della crisi economica mondiale, si sono ridotte. In quegli anni tutte le attività erano vittime di bolle speculative, compresa la discografia, che, successivamente si è trovata a rivaleggiare con internet, gli mp3, etc..che hanno falsato ulteriormente il mercato. Se poi aggiungiamo che i beni di lusso sono stati i primi a risentire della crisi…Il sopraggiungere della povertà, come sempre nella storia, ha ripristinato condizioni di vita più vere e naturali. La musica va vissuta live, musicista è chi sta sul palco a suonare, non l’artista che se ne sta seduto in uno studio… Mozart scriveva, però la musica a volte la suonava, non era lì a farsi vento con gli spartiti… Sappiamo che l’atmosfera live è quella che preferite. La vostra fama di “animali da palcoscenico”, è stata alimentata dall’esibizione in diretta rai del primo maggio. Che impatto

emotivo avete avuto con la folla oceanica di piazza San Giovanni ? In questo caso l’impatto emotivo era abbastanza improbabile, nel senso che la distanza effettiva, anche dalle primissime persone lì davanti a te, si fissava fra i 15-20 metri. Lo sapevo perché ero già stato al primo maggio, sia tra il pubblico che nel backstage. Era quindi impensabile che anche solo per un minuto si riuscisse ad attirare l’attenzione di tutta quella massa. In realtà ti trovavi davanti mezzo milione di villeggianti, gente che beve birra e gioca a freesbee. Proprio l’ultimo dei loro pensieri era rivolto a chi si esibiva sul palco in quel momento, soprattutto alle cinque del pomeriggio, ne ero del tutto cosciente. Per scacciare un po’ il panico che comunque può creare la vista di una folla oceanica, siamo arrivati due giorni prima, e durante tutto quel tempo, abbiamo orbitato e vissuto il palco con la piazza vuota, per cui quando è iniziata ad arrivare la gente, erano le persone a venirci incontro e non noi a salire sul palco. Il video di Bademeister è stato girato sulla spiaggia di Riccione con la tua regia, Quanto vi siete divertiti a farlo ? Molte volte sono perplesso perché forse ho fatto degli errori di comunicazione. Gli ultimi video dei Nobraino li ho sempre curati io e questo ha avuto più critiche che complimenti…Al momento giriamo video a costi risibili, con un budget di solo qualche centinaio di euro. È quello che dicevamo prima, la discografia adesso va gestita in un altro modo. Sono sempre stato un amante dell’arte visiva, per cui cerco di combinare qualcosa in quella direzione… Manuele Fusaroli mi sembra abbia fatto un buon lavoro sul “Disco d’oro”, senza peraltro snaturare il vostro “marchio di fabbrica”, quello di non avere un preciso filo conduttore… Sicuramente ogni artigiano, ogni artista ha un suo modo di lavorare, di creare effetti e magie. Fusaroli ha applicato questa abilità alla nostra musica, enfatizzando ciò che era da enfatizzare. Io sono soddisfatto, mi piace moltissimo, fra l’altro, come suona la voce in questo disco. Manuele ha una dimestichezza, una padronanza dello spazio, tale da riuscire riesce a creare ambienti molto ampi, tridimensionali, gestendoli davvero bene. Il lavoro ci è talmente piaciuto che il titolo è stato deciso quando avevamo in mano tutto il materiale. Eravamo gasati, per questo è uscito il nome “Disco d’oro”. [ ]

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[ Musica ]

matteo Toni di James Cook

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atteo Toni

è un cantautore diverso. Il suo disco d’esordio “Santa Pace” è delicato ed avvolgente, incendiario e ritmato. Il suono della sua chitarra weissenborn, sostenuto dai tamburi di Giulio Martinelli, è qualcosa di unico nel panorama italiano. Se a questo elemento si aggiunge la capacità di scrivere dei testi intensi e un canto insolito di respiro internazionale, siamo certamente di fronte ad una delle più belle sorprese di questo 2012. Lo abbiamo incontrato al Magnolia di Milano in una fredda serata di novembre e, prima del suo concerto, gli abbiamo rivolto alcune domande in una piacevole ed informale chiacchierata.ed informale chiacchierata.

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atteo, parlaci un po’ di te… Fino a qualche anno fa ho cantato in una band, a mio avviso molto interessante, che però non ha avuto uno sviluppo discografico: si chiamava Sungria. Eravamo un gruppo numeroso con sonorità più funky reggae, i pezzi nascevano in jam session in sala prove. Piano piano, dopo già diversi anni che suonavamo insieme ed un paio di tentativi discografici alle spalle, è maturata la decisione di lasciarci, anche perché, nel frattempo, avevo rispolverato la mia chitarra. Iniziavo a scrivere canzoni alla vecchia maniera, che in realtà per me era nuova, vale a dire chitarra e voce. Sei un viaggiatore del mondo. Cosa ti ha spin-

to ad iniziare il viaggio e quale luogo ha influenzato maggiormente la tua creatività ? Viaggiare credo sia un’attività che piace a molte persone, quasi a chiunque. Tra le mie destinazioni preferite molto spesso ci sono località di mare o paesi circondati dal mare. E’ una mia passione legata anche alla pratica di attività acquatiche a livello sportivo ed un simbolo piuttosto ricorrente nei brani che scrivo. La vita mi ha spinto a fare il primo viaggio, ci prendi confidenza, ti piace… credo non esista attività più interessante per conoscere persone. Puoi osservare il mondo, confrontarlo con la realtà che vivi, attingervi ispirazione e, alla fine, ti ritrovi a dire: “che fortuna

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[ INTERVISTE ] una rilevanza importante. Partire da un gruppo abbastanza numeroso ed arrivare ad una formazione di due persone, dove i brani sono accompagnati solo da chitarra e batteria, disposti sul palco uno di fianco all’altro. Com’è avvenuto questo passaggio? Il passaggio è stato assolutamente naturale, perché probabilmente dovuto ad un’ esigenza personale di staccarmi da una struttura un po’ pesante e lenta, in cui le idee che avevo in testa correvano molto più veloci di quello che riuscivamo a realizzare. Quando lavori con tante persone è d’obbligo restare aperto al confronto, ma spesso ti rendi conto che tu, in realtà, corri più veloce degli altri. Il che non vuol dire fare meglio, ma semplicemente seguire una direzione diversa. Da qui l’idea di partire da solo, per poter realizzare canzoni in modo estremamente semplice, ma per me c’era tutto: tre accordi di chitarra, una voce, una lirica cantata, non mi serviva nient’altro. Con Giulio (Martinelli) ci siamo incontrati qualche tempo dopo che il progetto era iniziato. In verità, il nostro percorso comincia come trio, c’era anche un basso. Successivamente ci siamo resi conto che il mio modo di suonare la chitarra è piuttosto “bassistico”. Abbiamo pensato che proporci in due fosse più incline all’idea originale di Matteo Toni e molto più dinamico, specialmente dal vivo. Bisogna fare i conti con la realtà: presentarsi davanti a un pubblico solo chitarra e voce, soprattutto in certi club, è un disastro, vieni sovrastato. Giulio arriva da una formazione principalmente funky, per cui unire dei componenti groove ad una chitarra slide, ci è sembrato un ottimo connubio.

|photograph by Thomas Maspes

ho avuto nel visitare certi luoghi ed acquisire certe conoscenze, piuttosto che rimanere invece in una piccola Modena”. Non c’è un luogo in particolare che mi abbia influenzato. Da ogni viaggio ho sempre portato con me qualcosa che poi ho infilato in qualche pezzo, sia dal punto di vista musicale, che delle liriche. Dovessi proprio dirtene uno, il viaggio della vita, penserei all’Australia. Ci ho vissuto tre mesi, una decina di anni fa. Lì ho incontrato anche Xavier Rudd prima che diventasse un fenomeno mondiale. Sono abbastanza legato a questo tipo di cantautorato internazionale molto musicale, in cui le liriche non sono una componente fondamentale, mentre il groove e il ritmo hanno

La tua sonorità è singolare, perlomeno in Italia. Nella tendenza a classificare, alcuni accostano il tuo nome a quello di Ben Harper. Cosa ne pensi? La prendo con ironia. Premetto che Ben Harper è un titano, una figura leggendaria, ormai si è guadagnato un posto di primo piano nel mondo della musica. Ho massimo rispetto verso questo musicista incredibile. Purtroppo però, seguendo questo ragionamento, chiunque imbracci una fender stratocaster dovrebbe essere assimilato a Jimi Hendrix, ma non è così…La slide è uno strumento poco diffuso, quindi i riferimenti sono pochi per i più. Poi magari se vai a curiosare, scopri tanta gente che suona questo strumento in maniera favolosa. Ho preso la mia strada e in real-

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[ Musica ]

tà, se uno ci entra dentro, si rende conto che si tratta di un suono, un mood diverso che vogliamo trasmettere. Ben Harper ha una band, una melodia più rhythm’n’blues, più funky, ma sarebbe sciocco negare che anche per me è stato un punto di riferimento. Se qualcuno vede in me un Ben Harper bianco un po’ mi inorgoglisce…anzi, mica tanto un po’… La realizzazione del disco è stata caratterizzata da numerosi ritardi ed imprevisti, cambi di location e di programma, per un’attesa durata molti mesi. Cos’è successo ? E’ stato un percorso lungo perché siamo rimasti in due dopo essere partiti come trio. Io (Giulio) non avevo mai suonato senza basso e questo, ad una batterista, fa mancare un importante punto di riferimento. Riproporre in due pezzi che avevamo già suonato in trio, anche dal punto di vista dell’arrangiamento, ha comportato un lavoro davvero lungo. Ci siamo presi un periodo di ritiro spirituale, siamo andati una settimana in collina e da quell’esperienza è uscita la preproduzione. Da lì alla registrazione poi sono accaduti diversi intoppi personali. Il disco fondamentalmente è stato realizzato in tre: noi due e Antonio “Cooper” Cupertino, ai pomelli e alla produzione artistica, che attraversava un momento personale difficile. Aggiungiamo poi una nevicata tra le più incredibile degli ultimi anni e tre terremoti. Per queste circostanze, difficilmente

riuscivamo a restare concentrati tutti e tre contemporaneamente sul progetto. Per contro, abbiamo avuto molto tempo per riascoltarlo, correggere il tiro e digerirlo. Questo cammino complicato alla fine, si è rivelato molto positivo, nel disco si sentono queste sofferenze e siamo fieri del risultato raggiunto. Il ruolo di Cooper nel tuo lavoro. Era il fonico nell’ep prodotto da Umberto Giardini ed è diventato il produttore di “Santa pace”… Con Cooper c’è un’affinità personale incredibile che nasce da un bellissimo rispetto dal punto di vista professionale. Oltre a tutto questo, ci unisce una comunione dei gusti musicali. Credo che il buon risultato ottenuto lo si debba anche al suo lavoro. Ha potuto dare libero sfogo alle sue preferenze, soprattutto sonore, e noi, con lui, abbiamo creato senza restrizioni. Mi ha molto incuriosito il tema di “Bruce Lee vs. Kareem Abdul-Jabbar”. Il video è di forte impatto, ma esattamente di cosa si parla nel brano ? Tendenzialmente preferisco che ognuno lo interpreti secondo la propria sensibilità. E’ una metafora dell’eterna lotta dell’uomo per l’esistenza. Il titolo deriva da un famoso film, “l’ultimo combattimento di Chen”, mai finito di realizzare a causa della morte del protagonista, Bruce Lee. E’ nato quasi per caso, in realtà lo trovavo particolarmente simbolico e mi piaceva che,

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[ INTERVISTE ]

Che ruolo ha avuto la collaborazione con Umberto Giardini nell’evoluzione del tuo percorso artistico ? L’incontro è stato casuale: ad un secret concert organizzato da amici ci siamo trovati a suonare insieme. Iniziato con un rispetto professionale reciproco, si è trasformato in amicizia. Dopo poco, siamo entrati in studio insieme perché a lui piacevano i nostri lavori. Umberto ha portato la sua esperienza e il suo metodo meticoloso. Giardini è una persona molto generosa: ci ha regalato un pezzo da inserire nell’ep e ci ha fatto conoscere Cooper. Dal punto di vista sonoro non ha dato una grossa impronta, scegliendo di rimanere abbastanza asettico nei confronti dei brani. Cosa che invece non è avvenuta con questo album, in cui abbiamo dato maggiormente sfogo alla nostra creatività. E’ bello che ci sia anche l’impronta di Cooper, estremo nell’arrangiamento e nelle sonorità, più violento e più acido. [ ]

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Just kids

anche su consiglio di Giulio, diventasse il titolo del brano. Alla fine le liriche, le musiche ed il canto sono mie ma ci si confronta sempre, è più un lavoro di gruppo che da cantautore.


[ Musica ]

HONEYBIRD& di Alina Dambrosio

THoneybird&The Birdies

ra un fitting e un soundcheck, Monique Mizrahi degli si rende disponibile per noi di Just Kids. Sin dalle prime parole capisco che è un vulcano di energie positive, una di quelle persone che definiremmo un’Artista, nel significato più complesso del termine

|photograph by Starfooker

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a parola “bird”, che richiama poi il nome del vostro gruppo è ricorrente anche nei vostri testi. E’ un simbolo che vi lega? perché proprio “birdies” ? “Bird” sarebbe in italiano “uccellino”. Da moltissimi anni mi piace ammirare gli uccellini perché la mattina, appena svegli, cominciano a cantare d’istinto e questo lo trovo bellissimo. Ognuno di noi ha una voce e mi piace l’idea che quando si sveglia, si mette a cantare, ascolta la propria voce e le proprie idee senza inibizioni. Ho iniziato da sola, 10 anni fa, con il nome “Honeybird”. Da sei anni a questa parte siamo gli “Honeybird & The Birdies”, l’idea di “birdies” al plurale implica che altri “uccellini” salgano sul palco o collaborino con noi. Il“Bird-name” è davvero divertente e ci lega molto. La promozione del disco è stata fatta anche attraverso una sorta di flash mob che ha a che fare con uno dei molti temi presenti nell’album, ad esempio il video in cui distribuite preservativi al Vaticano. E’ stata solo una provocazione o volevate comunicare un messaggio ? Come ha reagito la gente ? E’ stata una buona idea, ha creato spunti di riflessione. In pratica io mi avvicinavo alle persone, scelte casualmente, e dicevo : “You should reproduce…If you want”, dando il preservativo. Vale a dire non è obbligatorio riprodursi, ci sono molti modi per fare l’amore, senza necessariamente procreare. Non si tratta di qualcosa che bisogna fare per forza. Si tratta di un gesto nato per far riflettere in generale su questo tema. La reazione più simpatica è stata quella di una suora che mi ha chiesto cosa fosse, io gliel’ho spiegato e le ho detto che poteva prenderlo, a dimostrazione del fatto che non ci dovrebbero essere tabù.

