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L'Italia e la storia

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Indice Voci Italia

1

Nazionalismo

51

Fascismo

57

Destra (politica)

97

Socialismo

101

Comunismo

108

Sinistra (politica)

126

Repubblicanesimo

129

Nazionalsocialismo

130

Cristianesimo democratico

146

Federalismo

154

Capitalismo

167

Centrismo

176

Regno d'Italia (1861-1946)

180

Fronte italiano (1915-1918)

198

Campagna d'Italia (1943-1945)

224

Guerra civile in Italia (1943-1945)

232

Resistenza italiana

259

Partigiano

306

Assemblea Costituente della Repubblica Italiana

309

Nascita della Repubblica Italiana

313

Costituzione della Repubblica Italiana

334

Note Fonti e autori delle voci

350

Fonti, licenze e autori delle immagini

353

Licenze della voce Licenza

359


Italia

1

Italia Coordinate geografiche: 42°38′18″N 12°40′28″E42.6384261°N 12.674297°E Italia

(dettagli)

(dettagli)

Dati amministrativi Nome completo

Repubblica Italiana

Nome ufficiale

Repubblica Italiana

Lingue ufficiali

italiano (bilinguismo a livello regionale o locale)

Altre lingue Capitale

varie, vedi lista Roma (2 783 300 ab. / 30-11-2011) Politica

Forma di governo Presidente della Repubblica Presidente del Consiglio Proclamazione

Ingresso nell'ONU Ingresso nell'UE

Repubblica parlamentare Giorgio Napolitano Mario Monti Regno d'Italia: 17 marzo 1861 Nascita della Repubblica Italiana: 18 giugno 1946 14 dicembre 1955 25 marzo 1957 (membro fondatore) Superficie

Totale % delle acque

301 340 km² (72º) 2,4 % Popolazione

[1]


Italia

2 Totale

59 433 744 ab. (9-10-2011) (23º)

Densità

201,81 ab./km² (39º) Geografia

Continente

Europa

Fuso orario

UTC+1 (CET) UTC+2 (CEST) in ora legale Economia

Valuta PIL (PPA) PIL pro capite (PPA) ISU (2010)

[2]

Euro

1 921 576 milioni di $ (2008)  (10º) 29 392 $  (2010)  (29º) 0,854 (23º) Varie

TLD

.it, .eu [3]

Prefisso tel.

+39

Sigla autom.

I

Inno nazionale

Il Canto degli Italiani

Festa nazionale

2 giugno

Evoluzione storica Stato precedente

Regno d'Italia

« Il Bel Paese / ch'Appennin parte e 'l mar circonda e l'Alpe » (Francesco Petrarca, Rerum Vulgarium Fragmenta, s. CXLVI)

L'Italia (IPA: [iˈtaːlja] ), ufficialmente Repubblica Italiana,[1] è una repubblica parlamentare situata nell'Europa meridionale, con una popolazione di 60,8 milioni di abitanti e capitale Roma. Delimitata dall'arco alpino confina a nord, da ovest ad est, con Francia, Svizzera, Austria e Slovenia, inoltre confina e contiene le nazioni enclavi di San Marino e Città del Vaticano; il resto del territorio, circondato dai mari Ligure, Tirreno, Ionio ed Adriatico, si protende nel mar Mediterraneo, occupando la penisola italiana e numerose isole (le maggiori sono Sicilia e Sardegna), per un totale di 301 340 km².[2]


Italia Roma, che fu capitale dell'Impero romano, è stata per secoli il centro politico e culturale della civiltà occidentale. Dopo il declino dell'impero romano, l'Italia medievale fu soggetta ad invasioni e dominazioni di popolazioni germaniche, come gli Ostrogoti, i Longobardi ed i Normanni. Nel XV secolo, con la diffusione del Rinascimento, ridivenne il centro culturale del mondo occidentale, ma dopo le guerre d'Italia del XVI secolo ricadde sotto l'egemonia delle potenze straniere, francese, spagnola e austriaca. Durante il Risorgimento combatté per l'indipendenza e per l'unità finché nel 1861 fu proclamato il Regno d'Italia che cessò di esistere nel 1946, dopo il ventennio fascista e la sconfitta nella seconda guerra mondiale quando, a seguito di un referendum istituzionale, lo Stato italiano divenne una repubblica. Nel 2010 l'Italia, ottava potenza economica mondiale, è un paese con un alto standard di vita: l'indice di sviluppo umano è molto alto, 0,854, e la speranza di vita è di 81,4 anni.[3] È membro fondatore dell'Unione europea, della NATO, del Consiglio d'Europa e dell'OCSE, aderisce all'ONU e al trattato di Schengen. È inoltre membro del G7, G8 e G20, partecipa al progetto di condivisione nucleare della NATO, è una delle potenze regionali europee e si colloca in nona posizione nel mondo per le spese militari. L'Italia vanta il maggior numero di siti dichiarati patrimonio dell'umanità dall'UNESCO[4] ed è il quinto paese più visitato del mondo.

Etimologia del nome Italia Il nome proprio "Italia" nasce come toponimo. La sua origine, oggetto di studi sia da parte di linguisti che di storici, è controversa. Non sempre, tuttavia, sono suggerite etimologie in senso stretto, bensì ipotesi che poggiano su considerazioni estranee alla specifica ricostruzione linguistica del nome oppure che sono riferite a tradizioni non dimostrate (come l'esistenza del re Italo) o poco verosimili (come la correlazione del nome con la vite).

Storia Preistoria e protostoria Il popolamento del territorio italiano risale alla preistoria, epoca di cui sono state ritrovate importanti testimonianze archeologiche. L'Italia è stata abitata a partire dal paleolitico, periodo di cui conserva numerosi siti archeologici come la grotta dell'Addaura, i Balzi rossi, Monte Poggiolo, il ponte di Veja, la Grotta Guattari, Gravina in Puglia, Altamura e Ceprano.[5] Numerosi ritrovamenti documentano anche il periodo neolitico (cultura della ceramica cardiale e cultura dei vasi a bocca quadrata), l'età del rame (cultura di Remedello, cultura del Rinaldone, cultura del Gaudo), l'età del bronzo (incisioni rupestri della Val Camonica, cultura dei castellieri, cultura appenninica, civiltà nuragica, cultura delle terramare, cultura protovillanoviana). Per ciò che riguarda l'età del ferro, che in Italia coincide con il periodo preromano, si ricordano la civiltà villanoviana e i popoli indoeuropei trasferitisi in Italia dall'Europa orientale e centrale in varie ondate migratorie; essi si mescolano alle etnie preesistenti nel territorio, assorbendole, o stabilendo una forma di convivenza pacifica con esse; si delinea in tal modo fin da quest'epoca la suddivisione regionale del territorio italiano.

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Italia

4 Nell'Italia settentrionale, accanto ai Celti (comunemente chiamati Galli), vi sono i Liguri (originariamente non indoeuropei poi fusisi con i Celti), mentre nell'Italia nord-orientale vivono i Paleoveneti, di origine incerta, forse italica o illirica o, secondo alcune fonti, provenienti dall'Asia Minore.[6][7] Nell'Italia peninsulare, accanto agli Etruschi convivono popoli di origine indoeuropea definiti italici, fra cui Umbri, Latini, Sabini, Falisci, Volsci, Equi, Piceni, Sanniti, Apuli, Messapi, Lucani, Bruzi e Siculi. Altri popoli non indoeuropei, autoctoni, erano presenti in Sicilia (Elimi e Sicani) ed in Sardegna, abitata fin dal II millennio a.C. da varie etnie nuragiche, forse identificabili con l'antico popolo degli Shardana.[8]

Espansione della civiltà etrusca dall'VIII al VI secolo a.C.

Colonizzazione fenicia e greca I primi colonizzatori stranieri sono i Fenici che fondano inizialmente vari empori sulle coste della Sicilia e della Sardegna. Alcuni di questi diventano in breve piccoli centri urbani e si sviluppano parallelamente alle colonie greche; tra i principali centri vi sono le città di Mozia, Zyz, Kfra in Sicilia e Nora, Sulki, Tharros in Sardegna.[9] Dopo l'VIII secolo a.C., colonizzatori provenienti dalla Grecia si stabiliscono sulle coste del sud Italia (dando vita alla Magna Grecia) e su quelle della Il tempio della Concordia ad Agrigento Sicilia. Coloni ionici fondano Elaia, Kyme, Rhegion, Parthenope, Naxos, Zankles, Hymera e Katane. Coloni dorici fondano Taras, Syrakousai, Megara Hyblaia, Leontinoi, Akragas, Ghelas, Ankon ed Adria. Gli Achei fondano Sybaris, Poseidonia, Kroton, Lokroi Epizephyrioi e Metapontion; tarantini e thurioti fondano Herakleia. La colonizzazione greca pone i popoli italici a contatto con forme di governo democratiche e con espressioni artistiche e culturali elevate.[10]

L'età romana La regione geografica italiana viene unita politicamente per la prima volta con la Repubblica romana (509-27 a.C.), ma il carattere imperiale delle conquiste effettuate nei secoli seguenti da Roma snatura il carattere nazionale che questa regione stava acquisendo sul finire del I secolo a.C.[11] Giunta all'apice dello sviluppo politico, economico e sociale, Roma imperiale, con la sua organizzazione socio-politica, lascia un segno indelebile nella storia dell'umanità. In tutti i territori dell'impero, i Romani costruiscono città, strade, ponti, acquedotti e fortificazioni, esportando ovunque il loro modello di civiltà e al

Massima espansione dell'Impero romano, 117 d.C.


Italia

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contempo integrando le popolazioni e civiltà assoggettate, in un processo così profondo che per secoli, ancora dopo la fine dell'impero, queste genti continueranno a definirsi romane. La civiltà nata sulle rive del Tevere, cresciuta in epoca repubblicana ed infine sviluppatasi in età imperiale, è alla base dell'attuale civiltà occidentale. Dei confini dell'Italia parlava già Antioco di Siracusa (V secolo a.C.) nella sua opera Sull'Italia.[12] Egli andava ad itentificarla con l'antica Enotria, estendendosi dallo stretto di Sicilia, fino al golfo di Taranto ed al golfo di Posidonia.[13] In seguito, con la conquista romana dei secoli successivi, il termine Italia venne identificato con i territori compresi fino alle Alpi, inclusa la Liguria (fino al fiume Varo) e l'Istria fino a Pola.[13] Di fatto tutti i suoi abitanti furono considerati Italici e Romani.[13] L'Impero romano d'Occidente cade nel 476 quando Odoacre, ultimo di una schiera di condottieri germanici che nel periodo di decadenza dell'Impero romano d'Occidente avevano condotto le proprie orde in territorio italico, depone l'ultimo imperatore d'Occidente, Romolo Augusto.[14]

Il Medioevo Odoacre governa l'Italia fino al 493, quando viene deposto e ucciso, dopo una guerra di cinque anni, dagli Ostrogoti di Teodorico. Inizia allora il regno ostrogoto, un dominio che rappresenta un periodo di pace e stabilità e che s'interrompe nel 535 quando il territorio italiano diventa teatro della guerra gotica, che vede l'imperatore d'Oriente Giustiniano I contrapporsi al regno ostrogoto. Nel 553, dopo quasi un ventennio, l'impero bizantino riesce a sconfiggere gli Ostrogoti e ad annettere l'Italia. Il conflitto devasta l'intero territorio, portando ad una La Corona Ferrea, simbolo dei re d'Italia grave crisi demografica, economica, politica e sociale.[15] Centro del potere bizantino in Italia diviene Ravenna. Gli anni della dominazione bizantina vedono l'aggravarsi delle condizioni di vita dei contadini a causa della forte pressione fiscale e di una terribile pestilenza che spopola ulteriormente il territorio tra il 559 e il 562. L'Italia, indebolita e impoverita, non ha la forza di opporsi a una nuova invasione germanica, quella dei Longobardi capeggiati da Alboino. Tra il 568 e il 569 la penisola perde l'unità politica: i Longobardi, entrando dal Friuli, conquistano gran parte dell'Italia centro-settentrionale, chiamata Langobardia Maior, e poi dell'Italia meridionale, la Langobardia Minor.[16] La Langobardia Maior, con capitale Pavia, cade dopo circa due secoli, a seguito della sconfitta subita ad opera di Carlo Magno nel 774,[16] quella Minor sopravvive fino all'XI secolo, quando viene conquistata dai Normanni. I successivi tentativi di costituire un Regno d'Italia autonomo dal Sacro Romano Impero, ad opera in particolare di Berengario del Friuli e di Arduino d'Ivrea,[17] non hanno successo.

L'Italia nell'anno 1000


Italia

6 I primi secoli dopo il Mille vedono l'affermarsi delle repubbliche marinare (le più note sono Amalfi, Genova, Pisa e Venezia), e poi dei liberi comuni medievali, spesso in conflitto tra loro ma accomunati dal ricordo dell'antica grandezza romana, perpetuata idealmente da quella cristiana, nonché da un forte desiderio di autonomia, che li porterà a schierarsi, nella contesa tra Papato e Impero, in due opposte fazioni, rispettivamente Guelfi e Ghibellini.[18]

Localizzazione e antichi stemmi delle repubbliche marinare

La vittoria nella battaglia di Legnano ad opera della Lega Lombarda contro l'imperatore Federico Barbarossa (1176), e la rivolta dei Vespri siciliani contro il tentativo del fratello del re di Francia Carlo I d'Angiò di assoggettare la Sicilia (1282), saranno assunte dalla retorica romantica ottocentesca come i simboli del primo ridestarsi di una coscienza di patria.[19] Questi sono i segnali di un cambiamento che, consolidandosi e accompagnato dal risveglio religioso che si ha nel Duecento con Gioacchino da Fiore e Francesco d'Assisi, portano al Rinascimento.[20]

Con l'uscita di scena degli imperatori di Germania, il fervore della civiltà comunale raggiunge infine il suo apogeo economico, spirituale, artistico, alimentato dagli ideali di numerosi poeti, tra cui Dante Alighieri, e dall'esigenza, fatta propria da Cola di Rienzo, della rinascita dell'unità d'Italia.[21]

L'età moderna Diversi fattori impediscono tuttavia la nascita di uno Stato unitario come avviene nel resto d'Europa: al timore del Papato di veder sorgere una potenza statale in grado di compromettere la sua autonomia, si aggiunge la suddivisione in tanti piccoli Comuni, che lentamente si tramutano in Signorie, rette da importanti famiglie, come i Medici a Firenze, i Visconti e gli Sforza a Milano, i Della Scala a Verona e gli Este a Ferrara. I capi politici italiani devono supplire con l'intelligenza strategica alla superiorità di forze degli stati nazionali europei. Un esempio è Cosimo de' Medici, tra i maggiori artefici del Rinascimento fiorentino, la cui politica estera saprà individuare nella concordia italiana l'elemento chiave per impedire agli stati stranieri di intervenire in Italia approfittando delle sue divisioni.[22] La strategia di Cosimo, proseguita dal suo successore Lorenzo il Magnifico, non viene compresa dagli altri prìncipi italiani, e si conclude con la morte di Cosimo de' Medici, Pater Patriae. (Galleria degli Uffizi) Lorenzo nel 1492. Da allora l'Italia diventa il teatro di numerose invasioni straniere: dapprima da parte francese ad opera di Carlo VIII e Luigi XII, poi delle truppe spagnole di Carlo V. L'inizio della dominazione straniera si deve quindi al ritardo del processo politico di unificazione, ma fa anche registrare episodi di patriottismo, come il gesto di Ettore Fieramosca nella disfida di Barletta.[23] Nella seconda metà del Cinquecento comincia il tramonto della vitalità rinascimentale, indebolita anche dalle nuove tensioni religiose dovute all'avvento della riforma protestante in Europa, che avevano portato ad episodi luttuosi come il sacco di Roma del 1527 ad opera dei Lanzichenecchi. Soltanto la repubblica di Venezia manterrà una certa prosperità e autonomia politica. Il Seicento è invece un secolo di crisi per tutto il paese: la Chiesa, che ha subìto la perdita dell'unità cristiana dei fedeli, cerca con la controriforma di rafforzare la sua presenza nei paesi rimasti cattolici, sia con iniziative educative e assistenziali, sia isolandoli dall'influsso degli stati protestanti. L'Italia viene


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così salvaguardata dai conflitti religiosi che si accendono in Europa, ma è soggetta ugualmente a carestie, spesso seguite da epidemie.[24] Scoppiano perciò numerose rivolte contro la dominazione spagnola, di cui la più nota avviene a Napoli nel 1647 ad opera di Masaniello, ma non portano a nessun cambiamento. All'inizio del Settecento finisce il periodo di pace e di torpore: a seguito dei trattati di Utrecht e Rastatt, gli Asburgo d'Austria si impossessano di vari domini italiani subentrando agli spagnoli.[22] Tornata la pace in tutta la penisola, dalla seconda metà del secolo, la diffusione dell'illuminismo fa sì che anche l'Italia venga investita da importanti riforme, che coinvolgono in particolare il Ducato di Milano sotto Maria Teresa d'Austria e Giuseppe II d'Asburgo, il Granducato di Toscana sotto Pietro Leopoldo di Lorena, che nel 1786 con il codice leopoldino abolisce, per la prima volta nella storia, la pena di morte e il Regno di Napoli, animato dal vivace dibattito dei pensatori. Di rilievo le figure degli intellettuali Giambattista Vico, Gaetano Filangieri, Cesare Beccaria, Alessandro e Pietro Verri[25].

L'Unificazione L'arrivo in Italia delle truppe napoleoniche risveglia il sentimento nazionale,[26] richiamato nel proclama di Rimini,[27] con cui Gioacchino Murat, durante la guerra austro-napoletana, si rivolge agli italiani affinché si uniscano per salvare il regno di Napoli. È l'inizio del Risorgimento, il periodo della storia d'Italia che porta all'unità politica e all'indipendenza della nazione e che occupa un arco temporale di vari decenni, concludendosi solo nel 1861 con la nascita del Regno d'Italia, sotto la dinastia di Casa Savoia. Esso vede i primi patrioti aderire inizialmente alla società segreta della Carboneria, cui seguono i moti del 1820-1821, duramente repressi dagli austriaci. All'affermazione della Carboneria segue quella della Giovine Italia e altri tentativi insurrezionali, tra cui quello dei fratelli Bandiera (1844). I moti del 1848 portano alla prima guerra d'indipendenza contro gli austriaci, che vede coinvolte le popolazioni cittadine, in particolare durante le cinque giornate di Milano, le dieci giornate di Brescia, la Repubblica Romana e la spedizione nel 1857 di Carlo Pisacane nel Regno delle Due Sicilie.[28] Né la guerra, né gli altri tentativi sono però coronati da successo. Garibaldi

Nel 1859, con la seconda guerra d'indipendenza prima e con la spedizione dei Mille poi, s'innesca il definitivo processo di unificazione, che porta in breve alla conquista e all'annessione di varie regioni e del Regno delle Due Sicilie: pochi mesi dopo, nel 1861, a Torino viene proclamato il Regno d'Italia, che non comprende ancora il Veneto, il Lazio, il Trentino-Alto Adige e la Venezia Giulia. Tra i maggiori artefici del processo spiccano Mazzini, fondatore della Giovine Italia e figura eminente del movimento liberale repubblicano italiano ed europeo, Garibaldi, repubblicano e di simpatie socialiste, Cavour, statista in grado di muoversi sulla scena europea per ottenere sostegni, anche finanziari, all'espansione del regno di Sardegna e Vittorio Emanuele II, abile a concretizzare il contesto favorevole con la costituzione del Regno d'Italia.[29]


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Il Regno d'Italia Al Regno d'Italia vengono quindi annessi il Veneto, al termine della terza guerra d'indipendenza e, dopo la presa di Roma, che nel 1871 diviene capitale d'Italia, il Lazio. Già nei primi anni dopo la riunificazione d'Italia le forti disparità socioeconomiche fra il settentrione e il meridione del paese determinano l'insorgere della questione meridionale legata al brigantaggio, fenomeno da cui emersero temuti capibanda come Carmine Crocco, Luigi Alonzi e Pasquale Romano.[30] A Vittorio Emanuele II succedono Umberto I (1878-1900), ucciso a Monza dall'anarchico Gaetano Bresci, e Vittorio Emanuele III (1900-1946); gli anni a cavallo del secolo vedono l'Italia impegnata in una serie di guerre di espansione coloniale in Somalia, Eritrea e Libia mentre il periodo prebellico, dominato dalla figura di Giovanni Giolitti, è caratterizzato dalla modernizzazione economica, industriale e politico-culturale della società italiana.

Stemma del Regno d'Italia

Durante la grande guerra l'Italia, inizialmente neutrale, a seguito della stipula di un trattato segreto che gli accorda cospicui compensi territoriali, si allea alla triplice intesa contro gli Imperi centrali. Dopo due anni di guerra di trincea, il 24 ottobre 1917 l'esercito italiano, subita la disfatta di Caporetto, si riorganizza e contrattacca sulla linea del Piave pervenendo, sotto il comando di Armando Diaz e con l'apporto di giovani leve, alla vittoria finale nella battaglia di Vittorio Veneto (4 novembre). Vinta la guerra, l'Italia completa la riunificazione nazionale acquisendo il Trentino-Alto Adige, la Venezia Giulia, l'Istria ed alcuni territori del Friuli ancora irredenti, ma non ottenendo la cessione di tutti i territori promessi col patto di Londra, vede diffondersi l'insoddisfazione per la cosiddetta vittoria mutilata. Il fascismo Nel contesto dei moti popolari del biennio rosso nasce lo squadrismo che reprime, con intimidazioni e attacchi alle sedi delle organizzazioni socialiste, i moti operai e contadini. Nel 1919 Benito Mussolini fonda a Milano il primo fascio di combattimento, confluito poi nel Partito Nazionale Fascista, e il 30 ottobre 1922, dopo la marcia su Roma, sale al potere. Nelle elezioni politiche italiane del 1924 Mussolini ottiene il 64,9% dei voti[31] e, come stabilito dalla legge Acerbo, i due terzi dei seggi, assegnati alla lista di maggioranza relativa che abbia raccolto almeno il 25% dei voti.[32] La denuncia, da parte di Giacomo Matteotti, dell'irregolarità delle elezioni, è seguita qualche giorno dopo dal suo rapimento ed uccisione.[31] Nel 1925, dopo un discorso in Parlamento, Mussolini si dichiara dittatore. Nel biennio 1925-1926 vengono emanate le cosiddette leggi fascistissime, che avviano la trasformazione del Regno in uno stato autoritario, mediante l'istituzione del Tribunale Speciale Fascista, del confino politico per gli antifascisti e della polizia segreta, l'OVRA. Nel 1929 vengono firmati i Patti Lateranensi, chiudendo la questione romana e nel 1938 vengono emanate le leggi razziali, principalmente, ma non solo, nei confronti degli ebrei, seguendo il modello del "Manifesto della razza".


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9 Dal 1935 Mussolini accentua la sua politica estera aggressiva attraverso la conquista dell'Etiopia, la proclamazione dell'Impero coloniale italiano, l'intervento nella guerra civile spagnola e l'occupazione dell'Albania; nel maggio 1939 firma il patto d'Acciaio che sancisce l'alleanza alla Germania nazista di Adolf Hitler al cui fianco l'Italia entrerà in guerra, dopo un iniziale periodo di non belligeranza, il 10 giugno 1940 contro Francia e Regno Unito. Nel 1941 viene dichiarata guerra anche all'Unione Sovietica e, con l'Impero giapponese, agli Stati Uniti.

Le sconfitte militari su tutti i teatri bellici e soprattutto le disfatte ad El Alamein in Nord Africa e sul fiume Don sul Fronte russo, indeboliscono Mussolini che, il 24 luglio 1943, in una riunione del Gran Consiglio del Fascismo, viene sfiduciato. Il giorno seguente viene fatto arrestare dal re Vittorio Emanuele e sostituito a capo del governo con Pietro Badoglio; poche Mussolini con Hitler settimane dopo viene firmata la resa, mentre la Germania scatena l'operazione Achse e occupa militarmente le regioni centro-settentrionali della penisola, Roma compresa. La campagna d'Italia, condotta dagli Alleati con l'apporto della Resistenza italiana, si conclude nell'aprile del 1945 con la liberazione dei territori occupati, la capitolazione delle forze tedesche e la disgregazione della Repubblica Sociale Italiana, la struttura di governo collaborazionista organizzata da Mussolini dopo l'8 settembre. Il Duce, catturato mentre tenta di fuggire, viene ucciso dai partigiani il 28 aprile 1945. A guerra finita l'Italia è in condizioni critiche: i combattimenti ed i bombardamenti aerei hanno raso al suolo molti centri abitati, e le principali vie di comunicazione sono interrotte.[33] Il numero di italiani morti è stimato tra 415 000 (330 000 militari e 85 000 civili)[34] e 443 000 unità. Sul piano geopolitico l'Italia perde tutte le colonie africane, cede il Dodecaneso alla Grecia e l'Istria alla Iugoslavia, mentre l'Albania entra nell'area d'influenza dell'URSS. Gli italiani residenti nei territori della Venezia Giulia subiscono i massacri delle foibe e vengono costretti all'esodo.[35]

L'Italia repubblicana Il 2 giugno 1946 un referendum sancisce la fine della monarchia e la nascita della Repubblica. Il 1º luglio Enrico De Nicola viene nominato primo presidente della Repubblica Italiana, Alcide De Gasperi è il primo presidente del Consiglio e il 1º gennaio 1948 entra in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.[36] Sono gli anni del miracolo economico, favoriti da un'elevata disponibilità di manodopera, dovuta a un forte flusso migratorio dalle campagne alle città e dal sud verso il nord. La crescita media del PIL del 6,3% tra il 1958 ed il 1963[37] consente la riduzione del divario storico con paesi quali Regno Unito, Germania e Francia. Negli anni settanta e ottanta attività di gruppi terroristici, sia di estrema destra che di estrema sinistra, portano prima alla strategia della tensione,[38] segnata da numerosi attentati come la strage di piazza Fontana, la strage di piazza della Loggia e la strage di Bologna, e poi agli anni di piombo, connotati da Il primo Capo del Governo dell'Italia repubblicana, Alcide De Gasperi attentati ad esponenti del mondo istituzionale, sociale, e imprenditoriale.[39] Negli anni novanta i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, vittime essi stessi per la causa, aiutati da valenti uomini della polizia, riescono a fare arrestare i maggiori membri di Cosa nostra. Nel 1992 le indagini di mani pulite sul fenomeno dilagante delle tangenti coinvolgono esponenti politici, principalmente del pentapartito, determinando la fine della prima Repubblica. Dopo lo scandalo nascono nuovi


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partiti, come la Lega Nord guidata da Umberto Bossi e Forza Italia guidata da Silvio Berlusconi. In questa fase, definita seconda Repubblica, nuove coalizioni politiche prendono il posto dei vecchi partiti di massa dando vita ad un sistema parzialmente bipolare; vari esponenti del centrosinistra si alternano nella guida del paese a Silvio Berlusconi, leader del centrodestra che segna quegli anni e il cui modello di pensiero, definito berlusconismo, identifica un fenomeno sociale e di costume associato al Cavaliere.[40] L'alternanza di governo si conclude nel 2011 quando, sospinto anche dalla crisi del debito sovrano europeo, alla guida dello Stato s'insedia un governo tecnico guidato da Mario Monti.

Geografia Geografia fisica La regione geografica italiana, suddivisa in Italia continentale, peninsulare ed insulare, è unita al continente europeo dalla catena delle Alpi. Grazie alla sua posizione, costituisce idealmente un ponte di passaggio verso l'Asia e l'Africa.[41] L'Italia separa, inoltre, il bacino occidentale del mar Mediterraneo da quello centrale, ossia il Tirreno dallo Ionio. A nord del Salento si spinge l'insenatura lunga e stretta del mare Adriatico. Le isole di Sardegna e di Corsica dividono poi il mar Tirreno dal mar di Sardegna; le coste italiane si sviluppano su 7 456 km e presentano svariate forme (falesie, sabbiose, pietrose ecc.).[42]

Carta fisica muta dell'Italia

Il suolo italiano, fortemente antropizzato, ha varie caratteristiche (vulcanico, endolagunare, calcareo ecc.);[43] le zone collinari sono prevalenti rispetto alle zone montuose e a quelle pianeggianti, l'altitudine media del territorio è di circa 337 m.s.l.m.

Le zone altimetriche d'Italia.

Le catene montuose si estendono per buona parte della nazione. Appartiene all'Italia una gran parte del versante meridionale del sistema alpino, per una lunghezza di circa 1 000 km. Le vette più elevate si trovano nelle Alpi Occidentali, dove sono numerose le cime che superano i 4 000 m tra cui il Cervino (4 478 m), il Monte Rosa (4 634 m) e il Monte Bianco (4 810 m), la montagna più alta d'Europa. La catena degli Appennini percorre tutta la penisola, dalla Liguria alla Sicilia, fino alle Madonìe; il Gran Sasso (2 912 m), situato in Abruzzo, è la sua vetta più alta.


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Solo un quarto del territorio italiano è costituito da pianure; la Pianura padana, una distesa alluvionale formata dal fiume Po e dai suoi affluenti, è la più estesa di tutte. Seguono, per dimensioni, il Tavoliere delle Puglie e la Pianura salentina, due pianure di sollevamento, e il Campidano, un'altra pianura alluvionale.[44] Il punto meno elevato d'Italia è situato nella frazione di Contane, in provincia di Ferrara (-3,44 m). Le isole maggiori sono la Sicilia e la Sardegna; molte sono le isole minori, in gran parte raccolte in arcipelaghi,[45] come l'arcipelago Il Monte Bianco Toscano, cui appartiene l'isola d'Elba, l'arcipelago della Maddalena, l'arcipelago Campano, comprendente Ischia e Capri, le isole Ponziane, le Pelagie, le Eolie, le Egadi e le Tremiti. Idrografia L'Italia, per la presenza di diversi rilievi montuosi, con nevai e ghiacciai, di laghi e di acque sorgive, è ricca di corsi d'acqua. In genere, data la disposizione e l'altitudine dei rilievi, i fiumi più lunghi e di maggiore portata appartengono alla regione alpina mentre i fiumi appenninici, ad eccezione di Tevere ed Arno, hanno corso breve e regime torrentizio.

Il lago di Garda a Riva del Garda

Il fiume più importante è il Po, lungo 652 km, portata media circa 1 460 m³/s e bacino di circa 70 000 km[46] (anche se il fiume più lungo che nasce nel Paese è la Drava). Esso attraversa la pianura padana sfociando nel mare Adriatico con un delta che è stato dichiarato patrimonio dell'umanità dall'UNESCO.

I laghi italiani più estesi, nell'ordine il lago di Garda, il lago Maggiore e il lago di Como, che è anche il più profondo (410 m),[47] sono situati nella fascia prealpina. Altri laghi importanti si trovano nella zona peninsulare, il lago di Bolsena, il lago di Bracciano e il lago di Albano d'origine vulcanica, il lago Trasimeno, il più esteso dell'Italia peninsulare e i laghi costieri, come il lago di Lesina e il lago di Varano. Clima La regione italiana (compresa tra il 47º ed il 35º parallelo nord) si trova quasi al centro della zona temperata dell'emisfero boreale. Il clima è fortemente influenzato dai mari che la circondano quasi da ogni lato e che costituiscono un benefico serbatoio di calore e di umidità. Determinano infatti, nell'ambito della zona temperata, un clima particolare detto temperato mediterraneo.[48] Secondo la classificazione di Köppen,[49] l'Italia è suddivisa in tre tipi di clima (temperato, temperato freddo e freddo), a loro volta suddivisi in microclimi: si passa dal clima temperato subtropicale (presente nelle aree costiere della Sicilia, della Sardegna meridionale e della Calabria centrale e meridionale) al clima glaciale (tipico delle vette più elevate delle Alpi ricoperte da nevi perenni, a quote generalmente superiori ai 3 500 metri s.l.m.).

Carta dei climi d'Italia


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Geografia politica L'Italia è uno stato membro dell'Unione Europea situato nell'Europa meridionale con capitale Roma. Delimitata a nord in gran parte dall'arco alpino, l'Italia confina ad ovest con la Francia, a nord con la Svizzera e l'Austria e ad est con la Slovenia. I microstati San Marino e Città del Vaticano sono enclave, mentre il comune di Campione d'Italia costituisce una exclave situata nella regione italofona del Canton Ticino in Svizzera. Gli enti territoriali che, in base all'articolo 114 della Costituzione costituiscono, assieme allo Stato, la Repubblica italiana sono: • le regioni (15 a statuto ordinario e 5 a statuto speciale); • le città metropolitane (non ancora istituite); • le province e i comuni (rispettivamente 110 e 8 092, dati ISTAT dell'anno 2011).[50] Nell'elenco che segue, per ciascuna regione è riportato lo stemma ufficiale e il nome del capoluogo. Di seguito le prime dieci città italiane per abitanti del territorio comunale in base ai dati ISTAT[51] al 30 novembre 2011. Pos.

Comune

Prov.

1 2 3

6

Roma

Milano

Milano

Lombardia

Napoli

Napoli

Campania

Torino

Torino

Palermo

Piemonte Sicilia

Genova

Genova

Bologna

Bologna

Emilia-Romagna

Firenze

Firenze

Toscana

Bari

Bari

Puglia

8

2 783 300 1 342 337 957 838 906 057 654 211 607 280

Liguria 382 635 373 077 319 442

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Sicilia Catania

Abitanti

Palermo

7

9

Lazio

Roma

4 5

Regione

Catania

291 376


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Geologia La geologia dell'Italia è molto complessa: l'assetto fisiografico e geologico attuale dell'area comprensiva della penisola italiana, delle sue isole e dei bacini marini adiacenti, è il risultato di numerosi eventi geodinamici successivi riconducibili, in estrema sintesi, all'interazione tra due placche litosferiche, la placca africana e quella europea a partire dal Cretacico superiore, periodo nel quale iniziò la progressiva chiusura del paleo-oceano della Tetide. Il margine meridionale africano, frammentandosi durante l'avvicinamento al continente settentrionale europeo, ha originato una serie di microplacche interposte la cui successiva accrezione ha dato luogo nel corso del Cenozoico all'attuale territorio peninsulare e siciliano. In questo assetto si riconoscono due domini paleogeografici fondamentali, separati dalla linea Insubrica (Alpi centrali):

Carta geologica generale del territorio italiano. Sono visibili i principali elementi e domini strutturali. A nord, la catena alpina, suddivisa in senso est-ovest dalla Linea Insubrica nel dominio alpino propriamente detto e nel Dominio Sudalpino; la catena appenninica, suddivisa in due parti all'altezza della linea tettonica Ancona-Anzio; l'area dell'avampaese apulo, relativamente indisturbata; l'arco calabro-peloritano, di pertinenza alpina; la Sicilia, appartenente prevalentemente al dominio africano e in continuità con esso. Il Blocco Sardo Corso è invece un elemento distaccatosi dal margine continentale europeo franco-spagnolo e colliso con il margine africano-appenninico. Sono visibili inoltre le estese coperture di depositi vulcanici e i massicci intrusivi la cui messa in posto ha accompagnato i complessi eventi geodinamici che hanno portato all'attuale assetto geologico dell'Italia.

• un dominio europeo, dato dal margine meridionale della placca europea, che include il blocco Sardo Corso e parte del mar Tirreno, l'arco Calabro Peloritano, il bacino del Mediterraneo occidentale, il sistema di falde alpine a vergenza europea, costituite principalmente da rocce metamorfiche e intrusioni di batoliti che testimoniano il regime di compressione derivato dal movimento della placca africana verso nord e dalla collisione con la placca continentale europea; • un dominio africano (in senso lato) costituito dall'insieme del Dominio Sudalpino e dei domini adriatico e apulo, che rappresentano l'insieme di microplacche accrezionate appartenenti al margine del continente meridionale. Il Dominio Sudalpino è formato da un sistema di falde a vergenza adriatica, costituite principalmente da sequenze carbonatiche e miste che si prolungano ad est nelle Dinaridi.[52] Nella catena appenninica, la linea tettonica "Ancona-Anzio" separa l'Appennino settentrionale, principalmente costituito da flysch terrigeni, dall'Appennino meridionale ove le formazioni carbonatiche sono più frequenti. L'assetto strutturale appenninico è caratterizzato nel suo insieme da un sistema di falde che sovrascorre sull'avampaese apulo. Questo sistema di falde, che costituisce la parte affiorante della placca adriatica, si estende dal mar Ionio fino all'estremità occidentale della val Padana e rappresentava in origine una sorta di "promontorio" settentrionale della placca africana. L'avampaese apulo (costituito sostanzialmente dal territorio pugliese), rappresenta un dominio di piattaforma carbonatica stabile, persistente dal Mesozoico al Miocene e successivamente emerso, coinvolto solo marginalmente nell'orogenesi appenninica. La Sicilia è formata nella parte centro-orientale da rocce carbonatiche e silicoclastiche appartenenti al margine convergente africano deformato ("unità maghrebidi"), mentre nella sua parte nord-orientale (Monti


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Peloritani) è di pertinenza europea ("unità peloritane"); le unità "sicilidi" e "numidiche" interposte rappresentano la copertura sedimentaria del dominio oceanico tetideo, in gran parte di natura flyschoide, scollata dal substrato originario di crosta oceanica (non conosciuto) e sovrascorsa sul margine africano. Il blocco sardo-corso costituisce un elemento strutturale appartenente al continente europeo, originariamente solidale al margine meridionale franco-spagnolo e distaccatosi in età oligo-miocenica, ruotando in senso antiorario fino a collidere con il margine continentale africano. Nel quadro tardo e post-collisionale dell'area si inserisce il processo di espansione oceanica in corso del Mar Tirreno. Il mar Tirreno ha una crosta oceanica neogenica in espansione in due aree: bacino di Marsili e di Vavilov; si ritiene che una crosta oceanica mesozoica si trovi nello Ionio sotto una massiccia copertura sedimentaria. Il rilevante vulcanismo neogenico e la elevata sismicità della maggior parte del territorio nazionale, testimoniano il complesso assetto geodinamico ancora attivo. Dal punto di vista stratigrafico, le rocce sedimentarie affioranti databili con sicurezza in base al contenuto paleontologico risultano di età compresa tra il Cambriano e il Quaternario. Metamorfiti di basso grado affioranti nella parte meridionale della Sardegna, costituite da arenarie alternate con peliti, sono datate dubitativamente al Precambriano.[53] La maggior parte della copertura sedimentaria affiorante in territorio italiano è post-paleozoica. Il Paleozoico Inferiore non metamorfico affiora solamente in Sardegna e in Carnia, mentre il Paleozoico Superiore (permo-carbonifero) è presente in lembi più o meno estesi nei domini sudalpino e appenninico.

Vulcanismo e geotermia In Italia sono presenti numerosi vulcani: i più noti sono l'Etna (3 343 m), il vulcano più alto d'Europa, il Vesuvio e lo Stromboli. L'elevata attività vulcanica e magmatica neogenica - quaternaria appenninica, è suddivisibile in province: • Magmatica toscana (Monti Cimini, Tolfa e Amiata); • Magmatica laziale (Monti Vulsini, Vico nel Lazio, Colli Albani, Roccamonfina); • Distretto ultra-alkalino umbro laziale (San Venanzo, Cupaello e Polino); • Vulcanica campana (Vesuvio, Campi Flegrei, Ischia);

Il Vesuvio visto dagli scavi archeologici di Pompei

• Arco eolico e bacino tirrenico (Isole Eolie e seamount tirrenici); • Avampaese africano-adriatico (canale di Sicilia, isola Ferdinandea, Etna e Monte Vulture).[54] Fino agli anni cinquanta l'Italia fu il primo ed unico paese a sfruttare, nella zona di Larderello e poi nell'area del Monte Amiata, l'energia geotermica per produrre energia elettrica. L'elevato gradiente geotermico che caratterizza parte della penisola rende altre province potenzialmente sfruttabili: ricerche svolte negli anni sessanta-settanta individuarono potenziali campi geotermici nel Lazio ed in Toscana, così pure in gran parte delle isole vulcaniche.[55]


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Attività sismica Per la situazione geodinamica il suo territorio è frequentemente soggetto a terremoti dando all'Italia il primato in Europa per questi fenomeni:[56] su 1 300 sismi distruttivi avvenuti nel II millennio nel Mediterraneo centrale ben 500 hanno interessato l'Italia;[57] analisi dei movimenti focali indicano che essi sono per lo più distribuiti lungo le aree interessate dalla tettonica alpina e appenninica, ove sono causati rispettivamente da movimenti lungo faglie.[54] Nel Tirreno meridionale, la distribuzione degli ipocentri, fino ad una profondità di 500 chilometri indicherebbe la presenza di un piano di Benioff dato dalla subduzione della litosfera ionica.

L'Aquila: la sede della Prefettura dopo il terremoto del 2009

Popolazione Demografia, emigrazione ed immigrazione Con 60 813 326 abitanti[51] (al 30 novembre 2011), l'Italia è il quarto paese dell'Unione europea per popolazione (dopo Germania, Francia e Regno Unito); la sua densità demografica è di 201,81 abitanti per chilometro quadrato, più alta della media dell'Unione.[58] La popolazione, concentrata principalmente nelle zone costiere e pianeggianti del paese,[59] è caratterizzata da un alto numero di anziani (l'indice di vecchiaia è pari a 144,5, il 20,3% della popolazione), da un basso tasso di natalità, pari a 9,2 ogni mille abitanti e da una speranza di vita di 79,1 anni per gli uomini e di 84,3 per le donne.[60] Alla fine del XIX secolo l'Italia è un paese di emigrazione di massa,[61] fenomeno che si manifesta prima nelle regioni settentrionali e poi in quelle meridionali. Le principali destinazioni sono le Americhe (Stati Uniti, Argentina, Brasile) e l'Europa centro-settentrionale (in modo particolare la Germania). Nel XX secolo l'emigrazione diviene anche interna, attratta dallo sviluppo industriale di alcune aree settentrionali del Paese.[62] Il numero di Italiani residenti all'estero che conservano la cittadinanza italiana è stimato in circa 4 000 000.[63] Per quanto riguarda il fenomeno dell'immigrazione, invece, il numero di immigrati o residenti stranieri regolari in Italia è aumentato considerevolmente a partire dagli anni novanta e, secondo i dati ISTAT, al 1º gennaio 2011 contava circa 4 563 000 unità, il 7,5% della popolazione; le comunità più numerose sono quella rumena, circa 1 000 000 di unità, quella albanese, 491 000, e quella marocchina, 457 000.[60] A questi dati vanno aggiunti gli stranieri irregolari, circa 560 000 secondo un rapporto del 2010 sull'immigrazione.[64]

Religione In Italia vige il principio della laicità dello Stato e pertanto non vi è una religione ufficiale. I cittadini italiani sono in maggioranza cristiani cattolici: nel 2006 l'87,8% si dichiarava cattolico e il 30,6% praticante,[65] percentuale scesa, per effetto di un crescente processo di secolarizzazione, al 24,4% secondo il rapporto Eurispes 2010,[66] a fronte del 18,5% della popolazione di non credenti. La Chiesa cattolica in Italia è organizzata in 225 diocesi più un ordinariato militare;[67] il vescovo di Roma ne è primate ed assume il titolo di papa. La Chiesa esercita un ruolo influente nella società italiana, prendendo posizione su temi religiosi, sociali e politici, come il divorzio e l'aborto negli anni settanta o, in anni più recenti, il testamento biologico e la fecondazione assistita, la rimozione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane (alla quale si dichiarano contrari oltre il 60% degli italiani)<ref [66] o le politiche sull'immigrazione. Il rapporto Stato-Chiesa è previsto dalla Costituzione, che lo demanda ai Patti Lateranensi, rivisti nel 1984 col nuovo concordato (i rapporti con altre confessioni religiose sono regolati da specifiche intese),[68] nel quale il sostegno


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statale alla Chiesa è stabilito attraverso una quota proporzionale dell'otto per mille del gettito IRPEF,[69] che si aggiunge ad altri finanziamenti alla Chiesa cattolica in Italia. Fra le religioni minoritarie sono presenti diverse altre confessioni cristiane (in modo particolare ortodossi e protestanti, questi ultimi in massima parte pentecostali), ebrei, mormoni e testimoni di Geova. L'immigrazione contribuisce ad alimentare alcune tra le minoranze religiose presenti nel Paese,[70] le più numerose delle quali sono i cristiani-ortodossi, i musulmani, i buddhisti e gli induisti.[71]

Lingue Lingua italiana L'italiano è la lingua ufficiale e la più parlata; essa è inoltre una delle lingue ufficiali dell'Unione europea. Appartiene al gruppo delle lingue romanze orientali della famiglia delle lingue indoeuropee, e deriva dal dialetto fiorentino del Trecento, idioma diffusosi presso le classi colte di tutta Italia grazie anche ai grandi scrittori toscani dell'epoca come Dante, Boccaccio e Petrarca. L'italiano moderno, nato nell'Ottocento in gran parte grazie all'opera di Alessandro Manzoni, e parlato negli anni dell'unità solo dal 2,5% della popolazione,[72] si è in seguito diffuso gradualmente prima grazie all'istruzione elementare, al fenomeno dell'inurbamento ed alla creazione di Manzoni una burocrazia e di un esercito nazionali e, dopo la seconda guerra mondiale, a causa dell'azione di radio e televisione.[73] Ciononostante nel paese vengono ancora parlati un gran numero di lingue e dialetti, questi ultimi sviluppatisi autonomamente dal toscano, ma evolutisi come quest'ultimo dal latino.[74] Altre lingue A livello locale sono riconosciute come co-ufficiali le seguenti lingue: • francese: in Valle d'Aosta • sloveno: nelle province di Trieste e Gorizia • tedesco: in provincia di Bolzano • ladino: nei comuni ladinofoni del Trentino-Alto Adige In queste regioni gli uffici pubblici e la segnaletica stradale sono bilingui o trilingui (come i comuni ladini dell'Alto Adige e walser dell'alta valle del Lys), i documenti ufficiali possono essere redatti in italiano o nell'altra lingua. Le minoranze linguistiche storiche presenti e riconosciute all'interno dei confini della Repubblica italiana sono elencate dalla legge 15 dicembre 1999, n. 482.[76] Essa tutela "le popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e quelle [75] Raggruppamenti delle lingue e dei dialetti d'Italia parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l'occitano e il sardo". Vi sono inoltre diverse parlate regionali che, sebbene siano censite dall'UNESCO come lingue minoritarie e dalla comunità linguistica internazionale come lingue non riconducibili all'italiano, non godono di alcun riconoscimento o tutela da parte dello Stato Italiano.[77]


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Il livello di tutela di alcune minoranze è stabilito sia dalla normativa italiana che dai trattati internazionali: è il caso della minoranza germanofona dell'Alto Adige e dei comuni bilingui della provincia di Trento, il cui status è regolato dall'accordo De Gasperi-Gruber, e di una parte della minoranza slovena della Venezia Giulia, contemplata dal Memorandum di Londra col quale Italia e Jugoslavia assunsero rispettivamente l'amministrazione civile delle zone A e B del Territorio Libero di Trieste. La lingua dei segni italiana (LIS),[78] ossia la lingua visiva dei cittadini sordi, è riconosciuta dalla regione Valle d'Aosta dal 2006.

Ordinamento dello Stato La Costituzione della Repubblica Italiana approvata dall'Assemblea costituente il 22 dicembre 1947, promulgata il successivo 27 dicembre da Enrico De Nicola, capo provvisorio dello Stato, ed entrata in vigore il 1º gennaio 1948,[79] è la legge fondamentale e fondativa dello Stato italiano. Il sistema politico italiano è quello tipico di una repubblica parlamentare, in cui il parlamento è l'unica istituzione a detenere la rappresentanza della volontà popolare. Le maggiori istituzioni sono:

Il capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione.

• il presidente della Repubblica Italiana: è il capo dello Stato e rappresenta l'unità nazionale;[80] viene eletto dal Parlamento; nomina il governo e scioglie le camere. • il Parlamento bicamerale (Camera dei deputati e Senato della Repubblica): esercita il potere legislativo[81] e vota la fiducia al Governo; • il Governo: costituito dal presidente del Consiglio, i ministri e il Consiglio dei ministri, esercita il potere esecutivo;[82] • la Magistratura: indipendente, esercita il potere giudiziario (sia inquirente che giudicante);[83] • il Consiglio superiore della magistratura: ha compiti di autogoverno della magistratura, svincolandola totalmente dalle influenze del governo, in particolare dal Ministero della Giustizia;[83] Giorgio Napolitano, presidente della Repubblica dal 2006

• la Corte costituzionale: svolge la funzione di garante della Costituzione,[84] pronunciandosi sulla conformità delle leggi ad essa. Vi sono due Biblioteche Nazionali Centrali sedi del deposito legale dello

Stato, a Firenze e a Roma. L'Istituto Geografico Militare è l'ente cartografico di Stato e si trova a Firenze.


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Simboli I principali simboli che rappresentano l'unità nazionale italiana sono:[85] • la bandiera italiana, nata il 7 gennaio 1797 a Reggio nell'Emilia come bandiera della Repubblica Cispadana, la cui conformazione è stabilita dall'art. 12 della Costituzione;[86] • l'emblema della Repubblica Italiana, approvato dall'Assemblea costituente nella seduta del 31 gennaio 1948 e promulgato dal presidente della Repubblica Enrico De Nicola il successivo 5 maggio,[87] costituito da vari elementi simbolici;

Il Vittoriano

• lo stendardo presidenziale italiano, che rappresenta il segno distintivo della presenza del presidente della Repubblica; • Il Canto degli italiani, anche noto come Inno di Mameli o Fratelli d'Italia; scritto nel 1847 da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro, fu adottato come inno nazionale provvisorio il 12 ottobre 1946 (scelta mai ratificata nella Costituzione);[88] • il Vittoriano, ovvero il complesso monumentale a Roma dedicato al primo re d'Italia, Vittorio Emanuele II.

Forze armate e pubblica sicurezza La Repubblica italiana, per difendere militarmente il suo territorio e per supportare decisioni di politica interna ed estera, si serve di diverse forze armate e di polizia: l'Arma dei Carabinieri, l'Esercito Italiano, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, la Polizia Penitenziaria, l'Aeronautica Militare, la Marina Militare e la Forestale. Esse sfilano nella parata militare per la Festa della Repubblica Italiana assieme ai Corpi dei Vigili del Fuoco e della Polizia Roma Capitale (in rappresentanza delle altre polizie locali), e al personale militare e civile di altre associazioni, come la Croce Rossa Italiana e la Protezione civile.

Le Frecce Tricolori

L'Italia sostiene le Nazioni Unite, ove è stata ammessa nel 1955, e le sue attività internazionali di sicurezza ed è uno dei membri fondatori della Comunità europea, dal 1993 Unione europea. È inoltre membro della NATO, dell'OCSE, del GATT, del G8, del WTO e del Consiglio d'Europa e ha ricoperto più volte la presidenza di turno sia del G8 che dell'Unione. Il Paese schiera truppe a sostegno delle missioni di pace in Somalia, Mozambico, Timor Est e Afghanistan (quest'ultima a sostegno dell'operazione Enduring Freedom)[89] e fornisce supporto alle operazioni della NATO e delle Nazioni Unite in Bosnia, Kosovo, Albania e Libano. Il Paese, inoltre, aveva un contingente militare di circa 3 200 soldati in Iraq, ma ha ritirato le truppe da novembre 2006, mantenendo solo gli operatori umanitari e civili.[90] Nel 2012 partecipa a varie operazioni militari all'estero.[91] Secondo il SIPRI, nel 2010 la spesa militare italiana ha sfiorato i 30 miliardi di euro,[92] collocandola in nona posizione nella classifica mondiale.[93]


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Cittadinanza italiana La legge del 15 febbraio 1992, numero 91, articolo 1, comma 1, stabilisce che è cittadino per nascita: • il figlio di padre o di madre cittadini; • chi è nato nel territorio della Repubblica se entrambi i genitori sono ignoti o apolidi, o se il figlio non segue la cittadinanza dei genitori, secondo la legge statale di questi. In accordo a modalità previste dalla legge, si può acquisire la cittadinanza italiana pur appartenendo a tutti gli effetti ad un altro paese.

Ordinamento scolastico L'istruzione in Italia è regolata con modalità diverse secondo la forma giuridica (scuole pubbliche, scuole paritarie, scuole private). La formazione professionale, comprendente gli istituti professionali, dipende invece dalle regioni. L'obbligo scolastico termina a 16 anni.[94] Il sistema scolastico italiano è strutturato in tre cicli di istruzione: • istruzione primaria, di durata quinquennale; • istruzione secondaria, che comprende la scuola secondaria di primo grado, di durata triennale, e la scuola secondaria di secondo grado, di durata quinquennale; • istruzione superiore, che comprende l'università e la formazione specialistica, come master e scuola di specializzazione. A questi cicli d'istruzione si affianca la scuola dell'infanzia, un'istituzione prescolastica non obbligatoria, caratterizzata dal gioco e della convivenza con i compagni e dalla preparazione al primo ciclo d'istruzione.

Palazzo della Carovana, sede storica della Normale di Pisa

Il ciclo degli studi all'università si articola, dopo la riforma introdotta dal processo di Bologna, in tre fasi: 1. laurea (3 anni) 2. laurea magistrale (2 anni) 3. dottorato di ricerca (3 anni) Secondo un'analisi ISTAT del 2010, il livello di istruzione e formazione degli studenti italiani è carente, soprattutto se paragonato a quello degli altri paesi europei: il 46,1% della popolazione adulta ha conseguito la sola licenza media, laddove la media europea si attesta al 28,5%. Nelle scuole superiori l'elevato numero di abbandoni scolastici porta l'Italia al primato negativo in Europa per i giovani tra 18 e 24 anni che lasciano la scuola superiore senza aver conseguito il diploma (il 20% nel 2009); anche il numero di laureati è sotto la media europea (solo il 21,6% dei giovani tra i 25 e i 29 anni). A ciò si aggiunge una bassa qualità dell'istruzione: secondo una valutazione condotta nell'ambito del programma per la valutazione internazionale dell'allievo, la competenza dei quindicenni italiani, già inferiore al valore medio nei 30 paesi OCSE, è aggravata dalla carenza nell'utilizzo di nuove tecnologie. L'Italia ha infine il primato europeo dei giovani che non studiano, né lavorano (nel 2009 erano il 21,2% delle persone tra 15 e 29 anni).[95]


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Sistema sanitario Il Servizio Sanitario Nazionale italiano (SSN) è un sistema pubblico di carattere universalistico che, come stabilito dall'art. 32 della Costituzione italiana, garantisce il diritto alla salute e all'assistenza sanitaria a tutti i cittadini, finanziato attraverso la fiscalità generale e le entrate dirette, percepite dalle aziende sanitarie locali, derivanti dai ticket sanitari (cioè le quote con cui l'assistito contribuisce alle spese) e dalle prestazioni a pagamento. Una ricerca del 2000 dell'Organizzazione mondiale della sanità colloca il sistema sanitario italiano al secondo posto nel mondo, dopo la Francia, in termini di efficienza di spesa e accesso alle cure pubbliche per i cittadini.[96] Tuttavia, solo il 35,8% della popolazione si dichiara soddisfatto del sistema sanitario e il 42% dell'assistenza ospedaliera, mentre il 79,4% ritiene intollerabili i tempi di attesa nelle strutture sanitarie.[97]

Criminalità Nel corso del XIX secolo si origina in Sicilia[98] un fenomeno criminale organizzato sul territorio e connotato da stretti legami con la politica e il potere economico, la mafia, termine che diviene sinonimo di "crimine organizzato"; in Italia sono di stampo mafioso organizzazioni come cosa nostra in Sicilia, la camorra in Campania, la 'ndrangheta in Calabria e la sacra corona unita in Puglia. Il fenomeno mafioso, che in Italia, secondo un rapporto del Censis del 2009, riguarda direttamente il 22% degli italiani e il 14,6% del PIL,[99] è poi proliferato a livello mondiale, con diffusione e caratteristiche autonome. Tommaso Buscetta durante un processo nel 1983

L'Italia si distingue per una forte e continua lotta contro la mafia, costata la vita a magistrati, uomini delle forze dell'ordine e delle istituzioni,[100] ma che ha ottenuto notevoli risultati, con l'arresto di numerosi boss malavitosi. Per quanto riguarda gli omicidi, nel 2006, l'Italia risultava essere il secondo paese più sicuro d'Europa, assieme a Danimarca, Germania e Spagna, dopo la Norvegia.[101] Secondo una ricerca de Il Sole 24 ORE, basata su dati del Ministero dell'Interno e riferita al primo semestre del 2010, in Italia i reati perpetrati, soprattutto nelle grandi aree urbane e nelle zone ad alta densità infrastrutturale, sono circa 1 292 000. Milano, Torino e Bologna, con circa 30 reati ogni mille abitanti, risultano le città più a rischio, Matera, Potenza e Belluno quelle più sicure. Per quanto riguarda i reati che impattano sull'economia (usura, riciclaggio di denaro e truffe) le città più penalizzate sono Napoli, Bologna, Trieste, La Spezia e Genova.[102] Elevata è la corruzione all'interno della pubblica amministrazione (in modo particolare nel settore sanitario): secondo il Rapporto Eurispes 2010 l'Italia è al 63º posto (su 180 paesi) nella classifica globale.[66] Le regioni più colpite da questo fenomeno sono Calabria, Sicilia e Puglia. Secondo il SAeT (Servizio Anticorruzione e Trasparenza), la corruzione "scoperta" è solo la punta di un iceberg rispetto ad un'ingente corruzione "coperta" che affligge gran parte della società italiana.[66]

Media e libertà d'informazione In campo radiotelevisivo[103] il panorama italiano è caratterizzato dal duopolio RAI - Gruppo Mediaset (negli anni duemila, è diventato rilevante anche il ruolo della pay tv di Sky), i cui ascolti complessivi, stabili da molti anni, si attestano nel 2010 al 78,6% del mercato.[104] A rafforzare la predetta concentrazione è il ruolo centrale svolto dalla televisione come mezzo informativo, che in Italia nel 2010 si attesta attorno al 90%;[104] la possibile influenza dell'allora primo ministro Berlusconi, già proprietario di Mediaset, sul network pubblico RAI, ha portato l'organizzazione Freedom House a classificare nel suo rapporto l'Italia, unico paese dell'Europa occidentale, come


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"parzialmente libera",[105] mentre il rapporto 2011 di Reporter Senza Frontiere[106] colloca l'Italia al 61º posto (su 179) nel mondo per la libertà di stampa. Da ricordare il Premiolino, premio giornalistico assegnato alla carriera e per i contributi alla libertà di stampa. Nel rapporto 2011 sulla libertà della rete, l'Italia è invece "libera", non rilevandosi significative limitazioni alla libertà d'espressione e d'informazione sul web;[107] alla fine del 2011 la penetrazione internet è al 58,7%.[108] Per quanto riguarda la stampa, il Corriere della Sera detiene il primato per numero di copie giornaliere vendute, seguito da La Repubblica, La Stampa e dal quotidiano economico Il Sole 24 ORE.[109] Tra i giornalisti dell'Ottocento vanno citati Ferdinando Petruccelli della Gattina, tra i primi corrispondenti di guerra e l'unico giornalista italiano dell'epoca a lavorare anche in Europa,[110] Guglielmo Stefani fondatore della prima agenzia di stampa italiana, e Edoardo Scarfoglio, fondatore de Il Mattino e attento osservatore della questione meridionale. Guidato da Luigi Albertini dal 1900 al 1925 il Corriere della Sera diviene il primo quotidiano italiano, con firme autorevoli come Luigi Barzini e Ugo Ojetti; altre "penne" prestigiose del Novecento sono Curzio Malaparte, Indro Montanelli, conservatore e anticomunista, fondatore de Il Giornale e autore di una monumentale Storia d'Italia, Oriana Fallaci, prima inviata speciale al fronte, Enzo Biagi e Giorgio Bocca.

Economia Membro del G8, secondo la Banca Mondiale nel 2010 l'Italia rappresenta l'ottava potenza economica del pianeta per PIL nominale assoluto, davanti all'India e dietro al Brasile[111] che diviene la decima se si considera la parità dei poteri di acquisto.[112] Anche in termini pro-capite, l'Italia è una delle economie più ricche, occupando la 23ª posizione nel mondo (12ª nell'Unione europea)[113] e la 26ª a parità di potere d'acquisto (13ª nell'Unione europea);[114] l'economia italiana occupa un ruolo di rilievo anche nel commercio internazionale, risultando ottava per esportazione ed importazione di merci.[115]

Palazzo Mezzanotte sede della Borsa di Milano

Come tutte le economie avanzate, anche l'economia italiana è fortemente orientata verso il settore dei servizi, che nel 2011 ha rappresentato poco meno dei tre quarti del valore aggiunto (contro poco più del 50% nel 1970).[116] Il tessuto produttivo dell'economia è formato in prevalenza di piccole e medie imprese: quelle di maggiori dimensioni sono gestite in gran parte dalle famiglie fondatrici e, in taluni casi, da gruppi stranieri. Il modello di public company, impresa a capitale diffuso gestita da un management, è poco diffuso. Dopo una politica fiscale molto espansiva durante gli anni ottanta, a partire dai primi anni novanta, l'Italia ha perseguito una politica fiscale molto più rigida, per rispettare i parametri derivanti dall'adesione all'Unione economica e monetaria. Nel 1999 il Paese ha aderito all'euro, che ha sostituito la lira anche nella circolazione cartacea a partire dal 2002. Negli anni duemila, l'Italia ha sperimentato tassi di inflazione e di interesse notevolmente più bassi che nei decenni precedenti. Tuttavia, problemi come l'evasione fiscale, l'elevato debito pubblico (120,1% del PIL nel 2011)[117] e la criminalità organizzata continuano ad ostacolare lo sviluppo dell'economia nazionale. Durante la grave crisi economica del 2008-2012 il tasso di disoccupazione in Italia è passato dal 6,1% del 2007 all'8,4% del 2011, il PIL nel 2011 è del 4,5% più basso che nel 2007 e, nello stesso arco di tempo, il debito pubblico è aumentato di 17 punti percentuali rispetto al PIL.[117]


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Struttura economica La tabella che segue dà un'indicazione della struttura economica del Paese mostrando la suddivisione del PIL a prezzi correnti di mercato nel 2011, espresso in milioni di euro, tra le principali attività economiche:[118]

Il PIL del 2011 suddiviso tra le principali attività macro-economiche (dati Eurostat)

Attività economica

Valore del prodotto (milioni di €) Quota

Agricoltura, silvicoltura e pesca

27 637

2,0%

Industria in senso stretto

263 598

18,6%

Costruzioni

84 708

6,0%

Commercio, trasporti, settore alberghiero e della ristorazione 292 704

20,7%

Comunicazioni

61 115

4,3%

Settore finanziario e assicurativo

76 276

5,4%

Settore immobiliare

195 406

13,8%

Servizi professionali

121 099

8,6%

Servizi pubblici, difesa, sanità e sociale

240 632

17,0%

Altri servizi

51 256

3,6%

Totale valore aggiunto a prezzi correnti

1 414 431

Settore primario Agricoltura


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Nel corso del XX secolo l'Italia si è trasformata da paese prevalentemente agricolo a paese industriale vero e proprio. Di conseguenza, il settore agricolo (comprensivo di selvicoltura e pesca) ha visto l'occupazione calare drasticamente, passando dal 43% al 3,8% del totale,[119][120] una percentuale minima nel quadro economico nazionale. Oggi, gli occupati in agricoltura sono appena 891 000, in gran parte uomini (71,3 % del totale) e residenti nel Mezzogiorno (46,8% del totale).[121]

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Oliveti nel Gargano

La superficie agricola italiana è pari a 17,8 milioni di ettari, di cui 12,7 utilizzati, e si concentra soprattutto nel Mezzogiorno (45,7%).[122] Da notare che il 10% della manodopera agricola è straniera.[120] Nel 2010 il valore complessivo della produzione agricola era pari 48,9 miliardi di euro.[123] Per quanto riguarda la produzione vegetale, che incide per 25,1 miliardi,[124] i maggiori prodotti in termini di valore sono stati il vino (1 803 milioni di euro), il granoturco (1 434), l'olio (1 398) e i pomodori (910). Per quantità prodotte, invece, i prodotti principali dell'agricoltura italiana sono il granoturco (84 milioni di quintali), i pomodori (66), il frumento duro (38) e l'uva da vino (35).[125] Nel comparto della produzione di origine animale spiccano latte di vacca e di bufala (4 040 milioni di euro per 11 200 migliaia di tonnellate), carni bovine (3 199 e 1 409 rispettivamente), carni suine (2 459 e 2 058) e pollame (2 229 e 1 645).[126] La produzione complessiva della pesca marittima e lagunare, comprensiva di crostacei e molluschi, si attesta nel 2010 a 2 247 milioni di euro.[123] Risorse minerarie Il territorio italiano presenta giacimenti minerari di varia tipologia che, fino al termine del XX secolo, hanno consentito una fruttuosa produzione di mercurio, antimonio, piombo, zinco, argento, ferro e di minerali quali pirite, fluorite, amianto e bauxite. Successivamente, tuttavia, i giacimenti con un potenziale sfruttamento economico sono diminuiti, e l'attività mineraria rimasta si è concentrata sui sali evaporitici, le marne cementizie, le argille (principalmente bentonite e montmorillonite) e i feldspati, per l'industria ceramica e i refrattari; sempre attiva l'attività estrattiva, tipica per l'Italia, delle numerose cave di marmo ed altre rocce per l'edilizia, l'estrazione di pomice, ossidiana, pozzolana e talco.[127] Energia L'Italia, rispetto ad altri Paesi dell'Unione europea, presenta una maggiore dipendenza dalle importazioni di materie prime e dagli idrocarburi (gas e petrolio). Negli anni duemila il settore energetico nazionale è stato interessato da numerosi cambiamenti, come la riforma del mercato elettrico e del gas, lo sviluppo delle fonti rinnovabili, la promozione dell'efficienza, del risparmio energetico e della sicurezza degli approvvigionamenti. Inoltre, alcuni interventi legislativi del Governo Berlusconi IV avevano preparato il riavvio della produzione di energia Ragusano: pompe di estrazione petrolifera a testa pozzo


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nucleare abbandonata negli anni ottanta a seguito di referendum abrogativi indetti dopo il disastro di Chernobyl, ma tali norme sono state poi cancellate dal medesimo Governo a seguito dei referendum abrogativi del 2011. Nel 2009 la disponibilità interna lorda di energia per fonte e risorsa è stata la seguente:[128] • • • • •

Combustibili solidi: 7,4% Gas naturale: 35,5% Prodotti petroliferi: 41% Fonti rinnovabili: 10,7% Energia elettrica: 5,4%

I giacimenti di idrocarburi italiani sono prevalentemente distribuiti secondo tre sistemi tettonico-stratigrafici: • metano biogenico nelle serie terrigene plio-pleistoceniche (Val Padana, costa e mare Adriatico, Valle del Bradano); • gas termogenico prevalentemente in giacimenti entro i sedimenti terrigeni di avanfossa di età oligo-miocenica (Cortemaggiore, offshore ionico-calabrese, area di Bronte e Gagliano Castelferrato in Sicilia); • petrolio entro le serie carbonatiche mesozoiche (giacimenti profondi in Pianura Padana, Val d'Agri, area ragusana, Gela e offshore siciliano; dell'era mesozoica sono anche le principali rocce madri). A causa della mancanza di giacimenti consistenti, la maggior parte delle materie prime e il 75% dell'energia devono essere importati. I giacimenti lucani della Val d'Agri, i più grandi dell'Europa continentale,[129] sono stati scoperti nella prima metà del XX secolo, ma sfruttati solo a partire dagli anni ottanta, fornendo circa il 10% del fabbisogno nazionale.[130] Nel 2009 la produzione annua di petrolio si aggira sui 53,5 milioni di barili (a fronte di un consumo annuo di 561 milioni)[2] ed è stimato che circa 800 milioni di barili di petrolio si trovino in giacimenti ancora da scoprire.[131]

Industria L'Italia, la cui quota di produzione mondiale nel settore manifatturiero si attesta negli anni duemila attorno al 4%, collocandola al secondo posto in Europa,[132] differisce, rispetto agli altri paesi industrializzati, per una vasta diffusione di piccole e medie imprese di proprietà familiare.[133][134] A partire dal Nord-Est del Paese, si sono affermati i cosiddetti distretti industriali, un modello che ha visto una consistente diffusione lungo la dorsale adriatica, al punto da costituire una delle caratteristiche peculiari dell'economia italiana.[135] Il Lingotto di Torino Avanzata e diversificata, l'industria italiana è particolarmente sviluppata nei settori della cantieristica navale, degli elettrodomestici, chimico, farmaceutico, metallurgico, agroalimentare[136][137] e della difesa.[138] Nel settore automobilistico, che assieme al petrolchimico e al siderurgico è stato alla base dell'industrializzazione postbellica del Paese, l'Italia risulta agli ultimi posti in Europa per produzione di automobili[139] (fortemente penalizzata dalla delocalizzazione produttiva)[140] ma mantiene una grande rilevanza a livello europeo e mondiale[141][142] grazie alla presenza del gruppo FIAT, azienda multinazionale che nel 2008 ha prodotto 2 524 325 veicoli in tutto il mondo.[143]


Italia Design e moda Lo stile italiano – soprattutto nel disegno industriale, nell'arredo, nell'auto – si contraddistingue per la mescolanza di fantasia e rigore progettuale e si caratterizza per l'uso di materiali considerati scarti, ma al tempo stesso innovativi.[144] Nato alla fine del XIX secolo,[145] diviene Bel Design tra il 1945 e il 1965 quando nascono la Vespa V98 farobasso, la Innocenti Lambretta, la Iso Isetta, la Fiat 600 e la Fiat Nuova 500 nel campo dei trasporti, la macchina da cucire Mirella della Necchi, la macchina da calcolo elettrica Divisumma 24 di Olivetti e alcuni radioricevitori e televisori progettati per RadioMarelli e Brionvega nel campo degli elettrodomestici. Al design italiano, rappresentato da aziende,[144] scuole di specializzazione[146] e artisti come Gio Ponti, Ettore Sottsass e Bruno Munari, sono dedicati musei[147] e riconoscimenti, come il Premio Compasso d'oro, il più antico e prestigioso premio mondiale di design.[148] La Fiera di Milano, il maggiore polo espositivo europeo, ospita annualmente numerose esposizioni di design di livello internazionale.[149] Negli anni del miracolo economico italiano nasce e si sviluppa la moda italiana. Agli abiti di alta moda le sartorie affiancano il prêt-à-porter, proponendosi sui mercati internazionali e portando, in collaborazione con l'industria, all'affermazione del made in Italy.[150] Numerosi stilisti, come Valentino, Armani e Versace portano l'Italia ai vertici mondiali per i suoi prodotti[151] mentre Milano e Roma sono annoverate tra le capitali della moda.[152]

Settore terziario In Italia il terziario rappresenta il settore più importante dell'economia, sia per numero di occupati (nel 2009 pari al 67% del totale)[153] che per valore aggiunto (il 73,1%).[154] Turismo, commercio e servizi sono tra le attività chiave per il sistema-paese: secondo l'ufficio studi Confcommercio nel 2009, nel commercio, si contano 1 574 000 imprese pari al 26% delle imprese italiane e oltre 3 457 000 lavoratori. Nei trasporti, comunicazioni, turismo e consumi fuori casa, si contano oltre 603 000 imprese pari al 10% del totale, con un totale di 3 400 000 lavoratori. Servizi alle imprese: 696 000 imprese pari al 11,4% del totale presentano 2 800 000 di lavoratori.[155] I servizi alle imprese sono maggiormente sviluppati e diffusi nelle grandi città e nelle regioni economicamente più avanzate. Sul finire degli anni ottanta del XX secolo e nel decennio successivo vari fattori, come deregolamentazione, disintermediazione e nuove tecnologie hanno spinto, in linea con l'andamento internazionale, i settori bancario e assicurativo a processi di concentrazione e a forme d'integrazione[156] normati dalla L. 287/90[157] contro gli abusi da posizione dominante. Questi gruppi bancari ricoprono, attraverso la partecipazione azionaria in importanti industrie o società di servizi o tramite la presenza nei patti parasociali aziendali, un ruolo primario nel sistema economico italiano.[158]

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Turismo Un settore di primaria importanza per l'economia italiana continua ad essere il turismo: secondo il Rapporto Eurispes 2011 occupa poco meno di 2 500 000 di addetti, l'incidenza sul PIL è del 9,5% e la sua quota mondiale si attesta al 4,1%.[159]

Da in alto a sinistra, in senso orario, le Dolomiti, Venezia, i Sassi di Matera e i Faraglioni di Capri

Nel 2010 l'Italia, con 43,6 milioni di turisti stranieri annui (in crescita 0,9% rispetto all'anno precedente, dopo un +1,2% nel 2009), è al quinto posto nel mondo dopo Spagna (52,7), Cina (55,7), Stati Uniti (59,7) e Francia (76,8).[160] Anche per quanto riguarda le entrate derivanti dal turismo internazionale, l'Italia si colloca al quinto posto al mondo con 38,8 miliardi di dollari nel 2010 (-3,6% rispetto al 2009, pari ad una crescita del +1,4% se si valutano le entrate in euro).[160]

Rilevanti sono anche i flussi turistici interni. Nel 2011 si sono registrati 68,2 milioni di viaggi di turisti italiani all'interno del Paese, in forte contrazione (-16,5%) rispetto all'anno precedente. Le mete interne preferite dai turisti italiani sono, nell'ordine, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio, Lombardia e Veneto.[161] Trasporti La rete infrastrutturale italiana è costituita da 183 705 km di strade (suddivise in statali, regionali, provinciali e comunali), 6 629 km di autostrade, 16 643 km di ferrovie in esercizio[162] (divisi tra rete estera, rete fondamentale, rete complementare e rete di nodo), 352 porti[163] e 96 aeroporti.[164] Il trasporto pubblico urbano si serve di tram, filobus, autobus, funicolari, taxi e, nelle maggiori città, di metropolitane. Alcune località, inoltre, data la loro conformazione geografica, si servono anche del trasporto navale. L'Italia tuttavia non eccelle nel campo dei trasporti, creando dei limiti allo sviluppo e alla competitività, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno. Vari studi comparativi attestano che il paese sconta un ritardo rispetto a molti paesi europei per dotazione infrastrutturale e trasporti.[165]

La rete autostradale italiana

Divario Nord-Sud Nei decenni successivi all'Unità d'Italia, le regioni settentrionali del Paese, Lombardia, Piemonte e Liguria in particolare, iniziano un processo d'industrializzazione e di sviluppo economico mentre le regioni meridionali rimangono indietro. A causa del crescente divario economico e sociale si comincia a parlare questione meridionale.[166] Lo squilibrio tra Nord e Sud, ampliatosi costantemente nel primo secolo post-unitario, si riduce negli anni sessanta e settanta anche attraverso la realizzazione di opere pubbliche, l'attuazione delle riforme agraria e scolastica,[167] l'espansione dell'industrializzazione e le migliorate condizioni di vita della popolazione.[166] Questo processo di convergenza si interrompe invece negli anni ottanta. Ad oggi, il PIL pro-capite del Mezzogiorno è pari


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ad appena il 58% di quello del Centro-Nord,[168] mentre il tasso di disoccupazione è più che doppio (6,7% al Nord contro 14,9% al Sud).[169] Uno studio del Censis attribuisce alla presenza pervasiva di organizzazioni criminali un ruolo importante nel ritardo del Mezzogiorno d'Italia, stimano un perdita annuale di ricchezza del 2,5% nel Mezzogiorno nel periodo 1981-2003 dovuta alla presenza di tali organizzazioni e valutando che senza di esse il PIL pro-capite del Mezzogiorno avrebbe raggiunto quello del Nord.[170]

Ambiente L'articolo 9 della costituzione italiana fissa i principi atti a salvaguardare il paesaggio e i beni storico-artistici della nostra civiltà.[171] Nonostante questo, l'articolo è rimasto disatteso fino alla fine degli anni settanta,[172] quando, anche in Italia, cominciò ad diffondersi una prima coscienza ambientale. A fronte di questo, con la legge 8 luglio 1986 n. 349, è stato istituito il Ministero dell'Ambiente con il compito di coordinare il risanamento delle aree colpite dal degrado e di tutelare quelle rimaste ancora intatte. Da in alto a sinistra, i parchi nazionali delle Cinque Terre, d'Abruzzo, Lazio e Molise, dell'Asinara e del Pollino

Aree protette

L'elenco ufficiale delle aree protette (EUAP) italiane è quello relativo al 6º aggiornamento approvato il 27 aprile 2010 e pubblicato nel supplemento ordinario n. 115 alla Gazzetta Ufficiale n. 125 del 31 maggio 2010;[173] si tratta di 871 aree naturali protette corrispondenti a circa l'11% del territorio italiano.[174] La legge quadro sulle aree protette, n. 394 del 6 dicembre 1991, le suddivide in: • parchi nazionali italiani: sono 24,[173] coprono complessivamente una superficie di oltre 15 000 km² e corrispondono a circa il 5% del territorio nazionale.[175] I più antichi sono il Parco nazionale del Gran Paradiso (istituito nel 1922), il Parco nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise (1923), il Parco nazionale dello Stelvio (1935) e il Parco nazionale del Circeo (1935). La loro sorveglianza è affidata al Corpo Forestale dello Stato; • parchi regionali italiani: l'EUAP ne contempla 134,[173] per una superficie di circa 13 000 km²; • riserve naturali statali (147) e regionali italiane (365);[173]

Vista delle cascate delle Marmore

• aree marine protette italiane: sono 27 e coprono una superficie a mare di oltre 222 400 ettari. La più importante è il Santuario dei cetacei, costituito in cooperazione con la Francia e il Principato di Monaco; [173]

• altre aree protette, nazionali e regionali: sono zone protette che non rientrano nelle precedenti classificazioni; in Italia sono oltre 170.[173] Ad esse vanno aggiunte le zone umide italiane, 52 aree per un totale di 60 223 ettari, considerate di importanza internazionale ai sensi della convenzione di Ramsar.[176]


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Biodiversità e minacce L'Italia è ricchissima di biodiversità ed è il paese europeo con più specie di piante superiori,[177][178] molte delle quali endemiche. Questo è dovuto a una molteplicità di fattori quali l'eterogeneità ambientale, la complessa struttura dell'orografia italiana, le vicissitudini biogeografiche e la storia geologica. L'Italia, assieme alla penisola iberica ed al sud dei Balcani, è stata inoltre un rifugio per molte specie animali e vegetali estintesi nelle zone centrali e settentrionali del continente europeo durante le glaciazioni pleistoceniche. L'ampia estensione latitudinale della penisola, di circa 10°, la pone a cavallo tra le zone climatiche temperate, centroeuropea (Cfa o Cfb secondo Köppen) e calda mediterranea (Csa secondo Köppen) e quindi almeno su due zone di vegetazione molto diverse.[177][179] Le aree più ricche di endemismo sono, oltre alle isole (soprattutto la Sardegna), gli alti massicci montuosi isolati tra aree più basse, considerabili come "isole biogeografiche": alcuni esempi sono le Alpi Apuane per le piante e le Prealpi orientali per gli insetti cavernicoli. La fauna d'acqua dolce è spesso differenziata tra i fiumi del nord Italia (bacino del Po) e quelli del centro.[178] La vegetazione naturale potenziale del territorio italiano è il bosco su tutto il territorio tranne che sulle vette più elevate del piano nivale e nelle zone più aride delle isole circumsiciliane, oltre che nelle aree più prossime al mare. I boschi Da in alto a sinistra, ululone, roverella, cavedano etrusco e fiordaliso spinoso, italiani sono fortemente sfruttati per la esempi di biodiversità in Italia selvicoltura che prende la forma di ceduazione per i boschi di querce (che principalmente producono legna da ardere) e di castagno (per la produzione di pali) mentre quelli di faggio e di conifere sono perlopiù trattati a fustaia.[180][178] I boschi mediterranei di leccio sono quasi sempre degradati dalla ceduazione, dagli incendi e dal pascolo ovicaprino; gli stadi di degradazione sono noti come macchia mediterranea quando si ha un denso ed impenetrabile cespuglieto alto qualche metro e di gariga se il terreno è coperto di vegetazione bassa che lascia scoperto il terreno, spesso ricco di affioramenti rocciosi. Gli stadi di macchia e gariga comunque portano un contributo positivo alla biodiversità italiana in quanto ricche di specie rare e da proteggere, tra cui numerose orchidee.[177][180][178] Non è da trascurare l'uso ricreativo che hanno le foreste (soprattutto pinete di pino domestico) prossime ai centri urbani.[180] La fauna italiana è molto ricca di endemismi, soprattutto negli invertebrati, nei pesci d'acqua dolce,[181][182] negli anfibi e nei rettili. Gli uccelli ed i mammiferi, animali più mobili, sono caratterizzati da un minor tasso di endemismo.[178] L'elevata densità di popolazione, l'industrializzazione diffusa, l'estesa urbanizzazione delle zone costiere e planiziari, l'inquinamento delle acque, l'introduzione di specie aliene e l'agricoltura intensiva fanno sì che la difesa della biodiversità e degli ambienti naturali siano questioni particolarmente rilevanti.[178]

Arte Nel corso dei secoli l'Italia, secondo tutti gli storici, ha portato un contributo di primo piano alla cultura mondiale. In particolare nei due periodi in cui il territorio italiano fu il centro della civiltà del tempo, ovvero durante l'Impero romano ed il Rinascimento, il ruolo che ebbe nella storia della conoscenza umana fu di grande rilevanza. Dai templi greci ai borghi medievali, dalle terme romane alle ville settecentesche, l'Italia possiede molteplici monumenti nazionali, dichiarati tali da una legge apposita che ne riconosce l'importanza culturale e artistica per la comunità.[183] Sebbene vari istituti si occupino della catalogazione dei beni artistici italiani, non è possibile formulare una stima

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affidabile del patrimonio artistico nazionale, che peraltro ha subito e subisce una consistente opera di dispersione.[184]

Architettura Durante l'Impero romano l'architettura sviluppa caratteri omogenei[185] e la sua influenza si protrarrà nelle chiese paleocristiane, costruite sul modello delle basiliche civili romane; pregevoli esempi, con influenze bizantine, nelle basiliche di San Vitale e Sant'Apollinare Nuovo in Ravenna. Nel VII secolo nascono i complessi abbaziali unitamente alle espressioni dell'architettura longobarda, con significative testimonianze Il Colosseo nel tempietto di Cividale del Friuli e nella chiesa di Santa Sofia a Benevento. Della renovatio carolingia e il recupero della classicità attuati da Carlo Magno nel IX secolo permangono importanti complessi architettonici principalmente a Roma (basilica di Santa Prassede), Bardolino, Spoleto e Milano. Il X e l'XI secolo vedono la fioritura delle cattedrali romaniche, come la basilica di San Marco e il duomo di Pisa, mentre nel secolo successivo si diffonde nell'Italia meridionale l'architettura arabo-normanna che ha nel palazzo dei Normanni a Palermo e nel duomo di Monreale alcuni fra gli esempi più caratterizzanti.[4] Contemporaneamente nell'architettura civile fanno la loro comparsa numerose torri gentilizie; celebri quelle di San Gimignano e di Bologna.

Piazza dei Miracoli, Pisa

Duomo di Milano

Duomo di Firenze L'architettura gotica, introdotta dai cistercensi, spazia dall'originale protogotico della basilica di San Francesco ad Assisi alle chiese di Firenze, Siena, Orvieto, Napoli, Bologna, Venezia e Milano. Fra i castelli disseminati nella penisola spicca il celebre Castel del Monte.[185] Il primo Rinascimento trova testimonianza a Firenze nella cupola di Santa Maria del Fiore e nello spedale degli Innocenti[186] costruiti dal Brunelleschi e nell'attività di Leon Battista Alberti, mentre il pieno Rinascimento, essenzialmente romano, vede Bramante, Raffaello e Michelangelo attivi nella ricostruzione della basilica di San Pietro. Per le realizzazioni urbanistiche rinascimentali mirabile esempio è l'Addizione Erculea a Ferrara. Il passaggio dal Rinascimento al manierismo si evidenzia nelle figure di Baldassarre Peruzzi, Giulio Romano e Andrea Palladio (che influenzerà l'architettura europea con l'avvento del neopalladianesimo).[187]


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Lo stile barocco, preannunciato da Jacopo Barozzi da Vignola,[188] si sviluppa a Roma, dove si concentrano le principali realizzazioni, influenzando tutto il mondo cattolico. Alle prime opere di Carlo Maderno e Martino Longhi il Giovane seguono i capolavori del Bernini, del Borromini e di Pietro da Cortona. Alla prima metà del Settecento risale il più significativo esempio tardo barocco e rococò: la palazzina di caccia di Stupinigi, progettata da Filippo Juvara. Invece, nel Regno di Napoli, con Luigi Vanvitelli, viene avviata, dal 1752, la costruzione della reggia di Caserta. Dopo la seconda metà del secolo l'architettura neoclassica produce, anche nella sua variante neogreca, diverse opere di valore come la grande basilica di San Francesco a Napoli.[189] Con l'unità d'Italia prevale lo stile neorinascimentale o, più in generale, l'eclettismo. La Reggia di Caserta vista dai giardini

L'Art Nouveau ha in Giuseppe Sommaruga, Ernesto Basile e Raimondo D'Aronco i principali esponenti, mentre nel 1914 Antonio Sant'Elia pubblica il Manifesto dell'Architettura futurista e le sue tavole della "Città Nuova", proponendo nuovi modelli architettonici che esaltano la funzionalità ed una nuova estetica.

Palazzo della Civiltà Italiana

Il razionalismo italiano si manifesta inizialmente con l'attività del Gruppo 7 e MIAR, ove si distingue Giuseppe Terragni, che fra le altre opere realizzerà la Casa del Fascio di Como. Negli anni trenta prende forma ed ha maggiore impulso la tendenza, favorita dal regime, al cosiddetto neoclassicismo semplificato di cui Marcello Piacentini sarà l'esponente più rappresentativo.[190] Le tendenze razionaliste trovano diversi sviluppi e reazioni nel dopoguerra diversificandosi sempre più; nel tentativo di umanizzare l'International Style, si sviluppa il neorealismo, al quale subentra il neoliberty e, in seguito, il brutalismo.[191]

Il postmoderno, anticipato da Paolo Portoghesi, trova la sua consacrazione nelle opere di Aldo Rossi. Tra i principali architetti attivi in Italia tra la fine del XX e l'inizio del XXI secolo si ricordano Renzo Piano, Massimiliano Fuksas, Gae Aulenti, lo svizzero Mario Botta e l'irachena Zaha Hadid.

Pittura e scultura

Monna Lisa di Leonardo


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Il David di Michelangelo Le prime rilevanti produzioni artistiche in Italia risalgono al neolitico.[192] Nell'evo antico, etruschi e romani costituiscono grandi poli artistici in grado di rivaleggiare con l'arte greca. Con il tardo impero e le invasioni barbariche si avvia quel processo di decentramento che porta a far fiorire più capitali e più centri artistici come Milano, Ravenna e Pavia. Eccezionale e irripetibile è la fioritura di Palermo sotto gli arabi. Dopo l'anno Mille si ha una ripresa della produzione artistica, che culmina nei grandi cantieri architettonici romanici, in cui viene riavviata anche la scultura monumentale, come con Wiligelmo e Benedetto Antelami. La pittura invece subisce sorti alterne, restando fermamente ancorata ai modelli bizantini fino al XIII secolo. I mercanti delle repubbliche marinare, soprattutto Pisa e Venezia, portando in patria modelli e spunti da tutto il Mediterraneo, danno impulso alle scuole locali, in cui non mancano di manifestarsi graduali progressi. In Toscana Nicola Pisano, Cimabue e Giotto pongono infatti le basi per una vera e propria rivoluzione figurativa, dove la rappresentazione veritiera dello spazio, della figura umana e dei suoi affetti è alla base di futuri, straordinari sviluppi.[193] L'arte gotica fiorisce con risultati di estrema eleganza in centri come Siena, Milano, Napoli. Il Rinascimento è un fenomeno culturale di ampia portata, che affonda le radici nell'Umanesimo letterario trecentesco e nel rinnovato interesse per l'arte romana. Agli albori del Quattrocento, a Firenze, Filippo Brunelleschi, Donatello e Masaccio stimolano uno sviluppo delle arti all'insegna di un rinnovato rigore, della rinuncia all'"ornato" superfluo e della costruzione geometrica dello spazio, la prospettiva.[194] La loro lezione viene ripresa da altri artisti, che nei loro viaggi diffondono il nuovo stile contaminandolo con le scuole locali e dando origine al periodo straordinario delle corti, in cui centri come Urbino, Ferrara, Mantova, Padova, Rimini, Napoli e l'Umbria, oltre a Firenze, forniscono nuove idee all'insegna di un panorama estremamente ricco e variegato. Il Cinquecento si apre con figure universali come Leonardo, Raffaello e soprattutto Michelangelo, facendo dell'Italia il modello di riferimento per tutta l'arte europea.[195] La straordinaria stagione della Roma papalina fornisce un modello artistico dominante, al quale solo Venezia, con Giorgione e Tiziano, è in grado di fornire un'alternativa altrettanto valida.[196] Eventi tragici come il Sacco del 1527 portano alla dispersione degli artisti, garantendo però una nuova fioritura periferica. Quando già le bizzarrie del manierismo, estremo sviluppo del Rinascimento romano e fiorentino, fanno presa in tutta Europa, la storiografia artistica vede la sua nascita con l'opera di Giorgio Vasari, il primo, grande, consapevole documentatore dei fatti artistici fin dai tempi della Grecia classica. Estasi di santa Teresa d'Avila di Gian Lorenzo Bernini


Italia Il Seicento si apre con l'invenzione di un nuovo stile, il barocco, a Roma, che domina la scena artistica europea per un secolo e oltre. Artisti come Caravaggio, Bernini e Borromini sono i mattatori di un rinnovamento di grande impatto, che si affranca dai canoni dell'arte classica.[197] Dopo essere diventata la meta di artisti di tutto il mondo, col Grand Tour, aver espresso la grande scuola dei vedutisti veneziani (Canaletto su tutti)[198] e figure del calibro di Giambattista Tiepolo, nonché aver ricoperto un ruolo importante durante il periodo neoclassico con Antonio Canova,[199] l'Italia dell'arte perde peso culturale al cospetto degli altri paesi europei. Si deve aspettare la fine del XIX secolo per ritrovare esperienze figurative di rilevanza europea con il movimento dei macchiaioli[200] e quello dei divisionisti.[201] Durante il XX secolo l'Italia partecipa a pieno titolo alle rapide vicissitudini dell'arte moderna, con il futurismo (la prima delle avanguardie storiche), la metafisica, l'arte povera e la transavanguardia, fino agli artisti contemporanei, alcuni vere e proprie celebrità rinomate anche all'estero.[202]

Letteratura La nascita della letteratura italiana si fa canonicamente risalire alla prima metà del XIII secolo con la diffusione, all'interno di circuiti privati, di manoscritti di carattere religioso, laico e giocoso, ad uso della comunità religiosa e laica, ma sempre ad un alto livello della scala sociale (per esempio i notai). Ciò che permette di parlare di una letteratura italiana è la lingua.[203] Infatti, prima del Duecento la lingua utilizzata per scrivere i documenti era il latino. Essa nasce in ritardo rispetto ad altre letterature europee perché molto ancorata alla tradizione del latino. Nel XIII secolo si hanno le prime esperienze letterarie, la poesia religiosa in Umbria (il Cantico delle creature di San Francesco d'Assisi e le Laude di Jacopone da Todi), la Scuola siciliana (nata a Palermo alla corte di Federico II) e, alcuni decenni più tardi, la lirica toscana. A cavallo tra XIII e XIV secolo la letteratura italiana possedeva già tre grandi opere letterarie: la Divina Commedia di Dante Alighieri, il Da in alto a sinistra in senso orario: Dante, Foscolo, Pirandello e Canzoniere di Francesco Petrarca e il Decameron di Leopardi. Giovanni Boccaccio. In questo periodo, inoltre, emergono i poeti Guittone d'Arezzo, Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti, in cui è assente la componente religiosa usata dai suoi predecessori. Nel XV secolo si distinguono invece personaggi poliedrici come Leon Battista Alberti, Leonardo da Vinci, Lorenzo de' Medici, letterato e mecenate, che promuove la nuova letteratura in volgare, Angelo Poliziano, traduttore del poema Iliade, e Matteo Maria Boiardo, che compone l'Orlando Innamorato. Nel XVI secolo Ludovico Ariosto, compone il poema Orlando Furioso, Niccolò Machiavelli scrive Il Principe, Baldassarre Castiglione scrive Il Cortegiano e Torquato Tasso è autore della Gerusalemme liberata. Nel XVII secolo emergono le figure di Giovan Battista Marino, rappresentante della poesia barocca e di Alessandro Tassoni, ideatore del poema eroicomico, in quello successivo quelle del poeta tragico Vittorio Alfieri e di Giuseppe Parini, autore de Il giorno. A cavallo tra XVIII e XIX secolo spiccano Silvio Pellico, autore de Le mie prigioni, Vincenzo Monti, che traduce l'Iliade in lingua italiana, Ugo Foscolo, tra i principali esponenti del neoclassicismo, patriota e sostenitore di

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Napoleone, Alessandro Manzoni, autore dei Promessi Sposi (una delle maggiori opere della letteratura italiana) e Giacomo Leopardi, uno dei grandi poeti italiani del XIX secolo. Da citare, nella seconda metà dell'800, anche la figura di Francesco de Sanctis, critico e storico della letteratura italiana. Nel XX secolo si distinguono Giosuè Carducci (premio Nobel per la letteratura nel 1906), Giovanni Verga, esponente del verismo, Grazia Deledda, Nobel nel 1926, Giovanni Pascoli e Gabriele D'Annunzio, esponenti del decadentismo italiano e Luigi Pirandello, Nobel nel 1934. Altri autori importanti del periodo sono stati Giuseppe Ungaretti, Italo Svevo, Italo Calvino e i premi Nobel Salvatore Quasimodo, Eugenio Montale e Dario Fo. Teatro Il teatro latino, presente sin dai tempi dell'antica Roma, che in alcune farse ripropone il teatro greco rappresentato nella Magna Grecia, vede all'apice della sua espressione Livio Andronico, Plauto, Terenzio (per la commedia) e Seneca (per la tragedia). Dopo un periodo di decadimento generale delle arti successivo alla caduta dell'impero romano, nel Medioevo il teatro riprende nuovo vigore grazie alle sacre rappresentazioni e all'opera buffonesca e satirica dei giullari. In età moderna emerge la figura di Carlo Goldoni, che supera la tradizione della commedia dell'arte, sviluppatasi tra XVI e XVIII secolo, basata sull'improvvisazione degli attori e sui canovacci, e introduce una nuova forma di teatro, in cui le maschere vengono progressivamente eliminate e si passa dall'improvvisazione ad una recitazione che segue un copione preciso;[204] bisogna inoltre ricordare il melodramma del Metastasio e l'Opera dei Pupi, un teatro delle marionette diffusosi nell'Italia meridionale tra la seconda metà del XIX e la prima metà del XX secolo e inserito dall'UNESCO tra i patrimoni orali e immateriali dell'umanità.[4] Durante il XX secolo spicca la figura di Luigi Pirandello la cui apparizione costituisce uno degli avvenimenti chiave del teatro europeo contemporaneo.[205] Tra gli altri esponenti del periodo vanno annoverati Eduardo Scarpetta, Eduardo De Filippo, Gilberto Govi e Dario Fo.