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[ INTERVISTE] [ INTERVISTE ]

&THE BIRDIES Viviamo tutti, per forza, un legame con il sesso. Anche se non lo pratichiamo, esistiamo proprio perché due persone hanno fatto sesso. E’ un atto molto presente oggigiorno, negare, ignorare è la cosa peggiore. Purtroppo il Vaticano non prende in considerazione quanto i preservativi possano salvare molte persone . Però questa non è stata l’unica interazione con la gente, e dicendo questo penso al concorso reproDance o CoProduce. Siete soddisfatti dei risultati e soprattutto ritenete sia importante il contatto con chi vi ascolta ? Si, importantissimo. Senza il nostro pubblico non siamo nulla, perché in generale la musica, l’arte, è fatta per esprimersi. E’ bella l’espressione “fatto da soli” e scriverei comunque i pezzi. Ma la risposta che riceviamo durante il live non è paragonabile. Un concerto non è solo fatto da chi suona, si sente molto quando il pubblico è presente e recepisce, c’è uno scambio davvero forte di energie che io adoro. Sono, e penso di parlare per tutto il gruppo, molto soddisfatta dei risultati. In generale c’è molta risposta. Per affrontare il costo di produzione abbiamo coinvolto 150 persone che hanno contribuito nel loro piccolo e non eravamo sicuri dell’esito fino alla fine. Per quanto riguarda il concorso di ReproDance ( che consiste nel reinterpretare il video di “to the earth’s core”) ci sono ancora due settimane di tempo, le persone sono un po’ timide e inibite, però nutro grande speranza che ancora qualche video di ballo arrivi. Con i temi affrontati dimostrate di avere una particolare attenzione per il mondo che ci circonda, non soffermandovi solo sui temi legati all’Italia, ma anche su temi sociali internazionali, di cui magari si parla e si conosce poco. Corrisponde ad una vostra visione del mondo, dovuta alle vostre provenienze differenti, in particolare ai tuoi viaggi? Questa internazionalità si riflette anche nelle sonorità grazie all’uso di strumenti non usuali , quanto ha influito nella “costruzione” del vostro disco ? Sicuramente viaggiare mi ha aiutato ad aprirmi sempre più. Lo strumento che suono principalmente è il

charango. Ho imparato ad usarlo quando sono stata in Bolivia 6-7 anni fa. In Bolivia l’80% della popolazione è indigena. E’ stata un’esperienza molto bella, ho potuto acquisire un’altra visione, un altro modo di vedere e approcciare la terra, di vivere le festività e non solo. Sono cresciuta e cambiata molto. Poi ho vissuto un’esperienza al Foro Sociale Mondiale, dove ho conosciuto altre culture, anche musicali. In generale i viaggi hanno contribuito tanto alla mia maturazione, anche a livello di autrice di testi. Nell’ultimo album c’è tanta ricerca dietro ogni scritto. il bello è trasmettere qualcosa oltre un semplice commento. Non si tratta solo di viaggiare fisicamente, certo credo sia importante, ma è sufficiente anche conoscere e informarsi. Mi ha colpito molto la leggerezza e la serenità che mi trasmettono le melodie e l’importanza dei testi, c’è stata una motivazione particolare dietro questa “discordanza” ? Ottima domanda. Abbiamo scritto tutti insieme la parte musicale, anche se all’inizio avevo solo un’idea embrionale nella mia testa. C’è molta emozione nel cantare, nel dire certe parole senza necessariamente e letteralmente doverle esprimere allo stesso modo anche in musica. Vale a dire che non è detto ci debba essere corrispondenza tra un testo dai contenuti forti e la musica che lo accompagna. Penso per esempio ad un regista, Akira Kurosawa, che ha fatto molti esperimenti in cui la melodia che accompagnava un’immagine era totalmente discordante. Lo trovo stimolante, ti fa riflettere ancor meglio. Più che intenzionalmente, per scelta prestabilita, sono cose che nascono “a forza di fare” in modo quindi non premeditato, ma spontaneo. Nelle strofe di “Perejil”, ad esempio, sento di trasmettere un messaggio forte, soprattutto nella parte centrale, sembro quasi arrabbiata. [ ]

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[ Musica ]

LIVE REPORT HONEYBIRD&THE BIRDIES @LANIFICIO 159 - ROMA

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Novembre 2012, il Lanificio 159 sembra quasi una factory nostrana. Durante la serata si esibiscono alcune tra le migliori bands del panorama musicale emergente, dislocate tra i due piani dell’edificio. In apertura la nuova scoperta indie Maria Antonietta, a seguire gli Eva Mon Amour, Honeybird&The Birdies, il Triangolo e infine Iori’s eyes. Passare da un concerto all’altro è come entrare ogni volta in un locale differente, con un clima del tutto particolare. Da un’atmosfera intimista durante il live di Maria Antonietta, alle ballate che ricordano uno dei più grandi artisti italiani, Rino Gaetano, con gli Eva Mon Amour. Alle 00.30 tocca agli Honeybird&The Birdies che presentano il loro nuovo disco You Should Reproduce. La scenografia è tutta un dire: ad un tratto ci ritroviamo catapultati sulle spiagge hawaiane: i Birdies, si presentano coloratissimi e con vestiti ricavati da loro vecchi abiti, sempre in tema di riciclo. “Dovreste produrre musica, arte, poesie!”, è questo l’invito con cui Monique Mizrahi apre il concerto, dopo aver raccontato l’ormai famoso aneddoto della sua ginecologa. In un’ora di musica si tocca ogni angolo di mondo: un club parigino con La bête mouffette, i sobborghi metropolitani di Where d'ya live yo (in cui Charango, basso e batteria si accostano armonicamente), il centro della terra (To the earth’s core) e le spiagge californiane (Swimming underwater). L’impegno civile degli Honeybird&The Birdies è ribadito anche tra l’esecuzione di un brano e l’altro. Ricordano i femminicidi, inscenando un piccolo spettacolo per introdurre Perejil, distribuendo appunto il prezzemolo in una danza rituale e si dicono vicini alle persone colpite dall’uragano sulla costa orientale americana (East village). Il messaggio che traspare è la solidarietà oltre che il cosmopolitismo della band. Non deve trarre in inganno la dolcezza che permea l’intero album. Di fatto gli Honeybird, da piccoli uccellini, sul palco si trasformano. Dimostrano di essere veri animali da palcoscenico, all’altezza dei migliori gruppi rock and roll, suonando charango e percussioni varie, anziché chitarre elettriche e batteria. [ ]

|photograph by Starfooker

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[ INTERVISTE ]

zerocall di Alina Dambrosio

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e avete nostalgia di spalline esagerate, capelli cotonati e vestiti sgargianti, allora vi serve un tuffo negli anni ’80. Se abitate a Roma o dintorni, vi consiglio la serata ”Party monster & a taste of 80s” nel cuore di Rione Monti, in uno dei locali più underground di Roma, il Radio Café. Proprio in questo contesto, Just Kids ha incontrato un duo umbro, gli .Andrea Possiedi e Francesco Federici, che si discostano da quello che propone la moda musicale alternativa. Abbiamo assistito al loro live tra un pezzo dei Depeche mode e uno di Billy Idol, compreso qualche sprazzo di anni 90. Gli Zerocall, suono electro dalle influenze dark e new wave, ci propongono il repertorio del loro Ep, A struggle between right or wrong, contenente 6 brani scaricabili in free download

Zerocall

|photograph by Raffaele Cinotti

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|photograph |photographby bySilvia SilviaCeracchini Ceracchini

[ Musica ]

All’attivo da poco tempo, avete però avuto modo di confrontarvi con quello che bolle nel panorama musicale italiano. Il vostro genere da noi è poco sperimentato, secondo voi perché ? F: A livello musicale, secondo noi, ci ritroviamo in una realtà molto arretrata rispetto a quella europea e mondiale. Se, ad esempio, confrontiamo gli artisti pop che funzionano in Italia con quelli a livello mondiale, troviamo un abisso. Per quel che riguarda il nostro genere, nell’ambito della musica elettronica, vale lo stesso discorso. Tante volte, quando cerchiamo di procurarci delle serate,ci dicono: “ah no i dj, non li vogliamo!” non capendo che il nostro, è un concetto leggermente diverso dal dj, dal momento che suoniamo dal vivo determinati strumenti.

Starquake records, etichetta di Torino, che invece è molto sulla nostra lunghezza d’onda. E’ stata una bella liberazione sapere che c’è gente in Italia che coltiva e cerca di far conoscere questo genere.

Quali differenze avete notato tra il pubblico italiano e quello europeo ? A: Abbiamo notato molto la differenza, ce ne siamo resi conto dopo aver fatto due mini tour in Inghilterra. Il pubblico inglese ascolta con molta più attenzione quelle che sono sonorità sperimentali. Infatti, non per niente, da quando è uscito il disco, abbiamo all’attivo 8 date in Inghilterra e 2 in Italia.

Rimanendo ancora in ambito discografico, sempre più album sono messi in download su internet (anche il vostro). Quanto contribuisce questo alla popolarità dei gruppi? E quali svantaggi comporta ? F: Svantaggi non credo. Un artista emergente deve utilizzare per forza internet per potersi presentare. Il nostro ne è un classico esempio: siamo usciti tramite la nostra etichetta in free download, anche perché se avessimo proposto il nostro cd nell’oceano di Itunes, é chiaro che nessuno avrebbe mai scaricato la nostra musica. In un mese abbiamo raggiunto sui 3-4000 download, indubbiamente il nostro nome ha girato, i cd li vendiamo durante i live. Per un artista emergente internet è l’unica via. A:Per il genere che facciamo il prodotto “materiale” è molto importante. Avere un vinile, un ep, una demo è bello perché c’è sempre il discorso della fisicità, che può rappresentare un’immagine, uno stile. Internet, al momento torna comodo, fa la sua parte .

Avete trovato degli ostacoli o una sorta di indifferenza nei vostri confronti da parte della discografia ? A: Da parte di molte etichette sì, non hanno accolto come ci aspettavamo il prodotto. Parlo di etichette che pensavamo apprezzassero quel tipo di sonorità, ma non è stato così. Poi, fortunatamente, è arrivata la

Il vostro disco è un bel bigliettino da visita. Qual’ è stata l’idea embrionale che vi ha portato a partorire un disco così denso di atmosfere new wave ? A: Siamo partiti dalle nostre comuni ispirazioni musicali, che fino a qualche anno fa erano prettamente rock. Facevamo parte di un progetto indie rock, che

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[ INTERVISTE ] ha avuto la sua fetta di popolarità nel centro Italia. Abbiamo coltivato tutte quelle che sono le passioni del genere. Poi, personalmente, mi sono avvicinato all’elettronica a partire dai Royksopp, che comunque mi ispiravano, un po’ rock e un po’ elettronici. Francesco mi è venuto appresso, in quanto apprezzava molto e prima di unirsi al nostro gruppo faceva djset. Cercavamo qualcosa di originale da proporre, ci siamo resi conto che la cosa poteva funzionare. Le nostre ispirazioni principali sono Justice, i classici Daft punk, insieme al regresso new wave, da cui deriva inconsciamente la vena dark .

obbligati a fare delle scelte. Infatti la traccia “say hello to devil”, legandosi al concetto espresso nel titolo, si rifà al discorso che a volte giungiamo a compromessi non sempre leciti . Il nuovo singolo è una sorta di mosca bianca, la base era pronta da tempo, cercavamo una linea vocale che non usciva. Dopodiché abbiamo conosciuto un ragazzo di Londra, Stuart O’Connor, al quale abbiamo mandato questa base, e lui ci ha rispedito il tutto pronto.

Questa collaborazione porterà a un nuovo album? Altri progetti per il futuro? F:Volevamo farlo uscire come singolo, perché non E’ stato decisivo l’uso del synth nella costru- rientrerebbe nel messaggio del prossimo Ep. Forse zione dell’album ? stamperemo dei vinili, per ora stiamo già lavorando F:Tutto è ruotato intorno ai synth, gli altri strumenti sul nuovo materiale, sarà un album sulla scia dell’ultisono arrivati in un secondo momento. I synth analo- mo concluso. gici anni ’80 e i plug-in rigorosamente da quell’epoca sicuramente sono stati fondamentali. Quindi non ritornerete all’indie? Da poco è uscito il singolo di una vostra collabora- A: No no assolutamente , ormai siamo collocati in zione, per alcuni tratti differente dal vostro album, mi quest’ambito. Noi preferiamo suonare live e far capire riferisco al testo presente nel nuovo singolo “This col- che abbiamo il nostro perché. Soprattutto vorremmo lege year” e all’assenza di testo, se non qualche in arrivasse al pubblico che non si tratta né di un djset qualche ritornello, nell’album. né di una live band. Si tratta di una cosa ibrida, che dal vivo produce un bell’impatto. [ ] Quanta rilevanza hanno le parole o sono un modo per utilizzare la voce come strumento? F:L’Ep, dal titolo “a struggle between right or wrong” manda una sorta di messaggio, parla della lotta continua tra quel che è giusto e quel che è sbagliato. La voce è presente solo per parafrasare la musica. Abbiamo scelto questo titolo perché rappresenta la battaglia che ognuno di noi combatte tutti i giorni. Siamo

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[ Musica ]

kafka on the shore beautiful but empty (La Fabbrica/Venus 2013) di Thomas Maspes

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rendete un siciliano, un americano e un tedesco. No, non preoccupatevi, non ho nessuna intenzione di raccontarvi la solita barzelletta idiota. Anzi, iniziando da quell’incipit è possibile solo raccontare una bella storia, che parte dalla Sicilia il giorno in cui Vincenzo Parisi, un brillante pianista con un’educazione classica, decide di migrare a Milano. Giunto nella stimolante metropoli sente che il suo pianoforte ha bisogno di una bella sterzata, perché nonostante Rachmaninov e Ravel siano indubbiamente dei geni, la voglia di sperimentare e di contaminarsi prende il sopravvento. Incontra Elliot Schmidt un cantante americano con origini pellerossa; un batterista tedesco, Daniel Winkler, che ha nel sangue un ritmo decisamente poco kraut e molto black; e alla fine si unisce anche tale Freddy Lobster, un chitarrista molto creativo e dallo stile decisamente personale. La scelta del nome della band poi non avverrà in maniera casuale. La loro musica infatti cerca di riflettere lo stile dello scrittore giapponese Murakami, continuamente sospesa fra sogno e realtà, immersa nella concretezza di un suono corposo, terreno e palpabile, ma anche carica di fantasia e colore. Il pianoforte indiavolato di Parisi è sempre in primissimo piano, ma è la compattezza della band che colpisce già al primo ascolto. La voce di Elliot, profonda, decisa e grintosa, dona al disco una verve speciale, riuscendo a donare alle canzoni un ca-

rattere quasi “piratesco”, trasportandole letteralmente verso lidi che puzzano di whiskey e di notti che non hanno mai fine. Inserito il cd nel lettore e schiacciato il tastino play, la prima impressione è quella di essere al cospetto di veterani della musica rock, mentre la realtà è che la band è al proprio debutto discografico. Suonano sempre compatti e con le idee molto chiare, nonostante le spiccate personalità di ognuno. Le influenze musicali sono molteplici: qualcosa nell’uso delle tastiere ricorda il Ray Manzarek dei mitici Doors; c’è un pizzico anche dell’irriverenza e della genialità del maestro Zappa, e sicuramente anche certi album storici come Ziggy Stardust o, per rimanere più vicini alla nostra epoca, il primo disco dei Gomez non sono affatto passati inosservati dalle loro parti. Dicono che dal vivo siano strepitosi. A questo punto non bisogna far altro che monitorare gli eventi nella propria città, aspettando il momento che questi quattro creativi musicisti decidano di attraccare per una notte sulla vostra riva: sapranno certamente incendiarvi con la loro esplosiva ed originalissima carica musicale. [ ]

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KAFKA ON THE SHORE - BEAUTIFUL BUT EMPTY 1. Berlin 2. Moon palace 3. Bob Dylan 4. Bacco 5. Lost in the woods 6. Venus (feat. Chiara Castello of 2Pigeons) 7. Airport landscape 8. Lily Allen in green 9. Campbell’s 10. Walt Disney part I 11. Walt Disney part II


[ RECENSIONI ]

ANCIEN REGIME THE POSITION di Alina Dambrosio

R

icordo perfettamente la prima volta in cui ho sentito parlare degli Ancien Régime ed è stato esattamente al concerto dei Clan of Xymox, per cui aprivano. In quell’occasione tutti erano in trepidante attesa per cullarsi in tenebrose danze, ma come poche volte accade, il pubblico era entusiasta anche per la band d’apertura. Da allora mi è capitato varie volte, ripenso all’apertura alla data dei Two Door Cinema Club a Roma. Insomma questi ragazzi si sono fatti conoscere già prima del loro album d’esordio. Sono stati, infatti, tantissimi i tour in giro per l’Italia con band del calibro di Is Tropical, The Soft Moon e progetti paralleli, come nel caso della presenza di due elementi nella formazione live de I Cani. Abbandonato l’indie rock, gli Ancien Régime riabbracciano il loro genere, riallacciandosi nostalgicamente, come già ci è suggerito dal nome, a un’epoca passata, a una tradizione musicale di nicchia (e anche per questo ci piace) che però ha fatto storia nell’universo musicale, lasciando il segno. The Position firmato Jestrai Records ci cala fin dal primo brano “Brief Encounter” in atmosfere dark new wave rigorosamente anni ‘80. Negative è il singolo con cui è stato lanciato l’album, che può essere considerato il concept di questo progetto, richiamando tutta la scia più oscura della new wave dai Depeche Mode ai Clan of Xymox, spaziando tra l’electro dark (When They Fall tra tutte) e il synth pop (in “No lights”). Gli amanti delle sonorità di questo genere riconosceranno in Corruption note e stile propri di Stripped (per menzionare uno dei tantissimi brani della storica band, i Depeche Mode). La voce dura e allo stesso tempo calda lascia il segno e diventa un’etichetta di garanzia del gruppo. Rimanendo nell’atmosfera dark troviamo

(Jestrai, 2012)

la quinta traccia “Polidori”, il cui titolo si riferisce allo scrittore e medico britannico, nonché segretario e medico personale del poeta George Byron. John Polidori è famoso per aver scritto Il vampiro, il primo racconto della letteratura moderna su questa creatura leggendaria. Tra tutte le band a cui s’ispira il gruppo, non si possono non menzionare I Cure, la cui influenza si fa più forte in Pictures, nonostante la voce ricordi un più giovane Dave Gahan. L’armonia, a differenza di alcune tra le più importanti band dark, lega tutti i pezzi di The Position, mentre gli accordi iniziali di The incident non possono che ricordare, almeno in parte, Disorder dei Joy Division. La cupezza con gli Ancien Régime prende ritmo, animata dall’utilizzo di una strumentazione d’annata, colpi di batteria si fondono con tastiere e synth, il tutto condito da riverberi e delay. ‘The Position’ è stato registrato presso lo studio ‘Hell Smell’ di Roma, dove è stato anche mixato dal fonico Alessandro Gavazzi. La copertina dell’album ritrae una battuta di caccia, il cui progetto grafico è stato curato dal cantante del gruppo Valerio Bulla (bass/vocals), anche autore della maggior parte dei testi. Il resto del componenti della band è costituito da Angelo Stoikidis(guitar),Gino Maglio(synthesizers) e Domenico Migliaccio (drums). È stato, anche, realizzato il vinile in tiratura limitata, rilasciato dalla Mannequin. Gli Ancien Régime sono nel loro piccolo quello che oggi ci propone la musica dark e new wave, unendo armonicamente la tradizione del genere alla loro personalità. [ ]

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ANCIEN REGIME - THE POSITION 1. Brief Encouter 2. Negative 3. No Lights in the Elevtor 4. Corruption 5. John William Polidori 6. Pictures from Behind 7. The Incident 8. When They Fall 9. Heisenger 10. Outer Space


[ Musica ]

ALESSANDRO GRAZIAN ARMI

(Ghost records/Venus, 2012)

di Alina Dambrosio

I

migliori dischi sono quelli apprezzati a un secondo ascolto. Quando un disco è apprezzato totalmente dal secondo ascolto in poi, significa che è un disco complesso, farcito, da riscoprire e cogliere tutti gli aspetti ad ogni riascolto. Armi, terzo album del cantautore padovano Alessandro Grazian, si colloca in questa categoria. Quest’ultimo lavoro, uscito il 5 ottobre scorso per l’etichetta Ghost records / Venus, vede la luce a distanza di tre anni dall’ep “L’abito” e la collaborazione di Leziero Rescigno degli Amor Fou, che ne cura la produzione artistica insieme al cantautore. “Armi”, il brano d’apertura, ricorda per lo stile in qualche modo i primi CCCP di Fedeli alla linea, per poi ammorbidirsi nelle strofe, costituendo quasi un manifesto del disco. L’atmosfera s’incupisce nel secondo brano “Soltanto io”, un brano intimistico, sofferente, accompagnato dal pianoforte, le cui note fanno assaporare sonorità alla King Crismon. In “Se tocca a te”, navighiamo in acque electro-pop, con un testo degno di nota “Sarà per il padrone a cui prometti grande disobbedienza/con tanta convinzione da passare inosservato/sarà per la buona cura della tua quintessenza/che consiste nel rinunciare a tutto quello che hai amato”. La tracklist è un sali-scendi di emozioni,

la gamma va dall’irruenza alla solitudine, senza mai rinunciare alla melodia, ma anche per brani come la ballata “Estate”, la malinconia primeggia. Con Armi, Grazian si abbandona ad atmosfere dalle tonalità new wave con sfumature psichedeliche e shoegaze, con chitarre e synth alla mano. I testi ricordano, in alcuni brani, la scrittura di Cristiano Godano così come per le atmosfere più raffinate. Quest’album è più rock rispetto ai precedenti e più consapevole, e questa consapevolezza è sottolineata dalle parole. “È una presa di coscienza che si trasforma in un atto di volontà e quindi in azione. L’azione si compie con delle armi e qui le armi sono quelle della volontà e dell’ispirazione.” In tutta quest’oscurità c’è un raggio di luce, intenzionalmente posto come brano finale, “Il Mattino”, che ci congeda con un appuntamento e un augurio “Buon anno, buon anno, buon anno…/Ti do appuntamento il 1° Ottobre/in Prato della Valle”. “Armi” è vivamente consigliato a chi si nutre di pane, musiche sporche e poesia. [ ]

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ALESSANDRO GRAZIAN - ARMI 1. Armi 2. Soltanto io 3. Se tocca a te 4. Estate 5. Nonchalance 6. Helene 7. Non devi essere poetico mai 8. Il mattino /////////////////


[ RECENSIONI ]

GLI SPORTIVI BLACK SHEEP

(Flue records, 2012)

di Alina Dambrosio

se è presente un’amara disillusione, un triste realismo nello descrivere la quotidianità delle relazioni, questo non significa che sia necessario piangersi addosso, ma “Black Sheep”ci invita quasi “arrogantemente” a riprende la vita in mano. [ ]

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li Sportivi: da un nome così familiare ti aspetteresti tutt’altro, magari uno dei soliti gruppi indie, che mai come ora sono disseminati nel panorama musicale alternativo/underground. Poi clicchi “play”, già durante i primi secondi ti chiedi “ma ho aperto la cartella giusta?”. Non c’è aggettivo migliore che “sorpresa…felicemente sorpresa” per descrivere la mia sensazione in quel momento e così decido di farmi travolgere dalla pecora nera . “Black Sheep”, registrato totalmente in analogico, è l’album d’esordio degli Sportivi, duo veneto composto da Lorenzo Petri (voce e chitarra) e Nicola Zanetti (batteria), uscito lo scorso 6 novembre. Chitarre deliranti, riff sporchi, voce graffiante e incazzata, sound anni ’70 trapiantato nel presente: 8 brani in perfetto stile rock and roll e blues, un binomio perfetto, a mio parere. I riferimenti possono essere tanti: dai Black Lips ai Black Angels (penso a “gimme gimme your hand”) o ancora alle ballate più sconsolanti dei Black Rebel Motorcycle Club, ai White Stripes di Jack White, ma non bastano, perché gli Sportivi presentano un album che vale la pena di ascoltare. Rabbia, voglia di gridare, fiumi di adrenalina, basta piagnistei! E anche JK | 29

GLI SPORTIVI - BLACK SHEEP 1. Gimme gimme your hand 2. I’m a cop 3. Black cat 4. Go back 5. Talking about 6. I’m going to Mexico 7. How does it feel 8. Commit suicide


[ Musica ]

cinaski

smoke - parole senza filtro (Gibilterra, 2012)

di Andrea Furlan

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ssere un artista significa anche vedere ciò che gli altri non possono vedere, osservare la realtà con occhi diversi, trovare un senso ed un significato anche in quello che ai più passa inosservato. “Niente è grande come le piccole cose” sostiene Vincenzo Costantino, e in questa frase è racchiusa la sua visione del mondo. Un uomo passeggia in maniera distratta e assente, un altro cammina pensoso e viene disturbato dal puzzo di cavolfiore che esce da una finestra al piano terra. Una donna intenta alle faccende domestiche prepara da mangiare “per un uomo che tornerà a casa probabilmente imbestiato dalla birra”. Un terzo uomo, il poeta, “passeggia come se non avesse un cazzo da fare e, incrociando la finestra, si ferma, guarda dentro, spinto dalla curiosità e dalla fame di vita. Tira fuori un taccuino, riprende a passeggiare, come se non avesse un cazzo da fare, e scrive…”. Il poeta è Cinaski, il bardo metropolitano, come lui ama definirsi, e Il terzo uomo è la poesia, anzi il brano che apre Smoke, un libro diventato disco, una raccolta di scritti, alcuni inediti, altri già pubblicati, che qui rinascono e acquistano una nuova dimensione. Accompagnate e rivestite dalla musica, le parole, non più incasellate l’una dopo l’al-

tra sulla pagina, ora sono recitate sotto forma di canto poetico, in una modalità che richiama la tradizione dei poeti trovatori. La poesia per Cinaski è materia viva, non si esurisce nella scrittura, ma trae forza e sostentamento dalla lettura in pubblico. I suoi reading non sono solo l’occasione per ascoltare dal vivo le poesie lette dall’autore, ma spesso sono veri e propri eventi musicali in cui il nostro ama confrontarsi con i colleghi musicisti. Ricordiamo a tal proposito gli spettacoli Mr. Pall incontra Mr. Mall che lo vedevano salire su un ring ideale insieme al sodale Vinicio Capossela e con lui incrociare i guantoni, pardon le parole, in un botta e risposta davvero singolare tra canzoni e poesie. Per chi quindi lo ha seguito negli anni ed ha ascoltato sul nascere alcuni dei brani ora apparsi su Smoke, il disco è, in un certo senso, il naturale punto d’arrivo della sua evoluzione artistica. L’incursione, per usare le parole dello stesso autore, nel campo altrui, quello cioè della musica, frequentata sempre molto da vicino, si rivela una prova veramente ben riuscita. L’atmosfera creata dai colleghi musicisti intorno alla voce suadente di Cinaski è affascinante. Artefice principale dei suoni è Francesco Arcuri (strumentista alla corte di Vinicio Capossela) che, insieme a Taketo Gohara, produce il disco. Le sonorità notturne e rarefatte che fanno da cornice ai versi si fondono alla perfezione con la poesia da ringhiera del nostro e danno un tocco di magia ai bozzetti di vita e agli sguardi sulla realtà così ben raffigurati e colti nella loro immediatezza. Il pianoforte di Folco Orselli, un altro outsider della notte milanese, affianca Costantino in E’ bellissimo, la tromba di Raffaele Kohler, spruzza di jazz Be Bop, in cui irrompono i ricordi del primo furto, della prima sbronza, della prima puttana, del primo amore “… e per un attimo, solo per un attimo, vorrei tornare indietro”. Una tromba solitaria e malinconica fa da sfondo a Il bar che anticipa Il re del bar in cui Cinaski, complice una fisarmonica assassina, si cimenta addirittura nel canto. A sorprenderci è proprio il canto! Ecco l’interpretazione di Where have all the flowers gone? di

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[ SUGGESTIONI ]

CINASKI - SMOKE, PAROLE SENZA FILTRO 1. Il terzo uomo 2. Sere di pioggia 3. Where have all the flowers gone? 4. Be bop 5. E’ bellissimo 6. Percorsi 7. Il bar 8. Il re del bar 9. In anticipo 10. L’eroe 11. Bird on the wire 12. Le cento città 13. Niente è grande come le piccole cose 14. Epitaffio 15. Terra 16. Il poeta 17. Polvere di stelle 18. Le case

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Just kids

Pete Seeger, l’assaggio di Bird on the wire di Leonard Cohen e l’omaggio a Bruno Lauzi di cui interpreta una canzone composta molti anni fa, Il poeta, a detta dello stesso Lauzi una delle sue preferite, che a molti sembra adombrare la figura di Luigi Tenco. Per chi scrive l’episodio più bello è sicuramente Le cento città, già apparsa in Chi è senza peccato non ha un cazzo da raccontare, il vero libro di poesie edito da Marcos y Marcos nel 2010. La musica e il pianoforte di Vinicio Capossela, i suoni stranianti di Arcuri, regalano qualche minuto di emozione pura. Si provano i brividi all’ascolto di alcuni dei versi migliori di Cinaski che riescono a riassumere con efficacia straordinaria la sua poetica senza filtro. “Lascia le lacrime sul tuo cuscino, incontrati con la vita, scontrati con il dolore, ruba l’amore, non avere una meta ma cento, prova a ritornare, perché il ritorno da senso al viaggio”. Pur avendoli letti e ascoltati un’infinità di volte, è davvero impossibile restare indifferenti e non commuoversi come se ogni volta fosse la prima. Smoke è una raccolta di emozioni in bianco e nero, di buon gusto, senza filtro, per chi ha ancora cuore e orecchi attenti e non è distratto dall’inutile rumore di fondo dei nostri tempi. “La vita va corretta, è così difficile berla liscia” sostiene Cinaski in uno dei suoi migliori aforismi. Con questo disco ci offre un valido aiuto per affrontarla e assaporarla nella sua genuinità. [ ]


[ Musica ]

paolo saporiti l’ultimo ricatto (OrangeHomeRecords, 2012)

I

t’s running me in time, in your sympathy Burning me in kind, sweet liberty He’s carry me home” [Sweet liberty] di Andrea Furlan

L

’ultimo ricatto è un’opera non comune, profonda, che scava nei sentimenti fino all’osso, procede per immagini, analogie e istantanee folgoranti. L’atmosfera del tutto particolare del disco è il frutto evidente di una ricerca sonora che sembra cercare il contatto fisico con l’ascoltatore che viene avvolto, ammaliato, perfino stupito dal flusso continuo di parole e musica che si intersecano in un gioco ad effetto originale e coinvolgente. Per avvicinarsi all’arte di Paolo Saporiti è necessaria indubbiamente non solo una certa dose di impegno ed attenzione, ma anche di curiosità e soprattutto di disponibilità a lasciarsi meravigliare. Il gusto forte delle sensazioni trasmesse dalla sua musica, l’intensità emotiva di ogni singolo brano, sapranno ampiamente ricompensare il tempo dedicato alla scoperta del suo mondo. L’ultimo ricatto

è in un certo senso un ritorno a casa, la presa di posizione di chi non vuole scendere a compromessi e non vuole più subire imposizioni di alcun tipo. Dopo due album pubblicati da una piccola etichetta indipendente, The restless fall e Just let it happen, nel 2010 Saporiti corona il sogno di una vita e approda alla Universal con la quale realizza Alone, un bellissimo disco che, grazie anche alla sapiente produzione di Teho Teardo, dimostra tutta la sua abiltà compositiva e il raggiungimento di uno stile decisamente personale. Il rapporto con la major non è però dei migliori, non tutto funziona correttamente, le grandi aspettative riposte nel progetto vengono in parte deluse. Così l’entusiasmo iniziale lascia spazio all’insoddisfazione e spinge Saporiti a compiere una scelta coraggiosa, quella di tornare ad una realtà indipendente, che può meglio garantirgli quella libertà d’espressione e di movimenti di cui ha assolutamente bisogno. Fondamentale l’incontro con Xabier Iriondo, il chitarrista milanese da poco rientrato negli Afterhours, un dissidente dei suoni, un grande sperimentatore, che del disco ha curato gli arrangiamenti, conferendo un taglio assolutamente innovativo alle composizioni di Saporiti. L’architettura essenzialmente folk dei suoi brani viene così contaminata dalle sonorità avant-garde di Iriondo, mai invadenti, anzi sempre perfettamente calibrate e a tono. Tra i due c’è una grande intesa e Saporiti può così dare libero sfogo alla sua creatività che trova la massima espressione nell’uso della voce, sfruttata con grande intelligenza e piegata sapientemente alle singole esigenze interpretative. Ora profonda e intima, ora violenta e graffiante, la sua voce, usata come uno strumento, ha un fascino davvero particolare. I

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[ SUGGESTIONI ] brani, tutti cantati in inglese a dispetto del titolo, si susseguono in un alternarsi di momenti acustici, in cui emerge la vena prettamente cantautorale di Saporiti, e di accelerazioni sperimentali, al limite del noise, che sorprendono e tengono costantemente desta l’attenzione dell’ascoltatore. Oltre all’elettronica di Iriondo, vanno segnalate le incursioni free del sax di Stefano Ferrian, i preziosi interventi del violoncello elettrico di Zeno Gabaglio e i nervosismi della batteria di Cristiano Calcagnile che completano uno spettro sonoro variegato ed originalissimo. I dodici brani che compongono il disco sono flash fulminanti che sanno descrivere, mediante un gioco linguistico raffinato, sensazioni e sentimenti contrastanti in cui le parole, diventando loro stesse suono, danno vigore a liriche intense e affascinanti. Alcuni momenti sono molto toccanti, come Toys, ispirata dalla famosa scena di Shining in cui Jack Nicholson balla con i fantasmi. La sensibilità di Saporiti traduce la scena nella stanza dove un bambino gioca da solo con i suoi giocattoli, “Wake up your sweet old toys, and carry me home”, amare è spezzarsi le ossa, vivere è spaccare pietre, vecchi ballerini occupano la casa, e il bambino, ora divenuto uomo, ha imparato a danzare con i fantasmi della sua infanzia, a tornare a casa. Questi brani provocano rabbia, paura, malinconia, tristezza, libertà, le emozioni suscitate sono veramente forti, impossibile restare indifferenti. Perciò L’ultimo ricatto è un’opera importante, una delle più belle uscite dell’anno, e Paolo Saporiti si dimostra un autore di grande talento. Come direbbe Vincenzo Costantino Cinaski, il poeta milanese che della commistione tra poesia e musica ne sa qualcosa, “il sapore della libertà è la paura, solo chi ha paura della libertà ha il coraggio di inseguirla”. Il coraggio di inseguire la libertà Saporiti lo ha avuto, quella libertà che brucia la strada, sgombera il campo da tutto ciò che inutile e fa assaporare il ritorno a casa come la più dolce ricompensa. [ ]

PAOLO SAPORITI - L’ULTIMO RICATTO 1. Deep down the water 2. War (need to be scared) 3. I’ll fall asleep 4. Sweet liberty 5. We’re the fuel 6. Toys 7. Stolen fire 8. Never look back 9. The time is gone 10. In the mud 11. Sad love / bad love 12. F.R.I.P.P.