Musica La musica italiana comincia a svilupparsi nel Trecento con la diffusione dell'ars nova, che introduce la polifonia nella musica profana. In questo periodo, città come Mantova, Firenze, Ferrara, Venezia, Milano e Roma diventano centri di primo piano nel panorama musicale europeo,[206] mentre nel Quattrocento si ricordano i canti carnascialeschi nati a Firenze nell'epoca di Lorenzo il Magnifico. Nel Cinquecento si ricordano Costanzo Festa, primo polifonista di fama internazionale,[206] Gioseffo Zarlino, che dà un notevole contributo alla teoria del contrappunto, Pierluigi da Palestrina, Luca Marenzio, Carlo Gesualdo, uno dei principali innovatori del linguaggio musicale[206] e Claudio Monteverdi, grazie al quale nasce e si afferma l'opera lirica e in particolare il melodramma.[206][207]

Da in alto a sinistra in senso orario: Verdi, Vivaldi, Pavarotti e Puccini.

Nel Seicento l'Italia è sede delle prime grandi scuole di musica strumentale, che influenzeranno i musicisti di tutta Europa soprattutto attraverso le opere degli autori del periodo barocco Giovanni Gabrieli, Girolamo


Italia Frescobaldi, Arcangelo Corelli, che dà un notevole contributo allo sviluppo dell'arte violinistica e del concerto grosso,[208] Antonio Vivaldi, che accentua il virtuosismo individualistico e con il quale il concerto assume una sua struttura definitiva,[208] Domenico e Alessandro Scarlatti, che rinnovano le composizioni per clavicembalo[208] e Giovanni Battista Pergolesi. Nel Settecento, Luigi Boccherini, Luigi Cherubini e Antonio Salieri, compositore ufficiale della corte asburgica, sono i maggiori rappresentanti della musica strumentale e operistica italiana mentre Napoli diviene, grazie ai suoi conservatori, un importante centro di formazione e aggiornamento e un indiscusso riferimento nel mondo musicale e teatrale europeo, ove insegnano Alessandro Scarlatti, Tommaso Traetta, Niccolò Jommelli e Nicola Porpora, alla cui scuola si formano numerosi castrati, tra cui Carlo Broschi, in arte Farinelli, il più celebre sopranista del Settecento[209]. In tale contesto si sviluppa l'opera buffa, genere operistico della musica intesa come divertimento, rappresentato da compositori come Baldassare Galuppi, Niccolò Piccinni, Pietro Alessandro Guglielmi e Domenico Cimarosa e da opere come La serva padrona, La Cecchina e Il matrimonio segreto. Del periodo romantico si ricordano opere liriche come il Guglielmo Tell e Il barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini, I puritani di Vincenzo Bellini, l'Aida, il Nabucco, La traviata e il Rigoletto di Giuseppe Verdi; sono invece ispirate al verismo la Turandot, Madama Butterfly, la Tosca e La bohème di Giacomo Puccini, i Pagliacci di Ruggero Leoncavallo e la Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Vanno ricordati anche strumentisti come Niccolò Paganini, uno dei maggiori violinisti del XIX secolo;[210] Arturo Benedetti Michelangeli, raffinato interprete di pianoforte del XX secolo; Maurizio Pollini, Salvatore Accardo e Uto Ughi, violinisti di fama internazionale ed infine il violoncellista Mario Brunello. Tra le orchestre sinfoniche risaltano l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, l'Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai di Torino, l'Orchestra Sinfonica Siciliana e la Filarmonica della Scala; tra i direttori d'orchestra spiccano Arturo Toscanini, Ferruccio Busoni, Riccardo Muti, Claudio Abbado. Sono italiani molti interpreti della lirica del XIX e del XX secolo: i tenori Luciano Pavarotti ed Enrico Caruso, i soprani Renata Tebaldi e Katia Ricciarelli, il mezzosoprano Cecilia Bartoli, i bassi-baritoni Ruggero Raimondi e Sesto Bruscantini e i contralti Marietta Alboni, Clorinda Corradi e Rosmunda Pisaroni. Il repertorio che va dagli inizi dell'Ottocento all'immediato secondo dopoguerra, la cui epoca d'oro cade a cavallo tra XIX e XX secolo,[211] costituisce la canzone classica napoletana, nata tradizionalmente nel 1839 con Te voglio bene assaje[212] e che annovera brani celebri come 'O sole mio, 'O surdato 'nnammurato e Torna a Surriento. Nel XX e nel XXI secolo, in seguito al risveglio musicale in atto nei vari paesi europei, alcuni compositori italiani cercano di proporre un nuovo linguaggio musicale come Ildebrando Pizzetti, Alfredo Casella, Ottorino Respighi, Gian Francesco Malipiero e Goffredo Petrassi durante le due guerre mondiali; Bruno Maderna, Franco Donatoni, Luciano Berio, Luigi Nono, Aldo Clementi dal dopoguerra sino ai nostri giorni. La musica leggera italiana degli ultimi decenni può contare su rassegne canore di rilevanza internazionale come il Festival di Sanremo e lo Zecchino d'Oro. A partire dal dopoguerra, si sono distinti molti gruppi musicali, cantanti e cantautori tra cui Renato Carosone, Domenico Modugno, Lucio Dalla, Rino Gaetano, Lucio Battisti, Fabrizio de Andrè, Mina, Adriano Celentano, Giorgio Gaber, Gianni Morandi, la Premiata Forneria Marconi, Eros Ramazzotti, Laura Pausini e Andrea Bocelli.

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Cinema Agli inizi del Novecento, pochi anni dopo l'avvento del cinématographe, il cinema italiano si afferma nel genere muto con pellicole come La presa di Roma, Gli ultimi giorni di Pompei e Cabiria; nello stesso genere Rodolfo Valentino diviene celebre in America.[213]

Da in alto a sinistra in senso orario: Loren, Lollobrigida, Sordi e Fellini.

Gli anni trenta vedono la nascita del festival del cinema di Venezia e, promossa dal regime, di Cinecittà, imponente struttura all'avanguardia in Europa che favorisce lo sviluppo del cinema italiano[214] che propone, accanto ai film di propaganda, le pellicole stucchevoli e piccolo borghesi del cinema dei telefoni bianchi. Nel dopoguerra i registi neorealisti come Vittorio De Sica, Roberto Rossellini e Luchino Visconti ottengono importanti riconoscimenti in patria e all'estero. Alla generazione successiva, quella del cinema d'autore, appartengono Federico Fellini e Michelangelo Antonioni, ai quali si affianca la figura unica e anticonformista di Pier Paolo Pasolini.

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa la commedia all'italiana, con caratteri di satira di costume, con registi come Pietro Germi, Mario Monicelli, Ettore Scola, Luigi Comencini, Dino Risi e Pasquale Festa Campanile; a tale filone appartengono attori affermati come Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Anna Magnani, Claudia Cardinale, Totò, Marcello Mastroianni, Vittorio Gassman e Alberto Sordi. Agli anni sessanta e settanta appartengono il giallo all'italiana, in cui emergono i film di Lucio Fulci e Dario Argento, il cinema politico, con registi come Elio Petri e Francesco Rosi e interpreti come Gian Maria Volontè, protagonista anche dello "spaghetti-western", genere in cui spicca il regista Sergio Leone.[215] A seguire, con l'avvento della televisione commerciale, inizia una crisi del settore che si protrarrà anche negli anni novanta e che nemmeno i 9 premi Oscar vinti da L'ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci (1988) o quelli assegnati a Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore (1990), a Mediterraneo di Gabriele Salvatores (1992) e a La vita è bella di Roberto Benigni (1999) riusciranno a risollevare. Da ricordare anche le figure di Franco Zeffirelli, Ermanno Olmi, Carlo Verdone, Nanni Moretti e Massimo Troisi. Negli anni duemila ad incassare maggiormente al botteghino sono i cosiddetti film di Natale o cine-panettoni,[216] caratterizzati da comicità grossolana, spesso ambientati in luoghi esotici.


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Scienza Tra gli scienziati si distinguono Galileo Galilei, il fondatore della scienza moderna[217] e Leonardo da Vinci, uno dei geni dell'umanità.[218] Pittore, scultore, architetto, ingegnere, anatomista, letterato, musicista e inventore,[219] rappresenta, nel Rinascimento italiano, lo spirito universalista che lo porta alle maggiori forme di espressione nei diversi campi dell'arte e della conoscenza.[218]

Scienze matematiche, fisiche e naturali Matematica Nel corso del Medioevo e del Rinascimento Leonardo Fibonacci introduce i numeri arabi, Niccolò Tartaglia risolve l'equazione cubica e Girolamo Cardano e Paolo Ruffini contribuiscono allo sviluppo dell'algebra. A partire dal XVIII secolo, diversi matematici italiani contribuiscono alla nuova disciplina dell'analisi matematica, tra questi Giuseppe Luigi Lagrange, fondatore della meccanica analitica, Jacopo Leonardo Riccati, Ulisse Dini, Vito Volterra, Guido Fubini, Renato Caccioppoli, Ennio De Giorgi ed Enrico Bombieri; a Bruno de Finetti è dovuta la riformulazione dei fondamenti della probabilità e statistica. Nei secoli XIX e XX, si sviluppano la scuola italiana di geometria algebrica e quella di geometria differenziale (i lavori di Luigi Bianchi, Tullio Levi-Civita e Gregorio Ricci-Curbastro forniscono ad Albert Einstein gli strumenti matematici per la formulazione della relatività generale). Gli assiomi di Peano costituiscono tuttora uno dei capitoli fondamentali della logica e dei fondamenti della matematica. Fisica Nel campo della fisica, oltre al già citato Galileo, sostenitore del sistema eliocentrico e della rivoluzione copernicana,[217] che introduce il metodo scientifico e la relatività galileiana, spicca Alessandro Volta per le scoperte relative all'elettricità. Nel Novecento risaltano le figure di Guglielmo Marconi, inventore della radio, Enrico Fermi (e i ragazzi di via Panisperna) per i contributi alla fisica nucleare, Emilio Segrè, scopritore dell'antiprotone, Carlo Rubbia nell'ambito della fisica subnucleare e Riccardo Giacconi per la scoperta di sorgenti cosmiche di raggi X, tutti vincitori del premio Nobel per la fisica. Lo studioso Nicola Cabibbo contribuisce alla teoria sulle interazioni deboli nel campo della fisica delle particelle, per il quale l'Italia dispone dei laboratori nazionali del Gran Sasso, i laboratori sotterranei più estesi al mondo.[220]

Chimica

Da in alto a sinistra in senso orario: Volta, Galilei, Marconi e Fermi


Italia Contributi importanti sono dati da scienziati come Stanislao Cannizzaro inventore della reazione di Cannizzaro, nell'ambito della chimica organica, Ascanio Sobrero, inventore della nitroglicerina, Giacomo Fauser e Luigi Casale, ideatori di un processo di sintesi dell'ammoniaca diffusosi in tutto il mondo. Nell'ambito della chimica industriale si distingue Giulio Natta, premio Nobel per la chimica per i suoi studi sui polimeri.[221]

Medicina La tradizione medica italiana ha origini medievali, con la Scuola medica salernitana, la prima e più importante istituzione medica del Medioevo.[222] Continua attraverso i secoli grazie alle scoperte effettuate da medici come Gabriele Falloppio, che descrive la struttura delle tube di Falloppio, Marcello Malpighi, che formula la teoria del funzionamento dei polmoni e la struttura dei corpuscoli renali, Giovanni Battista Morgagni, considerato il fondatore della contemporanea anatomia patologica, Giovanni Maria Lancisi, il primo medico ad ipotizzare la trasmissione della malaria tramite le zanzare e Lazzaro Spallanzani, che confuta la teoria della generazione spontanea; nel XX secolo si sono distinti medici come Camillo Golgi, Daniel Bovet, Salvador Luria, Renato Dulbecco, Rita Levi-Montalcini e Mario Capecchi, tutti insigniti del premio Nobel per la medicina.

Scienze umane Economia In ambito economico nel Settecento e nell'Ottocento vanno ricordate le figure di Pietro Verri, fondatore de Il Caffè, di Gian Rinaldo Carli, di Quintino Sella, ministro delle finanze di tre governi e presidente dell'Accademia Nazionale dei Lincei e di Vilfredo Pareto. Nel Novecento spiccano Francesco Saverio Nitti, rispettato economista e politico noto per i suoi studi sulla risoluzione della questione meridionale, Luigi Einaudi, intellettuale ed economista di fama nonché Presidente della Repubblica, Piero Sraffa, che in Produzione di merci a mezzo di merci critica il marginalismo, Franco Modigliani, vincitore del premio Nobel per l'economia nel 1985, Paolo Sylos Labini e Tommaso Padoa-Schioppa, ministro delle finanze e dirigente del Fondo Monetario Internazionale. Geografia L'interesse alle esplorazioni geografiche, che nel Duecento aveva portato Marco Polo fino in Cina seguendo la Via della seta, raggiunge il culmine nel XV e XVI secolo: in tale periodo si collocano i viaggi di Cristoforo Colombo, a cui si deve la scoperta dell'America, di Giovanni Caboto, che scopre il Canada arrivando in Nuova Scozia, di Amerigo Vespucci, che esplora il Nuovo Mondo che, in suo onore, verrà chiamato America e di Giovanni da Verrazzano, che esplora le coste atlantiche nordamericane. Nel XX secolo Umberto Nobile, a bordo del dirigibile Norge, è il primo a trasvolare il Polo nord.

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Filosofia e storiografia Nel campo della filosofia si distinguono in epoca tardo romana e medievale Severino Boezio, le cui opere influenzano la filosofia cristiana del Medioevo, perciò considerato da alcuni fondatore della Scolastica,[223] Tommaso d'Aquino, filosofo scolastico tra i più noti e Bonaventura da Bagnoregio. Tra i filosofi moderni vanno citati Marsilio Ficino e Pico della Mirandola, esponenti del neoplatonismo, Bernardino Telesio, precursore dell'empirismo moderno,[224] Giordano Bruno, che anticipa per via filosofica le scoperte dell'astronomia e Tommaso Campanella. Durante il XVIII e il XIX secolo spiccano Giambattista Vico, teorico dei "corsi e ricorsi storici" in opposizione alla filosofia cartesiana, l'illuminista Cesare Beccaria, Antonio Rosmini, critico verso l'illuminismo e il sensismo e Vincenzo Gioberti. Tra i filosofi contemporanei vanno ricordati lo storicista Benedetto Croce, ideologo del liberalismo e, come Giovanni Gentile, importante esponente del neoidealismo e Antonio Gramsci, di tradizione marxista.

Benedetto Croce

Tra gli storici figurano Landolfo Sagace, che integra la Historia romana di Paolo Diacono con la sua Historia Miscella, Lorenzo Valla, filologo, iniziatore del revisionismo storiografico, Francesco Guicciardini, noto per aver scritto la Storia d'Italia, Ludovico Antonio Muratori, considerato il padre della storiografia italiana e personaggio di primo piano del settecento italiano, Scipione Maffei, punto di riferimento per intellettuali italiani e governanti riformatori durante il Settecento, Gaetano De Sanctis, direttore della Rivista di Filologia e di Istruzione Classica e presidente dell'Istituto dell'Enciclopedia Italiana dal 1947 al 1954, Gioacchino Volpe, Federico Chabod, direttore della Rivista storica italiana, e Renzo De Felice, studioso del fascismo.

Altre scienze Nell'ambito delle scienze politiche vanno citati Niccolò Machiavelli, uno dei padri della scienza politica moderna, Gaetano Mosca, sostenitore dell'elitismo, Augusto Del Noce, politologo di ispirazione cattolica e Norberto Bobbio, influente personalità culturale dell'Italia del ventesimo secolo. Nel campo antropologico Giustiniano Nicolucci, fondatore della scuola italiana di antropologia e autore di Delle Razze Umane, il primo trattato italiano di antropologia e paletnologia, Paolo Mantegazza, uno dei primi divulgatori in Italia delle teorie darwiniane, Cesare Lombroso, pioniere degli studi sulla criminalità e Ernesto de Martino. Fra gli psicologi vanno ricordati Roberto Ardigò, promotore di una concezione scientifica della psicologia, Sante De Sanctis, fondatore della neuropsichiatria infantile in Italia, Giulio Cesare Ferrari, pioniere della psicologia sperimentale italiana,[225] Vittorio Benussi, esponente di spicco della Scuola di Graz e maestro di Cesare Musatti, padre della percettologia e della psicoanalisi in Italia.[226] Per la pedagogia Ferrante Aporti, pioniere dell'educazione scolastica infantile, i già citati Roberto Ardigò e Giovanni Gentile, Maria Montessori, che propone un nuovo metodo educativo, le Sorelle Agazzi, pedagogiste sperimentali e Mario Lodi. Nel campo della linguistica il poeta Giacomo Leopardi, Luigi Ceci e Antonino Pagliaro, i fondatori della glottologia moderna mentre tra i giuristi, oltre a Vico, si ricordano Baldo degli Ubaldi, Cesare Beccaria, Costantino Mortati, Salvatore Satta e Giuseppe Dossetti. Da ricordare anche il geologo Giuseppe Mercalli, inventore della scala Mercalli, che realizza la prima carta sismica del territorio italiano e Antonio Meucci, che contribuisce all'invenzione del telefono.


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Sport Nel 2009 le federazioni sportive affiliate al CONI sono 45 con 4 185 843 praticanti, a cui ne vanno aggiunti altri 205 212 di 16 discipline associate. Il calcio è lo sport più praticato, con il 26,9% di tesserati, seguito da pallavolo, col 7,8%, e basket, col 7,7%.[227] A livello amatoriale, nel 2010 risultano oltre 19 milioni di individui che praticano almeno uno sport, pari al 33% della popolazione, a fronte di oltre 22 milioni, esattamente il 38,3%, che non svolgono alcuna attività Tifosi italiani a Stoccarda seguono Italia-USA durante i mondiali di fisica.[227] Secondo un rapporto CENSIS-CONI del calcio del 2006 2008, le attività ginniche equivalgono al calcio come sport più praticato, seguite dagli sport acquatici, il ciclismo, l'atletica leggera, gli sport invernali e il tennis.[228] La Serie A del campionato italiano di calcio è uno dei più importanti e seguiti campionati calcistici del mondo,[229] nonché il quarto più competitivo d'Europa secondo il ranking stilato dall'UEFA nel 2011.[230] La Nazionale italiana di calcio è una delle più titolate, avendo vinto quattro mondiali, un europeo e un'Olimpiade. Tra gli altri sport popolari vi sono il basket, la pallavolo, il rugby, il ciclismo (che conta competizioni internazionali come il Giro d'Italia e la Milano-Sanremo), l'atletica leggera, la scherma e gli sport acquatici, come nuoto, pallanuoto e tuffi; infine, negli sport motoristici (automobilismo e motociclismo), vanno ricordati gli autodromi di Monza, Imola, Misano e del Mugello, le case motociclistiche, come Ferrari F60, nel 2009 Aprilia, Gilera, MV Agusta e Ducati e automobilistiche, come la Ferrari, che in Formula 1 detiene il record di titoli per piloti e costruttori, di vittorie per singole gare e di presenza ininterrotta dall'istituzione del campionato mondiale di Formula 1.[231] Per quanto riguarda i Giochi olimpici, Roma ha ospitato i Giochi della XVII Olimpiade, Cortina d'Ampezzo i VII Giochi olimpici invernali e Torino i XX Giochi olimpici invernali. Nonostante le severe sanzioni delle federazioni sportive, anche lo sport italiano risente di effetti negativi come la diffusione del doping tra gli sportivi, professionisti e amatori (nel 2007 le federazioni hanno eseguito 11 250 controlli, con un tasso di positività dello 0,6%), la corruzione (caso eclatante nel 2006 è stato calciopoli), gli eccessi economici, la violenza negli stadi e le discriminazioni.[228]

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Tradizioni L'Italia annovera numerose tradizioni storiche e folcloristiche di vario genere,[232] famose anche a livello internazionale, come il Palio di Siena. Oltre al Palio, manifestazioni caratteristiche sono il Carnevale di Venezia, quelli di Viareggio, di Ivrea e di Mamoiada (con i caratteristici Mamuthones), i riti della settimana santa di alcuni comuni (specie nel meridione), l'Infiorata di Genzano, la Festa dei Ceri a Gubbio, la Giostra del Saracino ad Arezzo, il trasporto della Macchina di Santa Rosa a Viterbo e la Giostra della Quintana a Foligno.

Palio di Siena del 2008

Gastronomia La cucina italiana, una delle piĂš note ed apprezzate nel mondo, conta su una vasta gamma di prodotti enogastronomici,[233] molto vari da zona a zona, dovuti sia a fattori storici (numerosi popoli l'hanno abitata nel corso dei secoli)[234] che climatico-territoriali, dal clima montano delle Alpi a quello continentale della pianura Padana al temperato delle zone costiere.[233]

Gli spaghetti

Come in altri paesi europei del mediterraneo, sono presenti tratti distintivi ed elementi che caratterizzano la dieta mediterranea, un modello nutrizionale che usa alimenti naturali come legumi, cereali, carni bianche e pesce azzurro, frutta e verdura e pochi grassi (con utilizzo prevalente dell'olio extravergine di oliva),[235] inserita nel 2010 nella lista dei patrimoni immateriali dell'umanitĂ .[4] Alcuni alimenti, come la pasta e la pizza, sono simboli universalmente riconosciuti della cucina italiana.[233] I prodotti agroalimentari tradizionali italiani sono inclusi dal Ministero La pizza Margherita dell'Agricoltura in un apposito elenco[236]; ad essi vanno aggiunti, ai sensi del Regolamento CE 510/2006, i prodotti DOP e IGP italiani ed i vini IGT, DOC e DOCG.[237] Alcune associazioni, come Slow Food e l'Accademia Italiana della Cucina, si occupano della riscoperta per la gastronomia e l'enologia e della salvaguardia delle tradizioni regionali italiane.


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Note [1] Articolo 1 della Costituzione italiana: «L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione». [2] (EN) Italy - The World Factbook (https:/ / www. cia. gov/ library/ publications/ the-world-factbook/ geos/ it. html). URL consultato in data 20-9-2011. [3] (EN) Human development report 2010 (http:/ / hdr. undp. org/ en/ media/ HDR_2010_EN_Complete_reprint. pdf), p. 143. URL consultato in data 28-11-2011. [4] Beni Italiani Unesco (http:/ / www. sitiunesco. it/ beni-italiani. html). URL consultato in data 13-5-2012. [5] Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria (http:/ / www. iipp. it). URL consultato in data 29-1-2010. [6] La piccola Treccani vol. VI, op. cit., p. 221. [7] La piccola Treccani vol. XII, op. cit., p. 703. [8] Shardana, Sardi nuragici: Erano lo stesso popolo? (http:/ / www. sardiniapoint. it/ 5085. html). URL consultato in data 15-5-2010. [9] Gras et al., op. cit., p. 282. [10] Uomini e vicende di Magna Grecia (http:/ / www. bpp. it/ Apulia/ html/ archivio/ 1987/ II/ art/ R87II015. html). URL consultato in data 30-1-2010. [11] AA.VV. (Atlante storico...), op. cit., pp. 73, 95, 97. [12] Strabone, Geografia, VI, 1,4. [13] Strabone, Geografia, V, 1,1. [14] Zecchini, op. cit., cap. IV. [15] Zecchini, op. cit., cap. XIII. [16] Volpe, op. cit., Cap. IV. [17] [18] [19] [20] [21]

Mourre, op. cit., p. 629. Chittolini et al., op. cit. AA.VV. (Atlante storico...), op. cit., pp. 150-151. Burdach, op. cit. Così il Burdach:

« Dall'XI secolo i comuni italici erano giunti al fiore del benessere economico e civile [...] e quando, dopo la morte dell'imperatore Federico II e il tramonto della casa di Svevia, ebbe termine la terribile lotta fra Impero e Papato per l'egemonia politica universale, quando l'Italia si sentì libera dal dominio tedesco, il suo sentimento nazionale divampò in un grande incendio spirituale, politico-sociale, artistico. Questa fu la fonte spirituale del Rinascimento. L'antico pensiero di Roma, mai scomparso, vi fece affluire nuova e maggiore forza. Cola di Rienzo, ispirato all'idea politica di Dante, ma oltrepassandola, proclamò, profeta di un lontano avvenire, la grande esigenza nazionale della Rinascita di Roma. E su questa base l'esigenza dell'unità d'Italia. » (Konrad Burdach, Dal Medioevo alla Riforma, tratto dalla Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, vol. VI, pp. 213-214) [22] AA.VV. (Atlante storico...), op. cit., pp. 223-225. [23] Procacci, op. cit. [24] Ne I promessi sposi Manzoni descrive la peste che dimezza la popolazione di Milano e provoca in tutta Italia un milione e mezzo di morti. [25] La grande stagione riformistica italiana del Settecento è analizzata nella sua interezza in F. Venturi, Settecento riformatore, 5 voll., Torino, 1969-90. [26] Pécout, op. cit., p. 7 segg. [27] Proclama di Rimini (http:/ / www. immaginidistoria. it/ immagine2. php?id=12& id_img=254). URL consultato in data 6-8-2009. [28] Eran trecento, eran giovan e forti e sono morti è il ritornello de La spigolatrice di Sapri di Luigi Mercantini, testimonianza della poesia patriottica risorgimentale, che descrive la sfortunata spedizione di Pisacane. [29] AA.VV. (Atlante storico...), op. cit., p. 357. [30] Mourre, op. cit., pp. 140-141. [31] Mourre, op. cit., p. 637. [32] Smith, op. cit., vol. III, p. 581. [33] Mourre, op. cit., p. 639. [34] De Martino, op. cit. [35] Oliva, op. cit. [36] 60º anniversario della Costituzione italiana (http:/ / www. governo. it/ GovernoInforma/ Dossier/ costituzione_60anniversario/ index. html). URL consultato in data 8-5-2011. [37] Il miracolo economico italiano (http:/ / www. storiaxxisecolo. it/ larepubblica/ repubblicaboom1. htm). URL consultato in data 26-6-2010. [38] Mourre, op. cit., p. 1193.


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Italia

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Voci correlate Storia • Corona d'Italia • Linea di successione al trono d'Italia • Storia d'Italia

Istituzioni • • • • •

Sistema politico della Repubblica Italiana Regioni d'Italia Province d'Italia Comuni d'Italia Aree metropolitane

Geografia • • • • • •

Italia (regione geografica) Italia nord-occidentale Italia nord-orientale Italia centrale Italia meridionale Italia insulare


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Luoghi • Coste italiane • Grandi città dell'Italia

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Note [1] Stato o dipendenza fisicamente asiatico ma generalmente considerato europeo sotto il profilo antropico [2] Stato con territorio del tutto o in parte in Asia secondo le diverse convenzioni geografiche [3] Stato con la maggior parte del proprio territorio in Asia


Nazionalismo

Nazionalismo Si definisce nazionalismo l'ideologia, nata nel XIX secolo, che è relativa a quelle dottrine e movimenti che sostengono l'affermazione della nazione intesa come collettività omogenea e ritenuta depositaria di valori tradizionali tipici ed esclusivi del patrimonio culturale e spirituale nazionale, sebbene questa definizione non sia univoca.

Alcune classificazioni Il termine fu usato per la prima volta dal filosofo tedesco Johann Gottfried Herder (Nationalismus) intorno al 1770[1], ma divenne di uso comune solo negli ultimi decenni dell'800. Le prime manifestazioni del nazionalismo si hanno durante la Rivoluzione Francese ed in seguito nei paesi occupati dalle truppe napoleoniche; è accettato da quasi tutti gli storici il nesso tra diffusione del nazionalismo e sviluppo industriale di un paese, come pure quello tra nazionalismo ed alfabetizzazione delle masse popolari; in tal senso l'età napoleonica costituisce uno chiaro La Libertà che guida il popolo (Eugène Delacroix, 1830), tipico esempio di arte nazionalista spartiacque tra una Europa pre-nazionale, dove l'identità dei vari Stati è costituita dalla continuità dinastica, ed una Europa dove il soggetto primo ed ultimo della politica interna ed estera è costituito dallo Stato-Nazione. Affinché questo passaggio si completasse era necessaria la eliminazione dell'Impero (inteso come Stato plurinazionale) come modello politico; in questo senso tutte le principali guerre del XIX secolo per terminare con la Grande Guerra contribuiscono alla creazione di Stati nazionali dalle ceneri di Stati plurinazionali come l'Impero Asburgico, l'Impero Ottomano e l'Impero Russo. Non è possibile qui ricostruire tutta questa vicenda, ma si possono convenzionalmente individuare tre fasi del processo di 'nazionalizzazione' dell'Europa: 1. la Restaurazione (1815/48), quando il Nazionalismo costituisce una ideologia progressista e liberale sostenuta da una borghesia ancora in lotta con i vecchi ceti aristocratici per il dominio dello Stato; 2. l'età del libero scambio (1848/71) che vede il consolidamento dell'egemonia borghese basata sul binomio liberismo-Stato nazionale; in questo periodo nascono l'Italia e la Germania come nuovi Stati-Nazione, sotto l'ala protettrice di Francia ed Inghilterra; 3. l'età dell'Imperialismo (1871-1914) quando, anche a causa della lunga e grave crisi economica nota come 'Grande depressione', le borghesie nazionali utilizzano il nuovo binomio protezionismo-imperialismo in una competizione crescente e sfociante nella Prima guerra mondiale. Intanto il nazionalismo si è fatto sempre più aggressivo legandosi in vari modi all'irrazionalismo filosofico ed artistico: si producono la nazionalizzazione delle masse (G. Mosse) in politica interna e la spartizione coloniale del mondo in politica estera. Questo processo è accompagnato da guerre ma anche da periodi di pace; si segnalano il primo Congresso di Berlino (1878) in cui vengono ridefinite le sfere di influenza nei Balcani, ed il secondo Congresso di Berlino (1885), dove vengono ridefinite le aree di espansione coloniale di Francia, Inghilterra, Russia, Belgio e Germania. Il regista di queste operazioni diplomatiche è il cancelliere tedesco Otto von Bismarck (1862-1890). Infine la prima Guerra Mondiale (e soprattutto l'epilogo costituito dalla pace di Versailles) non risolve del tutto i problemi suscitati dal nazionalismo imperialistico, ma anzi ne crea di nuovi e più gravi, con la nascita di

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Nazionalismo nuovi nazionalismi ancora più aggressivi ed incontrollabili (Fascismo, Nazismo). Per l'Europa si può dire che solo dopo il 1945, e dopo due guerre mondiali costate almeno 70 milioni di morti, il nazionalismo lascia luogo al processo di unificazione europea tuttora in corso. Sul piano teorico ed ideologico il nazionalismo, inizialmente unitario, ben presto si differenzia in varie tipologie tra cui ricordiamo: • il Nazionalismo Umanitario (Rousseau, Herder) ancora legato al cosmopolitismo settecentesco, • il Nazionalismo Giacobino intollerante nei confronti dei dissensi interni e animato da zelo missionario, • il Nazionalismo Liberale (Burke, Guizot, Von Stein, Cavour) che privilegia la sovranità nazionale in un contesto di garantita libertà individuale, politica, economica; • il Nazionalismo Economico (List e la scuola protezionistica tedesca), che studia le modalità di autosufficienza economica nazionale. Louis Snyder, nel suo The meaning of nationalism (1954) ha proposto un approccio storico-cronologico individuando quattro forme di nazionalismo succedutesi nel tempo: • Nazionalismo Integrativo (1815-1871) che coinvolse ad esempio i processi unificativi di stati come Italia e Germania; • Nazionalismo Smembrante (1871-1890) che vide protagoniste le minoranze di imperi in dissolvimento come quello Austroungarico e Ottomano; • Nazionalismo Aggressivo (1900-1945) causa scatenante delle due guerre mondiali e quindi profondamente intrecciato con l'Imperialismo; • Nazionalismo Contemporaneo (dal 1945 in poi) che si caratterizza per uno sforzo per l'espansione economica e neoimperiale dei due principali attori della guerra fredda (USA e URSS), e per la spinta alla decolonizzazione in Asia, Africa e Medio Oriente. E. J. Hobsbawm (Nation and nationalism, 1990) accoglie la tesi di proposta da Miroslav Hroch sulla divisione dei movimenti nazionalistici in tre fasi: 1. la riscoperta letteraria e folklorica della cultura popolare; 2. l'agitazione politica del nazionalismo militante di piccoli gruppi; 3. l'adesione a movimenti di massa. Il politologo contemporaneo Walker Connor si sofferma sullo studio dei moderni nazionalismi classificandoli non solo sotto un profilo storiografico ma anche sociologico, secondo il quale la promozione e la tutela della Nazione è un sentimento legato alle esperienze che connettono l'individuo con gli elementi materiali ed immateriali del suo territorio.

Il nazionalismo dalle radici alla prima guerra mondiale In generale si distingue tra il nazionalismo democratico o liberale, che si affermò in Europa e America Latina durante la prima metà dell'800, ed il nazionalismo della seconda metà del XIX secolo. Il primo pensava alla nazione come comunità che coesiste pacificamente e pariteticamente con altre nazioni (tipica ad esempio di Giuseppe Mazzini), mentre il secondo è legato alla reazione contro la democrazia parlamentare ed all'espansionismo delle nazioni d'Europa impegnate nella gara di supremazia extraeuropea, il colonialismo. Nella prima metà dell'Ottocento il nazionalismo, nell'accezione più alta del termine, cioè come espressione suprema dell'idea di nazione, si sviluppò con maggior vigore in quei paesi che non si erano ancora dotati di uno stato unitario, e cioè la Germania e l'Italia[2]. Quando ciò avverrà, negli anni sessanta di quello stesso secolo, gli equilibri europei verranno sconvolti e con essi si accelererà lo sfascio dei vecchi imperi multinazionali (soprattutto dell'Impero Austro-Ungarico e di quello euroasiatico Ottomano), mentre il nazionalismo assumerà caratteri diversi negli Stati-nazione: in Inghilterra si identificò con la missione imperiale britannica, in Germania si sforzò di creare uno stato autoritario a forte vocazione protezionista e con suggestioni pangermaniste (von Treitschke e von Sybel), in Francia si strinse attorno al

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Nazionalismo tradizionalismo monarchico e cattolico della destra di Barrès, manifestatosi in occasione dell'affare Dreyfus.

Il Nazionalismo italiano Il nazionalismo italiano affonda le proprie radici nell'esperienza del Risorgimento. Nella seconda metà degli anni sessanta dell'Ottocento assumerà connotazioni e forme politiche e culturali legate all'esperienza risorgimentale, dando vita al fenomeno dell'irredentismo. Tale fenomeno raggiungerà il suo massimo sviluppo agli inizi del secolo successivo. In questa fase il nazionalismo italiano si presentò come movimento delle classi borghesi in ascesa, appoggiato anche da intellettuali, artisti e letterati, fra cui spiccano le figure di Niccolò Tommaseo, Giosuè Carducci, e Gabriele D'Annunzio. Sotto il profilo organizzativo e politico fu importante la fondazione, nel 1910, ad opera di Enrico Corradini e Luigi Federzoni dell' Associazione Nazionale Italiana. Il giornale Il Regno fu il primo organo ufficiale del movimento nazionalista italiano, cui seguì il settimanale L'Idea Nazionale, nel 1914 trasformato in quotidiano. Il nazionalismo svolse un ruolo importante in molti momenti della storia d'Italia postrisorgimentale. Per i nazionalisti l'Italia deve avere una sua politica di ricongiungimento e deve recuperare le terre italiane ancora sotto il dominio straniero, con un programma che guardava al rafforzamento dell'autorità statale come rimedio contro il particolarismo politico, e la guerra per l'affermazione del prestigio italiano. Furono in prima linea come fautori dell'interventismo nella prima guerra mondiale. L'associazione si candidò come partito politico alle elezioni del 1913 e conquistò alcuni deputati. Dopo la fine della guerra, i nazionalisti alimentarono la campagna sulla "vittoria mutilata". Nel febbraio 1923 l'Associazione Nazionalista Italiana (ANI) si fuse con il Partito Nazionale Fascista (PNF), e da allora un'unità di destini la legò al fascismo italiano. In Italia, Spagna e Germania, il nazionalismo giocò un ruolo fondamentale nell'elaborazione delle ideologie dei fascismi al potere, il rapporto tra nazionalità, nazionalismo e imperialismo dei regimi totalitari è stato al centro del dibattito storiografico post-seconda guerra mondiale.

Il nazionalismo nel secondo dopoguerra Tramontato dopo la tragedia delle due guerre mondiali il nazionalismo classico nato nell'Europa dell'800, è andato crescendo un nazionalismo in forme nuove che, sotto la copertura delle più varie spinte ideologiche, è stato la culla della "via cinese" all'autonomia, del non allineamento, e delle lotte al colonialismo nel terzo mondo. Terminata la decolonizzazione, dissolta l'URSS e tramontata la minaccia della guerra fredda, il nazionalismo politico nei paesi islamici è stato in parte rimpiazzato dal fondamentalismo religioso, mentre in altre parti del pianeta come in Africa ed in medio Oriente, le rivendicazioni nazionalistiche si sono tradotte in vere e proprie guerre su base etnica. L'avanzare spesso invasivo della globalizzazione in special modo economica ha prodotto una reazione che ha ridotto il nazionalismo ad etnicismo. Assieme al comunismo e al capitalismo, nel panorama successivo alla seconda guerra mondiale vanno aggiunti i movimenti nazionalistici o di "liberazione nazionale" che hanno continuamente messo in forse la logica egemonica delle due superpotenze. Con la conclusione della stagione di decolonizzazione, che coinvolse direttamente o indirettamente centinaia di milioni di individui, il nazionalismo politico parve entrare in una fase di declino: ad esso si sostituì, nel mondo arabo ed in generale islamico, il nazionalismo religioso, antiamericano nella rivoluzione iraniana del 1979, antisovietico nell'invasione sovietica dell'Afghanistan sempre nel 1979, antiisraeliano nei territori palestinesi occupati. Il nazionalismo religioso è piuttosto una forma variabile a seconda dell'area interessata, di resistenza collettiva, in nome di valori tradizionali, alla modernità così come intesa dall'Occidente.

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Nazionalismo

Etnonazionalismo Negli ultimi anni si è tornato a parlare di nazionalismo in relazione alla caduta dei comunismi ed in particolar modo della caduta dell'Unione Sovietica quale unico impero sopravvissuto alla prima guerra mondiale, l'impero esterno (paesi dell'Europa orientale) si è separato con modalità relativamente pacifiche, se si esclude la Romania, e l'impero interno, ovvero gli stati che formavano la federazione sovietica, lo ha seguito di lì a breve. Tale disgregazione ha dato modo ad un nuovo tipo di nazionalismo, configuratosi come etnonazionalismo, di affermarsi nella fascia del continente eurasiatico che va dalla costa balcanica dell'Adriatico sino all'Asia centrale, basti ricordare il conflitto nella ex Jugoslavia e nella Cecenia russa. Il nazionalismo così, alla fine del XX secolo ha assunto il volto dell'etnicismo, talvolta esasperato e mescolato a fondamentalismi religiosi, tribalismo, localismo o comunitarismo, come nel caso dell'Africa subsahariana ed in particolar modo in Ruanda e Burundi nel 1994. Definire l'etnia, le guerre etniche e lo stesso etnicismo in quanto surrogato del nazionalismo, è molto difficile anche per gli scienziati sociali e gli antropologi, lasciando così aperte complesse questioni.

Movimenti etnonazionalisti europei Alcuni partiti politici, in Europa e nel mondo, fanno riferimento ad un nuovo concetto di nazionalismo delle minoranze senza stato, aperto alla modernizzazione ed al pluralismo democratico, legittimato dalla società contemporanea. Nel Parlamento Europeo è presente il partito dell'Alleanza Libera Europea (nato nel 1981) che racchiude alcuni tra i più importanti movimenti europeisti e nazionalisti del continente. Il più grande movimento nazionalista di matrice indipendentista è quello del Partito Nazionale Scozzese di natura socialdemocratica. Altri grandi movimenti etnonazionalisti in Europa sono il moderato Partito Nazionalista Basco; il Vlaams Belang nelle Fiandre, il Freiheitliche Partei Un murales a favore dell'indipendenza basca in Belfast. Österreichs (FPÖ) in Austria, il Partito Sardo d'Azione di origini socialdemocratiche, ma anche la Lega Nord, in Italia, che è stata considerata un partito di questo tipo[3][4][5][6][7], anche dallo stesso suo leader Umberto Bossi[8]. Alcuni tratti che possono accomunare i movimenti etnonazionalisti, ma non necessariamente, sono: • • • •

la lotta contro lo Stato-Nazione, da essi considerato di matrice massonica e giacobina; la battaglia per una maggiore giustizia sociale rispetto ad una globalizzazione omologante; la lotta contro il Megacapitale apolide e l'Alta Finanza internazionale; la difesa delle identità etnonazionali e delle millenarie tradizioni spirituali, culturali, linguistiche e storiche delle comunità, intese altresi' come elementi in grado di evolversi;

• la volontà di costituire una Europa dei Popoli e delle patrie etniche unite in una Etno-Confederazione Europea, in antitesi, ovviamente, sia agli stati-nazione che ad un'Unione europea percepita come una entità astratta, estranea e lontana, frutto dell'oscuro disegno di lobby finanziarie.

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Nazionalismo L'Etnonazionalismo è, dunque, quella corrente di pensiero politico secondo la quale ogni organismo statale dovrebbe avere come soggetto una popolazione il più possibile omogenea dal punto di vista etnico, culturale, linguistico, religioso ma non necessariamente escludente. Si tratta dello Stato Etnico, il quale per sua natura è l'unico a cui vengono attribuite, a lunga scadenza, reali prospettive di stabilità. Secondo questa dottrina l'etnicità costituisce, pertanto, il criterio fondante della Nazione. Nella visione etnonazionalista la mappa geopolitica dell'Europa deve essere ridisegnata, attraverso la nascita di una confederazione europea etnica, costituita da Regioni-Stato, etnicamente omogenee. Antecedente del Pensiero Etnonazionalista è l'Idea Volk, che si sviluppò in Germania un secolo addietro. Esiste da tempo l'evoluzione di certi partiti nazionalisti verso un'apertura multiculturale e l'integrazione di altre minoranze etniche. Tra questi si segnalano in Europa il Partito Nazionalista Basco (riconducibile ad un centro-destra cattolico), la Sinistra Repubblicana di Catalogna (ERC) e, al di fuori dell'Europa, il Parti Québécois canadese e il Democratic Progressive Party di Taiwan. Tuttavia altri partiti nazionalisti, considerati più vicini a ideologie della destra radicale (British National Party, Vlaams Belang, etc) continuano ad opporsi ad un tipo di società multirazziale, multietnica, multiculturale e multireligiosa e ad una trasformazione dello Stato-nazione in senso etnicamente eterogeneo e fondato sullo ius soli, al fine di ridare vita a comunità etnicamente omogenee e fondate sullo ius sanguinis. Il nazionalismo marxista di Batasuna nei Paesi Baschi è stato invece recentemente accusato dalle autorità iberiche di collusioni con il terrorismo dell'ETA.

Nazionalismo e patriottismo Generalmente considerato una semplice forma di attaccamento intenso al proprio paese, chiamato anche "amor patrio" o "orgoglio nazionale", il fenomeno del patriottismo da alcuni autori viene considerato al stregua del nazionalismo. Essi affermano che non vi è sufficiente distacco tra i due atteggiamenti, né essi possono essere scissi nettamente. Spesso il patriotismo non esclude affatto il nazionalismo, ma ne è una disposizione mentale e culturale preliminare. Studi su adolescenti sembrano convalidare questa tesi.[9] Inoltre non vi sarebbe la possibilitá euristica di discernere fra un "patriottismo buono" e un "nazionalismo cattivo", come invece spesso si è tentati fare.[10]

L'econazionalismo L'econazionalismo è quella via che rifiuta implicazioni di ordine strettamente biologico nella defizione della nazione, ma la allarga all'intero ecosistema, includendovi gli esseri viventi, il paesaggio, la cultura umana e ogni altro elemento legato al territorio nativo, parola dalla quale deriva etimologicamente il termine stesso di nazione. Tesi econazionaliste, per esempio, prendono corpo e consistenza tra i nazionalisti sardi del partito politico Sardigna Natzione Indipendentzia e gli econazionalisti insubri raccolti nel movimento d'opinione di Domà Nunch, così come, per alcuni aspetti, nei movimenti venetisti.

Bibliografia • R.V. Manekin: L'identità nazionale e nazionalismo. «Eurasian Gazzetta» [11], № 12. Rif. - Cm: il nazionalismo ucraino come una forma di «falsa consapevolezza». «Gazzetta russa» [12], 06.04.2001 - Certificato Goskompechat RF n° 016788 • Etnonazionalismo - Di Walker Connor (Edizioni Dedalo, 1995). • Idee e forme del Federalismo - Il nazionalismo. Di Daniel J. Elazar (Saggi Mondadori, 1998). • Storia politica di Euskadi ta Askatasuna e dei Paesi Baschi - Di Lagonegro Giovanni (Tranchida Edizioni, 2005).

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Nazionalismo

Note [1] T. C. W. Blanning, The Culture of Power and the Power of Culture: Old Regime Europe 1660-1789 (http:/ / books. google. com/ ?id=3qCIzooCRlwC& pg=PA260& dq=nationalism+ pejorative#v=onepage& q=nationalism pejorative), Oxford University Press, 2003, 259, 260. ISBN 978-0-19-926561-9 [2] «Com'è ovvio, l'idea di nazione sarà particolarmente cara ai popoli non ancora politicamente uniti...quindi sarà soprattutto in Italia e Germania che l'idea nazionale troverà assertori entusiasti e continui...» Federico Chabod, L'idea di nazione, Roma-Bari, Laterza Ed., 1961 (citato da: Stuart Woolf, Il nazionalismo in Europa, Milano, Edizioni Unicopli, 1994, p. 114) [3] Pierre-André Taguieff, L'illusione populista, Bruno Mondadori, Milano 2003. [4] Bruno Luverà, I confini dell'odio, Editori Riuniti, 1999 [5] Giuseppe Scaliati, Dove va la Lega Nord. Radici ed evoluzione politica di un movimento populista, Edizioni zero in condotta, Milano 2006 [6] Roberto Biorcio, La Padania promessa. La storia, le idee e la logica d’azione della Lega Nord, Il Saggiatore, Milano 1997 [7] Luciano Costantini, Dentro la Lega. Come nasce, come cresce, come comunica, Koinè, Roma 1994 [8] Discorso di apertura del I Congresso della Lega Lombarda (1989) (http:/ / www. leganord. org/ ilmovimento/ momentistorici/ pieve_91apertura. pdf) [9] Cfr. Adam Rutland et al. (2006), Development of the positive-negative asymmetry effect: in-group exclusion norm as a mediator of children’s evaluations on negative attributes, in «European Journal of Social Psychology», 37 (1), pp. 171–190. [10] Cfr. lo studio di Jürgen Fleiß; Franz Höllinger; Helmut Kuzmics (2009), Nationalstolz zwischen Patriotismus und Nationalismus? Empirisch-methodologische Analysen und Reflexionen am Beispiel des International Social Survey Programme 2003 „National Identity“, in «Berliner Journal für Soziologie», 19 (3), pp. 409–434. [11] http:/ / www. e-journal. ru/ diss-st1-12. html [12] http:/ / old. russ. ru/ politics/ 20010406-man. html

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Voci correlate • Volksgeist

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Fascismo

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Fascismo Il fascismo è un'ideologia politica sorta in Italia nel XX secolo per principale iniziativa di Benito Mussolini, e poi diffusasi, con caratteristiche differenti, in altri stati europei (principalmente in Spagna e Germania) e nel resto del mondo. È un movimento di carattere nazionalista, anticapitalista, autoritario e totalitario, ma tale ideologia è definita ed è interpretata come un movimento allo stesso tempo rivoluzionario[1] e reazionario[2], sebbene la sua natura prevalente sia tuttora oggetto di dibattito.

Il Fascio Littorio, emblema del fascismo, nel simbolo del Partito Nazionale Fascista

Caratteristiche generali Di ispirazione sindacal-corporativa, militante,[3] socialista revisionista[4] e organicista,[5] raggiunse il potere nel 1922, dopo la grande guerra con la Marcia su Roma[6] e si costituì in dittatura nel 1925. Il fascismo descrive sé stesso come una terza via alternativa a capitalismo liberale e comunismo marxista, basata su una visione interclassista, corporativista e totalitaria dello Stato, contraria alla democrazia di massa e favorevole a una particolare forma di essa, la democrazia organica, mai realizzata. Radicalmente e violentemente contrapposto al comunismo,[7] pur riconoscendo la proprietà privata, il Mussolini e altri dirigenti fascisti nel 1923 fascismo rifiuta infatti anche i principi della democrazia liberale. Appare inoltre come un movimento tradizionalista e spiritualista da una parte, ma che allo stesso tempo ha una forte origine positivistica e persino post-giacobina.[8] La teoria ideologica del fascismo, oltre che da Mussolini, fu elaborata dal filosofo idealista Giovanni Gentile. I testi teorici fondamentali del fascismo sono essenzialmente due: il Manifesto degli intellettuali fascisti e La dottrina del fascismo. Gentile pubblicò il 21 aprile 1925 il Manifesto degli intellettuali fascisti agli intellettuali di tutte le Nazioni e, insieme al Duce, lo scritto La dottrina del Fascismo (1933). Poco più di una settimana dopo il filosofo Benedetto Croce, inizialmente favorevole al Fascismo, pubblicò il Manifesto degli intellettuali antifascisti che ebbe tra i firmatari molti altri intellettuali. Importante anche la voce "Fascismo" dell'Enciclopedia italiana, scritta da Mussolini con Gioacchino Volpe. Nel fascismo è presente anche l'influenza di Friedrich Nietzsche, tramite l'interpretazione teorica e pratica data da D'Annunzio, di Georges Sorel e del futurismo di Marinetti. Nietzsche fu l'unico filosofo che Mussolini studiò veramente, dal quale in gioventù fu ammaliato e dalla cui dottrina del superuomo egli trasse il senso da dare alla rivoluzione fascista.[9]


Fascismo Secondo l'ideologia fascista, una nazione sarebbe una comunità che richiede dirigenza forte, identità collettiva e la volontà e capacità di esercitare la violenza per mantenersi vitale.[10][11] Per l'ideologia fascista la cultura è creata dalla società nazionale collettiva, dando luogo a un rifiuto dell'individualismo;[10] il fascismo nega inoltre l'autonomia di gruppi culturali o etnici che non sono considerati parte della nazione fascista e che rifiutano di essere assimilati: questo in tutte le realizzazioni storiche del fascismo è stato applicato nei confronti di minoranze etniche o religiose, in particolare quella ebraica.[12] L'ideologia fascista sostiene l'idea di uno Stato a partito unico[13] e vieta qualunque opposizione al partito stesso.[14] Nacque principalmente come reazione alla Rivoluzione Bolscevica del 1917 e alle lotte sindacali, operaie e bracciantili, culminate nel Biennio rosso[15], ma al tempo stesso in parziale polemica con la società liberal-democratica uscita lacerata dall'esperienza della prima guerra mondiale,[16] unendo aspetti ideologici tipici dell'estrema destra (nazionalismo, militarismo, espansionismo) con quelli dell'estrema sinistra (primato del lavoro, rivoluzione sociale e generazionale, sindacalismo rivoluzionario soreliano), inserendovi elementi ideali originali e non, quali l'aristocrazia dei lavoratori e dei combattenti, la concordia fra le classi (organicismo),[17] il primato dei doveri dell'uomo sui diritti (mediato dal pensiero di Giuseppe Mazzini[18]), e il principio gerarchico, assorbito dal fascismo dall'esperienza dei reparti d'assalto volontari della divisione Arditi della Grande Guerra, che lo portarono al culmine dell'obbedienza cieca e pronta al capo. Si riporta qui la definizione di fascismo data, nel 1921, da colui che ne fu l'ideatore e il capo, Benito Mussolini: « Il Fascismo è una grande mobilitazione di forze materiali e morali. Che cosa si propone? Lo diciamo senza false modestie: governare la Nazione. Con quale programma? Col programma necessario ad assicurare la grandezza morale e materiale del popolo italiano. Parliamo schietto: Non importa se il nostro programma concreto, non è antitetico ed è piuttosto convergente con quello dei socialisti, per tutto ciò che riguarda la riorganizzazione tecnica, amministrativa e politica del nostro Paese. Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza, ma soprattutto lo spirito fascista rifugge da tutto ciò che è ipoteca arbitraria sul misterioso futuro. » (Benito Mussolini, 19 agosto 1921 - Diario della Volontà)

Il giornalista, politico e antifascista Piero Gobetti nel 1922, riconduceva il fascismo alla tendenza all'autoritarismo tipica della cultura italiana, che a suo parere rifugge dal confronto delle idee e predilige invece la disciplina dello Stato forte: « il fascismo è stato qualcosa di più; è stato l'autobiografia della nazione. Una nazione che crede alla collaborazione delle [19] classi; che rinuncia per pigrizia alla lotta politica, è una nazione che vale poco  »

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Fascismo

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Giovanni Gentile

« Il fascismo è stato un fenomeno più complesso, in cui hanno confluito e si sono incontrate componenti diverse, ciascuna delle quali aveva naturalmente le sue radici nella precedente storia d'Italia per cui è assurdo parlare del fascismo come di una parentesi che bruscamente interrompe il corso della nostra storia, ma neppure si può affermare che esso sia semplicemente il logico punto d'approdo di questo corso precedente. Se il fascismo trova indubbiamente le sue origini nel nostro passato risorgimentale, se le componenti (...) sono venute maturando attraverso il tempo talché si può dire che costituiscano dei filoni ininterrotti tuttavia ciò che determinò il loro incontro in una sintesi nuova fu la guerra mondiale e la crisi del dopoguerra che, virulentando i germi preesistenti, fece esplodere in forma acuta quelle che erano state fin allora delle malattie croniche del nostro organismo. Ci sono quindi nel fascismo elementi di continuità ed elementi di novità e di rottura rispetto alla storia precedente: gli elementi di continuità sono appunto quelle malattie croniche, quegli squilibri tradizionali che in parte affondano le loro radici nei secoli passati e in parte sono un portato del processo risorgimentale, del modo cioè come l'Italia giunse a essere uno Stato unitario e moderno, mentre l'elemento di novità è la virulentazione sopravvenuta con la guerra e il dopoguerra che, mettendo in crisi i precari equilibri precedenti, fa scoppiare tutte le contraddizioni e precipita la situazione italiana fino al punto di rottura, determinando una sintesi nuova, un equilibrio nuovo, un fenomeno nuovo che [20] appunto s'è chiamato fascismo.  »

e quella recente (2002) dello storico Emilio Gentile: « un fenomeno politico moderno nazionalista rivoluzionario antiliberale antimarxista organizzato in un partito milizia con una concezione totalitaria della politica e dello Stato con un'ideologia attivistica e antiteoretica, a fondamento mitico, virilistica e antiedonistica, sacralizzata come religione laica, che afferma il primato assoluto della nazione, intesa come comunità organica etnicamente omogenea, gerarchicamente organizzata in uno Stato corporativo, con una vocazione bellicosa alla politica di grandezza, di potenza e di conquista mirante alla creazione di un nuovo ordine e di una nuova [21] civiltà.  »

Da ultimo, è importante sottolineare come il fascismo fu sempre considerato dai suoi aderenti un movimento rivoluzionario, trasgressivo e ribelle (emblematico in tal senso il motto «me ne frego») in radicale contrasto col liberalismo dell'Italia pre-fascista. Pur avendo all'inizio tutelato gli interessi della borghesia industriale, Mussolini respinse ogni ipotesi di collusione con essa. Emblematico di ciò fu il cosiddetto programma di socializzazione dell'economia, tentata durante l'ultimo periodo.


Fascismo

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Etimologia del termine Il nome fascismo deriva da Fasci di combattimento fondati nel 1919 da Benito Mussolini[22] origine etimologica dalla parola fascio (in lingua latina: fascis). Il riferimento era ai fasci usati dagli antichi littori come simbolo del potere legittimo, e poi passati ai movimenti popolari e rivoluzionari come simbolo di unione dei cittadini (per tale motivo, il fascio è tutt'oggi presente nelle panoplie nazionali americana e francese). L'ascia presente nel fascio simboleggiava il supremo potere di ius vitae necisque, diritto di vita o di morte, esercitato solo dalle massime magistrature romane, mentre le verghe erano simbolo dell'ordinaria potestà sanzionatoria, e materialmente usate dai littori per infliggere la pena (non capitale) della verberatio. Il richiamo ai fasci va inoltre letto come un esempio dell'innegabile fascino che il mito di Roma esercitava sul fascismo, il quale di fatto tentò una restaurazione degli antichi fasti imperiali romani, e giustificò la sua politica espansionistica alla luce di una missione civilizzatrice del popolo italiano, erede di Roma.

Nascita e sviluppo (dalle origini alla dittatura) Il fascismo nacque ufficialmente il 23 marzo 1919 a Milano. Quel giorno a Piazza San Sepolcro, all'interno di Palazzo Castani - sede in quel tempo del Circolo per gli Interessi Industriali, Commerciali e Agricoli della provincia di Milano (attualmente sede della Questura) e i cui locali erano stati regolarmente presi in affitto e non certo «benevolmente concessi» dai responsabili del Capitalismo lombardo, si radunò un piccolo gruppo di circa 120 ex combattenti, interventisti, arditi e intellettuali, che fondarono i Fasci italiani di combattimento. Il programma di questo gruppo fu essenzialmente volto alla valorizzazione della vittoria sull'Austria Ungheria, alla rivendicazione dei diritti degli ex-combattenti, al "sabotaggio con ogni mezzo delle candidature dei neutralisti". Seguì quindi un programma economico-sociale che prevedeva - fra l'altro - l'abolizione del Senato, tasse progressive, pensione a 55 anni, giornata lavorativa di otto ore, abolizione dei Vescovati, sostituzione dell'Esercito con una milizia popolare.

Il fascio littorio

Dopo il primo congresso nazionale, tenutosi a Firenze nell'ottobre 1919, Fasci italiani di combattimento si presentarono alle elezioni politiche di quell'anno, nella circoscrizione di Milano, con una lista capeggiata da Benito Mussolini e Filippo Tommaso Marinetti, senza ottenere alcun seggio, avendo raccolto solo 4.795 voti, su circa 370.000. Un fondamentale contributo alla nascita del fascismo fu dato dal movimento dello Squadrismo, ovvero l'organizzazione di squadre paramilitari con le quali si realizzò una sistematica demolizione di sedi di partito (socialisti, popolari, comunisti) e di giornali, cooperative, case del popolo e la progressiva occupazione - con mezzi legalitari e illegali - di posizioni chiave nelle amministrazioni comunali. Inoltre lo stesso Giovanni Giolitti tenne nei confronti del movimento fascista un atteggiamento benevolo volto a utilizzarlo nel contrastare la sinistra[23] in quanto era poi intenzionato a "costituzionalizzarlo" dopo essere arrivato al potere. Così facendo si riteneva di esaurirne le potenzialità poiché, essendo venuti meno gli avversari di sinistra, il fascismo avrebbe conseguentemente perso gli appoggi, anche finanziari, di coloro che temevano la "minaccia rossa"[24]. Le squadre, che, a detta di Mussolini, giunsero a raccogliere 300.000 aderenti,[25] fornirono il nerbo della forza eversiva con la quale, il 28 ottobre 1922 il Fascismo marciò su Roma convincendo il sovrano Vittorio Emanuele III a consegnare le redini del governo.


Fascismo Con il congresso di Roma del 9 novembre 1921 il fascismo si trasformò da movimento in partito. In seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre il re Vittorio Emanuele III incaricò Benito Mussolini di formare un nuovo governo. Mussolini si presentò alle Camere con un governo di coalizione formato soprattutto da esponenti liberali, cattolici e da alcuni esponenti moderati dal Partito Fascista, e ottenne la fiducia. Il programma politico aveva subito una serie di aggiustamenti con l'obiettivo di favorire gli abboccamenti con le forze conservatrici e reazionarie, le quali cominciarono quasi subito a finanziare il movimento.[26] Con l'arrivo al potere, Mussolini intraprese una politica di riassetto delle casse dello Stato, di liberalizzazioni e riduzioni della spesa pubblica. Venne riformata la scuola dietro impulso del filosofo Giovanni Gentile. D'altro canto diede seguito a una serie di rivendicazioni delle associazioni combattentistiche, e dei sindacati fascisti, garantendo le pensioni e le indennità ai reduci e ai mutilati e rendendo obbligatoria la giornata lavorativa di otto ore agli operai. In politica estera, l'Italia accettò i patti siglati a Locarno con la Jugoslavia, ma ebbe la protezione delle minoranze italiane in Dalmazia e l'autonomia di Fiume (che nel 1924 venne unita all'Italia). Infine ci fu anche la revisione - a favore dell'Italia - dei confini delle colonie (fu rettificato il confine di Tripolitania e Cirenaica ed esteso il Fezzan ad alcune oasi strategiche, e alla Somalia venne annesso l'Oltregiuba).[27] La presenza tuttavia di un'ala oltranzista nel PNF, rappresentata da elementi estremisti come Italo Balbo e Roberto Farinacci, impedì la "normalizzazione" delle squadre d'azione, che continuarono a imperversare nel paese spesso fuori da ogni controllo. Ne fecero le spese numerosi antifascisti, il più importante dei quali, Giacomo Matteotti, che accusò in Parlamento Mussolini di aver vinto grazie a brogli elettorali, venne assassinato il 10 giugno 1924 nel corso del suo rapimento da parte di una banda di squadristi capeggiata da Amerigo Dumini. La cosiddetta "crisi Matteotti" che ne seguì mise il governo Mussolini di fronte a un bivio: continuare a governare in modo legalitario, rispettando quantomeno nella forma lo Statuto, oppure imprimere una svolta autoritaria. Mussolini, premuto dai ras dello squadrismo, optò per la seconda scelta. Il fascismo divenne dunque dittatura.[28] I passaggi successivi con cui il governo Mussolini si trasforma in dittatura sono i seguenti (per approfondire, vedi anche leggi fascistissime): • 3 gennaio 1925 - Discorso della "Ceka" (il cosiddetto "mezzo colpo di stato" del 3 gennaio.[28]) Mussolini respinge l'accusa di essere mandante dell'omicidio di Matteotti ma rivendica la "responsabilità politica storica e morale" degli avvenimenti e del clima di violenza di quei mesi[29]. Annuncia provvedimenti straordinari contro la Secessione dell'Aventino e minaccia di usare la Milizia contro le aggressioni dell'opposizione a membri dei Fasci e a militari. Il giorno successivo il ministro degli Interni Federzoni, inoltre, fa diramare telegrammi a tutti i prefetti affinché si proceda alla "chiusura di tutti i circoli e ritrovi sospetti dal punto di vista politico", "lo scioglimento di tutte le organizzazioni "sovversive"", "la vigilanza sui comunisti e gli "antinazionali"". • 2 ottobre 1925 - Patto di Palazzo Vidoni (perfezionato con la legge Rocco del 3 aprile 1926) che riduce i sindacati a due, uno per i lavoratori e l'altro per il padronato (entrambi fascisti), abolisce il diritto di sciopero (per gli operai) e di serrata (per il padronato) e riconduce le controversie fra lavoratori e datori di lavoro all'arbitrato dello Stato e delle corporazioni. • 24 dicembre 1925 - Tutti i poteri vengono affidati a Mussolini: il capo del governo viene dichiarato non più responsabile di fronte al Parlamento, ma solo nei confronti del sovrano. • 31 ottobre 1926 - Mussolini subisce un attentato da parte di Anteo Zamboni in seguito al quale vengono abolite la libertà di stampa per l'antifascismo, i partiti e le organizzazioni antifasciste e si dichiarano decaduti i deputati della Secessione dell'Aventino.

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Cenni di storia del Fascismo (dalla dittatura alla caduta) In seguito alla crisi del 1924-25 il regime fascista - fino ad allora al governo in maniera statutaria - subirà una svolta autoritaria che porterà all'abolizione delle libertà democratiche e alla realizzazione di una dittatura autoritaria. Il potere relativamente ampio del regime mussoliniano, ottenuto tramite la soppressione poliziesca dell'opposizione politico-partitica e il contemporaneo ottenimento di un vasto consenso interno, consentirà al fascismo di imprimere radicali modificazioni al paese, alla sua società, alla sua cultura e alla sua struttura economica. Nel corso dei due decenni di governo, detti Ventennio, il fascismo cercherà anche di imporre la propria visione antropologica al popolo italiano attraverso politiche educative, culturali, eugenetiche e infine attraverso una legislazione razzista e antisemita. In politica estera, il regime promuoverà prima una blanda revisione dei trattati di pace del 1919 per assicurare contemporaneamente una maggiore forza all'Italia e la stabilità in Europa, ma in seguito al sorgere del nazismo in Germania a metà degli anni trenta, il regime si vedrà costretto a una spirale di scelte tali che nel suo ultimo quinquennio il fascismo finì col legarsi sempre più al regime nazista, con il quale finirà coinvolto nella seconda guerra mondiale. L'esperienza bellica sarà disastrosa per il regime e per il paese. Le sconfitte sui fronti d'Africa e Russia con la conseguente invasione alleata delle regioni meridionali italiane portò alla caduta del governo di Mussolini e al suo arresto e la nomina del generale Badoglio come primo ministro: in una sola giornata venti anni di regime - oramai completamente privato di consenso popolare - vennero spazzati via e quindi a una divisione della penisola in due tronconi, occupati rispettivamente dalle forze dell'Asse al nord e Alleati al sud. Questa divisione consentì una temporanea rinascita del fascismo nelle regioni settentrionali, dove esso organizzò uno Stato di fatto (Repubblica Sociale Italiana, RSI) riconosciuto solo dai paesi dell'Asse. Negli ultimi venti mesi di esistenza il fascismo fu coinvolto nella guerra civile con le formazioni partigiane che fiancheggiavano l'avanzata alleata. Alla fine di aprile 1945 con il crollo del fronte e l'insurrezione popolare proclamata per il giorno 25 dal Comitato di Liberazione Nazionale, la RSI fu spazzata via. I suoi elementi dirigenti - compreso Mussolini - catturati dai partigiani, furono fucilati fra 28 e 29 aprile 1945. Con la morte di Benito Mussolini l'esperienza fascista può essere considerata conclusa.

Precursori e premesse In Italia il fascismo trovò i suoi precursori negli anni precedenti alla prima guerra mondiale, nel movimento artistico del futurismo (il cui ispiratore, Filippo Tommaso Marinetti, aderì successivamente al movimento di Mussolini), e nel decadentismo di Gabriele D'Annunzio e in numerosi altri pensatori e azionisti politici nazionalisti che si ritrovarono nella rivista Il Regno (Giuseppe Prezzolini, Luigi Federzoni, Giovanni Papini), molti dei quali militarono in seguito nelle file fasciste. Importante fu anche il contributo di correnti di pensiero della sinistra non marxista, quali il sindacalismo rivoluzionario, ispirato alla dottrina del pensatore francese Georges Sorel. Una spinta decisiva alla nascita del fascismo è dovuta anche al fenomeno, conseguenza della prima guerra mondiale, dell'arditismo.

Alcune camicie nere sfilano davanti al Quirinale, all'epoca residenza reale.


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63 Fu l'indiscussa abilità di politico di Benito Mussolini, ex dirigente del Partito Socialista Italiano, convertito alla causa del nazionalismo e della grande guerra, a fondere la confusa congerie di idee, aspirazioni, frustrazioni degli ex combattenti reduci dalla dura esperienza della guerra di trincea, in un movimento politico che all'inizio ebbe una chiara ispirazione socialista e rivoluzionaria (vedi il programma dei fasci di combattimento del marzo 1919) e che subito si contraddistinse per la violenza dei metodi impiegati contro gli oppositori. La crisi economica del dopoguerra, la disoccupazione e l'inflazione crescenti, la smobilitazione dell'esercito (che restituì alla vita civile migliaia di persone), i conflitti sociali e gli scioperi nelle fabbriche del nord, l'avanzata del partito socialista divenuto il primo partito alle elezioni del 1919, crearono, negli anni 1919-1922, le condizioni per un grave indebolimento delle strutture statali e per un crescente timore da parte dei ceti agrari e industriali di una rivoluzione comunista in Italia sul modello di quella in corso in Russia. Gabriele D'Annunzio

In questa situazione fluida, Mussolini colse l'occasione e, abbandonando rapidamente il programma socialista e repubblicano, si pose al servizio della causa antisocialista; le milizie fasciste, appoggiate dai ceti possidenti e da buona parte dell'apparato statale che vedeva in lui il restauratore dell'ordine, lanciarono una violenta offensiva contro i sindacati e i partiti di ispirazione socialista (ma anche cattolici), in particolar modo nel centro-nord d'Italia (soprattutto Emilia-Romagna e Toscana), causando numerose vittime nella sostanziale indifferenza delle forze dell'ordine. Le violenze furono nella gran parte dei casi provocate dagli squadristi fascisti, che sempre più apertamente furono appoggiati da Dino Grandi, l'unico reale competitore di Mussolini per la leadership all'interno del partito, che nel congresso di Roma del 1921 si fece da parte e diede via libera al futuro Duce. La violenza crebbe considerevolmente negli anni 1920-22 fino alla Marcia su Roma (28 ottobre 1922).

Il fascismo al potere Di fronte all'avanzata di mal armate milizie fasciste guidate su Roma, il Re Vittorio Emanuele III di Savoia, preferendo evitare ogni spargimento di sangue e forse meditando di poter sfruttare e controllare gli eventi, ignorò i suggerimenti del Presidente del Consiglio dei ministri in carica Luigi Facta che gli chiedeva di firmare il decreto che proclamasse lo stato d'assedio, e decise invece di consegnare l'incarico di Presidente del Consiglio a Mussolini, che in quel momento aveva in Parlamento non più di 35 deputati (eletti nel 1921).

Filippo Tommaso Marinetti

Vittorio Emanuele mantenne sempre il controllo ufficiale dell'esercito: se avesse voluto, avrebbe potuto senza problemi dichiarare lo stato d'assedio e bandire da Roma Mussolini e le forze fasciste, inferiori in tutto alle guarnigioni di stanza nella capitale; in virtù di tale


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considerazione, la marcia su Roma non andrebbe considerata un colpo di stato, in quanto Mussolini ottenne, di fatto, l'incarico di formare un nuovo esecutivo, godendo dell'appoggio (quantunque oggetto di molte e profonde critiche) del sovrano. Tale visione è tuttavia non condivisa da alcuni autori che parlano di "rottura della legalità statutaria anche da parte della monarchia"; così da dover parlare di «colpo di Stato monarchico-fascista»"[30] Da primo ministro, i primi anni di Mussolini (1922-1925) furono caratterizzati da un governo di coalizione, composto da nazionalisti, liberali e popolari, che non assunse fino al delitto Matteotti veri e propri connotati dittatoriali. In politica interna Mussolini favorì la completa restaurazione dell'autorità statale e la soppressione dell'estrema sinistra, con l'inserimento dei fasci di combattimento nell'interno dell'esercito (fondazione nel gennaio 1923 della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale) e la progressiva identificazione del Partito nello Stato. In politica economica e sociale vennero emanati provvedimenti che favorivano i ceti industriali e agrari (privatizzazioni, liberalizzazione degli affitti, smantellamento dei sindacati).

Giacomo Matteotti

Nel luglio 1923 venne approvata una nuova legge elettorale maggioritaria, che assegnava due terzi dei seggi alla coalizione che avesse ottenuto almeno il 25% dei suffragi, regola puntualmente applicata nelle elezioni del 6 aprile 1924, nelle quali il "listone fascista" ottenne uno straordinario successo, agevolato anche da ingenti brogli, dalle violenze e dalle intimidazioni e rappresaglie contro gli oppositori. L'assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti, che aveva chiesto l'annullamento delle elezioni per le gravi irregolarità commesse, provocò una momentanea crisi del governo Mussolini. Il leader socialista Matteotti fu ucciso perché denunciò alla Camera dei deputati nel 1924 i brogli e le violenze commesse dai fascisti durante la campagna elettorale e i giorni del voto. Il suo assassinio ebbe un'eco vastissima nell'opinione pubblica in cui si diffuse la convinzione che i mandanti fossero i vertici del governo. L'episodio dimostrava che la "normalizzazione" dello squadrismo annunciata da Mussolini non era riuscita e che un'opposizione legale non era gradita. I partiti d'opposizione reagirono abbandonando il Parlamento: fu la "Secessione aventiniana", così chiamata in analogia con la decisione della plebe dell'antica Roma di ritirarsi sul colle dell'Aventino per protesta contro i soprusi dei patrizi. Contrario a tale scelta fu solamente il Partito Comunista che rimase isolato nel proporre uno sciopero generale dei lavoratori di tutti i comparti. Gli aventiniani miravano a incrinare l'intesa tra fascisti e la loro coalizione provocando un intervento del re, ma le loro aspettative furono deluse poiché Vittorio Emanuele III sfruttò la situazione, favorevole alla corona, che faceva prospettare una sovranità monarchica ormai privata del contrappeso parlamentare, e si astenne da ogni iniziativa, avallando di fatto la condotta fascista. La debole risposta delle opposizioni, incapaci di trasformare il loro gesto in un'azione antifascista di massa, non fu sufficiente ad allontanare le classi dirigenti e la Monarchia da Mussolini che, il 3 gennaio 1925, ruppe gli indugi e, con un noto discorso nel quale assumeva su di sé l'intera responsabilità del delitto Matteotti e delle altre violenze squadriste, di fatto proclamò la dittatura, sopprimendo ogni residua libertà politica e di espressione e completando l'identificazione assoluta del Partito Nazionale Fascista con lo Stato.


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La dittatura Per l'effettiva realizzazione di uno stato dittatoriale - ossia per vedere formalmente inserite all'interno dello Stato italiano organizzazioni e istituzioni derivate dal Partito Fascista - occorrerà attendere la costituzionalizzazione del Gran Consiglio del Fascismo, avvenuta il 9 dicembre 1928[31]. Pur potendo essere definito un regime dittatoriale, il regime conservò in vigore lo Statuto del Regno (Statuto Albertino) piegandolo però alle proprie esigenze. Dal 1925 fino alla metà degli anni trenta il fascismo conobbe solo un'opposizione sotterranea e di carattere cospirativo, guidata in buona parte da anarchici come Errico Malatesta, comunisti come Antonio Gramsci, socialisti come Pietro Nenni, demo-liberali come Giovanni Amendola, liberali come Piero Gobetti, socialisti liberali come Carlo Rosselli, molti dei quali pagarono con la vita, l'esilio, pene detentive o il confino la loro opposizione al regime.

Il Duce durante un discorso

Consenso e propaganda

La maggioranza degli italiani, soprattutto nei ceti medio-alti ma anche quel mondo agricolo vicino al Partito Popolare, trovò un modus vivendi con la nuova situazione, vedendo forse in Mussolini un baluardo contro il pericolo di una rivoluzione bolscevica e soprattutto contro il disordine economico successivo alla guerra '15-18. Tale situazione venne favorita dal riavvicinamento con la Chiesa cattolica, che culminò nel Concordato dell'11 febbraio 1929, con cui si chiudeva l'annosa questione dei rapporti tra Stato e Chiesa aperta nel 1870 dalla Breccia di Porta Pia e che concedeva al cattolicesimo il ruolo di religione di Stato. Con i patti lateranensi firmati il 11 febbraio 1929 ci fu un accordo tra stato italiano e chiesa: la Santa Sede riconobbe lo stato italiano, che a sua volta riconosceva la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano della Santa Sede stessa; quest'ultima ricevette anche delle indennità per la perdita dello Stato della Chiesa. L'intento politico di Mussolini, che pure era stato un acceso anticlericale in passato, era quello di allargare fortemente la base del consenso al fascismo (la grande maggioranza degli italiani dell'epoca era cattolica praticante). Nonostante ciò alcune critiche giunsero anche dall'interno del regime, come quella di Giovanni Gentile che pur riconoscendo il valore del cattolicesimo nell'identità culturale del popolo italiano, intravedeva un possibile pericolo nella rinuncia a quel concetto di laicità sul quale, a suo dire, si doveva ispirare il moderno stato fascista. A questo periodo risalgono le opere del regime nel campo dei lavori pubblici e delle politiche sociali, che gli fornirono un elevato consenso: bonifica delle paludi pontine, battaglia del grano (1925) e appoderamento del aree del latifondo paludoso-malarico a favore delle famiglie degli strati più indigenti tra gli ex combattenti del primo conflitto mondiale, colonie estive marine per combattere il gozzo (allora malattia endemica), e fondazioni delle "città nuove", opera del Razionalismo italiano, rurali o coloniali come Latina (allora Littoria), Sabaudia, Portolago, Carbonia, Arborea (allora Mussolinia di Sardegna) che modificarono la visibilità internazionale del regime. La propaganda venne sviluppata sia per mettere in luce le realizzazioni del Regime, e sia per esaltare la personalità di Mussolini, come richiamandone i luoghi natali: Predappio e Forlì, che diviene nota come la "Città del Duce". Tali luoghi, anche rimodellati con opportuni interventi dagli architetti fascisti, assurgono a mete di pellegrinaggi, tanto spontanei quanto organizzati dal Regime stesso.


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La riforma del codice penale A partire dalla metà degli anni venti, il regime cominciò un'opera di rinnovamento della legislazione italiana. Il primo codice a essere riformato fu quello penale, detto codice Zanardelli, promulgato nel 1889. Il nuovo codice, chiamato codice Rocco dal nome del ministro della Giustizia Alfredo Rocco che promosse la riforma, fu redatto dal giurista Vincenzo Manzini, seguace del tecnicismo giuridico. Questa scuola di pensiero, fondata da Arturo Rocco, fratello maggiore del ministro, teorizzava l'applicazione dei principi del giuspositivismo al diritto penale, affermandone il primato e l'autonomia rispetto alle scienze sociali.[32] Il tecnicismo giuridico, mettendo da parte ogni valutazione estranea allo studio dell'ordinamento vigente, favoriva un'interpretazione conservatrice del diritto penale, con una certa tendenza all'autoritarismo, sintomatica della profonda crisi che lo Stato liberale stava affrontando all'inizio del XX secolo a causa dell'avanzata dei movimenti socialisti. I caratteri autoritari del tecnicismo si intensificarono nel corso degli anni fino ad affermarsi completamente durante il periodo fascista, fornendo le basi per la stesura del codice Rocco, promulgato nell'ottobre 1930. Tra le principali innovazioni portate dal nuovo codice ci fu la reintroduzione della pena di morte per i delitti comuni, che era stata abolita quarant'anni prima con l'entrata in vigore del codice Zanardelli. Nel 1926, durante i lavori, lo stesso Alfredo Rocco intervenne in favore della pena capitale dalle pagine di Gerarchia, scrivendo che a sostenerne l'utilità ci fosse una « schiera di scrittori autorevoli, dal giusnaturalista Filangeri fino al Romagnosi, al Pellegrino Rossi, al Gabba, al Lombroso, al Garofalo, al Manzini, al Rocco, al Massari. Quanto a Cesare Beccaria, campione massimo della teoria abolizionista della pena capitale, gli si fa un torto considerando sua gloria suprema l'aver auspicato la soppressione della pena di morte. L'aureo libro «Dei delitti e delle pene» nonostante l'affermazione nettamente individualistica nel campo del diritto penale, contiene il suo fondamentale titolo di onore nell'avere distrutto la tradizione medioevale e il complesso e barbaro meccanismo delle torture, che ancora simboleggiavano dispoticamente, in base alle ordinanze di Carlo V del 1532 e Francesco I del 1539, la giustizia criminale lombarda nella prima metà del secolo XVIII. » (Alfredo Rocco, Gerarchia, 1926, vol. VI, p. 691.)

Tuttavia, nonostante le forti tendenze autoritarie, il codice Rocco non abolì principi tipici della scuola penale liberale, affermando nella parte generale il principio di legalità, il divieto di analogia e l'irretroattività della legge penale. L'influenza dell'ideologia fascista si manifestò con maggiore intensità nella parte speciale del codice, istituendo fattispecie dal carattere prettamente politico, tra le quali: • • • •

Disfattismo politico (art. 265) Disfattismo economico (art. 267) Attività antinazionale del cittadino all'estero (art. 269) Vilipendio della nazione italiana (art. 291)

Diversamente da quanto accadde nella Germania nazista, nell'Italia fascista il diritto penale non assunse mai un carattere totalitario. I giuristi nazisti appartenenti alla scuola di Kiel respinsero la teoria liberale del bene giuridico, indicando come criterio fondamentale per l'individuazione del reato la «violazione del dovere di fedeltà nei confronti dello Stato etico, impersonato dal Führer». In Italia una posizione simile fu assunta dal giurista Giuseppe Maggiore, che contestò la persistenza dei principi liberali nel codice Rocco e propose di modificare l'art. 1 come segue: « È reato ogni fatto espressamente previsto dalla legge penale e represso con una pena da essa stabilita. È altresì reato ogni fatto che offende l'autorità dello Stato ed è meritevole di pena secondo lo spirito della rivoluzione fascista e la volontà del Duce unico interprete della volontà del popolo italiano. Tale fatto, ove non sia previsto da una precisa norma penale, è punibile in forza di una disposizione analoga. » (Giuseppe Maggiore, Diritto penale totalitario nello Stato totalitario, in Rivista italiana di diritto penale, 1939, p. 140.)

La posizione di Maggiore rimasta isolata, e la matrice liberale permise al codice di sopravvivere al fascismo, anche grazie alle importanti novellazioni del 1944 che seguirono il crollo del regime, rimanendo in vigore fino ai giorni nostri seppur tra diverse critiche e periodici propositi di riforma.

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Politica economica Il governo mirò principalmente ad aumentare i margini d'azione, e quindi di profitto, all'iniziativa privata. Vennero inoltre alleggerite le tasse sulle imprese, vennero privatizzati alcuni monopoli di stato, come quello sulle assicurazioni sulla vita e sul servizio telefonico, i cui costi diminuirono sostanzialmente (rimanendo comunque elevati)[33]. Si limitò la spesa pubblica, in parte però con i licenziamenti dei ferrovieri. La politica liberista in economia portò buoni successi, con un aumento della produzione agricola (senza tuttavia raggiungere mai l'obiettivo di una completa autosufficienza alimentare) e industriale. Il bilancio statale tornò in pareggio già nel 1925.[34] Lo Stato Sociale Tra le misure di politica economica va considerata la creazione di un sistema di Stato sociale[35]. Nel 1927 fu promulgata la Carta del Lavoro, che prevedeva l'esistenza dei soli sindacati legalmente riconosciuti e sottoposti al controllo dello Stato (che di fatto coincideva con il Partito Nazionale Fascista)[36], e l'introduzione dei primi contratti collettivi[37]. Negli anni successivi, accanto a misure strettamente produttivistiche e relative ancora al tema del lavoro (come la riduzione, nel 1937, dell'orario lavorativo settimanale a 40 ore) se ne affiancarono altre volte alla tutela della famiglia e dei figli[38]. Nel settore previdenziale, la Cassa nazionale per le assicurazioni sociali (CNAS), istituita nel 1919, venne trasformata nel 1933 nell'ente di diritto Istituto nazionale fascista per la previdenza sociale (INFPS, attuale INPS) e arrivò a impiegare 6.000 dipendenti nel 1937."[39] Vennero inoltre disciplinati istituti di diritto del lavoro quali malattia, maternità e infortuni. Nel 1939 l'età pensionabile venne abbassata a 55 anni per le donne e 60 anni per gli uomini, venendo anche introdotta le reversibilità della pensione.[40] Nel 1942, con la legge n. 22, fu istituito l'Ente Nazionale Previdenza e Assistenza ai dipendenti Statali, oggi confluito nell'INPDAP. L'autarchia La politica economica del fascismo fu essenzialmente basata sull'autarchia: la nazione doveva diventare autosufficiente, essenzialmente per poter mantenere la propria indipendenza economica anche nei momenti di crisi. Questa linea divenne più decisa quando la società delle Nazioni come conseguenza della guerra d'Etiopia applicò le sanzioni economiche, vietando il commercio con l'Italia. Il governo fascista spinse, allora, alla produzione dei prodotti autarchici, come ad esempio la Lanital e il formaggio italico. La battaglia del grano

La televisione autarchica (pubblicità da "l'illustrazione italiana")

Per raggiungere l'autosufficienza cerealicola nel 1925 venne lanciata la cosiddetta Battaglia del grano, che prevedeva l'aumento della superficie coltivata e l'utilizzo di tecniche più avanzate quali la meccanizzazione e la diffusione di nuove varietà di grano. La "battaglia" portò a un aumento del 50 per cento della produzione cerealicola e le importazioni si ridussero di un terzo. L'autosufficienza fu raggiunta nel 1933. Negli anni successivi si decise di portare avanti una seconda campagna, che alle "bonifiche integrali" avrebbe dovuto aggiungere una riforma agraria, ma le successive guerre e la resistenza dei latifondisti ostacolarono il programma. Sebbene non venisse intaccata la percentuale di terre dedicate alle colture pregiate, la destinazione degli aiuti di Stato soprattutto al settore del frumento svantaggiò gli altri settori. La meccanizzazione portò a una riduzione del numero di capi di bestiame allevati, tanto che il Regime dovette successivamente dare sostegno di Stato anche alla zootecnia. Le bonifiche


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68 In soli tre anni vennero concluse le operazioni di bonifica dell'Agro Pontino, che videro al lavoro migliaia di uomini, soprattutto poveri contadini del centro-nord.[33] Vennero costruite nella nuova fertile pianura 3000 fattorie, da destinarsi, in buona parte, ai contadini che lavorarono alla bonifica. Altre imponenti bonifiche si ebbero nella valle del Po, nelle Matine, nel metapontino, in maremma e nella Piana Reatina per bonificare la quale furono realizzate due dighe, di cui una era a quel tempo la più alta d'Europa con oltre 100 metri, esistenti tuttora e formanti i bacini artificiali del Salto e del Turano in provincia di Rieti.

La riforma Gentile della scuola Uno dei primi atti del governo Mussolini fu una radicale riforma scolastica portata avanti dal ministro Giovanni Gentile nel 1923: questa prevedeva un'istruzione classica e un esame a ogni conclusione di ciclo di studi, mettendo in questo modo sullo stesso piano scuole pubbliche e private. L'analfabetismo ebbe un calo generalizzato, soprattutto l'analfabetismo femminile. La riforma tuttavia non fu mai completata nel senso voluto dal filosofo, ma subì diversi aggiustamenti successivi. Fra gli scopi fondamentali - in senso fascista - della riforma vi era l'elevazione della scuola dell'obbligo ai 14 anni (per la lotta all'analfabetismo); la preminenza assoluta degli insegnamenti classici, i soli che permettevano l'accesso all'università, una regola che tuttavia subì successivamente modifiche (lo scopo era selezionare un'élite intellettuale per la guida del paese); la realizzazione di una solida istruzione tecnica per tutti coloro i quali invece non avessero avuto le doti per accedere ai gradi superiori d'istruzione (allo scopo di gerarchizzare la società, ma anche di preparare meglio i futuri lavoratori). Nel complesso si trattò di una riforma all'insegna della gerarchia e della più rigida meritocrazia.

Un'aula scolastica nel 1930: sulla parete dietro la cattedra si notano, ai lati del crocefisso, i ritratti del re Vittorio Emanuele III e del Duce, oltre a un ritratto di un militare (forse eponimo dell'istituto). Sulla cattedra, un fermacarte a forma di fascio littorio; a fianco l'altoparlante della radio. Evidenti gli impianti elettrico e di riscaldamento (stufa).

Nel 1939 seguì la riforma Bottai. Accusando la vecchia riforma Gentile di "intellettualismo", Bottai si prefissò di allargare la base d'accesso agli atenei, e propose l'unificazione delle scuole medie (unico provvedimento di questa riforma a essere sopravvissuto alla catastrofe bellica). La seconda guerra mondiale impedì la completa applicazione della riforma Bottai, che rimase in gran parte sulla carta.

La politica estera In politica estera il fascismo seguì fino alla nomina agli Esteri di Galeazzo Ciano esclusivamente le direttive mussoliniane, dopodiché si trovò a dover agire - sia per la direzione di Ciano degli Esteri, sia per i minori margini di manovra dati dalla situazione internazionale - in maniera sempre meno autonoma e sempre più ideologica. Dopo l'incidente di Corfù del 1923, Mussolini non si discostò per un lungo periodo dall'obiettivo del mantenimento dello status quo in Europa, seguendo una politica prudente e scevra da avventure militari, nonostante la retorica nazionalista e militarista fossero tra i caratteri distintivi del regime.

Impero italiano nel 1940

L'Italia mantenne buone relazioni con Francia e Regno Unito, collaborò al ritorno della Germania nel sistema delle potenze europee pur nei limiti del Trattato di Versailles (1919), tentando altresì di estendere la sua influenza verso i


Fascismo Paesi sorti dalla dissoluzione dell'Impero austro-ungarico (Austria e Ungheria) e nei Balcani (Albania, Grecia) in funzione anti-jugoslava. L'Italia fu il secondo Paese al mondo, dopo la Gran Bretagna, a stabilire nel 1924 relazioni diplomatiche con l'Unione Sovietica. Scopo dichiarato della politica estera fascista, fin dai primissimi atti e discorsi politici di Mussolini, era quello di assicurare "a un popolo di quaranta milioni di individui" un posto di primo piano sulla scena mondiale. Questo significava annettere all'Italia territori coloniali dove "esportare" la propria eccedenza demografica attraverso la valorizzazione delle colonie esistenti e poi - nel 1935 - con la conquista dell'impero d'Abissinia. Contemporaneamente, la politica a breve periodo previde - fin quando possibile - la revisione dei trattati sottoscritti dall'Italia fra il 1918 e il 1922 che "mutilavano" la vittoria nella grande guerra e che portarono l'Italia ad acquisire Fiume nel 1924 e a garantire Zara nonostante la rinunzia al resto della Dalmazia. Spartiacque della politica estera fascista fu essenzialmente la prima crisi austriaca del 1934, con il tentativo di Hitler di annettere l'Austria dopo aver fatto assassinare il cancelliere austriaco Engelbert Dollfuss (amico personale di Mussolini). In quel frangente l'Italia schierò le proprie divisioni al Brennero, minacciando un'azione militare in difesa dell'alleato austriaco, se la Germania avesse varcato le frontiere. Di fronte a questa crisi - tuttavia - le potenze europee rimasero a guardare, ingenerando in Mussolini la penosa sensazione che in caso di guerra fra Italia e Germania, la sua nazione sarebbe stata lasciata sola. Alle dichiarazioni generiche della conferenza di Stresa dell'aprile 1935, con la quale le tre potenze dell'Intesa dichiaravano che non avrebbero consentito ulteriori violazioni revisioniste da parte della Germania, seguirono infatti accomodamenti anglo-tedeschi (come l'accordo navale del giugno dello stesso anno) che fecero comprendere a Mussolini quanto debole poteva diventare la posizione italiana in caso di guerra europea contro la Germania. Il passo successivo fu dettato dunque dalla convinzione di Mussolini di dover dotare l'Italia di un potente impero coloniale al più presto, come "retrovia" e riserva demografica, industriale, agricola e di materie prime in caso di un nuovo conflitto generalizzato in Europa. Giocoforza, questo impero non poteva che essere cercato in Abissinia, uno dei pochi territori africani ancora indipendente. La guerra d'Abissinia, lungamente ritardata da Mussolini proprio per trovare con inglesi e francesi un accordo diplomatico che smembrasse l'impero di Haile Selassie senza ricorrere all'invasione, portò alla rottura dei cordiali rapporti finora intrattenuti coi vecchi alleati. L'Italia subì delle sanzioni economiche e i suoi rapporti con le nazioni democratiche si incrinarono definitivamente. Frattanto, la deflagrazione della guerra civile spagnola cominciò a polarizzare il mondo in due campi avversi legati non da interessi geopolitici ma ideologici, togliendo all'Italia progressivamente spazio di manovra. La crisi interna del regime negli ultimi anni prima dello scoppio della seconda guerra mondiale, il logoramento delle forze armate dopo cinque anni di continui impegni militari (Abissinia, Spagna, Albania), l'emergere deciso della Germania come prima potenza militare d'Europa e la sua alleanza con Stalin (Patto Molotov-Ribbentrop), spinsero Mussolini verso una politica doppiogiochista (alleanza dichiarata con la Germania, trattative sotterranee con la Gran Bretagna) che portò l'Italia in guerra. Durante la prima fase del conflitto la politica estera fascista fu sostanzialmente mossa dal tentativo di svilupparsi parallelamente (e spesso ai danni) di quella tedesca: un tentativo destinato a fallire in seguito ai numerosi rovesci militari subiti dalle forze armate italiane su quasi ogni fronte. Si segnala, in questo periodo, la durezza del contegno italiano verso la Francia, sconfitta dai tedeschi, il quale fu fra i principali motivi per i quali questa nazione non si unì decisamente all'Asse. Sempre più prigioniera della propria propaganda, la politica estera fascista fu spinta ad azioni dettate più dalle necessità ideologiche che non da quelle pragmatiche, infilando il paese in una spirale di fallimenti della quale si giovarono tanto gli alleati dell'Asse quanto i nemici.

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A partire dal 1943, Mussolini cercò continuamente di convincere Hitler della necessità di un accordo con l'Unione Sovietica, per concentrare le forze contro gli angloamericani, mentre, tuttavia, continuavano segretamente i contatti fra il dittatore italiano e il premier britannico Winston Churchill. Con la caduta del fascismo, l'armistizio di Cassibile e la nascita della RSI cessa quasi del tutto ogni residuo tentativo di politica estera autonoma del Fascismo, eccezion fatta per le pressioni su Hitler per un accomodamento russo-tedesco e gli sporadici contatti fra Mussolini e Churchill.[41] L'Etiopia La campagna militare italiana per la conquista dell'Abissinia fu conseguenza della decisione di Mussolini di fornire all'Italia un'ampia retrovia coloniale dove attingere materie prime, derrate, uomini e fornire altresì uno sbocco all'emigrazione in vista di un prossimo e probabile conflitto generalizzato in Europa. Come visto, infatti, il crollo repentino del Fronte di Stresa in funzione di contenimento della Germania nazista aveva posto Mussolini di fronte alla prospettiva di un isolamento dell'Italia in caso di guerra con i tedeschi per il mantenimento dello status quo in Europa.

Soldati italiani in partenza per l'Etiopia

Questo aveva convinto il dittatore italiano che l'Italia poteva fare una politica autonoma solo a patto di ottenere un'autosufficienza alimentare, industriale e demografica che il solo territorio metropolitano e le colonie fino allora acquisite non potevano garantire.[42] La campagna fu condotta con un imponente dispiegamento di forze e vinta con relativa facilità. Dal punto di vista propagandistico, essa fu il più grande successo del regime fascista: riuscì a attirare intellettuali e perfino antifascisti attorno ai leitmotiv del posto al sole, della liberazione degli abissini dalla schiavitù e della rinascita dell'Impero Romano[43]. Come conseguenza dell'aggressione all'Etiopia, l'Italia subì la condanna della Società delle Nazioni, che determinò un blocco commerciale del mar Mediterraneo e le sanzioni economiche condotte da 52 nazioni (fra cui tutte le potenze coloniali europee). Ciò favorì l'avvicinamento economico e politico dell'Italia alla Germania nazista (sebbene questa avesse rifornito di armi l'Etiopia in funzione anti-italiana sino a poco prima del conflitto), che era già uscita dalla Società delle Nazioni e aveva denunciato gli accordi di Versailles.

Ritratto del militare Francesco Maglio realizzato nel 1942 dal Cav. C. Tibaldi, unico fotografo per militari medaglia d'oro.

In seguito l'Impero in Africa Orientale fu tuttavia amministrato con pugno di ferro contro le bande di ribelli e lealisti al vecchio governo del Negus, e si preparò una forma di sviluppo separato fra le popolazioni indigene e i nuovi coloni italiani non dissimile dall'apartheid praticato in alcune colonie e dominion britannici come il Sudafrica. Se non altro vennero anche liberate decine di migliaia di schiavi e si tentò di "avanzare l'Abissinia: costruzione di strade, scuole, ospedali, ferrovie (le locomotive "Littorine" sono in uso in Etiopia ancor' oggi), inoltre l'odierna Addis Abeba, capitale dell'Abissinia, o Etiopia, era un villaggio prima che venisse conquistata dall'Italia che ha costruito praticamente la totalità della città odierna. In seguito, nei vari tentativi di Mussolini di trovare una nuova intesa con la Gran Bretagna, l'Italia propose di risolvere il cosiddetto "problema ebraico" in Europa e Palestina offrendo ai sionisti un piano embrionale di


Fascismo colonizzazione territori nel Goggiam già abitati da secoli da popolazioni abissine di religione israelita, i falascia, con la creazione di uno "stato" federato all'Impero Italiano in AOI. A quanto risulta il piano restò lettera morta.[44] Crimini italiani in Abissinia La campagna militare in Abissinia fu condotta dall'Italia senza risparmio di forze e mezzi, e fra questi vi fu anche l'impiego di armi chimiche, tra le quali il gas asfissiante fosgene e il gas vescicante iprite[45]. Il suo uso ebbe come pretesto e venne giustificato come rappresaglia per le violazioni abissine della Convenzione di Ginevra (uso di pallottole Dum-dum, atrocità contro i prigionieri ecc.) sostenute da parte italiana. Ma questo non costituiva giustificazione, in quanto l'uso delle armi chimiche, in base ai trattati ratificati dall'Italia, non era ammissibile neanche in risposta ad analogo attacco nemico.[46] È probabile che l'uso di aggressivi chimici fu autorizzato a Graziani e Badoglio da Mussolini anche per ottenere risultati militari in funzione delle sue trattative politiche[47]. Le forze armate italiane disponevano di granate d'artiglieria e bombe da aeroplano di vario tipo (in gran parte modello C.500T) caricate a iprite, sostanza che - secondo Angelo Del Boca[48] - a volte fu anche dispersa dall'alto su combattenti e villaggi[49]. Fu Mussolini in persona ad autorizzare l'impiego di queste armi:[50] • Roma, 27 ottobre '35. A S.E. Graziani. Autorizzato gas come ultima ratio per sopraffare resistenza nemico et in caso di contrattacco. • Roma, 28 dicembre '35. A S.E. Badoglio. Dati sistemi nemico autorizzo V.E. all'impiego anche su vasta scala di qualunque gas et dei lanciafiamme. Mussolini.[51] In seguito alla totale conquista dell'Impero abissino, la persistenza di un movimento di resistenza lealista spinse Mussolini a impartire altri ordini volti alla repressione senza pietà del movimento di resistenza etiope: • Roma, 5 giugno 1936. A S.E. Graziani. Tutti i ribelli fatti prigionieri devono essere passati per le armi. Mussolini. • Roma, 8 luglio 1936. A S.E. Graziani. Autorizzo ancora una volta V.E. a iniziare et condurre sistematicamente politica del terrore et dello sterminio contro i ribelli et le popolazioni complici. Senza la legge del taglione ad decuplo non si sana la piaga in tempo utile. Attendo conferma. Mussolini. La repressione fu compiuta oltre che con bombe a iprite, tramite l'istituzione di campi di concentramento, forche pubbliche, uccisione di ostaggi, mutilazioni di nemici catturati. Alcuni militari italiani si fecero riprendere dai fotografi accanto ai cadaveri penzolanti dalle forche o accoccolati intorno a ceste piene di teste mozzate. Qualcuno si mostrò sorridente ai fotografi mentre teneva in mano, per i capelli, uno di questi lugubri trofei. Un altro sanguinoso episodio dell'occupazione italiana in Etiopia fu la strage di Addis Abeba del febbraio 1937, seguita a un attentato dinamitardo contro Graziani.[52]

Verso la guerra Pochi mesi dopo, l'Italia fascista, si schierò coi franchisti nella guerra civile spagnola, inviando anche un corpo di spedizione di 50.000 uomini e attuando un blocco navale per impedire rifornimenti di armi ai repubblicani. Già in questa fase si palesarono le deficienze della macchina bellica italiana, sia dal punto di vista tecnologico sia di capacità di comando strategiche e tattiche, che si sarebbero acuite paurosamente pochi anni dopo. Lungi dal rafforzare economicamente il paese, queste imprese indebolirono il consenso al regime gettando i primi semi del risentimento popolare, e in politica estera lo allontanarono da Francia e Regno Unito spingendolo ad allinearsi in maniera crescente con la Germania nazista (1936: Asse Roma-Berlino, 1937: Patto Anticomintern comprendente anche l'Impero giapponese; 1938: acquiescenza di Mussolini all'annessione dell'Austria; 1939: Patto d'Acciaio in funzione offensiva). Nel 1938 Mussolini fece promulgare da re Vittorio Emanuele III le leggi razziali antisemite, che non avevano precedenti in Italia. Con la promulgazione di un insieme di provvedimenti legislativi e normativi noto come

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Fascismo Provvedimenti per la difesa della razza, secondo autorevoli testimoni quali Galeazzo Ciano redatte in gran parte da Mussolini in persona,[53] il fascismo si dichiarò esplicitamente anche antisemita[54] e, anche se non fu realizzato alcun intento di sterminio fino al 1943 (quando l'Italia venne occupata dall'esercito nazista), gli ebrei furono allontanati dalla vita pubblica, spesso privati del lavoro ed esposti a varie forme di vessazione. Nel marzo 1939, per motivi di prestigio nei confronti della Germania, Mussolini ordinò l'occupazione dell'Albania già saldamente nella sfera d'influenza italiana, ponendovi come governatore (viceré) un fedelissimo del genero Galeazzo Ciano. Nonostante le clausole del Patto d'Acciaio (assistenza automatica in caso di guerra), nel settembre 1939 Mussolini si dichiarò non belligerante. Nel marzo del 1940 Mussolini ordinò l'inizio di opere di fortificazione lungo la frontiera alpina italiana, ufficialmente da Ventimiglia a Fiume, in pratica soprattutto lungo il confine altoatesino con la Germania, dove si concentrò oltre metà dello sforzo economico e logistico[55]. Tuttavia nel giugno 1940, contro la volontà di gran parte della corte, degli alti gradi della Regia Marina e dell'Esercito e di alcuni dei maggiori gerarchi fascisti, entrò in guerra contro Francia e Regno Unito, fidando nella rapida vittoria tedesca. L'impreparazione dell'esercito e l'incapacità dei suoi comandanti condussero a terribili sconfitte su tutti i fronti (Grecia 1940) e alla rapida perdita delle colonie dell'Africa Orientale (1941). Dopo una serie di alterne vicende nel tardo 1941 e nel 1942, le sconfitte in Libia e Tunisia (1943), provocarono uno scollamento fra regime e popolo e il collasso degli apparati militari che aprì le porte all'invasione della Sicilia.

La caduta Il 25 luglio 1943 per iniziativa da parte di alcuni importanti gerarchi (Grandi, Bottai e Ciano) con l'appoggio del Re, si tradusse in un famoso Ordine del giorno presentato al Gran Consiglio del Fascismo col quale si chiedeva al Re di riprendere il potere, e portò all'arresto di Mussolini e all'improvviso crollo del fascismo, che si dissolse tra il giubilo di parte della popolazione italiana, stanca del regime e della guerra, cui sperava potesse essere posta fine in breve tempo. Ma la caduta di Mussolini non preludeva alla conclusione della guerra, che si protrasse per alcune settimane nella crescente ambiguità del nuovo governo Badoglio che sottoscrisse l'armistizio di Cassibile.

Filosofia politica, ideologia e prassi Il fascismo nasce come movimento politico filosoficamente a carattere prettamente idealista,[56] ma anti-ideologico[57] e pragmatico.[58] Storicamente il fascismo si è estrinsecato in una serie di posizioni, di volta in volta supportate da un'ampia e roboante propaganda, apparentemente contraddittorie - se non incoerenti - fra loro. Per tale motivo, nell'analizzare il fenomeno fascismo occorre scindere il fascismo "ideale" da quello "reale" esattamente come si fa per il marxismo, considerando che il modus operandi del fascismo storico fu dettato dalle circostanze tanto quanto dall'ideologia e dalla filosofia, e che a circostanze diverse la medesima ideologia è stata cambiata e piegata dalla filosofia originaria del movimento.[59]

Il fascismo come idea Nella Dottrina del fascismo questo si percepisce come movimento nazionalista, il cui obiettivo finale è "una più grande Italia".[60] Secondo i pensatori fascisti e lo stesso Mussolini, questo obiettivo si inquadra in una visione della storia di tipo conflittuale, nella quale società a base più o meno nazionale si incontrano, concorrono fra loro e - se necessario - si scontrano. E - per necessità darwiniana - in questo scontro sopravvivono solo le nazioni compatte al proprio interno, da cui discende la necessità di trovare una sintesi hegeliana della lotta di classe e delle esigenze dello Stato, tramite l'obbligo per ciascun cittadino (prestatore d'opera o capitalista) a concorrere a una concordia nazionale nel nome della produzione (industriale, agricola, bellica, etc., fonte di ricchezza per l'intera comunità nazionale e di

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Fascismo potenza per lo Stato). All'origine del movimento vi è l'idea mussoliniana della nascita, nelle trincee della grande guerra e nelle fabbriche della produzione bellica, di una nuova aristocrazia dei combattenti (trincerocrazia) e dei lavoratori che realizzi, appunto, "la sintesi dell'antitesi classe-nazione". « Voi oscuri lavoratori del Dalmine, avete aperto l'orizzonte. È il lavoro che parla in voi, non il dogma idiota o la chiesa intollerante, anche se rossa, è il lavoro che ha consacrato nelle trincee il suo diritto a non essere più fatica, miseria o disperazione, perché deve diventare gioia, orgoglio, creazione, conquista di uomini liberi nella patria libera e grande oltre i confini » (Benito Mussolini, Discorso del Dalmine, 20 marzo 1919, in "Tutti i discorsi - anno 1919")

La concordia interna al paese viene sostenuta con argomentazioni organiciste e con l'affermazione metafisica che la Nazione è più della somma dei singoli individui che l'abitano, bensì "un organismo comprendente la serie indefinita delle generazioni di cui i singoli sono elementi transeunti". Per la qual cosa, i viventi sono impegnati da un obbligo di riconoscenza verso le generazioni che li hanno preceduti e da un obbligo a lasciare un paese migliore alle generazioni che seguiranno. Cardine fondamentale della filosofia fascista è l'assoluta preminenza dello Stato e tramite questo del partito fascista (che se ne considerava al servizio), in ogni aspetto della vita politica e sociale. In questo senso il fascismo si pone come un movimento politico di stampo neohegeliano propugnando lo stato etico. Organicismo e stato etico hanno come conclusione logica la proclamazione del totalitarismo, nel IV Congresso del PNF (1925) per voce dello stesso Mussolini. Lo Stato totalitario avoca a sé tutte le prerogative e i diritti e pervade in maniera "totalitaria", appunto, le esistenze dei suoi cittadini. La concezione fascista dell'uomo prevede la negazione del cosiddetto homo economicus, visione che gli ideologi fascisti sostengono accomuni liberalismo e marxismo, per proporre una visione differente. « Noi abbiamo respinto la teoria dell'uomo economico, la teoria liberale, e ci siamo inalberati tutte le volte che abbiamo sentito dire che il lavoro è una merce. L'uomo economico non esiste, esiste l'uomo integrale che è politico, che è economico, che è religioso, che è santo, che è guerriero. » (Benito Mussolini, Discorso del 14 novembre 1933, in "Tutti i discorsi - anno 1933")

Il fascismo è filosoficamente debitore di due opposte e differenti correnti di pensiero ottocentesche: da un lato vi è una corrente che si potrebbe definire "di sinistra", che si pretende ispirata a personaggi come Sorel, Proudhon, Corridoni e ai Futuristi, che propugnavano la rivoluzione, il sindacalismo combattente, l'ascesa della violenza come irrazionale ma decisiva soluzione ai problemi e alle aporie della logica e della democrazia liberale.[61] Dall'altro lato si riallaccia a correnti di pensiero ultraconservatrici, che risalgono al XIX secolo, in generale contraddistinte dalla critica contro il materialismo e l'idea di progresso delle società capitaliste borghesi, ritenute distruttrici dei valori più profondi della civiltà europea. Tali scuole di pensiero tendono a rievocare un'idea romantica, di una mitica società premoderna, armonica e ordinata, nella quale i diversi ceti della società, ciascuno nel suo ambito, collaborano per il bene comune. Da questo promana la critica alla democrazia liberale e alla società di massa "che avvilisce l'uomo" (il numero contro la qualità), fino a giungere a pensatori che sul finire del XIX secolo e l'inizio del XX secolo ritenevano esaurita la funzione della civiltà occidentale (in particolare Oswald Spengler, autore del famoso saggio Il tramonto dell'Occidente). Infine, non meno importante, soprattutto in Mussolini, è l'influenza del pensiero di Nietzsche, che - sebbene sommamente impolitico - permea continuamente il modus cogitandi del capo del fascismo.[62]

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Il fascismo come ideologia Sebbene il fascismo, come si è visto, si proclamasse anti-ideologico, una "ideologia" del fascismo fu elaborata negli anni venti e successivamente stilata in un articolo scritto da Giovanni Gentile[63] durante il suo incarico di ministro dell'Istruzione e poi siglato da Mussolini, che però venne applicata solo in parte. In particolare essa non fu mai rigidamente codificata, sebbene abbondassero durante tutto il ventennio le "volgarizzazioni" e i "catechismi", che ebbero più che altro funzione propagandistica verso il popolo minuto. In pratica, però, nell'élite dirigente e intellettuale del Regime si dibatté aspramente sui vari indirizzi da dare alla politica italiana, e il fascismo oscillò spesso fra posizioni diversissime e - apparentemente - contraddittorie.[64] Fra gli aspetti ideologici del fascismo che occorre citare, vi sono i seguenti[65]

Il culto della personalità di Benito Mussolini, il Duce, ebbe fondamentale importanza nell'ideologia e nella mistica fascista

• Il culto di Roma - Il fascismo si propone come ideale rinnovatore dei fasti di Roma antica. • Il culto della giovinezza - Il fascismo si considerava innanzitutto una rivoluzione generazionale. Mussolini è stato il più giovane primo ministro dell'Italia unita e attraverso il Futurismo il fascismo ha assorbito il mito della gioventù.

• Il culto della violenza - Nascendo dagli arditi e dai futuristi e dal sindacalismo rivoluzionario di Sorel il fascismo fa suo ed esalta il culto della violenza. • Il "principio del capo" - Anche questo mediato dagli arditi, prevede una concezione gerarchica e piramidale del mondo. Viene dunque esaltata l'obbedienza, anche cieca, irrazionale e totale[66] • Il corporativismo, inteso come superamento sindacal-organicista e interclassista del socialismo e del liberalismo. In particolare quest'ultimo addentellato divenne sempre più importante nel fascismo a partire dalla grande crisi del 1929, tanto da poter essere considerato più un aspetto genetico del fascismo che non semplicemente ideologico.

Il fascismo come dittatura Fondamentalmente il fascismo rifiuta la democrazia, proprio in virtù delle consapevolezze sopra espresse. Il fascismo non si considera una "crociana" esigenza temporanea, ma un sistema politico a sé stante a tutti gli effetti: la "Terza via" contrapposta tanto alla destra reazionaria quanto alla sinistra marxista. « Nessuno vorrà gabellare per "rivoluzionario" il complesso dei fenomeni sociali che si svolgono sotto i nostri occhi. Non è una rivoluzione quella che si attua, ma è la corsa all'abisso, al caos, alla completa dissoluzione sociale. Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. Farei meglio a dire -se mi permettete questo termine chimico- che sono un reagente. Se il carro precipita, credo di far bene se cerco di fermarlo; se il popolo corre verso un abisso, non sono reazionario se lo fermo, anche con la violenza. Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. I peggiori reazionari in questo momento sono, per il Fascismo e per la storia, coloro che si dicono rivoluzionari, mentre i Fascisti, tacciati cretinamente di "reazionari", sono in realtà, coloro che eviteranno all'Italia la terribile fase di un'autentica reazione. Chiunque in Italia abbia il coraggio di fronteggiare le degenerazioni della sovversione e non, corre il pericolo di essere bollato come reazionario; ma poiché tali degenerazioni esistono e poiché il coraggio di fronteggiarle lo abbiamo dimostrato seminando anche di nostri morti le piazze d'Italia, noi abbiamo la spregiudicata disinvoltura di sorridere se ci chiamano reazionari. Io non ho paura delle parole. Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari. Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche. Servono per distinguerci qualche volta o per confonderci, spesso » [67]

(Benito Mussolini, dal discorso tenuto al senato il 27 novembre 1922

)


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Il fascismo sostiene che le "autoproclamatesi" democrazie siano in realtà effettivamente regimi plutocratici, sorta di dittature massoniche basate sulla manipolazione della volontà popolare. « Il fascismo è un metodo, non un fine; un'autocrazia sulla via della democrazia » [68]

(Benito Mussolini, dall'intervista concessa all'inviato del Sunday Pictorial di Londra il 12 novembre 1926

)

Questa considerazione viene da un aspetto dell'origine del fascismo, che è riassunta nel famoso discorso di Benito Mussolini nella frase: « Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente. »

Il fascismo secondo il suo fondatore avrebbe dovuto rappresentare una forma di governo al di sopra delle divergenti opinioni dei partiti. Nella sua fase finale il fascismo rifiutò poi le elezioni sul modello dei regimi democratici liberali dell'epoca (definendoli Ludi cartacei) ideando la democrazia organica, che ebbe una sperimentazione parziale poi nella Spagna franchista e nel Portogallo. Assumono carattere totalitario così sia le leggi che hanno provveduto a eliminare (o "fascistizzare") le libertà liberali quali quelle di associazione, di stampa, di espressione etc., sia le leggi cosiddette "fascistissime", ossia: • • • •

legge 24 dicembre 1925: tutti i poteri vengono attribuiti al duce; legge 31 gennaio 1926: al potere esecutivo viene data la facoltà di emanare norme giuridiche; legge 5 novembre 1926: viene creato il "tribunale speciale" (e, fra l'altro, ripristinata la pena di morte); legge 9 dicembre 1928: il Gran Consiglio del Fascismo diventa, da vertice gerarchico del partito, organo dello Stato, sovrapposto ai poteri e agli istituti designati dallo Statuto; • Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza del 6 maggio 1926: viene ripristinato il confino di polizia, rivolto in particolare agli oppositori politici. Queste leggi - altrimenti tipiche di qualunque autoritarismo - considerate nel contesto organico dello sviluppo del fascismo, permettono di approfondire ulteriormente i caratteri totalitari del fascismo, ovvero: • un'ideologia ufficiale improntata da una filosofia assolutistica che prevede l'identificazione dell'individuo con lo Stato e la subordinazione dell'individuo allo Stato in tutti gli aspetti della vita (e per questo è legittimata la repressione nei confronti di qualsiasi opposizione) • Un sistema politico atto a sfruttare e sviluppare i caratteri della società di massa, dominato da un partito unico i cui vertici si identificano con le massime cariche del legislativo e dell'esecutivo • L'organizzazione capillare delle forze di polizia a fini di controllo della vita privata dei cittadini e di repressione del dissenso in ogni sua forma (e, conseguente a ciò, un'ampia discrezionalità di tali forze nel fermare, imprigionare, interrogare qualsiasi cittadino da esse ritenuto sospetto di devianza politica nonché collusione palese tra polizia e magistratura nel trattamento giuridico e penitenziario di esponenti, veri o presunti tali, dell'opposizione) Altro aspetto totalitario del regime si trova nella volontà appunto "totalitaria" di costringere ogni cittadino nell'ambito di un organismo collettivo (il cosiddetto "Armonico Collettivo"); l'individuo viene così inserito forzatamente, a prescindere dalla sua volontà, all'interno di strutture di partito le quali si occupano di "integrarlo" e inquadrarlo "dalla culla alla tomba" in formazioni educative, paramilitari, politiche, culturali, sindacali, corporative e assistenziali. Accanto alle organizzazioni di partito, il fascismo intese anche dominare i mezzi di comunicazione di massa, avendo intuito Mussolini che il controllo capillare di stampa, radio e cinema era "l'arma più forte" per facilitare la trasmutazione fascista della società italiana; vi fu quindi un controllo rigoroso della circolazione delle informazioni sia attraverso il monopolio statale dei mezzi di informazione di massa (giornali, cinegiornali e radio), sia attraverso il


Fascismo controllo e l'uso della censura preventiva sugli altri mezzi di comunicazione di massa (teatro, cinema, canzonetta, fumetti) culminato nel 1939 con l'estensione del visto di censura preventivo anche per le opere musicali. Ulteriore carattere totalitario del regime fu il costante uso della violenza e della repressione - oltre che il costante richiamo all'odio, al disprezzo e alla denigrazione - verso i partiti e i movimenti antifascisti o antinazionali (comunisti, neutralisti, bolscevichi, pacifisti, democratici)[69], teso a imporre l'idea fascista su quelle dei suoi nemici (fin dall'inizio), nonché (dal 1938) verso gli ebrei, tramite l'approvazione dei provvedimenti di segregazione razziale. Alla luce di questi elementi, il fascismo inteso come forma di stato "totalitaria" si contraddistingue per la presenza di un partito unico che pervade la società in ogni suo aspetto, tramite un'incisiva e mirata propaganda tesa a imporre il volere del partito unico a ogni individuo, e tramite l'uso delle forze di polizia e della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale[70] atte a scoraggiare qualsiasi atto contrario al regime, nonché con l'identificazione di un "nemico" da additare al popolo (comunisti, partiti antifascisti, democratici, pacifisti, e dal 1938 anche ebrei).

Il fascismo "reale" Pochi punti fermi dell'ideologia fascista furono sempre rispettati, cambiando di volta in volta la politica contingente, attraverso una visione pragmatica quando non cinica: fra essi, il principio di "una più grande Italia"; il principio del "primato del Duce"; il principio dei "doveri dell'uomo". Tutto il resto, dalla politica economica (di volta in volta liberista nel suo primo periodo, statalista dopo la crisi del 1929, infine velleitariamente socializzatrice[71] durante il periodo repubblicano) a quella estera (con le alleanze oscillanti, l'anticomunismo accompagnato dal riconoscimento dell'URSS), a quella militare (militarismo per le masse, accompagnato da una progressiva riduzione delle spese per le Forze Armate[72]), fu di volta in volta determinato dalle direttive mussoliniane. Il fascismo visse infatti soprattutto della volontà di Mussolini e si limitò a seguire alcuni principi di massima da lui indicati di volta in volta. Inoltre questo portò ad alimentare il culto della personalità, adoperando i mezzi di comunicazione di massa per trasmettere un ideale di uomo forte, deciso e risoluto: un fenomeno che ha preso il nome di "mussolinismo". « Il mussolinismo è (...) un risultato assai più grave del fascismo stesso perché ha confermato nel popolo l'abito cortigiano, lo scarso senso della propria responsabilità, il vezzo di attendere dal duce, dal domatore, dal deus ex machina la propria salvezza. » (Piero Gobetti, "La rivoluzione liberale")

La cultura fascista Il Manifesto degli intellettuali fascisti, pubblicato il 30 marzo 1925 fu il primo documento ideologico della parte della cultura italiana che aderì al regime fascista e il tentativo di indicare le basi politico-culturali dell'ideologia fascista. L'Istituto Nazionale di Cultura Fascista (INCF) fu fondato nel 1925 e preposto alla diffusione e allo sviluppo degli ideali fascisti e della cultura italiana. Fu alle dirette dipendenze del Segretario del Partito e fu sottoposto all'alta vigilanza di Mussolini. Sempre nel 1925 nasce l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana a opera di Giovanni Treccani e Calogero Tumminelli, con direttore scientifico il filosofo Giovanni Gentile. Le sue principali oprere furono dal 1929 l'Enciclopedia Italiana diretta da Gentile e nel 1940 il Dizionario di politica, diretto dal filosofo del linguaggio Antonino Pagliaro. Nel 1926 fu fondata la Reale Accademia d'Italia con il compito di "promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti". Prese il via nel 1929. La Scuola di mistica fascista Sandro Italico Mussolini, fondata nel 1930 a Milano da Niccolò Giani e da Arnaldo Mussolini, si proponeva in particolare di essere il centro di formazione politica dei futuri dirigenti del Fascismo. I

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Fascismo principi-chiave sui quali l'insegnamento si basava erano l'attivismo volontaristico, la fede nell'Italia dalla quale si riteneva derivasse quella in Benito Mussolini e nel Fascismo, l'anti-razionalismo, un certo connubio tra religione e politica, la polemica con la liberal-democrazia e il socialismo, il culto della "romanità". I Littoriali dello Sport, della Cultura e dell'Arte e del Lavoro erano manifestazioni culturali, artistiche e sportive destinate ai migliori universitari dei GUF, svoltesi in Italia tra il 1932 e il 1940. Erano organizzati dalla Segreteria nazionale del Partito Nazionale Fascista.

Razzismo e antisemitismo Alla fine degli anni trenta il fascismo cominciò a elaborare una serie di teorie razziste e antisemite, in parte a imitazione di ciò che stava avvenendo parallelamente in Germania. In seguito a una feroce campagna di stampa (in parte pagata segretamente da agenti tedeschi incaricati da Goebbels)[73] si giunse ad approvare in fasi successive delle leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei e delle popolazioni non indoeuropee delle colonie. In queste ultime si puntò alla realizzazione di una sorta di sviluppo separato (apartheid) del genere praticato in quel periodo già in alcune colonie britanniche e negli Stati del sud degli Stati Uniti. In seguito i provvedimenti discriminatori[74] si estesero anche ai cittadini italiani e libici di religione israelita, con un progressivo allontanamento della maggioranza di essi dalla vita pubblica italiana nonché con l'internamento in vari campi di concentramento fascisti. Venne anche promulgato un Manifesto della razza, nella stesura del quale oltre a nomi dell'Accademia d'Italia vi era anche la mano di Mussolini. Nel 1938 Benito Mussolini espose il suo pensiero circa la questione razziale in questa maniera: « Questo principio razzista introdotto per la prima volta nella storia del popolo italiano è di un'importanza incalcolabile, perché anche qui eravamo di fronte a un complesso di inferiorità. Anche qui ci eravamo convinti di non essere un popolo, ma un miscuglio di razze per cui c'era motivo di dire, negli Stati Uniti: “Ci sono due razze in Italia: quella della valle del Po, e quella meridionale.” Queste discriminazioni si facevano nei certificati, negli attestati, ecc. Bisogna mettersi in mente che noi non siamo camiti, che non siamo semiti, che non siamo mongoli. E, allora, se non siamo nessuna di queste razze, siamo evidentemente ariani e siamo venuti dalle Alpi, dal nord. Quindi siamo ariani di tipo mediterraneo, puri.(...). » (Benito Mussolini, "Tutti i discorsi - anno 1938")

Mussolini, in merito all'insorgere di una questione ebraica per il fascismo, poi, così proseguiva: « Il problema di carattere generale lo si pone in queste linee: che l'ebreo è il popolo più razziale dell'universo. È meraviglioso come si mantengano puri nel corso dei secoli, poiché la religione coincide con la razza e la razza con la religione (...) Non vi è dubbio che l'ebraismo mondiale è stato contro il fascismo; non vi è dubbio che durante le sanzioni tutte le manovre furono tracciate dagli ebrei; non vi è dubbio che nel 1924 i manifesti antifascisti erano costellati di nomi di ebrei (...) E a tutti coloro che hanno il cuore dolce - troppo dolce - e si commuovono occorre domandare: "Signori, quale sarebbe stata la sorte di 70.000 cristiani in una tribù di 44 milioni di ebrei?". » (Benito Mussolini, "Tutti i discorsi - anno 1938")

Il razzismo fascista prese varie forme, nel tentativo di distinguersi da quello nazista[75], e in esso convissero sia la convinzione del razzismo biologico sia quella del razzismo spirituale[76], invece generalmente assente nei razzismi nazista e in quelli di altri paesi. Un importante contributo all'antisemitismo fascista venne anche da taluni ambienti cattolici, sebbene il Vaticano non abbia mai né approvato, né appoggiato ufficialmente i provvedimenti antisemiti. Nessun documento proverebbe invece pressioni ufficiali e dirette da parte tedesca[77] durante la genesi dei provvedimenti razziali. A differenza degli altri razzismi del suo tempo, quello fascista è solo tangente alle politiche eugenetiche condotte dal regime, che erano fondamentalmente razziste nella Germania nazista e invece assenti nei razzismi coloniali e post-schiavisti rispettivamente britannico e statunitense. Infatti sebbene i provvedimenti per la difesa della razza prevedessero l'apartheid degli ebrei e dei non-indoeuropei rispetto agli italiani ariani, tutte le provvigioni e le iniziative a carattere eugenetico (ginnastica, colonie per l'infanzia, sanatori, Opera Maternità e Infanzia etc.) proposte

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Fascismo e imposte dal regime continuarono ad applicarsi anche ai sudditi di cittadinanza libica e a quelli dell'AOI, almeno fino al 1942[78].

Fascismo e nazismo Il nazionalsocialismo si presenta, soprattutto dal punto di vista ideologico, come una particolare forma di "socialismo fascista". Nei fatti tuttavia l'aspetto "socialista" del regime tedesco era fondamentalmente una trovata propagandistica. L'interpretazione più diffusa è che il nazismo fu anch'esso una forma di fascismo; il regime tedesco si ispirava apertamente a Mussolini e condivide col fascismo italiano impostazione economica, politica e sociale, nonché la politica estera aggressiva e i tratti ideologici caratteristici del fascismo fattosi regime. Questa visione è respinta da alcuni storici che vedono nelle dittature italiana e tedesca due fenomeni distinti. Stanis Ruinas per esempio sostiene che il nazismo nasce come ideologia gemella al fascismo italiano, e tale rimane solo fino al 29-30 giugno 1934, quando con la "Notte dei lunghi coltelli" la corrente "di destra" facente capo a Hitler elimina la corrente "di sinistra" facente capo a Ernst Röhm. Da quel Benito Mussolini e Adolf Hitler in Jugoslavia momento il nazismo abbraccia implicitamente il capitalismo e si prefigura come un'ideologia prettamente di destra, abbandonando ogni ipotesi rivoluzionaria e quindi rimanendo "socialista" solo nel nome. Questo come pegno ai poteri economici internazionali che l'avevano sostenuto finanziariamente nell'ascesa al potere. Secondo Ruinas da quel momento il paragone tra fascismo e nazismo è quindi unicamente fittizio e artificialmente mantenuto dal nazismo per motivi propagandistici di immagine pubblica. Questa analisi si basa sull'osservazione che nel fascismo italiano la componente "di sinistra" continuò a esistere, sebbene piuttosto emarginata per molti anni, e anzi nella RSI tornò maggioritaria.[79] Secondo altre analisi, tuttavia, il passaggio dal cosiddetto "fascismo-movimento" (con slogan talvolta socialisteggianti) al "fascismo-regime" (con tratti più nettamente conservatori) fu un processo analogo, sebbene meno cruento e drastico, a quanto avvenuto in seguito in Germania in forma più convulsa durante la Notte dei lunghi coltelli. La spiegazione sociologica di questa "frattura" in entrambi i fascismi è dovuta al ruolo particolare (e caratterizzante del fascismo rispetto a generiche dittature di destra) che ha la mobilitazione dei ceti medi, rovinati dalla crisi economica in Germania o frustrati dalla fine della guerra e dallo scoppio delle lotte sociali in Italia; la mobilitazione di questi gruppi sociali è resa possibile specialmente dalla fraseologia rivoluzionaria e movimentista propria tanto dello squadrismo quanto delle SA, ma diventa successivamente un ostacolo al consolidamento della dittatura e richiede quindi l'eliminazione o l'emarginazione di quell'ala in un momento successivo. Con la RSI la necessità di mobilitare nuovamente ampie masse nella guerra civile spinse Mussolini a recuperare elementi dello squadrismo delle origini che erano stati messi in ombra negli anni precedenti.

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L'idea di Impero (neoghibellinismo) Il continuo ritorno a un'idea di romanità portò come logica conseguenza l'affermarsi di teorie filosofiche neo-ghibelline, ovvero propugnanti la ricostituzione di un Sacro Romano Impero che si ricongiungesse in qualche misura con una mistica tradizione ancestrale, e alla fine proponesse il superamento del fascismo in una forma di nuovo imperialismo spirituale e supernazionale, a carattere essenzialmente anticristiano. Alfiere di queste tesi fu Julius Evola, il quale rimase tuttavia alquanto isolato nell'ambito del dibattito culturale e filosofico fascista, dominato invece da logiche nazionaliste e da forti correnti cattoliche che poco spazio intendevano lasciare al cosiddetto imperialismo pagano propugnato dal filosofo. Questa idea trovò in seguito sponda e nuovi argomenti in alcuni ambienti nazionalsocialisti e si diffuse soprattutto nel dopoguerra fra i movimenti neofascisti e tradizionalisti. Secondo la teoria di Julius Evola, il fascismo si configurerebbe come una delle tante manifestazioni storiche del concetto più ampio di Tradizione, ovvero di una società basata sui valori di gerarchia, militarismo e misticismo. In quest'ottica diverrebbero forme di Fascismo in senso lato le più disparate esperienze storiche: da Sparta e Roma alle società celtiche, nordiche e germaniche, al Sacro Romano Impero[80].

La creazione dell'uomo nuovo Fin dal suo inizio il fascismo sentì il bisogno di farsi interprete del famoso adagio "Fatta l'Italia occorre ora fare gli italiani". Fin nel suo inno, Giovinezza[81] si canta degli italiani "ricreati" « Dell'Italia nei confini furon fatti gli italiani, li ha rifatti Mussolini per la guerra di domani (...) »

Peraltro, in un'altra versione dell'inno fascista, il quarto verso è sostituito da "con la fede nel domani", sottolineando dunque un atteggiamento fideista e la necessità per l'Italiano di credere nel fascismo per il proprio rinnovamento spirituale. A questa esigenza storica nel pensiero fascista si aggiunge il superomismo nietzeschiano, così come si era diffuso nella cultura europea a cavallo fra otto e novecento, con le sue contraddizioni, volgarizzazioni ed equivoci. Il progetto fascista - anche questo mai davvero codificato rigidamente - si basava su un aspetto mitico (quello del superuomo) e un aspetto pratico (quello di portare il popolo italiano a uno standard qualitativo ritenuto superiore). Per questo secondo aspetto, di volta in volta il fascismo individuò alcuni modelli, il primissimo del quale, per ovvi motivi cronologici e ideologici, fu il trincerista, l'uomo proveniente dal fronte della grande guerra, esaltato da Mussolini come prototipo di una nuova realtà ideale - ma anche biologica - del popolo italiano. In un secondo momento si aggiunse e sovrappose al primo quello del popolano, in particolare il popolano trasteverino.[82] L'uomo nuovo immaginato dai pensatori fascisti era essenzialmente un modello anti-borghese: giovanile, vigoroso, rude, pragmatico, strafottente, disciplinato. Legato alla tradizione e contemporaneamente proiettato nell'epoca della macchina. Un misto di legionario e colono romano e di aviatore futurista. Il fascismo si propose di realizzare la mutazione antropologica del popolo italiano in questa direzione attraverso un'educazione intellettuale - basata sull'esposizione continua di modelli storici e mitologici che fossero di esempio (Balilla, Cincinnato, Muzio Scevola, Ettore Fieramosca, Cesare Battisti etc.) e un assiduo martellamento propagandistico a base di slogan eroici (Osare, durare, vincere; noi ce ne freghiamo e tireremo diritti). Fisicamente si intendeva riformare eugeneticamente il popolo, spingendolo (e costringendolo) a una vita sportiva e spartana, nella quale la figura e l'esempio del Duce - così come veniva rappresentato dalla propaganda - doveva essere considerato come l'obbiettivo finale di ciascun italiano e fascista.


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In questo quadro si inseriscono le - talvolta maldestre - campagne volute da Achille Starace, quale l'abolizione della stretta di mano, il sabato fascista, le esibizioni ginniche cui erano obbligati a partecipare i membri del partito, con "gare di ardimento". E anche in questo senso va inserito uno dei motivi scatenanti del razzismo fascista, secondo l'intenzione mussoliniana di sferrare un cazzotto allo stomaco del popolo italiano per costringerlo ad assumere l'atteggiamento e la volontà di "razza padrona".[83] In sostanza il fascismo tentò - senza alcun successo - di "raffinare" il popolo italiano di quegli aspetti che secondo la propria filosofia erano negativi, raffinando e facendo trionfare invece quelle che erano ritenute - sempre secondo il punto di vista fascista - virtù italiane. François Furet riscontra un'affinità - mutatis mutandis - con il bolscevismo: "Le passioni suscitate dal militante fascista non sono le stesse che invoca il bolscevismo, ma sono della stessa natura. Al posto dell'uguaglianza sociale c'è la patria reinventata come un'utopia comunitaria... Quanto ai mezzi, quelli consigliati o adoperati dal movimento fascista sono già presenti nell'arsenale bolscevico: se servono alla causa, sono tutti buoni"[84].

Il mito del Sangue contro l'Oro Originariamente nato come slogan propagandistico per giustificare l'inferiorità di mezzi italiana rispetto a quella dei suoi nemici sui fronti della seconda guerra mondiale, questa parola d'ordine acquisterà via via sempre più importanza nell'immaginario collettivo dei fascisti, colorandosi di antisemitismo[85]. Grande diffusione a questa parola d'ordine verrà con la canzone Battaglioni M di Auro d'Alba e M. Pellegrino del 1942, che recita « contro Giuda, contro l'oro sarà il sangue a far la storia »

dove per "giuda" si intende tanto il traditore per eccellenza (già in alcuni ambienti fascisti si sentiva "puzza di tradimento" e di sabotaggio dello sforzo bellico italiano)[86] quanto l'israelita, identificato dalla propaganda razzista come fonte d'ogni male e corruttore - tramite appunto l'oro, le mollezze, e le blandizie - di una sana, spartana e virile razza italiana.[87] Da "parola d'ordine" a pilastro ideologico del fascismo nel suo legame con l'Asse, il mito del "Sangue contro l'Oro" sarà uno dei principali deragliamenti dell'originaria linea fascista - pragmatica, anti-ideologica e idealista - nel regno di una visione del tutto ideologica, e pertanto necessariamente avulsa dalla realtà, del mondo. L'oro diventa infatti simbolo della prevalenza delle armi alleate su quelle dell'Asse sui fronti bellici, tanto perché con esso si comprano i mezzi con cui le truppe italotedesche venivano respinte a partire dalla fine del 1942, quanto perché con esso si compravano i traditori che "pugnalavano alla schiena" lo sforzo bellico dell'Asse. In questo senso assume le coloriture di una giustificazione della disfatta, causata - appunto - non dagli errori dei capi dell'Asse o dal valore del nemico ma da una "sleale" preponderanza di mezzi materiali, che sono riusciti a schiacciare la "superiorità spirituale" dei popoli dell'Asse. Con la sconfitta della primavera 1945[88] il mito del "sangue contro l'oro" sarà fra i principali leitmotiv consolatori dei reduci fascisti e porterà a una serie di ricostruzioni storiche ex post basate su una dicotomia manichea fra "nazioni proletarie e povere dell'Asse" - forti solo dei loro buoni diritti e dell'eroismo delle loro truppe - contro le "nazioni plutocratiche, giudaiche e comuniste" - che invece trionfano grazie all'inganno, al tradimento, alla superiorità numerica e, soprattutto, all'oro con cui avrebbero "comprato" in varie misure la vittoria finale. Queste tesi si sposano poi con la convinzione che le nazioni dell'Asse fossero portatrici di valori spirituali ("il sangue") alieni a quelle Alleate, invece rappresentanti di un mondo materialista, capitalista e/o marxista ("l'oro"). Essendo quindi il capitalismo finanziario e speculativo visto come massimamente dominato da elementi ebraici (il "grande capitale giudaico") e il marxismo-leninismo un'ideologia concepita e sviluppata da pensatori di origine ebraica (Carlo Marx, Lev Trotsky, Rosa Luxemburg), il tutto veniva a essere interpretato in chiave antisemita, come


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uno sforzo del "complotto mondiale giudaico" contro "l'Europa Ariana".

L'Era fascista La volontà del fascismo di incidere nella storia si manifestò anche con l'istituzione della cosiddetta Era fascista, ossia una particolare numerazione degli anni che faceva riferimento al giorno successivo alla Marcia su Roma. Il primo anno dell'Era fascista comincia quindi il 29 ottobre 1922 e termina il 28 ottobre 1923. Il riferimento diretto era al nuovo calendario istituito dalla Rivoluzione francese[89], della quale la Rivoluzione fascista era teorizzata, dagli intellettuali radicali fascisti, come una moderna evoluzione.[90] Il calendario in uso rimaneva quello gregoriano, mentre venivano indicati in maniera diversa solo gli anni. In genere, era adottata una doppia numerazione: in cifre arabe l'anno secondo l'Era cristiana e in cifre romane quello secondo l'Era fascista. L'anno cristiano continuava a far data dal 1º gennaio, mentre l'anno fascista partiva dal 29 ottobre, ad esempio: 27 ottobre 1933 - XI E.F., oppure 30 ottobre 1933 - XII E.F.. L'Era fascista fu istituita il 25 dicembre 1926 e il suo uso diventò obbligatorio negli atti pubblici dal 29 ottobre 1927 (primo giorno dell'anno VI dell'Era fascista); questa doppia datazione rimase in vigore durante tutto il governo Mussolini e, nella Repubblica sociale italiana, fino all'aprile del 1945. Durante il periodo di maggiore consenso del regime, si osserva l'uso della datazione fascista anche in alcuni casi di corrispondenza personale e in alcuni portali di private abitazioni, al posto dell'abituale datazione gregoriana che si usava apporre sull'edificio, all'epoca, per indicare l'anno di completamento dell'edificio.

Il ruralismo fascista L'uomo rurale venne esaltato come l'ideale forma di mascolinità da parte del governo fascista. È tradizionale, ed è anti-moderno. Ardengo Soffici descrive tale ideale mascolinità evidente nelle zone rurali d'Italia:

1938: "Donne rurali italiane", in costume tipico regionale, offrono spighe di grano e una forma di pane a Mussolini durante una manifestazione propagandistica del regime in un'area rurale

« ...con la loro sobrietà, con la forza dei loro bracci nudi, abbronzati dal sole, e la resistenza feroce al lavoro e alla pena, [91] rappresentavano ... una lezione solenne di virilità  »

In antitesi alla borghesia, questa figura è stata iconica nella suggestione che il governo fascista indica come il suo modo di essere, quando nella società del primo Novecento cominciò a venir meno il culto della mascolinità. È importante ricordare che il ruralismo fascista richiede esplicitamente il ripristino di un tradizionale, pre-moderno e rigidamente gerarchico ordine morale. In altre parole, il regime fascista ha utilizzato la figura del ruralismo come un mezzo attraverso il quale ha tentato di trasformare il modernismo in tradizionalismo. A questo proposito, la gioventù contadina che ha cercato di lasciare il villaggio e trasferirsi in città è stata dipinta come fatta di individui mettenti il destino della nazione a rischio attraverso il loro comportamento:


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« Le varie fasi del processo di malattia e morte sono precisamente dimostrate, e portano un nome che li riassume tutti: urbanismo e metropolitanismo, come spiega l'autore .... La metropoli cresce, attirando persone dalla campagna, che, tuttavia, non appena esse sono urbanizzate, diventano - come la preesistente popolazione - sterili. I campi tornano a deserto, ma quando le abbandonate e bruciate regioni si diffondono, la metropoli è catturata alla gola: né la sua attività, né le sue industrie, né i suoi oceani di pietra e cemento armato possono ristabilire l'equilibrio che ormai è irrimediabilmente rotto: si [92] tratta di una catastrofe  »

Il modernismo, un fenomeno che include il trasferimento di giovani dai villaggi verso le città, è visto in luce negativa dal governo fascista, perché crea un sotto-tipo di mascolinità italiana che è più abile nel vivere all'interno di un'area metropolitana, assumendo meno responsabilità verso la collettività. In altre parole, la gioventù italiana non è più attiva nel coltivare i terreni agricoli, ma, invece, si disinteressa della collettività e quindi di sé stessi, rendendo l'intero paese italiano meno fertile. Metaforicamente, ciò significa che essi smettendo di coltivare la loro mascolinità egemonica globalmente, e fisicamente, smettono di contribuire allo stato, perché quelli che si muovono in città di solito hanno meno figli e si sposano con una frequenza minore. Inoltre, l'ambiente sicuro della metropoli impedisce al "nuovo italiano" di godere il suo contatto con la natura, e gli ha impedito di contemplare profondamente sulle sfide morali, nessuna delle quali è messa a sua prova, come un risultato dell'artificiale, "materialista" atmosfera metropolitana che è priva di pericoli e avversità.

Il termine "fascismo" nel mondo Il fascismo in senso stretto Nell'ambito storiografico italiano il termine "fascismo" è usato soprattutto in riferimento al regime di governo e all'ideologia promossi e attuati da Benito Mussolini tra il 23 marzo 1919 e il 28 aprile 1945. Tale posizione è sostenuta anche da numerosi storici di formazione non-angloamericana. Alcuni storici ritengono improprio l'utilizzo del termine "fascista" in riferimento alla Germania nazionalsocialista e ai regimi autoritari formatisi in Europa negli anni trenta e quaranta, considerati derivazioni del caso nazista più che di quello fascista (se si eccettuano il Portogallo di António de Oliveira Salazar, la Grecia di Ioannis Metaxas e il cosiddetto Austrofascismo, che tuttavia presentano somiglianze più che altro superficiali col fascismo italiano) o casi a sé stanti (come per la Spagna di Francisco Franco, il cui movimento e regime sono definiti Franchismo per distinguerli da fascismo e nazismo). In tal senso, anche il termine "nazifascismo" è considerato scorretto da chi sostiene la specificità del fascismo italiano, perché non consentirebbe di cogliere le differenze avutesi tra i due movimenti. Questi studiosi contestano l'utilizzo del medesimo termine in riferimento a regimi autoritari post-bellici, uso che peraltro risulta essere effettuato in modo incoerente e, talora, con funzione di mero insulto (il termine "fascista" è usato, in tale accezione impropria, col significato astoriografico di "inumano, crudele, oppressivo"): in tal modo "fascista" è stato utilizzato tanto per indicare spregiativamente regimi quali quello di Augusto Pinochet in Cile (privo di una reale base ideologica), nonché regimi di segno ideologico opposto (quali quello comunista cinese e russo) oppure la democrazia americana.

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Il punto di vista anglo-americano Nei paesi anglofoni il termine è tradotto con Fascism. Questo termine viene usato: • • • •

per definire propriamente il regime fascista italiano per definire i regimi autoritari di destra sorti a imitazione del fascismo italiano (nazismo, franchismo etc.) per definire generalmente regimi nei quali lo stato sia asservito a interessi di gruppi privati[93] per indicare i movimenti simpatizzanti per il fascismo sorti nel Regno Unito (British Union of Fascists) e negli U.S.A. (Legione d'argento d'America) • genericamente ogni regime di tipo militarista, conservatore o reazionario, con accezione spregiativa • sempre con accezione di epiteto, come sinonimo di "prepotente" • per definire i partiti politici italiani che si ispirano al partito fascista e spesso vedono o hanno visto tra le proprie file personaggi legati al partito fascista (sui giornali anglofoni sia il MSI sia AN sono chiamati "fascist party") Nel corso della seconda guerra mondiale, la propaganda alleata tendeva a utilizzare indistintamente il termine fascist per definire tutti i paesi dell'Asse. L'intellettuale Noam Chomsky parla di regimi "sub-fascisti" per indicare regimi militari sostenuti dalla CIA e dal Pentagono quali quello di Augusto Pinochet in Cile o altri dittatori del Sud America che utilizzando sistemi violenti e anti democratici (tortura, negazione dei diritti civili, repressione con la violenza di ogni forma di opposizione, uccisione di civili innocenti) hanno garantito agli Stati Uniti il controllo commerciale del mercato dei paesi sud americani e il saccheggio sistematico delle risorse di questi paesi.[94]. Questa interpretazione è contestata in ambito accademico classico, poiché secondo Renzo De Felice "in sede scientifica nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati fra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori e autoritari"[95], mentre viene considerata da politologi, come Paul H. Lewis, che vedono il possibile riconoscimento di un movimento autoritario e dittatoriale, di stampo fascista[96] almeno per quanto riguarda le dittature di Mussolini, Franco, Salazar, Stroessner, Pinochet e altri dittatori minori che hanno governato in Sud America.

Il punto di vista marxista e socialista A sinistra, il termine "fascista" è talvolta usato per indicare qualsiasi regime autoritario di destra, specie quelli alleati dell'Asse durante la seconda guerra mondiale, come il regime militarista giapponese o il franchismo spagnolo, o più spesso i loro seguaci. Addirittura, per alcuni anni, Stalin e la III Internazionale definirono i socialdemocratici come "socialfascisti" (una posizione abbandonata nel 1935). Dal punto di vista di molte scuole interpretative marxiste, tuttavia, il fascismo vero e proprio è quello dell'Italia e della Germania: un "regime reazionario di massa" secondo la definizione di Palmiro Togliatti, accettata anche dal trotskismo internazionale e in qualche modo vicina alla definizione gramsciana di "rivoluzione passiva". In questo senso, non vengono fatte distinzioni di rilievo fra il regime hitleriano e quello di Mussolini, che vengono invece fatte rispetto a dittature prive di una base di mobilitazione di massa (come quella portoghese di Salazar o quella cilena di Pinochet). Il caso spagnolo è ambiguo, perché se pure esisteva un forte movimento fascista dal lato franchista, Franco non ne faceva parte e anzi si adoperò affinché venissero "riassorbite" in un generico "movimento nazionale" le forze che più apertamente si ispiravano a Hitler o a Mussolini (come la Falange Spagnola). In generale, il termine è tuttora usato presso l'area culturale marxista o post-marxista come epiteto dispregiativo nei confronti della destra e in generale degli avversari politici. Un caso recente è stato quello del presidente venezuelano Chávez, che ha descritto il primo ministro spagnolo Aznar come "un fascista"[97].

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Le derivazioni del caso italiano Quando in Italia il partito fascista giunse al potere, nel resto dell'Europa (comprese Francia e Regno Unito) e del mondo non si guardò a esso con sfavore, soprattutto per il suo impegno come argine al bolscevismo sovietico e l'eversione. In seguito, durante il periodo di massimo splendore del regime, fra 1925 e 1935, il miglioramento dell'immagine dell'Italia nel mondo portò perfino diverse personalità del pensiero democratico (fra cui Winston Churchill e il Mahatma Gandhi) a esprimere simpatia per Mussolini e il suo regime. D'altro canto l'esperienza fascista non mancò di provocare in Europa (e non solo) movimenti fascisti e filofascisti di emulazione, per lo più ideologica e di immagine. Nella maggioranza di questi casi, infatti, la somiglianza col fascismo italiano è solo epidermica, legata a certi stilemi (saluto romano, colore scuro delle camicie, manifestazioni di massa etc.), al culto del capo e della violenza, e a un feroce anticomunismo. In altri casi si verificarono anche "gemellaggi" con la dottrina sociale, filosofica e politica vera e propria. Il più famoso dei movimenti para-fascisti fu il NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei-partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori) di Adolf Hitler. Nel resto d'Europa, come già detto, furono molti i movimenti fascisti e filofascisti che si svilupparono e, soprattutto nell'Europa orientale, salirono anche al potere.

La Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) Dopo la caduta del regime il 25 luglio 1943, il fascismo crollò in tutta Italia e non vi fu alcuna reazione negativa all'arresto di Mussolini degna di nota, né da parte del Partito (che fu messo fuori legge), né della Milizia. Il segretario del PNF Scorza, anzi, scrisse prontamente una lettera di sottomissione a Badoglio, mentre nel Paese si moltiplicavano grandi manifestazioni contro la guerra e di gioia per la caduta del regime, duramente represse per ordine di Badoglio. Il fascismo si riorganizzò solo grazie all'occupazione tedesca nel centro-nord del Paese in seguito all'armistizio di Cassibile, dopo l'8 settembre 1943. La rinascita di uno stato fascista nel centro-nord Italia ebbe carattere di discontinuità col precedente regime, tale che alcuni autori - prevalentemente di estrazione fascista -[98] hanno inteso separare radicalmente il fascismo del Ventennio da quello repubblicano. La Repubblica Sociale Italiana si diede una propria base ideologica con il Congresso di Verona, dove esponenti partito fascista, e in particolare quelli di estrazione ex squadristica, si riunirono per ricreare il partito messo fuori legge dopo il 26 luglio 1943. Il Congresso richiese l'istituzione di un Tribunale straordinario speciale per processare i gerarchi che il 25 luglio si erano schierati contro Mussolini; approvò un manifesto programmatico che delineò la struttura del nuovo stato; proclamò la nascita della Repubblica sociale e prevedeva la convocazione di un'Assemblea Costituente, riaffermando l'alleanza con la Germania nazista. La Repubblica si fondò sui principi della Carta di Verona riaffermando allo stesso tempo soprattutto i principi del primo fascismo, sino alla Marcia su Roma, persi, secondo degli estensori della Carta stessa, durante il successivo ventennio del regime fascista. Tra tali principi primeggiava, per originalità, una politica economica tendente alla socializzazione delle fabbriche. Un segno di continuità col Fascismo della seconda parte del ventennio fu invece l'affermazione nei punti di Verona di una componente antisemita, sotto forma di dichiarazione di decaduta cittadinanza italiana per gli ebrei, considerati "di nazionalità nemica per la durata della guerra". La Repubblica Sociale si dotò anche di Forze Armate, spesso male armate ed equipaggiate, composte da forti nuclei di volontari ma anche da un gran numero di coscritti, il cui richiamo coi vari bandi (pena di morte per i renitenti) provocò un forte fenomeno di sottrazione alla leva che fornì non poche leve al movimento partigiano. Secondo i rapporti della Guardia Nazionale Repubblicana, formata in prevalenza da ex appartenenti alla MVSN, la coscrizione condusse anche alla fuga molti giovani che non rispondevano alla chiamata alle armi o abbandonavano i reparti appena raggiunti, parte dei quali riuscirono a riparare in Svizzera, mentre altri avrebbero finito per contribuire al

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Fascismo formarsi (o l'ingrossarsi) di bande di malviventi[99]. Il dibattito interno alla dirigenza fascista repubblicana fra un esercito di soli volontari (Borghese, Pavolini) e un esercito di coscritti (Graziani) fu uno dei principali motivi di discussione nell'ambito della gerarchia fascista repubblicana e provocò non pochi problemi al funzionamento delle Forze Armate. Mussolini inizialmente era favorevole a un esercito di volontari e da reclutarsi fra i militari italiani internati in Germania. In seguito al duro e diffidente atteggiamento tedesco verso gli internati e soprattutto verso la popolazione maschile italiana atta alle armi o al lavoro, mutò opinione, autorizzando Graziani alla promulgazione dei bandi d'arruolamento di coscrizione. Mussolini[100]. Queste forze armate repubblicane tuttavia non godettero mai della fiducia dei comandi tedeschi e di Hitler, mentre i diversi ambienti politici del Reich le vedevano come una possibile minaccia ai loro obbiettivi di "satellizzazione" o addirittura di mutilazione dell'Italia in caso di vittoria dell'Asse. Per questo motivo, nonostante ogni pressione da parte del governo repubblicano e le prove di combattimento relativamente buone date in ogni (sporadico) impiego ai fronti, tali truppe furono usate principalmente per contrastare il crescente movimento della Resistenza che si stava sviluppando nelle regioni d'Italia occupate dall'esercito tedesco.

Caratteri del fascismo nella Repubblica Sociale Il profilo delle personalità del fascismo rifondato al Congresso di Verona si distinse da quello del ventennio per il protagonismo di numerosi personaggi degli ambienti squadristi, via via emarginati da Mussolini dopo la Marcia su Roma. I vecchi squadristi, che per lunghi anni spesso erano stati relegati a incarichi di secondo piano, tornarono alla ribalta, prendendo l'iniziativa sin dall'annuncio dell'armistizio e prima della proclamazione della Repubblica il 27 settembre 1943. Un'altra caratteristica del fascismo repubblicano fu l'importanza assunta dalle componenti volontarie, che si vennero coagulando sin da prima della fondazione della repubblica e poi ne costituirono un tratto significativo[101], nelle proprie formazioni sia militari sia civili. Questo sforzo si lega al recupero della tradizione "movimentista" del primo fascismo. Ciò nonostante la RSI dovette ricorrere a numerosi bandi di leva al fine di mobilitare alcune centinaia di migliaia di italiani. Solo con la reiterazione dei bandi - che includevano la minaccia di passare per le armi i renitenti si riuscì in fasi successive e ad arruolare un numero complessivamente calcolato da fonti reducistiche in sette-ottocentomila uomini[102], dei quali, sempre secondo le stesse fonti fasciste, un numero oscillante attorno ai duecentomila volontari[103], in buona parte giovanissimi (anche minorenni). La maggioranza della popolazione mantenne un atteggiamento di indifferenza e freddezza (la cosiddetta "zona grigia"[104]) o di ostilità (la "Resistenza disarmata" nelle fabbriche con centinaia di migliaia di scioperanti e sabotaggi continui dello sforzo bellico, nelle campagne, nei campi di internamento tedeschi (col rifiuto degli italiani internati di aderire alle forze armate della RSI[105]) verso il rinato fascismo, consentendo al contempo lo sviluppo e il sostentamento della lotta armata antifascista. Nel corso dei 600 giorni di durata della Repubblica Sociale, i dibattiti interni al Fascismo si orientarono essenzialmente su: • la critica al passato regime, ai suoi compromessi con la monarchia, la Chiesa e l'establishment industriale[106], ritenuti ostacoli che avevano impedito la completa realizzazione della "rivoluzione fascista" • la socializzazione delle imprese, che divenne tanto un propagandistico "ritorno alle origini" del fascismo quanto una maniera revanscista per colpire le classi sociali alto-borghesi, ritenute dal fascismo squadrista disfattiste, antifasciste se non in aperta combutta col nemico • la nuova veste istituzionale da dare allo stato, se accettare l'introduzione di elementi democratici nella costituzione dello Stato e se consentire un regime pluripartitico o monopartitico[107] • la nuova forma da dare alle Forze Armate, interamente volontarie oppure mantenendo una continuità con il vecchio esercito monarchico di coscritti, nonché sulla loro apoliticità oppure sulla necessità di dar loro una veste politica, sulla falsariga delle SS tedesche[108].

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Fascismo • il problema del "dopo" tanto in prospettiva di una vittoria dell'Asse (ritenuta ancora possibile grazie alle "armi segrete" di cui si pensava disponesse il Reich) sia quando la sconfitta divenne certa. Fra le componenti psicologiche e politiche che mossero la RSI e il Fascismo Repubblicano se ne possono evidenziare alcune come emergono dalla memorialistica: • il desiderio di preservare la continuità del regime fascista e del suo collocamento bellico al fianco della Germania; • il desiderio di vendetta contro quegli elementi ritenuti esiziali per il vecchio fascismo: "i nemici di dentro e di fuori" che avevano impedito il completamento della "rivoluzione", avevano sabotato lo sforzo bellico facendo intelligenza col nemico, e avevano tradito Mussolini spingendolo a scelte errate, identificati con la massoneria, gli ebrei, la plutocrazia, la monarchia, ecc.; • il cupio dissolvi, una forte componente nichilista dettata dal desiderio di cercare "la bella morte" e concludere con essa un'esperienza politica e umana condannata alla sconfitta[109]. • il desiderio di rendere un servizio alla nazione italiana nel suo momento ritenuto più buio (riscattandone l'onore, secondo i fascisti compromesso dall'armistizio dell'8 settembre). Da parte di taluni si è cercata una giustificazione della RSI nel tentativo - evidentemente fallito, visti gli esiti - di "ammorbidire" l'occupazione germanica[110] e di mantenere in piedi l'apparato dello Stato per consentire la sopravvivenza del popolo durante la guerra)[111].

Il "neofascismo" Nonostante il divieto di ricostituzione del disciolto Partito Nazionale Fascista, stabilito dalla Costituzione Repubblicana, movimenti fascisti sopravvissero anche dopo la guerra. In particolare il Movimento Sociale Italiano di Pino Romualdi e Giorgio Almirante, che fu accusato a più riprese di ricostituzione del disciolto partito fascista. Il senatore Giorgio Pisanò nel 1989 fonda e guida la corrente interna al MSI denominata Fascismo e Libertà.[112] Nel luglio 1991 Fascismo e Libertà esce dal partito guidato da Gianfranco Fini.[112] Giorgio Pisanò guida la frangia dei camerati irriducibili verso un nuovo progetto politico profondamente mussoliniano; così fonda e diviene Segretario Nazionale del Movimento Fascismo e Libertà (MFL). Successivamente, l'11 dicembre 1993 il Comitato Centrale "missino" approverà il nuovo Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale con l'astensione di 10 dirigenti legati all'ex-segretario e combattente della RSI Pino Rauti. Nel 1994 Movimento Sociale Italiano-Alleanza Nazionale sciolse i legami interni con gli esponenti del MSI più nostalgici, trasformandosi in Alleanza Nazionale (AN) durante il congresso di Fiuggi. Fu il momento nel quale il gruppo di dirigenti vicini a Pino Rauti, si staccò da AN, coadiuvando insieme ai membri del MFL di Giorgio Pisanò nel progetto di conservazione dello storico partito, fondando la Fiamma Tricolore quale nuovo soggetto politico. Alcuni mesi più tardi il leader e segretario del MFL lascia però la vita politica, complice l'aggravarsi del suo stato di salute che lo porterà alla scomparsa (17 ottobre 1997). Il Movimento Fascismo e Libertà minoritario all'interno del nuovo soggetto, non trovando spazio ne esce dopo una breve esperienza. Nel 2001 il MFL subisce la scissione di alcuni dirigenti che fondano Nuovo Ordine Nazionale. Relativamente di recente, il 7 maggio del 2004, Pino Rauti il promotore e fondatore della Fiamma Tricolore, dopo alcune vicende personali, ha lasciato anche questo movimento per fondare il Movimento Idea Sociale (MIS). Nel 2009 il MFL distingue e difende le sue finalità ideologiche nelle posizioni più socialiste dell'originario fascismo rivoluzionario e della Repubblica Sociale Italiana, optando per una netta contrapposizione e rottura verso tutte le altre forze neofasciste che si riconoscono nella destra italiana e/o comunque riconducibili alla cosiddetta Area, denominandosi Movimento Fascismo e Libertà - Partito Socialista Nazionale[113][114]. Contemporaneamente Alessandra Mussolini, nipote del dittatore, lasciava AN in polemica col suo presidente Gianfranco Fini, che aveva preso le distanze dalle posizioni legate al fascismo e alla figura di Mussolini.[115] La Mussolini fondò così un proprio partito (AS, Azione Sociale) che promosse l'alleanza denominata Alternativa Sociale che univa AS ad altri due movimenti neofascisti e nazionalisti: Forza Nuova, guidato da Roberto Fiore, e Fronte Sociale Nazionale, fondato da Adriano Tilgher.

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Le interpretazioni del Fascismo All'interno della vasta critica storica sul fascismo, è possibile individuare varie interpretazioni, tra le quali: • quella di Mussolini (scritta con Gioacchino Volpe), che nell'Enciclopedia Italiana alla voce relativa scrisse "il fascismo fu ed è azione"; • quella liberale di Benedetto Croce, che considera il fascismo come una "parentesi" della storia italiana, una "malattia morale" a seguito della grande guerra; • quella democratico-radicale[116] di Gaetano Salvemini e del Partito d'Azione, che considera il fascismo come un prodotto logico, inevitabile, degli antichi mali d'Italia; • quella di tradizione marxista, che considera il fascismo come un prodotto della società capitalista e della reazione della grande borghesia contro il proletariato attraverso la mobilitazione di masse piccolo-borghesi e sottoproletarie (il "regime reazionario di massa" descritto dai comunisti italiani in clandestinità); • quella revisionista di Renzo De Felice, che intende rivedere il giudizio storico tradizionale sul fascismo, sottolineandone il consenso raggiunto nella società italiana e le radici profonde nella situazione del primo dopoguerra. Tale definizione, tuttavia, è essenzialmente limitata all'ambito culturale italiano, essendo il termine revisionismo riferibile in genere ad ambiti più vasti e differenziati in sede di dibattito storico internazionale.

Fascismo come totalitarismo Il fascismo definiva sé stesso un sistema politico "totalitario". Nella concezione fascista dello Stato, infatti, l'individuo ha libertà e gode di diritti solo quando è pienamente inserito all'interno del corpo sociale gerarchicamente ordinato dello Stato (il cosiddetto Stato etico). Nelle successive analisi degli storici (a partire dallo studio di Hannah Arendt del 1951) si sono sviluppate sostanzialmente due linee interpretative riguardo al carattere del regime fascista: una promossa inizialmente da Hannah Arendt e sviluppata successivamente da diversi autori, fra cui Renzo De Felice, che lo considera come prettamente "autoritario". e uno che lo considera "totalitario" (ma senza alcuna accezione apprezzativa) e che ha in nell'allievo di De Felice Emilio Gentile uno dei massimi sostenitori. Interpretazione totalitaria Tale interpretazione è soprattutto da riferirsi al concetto, promosso da Emilio Gentile, di: « totalitarismo inteso come metodo; metodo di conquista e gestione monopolistica del potere da parte di un partito unico, al fine di trasformare radicalmente la natura umana attraverso lo Stato e la politica, e tramite l'imposizione di una concezione integralistica del mondo. » (Emilio Gentile)

e ancora: « il totalitarismo - libero dallo sterminio di massa - è una tecnica politica che può essere applicata continuamente in una società di massa. [...] Una tecnica che punta a uniformare l'individuo e le masse in un pensiero unico, usando il controllo dell'informazione. » (Emilio Gentile)

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Interpretazione autoritaria Tale interpretazione si basa in gran parte sull'idea, proposta da Hannah Arendt, di considerare il terrore come "la vera essenza" della forma totalitaria di governo; in tal senso, il regime fascista non può considerarsi "prettamente" totalitario in quanto mancò, a differenza di altri regimi quale quello nazista e quello stalinista, uno "sterminio di massa" e un uso costante del "terrore di massa" (cosa che peraltro veniva perpetrata tramite il meccanismo di azione detto Squadrismo) Mancò inoltre, un completo controllo della comunicazione e dell'informazione[117]. Inoltre, sempre secondo questa interpretazione, lo stato autoritario ha limiti prevedibili all'esercizio del potere, ovvero è possibile "vivere tranquilli" e non incorrere nella vendetta dello Stato se si seguono alcune regole di comportamento, e non si fa opera di militanza e propaganda politica[118], mentre nello stato totalitario i limiti all'esercizio del potere sono mal definiti e incerti. Infine, a sostegno di questa tesi, vi è anche il fatto che il fascismo (a differenza di nazismo e comunismo sovietico) fu obbligato a convivere (spesso anche trovando un comune accordo[119]) con i poteri della Monarchia e della Santa Sede, i quali, nonostante una progressiva erosione delle proprie prerogative, mantennero la propria autonomia (spesso più formale che sostanziale).[120] Il problema del "totalitarismo imperfetto" Posizione intermedia fra le due precedentemente citate, il concetto di "totalitarismo imperfetto", coniato dallo storico Giovanni Sabbatucci, riconosce nel fascismo una chiara matrice e una volontà totalitaria, resa però inane dalla presenza di altri poteri (Chiesa e Monarchia), dal suo eccessivo gradualismo e dalla politica mussoliniana di lasciare sempre qualche "valvola di sfogo" a personaggi afascisti o fascisti non "ortodossi" (come ad es. il caso di Nicola Bombacci)[121]. Sono assenti o solo embrionali nel totalitarismo fascista i seguenti attributi caratteristici del caso nazista: • la supremazia del partito rispetto allo Stato • i campi di sterminio di massa (Vernichtungslager) • un'ideologia sterminazionista nei confronti di nemici "di razza" Mentre rispetto alla dittatura sovietica vi è una sostanziale differenza in termini di estensione ed efficacia della repressione del dissenso. Riepilogo attributi del totalitarismo fascista « Per non parlare delle dittature militari di questi ultimi due decenni in Grecia, Cile, Argentina, che pure tanto spesso sono state e vengono definite fasciste. Oggi, in sede scientifica, pressoché nessuno ha più dubbi sul fatto che tali regimi non debbano essere annoverati tra quelli fascisti, ma considerati classici regimi conservatori e autoritari » [122]

(Renzo De Felice

)

• monopolio dei mezzi di comunicazione • presenza di un'ideologia organica, propagandata con i mezzi di comunicazione di massa, cui l'individuo è tenuto ad aderire fideisticamente • presenza di un partito unico, portatore di questo di questa ideologia, che esercita un'autorità assoluta sotto la guida di un capo e di un ristretto numero di persone • abbattimento di ogni forza antagonista[123] • ricorso sistematico alla mobilitazione delle masse, mediante il partito, l'uso della stampa, della radio, del cinema, delle grandi manifestazioni scenografiche, ecc. • controllo e repressione di tutte le opposizioni (in particolare quella comunista) • presenza di una polizia politica segreta (OVRA) che controlla l'effettiva "fascistizzazione" degli individui


Fascismo • sacralizzazione della politica e del capo • programma di costruzione di un "uomo nuovo" • affermazione del dirigismo politico in ambito economico

Note [1] Renzo De Felice, "Intervista sul Fascismo", Arnoldo Mondadori Editore, 1992, pagg. 40-41: "...io dico che il fascismo è un fenomeno rivoluzionario, se non altro perché è un regime, e ancor di più un movimento - e qui c'è da tener presente la differenza di grado tra quello che fu il regime e quello che avrebbe voluto essere il movimento - che tende alla mobilitazione, non alla demobilitazione delle masse, e alla creazione di un nuovo tipo di uomo. Quando si dice che il regime fascista è conservatore, autoritario, reazionario, si può avere ragione. Però esso non ha nulla in comune con i regimi conservatori che erano esistiti prima del fascismo e con i regimi reazionari che si sono avuti dopo...Il regime fascista, invece, ha come elemento che lo distingue dai regimi reazionari e conservatori, la mobilitazione e la partecipazione delle masse. Che poi ciò sia realizzato in forme demagogiche è un'altra questione: il principio è quello della partecipazione attiva, non dell'esclusione. Questo è un punto che va tenuto presente, è uno degli elementi, diciamo così, rivoluzionari. Un altro elemento rivoluzionario è che il fascismo italiano - anche qui si può dire demagogicamente, ma è un altro discorso- si pone un compito, quello di trasformare la società e l'individuo in una direzione che non era mai stata sperimentata né realizzata. I regimi conservatori hanno un modello che appartiene al passato, e che va recuperato, un modello che essi ritengono valido e che un evento rivoluzionario ha interrotto: bisogna tornare alla situazione prerivoluzionaria. I regimi di tipo fascista invece, vogliono creare qualcosa che costituisca una nuova fase della civiltà." [2] "Io sono reazionario e rivoluzionario, a seconda delle circostanze. [...] Ma sono certamente rivoluzionario quando vado contro ogni superata rigidezza conservatrice o contro ogni sopraffazione libertaria. [...] Se domani fosse necessario, mi proclamerei il principe dei reazionari.", Benito Mussolini, discorso tenuto al Senato il 27 novembre 1922, cit. in Benito Mussolini, Opera Omnia; "Con lo scatenarsi dello squadrismo agrario il fascismo aveva inequivocabilmente dimostrato di essersi trasformato in un movimento reazionario legato alle classi dominanti più retrive, deciso a inserirsi a ogni costo nella politica nazionale a livello parlamentare e governativo", pag. 119, Renzo De Felice, Sindacalismo rivoluzionario e fiumanesimo nel carteggio De Ambris-d'Annunzio, Morcelliana, 1966; Paolo Buchignani, La Rivoluzione in camicia nera, Mondadori, 2007; George Mosse, Intervista sul nazismo, Laterza, 1977; Renzo De Felice, Intervista sul fascismo, a cura di M. A. Ledeen, Laterza, 1975. Sergio Panunzio riferisce della locuzione conservazione reazionaria e la fa propria, spiegandola così: "Il Fascismo ha due connessi e inscindibili aspetti, e guai a staccarli l'uno dall'altro, rompendo il suo organismo ideale e morale: [l'aspetto] conservatore e restauratore, l'aspetto innovatore o instauratore. Donde la sua natura di fatto storico, di conservazione rivoluzionaria". cfr. S. Panunzio, Rivoluzione e Costituzione (Problemi costituzionali della rivoluzione), Milano, Fratelli Treves, 1933, p. 243. [3] Giuseppe Parlato, La sinistra fascista, Il Mulino Ricerca, 2000; Emilio Gentile, Le origini dell'ideologia fascista, Laterza 1975; Francesco Perfetti, Il dibattito sul fascismo, Bonacci, 1984 [4] Per l'interpretazione del Fascismo come revisionismo del socialismo, cfr. Augusto del Noce Appunti per una definizione storica del fascismo di Augusto del Noce, Conferenza tenuta il 19 aprile 1969 presso la sezione milanese dell'Unione Italiana per il Progresso della Cultura (http:/ / www. totustuus. biz/ users/ pvalori/ delnoce_fascismo. htm). URL consultato in data 12-09-2008., Ernst Nolte, I tre volti del fascismo, Sugar, Milano, 1966 e Marco Piraino e Stefano Fiorito "L'identità fascista" (Book, 2008). [5] Dario Padovan, Organicismo sociologico, pianificazione e corporativismo in Italia durante il fascismo in Rassegna italiana di sociologia 4/2007; Zeev Sternhell, Sul fascismo e la crisi dello Stato ebraico, in "MicroMega", 4/1989; Salvatore Lupo, Il fascismo. La politica in un regime totalitario, Donzelli, 2000 [6] "Secondo gli storici del fascismo, Mussolini sarebbe «salito al governo con atto rivoluzionario», in seguito alla Marcia su Roma del 28 ottobre 1922 (Volpe 1932, p.867). Seguendo un celebre giudizio di Gobetti, molti storici e giuristi antifascisti hanno invece corretto l'apologetica affermazione di Volpe, ritenendo che nella crisi del governo Facta e nell'incarico a Mussolini si fosse manifestata una rottura della legalità statutaria anche da parte della monarchia; così da dover parlare di «colpo di Stato monarchico-fascista» (Barile, 1964, p. 31).", cfr. Raffaele Romanelli (curatore), "Storia dello Stato italiano - dall'Unità ad oggi", Donzelli Editore, Roma, 1995, ISBN 88-7989-127-8, pag. 41 [7] Il carattere violento del fascismo, particolarmente nella contrapposizione al comunismo è persino francamente rivendicato dallo stesso Benito Mussolini in diverse occasioni, come ad esempio nel Discorso di Udine [8] Le radici giacobine del fascismo (http:/ / fncrsi. altervista. org/ Radici_giacobine. htm) [9] Renzo De Felice, Mussolini il rivoluzionario, Einaudi 2004 (http:/ / www. centrostudilaruna. it/ mussoliniilrivoluzionario. html) [10] Grčić, Joseph, Ethics and political theory. Lanham, Maryland, USA: University of America, Inc, 2000. Pp. 120 [11] Griffin, Roger (ed.); Feldman, Matthew (ed.), Fascism: Fascism and culture. London, UK; New York, USA: Routledge, 2004. Pp. 185. [12] " Pax Romanizing (http:/ / www. time. com/ time/ magazine/ article/ 0,9171,754480,00. html)". TIME Magazine, 31 December 1934: "The Fascist International declared their opposition to the seeking of autonomy and cultural distinction of Jewish groups in Europe, claiming that such attempts were dangerous and an affront to national unity." [13] De Grand, Alexander. Fascist Italy and Nazi Germany: the "fascist" style of rule. Routledge, 2004. Pp. 28. [14] Kent, Allen; Lancour, Harold; Nasri, William Z., Encyclopedia of Library and Information Science: Volume 62 - Supplement 25 Automated Discourse Generation to the User-Centered Revolution: 1970-1995. CRC Press, 1998. ISBN 0-8247-2062-8, 9780824720629. p. 69. [15] "Lo Stato non vuole difendersi? lo Stato non ha la forza? lo Stato ha paura delle violenze? ci pensiamo noi, dissero i fascisti" cfr. Guido Bergamo, "Il Fascismo visto da un repubblicano", in "Il Fascismo e i partiti politici", a cura di Renzo de Felice, Cappelli. "il programma

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Fascismo economico-nazionale è salvare l'Italia dal bolscevismo in quanto è rivoluzione e in quanto è d'importazione straniera". cfr. Giovanni Zibordi, "Critica socialista del fascismo" in "Il Fascismo e i partiti politici", ibidem [16] "Il significato fondamentale che il fascismo rivestì man mano che esso si definì (...) è quello di una reazione prendente le mosse dalle forze combattentistiche e nazionali, di fronte a una crisi che era la crisi stessa dell'idea di Stato, dell'autorità e del potere centrale in Italia (cfr. Julius Evola, "Il Fascismo visto dalla destra", Settimo Sigillo, Roma) [17] "La Nazione non è la semplice somma degli individui viventi, nè lo strumento dei partiti per i loro fini, ma un organismo comprendente la serie infinita delle generazioni in cui i singoli sono elementi transeunti" et al.(Cfr. "Programma e statuto del PNF", 1922) [18] Paolo Benedetti, Mazzini in camicia nera, Annali della Fondazione Ugo La Malfa, 2009. Cfr. anche «Camerata Mazzini, presente!» di Giovanni Belardelli dal Corriere della Sera del 11 luglio 2008 (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2008/ luglio/ 11/ Camerata_Mazzini_presente__co_9_080711153. shtml). URL consultato in data 14-03-2010. [19] Piero Gobetti, " Elogio della ghigliottina (http:/ / www. erasmo. it/ liberale/ fascicoloimg. asp?an=22& pag=4& fas=34& im=g)", in: La rivoluzione liberale, n. 34/1922 [20] Lezione di Lelio Basso tenuta il 30 gennaio 1961. [21] Cfr. Emilio Gentile, Fascismo: storia e interpretazione [22] Cfr. "Dizionario della lingua italiana Treccani, voce "Fascismo", vol. D-L pag. 393. - "A più riprese nel corso della guerra e dopo l'armistizio si erano formati nel parlamento e nel paese dei Fasci, per la resistenza, per la vittoria, per la difesa dal nemico, e simili. S'intitolavano Fasci a significare ch'erano unioni contingenti e provvisorie di elementi vari, concordi in un obbiettivo comune (...) Dopo Caporetto il loro programma e la loro missione fu salvare l'Italia dal cosiddetto "disfattismo". cfr. Giovanni Zibordi, "Critica socialista del fascismo" in "Il Fascismo e i partiti politici", a cura di Renzo de Felice, Cappelli [23] Renzo De Felice, Breve storia del fascismo, Oscar Storia Mondadori, Cles (Tn), 2009, pag. 12: (Il movimento fascista fu )"...aiutato da contingenze favorevoli: l'atteggiamento di Giolitti nei confronti del fascismo e la vera e propria esplosione del fascismo agrario. A Mussolini era sin troppo chiaro come quello assegnato da Giolitti al movimento fosse un valore strumentale..." [24] Renzo De Felice, Breve storia del fascismo, Oscar Storia Mondadori, Cles (Tn), 2009, pag. 15-16: (L'accesso al potere di Mussolini)"Tale intendimento doveva tenere conto della necessità da più parti rilevata-da Giolitti per primo al "Corriere della Sera" di Albertini,...- di "costituzionalizzare" il fascismo: necessità dettata in gran parte dalla crisi che aveva colpito le organizzazioni di sinistra. Una crisi che non rappresentava comunque per il fascismo un fattore del tutto positivo: se la piccola e media borghesia si erano appellate a esso contro la sinistra, una volta esaurita la "minaccia rossa", il fascismo appariva meno "seducente" e quindi meno meritevole di sovvenzioni." [25] Cfr. discorso alla Camera dei Deputati di Benito Mussolini il 16 novembre 1922 - Fabio Andriola, in Mussolini, prassi politica e rivoluzione sociale riferisce di 2.200 fasci e 320.000 iscritti al novembre 1921 [26] Cfr la citata lezione di Lelio Basso: "Gl'industriali si volsero anch'essi al fascismo, poco dopo gli agrari, e cioè fra il 1920 e il 1921" [27] Cfr atti dei lavori alla Camera dei Deputati, 1922-1924 [28] Renzo De Felice, Mussolini il fascista, cit. [29] "Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!" [30] "Secondo gli storici del fascismo, Mussolini sarebbe «salito al governo con atto rivoluzionario», in seguito alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922 (Volpe 1932, p. 867). Seguendo un celebre giudizio di Gobetti, molti storici e giuristi antifascisti hanno invece corretto l'apologetica affermazione di Volpe, ritenendo che nella crisi del governo Facta e nell'incarico a Mussolini si fosse manifestata una rottura della legalità statutaria anche da parte della monarchia; così da dover parlare di «colpo di Stato monarchico-fascista» (Barile, 1964, p.31).", cfr. Raffaele Romanelli (curatore), "Storia dello Stato italiano - dall'Unità ad oggi", Donzelli Editore, Roma, 1995, ISBN 88-7989-127-8, pag. 41 [31] R. De Felice, Mussolini il Fascista, tomo II, cit. p. 304 [32] Manifesto del tecnicismo giuridico è considerata la prolusione tenuta da Arturo Rocco presso l'università di Sassari il 15 gennaio 1910, intitolata Il problema e il metodo della scienza del diritto penale, e pubblicata in Rivista di diritto e procedura penale, 1910, vol. I, pp. 497 ss. e 561 ss. [33] Profili storici:Dal 1900 a oggi di Andrea Giardina, Giovanni Sabbatucci e Vittorio Vidotto, pagine 254, 363, 369, 371 e 372 [34] (http:/ / www. filosofiaedintorni. eu/ avventofascismo. htm) Vedi qui [35] Michele Giovanni Bontempo, Lo Stato sociale nel "Ventennio", edizioni del Borghese, Roma 2010 [36] Cfr. Art. 3 Carta del Lavoro. [37] Carta del Lavoro, artt. III e IV [38] (R.D. 1048/1937) [39] "Giliberto Capano e Elisabetta Gualmini - La pubblica amministrazione in Italia - Bologna, il Mulino 2006", pag. 121 [40] INPS La nostra storia (http:/ / www. inps. it/ home/ default. asp?iIDLink=2) [41] Per una disamina della politica estera fascista si rimanda all'opera di De Felice (Mussolini l'alleato), nonché allo studio incompiuto di Franco Bandini L'Estate delle Tre Tavolette e al lavoro di Fabio Andriola Il Carteggio Churchill-Mussolini. [42] Renzo de Felice, Mussolini il duce, cit. [43] Cfr. G. Candeloro, Vol 9, 1993 [44] ibidem [45] Come attestato nei "Diari Storici 7º Stormo, XXV, XXXI e XLV Gr, Aus/am" riportati in Angelo Del Boca, I gas di Mussolini - Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 2007, ISBN 88-359-5859-8, pp. 141-146. Cfr. anche Aram Mattioli, Entgrenzte Kriegsgewalt.

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Fascismo Der italienische Giftgaseinsatz in Abessinien 1935-1936, in «Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte», 51 (2003), n. 3, pp. 311-338 PDF dell'articolo (http:/ / www. ifz-muenchen. de/ heftarchiv/ 2003_3. pdf) [46] Angelo Del Boca, I gas di Mussolini - Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 2007, ISBN 88-359-5859-8, p. 71: "Il 6 febbraio 1922 Italia, Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia e Giappone firmarono a Washington una convenzione che escludeva l'impiego di armi chimiche, tranne come ritorsione contro avversari che le avessero impiegate per primi. La convenzione non fu ratificata per l'opposizione della Francia su un altro dei suoi punti. Nel 1925 fu la Società delle nazioni a prendere l'iniziativa di un trattato internazionale che interdiceva ogni utilizzazione delle armi chimiche e batteriologiche. Firmato il 17 giugno 1925 dai rappresentanti di 26 Stati, il trattato fu ratificato dall'Italia senza condizioni il 3 aprile 1928 e da molti altri Stati (e altri vi aderirono successivamente: il trattato è tuttora in vigore)." [47] R. De Felice, Mussolini il Duce, pp. 707 e ss. cfr. in particolare p. 710:Da quest'epoca in poi (gennaio 1936) le sue interferenze nella direzione delle operazioni furono essenzialmente solo politiche, volte ad autorizzare o impedire quelle forme di guerra o quelle iniziative particolari (uso di gas asfissianti, bombardamenti di rappresaglia, attacchi alla ferrovia Gibuti-Addis Abeba, stabilimento di basi sul lago Tana etc.) che a seconda del particolare momento politico internazionale egli riteneva opportuno o controproducente adottare [48] Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale p. 532 [49] Non di questa opinione Pierluigi Romeo di Colloredo, secondo il quale l'unico mezzo di lancio dell'iprite furono le bombe d'aereo. Di Colloredo, I Pilastri del Romano Impero, p. 102 n. Il lancio di con artiglierie di proietti caricati ad arsine è confermato invece in modo diretto da documenti ufficiali italiani riportati in Angelo Del Boca, I gas di Mussolini - Il fascismo e la guerra d'Etiopia, Editori Riuniti, Roma, 2007, ISBN 88-359-5859-8, pp. 206-207 [50] Il testo dei telegrammi è citato in: Angelo del Boca. I gas di Mussolini. Il fascismo e la guerra d'Etiopia. Roma: Editori Riuniti, 1996, pp. 148-182. Una selezione più estesa dei telegrammi è disponibile in: I telegrammi di Mussolini (http:/ / www. criminidiguerra. it/ Telegrammi di Mussolini. htm) dal sito web «Crimini di guerra». Riportato il 31 gennaio 2007. [51] Mussolini e i generali italiani cercarono di avvolgere nella massima segretezza le operazioni della guerra chimica, ma i crimini dell'esercito fascista furono rivelati al mondo dalle denunce della Croce Rossa internazionale e di alcuni osservatori stranieri. La reazione italiana fu – per ben 19 volte - il bombardamento "per errore" delle tende della Croce Rossa poste nelle vicinanze di accampamenti militari etiopici. La prima di queste incursioni – autorizzate da Mussolini in persona - avvenne nel dicembre 1935 e colpì una struttura gestita dagli Svedesi, dove si contarono 29 morti e 50 feriti. [52] Nel corso di una cerimonia ufficiale esplose una bomba. La rappresaglia fu immediata e crudele. I circa trecento etiopi presenti alla cerimonia furono trucidati e, subito dopo, le camicie nere della Milizia fascista si riversarono nelle strade di Addis Abeba dove seviziarono e uccisero tutti gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini che incontrarono nel loro cammino; incendiarono case, impedendo agli abitanti di uscirne; organizzarono esecuzioni in massa di gruppi di 50-100 persone. I dati riportati sono ricavati da un documentario storico prodotto dalla BBC nel 1989 (Fascist legacy) e dalle seguenti opere: Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. IX, Milano 1981, Angelo Del Boca, Giorgio Rochat e altri, I gas di Mussolini, Roma 1996. [53] Nell'appunto relativo al 4 settembre 1938 dei suoi Diari, l'allora Ministro degli Esteri e genero del duce scrisse: «Il Duce è molto montato contro gli ebrei. Mi fa cenno ai provvedimenti che intende far adottare dal prossimo Gran Consiglio e che costituiranno, nel loro complesso, la Carta della Razza. In realtà è già redatta di pugno dal Duce. Il Gran Consiglio non farà che sanzionarla con la sua deliberazione.» Tratto da Galeazzo Ciano, Diario 1937-1943 - a cura di Renzo De Felice Edizione integrale, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano, 2006, ISBN 88-17-11534-7 pag. 173. [54] r.d.l. 1381, 1390, 1539, 1630, 1728, 1779 e 2111 del 1938 e 126 del 1939, nonché leggi 1024, 1054, 1055 e 1056 del 1939 e altre successivamente [55] Cfr. Il testimone di cemento di Alessandro Bernasconi e Giovanni Muran, NBM [56] "Il Fascismo pertanto alle sue origini fu un movimento politico e morale. La politica sentì e propugnò come palestra di abnegazione e sacrificio dell'individuo a un'idea in cui l'individuo possa trovare la sua ragione di vita, la sua libertà e ogni suo diritto; idea che è Patria, come ideale che si viene realizzando storicamente senza mai esaurirsi, tradizione storica determinata e individuata di civiltà ma tradizione che nella coscienza del cittadino, lungi dal restare morta memoria del passato, si fa personalità consapevole di un fine da attuare, tradizione perciò e missione", da Manifesto degli intellettuali del fascismo, marzo 1925 - "l'ideologia fascista è il prodotto di una sintesi del nazionalismo organico e della revisione antimaterialistica del marxismo" Zeev Sternhell, "Nascita dell'ideologia fascista", Baldini & Castoldi, Milano 1993 [57] "Per me tutte queste terminologie di destra, di sinistra, di conservatori, di aristocrazia o democrazia, sono vacue terminologie scolastiche; servono spesso per distinguerci, qualche volta, o per confonderci, spesso." Benito Mussolini, discorso al Senato, 27 novembre 1922 "Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari,legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente", Benito Mussolini, discorso del 23 marzo 1921 [58] "Quanto al secondo pilastro del Fascismo esso significa antidemagogia e pragmatismo. Non abbiamo nessun preconcetto, non ideali fissi e soprattutto non orgoglio sciocco. Coloro che dicono: "Siete infelici, eccovi la ricetta per la felicità", mi fanno venire a mente la reclame: Volete la salute?." Benito Mussolini, discorso tenuto a Trieste il 20 settembre 1920. "Il fascismo è prassi, in quanto è inserito in uno specifico momento storico" definizione di Fascismo redatta da Giovanni Gentile per l'Enciclopedia italiana, 1937. [59] Marco Tarchi, Il fascismo. Teorie, interpretazioni, modelli, Laterza, 2003 [60] Cfr. il Manifesto del Partito Futurista Italiano, poi confluito nel PNF. E ancora, discorso del senatore del Partito Popolare Crisoliti, il 3 dicembre 1924 al Senato del Regno: "quando vidi che il regime volgendo la sua azione all'estero [...] per la prima volta costringeva tutto il mondo a guardare a noi, al vasto esperimento che l'Italia sola faceva, allora vidi sorgere l'immagine di un'Italia più grande e sacra di quella che altri uomini e altri partiti avean dall'origine governata."

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Fascismo [61] Fabio Andriola, Mussolini, prassi politica e rivoluzione sociale, 1990 [62] cfr. Emil Ludwig, "Colloqui con Mussolini", Mondadori [63] Sul rapporto tra il filosofo Giovanni Gentile e il fascismo, si veda quest'intervista compresa nell'Enciclopedia Multimediale delle Scienze Filosofiche. (http:/ / www. conoscenza. rai. it/ site/ it-IT/ ?ContentID=707& Guid=a37b0268eb7948cf925dae55b2aa8541) [64] Si vedano gli aspri dibattiti presenti in tutta la stampa fascista dell'epoca [65] Trattasi questa di una lista sintetica, suscettibile d'essere ampliata [66] Cfr. gli slogan "Mussolini ha sempre ragione" e "Credere, obbedire, combattere" [67] Il manuale delle guardie nere, Ed. reprint [68] Il manuale delle guardie nere, Ed. Reprint [69] Li si educava [i giovani] [...] al rifiuto di tutte le concezioni politiche che non fossero quella fascista, all'odio nei confronti dei "sovversivi" (socialisti e comunisti), al disprezzo delle "democrazie occidentali", Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e storiografia, Firenze, D'Anna, 2006 [70] "Istituzione prediletta del regime fascista - sorta dalla legalizzazione dello squadrismo - fu la Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN), divenuta nel 1923 corpo regolare nelle forze armate dello Stato. Suo compito era, secondo le prescrizioni del "duce", il mantenimento dell'ordine all'interno del paese", Antonio Desideri, Mario Themelly, Storia e storiografia, Firenze, D'Anna, 2006 [71] Per un'interpretazione di parte fascista repubblicana, si veda Piero Pisenti, Una Repubblica necessaria, Volpe, Roma, 1977; Giorgio Pisanò, Storia della Guerra Civile in Italia, CED 1966, et. al. Per una critica di parte antifascista, cfr. Luciano Gruppi, Togliatti e la via italiana al socialismo, Editori Riuniti, 1976, Giorgio Bocca, La repubblica di Mussolini, Mondadori 1977 e Mussolini socialfascista, Garzanti 1983, et al. [72] Le spese militari si contrassero dal 1923 al 1935 dal 31,6% al 25,03% del bilancio dello Stato, con una riduzione del 6,57%, a fronte di un aumento della spesa per le opere pubbliche dal 12,24 al 24,56%. Cfr. Renzo De Felice, Mussolini il Duce tomo I, Einaudi, 1974 [73] Renzo de Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Rizzoli [74] Ingenera spesso confusione il fatto che con "discriminare" nell'ambito dei provvedimenti razziali si intendesse esattamente il contrario, ovvero che gli ebrei discriminati fossero coloro i quali non subivano le conseguenze di detti provvedimenti, a vario titolo. In questa sede si usa il termine discriminare nell'accezione corrente. [75] Franco Franchi, Fascismo: cinque tesi e una premessa, Europa; [76] F. Andriola, Mussolini, prassi politica e rivoluzione sociale, cit. [77] Gianni Scipione Rossi, La Destra e gli Ebrei, Rubettino, 2003 [78] Eucardio Momigliano, Storia tragica e farsesca del razzismo fascista, Mondadori, 1946 [79] Fascisti rossi - Paolo Buchignani - Mondadori - 1998 [80] Julius Evola, Imperialismo pagano Ur; Julius Evola, Il Fascismo visto da destra Edizioni Mediterranee [81] Versione del 1923. Cfr. Emanuele Mastrangelo, I canti del Littorio, lo Scarabeo, 2005 [82] Cfr. Asvero Gravelli, I canti della Rivoluzione. Lo stesso aspetto è colto anche da Emilio Gentile, ne Il culto del Littorio, Rizzoli [83] cfr. Renzo de Felice, Storia degli ebrei italiani... cit. [84] Francesco Rossignoli, La storia dell'idea comunista nel '900: l'interpretazione di F. Furet, in Linea Tempo, marzo 1998 [85] Si veda - per esempio - uno dei passi della canzone Battaglioni M (testo di Auro d'Alba), che recita "Contro Giuda e contro l'oro\sarà il sangue a far la storia", laddove "Giuda" può essere inteso come metafora del tradimento ma anche un riferimento antisemita. Si veda anche lo slogan su una cartolina delle SS italiane: "Sacrosanta lotta del sangue contro l'oro - del lavoro contro il capitalismo - dello spirito contro la materia", cit. in Ernesto Zucconi: SS Italiane, NovAntico 1995, nonché sulla lapide dedicata ai commando NP fascisti-repubblicani fucilati dagli angloamericani nel 1944 e visibile in http:/ / www. chieracostui. com/ costui/ docs/ search/ schedaoltre. asp?ID=5036, et alia [86] Si veda il quotidiano Il regime fascista di Roberto Farinacci del periodo 1941-1945 [87] Cfr Emanuele Mastrangelo, I canti del Littorio, Lo Scarabeo, Bologna, 2005 [88] Il 14 aprile gli Alleati attaccano e sfondano la Linea Verde. Il 24 varcano il Po. Il 25 aprile fu proclamata l'insurrezione partigiana dal CLNAI, e tre giorni dopo il gruppo dirigente della RSI sarà sommariamente fucilato dai partigiani. I combattimenti nel Norditalia continuarono fino alla resa dell'Asse il 2 maggio successivo, sebbene alcuni reparti della RSI si arresero il 3, 4 e 5 maggio in Valtellina e Valdaosta [89] Emilio Gentile, Il culto del littorio, cit. [90] Giuseppe Bottai, Dalla Rivoluzione francese alla Rivoluzione fascista, Archivio di studi corporativi, Edizioni del Diritto del Lavoro, Roma, 1931, 1 (1930), 3, pagg. 417-426 [91] Soffici, Ardengo (1921) [1911] Lemmonio Boreo, Firenze: Vallecchi, p. 23. [92] Corno, David G. (1994). Organi sociali. Scienza, riproduzione, la modernità e l'italiano,Princeton: Princeton University Press [93] Franklin Delano Roosevelt, Discorso al Congresso degli Stati Uniti del 29 aprile 1938 (http:/ / leprechaun. altervista. org/ roosevelt. shtml) [94] Chomsky Noam; Herman Edward S. La Washington connection e il fascismo nel Terzo mondo. Vol. 1: L'economia politica dei diritti umani.. 2005 [95] Renzo De Felice, Le interpretazioni del fascismo, Einaudi 1983, introduzione pag. XI [96] Si veda l'introduzione al testo di Lewis riportato in bibliografia [97] Attualità Italiana ed Estera: Cronaca, News e Gossip su Blogosfere (http:/ / americalatina. blogosfere. it/ 2007/ 11/ trascrizione-della-discussione-tra-jose-luis-rodriguez-zapatero-rz-il-re-juan-carlos-di-spagna-e-hug. html) [98] Bruno Spampanato, Renzo De Felice, Paolo Pisanò, Giuseppe Parlato, si veda inoltre la memorialistica di Mario Castellacci, Enrico de Boccard, Carlo Mazzantini, Giorgio Albertazzi, et alia.