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old desire back to the bone Drive my mind into this Oh, I spoke myself a lot In time that I could not Realize that I was born In time that no one knows” [Stolen Fire]

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[ Musica ]

Recensioni delicate di Claudio Delicato

C

laudio Delicato è nato a Roma il 3 marzo 1983 da Fabrizio Frizzi e la drum machine dei CCCP, ereditando la risata dalla seconda e l’inclinazione al socialismo reale dal primo. Il suo esordio letterario è il romanzo pulp/grottesco Roma, lato B, edito da Delirium Edizioni e giudicato da Andrea Bocelli “il libro più bello che abbia mai letto da quando sono diventato cieco.” Dal 2005 scrive su  ciclofrenia.it con lo pseudonimo di Mr.Tambourine. Recentemente Umberto Eco ha proposto di sostituire la lettura della Divina Commedia al liceo con alcuni estratti di questo blog ed è stato giustamente lanciato in pasto a un branco di bull terrier affamati. Batterista, suona in  una band electrorock, gli Starlette.

Claudio Delicato è anche qui: www.ciclofrenia.it JK | 34


[ RECENSIONI DELICATE ]

thegiornalisti vecchio

(Boombica/Audioglobe, 2012)

di Claudio Delicato

O

h, ve lo devo dire: a me ‘sti ragazzi stanno proprio simpatici. Non li avevo mai approfonditi finché Rolling Stone non ha raccolto i 40 insulti che hanno rivolto agli altri gruppi indie italiani sulla propria pagina Facebook. Mi hanno subito dato l’impressione di una band che non si prende troppo sul serio e il loro ultimo lavoro Vecchio lo dimostra: i Thegiornalisti non sono i Ramones e ne sono coscienti, fanno il loro sporco lavoro senza fronzoli e questo è un bene, in un contesto in cui tutti i gruppi emersi ultimamente sembrano avere la fastidiosa urgenza di comporre lyrics forzatamente originali e brillanti. Vecchio è un album piacevole: dodici pezzi scanzonati e simpatici che spaziano dagli echi di Libertines e Vampire Weekend di tracce come la prima (La tua pelle è una bottiglia che parla e se non parla vado fuori di me) alle sonorità più retrò della title track o di Guido così (a mio parere il pezzo più riuscito del disco). Del resto è difficile incontrare l’approvazione popolare cantando pezzi che richiamano gli anni ’50 e ’60 se non sei Paolo Limiti, per questo è sorprendente quanto i Thegiornalisti sembrino a proprio agio nel cimentarsi in pezzi di respiro “antico” malgrado la loro giovane età. Rispetto a Vol. 1 le canzoni sono appena meno immediate ma restano molto orecchiabili; del resto il

gruppo ha già dimostrato la sua capacità di scrivere pezzi che restano in testa (E che ci vuoi fare). Mettiamola così: nessuno griderà al miracolo per Vecchio, ma è senza dubbio un album divertente e variegato di cui difficilmente skipperete una traccia. Dal punto di vista tecnico la cosa più apprezzabile è il missaggio: finalmente un lavoro all’inglese (non a caso la masterizzazione ha avuto luogo presso gli Abbey Road Studios di Londra), di gran lunga più sporco e audace rispetto alla media di un panorama artistico in cui nel migliore dei casi la postproduzione è affidata alla funzione “verifica livello sonoro” di iTunes (e nel peggiore a un frullatore). Accattivante, simpatico, ben suonato e prodotto, Vecchio ha tutte le caratteristiche di una bomba del circuito indipendente, e nell’augurio che ciò accada mi sento di consigliarlo a tutti. Sappiate però che questo è il classico disco che non potete passare alla vostra ragazza, perché dopo averlo ascoltato le verrà sicuramente voglia di scoparsi il frontman, e mi sa che questo i Thegiornalisti lo sanno. Poi non dite che non vi ho avvertito. [ ]

THE GIORNALISTI - VECCHIO 1. La tua pelle è una bottiglia che parla e se non parla vado fuori di me 2. Il tradimento 3. Pioggia nel cuore 4. Una domenica fuori porta 5. Diamo tempo al tempo 6. Guido così 7. Cinema 8. Vecchio 9. I gatti 10. Bere 11. E che ci vuoi fare 12. Nato con te

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[ Musica ]

?alos xabIer iriondo (Brigadisco, 2012)

ENDIMIONE di Claudio Delicato

Q

ualcuno dia una mano a questi due. Consigliategli uno bravo, regalategli la discografia degli N’Sync o tirategli una palla da basket, altrimenti qua tocca chiamare Padre Damien Karras. Endimione è il classico disco che metti nel mangianastri della macchina mentre mamma ti accompagna a scuola e al terzo minuto d’ascolto lei spegne seccata lo stereo e ti dice “questa non è musica, è rumore.” A Stefania “?Alos” Pedretti (OvO, Allun) e Xabier Iriondo (Afterhours + ∞) dev’essere stato sistematicamente negato il Fruttolo da bambini per arrivare a comporre un album così folle e schizofrenico. Ascoltare Endimione è un’esperienza simile a osservare gli ultimi rantoli di vita di una persona posseduta: basi musicali nere e asfissianti associate a un cantato a metà strada tra i Cripple Bastards e i Gremlins. “Terrificante,” direte voi. “Terrificante un par di ciufoli,” rispondo io. Perché la cosa sorprendente di questo disco è proprio il risultare, nella sua delirante ferocia, paurosamente esatto. Non c’è una virgola fuori posto, perché non c’è una virgola a posto. La fusione geniale tra la colonna sonora di un tipico film sul proibizionismo e gli urlacci da Obscene Extreme Festival in Genica Atanasiou, l’os-

sessione distorta di Georges Gabory, la [inserire metafora spettrale secondo le esigenze] di Charles Dullin: questo disco non arriverà certo al grande pubblico, ma averlo ascoltato è un vanto e non oso immaginare che spettacolo possa dare questo duo dal vivo. I più maligni insinueranno che in produzioni come questa il confine tra la sperimentazione e un certo autocompiacimento nel comporre musica indigesta sia labile, ma io voglio troppo bene a questi ragazzi per pensare che dietro questo progetto non ci sia solo il sano e nobile intento di prendere l’ascoltatore a capocciate in gola. L’edizione esclusivamente in vinile, gli strumenti assurdi costruiti da Iriondo (uno che credo sarebbe capace di far suonare da Dio pure il cesso di casa mia), le liriche ispirate ai Madrigali di Antonin Artaud: tutto in Endimione ha il sapore del rifiuto delle logiche dell’ascolto comodo. Il manuale del perfetto critico musicale contemporaneo m’imporrebbe di concludere la recensione citando una manciata di generi musicali accompagnati dal prefisso post- e qualche frase dalla mitologia greca da cui il disco attinge il titolo, ma al momento ho una ragazza e quindi nessuna necessità di rimorchiare. Per questo dirò solo che se avete organizzato un aperitivo a casa vostra e volete che gli invitati a un certo punto sollevino lo sguardo dal loro mojito con la bandierina del Senegal esclamando “ma che cazzo sta succedendo qui?” beh, le scelte sono due: fate uno squillo a Godzilla o mettete su questo disco. [ ] ?ALOS-XABIER IRIONDO - ENDIMIONE 1. Georges Gabory 2. Robert Mortier 3. Marguerite Jamois 4. Florent Fels 5. Simone Dulac 6. Genica Atanasiou 7. Charles Dullin 8. Cruel Restaurant

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[ RECENSIONI DELICATE ]

LA MORTE s/t

(Anemic Dracul/Corpoc, 2012) di Claudio Delicato

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uello de La Morte è il classico disco che custodisci gelosamente per evitare che diventi mainstream, poi un giorno la barista del Circolo degli Artisti cede alle avances che le hai rivolto tra un “due whisky e coca” e un “con poco ghiaccio per favore,” lo metti su in macchina mentre andate a fare aperitivo al Pigneto, dopo dieci minuti lei ti chiede “ma che è ‘sta roba?” e nel giro di due giorni lo conosce mezzo circuito alternative italiano. Il progetto nasce da un’idea di Riccardo Gamondi (Uochi Toki) e Giovanni Succi (Bachi da Pietra, ex Madrigali Magri). Ci sono tutti gli ingredienti necessari per far fuggire a gambe levate un qualsiasi fan de I Cani: Giovanni recita versi inerenti al tema del trapasso tratti da classici della letteratura occidentale dal medioevo a oggi (Iacopone da Todi, Manzoni, Alfonso Luigi Marra – trova l’intruso), Riccardo ci mette un tappeto elettronico minimalista e cupo, il tutto per due pezzi corrispondenti ai due lati del vinile, ognuno lungo circa 18 minuti. Chi ha ascoltato almeno una volta Tomb of the mutilated dei Cannibal Corpse penserà che sia difficile trattare il tema del decesso senza riempirsi di borchie e dipingersi il volto di bianco, eppure La Morte riesce

ad affrontare l’argomento in modo innovativo. La voce è calda e trascinante, le dissonanze elettroniche disturbano quanto basta e i lunghi momenti di silenzio tracciano il profilo di un disco che è avanguardia allo stato puro senza scadere in snobismi: colto e intellegibile al contempo, impegnato ma piacevole all’ascolto. Del resto, come dice lo stesso gruppo, “per avvicinarsi a La Morte non occorre alcuna erudizione” perché è “l’unica esperienza universalmente comune che nessuno condividerà mai.” Ed è proprio la cura tematica del progetto a lasciare il segno: il disco è uscito non a caso il 2 novembre, il field recording ha avuto luogo nella cappella del cimitero comunale di Saludecio di Rimini, l’edizione in vinile è stata realizzata con 30 copertine diverse (a cura di Veronica Azzinari) per altrettante incisioni a secco, riprodotte a mano in serie di dieci stampe ciascuna per un totale di 300 copie con serigrafie in cenere. In un mondo in cui i dischi si fanno con Garage Band e il progetto grafico è affidato al filtro Brannan di Instagram, La Morte rappresenta una piacevole quanto insperata eccezione. Mettete su questo disco e proverete le stesse sensazioni di quando a sei anni scendevate da soli in cantina mentre i vostri genitori erano fuori a cena: l’atmosfera fa paura, ma una morbosa curiosità dentro di voi vi spingerà ad andare avanti fino alla fine. Esiste tutta una serie di dischi che potete ascoltare se volete sentirvi fichi. Bene, quello de La Morte è il disco che non può mancarvi se volete essere fichi. [ ]

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LA MORTE - S/T Lato A Lato B


free download TRACKLIST

COMPILATION #02 by

Paolo Saporiti L'ultimo ricatto

Matteo Toni Santa Pace

Abulico Il colore dei pensieri

Lenula Profumi d’epoca

Manzoni Cucina Povera

Flowers Mona Lisa Store

?Xalos - Xabier Iriondo Endimione

Criminal Jokers Bestie

Fuzz Orchestra Morire per la patria

Colapesce Un meraviglioso declino

justkidswebzine.tumblr.com

PARTE 2

JUST KIDS

1. Paolo Saporiti – Stolen fire 2. Matteo Toni - I Provinciali di nuoto 3. Abulico - Colorare i miei pensieri 4. Lenula - Corsa al mondo 5. Manzoni – Una garzantina 6. Flowers - For anytime 7. ?Alos / Xabier Iriondo - Georges Gabory 8. Criminal Jokers - Fango 9. Fuzz Orchestra – Il paese incantato 10. Colapesce – Fiori di lana


free download TRACKLIST

Kafka on the shore Beautiful but empty

Sakee Sed A piedi nubi

JUST KIDS COMPILATION #02 by

The Carlestones Off the beat

Alì La rivoluzione nel monolocale

Thegiornalisti Vecchio

Gli sportivi Black sheep

Ruggeri/Cassarà Musteri Hinna Föllnu Steina

Jaspers Mondocomio

Veracrash My brother the godhead

Quintorigo Experience

justkidswebzine.tumblr.com

PARTE 2

1. Kafka on the shore - Bob Dylan 2. The Charlestones - Let it all hang out 3. Alì - le nostre bocche incollate 4. TheGiornalisti - I gatti 5. Sakee Sed - Sta piovendo 6. Gli Sportivi - Gimme Gimme Your Hand 7. Ruggeri/Cassarà – Snëfellsjîkull 8. Jaspers - Bastoncino 9. Veracrash - kali maa 10. Quintorigo – Hey Joe


[ Poesia ]

D

|SCRAP

di Cristiano Caggiula #03

edico lo spazio di questa rubrica ad un evento che mi ha particolarmente sconvolto. Ho già parlato di Teresa Maria Lutri nel primo numero di questa rivista. Teresa, è una poetessa e artista di strada, vive a Parigi colorando le strade della capitale assieme alle risate dei bambini. Purtroppo mi sento in dovere di parlarne nuovamente a causa di circostanze sgradevoli, le quali provocano non poco turbamento. Pubblico di seguito una sua denuncia contro lo stato, non solo quello francese ma lo stato come imposizione e potere,uno stato che spaventa e demolisce, uno stato degradato e istituzionalizzato, uno stato che non appartiene e incapace di avere un cuore o meglio di “tenerezza”.

Parigi 13-12-2012 _La mia denuncia allo Stato tutto. agli agenti di polizia. a chi ha perso la tenerezza___ Voglio pubblicare il giorno più doloroso della mia intera vita perchè, questo non è solo il mio dolore. A Parigi fà tanto freddo in questo periodo e per me è difficile fare arte di strada senza avvertirne tutte le difficoltà, ma questa è una mia scelta e va bene. Sono andata a lavorare all’entrata della Galeries Lafayette, potete immaginare che ambientino. Una massa di esseri umani che marciano tutti uguali ipnotizzati dal luccichìo delle vetrine Louis Vuitton. I bambini inconsapevoli, trasportati da braccia adulte nel marasma del consumismo più sfrenato. Ho sistemato le mie cose. il mio sgabello. ho tolto dal cuore tutto ciò che è distrazione. l’ho lavato dalla gioia e dal dolore. l’ho lasciato vuoto___come è necessario che sia prima di entrare in comunione con gli altri. Passata mezz’ora, giocavo indisturbata con un gruppo di bambini.Ci raccontavamo cose senza parlare. All’improvviso si avvicinano quattro agenti della polizia, si fanno largo tra i bambini e vengono incontro a me... tirano un calcio allo sgabello... mi fanno cadere per terra. Uno di loro mi dice :”Non puoi fare spettacolo qui!”. Un bambino ha iniziato ad urlare contro di loro, (un urlo che ha acceso tutte le lacrime che mi portavo dentro da almeno due anni)io ho risposto che me ne sarei andata subito, chiedendo loro di essere più cortesi, in quanto donna e in presenza di bambini. Un agente rivolgendosi ad un bambino dice:”quello che fà questa donna non è normale, lei non rispetta le regole”. Il bambino mi guardo impaurito e triste, ma nonostante la folla attorno a me dalla mia parte_non gli agenti non hanno compreso. Mi hanno presa per le braccia con una forza che non potete imJK | 40


[|SCRAP] maginare___mi hanno portata in una strada dov’era parcheggiato un loro furgone, mi hanno fatto entrare dentro e non vi ripeto quello che mi hanno detto perchè mi vergogno. Mi spingevano per terra. MI hanno fatto del Male. Mi sono sentita piccola come un bambino in mezzo a quattro orchi Piangevo e non avrei voluto farlo. Quando hanno finito mi hanno letteralmente buttata fuori, per strada C’è voluto tanto tempo per calmare la rabbia che avevo dentro, poi quel bambino... la forza di quello sguardo e la purezza. Hanno preso tutto questo, l’hanno messo sotto i piedi_____e ci hanno danzato sopra ridendo. Ma non hanno vinto. mi hanno ricordato ancora una volta che quel bambino è mio figlio. è mio padre ed è anche il mio sposo. E’ tutto ciò che non potrei mai tradire. tradirei la mia vita. Questo è il mondo che vogliono per i vostri figli. vogliono dire loro che i sogni non esistono. che la magia esiste solo nelle fiabe e negli oggetti da comprare. che incontrare una donna che s’è fatta fiaba per il mondo non è bene. è illusione. Io denuncio lo Stato. la polizia quando non fà il proprio dovere. denuncio chi ha perso la tenerezza.[...] Prendo in braccio tutto quello che sfugge all’etichetta. tutto quello che non viene riconosciuto dalla maggior parte. tutto quello che è indomabile e lo porto nella mia lotta, ogni giorno. E vi ricordo che i senza voce sono tanti. persone che fanno cose straordinarie rinunciando a tutto solo perchè hanno avuto una visione di un mondo diverso in cui la libertà non sia un’utopia. Questo è il mio sfogo_____questo è il mio abbraccio caldo a quel bambino, so che mi sente. Spero riesca a trovare nella sua fantasia______la serenità per poter dormire bene anche questa notte. TeresaMariaLutri/Rolìn.