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Fascismo [99] Cfr. "Rapporto sul Ribellismo" - documento dell'epoca citato in Giorgio Pisanò, Gli Ultimi in Grigioverde, CDL Edizioni, IV volume e in Renzo De Felice, Mussolini l'Alleato, II, cit. Appendice - Documento n° 3, nonché i giornali (rapporti giornalieri) dei comandi GNR. [100] Cfr. Renzo De Felice, Mussolini l'Alleato II, cit. pp. 309 e ss. [101] Sin dall'alba del 9 settembre 1943, a Trieste e in altre città italiane si riaprirono le sedi del PNF chiuse dal governo Badoglio, diverse migliaia di militari e camicie nere si ammutinarono contro l'armistizio e in alcuni casi, gruppi di giovani anche minorenni tentano più o meno con successo di farsi arruolare dai tedeschi per continuare a combattere (cfr. Mario Castellacci, La memoria bruciata, Mondadori, 1998; Emilio Cavaterra, "Quattromila studenti alla guerra", Settimo Sigillo, Roma; Carlo Mazzantini, "A cercar la bella morte" e "I Balilla andarono a Salò", Marsilio) [102] Giorgio Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, cit. [103] ibidem. Nella fattispecie, 20 000 marò nella "Decima", ottantamila brigadisti neri, seimila ausiliarie, quattromila allievi ufficiali GNR, cinquemila "fiamme bianche" nonché gli effettivi dei battaglioni bersaglieri volontari, della Legione Tagliamento battaglione "M", dei battaglioni "Ruggine", delle formazioni paracadutisti "Nembo", dei reparti arditi "Forlì" etc. [104] Renzo De Felice, Il Rosso e il Nero, Baldini&Castoldi, 1995; Renzo De Felice, Mussolini l'alleato - La guerra civile, Einaudi, 1992 [105] "Era molto umiliante che tra circa 600 000 internati militari non se ne potessero trovare 50 000 pronti a combattere", Frederick W. Deakin, Storia della repubblica di Salò, pp. 595, Einaudi, 1963 [106] Paolo Pisanò, Storia della guerra civile in Italia (Eco Edizioni), segnatamente il cap. il gioco degli industriali [107] Renzo De Felice, Mussolini l'alleato - la guerra civile, Einaudi 1997. Cfr. inoltre Corriere della Sera del 3 ottobre 1943, l'articolo La Costituente, e Bruno Spampanato, Contromemoriale, Edizione di Illustrato, s.d. [108] Renzo De Felice, Mussolini l'alleato - la guerra civile, Einaudi 1997 [109] Carlo Mazzantini, A cercar la bella morte, Marsilio 1996; Enrico de Boccard, Le donne non ci vogliono più bene, Sveva Editrice, 1995 [110] Hitler, nel suo incontro con Mussolini del 17 settembre 1943 dichiarò a un Mussolini demotivato e restio a riprendere incarichi pubblici (Renzo De Felice Mussolini l'alleato - La guerra civile, Einaudi, 1992) L'Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte della Polonia, se voi non accettate di ridare valore all'alleanza fra Italia e Germania mettendovi a capo dello Stato e del nuovo governo [111] Vincenzo Costa, L'ultimo federale, il Mulino, 2004. [112] MSI, SCISSIONE BIS GIORGIO PISANO' SBATTE LA PORTA (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 1991/ 07/ 12/ msi-scissione-bis-giorgio-pisano-sbatte-la. html) [113] Movimento Fascismo e Libertà - Prima di cominciare (http:/ / www. fascismoeliberta. info/ phpf/ viewpage. php?page_id=1). URL consultato in data 30 ottobre 2011. [114] Movimento Fascismo e Libertà - Chi siamo (http:/ / www. fascismoeliberta. info/ phpf/ viewpage. php?page_id=2). URL consultato in data 30 ottobre 2011. [115] sino a poco tempo prima da lui stesso definito come "Il più grande statista del XX secolo": (http:/ / www. repubblica. it/ online/ politica/ finisraele/ integrale/ integrale. html) [116] Per la definizione del termine vedi http:/ / www. eclettico. org/ cr/ libri/ busato/ capitolo1. htm [117] Ad esempio, lo storico e filosofo Benedetto Croce poté manifestare le proprie critiche verso il fascismo; è tuttavia da ricordare che Croce godeva di una notevole reputazione all'estero, ed eliminarlo avrebbe significato attirarsi rilevanti critiche internazionali che non avrebbero certo giovato al regime. [118] Gli antifascisti militanti che non emigrarono venivano spesso inviati al confino [119] Chiesa e monarchia restarono formalmente autonomi durante il regime, e sarà proprio questo mantenimento della "formalità" che permetterà al re di destituire successivamente Mussolini. Bisogna tuttavia ricordare che, nei fatti, i due poteri restarono indissolubilmente legati, se non sottoposti, alle volontà del regime (ad esempio, il regime soppresse le organizzazioni giovanili cattoliche e l'Azione cattolica dovette limitare la propria opera al terreno religioso); vedi Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Storia contemporanea: il Novecento, Milano, Mondadori, 2002. [120] "Il tentativo messo in atto dal fascismo (…) era di “occupare”, insieme allo Stato, la società, di riplasmarla dalle fondamenta facendo leva soprattutto sui giovani. (…) L'ostacolo maggiore era senza dubbio rappresentato dalla Chiesa. (…) Un altro limite insuperabile stava all'interno, anzi al vertice delle istituzioni statali ed era rappresentato dalla monarchia". Giovanni Sabbatucci, Storia Contemporanea - Il Novecento, Laterza, 2004, pp. 138-141 [121] Riguardo alle libertà lasciate a personaggi antifascisti, si trattò di casi più unici che rari, che risentirono di situazioni prettamente contingenti, come ad es. lo storico Benedetto Croce, per il quale vedi la nota 47 [122] De Felice, Renzo, Le interpretazioni del fascismo, Roma-Bari, Laterza, pag. XIII (prefazione del 1983) [123] "La repressione del dissenso non si limitò ai solo militanti politici dichiarati, ma si esercitò a vari livelli: quello della conflittualità operaia e della disciplina sindacale; quello delle "manifestazioni sediziose" individuali (imprecazioni, scritte sui muri e perfino barzellette sul duce e sui gerarchi fascisti); quello dei comportamenti trasgressivi dell'ordine costituito e della morale cattolica (dal rifiuto della tessera del PNF all'adulterio)", Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Storia contemporanea: il Novecento, Mondadori, 2002.

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Fascismo

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Voci correlate • • • • • • • • •

Apologia del fascismo Antifascismo Adolf Hitler Benito Mussolini Grande Italia Arditi Autarchia Benito Mussolini Brigate Nere

• Camicie Nere • Censura fascista • Clerical fascismo

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Criptofascismo Fascismi nel mondo Corporativismo Fascismo e questione ebraica Gran Consiglio del Fascismo Interpretazioni del fascismo La difesa della razza Mafia e fascismo Manifesto degli intellettuali fascisti Manifesto di Verona Marcia su Roma Mistica fascista Nazifascismo Neofascismo Partito Nazionale Fascista Politica agraria del fascismo Politica economica fascista

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Collegamenti esterni • Benito Mussolini, La Dottrina del Fascismo (http://www.piralli.it/dottrina.htm) • Benito Mussolini, Per risolvere la crisi (1933) (http://documentazione.altervista.org/ per_risolvere_la_crisi_mussolini.pdf) • Gioacchino Volpe, Genesi del Fascismo (http://cursushonorum.files.wordpress.com/2011/02/ 1935-volpe-genesi-del-fascismo.pdf) • Rassegna fotografica di varie scritte murali del periodo fascista (http://www.scritte-mussolini.com/) • Le scritte murali del periodo fascista (http://www.bibliotecaviterbo.it/Rivista/1984_1-4/Ricci.pdf), di Antonello Ricci, in Biblioteca e società (http://www.bibliotecaviterbo.it/Rivista/), Viterbo. • Sito dedicato al musica del periodo fascista (http://www.78-giri.net/it/canti/)


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Destra (politica) Con il termine destra nel linguaggio politico si indica la componente del Parlamento che siede a destra del presidente dell'Assemblea e che tradizionalmente fa riferimento alle componenti politiche conservatrici, o reazionarie. Nell'evoluzione storica nella destra sono stati inclusi i gruppi politici liberali, nazionalisti e monarchici, ma anche i movimenti di natura fascista e i movimenti neofascisti (in questo caso si parla di destra estrema).

Nascita della Destra politica La rivoluzione francese I prodromi delle denominazioni "destra" e "sinistra" delle due parti opposte nell'arena politica nascono in Francia poco prima della Rivoluzione francese. Nel maggio 1789 furono convocati gli Stati generali dal Re di Francia, un'assemblea che doveva rappresentare le tre classi sociali allora istituite: il clero, la nobiltà e il terzo Stato. Quest'ultimo si ordinò all'interno dell'emiciclo con gli esponenti conservatori capeggiati da Pierre Victor de Malouet che presero i posti alla destra del Presidente, i radicali di Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau quelli alla sinistra. Questa divisione si ripresentò anche in seguito, quando si formò l'Assemblea nazionale. A destra prevaleva una corrente volta a mantenere i poteri monarchici, a sinistra stava la componente rivoluzionaria. Margaret Thatcher e Ronald Reagan

Quando, a fine agosto, si discusse l'articolo della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino che riguarda la libertà religiosa, "coloro i quali tenevano alla religione e al re si erano messi alla destra del presidente, per sfuggire alle urla, ai discorsi e alle indecenze che avevano luogo nella parte opposta", dove stava la componente più rivoluzionaria (Marcel Gauchet). La denominazione si consolidò durante l'Assemblea legislativa e la Convenzione Nazionale. Con la Restaurazione la distinzione si conferma come una caratteristica costante del sistema parlamentare, destinata a durare. Dalla Francia si estese rapidamente a tutta l'Europa. Nel periodo della Restaurazione, la destra era occupata dai monarchici (les ultras) cattolici (i contro-rivoluzionari).

La destra anglo-americana Nell'Inghilterra del Settecento, andò al governo il partito della destra, i "Tory" che sostenevano il potere regio e l'integralismo religioso. Nell'Ottocento nacque il Conservative Party, che si alternò al governo con i liberali prima e poi con i laburisti. Negli Stati Uniti a metà Ottocento nasce il Partito Repubblicano che arriverà fino ai giorni nostri.

Il novecento Nel corso del Novecento, la destra ha compreso posizioni ideologiche come il conservatorismo, il nazionalismo, il liberismo, il cristianesimo tradizionalista e il liberalismo (nella sua accezione conservatrice). Mentre in Italia ha prevalso a lungo l'uso del termine "destra" per le posizioni più estreme dello schieramento politico, in altri Paesi, come gli Stati Uniti, la Francia (il movimento gollista) o il Regno Unito, tale espressione è stata utilizzata per definire partiti di "destra moderata" o di centro-destra. In questo senso, i maggiori esponenti di tale destra nel Novecento sono forse stati Margaret Thatcher in Gran Bretagna e Ronald Reagan negli USA, che hanno contribuito a trasformare il conservatorismo da ideologia statalista


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e protezionista in un pensiero prevalentemente nazional-liberale, individualistico e liberista.

La destra in Italia La destra storica La prima volta che in Italia fece capolino il termine "destra" fu in riferimento della Destra storica, che nasce con Cavour, composta principalmente dall'alta borghesia e dai proprietari terrieri e che governò il Paese dall'unità fino al 1876, con la fine del governo Minghetti, portando al risanamento del bilancio dello Stato. Gli successe la sinistra storica, che si sarebbe trasformata nella classe dirigente liberale. Con l'avvio sulla scena politica di socialisti e popolari, si qualificò "destra" la stessa ideologia borghese e liberale, a differenza di quella conservatrice, prevalente negli altri paesi. I liberali infatti negli altri paesi furono collocati a sinistra, ma in Italia, a causa del vuoto provocato dall'emarginazione politica dei cattolici contro-rivoluzionari, essi occuparono tutto: destra e sinistra (Galli della Loggia). Nel primo decennio del Novecento nacque il Partito Nazionalista Italiano, che rivendicava le regioni italiane ancora occupate da potenze straniere e che operò per l'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale. Il Fascismo, che conquistò il potere nel 1922, è stato poi catalogato come ideologia di "estrema destra".

Il fascismo e la destra Il "fascismo movimento" delle origini non era per nulla collegato alla destra tradizionale di inizio secolo, diversamente dal "fascismo regime" che prende l'avvio nel 1923 (quando il fascismo si fuse con il Partito Nazionalista Italiano, e inglobò, dopo il 1925, le forze conservatrici e monarchiche del paese, assumendo un carattere più propriamente di destra.[1]). Solo nella RSI il "fascismo repubblicano" tornò alle origini, senza più riferimenti con la destra[2]. Il fascismo nel suo complesso fu un movimento in cui confluirono diverse stratificazioni socio-culturali (sebbene con peso diverso): quella reazionaria, quella socialisteggiante, quella liberale, quella cattolica contro-rivoluzionaria, quella monarchica e quella conservatrice, legate insieme dalla figura carismatica di Mussolini.

Il Duce Benito Mussolini


Destra (politica)

La destra nella Repubblica Primo partito della destra fu nel 1946, alla Costituente, il partito dell'Uomo qualunque. Da allora, per lungo tempo, si è usato il termine "destra" principalmente per riferirsi ai partiti neo-fascisti (come il Movimento Sociale Italiano scioltosi nel 1995 in Alleanza Nazionale) e monarchici (come il Partito Nazionale Monarchico). Anche il Partito Liberale Italiano nel dopoguerra è stato considerato la destra dell'arco costituzionale, con la sinistra liberale che uscì dal partito per formare il Partito radicale. Nella situazione attuale, nella fase della cosiddetta Seconda Repubblica, i partiti che si considerano parte della destra sono: Alleanza Nazionale (sciolta nel 2009), La Destra e il Movimento Fini, segretario di Alleanza Nazionale, seduto ad Sociale Fiamma Tricolore. Dal 1994 esiste poi un partito di un corso nazionale del Fronte della Gioventù a Montesilvano nel 1980, insieme a Giorgio centro-destra, Forza Italia, che si presenta alle elezioni del 2008 Almirante, con a destra gli allora dirigente insieme ad Alleanza Nazionale e a gruppi minori all'interno de Il nazionali del FdG Maurizio Gasparri e, seduto, Popolo della Libertà, che diventa partito unico nel 2009. L'alleanza di Almerigo Grilz quest'ultimo con la Lega Nord e il Movimento per le Autonomie rappresenta l'evoluzione delle coalizioni di centro-destra, con i movimenti federalisti, avutesi dal 1994 ad oggi, il Polo delle Libertà e la Casa delle Libertà, trasformando quella concezione tradizionalmente centralista della destra italiana.

Il concetto di destra al giorno d'oggi Al giorno d'oggi, con il termine destra, in ambito politico, si indica l’insieme delle posizioni politiche qualificate come conservatrici. Appare determinante per questa attribuzione fondare le proprie idee sul non egualitarismo. Gli uomini sono allo stesso tempo eguali e diversi, però per la destra è la non eguaglianza la loro caratteristica fondamentale. L’uomo, nelle quotidiane relazioni che lo collegano agli altri uomini, agisce utilizzando soprattutto gli elementi che lo differenziano e deve quindi essere valutato di conseguenza. La diversità è l’elemento principe del mondo, che lo rende tale e lo guida. D’altra parte, le diseguaglianze fra le persone (l’incontro fra differenze) inducono ad instaurare rapporti di forza fra gli individui, che sarebbe stupido ignorare o sminuire, perché determinano prima il quotidiano, poi il divenire storico. Dire ciò non significa giustificare ogni forma di La Fiaccola Tricolore, storico simbolo dei diseguaglianza (alcune moralmente potrebbero essere anche criticabili Giovani della Destra Italiana e si potrebbe pensare di perseguirle), ma significa ammettere che il mondo è regolato da un ordine delicato, fissato dall’accavallarsi di diversità che non possono essere ridotte ad un’uniforme eguaglianza. Le differenze individuali, proprietà inalienabili di ogni individuo e frutto del suo naturale stare al mondo, sono esattamente i valori che concretano i presupposti della vita dell’uomo sulla terra e, allo stesso tempo, l’unico suo possibile risultato[3].

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Note [1] Renzo De Felice, "Intervista sul fascismo", Laterza, 1977 [2] Socializzazione dell'economia (fascismo) [3] Cfr. Eric Cò, "Che cosa voterò da grande?", pp. 91.

Bibliografia • • • • • • • • • • •

Armando Plebe, Il libretto della destra, Milano, Il Borghese, 1972 Eric Cò, Che cosa voterò da grande?, Genova 2010 Renzo De Felice, "Intervista sul fascismo", Laterza, 1977 Antiseri, Dario e Infantino, Lorenzo (a cura di), Destra e Sinistra due parole ormai inutili, Messina, 1999 Bobbio, Norberto, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, 1994 Buchignani, Paolo, La rivoluzione in camicia nera. Dalle origini al 25 luglio 1943, Milano, 2007 Cantoni, Giovanni, L'Italia tra Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Piacenza, 1977 Carocci, Giampiero, Destra e sinistra nella storia d'Italia, Roma, 2004 Galli della Loggia, Ernesto, Intervista sulla destra, Roma-Bari, 1994 Gauchet, Marcel, Storia di una dicotomia. La destra e la sinistra, Milano, 1994 Veneziani, Marcello, La cultura della destra, Roma-Bari, 2002

• Marco Revelli, La destra nazionale, il Saggiatore, Milano, 1996 • Ambrogio Santambrogio, Destra e sinistra. Un'analisi sociologica, Laterza, Roma-Bari, 2000 • Spampanato, Bruno, Contromemoriale, Roma, 1974

Voci correlate • • • • • • •

Destra storica Nuova Destra Estrema destra Centro-destra Populismo di destra Sinistra Campagna Anti-destra

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Socialismo « Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro. » (Pietro Nenni)

Il socialismo è un ampio complesso di ideologie, orientamenti politici, movimenti e dottrine che tendono a una trasformazione della società in direzione dell'uguaglianza di tutti i cittadini sul piano economico e sociale, oltre che giuridico. Si può definire come economia che rispecchia il significato di "sociale", che pensa a tutta la popolazione. Originariamente tutte le dottrine e movimenti di matrice socialista miravano a realizzare degli obiettivi attraverso il superamento delle classi sociali e la soppressione, totale o parziale, della proprietà privata dei mezzi di produzione e di scambio. Fino al 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. In quell'anno, nel Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, si opera la suddivisione tra "socialismo utopistico" e "socialismo scientifico", che essi chiamano anche "comunismo" per evidenziarne polemicamente le differenze col primo. Contemporaneamente si sviluppava un'altra forma di dottrina di analoga matrice socialista: l'anarchismo, che prende le mosse dal pensiero di Pierre-Joseph Proudhon, fin dagli esordi in polemica con Marx. Lo scontro divampò ulteriormente all'interno dell'Associazione internazionale dei lavoratori (Prima Internazionale), portando tra il 1871 e il 1872 ad una prima scissione. In ogni modo il termine comunismo continuò a essere un sinonimo di socialismo per tutto l'Ottocento: i partiti che prendevano parte alla Seconda internazionale, tutti di ispirazione marxista, venivano denominati socialisti o socialdemocratici. La definitiva separazione dei due termini avvenne per iniziativa di Lenin: con la rivoluzione bolscevica (1917) e la costituzione della Terza internazionale (1919) l'ala rivoluzionaria del socialismo si distaccò organizzandosi nei partiti comunisti, mentre i partiti socialisti, ormai orientati in senso riformista e inseriti nei sistemi Henri de Saint-Simon, considerato il fondatore democratico-borghesi dei diversi paesi, per lo più presero del socialismo francese delle origini, o gradualmente le distanze dal marxismo, e in ogni caso dal leninismo Sansimonismo. Partecipò alla guerra di (anti leninisti) e recuperarono le istanze liberali dell'utopismo socialista indipendenza americana, combattendo agli ordini pre-marxista, dando vita al socialismo democratico, alla di La Fayette. socialdemocrazia e al socialismo liberale. In seguito, entro la fine del XX secolo, anche i più grandi partiti comunisti, spesso altrettanto orientati in senso riformista e altrettanto inseriti nei sistemi democratico-borghesi, in particolare nei paesi europei o comunque occidentali, per lo più presero gradualmente le distanze dal marxismo inteso nell'originale senso rivoluzionario. Il socialismo, nel tempo, si è diviso ed ha fuso il pensiero socialista con altre ideologia politiche, che sono: Socialismo cristiano, Ecosocialismo, Socialismo libertario, Socialismo liberale, Socialismo democratico.

Introduzione generale


Socialismo Il socialismo è una corrente di pensiero legata ai movimenti politici che, a partire dal XIX secolo, lottarono per modificare la vita sociale ed economica delle classi meno abbienti e in particolare del proletariato. Il movimento operaio da cui scaturì il socialismo pose per la prima volta il problema della giustizia sociale. In una prospettiva di analisi teorica storica, quindi, mentre si vede il periodo feudale come caratterizzato dal predominio dell'aristocrazia e del clero, e il periodo post-rivoluzioni francese ed americana come caratterizzato dall'ascesa al potere sociale della borghesia (e quindi del liberalismo e del capitalismo), il socialismo dovrebbe essere lo stadio successivo, caratterizzato dal predominio delle classi popolari che detengono il potere economico e asserviscono, o addirittura annullano, lo Stato. Il socialismo si oppone inizialmente al liberalismo classico, che postula il liberismo in economia, chiedendo invece la nazionalizzazione o la socializzazione di tutte o parte delle attività economiche e dei mezzi di produzione. Il criterio economico socialista di gestione delle risorse e di produzione non è quello del profitto individuale ma quello della ricerca del bene comune collettivo. Il socialismo contesta inoltre l'idea delle neutralità delle istituzioni statali rispetto alla lotta di classe e si batte per un mutamento del ruolo dello Stato o, addirittura, nelle versioni avanzate da Karl Marx e dall'anarchismo, per la sua eliminazione. Sul piano internazionale il movimento socialista nasce come un movimento favorevole all'autodeterminazione dei popoli, contrapponendosi al nazionalismo e all'imperialismo occidentali. Nell'ala riformista e della socialdemocrazia la linea politica è spesso pacifista, mentre storicamente i socialisti rivoluzionari hanno auspicato una rivoluzione violenta. Nella prassi tuttavia, soprattutto durante il periodo della 1ª guerra mondiale, molti partiti socialisti o correnti di essi finiscono per abbandonare il pacifismo e l'internazionalismo, appoggiando le imprese belliche dei loro paesi con motivazioni patriottiche. Un esempio è il nazionalismo dell'Unione Sovietica che scaturì dalla politica di Stalin del Socialismo in un solo paese prima e dalla Grande Guerra Patriottica poi (anche se per i più ortodossi ciò che si instaurò nella Russia postrivoluzionaria non si può definire esattamente "socialismo"). Partiti e movimenti estremamente diversi fra loro si sono definiti socialisti: molti di essi sopravvivono ancora oggi e formano una delle più importanti correnti politiche in Europa, nonché la principale componente della sinistra europea, con la definizione di socialdemocrazia. Il movimento socialista conosce numerosissime scissioni, accuse reciproche di aver tradito gli ideali originari asservendosi allo Stato borghese, ecc. La scissione più importante è probabilmente quella verificatasi all'indomani della Rivoluzione d'Ottobre, che vede una larga fetta della sinistra dei partiti socialisti staccarsi e scegliere la denominazione comunista, già utilizzata in passato da alcuni teorici socialisti come Karl Marx. Per informazioni sul comunismo e su altre particolari correnti del socialismo si rimanda alle pagine relative, così come per l'illustrazione dettagliata delle dottrine dei vari pensatori socialisti.

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Le origini: il Socialismo Utopistico I movimenti ottocenteschi derivano dalle lotte rivoluzionarie repubblicane, in particolare dall'esperienza della rivoluzione francese con il movimento dei Montagnardi e dei Sanculotti, e dalle rivolte contadine che dal Medioevo si ripetevano ciclicamente contro l'aristocrazia terriera; talvolta queste rivolte assumevano connotati religiosi che sfociavano nell'egualitarismo e nella comunione dei beni di produzione. Nel XIX secolo si ebbe il socialismo di Robert Owen in Inghilterra, mentre in Francia un'influenza sui primi movimenti l'ebbe anche il Sansimonismo, una corrente politico-religiosa che divulgava il pacifismo e la comunione dei beni in una società che avrebbe dato a ogni individuo il ruolo a lui più congeniale. Nello stesso filone si inserì Auguste Blanqui. Non è da trascurare la corrispondenza tra il socialismo originario e la matrice dell'illuminismo, sia in rapporto agli aspetti esteriori che connettono le due dottrine nei tratti unificanti della lotta all'oscurantismo e per l'emancipazione dell'umanità, sia in relazione alle corrispondenze di alcune figure chiave in entrambi i contesti, come Filippo Buonarroti e Adam Weishaupt.

Louis Auguste Blanqui

Il termine socialismo utopistico, qui usato, come vedremo verrà introdotto solo in un secondo tempo da Marx per distinguere e contrapporre il suo socialismo scientifico, che pretendeva essere fondato su basi logiche, storiche, sociali ed economiche rigorose, certe e verificate, da quelli precedenti alle sue teorie, e all'epoca a volte in contrasto su diverse questioni, definiti da Marx utopisti in quanto, sempre nella visione marxiana non basati su dati scientifici ma su aspirazioni ideali.

Il socialismo scientifico e le sue derivazioni Il termine socialismo scientifico viene coniato da Karl Marx per indicare la sua visione del socialismo, illustrata nelle sue numerose opere sulla società, la storia e l'economia. In opposizione al socialismo utopista Marx riteneva che la prassi del movimento operaio dovesse essere ispirata da una rigorosa analisi. A Marx si deve la nozione di lotta di classe, illustrata nel Manifesto del Partito Comunista. Marx si propone nelle sue opere di dimostrare come il capitalismo, gestito dalla borghesia opprimesse il proletariato (lavoratori industriali) nella fase storica in cui scriveva. Nell'opera Das Kapital (Il Capitale), Karl Marx analizza come i capitalisti comprassero forza lavoro dai lavoratori ottenendo il diritto di rivendere il risultato dell'attività produttiva ottenendo così profitto (vedi marxismo per i dettagli); questo, secondo Marx, porta a un'insostenibile distribuzione della ricchezza. Per Marx era solo questione di tempo: le classi lavoratrici di tutto il mondo, presa coscienza dei loro comuni obiettivi, si sarebbero unite per rovesciare il sistema capitalista che le opprimeva. Lo considerava un risultato possibile di un processo storico in atto. Dalle rovine del capitalismo sarebbe sorta, dopo un periodo di transizione (dittatura del proletariato) in cui lo Stato avrebbe controllato i mezzi di produzione, una società in cui la proprietà sarebbe passata alla società stessa nel suo complesso (lo Stato era destinato a dissolversi). La proprietà privata sarebbe stata limitata agli effetti personali. La conseguenza della proprietà collettiva dei mezzi di produzione sarebbe stata, nell'ottica di Marx, la fine della divisione della società in classi sociali e, di conseguenza, la fine dello sfruttamento e la piena realizzazione dell'individuo. L'ateismo, caratteristica del socialismo marxista, era una conseguenza logica del materialismo dialettico che il marxismo adottava come metodo.


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Il socialismo libertario e l'anarchismo Le idee di Marx vengono sviluppate in molte direzioni diverse: alcuni pensatori prendono da Marx solo il metodo di analisi della società, mentre il nascente movimento socialista ne abbraccia con entusiasmo la parte rivoluzionaria, mettendo in secondo piano il pensiero dei socialisti non marxisti come l'anarchico Michail Bakunin, il socialista di matrice anarchista Pierre-Joseph Proudhon, che Marx definì socialista conservatore o borghese nel Manifesto del Partito Comunista, e gli altri "socialisti utopici" già citati. Il contrasto Marx-Proudhon porterà al famoso duello di penna che sfocerà negli scritti contrapposti, Filosofia della miseria e Miseria della filosofia. Fu nel segno del socialismo ancora unitario che fu creata la Prima Internazionale dei lavoratori (o Associazione internazionale dei lavoratori), l'organizzazione che raggruppava i movimenti socialisti di tutta Europa, vedendo al suo interno tanto la corrente anarchica quanto quella marxista. La differente visione politica delle due correnti sfocerà in una spaccatura in seno all'internazionale, e allo sviluppo di movimenti di matrice anarchica quali ad esempio il socialismo libertario.

Il "Revisionismo" Fu chiamata revisionista la corrente moderata e riformista del marxismo che sorse verso la fine del XIX secolo, originata dall'osservazione che il comportamento dell'economia capitalistica non sembrava corrispondere alle previsioni del marxismo. Dopo la depressione degli ultimi decenni del XIX secolo infatti, era iniziato un nuovo periodo di prosperità che sembrava riabilitare il libero commercio e la fiducia nel capitalismo e per questo la componente moderata del socialismo (che all'epoca veniva chiamata indifferentemente socialismo democratico o socialdemocrazia) elaborò la "teoria revisionista", che in pratica si prefiggeva di abbandonare il marxismo per giungere alla completa accettazione dell'economia di mercato, magari con qualche "aggiustatina". Da allora coloro che accettarono il revisionismo e proseguirono sulla via del capitalismo per realizzare "riforme" nell'interesse dei lavoratori furono indifferentemente chiamati "socialisti democratici" o Eduard Bernstein "socialdemocratici" (un'esatta differenza tra i due termini si avrà solo nella seconda metà del 1900). Coloro che invece avversavano il revisionismo e la via riformista furono i "socialisti marxisti" e i "comunisti o socialrivoluzionari" (insieme chiamati genericamente "massimalisti"). Il maggior esponente del revisionismo fu il tedesco Eduard Bernstein (1850- 1932).

Il Socialismo democratico Si definisce socialdemocrazia quell'insieme di movimenti socialisti che accettano il concetto di economia di mercato, di proprietà privata e il muoversi all'interno delle istituzioni liberali. La socialdemocrazia si pone tra il socialismo marxista e il riformismo borghese. Essa infatti, in un primo tempo, pur ponendosi in prospettiva critica nei confronti del capitalismo, non ritenne ancora tempo per una sua totale abolizione. Il ruolo che si assicurarono i partiti socialdemocratici nei decenni tra il XIX e XX secolo fu quello di lottare sia contro il riformismo borghese, che avrebbe portato la classe operaia a legarsi troppo al sistema capitalistico, che contro l'avventurismo rivoluzionario marxista, che avrebbe portato a scontrarsi con le strutture ancora solide del sistema. La socialdemocrazia non tende a farsi garante della sopravvivenza del sistema, ma vuole lavorare al suo interno per portare uno spirito di rinnovamento e di trasformazione costante.

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Socialismo Le evoluzioni successive portano la socialdemocrazia a farsi portatrice del compromesso tra il riformismo liberale dei borghesi e i principi più importanti della dottrina socialista riformista: durante gli anni tra i due conflitti mondiali, con la proposizione di due modelli forti come quello sovietico e quello fascista, i socialdemocratici rappresentarono l'alternativa democratica e riformista. Socialdemocrazia e comunismo giunsero spesso allo scontro frontale, in cui i socialdemocratici vennero trattati da "socialtraditori" o "socialfascisti", per ritrovare successivamente un progetto comune contro il regime fascista e nazista. Nel secondo dopoguerra, la socialdemocrazia riassume in occidente un ruolo importante tra le forze politiche dominanti nonché il naturale approdo per tutti i socialisti riformisti e i democratici progressisti, essa fu inoltre capace di proporre significative trasformazioni, come la nazionalizzazione di alcuni settori produttivi, l'instaurazione di un'economia mista e il raggiungimento di forme di sicurezza sociale per i lavoratori. Le socialdemocrazie contemporanee sono partiti politici che hanno abbandonato l'idea della divisione della società in classi contrapposte e ogni progetto di stampo ottocentesco; del vecchio modello rimane solo la prospettiva internazionalista che ribadisce il principio di un'azione comune tra tutte le forze socialiste, socialdemocratiche o genericamente riformiste dei singoli Paesi, nel rispetto delle diverse storie nazionali, delle diverse situazioni economiche e della pluralità delle tradizioni culturali e ideologiche. In molti casi inoltre, anche significative componenti del mondo cattolico-sociale e riformista hanno trovato nella socialdemocrazia un ottimo approdo.

Il "Socialismo rivoluzionario" I socialisti riformisti pensavano che il socialismo fosse la naturale evoluzione della società occidentale, che sarebbe dovuta evolvere naturalmente da capitalista in comunista per via delle contraddizioni interne del capitalismo, tramite una sequenza di riforme. Pur concordando su tale evoluzione, i socialisti rivoluzionari come Rosa Luxemburg in Germania o Giacinto Menotti Serrati in Italia pensavano invece che questo cambiamento non sarebbe mai avvenuto spontaneamente, ma avrebbe richiesto una rivoluzione. Dopo la Rivoluzione russa del 1917 e la terza internazionale del 1919 il socialismo rivoluzionario, di radice marxista, coincise sostanzialmente con il comunismo.

Socialismo di Stato In senso generale con socialismo di stato si intende qualsiasi varietà di socialismo che si basa sulla proprietà dei mezzi di produzione da parte dello stato. Il socialismo di stato viene spesso indicato semplicemente come "socialismo"; il termine "di stato" viene solitamente aggiunto solo dai socialisti con una visione differente, desiderosa di criticare il socialismo di stato; ad esempio, gli anarchici. Oggi, molti partiti politici europei della sinistra, sono sostenitori di varie forme di proprietà statale in forma di socialismo democratico. Questi socialisti moderati non sostengono il rovesciamento dello Stato capitalista in una rivoluzione socialista, quindi accettano anche la continuazione dell'esistenza dello Stato capitalista e del sistema economico capitalista, ma rivolto verso fini più sociali. Dei socialisti democratici di oggi, soltanto un'esigua parte spera ancora su una graduale e pacifica transizione dal capitalismo al (pieno) socialismo, attraverso l'evoluzione piuttosto che la rivoluzione. La maggior parte dei socialisti democratici però ha acquisito integralmente la visione propria della socialdemocrazia: cioè rifiutano in tronco qualsiasi riferimento di tipo marxista e accettano il capitalismo, non si propongono di superarlo, ma di perfezionarlo raggiungendo l'"economia sociale di mercato". Essendo falliti il socialismo utopistico, il socialismo rivoluzionario e il socialcomunismo, tutte le organizzazioni "socialiste" moderne dichiarano di ispirarsi al socialismo democratico e al giorno d'oggi i socialisti democratici sono quelli che chiamiamo a volte "socialdemocratici" e a volte "socialisti": ciò è dovuto al fatto che tutti i socialisti sono approdati al "socialismo democratico" divenendo "riformisti democratici". Per contro, il Marxismo sostiene che una rivoluzione socialista è l'unico modo pratico per

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implementare cambi radicali nel sistema capitalistico. Inoltre, sostiene che dopo un certo periodo di tempo sotto il socialismo, lo Stato deve "estinguersi", producendo una società comunista. Naturalmente, lo stato non è svanito negli stati comunisti del XX secolo. Alcuni Marxisti difendono ciò sostenendo che semplicemente, il periodo di transizione non si era concluso. Altri Marxisti denunciano quegli stati "comunisti" come Stalinisti, sostenendo che la loro leadership era corrotta e aveva abbandonato il Marxismo conservandone solo il nome. In particolare, alcune scuole Trotzkiste del Marxismo definiscono questi stati col termine socialismo di stato per contrapporli al vero socialismo; altre correnti Trotzkiste usano il termine capitalismo di stato, per enfatizzare l'assenza del vero socialismo. I socialisti libertari si spingono oltre, deridendo anche il Marxismo come socialismo di stato. Essi usano il termine principalmente come contrasto con la loro forma di socialismo, che prevede la proprietà collettiva dei mezzi di produzione senza intervento dello Stato. Leon Trotsky

Socialismo italiano In Italia, il socialismo si sviluppa e diffonde con il Partito Operaio Italiano, fondato a Milano nel 1882 e la Lega Socialista Milanese, nonché per mezzo di movimenti e leghe di derivazione marxiste minori. Nel 1892, nasce il Partito Socialista Italiano, sciolto l'anno successivo dal governo Crispi. Il socialismo ritroverà costituzione nei governi successivi e raccoglierà nel PSI le frange riformiste e rivoluzionarie. La "federazione" non riesce tuttavia a far fronte alle divisioni interne e nel 1921 si stacca sia la corrente comunista (che fonderà il PCI) che quella riformista, la quale, espulsa, fonda il Partito Socialista Unitario. Tipicamente italiano è il fenomeno dell'alleanza del PCI-PSI, e anche del Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria che portano avanti l'idea di un Socialismo-Comunismo accoppiata. Sotto l'Italia fascista, i partiti più rappresentativi del socialismo sono sciolti ma persistono nella clandestinità. Solo con la Resistenza l'ideologia socialista ritrova nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria un portavoce che, nel 1945, riprenderà il nome di Partito Socialista Italiano. Dopo la costituzione della Repubblica, il PSI subisce numerose scissioni, prima con la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (che in seguito ingloberà la corrente di destra del PSI, diventando Partito Socialista Democratico Italiano). Ciò nonostante nel 1966, i due partiti si riuniscono sotto la bandiera PSI-PSDI Unificati, salvo ridividersi nuovamente nel 1969 con il distacco dei socialisti democratici che si riuniscono nel Partito Socialista Unitario, che nel 1971 diventerà Partito Socialista Democratico Italiano. Nel 1964 si era avuta anche la scissione della sinistra del partito che formò il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria che si scioglierà nel 1972. Dopo l'inchiesta di "Mani Pulite", nel 1992, i partiti socialisti perdono consenso e si sfaldano nel giro di pochi anni. La diaspora socialista porta nella maggior parte delle attuali forze politiche esponenti del socialismo, a partire dai Socialisti Democratici Italiani e Nuovo Psi, fino ai Democratici di Sinistra e Forza Italia. Nell'aprile del 2007 durante il congresso dello Sdi il partito rifiuta l'ipotesi di adesione al Partito Democratico per dare vita a una costituente socialista con l'intento di riunificare tutti i partiti di ispirazione socialista che si erano smembrati dopo il 1992 per riunirsi in un unico soggetto politico. Il nuovo partito prenderà il nome di Partito Socialista. Alle elezioni politiche del 13 e 14 aprile 2008 il Partito Socialista, guidato da Enrico Boselli candidato premier, non supera lo sbarramento del 4%, ottenendo solo l'1% circa. Così per la prima volta nella storia della Repubblica i socialisti non entrano in parlamento. Il 4-5-6-7 luglio si tiene il congresso nazionale del Partito Socialista e viene


Socialismo eletto suo Segretario Riccardo Nencini. Il suo documento, votato all'unanimità, manifesta la volontà di avvicinarsi all'area democratica (PD), sostituendosi nell'alleanza all'Italia dei Valori. In coerenza con il pensiero marxista, ma antileninista vi è il Movimento Socialista Mondiale.

Note Voci correlate • • • • • • • •

Comunismo Critiche al socialismo Fascismo Socialismo nazionale Socialismo progressista Storia del socialismo Capitalismo Liberalismo

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Comunismo Il comunismo è un insieme di idee economiche, sociali e politiche, accomunate dalla prospettiva di una stratificazione sociale egualitaria, che presuppone la comunanza dei mezzi di produzione e l'organizzazione collettiva del lavoro. Tra i comunisti vi è una notevole varietà di interpretazioni, per lo più, ma non solo, da parte di marxisti, anarchici, cristiani e utopisti e le varie correnti novecentesche, dai trotzkisti, ai leninisti, ai libertari. Derive dal comunismo in senso proprio sono avvenute in molti stati, alcune delle quali hanno portato a sistemi societari, a dispetto del nome, differenti e non classificabili come comunisti, dallo stalinismo, alle derive verso l'economia di mercato dei paesi post maoisti, con nuovi e sempre più acuti squilibri sociali, eccetera.

Friedrich Engels, uno dei principali teorici del comunismo ottocentesco di matrice marxista.

Michail Bakunin, uno dei fondatori del comunismo ottocentesco di matrice libertaria.

« Il comunismo è la dottrina delle condizioni della liberazione del proletariato [cioè di] quella classe della società che trae il suo sostentamento soltanto e unicamente dalla vendita del proprio lavoro, e non dal profitto di un capitale » (Karl Marx e Friedrich Engels, Princìpi del Comunismo)

Nella visione marxiana originale e quella anarchica vi è radicata l'idea che al realizzarsi del comunismo si accompagni il dissolvimento dello Stato in quanto non più necessario. La successiva evoluzione storica marxista abbandonerà nella teoria e nella pratica tale obiettivo.


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« Gli anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo "Stato popolare," benché già il libro di Marx contro Proudhon e in seguito il Manifesto comunista dicano esplicitamente che con l'instaurazione del regime sociale socialista lo Stato si dissolve da sé e scompare. Non essendo lo Stato altro che un'istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per schiacciare con la forza i propri nemici, parlare di uno "Stato popolare libero" è pura assurdità: finché il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell'interesse della libertà, ma nell'interesse dello schiacciamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere. » (Friedrich Engels, Critica del Programma di Gotha Lettera ad August Bebel)

Premesse e uso del termine Dall'aggettivo latino commūnis (comune, pubblico, che appartiene a tutti, ma anche neutrale, imparziale, equilibrato), anch'esso di molteplice significato, il termine comunismo è stato variamente interpretato nel corso della storia, spesso portando a situazioni politicamente conflittuali tra differenti visioni dello stesso. Nel senso strettamente politico di uso attuale il termine è stato impiegato nel XIX secolo come sinonimo di socialismo, anche precedentemente all'utilizzo fattone da Marx[1]. Utilizzato in italiano ed in francese anteriormente al 1800, anche nella stessa lingua tedesca di Marx, kommunismus e communismus venivano usati in maniera affine alla successiva connotazione socialista [2]. In lingua tedesca il termine comunque si eclisserà nei primi decenni del XIX secolo per ricomparire massicciamente intorno alla fine degli stessi anni '30 A supporto della variegata connotazione di comunismo, i regimi del socialismo reale affermatisi nel corso del XX secolo hanno quasi sempre e invariabilmente perseguitato tutti i comunisti non allineati all'assolutismo del regime stesso. Le pratiche comuniste sono presenti nel corso degli eventi della storia umana, ben prima che l'uso del termine privilegiasse l'accezione marxista. « Or tutti coloro che credevano stavano insieme ed avevano ogni cosa in comune. E vendevano i poderi e i beni e li distribuivano a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. E perseveravano con una sola mente tutti i giorni nel tempio e rompendo il pane di casa in casa, prendevano il cibo insieme con gioia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo. » (Atti degli Apostoli, 2,44-47)

• Per consuetudine moderna è spesso chiamato comunismo la più nota sfera d'influenza marxista, il movimento politico riferito prevalentemente a Karl Marx e Friedrich Engels, e anche a precedenti utopisti o rivoluzionari come Étienne Cabet, François-Noël Babeuf, Henri de Saint-Simon, Charles Fourier, Auguste Blanqui. • Il movimento anarchico ha avuto ed ha come fine una società dai caratteri comunisti, ed il comunismo libertario mette l'accento su tale componente. • A cavallo tra comunismo anarchico e comunismo primitivo del primo cristianesimo, si situano le forme collettiviste[3] che prendono spunto dagli scritti di Lev Tolstoj, come il Tolstoismo. • Nel comunismo primitivo, in alcune tradizioni di comunità, ad esempio ebraiche, nella prospettiva escatologica, si puntava ad una giustizia sociale in questo mondo. • Nel primo cristianesimo, un comunismo di amore venne in una certa misura praticato. Tali premesse vennero riportate in auge da diverse interpretazioni nella dottrina sociale della chiesa, ed in molti movimenti, tra cui la contemporanea teologia della liberazione. • Tra le pieghe dell'Illuminismo francese si erano avuti dei veri esempi di proto-comunismo inteso tale in senso marxista, ad esempio in Jean Meslier e in Morelly, nei quali si teorizzava l'abolizione della proprietà privata, il controllo dello stato sui mezzi di produzione dei beni di consumo, distribuiti al bisogno dallo stato stesso. • Nel Socialismo utopico i tentativi di fornire l'uguaglianza sociale, non solo politica e giuridico di tutte le persone per quanto concerne la proprietà, tradizionalmente considerati dal marxismo irrealizzabili senza l'apporto del

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Socialismo scientifico. • Nell'Euro-comunismo e nel comunismo riformista, dove i partiti politici europei del secondo novecento hanno interrotto la leadership sovietica, aprendo un percorso indipendente parlamentare al comunismo e forme economiche miste tra privati e proprietà statale dei mezzi di produzione. Per estensione, è quindi chiamato comunismo tout court la sola componente il movimento marxista o al marxismo dichiaratamente ispirantesi, dai molteplici aspetti che ha difeso o, secondo alcuni, travisato, le sue precipue premesse storiche. Le correnti di tale movimento hanno quasi sempre preso il nome da capi politici che si sono distinti nelle varie rivoluzioni moderne: in primis marxismo, poi leninismo, stalinismo, trotskismo, maoismo, ecc. Per Marx ed Engels il comunismo non era un principio filosofico, una dottrina politica e tanto meno una utopia, ma un divenire della realtà nell'epoca del capitalismo sviluppato: « Il comunismo non è una dottrina ma un movimento; non muove da princìpi ma da fatti. I comunisti non hanno come presupposto questa o quella filosofia, ma tutta la Storia finora trascorsa e specialmente i suoi attuali risultati reali nei paesi civili. » (Friedrich Engels, Deutsche- Brusseler- Zeitung n. 80 del 7 ottobre 1847) « Chiamiamo comunismo il movimento reale che abolisce lo stato di cose presente. » (Karl Marx e Friedrich Engels. L'Ideologia tedesca, 1846)

Dopo Marx ed Engels - e almeno fino ai primi tre congressi dell'Internazionale Comunista (1919, 1920, 1921) - le questioni riguardanti il divenire della società comunista furono affrontate dal movimento socialista e comunista secondo criteri autodefiniti scientifici (e Karl Popper, in seguito criticherà sulla base della non falsificabilità la scientificità delle teorie marxiste); tali criteri furono descritti ad esempio da Engels in Il socialismo dall'utopia alla scienza, un capitolo del suo Antidühring elaborato per la pubblicazione in opuscolo. Da quegli anni in poi, le già gravi divergenze all'interno del movimento dei lavoratori di ispirazione socialista si approfondirono e non sarà più possibile parlarne in modo unitario.

Storia L'aspirazione a una società egualitaria ha origini assai lontane e ha dato vita nel corso dei secoli a teorie che nel tempo hanno assunto connotazioni e realizzazioni differenti suscitando consensi e critiche di ogni genere. Di seguito ne ripercorriamo i passi salienti:

Età antica L'assiriologo Giovanni Pettinato afferma più volte di scorgere un'organizzazione di tipo socialista e comunista alla base del cosiddetto regno di Ur III fondato da Ur-Nammu e riformato dal figlio Shulgi (terza dinastia di Ur) in Mesopotamia nel 2100 a.C.[4] Gli Esseni praticavano una vita comunitaria in confraternite, condivisione di entrate e spese, proprietà collettiva di terre e pascoli; ignoravano il matrimonio, l'accumulo di metalli preziosi, un'economia di sussistenza e scambio fra beni agricoli e l'opera dei diversi mestieri, che non conosceva commercio o navigazione [5]. Erano noti per il pacifismo e per rivelarsi una setta di rivoluzionari.


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Età Tardo antica Molti pensatori occidentali hanno concepito idee di comunismo, alcune molto simili a quelle poi divenute note con questo termine nel XIX secolo. Il principio della comunione dei beni era un carattere proprio del Cristianesimo delle origini. Nel secondo capitolo degli Atti degli Apostoli, ai versetti 44-47, si descrive il funzionamento della prima comunità cristiana, mettendo in risalto l'aspetto della comunione dei beni. Tale comunione non era stabilita per norma, i fedeli vi aderivano volontariamente. Si veda in proposito l'episodio di Anania e Saffira:

« Un uomo di nome Anania con la moglie Saffira vendette un suo podere e, tenuta per sé una parte dell'importo d'accordo con la moglie, consegnò l'altra parte deponendola ai piedi degli apostoli. Ma Pietro gli disse: "Anania, perché mai satana si è così impossessato del tuo cuore che tu hai mentito allo Spirito Santo e ti sei trattenuto parte del prezzo del terreno? Prima di venderlo, non era forse tua proprietà e, anche venduto, il ricavato non era sempre a tua disposizione? Perché hai pensato in cuor tuo a quest'azione? Tu non hai mentito agli uomini, ma a Dio". All'udire queste parole, Anania cadde a terra e spirò. E un timore grande prese tutti quelli che ascoltavano. Si alzarono allora i più giovani e, avvoltolo in un lenzuolo, lo portarono fuori e lo seppellirono. Avvenne poi che, circa tre ore più tardi, entrò anche sua moglie, ignara dell'accaduto. Pietro le chiese: "Dimmi: avete venduto il campo a tal prezzo?". Ed essa: "Sì, a tanto". Allora Pietro le disse: "Perché vi siete accordati per tentare lo Spirito del Signore? Ecco qui alla porta i passi di coloro che hanno seppellito tuo marito e porteranno via anche te". D'improvviso cadde ai piedi di Pietro e spirò. Quando i giovani entrarono, la trovarono morta e, portatala fuori, la seppellirono accanto a [6] suo marito. E un grande timore si diffuse in tutta la Chiesa e in quanti venivano a sapere queste cose. »   (Atti 5,1-11 )

Sant'Ambrogio sosteneva che la proprietà privata era un prestito fatto ai singoli dalla collettività, la quale aveva il diritto di riappropriarsene per il bene comune. Gli stessi ideali troveranno spazio negli ordini monastici, a partire dai benedettini, la cui regola, scritta direttamente dal Santo, era prettamente comunistica; oppure, soprattutto nel Medioevo, in alcuni movimenti ereticali (come quello dei dolciniani). Anche alcune delle civiltà precolombiane delle Americhe sono di tipo comunistico.

Età moderna Ideali di tipo comunistico e un progetto di abolire la proprietà privata tornano in auge all'epoca della Riforma protestante, con la guerra dei contadini, che sconvolge l'Europa ed è soffocata nel sangue. Fra i protagonisti di questo movimento rivoluzionario si annoverano Thomas Müntzer e Giovanni da Leida. Qualche anno prima L'Utopia di Tommaso Moro e più tardi La Città del Sole di Tommaso Campanella descrivono ugualmente altre comunità ideali in vario grado comuniste.

Tommaso Moro, autore de L'Utopia

Il Settecento

Il 1º aprile 1649 i diggers (zappatori, scavatori) cominciano a coltivare alcune terre nei pressi di Cobham, nel Surrey, in Inghilterra, secondo principi comunisti. Grazie agli scritti del loro portavoce Gerrard Winstanley, quello del Surrey è il gruppo di diggers sul quale si hanno più informazioni, ma abbiamo notizia dell'esistenza di diggers anche in altre località dell'Inghilterra.[7]


Comunismo Nel Settecento l'idea di comunismo trova nuove e più concrete formulazioni. Per quanto la linea teorica possa considerarsi abbastanza comune, bisogna distinguere due indirizzi principali, quello teologico, rappresentato principalmente da Étienne-Gabriel Morelly e Dom Descamps e quello materialistico, rappresentato da Jean Meslier. In forme diverse l'idea di comunismo aleggia durante tutto l'Illuminismo come conseguenza della nascente attenzione al concetto di uguaglianza tra tutti gli esseri umani. Essa era implicita nel Cristianesimo, che essendo una religione universalistica (contrariamente all'Ebraismo) proclamava l'uguaglianza di tutti gli uomini davanti a Dio, ma non davanti al potere temporale, che implicava una gerarchia di classi sociali con diversi compiti e diritti. Il comunismo aveva infatti abbastanza caratterizzato le comunità proto-cristiane sino al IV secolo, ma poi, dopo l'Editto di Milano, cessata una relativa clandestinità, alla luce del sole la nuova società cristiana si stratificava esattamente come quella romana pre-cristiana. Il concetto di eguaglianza ha influenzato in generale il pensiero del Settecento e un'uguaglianza civile, se non comunistica, era anche quella propugnata da Jean-Jacques Rousseau o da Gabriel Bonnot de Mably, il primo con una visione di tipo religioso, il secondo di tipo laico. Mably dichiarava: "Il legislatore agisce in maniera inutile se non si concentra sullo stabilimento dell'eguaglianza. Il bene possibile si ottiene con l'eguaglianza tra tutti gli uomini perché è essa che li tiene uniti.". Il più notevole sostenitore e teorizzatore del comunismo, e in senso decisamente ateo e materialistico, è Jean Meslier, che scrive nel Testament: "Quasi universalmente accettato e autorizzato è l'abuso e l'appropriazione individuale che alcuni fanno dei beni e delle ricchezze della terra, i quali dovrebbero invece essere possesso di tutti e in parti uguali. La proprietà deve esser comune e tutti debbono usufruirne equamente e comunitariamente.". Queste le basi del comunismo materialistico di Meslier, che poi arringa i destinatari del Testament con queste parole: "Cercate di unirvi tutti insieme per scuotere il giogo tirannico dei vostri principi e dei vostri re; abbattendo i troni ingiusti e malvagi; rompete le teste coronate e umiliate la loro superbia. I più saggi di voi guidino e governino gli altri, è loro compito formulare leggi e decreti che mirino sempre, a seconda dei tempi, dei posti e delle situazioni, a difendere e a far progredire il bene pubblico.". Per quanto riguarda Étienne-Gabriel Morelly, egli ha invece una visione religiosa del comunismo, basata sul fatto che Dio ha fatto le leggi di natura perfette e buone e che basta combattere l'egoismo individualistico e rifarsi a Dio per ottenere comunione ed eguaglianza tra tutti gli uomini. Nel suo poema La Basiliade, o Naufragio alle Isole Galleggianti, egli immagina una società ideale in un luogo remoto, dove c'è una società comunista, senza classi e senza veri capi; retta armonicamente dal popolo tutto e in perfetto accordo ed armonia. Analogamente il frate benedettino Dom Deschamps a metà del Settecento proporne uno stato comunista basato su una morale di tipo monastico, opponendosi al materialismo di D'Holbach. Dom Deschamps ha influenzato notevolmente le concezioni pre-socialiste del Settecento anche grazie alla notorietà e alla rete di rapporti che il suo protettore, il marchese d'Argenson, gli ha fatto avere nei circoli intellettuali dell'epoca, facendogli conoscere D'Alembert, Voltaire e Robinet. Vanno poi ricordati fra gli interessanti esperimenti di "comunismo reale" anche le reducciones del Paraguay impiantate dai Gesuiti nel XVIII secolo. Le concezioni basate sulla religione deista di Voltaire e Rousseau agiranno anche in senso egualitaristico ma non comunistico, per quanto Rousseau col suo Le contrat social abbia dato un modello interessante di stato teologico, con dei Legislatori come classe emerita e rispettata, quasi sacerdotale, che ricorda da vicino il modello platonico di stato, con i filosofi come governanti. L'influenza di Voltaire e Rousseau sui teorici della Rivoluzione francese, di cui furono considerati i veri padri, e sul Giacobinismo, che riprende specialmente il fanatismo e l'intransigenza di Rousseau, è notevolissima. I materialisti atei come Helvétius, D'Holbach e Diderot hanno invece una visione differente della società, nel senso dell'equità, ma non dell'eguaglianza. Vi erano anche circoli rivoluzionari fortemente egualitari, e questa concezione sociale è incarnata nel pensiero e nei comportamenti di Jean Paul Marat.

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Primo ottocento Molti idealisti del XIX secolo, colpiti dalla miseria materiale e morale della rivoluzione industriale, fondano con poca fortuna comunità utopistiche, soprattutto nel Nuovo Mondo. Il filosofo francese Étienne Cabet, nel suo libro Viaggi ed avventure di Lord William Carisdall in Icaria descrive una società ideale in cui un governo eletto democraticamente controlla tutte le attività economiche e supervisiona le attività sociali, lasciando solo la famiglia come unica altra unità sociale indipendente. Nel 1848 cerca senza successo di organizzare comunità icariane negli Stati Uniti d'America, anche se alcune piccole comunità icariane sopravvivono fino al 1898. I prodromi della lotta di classe si evidenziano inoltre in molti dei moti afferenti a quella che verrà chiamata Primavera dei popoli, in cui convivono anime borghesi, operaie, repubblicane e socialiste, e di cui la Rivoluzione francese del 1848 è uno degli eventi chiave, Essi dimostrano una fortissima effervescenza della società civile, e costituiranno l'humus di cui si nutriranno le teorie socialiste di tutto il secolo.

Le teorie dei movimenti comunisti del XIX secolo inoltrato. Scissioni e contrapposizioni in seno ad essi Le condizioni di estremo sfruttamento degli operai nel corso della prima fase della rivoluzione industriale e le perduranti condizioni di disagio della componente rurale e contadina della popolazione sollecitano la nascita di una nuova coscienza politica. Tali fermenti sfociano anche nell'elaborazione di tesi di matrice comunista. Le differenti letture e proiezioni di un processo che potesse portare ad una società di tipo egualitario si tradussero in una serie di movimenti, teorie e ideologie che si ritrovarono, a fasi alterne, alleate o contrapposte, nell'intento comune di una futura "società senza classi".

Socialismo utopico e scientifico, la visione di Karl Marx e il Manifesto del Partito Comunista Il più noto e politicamente determinante filosofo a credere nel comunismo è Karl Marx che usa il termine tra l'altro nel Manifesto del Partito Comunista scritto con Friedrich Engels. Con Marx ed Engels il comunismo diventa un movimento rivoluzionario. In contrasto con le idee utopistiche di Owen e Karl Marx Saint-Simon, Fourier, Marx ed Engels affermano che il comunismo non poteva emergere da piccole comunità isolate ma solo globalmente, dal corpo dell'intera società. Il Manifesto propone una lettura della storia sotto la lente del concetto di lotta di classe: il motore della storia è nel contrasto tra una piccola élite (la classe borghese), che possiede o controlla i mezzi di produzione e la grande maggioranza di persone, che non possiede nulla, oltre la propria forza lavoro. Nella fase storica descritta dal Manifesto (così come in tutte le opere di Marx ed Engels), il capitalismo è qualitativamente connotato, come in (quasi) tutti i modi di produzione precedenti dalla dominanza di una classe sociale su un'altra (almeno). Nello specifico, la borghesia (i capitalisti), ossia la classe che detiene i mezzi di produzione e cioè le

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114 condizioni oggettive della produzione, estrinseca la propria dominanza sulla classe subordinata, il proletariato, ossia coloro che devono vendere la propria abilità al lavoro in cambio della sussistenza (salario), attraverso lo sfruttamento di questi ultimi che si concreta nel pagamento di una parte della giornata lavorativa, mentre la restante parte - il pluslavoro, poi plusvalore - è la radice sociale del profitto. Nell'opera Das Kapital (Il Capitale), Karl Marx analizza come i capitalisti comprassero forza lavoro dai lavoratori ottenendo il diritto di rivendere il risultato dell'attività produttiva ottenendo così un profitto (vedi teoria del valore e teoria marxiana del valore per i dettagli). Per Marx se le classi lavoratrici di tutti i paesi prendessero coscienza dei loro comuni obiettivi, si unirebbero per rovesciare il sistema capitalista. Lo considerava, se lo svolgimento della storia avesse seguito la logica di una razionalità hegeliana, un risultato inevitabile di un processo storico in atto; potendosi comunque verificare, qualora il socialismo non fosse riuscito ad imporsi, l'imbarbarimento della società attraverso la rovina di ambedue le classi in lotta e di tutte le classi.

Pierre Joseph Proudhon

Dalle rovine del capitalismo sarebbe sorta una società in cui, dopo un periodo di transizione (dittatura del proletariato), lo Stato avrebbe controllato i mezzi di produzione, la loro proprietà sarebbe passata alla società stessa nel suo complesso (lo Stato era destinato a dissolversi). La dittatura del proletariato, come fase transitoria, veniva così a contrapporsi alla dittatura della borghesia, come imposizione alla minoranza dei capitalisti della volontà della stragrande maggioranza della popolazione (il proletariato). La proprietà privata sarebbe stata limitata agli effetti personali (proprietà individuale). La conseguenza della proprietà collettiva dei mezzi di produzione sarebbe stata, nell'ottica di Marx, la fine della divisione della società in classi sociali e, di conseguenza, la fine dello sfruttamento e la piena realizzazione dell'individuo[8]. Una tale società sarebbe stata costruita attorno all'economia del dono "da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo le sue necessità."

Sviluppi paralleli e successivi al pensiero marxista Le idee di Marx sono state sviluppate in molte direzioni diverse: alcuni pensatori prendono da Marx solo il metodo di analisi della società, mentre il nascente movimento socialista ne abbraccia con entusiasmo la parte rivoluzionaria, mettendo in secondo piano il pensiero dei

Il pugno alzato è uno dei simboli più noti del comunismo. Spesso è raffigurato anche nella scultura, come in questa creazione di Alfonso Gialdini.


Comunismo socialisti non marxisti (Pierre-Joseph Proudhon, l'anarchico Bakunin, i già citati utopisti e molti altri). Fu nel segno di Marx che fu creata la Seconda Internazionale Socialista. Nel periodo successivo alla morte di Marx al termine comunismo venne di solito preferito quello, allora equivalente, di socialismo. La grande divisione tra i seguaci delle idee di trasformazione sociale di Marx passava tra i cosiddetti socialisti riformisti o gradualisti come Eduard Bernstein (e per certi versi anche il suo oppositore Karl Kautsky) in Germania, Filippo Turati in Italia o i marxisti austriaci e, sul versante opposto, i socialisti rivoluzionari come Rosa Luxemburg in Germania o Giacinto Menotti Serrati in Italia. Entrambi i gruppi pensavano che il comunismo fosse la naturale evoluzione della società occidentale, che come era evoluta dal feudalesimo al capitalismo borghese per la crisi del feudalesimo stesso, sarebbe dovuta evolvere naturalmente da capitalista in comunista per via delle contraddizioni interne del capitalismo. La differenza stava nel metodo che ritenevano necessario per questa transizione: mentre i socialisti riformisti ritenevano che il passaggio si sarebbe verificato gradualmente, attraverso una serie di riforme sociali, i socialisti rivoluzionari pensavano, in accordo con Marx, che invece questo cambiamento non sarebbe mai avvenuto spontaneamente ma avrebbe richiesto una rivoluzione. Karl Marx e Friedrich Engels studiano anche altre forme di comunismo. Partendo dalle ricerche di Lewis Morgan e di altri antropologi loro contemporanei, affermano che i primi ominidi vivevano in una sorta di società comunista, chiamata comunismo primitivo: il poco che possedevano veniva condiviso fra tutti, come anche i prodotti dell'attività dei singoli (in massima parte cibo). Alcuni gruppi isolati di persone vivevano fino a pochi anni fa in questo modo. In tutte le società moderne tuttavia la proprietà privata gioca un ruolo fondamentale, facendo sorgere il concetto di società classista. Questa tesi venne criticata da alcuni indiani americani, come Russell Means, che vedevano il concetto di comunismo primitivo come una distorsione della realtà dovuta all'imposizione di uno schema teorico occidentale precostituito su una situazione che invece non coincideva affatto con questa visione semplicistica delle cose; peggio ancora, Means e gli altri denunciavano come questa distorsione fosse strumentale, dovuta al desiderio di ricavarne prove da portare a sostegno nel dibattito ideologico in Europa. In particolare, l'antropologia del XIX secolo, i cui risultati Marx e gli altri citavano come prova a favore delle loro tesi, era basata su ricerche pesantemente influenzate da pregiudizi razziali, prive di una vera comprensione delle culture in esame e di loro osservazioni dirette.

Comunismo anarchico contro comunismo marxista Contemporaneamente alle dottrine di Marx si era sviluppata tuttavia un'altra forma di dottrina comunista: il comunismo anarchico. L'anarchismo prende le mosse dal pensiero di Pierre-Joseph Proudhon: non tutti i pensatori che si sono definiti anarchici hanno tuttavia adottato un modello di economia comunista (lo stesso Proudhon a un certo punto rivalutò in parte la proprietà privata). La polemica tra Proudhon e Marx fu così violenta che quando il primo pubblicò un volume intitolato Filosofia della Miseria il secondo rispose con il pamphlet Miseria della filosofia. Lo scontro tra anarchici e marxisti divampò all'interno dell'Associazione internazionale dei lavoratori (Prima Internazionale). Tra il 1871 e il 1872 Marx ed Engels riuscirono definitivamente a mettere gli anarchici in minoranza e a farli espellere dall'Internazionale. Il più importante teorico anarchico del primo periodo è sicuramente il Peter Kropotkin russo Michail Bakunin che espose la sua dottrina per lo più in Stato e anarchia. Per Bakunin libertà e eguaglianza erano due obiettivi inscindibili. Lo Stato, con la sua divisione tra governati e governanti, tra chi possiede la cultura e chi esegue il lavoro fisico, era in sé stesso un apparato repressivo e doveva essere dissolto senza il passaggio per una fase intermedia.

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116 Bakunin individuò gli equivoci e i possibili rischi della nozione di Marx di dittatura del proletariato. Secondo Bakunin il marxismo era l'ideologia di quella che chiamava "élite della classe dominata", avviata a diventare classe dominante a sua volta, e, in particolare, era l'ideologia degli intellettuali sradicati. La conquista del potere da parte dei comunisti marxisti, secondo Bakunin, avrebbe portato non alla libertà ma a una dittatura tecnocratica.

Bandiere nere e rosso-nere sono fin dal XIX secolo parte della simbologia del comunismo anarchico

« Se c'è uno Stato ci deve essere per forza dominio di una classe sull'altra... Che cosa significa che il proletariato deve elevarsi a classe dominante? È possibile che tutto il proletariato si metta alla testa del governo?... I marxisti sono consci di tale contraddizione e si rendono conto che un governo di scienziati sarà effettivamente una dittatura... Essi si consolano con l'idea che tale dominio sarà temporaneo... La massa del popolo verrà divisa in due armate, quella agricola e quella industriale, poste agli ordini degli ingegneri di Stato che costituiranno la nuova classe politico-scientifica privilegiata. » [9]

(Michail Bakunin )

Il modello proposto da Bakunin era quello di una libera federazione di comuni, regioni e nazioni in cui i mezzi di produzione, collettivizzati, sarebbero stati direttamente nelle mani del popolo tramite un sistema di autogestione. Idee simili a quelle di Bakunin furono sviluppate da Pëtr Kropotkin, suo connazionale, scienziato oltre che filosofo. Criticando il darwinismo sociale che fungeva da giustificazione alla competizione capitalistica e all'imperialismo, nel suo saggio Mutual Aid (1902) Kropotkin si propone di dimostrare come tra le specie animali prevalgano la cooperazione e l'armonia. Proprio cooperazione ed armonia, senza necessità di una stratificazione gerarchica, dovrebbero essere i principi dell'organizzazione sociale umana. Kropotkin prende ad esempio le poleis greche, i comuni medievali ed altre esperienze storiche come esempi di società autogestite. L'etica non dovrebbe essere imposta dalle leggi dello Stato ma scaturire spontaneamente dalla comunità. Come Bakunin, Kropotkin si augura la scomparsa dello Stato e l'instaurazione di un comunismo federalista, autogestito e decentrato. Il comunismo anarchico esacerberà il distacco da quello di matrice marxista anche nel secolo XIX, con contrapposizioni violente anche durante la rivoluzione sovietica.

La Comune di Parigi Nonostante le divergenze i socialisti e gli anarchici di varie tendenze furono unanimi nel vedere nella Comune di Parigi (1871) il primo tentativo da parte del movimento operaio di creare una società comunista. I comunardi presero il controllo di Parigi per due mesi e combatterono tanto contro la Prussia che contro il governo francese. La Comune introdusse una serie di leggi che riducevano il potere dei detentori di proprietà, come quelle che cancellavano i debiti, prima di venire soppressa nel sangue. Per Marx la Comune di Parigi rappresentò il primo esempio concreto di "dittatura del proletariato"; egli sostenne con forza il coraggioso esperimento politico anche se in un primo momento ritenne l'impresa troppo azzardata[10].


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L'Unione Sovietica, il marxismo-leninismo e il socialismo reale La Rivoluzione d'Ottobre Scontri e contrapposizioni tra le diverse anime del comunismo russo

Un carro utilizzato dal Nestor Makhno, rivoluzionario libertario durante la guerra civile in Ucraina. Si legge: "Morte al nero bandito Barone Wrangel!" allora generale dell'Armata Bianca

L'uso del termine comunista, spesso interpretato in senso unicamente marxista, cambia, e acquisisce progressivamente un significato distinto da socialista, quando nel 1917 il Partito Operaio Socialista Democratico Russo (bolscevico, distinto dall'omonimo partito menscevico) partito leninista, assieme alla frazione di sinistra del Partito Socialista Rivoluzionario, conquista la maggioranza nei Soviet e prende il potere in Russia con la Rivoluzione d'ottobre, la quale successivamente, 1922, porterà alla fondazione della Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).

In seno alla rivoluzione furono varie e numerose le contrapposizioni tra le organizzazioni d'ispirazione socialista e operaista, come socialisti rivoluzionari, menscevichi. Oltre alle contrapposizioni tra rivoluzionari e riformisti vi furono conflitti, spesso destinati a sfociare in fatti di sangue e scontri bellici, con le componenti anarchiche e libertarie. Tra i fatti maggiormente noti si ricordano gli scontri della Rivolta di Kronštadt e i fatti relativi alla Machnovščina, l'esercito insurrezionalista d'Ucraina. L'ascesa al potere di Lenin Dopo la rivoluzione Lenin, pseudonimo dal 1901 di Vladimir Il'ič Ul'janov, che al termine del processo rivoluzionario aveva conseguito la leadership incontrastata del movimento, propone alle fazioni rivoluzionarie dei socialisti marxisti di espellere la fazione riformista, cambiare il nome dei loro partiti in Partito Comunista e unirsi in una nuova Internazionale (la terza), 1919, che poi diventa l'Internazionale Comunista, abbreviato in seguito in Comintern. La nuova Internazionale si ispira al modello sovietico, accetta, implicitamente, la leadership del Partito Comunista Panrusso (Bolscevichi) e adotta la versione bolscevica del marxismo. Ogni partito che voleva aderire doveva accettare le "Ventuno Condizioni" decise dal secondo congresso dell'Internazionale, fra le quali la dodicesima che indicava che i partiti aderenti dovevano basarsi sul principio del centralismo democratico, che prevedeva la possibilità di ampio dibattito interno ma che impediva l'espressione all'esterno di questo dibattito ed un'organizzazione di tipo centralizzata con vasti poteri al centro.

La falce e il martello, dai primi del 1900 simbolo internazionale del Comunismo di matrice marxista, rappresentano l'unità fra i lavoratori delle città (martello) e quelli delle campagne (falce).

Nel pensiero di Lenin, come nel marxismo classico, il primo passo della presa del potere da parte del proletariato consisteva in una rivoluzione: il dominio borghese doveva essere sostituito dalla funzione-guida del proletariato (nel pensiero marxista classico questa fase viene chiamata, in opposizione polemica alla effettiva dittatura della borghesia, dittatura del proletariato). Lenin però, che aveva ripreso e ampliato la teoria di Hobson sull'imperialismo, a differenza di Marx che credeva che la rivoluzione sarebbe avvenuta nei paesi in cui il capitalismo era più avanzato, ipotizzò che la rivoluzione potesse avvenire prima nelle nazioni arretrate, come la Russia zarista, che erano più


Comunismo fragili perché subivano contemporaneamente sia le sollecitazioni interne del cambiamento sociale sia la pressione concorrente degli stati confinanti, economicamente e socialmente più moderni. Lenin puntava sul movimento di massa, alla cui testa doveva porsi il proletariato guidato da un'avanguardia proletaria composta di partiti coesi, bene organizzati e retti da una rigida disciplina. Questa versione del marxismo rientra nella teoria detta leninismo. La maggior parte dei socialisti rivoluzionari accettarono dopo qualche perplessità la proposta. Non mancarono però gli accesi critici di Lenin, come Rosa Luxemburg che intravide l'involuzione dittatoriale che la Rivoluzione d'Ottobre stava prendendo sotto la direzione del partito bolscevico.

Stalin e l'URSS La politica sovietica e la prassi comunista cambiarono radicalmente con l'ascesa del successore di Lenin, Stalin; questi elaborò un'ideologia, il marxismo-leninismo, che per alcuni, sotto la facciata della continuazione del pensiero di Marx e di Lenin, trasformò l'URSS in un regime totalitario del XX secolo, mentre per altri non fece altro che accentuare e sviluppare il carattere totalitario già insito nell'ideologia nella rivoluzione bolscevica. Alla passione ed alle idee della rivoluzione del 1917 si sostituì il potere degli apparati e l'arbitrio di Stalin. La collettivizzazione forzata e la repressione dei movimenti indipendentisti (che provocarono milioni di morti - vedi lo sterminio dei Kulaki e l'Holodomor), nonché l'industrializzazione sotto la guida statale non avevano più lo scopo di creare una qualche forma di società socialista ma piuttosto quella di rafforzare la nazione sovietica e il potere del suo dittatore. La politica estera machiavellica di Stalin passava dal sostegno aperto ai movimenti antifascisti quando la sua posizione poteva uscirne rafforzata, alla ricerca di un compromesso semi-segreto con la Germania nazista per spartirsi la Polonia e altri territori già parte dell'impero russo (Patto Molotov-Ribbentrop, 1939). Le indicazioni che impartiva ai partiti comunisti (il Comintern era ormai diventato una cinghia di trasmissione delle volontà della dirigenza sovietica anziché un luogo di discussione) erano ugualmente capaci di subire brusche sterzate da un momento all'altro. Ad ogni "capriola ideologica" chi sosteneva una tesi contraria veniva perseguitato e tacciato di tradimento. Negli anni trenta anche alcuni militanti comunisti occidentali si accorsero della piega che la situazione stava prendendo in URSS, fra questi Boris Souvarine, André Gide e George Orwell. In Italia nel 1931 venne espulso Ignazio Silone dal Pci per aver criticato Stalin. Già dagli anni trenta importanti scrittori progressisti, come André Gide, dopo il viaggio in Unione Sovietica, organizzato dalle autorità sovietiche, criticarono la natura di quel sistema: « E io penso che in nessun paese oggi, fosse pure nella Germania di Hitler, lo spirito sia meno libero, altrettanto asservito, intimidito (leggi: terrorizzato), schiavo. » (André Gide, Retour de l'URSS, 1936)

Tra le testimonianze sui campi di concentramento staliniani a partire dagli anni trenta e quaranta e tra le opere letterarie di denuncia sulla repressione staliniana il romanzo Buio a mezzogiorno (1941) di Arthur Koestler, che aveva rotto con il comunismo proprio per questa ragione. Altri intellettuali che spezzarono il conformismo sull'URSS, allora imperante nel mondo progressista, furono George Orwell, André Gide, Ignazio Silone (tutti e tre ex-comunisti). Anche Antonio Gramsci, l'ex segretario del Partito Comunista d'Italia, dal carcere dove era detenuto a causa della sua opposizione al fascismo, fece conoscere la sua opposizione alla persecuzione di Trotzkij e dei vecchi dirigenti bolscevichi. Anche dopo la seconda guerra mondiale furono numerose le denunce e le testimonianze fra le quali quella di Alexander Solzhenitsyn. Alla fine della seconda guerra mondiale il potere di Stalin e la sua ideologia si espansero nelle zone che l'Armata Rossa aveva liberato dal nazismo ed occupato. Dove esisteva un movimento comunista di massa, come in Cecoslovacchia, le purghe eliminarono presto i dirigenti non in linea con l'URSS o non sufficientemente malleabili, mentre i partiti non comunisti, maggioritari, venivano sciolti o posti sotto controllo dei partiti comunisti filosovietici. Alla fine l'Europa orientale vide nascere una cintura di Stati satelliti saldamente controllati dall'URSS e con sistemi politico-sociali ricalcati sul modello sovietico.

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La reazione dell'Occidente, che in quel momento voleva dire soprattutto Stati Uniti d'America, all'espansione dell'influenza dell'URSS portò ad un progressivo irrigidimento dei due grandi blocchi che si configurò come guerra fredda.

Trotsky e il comunismo rivoluzionario Lev Trotsky, il teorico della Rivoluzione Permanente, bollato come il traditore numero uno e costretto a fuggire dall'URSS[11], denunciò la politica di Stalin ma con scarso successo. Fondò nel 1938 la Quarta Internazionale, formata da gruppi e partiti comunisti dissidenti definiti, ma non da lui, trotskisti, ma fu ucciso nel 1940 in Messico da un sicario di Stalin.[12] Nonostante Lenin preferisse Trotsky come successore, Stalin riuscì ad esautorarlo e ad esiliarlo, riuscendo a portare a compimento il proprio progetto di Stato e di Partito. Ne risultò una società paralizzata da un apparato burocratico elefantiaco. La cura a questa situazione fu teorizzata da Trotsky ne "La rivoluzione tradita" e consisteva in una seconda rivoluzione ("politica" in contrasto a quella "sociale" dell'Ottobre) che avrebbe dovuto portare il popolo a riprendersi lo Stato, togliendolo di mano ai "burocrati" che, secondo la tesi trotskista, avevano assunto il ruolo di casta privilegiata al potere (non però di nuova "classe dominante") al posto dei lavoratori salariati[13]. Lev Trotsky

Fuori dall'URSS L'espansione dell'ideologia marxista-leninista andò oltre l'avanzata dell'Armata Rossa, raggiunse infatti la Repubblica Popolare Cinese, che sarebbe stata proclamata nel 1949 da Mao Tse Tung e l'Albania di Enver Hoxha che erano il frutto di una lotta civile e di una resistenza antifascista interne, a queste va aggiunta la Repubblica socialista federale di Jugoslavia presieduta dal Maresciallo Tito, nella quale l'Armata Rossa non si stabilì pur avendo partecipato alla lotta per la liberazione dell'occupazione nazista. I governi di questi paesi dopo un primo periodo di buoni rapporti dimostrarono che non avevano nessuna intenzione di sottomettersi passivamente ai dettami dell'URSS quindi in epoche differenti ruppero con l'URSS teorizzando anche una propria versione dell'ideologia marxista-leninista: maoismo, hoxhaismo (chiamato a volte enverismo) e il titoismo, metodologicamente non dissimili dallo stalinismo e, comunque, espressione del cosiddetto capitalismo di Stato in varie versioni.

Dopo Stalin Dopo la morte di Stalin nel 1953 ci furono da parte dei paesi e dei partiti satelliti dei tentativi di scrollarsi dal pesante dominio sovietico ma questi tentativi vennero repressi duramente. I partiti dell'Europa occidentale, già membri del Comintern, seguirono le posizioni dell'URSS in linea generale fino al 1968, la Primavera di Praga, quando per la prima volta non furono d'accordo con le scelte fatte dalla dirigenza sovietica. Da quel momento in poi questi partiti si allontanarono sempre più dall'ideologia marxista-leninista fino a quando verso la fine degli anni settanta si spostarono su posizioni eurocomuniste.


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Crollo del Muro Verso la fine del secolo XX lo stato di necessità economica e sociale in cui versava l'URSS spinsero i vertici del partito comunista sovietico ed in primis il Presidente Mihail Gorbačëv ad attuare una politica di rifondazione dello Stato e di apertura al mondo occidentale, definita al tempo Perestrojka. A partire da questo momento (1985) il cammino dell'URSS si farà sempre più aperto allentando la stretta sull'Europa orientale, sul regime illiberale e sulla chiesa ortodossa. Oggi, alcuni paesi (Cina, Corea del Nord, Cuba, Laos, Vietnam) continuano ad essere governati da partiti ispirati all'ideologia marxista-leninista, sebbene in diverse variazioni, ma hanno adottato in misura più o meno ampia un'economia maggiormente improntata a criteri pragmatici.

I movimenti comunisti nell'antifascismo Molti pensatori di ispirazione comunista o socialista interpretarono la tragedia della prima guerra mondiale come risultato delle rivalità fra nazioni, frutto del nazionalismo e dell'imperialismo, visto da alcuni (secondo il pensiero leninista) come fase ultima del capitalismo. Nel primo dopoguerra, alcuni segnali sembrarono andare nella direzione della rivoluzione socialista (la rivoluzione russa, il biennio rosso italiano, la proclamazione della Repubblica Socialista in Germania da parte di Karl Liebknecht, la fondazione della Repubblica Sovietica Ungherese, ed in generale il successo di movimenti operai in diversi paesi) ma pressoché tutti fallirono. Successivamente, la crisi economica del 1929, fornì ulteriori argomenti ai teorici critici del capitalismo liberale, ma presto fu chiaro che la crisi e l'impoverimento delle nazioni europee non stava portando a rivoluzioni progressiste, bensì all'abolizione della democrazia e all'affermarsi di regimi autoritari di destra, di cui gli esempi più eclatanti erano il fascismo italiano ed il nazismo tedesco. I marxisti presenti nel movimento antifascista sostengono che il passaggio da una forma di governo democratico ad una forma di governo totalitario, non è altro che un'opzione per la quale la borghesia opta per frenare, attraverso la repressione e il controllo del territorio, le rivendicazioni operaie e proletarie. Tale opzione, secondo i marxisti, è per la borghesia indispensabile e ne fa uso quando le contraddizioni politico-economiche sono tali da rappresentare una minaccia per l'ordinamento costituito. Per cui i marxisti sostengono che il movimento fascista è al servizio della borghesia, portando a compimento un primo accenno d'analisi fatta da Karl Marx, riguardo al sottoproletariato che egli stesso definì "feccia al servizio della reazione". L'avvento del fascismo colse i comunisti, come altri gruppi politici, impreparati. Sebbene l'antifascismo italiano avesse una forte impronta liberale (Manifesto degli intellettuali antifascisti del 1925 di Benedetto Croce), i comunisti si diedero un'organizzazione clandestina anche dopo l'affermazione del regime. Il ruolo fondamentale svolto dai comunisti nell'antifascismo è stato spiegato in diversi modi: essi erano per lo più persone con forti convinzioni ideali, preparate a un'eventuale azione clandestina e alla possibilità di essere perseguitate per le loro idee politiche. Inoltre i comunisti che militavano nei partiti membri del Comintern avevano alle loro spalle l'organizzazione di questa e il prestigio dell'URSS, anche se non sempre i sovietici li appoggiarono in modo effettivo. Nel primo periodo, infatti, lo sforzo antifascista dei comunisti ebbe un grosso limite nella politica del Comintern di considerare le forze riformiste di sinistra nemici da combattere anziché alleati: il termine "socialfascismo" coniato per bollare i socialdemocratici fu la manifestazione più evidente di questo atteggiamento. Si pensava infatti che il fascismo sarebbe stato un fenomeno transitorio (tesi questa condivisa da molti osservatori dell'epoca), che sarebbe crollato lasciando via libera alla lotta tra comunisti e loro oppositori per creare una società alternativa al capitalismo e che i socialdemocratici, compromessi con le forze conservatrici, si sarebbero trovati dalla parte opposta delle barricate. Questa politica fu in parte imposta da Stalin e in parte inizialmente caldeggiata da alcuni partiti comunisti, come il Partito Comunista Tedesco, che erano divisi da un'aspra rivalità con i socialdemocratici. Per ulteriori approfondimenti su questo punto si può leggere Nascita e avvento del fascismo dell'ex comunista italiano Angelo Tasca, e Da Potsdam a Mosca di Margaret Buber-Neumann, compagna di uno dei principali dirigenti del Partito Comunista tedesco. Le conseguenze disastrose dell'avvento del fascismo e la repressione da parte dei regimi fascisti di coloro che professavano l'ideologia comunista (fra le numerose vittime Antonio Gramsci, secondo segretario del Partito

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Comunismo Comunista d'Italia, morto al termine di una lunga carcerazione durante la quale non ebbe pieno accesso alle cure mediche necessarie per il suo grave stato di salute) portarono a un ripensamento della posizione del Comintern e alla nuova politica dei Fronti Popolari, alleanze di tutte le forze di sinistra in funzione democratica e antifascista: il primo esempio di Fronte Popolare fu quello spagnolo che vinse le elezioni nel 1936 (vedi anche voce Guerra civile spagnola). Poco tempo dopo anche in Francia si affermò un governo di Fronte Popolare, formato da socialisti e radicali e appoggiato dai comunisti dall'esterno. Durante la guerra di Spagna la sezione locale del Comintern, che inizialmente nel paese non era che un piccolo partito, acquisì una forza e un prestigio notevole grazie agli aiuti militari che l'URSS fece pervenire ai repubblicani spagnoli e che si trovò a gestire. Il Comintern favorì la nascita e l'organizzazione delle Brigate Internazionali, che erano aperte agli antifascisti di ogni tendenza politica, che permisero a chi voleva dare il suo contributo individuale alla causa spagnola di partecipare alla lotta. Proprio in Spagna però si manifesta, fuori dall'isolamento dell'URSS, la repressione staliniana dei comunisti che non volevano piegarsi alle posizioni del Comintern. In questo paese esistevano infatti un forte movimento anarchico (vedi paragrafo comunismo anarchico) rappresentato dai sindacati FAI (Federación Anarquista Ibérica) e CNT (Confederación Nacional del Trabajo), e un piccolo ma attivo partito marxista di vaga ispirazione trotskista e antisovietica, il POUM (Partido Obrero de Unificación Marxista). La principale differenza di indirizzo politico tra POUM e i filo-sovietici durante la guerra era che i primi ritenevano inseparabili guerra antifascista e rivoluzione socialista, mentre per i secondi ogni altro obiettivo doveva essere subordinato alla vittoria sul generale Francisco Franco e i suoi miliziani. Sotto istigazione di Stalin il POUM venne accusato di essere un movimento di traditori che "oggettivamente" favorivano i fascisti e i suoi membri perseguitati (Andreu Nin, il segretario, venne torturato e assassinato in carcere). Parallelamente gli esperimenti di "comunismo libertario" e autogestito degli anarchici venivano scoraggiati o interrotti, anche se i dirigenti anarchici riuscirono per lo più a salvarsi dal terrore staliniano grazie alla loro forza politica. Il 17 maggio 1937 a Barcellona si ebbero addirittura violenti scontri armati tra POUM e CNT da una parte e combattenti inquadrati nelle organizzazioni del PSUC (Partit Socialista Unificat de Catalunya), vicino al Partido comunista de España dall'altra. Questi fatti sono stati riportati tra gli altri da George Orwell, allora combattente in Spagna in Omaggio alla Catalogna e trasposti cinematograficamente da Ken Loach in Terra e Libertà. Il movimento comunista si è impegnato anche nella Resistenza all'occupazione nazifascista, durante la seconda guerra mondiale. In Europa notevole fu l'impegno nella resistenza jugoslava, italiana, francese, greca, polacca, cecoslovacca e in Asia nella resistenza cinese, malese e filippina.

Esperienze comunitarie moderne Attualmente un piccolo numero di persone, provenienti soprattutto dalle regioni industrializzate, hanno scelto di uscire dalla società moderna e di vivere in comunità, piccole società alternative: il fenomeno vide il suo apice durante il boom della contro-cultura negli anni sessanta e all'inizio degli anni settanta, ma in misura ridotta dura tuttora. Queste persone sono spesso designate come nuovi bohemién o hippy e per quanto riguarda collettività organizzate per occupazioni abusive anche squatter.

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Esperienze comunitarie antiche Da sempre in occidente e in oriente si sono verificati casi di creazione di comunità in cui non vi era proprietà personale ma solo collettiva. Si pensa semplicemente a esperienze cristiane come il monachesimo (anche in versione militare come nei templari). Anche i monaci buddhisti hanno adottato la stessa linea comunitaria. Più recente si possono menzionare i kibbutz in Israele.

Critiche al comunismo La dottrina della Chiesa cattolica si è sempre pronunciata a favore dell'inviolabilità della proprietà privata vista come prolungamento della persona stessa. La messa in comune della proprietà è proposta dalla Chiesa solo su base volontaria come gesto di adesione ai consigli evangelici. A tal proposito in ogni caso, il comunismo di stampo marxista mette in dubbio non tanto la proprietà individuale, quanto quella dei mezzi produttivi[14]. « Il diritto alla proprietà privata, acquisita o ricevuta in giusto modo, non elimina l'originaria donazione della terra all'insieme dell'umanità. La destinazione universale dei beni rimane primaria, anche se la promozione del bene comune esige il rispetto della proprietà privata, del diritto ad essa e del suo esercizio. » [15]

(Catechismo della Chiesa cattolica, III, sez. ii, cap. 2, art. 7, 2403

)

Molti scrittori e attivisti politici si sono dimostrati critici nei confronti del comunismo e più frequentemente del socialismo reale: dissidenti del blocco sovietico Aleksandr Isaevič Solženicyn, Arthur Koestler e Václav Havel per quanto riguarda lo stato socialista; economisti Friedrich von Hayek, Ludwig von Mises e Milton Friedman teorici di una diversa e contrapposta economia; storici e sociologi Hannah Arendt, Robert Conquest, Daniel Pipes e R. J. Rummel; filosofi come Karl Popper, sempre in riferimento alla componente marxista, per citarne alcuni. Alcuni studiosi, tra questi Conquest, argomentano contro il comunismo marxista sottolineando la violazione dei diritti umani da parte dei regimi comunisti, particolarmente a opera di Stalin e Mao Zedong. La maggior parte degli studiosi e dei politici contrari al comunismo tendono a vedere le vittime e i reati causati dai regimi comunisti come conseguenze inevitabili dell'applicazione del marxismo, mentre pensatori e politici vicini al comunismo solitamente sostengono la mancanza di un rapporto tra gli ideali e quanto compiuto dai vari regimi a essi apparentemente ispirati. Ciò varrebbe in particolare per il regime staliniano in Unione Sovietica, visto come una degenerazione del marxismo[16][17][18]. Esistono, naturalmente, anche critiche alle teorie economiche sviluppate da Marx e dai marxisti. Hayek, tra gli altri, sostiene che il possesso collettivo dei mezzi di produzione può essere mantenuto solo attraverso un'autorità centrale di qualche tipo, che tende, a causa dell'enorme potere del quale è investita, a diventare totalitaria, violando le libertà civili e politiche quindi eliminando tutti gli oppositori politici. L'economista sostiene inoltre che libertà e diritti possano essere conservati solamente attraverso la salvaguardia della proprietà privata e dell'economia di mercato ossia due libertà essenziali per la teoria liberale e liberista.

Storia del termine Nonostante l'idea di una società comunista si sia sviluppata fin dall'antichità, i termini socialismo e comunismo sono di origine settecentesca e divengono di uso comune solo con l'affermarsi della Rivoluzione industriale. Nonostante ciò, il termine comunismo spesso viene usato per descrivere tutte le teorie, anche antecedenti alla nascita del termine, che prevedono il possesso collettivo dei mezzi di produzione e l'abolizione della proprietà privata. Molte di queste teorie però mancano di alcune fondamentali caratteristiche del comunismo moderno e contemporaneo (in particolar modo l'assenza di classi e l'egualitarismo). In questi casi si usano quindi anche termini differenti per marcare questa differenza: si parla di teorie comunistiche, o di comunismo ante litteram. Fino alla pubblicazione del Manifesto del Partito Comunista nel 1848, i termini socialismo e comunismo erano considerati intercambiabili. Nell'opera, invece, Marx ed Engels operano la suddivisione tra «socialismo utopistico» e


Comunismo «socialismo scientifico», che essi chiamano anche comunismo. Gli autori volevano evidenziare polemicamente le differenze tra le teorie socialiste allora diffuse (Saint-Simon, Fourier, Proudhon e Owen) e la loro, che si proponeva di essere scientifica, in quanto basata su fatti e leggi, e non su idee od utopie. Scrivono infatti nel Manifesto: «Le proposizioni teoriche dei comunisti non poggiano affatto su idee, su principi inventati o scoperti da questo o quel riformatore del mondo. Esse sono semplicemente espressioni generali di rapporti di fatto di una esistente lotta di classi, cioè di un movimento storico che si svolge sotto i nostri occhi». Nonostante le loro affermazioni, molti hanno criticato che il marxismo sia in effetti scientifico: in particolare Karl Popper, che basa la sua critica sulla non falsificabilità delle teorie marxiste. In ogni modo il termine comunismo continuò a essere un sinonimo di socialismo per tutto l'Ottocento: basti ricordare che i partiti che prendevano parte alla Seconda internazionale, tutti di ispirazione marxista, venivano tutti denominati socialisti o socialdemocratici. La definitiva separazione dei due termini avvenne per iniziativa di Lenin: nel 1917 il Partito Operaio Socialdemocratico Russo, per evidenziare il distacco tra le posizioni del socialismo riformista e il socialismo rivoluzionario, assunse la denominazione di Partito Comunista Russo. Da allora si definiscono comunisti tutti i partiti di ispirazione rivoluzionaria, mentre socialisti o socialdemocratici si definiscono i partiti sostenitori di un avanzato programma di riforme. Questi ultimi possono rimanere nell'alveo della società capitalistica senza proporsi l'obiettivo di una trasformazione socialista della società oppure promuovere leggi volte a cambiare il sistema sociale da capitalista a socialista.