Dopo queste parole il silenzio di una bocca tremante, muta. Mi auguro che non accada lo stesso ai vostri cuori e che possiate sostenere la lotta contrò tutto ciò. Sono sicuro che leggendo questa lettera avete fatto molto per Teresa, e per chi come lei lotta ogni giorno per la sua libertà e per la nostra. Notizie del genere non sono nuove nel panorama nazionale, sia per l’arte di strada e sia per tutto ciò che riguarda la libera espressione. Far tacere è uccidere, uccidere la poesia.

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[ Immaginario ]

L A DIMENSIONE EROICA DEL MIC ROBO #03

di Maura Esposito

ll giorno del dodecaedro

I

l numero uno veniva detto monade, ed era considerato sia il generatore di tutti i numeri, sia l’unità da cui originava la creazione. Compare dall’esplosione il giorno del dodecaedro, come suo inevitabile sviluppo, quando l’universo risucchia. Sorride, i denti mostrati come carboni ardenti mentre offre i fiori del lutto, e l’occhio appuntito come una lama a dire che si avvicina inesorabilmente l’ora in cui ardore intollerabile, freddo glaciale, orsi, cani e farfalle danzeranno per l’ultima volta il loro ridicolo sabba sulla grande crepa lungo il lastrico. È inutile corrergli incontro, a quel punto tutto sarà pietre che fumano nella quiete.

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[ LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO [ LA DIMENSIONE EROICA DEL MICROBO ]]

Per le opere di Maura Esposito www.teatrobalocco.blogspot .it JK | 43 stocavarius@hotmail.it


[ Immaginario ]

sOMMACCO

#03

di Giorgio Calabresi, Luca Palladino, Francesca Gatti Rodorigo Sommacco è immaginario adamantino. Sommacco è la necessità di buttare fuori le storie che popolano dentro noi. Sommacco è la necessità di mettere le mani in pasta per raffreddare i pensieri, perchè se no poi scoppiano. La nostra casa è il Mediterraneo.

|photograph by mclinus

QUELLO CHE RESTA di Giorgio Calabresi

I

l sapore dell’asfalto è sempre lo stesso, anche a Natale. Brucia sul palmo delle mani scorticate dal brecciolino sotto il peso del mio corpo immobile. Brucia dentro, combustibile amaro per l’incendio della mia sconfitta. Tutto quello che sono stato nella mia vita ora conta zero. La mia storia, la mia dignità sono scomparse come le macchine che sbucano dalla curva e sfilano lontano senza badare a me. Il mio corpo pesante e senza forza è steso a terra sul ciglio della strada a due metri dal cancello di casa. L’ironia della cosa è fredda come la sera che scaccia il sole timido di oggi. Nell’urto della caduta la montatura fuori moda dei miei occhiali si è mezza rotta, il peso delle lenti spesse grava fuori asse sul mio naso sanguinante. Da qua giù tutto appare deforme e mi-

naccioso. Sto aggrappato al mio bastone con tutta la forza che mi resta, ma non durerà. Un passo più in là, la confezione di datteri sottovuoto sembra aver assorbito la caduta meglio di me. È il mio regalo di natale, me l’ha dato mia figlia due ore fa a casa sua. Non mi sono mai piaciuti i datteri ma ad un vecchio come me non si sa mai cosa regalare. E poi ho già avuto tanto dalla vita mi ha detto. Non mi ha mai perdonato e da quando sua madre è morta ha smesso di nasconderlo. Le ho fatte soffrire tanto tempo fa, ho dovuto scegliere tra loro e me e non sono stato a pensarci su troppo, l’ho fatto per non soffrire io, per sentirmi vivo e non lo rimpiango. Specie adesso che tutto quello che posso sperare al mondo è solo riuscire ad alzarmi in piedi.

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[SOMMACCO] Ho cercato il coraggio per nutrirmi della vita con ingordigia, senza nascondermi, senza temerla, senza rispettarla. Ho fuggito la noia e le responsabilità, ho ammalato l’amore che mi è stato donato, ho inseguito l‘incoscienza delle mie emozioni senza pensare alle conseguenze, in nessun caso, ne avevo troppa paura. Ora che lei ha una famiglia tutta sua gioca a mettermi sotto gli occhi quello che le ho fatto mancare da piccola. Un pranzo di natale può essere una vendetta sadica e la mia resa è l’unico regalo che posso farle. Mi sono lasciato vincere da lei solamente e ora la lascio riprendersi quello che le ho tolto. Ho anche accettato passivamente di prendere quelle pillole che mi fiaccano le

gambe e allegeriscono i pensieri. Fossi ancora l’uomo che sono stato userei il mio bastone per picchiarlo in faccia al mondo, per urlargli che sono più forte io. Ma adesso no. Ho gli occhi umidi, non controllo i movimenti, la gola secca e un filo di voce che non mi basta neanche a chiedere aiuto. Neanche se volessi farlo. La nebbia calata a sipario nasconde tutto, non vedo più niente, vorrei almeno non tremare. Il cemento gelato mi ghiaccia le ossa e la notte che inizia è scesa a mangiarsi quello che resta di me. [ ]

SANTIAGO DE CUBA, UNA NOTTE D’ESTATE LEI MI GUARDAVA - EP. 2* *2 di 3 episodi di amori non consumati di Luca Palladino e non è giusto che una ragazzina di vent’anni debba correre via dalla sua vita. Seneca diceva dice dirà che “la vita è un servizio militare”, nel senso che l’esistenza di ognuno di noi deve diventare una grande opera d’arte morale, sti cazzi, questa notte Santiago è stanca e il pane fa schifo e sarebbe bello se Lilli’ ricevesse le uniche due parole che la Bergman sapeva dire in italiano: TI AMO. [ ]

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|photograph by doug88888

L

ei si chiama Lillì e ha vestiti troppo attillati come ad indicare un desiderio di uscire; uscire dai suoi vestiti, di casa, da Santiago de Cuba, da un’isola che la tiene prigioniera, di fuggire una volta per tutte dall’esistenza che le hanno consegnato in un pacco con sopra scritto “destino”. Glielo leggi negli occhi la fottuta voglia di emigrare da se stessa. Da una vita che le hanno consegnato senza neanche chiederle l’indirizzo. Lillì non è cresciuta abbastanza per accettare le consegne e quello che contengono. Lillì non si consegna al destino, lo vuole cambiare. Lillì c’ha vent’anni e dei sogni che la tengono aggrappata ad un pezzetto di legno nell’oceano dei naufraghi. Lillì vuole fuggire e questo è talmente chiaro che potrebbe anche non insistere con quei suoi occhi che non celano il desiderio. Non per altro, ma Lillì ha proprio fretta. Fretta di avere un’altra vita. Di avere tutte quelle cose che una ragazzina di vent’anni ha il diritto di sperare di avere: una borsetta di Louis Vuitton e un tizio che gliela regali, per esempio. Lillì ha fretta di scappare dal suo buco eterno che chiamiamo destino, di scappare dal suo intestino che non ingolla un bel niente, sputa semmai. Lillì corre


[ Immaginario ] |photograph by Artbandito

DAKAR - ST.LOUIS di Francesca Gatti Rodorigo

I

l deserto si posa sulla pelle umida nelle zone intertropicali. Un impasto aderente ricopre i corpi e attende di essere cotto dal re sole. Una crosta fragrante mi avvolge, le sue crepe somigliano a quelle della terra che del re sole è la sposa. La crosta arida e croccante protegge la vita che brulica di sotto, che in me vien fuori in sudori, lacrime e sangue caldo, nella terra africana esplode in bouganville e baobab. Maggio, pasta gialla di mango maturo. Odore di anacardi tostati nella sabbia del Sahara i cui granelli scricchiolano tra i denti, macchine stridenti. Salsa di peperoni verdi e foglie di menta che fanno eco allo spray antizanzare. Pesce essicato al sole, venti odorosi, mal di testa, uomini e capre. [ ]

SOMMACCO è anche qui: sommacco.tumblr.com sumac.sommacco@gmail.com JK | 46


[SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO]

SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO #03

S

ullo sfondo di un'Italia perennemente in crisi, Paolo Battista ci racconta le sue avventure disordinate e realistiche piene di personaggi cinici, avanzi di fantasia, amori imprevedibili, donne arrabbiate, avanzi di galera, nottate interminabili passate sbevacchindo pessimo vino insieme ai suoi amici grotteschi e stralunati nel quadro di una "commedia umana" postmoderna frutto dell'inferno di contorno in cui siamo costretti a vivere.

Fruste e cinesi

E

ra il periodo del lavoro come letturista. l’altro dicembre. Sì, me ne andavo girando tutto sfatto e claudicante per condomini con in mano le schede prestampate che ci dava l’Azienda, un paio di penne Bic nel caso all’inchiostro ci venisse voglia di non sputare più la sua merda e una piccola torcia elettrica di

di Paolo Battista

quelle che vende il cinese sotto casa, di quelle grosse quanto un dito medio, abbastanza maneggievole da poterla mettere nel taschino della giacca ma inaffidabile da far schifo: ‘ questa spalale fascio di luce molto potente! ‘, mentiva Ming senza nessun rimorso. Ogni cosa nella topaia di Ming ‘essele molto buona e molto

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[ Immaginario ] potente‘, ma è solo uno slogan del cazzo che il cinese ripete all’infinito come un’idiota. E insomma il muso giallo se ne stava lì a ridacchiare con quella sua faccia schiacciata che solo a guardarla ti faceva venire voglia di piazzarci le nocche, perché non è vero che la sua roba è buona e potente, anzi nei due mesi successivi mi toccò di comprare altre cinque torce, e l’ultima durava sempre meno della precedente; poi un giorno sono entrato da Ming per comprare la carta per il cesso (e pure quella ti si sfilaccia tra le mani mentre ti stai pulendo il culo, e non è una bella cosa) e gli ho detto: adesso mi dai tre torce aggratis perché le ultime cinque non sono durate neanche una settimana, con fare minaccioso e grugno duro, e lui Ming, un tipetto basso e tarchiato, capelli neri da monaco, bocca piccola e denti lunghi, mani piccole, torace compresso, se ne stava piantato sulle punte dei piedi agitando quelle sue braccine del cazzo e urlando: niente glatis, tu non fale così, io chiamale polizia; tra l’altro quello era proprio un giorno dimmerda perché alla mattina ero stato a litigarmene con la mia donna che da un po’ di tempo si svegliava nervosa per un prurito alla fica che manco i pidocchi sono così fastidiosi…al che mi è andato proprio in fumo il cervello, e allora ho preso tre torce dallo scaffale e ho fatto per svignarmela, ma Ming si è messo di mezzo e insieme siamo ruzzolati sul comparto dei casalinghi con piatti che capitombolavano, bicchieri che cinguettavano, tazzine che si scheggiavano, vecchiette che strepitavano, ombrelli che si aprivano, frullatori che frullavano, fino a quando a fatica mi sono liberato dalla sua stretta scalciando come si scalcerebbe un cane perché Ming si era aggrappato alla mia tibia con tutt’e due le mani, e sorpresa delle sorprese mi aveva morso il polpaccio proprio come un cazzo di pechinese dal pelo nero. Bruttofigliodiputtana, gli ho detto ma quando mi sono girato finalmente libero dalla sua morsa (pensando che forse fare una cazzo d’antitetanica poteva essermi d’aiuto) mi sono ritrovato sua moglie Haniko, piccola quanto Ming ma più muscolosa, impalata davanti come un tronco d’albero che bestemmiava e urlava in cinese gesticolando come una cazzo di Lucy Liu fino al successivo calcio nelle palle che mi ha piegato in due dal dolore. Cazzo immaginatevi la scena, e immaginatevi me attaccato da un pechinese e dalla sua cagna, con le palle in mano e la lingua di fuori, e due vecchine lamentose che mi colpivano sulla schiena con le loro borse piene di roba. Il fatto è che non sono un tipo che si arrende così facilmente, e con ancora le tre torce strette in una mano mentre

con l’altra mi tenevo i miei gingilli, mi divincolai come un cazzo di giocatore di rugby quando finta di andare da una parte e poi si gira dall’altra, ed uscii zoppicante alla luce di un sole acido e sfocato. Sulla strada due rumeni mi davano alla testa suonando canzoni di natale con le loro chitarre scordate e trombe flatulente, la gente cominciava a fissarmi perché ancora mi tenevo stretto i coglioni e anch’ io cominciavo a fissarli perche loro invece non ce li hanno mai avuti i coglioni. Comunque ho sempre odiato il natale, oggi come allora, ed oggi come allora c’è sempre la solita ressa consumistica per comprare oggetti inutili che riempiono le nostre case di cianfrusaglie varie, ed oggi come allora faccio lo stesso lavoro nero come il buco del culo di una vacca d’allevamento ( anche se per mancanza di liquidi – questa la scusa ufficiale - mi hanno ridotto l’orario a dieci ore a settimana ); c’è da dire che qualche mese fa l’Azienda voleva cacciarmi a calci in culo per dei pettegolezzi che in qualche modo erano arrivati all’orecchio fottutamente borghese del Capo, ma lui il Capo, dopo aver parlato con la figlia che chiaramente lavorava e ancora lavora in Azienda, aveva messo le cose apposto con uno schiocco di dita, con giusto qualche piccolo accorgimento come la riduzione delle ore e chiaramente dei soldi, e come la consegna delle schede, che non avveniva più, almeno per quanto mi riguardava, nei giorni in cui lavorava anche Ilaria. Mi avevano dato un’orario e un giorno stabiliti proprio dal Capo che non poteva sopportare il fatto che mi scopassi sua figlia, e per giunta sotto ai suoi occhi; e insomma dovevo presentarmi in Azienda l’ultimo venerdi della settimana alle sette di sera quando Ilaria era già andata via. Sì, Ilaria, la depravata figlia del Capo; è per lei che la mia donna mi ha lasciato. E comunque, prima che succedesse tutto sto casino, quelle poche volte che passavo in Azienda per consegnare le schede firmate, lei era lì, a fissarmi con i suoi occhi da cerbiatto arrapato, la lingua di passaggio sulle labbra carnose, gli occhi blu e i capelli ricci e lunghi. L’unica cosa che stonava un po’, ma poi neanche tanto, su quel visino tanto caruccio era il naso, che assomigliava leggermente a quello rosso dei clown. Era successo che un giorno me ne stavo con i gomiti sulla scrivania in attesa della segretaria ( che ancora non sapevo fosse la figlia del Capo, o meglio avevo solo sentito dei pettegolezzi ) pensando alle paroline poco gentili che anche quella mattina mi aveva digrignato la mia donna; dovevo consegnare le solite schede ma alcune erano lerce perché uscendo di casa lei, la mia donna, mi aveva tirato contro una