Note [1] http:/ / www. cnrtl. fr/ lexicographie/ Communisme Charles Augustin de Sainte-Beuve, su CNRTL [2] (FR) Jacques Grandjonc, Quelques dates à propos des termes communiste et communisme, Mots, 7, ottobre 1983 pp. 143-148 Mots, consultabile (http:/ / www. persee. fr/ web/ revues/ home/ prescript/ article/ mots_0243-6450_1983_num_7_1_1122) [3] George Woodcock, Cap VIII: Il profeta in L'anarchia: storia delle idee e dei movimenti libertari, Milano, Feltrinelli Editore [1966]. [4] Giovanni Pettinato, I Sumeri, Rusconi, Milano, 1991 ISBN 978-88-452-3412-5 [5] Filone Alessandrino, 13 a.C. - 45 d.C., Quod omnis probus sit liber [6] http:/ / www. laparola. net/ wiki. php?riferimento=Atti5%2C1-11& formato_rif=vp [7] C. Hill, il mondo alla rovescia, Einaudi 1970 [8] *Karl Marx, Lettera a Weydemeyer (5/3/1852) [9] Michail Bakunin, Stato e anarchia [10] *Karl Marx, Indirizzo del consiglio generale dell'Associazione Internazionale dei lavoratori, 1871 [11] L. Trotsky, Stalinismo e Bolscevismo, 1937 [12] Roman Brackman, "The secret file of Joseph Stalin: a hidden life", Routledge, 2001 [13] Trockij, Lev, La rivoluzione tradita, tr. it. di L. Maitan, Samonà e Savelli, Roma, 1968 [14] "Il comunismo non toglie a nessuno potere d'appropriarsi la sua parte dei prodotti sociali, esso non toglie che il potere di assoggettare coll'aiuto di quest'appropriazione, il lavoro degli altri", in: Karl Marx, Il Manifesto del Partito Comunista, cap. II, Proletarii e Comunisti. s:Il Manifesto del Partito Comunista/II [15] Catechismo della Chiesa Cattolica Romana riguardo al VII comandamento: «Non rubare» (http:/ / www. vatican. va/ archive/ catechism_it/ p3s2c2a7_it. htm). URL consultato in data 02-10-2009.. [16] Aurelio Lepre, Che c'entra Marx con Pol Pot? Il comunismo tra Oriente ed Occidente, Laterza, Bari, 2001 [17] Domenico Losurdo, Utopia e stato d'eccezione. Sull'esperienza storica del "socialismo reale", Laboratorio politico, Napoli, 1996 [18] Luciano Canfora, Pensare la rivoluzione russa, Teti, Milano, 1995

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Nicola Abbagnano, "Comunismo", in Dizionario di filosofia, UTET, Torino, 1971 Michail Bakunin, Stato e anarchia, Feltrinelli, Milano 1968 (altre ed. 1972, 1996, 2004) ISBN 88-07-80662-2 Marcello Flores, In terra non c'è paradiso, Baldini Castoldi Dalai Editore, 1998. François Furet, Il passato di un'illusione: l'idea comunista nel XX secolo, Arnoldo Mondadori Editore, 1995 Karl Marx, Friedrich Engels - Manifesto del Partito Comunista, Londra, 1848 su Liber Liber (http://www. liberliber.it/biblioteca/e/engels/). Filippo Pani; Salvo Vaccaro, Atlanti della Filosofia - Il Pensiero Anarchico, Ed. Demetra, 1997. ISBN 88-440-0577-4 Karl Marx, Friedrich Engels, Critica dell'anarchismo, Torino, Einaudi, 1972 Robert Service, Compagni. Storia Globale del comunismo nel XX secolo, Laterza, Bari, 2008 Edmund A. Walsh, Origine e sviluppo del comunismo mondiale, Sperling & Kupfer, Milano, 1954 George Woodcock, Storia delle idee e dei movimenti libertari, Feltrinelli Editore, Milano, 1966.

Voci correlate • Dittatura del proletariato • • • • • • • • • • • • •

Egualitarismo Socialismo Collettivismo Storia del comunismo Stato socialista Partito comunista Marxismo Movimenti comunisti (elenco di partiti e associazioni comuniste) Simbologia comunista Anarchia Anarchismo Anticapitalismo Proto-comunismo

Documenti • Manifesto del Partito Comunista • Il Capitale

Teorici del comunismo di matrice marxista • • • • • • • •

Karl Marx Friedrich Engels Rosa Luxemburg Anton Pannekoek Paul Mattick György Lukács Karl Liebknecht Lenin

• Josif Stalin • Lev Trotsky • Antonio Gramsci

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Comunismo • Amadeo Bordiga • Mao Zedong

Storia del comunismo sovietico • • • • •

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Evoluzioni del comunismo • Anarco-comunismo • Eurocomunismo • Post-comunismo

Opposizioni e critiche al comunismo • Anticomunismo • Critiche al comunismo • Il libro nero del comunismo • Risoluzione 1481 del Consiglio d'Europa (condanna dei crimini dei regimi del totalitarismo comunista)

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Collegamenti esterni • Che cos'è la proprietà comune? (http://www.worldsocialism.org/noneng/ita4.php) • Studio dei fondatori del comunismo scientifico (http://www.kprf.org/forumdisplay-f_16.html)

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Sinistra (politica)

Sinistra (politica) Con il termine sinistra, utilizzato nel campo della politica, si indica la componente del Parlamento che siede alla sinistra del Presidente dell'assemblea e, in generale, l'insieme delle posizioni politiche qualificate come più egualitariste della destra[1][2][3].

Storia del termine Le denominazioni "destra" e "sinistra" delle due parti opposte nell'arena politica nascono in Francia poco prima della Rivoluzione francese. Nel maggio 1789 furono convocati gli Stati generali dal Re di Francia, un'assemblea che doveva rappresentare le tre classi sociali allora istituite: il clero, la nobiltà e il terzo Stato. Quest'ultimo si ordinò all'interno dell'emiciclo con gli esponenti conservatori capeggiati da Pierre Victor de Malouet che presero i posti alla destra del Presidente, i radicali di Honoré Gabriel Riqueti de Mirabeau quelli alla sinistra. Questa divisione si ripresentò anche in seguito, quando si formò l'Assemblea nazionale. A destra prevaleva una corrente volta a mantenere i poteri monarchici, a sinistra stava la componente più rivoluzionaria. Quando, a fine agosto, si discusse l'articolo della Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino che riguarda la libertà religiosa, "coloro i quali tenevano alla religione e al re si erano messi alla destra del presidente, per sfuggire alle urla, ai discorsi e alle indecenze che avevano luogo nella parte opposta", dove stava la componente più rivoluzionaria (Marcel Gauchet). La denominazione si consolidò durante l'Assemblea legislativa e la Convenzione Nazionale. Con Restaurazione la distinzione si conferma come una caratteristica costante del sistema parlamentare, destinata a durare. Dalla Francia si estese rapidamente a tutta l'Europa. Nel periodo della Restaurazione, la sinistra era occupata dai settori rivoluzionari. Nel corso del Novecento, la sinistra ha compreso posizioni ideologiche come il progressismo, la socialdemocrazia, il socialismo, il comunismo e, sotto certi profili, il liberalismo sociale. Il termine left è stato utilizzato nel Regno Unito per indicare le componenti liberale (erede degli Whig) e laburista, il termine linke in Germania per indicare prevalentemente i socialdemocratici.

Posizioni Economia Le posizioni di sinistra relative all'ambito economico spaziano dall'economia keynesiana e il welfare state attraverso la democrazia industriale e l'economia sociale di mercato alla nazionalizzazione dell'economia e all'economia pianificata[4]. Durante la rivoluzione industriale, la sinistra sostenne i sindacati. Nei primi anni del '900 essa fu associata alle politiche che sostengono un esteso intervento gorvenativo in ambito economico[5]. I sostenitori della sinistra criticano ciò che percepiscono come il carattere sfruttante della globalizzazione, la race to the bottom e i licenziamenti ingiusti. Nell'ultimo quarto del XX secolo, l'idea che un governo (governando in accordo con gli interessi del popolo) dovrebbe coinvolgere direttamente se stesso nelle attività giornaliere di un'economia ha perso popolarità presso il centrosinistra, specialmente tra i socialdemocratici che furono influenzati dall'ideologia della terza via. Vi sono altri, poi, che credono nell'economia marxista, basata sulle teorie economiche di Karl Marx. Alcuni distinguono le teorie economiche di Marx dalla sua filosofia politica, sostenendo che l'approccio del filosofo alla comprensione dell'economia è indipendente dalla sua difesa del socialismo rivoluzionario e dalla sua fede nell'inevitabilità della rivoluzione proletaria[6]. I libertari di sinistra, i libertari socialisti, insieme agli anarchici, credono in un'economia decentralizzata retta dai sindacati, i consigli dei lavoratori, le cooperative, i comuni e le comuni e si oppongono al controllo privato e governativo dell'economia, preferendo il controllo locale, in cui una nazione di regioni decentalizzate siano unite in

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Sinistra (politica) una confederazione.

Religione L'originale sinistra francese era anticlericale, si opponeva all'influenza della Chiesa cattolica e sosteneva la separazione fra Stato e Chiesa[7]. In seguito, Marx sostenne che «La religione è il singhiozzo di una creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, lo spirito di una condizione priva di spirito. È l'oppio dei popoli.»[8] Nella Russia sovietica i bolscevichi abbracciarono inizialmente «un credo ideologico che professava che tutta la religione si sarebbe atrofizzata» e «deciso a sdradicare il cristianesimo in quanto tale». Nel 1918, «Dieci alti prelati furono sommariamente fucilati con la spiegazione: "Il potere sovietico continuerà a sparare a questi signori fino a quando manderemo in frantumi e schiacceremo la criminale attività controrivoluzionaria dei capi della Chiesa."» e «i bambini furono privati di qualsiasi istruzione religiosa fuori di casa»[9]. Oggi, nel mondo occidentale, i sostenitori della sinistra appoggiano solitamente la secolarizzazione e la separazione tra Stato e Chiesa. Tuttavia, le credenze religiose hanno trovato spazio anche all'interno di alcune realtà di sinistra, come il movimento abolizionista americano e il movimento contro la pena di morte. Inoltre, i primi pensatori socialisti, come Robert Owen, Charles Fourier e Saint-Simon, basarono le proprie teorie del socialismo su principi cristiani. D'altra parte, da La città di Dio di Agostino passando per L'Utopia di Tommaso Moro, i maggiori scrittori cristiani difesero le idee ritenute dai socialisti accettabili. In ambito biblico sono riscontrabili diverse preoccupazioni comuni della sinistra, come il pacifismo, la giustizia sociale, l'uguaglianza razziale, i diritti umani e il rifiuto di un'eccessiva ricchezza[10]. Alla fine del XIX secolo sorse il movimento Social Gospel (in particolare tra gli anglo-cattolici, i luterani, i metodisti, i battisti in America del Nord e in Gran Bretagna), che tentò di integrare il pensiero progressista e socialista con il cristianesimo nell'attivismo sociale basato sulla fede, promosso da movimenti come il socialismo cristiano. Nel XX secolo, la teologia della liberazione e la spiritualità della creazione fu sostenuta da alcuni scrittori come Gustavo Gutierrez e Matthew Fox. Esistono anche movimenti di sinistra come il socialismo islamico e il socialismo buddhista. Vi sono anche state alleanze tra la sinistra e i musulmani contrari alla guerra; ad esempio quella tra il Partito del Rispetto e la Stop the War Coalition, in Gran Bretagna. In Francia, la sinistra si è divisa sulle azioni per bandire il hijab dalle scuole, con alcuni che sostenevano il divieto sulla base della separazione tra Stato e autorità religiose ed altri che a tale divieto si opponevano invocando la libertà personale.

La sinistra in Italia La prima volta che in Italia entrò in uso il termine "sinistra" fu in riferimento della Sinistra storica, che governò il Paese dal 1876 per vent'anni con Agostino Depretis. La matrice ideologica del raggruppamento era liberale progressista, e si rifaceva alle idee mazziniane, garibaldine e dunque democratiche. Negli anni di governo della Sinistra storica, si fecero strada alcune forze politiche allora catalogate come "estrema sinistra": il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Radicale storico. La Sinistra storica venne poi succeduta al governo del Paese dalla cosiddetta Sinistra liberale, cioè dall'ala più progressista dello schieramento liberal-conservatore. Nel Novecento maggiori partiti di sinistra attivi sono stati il Partito Socialista Italiano (il partito più antico, poi Socialisti Italiani e Socialisti Democratici Italiani, oggi di nuovo Partito Socialista Italiano), il Partito Comunista Italiano (in seguito Partito Democratico della Sinistra e Democratici di Sinistra) e il Partito Socialista Democratico Italiano, entrambi nati da scissioni del primo. Non mancarono poi partiti più moderati, ma comunque ascrivibili alla sinistra sotto certi profili: il Partito Radicale e lo stesso Partito Repubblicano Italiano. Oggi all'area "moderata" o "riformista" della sinistra (detta anche centro-sinistra) appartengono il Partito Democratico, che tuttavia ha al suo interno significative componenti centriste, il già citato Partito Socialista Italiano, che presidia la sinistra tradizionale, e i Radicali Italiani (che si considerano, però, una forza politica che va al di là dei tradizionali schieramenti di destra e sinistra); all'area della sinistra aderiscono a diverso titolo: la Federazione dei Verdi, Sinistra Ecologia Libertà, il Movimento RadicalSocialista, il Nuovo Partito d'Azione, il Partito Umanista, e i

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Sinistra (politica) cosiddetti partiti di sinistra radicale (il Partito dei Comunisti Italiani e il Partito della Rifondazione Comunista, che fanno parte, con forze minori, della Federazione della Sinistra). Altre formazioni, denominate di estrema sinistra, ma che comunque partecipano alle elezioni, sono il Partito Comunista dei Lavoratori e Sinistra Critica. La sinistra extraparlamentare è stata rappresentata, in passato, da diverse formazioni. Le più importanti furono Potere Operaio, Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Movimento Lavoratori per il Socialismo, Autonomia Operaia. Attualmente uno dei gruppi di rilievo dell'area extraparlamentare di sinistra è Lotta Comunista.

Note [1] T. Alexander Smith, Raymond Tatalovich. Cultures at war: moral conflicts in western democracies. Toronto, Canada: Broadview Press, Ltd, 2003. Pp 30. [2] Left and right: the significance of a political distinction, Norberto Bobbio and Allan Cameron, pg. 37, University of Chicago Press, 1997. [3] N. Bobbio Destra e Sinistra 1994 [4] Andrew Glyn, Social Democracy in Neoliberal Times: The Left and Economic Policy since 1980, Oxford University Press, 2001. ISBN 978-0-19-924138-5 [5] Eric D. Beinhocker, The origin of wealth (http:/ / www. google. com/ books?id=eUoolrxSFy0C& printsec=frontcover& dq=Beinhocker#PPA416,M1), Harvard Business Press, 2006, p. 416. ISBN 978-1-57851-777-0 [6] John Munro, "Some Basic Principles of Marxian Economics", University of Toronto [7] Andrew Knapp; Vincent Wright, The Government and Politics of France, Routledge, 2006. ISBN 978-0-415-35732-6 [8] "Religion is the sigh of the oppressed creature, the heart of a heartless world, and the soul of soulless conditions. It is the opium of the people." in Marx, K. 1976. Introduction to A Contribution to the Critique of Hegel’s Philosophy of Right. Collected Works, v. 3. New York. [9] Michael Burleigh, Sacred Causes, HarperCollins, 2006, pp. 41-43. [10] David van Biema; Jeff Chu. Does God Want You To Be Rich? (http:/ / www. time. com/ time/ printout/ 0,8816,1533448,00. html). Time, 10 settembre 2006. URL consultato in data 4 novembre 2012.

Bibliografia • • • • •

Antiseri, Dario e Infantino, Lorenzo (a cura di), Destra e Sinistra due parole ormai inutili, Messina, 1999 Bobbio, Norberto, Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Roma, 1994 Carocci, Giampiero, Destra e sinistra nella storia d'Italia, Roma, 2004 Gauchet, Marcel, Storia di una dicotomia. La destra e la sinistra, Milano, 1994 Salvadori, Massimo, La Sinistra nella storia italiana, Roma-Bari, 2001

Voci correlate • Sinistra storica • Centro-sinistra • Destra

Altri progetti • Wikiquote contiene citazioni: http://it.wikiquote.org/wiki/Sinistra • Wikizionario contiene la voce di dizionario: http://it.wiktionary.org/wiki/sinistra

Collegamenti esterni • Marxists Internet Archive (http://www.marxists.org/italiano/index.htm) (libera biblioteca sul Marxismo) • (EN) World Socialist Web Site (http://www.wsws.org/)

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Repubblicanesimo

Repubblicanesimo Il Repubblicanesimo, genericamente, è l'ideologia di una nazione governata col sistema politico della Repubblica. Secondo la definizione generale, una repubblica è uno Stato o un Paese in cui la sovranità risiede nelle mani del popolo. Per certi versi, la repubblica è intesa come antitesi della monarchia: si riferisce, altresì, a un sistema politico che ha un codice di leggi che protegge la libertà individuale dalle forze della tirannia con rappresentanze elettive che governano seguendo la legalità. Il repubblicanesimo, pertanto, si riferisce contemporaneamente al sostegno di un tale tipo di governo (repubblicano) e all'ideologia correlata. Il termine si associa anche alle ideologie dei diversi partiti politici che utilizzano il nome di "Partito Repubblicano". Alcuni di essi sono proprio fondati sull'anti-monarchismo; nonostante portino il medesimo nome, i vari partiti repubblicani diffusi per il mondo hanno obiettivi e punti di vista abbastanza differenti, inseriti ciascuno nel proprio contesto.

Neo-Repubblicanesimo Non esiste una sola concezione della tradizione repubblicana, ma almeno due, di cui una più aristotelica e l'altra più "pluralista". La prima si richiama a John Pocock e in particolare alla sua monumentale opera "The Machiavelian Moment" pubblicata nel 1975. Di questa "scuola", denominata "repubblicanesimo classico" fa parte anche Hannah Arendt. La seconda è composta da diversi autori, in particolare Philip Pettit, Quentin Skinner e Maurizio Viroli. Questi autori sostengono che, negli autori classici romani come Cicerone, nell'esperienza dei liberi comuni medioevali italiani e in autori come Machiavelli, si ritrova una nozione di libertà diversa da quella propria del liberalismo. In pratica la concezione della libertà dei repubblicani non solo precede temporalmente quella che possiamo chiamare la libertà dei liberali ma ha, rispetto a quest'ultima, una maggiore ricchezza di contenuti.

Bibliografia • • • • • • • • • •

Maurizio Viroli, Repubblicanesimo, Laterza, Roma-Bari, 1999; Quentin Skinner, La libertà prima del liberalismo, Introduzione di Marco Geuna, Einaudi, Torino 1998; Luca Baccelli, Critica del repubblicanesimo, Laterza, Roma-Bari, 2003; Philip Pettit, Il repubblicanesimo. Una teoria della libertà e del governo, Feltrinelli, Milano 2000; Norberto Bobbio, Maurizio Viroli, Dialogo intorno alla repubblica, Laterza, Roma-Bari 2001; Sauro Mattarelli (cura), Il senso della repubblica. Frontiere del repubblicanesimo, FrancoAngeli, Milano 2006; Sauro Mattarelli (cura), Il senso della repubblica. Doveri, FrancoAngeli, Milano 2007; Sauro Mattarelli, Dialogo sui doveri, Marsilio, Venezia 2005; Thomas Casadei (cura), Repubblicanesimo, democrazia, socialismo delle libertà, FrancoAngeli, Milano 2004 Federica Frediani e Fernanda Gallo (a cura di), Ethos repubblicano e pensiero meridiano [1] (brossura), 1a ed., Reggio Emilia, Diabasis, giugno 2011, pp. 240. ISBN 978-88-8103-727-8

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Repubblicanesimo

Voci correlate • • • • • • • • • •

Partito Repubblicano (Stati Uniti d'America) Movimento Repubblicano Popolare Partito Repubblicano Italiano Movimento Repubblicani Europei Sinistra Repubblicana (Italia) Sinistra Repubblicana (Spagna) Repubblicani Democratici Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa Sinn Féin Monarchie abolite

Collegamenti esterni • Res Publica: repertorio internazionale di siti web anti-monarchici [2]

Note [1] http:/ / www. diabasis. it/ Database/ diabasis/ diabasis. nsf/ b4604a8b566ce010c125684d00471e00/ a10cb5e28d5c1e57c12577970049bf65!OpenDocument [2] http:/ / makepeace. ca/ respublica/

Nazionalsocialismo Il nazionalsocialismo o nazismo è un movimento politico ed una ideologia radicale antisemita, razzista, anticomunista e antidemocratica[1]. Viene creato subito dopo la prima guerra mondiale in Germania. La Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei (NSDAP) sotto Adolf Hitler salì al potere nel 1933 trasformando il Reich tedesco nel periodo 1933-1945 in un totalitario "Stato Leader", la Germania nazista. Con l'invasione della Polonia, nel 1939 innescò la seconda guerra mondiale. L'esperienza nazista come sistema di governo si è conclusa con la resa incondizionata dell'esercito tedesco in data 8 maggio 1945 e la vittoria militare delle contrapposte forze alleate. I termini "nazionalsocialismo" e "socialismo nazionale", preesistenti al 1919 da almeno un trentennio e di diverso e vario utilizzo[2][3], si videro confluire in quell'anno nel nome del DAP, Deutsche Arbeiterpartei, in realtà fondato nel 1903 in Austria, il cui nome venne riutilizzato da Hitler per poi rinominarsi nel 1920 appunto come NSDAP. Hitler ha definito i concetti di nazionalismo e socialismo in modo molto personale: il nazionalismo è citato come la devozione del singolo per la sua comunità nazionale, mentre il socialismo è descritto come una responsabilità della comunità nazionale per l'individuo[4].

Caratteri generali Il nazismo esprime una forma nazionalista e totalitaria di movimento d'estrema destra con iniziali mire operaiste (völkisch), opposta al socialismo internazionale di stampo marxista. Il termine nazional-socialismo parrebbe un ossimoro, ma l'antitesi che reca in sé, dal momento che il nazionalismo è un movimento nazionale, mentre le correnti dominanti del socialismo sono orientate in senso internazionalista e universalista derivano dalla personale idea hitleriana di concetti in realtà diversamente significanti esposti nell'introduzione. Come per il fascismo, anche nel nazismo delle origini è presente - anche se non egemone - una componente ideologica di stampo collettivistico e socialisteggiante, che attirò consensi addirittura da parte di militanti del Partito Comunista Tedesco. I fautori di tale

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Nazionalsocialismo corrente sono stati tuttavia oggetto di ostilità crescente da parte di Hitler: la più significativa ondata di persecuzione in questo ambito iniziò il 30 giugno 1934 con la cosiddetta notte dei lunghi coltelli[5]. Il nazismo trae origine dal partito politico guidato dal suo ideologo principale Adolf Hitler, l'NSDAP (Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei, "Partito operaio nazionalsocialista tedesco"), ed è basato su un programma politico indicato da questi nel libro Mein Kampf. Una volta raggiunto il potere, esso trasformò il sistema governativo in una spietata dittatura, con un programma sistematico di eliminazione anche fisica degli avversari politici e di persone appartenenti a categorie ritenute inferiori o dannose per la società, quali ebrei, slavi, nomadi, omosessuali, appartenenti a piccoli gruppi religiosi come i Testimoni di Geova, portatori di handicap fisico o mentale, i comunisti, i massoni - definiti nel complesso con l'aggettivo Untermenschen, cioè "sub-umani". Nel suo Mein Kampf (La mia battaglia), Hitler spiega chiaramente i motivi per cui intende perseguitare queste categorie: «La sconfitta dell'esercito tedesco, invitto, al termine della prima guerra mondiale è scaturita da una pugnalata alle spalle inferta dal giudaismo internazionale con la complicità della massoneria, del bolscevismo internazionale, del nomadismo fomentatore di disordini e del pacifismo propugnato dagli omosessuali e da vasti settori religiosi, tutti quanti sotto l'egida del Papa a Roma». La Germania di questo periodo storico viene generalmente indicata come Germania nazista, mentre il periodo tra il 1933 ed il 1945 è propriamente conosciuto con il termine di "Terzo Reich" (in tedesco: "Das Dritte Reich", traducibile in italiano con la locuzione "Il Terzo Regno"), storicamente riconducibile ai due precedenti imperi tedeschi. Il Primo Reich fu fondato nel 925, dopo la dissoluzione dell'Impero Carolingio, da Ottone I, che fu incoronato da papa Giovanni XII e divenne il primo imperatore del Sacro Romano Impero germanico (962). Il Primo Reich continuò fino all'inizio del XIX secolo: dopo la pace di Presburgo (odierna Bratislava, capitale della Slovacchia, il 26 dicembre 1805, e la nascita della Confederazione del Reno (uno stato fantoccio controllato da Napoleone, luglio 1806), Francesco II d'Asburgo rifiutò la corona di imperatore (agosto 1806), mettendo fine così al Primo Reich. Il Secondo Reich corrisponde al nuovo stato unitario germanico dopo la vittoria sulla Francia (la Germania guglielmina degli Hohenzollern, 1871 - 1918) e venne fondato dal cancelliere prussiano Otto von Bismarck nella città di Versailles (1871). Il Secondo Reich aveva una struttura federale che venne mantenuta anche dopo la sua caduta, che coincise con la sconfitta tedesca nella prima guerra mondiale e la creazione della Repubblica di Weimar (nota ugualmente come "Deutsche Reich", seppure repubblica; infatti, il primo articolo della costituzione della neonata repubblica - 1919 - testualmente così recitava: "Das Deutsche Reich ist eine Republik", ossia, letteralmente, "Il regno germanico è una repubblica")[6]. Nazismo e nazionalsocialismo (in tedesco Nationalsozialismus) erano utilizzati anche all'epoca come sinonimi anche dagli interessati, il primo diventando dominante ed acquisendo una connotazione dispregiativa con la fine della seconda guerra mondiale. Gli aderenti al nazismo erano detti nazisti.

Ideologia[7] « Se la nostra classe intellettuale non avesse ricevuto un'educazione così raffinata, e avesse imparato la boxe, si sarebbe impedito ai lenoni, ai disertori e a una tale gentaglia di fare una rivoluzione in Germania. Poiché la rivoluzione fu vittoriosa non per gli atti arditi, forti, coraggiosi di quelli che la facevano ma per la vile, commiserevole indecisione di quelli che dirigevano lo Stato, e ne avevano la responsabilità. » (Adolf Hitler, Mein Kampf, pag. 37)

In base al Mein Kampf, Hitler sviluppò le sue teorie politiche, partendo dall'osservazione delle politiche dell'Impero austro-ungarico. Egli nacque come cittadino dell'Impero, e credeva che questo fosse indebolito dalla diversità etnica e linguistica. Egli fondava concezione di base del nazionalsocialismo sulla riunificazione di tutti i territori germanofili: Alsazia, Lorena, Svizzera tedesca, Liechtenstein, Lussemburgo, Olanda, Danimarca, Alto Adige, e regioni a prevalenza etnica tedesca in Polonia, Cecoslovacchia, Lituania e Lettonia. Con questa teoria, prevedeva un "focolare unico" in cui

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Nazionalsocialismo comprendere tutti i popoli di lingua germanica, il cosiddetto "Pangermanesimo" ("Pangermanismus"), espressa dal motto tipicamente nazista di "Ein Völk, Ein Reich, Ein Führer !" ("Un solo popolo, un solo stato, un'unica guida politica !"). In ciò non si discostava di molto dai programmi politici adottati da alcune coeve associazioni, quali la Lega Pangermanica (Alldeutscher Verband), la Unione Per la Protezione e la sfida del Popolo Tedesco (Deutschvölkische Schutz- und Trutzbund), l'Ordine Germanico (Germanenorden) e la Associazione Thule (Thule-Gesellschaft), per non citare la più potente di tutte, che arrivò a contare ben 400.000 iscritti, l'associazione estremista e paramilitare Stahlhelm, Bund der Frontsoldaten (Elmetti d'acciaio, Lega dei soldati del fronte). Inoltre, vedeva la democrazia come una forza destabilizzante perché poneva il potere nelle mani delle minoranze etniche, che erano perciò incentivate a indebolire ulteriormente l'Impero. Secondo i nazisti, un ovvio errore di questo tipo è quello di permettere o incoraggiare il plurilinguismo all'interno di una nazione. Questo è il motivo per cui i nazisti erano così preoccupati di unificare i territori abitati da popolazioni di lingua tedesca. Lo stato, nell'ideologia nazista, altro non è che un'autorità messa al servizio del partito, da cui trae la giustificazione d'essere. Nella concezione hitleriana, il Terzo Reich avrebbe dovuto - almeno - eguagliare per durata temporale il Primo Reich. In quest'ottica si colloca il "(Tausendjähriges Reich", ovvero il "Reich millenario" della propaganda nazista. Il cuore dell'ideologia nazionalsocialista era il concetto di razza. La teoria nazista ipotizzò la superiorità della razza ariana come "razza dominante" su tutte le altre e in particolare sulla 'razza ebraica'. Il concetto di "razza" è l'essenza della dottrina pseudoscientifica nazista: per il nazionalsocialismo una nazione è la più alta espressione della razza, quindi una grande nazione è la creazione di una grande razza. La teoria dice che le grandi nazioni crescono con il potere militare, e ovviamente il potere militare si sviluppa da culture civilizzate e razionali. Queste culture naturalmente crescono da razze dotate di una naturale buona salute e con tratti di aggressività, intelligenza e coraggio. Le nazioni più deboli sono quelle la cui razza è impura: sono perciò divise e litigiose, e quindi producono una cultura debole. Le nazioni che non possono difendere i loro confini erano quindi definite come le creazioni di razze deboli o schiave. Le razze schiave erano ritenute meno meritevoli di esistere rispetto alle razze dominanti. In particolare, se una razza dominante necessitava di "spazio vitale" ("Lebensraum"), si riteneva avesse il diritto di prenderlo e di eliminare o ridurre in schiavitù le razze schiave indigene. Come conseguenza, le razze senza una patria venivano definite "razze parassite": più gli appartenenti a una razza parassitaria erano ricchi e più virulento era considerato il parassitismo. Una "razza dominante" poteva quindi, secondo la dottrina nazista, rafforzarsi facilmente eliminando le "razze parassitarie" dalla propria patria. Questa era la giustificazione teorica per l'oppressione e l'eliminazione fisica degli ebrei e degli slavi. L'uomo che riconosce queste "verità" era detto "capo naturale", quello che le negava era uno "schiavo naturale". Gli schiavi, soprattutto quelli intelligenti, si riteneva cercassero sempre di ostacolare i padroni promuovendo false religioni e dottrine politiche. Per iniziare a diffondere questo pensiero e farlo assimilare dalla popolazione venivano mostrati filmati di tedeschi deformi, fisicamente o mentalmente, fatti giungere adagio adagio da tutta la Germania in alcuni centri di raccolta, mettendo in evidenza i loro problemi fisici e mentali; furono questi i primi esseri umani bruciati nei forni dai nazisti. All'inizio queste operazioni di sterminio erano fatte di nascosto: solo gli abitanti del luogo si accorgevano che, dopo ogni arrivo, dai camini di questi centri di raccolta usciva una grossa quantità di ceneri e forti odori. Si usarono i mezzi di comunicazione dell'epoca, soprattutto le riprese cinematografiche, per far accettare alla gente queste pratiche come qualcosa di necessario per il bene comune. Vennero inoltre prese informazioni su molte persone per verificare se effettivamente erano originarie della Germania o avevano parentele non ariane[8]. Venne sviluppato un ideale di persona ariana con determinate caratteristiche (colore degli occhi, dei capelli, ecc.): molte donne tedesche che corrispondevano a tali caratteristiche erano costrette a unirsi a uomini tedeschi per generare figli di razza pura ariana. Tutto questo venne fatto in apposite strutture ("Lebensborn", alla lettera:

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Nazionalsocialismo "Sorgente vitale") dove ogni bambino non aveva una madre o un padre, ma doveva essere allevato alle ideologie naziste fin da piccolissimo in modo da poter un giorno servire la patria dove meglio erano le sue attitudini. È comunque un fraintendimento pensare che il nazismo fosse incentrato "solo" sulla razza. Le radici ideologiche del nazismo sono molto più profonde e possono essere trovate nella tradizione romantica dell'Ottocento. Molto spesso il pensiero del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche è indicato come principio del nazismo, soprattutto nella descrizione del "Oltreuomo", anche "Superuomo" o Übermensch in tedesco (Hitler stesso si dichiarò tale); bisogna tuttavia ricordare che Nietzsche non solo era profondamente infastidito dagli antisemiti, ma che mai nei suoi libri pubblicati prima della morte aveva inteso in senso razziale il primato dell'Oltreuomo, da intendersi piuttosto come intellettuale ed esistenziale (il filosofo, oltretutto, era contrario alla concezione di superiorità dello stato; anzi, era ben convinto che l'individuo fosse oltre la nazione). Nonostante ciò non si può negare che molti motivi ripresi dal nazismo l'esaltazione della volontà prevaricatrice, il disprezzo per i valori cristiani e la celebrazione della potenza dell'uomo come valore primario - siano effettivamente parte integrante del pensiero nietzscheano.

Analisi e riflessioni sul nazismo Secondo Bertrand Russell, il nazismo proviene da una tradizione differente da quella del capitalismo liberale o del comunismo. Quindi, per comprendere i valori del nazismo è necessario esplorare le sue connessioni, senza banalizzare il movimento come venne fatto al suo apice negli anni trenta e accantonarlo come poco più grave del razzismo. Molti storiografi sostengono che l'elemento antisemita, che non esisteva, almeno in origine, nei movimenti affini come il fascismo italiano e spagnolo, venne adottato da Hitler per far guadagnare popolarità al movimento. Il pregiudizio antisemita era molto comune tra le masse dell'Impero tedesco. Si è sostenuto che l'accettazione di massa richiedeva l'antisemitismo, così come l'adulazione dell'orgoglio ferito delle genti tedesche dopo la sconfitta della prima guerra mondiale. Le origini del nazismo e dei suoi valori provengono dalla tradizione irrazionalista del movimento romantico degli inizi del XIX secolo. Forza, passione, mancanza di ipocrisia, valori tradizionali della famiglia e devozione alla comunità erano considerati valori germanici e nazionalsocialisti. Parte degli ideologi nazisti tentò di rivitalizzare l'antica religiosità germanica in generale - ed odinista in particolare al fine di contrapporla alle religioni cristiane viste come un'antitesi alla più pura spiritualità nordeuropea. Un'altra corrente vedeva il nazismo come forma di spiritualismo, ispirato al cosiddetto cristianesimo positivo germanico, che avrebbe dovuto combattere lo spirito giudaico che aveva impregnato le chiese cristiane, in particolare quella cattolica. Paul Matussek ed altri[9] il nazismo risulta esser l'espressione di un'esasperazione del nazionalismo, in cui il popolo tedesco viene - nel suo complesso (e, quindi, anche nella sua componente "proletaria") ad esser elevato al rango di unica rappresentanza della nazione medesima. Hitler stesso, in qualità di "Guida" ("Führer", la traduzione letterale del termine italiano "Duce") del popolo germanico assommava in sé sia la carica di capo del partito, sia quella di cancelliere (primo ministro), che quella di presidente della repubblica, tanto che - in Germania - nessuno avrebbe potuto politicamente rovesciare Hitler, come - invece - avvenne nel 1943 in Italia con Mussolini, dal momento che, a differenza di Mussolini che ricopriva unicamente la carica di primo ministro (il capo dello stato era re Vittorio Emanuele III di Savoia, il quale poteva in ogni momento revocare il mandato a Mussolini), Hitler non aveva alcuna figura istituzionale gerarchicamente superiore. Gli autori, inoltre, sottolineano una seconda sostanziale differenza tra il fascismo italiano ed il nazismo tedesco, ovvero che Mussolini aveva messo il partito al servizio dello stato (cosicché, quando nel 1943, il regime cadde, lo stato sopravvisse ma il partito si dissolse), mentre Hitler mise lo stato al servizio del partito (tanto che, mentre nel novembre 1918, ci fu un crollo politico prima che militare, nell'aprile 1945, all'opposto, si verificò un crollo militare anticipatorio di un successivo crollo politico).

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Nazionalsocialismo

Teoria economica La teoria economica nazista era immediatamente preoccupata da problemi di economia interna e aveva separatamente delle concezioni ideologiche sull'economia internazionale. Hitler si riproponeva di risolvere quattro problemi che affliggevano la Germania: • • • •

L'eliminazione della disoccupazione L'eliminazione dell'iperinflazione L'espansione della produzione di beni di consumo per migliorare il tenore di vita delle classi sociali medio-basse. La produzione, il commercio e la vendita unicamente di beni prodotti dalla nazione stessa, fino a giungere all'autarchia.

Tutti questi obiettivi erano intesi ad indirizzare le imperfezioni percepite della Repubblica di Weimar e a solidificare il supporto popolare del partito. In questo l'NSDAP ebbe molto successo. Tra il 1933 e il 1936 il PIL della Germania Nazista crebbe con un tasso medio annuo del 9.5%, e il tasso della sola crescita industriale fu del 17.2%, l'iperinflazione venne efficacemente combattuta. Questa espansione lanciò l'economia tedesca fuori da una profonda depressione ottenendo nel 1933 una moratoria, cioè la sospensione del pagamento dei danni di guerra che Hitler aveva promesso durante la campagna elettorale e portò lo stato al pieno impiego in meno di quattro anni. I consumi pubblici nello stesso periodo crebbero del 18,7%, mentre quelli privati del 3,6% annuo. Siccome questa produzione era primariamente "di consumo" la pressione inflazionistica risollevò la testa, comunque ben inferiore rispetto al periodo della Repubblica di Weimar. La corsa sfrenata al riarmo, la creazione di un'imponente macchina bellica (e le concomitanti pressioni per il suo utilizzo), hanno portato alcuni commentatori alla conclusione che la guerra in Europa era inevitabile solo per motivi meramente economici. Questo non vuol dire che altre e più importanti considerazioni politiche non siano da biasimare. Significa solo che l'economia è stata, ed è, soprattutto in riferimento alla teoria marxista-leninista, uno dei fattori primari che motivano qualsiasi società ad andare in guerra. Molti dei fondi con cui venne finanziato il riarmo nazista - com'ebbe ad affermare il ministro dell'economia nonché presidente della Reichsbank della Repubblica di Weimar, Hjalmar Schacht, al Processo di Norimberga - furono finanziati dai lavoratori tedeschi medesimi, attraverso un sistema di "rapina dei fondi accantonati per il pensionamento" e l'ideatore del prelievo forzato fu il gerarca Robert Ley, a capo del sindacato nazista unico, il DAF (Deutsche Arbeitsfront, il Fronte tedesco del lavoro). Sul piano internazionale, il partito nazista accreditava che una cabala bancaria internazionale fosse responsabile della depressione degli anni trenta. Il controllo di questa cabala venne identificato nel "gruppo etnico" dei giudei, fornendo così un altro tassello alla motivazione ideologica per la distruzione degli ebrei nell'olocausto. Comunque, l'esistenza di grosse banche internazionali o banche d'affari era ben nota a quei tempi. Molte di queste organizzazioni erano in grado di esercitare influenza sugli stati nazionali tramite il rifiuto o la concessione di crediti, e la Repubblica di Weimar era particolarmente vulnerabile a questa minaccia per via delle esose riparazioni di guerra pretese soprattutto dalla Francia. Questa influenza non era limitata ai piccoli stati che precedettero la creazione dell'Impero tedesco come entità nazionale negli anni 1870, ma si ritrova nella storia di tutti i principali stati europei a partire dal XVI secolo. Infatti, alcune compagnie transnazionali del periodo tra il 1500 e il 1800 (la Compagnia olandese delle indie orientali ne è un buon esempio) vennero formate specificamente per ingaggiare guerra su procura di un coinvolgimento governativo, invece che essere l'opposto. Utilizzando una nomenclatura più moderna, è possibile dire che il partito nazionalsocialista fosse contro il potere delle corporazioni transnazionali. Questa semplice posizione anti-corporativa è condivisa da molti partiti di centro-sinistra così come da molti gruppi politici che si rifanno al socialismo libertario[10]. Quando Hitler assurse al potere, ben 7,5 milioni di tedeschi erano disoccupati, all'incirca il 20% della forza lavoro. Tra i primi provvedimenti che il governo nazista adottò, ci furono la nazionalizzazione della Reichbank e l'inconvertibilità del Reichmark sia verso l'oro, che verso le altre monete. Il primo provvedimento mirava a colpire gl'interessi di banche private, sottraendo loro la produzione di moneta. Il secondo provvedimento bloccava la

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Nazionalsocialismo speculazione sulla moneta tedesca, imponendo un cambio fissato per legge e non variabile in base alle velleità del mercato dei cambi[11]. Le mosse successive furono il porre l'ultimatum al mondo industriale tedesco: come contropartita all'abrogazione del diritto di sciopero ed all'incremento dell'orario lavorativo, al congelamento perpetuo delle rivendicazioni salariali dei lavoratori, all'impossibilità del licenziamento da parte del lavoratore e del datore di lavoro, ed unitamente allo scioglimento del sindacato, il partito nazista impose l'immediata cessazione dell'apertura di sedi produttive all'estero, l'assunzione di manodopera unicamente tedesca, il vincolo per impianti e capitali di risiedere in Germania. Al contempo, venne instaurato un protezionismo tendente all'autarchia, in quanto venivano prodotti beni a consumo esclusivamente interno. Per beni o materie prime non disponibili sul territorio nazionale, se indispensabili, questi venivano importati e pagati con prodotti finiti tedeschi, una specie di baratto che, una volta di più, tagliava fuori gl'istituti finanziari e la speculazione. Le industrie che si opposero al piano economico nazista subirono un esproprio senza indennizzo e - quindi - una nazionalizzazione. Al fine di non creare inflazione ed aggravare il bilancio dello stato ed il debito pubblico si ricorse ad uno strumento tipico dei mercati chiusi e degli stati dittatoriali, l'utilizzo d'una speciale tipologia d'obbligazione, circolante unicamente entro i confini naturali ed a valore prefissato e costante (non pagava cedole), la Metallurgische Forschungsgesellschaft, ("MEFO"). Queste obbligazioni (o - meglio - questo genere di cambiale), assieme al lavoro che gratuitamente ogni studente doveva prestare per un mese all'anno a favore dello stato, finanziarono la nascita della rete autostradale tedesca (circa 3.000 km). L'istituto che presiedeva i lavori autostradali era la "Autobahn" ("autostrada" in tedesco), l'equivalente dell'italiana IRI. Lo scopo ufficiale era quello di favorire la motorizzazione di massa in Germania, mentre - in realtà le autostrade sarebbero servite allo spostamento celere del neorisorto esercito di massa tedesco. Anche la creazione della Volkswagen ("Auto del popolo", in tedesco) si inserisce in questo preciso contesto. Essa avrebbe dovuto produrre un'auto a "popolare" ad un prezzo molto basso, 990 marchi (al tempo solo 1 tedesco su 50 era possessore di un'automobile), in base alle specifiche tecniche che Hitler concordò con la Porsche. Nessuna azienda privata si sarebbe potuta permettere un progetto così faraonico, per mancanza di guadagno a fronte delle spese sostenute. Il modello prescelto per la produzione diventerà la prima automobile riprodotta su un francobollo e la più venduta automobile di ogni epoca, la famosa "Maggiolino". Nel 1938 Hitler decise che lo Stato avrebbe dovuto produrla ed ordinò al DAF, cioè alla manodopera gratuita, di costruire l'impianto, all'avanguardia per lo standard dell'epoca, a Fallersleben, attualmente un distretto Wolfsburg. Il DAF anticipò una parte del denaro necessario, ma il resto lo misero i cittadini con un prelievo forzoso dallo stipendio. Le automobili prodotte furono poche, in quanto la fabbrica venne quasi immediatamente convertita alla produzione di veicoli militari. Il regime nazista non poteva ammettere alcuna forma di autonomia politica od economica entro i confini nazionali. Già nel 1933, in base al "Decreto dei pieni poteri" vennero abolite le tradizionali divisioni amministrative tedesche, i Länder, e sostituite da distretti politico - amministrativi altamente centralizati, i Gaue. È importante notare che la concezione di "economia internazionale" del partito nazista era molto limitata. Come il termine "nazionalsocialista" della sigla NSDAP suggerisce, la motivazione primaria del partito era quella di incorporare le risorse internazionali all'interno del Reich con la forza, piuttosto che con il commercio (si confronti con il socialismo internazionale praticato dall'Unione Sovietica e con l'organizzazione per il commercio detta COMECON). Questo rende la teoria economica internazionale un fattore a supporto dell'ideologia politica, piuttosto che il piano centrale di una piattaforma, come è in molti partiti politici moderni. Dal punto di vista economico, nazismo e fascismo sono collegati. Il nazismo può essere considerato un caso particolare del fascismo: il controllo completo del governo su finanza e investimenti (allocazione del credito), industria e agricoltura. Nonostante ciò, in entrambi i sistemi, il potere corporativo e i sistemi basati sul mercato per la formazione dei prezzi esistono ancora. Citando Benito Mussolini: «Il fascismo dovrebbe più appropriatamente chiamarsi corporativismo perché è una fusione tra Stato e potere corporativo». Piuttosto che uno Stato che richiede beni alle imprese ed alloca le materie prime necessarie alla produzione (come nei sistemi socialisti e comunisti), lo Stato paga per tali beni. Questo permette ai prezzi di giocare un ruolo essenziale nel fornire informazioni sulla scarsità dei materiali, o nello specificare le richieste in termini di tecnologia e lavoro

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Nazionalsocialismo (compresa l'educazione per il lavoro specializzato) necessarie alla produzione dei beni. Inoltre, entrambi i partiti fascisti, in Italia e Germania, cominciarono come movimenti sindacali e crebbero fino a diventare dittature totalitarie. Questa idea venne mantenuta per tutto il tempo in cui tennero il potere, con il controllo statale usato come mezzo per eliminare il presupposto conflitto nelle relazioni tra dirigenza e forza lavoro. Assieme all'industria che avrebbe operato in un sistema protetto da barriere doganali, al commercio svincolato dalle banche e dal regime aureo, anche l'agricoltura sarebbe stata regolata da ferree leggi in merito. Nello statuto programmatico del 1920, il punto 17 riguardava esplicitamente la questione agraria: "Sosteniamo una riforma agraria che si accordi ai nostri requisiti nazionali, e l'introduzione di una legge che espropri senza indennizzo i possidenti di qualsiasi terreno che sia necessario agli scopi comuni. L'abolizione degli interessi sui prestiti all'agricoltura e il divieto di tutte le speculazioni sulla terra." Era il principio del “Blut und Boden” (“Sangue e terra”) e del “Brot und Arbeit” (“Pane e Lavoro”) che vedeva nello stato il garante supremo della prosperità economica della nazione, della sicurezza lavorativa dei cittadini, dell’abolizione delle disparità salariali, del mantenimento della pace sociale, del giusto profitto degl’industriali, del controllo ferreo delle banche e delle finanze. Nel settembre del '33, venne emanata una legge mutuata dalla costituzione dell’antica Sparta, che regolava l'ereditarietà della terra. Con questa legge si stabiliva che i contadini dovessero possedere un appezzamento minimo di terreno che consentisse loro di vivere convenientemente, a prescindere da eventuali fluttuazioni del mercato, e stabiliva l'estensione minima del terreno. Il terreno offerto ai contadini a condizioni economiche assai vantaggiose (era possibile anche il riscatto a rate senza interessi maturandi) era ereditario ma inalienabile. Non si arrivò all’esproprio dei latifondi, né alla suddivisione dei terreni in lotti tutti di egual estensione, come fece Licurgo. Richard Walther Darré costituì poco dopo un ufficio che presiedesse all’intera politica agricola nazionale. Lo scopo del Reichnährstand era quello di conseguire la completa indipendenza alimentare della Germania e di mantenere i prezzi dei prodotti agricoli ad un livello tale da salvaguardare i profitti dei produttori senza privare i cittadini delle derrate alimentari indispensabili, e senza scendere al di sotto del minimo fabbisogno calorico individuale quotidiano.

Nazismo e liberismo economico Il nazismo, al pari di tutti i regimi dittatoriali, era profondamente avverso al libero mercato. Secondo un recente studio[12] si affronta una nuova teoria, in base alla quale il nazismo, una forma di statalismo frammista ad un nazionalismo esasperato si concretizzò quale reazione alla diseguaglianza economica nella società liberista tedesca della Repubblica di Weimar. Infatti, si identificano alcuni concetti, tali per cui, non si possono scindere gli eventi storici tra il 1914 ed il 1945. Secondo l'autore, infatti, La prima e la seconda guerra mondiale vanno visti come un unico conflitto inframmezzati da un ventennio di "pace armata". A sostegno della propria tesi porta i seguenti argomenti: • Stati Uniti e Germania hanno sviluppato una crescita economica - per certi versi - sovrapponibile. La Germania a partire dal 1871 si andò affermando nel ramo della chimica industriale e nella siderurgia. Gli Stati Uniti, a partire dalla recessione del 1873 compirono passi da gigante nell'industria automobilistica ed essi stessi nella siderurgia. • La competizione economica non era rivolta contro la Gran Bretagna, sia da parte tedesca, che americana. entrambi i contendenti cominciarono ad acquisire una quota crescente dei mercati mondiali, soprattutto a spese della Gran Bretagna, la cui economia mostrava segni di costante recessione. Quindi, Stati Uniti e Germania erano in lotta reciproca per affermare l'egemonia economica. • La Germania, durante la prima guerra mondiale, con la guerra sottomarina illimitata e con il telegramma Zimmermann fece di tutto per provocare gli stati Uniti al confronto bellico. L'intervento bellico americano fece pendere l'ago della bilancia a favore della Triplice Intesa e provocò la sconfitta degli Imperi Centrali. Il problema è che gli Stati Uniti difficilmente avrebbero potuto rimanere neutrali in ogni caso, avendo prestato ingenti capitali alla Gran Bretagna, ma - soprattutto - alla Francia. In caso di sconfitta della Triplice Intesa, gli imperi Centrali avrebbero semplicemente impedito alle due nazioni di onorare il proprio debito. • Proprio per poter recuperare i propri crediti verso Gran Bretagna e Francia, gli Stati Uniti aiutarono la Germania, almeno fino al 1929, quando avvenne il crollo della borsa americana di Wall Street per risanare l'economia

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germanica. Le riparazioni esorbitanti che i vincitori imposero alla Germania avevano anche lo scopo di rimborsare gli Stati Uniti (oltre al fine di impedire in eterno la rinascita economica e militare della nazione tedesca). • I nazisti furono feroci oppositori di ogni intervento americano ed, ovviamente, anche delle riparazioni belliche. Tentarono in ogni modo di sabotare il piano Dawes ed, una volta giunti al potere, unilateralmente denunciarono le riparazioni di guerra ed intrapresero la via del riarmo accelerato. • Il concetto nazista del "Impero Millenario" ("Tausendjähriges Reich") mirava alla creazione di un vasto impero in Europa, Asia ed Africa in cui l'economia corporativa ed autosufficiente avrebbe impedito al capitalismo americano di poter operare. L'aiuto dei "neutrali" Stati Uniti offerto alla Gran Bretagna, sia in termini monetari che di materiale bellico, implicitamente poneva la potenza americana in una guerra non dichiarata con la Germania nazista. La "Legge sugli affitti e sui prestiti" ("Lend and Lease Act"), nel marzo 1941 non fece che esasperare la tensione latente, sebbene hitler avesse dato ordine ai sommergibili di affondare gl'incrociatori americani unicamente quando fossero pervenuti nelle acque territoriali britanniche.

Effetti Queste teorie vennero usate per giustificare un programma politico totalitario di odio e soppressione razziale, usando tutti i mezzi dello Stato e soffocando il dissenso. Come altri regimi fascisti, il regime nazista enfatizzò l'anticomunismo e la «supremazia del capo» (Führerprinzip), un elemento chiave dell'ideologia fascista nel quale il governante viene ritenuto come incarnazione del movimento politico e della nazione. Contrariamente ad altre ideologie fasciste, il nazismo era virulentemente razzista. Alcune delle manifestazioni del razzismo nazista furono: • Antisemitismo, che culminò nell'olocausto

Rogo dei libri nel 1933.

• Nazionalismo etnico, incluse le nozioni di tedeschi come Herrenvolk ("razza dominante") e Übermensch ("superuomo") • Un credo nel bisogno di purificare la razza tedesca attraverso l'eugenetica, che culminò nell'«eutanasia» involontaria dei disabili (si veda Aktion T4) • Omofobia, che portò all'internamento di più di 10000 persone omosessuali Anche l'anticristianesimo faceva parte dell'ideologia nazista[13].


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Contro effetti Probabilmente il principale effetto intellettuale è stato che le dottrine naziste hanno screditato il tentativo di usare la sociobiologia, per spiegare o influenzare le questioni sociali, per almeno due generazioni successive alla breve esistenza della Germania Nazista.

Personaggi e storia La figura principale del nazismo fu Adolf Hitler, che governò la Germania Nazista dal 30 gennaio 1933 fino al suo suicidio avvenuto il 30 aprile 1945; guidò il Terzo Reich nella seconda guerra mondiale e fu responsabile dell'uccisione di oltre 40 milioni di persone, 21 milioni solo in Unione Sovietica. Sotto Hitler, il nazionalismo etnico e il razzismo vennero uniti assieme attraverso un'ideologia militarista per servire i suoi fini. Dopo la guerra, molti esponenti di spicco del nazismo vennero condannati per crimini di guerra e contro l'umanità al Processo di Norimberga.

Bandiera di guerra del Reich

Il simbolo dei nazisti era la svastica (destrogira, cioè orientata in senso orario). Trattasi di un antico simbolo, utilizzato da diverse culture in diverse epoche storiche (ad es. è presente sui vasi etruschi provenienti dalla necropoli di Populonia e nelle pitture cretesi del palazzo di Cnosso). Il simbolo è una stilizzazione del disco solare e, secondo le teorie esoteriche di Helena Petrovna Blavatsky di fine '800, a cui il nazismo s'ispirò in sommo grado[14], presentava un significato ambivalente: di buon auspicio, se volta a sinistra (mutuato dal sanscrito); viceversa, di cattiva sorte (e quella nazista era di questo secondo tipo) se volta a destra.

Nazismo e fascismo Il termine nazismo viene spesso identificato con il termine fascismo. In particolare, il termine nazifascismo, nato nella seconda guerra mondiale, tende a inglobare le due differenti esperienze storiche. Anche se il nazismo utilizzò elementi stilistici del fascismo italiano (immediatamente il pensiero corre al cosiddetto "saluto romano"), ispirandosi ad esso, è possibile distinguerne le differenze. Aspetti simili tra i due regimi furono la dittatura totalitaria, l'avversione per i movimenti socialisti, l'irredentismo territoriale e la teoria economica di base. Entrambi nacquero da formazioni politiche vicine al socialismo rivoluzionario, ed entrambi marcarono la saldatura tra il sottoproletariato urbano e la grande borghesia industriale. Entrambi erano - al contempo - forme esasperate di nazionalismo e forme particolari di socialismo[15].


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139 Ma nelle origini ci sono differenze molto significative. Il principio di totalità nel nazismo proviene dalla razza, mentre lo Stato è il mezzo per realizzarne la purezza. Nel fascismo è lo Stato il principio totale, non mezzo, ma fine esso stesso. Il nazismo fu difatti esplicitamente e radicalmente razzista fin dai suoi inizi; con Benito Mussolini il fascismo farà proprie la teorie e la pratica dell'antisemitismo solo nel 1938, nel momento in cui diventerà subordinato all'alleanza con Hitler, sebbene i tratti del razzismo nei confronti di alcune popolazioni (per esempio africani e slavi) fossero ben presenti fin dal suo affermarsi. Nel nazismo il principio unificatore è biologico, nel fascismo prettamente ideologico. Questo tuttavia non impedirà di sperimentare anche in Italia la deportazione di ebrei e dissidenti. A Trieste, che a partire dal settembre 1943 fu inglobata nell'amministrazione del terzo Reich tedesco, venne costruito un campo di concentramento e di sterminio: la risiera di San Sabba.

Il nazismo interpreta la storia alla luce dell'appartenenza etnica a un non meglio identificato ceppo ariano, mescolando riti pagani con tradizioni esoteriche, il fascismo si ispira alla grandezza della Roma antica, rimanendo legato parzialmente alla Chiesa cattolica. Inoltre, in quanto a totalitarismo, Hitler riuscì nell'intento di assorbire ogni aspetto della vita del cittadino tedesco nei dettami della sua visione del mondo, cosa che a nessuno nel passato recente è mai riuscito in modo altrettanto totalizzante, nemmeno al suo maestro e precursore Mussolini. Com'ebbe a dichiarare esplicitamente Hitler medesimo nel suo "Mein Kampf", dovevano essere epurate tutte le peculiarità dell'individuo in quanto tale perché dai singoli soggetti si sarebbe dovuto approdare al popolo, inteso come massa univocamente inquadrata. Mussolini e Hitler.

Entrambi i regimi totalitari condannarono l'omosessualità ma lo fecero con strumenti decisamente differenti. Franco Goretti, autore del saggio Il periodo fascista e gli omosessuali scrive:«La differenza sostanziale fra Germania e Italia è la presenza nella prima di un articolo penale, che consentiva arresto, processo e poi la creazione di campi di internamento. In Italia ci si muove nella persecuzione degli omosessuali con misure amministrative come confino, ammonizione e diffida. Un'altra differenza è il numero degli arresti: in Germania abbiamo 100.000 arresti, a cui seguono 50.000 condanne e circa 10.000 internamenti. In Italia sappiamo di circa 300 casi di confino di polizia». Il dittatore spagnolo Francisco Franco fu denominato fascista per la sua dittatura feroce (vedi franchismo) e per la persecuzione nei confronti dei militanti comunisti e anarchici, ma nonostante la sua chiara ispirazione e il concreto appoggio ricevuto dai movimenti fascisti europei, tecnicamente potrebbe essere definito "monarchico cattolico reazionario", così come i molti dittatori di matrice fascista del dopoguerra, che non riuscirono però ad attuare (salvo in parte nel caso dell'Argentina) il carattere principale che caratterizza le dittature fascista e nazista: il vero e proprio stato totalitario. Verso la fine del Novecento, movimenti neonazisti sono sorti in diverse nazioni. Il neonazismo può includere ogni gruppo o organizzazione che esibisce un collegamento ideologico con il nazismo. Viene frequentemente, ed erroneamente, associato alla sottocultura giovanile degli skinhead. Alcuni partiti politici marginali hanno adottato idee naziste.


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Citazioni storiche Citazione di Goering al Tribunale di Norimberga del 1946: "Hitler fu il politico più leale in tutta la storia dell'umanità: nel suo Mein Kampf aveva reso noto tutto il suo pensiero. Solo che non fu incredibilmente creduto ! Ad esempio, se io fossi stato un politico francese, già al momento dell'insediamento del nostro governo, nel 1933 non avrei esitato un attimo a dichiarare guerra alla Germania !". Alcune affermazioni di Mussolini sul nazismo: « Il razzismo è roba da biondi » (Benito Mussolini, secondo la testimonianza di Indro Montanelli) « Noi possiamo guardare con un sovrano disprezzo talune dottrine d'oltr'Alpe: di gente che ignorava la scrittura, colla quale tramandare i documenti della propria vita, in un tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio ed Augusto! » (Benito Mussolini, poco prima dell'avvento di Hitler al potere)

Poi la svolta, con il manifesto della razza: « È tempo che gli Italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l'opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l'indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli Italiani e gli Scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli Italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extra-europee, questo vuol dire elevare l'italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità. » (Da «La difesa della razza», direttore Telesio Interlandi, anno I, numero1, 5 agosto 1938, p. 2) (DE) « Wir müssen böse sein, ohne Erbarmen, bevor die anderen böse werden. Deshalb sind die Konzentrationslager erschaffen worden. Ein Gericht ist eine zu lange Sache. Wir müssen brutal handeln! » (Adolf Hitler a Obersalzberg, 20 marzo 1937

(IT) « Dobbiamo essere cattivi, senza pietà, prima che gli altri diventino cattivi. Per questo abbiamo creato i campi di concentramento. Il tribunale è un affare troppo lungo. Dobbiamo procedere più brutalmente! »

[16]

)

(DE) (IT) « Ein kahn nür siegen und Das sind Wir ! Der Sieg wird unser « Solo uno può vincere e questi siamo noi ! La vittoria sarà sein ! » nostra ! » (Adolf Hitler alla birreria "Burgebraükeller" di Monaco di Baviera, 1 agosto 1932

[17]

)

« Sono offeso dalla persistente affermazione di certa stampa, secondo cui io vorrei la guerra. Sono forse un decerebrato... ?! La guerra ! La guerra non servirebbe ad alcunché ! » (Adolf Hitler intervista rilasciata al quotidiano francese "Le Matin", 10 novembre 1933

[17]

)

« Sono sorpreso di come un apolide, incolto, ex - galeotto, caporale e disoccupato abbia potuto creare dal nulla un partito che, sciolto d'imperio dopo quattro anni, vince le elezioni dopo dieci, conquista infine il potere legalmente ed altrettanto legalmente in apparenza governa per decreto legge dopo aver sfruttato una clausola della carta costituzionale » (Len Deighton, ne "La Guerra Lampo", 1981; Longanesi & C. Editori)


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« "Voi - Signor Presidente della Repubblica -, Voi avete consegnato questo nostro amato Paese ad uno dei massimi demagoghi, ed al peggior mestatore di tutti i tempi ! Vi profetizzo che quest'uomo fatale sarà la causa della nostra rovina ! Egli trascinerà il nostro Reich nell'abisso e sarà la fonte di inimmaginabili miserie per questa nostra nazione ! Ebbene, Esimio Signor Presidente, le generazioni future Vi malediranno nella tomba per questra Vostra scellerata decisione ! » (lettera aperta del generale Erich Ludendorff in data 01 Febbraio 1933, indirizzata al suo collega, generale, e Presidente della Repubblica di Weimar, Paul von Hindenburg) « Hitler affermò che probabilmente non avrebbe fatto male ai giovani il doversi nuovamente arruolare nell'esercito nazionale, appunto perché mai aveva fatto male ad alcuno la disciplina, perché era tempo di riportare l'ordine come ai bei vecchi tempi, perché ormai tutti si son dimenticati che i giovani devono tenere la bocca chiusa ed un atteggiamento di rispetto in presenza delle persone anziane, perché dovunque i giovani non hanno più disciplina quando impera la corruzione dei costumi ed il lassismo. Quindi egli passò a parlare di tutti gl'argomenti ch'erano in programma per quella serata e ricevette una caterva di sinceri applausi. Ma un tale - che aveva interrotto il comizio, urlando in faccia ad Herr Hitler ch'era un idiota - fu tranquillamente sbattuto fuori dalla sala a calci » (da un rapporto di polizia su un comizio nazista tenuto alla birreria "Hofbraühaus" di Monaco di Baviera, 28 agosto 1920 [17] )

Totalitarismo nazista Il totalitarismo nella Germania nazista ebbe un carattere di pervasività ed efficacia tali da costituire l'idealtipo[18] di trasformazione totale della realtà sociale[19] tedesca. Il totalitarismo nazista, alla cui base stavano la ripresa dell'economia e «il riscatto della Germania dalle umiliazioni e frustrazioni imposte dalla pace di Versailles», raggiunse un'intensità e conseguì risultati così importanti da superare il modello fascista italiano nella costruzione dello stato totalitario[20].

Nazismo e religione La relazione tra nazismo e cristianesimo può essere descritta solo come complessa e controversa. Ufficialmente il Nazismo si proclamava al di sopra delle confessioni, ma Hitler e gli altri capi nazisti facevano uso del simbolismo e delle emozioni cristiane nel propagandarsi presso il pubblico tedesco (prevalentemente cristiano). Sicuramente Hitler ammirava la forte gerarchizzazione che "...procedeva dal Vaticano fino all'ultima chiesetta nell'angolo più sperduto del mondo"[15]. Hitler sosteneva una forma di "cristianesimo positivo", nel quale Gesù Cristo era un ariano, i dogmi tradizionali erano respinti, si accusava la chiesa di avere manipolato il cristianesimo antico gnostico per fini di potere e, in modo simile agli antichi marcioniti si ripudiava l'Antico Testamento. Il suo atteggiamento personale è così descritto da un suo stretto collaboratore: « Quanto alla lotta contro le Chiese cristiane, egli seguiva l'esempio dell'imperatore Giuliano: perciò si studiava di confutare e demolire con argomenti razionali le dottrine predicate dalle confessioni cristiane, pur riconoscendo esplicitamente l'importanza della religione quale(?) fede in una divina onnipotenza » (Conversazioni di Hitler a tavola 1941-1942

[21]

)

Alcuni scrittori cristiani hanno cercato di tipicizzare Hitler come un ateo o un occultista (o persino un satanista), laddove altri hanno enfatizzato l'utilizzo esplicito del linguaggio cristiano da parte del partito nazista, indipendentemente da quale fosse la sua mitologia interna. L'esistenza di un Ministero per gli Affari Ecclesiastici, istituito nel 1935 e guidato da Hanns Kerrl, venne riconosciuta a fatica da ideologi come Alfred Rosenberg, che sosteneva un confuso ritorno alla religione germanica, come pure il comandante in capo (Reichsführer) delle SS e capo della polizia tedesca Heinrich Himmler. Le relazioni del partito nazista con la Chiesa cattolica sono dibattute. Molti sacerdoti e leader cattolici si opposero apertamente al nazismo sulla base di incompatibilità con la morale cristiana. La gerarchia cattolica condannò i


Nazionalsocialismo fondamenti teorici del nazismo con l'enciclica Mit brennender Sorge (1937) di papa Pio XI. Come per molti oppositori politici, numerosi sacerdoti vennero condannati al campo di concentramento e uccisi per le loro posizioni. Il comportamento di papa Pio XII rimane comunque oggetto di una controversia storiografica. Fu al contrario favorevole al nazismo il vescovo Alois Hudal, che cercò un compromesso tra Chiesa e regime.

La componente "esoterica" del nazismo Hitler e molti gerarchi nazisti erano affascinati dalle cosiddette "scienze occulte", come ha potuto verificare Giorgio Galli in un suo famoso saggio[5]. Hitler soleva citare alcuni aspetti di quella che definiva "La divina provvidenza", ogni qual volta scampava ad un qualche attentato, a cominciare da quando riferì d'aver udito una voce che lo esortò a spostarsi dalla posizione occupata all'interno della trincea nelle Fiandre (1914) appena in tempo per evitare d'esser straziato da un colpo di bombarda ivi piovuto. Oppure come quando - al termine del fallito colpo di stato del 1923 decidendo di suicidarsi sparandosi alla tempia venne affrontato con una tecnica di arti marziali dalla moglie americana del suo amico e camerata Sepp Dietrich, che gl'impedì di compiere l'atto. Il Führer ripeteva spesso ai membri del suo entourage che udiva voci od udiva e vedeva persone che agli altri non riusciva di scorgere.Hitler ed altri appartenenti al partito nazista erano appartenenti alla Società Thule (in tedesco: "Thule-Gesellschaft").

L'attenzione al mondo anglofono Adolf Hitler ammirava l'Impero britannico. Le teorie razziste erano state sviluppate da intellettuali britannici nel XIX secolo per controllare le popolazioni indiane e gli altri "selvaggi". Questi metodi vennero spesso copiati dai nazisti, a cominciare dai campi di concentramento, realizzati dai britannici nelle guerre boere per togliere l'appoggio della popolazione civile agli avversari [22]. Similarmente, nei primi anni, Hitler aveva grande ammirazione per gli Stati Uniti d'America. Nel Mein Kampf, lodava gli Stati Uniti per le loro leggi anti-immigrazione e per la presenza di movimenti esplicitamente razzisti, specie negli stati del "Profondo Sud", ove era radicato il movimento del Ku Klux Klan. Secondo Hitler, l'America era una nazione di successo perché si manteneva "pura" dalle "razze inferiori". Ad ogni modo, con l'avvicinarsi della guerra, la sua opinione sugli Stati Uniti divenne più negativa e credette che la Germania avrebbe avuto una facile vittoria sugli USA proprio perché, come rilevabile dalle sue ultime considerazioni, era diventata una nazione ibrida ("Gli Stati Uniti d'America sono inquinati dalla componente negra", ebbe ad affermare al ministro italiano Galeazzo Ciano)[23].

I fattori che promossero il successo del nazionalsocialismo Una questione importante riguardo al nazionalsocialismo è quella sui fattori che promossero il suo successo negli anni venti e trenta del Novecento, non solo in Germania ma anche in altri paesi europei, ferme restando le particolarità storiche dei singoli paesi. Infatti movimenti nazionalsocialisti si potevano trovare in Svezia, Regno Unito, Italia, Spagna e Stati Uniti. Tra i fattori si possono includere: • La devastazione economica in Europa dopo la prima guerra mondiale, con la disoccupazione di massa e l'impoverimento generale dovuto all'iperinflazione. • La perdita di orientamento di molte persone dopo il crollo delle monarchie in molte nazioni europee. • Il percepito coinvolgimento degli ebrei nelle speculazioni della prima guerra mondiale • Il rifiuto del comunismo indotto dagli stessi avversari dei nazisti • Il controllo e l'uso strumentale dei mezzi di comunicazione di massa • La creazione di una sorta di nuova religione di massa che coinvolgeva gli individui, deresponsabilizzandoli. • Il crollo economico a Wall Street propagatosi a tutte le nazioni del mondo.

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Nazionalsocialismo Una considerazione a parte va fatta per il peso che il Trattato di Versailles ha avuto nei confronti della Germania, sia da un punto di vista economico sia da un punto di vista simbolico: le difficoltà economiche tedesche dopo la Grande Guerra e le umiliazioni imposte dal trattato hanno portato ad un desiderio di rivalsa e di potenza nel popolo tedesco che era ben rappresentato dal nazionalsocialismo.

Nazismo e socialismo Il nazionalsocialismo nelle sue forme originarie, soprattutto dal punto di vista ideologico, è stata una forma di operaismo (völkisch), erroneamente accostabile al socialismo, per il comune obbiettivo dello strato sociale a cui entrambi si rivolgevano, mirando a divenire partiti di massa. Diametralmente opposto l'approccio e i riferimenti ideologici e culturali ispiratori nei due movimenti, della giustizia sociale all'uguaglianza economica, alla proprietà privata, per finire poi, come esposto nel programma ideologico del partito nazionalsocialista (Mein kampf, ideato prima del putsch di Monaco del 1923 e scritto durante la reclusione conseguente), al fascismo italiano come modello e a precedenti genocidi nella storia come quello dei pellerossa americani negli USA come riferimento per risolvere il problema delle minoranze. Il nazismo, inteso come la corrente politica che si è diffusa in Europa dal regime totalitario di Hitler in Germania, per alcuni invece si configura ideologicamente in una corrente sostanzialmente diversa dal nazionalismo-socialista originario; anzi, qualche storico ritiene che il nazionalismo estremo di Hitler abbia solamente pochi punti in comune con il nazional-socialismo che era nato in precedenza. Per la maggioranza degli storici in ogni caso, considerando anche l'adesione di Hitler fin dal 1919 all'originario Deutsche Arbeiterpartei, fondato nello stesso anno e la sua veloce ascesa al comitato direttivo centrale già dal 1920 il problema delle origini sarebbe inesistente. Hitler adottò alcune forme esteriori comuni a tutti i movimenti di massa, prima fra tutti la partecipazione oceanica della popolazione ai momenti emotivamente più forti messi in atto dalla propaganda del partito. Appena giunto al potere, per blandire la classe operaia in gran parte simpatizzante per la sinistra, istituì la festa del Primo Maggio, ma ideologicamente fu sempre fortemente avverso al marxismo e all'internazionalismo socialista. Socialisti e comunisti furono sin dagli esordi, tra i maggiori avversari politici perseguitati dal nazismo. Alcuni hanno sostenuto che il Nazismo fu anch'esso una forma di socialismo, anche se questa visione è respinta dalla maggior parte degli storici e dei socialisti moderni[6]. Secondo la visione di Stanis Ruinas il nazismo nasce come ideologia gemella al fascismo italiano, e tale rimane fino al 29-30 giugno 1934, quando con la "notte dei lunghi coltelli" la corrente "di destra" relativa facente capo ad Hitler elimina la corrente "di sinistra" relativa facente capo a Ernst Röhm. Da quel momento il nazismo abbraccia implicitamente il capitalismo e si prefigura come un'ideologia prettamente di destra, abbandonando ogni ipotesi rivoluzionaria e quindi rimanendo "socialista" solo nel nome. Questo come pegno ai poteri economici internazionali che l'avevano sostenuto finanziariamente nell'ascesa al potere. Da quel momento il paragone tra fascismo e nazismo fu quindi unicamente fittizio ed artificialmente mantenuto per motivi propagandistici di immagine pubblica.[24] « Adolf Hitler è stato il miglior agente segreto che il capitalismo internazionale abbia mai avuto, il vero responsabile della [25] scomparsa del fascismo  »

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Nazionalsocialismo

Il termine "nazista" nella cultura popolare Il termine nazista viene tutt'oggi usato in vari modi, il più delle volte in modo assolutamente a-storico ed improprio. Ad esempio viene spesso usato per descrivere gruppi di persone che cercano di forzare l'esito del proprio volere spingendosi oltre al lecito (detto popolare: sei un nazista!). Nella quasi totalità dei casi, l'uso di questo termine continua ad avere una connotazione fortemente negativa e perciò offensiva per chi ne viene fatto oggetto.

Note [1] di Konrad Kwiet, da Enzyklopädie des Nationalsozialismus, Klett Cotta Verlag, Stoccarda 1997, p. 50. ISBN 3-608-91805-1 [2] A cominciare dalla Nationalsozialer Verein di Friedrich Naumann, nel Kaiserreich tedesco del 1896, e dagli ancora precedenti progetti tedeschi del periodo a cavallo della morte di Otto von Bismarck [3] Werner Conze: Friedrich Naumann. Grundlagen und Ansatz seiner Politik in der nationalsozialen Zeit (1895–1903) ( Friedrich Naumann. Principi e approccio alla sua politica nell'epoca sociale nazionale (1895-1903)). In: Walther Hubatsch: Schicksalswege deutscher Vergangenheit. Beiträge zur geschichtlichen Deutung der letzten 150 Jahre. Festschrift für Siegfried A. Kaehler. Droste, Düsseldorf 1950 (Ristampato:Contributi per l'interpretazione storica degli ultimi 150 anni. Celebrazioni per Siegfried A. Kaehler, Keip, Goldbach, 1993). [4] Joachim Fest: Hitler. Eine Biographie. 8. Auflage 2006, S. 411, tradotto in: Hitler. Una biografia Rizzoli (1973) ISBN 88-11-67850-1 e Garzanti Libri (1999) ISBN 88-11-69289-X [5] Giorgio Galli. Hitler e il nazismo magico. Ed. Rizzoli / Collana: BUR; 2005. [6] Silvio Bertoldi. Hitler, la sua battaglia. Rizzoli Editore; Milano: 1990; ISBN 88-17-84042-4 [7] Joachim C. Fest: "Hitler, una biografia". Ed. Garzanto; 2005. [8] Joachim C. Fest. Hitler, una carriera Ed. Rizzoli / Collana BUR; 1978. [9] Paul Matussek; Peter Matussek; Jan Marbach. Il volto segreto di Hitler. Newton & Compton Editori; 2003; ISBN 88-8289-854-7 [10] Maurizio Blondet: "Schiavi delle banche". Edizioni Effedieffe, 2004 [11] Ibidem [12] Immanuel Wallerstein. Il declino dell'Impero Americano. Yale University Press, 2004. [13] M. Salvadori, op. cit. in bibliografia, p. 737 [14] Giorgio Galli: "Hitler ed il nazismo magico"; Rizzoli Editore; Collana BUR; 1989 [15] Joachim C. Fest: "Il volto del Terzo Reich". Ed. Ital. Mursia, 1992. ISBN 88-425-1371-7 [16] Discorso di Hitler ai lavoratori del Oberslzberg, Villa Wolkonsky pag. 20( cl) [17] Len Deighton "La guerra lampo"; Longanesi & C. Editore; Maggio - Luglio 1981 [18] G. Pasquino, L. Morlino, Scienza della politica, p. 142. [19] D. Fisichella, Analisi del totalitarismo, p. 209. [20] M. Salvadori, op. cit. in bibliografia, p. 732. [21] Conversazioni di Hitler a tavola 1941-1942 raccolte da Henry Picker, ed Longanesi & C, 1983 titolo originale tedesco: Tischgesprache [22] Alan Bullock. Hitler, studio sulla tirannide. Bompiani Editore; 1955 [23] Galeazzo Ciano: "Diario 1937 - 1943" Rizzoli Editore; Collana "BUR", 2000; ISBN 978-88-17-11534-6 [24] Fascisti rossi - Paolo Buchignani - Mondadori - 1998 [25] Stanis Ruinas su Pensiero Nazionale, numero 1, 15 maggio 1947

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Nazionalsocialismo • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

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Voci correlate • • • • • • • • • • • • • •

Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori Storia della Germania nazista Adolf Hitler SA Gestapo, SS Hitlerjugend Antisemitismo Führerprinzip Problema ebraico Omofobia Notte dei cristalli Campo di sterminio Campo di concentramento

• Governatorato Generale • Neonazismo

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Nazionalsocialismo

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Cristianesimo democratico Il cristianesimo democratico è un termine che, in senso lato, può riferirsi all'impegno politico democratico da parte dei cristiani e, in un senso più ristretto e di più comune uso, si riferisce ad un movimento e ad un'ideologia politica dai tratti molto variegati. L'espressione democrazia cristiana, nata in ambiente cattolico ed europeo, con la sua diffusione mondiale ha finito per rappresentare movimenti politici con connotazioni valoriali spesso diverse. A livello internazionale negli anni settanta del Novecento è stata istituita l'Internazionale Democratico Cristiana (IDC), che, in origine, raccoglieva partiti democristiani propriamente detti. Con il tempo l'IDC ha raccolto anche partiti conservatori, liberal-conservatori e centristi, spesso privi di particolari riferimenti religiosi, tanto che agli inizi del XXI secolo è stata ribattezzata Internazionale Democratica Centrista. In Italia il termine popolarismo viene spesso utilizzato come sinonimo di "cristianesimo democratico".

Ideologia Le politiche e le priorità dei partiti democristiani spesso differiscono da un Paese all'altro, ma, in ogni caso, è possibile rintracciare una serie di caratteristiche che accomunano la maggior parte di questi. Secondo la definizione di Geoffrey K. Roberts e Patricia Hogwood "dal punto di vista ideologico, il cristianesimo democratico ha incorporato molte delle idee sostenute dai liberali, dai conservatori e dai socialisti, all'interno di una più vasta cornice di principi morali e cristiani"[1]. I due studiosi britannici descrivono i fondamenti del cristianesimo democratico, mettendoli a confronto con il liberalismo, il socialismo (del quale la socialdemocrazia è l'evoluzione in senso moderato) e il conservatorismo. Si può così affermare che il cristianesimo democratico: • Rispetto al liberalismo, condivide l'enfasi per i diritti umani e l'iniziativa individuale, mentre si differenzia da esso per il rifiuto del laicismo (ma non della laicità) e per l'enfasi data dal fatto che l'individuo è parte di una comunità e ha dei doveri nei suoi confronti. Il cristianesimo democratico è dunque sostenitore di un individualismo moderato, che trova limiti non solo all'incontro con la libertà altrui, ma anche con la stessa società. • Rispetto al conservatorismo, ne condivide i valori morali (in temi come la famiglia e il diritto alla vita), l'idea "progressiva" dei cambiamenti sociali (senza cioè strappi rivoluzionari), l'enfasi per l'ordine ed il rispetto della legge, il rifiuto del comunismo. Dall'altro lato esso è più aperto al cambiamento che alla difesa dello status quo sociale. Non manca poi nel cristianesimo democratico una maggiore caratterizzazione in senso religioso (anche se non necessariamente confessionale). • Rispetto al socialismo, condivide una forte enfasi sulla solidarietà sociale, la volontà di limitare l'"egoismo liberista", il rifiuto del fascismo. A differenza del socialismo, sostiene l'economia di mercato e, rispetto al socialismo rivoluzionario, rifiuta la violenza come mezzo per raggiungere il cambiamento. I cristiani democratici sono, in genere, conservatori sotto il profilo dei costumi e dell'etica tradizionale e, dunque, in gran parte sono contrari all'aborto e all'unione omosessuale, anche se in alcuni casi (le correnti democristiane dell'UDF in Francia) ne hanno spesso accettato o perfino promosso la legalizzazione, seppure con certi limiti. I partiti democristiani si ergono spesso a difensori dell'eredità cristiana, legandola all'identità e unità nazionale, anziché adottare una posizione più equidistante dalle singole fedi, come è tipico del liberalismo, della

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Cristianesimo democratico socialdemocrazia e del conservatorismo aconfessionale. Il cristianesimo democratico considera l'economia al servizio dell'umanità, ciò non toglie che la quasi totalità dei partiti democristiani non mettano in discussione il capitalismo in sé e per sé, anche se ne possono criticare alcuni elementi, come del resto fanno anche i liberali (critici del monopolio) e, ovviamente, le sinistre più o meno radicali. In campo economico i democristiani sostengono il modello dell'economia sociale di mercato. Negli ultimi anni molti partiti democristiani europei hanno abbracciato politiche liberiste, mentre si sono moderati sul piano culturale e morale. Emblematica è l'evoluzione dell'Unione Cristiano Democratica tedesca, che ha accentuato le spinte liberali in economia, a differenza dell'Unione Cristiano Sociale bavarese, rimasta più legata alla sua tradizione cristiano-sociale (nel senso tedesco del termine). Non mancano correnti democristiane di sinistra, come il cristianesimo sociale, mentre le correnti che hanno assunto i caratteri di socialismo cristiano (il Movimento Socialista Cristiano, componente del Partito Laburista britannico, il Partito dei Lavoratori brasiliano, la Lega Internazionale dei Socialisti Religiosi, affiliata all'Internazionale Socialista) sono da ritenersi parte integrante della storia del socialismo e della socialdemocrazia, che nei Paesi protestanti, non è vista necessariamente come un movimento politico laicista. Sono, ad esempio, rilevanti i legami della SPD con la Chiesa Luterana, tanto che i membri di tale chiesa contribuirono a rifondare la SPD in Germania Est nel 1989.

Il cristianesimo democratico nel mondo XIX secolo Le origini di questo movimento vanno ricercate nei gruppi cattolici, di laici e di ecclesiastici, che in diversi Paesi, dalla metà dell'Ottocento, si dedicarono all'organizzazione dei ceti popolari in nome della solidarietà cristiana, spesso facendo riferimento alle esperienze corporativistiche del periodo medievale. Possono essere citate figure come monsignor von Kettler, vescovo e poi deputato, in Germania, Potter in Belgio, monsignor Manning in Gran Bretagna, Frédéric Ozanam (poi beato) e La Tour du Pin in Francia. Un primo tentativo di coordinamento sovranazionale di questo movimento, che restava molto variegato, anche perché l'impegno politico non da tutti era visto come prevalente, venne dall'Unione di Friburgo (1885), cui presero parte anche rappresentanti italiani, tra cui Giuseppe Toniolo. A seguito dell'enciclica Rerum Novarum (1891) di papa Leone XIII, i cattolici, fino a quel momento poco coinvolti nella vita politica degli stati liberali, cominciano ad organizzarsi per contenere, da un lato, le posizioni liberali anticlericali, dall'altro, quelle socialiste e comuniste. Il mondo cattolico subito dopo la pubblicazione dell'enciclica papale, almeno fino alla prima guerra mondiale (1914-1918), si divise in due correnti: una intellettual-caritativa o paternalistica, l'altra propriamente democristiana. Mentre in Italia pesava la cosiddetta questione romana che aveva portato il papa ad impedire ai cattolici di candidarsi e votare alle elezioni politici, all'estero tale problema non si pose mai; esempio ne è proprio, in Germania, von Kettler, che oltre ad essere vescovo fu anche deputato per il Zentrum, partito cattolico, anche se non propriamente democristiano. Ben diversa l'esperienza dell' Action Française, in Francia, che, assunte posizioni scioviniste, nazionaliste e ultraconservatrici, attirò le critiche di parte della gerarchia cattolica, fino all'aperta condanna da parte del papa Pio XI. Con Papa Pio XII, l' Action Française venne rivalutata in chiave anticomunista, ma rappresentò sempre la soluzione nazional-conservatrice all'impegno dei cattolici in politica, ben distante dalle posizioni di moderazione e di internazionalismo, tipiche del pensiero democristiano. Tra la fine del XIX e l'inizio del XX secolo, in Europa il movimento democristiano comincia a diffondersi molto più rapidamente in Belgio, Francia, Olanda e Germania, prevalendo sulla componente intellettualistica. In Austria, Svizzera, Ungheria il movimento assumerà posizioni più socio-conservatrici. I cattolici cioè, pur rivendicando il loro ruolo nella vita politica statale, assunsero posizioni da conservatorismo compassionevole, attenti cioè a mantenere intatti i rapporti tra le classi sociali, ma eliminando le forme più gravi di povertà e sfruttamento sul lavoro.

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Cristianesimo democratico

XX secolo Nei vari Stati europei, i democristiani hanno dato vita a partiti politici denominati in modo diverso che per tutto il XX secolo si sono collocati su posizioni moderate, tanto di centro-sinistra, quanto di centro-destra. Questo ha portato in molti Stati ad assimilare il cristianesimo democratico con il centro dello schieramento politico. In Germania, ad esempio, il primo partito cattolico prese il nome Zentrum ("centro"). In Italia, invece, dopo la DC di Romolo Murri, nacque nel 1919 il Partito Popolare Italiano, ad opera di Luigi Sturzo, sacerdote. Sturzo, pur inserendo il proprio partito nell'alveo del cristianesimo democratico, non volle, nel nome del partito, inserire il termine "cristiano", per ribadire l'aconfessionalità dello stesso. Nel ventennio 1925-1945 i vari partiti cristiano democratici europei si trovarono a dover contrastare l'avvento in Germania e Italia delle dittature nazi-fasciste, e le occupazioni da parte delle stesse in Austria, Francia, Belgio, Olanda, Lussemburgo, Cecoslovacchia, Polonia. Da qui l'impegno nelle lotte partigiane, al fianco di liberali, monarchici, socialdemocratici e comunisti, per assicurare all'Europa governi realmente democratici. La vittoria nella seconda guerra mondiale dell'alleanza anglo-americana vide l'affermarsi nelle successive consultazioni elettorali, un po' in tutta Europa, i partiti democristiani: la Democrazia Cristiana in Italia, l'Unione Democratica Cristiana (CDU) in Germania, il Movimento Repubblicano Popolare (MPR) in Francia, il Partito Popolare (OVP) in Austria, il Partito Cristiano-sociale (PSC) in Belgio. Per gran parte del XX secolo, i partiti democristiani si sono caratterizzati per l'avversione ai regimi social-comunisti dell'Europa orientale. Da qui, le cosiddette scelte "europeista" ed "atlantica". La prima ha visto la nascita delle Comunità europee, poi Unione Europea. La seconda, si è realizzata con la NATO, patto di difesa militare con Canada e Stati Uniti d'America, in chiave anti-sovietica. I partiti democristiani si sono, dalla seconda metà del Novecento, diffusi anche in Paesi a maggioranza protestante e ortodossa, basti pensare all'Appello Cristiano Democratico olandese, al Partito Popolare Cristiano norvegese, al Partito Democratico Cristiano Africano sudafricano, ai democristiani bulgari e rumeni. In alcune di questi Paesi il cristianesimo democratico ha assunto connotati diversi da quello "cattolico", infatti "democristiani" è divenuto sinonimo di "conservatori". In altre, soprattutto dell'Europa orientale, la lentezza dell'affermazione di questi partiti è stata dovuta, da un lato, ai periodi di dittatura comunista, dall'altro, dall'accezione meno confessionale dei rapporti tra Stato e Chiesa. In America Latina, il movimento democristiano è forte in Messico, Nicaragua, Costa Rica, Venezuela e Perù, dove i partiti hanno in taluni casi fatto parte di coalizioni di centro-destra e in altri di centro-sinistra. In Paesi come la Colombia, il Brasile e l'Argentina (così come in molti Paesi a maggioranza protestante, dove il panorama politico si è prima diviso tra "conservatori" e "liberali", poi tra "conservatori" e "socialdemocratici") non sono mai nati partiti democristiani di un certo rilievo e i democristiani (in prevalenza cattolici) si sono posizionati nei vari partiti esistenti a seconda se erano personalmente più di destra o di sinistra, creando correnti all'interno di questi e senza dare vita a partiti autonomi. In Cile il Partito Cristiano Democratico Cileno è schierato assieme ad una coalizione composta da socialdemocratici e liberali sociali, combinando idee tradizionali del centro cattolico assieme all'ala sinistra del movimento democristiano.

Situazione attuale Oggi il movimento cristiano democratico non ha più una matrice unitaria. La caduta dei regimi comunisti o di estrema destra, l'affermazione del sistema democratico in Europa e nelle Americhe ha fatto sì che i "democristiani" perdessero la loro caratteristica di diversità rispetto ai liberali (rispetto delle libertà fondamentali, prima di tutto quella religiosa, coniugandole con l'attenzione alle istanze sociali) e ai conservatori (vedere tradizione e ispirazione religiosa come motivi di progresso e non di immobilismo). In Europa, dove spesso i democristiani hanno preso i caratteri tipici dei conservatori di fine XX secolo (tra i quali la maggiore laicità e il sostegno convinto del mercato e del liberalismo economico) e dove la collaborazione tra democristiani e conservatori si è rinsaldata nel Partito Popolare Europeo (PPE), è sempre più difficile distinguere tra

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Cristianesimo democratico "democristiani" e "conservatori". I due termini sono spesso divenuti sinonimi, in Spagna come in Germania. Del resto lo stesso PPE è divenuto un contenitore più ampio, nel quale trovano posto i tradizionali partiti democristiani, i partiti conservatori dei Paesi scandinavi, partiti con forti correnti liberali (come Forza Italia, il PSD portoghese, l'UMP francese e la PO polacca) o socialdemocratiche (la stessa Forza Italia, il Fine Gael irlandese e il PD rumeno, nato come partito socialdemocratico), partiti centristi di diversa ispirazione dell'Est europeo e perfino il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo turco.

Il cristianesimo democratico in Italia XIX secolo In Italia, a differenza ad esempio di Francia e Belgio, il movimento democratico cristiano ebbe difficoltà ad affermarsi, a causa della questione romana, lo scontro tra Stato e Chiesa, frutto dell'annessione dello Stato Pontificio al Regno d'Italia. Agli inizi, infatti il movimento democristiano italiano poggiò sui cosiddetti intransigenti, coloro che mal sopportavano lo stato liberale a causa del suo accesso anticlericalismo. Questa opposizione qualificò, però, i cattolici italiani sul piano sociale, spingendoli cioè, per contenere il movimento operaista e socialista, ed evidenziare le mancanze liberali in campo sociale. Il movimento cattolico in Italia, del resto, sul finire dell'Ottocento si strutturò nell'Opera dei congressi e comitati cattolici, che aveva tra i suoi scopi di radunare il variegato mondo cattolico italiano e sostenere l' azione popolare cristiana o democrazia cristiana. Va precisato quale significato assumevano i termini "democrazia"-"democratico" sul finire dell'Ottocento secondo il pensiero cattolico. All'interno dell'Opera dei Congressi, la corrente che si autodefiniva "democratica" era quella più vicina alle istanze del modernismo [2]. La maggioranza dei cattolici appartenenti all'Opera, invece, si autodefinivano, più che democristiani, clerico-moderati, poiché al netto del favore al modello monarchico (anche se non a quello sabaudo), non vedevano conciliabili il Cristianesimo e la democrazia [3] . In Italia, più che negli altri Paesi europei il mondo cattolico si divise nelle due correnti intellettual-paternalistica e democratico-cristiana. La prima, sostenuta dall' Unione Cattolica per gli Studi sociali (1894), tra i cui massimi esponenti vi era Giuseppe Toniolo, riteneva che l'impegno cattolico dovesse esprimersi soprattutto in campo sociale, moltiplicando le opere di assistenza e di carità, ed in campo culturale, per contenere la diffusione degli errori liberali e socialisti. I secondi, invece, propugnavano una scelta dalle forti connotazioni politiche, cominciando a porre le basi dell'autonomia del laicato cattolico dalla gerarchia ecclesiastica in campo politico e statale [4]. Nell'Italia di fine Ottocento, la crisi economica, che si era particolarmente manifestata nel mondo agrario, aveva sconvolto l'assetto sociale nelle campagne, rendendo evidenti, agli occhi dei cattolici i limiti di uno sviluppo maturato in condizioni di liberismo economico. In reazione al modello economico dominante, emerse all'estremo opposto il Massimalismo della sinistra socialista. I cattolici italiani elaborarono un proprio modello di convivenza economica e sociale fondato su una cultura d'ispirazione cristiana. Il terreno ideologico su cui il cattolicesimo poteva ricavare uno spazio sociale autonomo di ampie dimensioni si basava su due cardini: "solidarietà" e "conciliazione sociale", che erano esattamente ciò che mancava nelle ideologie liberale e socialista. Nel 1888 fu elaborato il Programma dei cattolici contro il socialismo (reso pubblico nel 1894). Tale documento sosteneva l'idea di conciliazione tra le classi e proponeva l'adozione di misure concrete, tra cui una serie di provvedimenti capaci di mantenere in vita il tessuto di piccoli produttori indipendenti e di attenuare la durezza del capitalismo industriale. Proprio la piccola proprietà contadina, ed i settori della classe media insidiati dalle concentrazioni industriali, costituirono dunque fin dalla nascita la base sociale del movimento cristiano-democratico in Italia. Nel 1891 un autorevole appoggio alla diffusione del pensiero sociale cattolico giunse dallo stesso pontefice Leone XIII con l'enciclica Rerum Novarum, la quale portava come sottotitolo la significativa dizione Sulla condizione degli operai. L'enciclica conteneva un esplicito incoraggiamento all'impegno sociale dei credenti e all'associazionismo operaio.

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Cristianesimo democratico

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Sulla base del Programma dei cattolici contro il socialismo, nel 1897 i cattolici italiani elaborarono il concetto di democrazia cristiana, intesa come "quell'ordinamento civile nel quale tutte le forze sociali, giuridiche ed economiche, nella pienezza del loro sviluppo gerarchico, cooperano proporzionalmente al bene comune, rifluendo quest'ultimo risultato a vantaggio delle classi inferiori".[5] Eredi dei cattolici liberali di metà Ottocento, tra i quali è spesso annoverato lo stesso Alessandro Manzoni, i cristiano-democratici si impegnarono per ridurre il potere statale ed assicurare maggiore spazio ai cosiddetti "enti intermedi": famiglia, associazioni, enti locali. A questo si accompagnò lo sforzo di chi, sensibile alle tematiche sociali, s'impegnò nella costruzione delle "Leghe bianche", associazioni di contadini, operai e artigiani con decise finalità mutualistiche e solidaristiche. Anche il rapporto con lo Stato italiano comincia a cambiare, basti pensare all'idea propugnata da don Davide Albertario, all'assemblea lombarda dell'Opera nel 1896, di preparazione nell'astensione, cioè di prepararsi a superare il non expedit, il divieto di votare e di essere eletti impartito dal papa ai cattolici italiani. Il termine democrazia cristiana compare per la prima volta a opera di Romolo Murri, sacerdote e deputato, che fondò un partito politico con tale nome, anche se lo stesso ebbe vita breve, perché visto troppo accondiscendente verso le forze socialiste. L'Opera, infatti, ben presto si divise tra giovani propriamente democristiani (Romolo Murri, Davide Albertario, Filippo Meda) e gli adulti che, sostenuti da Leone XIII, propugnavano la tesi intellettual – caritativa. Toniolo cercò di mediare tra le due parti, ma non vi riuscì, al punto che la Santa Sede decise, nel 1904, lo scioglimento dell'Opera, preoccupata che attraverso di essa anche la nascente Azione Cattolica si spostasse su posizioni democristiane.