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[SBEVACCHIANDO PESSIMO VINO] bella tazza di caffè fumante che io per pararmi avevo alzato il braccio con i fogli finiti inzuppati peggio di un biscotto nel latte a colazione. che cazzo ti prende, le avevo urlato ma sapevo che era incazzata perché la notte non ero rientrato e mi ero ubriacato con il Conte e con Ismael, che a proposito di donne e lavoro stanno messi male quanto me. Insomma per me quello di letturista era il primo lavoro che trovavo dopo mesi di fiacca e giramenti di pollici e rotture di coglioni, e non volevo perderlo per una ventenne dal corpo da favola e il naso da clown, e quindi me ne stavo lì ad aspettare che qualcuno si facesse vivo per levarmi dalle mani quelle schede del cazzo e andarmene a casa, quando a un certo punto sentii una frustata sulle chiappe che mi fece saltare come un grillo: pàh-pàh… In giro non c’era nessuno, era la prima volta che vedevo la figlia del Capo anche se sapevo dagli altri letturisti che di rado parlava con qualcuno, e se lo faceva era solo perché era realmente interessata a fottersi quel tizio. in realtà ancora non mi aveva detto una parola, continuava a frustarmi sulle chiappe con un righello di plastica e sembrava piacerle. lo schiocco rintronava sulle pareti verdognole piene di brutti quadri naturalisti e dai suoi occhi veniva fuori una certa eccitazione che mandava su di giri anche me. Una piccola radio suonava una canzone di qualche sconosciuto che al posto di cantare abbaiava. Io dal canto mio me ne stavo in attesa come un ghepardo, aspettando il momento buono per saltarle addosso e ficcarle nel culo quel suo righello del cazzo: in fondo sono un uomo e la figlia del Capo non faceva altro che stuzzicarmi con i suoi giochetti sadomaso. Nei mesi successivi scoprii che più che frustare le piaceva da morire essere frustata, e più l’oggetto era insolito più ne godeva, più sentiva dolore più si eccitava, più si eccitava più voleva scopare, più scopava più diventava appiccosa come una gomma sputata da un ragazzino. eravamo passati dal righello alle cinture, dalle cinture al battipanni, dal battipanni allo scudiscio, dallo scudiscio alle fruste, qualsiasi tipo di frusta: frusta latex con manico duro, frusta nera a nove code in pelle intrecciata, frusta lunga con fallo in latex, fru-

sta corta con frange rosse fetish, piumini e padelle per sculacciate. Era la prima volta che una tipa si faceva picchiare in quel modo e devo dire che farle arrossare le chiappe mi eccitava di brutto. Il problema era che quando tornavo a casa non riuscivo neanche a guardarla in faccia la mia donna che comunque continuava a grattarsi la fica come una disperata, e più usciva di testa più si grattava, più si grattava più la pelle le si faceva rossa, fin quasi a scorticarsi per cercare attraverso il dolore di far svanire il prurito. Tra l’altro erano un paio di mesi che mi era impossibile toccarla, ed ogni volta che ci provavo mi ringhiava in faccia che non sapevo aspettare, che ero come tutti gli altri, che volevo solo scoparla, che ero un fottuto alcolizzato - di pessimo vino chiaramente -, e questo un po’ era vero; ormai chiudevo le mie notti dal Cinese, uno dei pochi bar di Tor Pignattara a restare aperto fino all’alba, ultima spiaggia per tossici, rumeni, indiani, checche, ubriaconi, spacciatori, marocchini dal coltello facile, disoccupati, battone, e chiaramente un’infinità di cinesi che manco più sembrava di stare in Italia, nella fottuta capitale. Assurda città del cazzo, corrotta fino al midollo, sporca, violenta, ignorante, affascinante, misteriosa Roma, ma come dice sempre il Conte: la capitale è la capitale, nun ce sta gnente da fa! E insomma tutta questa storia evolutasi negli ultimi mesi in modo abbastanza rocambolesco è finita oggi, perché dopo aver rotto con Ilaria, diventata troppo oppressiva e petulante, lei non ha voluto più saperne di me ed è andata dal suo caro vecchio fottuto paparino, il signor Capo, a dirgli che doveva licenziarmi definitivamente perché ci avevo riprovato con lei, facendo trapelare la notizia anche alla mia donna che rispondendo a una telefonata anonima ha scoperto tutto e mi ha cacciato fuori di casa. [ ]

Paolo Battista è anche qui: - issuu.com/pasticherivista - paolobattista.wordpress.com JK | 49


[ Cinema ]

LO SPETTATO di Antonio Asquino

I PADRONI DI CASA di Edoardo Gabbriellini

Questo film è coraggioso e originale per tanti motivi,non fa riferimento a nessun genere cinematografico in particolare,è un film che osa e supera il provincialismo stagnante di grande parte del cinema italiano,rifiuta il macchiettismo generazionale che molti degli spettatori potrebbero aspettarsi visti i protagonisti Germano e Mastandrea ( e a questo proposito un monumento andrebbe fatto a quest'ultimo che sta raggiungendo davvero degli ottimi livelli interpretativi e non solo visto che ha anche co-firmato la sceneggiatura), Gabbriellini ci mostra l'orrore e la violenza malcelate nel quotidiano delle piccole comunità italiane di provincia,laddove in piccoli paesi dell'entroterra (qui è il nord ma al sud è uguale),in comunità ristrette tutte casa-bar-bosco(o mare) e chiesa, in paesaggi immersi (sepolti vivi) nella natura, vive e prospera la chiusura mentale,la paura dell'altro e l'ostilità verso tutto ciò che risulta “straniero” proprie degli abitanti,dove le vite delle persone sono regolate da leggi non scritte tra cui la più diffusa è la legge del più forte (e ovviamente del più ignorante). Questo film è capace di mostrare (quasi) tutto lo scibile dello squallore umano e della sua bestialità (come locandina suggerisce) passando con sapienza dai toni da commedia al thriller,dal dramma a esplosioni di violenza improvvise. Questo film ci mostra Gianni Morandi in un ruolo che apparirà fortemente disturbante e squallido per buona parte del suo pubblico abituale (e un plauso va anche a lui per aver accettato). Questo film ,lo ripeto ancora con piacere e convinzione , è stracolmo di coraggio in ogni componente e malgrado qualche incertezza tecnica nella regia è, non solo consigliato, ma appare necessario nella sua unicità per i colpi che riesce ad infliggere non solo a tanto cinemetto italiota accomodante o di denuncia alla “striscia la notizia” ma per la capacità che ha di catturare lo spettatore e colpirlo in faccia,soprattutto nello splendido finale. Gabbriellini sta crescendo benissimo come autore e se proseguirà su questa strada sarà in grado di regalarci film anche migliori ma già questo piccolo gioiello ha più valore da solo di tutta la sua intere carriera come attore ( Ovosodo incluso ovviamente). [ ]

KILLER JOE di William Friedkin

Si parla di William Friedkin, uno dei migliori registi viventi, solo per questo già il cappello andrebbe tolto ma casomai ci fosse qualcuno che al suddetto cappello ci tenesse particolarmente non ho dubbi che lo toglierà dopo aver visto anche solo metà di questo capolavoro. Diciamo subito che questo film non ha un solo difetto e con ottime probabilità si candida ad essere il capolavoro assoluto di Friedkin (e stiamo parlando di uno che di film straordinari ne ha fatti diversi), lo spettatore viene catturato fin dalla prima scena: pioggia battente,un cane rabbioso che ringhia,una baracca fatiscente una figura che bussa alla porta e all’apertura di questa un tuffo nello squallore e nella violenza (esplicitata o meno) di una famiglia come tante animata da sentimenti come tanti ,il livello si manterrà altissimo fino alla fine senza pause. E’ la storia di un nucleo familiare ai margini (della società,dell’intelletto e del buon senso) in cui il figlio propone di uccidere la madre per riscuoterne l’assicurazione sulla vita che permetterebbe di assolvere alcuni debiti contratti per droga . Il “lavoro” viene affidato ad un poliziotto, Joe Cooper, che arrotonda facendo il killer su commissione. Un circo di situazioni grottesche con una violenza concreta mai mostrata evidentemente (se non nell’esplosivo finale) e una violenza morale , che è la vera protagonista del film , presente in ogni fotogramma. Un linguaggio cinematografico pieno di riferimenti tanto ai classici del noir che alle sue propaggini (post-) moderne (i Coen piuttosto che Tarantino). Una regia fluida e lirica ai livelli del miglior Friedkin (con tanto di inseguimento mozzafiato, vero e proprio marchio di fabbrica del nostro), una sceneggiatura di ferro tratta dal testo teatrale di Tracy Letts (che vinse il Pulitzer nel 2008) e degli interpreti eccezionali dove su tutti spicca un ispiratissimo Matthew McConaughey, finalmente protagonista in un film che mostra chiaramente che potrebbe essere un grande attore se si concentrasse su film di alto livello invece che accettare ruoli idioti in film da quattro soldi come ha fatto finora in tutta la sua vergognosa carriera. Questo capolavoro fu presentato a Venezia nel 2011 ed è uscito nelle sale solo ora e con una pessima distribuzione,merita di essere visto da più persone possibili e imparato a

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[ LO SPETTATORE PAGANTE]

ORE PAGANTE

#03

memoria, ce ne ricorderemo come uno dei pochi film che possono davvero assurgere allo status di classico in questi anni cinematograficamente (e non solo) bui. [ ]

L’ERA GLACIALE 4 – CONTINENTI ALLA DERIVA di Steve Martino e Mike Thurmeier

Ritorna la fortunata saga dell’era glaciale dopo il suo episodio meno riuscito (il terzo) e lo fa a buoni livelli. Utilizzando gli archetipi della comicità americana ,un ottimo uso del 3D e la solita capacità di imbastire scene tanto valide nell’azione quanto divertenti, queste le caratteristiche che ne hanno fatto una delle serie animate migliori e più fortunate al botteghino degli ultimi anni. I personaggi funzionano tutti (almeno i principali), tra i nuovi si segnala in positivo la nonna del bradipo Sid e in negativo i mammut adolescenti e i loro stereotipi (ormai certe dinamiche sono ripetitive), Scrat domina su tutti e tutto come sempre e la sua avidità di ghiande causa lo strutturarsi della crosta terrestre per come la conosciamo,semplice , surreale ed efficace . Se dal punto di vista visivo non si evidenziano punti deboli , qualche dubbio ci viene riguardo alla direzione sempre troppo formato famiglia della storia , ci si rivolge sempre ad un nucleo familiareignorando le potenzialità comiche che si potrebbero sviluppare se non si prendesse sempre come metro di paragone per il pubblico ideale , i più piccoli. A questo ‘proposito una riga voglio dedicarla alla piaga che affligge il 99% dei film di animazione, le stramaledette canzoni , sempre con testi imbarazzanti , musichette che perfino MTV si vergognerebbe di chiamare musica e cantate da aspiranti coriste di un Biagio Antonacci qualsiasi , pronte per il provino ad X-Factor con quei gorgheggi inopportuni e fastidiosi ogni volta che aprono bocca , ma è necessario che per far piacere ai più piccoli siano indispensabili le canzoncine del cavolo? A mio modesto parere ne possiamo fare tutti a meno , piccoli compresi. Ad ogni modo, il film merita e se riuscirà negli episodi successivi ad affrancarsi dalla consuetudini da sit com americane pomeridiane, può fare ancora meglio e ancora di più. [ ]

IL COMANDANTE E LA CICOGNA di Silvio Soldini

Soldini torna al suo cinema, surreale e delicato, capace di travestire da fiaba la cronaca più banale e mediocre del nostro quotidiano e francamente è un sollievo, vista l’indescrivibile bruttezza del suo film precedente credevamo di averlo perso invece “Il comandante e la cicogna“ è la quintessenza della “Soldinità”, personaggi sempre gradevoli (anche quelli negativi), capacità di mischiare il dolce all’amaro più unica che rara, malinconia ammantata di sogno , la surrealtà come condizione necessaria dell’essere unici, statue parlanti , animali saggi (e ottimi attori) e ovviamente Giuseppe Battiston. Lo stesso Soldini ha dichiarato che: «il film è nato da una necessità di ribellione al senso di impotenza che in tanti sentiamo fin troppo spesso, da una volontà di volare sopra tutto questo fango riuscendo a sperare in un futuro diverso, per agevolare questo volo il regista punta tutto sull’interazione e la comunicazione tra uomini ,statue ,fantasmi e animali ,animati dallo stesso desiderio di innalzarsi sul fango nostrano e sulla mediocrità che ci imprigiona tutti. La storia dell’idraulico vedovo padre di due figli si intreccia con quello della restauratrice a corto di soldi che lavora per l’avvocato berlusconiano ignorante e truffaldino, il figlio dell’idraulico coltiva l’amicizia con la cicogna e con l’eccentrico e burbero proprietario di casa della restauratrice, la statue guardano dall’alto questa umanità e questa nazione allo sfascio e Garibaldi arriva a sentenziare che forse sarebbe stato meglio che l’Italia avesse perso con l’Austria (e visti i risultati come dargli torto?). Ma la nostra diversità può salvarci , le cose che ci fanno apparire “strani” agli occhi degli altri fanno la differenza e contribuiscono a migliorare la nostra vita e quella di chi ci circonda, questo è il messaggio del film e non possiamo che condividerlo. E’ un bel film, intelligente e misurato ,non è il miglior film di Soldini ma comunque rientra in quei pochi film nostrani che meritano la visione tra quelli usciti quest’anno , regia funzionale, attori bravissimi e sceneggiatura che regge .Consigliato. [ ]

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[ L’OCCHIO ]

[ Teatro & Libri ]

l’OCCHIO

#03

di Sabrina Tolve

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IL GRANDE INQUISITORE: FEDE E LIBERTA’

a leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskji è la chiusa dello spettacolo andato in scena dal 7 novembre al 9 dicembre, al Piccolo Eliseo di Roma. Sulla scena accade quel che non ci si immagina: diviso in tre macrosequenze, la prima è quella che accoglie lo spettatore in maniera visionaria, distorta, asfissiante. Quattro mura, due uomini, scontri, un neon luminoso con la scritta FEDE a intermittenza – quasi a sottolineare la precarietà della fede stessa durante la piéce – bui e luci accecanti. Silenzio. Tutto silenzio. E mentre speri che è in quel modo che andrà, che non ci saranno voci a distrarti, che probabilmente Il Grando Inquisitore è allegoricamente nascosto in ogni gesto degli attori, lo spettacolo sembra riprendere. Dall’inizio. Seconda sequenza, dunque: la prima viene riscritta dalla voce, da approfondimenti filosofici sull’eterodirezione, sul libero arbitrio, sulla solitudine e la socialità umana, sull’uso della violenza. Libertà. Libertà si presenta su un telo trasparente che il buon Ivan usa strappare via. E il suo compagno di viaggio non è Aleša, no. Il suo compagno di viaggio è un simulacro che contiene le sue paure, i suoi demoni, le sue titubanze. Un compagno scomodo, dalla logica infallibile, dall’innata fede – molto più cruenta di quel che si crede – che ha però le movenze d’un parassita o di un carceriere. E se le prime due macrosequenze ci ricordano terribilmente il teatro della crudeltà, il teatro della catastrofe, un telo bianco – un altro – e una registrazione in cui il poeta ammette di amare la vita, recide completamente il senso primario dell’opera per ribaltarci in una prefazione sottile (sì, prefazione. Per-

ché pare che nulla abbiano in comune le prime due sequenze con la terza, con un palese cambio di ritmo) in cui un prelato, accanto a un letto d’ospedale, ci narra la leggenda del Grande Inquisitore (eccola, finalmente. O no, non finalmente) ed eccolo. Ivan torna nei panni dell’Inquisitore stesso e un tendone – ennesimo – cala per sottolineare che quella, sì, è una conferenza. E bisogna dire che l’Inquisitore ha una certa arte retorica nello spiegare a Cristo, tornato quindici secoli dopo la sua crocifissione, in Spagna, ai tempi della Santa Inquisizione, che il suo ritorno vuol dire mettere in crisi tutti gli sforzi fatti dalla Chiesa affinché la sua parola venga seguita a menadito. Lo condanna a morte, spiegando che non si può donare agli uomini la libertà. La libertà è un peso troppo grande da cui l’uomo sfugge volentieri, se qualcun altro lo prende al suo posto. L’uomo necessità l’autorità d’un altro su di sé. È per questo che, spiega ancora l’Inquisitore, «...domani, a un mio cenno, coloro che oggi ti lodavano, verranno ad appiccare il fuoco al tuo rogo.» Non vediamo il bacio di Cristo, sulla scena, né vediamo il tremolio dell’Inquisitore a quel gesto, né la piéce si conclude con Cristo che ha la libertà d’andare via. Eppure la conferenza ha termine. E quel che resta è un peso, una riflessione indotta. E ci rendiamo conto che nessuna delle nostre domande esistenziali ha, probabilmente, ancora una risposta. [ ]

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[ Teatro & libri ]

[ LIRICA, IERI, OGGI E DOMANI ]

LIRICA IERI,OGGI,DOMANi #03

Agglomerato verbale sul genere musicale più temuto

di Francesco Odescalchi

L’OTTOCENTO ROMANTICO: μέλος e δρᾶμα SPICCANO IL VOLO. PER NON ATTERRARE PIU’

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ello scorso appuntamento di questa rubrica (vedi JustKids#02) abbiamo seminato il terreno di questa grande coltivazione rappresentata dal XIX secolo per la rinascita e lo sviluppo del Melodramma. Soprattutto dal nostro,una volta giustamente chiamato, Belpaese provennero gli autori più brillanti e autorevoli di questo genere intrattenitivo. Attraverso il lavoro di italiani straordinari, la fusione di μέλος e δρᾶμα assunse i caratteri che osserviamo oggi nelle opere liriche maggiormente rappresentate. La musica da camera o sinfonica ormai meno spettacolare e più cervellotica, agli inzi dell’ottocento, risultava una pappa da intenditori. Questo fenomeno spianò la strada delle esigenze popolari,che si ritrovarono maggiormente nelle rappresentazioni melodrammatiche, che man mano stavano superando le settecentesche connotazioni di opera buffa e opera seria. L’avvicinamento alle esigenze popolari si manifestò in maniera evidente nell’approfondito studio dei personaggi e delle vicende letterarie da cui poi illuminati librettisti come Francesco Maria Piave o Arrigo Boito troveranno ispirazione per le trame delle opere liriche, che ancora oggi ci fanno sognare. Trame, accompagnate,in principio,in musica soprattutto dalla tetralogia di geni composta da Gioacchino Rossini (Pesaro 1792-Parigi 1868),Gaetano Donizetti (Bergamo 1797-1848) il giovane Vincenzo Bellini (Catania, 1801-Puteaux 1835), e la superstar Giuseppe Verdi (Busseto di Parma 1813-Milano 1901). La musica smise di essere perfino nei circoli più dilettevoli un passatempo per oziosi, ma assunse fin dall’inizio del secolo la forza di rappresentare gli aspetti più contraddittori della realtà, che si stava configuran-

do in questo secolo. Impossibile dimenticarci che ci troviamo nel secolo dei forti ribaltamenti sociali, della nascita dei pensieri politici moderni, della strutturalizzazione delle economie, della rivalutazione delle identità nazionali, dell’unità d’Italia, madre e figlia al tempo stesso del Risorgimento, che si manifestò, per diffusione, anche nelle arti. Musica in primis. “Fare musica” era anche matematica, e matematicamente non doveva soltanto piacere in modo intellettuale, ma soprattutto coinvolgere a livello emotivo, e addirittura politico. In questa cornice impetuosa, sorsero i tempi d’oro per la produzione di melodrammi, in una cornice in cui gli animi volavano tra handeliani “venti turbini” e che si trasportavano nella rappresentazione scenica di questo finto fittizio. Finto, nella misura in cui attraverso la finzione si colpiva allora,come ora, la sostanza più intima e veritiera delle emozioni. [ ]

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[ Sterilità del benpensare ] Il verderame è un antiparassitario che si usa in agricoltura biologica. Unico problema: è tossico. In questa rubrica scardiniamo le verità intoccabili... e usiamo il tatto (inteso come uno dei cinque sensi) per cose più divertenti.