XX secolo Il Partito Popolare In Italia il cristianesimo democratico venne agli inizi del nuovo secolo declinato nell'accezione "popolare". Il popolarismo è una dottrina politica enunciata da don Luigi Sturzo come un'alternativa tra il socialismo e il liberalismo e, successivamente, in aperta opposizione al fascismo. Ebbe un accento fortemente democratico e liberale. I "Popolari" erano favorevoli al libero mercato, anti-burocratici ed anti-statalisti, ma molto attenti alle questioni sociali e sensibili alle tematiche etiche care al mondo cattolico. Il popolarismo fu l'ideologia alla base del Partito Popolare Italiano nel 1919 e, dopo la seconda guerra mondiale, contribuì alla fondazione della Democrazia Cristiana e alla diffusione del cristianesimo democratico. A questa ideologia si ispirano, ancora oggi, partiti appartenenti al Partito Popolare Europeo (PPE) ed al Partito Democratico Europeo (PDE).

Lo scudo crociato, simbolo storico del

cristianesimo democratico italiano, utilizzato dal Va sottolineato come negli altri Paesi europei l'espressione PPI, dalla DC, dal CDU e dall'UDC. "popolarismo" non trova radici nel pensiero sturziano e ha quindi un diverso significato. In Spagna, ad esempio, il Partido Popular è un partito democristiano, ma di origine nazional-conservatrice e si colloca nel centro-destra dello schieramento politico. In Portogallo il Partido Popular è un partito di destra, comparabile ad Alleanza Nazionale. Più simile all'accezione italiana è quella del Partito Popolare Austriaco (OVP), anche se quest'ultimo è sì un partito moderato, legato al mondo rurale, ma più conservatore del PPI sturziano.

La Democrazia Cristiana


Cristianesimo democratico Dal 1942 al 1993, il cristianesimo democratico, in Italia, è coinciso con il pensiero e l'operato del maggiore partito politico nazionale: la Democrazia Cristiana (DC). La peculiarità, però, della situazione italiana rese la DC un partito non di soli "democristiani", tanto che si può affermare esservi una differenza tra i "democristiani" come appartenenti ad un partito ed i "democristiani" come appartenenti ad una cultura politica, il che è foriero di confusioni. L'Italia, infatti, almeno fino ai primi anni ottanta, si trovò ad avere all'interno del proprio panorama politico il più grande partito comunista del mondo occidentale, il Partito Comunista Italiano (PCI). La difficoltà, inoltre, del Partito Socialista Italiano (PSI), almeno fino ai primi anni settanta, di marcare un'effettiva lontananza dal pensiero marxista e dal PCI rese difficile la creazione di quell'alternanza al governo del Paese che avrebbe spinto molti cattolici, come negli altri Paesi europei, a scegliere tra un partito di centro-destra ed uno socialdemocratico. La seria possibilità che i Comunisti giungessero al governo, anche se in un'alleanza con i Socialisti ed i Socialdemocratici, rese nei fatti ingessata la politica italiana fin dalla nascita della Repubblica. La DC, infatti, raccolse tutti gli anti-comunisti italiani, molti dei quali (i moderato-conservatori) non erano portatori dei valori "democristiani". Non mancò, del resto, nella DC anche una componente di sinistra molto forte, i cui esponenti spesso guidarono il partito. Tale componente, spesso influenzata dalle forti lotte sindacali degli anni sessanta e settanta, assunse atteggiamenti poco affini alle posizione "liberali", almeno in campo economico, proprie del pensiero cristiano-democratico. Questa "anomalia italiana", questo "grande centro onnicomprensivo", anche se unito dalla comune ispirazione religiosa e dalla fede democratica, verrà meno solo negli anni novanta, quando la fine dei regimi comunisti dell'Est europeo, il venir meno del PCI e Tangentopoli non resero più necessario un partito centrista che rappresentasse l'unità politica dei cattolici e intorno a cui gravitasse la vita politica del Paese. La fine dell'unità politica dei cattolici Dopo la fine della Democrazia Cristiana (DC), i democristiani italiani si divisero in vari partiti politici. Il Partito Popolare Italiano (PPI), erede diretto della DC, sotto la guida di Mino Martinazzoli, cercò di mantenere viva la tradizione centrista dello "scudo crociato", escludendo alleanze sia con il centro-destra (Polo delle Libertà e Polo del Buon Governo) che con la sinistra (Alleanza dei Progressisti). Il Centro Cristiano Democratico (CCD) di Pier Ferdinando Casini e Clemente Mastella, invece, pur confermando la scelta centrista, si alleò con Forza Italia (FI) nei Poli di centro-destra. Il PPI nel 1995 si spaccò sulla proposta di aderire al Polo delle Libertà. Il nuovo segretario Rocco Buttiglione, che aveva proposto tale alleanza, diede vita, insieme a Roberto Formigoni, i Cristiani Democratici Uniti (CDU), che scelsero il centro-destra e portarono in dote lo "scudo crociato". Molti esponenti moderati, liberali e conservatori della DC avevano, nel frattempo, aderito a Forza Italia (es.: Giuseppe Pisanu e Enrico La Loggia) o ad Alleanza Nazionale (AN) (es.: Publio Fiori e Gustavo Selva), mentre una esigua parte della sinistra DC scelse il movimento dei Cristiano Sociali (confluiti assieme al PDS nei Democratici di Sinistra, DS, nel 1998) o La Rete di Leoluca Orlando, piccoli movimenti alleati con la sinistra già nelle elezioni politiche del 1994. Gli esponenti del PPI che si erano opposti all'ingresso nel Polo delle Libertà diedere vita, sotto la guida di Gerardo Bianco, a i Popolari, che poi mantennero il nome di "Partito Popolare Italiano" e che aderirono alla nascente alleanza di centro-sinistra, L'Ulivo, insieme agli eredi del PCI, il Partito Democratico della Sinistra (PDS). Nel 1998 alcuni esponenti del CCD, guidati da Mastella, e di Forza Italia, guidati dal liberale Carlo Scognamiglio, e con la partecipazione di Francesco Cossiga, fondarono l'Unione Democratica per la Repubblica (UDR), poi trasformatasi in Unione Democratici per l'Europa (UDEUR). All'UDR, che entrò a far parte del Governo D'Alema I, aderì inizialmente anche il CDU di Buttiglione, provocando la scissione di quella parte del partito, guidata da Formigoni, che voleva rimanere fedele al centro-destra. Nel 1999 il CDU, decimato dalle scissioni, riprese la sua autonomia e ritornò nell'alveo del centro-destra, legandosi a filo stretto con il CCD. Sempre nel 2001 un gruppo di dissidenti del PPI, guidato da Sergio D'Antoni, Giulio Andreotti ed Emilio Colombo, fondò Democrazia Europea (DE), partito di centro al di fuori dei due poli. I seguaci di Formigoni insieme ad altri ex-DC sono andati infine ad ingrossare le file democristiane di Forza Italia, entrata a far parte del Partito Popolare Europeo (PPE) nel 1999.

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Cristianesimo democratico

Situazione attuale Nel 2002 nacquero Democrazia è Libertà - La Margherita (DL) e l'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC). La prima, nata dalla fusione di PPI, I Democratici e Rinnovamento Italiano, ha significato l'unione di ciò che rimaneva della sinistra DC con componenti di diversa estrazione politica. Questo nuovo partito, sebbene sia visto comunemente come uno dei successori della vecchia DC, rappresenta in realtà un progetto nuovo, speculare a quello di Forza Italia (nata con l'obiettivo di unire cattolici e laici di centro-destra), volto alla costruzione di una forza centrista e riformista all'interno della coalizione del centro-sinistra italiano. Sotto la guida di Francesco Rutelli, che pure rivendica la matrice cattolica come uno dei filoni culturali della sua creatura politica, DL ha riferimenti europei molto eterogenei, dal pensiero cristiano-sociale al mondo laico-riformista (liberalismo sociale e socialdemocrazia). A dimostrazione di quanto DL si sia trattata di un'esperienza nuova, va citata la decisione di non aderire al PPE in Europa ma piuttosto di fondare il Partito Democratico Europeo (PDE), nonché il progetto di dare vita a un Partito Democratico (PD) in Italia, sulla scia del Partito Democratico degli Stati Uniti, insieme ai Democratici di Sinistra (DS), eredi della tradizione del Partito Comunista Italiano (PCI). L'UDC è invece nata dall'unione di CCD, CDU e DE, e guidata da Marco Follini prima e da Lorenzo Cesa poi, e si tratta di un partito neo-democristiano da tutti i punti di vista, rifacendosi sia all'esperienza italiana della DC sia al popolarismo europeo, secondo il modello dell'Unione Cristiano Democratica tedesca. Il nuovo partito ha come simbolo lo "scudo crociato" della DC, portato in dote dal CDU. Nonostante sia stata membro della Casa delle Libertà fin dalla sua fondazione, l'UDC si è caratterizzato come l'alleato più critico all'interno di tale alleanza e si è via via distanziata dalla leadership di Silvio Berlusconi. Sebbene sulle questioni etico-morali ed economico-sociali l'UDC mantenga una linea piuttosto conservatrice, tale partito si presenta come l'apostolo del centrismo in Italia e spesso non nasconde le sintonie con molti esponenti centristi del PD, spesso sulla base delle comuni radici nella Democrazia Cristiana. L'UDC ha dato corso a questa sua "vocazione centrista", allontanandosi dall'alleanza di centro-destra per presentarsi in modo autonomo alle elezioni politiche del 2008. FI, UDC e DL rappresentano tre diversi esempi di come i cattolici italiani abbiano reagito alla fine dell'unità politica dei cattolici, idea fondamentale che era alla base della DC e che la rendeva un partito pragmatico, difficilmente circoscrivibile dal punto di vista delle ideologie politiche tradizionali. L'Italia oggi rimane un Paese molto cattolico, ma, in modo simile a quanto accade negli Stati Uniti, i credenti (che per molti anni hanno votato più o meno compattamente per la DC), dopo il 1992-1994, hanno cominciato a schierarsi in base alle loro idee politiche: • Spezzoni della sinistra DC e intellettuali inclini al cristianesimo sociale e al socialismo cristiano (Ermanno Gorrieri, Giorgio Tonini, Mimmo Lucà, Stefano Ceccanti, ecc.) si sono uniti con altri socialisti cristiani provenienti prevalentemente dal Partito Socialista Italiano (Pierre Carniti, Domenico Maselli, ecc.) nel movimento dei Cristiano Sociali, poi confluito nei DS, altri sono entrati direttamente nel PDS (come Giuseppe Lumia), altri ancora ne La Rete, i cui membri sono confluiti ne I Democratici, e quindi in DL, e nell'Italia dei Valori. • Il grosso della sinistra democristiana è oggi confluita, come anticipato, nel PD (soprattutto attraverso il PPI e DL). Quest'ultimo partito, se da un lato raccoglie vastissime aree della sinistra sociale e sindacale DC di derivazione fanfaniana, demitiana e mariniana, dall'altro vanta anche la presenza di settori più moderati, come il gruppo dei teodem. Tra le figure di maggior spicco di origine democristiana confluite nel PD, vi sono Franco Marini, Dario Franceschini, Rosy Bindi, Giovanni Galloni, Enrico Letta, Giuseppe Fioroni nonché personalità che, pur non essendo state mai iscritte alla DC, vi erano considerate vicine, tra cui Romano Prodi, Arturo Parisi, Luigi Bobba e Paola Binetti. Nell'UDEUR, invece, oltre ad esponenti moderati (ex-andreottiani ed ex-forlaniani), hanno trovato spazio anche ex-membri delle correnti della sinistra democristiana (lo stesso Clemente Mastella è un ex-demitiano). • La tradizione centrista e liberale, di derivazione dorotea e forlaniana, è prevalentemente rappresentata nell'UDC (Pier Ferdinando Casini, Rocco Buttiglione, Lorenzo Cesa, Carlo Giovanardi, Francesco D'Onofrio, Luca

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Cristianesimo democratico Volontè, ecc.) e in Forza Italia (Roberto Formigoni, Claudio Scajola, Enrico La Loggia, Renato Schifani, Alfredo Antoniozzi, Riccardo Ventre, Mario Mauro, Mario Mantovani, Antonio Palmieri, Osvaldo Napoli, Guido Crosetto, ecc.), anche se in questi partiti non mancano ex-membri della sinistra DC, come Angelo Sanza nell'UDC, Giuseppe Pisanu, Luigi Grillo, Giuseppe Gargani e Marcello Vernola in Forza Italia, Bruno Tabacci, Mario Baccini e Gerardo Bianco nella Rosa per l'Italia, nonché altri politici cattolici precedentemente impegnati in altri partiti di sinistra come Sandro Bondi e Ferdinando Adornato. Ex-morotei come Marco Follini e Gianfranco Rotondi hanno trovato spazio rispettivamente nell'Italia di Mezzo (confluita nel PD nel 2007) e nella Democrazia Cristiana per le Autonomie (confluita poi nel PdL nel 2008), partiti di minore consistenza elettorale. • La tradizione conservatrice è espressa dagli ex-DC passati in Alleanza Nazionale (Andrea Ronchi, Mario Baldassarri, Gaetano Rebecchini, Publio Fiori, che però ha lasciato il partito nel 2005, e Gustavo Selva, passato a FI nel 2007) e da altri membri di ispirazione cattolica (Alfredo Mantovano, Riccardo Pedrizzi e Giulia Bongiorno in testa). A seguito del cambiamento politico avvenuto a partire dal 2007 in termini di partiti ed alleanze, oggi le correnti che si rifanno al cristianesimo democratico sono contenute all'interno del Partito Democratico, del Popolo delle Libertà e dell'Unione di Centro ed il nuovo partito Alleanza per l'Italia.

Note [1] Roberts e Hogwood, European Politics Today, Manchester University Press, 1997 [2] Marco Invernizzi, "Don Romolo Murri, don Luigi Sturzo e Alcide De Gasperi nella storia del movimento cattolico italiano", Cristianità, n. 237-238 (1995). [3] Non va però taciuto che anche insigni esponenti liberali avevano visto la democrazia come demagogia, quindi arbitrio del popolo. Non solo: le stesse dottrine social-comuniste, pur predicando il contributo delle masse popolari alla vita dello Stato, non gradivano molto i "processi democratici", poiché tendevano a confondere borghesia e proletariato, allontanando così la tanto agognata rivoluzione. [4] Tale autonomia sarebbe stata riconosciuta dalla Chiesa solo con il Concilio Vaticano II (1962-1965). [5] Centro di Cultura e Studi Giuseppe Toniolo (http:/ / www. centrotoniolo. org/ ruolo. htm)

Voci correlate • • • • • • • •

Conservatorismo Cristianesimo liberale Cristianesimo sociale Cristiani per il Socialismo Dottrina sociale della Chiesa cattolica Socialismo cristiano Teoconservatorismo Democrazia Cristiana

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Federalismo

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Federalismo Con il termine federalismo si intende la condizione di un insieme di entità autonome, legate però tra loro dal vincolo di un patto (in latino, appunto, foedus, "patto, alleanza"). I diversi membri di questo insieme possono riconoscersi nell'autorità di un capo che li rappresenti tutti (un monarca, un capo di governo, o anche - in un contesto trascendente - una divinità), oppure convergere in un'assemblea generale. L'accezione più diffusa del federalismo è quella politica: si tratta della dottrina che appoggia e favorisce un processo di unione tra diversi Stati (a volte denominati anche soggetti federali, Länder, commonwealth, territori, province, ecc.), che mantengono in diversi settori le proprie leggi particolari, ma hanno una costituzione condivisa e un governo comune. L'unità che si viene a creare è spesso chiamata federazione (mentre quando manchino anche una costituzione condivisa e un governo comune si parla di confederazione). I due livelli in cui è costituzionalmente diviso il potere sono distinti tra loro e sia il governo centrale, sia i singoli Stati federati, hanno sovranità nelle rispettive competenze. I sostenitori di questo sistema politico vengono chiamati federalisti. In senso più ampio, inoltre, soprattutto nel dibattito politico italiano, si parla spesso di federalismo in riferimento ad un crescente decentramento nella gestione pubblica, in cui si vorrebbe attribuire ai singoli enti locali una maggiore autonomia nella raccolta delle imposte e nell'amministrazione delle proprie entrate e delle spese.

Le origini del termine in ambito teologico Il termine "federalismo" non nacque in ambito politico, bensì teologico. Già a partire dal XVII secolo (ben prima che si parlasse di federalismo in ambito politico, dunque), questa parola era utilizzata nei trattati teologici di alcuni pensatori riformati, per descrivere la peculiare relazione esistente tra Adamo e tutti gli esseri umani nati dopo di lui (ovvero tutto il genere umano, discendente da Adamo "secondo la carne") e, per analogia, la relazione tra Cristo e coloro che sono rinati nello Spirito Santo (cioè l'umanità rigenerata: cfr. Vangelo di Giovanni 3,1-8 [1], Lettera ai Romani 5,12-21 [2] e 8,1-17 [3]). Se nel pensiero politico, però, all'interno di un sistema federale sia il "capo" rappresentante sia i membri rappresentati condividono la stessa sovranità, in ambito teologico la distinzione tra Cristo e l'umanità redenta resta comunque insuperabile.

Il federalismo come teoria politica Gli scritti di due autori britannici, Albert Dicey e James Bryce, hanno influenzato le prime teorie sul federalismo. Dicey identificò due condizioni per la formazione di uno Stato federale: il primo era l'esistenza di un gruppo di nazioni "così vicine per luogo, storia, razza e capaci di portare, negli occhi dei loro abitanti, uno spirito di nazionalità comune."; la seconda condizione è il "desiderio di unità nazionale e la determinazione di mantenere l'indipendenza di ogni uomo, come di ogni Stato separato".

Stati federali nel mondo

Uno Stato può essere reso "federale" rispetto ad un precedente Stato unitario (federalismo dissociativo) o rispetto ad una pluralità di Stati precedenti, indipendenti o confederati (federalismo associativo).


Federalismo La divisione dei poteri è una caratteristica fondamentale nel federalismo. In un classico della materia, il professore K.C. Wheare diede la sua definizione di governo federale: " Un sistema di governo che incorpora prevalentemente una divisione dei poteri tra autorità generale (federale) e regionali (o statali), ognuna delle quali, nella sua propria sfera, è coordinata con le altre e indipendente da esse". Il risultato della distribuzione dei poteri è che nessun'autorità può esercitare lo stesso livello di potere che avrebbe in uno Stato unitario. In un sistema federale la costituzione è la norma suprema da cui deriva il potere dello Stato. Un potere giudiziario indipendente è necessario per evitare e correggere ogni atto legislativo che sia incongruente con la costituzione. Perciò, il federalismo è delimitato dalla legalità. La costituzione deve necessariamente essere rigida e snella. Le sue prescrizioni devono essere o legalmente immutabili o capaci di essere cambiate soltanto da qualche autorità che stia al di sopra e oltre gli ordinari corpi legislativi.

Federalismo e democrazia La causa del federalismo è portata avanti dalla teoria federalista, la quale asserisce che il federalismo implichi un sistema costituzionale robusto che àncori la democrazia pluralista e che incentiva la partecipazione democratica tramite una cittadinanza duale in una repubblica composta. La classica dichiarazione di questa posizione può essere trovata in "The Federalist", il quale sostiene che il federalismo aiuti a concretizzare il principio del governo della legge, limitando l'azione arbitraria da parte dello Stato. Primo, il federalismo può limitare il potere del governo di violare i diritti, poiché esso crea la possibilità che se il potere legislativo desidera ridurre la libertà, non ne avrà il potere costituzionale, mentre il livello di governo che possiede tale potere non ne avrà il desiderio. Secondo, i procedimenti di formazione delle decisioni di tipo legalistico che caratterizzano i sistemi federali limitano la velocità con la quale il governo può reagire. L'argomento che il federalismo aiuta ad assicurare la democrazia e i diritti umani è stato influenzato dalla teoria contemporanea della scelta pubblica; è stato asserito che nelle più piccole unità politiche, gli individui possono partecipare più direttamente che in un governo monolitico unitario. Inoltre, gli individui insoddisfatti per le condizioni in uno Stato possono scegliere di andare in un altro. Certamente, questo argomento assume che una libertà di movimento tra Stati sia necessariamente assicurata da uno Stato federale[4]. La capacità di un sistema federale di proteggere le libertà civili è stata messa in discussione. Spesso c'è confusione tra i diritti degli individui e quelli degli Stati. In Australia, per esempio, alcuni dei più notevoli conflitti intergovernativi degli ultimi decenni sono stati il diretto risultato dell'intervento federale che aveva il fine di assicurare i diritti delle minoranze e hanno reso necessarie delle limitazioni dei poteri dei governi degli Stati. È anche essenziale evitare confusioni tra i limiti posti dalla revisione giudiziale, cioè dal potere costituzionale delle corti di annullare le azioni del parlamento e del governo, e lo stesso federalismo. Se, da un lato, alcuni Stati degli USA hanno deplorevoli retroterra di negazioni di libertà civili a gruppi razziali, donne e altri ancora, d'altra parte le leggi e le costituzioni di altri Stati americani hanno protetto queste minoranze per mezzo di diritti legali e protezioni che vanno oltre quelle presenti nella costituzione statunitense e nella Carta dei Diritti degli Stati Uniti d'America.

Il federalismo e la Costituzione degli Stati Uniti Prima della stesura della Costituzione statunitense, ciascuno Stato americano era essenzialmente uno Stato sovrano. La Costituzione Americana creò un governo nazionale con poteri sufficienti ad unire gli Stati, che però non sostituì i singoli governi statali. Questa sistemazione federale, per mezzo della quale il governo centrale nazionale esercita i propri poteri in determinati campi, mentre altri campi sono appannaggio dei governi statali, è una delle caratteristiche basilari della Costituzione americana, che gestisce e coordina i poteri dei due tipi di governo. Un'altra caratteristica è la separazione delle competenze tra i tre poteri del governo - il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario e le libertà civili. Gli autori dei Federalist Papers hanno spiegato nei saggi numero 45 e 46 come essi si aspettassero

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Federalismo che i governi degli Stati esercitassero funzioni di controllo e bilanciamento sul governo nazionale al fine di mantenere nel tempo il cosiddetto "limited government", ossia un governo le cui funzioni siano prescritte, definite e limitate dalle leggi, generalmente per mezzo di una costituzione scritta. Dal momento che gli Stati erano entità politiche preesistenti, la Costituzione degli Stati Uniti d'America non aveva bisogno di definire o spiegare il federalismo in alcuna sua parte. Ciò nonostante, essa menziona numerose volte i diritti e le responsabilità dei governi dei singoli Stati e delle autorità statali in confronto con quelli del governo federale. Il governo federale ha dei poteri definiti ed espressi nella Costituzione (detti anche poteri "enumerati"), che includono il diritto di imporre le tasse, dichiarare la guerra e regolare commerci interni ed esteri. Inoltre, esso ha il potere di approvare qualsiasi legge "necessaria ed adeguata" per l'esecuzione dei propri poteri. I poteri che la Costituzione non concede al governo federale o che vieta agli Stati - i poteri riservati - sono riservati al popolo o agli Stati. I poteri del governo federale sono stati significativamente espansi dagli emendamenti aggiunti alla Costituzione in seguito alla Guerra Civile e da altri emendamenti aggiunti in seguito. La Convenzione di Filadelfia, realizzando la prima costituzione federale della storia, costruì il modello del meccanismo politico dal quale Immanuel Kant si attendeva la pace fra gli Stati e la instaurazione universale del diritto. Alexander Hamilton, scrivendo con John Jay e James Madison, durante la lotta per la ratifica della costituzione federale, i saggi del Federalist allo scopo di illustrare i suoi vantaggi rispetto alla formula confederale, sviluppò, senza esserselo proposto, i primi rudimenti della teoria di questo meccanismo politico, cioè dello Stato federale. Per inquadrare teoricamente il suo pensiero bisogna perciò tener presente che i saggi del Federalist sono formalmente soltanto degli scritti di propaganda politica, sia pure elevatissima, e bisogna inoltre, e soprattutto, risalire al fatto storico dal quale questa propaganda prese le mosse: l'elaborazione di un testo costituzionale da parte di un'assemblea. È noto che la costituzione degli Stati Uniti d'America rappresenta il frutto di un compromesso, e di un compromesso nel senso più stretto della parola, tant'è che i punti più importanti della costituzione furono concepiti esclusivamente come pure e semplici transazioni tra le opinioni divergenti delle parti in contrasto, e per nulla affatto come le singole parti di un edificio coerente. Nonostante la loro natura queste transazioni identificarono di fatto gli ingranaggi fondamentali del meccanismo federale, e fondarono un solido edificio. E un risultato singolare, ma perfettamente spiegabile. Alla fine della guerra di indipendenza, dal punto di vista istituzionale, la classe politica americana era divisa in due correnti, una piuttosto unitaria e l'altra piuttosto pluralistica. Entrambe avevano un fondamento che non si poteva eliminare a breve scadenza: l'Unione e gli Stati. Il loro contrasto aveva perciò una via d'uscita solo nel compromesso, e il compromesso si poteva fare in un modo solo: salvando l'Unione con un governo panamericano veramente indipendente, ossia attivo sui cittadini e non sugli Stati, e salvaguardando nel contempo, con l'indipendenza degli Stati stessi, il pluralismo. La difficoltà stava nel trovare la formula di un governo centrale che, pur agendo direttamente sui cittadini degli Stati associati, non distruggesse la loro indipendenza. In conclusione, si giunse ad una federazione perché non si poteva che giungere ad una federazione. Col tempo, il governo federale è aumentato in dimensioni ed in influenza, sia sulla vita di tutti i giorni sia sul governo degli Stati. Ci sono diverse ragioni per questo, compreso il bisogno di regolare affari e industrie che esorbitano dai confini dei singoli Stati, il tentativo di assicurare i diritti civili e di provvedere ai servizi sociali. Molti ritengono che il governo federale si sia sviluppato oltre i limiti consentiti dai poteri espliciti. La Corte Suprema degli Stati Uniti ha talvolta invalidato decisioni federali, per esempio "La legge sulle zone scolastiche libere dalle armi" (Gun-Free School Zones Act) nel caso Stati Uniti contro Lopez. Tuttavia, la maggior parte delle azioni dal governo federale possono trovare un certo supporto legale fra i suoi poteri specifici come la clausola di commercio ("Commerce clause"). La dottrina del federalismo dualistico sostiene che il governo federale e i governi degli Stati si trovano sostanzialmente sullo stesso piano politico, ed entrambi sono sovrani. In base a questa teoria, alcune parti della costituzione sono interpretate in modo molto restrittivo; tra esse vi sono il decimo emendamento, la "Supremacy Clause", la "Necessary and Proper Clause" e la "Commerce Clause". Secondo questa interpretazione il governo federale ha giurisdizione solo sulle materie in cui la costituzione gliela assegna esplicitamente. Esisterebbe quindi un ampio ambito di poteri spettanti ai singoli Stati, e il governo federale potrebbe esercitare soltanto i poteri

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Federalismo esplicitamente elencati nella costituzione. [5]

Federalismo europeo La nascita del federalismo europeo Nato nell'altra sponda dell'Atlantico, il federalismo si diffonde anche in Europa già nell'Ottocento. Le elaborazioni principali sviluppano il federalismo in una duplice chiave: in polemica con l'opprimente centralizzazione amministrativa della maggior parte degli Stati europei (ad esempio, in Proudhon e Cattaneo) e come strumento di ricerca di una pace duratura in un continente sempre in preda a sanguinari scontri (soprattutto in Kant). È solo nel 1941 però, ossia quando il conflitto sembra ancora destinato ad essere vinto dalle forze dell'Asse, che tre illuminate menti del panorama intellettuale italiano stendono quello che verrà ricordato come il Manifesto di Ventotene. La gestazione di quest'opera, da parte di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, esiliati sull'isola di Ventotene appunto, durò all'incirca sei mesi. Furono ispirati da un libro scritto da Junius (pseudonimo usato da luca pintor) pubblicato circa vent'anni prima. Il Manifesto di Ventotene, steso nel 1941 da Spinelli e Rossi insieme a Eugenio Colorni e Ursula Hirschmann, è un fondamentale documento che traccia le linee guida di quella che sarà la carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea. I tre intellettuali previdero la caduta dei poteri totalitari e auspicarono che, dopo le esperienze traumatiche della prima metà del Novecento, i popoli sarebbero riusciti a sfuggire alle subdole manovre delle élites conservatrici. Secondo loro, lo scopo di queste sarebbe stato quello di ristabilire l'ordine prebellico. Per contrastare queste forze si sarebbe dovuta fondare una forza sovranazionale europea, in cui le ricchezze avrebbero dovuto essere redistribuite e il governo si sarebbe deciso sulla base di elezioni a suffragio universale. L'ordinamento di questa forza avrebbe dovuto basarsi su una “terza via” economico-politica, che avrebbe evitato gli errori di capitalismo e comunismo, e che avrebbe permesso all'ordinamento democratico e all'autodeterminazione dei popoli di assumere un valore concreto. Il Manifesto rimane ancora oggi uno dei più validi e significativi fondamenti della letteratura politica federalista. Anzi, in un certo senso, rappresenta la nascita di una vera e propria ideologia federalista europea. Infatti, mentre in tutti i precedenti autori quello federalista è un aspetto di un pensiero politico personale più complesso, il federalismo e l'Europa sono per Spinelli i fondamenti stessi del suo pensiero politico. Il Manifesto pone come base della civiltà moderna “il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita”. Lo spunto iniziale è la constatazione della crisi dello Stato nazionale che, fondendo insieme Stato e nazione, ha accentuato le tendenze autoritarie all'interno dei confini nazionali e quelle aggressive sul piano internazionale. Per contrastare entrambe queste tendenze il Manifesto suggerisce di riorganizzare in senso federale l'Europa in modo che tutti gli Stati europei lascino le loro decisioni in alcune delicate materie (moneta, politica estera, politica economica, difesa, ecc.) a uno Stato internazionale superiore a ognuno di loro. Gli “uomini ragionevoli”, infatti, come riporta il Manifesto, devono constatare “la inutilità, anzi la dannosità” di organismi internazionali che non si strutturino in modo federale e che quindi non si dotino di un proprio esercito e della possibilità di intervenire anche militarmente per garantire la sopravvivenza di un'Europa federale. Per raggiungere questo obiettivo non servono, come abbiamo già accennato, le forme di aggregazione politica tradizionali. I partiti, infatti, sia che si ispirino a ideologie reazionarie, liberali, democratiche, socialiste o comuniste, mirano a migliorare la situazione del loro Stato, nella convinzione che la pace nasca dall'affermazione dei rispettivi principi di libertà, uguaglianza e giustizia sociale. In altre parole, i partiti politici lottano per la conquista di un potere già esistente, per la ricostruzione di uno Stato nazionale che sia appunto reazionario, liberale, democratico, socialista o comunista. Per il progetto di Spinelli, invece, occorre un'organizzazione politica veramente sopranazionale capace non tanto di conquistare il potere, quanto piuttosto di creare un nuovo potere: questo il compito del Movimento Federalista Europeo. Come per gli altri autori, anche per Spinelli l'aspetto di valore del federalismo è la pace; è inevitabile quindi che la federazione europea non possa che rappresentare un punto di passaggio per un qualcosa di ancora più grande, di un qualcosa che richiama gli echi del progetto di Kant[6]: una federazione mondiale. Infatti, come recita con un fascino quasi profetico il Manifesto, “quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l'umanità, bisogna pur

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Federalismo riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l'unità politica dell'intero globo”[7].

I principi ispiratori dell'Unione Europea Si è affermato l'eguale diritto per tutte le nazioni di organizzarsi in Stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell'organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo. L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente strumento di progresso ha eliminato molti degli impedimenti che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; Si è affermato l'uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello Stato. La libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo Stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.

Concretizzazione del concetto di federalismo Dall'idea precisa della pace discende dunque l'idea federalistica della distribuzione del potere politico, e per ciò stesso l'esigenza di identificare le condizioni storico-sociali che consentono d'instaurarla e di mantenerla nell'ambito di una parte del genere umano o di tutto il genere umano. Ormai non è più vero che la creazione degli Stati Uniti d'Europa (dell'Europa occidentale-atlantica: solo di questo realisticamente si parla) significhi creazione di diritto sovranazionale così come precedentemente inteso; né costituisce in alcun modo, di per sé, un passo in quella direzione. Gli Stati nazionali europei sono già stati superati in realtà dalla loro riduzione a Stati regionali, con tutti i limiti di impotenza. L'europeismo prevalente ha oggi un valore eminentemente difensivo: significa la conquista per il popolo europeo di un suo Stato di dimensione adeguata per sostenere il confronto internazionale atto a tutelare i propri interessi, ad essere perciò una potenza nel mondo attuale. Europeismo cioè che vuole essere momento di scontro politico fra la concezione democratica-parlamentare e quella totalitaria, fra chi privilegia i diritti della persona e chi li sottopone gerarchicamente agli interessi dello Stato, fra chi rivendica la necessità che il diritto non sia limitato dalle frontiere e chi difende la barbarie in nome della sovranità nazionale e del principio di non ingerenza. Il progressivo sfaldamento dei principi liberali della democrazia parlamentare e della divisione dei poteri a cui si assiste, seppur in misura diversa, in tutti i paesi europei in nome delle urgenze determinate di volta in volta dalla crisi economica, dal deficit delle finanze pubbliche o dal terrorismo russo, irlandese o basco, rappresentano i sintomi più evidenti della incapacità delle istituzioni statali nazionali di far fronte alla nuova dimensione dei problemi. La riduzione progressiva dei poteri parlamentari che viene registrata in Italia come in Francia o nel Belgio, il trasferimento sempre più massiccio dei poteri legislativi all'esecutivo attraverso l'abuso del potere di decretazione o dei "pouvoirs spèciaux", sia quando si realizza attraverso modifiche costituzionali o regolamentari, sia quando viene imposto forzando la legge, testimoniano almeno in parte l'impotenza delle istituzioni statali nazionali a far fronte alla dimensione sovranazionale dei problemi emergenti, da quelli economici a quelli determinati dalla criminalità o dal terrorismo, e alle influenze dello sviluppo tecnologico sui processi decisionali. Le istituzioni comunitarie sono del resto paralizzate dall'incapacità di concepire un unico "governo" europeo perlomeno nelle materie di competenza comunitaria. Gli "egoismi nazionali" e gli interessi dei grossi centri di potere economico e politico lo impediscono sistematicamente. Del resto questa ipotetica autorità sovranazionale non potrà mai essere legittimata democraticamente finché non potrà ricevere la fiducia da un Parlamento Europeo, quale unica espressione della sovranità popolare europea, dotato degli effettivi poteri d'indirizzo, controllo e legislativi. D'altronde il Parlamento europeo non potrà mai conquistare la capacità d'imporre il processo d'integrazione politica

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Federalismo europea finché sarà composto da partiti privi di una vocazione europeista e soprattutto incapaci di rappresentare gli interessi dei gruppi sociali ed economici che si vanno riconoscendo o si possono riconoscere nell'Europa politica. La crisi delle istituzioni comunitarie è quindi innanzitutto crisi e insufficienza di quel diritto comunitario rimasto incompiuto nei Trattati nonostante i tentativi evolutivi sanciti dalle sentenze della Corte di Lussemburgo. A questo "deficit democratico" tentò di porre rimedio il Parlamento europeo con il progetto di Trattato dell'Unione portato a termine nella precedente legislatura sotto la guida di Altiero Spinelli.

Partiti politici e movimenti di matrice federalista nell'ambito dell'Unione Europea Dopo la seconda guerra mondiale nacquero vari movimenti, come l'Unione dei Federalisti Europei o il Movimento Federalista Europeo[8], fondato nel 1943, che sostenevano la creazione di una federazione europea. Queste organizzazioni ebbero una certa influenza, anche se non decisiva, sul processo di unificazione europea. L'Europa di oggi è ancora lontana dall'essere una federazione, nonostante l'Unione Europea possieda alcune caratteristiche federali. I federalisti europei hanno sostenuto l'elezione diretta di un Parlamento Europeo e furono tra i primi a porre all'ordine del giorno la stesura di una costituzione europea. I loro oppositori sono coloro che sostengono un ruolo più modesto per l'Unione e coloro che vorrebbero che l'Unione fosse diretta dai governi nazionali piuttosto che da un governo europeo elettivo. Anche se il federalismo era citato nelle bozze del trattato di Maastricht e del trattato istitutivo della costituzione europea, non fu mai accettato dai rappresentanti degli Stati membri. I paesi che favoriscono un'Unione più federale sono di solito Germania, Belgio e Italia. Quelli che tradizionalmente si oppongono a questa idea sono Gran Bretagna e Francia. Il tentativo di creare una Comunità Europea di Difesa fu in pratica l'ultimo tentativo di creare un'Europa federale.

Federalismo italiano Il Rinascimento Di fronte all'avanzata degli Stati assoluti e allo strapotere delle potenze straniere, non pochi furono i politici italiani che nel '500 auspicavano la creazione di una federazione di repubbliche cittadine. Il più noto esponente di tali idee fu senza dubbio il lucchese Francesco Burlamacchi, che pagò con la vita la sua lotta allo strapotere di Carlo V e degli alleati Medici.

Il Seicento e Settecento Ancora nel XVII secolo e XVIII secolo non pochi pensatori guardavano al federalismo come alla forma più consona alla tradizione italiana (si citava a tal proposito la gloria dei comuni e l'organizzazione delle città etrusche in epoca pre-romana): dal napoletano Antonio Genovesi ai piemontesi Gian Francesco Galeani Napione e Giovanni Antonio Ranza[9]. Montesquieu, Alexander Hamilton, Kant ebbero idee federaliste che si diffusero in tutta Europa e quindi anche in Italia. Il federalismo, per esempio, era ben rappresentato in Toscana, sia ai tempi di Pietro Leopoldo di Toscana che più tardi (anche ai tempi di Leopoldo II di Toscana), dove erano conosciute, per esempio, le idee di Alexander Hamilton (quello del principio dell'"unità nella diversità", il cui libro "Il federalista" fu pubblicato in Italia per la prima volta nel 1955, Pisa, Nistri Lischi).

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Federalismo

L'Ottocento Ma è con il XIX secolo che l'idea federalista vive un momento di grande favore. Ci sono autorevoli studiosi che addirittura individuano nell'idea di Italianità, di nazione italiana, di Risorgimento, nella loro reazione all'autoritarismo modernizzatore dell'assolutismo illuminato, di Napoleone e dei regnanti della Restaurazione, un forte e fondante carattere federalista[10]. L'800 è pieno di intellettuali italiani che, partendo da pensatori europei come Montesquieu, si impegnano per far risorgere l'Italia delle libertà comunali, le autonomie medievali, con il loro policentrismo culturale, la loro intraprendenza economica. Primo fra tutti nell'esprimere questi concetti troviamo Simondo de Sismondi, Simbolo federalista usata dai volontari intervenuti nella prima guerra amico di Madame de Staël, il quale, già nel 1807 aveva pubblicato i primi d'indipendenza del 1848, contro l'Austria volumi della sua Histoire des républiques italiennes. Ma gli stessi concetti si trovano anche in personalità del calibro di Bettino Ricasoli, tra i "padri della patria italiana", che cercò di difendere strenuamente fino all'ultimo l'idea federalista. Lo stesso Cavour non si oppose, a priori e forse solo a parole, alle richieste di confederazione italica che venivano dalle corti di Napoli, Roma e Firenze e da molti intellettuali e politici Nord italiani. Lo stesso Metternich concepiva l'Impero asburgico come una federazione di Stati dotati di un alto grado di autonomia[11]. Tra i più importanti pensatori federalisti dell'800 abbiamo Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Vincenzo Gioberti (promotore del progetto "neoguelfo"), Pietro Calà Ulloa e Vincenzo d'Errico. Tra i più importanti critici del federalismo troviamo, a sinistra (su posizioni identiche a quelle espresse dai Giacobini contro i Girondini ai tempi della Rivoluzione francese) Filippo Buonarroti e Giuseppe Mazzini, a destra, chi nei vari paesi lavorava per uno scontro, da cui sarebbe emerso vincitore il più forte (questa era l'idea di molti, soprattutto in Piemonte, dove si puntava ad allargare il dominio dei Savoia su Milano)[12]. Il federalismo fu promosso anche dal movimento "neoguelfo" capeggiato da Vincenzo Gioberti che ebbe un momento di grande fortuna in tutta Italia tra 1846 (salita al soglio pontificio di Pio IX) e l'estate del 1848. L'idea di Gioberti era quella di creare una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa. Nella primavera del 1848 tutti gli Stati italiani sembravano convinti del progetto, che si tradusse ben presto in una lega doganale e in una guerra comune all'Austria. Poi però ci fu il ritiro del Papa dalla coalizione militare e il Piemonte, che aveva più carte da giocare, ne approfittò per dare al movimento d'indipendenza una sua lettura espansionistica. Esponenti neoguelfi si trovavano allora al governo in Piemonte (primo ministro Gioberti), Toscana (primo ministro Gino Capponi), Napoli (primo ministro Carlo Troya). Nonostante le divergenze, le sconfitte militare subite dagli eserciti italiani, nell'estate del 1848 il governo provvisorio patriottico di Milano e Lombardia (guidato da Gabrio Casati) tentò il rilancio del progetto federativo. Il Piemonte vi aderì a condizione però che gli venissero concessi Lombardia, Parma e Piacenza (come annessione e non come unione): la cosa ovviamente non venne accettata dal governo Casati e il sogno neoguelfo tramontò di nuovo e per sempre - nonostante Gioberti ne avesse tentato il rilancio con la sua Società nazionale per la confederazione italiana (creata a Torino nell'ottobre 1848)[13]. A rilanciare il progetto e le idee federaliste fu Carlo Cattaneo, che - partecipe degli eventi politici e militari del 1848 (fino a quel momento aveva creduto più utile lottare per avere più autonomia all'interno del Lombardo-Veneto a guida absburgica) - si rese conto che i popoli italiani, facendo forza sulle proprie risorse locali (massimamente, anche per lui, espresse durante la Civiltà comunale), ma ben coordinate e unite, potevano sconfiggere i grandi Stati. Utilizzando il pensiero di John Locke e Gian Domenico Romagnosi, Pierre-Joseph Proudhon (che auspicava il Comune come centro del potere; vedi in particolare La Fédération et l'unité en Italie, 1862 [14]), criticò l'"unitarismo

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Federalismo ossessivo" di Mazzini e prese Svizzera e Stati Uniti a modello di democrazia federale. Una volta però represse le esperienze di autogoverno sorte nel 1848 in Europa (Vienna, Budapest, ...) e in Italia (Milano, Roma, Firenze, Venezia, Palermo, ...) ad opera dell'Austria e della Russia (che contro l'Ungheria di Kossuth, anche lui approdato ad idee federaliste, aveva inviano un'armata di ben 250.000 soldati) con il benestare delle altre potenze, non restavano molte carte al partito federalista da giocare[15]. I particolarismi, le velleità autonomistiche erano state troppe e troppo forti per quel 1848, "mosso da poesia d'unione e passione di separamento", come ebbe a dire Giuseppe Montanelli nelle sue Memorie d'Italia, Sansoni, Firenze, 1963, p. 558. Fu quindi per molti una grossa sconfitta vedere concretizzarsi il sogno politico risorgimentale in un'Italia centralistica e decisamente non federale. Invece che all'insegna del motto unità nella diversità da molti auspicato, l'Italia dei Savoia fu governata all'insegna del conservatorismo, dell'autoritarismo e del rigido centralismo. Tra i fatti più vistosi in questo senso segnaliamo l'estensione a tutte le terre degli ex-Stati preunitari conquistati le normative e la legislazione piemontese. Nel 1860, comunque, a Napoli si riaccesero per un attimo le speranze federalista, quando - alla "corte" di Garibaldi accorse Cattaneo per chiedere con forza la concessione del suffragio e la riunione di un´assemblea costituzionale a cui far decidere i modi di unione del Sud al Piemonte e l´assetto istituzionale del nuovo Stato. In quel frangente sembra che addirittura Mazzini si fosse avvicinato a Cattaneo su posizioni federaliste[16]. Ma anche quelle speranze si spensero presto. Non è quindi un caso che molti patrioti italiani di idee federaliste dopo il 1860 entrarono nelle file di quello che è stato definito il partito antiunitario, all'interno del quale però stavano personalità di orientamento assai diverso, dai conservatori e reazionari ai socialisti e anarchici che di lì a poco fonderanno la sezione italiana dellaLega Internazionale dei Lavoratori (ispirata a Bakunin). Il nuovo Stato vedeva anche la pur minima concessione di autogoverno come un pericolo e una caduta di immagine (con molti, Napoleone III per primo, che sostenevano l'impossibilità di tenere insieme un paese così variegato). Così, nonostante le numerose promesse fatte agli autonomisti moderati Siciliani, Lombardi, Toscani (dallo stesso Cavour, fin dal Trattato di Plombières), i numerosi progetti di decentramento amministrativo (proposto da Farini e Minghetti nel 1860, Stefano Jacini nel 1870, lo Stato unitario si mantenne fino agli anni settanta del XIX secolo accentratore. L'apice del centralismo del Regno d'Italia si ebbe durante il regime fascista, durante il quale furono soppresse molte autonomie locali (comuni e province ebbero vertici di nomina governativa). Non mancarono pero´ fervide opposizioni e resistenze, a partire da Cattaneo, Ferrari e altri federalisti. L'azione del partito federalista-autonomista fu pero´ di scarso rilievo, prima a causa soprattutto della pregiudiziale antimonarchica e poi a causa della generale resistenza alle idee dell´autonomia, sia nelle file dei governi che dei nuovi movimenti politici sorti alla fine del XIX secolo. Tra gli oppositori del federalismo e dell´autonomismo troviamo ex autonomisti come Francesco Crispi e più avanti Giolitti, Turati. Invece, tra gli esponenti del federalismo citiamo Arcangelo Ghisleri, Ettore Ciccotti, socialista attivo tra 1898 e 1904 (che sostenne la necessitá di organizzare il paese sul modello della Svizzera), Gaetano Salvemini, repubblicano federalista, poi militante del Partito Socialista Italiano (dal quale uscí in contrasto con Turati, accusato di aver preferito dare prioritá all´"aristocrazia operaia" del Nord, per fondare il giornale federalista L'Unità).[17] Paradossalmente, comunque, con l'aumento della italianizzazione della società italiana aumenta anche l´antistatalismo, il bisogno di autonomia, di maggior rappresentanza per le istanze locali, quelle "dal basso"[18].

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Federalismo

Il Novecento Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX secolo ci fu una ripresa delle idee autonomiste e federaliste ad opera della ´´Rivista repubblicana´´, diretta da Alberto Mario, di una parte non indifferente del Partito Socialista Italiano (soprattutto ad opera di Gaetano Salvemini e del gruppo della rivista federalista L'Unità) e del nascente movimento politico cattolico (con don Sturzo)[19]. Le elezioni politiche del 1899, per esempio, si svolsero all´insegna delle tematiche localiste (soprattutto a Milano). Con l´alzarsi dei venti di guerra e lo scoppio nel 1914 della "grande guerra" moltissime furono le adesioni, sia in Italia che in Europa, alle idee federaliste (vedi, per esempio, le proposte di creare una confederazione balcanica avanzata dall´Internazionale socialista nel 1908). Dopo lo scoppio della Rivoluzione russa nel 1917 però andó prevalendo anche nel movimento socialista il programma massimalista e i temi dell´autonomia e del federalismo persero credito. Fu solo dopo la presa del potere del fascismo e del nazismo in molti paesi europei, che le idee federaliste e autonomiste si imposero in tutti i partiti (eccetto i nazionalisti e i comunisti). Tra i più originali pensatori federalisti di questi anni citiamo Silvio Trentin, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Leone Ginzburg, il fiumano Leo Valiani. Dopo la fine della Seconda guerra mondiale nel 1945 l´Europa imboccó la strada delle autonomie e del federalismo, anche se non senza contraddizioni. Per esempio, in Italia la nuova Costituzione repubblicana istituì le Regioni quali enti autonomi con poteri legislativi. Molti dei protagonisti della nascita della Repubblica Italiana, primo fra tutti Alcide De Gasperi, non nascondevano le loro idee federaliste, anche se le condizioni politiche e sociali in cui versava il paese consigliarono i governanti dell'Italia ad una (eccessiva) cautela nei confronti del riassetto federale del paese. La Guerra Fredda, il monopolio politico della DC, lo scontro ideologico, la coincidenza di vedute filo-centraliste tra DC e PCI, portarono quindi ad un ulteriore ritardo nell'applicazione di quelle seppur minime idee federaliste che molti intellettuali italiani attendevano dalla seconda metà del XVIII secolo. Le regioni a statuto ordinario furono infatti create solamente nel 1970. Quelle a statuto speciale furono essenzialmente motivate dall'intento di evitare perdite territoriali o ingerenze da parte degli Stati confinanti, soprattutto Francia (che rivendicava la Valle d'Aosta) e la Jugoslavia (che giustificava il suo intento di controllare i territori della Venezia Giulia e del Friuli orientale con la motivazione di difendere le popolazioni slavofone ivi residenti, costrette a italianizzarsi negli anni del Fascismo). Con la crescente crisi politica, culturale, economica e sociale dell'Italia, l'implementazione del sistema delle autonomie regionali, l'allentarsi delle tensioni a livello internazionale, negli anni settanta del XX secolo le idee federaliste ripresero un certo vigore. Proposte di riarticolazione in senso federale della Repubblica giunsero sia da sinistra (dal comunista Bruno Trentin, per esempio) che da destra (vedi, per esempio, il costituzionalista Gianfranco Miglio), per un periodo considerato ideologo della Lega Nord.

Elenco di federalisti italiani Ecco un primo elenco di federalisti italiani[20]: • • • • • • •

Antonio Genovesi, filosofo ed economista napoletano[21] Gianmaria Bosisio, pensatore federalista che sviluppa certi pensieri di Montesquieu[21] Gian Francesco Galeani Napione, letterato sardo-piemontese, teorico di una federazione di monarchie[21] Giovanni Antonio Ranza, piemontese, teorico di una federazione di repubbliche[21] Pierre Rouher, soldato al seguito di Napoleone[21] Charles Thérémin, soldato al seguito di Napoleone[21] Leopoldo Vaccà Berlinghieri, patriota toscano, negli anni 1799-1801 fu ufficiale dell'esercito francese e di quello toscano (generale di brigata di cavalleria), governatore di Toscana, governatore di Siena, ambasciatore presso Napoleone

• Francesco Maria Gianni, patriota toscano, capo moderato del governo della istituenda Repubblica etrusca nel 1799-1801, autore di un saggio intitolato "Idea di una unione federativa utile alla Francia ed alla Toscana", 7 febbraio 1800

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Federalismo • Francesco Chiarenti, patriota toscano, repubblicano, triumviro della Toscana nel 1800-1801 • Francesco Proto, deputato italiano, denunciò l'opera di conquista piemontese, abbandonò il parlamento e si fece fautore di una confederazione italiana • Simondo de Sismondi, economista, storico e critico letterario svizzero di origine pisana • Aldobrando Paolini, patriota toscano, autore del Prospetto delle ragioni che assistono i toscani sopra i diritti anche diplomatici che hanno alla libertà del loro Paese comprovati dal Testamento Politico del Gran Duca Gio. Castone, ora per la prima volta pubblicato, Firenze: Lilchi, 1801 • Luigi Malaspina di Sannazzaro, autore di un progetto di confederazione (Memorie..., Pavia, 1814)[22]. • Benedetto Boselli, savonese autore di una Nota d'un italiano agli alti principi alleati federalista (1814)[11]. • Francesco Benedetti, repubblicano toscano autore dell'Orazione alla Sacra Lega intorno alle cose d'Italia... (Londra, 1818)[11]. • Luigi Angeloni, già giacobino legato alla Carboneria, alla Massoneria e a varie sette, autore di Sopra l'ordinamento che aver dovrebbero i governi d'Italia, Parigi, 1814 e di Dell'Italia, Parigi, 1818[23]. • Ugo Foscolo, scrittore, che proponeva un sistema all'inglese di una federazione di quattro monarchie federale[24]. • Santorre di Santarosa, capo dei moti del 1821 in Piemonte che propose una confederazione di monarchie costituzionali • Tommaso Fiore, politico, meridionalista pugliese, fautore di un autonomismo meridionale • Renado Di Giacomo, fautore dell'autonomia fiscale ed amministrativa del Sud Italia, autore de Il Mezzogiorno dinanzi al terzo conflitto mondiale, ed. Cappelli, 1948 • Carlo Mengoni, patriota toscano, giacobino, direttore del "Monitore fiorentino" • Cesare Balbo, politico, scrittore, patriota piemontese, fautore di una confederazione italiana (a guida Savoia) • Giuseppe Ferrari, lombardo, repubblicano, attivo in Francia, autore di Federazione repubblicana (Londra, 1851) e Filosofia della rivoluzione (Londra, 1851), si ispira alle idee del suo amico Proudhon. • Francesco Saverio Salfi, patriota calabrese esule a Parigi, autore di L'Italie au dix-neauvième siècle (1822), in cui auspica una "costituzione federale"[25]. • Giuseppe Montanelli, toscano, repubblicano, democratico, poi bonapartista (fautore di una Toscana indipendente con re napoleonide) • Giuseppe Pecchio, patriota lombardo autore del Catechismo italiano (1830) in cui propone confederazione italica di tre Stati[26]. • Pellegrino Rossi, autore di un progetti di confederazione italiana nel 1848 per conto del governo patriottico di Milano • Carlo Cattaneo, lombardo, repubblicano, esiliatosi in Svizzera • Clemente Busi, democratico toscano ma nel 1859 alleato con i filo asburgo-lorenesi • Giacomo Medici, generale, braccio destro di Giuseppe Garibaldi in più occasioni, federalista (almeno nel 1848-51) • Alberto Mario, allievo di Cattaneo, repubblicano, direttore dell'organo mazziniano Pensiero e azione, tra i promotori del Movimento Federalista toscano (1862) • Antonio Rosmini, promotore - attento com'era ai diritti della persona di fronte allo Stato, troppo spesso sempre più invadente - del federalismo[27]. • Vincenzo Gioberti, sacerdote piemontese, denominato neoguelfo • Pietro Calà Ulloa, napoletano di madre irlandese, fautore di una confederazione italiana e poi primo ministro napoletano in esilio dopo il 1861 • Papa Pio IX, nel 1848-49 fautore di una confederazione italiana • Carlo Alberto di Savoia, nel 1848-49 fautore di una confederazione italiana • Leopoldo II di Toscana, nel 1848-49 fautore di una confederazione italiana • Ferdinando II di Napoli, re del Regno delle Due Sicilie, fautore nel 1848-49 di una confederazione italiana • Cesare Balbo, favorevole ad una confederazione di Stati italiani a guida Savoia

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Federalismo • • • • • •

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Massimo D'Azeglio, favorevole ad una confederazione di Stati italiani Bettino Ricasoli, liberale, ministro e capo di Stato toscano e poi italiano, fautore di una confederazione italiana Cosimo Ridolfi, liberale, ministro e capo di Stato toscano, fautore di una confederazione italiana Carlo Troya, liberale, ministro e capo di Stato napoletano, fautore di una confederazione italiana Gino Capponi, liberale, ministro e capo di Stato toscano, fautore di una confederazione italiana Giovan Pietro Vieusseux, editore e giornalista liberale toscano, convinto della necessità di creare una confederazione di nove Stati (uno di questi avrebbe dovuto essere il "Regno d'Etruria") con Dieta di 75 deputati da riunire a Roma[28] Luigi Guglielmo De Cambray Digny, liberale, ministro e capo di Stato toscano, fautore di una confederazione italiana Giovan Battista Marochetti, piemontese, autore di Indépendance de l'Italie (1830), in cui teorizzava una confederazione di tre Stati, riduzione della presenza dell'Austria in Italia in cambio di un aumento della sua presenza in area danubiana (più Sardegna alla Francia e Savoia alla Svizzera)[29]. Francesco II delle Due Sicilie, nel 1859-61 fautore di una confederazione italiana Ferdinando IV di Toscana, nel 1859-61 fautore di una confederazione italiana Niccolò Lo Savio, redattore di La Nuova Europa (1861-1863), democratico-federalista

• Antonio Martinati, redattore di La Nuova Europa (1861-1863), tra i promotori del Movimento Federalista toscano (1862), democratico-federalista • Luigi Castellazzo, redattore di La Nuova Europa (1861-1863), democratico-federalista • Giuseppe Mazzoni, toscano, massone, tra i promotori del Movimento Federalista toscano (1862), democratico-federalista • Claudio Alli-Maccarani, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Giovanni Olivieri, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Padre Bausa, domenicano, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Giacomo Steininger, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Giuseppe Corsi, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Luigi Alberti, redattore del giornale federalista-cattolico Firenze (1861-1865) • Eugenio Alberi, agente di Ferdinando IV di Toscana ed esponente del partito legittimista-autonomista toscano, redattore del giornale La patria (1862), federalista-cattolico • Cosimo Corsi, arcivescovo di Pisa, fautore del partito autonomista toscano dopo il 1861 • Enrico Cernuschi, federalista lombardo • Emerico Amari, federalista siciliano, collaboratore del governo di Garibaldi nel 1861 • Gaetano Salvemini, promotore della rivista federalista L'Unità • Emilio Lussu, antifascista, leader del Partito Sardo d'Azione • Davide Cova, antifascista, leader del Partito Sardo d'Azione • Camillo Bellieni, antifascista, leader del Partito Sardo d'Azione • Ernesto Rossi, autore del Manifesto di Ventotene, padre del Movimento Federalista Europeo • Émile Chanoux, antifascista, tra i promotori e i firmatari della Dichiarazione di Chivasso, ucciso nel 1944 • Leone Ginzburg, antifascista, ucciso nel 1944 • Altiero Spinelli, antifascista, comunista fino al 1927, autore del Manifesto di Ventotene, padre del Movimento Federalista Europeo • Luigi Einaudi, ministro e presidente della Repubblica Italiana • Mario Albertini, filosofo politico, fondatore de "Il federalista". • Randolfo Pacciardi, antifascista federalista • Paolo Emilio Taviani, antifascista federalista • Teresio Olivelli, antifascista federalista • Stefano Jacini jr., antifascista federalista, utore di "Federalismo e autonomie locali"

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Federalismo • Lodovico Benvenuti, antifascista federalista • Celeste Bastianetto, antifascista federalista, membro di Paneuropa di Coudenhove-Kalergi • Ivan Matteo Lombardo, antifascista federalista, presidente del Gruppo parlamentare per l'Unione europea alla Costituente del 1947 • Ferruccio Parri, antifascista federalista, capo del Partito d'Azione • Ugo La Malfa, antifascista federalista • Giulio Bordon, autonomista e federalista della Valle d'Aosta • Enzo Giacchero, antifascista federalista • Pio XII, autore di vari testi in cui si auspicava la creazione di una federazione europea[30] • Alcide De Gasperi, antifascista, già deputato italiano (ma non-irredentista) al parlamento di Vienna e poi in quello italiano, capo della DC fino al 1953 • Gianfranco Miglio, docente universitario, tra i redattori nel 1945 del giornale autonomista "Il cisalpino" • Bruno Salvadori, leader dell'Union Valdôtaine, morto in incidente stradale • Silvio Trentin, antifascista, costretto a fuggire in Francia, nel Midi-Pirenei, in area occitana • Bruno Trentin, antifascista, nato in Francia, nel Midi-Pirenei, in area occitana • Flavien Arbaney, leader dell'Union Valdôtaine • Louis Berton, leader dell'Union Valdôtaine • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • • •

Robert Berton, leader dell'Union Valdôtaine Aimé Berthet, leader dell'Union Valdôtaine Lino Binel, leader dell'Union Valdôtaine Joseph Bréan, leader dell'Union Valdôtaine, Charles Bovard, leader dell'Union Valdôtaine Séverin Caveri, leader dell'Union Valdôtaine Albert Deffeyes, leader dell'Union Valdôtaine Paolo Alfonso Farinet, leader dell'Union Valdôtaine Joseph Lamastra, leader dell'Union Valdôtaine Félix Ollietti, leader dell'Union Valdôtaine Ernest Page, leader dell'Union Valdôtaine Jean-Joconde Stévenin, leader dell'Union Valdôtaine Maria Ida Viglino, leader dell'Union Valdôtaine Erich Amonn, leader del Südtiroler Volkspartei Josef Menz, leader del Südtiroler Volkspartei Toni Ebner, leader del Südtiroler Volkspartei Otto Guggenberg, leader del Südtiroler Volkspartei Karl Tinzl, leader del Südtiroler Volkspartei Silvius Magnago, leader del Südtiroler Volkspartei Roland Riz, leader del Südtiroler Volkspartei Siegfried Brugger, leader del Südtiroler Volkspartei Elmar Pichler Rolle, leader del Südtiroler Volkspartei Richard Theiner, leader del Südtiroler Volkspartei Umberto Bossi, presidente del partito della Lega Nord

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Federalismo

Federalismo demaniale Con l'avvento del federalismo fiscale e demaniale gli enti locali hanno la possibilità di gestire il patrimonio a loro affidato. Grazie a questi nuovi poteri, per esempio, è possibile decidere di vendere immobili in disuso e terreni abbandonati. Un modo questo per risollevare i bilanci in rosso e permettere una più accurata gestione del territorio da parte dei privati rispetto al pubblico.

Bibliografia • Corrado Augias e Carmelo Pasimeni, Unione e non unità d'Italia, Argo, Lecce, 1988; • Antonio Boccia, Pietro Ulloa Calà, L'originale proposta federalista dell'ultimo Premier delle Due Sicilie, Crisci, Lauria, 2004; • Eric Cò, Il federalismo spiegato a chi vuole capirlo prima di venerarlo come un dio, Italian University Press, Genova 2010; • Dictionnaire international du Fédéralisme sous la direction de Denis de Rougemont, édité par François Saint-Ouen, Bruylant, Bruxelles, 1994; • F. e N.C. Pammolli, La sanità in Italia: federalismo, sostenibilità delle finanze pubbliche e regolazione dei mercati, Arel - Il Mulino, Salerno 2009; • Pietro Ulloa Calà, L'abdicazione, la divisione e la federazione di Italia, Parigi, 1868. Sul sito istituzionale del Cerm [31], disponibili numerosi contributi di approfondimento sulla riforma federalista del finanziamento della sanità.

Note [1] http:/ / www. laparola. net/ wiki. php?riferimento=Gv3%2C1-8& formato_rif=vp [2] http:/ / www. laparola. net/ wiki. php?riferimento=Rm5%2C12-21& formato_rif=vp [3] http:/ / www. laparola. net/ wiki. php?riferimento=Rm8%2C1-17& formato_rif=vp [4] Cfr. Eric Cò, "Il federalismo spiegato a chi vuole capirlo prima di venerarlo come un dio", Italian University Press, Genova 2010. [5] http:/ / www. usconstitution. net/ consttop_fedr. html [6] L'allusione è ovviamente al trattato "Per la pace perpetua" del filosofo tedesco. [7] Cfr. E. Cò, op. cit., pp. 32-34. [8] http:/ / www. mfe. it [9] Z. Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Roma-Bari 1994 (ISBN 88-420-4380-X), pp. 11-13 [10] Ivi, pp. 14-16 e 25. [11] Ivi, p. 19. [12] Ivi, p. 34. [13] Cfr., oltre a Ivi', pp. 35-36, anche i Discorsi detti nella pubblica tornata della Società nazionale per la confederazione italiana, Marzorati, Torino 1848 (http:/ / books. google. it/ books?id=cNcuAAAAYAAJ& printsec=frontcover) [14] http:/ / books. google. it/ books?id=r2spAAAAYAAJ& printsec=frontcover& dq=La+ F%C3%A9d%C3%A9ration+ et+ l'unit%C3%A9+ en+ Italie& source=bl& ots=jMBRiAy00n& sig=RAZSbPMLSlv1xRgaPJbFVVCXtWU& hl=it& ei=n3PmS636LNea_QbsoYGZCA& sa=X& oi=book_result& ct=result& resnum=1& ved=0CAkQ6AEwAA#v=onepage& q& f=false [15] Z. Ciuffoletti, op. cit., pp. 38-40 [16] Ivi', p. 48 [17] Ivi, pp. 84-99. [18] Ivi, p. 82. [19] Ivi, p. 64. [20] Basato su A. Salvestrini, Il movimento antiunitario in Toscana (1859-1866), Olschki Editore, Firenze 1967; C. Mangio, I patrioti toscani fra "Repubblica Etrusca" e Restaurazione, Olschki, Firenze 1991 e M. Luzzatti, Orientamenti democratici e tradizione Leopoldina nella Toscana del 1799: la pubblicistica pisana, in «Critica storica», VIII, 1969, pp. 466-509; T. Kroll, La rivolta del patriziato. Il liberismo della nobiltà nella Toscana del Risorgimento, Olschki Editore, Firenze 2005; Z. Ciuffoletti, Federalismo e regionalismo, Laterza, Bari-Roma 1994, pp. 11-13. [21] Z. Ciuffoletti, op. cit., pp. 11-13 [22] Z. Ciuffoletti, op. cit., p. 18. [23] Z. Ciuffoletti, op. cit., pp. 20-21. [24] Ivi, p. 22.

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Federalismo [25] [26] [27] [28] [29] [30] [31]

Ibidem. Ivi, p. 25. Ivi, p. 29. Ivi, p. 23. Ivi, pp. 24-25. D. Preda, Alcide De Gasperi federalista europeo, Il Mulino, Bologna 2004, pp. 196 e segg. http:/ / www. cermlab. it

Voci correlate • • • •

Regionalismo Stato federale Movimento Federalista Europeo Centro studi sul federalismo

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Capitalismo Il termine capitalismo può riferirsi in genere a diverse accezioni quali: • Una combinazione di pratiche economiche, che venne istituzionalizzata in Europa, tra il XVII e il XIX secolo, che coinvolge in particolar modo il diritto da parte di individui e gruppi di individui che agiscono come "persone giuridiche" (o società) di comprare e vendere beni capitali (compresi la terra e il lavoro; vedi anche fattori della produzione) in un libero mercato (libero dal controllo statale). • Un insieme di teorie intese a giustificare la proprietà privata del La banconota da 1 dollaro, considerato simbolo del capitalismo per antonomasia. capitale, a spiegare il funzionamento di tali mercati, e a dirigere l'applicazione o l'eliminazione della regolamentazione governativa di proprietà e mercati; • Il sistema economico, e per estensione l'intera società, il cui funzionamento si basa sulla possibilità di accumulare e concentrare ricchezza in una forma trasformabile (in denaro) e re-investibile, in modo che tale concentrazione sia sfruttata come mezzo produttivo; • Regime economico e di produzione che nelle società avanzate viene a svilupparsi in periodi di crescita, riconducibile a pratiche di monopolio, di speculazione e di potenza. La parola "capitalismo" è usata con molti significati differenti, a seconda degli autori, dei periodi storici, e talvolta del giudizio di valore che l'autore porta sull'organizzazione sociale vigente. Volendo trovare un comune

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Capitalismo denominatore alle diverse visioni, si può forse affermare che per capitalismo si intenda, generalmente e genericamente, il "sistema economico in cui i beni capitali appartengono a privati individui". Va anzitutto distinta la nozione di "capitalismo" come fenomeno (cioè, come sistema politico-economico e sociale) dalla nozione di "capitalismo" come ideologia (la posizione che difende la "naturalità" o la "superiorità" di tale sistema, basato sulle competizioni di detentori di capitali privati). Essendo un termine carico di significati diversi, esso ha rappresentato spesso uno spartiacque politico che ha diviso le posizioni ideali in fautori, oppositori e critici del capitalismo. Alle diverse definizioni di "capitalismo" come sistema economico-sociale fanno spesso riscontro diverse definizioni di cosa sia il "capitale". Molto raramente gli autori hanno definito in modo esplicito l'uno o l'altro dei termini, e pertanto tali definizioni spesso (anche se non sempre) devono essere ricavate attraverso un'analisi critica del complesso dei loro testi.

Karl Marx Per il socialismo scientifico, del quale il principale pensatore deve essere considerato Karl Marx, la "società borghese" è quella organizzazione sociale divisa in classi che vede il predominio all'interno dell'organizzazione della società dedicata alla riproduzione della vita materiale (quella che qualcuno chiama "economia", altro termine fortemente ambiguo) del "modo di produzione capitalistico". Esso consiste nell'appropriazione da parte di una classe (la borghesia) del "plusvalore". Tale processo di appropriazione è chiamato "sfruttamento" della mano d'opera, impersonata nel "proletariato", quella classe che "non possiede altro che la propria prole" ovvero i senza-riserve. Per Marx un altro elemento distintivo della società borghese è la conversione di tutto in merce, dunque la creazione di un mercato non solo delle merci, ma anche del lavoro, e anche del danaro (capitale) stesso. La rivoluzione borghese distrugge l'ancien régime (la società feudale basata su una congerie di classi e ceti, fondata sulla proprietà della terra e delle persone - la servitù, la servitù della gleba - come fattori di produzione, e che quindi vedeva come classi dominanti l'aristocrazia e il clero). Libera i servi e li trasforma in proletari, che possono vendere l'unica cosa in loro possesso, la "forza-lavoro", sul mercato del lavoro. Inoltre essa realizza un cambiamento paradigmatico del significato del danaro, attraverso l'inversione del ciclo MDM (merce-denaro-merce) in DMD (denaro-merce-denaro). Il denaro assume così una duplice veste: da un lato è un mezzo di scambio (quale esso è sempre stato, anche nel ciclo MDM), ma dall'altro diviene merce esso stesso. Questo è appunto il profitto, che per Marx trae origine esclusivamente dal plusvalore. Dato che la produzione si basa sul "matrimonio" tra capitale e lavoro, il danaro (capitale) è dunque nella società borghese un "precursore" della merce stessa, deve ad essa preesistere. Inoltre, diviene lui lo scopo dello scambio, che è finalizzato alla riproduzione del capitale, e non la merce, finendo così (in campo speculativo finanziario) per ridurre la formula DMD ad una più diretta D-D', come riportato nel IV capitolo del primo libro de Il Capitale. Se qui si parla di "società borghese" anziché di "capitalismo", è perché quest'ultimo termine per la verità non compare nell'opera di Marx. Vi compaiono il termine "società borghese" da un lato, e "capitale" dall'altro, ovvero "lavoro morto", accumulato, in grado di diventare un fattore di produzione solo se associato al "lavoro vivo", la forza-lavoro del proletariato. Si reinnesca così il processo di accumulazione del plusvalore e la riproduzione del capitale stesso. A questa modalità di funzionamento K.Marx si riferisce con il termine "modo di produzione capitalistico". Per la complessa visione politica della storia e della società di Karl Marx si rimanda alla voce specifica, e ai testi là citati.

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Capitalismo

Max Weber Un punto di vista diverso, e per certi versi opposto, è quello di Max Weber, il quale in esplicita critica a Marx, conferisce al "capitalismo", o quanto meno alle condizioni del suo sviluppo, un carattere eminentemente culturale e sociale, legato al pensiero religioso protestante, per il quale è essenziale il risparmio e la rinuncia al consumo (attitudine indispensabile alla accumulazione). Successivamente il meccanismo capitalistico assicura la perpetuazione dei meccanismi di riproduzione indipendentemente dalle volontà dei singoli, imponendo una forma di "ascesi" attraverso la competizione, che la rende obbligatoria.

Karl Polanyi Per altri pensatori, quali l'antropologo, sociologo ed economista Karl Polanyi, il capitalismo si identifica invece nella "Haute finance", attività legata ai flussi di denaro scambiati nel commercio a grande distanza, che richiede di necessità garanzie e mezzi di pagamento sicuri a distanza, e credito. Esso è dunque un sistema politico sociale che si aggrega attorno al capitale finanziario, che si costituisce in un'organizzazione sia politica sia economica, come insieme organico di istituzioni per la promozione (anche per mezzo di guerre), la protezione e la regolazione degli scambi internazionali (dove questo termine assume una portata ed un significato diverso a seconda dei periodi storici), e dunque del capitalismo stesso. Esso è dunque per Karl Polanyi un sinonimo di "società di mercato" (intesa nel senso sopra detto, come società in cui tutto, merci, danaro, servizi, credito, diventa oggetto di scambio), un prodotto della società umana, storicamente datato, e non, come nel pensiero liberale, nient'altro che un naturale prolungamento della naturale tendenza umana agli scambi. La considerevole attualità di questa visione del capitalismo è all'origine di un rinnovato interesse per il pensiero dell'ungherese. Visse una vita molto e forse anche troppo frenetica che lo portò al suicidio all'età di 78 anni.

John Rogers Commons L'economista americano del New Deal, esponente della scuola "istituzionalista", ritiene il capitalismo una costruzione giuridico-economica: esso si basa su di "una diminuzione della libertà individuale, imposta da sanzioni governative, ma soprattutto da sanzioni economiche attraverso l'azione concertata - segretamente, semi-apertamente, apertamente o per arbitraggio - di associazioni, di corporazioni, di sindacati ed altre organizzazioni collettive di industriali, di commercianti, di lavoratori, di agricoltori e di banchieri".[1]

John Maynard Keynes Il problema di John Maynard Keynes è come impedire che il capitalismo si autodistrugga. Esso ha bisogno di una continua regolazione ("il mondo non è governato dall'alto in modo che l'interesse privato e l'interesse sociale coincidano sempre. Non è corretto dedurre dai principi dell'economia che l'interesse personale illuminato opera sempre nell'interesse pubblico"), e pertanto è un avversario del laissez-faire. Come ideologia, il capitalismo sarebbe per lui "... la stupefacente credenza secondo la quale i peggiori uomini farebbero le peggiori cose per il gran bene di tutti". Il suo pensiero è alla base della scuola della "economia della regolazione", prevalente in Francia, dei quali un noto esponente è Jean-Paul Fitoussi.

Thorstein Veblen Un diverso punto di vista, o se si vuole una diversa definizione di capitalismo, la abbiamo in Thorstein Veblen, un economista statunitense del New Deal della scuola istituzionalista. Veblen è uno dei pochi che fornisce una definizione esplicita di "capitale", e dunque implicitamente di "capitalismo". Per Veblen il capitale non ha necessariamente una manifestazione monetaria: esso consiste nelle conoscenze, nei saperi, nelle tecniche, nei metodi di produzione, di una determinata società. In ogni società determinati gruppi sociali si appropriano di questo "capitale" sociale per il proprio tornaconto particolare (prestigio, potere, non necessariamente reddito o danaro) con i più svariati mezzi. Per Veblen, dunque, ogni società è in questo senso "capitalista". La sua definizione non coincide

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Capitalismo affatto con quella di Marx, e non lo si può dunque definire correttamente un "marxista" (come talvolta si è invece erroneamente fatto); semmai, la sua è una generalizzazione della nozione di Capitale in Marx, che ne sarebbe solo una specifica determinazione legata ad uno specifico momento storico.

Joseph Schumpeter Per Joseph Schumpeter il capitalismo si basa su un processo di continuo rivolgimento basato sull'innovazione tecnologica, attraverso fasi in cui emergono strutture nuove e quelle obsolete vengono distrutte. "Questo processo di 'distruzione creatrice' costituisce il dato fondamentale del capitalismo: è in questo che consiste, in ultima analisi, il capitalismo, ed ogni impresa capitalista deve, volente o nolente, adattarvisi." La molla che spinge il fenomeno non è la concorrenza, ma la sete di guadagno degli imprenditori, i quali tentano continuamente di utilizzare l'innovazione allo scopo di ottenere una posizione monopolistica di fatto, sottraendosi alla concorrenza. Per Schumpeter, anche se è, e proprio in quanto è, un meccanismo puramente razionale, il capitalismo rappresenta però un'utopia perversa alla quale gli uomini non si adattano, ed è pertanto destinato ad essere soppresso.

Fernand Braudel Fernand Braudel, storico, uno dei principali esponenti della Scuola delle Annales francese, nel suo "Civiltà materiale, economia e capitalismo", sostiene che le origini del capitalismo si situano negli scambi mercantili tra XV e XVIII secolo. Il "capitalismo" si riferirebbe più propriamente alla generalizzazione di tali scambi su scala mondiale, con la costituzione di centri di potere (Venezia, Genova, Amsterdam, Londra, ecc.) e alla diretta influenza di questa economia mondo sulla produzione stessa attraverso una simbiosi istituzionale. "Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato". "Il capitalismo del passato, a differenza di quello attuale, occupava solo una piccola piattaforma della vita economica. Se scelse determinate aree per risiedervi è perché queste erano le uniche che favorivano la riproduzione del capitale". Braudel utilizza dunque "capitalismo" non per designare un'ideologia, ma un sistema economico costruito progressivamente grazie ad un equilibrio di poteri. Una visione dunque non lontana, anche se ad essa non coincidente, da quella di Karl Polanyi.

Milton Friedman Il premio Nobel per l'economia Milton Friedman, nel dopoguerra consigliere del candidato repubblicano alla presidenza USA Barry Goldwater, e poi del presidente Richard Nixon, è stato in gioventù un Keynesiano convinto, difensore della politica del New Deal, e attivo sostenitore della politica di bilancio di John Fitzgerald Kennedy. Si è successivamente spostato su posizioni del tutto opposte, critiche del New Deal, conservatrici-libertarie, a favore del laissez-faire e di una visione monetarista. È dunque diventato forse il principale difensore del capitalismo “puro”, inteso come sistema sociale dove nessun intervento pubblico deve interferire nella libera competizione dei soggetti economici. Per Friedman questo è visto, prima ancora che come strumento di sviluppo economico, come mezzo per la salvaguardia delle libertà individuali, che lui pone alla sommità della scala dei valori. La sua posizione può quindi essere annoverata all'interno di un liberalismo classico. Questo non significa però che per Friedman il capitalismo sia tale, tutt'altro, ma piuttosto che debba esserlo. La sua è dunque una posizione più prescrittiva che analitica. Le sue idee monetariste, che rigettano l'inflazione come inutile e pericolosa, sono alla base dell'ideologia della BCE (Banca centrale europea) e della FED (Banca Federale degli Stati Uniti, Federal Reserve), all'interno però quest'ultima di una visione meno rigida. Sono inoltre quelle che improntano la “Scuola economica di Chicago”, i cosiddetti “Chicago Boys”. Forte è l'influenza delle sue idee e della sua visione del capitalismo, della società e della politica in Ronald Reagan e in Margaret Tatcher. Essendo per lui le libertà economiche precursori di quelle politiche, Friedman ha sostenuto attivamente e concretamente – tra molte polemiche - l'introduzione di forti elementi di capitalismo nei regimi dittatoriali, in particolare nel Cile di Pinochet e nella Cina comunista, paesi dove si è recato proprio a questo scopo, nel convincimento che questo avrebbe di necessità indotto un'evoluzione liberale. La crisi di solvibilità del sistema bancario globale originata dalle eccessive cartolarizzazioni dei mutui sub-prime americani ha creato

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Capitalismo un'enorme falla nell'attuale modello di capitalismo, che riserva solo alla banca ed alle altre istituzioni finanziarie la funzione creditizia.

Capitalismo e globalizzazione Il termine "capitalismo" si aggiorna e acquista nuovi significati in ogni epoca storica, che sia usato esplicitamente o implicitamente per indicare "lo stato di cose presente" (per parafrasare Karl Marx). In particolare, inteso come sistema economico-politico, esso acquista una nuova fisionomia con il processo di globalizzazione, altro termine per il quale esistono molte varianti e sfumature di significato, raramente esplicite. Il suo significato ed il suo senso si intreccia dunque oggi con quello di globalizzazione, e pensatori di riferimento - nel contesto di una visione del capitalismo come prodotto della storia - possono essere considerati Joseph Stiglitz, Giovanni Arrighi, l'economista indiano Prem Shankar Jha, i quali utilizzano tutti esplicitamente la parola "capitalismo", intesa in un senso molto prossimo a quello di K.Polanyi. Della globalizzazione si interessano specificamente anche Paul Krugman, l'economista francese Jean-Paul Fitoussi, assieme all'economista francese liberale Maurice Allais, il quale è, nonostante questo, un feroce oppositore del liberoscambismo (altro termine per "neoliberalismo" o, in Italia, Neoliberismo).

Capitalismo e ideologie politiche Vi sono molte ideologie politiche ed economiche differenti, talvolta opposte, che valutano positivamente il capitalismo: • miniarchismo (o liberalismo classico): difende una forma "pura" di economia di mercato con interventi statali ridotti al minimo. • conservatorismo: le posizioni specifiche sono variabili a seconda dei diversi Paesi, ma nei Paesi occidentali, solitamente difende qualcosa di non dissimile dallo status quo delle pratiche capitaliste attuali (vedi: conservatorismo politico). • mercantilismo: difende l'intervento statale a protezione di industrie e commercio interno contro la concorrenza estera (vedi protezionismo). • liberismo: considerato da molti come l'applicazione in ambito economico delle idee liberali • neoliberismo: dottrina economica che ha avuto grande impulso a partire dagli anni ottanta del secolo scorso • neoilluminismo: l'idea che al mondo non ci sia stato mai un vero Stato e che quindi tutte le teorie economiche siano falsate. Si propone il raggiungimento del "vero Stato", coll'instaurazione dell'eunomia. • distributismo: creato per applicare quei principi di dottrina economico-sociale della Chiesa cattolica affondanti le radici nel pauperismo medievale (ora et labora) ed espressi modernamente nella dottrina di Papa Leone XIII dell'enciclica Rerum novarum. Molte ideologie differenti, spesso politicamente contrapposte, si oppongono al capitalismo in favore di diverse forme di economia pianificata (talora indicate come collettivismo), tra cui: • socialismo: in alcune delle sue espressioni, promuove un esteso controllo statale dell'economia, anche se con aree piccole e tollerate di capitalismo. • fascismo: promuove un esteso controllo statale dell'economia, con tratti autarchici e forte nazionalismo economico, il potere è esercitato attraverso il corporativismo. Aspira alla "socializzazione" e si considera la "Terza via" interclassista. • laburismo: forma di socialismo fondata sul lavoro e sull'anticapitalismo • liberal-laburismo: forma di socialismo libertario fondata sul lavoro e sulla meritocrazia . • socialismo libertario: sostiene il controllo collettivo dell'economia senza bisogno di uno Stato. Altre ideologie politiche propongono forme diverse di economie capitalistiche controllate, unendo diversi aspetti del socialismo e delle teorie liberiste:

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Capitalismo • socialdemocrazia: promuove una estesa regolamentazione statale e un parziale intervento in un contesto capitalistico (vedi: stato sociale, liberalismo politico, liberaldemocrazia, nuovo liberalismo). • capitalismo naturale: sottolinea il ruolo dell'impresa privata nel promuovere l'efficienza energetica e di materiali, ed il ruolo del governo nel rendere difficile o costoso ridurre la biodiversità o inquinare i beni comuni. Infine, il comunismo e l'anarchia sostengono la necessità del superamento della società capitalistica, per una società senza classi, con il controllo diretto dei mezzi di produzione da parte dei lavoratori.

Argomentazioni Poiché esistono così tante ideologie divergenti che promuovono o si oppongono al capitalismo, sembra difficile accordarsi su una lista di argomentazioni pro o contro. Ciascuna delle ideologie sopra elencate fa affermazioni molto diverse sul capitalismo. Alcuni si rifiutano di utilizzare questo termine. Tuttavia, sembra possibile individuare quattro questioni separate e distinte sul capitalismo che sono chiaramente sopravvissute al XX secolo e sono ancora oggi discusse. Alcuni analisti sostengono o hanno sostenuto di possedere risposte semplici a queste domande, ma le scienze politiche le vedono in generale come diverse sfumature di grigio: • Il capitalismo è morale? Incoraggia realmente tratti che troviamo utili o desiderabili negli esseri umani? • Sì: Ayn Rand, Robin Hanson • No: John McMurty, Karl Marx • Il capitalismo è etico? Le sue regole, contratti e sistemi di applicazione possono essere resi totalmente obiettivi di coloro che li amministrano, ad un livello superiore rispetto ad altri sistemi? • Sì: Buckminster Fuller, John McMurty, Friedrich Hayek • No: Karl Marx, Pëtr Kropotkin • Il capitalismo è efficiente? Dati gli scopi morali o gli standard etici che potrebbe servire, qualunque essi siano, si può dire che esso distribuisca l'energia, le risorse naturali, la creatività umana, meglio di qualsiasi alternativa? • Sì: Léon Walras, Paul Hawken, Joseph Schumpeter • No: Pëtr Kropotkin, Benjamin Tucker • Il capitalismo è sostenibile? Può persistere come mezzo di organizzazione degli affari umani, sotto qualunque insieme di riforme concepibile in base a quanto sopra? • Sì: Buckminster Fuller, Paul Hawken • No: Joseph Schumpeter, Karl Marx

Perché nessuno concorda sul significato di capitalismo? È difficile dare una risposta obiettiva. In apparenza, non c'è mai stato un accordo chiaro sulle implicazioni linguistiche, economiche, etiche e morali, cioè, sull'"economia politica" del capitalismo stesso. Un po' come un partito politico che tutti cercano di controllare, a prescindere dall'ideologia, la definizione di "capitalismo" in un dato momento tende a riflettere i conflitti contemporanei tra gruppi di interesse. Alcune combinazioni tutt'altro che ovvie dimostrano la complessità del dibattito. Ad esempio, Joseph Schumpeter sostenne nel 1942 che il capitalismo era più efficiente di qualsiasi alternativa, ma condannato dalla sua giustificazione complessa ed astratta che il comune cittadino alla fine non avrebbe difeso. Inoltre, le varie asserzioni si sovrappongono parzialmente, confondendo la maggior parte dei partecipanti al dibattito. Ayn Rand fece una difesa originale del capitalismo come codice morale, ma le sue argomentazioni in merito all'efficienza non erano originali, ed erano scelte per sostenere le sue asserzioni in tema di morale. Karl Marx sosteneva che il capitalismo fosse efficiente, ma iniquo nell'amministrazione di uno scopo immorale, e pertanto in definitiva insostenibile. John McMurty, un commentatore corrente del movimento no-global, crede che sia divenuto sempre più equo nell'amministrazione di tale scopo immorale. Robin Hanson, un altro commentatore attuale, si

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Capitalismo

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chiede se l'adattezza e l'equità e la moralità possano essere realmente separate da mezzi che non siano politici/elettorali.

Il capitalismo funziona nell'interesse di chi? Infine, le argomentazioni si appellano fortemente a gruppi di interesse diversi, sostenendo spesso le loro posizioni come "diritti". I proprietari attualmente riconosciuti - soprattutto azionisti di società e detentori di atti di proprietà terriera o diritti di sfruttamento del capitale naturale, sono generalmente riconosciuti come sostenitori di diritti di proprietà estremamente forti. In ogni caso, la definizione di "capitale" si è ampliata in tempi recenti per comprendere le motivazioni di altri gruppi di interesse importanti: artisti o altri creatori che si affidano alle leggi di "diritto d'autore"; detentori di marchi e brevetti che migliorano il cosiddetto "capitale intellettuale"; operai che esercitano per lo più il loro mestiere guidati da un corpus imitativo e condiviso di capitale istruttivo - i mestieri stessi - hanno tutti motivo di preferire lo status quo delle leggi di proprietà attuali rispetto a qualunque insieme di possibili riforme. Persino giudici, mediatori o amministratori incaricati dell'esecuzione equa di qualche codice etico e del mantenimento di qualche relazione tra capitale umano e capitale finanziario all'interno di una democrazia rappresentativa capitalistica, tendono ad avere interesse personale a sostenere l'una o l'altra posizione - tipicamente, quella che assegna loro un ruolo significativo nell'economia capitalista. Secondo Karl Marx, questo ruolo ha una reale influenza sulla loro cognizione, e li conduce inesorabilmente verso punti di vista inconciliabili, cioè, nessun accordo è possibile mediante la "collaborazione di classe" tra gruppi di interesse opposti, ed è piuttosto la "lotta di classe" a definire il capitalismo. Oggi, anche quei partiti tradizionalmente contrari al capitalismo, p.es. il Partito Comunista Cinese di Mao Zedong, ne vedono un ruolo nello sviluppo della loro società. Il dibattito è concentrato sui sistemi di incentivi, non sulla chiarezza etica o sulla struttura morale complessiva del "capitalismo". Nel corso di un discorso tenuto in occasione del Forum Economico Mondiale a Davos, in Svizzera, in programma dal 23 al 27 gennaio 2008, Bill Gates, ritenuto il terzo uomo più ricco del mondo, ha illustrato il concetto di capitalismo creativo, attirando l'attenzione dell'opinione pubblica sui questo tema. Per capitalismo creativo si intende un sistema in cui i progressi tecnologici compiuti dalle aziende non sono sfruttati semplicemente per la logica del profitto, ma anche per portare sviluppo e benessere soprattutto là dove ce ne è più bisogno, ossia nelle aree più povere del mondo, sposando le esigenze di profitto con le cause umanitarie.

Critiche al capitalismo « Il capitalismo ha i secoli contati » (Giorgio Ruffolo)

Un'argomentazione moderna importante è che il capitalismo semplicemente non è un sistema, ma soltanto un insieme di domande, problematiche e asserzioni riguardanti il comportamento umano. Simile alla biologia o all'ecologia ed alla sua relazione al comportamento animale, complicato dal linguaggio dalla cultura e dalle idee umane. Jane Jacobs e George Lakoff hanno argomentato separatamente l'esistenza di un'etica del guardiano fondamentalmente legata alla cura ed alla protezione della vita, e di un'etica del commerciante più legata alla pratica, esclusiva fra i primati, del commercio. Jacobs pensava che le due fossero sempre state separate nella storia, e che qualsiasi collaborazione fra di esse fosse corruzione, cioè qualsiasi sistema unificante che pretendesse di fare asserzioni riguardanti entrambi, sarebbe semplicemente al servizio di sé stesso. Per Benjamin Tucker il capitalismo è la negazione del libero mercato, perché il capitalismo è basato su privilegi statalisti.


Capitalismo Altre dottrine si concentrano sull'applicazione di mezzi capitalisti al capitale naturale (Paul Hawken) o al capitale individuale (Ayn Rand) - dando per scontata una struttura morale e legale più generale che scoraggi l'applicazione di questi stessi meccanismi ad esseri non viventi in modo coercitivo, p. es. la "contabilità creativa" che combina la creatività individuale con il complesso fondamento istruttivo della contabilità stessa. A parte argomentazioni molto ristrette che avanzano meccanismi specifici, è alquanto difficile o privo di senso distinguere le critiche del capitalismo dalle critiche della civiltà europea occidentale, del colonialismo o dell'imperialismo. Queste argomentazioni spesso ricorrono intercambiabilmente nel contesto dell'estremamente complesso movimento no-global, che è spesso (ma non universalmente) descritto come "anti-capitalista". Una critica legata al numero di vittime provocato dal capitalismo è trattata nel libro nero del capitalismo.

Capitalismo nella Storia Il capitalismo è un fenomeno difficilmente inquadrabile storicamente, politicamente e socialmente a causa della mancanza di una definizione universalmente accettata e che non lasci spazio ad ambiguità interpretative. Alcuni studiosi ritengono pertanto corretto affermare che il capitalismo non rappresenti altro che il metodo più naturale di allocare le risorse disponibili all'interno di una comunità economica (per ragioni che saranno mostrate in seguito) e che quindi sia sempre esistito in varie forme, a partire dalle comunità preistoriche fino ai giorni nostri. Coloro che non concordano con questa ipotesi sostengono che il capitalismo non sia che il modo più comune possibile di distribuire le risorse, bensì sia solo un'opzione: il dibattito verte principalmente sull'esistenza o meno di altri metodi per la distribuzione delle risorse (quali il comunismo o il socialismo) e che questi siano applicabili nella realtà economica attuale o del passato. I sostenitori della tesi del Capitalismo perenne affermano che il continuo tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita (e quindi anche economiche) a discapito di altri soggetti o di altre comunità faccia parte del naturale comportamento dell'uomo e sono dunque convinti che il capitalismo - inteso come attitudine umana all'arricchimento personale o della propria comunità (generalizzando, il miglioramento delle proprie condizioni di vita) attraverso il concentramento di risorse universalmente limitate e quindi di valore - sia sempre esistito e continuerà a esistere, nonostante si sia manifestato sotto forme differenti nella storia. Naturalmente se il capitalismo fosse inteso solo come modello economico (limitato quindi agli aspetti meramente economici e non antropologici o sociali), questo non potrebbe avere le caratteristiche descritte sopra. I detrattori di questa teoria (che intendono il capitalismo come un fenomeno di ampio respiro, non solo in ambito economico) sostengono che il capitalismo non sia sempre esistito (taluni ritengono sia nato con l'agricoltura, nella Mezzaluna fertile, altri nell'antichità classica con la schiavitù, altri ancora agli inizi della Prima Rivoluzione Industriale) e/o che non durerà per sempre. Il comunismo nelle sue forme sovietica o cubana o nordcoreana o cinese è un punto importante del dibattito; gli scarsi risultati ottenuti da tutte le tre economie non lasciano adito solo a domande circa l'efficacia del modello economico comunista, ma fanno anche dubitare riguardo alle reali differenze che esistono fra le varie interpretazioni di comunismo e il capitalismo occidentale (si pensi all'economia cinese, in rapida crescita grazie a un modello di sviluppo estremamente simile a quello degli Stati Uniti della Seconda Rivoluzione Industriale).

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Capitalismo

Note Bibliografia • • • • • • • • • •

Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Torino, UTET, 2006. Karl Marx, Il Capitale, Roma, Newton Compton, 2008. Max Weber, L'etica protestante e lo spirito del capitalismo, Milano, Rizzoli, 1991. Karl Polanyi, La grande trasformazione, Torino, Einaudi, 2000. Joseph Shumpeter, Capitalismo, socialismo, democrazia, Milano, Etas, 2001. Ferdinando Azzariti, Il capitalismo sociale. L'individuo per lo sviluppo dell'impresa, Milano, FrancoAngeli, 2003. John Kenneth Galbraith, L'economia della truffa, Milano, Rizzoli, 2004. Milton Friedman, Capitalismo e libertà, Pordenone, Studio Tesi, 1995 Prem Shankar Jha, Il caos prossimo venturo, Vicenza, Neri Pozza, 2007. Immanuel Wallerstein, Il Capitalismo Storico, Torino, Einaudi, 1985. ISBN 88-06-58677-7

Voci correlate • Post-capitalismo • • • • • • • • • • • • • • • •

Capitale (economia) Feudalesimo Capitalismo rinascimentale nordeuropeo L'etica protestante e lo spirito del capitalismo (Max Weber) Comunismo Economia politica Anticapitalismo Imperialismo Statalismo Protezionismo Monopolio Duopolio Oligopolio Profitto Capitalismo cognitivo Capitalismo clientelare

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Collegamenti esterni • (http://www.sobborghi.org/modules/weblog/details.php?blog_id=14) John Rogers Commons ed "The Legal Foundations of Capitalism" • Capitalismo/Anticapitalismo (http://www.polyarchy.org/essays/italiano/capitalismo.html) Storia e analisi critica • (http://documentazione.altervista.org/ae_teorici_capitalismo.htm) Una rassegna sui teorici del capitalismo

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Capitalismo • T.Veblen: L'Economia Socialista di Karl Marx e dei suoi seguaci (1906) (http://documentazione.altervista.org/ veblen_marx.htm) • Il Capitalismo: liberi ma anche di sbagliare, sul portale RAI Economia (http://www.economia.rai.it/articoli/ il-capitalismo-liberi-ma-anche-di-sbagliare/13928/default.aspx)

Centrismo Centrismo[1][2] o centro è il termine usato per definire l'area centrale dello schieramento politico, cioè quell'area che si colloca a metà tra i progressisti (sinistra) e i conservatori (destra) nello spettro politico. "Centrismo" ha un significato del tutto particolare nella tradizione marxista, argomento del quale non si occupa questa voce. In quel contesto il termine si riferisce alla posizione intermedia tra rivoluzionari e riformisti rivendicata dai partiti della Unione dei Partiti Socialisti per l'Azione Internazionale.[3][4]

Definizione Secondo il Dizionario Garzanti "centrismo" può significare: "1. tendenza, indirizzo di chi occupa una posizione di centro all'interno di uno schieramento politico" o "2. formula politica imperniata sulla coalizione di governo dei partiti di centro",[5] mentre Lo Zingarelli distingue tra "centro" ("3. settore di mezzo in un emiciclo assembleare [...]. Raggruppamento politico di tendenza moderata, sia di uno schieramento di partiti che all'interno di un partito") e "centrismo" ("tendenza di gruppi politici a formare una coalizione di centro dalla quale siano escluse le destre e le sinistre").[6] Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, centrismo "indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, [...] la posizione intermedia per antonomasia": "non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi in medio stat virtus, per gli oppositori esterni, centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo, e così via". Oltre che in questo significato, centrismo può essere inteso anche come "formula di governo" (come nel caso del centrismo degasperiano) e come "modo di funzionamento del sistema partitico" nella trattazione di Maurice Duverger e di Giovanni Sartori.[7] Il centrismo non implica di per sé appartenenze ideologiche chiare perché, di fatto, in ogni paese il centro assume caratteristiche diverse. Solitamente il centro è presidiato da partiti che si ispirano al cristianesimo democratico o al liberalismo (nel primo caso il centro ha una caratterizzazione più religiosa, nel secondo più laica), ma non mancano casi nei quali partiti socialdemocratici si siano caratterizzati come partiti centristi. Il centrismo è dunque una cornice ideologica non troppo definita nella quale vengono categorizzati i partiti che si collocano al mezzo dello schieramento politico e che si fanno promotori di una posizione intermedia nella scala da destra a sinistra in campo socio-economico. I partiti di "centro agrario", la cui ideologia è definita come "centrismo agrario" o "post-agrario", presenti nei Paesi scandinavi e in quelli baltici,[8] costituiscono un esempio particolare: i loro programmi, oltre alla difesa degli interessi dei contadini e alla protezione delle comunità rurali, si caratterizzano sempre maggiormente anche per lo sviluppo delle piccole attività imprenditoriali bilanciate con la tutela dell'ambiente, in un'ottica di decentralizzazione.[9][10] Spesso anche il populismo viene catalogato come una forma di centrismo[11] (è questo, per esempio, il caso dei due maggiori partiti irlandesi, il Fianna Fáil e il Fine Gael), così come il concetto di radical centre o radical middle (almeno fin da quando The Economist ha dichiarato che la sua posizione politica è l'extreme centre[12]) e la third way teorizzata da Anthony Giddens.[13][14]

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Centrismo

Il centrismo nel mondo Negli Stati Uniti il centrismo (spesso definito middle-of-the-road, e più recentemente, nel caso del centro-sinistra, third way) non ha dato mai luogo alla nascita di un vero e proprio partito politico, anche se molti esponenti sia del Partito Repubblicano che del Partito Democratico vi fanno riferimento. Tra i gruppi centristi nel Partito Repubblicano si ricordino la Republican Main Street Partnership (di cui è membro John McCain) e i Rockefeller liberals, mentre nel Partito Democratico sono spesso considerati centristi gli aderenti al Democratic Leadership Council e la Blue Dog Coalition. Il Partito Libertario, pur sposando principi propri sia dei Repubblicani (in economia) che dei Democratici (sulle questioni sociali), non si può considerare un vero e proprio partito "di centro", quanto piuttosto una forza politica super partes. Nel Regno Unito, in Canada, Australia e Nuova Zelanda, così come negli Stati Uniti, si trovano esponenti centristi nelle file di entrambi i maggiori partiti. Nel Regno Unito le posizioni centriste sono state assunte dal Partito Liberale, partito che rappresentò la "sinistra" del panorama politico inglese fino al termine della prima guerra mondiale, ma che dal 1920, si è visto scavalcare a sinistra dal Partito Laburista e iniziò un declino letterale (cosa che invece non accadde in Canada, dove il Partito Liberale è rimasto il partito principale nel fronte del centro-sinistra). Verso gli anni ottanta ciò che rimaneva del vecchio Partito Liberale britannico (erede degli Whig) si fuse con un drappello di socialdemocratici centristi fuoriusciti del Partito Laburista, e da tale unione nacquero i Liberal-Democratici. Negli ultimi anni si è osservato il riposizionamento del Partito Liberal-democratico alla sinistra del panorama politico britannico, anche a sinistra dei Laburisti, in virtù di una nuova connotazione fortemente progressista, oltre alla sua contrarietà nei confronti della partecipazione guerra d'Iraq approvata da Tony Blair, primo ministro laburista. Nell'Europa continentale e nei Paesi dell'America Latina, nel centrismo si ritrovano i partiti di ispirazione cristiano-democratica (come l'italiano Partito Popolare Italiano divenuto Democrazia Cristiana, l'Unione Cristiano Democratica in Germania, più rivolta verso il centro-destra, e il Partito Cristiano Democratico in Cile, più spostato verso il centro-sinistra), partiti di natura più composita (come l'Unione per la Democrazia Francese in Francia, Democrazia è Libertà - La Margherita in Italia e Convergenza e Unione in Catalogna) e partiti moderati di ispirazione laica come molti partiti aderenti al Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (Partito), tra i quali si può citare il Partito Repubblicano Italiano. In Israele il centro dello schieramento politico è presidiato da Kadima, partito centrista nato dalla confluenza di politici provenienti sia dal Likud che dal Partito Laburista. A livello internazionale, i partiti democratici cristiani hanno dato vita all'Internazionale Democratica Centrista, mentre i liberali sono riuniti nell'Internazionale Liberale. Alcuni gruppi e partiti centristi, tra i quali La Margherita italian, l'UDF francese e la New Democrat Coalition americana, hanno dato vita, insieme a partiti di ispirazione liberale e centrista all'Alleanza dei Democratici.

Il centrismo in Europa In Europa esistono diversi partiti pan-europei che rivendicano una posizione centrista, in primo luogo il Partito Popolare Europeo (PPE) e il Partito Democratico Europeo (PDE): il primo è un raggruppamento di centro orientato verso a destra, il secondo un raggruppamento di centro orientato a sinistra. Il PPE, la formazione politica con il gruppo parlamentare più numeroso al Parlamento Europeo, è un contenitore che raccoglie democratici-cristiani, conservatori e alcuni liberali. Nel PPE sono presenti partiti tradizionalmente centristi come l'UDC, il MSP svedese e i democristiani belgi (CDH e CD&V) assieme a partiti più conservatori come l'UMP francese. Esiste un altro partito centrista, alleato col PDE tanto da fare gruppo unico al Parlamento Europeo (l'ALDE): si tratta del Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (Partito), al cui interno convivono i liberali conservatori, orientati a destra, i liberali sociali, orientati a sinistra e anche forze politiche di tradizione laica. Infine, si ricordano gli esperimenti di alcuni partiti socialdemocratici europei nel tentativo di conquistare una fetta dell'elettorato centrista, come il new Labour[15][16][17] del Partito Laburista britannico e il neue Mitte[18][19][20] del Partito Socialdemocratico Tedesco. Alcuni teorici, come Anthony Giddens, o commentatori politici, hanno parlato a

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Centrismo tal proposito di third way centrista[13][14] o di radical centre/middle.[21][22][23][24]

Il centrismo in Italia La tradizione centrista dal 1946 al 1994: DC, PLI, PRI e PSDI In Italia, dal 1946 in poi, il centrismo è stato principalmente sinonimo di cristianesimo democratico. Infatti la Democrazia Cristiana, principale partito politico del paese fino al 1994, si è contraddistinta per il rifiuto di qualsiasi alleanza con partiti comunisti, social-comunisti e nazionalisti. La DC ha racchiuso al proprio interno variegate posizioni sia in campo economico-sociale che culturale, tutte, però, cresciute nel comune alveo della dottrina sociale della Chiesa cattolica. Accanto alla DC, in Italia, altri partiti inseriti nella corrente "centrista" da alcuni esperti e analisti sono stati il Partito Liberale Italiano (PLI), il Partito Repubblicano Italiano (PRI) e il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), il primo collocato più precisamente nel centro-destra e gli altri due nel centro-sinistra. Il PLI è l'erede della cultura liberale al governo del paese dal 1861 al 1922, il PRI della cultura mazziniana. Il primo può genericamente essere definito un partito liberale conservatore (almeno fino alla svolta lib-lab di fine anni settanta; difatti altri studiosi lo collocano come un partito che, in origine, era esclusivamente di "destra"), mentre il secondo liberale sociale (secondo una definizione di Ugo La Malfa). Soprattutto in seguito agli anni Settanta, periodo che vide la definitiva affermazione all'interno del PLI della corrente della "sinistra" interna, PLI e PRI tesero sempre più a identificarsi in una comune nuova area politica di ispirazione socio-liberale, da cui le liste comuni per le elezioni europee.[25][26][27][28] È possibile inoltre definire "centrista" anche il PSDI, partito socialdemocratico e moderato fondato da Giuseppe Saragat, che scelse fin dalla sua fondazione la partecipazione ai governi centristi e rappresentò sempre un alleato fedele per la DC. Il PSDI in pratica, anticipando di quarant'anni le mosse dei partiti socialdemocratici europei, portò la socialdemocrazia italiana su posizioni di centro: una "terza via" ante litteram, potremo dire. Pur essendo il PSDI un partito complessivamente "centrista", al suo interno non mancava però un'area di "sinistra" (come del resto anche nel PRI) che teneva a rimarcare la matrice socialista del partito e pur non volendo rinunciare agli ottimi rapporti con la DC, guardava con più "familiarità" al PSI.[29][30][31]

La tradizione centrista nella Seconda Repubblica In Italia, tra il 1994 e il 2008, diversi partiti si sono caratterizzati per una politica centrista o sono stati definiti tali: • partiti di ispirazione democristiana: Centro Cristiano Democratico (CCD), Cristiani Democratici Uniti (CDU) e Democrazia Europea (DE), confluiti nell'Unione dei Democratici Cristiani e di Centro (UDC), Partito Popolare Italiano (PPI), confluito in Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), Popolari UDEUR (UDEUR), Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA) e Partito Pensionati (PP); • partiti di ispirazione laica o liberale: Rinnovamento Italiano (RI) e Unione Democratica (UD), confluiti in DL, Patto Segni (Patto), Riformatori Liberali (RL), Partito Repubblicano Italiano (PRI), Radicali Italiani (Rad) e Movimento Repubblicani Europei (MRE); • partiti di ispirazione più eterogenea: Forza Italia (FI), nata dall'incontro di democristiani, liberali e socialdemocratici, Democrazia è Libertà - La Margherita (DL), che unisce cristiano-sociali, socio-liberali e socialdemocratici, e Italia dei Valori (IdV).

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Centrismo

La situazione attuale Nell'attuale panorama politico italiano il "centro" dello schieramento politico è occupato da diversi partiti, alcuni di ispirazione democristiana o cristano-sociale, altri di ispirazione liberale, mentre altri ancora coniugano entrambe le tradizioni politiche. Sul versante del centro-destra, con la nascita del Popolo della Libertà (PdL), molti partiti centristi sono confluiti in questa nuova formazione: Forza Italia (FI), la Democrazia Cristiana per le Autonomie (DCA), i Popolari Liberali (PL), il Partito Pensionati (PP), i Riformatori Liberali (RL), i Liberal Democratici (LibDem). In Parlamento, poi, la Lega Nord (LN) siede al centro dell'emiciclo. Sul versante di centro-sinistra invece sono partiti di centro l'Italia dei Valori (IdV), a volte su posizioni di populismo di sinistra, e i Radicali Italiani (Rad). Componenti centriste sono presenti nel Partito Democratico, nel quale è confluito un partito centrista come Democrazia è Libertà - La Margherita (DL). Tra PdL e PD si colloca l'Unione dei Democratici Cristiani e Democratici di Centro (UDC), il quale però è decisamente conservatore sul piano dei valori. Partiti centristi sono anche Alleanza per l'Italia (ApI) e, a tratti, Futuro e Libertà per l'Italia. Sono catalogabili come centristi anche alcuni partiti regionali: l'Union Valdôtaine (UV), la Stella Alpina (SA), la Fédération Autonomiste (FA), la Südtiroler Volkspartei (SVP), il Partito Autonomista Trentino Tirolese (PATT), Progetto NordEst (PNE), il Movimento per l'Autonomia (MpA)], i Popolari Uniti (PU), i Moderati per il Piemonte (MpP), i Riformatori Sardi (RS) e il Partito del Popolo Sardo (PPS). FI, UDC e SVP aderiscono al Partito Popolare Europeo (PPE), mentre DL era membro fondatore del Partito Democratico Europeo (PDE) ed è parte del Gruppo Parlamentare dell'Alleanza dei Liberali e Democratici per l'Europa (ALDE) al Parlamento europeo. IdV e Rad aderiscono invece al Alleanza dei Democratici e dei Liberali per l'Europa (ALDE).

Note [1] [2] [3] [4] [5] [6] [7] [8]

centrism - definition of centrism by the Free Online Dictionary, Thesaurus and Encyclopedia (http:/ / www. thefreedictionary. com/ centrism) Breve dizionario/ centrismo - Bartleby (http:/ / massimobray. italianieuropei. it/ 2008/ 07/ breve-dizionario-centrismo. html) Leon Trotsky: Two Articles On Centrism (1934) (http:/ / www. marxists. org/ archive/ trotsky/ 1934/ 02/ centrism. htm) http:/ / www. worldtowin. net/ english%20pamphlets/ 34CentrismByGarethJenkins. DOC Il Grande Dizionario Garzanti della lingua italiana, Garzanti, Milano 1987, voce "centrismo", p. 353 Lo Zingarelli 1997, Zanichelli, Bologna 1996, voci "centrismo" e "centro", p. 333 Bobbio, Norberto - Matteucci, Nicola - Pasquino, Gianfranco, Dizionario di Politica, UTET, Torino 1983, voce "centrismo", pp. 153-154 Si tratta di Paesi che non sono state soggette alla intensa industrializzazione e alla fuga dalle compagne che hanno caratterizzato gran parte delle regioni europee. [9] Parties and Elections in Europe (http:/ / www. parties-and-elections. de/ contents. html) [10] IngentaConnect 7. The Scandinavian Party Model at the Crossroads (http:/ / www. ingentaconnect. com/ content/ oso/ 614768/ 2002/ 00000001/ 00000001/ art00007;jsessionid=1t9uf94qcfwit. alexandra?format=print) [11] Canovan, Margaret, Populism, Harcourt Trade Publishers, San Diego 1981 [12] About us | Help | Economist.com (http:/ / www. economist. com/ help/ DisplayHelp. cfm?folder=663377#About_The_Economist) [13] Giddens, Anthony, The Third Way. The Renewal of Social Democracy, Cambridge University, Cambridge 1998 [14] Thinking Ahead / Commentary : What the 'Third Way' Is Really About - NYTimes.com (http:/ / www. iht. com/ articles/ 2000/ 04/ 04/ think. 2. t. php) [15] The Economist, New Labour, New History, 13 novembre 1997 [16] New Labour At The Centre - Oxford University Press (http:/ / www. oup. com. au/ titles/ higher_ed/ social_science/ politics/ 9780199273140) [17] http:/ / ksghome. harvard. edu/ ~pnorris/ ACROBAT/ New%20Labour%20and%20public%20opinion. pdf [18] Dritter Weg und Neue Mitte (http:/ / www. wsws. org/ de/ 1999/ jun1999/ spd-j12. shtml) [19] http:/ / users. ox. ac. uk/ ~busch/ papers/ neumitte. pdf [20] The Economist, The burden of normality. A survey of Germany, 6 febbraio 1999 [21] Moschonas, Gerassimos, In the Name of Social Democracy. The Tranformation from 1945 to Present (http:/ / books. google. it/ books?id=_00SKFEabywC& printsec=frontcover& dq="SPD"+ "radical+ centre"#PPR7,M1), pp. 163-165 [22] THIRD WAY (CENTRISM) Articles The Third Way is a term that has be (https:/ / www. amazines. com/ Third_Way_(centrism)_related. html)

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Centrismo

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[23] The Hard Centre: New Labour’s Technocratic Hegemony (http:/ / www. signsofthetimes. org. uk/ pamphlet1/ The Hard Centre. html) [24] The Listener (http:/ / news. bbc. co. uk/ hi/ english/ static/ the_listener/ story3. stm) [25] Salvadori, Massimo, Enciclopedia storica, Zanichelli, Bologna 2000, voci "Partito Liberale Italiano" e "Partito Repubblicano Italiano", pp. 1207-1208 e 1214-1215 [26] Ignazi, Piero, I partiti italiani, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 63-80 [27] Marchese, Riccardo - Mancini, Bruno - Greco, Domenico - Assini, Luigi, Stato e società. Dizionario di educazione civica, La Nuova Italia, Firenze 1991, voci "Partito Liberale Italiano" e "Partito Repubblicano Italiano", pp. 325-327 e 328-329 [28] Galli, Giorgio, I partiti politici italiani (1943/2000). Dalla resistenza al governo dell'Ulivo, BUR, Milano 2001 [29] Ignazi, Piero, I partiti italiani, Il Mulino, Bologna 1997, pp. 54-62 [30] Salvadori, Massimo, Enciclopedia storica, Zanichelli, Bologna 2000, voce "Partito Socialista Democratico Italiano", pp. 1216-1217 [31] Marchese, Riccardo - Mancini, Bruno - Greco, Domenico - Assini, Luigi, Stato e società. Dizionario di educazione civica, La Nuova Italia, Firenze 1991, voce "Partito Socialista Democratico Italiano", pp. 329-331

Voci correlate • • • •

Cristianesimo democratico Liberalismo Populismo Ruralismo

Regno d'Italia (1861-1946) Regno d'Italia

(dettagli)

(dettagli)

Motto: FERT FERT FERT

Dati amministrativi Nome ufficiale

Regno d'Italia

Lingue parlate

italiano


Regno d'Italia (1861-1946)

181 Inno

Capitale Altre capitali

Dipendenze

Marcia Reale (1861-1943) La canzone del Piave (1943-1946) Roma (1871-1946) Torino (1861-1865) Firenze (1865-1871) •

Eritrea (1890-1941)

Somalia italiana (1889-1941)

Tientsin (1901-1947)

Libia (1912-1943)

Dodecaneso (1912-1947)

Territorio di Adalia (1920-1923)

Africa Orientale Italiana (1936-1941)

Regno d'Albania (1939-1943)

Montenegro (1941-1944)

Governatorato di Dalmazia (1941-1943)

Campagna italiana di Grecia

Occupazione italiana della Francia meridionale

Principato del Pindo e Voivodato di Macedonia

Stato Indipendente di Croazia

Area di Cassala

Somalia britannica

Invasione italiana dell'Egitto

Striscia di Aozou

Corfù

Tunisia

Occupazione italiana di Maiorca Politica

Forma di governo

Re d'Italia

monarchia costituzionale de jure de facto monarchia parlamentare (1861-1922; 1943-1946) regime fascista (1922-1943) • • • •

Vittorio Emanuele II Umberto I Vittorio Emanuele III Umberto II

Presidente del Consiglio da Camillo Benso di Cavour ad Alcide De Gasperi: elenco Nascita

17 marzo 1861

Causa

Risorgimento

Fine Causa

[1]

Il 18 giugno 1946

referendum istituzionale e fatti connessi Territorio e popolazione

Bacino geografico

regione geografica italiana, colonie africane

Territorio originale

regione geografica italiana

Massima estensione

310 190 km² nel 1936


Regno d'Italia (1861-1946)

182 Popolazione

26 249 000 nel 1861 42 943 602 nel 1936 Economia

Valuta

lira italiana Varie

Sigla autom. Religione e società Religione di Stato Religioni minoritarie

cattolicesimo ebraismo, evangelismo

Evoluzione storica Preceduto da

Regno di Sardegna Regno delle Due Sicilie Regno Lombardo-Veneto Stato Pontificio Centro Italia

Succeduto da

Repubblica Italiana Città del Vaticano Territorio libero di Trieste  Francia Jugoslavia

Regno d'Italia fu la forma assunta dall'attuale stato italiano il 17 marzo 1861 in seguito alle guerre risorgimentali combattute dal Regno di Sardegna, suo predecessore, per conseguire l'unificazione nazionale italiana.[2] Retto da una monarchia parlamentare la cui corona fu detenuta dalla dinastia dei Savoia, fu uno stato nazionale e centralista. Si estendeva su pressoché la totalità della Penisola italiana, arrivando a comprendere, a partire dal 1919, gran parte della Regione geografica italiana; confinava (nel 1924) con la Francia a nord-ovest, con la Svizzera e la Repubblica d'Austria a nord, con il Regno dei Serbi, dei Croati e degli Sloveni (poi divenuto, nel 1929, Regno di Jugoslavia) a nord-est. La Repubblica di San Marino e la Città del Vaticano erano enclavi nel territorio del Regno. Il Regno d'Italia ereditò le istituzioni e il corpo legislativo del Regno di Sardegna, che prevalsero rispetto a quelli della maggior parte degli Stati preunitari. Durante l'esistenza del Regno si succedettero quattro sovrani e si alternarono periodi politicamente diversi tra loro: la Destra e la Sinistra storica, l'età giolittiana, il nazionalismo, il biennio rosso, il Fascismo e il conflitto interno post-armistizio durante la seconda guerra mondiale.


Regno d'Italia (1861-1946) Sotto la sovranità del Regno d'Italia fu a più riprese costituito un impero coloniale che comprendeva ampi domini in Africa orientale, in Libia e nel Mediterraneo, nonché a Tiensin, in Cina. Il Regno d'Italia prese parte alla terza guerra d'indipendenza, a diverse guerre coloniali ed a due conflitti mondiali. Cessò di esistere nel 1946, quando si trasformò nell'attuale Repubblica Italiana in seguito ad un referendum istituzionale.

Territorio Tramontato nel 1849 il progetto di confederazione tra gli Stati della penisola (come volevano moltissime personalità di spicco della politica italiana dell'epoca, dal piemontese Massimo D'Azeglio al toscano Bettino Ricasoli e al federalista lombardo Carlo Cattaneo), il Regno d'Italia nacque nel Risorgimento, precisamente nel 1861, dal Regno di Sardegna, privato (nel 1860) della Contea di Nizza e del Ducato di Savoia (pretesi dalla Francia), e fu retto dalla sua nascita alla sua caduta, nel 1946, dalla dinastia reale dei Savoia. Il presidente del Consiglio del Regno di Sardegna Cavour, nei suoi progetti discussi con Napoleone III a Plombières nel 1858, prevedeva quattro stati distinti per la penisola: un Regno dell'Alta Italia comprendente tutto il nord, dal Piemonte al fiume Isonzo più la Romagna pontificia sotto il dominio Sabaudo; un Regno del Centro composto da ciò che rimaneva dello Stato Pontificio, eccettuata Roma, sotto l'influenza francese; il Territorio di Roma e dintorni con a capo il Papa; e il Regno delle Due Sicilie a capo del quale Napoleone III avrebbe voluto Luciano Murat, figlio di Gioacchino Murat. Ciò si evince dalla lettera che Cavour scrisse da Baden il 24 luglio 1858 al re di Sardegna Vittorio Emanuele II[3]. Gli accordi verbali di Plomberies prevedevano per la realizzazione del progetto politico una guerra comune di Francia e regno di Sardegna contro l'Austria. Scoppiata la seconda guerra di indipendenza, tuttavia, il progetto naufragò a causa della decisione unilaterale di Napoleone III di uscire dal conflitto (armistizio di Villafranca), consentendo così al regno di Sardegna di acquisire la sola Lombardia. Negli anni seguenti il piano di una Italia federale fallì sia a causa dell'opposizione dei Savoia, sia di quella di Garibaldi, sia dei mazziniani. In ultimo, nel 1859, anche re Francesco II delle Due Sicilie rifiutò una proposta del regno di Sardegna di alleanza per un comune attacco allo Stato Pontificio poiché non voleva acquisire territori appartenenti al Papa[4]. Il periodo del regno di Vittorio Emanuele II di Savoia che va dal 1859 al 1861 viene anche indicato come Vittorio Emanuele II Re Eletto. Infatti, nel 1860 il Ducato di Parma, il Ducato di Modena ed il Granducato di Toscana votarono dei plebisciti per l'unione con il Regno. Nello stesso anno vennero conquistati "manu militari" dai piemontesi il Regno delle Due Sicilie, tramite la Spedizione dei Mille, e la Romagna, le Marche, l'Umbria, Benevento e Pontecorvo, tolti allo Stato della Chiesa. Tutti questi territori vennero annessi ufficialmente al regno tramite plebisciti.

Politica Il 27 gennaio 1861 si tennero le elezioni politiche per la prima Camera unitaria (il Senato era di nomina regia, composto da membri di un'età superiori ai quaranta anni nominati a vita dal re; la camera era composta da deputati eletti nei collegi elettorali). In continuità con le istituzioni piemontesi, tali elezioni si svolsero sulla base del Regio editto n. 680 del 17 marzo 1848,[5] dopo che Carlo Alberto il 4 marzo 1848 promulgò lo Statuto fondamentale del Regno secondo il quale il potere legislativo veniva esercitato dal re e da due Camere; secondo la suddetta legge avevano facoltà di votare solo i cittadini maschi alfabetizzati, con un'età minima di 25 anni, che godevano dei diritti civili e politici e che pagavano annualmente una quantità di imposte che andava dalle 20 lire della Liguria, alle 40 del Piemonte. Su una popolazione di 22 182 377 persone, i nuovi governanti concessero il diritto di voto a 418 696 abitanti (circa l'1,9%) e, di questi, soltanto 239 583 (circa 1,1%) avrebbero esercitato tale diritto; alla fine i voti validi si ridussero a 170 567, dei quali oltre 70 000 erano di impiegati statali.

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Regno d'Italia (1861-1946) A consultazioni concluse, vennero eletti 135 avvocati, 85 tra principi, duchi e marchesi, 53 tra dottori, ingegneri e professori, 23 ufficiali e 5 abati.[6] Con la prima convocazione del Parlamento italiano del 18 febbraio 1861 e la successiva proclamazione del 17 marzo, Vittorio Emanuele II è il primo re d'Italia nel periodo 1861-1878. Nel 1866, a seguito della terza guerra di indipendenza, vengono annessi al regno il Veneto (che allora comprendeva anche la Provincia del Friuli) e Mantova sottratti all'Impero Austro-Ungarico. Nel 1870, con la presa di Roma, al regno viene annesso il Lazio, sottraendolo definitivamente allo Stato della Chiesa. Roma diventa ufficialmente capitale d'Italia (prima lo erano state in ordine Torino e Firenze). Seguono i regni di Umberto I (1878-1900), ucciso in un attentato dall'anarchico Gaetano Bresci al fine di vendicare la strage del 1898, quando dei manifestanti pacifici a Milano vennero presi a cannonate dall'esercito sotto ordine reale, e di Vittorio Emanuele III (1900-1946). Con quest'ultimo, nel 1919 dopo la prima guerra mondiale vengono uniti al Regno il Trentino, l'Alto Adige, Gorizia ed il Friuli orientale, l'Istria, Trieste, Zara alcune isole del Quarnaro e altre isole dell'Adriatico: Lagosta, Cazza e Pelagosa. Seguirono l'annessione dell'isola di Saseno nel 1920 e di Fiume nel 1924. Durante la seconda guerra mondiale vengono annesse le isole Ionie (ad eccezione di Corfù, legata con statuto speciale all'Albania), la Dalmazia e il territorio di Lubiana. Dopo la seconda guerra mondiale, gran parte delle Alpi Giulie, l'Istria, Fiume, la Dalmazia (con le isole di Lagosta e di Cazza), e l'arcipelago di Pelagosa vengono ceduti con il Trattato di Parigi del 1947 alla Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia che le aveva occupate nella primavera 1945, le isole Ionie passano alla Grecia e l'isola di Saseno all'Albania. Vengono inoltre ceduti alla Francia i territori di Tenda e di Briga, il passo del Monginevro, la Valle Stretta del monte Thabor, il Colle del Moncenisio ed una parte del territorio del Colle del Piccolo San Bernardo. Il Regno d'Italia, retto intanto da Umberto prima come luogotenente del Regno (1943-1946) e poi per poco più di un mese come re (il Re di maggio) in seguito all'abdicazione di Vittorio Emanuele III, si conclude con la proclamazione della Repubblica Italiana a seguito del referendum del 1946, che segnò l'esclusione di casa Savoia dalla storia d'Italia dopo 85 anni di regno.

Storia Regno di Vittorio Emanuele II (1861-78) Fragilità del nuovo Stato A seguito dei plebisciti del 1859 e 1860, la nascita del Regno d'Italia fu ufficializzata il 17 marzo 1861 allorché Vittorio Emanuele II, già Re di Sardegna, assumeva per sé e per i suoi discendenti il titolo di "Re d'Italia"; dal punto di vista istituzionale e giuridico assunse la struttura e le norme del Regno di Sardegna, esso fu infatti de jure una monarchia costituzionale, secondo la lettera dello Statuto albertino del 1848. Il Re nominava il governo, che era responsabile di fronte al sovrano e non al parlamento; il re manteneva inoltre prerogative in politica estera e, per consuetudine, sceglieva i ministri militari (Guerra e Marina). Nei vent'anni antecedenti allo scoppio della I guerra mondiale, il Regno d'Italia vide un graduale ma costante cambiamento verso una monarchia de facto parlamentare, in quanto i governi di quegli anni chiedevano la fiducia alla Camera dei Deputati, e non più al Senato del Regno, infatti si può dire che il Senato avesse perso quasi ogni sua funzione, dall'approvazione delle leggi fino alla fiducia al governo. In quegli anni l'Italia si trasformò quasi completamente in una monarchia parlamentare come il Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda. Il diritto di voto era attribuito, secondo la legge elettorale piemontese del 1848, in base al censo; in questo modo gli aventi diritto al voto costituivano appena il 2% della popolazione. Le basi del nuovo regime erano quindi estremamente ristrette, conferendogli una grande fragilità.

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Tornando al 1861 il Regno d'Italia si configurava come una delle maggiori nazioni d'Europa, almeno a livello di popolazione e di superficie (22 milioni su una superficie di 259 320 km²), ma non poteva considerarsi una grande potenza, a causa soprattutto della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche, sociali e culturali ereditate dal passato ostacolavano la costruzione di uno stato unitario. Accanto ad aree tradizionalmente industrializzate coinvolte in processi di rapida modernizzazione (soprattutto le grandi città e le ex capitali), esistevano situazioni statiche ed arcaiche riguardanti soprattutto l'estesissimo mondo agricolo e rurale italiano. L'estraneità delle masse popolari al regno unitario si palesò in una serie di sommosse, rivolte, fino a una diffusa guerriglia contro il governo unitario, il cosiddetto brigantaggio, che interessò principalmente le province meridionali (1861-1865), impegnando gran parte del neonato esercito in una repressione spietata, tanto da venire considerata da molti una vera e propria guerra civile. Quest'ultimo avvenimento in particolare fu uno dei primi e più tragici aspetti della cosiddetta questione meridionale. Ulteriore elemento di fragilità era costituito dall'ostilità della Chiesa cattolica e del clero nei confronti del nuovo Stato, ostilità alimentata dalla Legge Rattazzi, che si sarebbe rafforzata dopo il 1870 con la presa di Roma (questione romana). I governi della Destra storica (1861-1876) A far fronte a queste difficoltà si trovò la Destra storica, raggruppamento erede di Cavour, espressione della borghesia liberal-moderata. I suoi esponenti erano soprattutto grandi proprietari terrieri e industriali, nonché militari (Ricasoli, Sella, Minghetti, Spaventa, Lanza, La Marmora, Visconti Venosta). Gli uomini della Destra affrontarono i problemi del Paese con energica durezza: estesero a tutta la Penisola gli ordinamenti legislativi piemontesi (processo chiamato "Piemontesizzazione"); adottarono un sistema fortemente accentrato, accantonando i progetti di autonomie locali (Minghetti), se non di federalismo; applicarono un'onerosa tassazione sui beni di consumo, come la tassa sul macinato, che gravava soprattutto sui ceti meno abbienti, per colmare l'ingentissimo disavanzo del bilancio. Con la loro concezione elitaria e pedagogica dello Stato, contribuirono ad allargare il fossato tra il Paese legale e il Paese reale; si disinteressarono delle condizioni delle classi popolari e del Sud, che rimase in condizioni di povertà e arretratezza. In politica estera, gli uomini della Destra storica vennero assorbiti dai problemi del completamento dell'Unità; il Veneto venne Vittorio Emanuele II di Savoia, il primo Re d'Italia di annesso al Regno d'Italia in seguito alla terza guerra di casa Savoia indipendenza. Per quanto riguarda Roma, la Destra cercò di risolvere la questione con il metodo diplomatico, ma si dovette scontrare con l'opposizione del Papa, di Napoleone III e della Sinistra, che tentò di percorrere la via insurrezionale (tentativi di Garibaldi, 1862 e 1867). Nel 1864 venne stipulata con la Francia la Convenzione di settembre, che imponeva all'Italia il trasferimento della capitale da Torino ad un'altra città; la scelta cadde su Firenze, suscitando l'opposizione dei Torinesi. Nel 1870, con la breccia di Porta Pia, Roma venne conquistata da un gruppo di bersaglieri e divenne capitale d'Italia l'anno seguente. Il Papa, ritenendosi aggredito, si proclamò prigioniero e lanciò virulenti attacchi allo Stato italiano, istigando per reazione un altrettanto virulenta campagna laicista e anticlericale da parte


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della Sinistra. Il governo regolò unilateralmente i rapporti Stato-Chiesa con la legge delle guarentigie; il Papa respinse la legge e, disconoscendo la situazione di fatto, proibì ai cattolici di partecipare alla vita politica del Regno, secondo la formula «né eletti, né elettori» (non expedit). Dopo aver ottenuto una maggioranza schiacciante nelle elezioni del 1861, la Destra vide ridursi progressivamente i suoi consensi, pur mantenendo la maggioranza. Nel 1876 venne conseguito il pareggio del bilancio dello Stato, ma gravi problemi rimanevano sul tappeto: il divario fra popolazione ed istituzioni, l'arretratezza economica e sociale, gli squilibri territoriali. Un voto parlamentare portò alla caduta del governo di Marco Minghetti, e al conferimento della carica di primo ministro ad Agostino Depretis, guida della Sinistra storica. Finiva un'epoca: solo pochi mesi dopo, Vittorio Emanuele II morì, e sul trono gli successe Umberto I.

Regno di Umberto I (1878-1900) I governi della Sinistra storica Depretis formò un governo che, oltre all'appoggio della Sinistra, schieramento di cui faceva parte, si reggeva anche sull'appoggio di una parte della Destra, quella che aveva contribuito alla caduta del governo Minghetti. Nella sua azione di governo, Depretis cercò sempre ampie convergenze su singoli temi con settori dell'opposizione, dando vita al fenomeno del trasformismo. Nel 1876, la Sinistra si presentò alle elezioni con un programma protezionista. Si faceva portavoce delle rivendicazioni contro la Destra storica. Con la crisi economica in Europa (1873) crebbe la miseria dei braccianti; questo provocò i primi scioperi agricoli. Il protezionismo si tradusse nell'intervento dello Stato, aggiunto ai dazi doganali, che limitavano le importazioni e favorivano il commercio interno. L'interesse del governo si rivolse al rafforzamento dell'industria: grazie agli incentivi statali e al protezionismo nacquero le Acciaierie di Terni e le Officine Meccaniche Breda nel 1884; si svilupparono le infrastrutture; la produzione industriale aumentò. L'ossessione del governo italiano era di portare il paese su una posizione adeguata a livello internazionale; per questo motivo venne acquistata nel 1882 la Baia di Assab dalla Compagnia Rubattino, da cui partì in seguito l'avventura coloniale nell'Africa orientale.

Umberto I, Re d'Italia dal 1878 al 1900

La Sinistra storica cercò di migliorare le condizioni di vita della popolazione: con la legge Coppino del 1877 fu ribadita l'istruzione obbligatoria e con la riforma della legge elettorale del 1882 il diritto di voto fu esteso a chi avesse frequentato i primi due anni di scuola o pagasse almeno 20 lire di tasse annue. Depretis avviò anche una serie di inchieste sulle condizioni di vita dei contadini nella penisola, la più famosa delle quali fu l'inchiesta Jacini. Tali iniziative rivelarono una grande miseria e pessime condizioni igieniche; l'infanzia era spesso vittima della difterite mentre gli adulti soffrivano di pellagra per malnutrizione. Tuttavia le finanze dello Stato venivano dissipate dalla politica coloniale e dai finanziamenti industriali: non furono realizzate nuove strutture scolastiche né bonifiche o migliorie agricole. Negli ultimi anni dell’Ottocento il Regno fu afflitto da un’emigrazione di massa, nel corso della quale milioni di contadini si trasferirono nelle Americhe e in altri stati europei. In quel periodo, però, l’Italia fece anche un decisivo passo in avanti, avvicinandosi ai paesi più moderni. Ebbe inizio un ciclo di rapida industrializzazione; si affermò il movimento operaio; l’economia progredì, favorita dall’adozione di misure protezionistiche e dai finanziamenti


Regno d'Italia (1861-1946) concessi dallo stato e da alcune importanti banche (Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano). L’industrializzazione ebbe i suoi punti di forza nella siderurgia (gli operai del settore tra il 1902 e il 1914 aumentarono da 15 000 a 50 000) e nella nuova industria idroelettrica. Quest’ultima sembrava risolvere una delle debolezze dell’Italia, paese privo di materie prime essenziali come il carbone e il ferro. Utilizzando l’acqua dei laghi alpini e dei fiumi fu possibile ottenere energia senza dipendere dall’estero per l’acquisto del carbone: la produzione di energia idroelettrica, tra il 1900 e il 1914, salì da 100 a 4 000 milioni di kWh. L’industria tessile mantenne una posizione di rilievo con prodotti venduti sia sul mercato interno sia su quello internazionale. Anche l’industria meccanica cominciò ad affermarsi nel settore dei trasporti (auto, treni) e delle macchine utensili. Ciononostante l’economia conservava forti squilibri tra il Nord del paese, industrializzato e moderno, e il Sud, arretrato e prevalentemente agricolo. La modernizzazione si manifestò anche nelle forme della vita politica e del conflitto sociale. Nel 1892 fu fondato a Genova da Filippo Turati il Partito socialista italiano, principale referente del movimento operaio fino all’avvento del fascismo. Una grande esplosione di protesta popolare si registrò in Sicilia dopo il 1890 e vide migliaia di contadini, spinti dalla crisi che impoveriva l’economia dell’isola, battersi per una riforma agraria. Il governo, presieduto da Francesco Crispi, decretò l’occupazione militare della Sicilia e la condanna dei capi sindacali. Con Francesco Crispi, appunto, che assunse la carica di Primo Ministro dopo la scomparsa di Depretis nel 1887, la Sinistra prese una svolta autoritaria, nel tentativo di consolidare i possedimenti coloniali e di estenderli all'intera Etiopia; di sviluppare il mercato interno favorendo l'esportazione verso nuovi mercati. La realtà era ben diversa, però, dal progetto di Crispi. Soprattutto una forte collusione tra potere economico e potere politico (si ricordi anche lo Scandalo della Banca Romana) paralizzava lo sviluppo del Paese e soprattutto del Mezzogiorno. Alcuni economisti ritengono che l'economia sia stata in questo periodo "un processo artificioso" prodotto dallo statalismo economico e non dalla libera iniziativa privata. Il governo della Sinistra storica si concluse nel 1896, con le dimissioni di Crispi, pochi mesi dopo la schiacciante sconfitta italiana ad Adua, dove si contarono circa cinquemila morti. Si racconta che l'Imperatrice madre cinese, alla proposta del governo italiano di intraprendere trattative commerciali, abbia esclamato: «Ma se il Re italiano si è fatto battere persino da un Re negro!». L'iniziativa coloniale italiana non aveva cambiato la posizione del paese sullo scacchiere internazionale. La politica estera e l'alleanza con gli Imperi centrali Nel 1878 l'equilibrio europeo concordato a Vienna rischiò di essere sconvolto dagli esiti della guerra russo-turca e dai successivi accordi di pace che fecero crescere la sfera di influenza russa nella penisola balcanica. Il cancelliere Bismarck, preoccupato di questo, convocò d'urgenza una conferenza a Berlino alla quale partecipò come rappresentante del Regno d'Italia, il Ministro degli Esteri Luigi Corti.[7][8] Da questo congresso, l'Impero russo vide praticamente annullati i vantaggi ottenuti con il trattato, e all'Austria-Ungheria fu assegnata la Bosnia-Erzegovina, all'Inghilterra l'isola di Cipro e alla Francia fu assicurato l'appoggio per l'occupazione della Tunisia.[9] L'Italia non ottenne nessun vantaggio di nessun genere, e la delusione che ne susseguì fu grande; ma ancora più gravi furono le conseguenze che ne derivarono, prima di tutte la conquista della Tunisia nel 1881 da parte della Francia.[9] « Era stata bruscamente troncata un'altra speranza italiana, quella della Tunisia, che è di fronte alla Sicilia, che i suoi figli avevano quasi colonizzata, e che pareva spettarle come campo di attività in Africa e per la sua stessa sicurezza nel Mediterraneo...[...] eppure l'Italia non poté se non sdegnarsi e gridare, non essendo nemmen da pensare [...] una guerra [10] contro la Francia  »

Ora la vicinanza alla Sicilia della Repubblica transalpina rappresentava la più grave minaccia per il territorio italiano e principale avversario per gli interessi del Regno.[9] Nei confronti della Francia si venne a creare un sentimento di timore che fece passare in secondo piano il vecchio rancore verso Vienna nonostante questa occupasse ancora terre italiane.[11] Così il Regno andò a cercare un suo

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Regno d'Italia (1861-1946) posto tra le potenze europee dalle quali sarebbe risultato più forte, tanto più forti sarebbero stati i suoi alleati; guardò così alla Germania, alleata all'Austria-Ungheria. Il 20 maggio 1882 si concluse il primo trattato della Triplice Alleanza, un accordo di natura difensiva di valore quinquennale che fu rinnovato una prima volta il 20 febbraio 1887, anche se furono siglati due distinti accordi bilaterali Italia-Austria e Italia-Germania che stabilivano l'impegno dei firmatari a mantenere lo "Status quo" nei Balcani.[11] L'ultimo rinnovo del trattato avvenne il 5 dicembre 1912, a seguito di altri due rinnovi precedenti. Crisi di fine secolo Negli ultimi anni del secolo a una nuova ondata di scioperi il governo rispose con una dura repressione, il cui culmine si ebbe nel maggio del 1898 a Milano, dove il generale Bava Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che reclamava pane e lavoro. Si contarono alcune centinaia di morti. Subito dopo il massacro, la polizia arrestò i dirigenti socialisti, chiuse i giornali di opposizione e le sedi dei partiti operai. La situazione italiana si trovò allora a un passaggio difficile. C’era il rischio che prevalesse un governo reazionario. L’attentato in cui morì il re Umberto I, compiuto a Monza nel 1900 dall'anarchico Gaetano Bresci, rese più tesa la situazione. D’altra parte diversi uomini della borghesia industriale e i partiti di sinistra (socialisti, repubblicani e radicali) puntavano invece a una svolta democratica. Questa si presentò nel 1901, quando il nuovo re Vittorio Emanuele III affidò la carica di primo ministro a Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione. Economia italiana del XIX secolo L'economia italiana del XIX secolo risentiva dell'unità nazionale conquistata da troppo poco tempo, delle contraddizioni politico-economiche delle diverse regioni unificate, delle forti disparità socioeconomiche fra il settentrione e il Meridione del paese, esemplificate poi nella cosiddetta questione meridionale, oltre che del mutato assetto geopolitico dell'Europa dopo il 1870. Oltre ai collegamenti interni fra le varie regioni, ormai in via di ultimazione, l'Italia era collegata con la Francia e l'Europa Centrale. Tutto ciò consentiva lo sviluppo di un vero mercato nazionale e internazionale, anche se la stessa povertà del mercato interno ne rappresentava un ostacolo al suo sviluppo.

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Regno di Vittorio Emanuele III (1900-1946) L'anteguerra Vittorio Emanuele III nacque a Napoli l'11 novembre 1869, figlio di Umberto I e di Margherita di Savoia. Nel 1896 sposò Elena di Montenegro e salì al trono nel 1900, quando il padre venne assassinato. Promotore di una politica riformatrice, sostenne l'azione politica di Giuseppe Zanardelli e Giovanni Giolitti. Si mostrò favorevole, nel 1911, all'invasione della Libia, preceduta da una grande campagna propagandistica. Il periodo compreso tra il 1901 e il 1913 fu dominato dalla figura dello statista Giovanni Giolitti: la modernizzazione dello Stato liberale, insieme con le prime riforme di carattere sociale, nate in un clima di positivo rapporto tra governo e settori moderati del socialismo, ne fu il tratto caratterizzante. Importanti furono le posizioni riformistiche prevalse tra le file del partito socialista, che posero in minoranza l’ala massimalista, fautrice di uno scontro sociale e politico senza mediazioni. La svolta nel partito socialista trovò giustificazione nella linea politica tenuta da Giolitti, che si caratterizzò per un nuovo atteggiamento di neutralità governativa nei conflitti di lavoro, lasciando che fossero risolti dalle parti in causa: industriali e operai. Ai governi presieduti da Giolitti risalgono le prime leggi speciali per lo sviluppo del Mezzogiorno, imperniate sul principio del credito agevolato alle imprese e riguardanti la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e Napoli: in quest’ultimo caso fu possibile ultimare rapidamente il centro siderurgico di Bagnoli.

Vittorio Emanuele III, Re d'Italia dal 1900 al 1946

Un altro importante progetto portò alla statalizzazione delle ferrovie approvata dal Parlamento nel 1905, che metteva l’Italia al passo con gli altri paesi europei in un settore essenziale allo sviluppo. Nel 1912 una legge per finanziare le pensioni di invalidità e di vecchiaia per i lavoratori inaugurava la moderna legislazione sociale in Italia. L’età giolittiana fu contrassegnata da una forte crescita economica che fece registrare notevoli tassi di sviluppo nel settore industriale, con conseguente aumento del reddito di molti italiani. Tuttavia, gli indici altrettanto elevati dell’emigrazione all’estero (circa 8 milioni di italiani lasciarono il paese in dieci anni) confermavano i radicati squilibri tra nord e sud e tra città e campagna.

Il Regno d'Italia nel 1870

L'Italia, alleata con la Germania, le cui ambizioni coloniali erano osteggiate da Gran Bretagna e Francia, trovò il pretesto per agire al di fuori dei vincoli della Triplice Alleanza (Germania, Italia, Austria-Ungheria). Favorevoli alla campagna furono i grandi gruppi finanziari, come il Banco di Roma e la Banca Commerciale, ed esponenti della corrente nazionalista. Contrari erano i socialisti e alcuni rappresentanti del movimento democratico. Per la


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dichiarazione di guerra alla Turchia, avanzata il 29 settembre 1911, il Primo Ministro Giovanni Giolitti e il Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano violarono l'articolo 5 dello Statuto Albertino, che prevedeva che le dichiarazioni di guerra dovessero venir approvate dal parlamento. I 100 000 uomini del generale Carlo Caneva occuparono Cirenaica e Tripolitania in ottobre, dichiarandole territorio italiano il 5 novembre. Nel maggio 1912 truppe italiane agli ordini del generale Giovanni Ameglio occuparono Rodi e il Dodecaneso. La Turchia, incapace di rispondere efficacemente alle manovre italiane, accettò i termini stabiliti nella pace di Losanna ( 18 ottobre 1912), in cui si stabiliva che l'Italia doveva ritirare le truppe dalle isole egee, mentre la Turchia cedeva la Libia al Governo italiano. Dato che la Turchia si rifiutava di cedere la Libia, l'Italia non ritirò il contingente dal Dodecaneso, dove rimase invece per tutta la durata della prima guerra mondiale. Nel 1923 il Trattato di Losanna assegnava ufficialmente il Dodecaneso e Rodi all'Italia, e sarebbero rimaste sue colonie fino al 1945. La Grande Guerra e i Trattati di Pace

L'Italia nel 1924, con le province di Fiume, di Pola e di Zara

Nel 1915, Vittorio Emanuele III si dimostrò ancora una volta favorevole all'entrata in guerra a fianco di Gran Bretagna, Francia e Russia. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si recò personalmente al quartier generale in Veneto, anche se il comando era tenuto da Luigi Cadorna, lasciando la luogotenenza del Regno allo zio Tommaso, duca di Genova. Fino al 1917 la situazione del fronte era stabile, con pochissime conquiste e decine di migliaia di vittime da entrambi i lati. Ma nell'ottobre del 1917 una forte scossa alla guerra sul fronte italiano: la disfatta di Caporetto. Per l'organizzazione politica e militare italiana fu una rivoluzione: il Comando dell'esercito venne affidato ad Armando Diaz (il “Duca della Vittoria”) e il Governo presieduto da Paolo Boselli fu costretto alle dimissioni. Verrà subito sostituito da Vittorio Emanuele Orlando, che poi parteciperà alla Conferenza di Pace di Parigi, grazie al quale l'Italia ottenne il Trentino-Alto Adige, Trieste, Gorizia, l'Istria, Zara e le isole del Carnaro, di Lagosta, di Cazza e di Pelagosa.

Il regno tra le due guerre mondiali In Italia il ritorno alla pace mise allo scoperto le fragilità del sistema economico, chiamato alla riconversione dalla produzione bellica a quella civile: debito pubblico alle stelle, inflazione e disoccupazione erano le eredità del conflitto. Nell’opinione pubblica si insinuò il mito della “vittoria mutilata” allorché alla conferenza di pace fu negata all’Italia la cessione della Dalmazia e di Fiume, in base al principio dell’autodeterminazione dei popoli. A nulla servì il gesto di rottura compiuto dai ministri plenipotenziari, Vittorio Emanuele Orlando e Sidney Sonnino, i quali nell’aprile del 1919 abbandonarono per protesta la Conferenza di Parigi, salvo farvi ritorno poco dopo per la firma dei trattati conclusivi, nei quali venivano riconosciuti all’Italia Trento, Trieste e l’Istria. In un clima di delusione ebbero buon gioco i nazionalisti a fare sentire la loro protesta e ad applaudire l’occupazione di Fiume effettuata nel settembre del 1919 dai volontari guidati dal poeta Gabriele d’Annunzio e fiancheggiati da truppe sediziose dell’esercito. A partire dal 1919 gli operai nelle fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo alla rivoluzione socialista, sull’esempio di quella in atto nella Russia di Lenin, iniziava il biennio rosso. Il movimento popolare, indirizzato dai


Regno d'Italia (1861-1946) sindacati e dal Partito socialista, mancò di una chiara linea di conduzione perché venne disorientato dalle divisioni all’interno della sinistra, in particolare dallo scontro tra massimalisti e riformisti. Raggiunse l’acme con l’occupazione delle fabbriche del Nord (1920), per poi declinare rapidamente. Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento, in difesa degli ideali nazionalistici e con un radicalismo antisocialista; esso si rivolgeva soprattutto agli ex combattenti e ai ceti medi, facendo leva sullo spauracchio (non del tutto infondato) di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito socialista nacque il Partito comunista d’Italia: Antonio Gramsci ne era il leader teorico. Nelle istituzioni si riflettevano le tensioni presenti nella società. Nel giugno del 1920 fece ritorno alla presidenza del consiglio Giolitti, che per esperienza e prestigio si pensava potesse comporre i contrasti politici. Egli risolse la questione di Fiume, firmando con la Iugoslavia il trattato di Rapallo (12 novembre 1920), che riconosceva all’Italia Zara e le isole di Cherso, Lussino, Zara, Lagosta e Cazza, e faceva di Fiume una città libera: tale sarebbe rimasta fino al 1924, anno in cui, con il trattato di Roma, passò sotto la sovranità italiana. Le difficoltà per Giolitti vennero dalla situazione interna, perché cresceva nei ceti medi e nei possidenti, allarmati dalle vittorie socialiste alle elezioni amministrative, l’attesa di una risposta autoritaria, mentre l’opinione moderata era turbata dal disordine e dalle violenze generate dai tumulti del movimento operaio da quanti speravano di innescare una situazione rivoluzionaria, a somiglianza di quanto era da poco accaduto in Russia, e che stava accadendo in quegli anni in altri paesi della Mitteleuropa come, ad esempio, nell'effimero caso della Repubblica dei consigli Bavarese. Il 18 settembre 1920, grazie ad un accordo italo-albanese (accordo di Tirana del 2 agosto 1920, in cambio delle pretese italiane su Valona) e ad un accordo con la Grecia, l'isola di Saseno entrò a far parte dell'Italia, la quale la voleva per la sua posizione strategica all'imbocco del Mare Adriatico. Esauritosi il così definito biennio rosso (1919-1920) delle lotte operaie e contadine, la reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso il movimento fascista, le cui violenze vennero ingenuamente assolte come premessa a un auspicato “ritorno all’ordine”. Mussolini riuscì così a catalizzare sia le ambizioni di crescita sin'ora frustrate della piccola borghesia, disposta persino all’uso della violenza, sia lo spirito di rivalsa diffuso tra i grandi detentori di ricchezze, gli agrari in primo luogo, a questi si aggiungevano, come "cani sciolti", i molti studenti universitari affascinati dalla carica eversiva e rivoluzionaria dell'arditismo come dall'idealismo e dalla mistica fascista e infine tutti quei nazionalisti declinanti al patriottismo massimalista. Iniziarono allora le violenze delle squadre di volontari fascisti, le camicie nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista. Nelle elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in quell’anno, ottenne 35 deputati, un numero ancora inferiore a quello dei socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra loro profondamente divisi. Nell’ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li organizzò in formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un quadrumvirato composto da Italo Balbo, Cesare De Vecchi, Emilio De Bono e Michele Bianchi. Il 27 ottobre del 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse parti d’Italia per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere le dimissioni del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re perché proclamasse lo stato d’assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma Vittorio Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l’incarico di formare il nuovo governo. In questo modo, Mussolini andò al governo a capo di una coalizione di liberali e popolari,che ottenne la maggioranza nel voto parlamentare. Alla vigilia dell'inizio del Ventennio, Vittorio Emanuele III assunse una posizione incerta al profilarsi dell'era fascista. Nel 1922, in occasione della marcia su Roma, si rifiutò di firmare lo stato d'assedio, e conferì a Benito Mussolini l'incarico di formare un nuovo Governo. Con l'avvento del Ventennio Mussolini dominò fino al 1943 la scena politica italiana, prendendo ogni decisione da solo senza alcuna opposizione. Nel 1936 Vittorio Emanuele III, oltre a quello di Re d'Italia e Principe di Napoli, assunse il titolo di Imperatore d'Etiopia, con la campagna del

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generale Rodolfo Graziani che conquistò l'Abissinia con la totale noncuranza delle sanzioni economiche, e nel 1939 quello di Re d'Albania. Il Regno durante la seconda guerra mondiale A causa delle sanzioni economiche, l'Italia si ritrovò in una situazione sfavorevole, alla quale Mussolini fece fronte con un regime autarchico. Il regime di autosufficienza economica rappresentò una soluzione parziale, dato che all'economia era necessario il commercio: l'unica nazione disposta a commerciare con l'Italia fu la Germania di Hitler, con la quale l'Italia firmò il Patto d'Acciaio (22 maggio 1939, firmato dai due Ministri degli Esteri: Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano), un accordo che sanciva aiuto reciproco in caso di un conflitto e si definì così l'Asse Roma-Berlino. Nel 1940, Vittorio Emanuele III, anche se personalmente contrario all'entrata in guerra al fianco della Germania nazista, non si oppose alla scelta di Mussolini. Nel 1943 la guerra volse al peggio per l'Asse, dunque il Re, pressato dalle gerarchie militari, destituì Mussolini, sostituendolo con il maresciallo Pietro Badoglio, in seguito al Il Regno d'Italia tra il 1941 ed il 1943, con le province di pronunciamento del Gran Consiglio del Fascismo del 25 Spalato, di Cattaro e di Lubiana luglio 1943. Nel luglio-agosto 1943 il generale Dwight D. Eisenhower guidò lo sbarco in Sicilia: il 10 luglio alcune armate anglo-americane sbarcano in Sicilia; il 17 agosto la Sicilia era liberata. Mussolini venne arrestato il 26 luglio dello stesso anno, sfiduciato dal Partito Nazionale Fascista, imprigionato a Ponza, poi a La Maddalena ed infine, il 27 agosto, a Campo Imperatore, dove venne liberato dai tedeschi il 12 settembre e il 23 settembre costituì la Repubblica Sociale Italiana (RSI), o Repubblica di Salò (sul lago di Garda). Intanto il nuovo capo del governo, il cui mandato iniziò ufficialmente il 26 luglio 1943 condusse trattative segrete che culminarono con la firma dell'armistizio a Cassibile (Siracusa) il 3 settembre, annunciato alla popolazione del Regno solo l'8 settembre. La notte stessa della firma dell'armistizio il Re e il governo fuggirono a Brindisi, che divenne sede provvisoria del governo, mentre alcune armate alleate giunsero a Taranto e a Salerno. In settembre i tedeschi attuarono l'operazione Alarico: 700 000 soldati italiani furono deportati in Germania, mentre Hitler annetteva dall'Italia il Trentino-Alto Adige, la Carnia, l'Istria e la Dalmazia. Nelle città principali, nelle valli settentrionali e nel centro Italia si formarono i primi gruppi partigiani, e la Marina Militare, in osservanza dell'armistizio, si concentrò su Malta. Fra l'ottobre 1943 e il maggio del 1944 la “Linea Gustav” bloccava l'avanzata alleata, che però riprese il suo corso dopo che le truppe tedesche abbandonarono il caposaldo di Cassino. Tra il 28 settembre e il 1º ottobre 1943 a Napoli i partigiani combatterono le quattro giornate di Napoli.


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Il 13 ottobre Badoglio dichiarò guerra alla Germania. Nel gennaio del 1944 la sede provvisoria del governo fu trasferita a Salerno; fu in questa città che nell'aprile 1944 si formò il primo governo di unità nazionale. Il 22 gennaio le truppe americane sbarcano ad Anzio ed il 15 febbraio 1944 dei bombardamenti danneggiarono gravemente l'abbazia di Montecassino. L'indomani della liberazione di Roma (4 giugno 1944) da parte delle truppe alleate, Vittorio Emanuele III nominò il figlio Umberto II (il futuro “Re di Maggio”) luogotenente del Regno (5 giugno 1944), nel vano tentativo di ritardare il più possibile il momento dell'abdicazione. Nell'agosto 1944 i partigiani liberarono Firenze, mentre nel novembre dello stesso anno il fronte si stabilizzò lungo la Linea Gotica, ai piedi dell'Appennino tosco-emiliano.

Il Regno d'Italia durante la seconda guerra mondiale, durante il periodo di massima espansione

Da giugno fino a novembre si svilupparono le lotte partigiane in tutto il nord Italia: l'attività politica e militare della Resistenza venne riconosciuta con l'istituzione del CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) e il CVL (Corpo Volontari della Libertà). Il 24 agosto il capo del Governo Bonomi conferì al CLNAI alcuni poteri in Alta Italia. Tra luglio e agosto 1944 i partigiani formarono la Repubblica di Montefiorino; tra l'agosto e il settembre 1944 si proclamò indipendente la Repubblica libera della Carnia; il 10 settembre 1944 si formò la Repubblica dell'Ossola, che terminerà il 10 ottobre 1944 (i “40 giorni di libertà”); ad Alba i partigiani presero il potere fra l'ottobre e il novembre del 1944. Nell'aprile 1945 le truppe alleate sfondarono la linea gotica e liberarono il nord Italia, aiutate anche dalle numerose insurrezioni nelle principali città (Bologna, Genova, Milano e Torino). Il 27 aprile Mussolini cercò la fuga in Svizzera con Claretta Petacci, ma venne riconosciuto dai partigiani a Dongo e giustiziato il giorno dopo a Giulino di Mezzegra, sul lago di Como. Il 1º maggio, truppe partigiane jugoslave occupavano Trieste, anticipando le truppe inglesi, che giunsero il 3 maggio. Vittorio Emanuele III abdicò in favore del figlio Umberto il 9 maggio 1946, per ritirarsi in esilio ad Alessandria d'Egitto, dove morì il 28 dicembre 1947.


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Luogotenenza e regno di Umberto II (1944-1946) La seconda guerra mondiale lasciò l'Italia con un'economia notevolmente compromessa ed una popolazione politicamente divisa. Il malcontento in parte era dovuto all'imbarazzo di una nazione occupata prima dai tedeschi e poi dagli Alleati. Umberto II, passato alla storia come Re di Maggio, ottenne la corona il 9 maggio 1946, quando il padre abdicò in suo favore, ma di fatto aveva cominciato a governare nel giugno 1944, quando il padre, nominandolo luogotenente del Regno, gli affidava la totalità del potere. Come luogotenente Umberto II si distinse per la sua politica molto diversa da quella del padre. Il suo regno ebbe diversi governi capeggiati da Bonomi e De Gasperi che, a seguito delle "tregua istituzionale" videro la partecipazione di tutte le forze politiche democratiche. Il 2 giugno 1946 si tenne il referendum per scegliere fra monarchia e repubblica, referendum voluto dai partiti politici e decretato dallo stesso Umberto II. La Umberto II, ultimo re d'Italia monarchia ottenne oltre 10 milioni di voti, la repubblica poco meno di due milioni in più. Molte furono le irregolarità e le accuse di brogli. Vennero presentati moltissimi ricorsi alla Corte di Cassazione che caddero nel nulla. Il 13 giugno il Governo De Gasperi dichiarò decaduto Umberto II e lo stesso Presidente del Consiglio assunse le veci di capo di Stato provvisorio. Umberto lasciò l'Italia senza abdicare e lanciando un proclama agli italiani, in cui denunciava "l'atto rivoluzionario" del Governo,[12] per rifugiarsi a Cascais, in Portogallo, assumendo il titolo di conte di Sarre. Morirà in esilio per un male incurabile nel 1983. Il 18 giugno 1946 la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati ufficiali del Referendum in favore della Repubblica e respinse i ricorsi. Il 1º gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione repubblicana.

Mappe del processo di unificazione

Gli Stati Italiani nel 1859: in arancio il Regno di Sardegna, in giallo il Regno delle Due Sicilie, in rosso lo Stato Pontificio, in blu il Regno Lombardo-Veneto e in verde il Granducato di Toscana e i Ducati di Parma e Modena

Il Regno di Sardegna (in arancio) nel 1860 dopo l'annessione della Lombardia, del Granducato di Toscana, dei Ducati emiliani e della Romagna pontificia

Il Regno d'Italia nel 1861 dopo la spedizione dei mille

Il Regno d'Italia nel 1866 dopo la terza guerra d'indipendenza, comprendente Veneto, Friuli e parte della Venezia Giulia


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Il Regno d'Italia nel 1870 dopo la conquista di Roma

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Il Regno d'Italia nel 1919 dopo la prima guerra mondiale, comprendente Trentino, Alto Adige ed Istria

Leggi elettorali del Regno d'Italia La legge elettorale del Regno di Sardegna emanata da Carlo Alberto il 17 marzo 1848, era stata elaborata anteriormente all'apertura del Parlamento subalpino da una commissione presieduta da Cesare Balbo. L'elettorato poteva essere esercitato solamente dai maschi in possesso di una serie di requisiti: età non inferiore ai 25 anni, saper leggere e scrivere, pagamento di un censo di 40 lire. Al voto erano ammessi, anche non pagando l'imposta stabilita, i cittadini che rientravano in determinate categorie: magistrati, professori, ufficiali. I deputati, in numero di 204, erano eletti in altrettanti collegi uninominali a doppio turno. Questa normativa elettorale, parzialmente modificata dalla legge del 20 novembre 1859, n. 3778, emanata durante la seconda guerra di indipendenza dal governo Rattazzi in virtù dei pieni poteri, rimase sostanzialmente inalterata dal 1848 al 1882, per le sette legislature del Regno di Sardegna dal 1848 al 1861 e per sette successive legislature del Regno d'Italia dal 1861 al 1882. La legge del 22 gennaio 1882, n. 999, nacque da un progetto presentato da Benedetto Cairoli, presidente del consiglio dal 26 marzo 1878 ed esponente della sinistra storica. Essa ammise all'elettorato tutti i cittadini maggiorenni che avessero superato l'esame del corso elementare obbligatorio oppure pagassero un contributo annuo di lire 19,80; in tal modo si realizzò un cospicuo allargamento del corpo elettorale che passò da circa 628 000 ad oltre 2 000 000 di elettori, cioè dal 2% al 7% della popolazione totale che contava 28 452 000 abitanti. Furono anche modificate le circoscrizioni con riferimento alle province e si costituirono collegi con due e fino a cinque rappresentanti, adottando lo scrutinio di lista. Venne così abolito lo scrutinio uninominale, ma l'esperimento non diede risultati soddisfacenti e con la legge 5 maggio 1891, n. 210, si tornò al precedente sistema uninominale a doppio turno. Questa normativa elettorale restò in vigore per nove legislature dal 1882 al 1913. Su pressione delle organizzazioni popolari di massa, in particolare quelle socialiste, ma anche quelle cattoliche, il suffragio universale maschile fu introdotto dal governo Giolitti con la legge del 30 giugno 1912, n. 666. L'elettorato attivo fu esteso a tutti i cittadini maschi di età superiore ai 30 anni senza alcun requisito di censo né di istruzione, restando ferme per i maggiorenni di età inferiore ai 30 anni le condizioni di censo o di prestazione del servizio militare o il possesso di titoli di studio già richiesti in precedenza. Il corpo elettorale passò da 3 300 000 a 8 443 205, di cui 2 500 000 analfabeti, pari al 23,2% della popolazione. Non si attuò invece la revisione dei collegi elettorali in base ai censimenti. La Camera respinse a grande maggioranza con votazione per appello nominale la concessione del voto alle donne. Nel clima culturale del primo Novecento, in cui la fiducia nel progresso tecnico e scientifico attribuiva agli inventori il compito di risolvere ogni problema, anche la Commissione parlamentare che esaminò il disegno di legge sull'allargamento del suffragio dedicò attenzione a decine di inventori di "votometri" e "votografi", precursori del voto elettronico. Questa normativa fu impiegata nelle sole elezioni politiche italiane del 1913.


Regno d'Italia (1861-1946) Al termine del primo conflitto mondiale la legge 16 dicembre 1918, n. 1985, ampliò il suffragio estendendolo a tutti i cittadini maschi che avessero compiuto il 21º anno di età e, prescindendo dai limiti di età, a tutti coloro che avessero prestato servizio nell'esercito mobilitato. Inoltre, l'idea di una riforma del sistema elettorale in senso proporzionale, promossa dalle forze politiche d'ispirazione socialista e cattolica, si impose nel dopoguerra. Il 9 agosto 1918 la Camera votò a scrutinio segreto la nuova legge elettorale con 224 voti a favore e 63 contrari. Con la legge 15 agosto 1919, n. 1401, fu introdotto il sistema proporzionale. Base dei collegi divennero le province, ma con riguardo anche alla popolazione in modo tale che ad ogni collegio corrispondessero almeno 10 eletti. Questa normativa, presentata dal governo Orlando, fu impiegata nelle elezioni politiche italiane del 1919 e nelle elezioni politiche italiane del 1921. Giunto al potere alla fine del 1922, Benito Mussolini manifestò subito la volontà di modificare il sistema elettorale per costituirsi una Camera favorevole e di indire nuove elezioni. La legge elettorale del 18 novembre 1923, n. 2444, meglio nota come legge Acerbo (dal nome del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giacomo Acerbo, che ne fu l'estensore materiale), rispose a questa esigenza introducendo un sistema che prevedeva l'introduzione nel territorio dello Stato del Collegio Unico nazionale attribuendo due terzi dei seggi alla lista che avesse riportato la maggioranza relativa (purché superiore al 25%), mentre l'altro terzo sarebbe stato ripartito proporzionalmente tra le altre liste di minoranza su base regionale e con criterio proporzionale. Questa normativa fu impiegata nelle elezioni politiche italiane del 1924. Nel 1928, il disegno di legge sulla riforma della rappresentanza politica presentato dal ministro della giustizia Alfredo Rocco introdusse un nuovo sistema elettorale che, negando la sovranità popolare e liquidando l'esperienza parlamentare, contribuiva alla realizzazione di un regime autoritario basato sulla figura del Capo del Governo. Il provvedimento approvato senza discussione riduceva le elezioni all'approvazione di una lista unica nazionale di 400 candidati, prevedendo la presentazione di liste concorrenti solo quando la lista unica non fosse stata approvata dal corpo elettorale. La compilazione della lista era compito del Gran Consiglio del Fascismo, dopo aver raccolto le designazioni dei candidati da parte delle confederazioni nazionali di sindacati legalmente riconosciute ed altri enti ed associazioni nazionali. (Testo unico 2 settembre 1928, n. 1993). Questa normativa fu impiegata nel plebiscito del 1929 e nel plebiscito del 1934. Il sistema elettivo fu poi abbandonato nel 1939; la Camera dei deputati venne soppressa ed al suo posto venne istituita la Camera dei Fasci e delle Corporazioni di cui facevano parte coloro che rivestivano determinate cariche politico-amministrative in alcuni organi collegiali del regime e per la durata della stesse.

Note [1] Il 2 ed il 3 giugno 1946 si tenne il referendum sulla nuova forma istituzionale dello Stato italiano, il 10 giugno la Corte di cassazione diede lettura dei dati non definitivi, riservandosi di comunicare quelli ufficiali e di decidere sui ricorsi, in particolare sul ricorso Selvaggi, in altra data; poco dopo la mezzanotte del 13 giugno i membri del Governo, ad eccezione del ministro Cattani che denunziò ciò che a suo avviso rappresentava un illecito, dichiararono decadute le attribuzioni di capo dello Stato Italiano del Re, conferendole al presidente del Consiglio De Gasperi. Umberto II, convinto che le divisioni fra monarchici e repubblicani potessero sfociare in disordini anche gravi o addirittura in una guerra civile, lasciò l'Italia. Cfr. Gigi Speroni, Umberto II, il dramma segreto dell'ultimo Re, Bompiani, p. 315 cit.: «La mia partenza dall'Italia doveva essere una lontananza di qualche tempo in attesa che le passioni si placassero. Poi pensavo di poter tornare per dare anch'io, umilmente e senza avallare turbamenti dell'ordine pubblico, il mio apporto all'opera di pacificazione e di ricostruzione.» (Umberto II, lettera a Falcone Lucifero scritta dal Portogallo il 17 giugno 1946). Dinanzi al fatto compiuto, il 18 giugno la Corte di Cassazione diede lettura dei risultati ufficiali del Referendum in favore della Repubblica e respinse i ricorsi. Il 1º gennaio 1948 entrò in vigore la Costituzione repubblicana. Cfr. Guido Jetti, Il referendum istituzionale (tra il diritto e la politica), Guida, 2009 [2] (http:/ / dspace. unitus. it/ bitstream/ 2067/ 1886/ 1/ RTDP-Giulio. pdf) [3] AA.VV, Storia delle relazioni internazionali, Bologna, 2004, pp. 45-46. [4] Raffaele de Cesare, La fine di un regno, Milano, 1969, pp. 560-561. [5] Regio editto sulla legge elettorale 17 marzo 1848 numero 680 (http:/ / www. dircost. unito. it/ root_subalp/ docs/ 1848/ 1848-680. htm), (sul sito dell'Università di Torino, Dipartimento di Scienze Giuridiche).

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Regno d'Italia (1861-1946) [6] Biellesi Tessitori di Unità - sito ufficiale (http:/ / www. biellesitessitoridiunita. it/ archivio/ 154-27-gennaio-1861-prime-elezioni-per-il-parlamento. html) [7] F.Favre, op. cit., p. 14 [8] con Primo Ministro Benedetto Cairoli [9] F.Favre, op. cit., p. 15 [10] Benedetto Croce, Storia d'Italia dal 1871 al 1915, Gius Laterza e figli, tipografi editori librai, bari, 1962, p. 114 [11] F.Favre, op. cit., p. 16 [12] Senato della Repubblica, Proclama di Umberto II agli Italiani (http:/ / www. senato. it/ documenti/ repository/ leggi_e_documenti/ approfondimenti/ RASSEGNE/ Storia/ Articoli/ a021. pdf), ("L'esortazione del Re ad evitare l'acuirsi di dissensi che minaccerebbero l'unità del Paese", Roma, 13 giugno 1946 - rassegna storica)

Bibliografia • Mario Laurini, Anna Maria Barbaglia, Bandiere del Risorgimento Italiano, Stemmi Dinastici e di Stato (http:// www.risorgimentoitalianoricerche.it) • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, 2008, Udine, Gaspari. • Francesco Cesare Casula, Breve storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1994. ISBN 978-88-7138-065-0 • Francesco Cesare Casula, La Storia di Sardegna, Sassari, Carlo Delfino Editore, 1994. ISBN 978-88-7138-084-1 • Denis Mack Smith, Storia d'Italia, Roma, Editori Laterza, 2000. ISBN 88-420-6143-3 • Luigi Tomaz, In Adriatico nel secondo millennio, Presentazione di Arnaldo Mauri, Think ADV, Conselve, 2010.

Collegamenti esterni • 17 marzo 1861 - La nascita di uno Stato (http://www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntate/17-marzo-1861/1165/ default.aspx) La Storia siamo noi

Voci correlate Dinastia reale • Casa Savoia • Linea di successione al trono d'Italia Istituzioni politiche • Legislature del Regno d'Italia • Presidenti del Consiglio dei ministri del Regno d'Italia • Calendario delle elezioni nel Regno d'Italia Guerre • • • • • • •

Terza guerra d'indipendenza Guerra d'Eritrea Campagna d'Africa Orientale Guerra italo-turca Guerra d'Etiopia Prima guerra mondiale Seconda guerra mondiale

Periodi storici • Destra storica • Sinistra storica • Età giolittiana • Nazionalismo italiano

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Brigantaggio Economia italiana del XIX secolo Colonialismo italiano Repubblica Sociale Italiana Resistenza Regno del Sud Guerra civile Foibe

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Fronte italiano (1915-1918) Fronte italiano

parte della prima guerra mondiale

Dall'alto a sinistra: Soldati austroungarici appostati sulla vetta dell'Ortles, autunno 1917; obice austroungarico da 305 mm posizionato a Forte Verena, giugno 1915; soldati italiani a sella del Camoscio, Monte Paterno, 1915 circa; soldati italiani in trincea sul Carso intenti a lanciare una granata, 1917 circa; aerei tedeschi scaricati da un treno nella stazione di Dobbiaco - Toblach, 1915. Data

24 maggio 1915 - 4 novembre 1918

Luogo

Alpi e Prealpi orientali, pianura veneta

Esito

Vittoria italiana. Dissoluzione dell'Impero austro-ungarico.


Fronte italiano (1915-1918)

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Modifiche territoriali

Nascita di repubbliche indipendenti di Austria, Ungheria e Cecoslovacchia. Annessione all'Italia di Venezia Giulia, Venezia Tridentina e Zara. Spartizione dell'Impero austro-ungarico a favore di Serbia e Romania. Schieramenti

Regno d'Italia Regno Unito  Francia Stati Uniti d'America

Austria-Ungheria Germania

Comandanti

Luigi Cadorna fino all'8 novembre 1917, poi Armando Diaz

Arciduca Ferdinando

Perdite

651.000 morti 953.886 feriti Voci di battaglie presenti su Wikipedia

Fronte italiano (in tedesco Italienfront o Gebirgskrieg, "guerra di montagna") è il nome dato all'insieme delle operazioni belliche combattute tra il Regio Esercito italiano e i suoi Alleati contro le armate di Austria-Ungheria e Germania durante la prima guerra mondiale. Queste operazioni si svolsero nell'Italia nord orientale, lungo le frontiere alpine, e lungo il fronte del fiume Isonzo a partire dal 23 maggio 1915, giorno di dichiarazione di guerra italiana all'Austria-Ungheria. Questo conflitto, conosciuto in Italia anche con il nome di "guerra italo-austriaca"[1], o "quarta guerra di indipendenza"[2], vide l'Italia impegnata a fianco alle forze della Triplice Intesa contro gli Imperi Centrali e in particolare contro l'Austria-Ungheria, dalla quale avrebbe potuto acquisire la provincia del Trentino, Trieste e altri territori quali il Sud Tirolo, l'Istria e la Dalmazia. Nonostante l'Italia intendesse sfruttare l'effetto sorpresa per condurre una veloce offensiva, volta ad occupare le principali città austriache, il conflitto si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra di posizione, simile a quella che si stava combattendo sul fronte occidentale.

Premesse Le cause che portarono ai combattimenti sul fronte italiano sono da ricercare nel secolo precedente, a partire dalla definitiva sconfitta di Napoleone nel 1815, e dagli sconvolgimenti territoriali che questa comportò. Con il congresso di Vienna gran parte dell'Italia nord orientale cadde sotto il dominio e l'influenza austriaca, e nonostante le sommosse del 1848, le forze fedeli all'imperatore d'Austria mantennero il controllo sui territori italiani[3]. Con la fine della guerra di Crimea combattuta vittoriosamente dall'Impero ottomano, Francia, Gran Bretagna e Regno di Sardegna contro l'Impero russo, si riunì nella capitale francese il congresso di Parigi nel quale il Presidente del consiglio del Regno di Sardegna Cavour ottenne che per la prima volta in una sede internazionale si ponesse la questione italiana. All'unità d'Italia Napoleone III fu sentimentalmente favorevole, come le era - senza sentimento anche la Gran Bretagna, poiché un'Italia unita avrebbe potuto contrastare la potenza francese. In un tumultuoso precipitare degli eventi, nel 1861 nacque il Regno d'Italia, proprio mentre nasceva la Germania unita sotto l'Impero degli Hohenzollern, ed emergevano nuove potenze quali Stati Uniti d'America e Giappone. Il predominio mondiale


Fronte italiano (1915-1918) della triade anglo-franco-russa nel 1870 poteva dirsi concluso, ma non erano concluse le pretese delle potenze europee in Africa[4]. Gran Bretagna, Francia e più timidamente anche la Germania, si assicurano ampie conquiste in Africa, mentre l'Italia in modo incauto cerca anch'essa il suo "spazio vitale" nel corno d'Africa anziché cercare in casa propria dove lo troverebbe nel centro-sud miserabile e arretrato[5]. Partì così la campagna d'Eritrea in un clima di ottimismo che venne stroncato durante la battaglia di Adua dove all'alba del 1º marzo 1896 i 15.000 soldati del generale Oreste Baratieri, vennero travolti dagli oltre 100.000 guerrieri di Menelik II[6]. Le politiche aggressive degli stati europei si sfogano in vari conflitti localizzati riguardanti le colonie, ma andava comunque crescendo l'inquietudine di un conflitto generalizzato che avrebbe coinvolto le maggiori potenze in uno scontro all'ultimo sangue. Inizia così la corsa alle alleanze; nel 1882 Otto von Bismarck allarga l'alleanza fra Germania e gli Asburgo, all'Italia, nel tentativo di spegnere nei francesi ogni velleità di rivincita per la sconfitta patita nel 1870. L'alleanza fu pensata anche in senso anti russo, sbarrando allo zar ogni possibilità di aprirsi nel Mediterraneo. Ciò comportò un'alleanza tra Francia e Russia nel 1893 alla quale si aggiunse dodici anni dopo la Gran Bretagna[7]. Una nuova tornata di conflitti locali fu innescata nel 1911 dall'Italia con l'impresa libica che porterà l'Impero Ottomano a lasciare la presa in Libia e nelle terre balcaniche, scoprendo così l'Impero austro-ungarico nei Balcani, regione in cui stava sempre più delineando l'irredentismo slavo appoggiato dalla Russia con ambizioni di destabilizzare l'Impero asburgico. Scoppiarono quindi le guerre balcaniche del 1912 e 1913 faticosamente placate dall'intervento austriaco[8]. Fu proprio questo fervore nazionalistico che il 28 giugno 1914 sfociò nell'attentato di Sarajevo, e alla successiva crisi diplomaticache portò allo scoppio del conflitto che insanguinò l'Europa per i quattro anni successivi[9].

La situazione del Regio Esercito Nel periodo tra l'estate del 1910 e l'agosto del 1914, l'ordinamento Spingardi, che prevedeva l'ampliamento dei reggimenti alpini, delle unità di artiglieria e cavalleria, non ebbe però i risultati di rilievo sperati a causa delle spese della guerra di Libia e degli avvenimenti del 1914. Allo scoppio del conflitto rimanevano da costituire ancora una quindicina di reggimenti di fanteria, cinque reggimenti di artiglieria dei trentasei previsti, e due reggimenti di artiglieria pesante. E se queste carenze non erano particolarmente gravi, la situazione si faceva preoccupante esaminando la disponibilità di uomini e mezzi in prospettiva di una guerra europea. Gli uomini disponibili nel biennio 1914-1915 erano circa 275.000 con 14.000 ufficiali, e a questa carenza seguirono delle misure per risolvere il problema quantitativo, andando necessariamente a scapito della qualità[10]. Altra fonte di preoccupazione era la consistenza delle dotazioni di armi e materiali, intaccate in maniera considerevole per far fronte alle esigenze in Libia. Se i fucili e i moschetti Carcano-Mannlincher mod. 1891 erano sufficienti per armare l'esercito regolare, lasciando i vecchi Vetterli-Vitali Mod. 1870/87 alla Milizia Territoriale, più critica era la situazione delle artiglierie, in particolare di quelle di medio e grosso calibro, in relazione non solo al numero di bocche da fuoco, ma anche delle scorte di munizioni e ai quadrupedi necessari alle batterie. Infine si era ben lontani dal numero di mitragliatrici richiesto per poter assegnare una sezione di due armi a ciascun battaglione di fanteria di linea, di granatieri, di bersaglieri e di alpini[11]. Con una circolare del 14 dicembre 1914, il Comando del Corpo di Stato Maggiore ordinò la creazione di 51 reggimenti di fanteria, ma se per quanto riguarda gli uomini sarebbe stato possibile raggiungere in tempi relativamente brevi gli organici previsti, ben più difficile sarebbe stato rimediare alla mancanza di mitragliatrici. Con le 618 armi tipo Maxim-Vickers mod. 1911 disponibili al momento dell'entrata in guerra, fu possibile allestire solo 309 sezioni delle 612 previste, e solo nel 1916 con l'acquisto di mitragliatrici dalla Francia e con la produzione su larga scala della Fiat-Revelli mod. 1914, la fanteria ebbe in dotazione armi automatiche a sufficienza[12]. Parallelamente anche la critica situazione delle artiglierie, in attesa che la mobilitazione industriale desse i suoi frutti, sarebbe stata migliorata con l'utilizzo temporaneo di tutti i materiali disponibili anche se antiquati e con provvedimenti atti a requisire i pezzi dalle batterie costiere e dalle opere fortificate lontane dalla zona delle operazioni[13].

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Fronte italiano (1915-1918) A fine agosto 1914, l'evoluzione politica suggerì di anticipare i tempi, avvicinando le truppe ai confini mettendo in movimento unità di fanteria ancora in fase di approntamento. Il 4 maggio 1915 furono completati i provvedimenti necessari per portare l'esercito in ordine di battaglia a quattro armate, quattordici corpi d'armata e trentacinque divisioni, portando la forza in armi a 1.339.000 uomini[14].

Il piano strategico italiano

I due generali protagonisti degli scontri sull'Isonzo, a sinistra il generale Luigi Cadorna, capo di stato maggiore dell'esercito dal 27 luglio 1914 all'8 novembre 1917, a destra il generale Svetozar Boroevic von Bojna comandante austroungarico del fronte isontino.

Il piano strategico dell'esercito italiano, sotto il comando del generale Luigi Cadorna, Capo di Stato Maggiore italiano, prevedeva di intraprendere un'azione offensiva/difensiva per contenere gli austro-ungarici nel loro saliente incentrato sulla città di Trento e sul fiume Adige, che si incuneava nell'Italia settentrionale lungo il lago di Garda, nella regione di Brescia e Verona; concentrando invece lo sforzo offensivo verso est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso l'Austria-Ungheria, poco a ovest del fiume Isonzo. L'obiettivo a breve termine dell'Alto Comando italiano era costituito dalla conquista della città di Gorizia, situata poco più a nord di Trieste, mentre quello a lungo termine, ben più ambizioso e di difficile attuazione, se non addirittura "visionario" prevedeva di avanzare verso Vienna passando per Trieste[15]. Nei disegni del generale Cadorna, la guerra contro un nemico già indebolito dalle carneficine del fronte orientale si sarebbe dovuta concludere in breve con l'esercito italiano vittorioso in marcia su Vienna. Sul fronte italiano furono ammassati circa mezzo milione di uomini, a cui in un primo tempo gli austriaci seppero contrapporre soltanto 80.000 soldati, in parte inquadrati in milizie territoriali male armate e poco addestrate[16]. Il fiume Isonzo avrebbe costituito quindi il fronte principale, quello che una volta sfondato avrebbe dovuto condurre a Trieste prima e a Vienna poi. Cadorna sognava manovre colossali di tipo napoleonico, con enormi attacchi lungo tutta la linea per dare letteralmente delle "spallate" al sistema nemico e arretrarlo portandolo al crollo[17]. Mentre sul fronte dolomitico gli italiani, fortemente carenti di artiglierie e mitragliatrici destinate soprattutto ad est, avrebbero dovuto attaccare lungo due principali direttrici strategiche; fra le Dolomiti di Sesto e attraverso il col di Lana. Queste azioni avrebbero portato ad uno sfondamento in profondità sufficiente per raggiungere la val Pusteria con la sua importante ferrovia e il fondovalle che portava da un lato verso il Brennero e dall'altro nel cuore dell'Austria. Nella parte meridionale del fronte dolomitico, invece, la priorità era l'occupazione della val di Fassa, da dove si sarebbero potute raggiungere Bolzano attraverso il passo Costalunga, oppure addirittura Trento seguendo la valle dell'Avisio. Oltre a questi settori dove si puntava a penetrazioni strategiche, gli italiani attaccarono anche nel cuore del massiccio dolomitico, su creste, lungo canaloni e persino sulle cime, spesso in condizioni svantaggiose dato che gli austriaci occupavano quasi sempre postazioni più elevate, in azioni che ebbero notevoli effetti sul morale delle truppe ma che non mutarono in alcun modo l'andamento bellico del conflitto[18].

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La situazione dell'esercito austro-ungarico

Soldati bosniaci di fede musulmana tra le file dell'esercito austro-ungarico. L'eterogeneità dell'esercito asburgico fu uno dei fattori della sua debolezza.

La situazione dell'imperiale e regio esercito austro-ungarico allo scoppio del conflitto con l'Italia era molto complicata. La struttura stessa dell'esercito e il mosaico di istituzioni e diverse nazionalità che lo componevano rendevano le forze armate asburgiche una struttura molto complicata. Il nucleo centrale dell'esercito era costituito dall'imperial e regio esercito, ovvero il kaiserlicht und königliche Armee (k.u.k), c'erano poi i due eserciti nazionali, previsti dal compromesso risalente al lontano 1867, l'esercito ungherese Honvéd e quello austriaco Landwehr, il primo era sotto il controllo di Budapest, capitale del regno d'Ungheria, l'altro sotto diretto controllo di Vienna. Vi erano poi una moltitudine di milizie territoriali e altri corpi derivati da antiche istituzioni locali, composti principalmente da uomini provenienti dagli stessi territori e dalla stessa lingua madre[19][20].

Quando nel maggio 1915, con tutte le annate abili al servizio già sul fronte orientale, fu ordinata una mobilitazione generale che consentì di radunare quarantasette battaglioni di ragazzi tra i 15 e i 19 anni, che il governo richiamava periodicamente per le esercitazioni premilitari, e uomini di età compresa tra i 45 e i 70 anni, subito inviati di rincalzo alle poche truppe regolari[19]. La maggior parte delle truppe regolari venne schierata sul fronte dell'Isonzo dove gli italiani avrebbero attaccato in forze, ma questa forza poté contare a non più di tre divisioni per un totale di ventiquattro battaglioni ed un centinaio di cannoni, dato che Falkenhayn si rifiutò in un primo tempo di inviare le sette divisioni richieste da Conrad[20], mentre il fronte tirolese venne presidiato prevalentemente dalla gendarmeria tirolese e dagli Standschützen, milizie ausiliari organizzate da secoli nei tradizionali circoli di tiro al bersaglio. Queste truppe avrebbero dovuto fungere da rincalzo, ma per la carenza di truppe regolari, gli Standschützen furono spesso incaricati di presidiare punti pericolosi del fronte, dove rimasero coinvolti in violenti combattimenti[19]. Sempre sul fronte alpino vennero schierati anche i Landesschützen e i Kaiserjäger, corpi formati da personale tirolese e in seguito anche austriaco e boemo, che però allo scoppio delle ostilità erano prevalentemente schierati sul fronte orientale. In questo settore del fronte accorsero in aiuto i tedeschi che il 26 maggio 1915 inviarono un nutrito contingente del Deutsche Alpenkorps che diede un grosso aiuto agli austro-ungarici su tutto il fronte alpino fino al 15 ottobre, data in cui vennero ritirati dal fronte italiano[21]. Il comando supremo delle forze asburgiche schierate contro gli italiani era nelle mani dell'arciduca Eugenio, mentre a est il settore dell'Isonzo ricadeva sotto la responsabilità del generale Svetozar Boroevic von Bojna, che aveva ai suoi ordini una forza di circa 100.000 uomini[22].

Le contromisure austriache Gli austriaci predisposero fin da fine '800 diverse postazioni difensive al confine con l'Italia nell'eventualità di una guerra. Il fronte del Tirolo era suddiviso in cinque sezioni dette "Rayon", due delle quali comprendevano le Dolomiti, ma fin dall'inizio delle ostilità, la linea del fronte non corrispose a quella del confine politico, giudicato indifendibile dal comando supremo austriaco con le scarse forze disponibili in quel momento[23]. Per contenere l'avanzata italiana, che si riteneva sarebbe stata rapida e decisiva, fu necessario accorciare il Forte Corno in un'immagine del 1915 circa. fronte eliminandone per quanto possibile la sinuosità, attestandosi in difesa di zone più favorevoli e attorno alle fortificazioni già esistenti nei passaggi obbligati. Questo significava lasciare agli avversari ampie porzioni di territorio. Gli italiani conquistarono così, senza combattimenti, la conca d'Ampezzo, il comune di colle Santa Lucia e il basso Livinallongo, terre ladine i cui uomini erano arruolati nell'esercito imperiale austro-ungarico. Gli austriaci iniziarono la guerra sulla difensiva, e lo furono per tutta la


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durata del conflitto; le uniche azioni offensive non ebbero lo scopo di sfondamento, ma la conquista di posizioni più favorevoli[24].