VERDERAME

di Claudio Avella #03

La perdita dell’orientamento

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aro Pallore,

Come fare a darti torto. Il progresso, il santo progresso ci ha dato tanto! Abbiamo costruito le prime fogne e abbiamo debellato le epidemie, abbiamo costruito le scuole ed ora vammi a cercare un analfabeta da qualche parte, abbiamo ridotto ai minimi termini la percentuale di popolazione povera (almeno ce l’avevamo fatta per un po’), abbiamo costruito mezzi di trasporto veloci e sicuri che ci hanno regalato la possibilità di conoscere, viaggiare, ecc... Poi ci penso e mi chiedo, cos’altro ci ha dato il progresso? I quartieri dormitorio di Milano Nord, il disastro di Seveso, le morti per amianto...per parlare solo del passato. “Vabeh, dai”, dirai tu, “sono errori antichi, ora abbiamo imparato”. Posso risponderti con un hai ragione, al giorno d’oggi non ci sono più gli incidenti, gli sversamenti di inquinanti, produciamo solo quello che ci è realmente necessario ed in maniera intelligente, ma soprattutto non produciamo più rifiuti perché utilizziamo solo canapa indiana per fare tutto, dalle carrozzerie delle macchine ai medicinali per il raffreddore, e lo facciamo con energie rinnovabili, abbiamo invertito il processo di riscaldamento del pianeta, stiamo riconvertendo tutte le aree cementificate inutilmente in aree boscate con specie autoctone, non usiamo più il petrolio della Nigeria, non ci sono più guerre, Israele lancia solo sacchi pieni di coriandoli sulla Striscia di Gaza, Putin e Berlusconi hanno deciso di aprire ottomila asili con Metodo Montessori sparsi per l’Europa, le Marmotte confezionano cioccolata e Ken il Guerriero esiste davvero, fa il dentista cura il mal di denti della gente toccandogli i punti di pressione sulle ginocchia.

“Mh”?

“Mh”... Forse solo su

una cosa ho ragione, Berlusconi ha deciso di aprire ottocento asili, ma per farsi un

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[ VERDERAME ] harem, non per motivi filantropici. Il progresso ci ha disorientato, abbiamo perso la capacità di capire cosa sia importante e cosa no. Abbiamo perso la capacità di capire le relazioni di causa effetto: crediamo che la rivoluzione tecnologica sia stata un passaggio fondamentale per la conquista dei diritti civili, non rendendoci conto che abbiamo creato delle contraddizioni da fantascienza della serie “lavori e muori di tumore o non lavori e muori di fame...” Crediamo che la rivoluzione tecnologica ci abbia reso più facile la vita. Ora possiamo sapere come, dove e quando tutti i nostri conoscenti stanno facendo qualcosa, e cosa, sopratutto. Abbiamo cellulari touch-screen con cui possiamo comunicare in duecentocinquanta modalità diverse con le altre persone. Oramai l’idea di passare una giornata senza il telefono addosso ci pare una pazzia da terzo mondo. Non siamo più in grado di stare soli con noi stessi. Abbiamo i fottutissimi navigatori satellitari. La realtà è che non è vero che abbiamo allargato la conoscenza, l’abbiamo conquistata, poi l’abbiamo delegata...alle tecnologie. Odio i navigatori satellitari perché sono l’emblema di questa delega: non dico che dovremmo essere capaci di costruire mappe, ma leggerle. Oggi non siamo in grado di orientare, non dico una mappa per non perderci in montagna, ma nemmeno un Tuttocittà. Quando non sappiamo dove siamo, tiriamo fuori dalla tasca il nostro cazzutissimo iPhone, gli strisciamo sopra le dita e poi giriamo con ‘sto coso in mano che, come se fosse l’oracolo di Delphi ci dice dove andare. Che ridere il giorno che i server non vi daranno più il servizio e ci ritroveremo con centinaia di scimmiette che vanno a sbattere l’una contro l’altra come un autoscontri. Oramai crediamo che siano oggetti fondamentali, senza i quali è impossibile vivere, comunicare, essere connessi con il mondo

...non rendendoci conto che dovremmo essere connessi con la nostra testa... Non ci rendiamo conto che questa diffusione delle tecnologie ha aumentato i consumi energetici in un momento in cui la crisi energetica è un’emergenza. La produzione di questi materiali viene spesso e volentieri fatta con materiali che vengono dal centro dell’Africa, dove dalle miniere di Coltan i bambini ricavano materiali con cui i Signori della Guerra possono finanziare l’inferno. “Eh vabeh...ma sicuramente mica tutti quelli ceh producono materiale elettronico fanno così” ...”mh” ma perché vi siete andati a informare su come fosse stato prodotto il vostro smart-phone prima di comprarlo, siete davvero consumatori responsabili? Insomma...per evitare di perdere cinque minuti a guardare un Tuttocittà, finanziamo le guerre dell’Africa...e tra le altre cose anche

la perdita dei nostri collegamenti neuronali.[]

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[ Sterilità del benpensare ]

LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE #0 3 di Claudio Avella

L'Età della diffidenza

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uando ho proposto a Just Kids di inserire una rubrica sulla partecipazione, la democrazia partecipativa e i processi decisionali di tipo partecipativo, sapevo che mi sarei impelagato in qualcosa di non semplice e piuttosto vasto da trattare. Mi sono ritrovato in questi giorni sommerso da articoli accademici, cercando di ingegnarmi su come trattare una tematica tanto complessa in maniera semplice. Come al solito il modo migliore per affrontare una tematica multiforme e tortuosa, come questa, sta nel semplificare e razionalizzare il tutto. Ho deciso perciò, dopo l'introduzione generale al tema fatta nel primo articolo, nel numero due di Just Kids, di partire dagli obiettivi della partecipazione e dai risultati a cui può portare un processo del genere, per poi descrivere i campi in cui si può applicare, le modalità e le tecniche e infine degli esempi interessanti, non di certo esaustivi, ma sicuramente significativi. Vorrei partire da una frase tratta dalla presentazione di un libro di Marianella Sclavi, una delle maggiori esperte in Italia, e Larry Susskind: “La vecchia democrazia procedurale e maggioritaria ha qualche problema. I suoi modelli di decisione e di soluzione dei problemi (applicati anche in aziende, comunità locali, e riunioni) portano a scelte non condivise, minoranze infelici e soluzioni povere. Bisogna trovare nuove strade di confronto democratico capaci di andare oltre le forme oppositive dei conflitti!”. Insomma, per riportare una definizione che ho trovato nelle letture di questi giorni, viviamo nell' ”Età della diffidenza”, in cui stiamo sperimentando una crisi del sistema politico che ispira delusione, sfiducia e sospetto. La democrazia partecipativa si basa su processi decisionali, consultivi, di gestione dei conflitti e di problematiche complesse o a molti obiettivi nei campi

più disparati, in cui vengono coinvolti tutti gli attori, direttamente o indirettamente, interessati alla tematica. Alcuni tra i più comuni sono legati all'urbanistica e alle decisioni a scala territoriale locale, di quartiere, municipale e comunale. A differenza dei processi decisionali “classici” ovvero quelli della democrazia rappresentativa, il coinvolgimento degli interessati, non passa esclusivamente attraverso il coinvolgimento di partiti, associazioni ed enti precostituiti, ma tutti i “portatori di interesse”, quelli che vengono generalmente chiamati “stakeholders”. Perché tutto ciò? Quali sono gli obiettivi di questa forma democratica e dei processi decisionali di questo genere? Quali sono i vantaggi? Quali gli svantaggi? Ma soprattutto, la democrazia partecipativa, è davvero alternativa a quella rappresentativa? Andiamo per gradi. Partiamo dagli obiettivi. Quello più generico è la “democratizzazione della democrazia” ovvero, oltrepassare il semplice artificio di creare una maggioranza a cui delegare le decisioni per il popolo (inteso in senso lato come quell'insieme di soggetti che vengono influenzati dalla decisione), che è soggetto della democrazia. Questa democratizzazione della democrazia si declina in sviluppo dei diritti di cittadinanza, rilegittimazione del sistema politico, ovvero sviluppo delle capacità dei cittadini e aumento dell'inclusione di tutti quei segmenti della società che normalmente rimangono fuori dal dibattito politico. Ma oltre a obiettivi di tipo meramente politico troviamo degli obiettivi pratici: cercare rimedio all'inefficienza e all'inefficacia delle amministrazioni, dovute agli eccessi di burocratizzazione, ed aumentare l'efficacia dell'azione pubblica; raggiunge maggiore giustizia sociale tramite azioni di redistribuzione; promuo-

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[ LIBERTA’ E’ PERTCIPAZIONE ] partecipazione è vana e si ricadrà ancora una volta nella sfiducia e nell'”Età della diffidenza”. Direi che per ora mi sono dilungato troppo. Vi lascio con un po' di suspence. E alla prossima puntata racconterò qualcosa di più pratico, mostrando anche come effettivamente, un processo partecipativo ben fatto e strutturato è per forza una processo che incide, in quanto gli stessi decisori saranno spinti a tenere conto della consultazione effettuata. [ ]

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ust kids

vere la sostenibilità ambientale; ridurre l'incertezza e aumentare l'informazione. La partecipazione non prevede solo obiettivi politici, ma anche tecnico-scientifici. Tecnico-scientifici? Sì...incredibile, ma vero, i tecnici sono nulla senza i saperi quotidiani di chi vive giorno per giorno il territorio, per esempio. Mi tornano alla mente due esempi dalle lezioni universitarie. Il primo riguarda dei tecnici che scoprirono come prevedere se su un lago sudamericano ci sarebbero state delle piene e delle esondazioni consultando una popolazione locale. Essi infatti vivono su delle grosse zattere e ogni anno decidono se rimanere sul lago o insediarsi sulla terra ferma a seconda che una particolare specie di uccello nidifichi sulle loro dimore galleggianti. Un altro esempio riguarda ancora una volta la gestione delle acque di un lago: ad una riunione con i presunti portatori di interesse per decidere come regolare le acque di un fiume e quindi che rischio assumere che il lago a valle esondasse, un venditore di auto si presentò lamentando che i danni economici calcolati erano incompleti, in quanto non consideravano il fatto che, in caso di esondazione, i rivieraschi avrebbero speso meno in automobili per rimediare ai danni subiti alle loro case. Insomma, il sapere quotidiano diventa un fondamentale supporto anche alle decisioni apparentemente di tipo puramente tecnico, migliorando l'efficacia degli interventi. Questi erano solo due esempi per mostrare quanto la partecipazione sia non solo un valore o un ideale politico a cui qualcuno potrebbe voler tendere, ma abbia dei veri e propri vantaggi pratici. Negli ultimi decenni sono tante le esperienze di democrazia partecipata o deliberativa (che non sono propriamente la stessa cosa, ma sono molto vicine) sviluppate: dagli istituti francesi della “Democratie de Proximité”, alle audizioni e le inchieste pubbliche inglesi, l'urbanistica partecipata, le giurie civiche, i comitati di controllo, gli osservatori popolari e i bilanci partecipativi, originari della scuola sudamericana e particolarmente sviluppati in Italia e in Spagna. Insomma, non esiste una forma di democrazia partecipata, ma una vera e propria, vasta famiglia di forme partecipative differenti. Tutte però sono accomunate da tre principi fondamentali: la partecipazione di tutti gli individui, come dicevo prima, gli stakeholders; la prosecuzione dei processi durante tutte le fasi dell'attività su cui viene applicata la procedura, da quando ancora l'attività è sindacabile nella sua stessa opportunità fino alla sua esecuzione vera e propria e la sua morte; l'incidenza del processo sulla decisione politica. Se manca l'incidenza, allora la


[ Sterilità del benpensare ]

Buononononoub #03

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ianluca Conte è un discreto cantautore e un buon terapeuta. Gianluca piange, si commuove, si emoziona per delle stronzate, ha paura, si vergogna e spesso ha ansia. Nella rubrica BuonoNONuonoB si parlerà di tutto ciò che non si può dire in una canzone.

di Gianluca Conte

|photograph by Filippo Venturi

E

gregi signori Maya,

non vorrei che stessimo tutti prendendo la cosa troppo alla leggera. Come diceva mia madre per alcune interrogazioni o l'allenatore di calcio per alcune partite apparentemente scontate, e quasi sempre avevano ragione. E ponendomi il dubbio mi stanno venendo un sacco di domande. Per esempio. Il fatto che la fine del mondo non avvenga in modo naturale ma per "causa di forza maggiore" fa sì che l'aldilà sia diverso da come ce l'hanno sempre spiegato? O comunque saremo destinati tutti a dividerci tra Inferno, Paradiso e Purgatorio? Chissà che file e quante ingiustizie nella suddivisione. Io direi che ne abbiano già subite tante in vita, spero il servizio sia più efficiente, giusto e rapido. Io sinceramente non saprei dove vorrei andare. Il Paradiso me lo immagino un posto per signorotti, tutti belli puliti, sorridenti e rispettosi, una roba tipo famiglia del Mulino Bianco, ma poi chissà cosa c'è sotto. Il Paradiso non mi convince tanto, vorrei prima fare un giro all'Inferno. Sarà che io ho sempre avuto un debole per i perdenti, o comunque i meno vincenti. Già da bambino non volevo avere il Subbuteo, ma preferivo costruirmi il campetto con il mio tapJK | 58


[ BuonoNONonouo B ] peto gigante, usando le figurine, una pallina di carta e delle porte costruite con le matite. E quando ho dovuto scegliere tra il stellare Nintendo e il più disastrato Sega Master System non ho esitato nel scegliere il secondo, preferendo l'umile Alex Kid al tanto esaltato Mario Bros. Poi arrivato alle scuole medie, quando ci fu il boom delle tutte da ginnastica, i più fighi indossavano le tute della Nike, i secchioni tute inguardabili, le ragazze che facevano intravedere ottime potenzialità da troia le tute Adidas e a me che la Nike non piaceva (per il logo più che altro) scelsi una tuta Kappa. Non era un marchio tra i migliori, ma nemmeno sconosciuto. E poi la tuta non era male. Anche ai tempi del liceo, quando improvvisamente ci scoprimmo tutti calciatori e non ci accontentavamo più di giocare nei campi di terra con scarpe da ginnastica distrutte, ci fu la corsa all'acquisto degli scarpini da calcetto. Molti dei miei compagni si comprarono le scarpe della Nike o dell'Adidas. Io, consapevole del fatto che con qualsiasi tipo di scarpa sarei rimasto comunque un calciatore appena sufficente, non me la sentivo di far spendere tanti soldi per delle scarpe che non avessero poteri magici. E allora optai per la quasi sconosciuta Uhlsport. Aperta parentesi. Soltanto un calciatore usava le scarpe da calcio Uhlsport ed era Paver Nedved. Chi non conosce bene il calcio deve sapere che Pavel Nedved era un calciatore nato con qualità tecniche non eccezionali, ma che con l'allenamento, la grinta, la costanza e la voglia di migliorarsi giorno dopo giorno è diventato uno dei migliori giocatori al mondo, vincendo anche il Pallone d'Oro. Chiusa parentesi. Se vado a delle feste in cui ci sono delle cameriere (ultimamente mi è capitato svariate volte) starei ore ad aiutare e parlare con la cameriera e a lavoro mi sono affezionato molto più ai miei utenti che ai colleghi. Per cui sinceramente io sarei curioso di andare all'Inferno e vedere chi ci trovo. Siccome la nostra fine sarebbe diversa da tutti quelli che ci hanno preceduto è possibile comunque reicontrarci tutti? Mi piacerebbe incontrare un pò di persone a cui non ho avuto il tempo di dire tante cose. Per esempio mia nonna Jolanda che ho conosciuto quasi niente e che deve essere stata dolcissima quanto mia nonna Grazia. A proposito le due nonne sicuramente, secondo i canoni classici, saranno in Paradiso. Sono previste visite anche solo temporanee tra Inferno e Paradiso e trasporti di cibi? Io non riuscirei per niente al mondo (si userà ancora questo modo di dire lassù?) a rinunciare alle orecchiette con sugo e asparagi di mia nonna o al baccalà con noci e lampascioni fritti. Sarei capace di diventare angelo per una cosa del genere. Mi piacerebbe incontrare anche mio nonno Giovanni, che ho conosciuto poco ma ricordero' sempre quando dopo pranzo, guardando il cielo, salutava mia nonna, e poi mi insegnava le parole di "Un italiano vero". Vorrei poterci parlare almeno un pò, visto che di tempo si presume dovremmo averne moltissimo. A parte questo come funzionano Inferno e Paradiso? Si sta tutti insieme? Si è tutti uguali o anche lì il comunismo

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[ Sterilità del benpensare ] non ha funzionato? Ci sono classi sociali, privilegi, soprusi o corruzioni o davvero si ha perlomeno un'uguaglianza di diritti e di doveri? E poi per passare agli aspetti più pratici che si fa lì di giorno? Si lavora? Oddio, io di ricominciare tutta la trafila dei curriculum, dei tempi determinati, degli stage non pagati, della disoccupazione, non ne ho proprio voglia. Il lavoro nobiliterà anche l'uomo ma nel momento in cui comincia a mancare lo può rendere un assassino, verso se stesso e gli altri. Preferirei un metodo in cui ciascuno si autogestisce e si produce le sue cose autonomamente, rispetto a quello di cui ha bisogno. Voi che dite signori Maya? Spero che si smetta anche con le malattie, gli antibiotici e soprattutto gli psichiatri. A parte queste cose sarebbe divertente anche sapere cosa prevede la nostra vita (si chiamerà così?) dal 22 dicembre da un punto di vista più goliardico. Continueranno i campionati di calcio? Magari le squadre avranno tutti lo stesso budget da spendere ogni anno, così ogni anno sarà una continua sorpresa e non continueranno a vincere sempre le squadre gestite da imprenditori corrotti che usano il calcio per riciclare il loro denaro sporco? E concerti ce ne saranno? Chissà come saranno suddivisi i musicisti. Per me i Sonic Youth, Bjork e i Radiohead dovrebbero andare in Paradiso, se verranno valutati con criteri artistici. Ma dubito. Tanti invece li manderei direttamente in Purgatorio, Il Paradiso sarebbe troppo per chi ha venduto l'anima all'industria, nè tantomeno all'Inferno perchè non meritano nemmeno di respirare la stessa aria che respirano Kurt Cobain, Janis Joplin o Luigi Tenco. Già, perchè loro immagino siano all'Inferno, vero? Pensate che sia possibile incontrarli e farci due chiacchiere, davanti ad una bella bottiglia di vino? A proposito mica anche nell' Aldilà continuerete a rompere le palle con politiche proibizioniste e repressive sull'alcol, sulle droghe leggere e sul tabagismo, ma producendone a livelli industriali? Se posso dare un consiglio io farei una cosa molto più semplice e più efficace. Appena entreremo tutti quanti, allo Sportello Informazioni spiegate a tutti quali sono i motivi validi per bere e fumare e farsi le canne, e quali no, e inoltre spiegate quali attività si possono svolgere senza tanti rompimenti di coglioni nei 3 padiglioni a noi riservati: suonare, fare sport, fare sesso, cucinare, menarsi, scrivere, far del bene agli altri. Dopo di che augurate a tutti di noi di fare quel che ci pare e piace. Per tornare alla questione dei musicisti. C'è un mercato musicale? Nel caso in cui la vostra profezia si riveli esatta e ci ritrovassimo tutti insieme all'Inferno ci sarebbe la possibilità di vedere un concerto dei Beatles (a proposito ma voi che sapete Paul McCartney è davvero già morto?) o dei Nirvana? Io posso continuare a suonare? Magari lassù c'è un contesto musicale meno cinico e acido, in cui uno può suonare come cazzo sa suonare, senza pressioni e repressioni, insulti gratuiti e invidie da quattro soldi. Mi piacerebbe fare una partita al biliardino con John Lennon, Troisi e Pantani. Secondo me il più forte dei tre a

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[ BuonoNONonouo B ] biliardino è Troisi, per cui mi metterei con lui, visto che io, a causa della mia tendinite cronica, non reggo più di tanto. Sono curioso di vedere che fa Pantani quando vedrà Armstrong. Vorrei aspettarlo con lui e fargli un sacco di linguacce. Ogni tanto bisognerebbe tornare bambini ed esprimersi nel modo più spontaneo possibile. Poi dopo mi piacerebbe parlare tutti e quattro di libri, farci due risate e parlare di musica. Vorrei chiedere a John Lennon se anche a lui ogni tanto è venuta la tentazione di buttare tutto all'aria, perchè la musica, come ogni cosa bella, ti riempie il cuore ogni giorno, ma quando fa male ti sega le gambe e non sempre hai la forza e la voglia di rialzarti. Non so se esisterà la politica, potremmo quasi farne a meno. Io mi immagino e mi auspico una situazione un pò diversa, in cui si ragioni in una maniera più semplicistica. Sì, penso che uno dei motivi per cui avete preso questa decisione di fissare una data anzitempo per la fine del mondo, sia anche dovuto a tutto l'incasinamento che abbiamo prodotto, soprattutto in questi ultimi tempi. Da quando tempo fa è cominciata a circolare la voce che l'uomo fosse l'essere più intelligente dell'universo si è montato la testa e ha cominciato a pensare che allora fosse capace di tutto. E dal momento che miliardi di persone hanno cominciato a pensarla così si può immaginare il caos che si è creato. L'uomo è arrivato a pensare di poter maneggiare e plasmare tutto, anche la natura, e da lì è iniziata la fine del mondo. Se la Terra è nata dal caos, a causa del caos sparirà. Da questo punto di vista avete anche ragione. Comunque sia, e qui concludo Egregi Maya, affinchè nessuno di noi prenda troppo alla leggera la vostra profezia credo sia utile che rispondiata non dico a tutte, ma almeno alla maggior parte di queste domande, così che possiamo essere pronti a questo grande passo. Altrimenti arriveremmo tutti spaventati e sorpresi, ricominceremmo da un ulteriore caos e direi che non è proprio il caso. Distinti saluti. P.S.: ancora due domande che mi stavano sfuggendo. 1-Nell’Aldilà c’è anche Nostradamus? E che fa lì? Continua a profetizzare su cosa? 2-Questa sarà l’ultima fine del mondo? Intendo dire, dopo di questa dobbiamo aspettarci ancora altro o ce ne potremo stare finalmente tranquilli e beati con le persone cui vogliamo bene, senza troppe ansie, preoccupazioni, scadenze?

Gianluca Conte è Mezzafemmina ed è anche qui: www.mezzafemmina.com JK | 61


[ Sterilità del benpensare ]

sEX ON

#03

di Catherine

Tutto d’un fiato.

#daconsumarsipreferibilmente #ognilasciataèpersa

L

’idea di base è quella di indagare sul concetto di tempo, sul concetto di infiniti ragionamenti logici e sul concetto di tempestive decisioni illogiche. Traducendo l’idea in una frase di senso compiuto si potrebbe dire: quanto tempo può essere usato o sprecato per ragionare su cose che forse una spiegazione sensata non ce l’hanno e quanto invece se ne potrebbe guadagnare se le scelte fossero ispirate solo, incondizionatamente e stupidamente alla religione dell’istinto e del piacere? Più che una frase di senso compiuto ho costruito con impegno una domanda dal senso contorto, comunque sia, ho appena iniziato a scrivere il presente pezzo con in testa solo frammenti confusi di discorsi sentiti qua e la e senza la precisa intenzione di sostenere un’argomentazione in particolare. Flusso di coscienza per questo giro, abbiate pazienza. Il fatto è che episodi recenti, passati e trapassati, situazioni vissute in prima persona, in seconda persona e magari con anche la terza persona di mezzo, storie finite bene, finite male oppure mai finite, suggeriscono insistentemente che pensare in fin dei conti serva poco. Superficialmente la mia affermazione potrebbe essere interpretata come il JK | 62

L’impre È questo che di spi


[ Sex ON] tentativo di teorizzare un alibi per motivare la tendenza a fare cazzate di ogni genere. Quella tendenza della quale è impossibile liberarsi soprattutto nel caso in cui istintivi, sottilmente matti, individualisti quanto basta e ingordi di emozioni si sia nati, o si sia irrimediabilmente diventati. Inevitabilmente, definitivamente , consapevolmente e felicemente diventati. Eppure non è così, non si tratta di giustificazioni per atti inconsulti. Non si rifiuta qui il pensiero come nobile espressione di intelligenza e di buon senso, semmai qui si dubita del suo valore come estremo tentativo di interpretare l’indecifrabile e di spiegare l’inesplicabile. Semmai, sempre qui, si critica ferocemente il pensiero come limite del godimento, come freno alla libera espressione della volontà di fregarsene. Tra le altre cose, quanto sostenuto potrebbe far sentire chi legge (oltre che chi scrive) autorizzato a proseguire con orgoglio sulla non diritta via sentendosi soddisfatto e in qualche modo assolto. Sempre che anche questo mese io riesca a inviare quanto sostenuto all’ultimo secondo prima che la redazione chiuda irrevocabilmente questo numero di Just Kids. L’imprevedibile. È questo che sto cercando di spiegare. Interessante declinazione del concetto di tempo. Riguardo la constatazione ovvia che tutto può succedere probabilmente non incontrerò obiezioni. Sarà capitato a chiunque di passare da ti adoro a sei un coglione alla velocità della luce. Dunque non c’è un limite , qualunque cosa può accadere molto lentamente oppure molto velocemente, ma se una cosa accade è perché dopo devono accaderne altre. In questa prospettiva non è forse un po’ da stronzi pensare alle cose piuttosto che farle? Non lo so, scusate, non era nelle mie intenzioni alterare e rendere scurrili i toni della discussione. Credo che però occorra trovare i termini giusti per essere convincenti quando la difficile missione è far passare come buona e lecita a rigor di logica la necessità di non usare la testa, di dimenticare per un attimo di averla e poi al massimo riprenderla in considerazione per trarre le conclusioni di quanto in sua assenza

evedibile. e sto cercando iegare.

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e suo malgrado è già avvenuto. È qualcosa di simile a una sorta di carpe diem moderno e alternativo inviato e visualizzato tramite whatsapp. Compiere azioni e pronunciare parole disconnettendosi momentaneamente dal contesto, non considerare le eventuali oppure certe conseguenze solo per il brevissimo tempo di un sì, perseguire diabolicamente ma innocentemente il proprio interesse quando ispirato esclusivamente dal desiderio del piacere e non da quello del dolore. Tutto questo è da tenere in considerazione, da valutare o perlomeno provare a capire. Sicuramente non è da etichettare come assurdità costringendo tutta la questione dentro l’inflazionata oltre che riduttiva dicotomia tra istinto e ragione. Non è così semplice, non lo posso accettare. Le decisioni prese in una nano secondo prima di citofonare, i cambiamenti di programma a piacere senza un preavviso e nemmeno un post avviso, gli inviti a cena da parte di perfetti sconosciuti inaspettatamente accettati al volo, le serate dall’esito non immaginabile. Qualcosa di rigenerante, liberatorio, saggio, folle, emozionante, commovente, sensato e stupido nello stesso tempo. Succede solo se si è sufficientemente soddisfatti della vita, credo. Lo dice ogni maestro zen che il modo migliore per essere felici è vivere il presente senza preoccuparsi del futuro. È un dettaglio che alla fine i maestri zen muoiano tutti poveri e single. Scegliere senza una spiegazione è quanto di più simile ci sia alla libertà di movimento. Probabilmente tutto questo andare,

tornare, soffrire e godere senza fermarsi mai ha un prezzo, fare di testa propria o meglio fare senza testa è solo per gente con lo stomaco forte e con la sensibilità impermeabile. Il rischio è che il mondo inizi a non considerarti attendibile, confondendo la creatività dell’approccio con la tendenza a fare egocentricamente come ti pare dicendo bugie svampite. Non è così semplice, non lo posso accettare. Il prossimo passo, dunque, sarà affermare l’inconcepibile, sarà sostenere che una certa verità detta con passione non necessariamente ne esclude un’altra magari non detta, anche se si tratta di una verità diametralmente opposta. Fatti e pensieri vivono di vita propria in fin dei conti, quando mai si è detto che fra intenzioni teoriche e casuali situazioni concrete da non perdere debba esserci sempre una diretta corrispondenza? Perché non posso desiderare un risotto e poi ritrovarmi con un gelato in mano senza che una cosa metta in discussione l’altra? Passatemi la metafora eroticamente ambigua. Come si fa a essere sicuri al mattino dei desideri che si potrebbero avere di notte? Come si può decidere l’esatta durata di un attimo oppure di un’eternità? Ma soprattutto, intanto che di certo non si sa niente, ci si può permettere di dichiarare quel poco che si sa con convinzione senza che per forza più tardi sia considerato una menzogna? Forse la relazione perfetta dovrebbe svolgersi interamente e intensamente in sole 24 ore. Ci starebbe dentro tutto. Caffè insieme, sesso, dormire abbracciati, sesso,

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film, litigio, pace, sesso, pranzo, chiacchiere, sesso, risate, un giro in centro, sesso, cena, discorsi d’amore, sesso, bicchieri di vino, considerazioni sulla vita, musica, sesso, rimanere a letto un altro po’. Ci starebbe dentro tutto e sarebbe tutto vero. Su un lungo termine di 24 ore su cui giurare e spergiurare potrei scommetterci persino io. Viviamo ripetutamente improbabili relazioni mistiche, sconvolgenti, immaginate e senza una metrica non vedo perché dovrebbe suonare strana l’idea di una relazione cotta e mangiata. Nessuna complicazione, nessuna deduzione che dipenda dal passato, nessuna previsione che ci vincoli al futuro. Nessuna domanda filo esistenzialista del tipo: si può andare verso il futuro se il passato è ancora presente? Troppi giri di parole e divagazioni spazio-temporali. Quello che conta è oggi, 24 ore e sto! Immersi nel piacere complice e blindati contro la poligamia. Desiderare altro, cedere alla tentazione e successivamente farsi sgamare,

forse, è l’unica cosa che in 24 ore non ci sta. Non è una questione di disillusione, mi piacerebbe solo che l’essere umano fosse geneticamente abbastanza squilibrato per prendere tutto così come viene, con gioia. È opinione condivisa però che l’essere umano (anche se diversamente equilibrato) sia invece geneticamente portato per il pensiero, per il dramma, per l’alcol e per il quarto d’ora di irrequietezza quotidiana. Quando le cose sono troppo facili siamo portati a sospettare, devono diventare complicate prima che possano essere credute reali. Dico solo che non sarebbe un peccato capitale se coniugare in prima persona singolare presente il verbo pensare fosse considerato, almeno in alcuni casi, il modo sbagliato di iniziare una frase. Sarebbe perfetto, poi, se quella stessa frase potesse concludersi con la serenamente rassegnata esclamazione:

“non lo so, fammi accendere!”

PS. Libretto illustrativo a piè di pagina (utilissimo) Si consiglia appassionatamente di smettere di leggere nel momento esatto in cui inizieranno a presentarsi i primi sintomi del delirio scritto. Se lo strano senso di irrealtà dovesse persistere, l’unica cura testata con successo è parlare e ridere da soli in macchina. Tantissimo. In qualunque caso per evitare si manifestino forme di allergia alla spontaneità e alla disinibizione non prendete sul serio quanto già letto (vi supplico). Poi l’autrice non si lamenterà se da incompresa finirà nel cimitero dei maestri zen. Anzi forse si lamenterà. Anzi sono convinta che prima di finirci farà un gran casino.

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#03

Era facile giudicare il mondo allora. Nessuno trovava suadente l’orrido piripiri che va tanto di moda oggi. L’umanità era divisa tra chi affrontava la vita in battere e chi decideva di farlo in levare. E poi c’erano quelli come me, i più audaci, che si muovevano marcando il tempo in mezzo ai due accenti. A ritmo di swing. (Emidio Clementi, La ragione delle mani)

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JUST KIDS - #03 - Gennaio 2013  

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