L'Italia entra in guerra Dopo l’attentato di Sarajevo, Austria-Ungheria e Germania decisero di tenere all'oscuro delle loro decisioni l'Italia. Ciò in considerazione del fatto che l'articolo 7 della Triplice alleanza avrebbe previsto, in caso di attacco dell'Austria-Ungheria alla Serbia, compensi per l'Italia[25]. Il 24 luglio, Antonino di San Giuliano, ministro degli esteri italiano, prese visione dei particolari dell'ultimatum e protestò violentemente con l'ambasciatore tedesco a Roma, dichiarando che se fosse scoppiata la guerra austro-serba sarebbe derivata da un premeditato atto aggressivo di Vienna. L'Italia pertanto secondo il ministro non aveva l'obbligo, dato il carattere difensivo della Triplice alleanza, di aiutare l'Austria, anche nel caso in cui la Serbia fosse stata soccorsa dalla Russia[26]. La decisione ufficiale e definitiva della neutralità italiana fu presa nel Consiglio dei ministri del 2 agosto 1914 e fu diramata il 3 mattina. Diceva: « Trovandosi alcune potenze d'Europa in istato di guerra ed essendo l'Italia in istato di pace con tutte le parti belligeranti, il governo del Re, i cittadini e le autorità del Regno hanno l'obbligo di osservare i doveri della neutralità secondo le leggi [27] vigenti e secondo i princìpi del diritto internazionale. [...]  »

La neutralità ottenne inizialmente consenso unanime, tuttavia, il brusco arresto dell'offensiva tedesca sulla Marna inserì i primi dubbi sulla invincibilità tedesca. Macule interventiste andarono formandosi nell'autunno 1914 fino a raggiungere una consistenza non trascurabile appena un anno dopo. Gli interventisti additavano la diminuzione della statura politica incombente sull'Italia se fosse rimasta spettatrice passiva. I vincitori non avrebbero dimenticato né perdonato, e se i vincitori fossero stati gli Imperi Centrali, si sarebbero anche vendicati della nazione che accusavano traditrice di un'alleanza trentennale[28]. Secondo gli interventisti, questa guerra avrebbe vendicato tutte le sconfitte e le umiliazioni del passato, da Adua, da Custoza e Lissa fino a Federico Barbarossa, Alarico e Brenno; e avrebbe permesso di completare l'unità d'Italia con l'annessione delle terre irredente; terre che tra l'altro, l'Intesa avrebbe assicurato all'Italia se si fosse schierata al suo fianco[29]. Alla fine del 1914 il ministro degli Esteri Sidney Sonnino iniziò le trattative con entrambe le parti per scucire i maggiori compensi possibili, e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l'Intesa mediante la firma del patto di Londra con il quale l'Italia si impegnava ad entrare in guerra entro un mese[30]. Il 3 maggio successivo fu denunciata la Triplice Alleanza e fu avviata la mobilitazione, e il 23 maggio fu dichiarata guerra all'Austria-Ungheria, ma non alla Germania con cui Salandra sperava di non guastarsi del tutto[29]. Tradita l'alleanza con gli Imperi Centrali, la reazione dell'Imperatore Francesco Giuseppe non si fece attendere: « Il Re d'Italia mi ha dichiarato guerra. [...] Dopo un'alleanza durata più di trent'anni, durante i quali l'Italia poté incrementare l'espansione verso nuovi territori e veder diventare floride le sue condizioni, siamo stati da essa abbandonati in quest'ora di pericolo ad affrontare da soli i nostri nemici. [...] Le importanti memorie di Novara, Mortaro e Lissa, che costituirono l'orgoglio della mia giovinezza, lo spirito di Radetzky, dell'Arciduca Albrecht e di Tegetthoff che è vivo tra le mie forze di terra e di mare, garantiranno la nostra vittoria anche a sud; difenderemo i confini della Monarchia. Saluto le mie esperte truppe, avezze alla vittoria. Faccio affidamento su di esse e sulle loro guide. Faccio affidamento sul mio popolo il cui incomparabile spirito di sacrificio merita il mio plauso. Prego l'Onnipotente di benedire la nostra bandiera e farci omaggio della Sua graziosa protezione nella nostra giusta causa. » (Documento datato 23 maggio 1915 con il quale l'Imperatore rispose alla dichiarazione di guerra italiana

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Il fronte isontino Durante i primi anni di guerra fu sul fronte dell’Isonzo che si combatterono le battaglie più dure e cruente. Questo fronte, ben meno esteso di quello alpino, assunse fin dall'inizio grande importanza strategica nei piani italiani. Questi riversarono sulle rive del fiume Isonzo la maggior parte delle risorse nel tentativo di sfondare le difese austro-ungariche, cercando di aprirsi la strada verso il cuore dell'Austria grazie all'urto della 2ª armata del generale Pietro Frugoni e della 3ª armata del duca d'Aosta. Dalla conca di Plezzo al monte Sabotino, che domina le basse colline davanti a Gorizia, l’Isonzo scorre Il fiume Isonzo con la città di Gorizia sullo tra due ripidi versanti montani, costituendo un ostacolo quasi sfondo. invalicabile. Così, le linee trincerate dei due eserciti dovettero adattarsi all’orografia e alle caratteristiche del campo di battaglia[32]. Gli austro-ungarici, abbandonata la vallata di Caporetto, fronteggiano i reparti italiani su una linea quasi ovunque dominante che andava dal monte Rombon, passava per il campo trincerato di Tolmino per poi collegare il ripido versante destro del fiume con quello sinistro, in corrispondenza con le trincee del monte Sabotino. Dal Sabotino le trincee austro-ungariche difendevano la città di Gorizia, fino ad oltrepassare nuovamente l’Isonzo per innestarsi alle quattro cime del massiccio del San Michele e proseguire infine fino al mare lungo il primo ciglione carsico, passando per località rese famose dalla guerra; San Martino del Carso, monte Sei Busi, Doberdò, monti Debeli e Cosich[32]. Invasa già all’inizio del conflitto l’ampia area pedecarsica e occupate Gradisca e Monfalcone, le truppe italiane si attestarono a poca distanza dalle posizioni austro-ungariche. Da una parte e dall’altra del fronte, l’ampio e complesso sistema logistico dei due eserciti occupava molto in profondità il territorio, sequestrando vie di comunicazione, campi e boschi, città e paesi, impiantando comandi, presidi militari, magazzini, depositi, ospedali e cannoni. Da tutte e due le parti del fronte, venne evacuata la maggioranza dei civili dalle città e dai paesi a ridosso della linea del fronte. Dalla parte austriaca, l’esodo riguardò in particolare Gorizia, l’Istria e le aree del Carso e del Collio, i cui abitanti vennero sfollati all’interno dell’Impero, in grandi campi profughi. Nei territori occupati dall’esercito italiano vennero internati per precauzione molti parroci e autorità austriache, mentre le popolazioni dei paesi prossimi alla zona delle operazioni vennero trasferite in varie località del Regno e in varie città e sperduti paesi dell’Italia meridionale[32].

Il fronte alpino Nel maggio 1915 la frontiera tra Italia e l'impero austro-ungarico correva lungo la linea stabilita nel 1866, al termine della guerra che permise all'Italia, seppur sconfitta militarmente, di annettere il Veneto. Era un confine prevalentemente montuoso, che nella sua parte occidentale corrispondeva quasi ovunque con l'attuale limite amministrativo della regione Trentino-Alto Adige. Il punto più basso, appena 65 m.s.l.m., era in corrispondenza del Lago di Garda presso Riva. A ovest di questa linea si sfioravano i 4000 m di quota nel massiccio dell'Ortles, mentre a est le quote erano più basse; la Marmolada raggiunge la ragguardevole quota di 3342 m, ma - oltre la zona degli altopiani e la lunga catena del Lagorai - la particolare morfologia delle Dolomiti priva di lunghe creste continue, imponeva al confine un andamento assai irregolare e con forti e frequenti dislivelli[33]

Il fronte di montagna impegnerà per quasi tutta la durata del conflitto i soldati in una "guerra verticale" combattuta tra le cime delle montagne. In questa foto alcuni alpini in cordata.


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Proseguendo verso est, il confine correva lungo la catena delle Alpi Carniche per poi incontrare le Dolomiti al Passo di Monte Croce di Comelico, e quindi innalzarsi subito in grandi montagne: Croda Rossa di Sesto, Cima Undici, monte Popera, Croda dei Toni fino a toccare le Tre Cime di Lavaredo, dove il confine si abbassava, attraversava la val Rimbon e con un giro contorto lasciava in territorio italiano gran parte di Monte Piana. Sceso a Carbonin, il confine risaliva fino alla cima di Monte Cristallo per poi ridiscendere nella valle dell'Ansiei, lasciando il Le truppe austro-ungariche si trovarono per tutto Passo Tre Croci all'Austria, e attraverso le creste del Sorapis il periodo dei combattimenti in montagna in una raggiungeva il fondovalle di Ampezzo, a sud di Cortina[33]. Attraverso posizione sopraelevata e di vantaggio nei confronti del nemico. In questa foto fanti austriaci il Becco di Mezdì e la Croda del Lago, il confine, attraverso il passo armati con una Schwarzlose sul fronte alpino. Giau, puntava decisamente verso sud fino ad arrivare ai piedi della Marmolada per poi proseguire verso il passo San Pellegrino e lungo la catena del Lagorai - ormai fuori dall'ambiente dolomitico - fino ad arrivare alla sopracitata valle dell'Adige passando per il monte Ortigara, l'altopiano dei Sette Comuni e il Pasubio. Il confine quindi toccava la punta nord del lago di Garda da cui riprendeva la sua corsa verso nord lungo l'odierno confine amministrativo, toccando il monte Adamello, il passo del Tonale e proseguendo fino al massiccio dell'Ortles-Cevedale al confine con la Svizzera[33]. Il terreno roccioso e verticale, le avversità climatiche e le quote, determinarono decisamente il modo di condurre le azioni e di programmare le strategie in entrambi gli eserciti. Fin dall'inizio del conflitto i contendenti furono impegnati in una sfida per occupare le posizioni sopraelevate, in una sorta di "gioco" che in breve li portò fino alle cime delle montagne. Camminamenti oggi impegnativi col bel tempo ed equipaggiamento leggero erano normalmente percorsi di notte, con carichi pesantissimi e in ogni condizione climatica. Venti fortissimi, temporali che infuriavano in quota, fulmini, le bassissime temperature invernali, le scariche di pietre e le valanghe, mietevano centinaia di vittime tra i soldati, spesso ignorati e non conteggiati tra i caduti in guerra[34]. Migliaia di soldati dovettero abituarsi a condizioni molto rigide e ad un ambiente difficile. In inverno la neve alta impediva i movimenti lasciando interi presidi completamente isolati, lasciando i soldati nella morsa del freddo e della fame, che li portava ad uscire dalle baracche per raggiungere la base più vicina, traversando ripidi pendii dove spesso trovavano la morte. In base ad alcune stime, si valuta che sul fronte alpino, per entrambi gli schieramenti, circa due terzi dei morti furono vittime degli elementi, e solo un terzo vittime di azioni militari dirette[35].

Si aprono le ostilità All'alba del 24 maggio 1915 le prime avanguardie del Regio Esercito avanzarono verso il confine, varcando quasi ovunque il confine con l’ex alleato e occupando le prime postazioni al fronte. All’inizio, la mobilitazione italiana avvenne con lentezza, a causa della difficoltà di muovere contemporaneamente più di mezzo milione di uomini con armi e servizi[36]. Vennero sparate le prime salve di cannone contro le postazioni austro-ungariche asserragliate a Cervignano del Friuli che, poche ore più tardi, divenne la prima città conquistata. All'alba dello stesso giorno la flotta austro-ungarica bombardò la stazione ferroviaria di Manfredonia, la città di Ancona, Senigallia, Potenza Picena e Rimini senza causare in nessuna occasione gravi danni, mentre la flotta italiana ebbe successo solo nel bombardamento di Porto Bruno e nell'occupazione di Pelagosa[37]. Lo stesso 24 maggio cadde il primo soldato italiano, Riccardo di Giusto. Nei primi giorni di guerra Cadorna progettò un attacco su tutta la linea del fronte, attestando il Regio Esercito sulla riva destra dell’Isonzo. Altri obiettivi importanti oltre l’Isonzo, come Tolmino e il Monte Nero, non furono raggiunti per la mancanza della necessaria copertura di artiglieria[38].

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Le prime operazioni di terra

Fanti austro-ungarici sul fronte del Carso, utilizzano improvvisati congegni di tiro costituiti da un fucile Steyr-Mannlicher M1895 montato insieme ad un periscopio.

La prima mossa dell'Italia fu un'offensiva mirata a conquistare la città di Gorizia, di là del fiume Isonzo. A partire dalla fine di giugno del 1915, sul Carso si susseguirono violenti combattimenti in cui la prima linea austro-ungarica cedette sotto i colpi dell'artiglieria italiana nei pressi di quota 89 di Redipuglia e sopra Sagrado durante la prima battaglia dell’Isonzo. Nel corso della seconda offensiva estiva, gli attacchi italiani costrinsero gli austro-ungarici ad arretrare le loro trincee di alcune centinaia di metri sull'altipiano di Doberdò e davanti al villaggio di San Martino del Carso, mentre nel settore del San Michele cadde un importante costone trincerato (quote 140 e 170) dal quale i reparti italiani erano in grado di minacciare da vicino le cime del monte. Davanti a Gorizia, tra Podgora e il monte Sabotino, gli attacchi italiani non ebbero alcun esito, e anche lungo il medio e alto Isonzo, la linea difensiva austriaca rimase pressoché inalterata[39]. Ancora una volta il Comando Supremo insistette con gli attacchi frontali e la scarsa coordinazione dell'artiglieria con i piani di attacco della fanteria. Da sottolineare che alle batterie italiane iniziavano a scarseggiare le munizioni e questo indusse Cadorna a sospendere gli attacchi[40].

L'autunno successivo Cadorna ordinò nuovi attacchi alle postazioni nemiche, che dal canto loro, sfruttarono il momento di stasi operativa per fortificare e consolidare le postazioni. Nonostante gli sforzi della 2ª e 3ª armata, impiegate in forze sul Carso davanti a Gorizia e sul Monte Nero, le due nuove "spallate" pianificate dal generale Cadorna non sortirono gli effetti sperati. Gli italiani riuscirono a conquistare e successivamente perdere il villaggio distrutto di Oslavia, a portare avanti seppur di poco la linea delle trincee davanti a Doberdò, a occupare la posizione austriaca "delle frasche" davanti a San Martino e a spingersi a ridosso delle cime del San Michele, ancora saldamente in mano ai reparti ungheresi; ma le linee nemiche resistevano ancora bene e queste due offensive autunnali non riuscirono a sfondare la linea del fronte. Alla fine del 1915 lungo l’Isonzo l’esercito italiano registrò circa 235 000 perdite (tra morti, feriti e ammalati, prigionieri e dispersi), mentre gli austriaci, pur difendendosi quasi esclusivamente, subirono oltre 150 000 perdite[39]. Gli austro-ungarici iniziavano a preoccuparsi dell'assotigliamento degli effettivi ma il sistema difensivo reggeva bene l'urto dei fanti italiani che ancora una volta vedevano vanificati i loro sforzi. Nessuno degli obiettivi del comando supremo era stato raggiunto ed ormai la stagione avanzata consigliava la sospensione delle operazioni in grande stile anche perché, considerate le perdite, entrambi gli schieramenti non potevano permettersi di continuare una lotta all'ultimo uomo[40].

Le operazioni alpine Parallelamente alle offensive portate nei primi mesi di guerra dalla 2ª e 3ª armata sul fronte isontino, tenente generale Luigi Nava, al comando della 4ª armata italiana, il 3 maggio diede l'ordine di avanzata generale lungo tutto il fronte. Quest'ordine diede il via ad una serie di piccole offensive in vari punti del fronte dolomitico svoltesi tra fine maggio ed inizio giugno. L'8 giugno gli italiani attaccarono nell'alto Cadore, sul Col di Lana, nel tentativo di tagliare una delle principali vie di rifornimento austriache al settore Trentino attraverso la Val Pusteria. Questo teatro di operazioni fu secondario rispetto alla spinta ad est, tuttavia ebbe il merito di bloccare, in seguito, contingenti

Entrata di un tunnel austriaco scavato nella neve del Monte Cristallo - Hohe Schneide, a sud del passo dello Stelvio, 1917.


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austro-ungarici: la zona di operazioni si avvicinava infatti più di ogni altro settore del fronte a vie di comunicazione strategiche per l'approvvigionamento del fronte tirolese e trentino[41]. Tra il 15 e il 16 giugno partì la prima offensiva verso il Lagazuoi e le zone limitrofe, in un attacco teso a catturare il Sasso di Stria, sulla cui cima era stato installato un osservatorio di artiglieria austriaco[42]. Poco più a nord, tra giugno e luglio, gli italiani lanciarono i primi attacchi sulle Tofane e verso la val Travenazes dove di fronte ad una Alpini in posizione di tiro sull'Adamello. avanzata iniziale, il 22 luglio furono ricacciati su posizioni sfavorevoli [43] dopo il contrattacco austriaco . Dopo aver occupato Cortina e passo Tre Croci il 28 maggio, gli italiani si trovarono dinnanzi a tre ostacoli che gli impedivano di entrare a Dobbiaco e in val Pusteria; il Son Pauses, il Monte Cristallo e il Monte Piana. Gli italiani in giugno attaccarono tutti e tre i capisaldi, ma senza ottenere il alcun caso risultati di rilievo. Entrambi gli schieramenti furono invece costretti a trincerarsi su posizioni che, in pratica, non sarebbero mai cambiate fino al 1917. Più a est, altri settori furono testimoni dei primi scontri tra italiani e austro-ungarici, il 25 maggio viene bombardato dagli italiani il rifugio Tre Cime alla base delle Tre Cime di Lavaredo[44], anche se il primo vero attacco italiano si avrà solo in agosto; l'8 giugno la a 96ª compagnia del Pieve di Cadore e la 268ª compagnia del Val Piave occupano il passo Fiscalino[45], mentre tra luglio e agosto gli italiani occupano la cima di monte Popera, la cresta Zsigmondy, e Cima Undici in quanto non erano presidiate dagli austriaci[46], mentre più a est per tutta l'estate si susseguirono i tentativi italiani di sfondamento del passo Monte Croce di Comelico che ben presto però si trasformarono in una guerra di posizione che durò fino al 1917. Ad ovest del settore alpino dalla fine di maggio del 1915 all’inizio di novembre del 1917, il possesso del massiccio della Marmolada costituì un elemento strategico particolarmente importante perché controllava la strada alla val di Fassa e alla val Badia, e quindi al Tirolo che divenne subito uno dei punti più caldi del fronte alpino occidentale[47]. Altro settore considerato molto importante dagli italiano era il passo del Tonale, su cui già prima della guerra furono costruiti alcuni settori fortificati in previsione di una guerra tipicamente difensiva. Le disposizioni del Comando Supremo stabilivano infatti che sul fronte Trentino fossero effettuate, ove necessario, solo piccole azioni offensive al fine di occupare posizioni più facilmente difendibili, che consentissero alle truppe italiane di attestarsi in luoghi più facilmente accessibili e rifornibili[48]. Allo scoppio delle ostilità, i comandi militari italiani si resero conto che la presenza degli austriaci sulle creste dei Monticelli e del Castellaccio-Lagoscuro, rappresentava una seria minaccia per la prima linea sul Tonale. Venne così Postazione austriaca a Torre Toblindecisa un’azione per scacciarli da tali posizioni. La prima operazione di guerra Toblinger Knoten, estate 1916/17 sui ghiacciai fu affidata al battaglione alpini "Morbegno", ed ebbe luogo il 9 giugno 1915 per concludersi con una tremenda sconfitta: gli alpini, nel tentativo di occupare la Conca Presena e cogliere gli austriaci di sorpresa, effettuarono una vera e propria impresa alpinistica risalendo la Val Narcanello, il ghiacciaio del Pisgana e attraversando la parte alta di Conca Mandrone. Giunti al Passo Maroccaro e iniziata la discesa in Conca Presena, furono avvistati dagli osservatori austriaci e sottoposti, sul candore del ghiacciaio, al preciso tiro della fanteria imperiale che, pur essendo in numero assai inferiore, seppe contrastare l’attacco in modo assai abile e li costrinse alla ritirata, lasciando sul campo 52 morti[48]. Un mese dopo, il 5 luglio, gli austriaci attaccarono a loro volta il presidio italiano attaccando sulle rive del Lago di Campo in alta Val Daone. L’agguato, perfettamente riuscito, evidenziò l'impreparazione tattica italiana, e stimolati dal successo ottenuto, il 15 luglio, gli austriaci tentano un improvviso attacco al Rifugio Garibaldi attraverso la


Fronte italiano (1915-1918) Vedretta del Mandrone. Il piano fallì per l’abilità dei difensori, ma mise nuovamente in risalto la vulnerabilità del sistema difensivo italiano, che per questo motivo venne rafforzato. Per quanto riguarda l'ala destra del fronte del Tonale, le azioni italiane più significative del 1915 si svolsero in agosto con diverse direttrici ma portarono solo alla conquista del Torrione d’Albiolo[48]. Tutte queste offensive però non portarono a nessuno sfondamento, tanto che, come sull'Isonzo, anche la guerra di montagna divenne una guerra di trincea simile a quella che si stava svolgendo sul fronte occidentale: l'unica differenza consisteva nel fatto che, mentre sul fronte occidentale le trincee erano scavate nel fango, sul fronte italiano erano scavate nelle rocce e nei ghiacciai delle Alpi, fino ed oltre i 3.000 metri di altitudine.

La cooperazione con la Regia Marina La iniziale neutralità italiana influì non tanto sulla Regia Marina ma soprattutto sui piani difensivi dei suoi alleati. Con la flotta tedesca impegnata nel Mare del Nord, la flotta austriaca si trovò improvvisamente sola contro le forze navali dell'Intesa, rispetto alle quali, considerando anche solo la flotta francese, era decisamente inferiore. Così l'Austria decise di richiudersi all'interno dei suoi porti, cercando di mantenere il quanto più possibile intatta la flotta e tenerla pronta contro un possibile scontro con l'Italia. Il fronte marittimo si contrasse così entro la fascia costiera orientale dell'Adriatico fino allo sbocco del canale d'Otranto[49]. Il primo provvedimento a livello operativo allo scoppio del conflitto fu la ridislocazione della flotta nel porto di Taranto ove assunse la denominazione di "Armata Navale" che il 26 agosto 1914, fu posta al comando di S.A.R. il Duca degli Abruzzi, a cui seguirono i primi studi per eventuali operazioni contro l'Austria. Altra decisione fu quella, in caso di conflitto, di occupare territorialmente una parte della costa nemica per assicurare il sostegno del fianco destro della 3ª armata, di creare un blocco all'imbocco del canale d'Otranto per impedire alle navi austriache di uscire dall'Adriatico, di minare le principali linee di comunicazione nemiche e cercare di assicurare il dominio nell'Alto Adriatico anche per sostenere le operazioni del Regio Esercito sull'Isonzo[50]. In quest'ottica, il 24 maggio, siluranti e sommergibili vennero utilizzati per tener sgombro il golfo di Trieste e proteggere l'avanzata della 3ª armata, che con cavalleria e bersaglieri aveva subito conquistato Aquileia e Belvedere ed era entrata nella città di Grado lasciata abbandonata dalle truppe austro-ungariche. La difesa della zona fu affidata alla Regia Marina che inviò il pontone armato Robusto armato con tre cannoni da 120 mm[51]. Fu subito evidente la necessità di uno stretto coordinamento tra esercito e marina e il sottocapo di stato maggiore, C. Amm. Lorenzo Cusani fu inviato presso il comando supremo dell'esercito per mantenere i contatti tra le due forze armate. Alle forze navali fu richiesto di supportare l'ala destra della 3ª armata, e nell'ambito di questa richiesta, il 29 maggio, una squadriglia di sette cacciatorpediniere della classe Soldato bombardò lo stabilimento chimico Adria-Werke di Monfalcone dove si producevano gas asfissianti. Il 5 giugno, mentre l'esercito si apprestava a passare l'Isonzo, la marina ne assicurò la copertura dell'avanzata con cinque caccia e alcune torpediniere posizionate vicino la foce del fiume, mentre tre caccia e alcuni sommergibili pattugliavano il golfo[52]. Un'ulteriore richiesta di supporto a sostegno delle operazioni a terra avvenne durante la conquista di Monfalcone prevista per il giorno 9 giugno, a cui parteciparono tre pontoni armati con cannoni da 152. Conquistata la città, la difesa del porto fu affidata alla marina, che inviò le prime batterie galleggianti che dal 16 iniziarono a battere la zona del Carso. Nei mesi successivi le artiglierie della marina furono più volte chiamate a svolgere operazioni coordinate. La batteria Amalfi e quelle del basso Isonzo, sia su pontoni che fisse, effettuarono diverse azioni di fuoco contro l'ala sinistra dell'armata austro-ungarica, battendo le postazioni del Carso, quelle di Monte San Michele, Duino, Medeazza e Flondar. La marina collaborò costantemente durante le operazioni di terra che si susseguirono fino al 2 dicembre 1915, data in cui si concluse la quarta battaglia dell'Isonzo e l'avanzata italiana si arrestò[53].

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Il secondo anno di guerra Il 1916 sorge per l'Intesa sotto auspici non favorevoli, eccetto il progressivo potenziamento dell'esercito britannico, che a metà dell'anno supera i due milioni di uomini, tutti ancora volontari[30]. La durata della guerra sembrava allungarsi oltre ogni previsione, e parallelamente anche l'esercito italiano iniziò un'opera di riordinamento e potenziamento sulla base di un programma concordato tra il Governo e il capo di stato maggiore, presentato in maggio da Cadorna[54]. In novembre vennero approntate 12 nuove brigate di fanteria e la formazione di una nuova quarta compagnia per i battaglioni che ne avevano soltanto tre, inoltre in ogni battaglione venne inquadrato un reparto zappatori di 88 uomini tratti dalle compagnie. Le stesse misure vennero adottate per i bersaglieri, mentre per quanto riguarda gli alpini, venne completato il processo di formazione dei 26 battaglioni di Milizia Mobile portando il totale del corpo a 78 battaglioni con 213 compagnie. Altre 4 brigate di fanteria vennero formate tra aprile e maggio attingendo da quanto rimaneva della classe 1896 e gli esonerati sottoposti a nuova visita dal 1892 al 1894, e ancora tra marzo e giugno riunendo alcuni battaglioni provenienti dalla Libia[54]. Dal punto di vista delle operazioni in Italia, l'anno 1916 fu segnato dall'offensiva austro-ungarica di maggio in Trentino, dalla sesta battaglia dell'Isonzo in agosto, con la conquista di Gorizia, e dalle tre cosiddette "spallate" carsiche in autunno[54]. Il 21 febbraio i tedeschi attaccarono la piazzaforte di Verdun mentre il capo di stato maggiore austro-ungarico, Conrad von Hötzendorf invece alleggerì i contingenti schieranti lungo il fronte russo, dove non sospetta sorprese, per concentrare una grossa forza d'urto nelle montagne del Trentino volte verso la pianura vicentina. L'enorme difficoltà di accumulare e manovrare mezzi adeguati in regione tanto aspra è controbilanciata dalla posta in gioco: lo sbocco delle divisioni austriache nella pianura veneta e l'accerchiamento dell'esercito italiano schierato nel Friuli[55].

La Strafexpedition Il 15 maggio, appena il tempo lo permise, scattò la Strafexpedition, "spedizione punitiva". La 11ª armata austro-ungarica passò all'attacco fra la val d'Adige e la Valsugana, spalleggiata dalla 3ª armata, destinata allo sfruttamento del successo. Se l'offensiva non fu una sorpresa per Cadorna, lo fu per l'opinione pubblica; improvvisamente l'Italia scoprì, dopo un anno di sole offensive e senza che nessuno l'avesse messa in guardia, di trovarsi in grave pericolo. Per i successivi venti giorni formidabili posizioni montane caddero una dopo l'altra, mentre il governo Salandra sentì ventilare dal generalissimo Cadorna la possibilità che l'esercito dell'Isonzo avrebbe dovuto ripiegare di tutta fretta, abbandonando il Veneto per non cadere nella completa distruzione[55].

Campo di battaglia devastato dopo la battaglia degli Altipiani.

L’intera massa di uomini dislocati a difesa del fronte, nonostante una strenua resistenza, dovette necessariamente iniziare la ritirata; Cadorna iniziò quindi a richiamare le divisioni di riserva costituendo una 5ª armata che riuscì a frenare, e quindi arrestare concretamente, l’offensiva sugli Altopiani. Per costituire questa nuova arma d’offesa, Cadorna corse un notevole rischio: dovette infatti alleggerire le truppe dislocate sull’Isonzo, rischiando che un’offensiva nemica contingente gli strappasse di mano anche le poche e sudatissime conquiste di quel fronte. L’Austria-Ungheria si rese subito conto della minaccia e, dopo un ultimo tentativo di offesa ai danni delle difese del Lemerle e del Magnaboschi, cessò l’offensiva, con relativo importante arretramento delle linee raggiunte[56]. Si concluse così la prima grande battaglia difensiva dell’Italia, definitivamente "maturata" per la "guerra di materiali", che l’avrebbe vista impegnare ingenti quantitativi di uomini, mezzi e risorse fino al termine del conflitto. Purtroppo durante questa sanguinosa e frenetica battaglia, il fatto di aver perduto terreno (la massima penetrazione austriaca si misurò su più di 20 chilometri in profondità verso la pianura vicentina), fatto peraltro intrinseco delle


Fronte italiano (1915-1918) battaglie di materiali, fece scarsamente apprezzare la reale vittoria difensiva italiana[56]. Solo il 3 giugno il bollettino italiano poté annunciare quella che era solo una mezza verità: « L'incessante azione offensiva nel Trentino è stata dalle nostre truppe nettamente arrestata lungo tutta la fronte [57] d'attacco  »

Il contraccolpo del rischio a malapena sventato fu la caduta di Salandra e l'istituzione di un governo di "unione nazionale" presieduto dall'ottuagenario Paolo Boselli[55].

Le successive battaglie dell'Isonzo Nella seconda metà del 1916 gli anglo-franco-italiani ripresero le loro logoranti offensive dalle quali li aveva distratti l'iniziativa nemica. Da luglio a novembre divamparono furiosi i combattimenti sulla Somme, mentre a fine agosto Erich von Falkenhayn viene liquidato e spedito sul fronte orientale a riscattarsi, sostituito a occidente dal duo Ludendorff - Hindenburg. In Italia Cadorna, respinta la Strafexpedition, tenta invano di recuperare il terreno perduto in Trentino. Dopo una breve ritirata gli austro-ungarici si trincerarono su posizioni formidabili, da cui gli attacchi italiani, nonostante sanguinose Fanteria austro-ungarica all'attacco sul fronte perdite, non riesco a sloggiarli. Il comandante dell'esercito italiano dell'Isonzo. decise quindi di dirigere i suoi sforzi verso una nuova offensiva lungo l'Isonzo. Il 6 agosto le truppe italiane passano all'offensiva dal Sabotino al mare, raggiungono e superano l'Isonzo, conquistano Gorizia deserta e costringono l'ala meridionale della 5ª armata austro-ungarica, comandata dal feldmaresciallo Boroević, a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso. Ma non è una travolgente vittoria, non l'agognato sfondamento; i nemici hanno ceduto terreno per arroccarsi su una nuova linea già preparata contro la quale si infrangono, fra metà agosto e inizio dicembre, i nuovi assalti italiani[58]. Da settembre iniziò quindi una nuova serie di tre "spallate" sempre sul fronte dell'Isonzo per aumentare la superficie conquistata nell’area tra Gorizia e il mare. Le prime due battaglie hanno breve durata, la settima battaglia dell'Isonzo (14-16 settembre) le conquiste italiane sono praticamente nulle ma costarono comunque un gran numero di vittime, mentre l'ottava battaglia (10-12 ottobre) si esaurì il terzo giorno al costo di 24.500 perdite per gli italiani e 40.500 per gli austriaci. Le truppe imperiali dovettero però operare un arretramento di diverse centinaia di metri per rendere la nuova linea più corta quindi meglio difendibile, tale linea andava dal Monte Santo verso il mare passando per le colline dell'Hermada, che diverrà tristemente nota per i sanguinosissimi scontri che vedranno il colle terreno di lotta in quanto ultimo baluardo a difesa di Trieste. Purtroppo per gli italiani però, errori, condizioni meteo avverse, scarsità di materiali, furono fattori impedirono lo sfondamento nel settore che sembrava a portata di mano[59]. L’autunno particolarmente cattivo sul piano meteorologico lasciava pochi dubbi su come sarebbe stato l’inverno, e i comandi italiani già dopo l’ottava offensiva volevano scatenare un nuovo attacco contro le difese carsiche prima che tutto fosse bloccato dalla cattiva stagione. L'attacco ebbe inizio solo il 31 ottobre, la linea da attaccare in questa operazione era quella passante per Colle Grande-Pecinca-Bosco Malo, e possibilmente la linea Dosso Faiti-Castagnevizza-Sella delle Trincee.

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Verso Castagnevizza l'esercito riuscì a ottenere qualche risultato di rilievo, ma a sud l’Hermada si confermava un osso duro, riuscendo a resistere a tutti gli attacchi. Il 2 Cadorna decise di sospendere l’attacco per mancanza di rifornimenti anche se gli scontri ripresero comunque il 3, mentre il 4, in conseguenza ad un arretramento degli austriaci che assunsero posizioni meglio difendibili, le truppe italiane presero le trincee del monte Faiti. Nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro, le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati tra morti, feriti e dispersi per gli italiani e 33.000 per gli imperiali[60].

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Artiglieria alpina sul fronte dell'Adamello, mentre si appresta a fare fuoco con un pezzo da 75/13.

Intanto, mentre sul fronte si contavano le perdite di uomini e materiali e ci si preparava ad affrontare l'inverno, a Vienna il 21 novembre morì il vecchio Imperatore Francesco Giuseppe a cui successe il nipote Carlo I, che oltre ad un trono in disfacimento, ereditò una guerra che non ebbe voluto. Fa proposte di pace a Francia e Gran Bretagna che cadono nel vuoto, fornendo però il pretesto per declinare a queste ultime le responsabilità sul protrarsi della guerra[60]. Nell'inverno 1916-1917 e la primavera successiva, in un periodo in cui le illusioni di una guerra breve erano ormai svanite. Per tutto l'inverno, sul fronte dell'Isonzo tra il Carso e Monfalcone la situazione rimase stazionaria, mentre sulle Alpi, il settore del III corpo d'armata comprendente la zona tra lo Stelvio e il lago di Garda, fu caratterizzato da piccole offensive atte a conquistare alcune vette strategicamente importanti, tra cui quella di monte Cavento che fu attaccato ad inizio inverno. La Strefexpedition però causò la stasi nelle operazioni per la conquista del monte, che ripresero a maggio 1917 con la "battaglia dei Ghiacci" che consentì alla 242ª compagnia del battaglione alpino "Val Baltea" la conquista della vetta[61].

La guerra di mine In alta montagna i soldati di entrambi gli schieramenti erano spesso impegnati in piccoli scontri tra pattuglie nel tentativo di conquistare trincee lungo le creste e le cime delle montagne. La scarsità di uomini, i limitati terreni di scontro e le limitazioni climatiche, che consentivano attacchi solo in determinati periodi, fecero sì che la guerra sul fronte alpino trovasse diverse applicazioni e nuovi metodi strategici. Nella fattispecie, si escogitò uno speciale utilizzo delle mine: genieri, La cima del Col di Lana deflagrata dopo lo minatori e soldati scavavano gallerie sotterranee nella roccia per scoppio della mina austriaca del 23 settembre raggiungere le linee nemiche al di sotto delle quali veniva creato un 1916. grande pozzo riempito di esplosivo. Quando la mina veniva fatta brillare la postazione nemica saltava in aria insieme alla cima della montagna consentendo, almeno in teoria, agli attaccanti di occupare facilmente la posizione[62]. Tra i fronti dove si praticò questo tipo di guerra si contano il Col di Lana, il monte Cimone, il Pasubio e il Lagazuoi, benché tentativi in questo senso furono fatti anche su altri fronti come al Monte Piana o sul Castelletto. Nel 1916, proprio il Cimone fu teatro di questo tipo di strategia. Il monte, dopo la Strafexpedition, era caduto in mano austriaca, ma il suo ruolo strategico richiedeva una reazione italiana; nell’ultima settimana di luglio fu protratto per 18 ore un pesantissimo bombardamento su vetta e contrafforti del Cimone, al termine del quale furono mandati all’attacco i migliori reparti di alpini e finanzieri. Sebbene inizialmente fermati, dopo un cruentissimo scontro gli italiani ripresero la cima[63]. Cominciarono quindi, senza risultati significativi, i contrattacchi austriaci. I comandi austro-ungarici decidono allora di costruire un tunnel sotterraneo per piazzare una mina e far saltare in aria le postazioni italiane. Gli italiani scavano pertanto una contromina da diversi punti di partenza e nella notte tra 17 e 18 settembre la fanno brillare provocando


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il crollo dei cunicoli austriaci. Tuttavia il lavoro degli austriaci ricomincia ancor più determinato[63]. Il 23 settembre due mesi dopo la conquista italiana della vetta, la mina austriaca di 8.700 chili di Dinamon, 4.500 di dinamite e 1.000 di polvere nera era pronta. Alle 5.45 la carica venne fatta brillare: l’esplosione fu devastante, due gigantesche colonne di fumo si alzarono dalla vetta proiettando in aria tonnellate di detriti e centinaia di uomini. La postazione italiana scomparve[63].

Il terzo anno di guerra L'inizio del 1917 a differenza dell'anno prima, si presentava oscuro per gli Imperi Centrali. Le loro risorse si assottigliavano mentre la Russia si era ricomposta e gli eserciti britannico e italiano erano ancora in lenta ma inesorabile crescita. La Germania, nel tentativo di tagliare i rifornimenti all'Intesa, che succhiava risorse da tutto il mondo, non poté far altro che dichiarare la guerra sottomarina indiscriminata di fronte alla sempre crescente capacità bellica, anche a costo della rottura con gli Stati Uniti. Ma ecco che mentre gli Alleati si preparavano ad un attacco concentrico da scatenare nella primavera del 1917, il 15 marzo lo zar abdicò gettando la Russia in una crisi politica dalle enormi conseguenze, e il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Il 1917 fu quindi caratterizzato da una crisi politica di carattere mondiale. Nonostante il fronte orientale fosse immobile, gli Imperi Centrali spostarono le loro forze dal fronte (140 divisioni in totale) solo con il trattato di Brest-Litovsk firmato il 5 dicembre. Con la Russia fuori gioco, gli Imperi centrali poterono schierare ad occidente il grosso delle loro forze.[64]. Gli anglo-franco-italiani proseguirono tuttavia il loro piano; l'8 aprile i britannici attaccarono ad Arras, il 17 i francesi attaccarono sullo Chemin-des-Dames, mentre il 12 maggio Cadorna scatenò la decima battaglia dell'Isonzo, che consentirà al generale Luigi Capello di affermarsi sull'orlo occidentale dell'altipiano della Bainsizza[65].

Soldato italiano tra le rovine della linea difensiva austro-ungarica, nei pressi di Selo (Carso), dopo la conquista della posizione.

Pezzi d'artiglieria italiani abbandonati dopo la rotta conseguente lo sfondamento austro-tedesco a Caporetto.

Dalla decima all'undicesima battaglia dell'Isonzo In seguito ai modesti guadagni ottenuti nella decima battaglia dell'Isonzo, gli italiani diressero due attacchi contro le linee austriache a nord e a est di Gorizia. L'avanzata a est venne bloccata senza troppa difficoltà, ma le forze italiane sotto il comando di Capello riuscirono a rompere le linee nemiche e a penetrare nell'altopiano di Bainsizza. L’avanzamento, strategicamente inutile, è pagato con un immane tributo di sangue sia dagli attaccanti che dai difensori. Eppure l’attacco mette in crisi l’esercito imperiale, un altro piccolo sforzo e il collasso sarebbe stato inevitabile, l’esercito italiano però dissanguato dall’offensiva, non riucsì a spingersi oltre. Dopo l'undicesima battaglia dell'Isonzo, gli austriaci, stremati, ricevettero l'ausilio delle divisioni tedesche arrivate dal fronte russo in seguito al fallimento dell'offensiva del generale russo Aleksandr Kerenskij. I tedeschi introdussero l'utilizzo di tattiche di infiltrazione oltre le linee nemiche e aiutarono gli austriaci a preparare una nuova offensiva. Nel frattempo, le truppe italiane erano decimate dalle diserzioni e il morale era basso: i soldati erano costretti a vivere in condizioni disumane e a ingaggiare sanguinosi combattimenti che portavano ben pochi risultati[66].


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La battaglia dell'Ortigara L'offensiva austriaca sferrata in Trentino aveva permesso all'esercito avversario di attestarsi su una linea che infletteva sensibilmente verso il centro dell'Altopiano dei Sette Comuni. La controffensiva italiana del 16 giugno aveva però costretto gli austriaci a un parziale ripiegamento, ma questi si erano stabiliti su una linea che dal margine della Valsugana per l'Ortigara, monte Campigoletti, monte Chiesa, monte Corno correva verso sud sino alla Val d'Assa, assicurandosi tutti gli sbocchi più diretti alla pianura vicentina e garantendo una enorme testa di ponte verso l'altopiano minacciando alle spalle le armate italiane del Cadore della Carnia e dell'Isonzo[67]. Dopo la conquista di Gorizia, l'alto comando emanò le direttive per un'offensiva denominata "azione K", che, impiegando il XVIII, XX e XXII corpo d'armata, avrebbero dovuto concentrare il massimo sforzo sul monte Ortigara e monte Campigoletti, staccare l'avversario dall'orlo settentrionale dell'altopiano e arrivare alla linea cima Portule-bocchetta di Portule. L'attacco principale sull'Ortigara sarebbe stato svolto dai battaglioni alpini della 52ª divisione al comando del generale Luca Montuori. Il 10 giugno l'azione ebbe inizio con una preparazione di artiglieria dalle 5:15 del mattino fino alle 15:00, ma già dalle 11:00 la nebbia iniziò a circondare il monte, rendendo il tiro poco efficace. Alle 15 il tiro si allungò e la fanteria iniziò ad avanzare; le mitragliatrici aprirono immediatamente il fuoco e le artiglierie iniziarono a battere le pendici dell'Ortigara senza bisogno di aggiustare il tiro in quanto il tiro di sbarramento era già stato predisposto[68]. Uno dopo l'altro 18 battaglioni alpini furono mandati all'attacco, ma il tiro di sbarramento fece si che le truppe si trovarono ammassate, risultando un ostacolo per le ondate successive. Al calar della sera, la notte e la pioggia, unita al costante fuoco nemico, fermarono lo slancio degli alpini, che non potevano essere riforniti dai portatori in quanto anch'essi erano costantemente fermati dal fuoco nemico. Il giorno successivo nonostante il maltempo e lo scoramento, gli alpini furono nuovamente lanciati all'attacco, ma stavolta non della cima, ma di numerose postazioni tutt'attorno in modo da ampliare il terreno occupato. Fu la scelta peggiore, gli alpini cozzarono nuovamente contro le mitragliatrici piazzate e contro i reticolati intatti. Il 12 l'offensiva venne temporaneamente sospesa per poi ricominciare alle 6 del 19 giugno; otto battaglioni partirono all'attacco dell'Ortigara e in meno di un'ora la cima venne conquistata dal battaglione alpino "Monte Stelvio". Al successo degli alpini non corrispose però un successo per le altre divisioni impegante sull'Altopiano, e ciò non consentì di rinforzare le posizioni che furono facilmente travolte dalla controffensiva austriaca del 25 giugno. Non cogliendo la tragicità della situazione e lo scompiglio tra le linee, i comandi ordinarono un contrattacco invece di un ripiegamento, in una serie di ordini e contrordini che causarono il caos nelle linee italiane[69]. In questa tragica battaglia gli alpini diedero un altissimo tributo di sangue, furono 16.305 le perdite tra gli alpini durante l'assalto all'Ortigara, che divenne in seguito una delle montagne simbolo per lo spirito e il sacrificio di questi soldati[70]. Alpini caduti durante la battaglia del Monte Ortigara.

La disfatta di Caporetto Con la linea di fronte austro-ungarica intorno a Gorizia a rischio di collasso a seguito dell'undicesima battaglia dell'Isonzo, i tedeschi decisero di intervenire in aiuto dei loro alleati in modo da alleggerire la pressione italiana. Paul von Hindenburg ed Erich Ludendorff, comandanti della 3ª armata tedesca, si accordarono con Arthur Arz von Straussenburg per l'organizzazione dell'offensiva combinata. Cadorna aveva ricevuto rapporti dalla ricognizione aerea che indicavano

Fanteria austro-ungarica mentre attraversa l'Isonzo sotto il tiro nemico, novembre 1917.


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movimento di truppe tedesche dirette in zona alto Isonzo. Anziché continuare con le offensive egli decise di passare ad una linea difensiva nell'attesa degli eventi[71]. Il generale tedesco Konrad Krafft von Dellmensingen fu inviato al fronte per un sopralluogo, che durò dal 2 al 6 settembre 1917. Terminate le varie verifiche e dopo aver vagliato le probabilità di vittoria, Dellmensingen tornò in Germania per approvare l'invio degli aiuti, sicuro anche che la Francia, dopo il fallimento della seconda battaglia dell'Aisne ad aprile, non avrebbe attaccato[72].

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Prigionieri italiani a Cividale.

Visti gli esiti dell'ultima offensiva italiana, austro-ungarici e tedeschi decisero di contrattaccare. Alle 2:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-germaniche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all'alta Bainsizza alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l'Isonzo[73]. Quello stesso giorno gli austro-ungarici e i tedeschi sfondarono il fronte dell'Isonzo a nord convergendo su Caporetto e accerchiarono la 2ª armata italiana, in particolare il IV ed il XXVII corpo d'armata, comandato dal generale Pietro Badoglio. Durante il primo giorno di battaglia gli italiani persero all'incirca, tra morti e feriti, 40.000 soldati e altrettanti si ritrovarono intrappolati sul monte Nero, mentre i loro avversari dai 6/7.000[74]. Da lì gli austriaci avanzarono per 150 km in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, con l'esercito italiano in preda ad una ritirata caotica, caratterizzata da diserzioni e fughe. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all'intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, sul quale nel frattempo si erano fatti significativi passi avanti nell'impostazione di una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul Tagliamento. A questo punto von Below aveva fretta, sia per il timore di ritornare ad una guerra di posizione, sia perché era cosciente che i francesi e gli inglesi avrebbero inviato aiuti militari. I suoi generali sfruttarono tutte le occasioni possibili per accerchiare le truppe italiane in ritirata: a Longarone il 9 novembre furono catturati 10.000 uomini e 94 cannoni appartenenti alla 4ª Armata del generale Mario Nicolis di Robilant, e in un'altra occasione la 33ª e 63ª Divisione italiana consegnarono, dopo aver tentato di uscire dall'accerchiamento, 20.000 uomini. In pianura però gli austro-tedeschi non ebbero analogo successo e molte unità italiane si riorganizzarono per raggiungere il Piave, l'ultima delle quali vi si posizionò il 12 novembre. Dall'inizio delle operazioni il 24 ottobre all'8 novembre i bollettini di guerra tedeschi avevano contato un bottino di 250.000 prigionieri e 2.300 cannoni[75]. La disfatta di Caporetto provocò il crollo del fronte italiano sull'Isonzo con la conseguente ritirata delle armate schierate dall'Adriatico fino alla Valsugana, oltre alle perdite umane e di materiale; in due settimane andarono perduti 350.000 soldati fra morti, feriti, dispersi e prigionieri, ed altri 400.000 si sbandarono verso l'interno del paese[76].


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Cadorna viene sostituito, l'esercito si riorganizza Dopo che la ritirata si stabilizzò definitivamente sulla linea del monte Grappa e del Piave, il 9 novembre il generale Cadorna lasciò il comando dell'esercito nelle mani di Armando Diaz, per volere del nuovo presidente del consiglio Vittorio Emanuele Orlando, che per addolcire la pillola, nominò Cadorna rappresentante italiano presso il neocostituito Consiglio militare interalleato a Versailles. Il generale inizialmente rifiutò la carica, e solo l'insistenza di Orlando e del generale Alfieri, gli fecero accettare l'ufficio a Versailles[77]. Le divisioni francesi inviate in aiuto aumentarono a sei e quelle inglesi a cinque entro l'8 dicembre 1917 e, sebbene non entrarono subito in azione, funsero da Armando Diaz, nuovo capo di Stato riserva permettendo al Regio Esercito di distogliere le proprie truppe da questo Maggiore del Regio Esercito a compito. I tedeschi, assolto il proprio obiettivo di aiutare gli austriaci, partire dall'8 novembre 1917 trasferirono metà dei propri cannoni e tre divisioni nuovamente ad occidente nei primi di dicembre, mentre la ritirata sul fronte del Grappa-Piave consentì all'esercito italiano, ora in mano a Diaz, di concentrare le sue forze su un fronte più breve e soprattutto, con un mutato atteggiamento tattico, più orgoglioso e determinato. Il primo segno di riscossa avvenne per merito della 4ª armata del generale Mario Nicolis di Robilant, che, stanziata sul Cadore, si era ritirata il 31 ottobre con l'ordine di organizzare la difesa del monte Grappa e di realizzare la saldatura tra le truppe dell'Altopiano di Asiago e quelle schierate lungo il fiume Piave. La nuova posizione da difendere a tutti i costi era di vitale importanza per l'intero esercito, dato che una sua caduta avrebbe trascinato con sé l'intero fronte, e gli uomini di Robilant riuscirono a mantenere la posizione[72]. Gli austro-ungarici fermarono gli attacchi in attesa della primavera successiva dove avrebbero preparato un'offensiva che li avrebbe dovuti portare a penetrare nella pianura veneta, anche se piccole schermaglie si protrassero fino al 23 dicembre. La fine della guerra contro la Russia, consentì poi alla maggior parte dell'esercito impiegato sul fronte orientale di spostarsi sul fronte italiano[78]. L'ampliamento della forza aerea Quando allo scoppio del conflitto l'Italia si dichiarò neutrale, ebbe subito inizio un intenso programma di addestramento e riorganizzazione dei reparti aerei, che vennero inquadrati nel Corpo Aeronautico Militare (CAM), anche se, proprio a causa della sua tardiva entrata in guerra, l'aeronautica non poté beneficiare fin dall'inizio dei progressi tecnici in campo aviatorio che invece avevano interessato gli altri paesi. Le 15 squadriglie divise in tre gruppi che componevano la CAM vennero distribuite tra la 2ª e la 3ª armata e a difesa della città di Pordenone, mentre la sezione idrovolanti in seno Francesco Baracca accanto al suo caccia SPAD alla marina, fu schierata lungo la costa adriatica. Alla data della terza S.XIII. battaglia dell'Isonzo però, la forza aerea subì dei grossi cambiamenti. La crescente necessità di velivoli per ricognizione e bombardamento portò un incremento della forza complessiva del CAM, che arrivò a contare 35 squadriglie dotate dei più moderni aerei di progettazione italiana e francese[79]. Più o meno verso la fine del 1917 il CAM subì un'ulteriore riorganizzazione dotandosi di una struttura di comando semplificata, che rifletteva le accresciute dimensioni e l'importanza assunte dal servizio aereo. Adesso ciascuna delle armate italiane possedeva un proprio reparto di volo, mentre il comando supremo disponeva di una unità aerea autonoma incaricata di effettuare missioni di ricognizione a lungo raggio e di bombardamento dalla regione di Udine a supporto delle operazioni di terra sul fronte dell'Isonzo. In termini generali, il CAM, nei primi mesi del 1917,

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giunse a schierare 62 squadriglie, dodici delle quali erano ora incaricate di compiti da caccia ed equipaggiate con monoposto Nieuport costruiti su licenza dalla Macchi. La forza aerea intervenne in appoggio alle operazioni sull'Isonzo e la Bainsizza, mentre i bombardieri Caproni,attaccarono più volte l'arsenale di Pola in agosto e la base navale di Cattaro in ottobre. Al momento della battaglia di Caporetto erano stati organizzate altre 15 squadriglie caccia, che, nonostante la disfatta che costrinse i reparti dell'aviazione a ripiegare e abbandonare molti mezzi e materiali, crebbero ancora di numero nel corso del conflitto, tanto che al momento dell'armistizio la forza caccia italiana era di 75 squadriglie in tutto (delle quali facevano parte tre squadriglie francesi e quattro britanniche)[80][81]. Al termine del conflitto, la forza aerea del CAM era in costante aumento, i reparti aerei in prima linea potevano contare su 1.758 velivoli, e mentre nel 1915 l'industria bellica italiana sfornò solo 382 aerei e 606 motori aeronautici, nel 1918 i velivoli prodotti furono 6.488 mentre i motori ben 14.840[82].

L'ultimo anno di guerra Nel novembre 1917, le truppe francesi e britanniche cominciarono ad affluire sul fronte italiano in maniera consistente. Nella primavera del 1918, la Germania ritirò le proprie truppe per utilizzarle nell'imminente offensiva di primavera sul fronte occidentale. I comandi austriaci cominciarono allora a cercare un modo per porre fine alla guerra in Italia. Con l’avvicinarsi dell’estate del 1918, la situazione degli imperi centrali, sul piano dei rifornimenti, sia alimentari che di materie prime, si faceva sempre più complicata. I rifornimenti americani, almeno sul fronte occidentale, iniziavano ad avere un peso effettivo sul bilancio della guerra, urgeva eliminare un fronte al più presto[83].

Truppe statunitensi sul fronte del Piave, settembre 1918.

L'attacco austro-ungarico L'esercito italiano sentì istantaneamente il mutamento delle condizioni di combattimento, della riorganizzazione e del morale elevato derivante dalla caparbia resistenza sul Piave. Passò l'inverno, venne la primavera, e il 15 giugno partì l'offensiva austro-ungarica con circa 678 battaglioni e 6800 pezzi d'artiglieria, a cui gli italiani si opposero con 725 battaglioni e 7500 pezzi d'artiglieria[84]. Il generale Conrad voleva che l’attacco principale si sviluppasse sul Grappa, Boroevic, Prigionieri austriaci catturati sul Piave. comandante delle armate del Piave, riteneva che l’attacco principale doveva avere come direttrice principale le Grave di Papadopoli. L'Arciduca Giuseppe Augusto d'Asburgo-Lorena decise di accontentare entrambi conducendo un attacco su due direttive e quindi diluendo le forze lungo tutto il fronte[83]. L'offensiva iniziò con un attacco diversivo presso il passo del Tonale, che fu facilmente respinto dagli italiani. Gli obiettivi dell'offensiva erano stati rivelati agli italiani da alcuni disertori austriaci, permettendo ai difensori di spostare due armate direttamente nelle zone prestabilite dal nemico. Gli attacchi sull'altra direttiva, condotti dal generale croato von Bojna, ottennero qualche successo nelle prime fasi finché le linee di rifornimento austriache non furono bombardate e non arrivarono i rinforzi austriaci[83]. Dall'Astico al mare la battaglia divampò furiosamente tra il 15 e il 25 giugno 1918. Bloccata fin dal primo giorno sugli Altipiani e sul Grappa, la spinta austro-ungarica fu contenuta anche sul Piave, la massa umana degli attaccanti fu però talmente enorme che questi riuscirono a sbarcare in più punti oltre il Piave, conquistando numerosi capisaldi sul Grappa, dove però, i contrattacchi immediati e violentissimi ben presto eliminarono. Già alla fine del primo giorno i comandi austriaci si resero conto che l'attacco era fallito e nonostante sulle varie teste di ponte si continuasse


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a insistere nella speranza di un cedimento della linea italiana, questo non avverrà mai. Gli ultimi strascichi della battaglia si trascineranno inutilmente fino al 26 con un nulla di fatto per gli imperi centrali che date le enormi perdite subite, perdono definitivamente l’iniziativa[83]. Dopo sei mesi di rinforzo e riorganizzazione, l'esercito italiano fu capace di resistere all'attacco, ma Diaz non sfruttò l'occasione di contrattaccare. Il generale, temendo che la controffensiva non avrebbe avuto l'effetto sperato, volle aspettare i rinforzi statunitensi, che però Pershing gli negò. L'esercito italiano rimase quindi sulla difensiva. Anche perché le perdite italiane, come quelle austro-ungariche, furono elevatissime; 87.000 uomini, du cui 43.000 prigionieri, furono le perdite per le forze italiane, mentre 117.000, di cui 24.000 prigionieri, le perdite tra le file nemiche[84]. Determinante per le forze italiane fu l'apporto dell'aviazione soprattutto nelle azioni d'appoggio tattico, di bombardamento e d'interdizione. Nel corso delle operazioni, il 19 giugno fu abbattuto sul Montello l'asso della caccia italiana Francesco Baracca che aveva raccolto ben 34 vittorie. La conquista della supremazia aerea da parte italiana venne confermata dalla pacifica incursione di 7 biplani monomotori SVA sulla capitale austriaca il 9 agosto 1918, dove la formazione italiana guidata dal Gabriele D'Annunzio, lanciò migliaia di manifesti tricolori[85].

L'offensiva dell'esercito italiano Superato l'urto di giugno, il comando supremo cominciò a pianificare l'offensiva "qualsiasi" sotto le incalzanti richieste di Orlando e Sonnino oltre che degli comandi alleati. Alle 10 del mattino del 19 ottobre il generale Gaetano Giardino ricevette l'ordine di attaccare ad oltranza a partire dal 24 ottobre. Preparazione, mutamento dello schieramenrto delle artiglierie, arrivo di nuove batterie, aggiustamento dei tiri; tutto doveva essere compresso in quei cinque giorni. Alla 4ª armata di Giardino venne affidato l'importante compito di dividere la massa austriaca del Trentino da quella del Piave, mentre l'8ª la 10ª e la 12ª armata avrebbero attaccato lungo il fiume[86].

Il fronte italiano nel 1918 e la battaglia di Vittorio Veneto.

Armando Diaz progettò l'offensiva seguendo le innovazioni introdotte dai generali tedeschi ad occidente e che nell'ottobre 1917 rischiò di eliminare l'Italia stessa dal conflitto. Diaz elaborò un piano di attacco massiccio su un unico punto invece che su tutta la linea, nel tentativo di sfondare le linee e tagliare le vie di collegamento con le retrovie. La scelta ricadde sulla cittadina di Vittorio Veneto, considerata un probabile punto di rottura, la cui fragilità era costituta dal fatto che in questa città si trovava la congiunzione tra la 5ª e la 6ª armata austro-ungarica[87]. L’azione diversiva che avrebbe impegnato la 6ª armata austro-ungarica nella zona degli altipiani, fu scatenata alle Colonne di fanti austriaci in ritirata nei pressi di prime ore del mattino del 14 dalla 4ª armata di Giardino, precedendo di Sesto, 2 novembre 1918. parecchie ore l'attacco principale in modo da spostare quante più truppe nemiche ad ovest. Non appena le notizie avessero confermato lo spostamento di truppe avversarie, avrebbe avuto inizio la manovra centrale dell'8ª armata verso Vittorio Veneto, mentre la 10ª e la 12ª armata sarebbero avanzate per proteggerne i fianchi e impedire eventuali tentativi nemici di tagliare il saliente[87]. L'offensiva durante il primo giorno, come per i tre giorni successivi, non ebbe successo. In alcuni punti le minime avanzate italiane subirono il contrattacco nemico che riuscì a riconquistare le posizioni perse. Il 28 ottobre il comando supremo italiano prescrisse la prosecuzione degli attacchi a tempo indeterminato, finché l'attacco sul Piave non fosse uscito dalla fase di stallo. L'Austria-Ungheria era ormai ridotta ad una scorza dentro la quale tutto marciva, ma questa scorza era durissima; la resistenza del suo esercito sul Grappa e sul Piave continuava infatti inflessibile.


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Poi l'esercito austro-ungarico iniziò ad abbandonare le posizioni, si dissolse, sparì. Iniziò quindi un'accanito inseguimento da parte delle forze italiane. La crisi interna dell'impero si era ormai ripercossa sul fronte, anche se l'esercito resistette fino all'ultimo. La battaglia di Vittorio Veneto non fu un capolavoro tattico o strategico, ma il dissolvimento dell'impero contribuì fortemente al concludersi definitivo della guerra su tutti i fronti. La Germania non avrebbe potuto resistere da sola ad oltranza[88].

Il collasso dell'impero Il 28 ottobre l'Austria-Ungheria chiese agli Alleati l'armistizio. L'impero che con tanta baldanza aveva aperto le ostilità contro la Serbia nel 1914 era giunto alla fine del suo percorso politico e militare. Quello stesso giorno gli italiani catturarono 3000 austriaci sul Piave. In serata l'esercito asburgico ricevette l'ordine di ritirarsi[89]. L'impero era al collasso, oramai i diversi movimenti indipendentisti stavano facendo di tutto per sfruttare la situazione. A Praga la richiesta di armistizio provocò una decisa reazione dei cechi; il Consiglio nazionale cecoslovacco si riunì a palazzo Gregor, dove si era costituito tre mesi prima, e assunse le funzioni di un vero e proprio governo, impartendo l'ordine agli ufficiali austriaci nel castello di Hradčany l'ordine di trasferire i poteri, assumendo il controllo della città e proclamando l'indipendenza dello stato ceco. Quella sera le truppe austriache nel castello deposero le armi; senza confini, senza riconoscimento internazionale e senza l'approvazione di Vienna, era nata un'entità nazionale ceca[89]. Sempre quello stesso giorno, il Parlamento croato dichiarò che da quel momento, Croazia e Dalmazia avrebbero fatto parte di uno "Stato nazionale sovrano di sloveni, croati e serbi". Analoghe dichiarazioni pronunciate a Laibach e Sarajevo, legavano queste regioni all'emergente Stato slavo meridionale della Jugoslavia[90]. Il 29 ottobre le truppe autriache si ritirarono dal Piave al Tagliamento; le lunghe colonne di uomini, rifornimenti e artiglierie in ritirata, furono bersagliate da oltre 600 aerei italiani, francesi e britannici. Fu un bombardamento feroce, e gli uomini in ritirata non avevano modo di difendersi. « Lungo la strada c'erano rottami di veicoli, cavalli morti, cadaveri di uomini sulla strada e nei campi dove erano fuggiti per sfuggire alle mitragliatrici e alle bombe degli aerei [...] » [89]

(Bernard Garside, 19enne ufficiale inglese

)

Quello stesso giorno il Consiglio nazionale slovacco si associò in una nuova entità, insistendo sul diritto della regione slovacca alla "libera autodeterminazione". Il 30 ottobre vennero fatti prigionieri più di 33.000 soldati austriaci, mentre a Vienna, il governo austro-ungarico continuava ad adoperarsi per giungere all'armistizio con gli Alleati[90]. Nel frattempo il porto austriaco di Fiume, che due giorni prima era stato dichiarato parte dello stato slavo meridionale, proclamò la propria indipendenza chiedendo di unirsi all'Italia. A Budapest il conte Károlyi formò il governo ungherese, e su consenso di Carlo I, rescisse i legami che fin dal 1867 avevano tenuto insieme l'Austria e l'Ungheria e intavolò trattative tra l'Ungheria e le forze francesi in Serbia. Quello stesso 30 ottobre Carlo consegnò la flotta austriaca agli slavi meridionali e la flottiglia del Danubio all'Ungheria. Quella sera una delegazione austriaca per l'armistizio arrivò in Italia, a Villa Giusti nei pressi di Padova[91]. Il 1º novembre Sarajevo si dichiarò parte dello "Stato sovrano degli slavi meridionali". A Vienna e a Budapest era ormai scoppiata la rivoluzione; il giorno precedente il conte Tisza fu ucciso dalle guardie rosse nella capitale ungherese[92].

L'armistizio Il 3 novembre l'Austria firmò l'armistizio che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo, mentre a Vienna continuava la rivoluzione rossa. Lo stesso giorno gli italiani entrarono a Trento e la Regia Marina sbarcò a Trieste, mentre sul fronte occidentale gli Alleati accolsero la richiesta formale di armistizio sul fronte francese avanzata dal governo tedesco[93]. Alle ore 15:00 del 4 novembre sul fronte italiano le armi cessarono di sparare; quella notte, ricordò l'ufficiale d'artiglieria inglese Hugh Dalton:


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« [...] il cielo era illuminato dalla luce dei falò e dagli spari di razzi colorati. [...] Dietro di noi, in direzione di Treviso, si sentiva un lontano ritocco di campane, e canti ed esplosioni di gioia ovunque. Era un momento di perfezione e [93] compimento . »

Era il 4 novembre 1918 e il comandante in capo dell’esercito d’Italia, Maresciallo Armando Diaz, dava notizia all'intero paese della conclusione del conflitto, firmando l'ultimo bollettino di guerra che sarebbe passato alla storia come il "bollettino della Vittoria", che concludeva con queste parole: « [...] i resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza »

Il giorno seguente venivano occupate Rovigno, Parenzo, Zara, Lissa e Fiume, quest'ultima, pur non prevista tra i territori nei quali sarebbero state inviate forze italiane come previsto da alcune clausole dell'armistizio, venne occupata in seguito agli eventi del 30 ottobre, quando il Consiglio nazionale, insediatosi nel municipio dopo la fuga degli ungheresi, aveva proclamato l'unione della città all'Italia. L'esercito italiano forzò la linea del patto di Londra dirigendosi verso Lubiana, ma fu fermato poco oltre Postumia dalle truppe serbe.

Conseguenze All'indomani dell'armistizio, i problemi militari erano numerosi e andavano dal consolidamento di una nuova linea di confine alla riorganizzazione dei servizi territoriali e delle unità combattenti, all'assistenza alle popolazioni delle terre liberate e occupate, alla raccolta del bottino di guerra, al riordino degli ex prigionieri che affluivano dai disciolti campi austriaci. Accanto a tutto ciò andava condotta la smobilitazione reclamata a gran voce dal paese[94]. Il problema maggiore nell'immediato dopoguerra per l'esercito fu comunque la riorganizzazione dell'apparato militare, che necessitava di un ammodernamento. Se Caporetto fu essenzialmente una sconfitta dovuta all'imprevidenza e alle sottovalutazioni dell'alto comando, numerosi furono gli episodi che rivelarono inadeguatezze nella conduzione delle operazioni e scarsa adattabilità alle esigenze moderne. L'Ortigara aveva offerto in questo senso un chiaro esempio di ostinato rifiuto nell'azione in profondità e l'insistenza sull'offensiva ad ampio fronte. Si poneva quindi la necessità di snellimento dei reparti in vista di una maggiore autonomia, manovrabilità e potere decisionale, così come avevano fatto le forze austriache e tedesche vittoriose a Caporetto[95]. Alla conferenza di pace di Parigi, l'Italia richiese che venisse applicato alla lettera il patto di Londra, aumentando le richieste con la concessione anche della città di Fiume in virtù della prevalenza numerica dell'etnia italiana nel capoluogo quarnerino, e dei fatti di fine ottobre. La città però, in base al patto, veniva espressamente assegnata quale principale sbocco marittimo di un eventuale futuro stato croato o ungherese. Gli Alleati negarono fin dall'inizio questa possibilità, e l'Italia dal canto suo fu divisa sul da farsi. Mentre Vittorio Emanuele Orlando abbandonò per protesta la conferenza di pace di Parigi, il nuovo presidente del consiglio italiano Francesco Saverio Nitti ribadì nuovamente le richieste italiane, ma nel contempo iniziò delle trattative dirette col nuovo Regno dei Serbi, Croati e Sloveni. Il 10 settembre 1919, Nitti, sottoscrisse il trattato di Saint-Germain, che definiva i confini italo-austriaci, ma non quelli orientali. L'Austria cedette all'Italia il Trentino/Alto Adige, l'Istria, l'intera Venezia Giulia fino alle Alpi Giulie col confine includente la cittadina di Volosca e le isole del Carnaro, la Dalmazia settentrionale nei suoi confini amministrativi fino al porto di Sebenico incluso, con tutte le isole prospicienti, il porto di Valona in Albania, l'isolotto di Saseno di fronte alle coste albanesi, e diritto di chiedere aggiustamenti dei confini coloniali con i possedimenti francesi e britannici in Africa[96]. La Jugoslavia reclamava i territori assegnati dal patto all'Italia, che a sua volta mirava anche ad occupare Fiume. L'irrendentismo nazionalista, rafforzatosi nel corso della guerra, andò su posizioni di aperta e radicale contestazione dell'ordine costituito. Dopo l'abbandono della conferenza da parte dei delegati italiani, il mito della "vittoria mutilata" e le mire espansionistiche nell'Adriatico divennero i punti di forza del movimento che raccolse le tensioni

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Fronte italiano (1915-1918) di una fascia sociale eterogenea, della quale fecero parte gli Arditi, gli unici capaci di dare una svolta coraggiosa all'atteggiamento del governo[97]. In molti ambienti si diffuse la convinzione, alimentata dai giornali e da alcuni intellettuali, che gli oltre seicentomila morti della guerra erano stati "traditi", mandati inutilmente al macello, e tre anni di sofferenze erano servite solo a distruggere l'Impero asburgico ai confini d'Italia per costruirne uno nuovo e ancora più ostile ad essa. Il 12 settembre 1919, una forza volontaria irregolare di nazionalisti ed ex-combattenti italiani, guidata dal poeta D'Annunzio, occupò militarmente la città di Fiume chiedendone l'annessione all'Italia. Solo la caduta del governo Nitti per il secondo governo Giolitti, riesce a sbloccare la situazione; Giolitti raggiunse un accordo con gli jugoslavi, dove Fiume veniva riconosciuta città indipendente, anche se D'Annunzio e le formazioni irregolari vennero costretti ad abbandonare la città solo dopo un intervento di forza[97].

Note [1] Come appunto, si può leggere nel retro della "medaglia commemorativa della guerra italo-austriaca" coniata nel 1920. Vedi: La decorazione italiana per commemorare la Grande Guerra e l’Unità della Nazione (http:/ / www. regioesercito. it/ decorazioni/ meda1. htm). regioesercito.it. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [2] Essendo da alcune fonti, visto come una sorta di conclusione simbolica del Risorgimento. Vedi: Il 1861 e quattro guerre per l'indipendenza (1848-1918) (http:/ / www. archiviodistatopiacenza. beniculturali. it/ opencms/ opencms/ it/ contenuti/ manifestazioni/ eventi/ Articolo_552. html?pagename=137). archiviodistatopiacenza.it. URL consultato in data 30 settembre 2011. [3] M.Silvestri 2006, op. cit., pp. 7,8. [4] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 10. [5] G.Morandi, op. cit., p. 20. [6] G.Oliva, op. cit., p. 53. [7] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 11. [8] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 12. [9] M.Gilbert, op. cit., p. 32. [10] Cappellano-Di Martino, op. cit., pp. 13,40,41. [11] Cappellano-Di Martino, op. cit., p. 41. [12] Cappellano-Di Martino, op. cit., pp. 49,50. [13] Cappellano-Di Martino, op. cit., pp. 44,45. [14] Cappellano-Di Martino, op. cit., pp. 50,51. [15] AA.VV., op. cit., pp. 6,7. [16] Vianelli-Cenacchi, op. cit., p. 13. [17] Le battaglie dell'Isonzo (http:/ / www. luoghistorici. com/ battaglie/ battaglie-moderne-700-800900/ 212-le-battaglie-dellisonzo. html). luoghistorici.com. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [18] Vianelli-Cenacchi, op. cit., p. 9. [19] Vianelli-Cenacchi, op. cit., p. 19. [20] L'esercito asburgico (http:/ / isonzofront. altervista. org/ leggi_documenti. php?id=18& cat=documenti). isonzofront.org. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [21] Vianelli-Cenacchi, op. cit., pp. 19,20. [22] AA.VV., op. cit., p. 7. [23] Vianelli-Cenacchi, op. cit., pp. 6,7. [24] Vianelli-Cenacchi, op. cit., p. 7. [25] G.Ferraioli, op. cit., p. 814. [26] G.Ferraioli, op. cit., pp. 815,816. [27] L.Albertini, op. cit., Vol.III p. 305. [28] M.Silvestri 2006, op. cit., pp. 16,17. [29] M.Silvestri 2007, op. cit., pp. 5,6. [30] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 18. [31] La reazione dell'Imperatore Francesco Giuseppe alla dichiarazione di guerra italiana (http:/ / isonzofront. altervista. org/ leggi_documenti. php?id=9& cat=documenti). isonzofront.org. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [32] Il fronte dell'Isonzo/Soška Fronta/Isonzofront (http:/ / www. grandeguerra. ccm. it/ sez_cennistorici_isonzo_it. php). grandeguerra.ccm.it. URL consultato in data 12 ottobre 2011. [33] Vianelli-Cenacchi, op. cit., p. 5 [34] Vianelli-Cenacchi, op. cit., pp. 23,24 [35] Vianelli-Cenacchi, op. cit., pp. 26,27

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Fronte italiano (1915-1918) [36] La Grande Guerra, cenni storici (http:/ / www. grandeguerra. ccm. it/ sez_cennistorici_it. php). grandeguerra.ccm.it. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [37] F. Favre, op. cit., p. 69. [38] Prima battaglia dell'Isonzo (http:/ / www. luoghistorici. com/ battaglie/ battaglie-moderne-700-800900/ 94. html). luoghistorici.com. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [39] 1915: Il primo anno di guerra sul Carso e sull'Isonzo (http:/ / www. grandeguerra. ccm. it/ sez_cennistorici_1915_it. php). grandeguerra.ccm.it. URL consultato in data 16 ottobre 2011. [40] 1915 (http:/ / isonzofront. altervista. org/ 1915. php). isonzofront.org. URL consultato in data 16 ottobre 2011. [41] I primi attacchi italiani sul col di Lana (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ Lana/ 01ColDiLanaAttacchiGiugno. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [42] Conquista della selletta del Sasso di Stria (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ Lagazuoi/ 03RipresaOffensivaValCosteana. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [43] Attacchi austriaci contro la penetrazione italiana (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ Tofane/ 08AttacchiAustriaciValTravenanzes. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [44] Tre Cime, primi giorni (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ TreCime/ 02TreCimePrimiGiorni. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [45] Fiscalina, gli scontri di giugno (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ Fiscalina/ 01FiscalinaGiugno. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [46] Occupazione di Monte Popera, Cresta Zsigmondy, Cima Undici (http:/ / www. frontedolomitico. it/ Fronte/ Paesaggi/ Popera/ 02PoperaOccupazioneItaliana. htm). frontedolomitico.it. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [47] La guerra bianca, le gallerie nel ghiaccio della Marmolada (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ gggallerieghiacciomarmolada. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [48] Inquadramento storico della guerra sull’Adamello (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ gggadamello. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [49] F. Favre, op. cit., p. 32. [50] F. Favre, op. cit., p. 52. [51] F. Favre, op. cit., p. 70. [52] F. Favre, op. cit., pp. 70,71. [53] F. Favre, op. cit., pp. 74,75,76. [54] Cappellano-Di Martino, op. cit., p. 97. [55] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 19. [56] La Strafexpedition sugli Altopiani, la prima vittoria difensiva italiana (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ ggstrafe. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 19 ottobre 2011. [57] I bollettini della guerra, Alpes, Milano, 1924, p. 124 [58] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 21. [59] VIIIª battaglia dell’Isonzo, fino alle difese di Trieste (http:/ / www. luoghistorici. com/ index. php?option=com_content& amp;view=article& amp;id=225). luoghistorici.com. URL consultato in data 19 ottobre 2011. [60] IXª battaglia dell’Isonzo, muore l’imperatore (http:/ / www. luoghistorici. com/ index. php?option=com_content& amp;view=article& amp;id=226). luoghistorici.com. URL consultato in data 19 ottobre 2011. [61] G.Oliva, op. cit., pp. 121,122. [62] option=com_content&view=article&id=143 Battaglie di mine sul fronte alpino (http:/ / www. luoghistorici. com/ index. php). luoghistorici.com. URL consultato in data 25 ottobre 2011. [63] Esplosione del monte Cimone (http:/ / www. luoghistorici. com/ component/ content/ article/ 144. html). luoghistorici.com. URL consultato in data 25 ottobre 2011. [64] M.Silvestri 2006, op. cit., pp. 21,22. [65] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 23. [66] XIª Battaglia dell’Isonzo, l’Impero vacilla (http:/ / www. luoghistorici. com/ index. php?option=com_content& amp;view=article& amp;id=68). luoghistorici.com. URL consultato in data 25 ottobre 2011. [67] G.Oliva, op. cit., p. 125. [68] G.Oliva, op. cit., pp. 126,130,132. [69] G.Oliva, op. cit., pp. 133,135,136. [70] G.Oliva, op. cit., p. 139. [71] 1917 (http:/ / isonzofront. altervista. org/ 1917. php). isonzofront.org. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [72] Novant'anni fa la battaglia di Caporetto - ottobre 1917. Un'occasione per riflettere (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ ggcaporettoriflettere. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 11 ottobre 2011. [73] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 178. [74] M.Silvestri 2006, op. cit., pp. 165,166. [75] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 229. [76] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 3.

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Fronte italiano (1915-1918) [77] M.Silvestri 2007, op. cit., p. 476. [78] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 256,258. [79] AA.VV., op. cit., pp. 21,22. [80] AA.VV., op. cit., pp. 22,23. [81] L'Aviazione Italiana e Austro-Ungarica nella Grande Guerra (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ ggaviazione. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 17 ottobre 2011. [82] AA.VV., op. cit., p. 24. [83] Battaglia del Solstizio o seconda battaglia del Piave (http:/ / www. luoghistorici. com/ battaglie/ battaglie-moderne-700-800900/ 67-battaglia-del-solstizio-o-seconda-battaglia-del-piave-veneto. html). luoghistorici.com. URL consultato in data 23 ottobre 2011. [84] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 260. [85] L'Italiane nella Grande Guerra - 1918 (http:/ / www. lagrandeguerra. net/ ggriassunto. html). lagrandeguerra.net. URL consultato in data 26 ottobre 2011. [86] M.Silvestri 2006, op. cit., p. 262. [87] Battaglia di Vittorio Veneto, dal fango alla gloria (http:/ / www. luoghistorici. com/ index. php?option=com_content& amp;view=article& amp;id=164). luoghistorici.com. URL consultato in data 25 ottobre 2011. [88] M.Silvestri 2006, op. cit., pp. 262,263. [89] M.Gilbert, op. cit., p.588. [90] M.Gilbert, op. cit., p.590. [91] M.Gilbert, op. cit., p.591. [92] M.Gilbert, op. cit., p.593. [93] M.Gilbert, op. cit., p.595. [94] G.Oliva, op. cit., p. 145. [95] G.Oliva, op. cit., p. 146. [96] M.Gilbert, op. cit., p. 626. [97] Astorri-Salvadori, op. cit., p. 169.

Bibliografia • AA. VV., Gli assi austro-ungarici della Grande Guerra sul fronte italiano, Madrid, Del Prado (trad. Osprey Publishing), 2001. ISBN 84-8372-502-9 • Antonella Astorri; Patrizia Salvadori, Storia illustrata della prima guerra mondiale, Firenze, Giunti, 2006. ISBN 88-0921-701-2 • Luigi Albertini, Le origini della guerra del 1914 (3 volumi - vol. I: "Le relazioni europee dal Congresso di Berlino all'attentato di Sarajevo", vol. II: "La crisi del luglio 1914. Dall'attentato di Sarajevo alla mobilitazione generale dell'Austria-Ungheria.", vol. III: "L'epilogo della crisi del luglio 1914. Le dichiarazioni di guerra e di neutralità."), Milano, Fratelli Bocca, 1942-1943. (ISBN non disponibile) • Filippo Cappellano; Basilio Di Martino, Un esercito forgiato nelle trincee - L'evoluzione tattica dell'esercito italiano nella Grande Guerra, Udine, Gaspari, 2008. ISBN 88-7541-083-6 • Giampaolo Ferraioli, Politica e diplomazia in Italia tra XIX e XX secolo. Vita di Antonino di San Giuliano (1852-1914), Catanzaro, Rubettino, 2007. ISBN 88-498-1697-6 • Franco Favre, La Marina nella Grande Guerra, 2008, Udine, Gaspari. ISBN 978-88-7541-135-0 • Martin Gilbert, La grande storia della prima guerra mondiale, 2009, Milano, Arnoldo Mondandori [1994]. ISBN 88-0448-470-7 • Giovanni Morandi, Alpini, dalle Alpi all'Afghanistan, Bologna, Poligrafici editoriali, 2003. (ISBN non disponibile) • Gianni Oliva, Storia degli alpini, Milano, Mondadori, 2010. ISBN 978-88-04-48660-2 • Mario Vianelli; Giovanni Cenacchi, Teatri di guerra sulle Dolomiti, 1915-1917: guida ai campi di battaglia, 2006, Milano, Oscar storia. ISBN 978-88-045556-50 • Mario Silvestri, Caporetto, una battaglia e un enigma, Bergamo, Bur, 2006. ISBN 88-1710-711-5 • Mario Silvestri, Isonzo 1917, Bergamo, Bur, 2007. ISBN 88-1712-719-6 Nella letteratura Le opere letterarie riguardanti il fronte italiano sono moltissime, qui di seguito sono elencati in ordine alfabetico alcuni tra gli scritti più famosi:

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Fronte italiano (1915-1918) • Addio alle armi (A Farewell to Arms), è un romanzo ambientato in vari luoghi del fronte veneto e del nord-Italia e basato sulla trasposizione delle esperienze personali dello scrittore Ernest Hemingway, che nel 1918 prestò servizio volontario come autista di ambulanze della Croce Rossa americana (A.R.C.) nelle retrovie del Pasubio (Schio - Val Leogra) e degli Altipiani, prima di trasferirsi sul Piave, dove venne ferito mentre prestava soccorso in prima linea. • Un anno sull'Altipiano, è un libro di memorie di Emilio Lussu che racconta la sua esperienza sull'Altopiano di Asiago nel 1917. • Cola, o ritratto di un italiano, di Mario Puccini, è un romanzo che racconta il dramma della guerra dal punto di vista di un fante contadino. • La guerra di Joseph, è un libro scritto da Enrico Camanni, che racconta le vicende militari sul fronte delle Tofane dagli occhi di due combattenti, Ugo Vallepiana e Joseph Gaspard. • La rivolta dei santi maledetti, di Curzio Malaparte, è un saggio che racconta le vicende e gli errori degli alti comandi italiani durante la rotta di Caporetto. • Le scarpe al sole. Cronache di gaie e tristi avventure di alpini, di muli e di vino ricostruzione dell'allora capitano Paolo Monelli della vita degli Alpini al fronte. • Trincee. Confidenze di un fante, la storia autobiografica di Carlo Salsa, fante impegnato sul Carso. • Uragano, romanzo di Gino Rocca che parla dell'esperienza dello stesso autore in guerra

Filmografia Qui di seguito in ordine cronologico, alcuni dei titoli più significativi: • Montagne in fiamme (Berge in Flammen) (1931), diretto da Luis Trenker e Karl Hartl, narra la storia del Kaiserjäger Florian Dimai, guida alpina sudtirolese impegnata contro le truppe italiane. • Addio alle armi (1932), diretto da Frank Borzage, tratto dal romanzo omonimo di Hemingway, a cui seguirà nel 1957 un omonimo film diretto da John Huston e Charles Vidor. • La grande guerra (1959), diretto da Mario Monicelli e interpretato da Alberto Sordi e Vittorio Gassman; è considerato uno dei capolavori della storia del cinema. • Uomini contro (1970), diretto da Francesco Rosi e liberamente ispirato al romanzo di Emilio Lussu "Un anno sull'Altipiano".

Voci correlate • Fronte occidentale (1914-1918) • Fronte orientale (1914-1918) • Quarta guerra di indipendenza

Altri progetti •

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Fronte italiano (1915-1918)

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Collegamenti esterni • Immagini del Frtonte Italiano 1915-1918 (http://www.it-au-1915-1918.com/) • Documenti e vita dei soldati italiani nella prima guerra mondiale (http://www.14-18.it/1418) • Il trattato di Londra, un estratto (http://isonzofront.altervista.org/leggi_documenti.php?id=4&cat=documenti)

Campagna d'Italia (1943-1945) Campagna d'Italia parte della seconda guerra mondiale

la HMS Warspite apre il fuoco sulle coste siciliane

DataLuogoEsitoSchieramenti Stati Uniti d'America Impero britannico • • • • •

Canada India britannica Sudafrica Australia  Nuova Zelanda Regno d'Italia dal 8/9/1943

Germania Regno d'Italia fino al 8/9/1943 Repubblica Sociale Italiana fino al 2/5/1945

Resistenza partigiana Polonia  Brasile

Francia libera Grecia

Comandanti C. in Capo AFHQ: Dwight Eisenhowerfino al gennaio '44 Henry Maitland Wilsondal gennaio '44 al dicembre '44 Harold Alexander dal dicembre '44

Perdite

C. in Capo Gruppo Armate C: Albert Kesselring Heinrich von Vietinghoff POW dall'ottobre '44 al gennaio '44 e dal marzo '45 Benito Mussolini Rodolfo Graziani POW


Campagna d'Italia (1943-1945)

[1]

In Sicilia: 22.000 perdite [2][3] [4][5] Nel continente italiano:~305.000 - 310.000 - 313.495 tra morti, feriti e [6][7] dispersi [7] 8.011 aerei

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336.650 tra morti, feriti e dispersi •

[8]

Germania: [9] 47.873 morti [9] 97.154 dispersi [9] 163.600 feriti

Voci di battaglie presenti su Wikipedia9 luglio 1943 - 2 maggio 1945ItaliaVittoria alleata, crollo del regime fascista e dell'occupazione nazi-fascista in Italia La Campagna d'Italia fu l'insieme delle operazioni militari condotte dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale, dal giugno 1943 al maggio 1945, per invadere, e costringere alla resa il Regno d'Italia, al fine di provocarne la fuoriuscita dall'Asse. Come conseguenza della resa incondizionata dell'8 settembre 1943 anche l'Italia dichiarò la propria cobelligeranza a fianco degli Alleati. Dopo tale data le manovre alleate si concentrarono contro le forze armate tedesche ed ebbero come obiettivo la conquista dei territori dell'Italia centro-settentrionale occupati dalla Wehrmacht nell'ambito dell'Operazione Achse (e successivamente passati, in parte, sotto l'amministrazione della RSI). Da quel momento il conflitto armato è noto, dal punto di vista italiano, come Guerra di liberazione e vide un importante apporto delle truppe regolari (inquadrate prima nel Primo Raggruppamento Motorizzato e poi nel Corpo Italiano di Liberazione) e del movimento di resistenza formato da sbandati delle forze armate italiane e civili di ogni età e appartenenza politica antifascista (dai democratici ai comunisti, dai socialisti ai liberali), che distrasse rilevanti forze militari tedesche e della Repubblica Sociale Italiana dal contrasto agli Alleati lungo la linea del fronte.

Pianificazione Ancor prima della conclusione vittoriosa della Campagna del Nord Africa, tra il 14 e il 24 gennaio 1943 il presidente americano Franklin D. Roosevelt e il primo ministro inglese Winston Churchill si incontrarono a Casablanca, in Marocco, per tracciare la nuova strategia militare da attuare. Alla fine, nonostante disaccordi sugli obiettivi primari, venne deciso di pianificare ed attuare l'invasione d'Italia: di fatto era chiaro che il popolo italiano non era più entusiasta di partecipare alla guerra, e si sperava che un'invasione avrebbe provocato il crollo del fronte interno e quindi l'uscita del paese dal conflitto.

Invasione della Sicilia Dopo la conquista di Lampedusa e Pantelleria l'11-12 giugno, operazione Corkscrew, il 10 luglio 1943 forze di terra e aviotrasportate anglo-americane iniziarono l'invasione della Sicilia (operazione Husky). Gli alleati disponevano di 160.000 uomini divisi in due armate: la 7ª armata americana del generale George Smith Patton e l'8ª britannica al comando del generale Bernard Law Montgomery supportati da 4.000 aerei e 600 carri armati soprattutto del modello M4 Sherman. L'armata di Patton aveva il compito di conquistare le coste tra Licata e Vittoria, mentre quella di Montgomery doveva prendere le coste tra la penisola di Pachino e Siracusa. A contrastarli si trovavano 230.000 soldati italiani e 40.000 tedeschi. Gli italiani (al comando del generale Alfredo Guzzoni) erano raggruppati in quattro divisioni: Aosta, Assietta (di stanza tra Palermo e Trapani), Livorno (di stanza a Caltagirone) e Napoli (di stanza fra Siracusa e Augusta). Numerose inoltre erano le brigate, le divisioni e i reggimenti costieri del Regio Esercito.


Campagna d'Italia (1943-1945)

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I 40.000 tedeschi (al comando del generale Wilhelm Schmalz) raggruppati nella divisione paracadutisti Hermann Göring, più altri tre gruppi della 15ª divisione. Il comando delle forze dell'Asse si trovava ad Enna. Durante la battaglia di Gela le divisioni Livorno ed Hermann Göring della 6ª Armata italiana tentarono di rioccupare le spiagge di Gela dove stava sbarcando la 1st Infantry Division statunitense nell'ambito dell'operazione Husky. Il tentativo, sebbene le forze dell'Asse siano arrivate a poche centinaia di metri dalle spiagge, fu frustrato dalle artiglierie, dall'intervento di forze corazzate e dal Truppe canadesi marciano per Modica in supporto navale statunitensi. L'11 luglio, dopo aspri combattimenti, atteggiamento rilassato ma con le baionette in caddero Siracusa e Augusta, un'importante base navale. In soli 10 canna giorni la 7ª armata americana e l'8ª britannica conquistarono due terzi dell'isola. Palermo venne pesantemente bombardata e si arrese il 22 luglio. Conquistata Palermo le unità alleate puntarono su Messina, dove erano di presidio le divisioni Livorno e Napoli e il XIV Corpo d'armata tedesco. Si procede quindi a bombardare pesantemente molte città italiane in particolare Napoli e Roma al fine di ostacolare l'afflusso delle forze armate italo-tedesche da nord, piegare il morale della popolazione e costringere l'Italia alla resa. Napoli viene sottoposta quasi ad un bombardamento al giorno (bombardamenti di Napoli). Particolarmente drammatico si rivela il bombardamento del quartiere San Lorenzo a Roma il 19 di luglio. Il 22 luglio la città di Foggia viene sottoposta ad un inaspettato e pesantissimo bombardamento che coinvolge anche la popolazione civile fatta oggetto di ripetuti mitragliamenti dai caccia americani P38. Davanti ad una situazione così drammatica il re Vittorio Emanuele il 25 luglio costringe Benito Mussolini alle dimissioni, ne ordina l'arresto e avvia i contatti segreti con gli Alleati per giungere ad un armistizio. Le unità dell'Asse resistettero a Messina fino al 17 agosto, ma dovettero poi ritirarsi varcando così la costa per riparare in Calabria. La campagna costò 8.603 morti, 20.000 feriti e 140.000 prigionieri di guerra per l'Asse. La 7ª armata subì 2.237 perdite e 6.544 tra feriti e dispersi, mentre l'8ª 2.721 morti e 10.122 tra feriti e dispersi.

Invasione dell'Italia meridionale Il 3 settembre 1943, con l'Operazione Baytown, l'8ª Armata britannica di Bernard Montgomery iniziò l'invasione d'Italia continentale con i primi sbarchi in Calabria. L'8 settembre il generale Eisenhower da Radio Tunisi rende noto l'armistizio di Cassibile, con il quale l'Italia usciva di fatto dalla guerra; tuttavia le forze tedesche presenti in Italia si erano preparate a questa eventualità, e iniziarono le operazioni per l'occupazione del Regno d'Italia. Il 9 settembre forze americane sbarcarono a Salerno nell'ambito dell'operazione Avalanche mentre truppe britanniche occupavano Taranto nell'ambito dell'operazione Slapstick. Un M4 Sherman sulle spiagge della Sicilia


Campagna d'Italia (1943-1945)

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Versante adriatico Le truppe inglesi della 1ª Divisione aviotrasportata formata dalla 1ª, 2ª e 4ª Brigata Paracadutisti, sotto il comando del viceammiraglio Arthur Power comandante della forza navale di scorta, sbarcarono direttamente nel porto di Taranto senza nemmeno utilizzare i mezzi anfibi d'assalto perché il comandante tedesco Richard Heidrich preferì ripiegare e non opporre resistenza allo sbarco. I paracadutisti però vennero sbarcati senza mezzi di trasporto, e quindi non poterono procedere speditamente verso il foggiano, che comunque venne raggiunto dopo alcune settimane; inoltre il comando Alleato preferì consolidare l'apparato logistico prima dell'avanzata, permettendo ai tedeschi di riorganizzarsi[10]. La divisione era sparpagliata in vari campi nella Tunisia sotto controllo Alleato e non poteva essere usata altrove nel suo specifico ruolo per mancanza di aerei da trasporto[10]; due giorni dopo le truppe Alleate raggiunsero Brindisi, nella quale Vittorio Emanuele III aveva portato il governo italiano dopo la sua fuga da Roma sotto l'attacco tedesco[10]; il 22 settembre i paracadutisti inglesi raggiungevano via terra Bari, in concomitanza dello sbarco della 78ª divisione di fanteria inglese[10], ma la città era stata liberata dai tedeschi già l'8 settembre dagli italiani. Il 3 ottobre sbarcò a Termoli una brigata dello Special Service seguita da una brigata della 78ª divisione britannica, creando una testa di ponte, mentre Foggia ed il complesso di aeroporti di Amendola venivano occupati il 27 settembre[10] e le truppe da terra si ricongiungevano alla testa di ponte dopo alcuni giorni.

Versante tirrenico Alle 3,30 del 9 settembre, la Quinta Armata alleata sbarcò su una lunghezza di costa di 40 chilometri, fra Minori e Paestum, le forze alleate erano formate dal VI Corpo d'armata americano comandato dal generale E. Dawley che sbarcò a sud, nei pressi di Paestum, e dal X Corpo d'armata inglese comandato dal generale sir Richard L. Mac Creery che sbarcò a nord, nella zona di Salerno e Minori. Ognuno dei due corpi comprendeva tre divisioni per complessivi circa 200.000 uomini. All'inizio le operazioni sembrarono procedere favorevolmente, a causa della netta superiorità degli Alleati; l'11 settembre sbarcò anche la 45ª Divisione americana allargando la linea d'invasione a 70 chilometri, fra Amalfi e Agropoli.

Truppe alleate sbarcano a Salerno

A questo punto iniziò la controffensiva tedesca con l'intervento della 29. Panzergrenadier-Division e di 2 battaglioni di fanteria con 20 carri armati che riescono a fermare il X Corpo d'armata inglese. Intervenne anche la 21. divisione Panzer Grenadieren, con una parte della 16ª divisione che cacciò gli inglesi da Battipaglia e gli statunitensi da Persano. Il 12 settembre, la 16. Panzergrenadier-Division accorse nella zona di Eboli, la 29ª PG in quella di Contursi e un quarto della Divisione Paracadutisti nel territorio di Montecorvino. In un secondo momento si aggiunge anche metà della Divisione H. Göring. Gli Alleati sono costretti a ripiegare, la situazione critica viene risolta dall'arrivo di rinforzi dal mare costituiti dalla 82ª Divisione aerotrasportata e dalla settima Divisione corazzata inglese, fondamentale sarà il massiccio bombardamento aeronavale del 14 e 15 settembre sulle posizioni tedesche. Rommel decise di non lanciare altre forze nella battaglia, ritenendo ormai impossibile ricacciare in mare gli Alleati, e il 16 settembre venne dato ai tedeschi l'ordine di ripiegare.


Campagna d'Italia (1943-1945)

L'avanzata verso nord Dopo il successo degli sbarchi l'invasione alleata procedette verso nord lungo le tre direttrici previste: da Reggio Calabria, da Taranto e da Salerno. Tuttavia la conformazione del terreno, con moltissimi fiumi e fiumiciattoli e con colline e monti più o meno grandi, non era adatta ad una rapida avanzata per cui tutto ciò, unito alle varie opere difensive tedesche, determinò di fatto un rallentamento dell'avanzata alleata per il resto dell'anno. Hitler non attribuiva un valore strategico all'Italia Meridionale ed era convinto della necessità di tenere il minimo delle forze in Italia per non scoprire gli altri fronti e non concesse a Kesselring i rinforzi richiesti. I tedeschi decidono dunque di lasciar avanzare gli Alleati per fermarli dove la conformazione geografica dell'Italia è più favorevole alla realizzazione di una serie di linee di difesa. La zona prescelta è quella fascia compresa fra Termoli e Pescara ad est e Napoli e Roma a ovest dove la penisola si restringe offrendo anche l'ostacolo degli Appennini e di vari corsi d'acqua; la reazione tedesca fino a quel momento si affiderà ad operazioni militari che avranno solo lo scopo di rallentare l'avanzata alleata per permettere il ripiegamento delle truppe e l'organizzazione della difesa. La partecipazione italiana alla liberazione della penisola inizialmente fu limitata ad una simbolica unità, il Primo Raggruppamento Motorizzato, che venne costituito il 26 settembre 1943[11] ed iniziò le operazioni con la battaglia di Montelungo, in realtà un sanguinoso test[12] per dimostrare agli Alleati la volontà del Regno d'Italia di partecipare alla "cobelligeranza" (termine che sintetizzava la partecipazione italiana alle operazioni in quanto l'Italia non poteva ancora essere considerata parte integrante degli Alleati). Questa prima unità fu assorbita dal Corpo Italiano di Liberazione, costituito dalla divisione paracadutisti Nembo, reggimenti di fanteria, reggimento San Marco, alpini etc. In seguito vennero creati diversi gruppi di combattimento, che operarono nell'ambito del Corpo Italiano di Liberazione[13] fino al termine delle ostilità, per un totale di circa 60.000 effettivi alla fine del 1944. A questi si affiancarono le divisioni ausiliarie e di sicurezza per un totale di 250.000 uomini. In Calabria la manovra diversiva non ha raggiunto lo scopo, i tedeschi si sono ritirati avendo deciso di concentrare le forze nella zona di Salerno, gli inglesi sono così avanzati per 300 km verso nord senza trovare resistenza. Il 16 settembre elementi della V Armata USA e dell'VIII Armata Inglese si sono così ricongiunti presso Vallo della Lucania. A Taranto dopo lo sbarco gli inglesi della prima divisione aviotrasportata sono avanzati nell'interno ed hanno raggiunto l'Adriatico conquistando Brindisi l'11 settembre e Bari il 14 settembre. Il 16 settembre la 4ª brigata paracadutisti occupa l'aeroporto di Gioia del Colle. I tedeschi arretrano ordinatamente opponendo agli inglesi l'azione delle loro retroguardie mediante imboscate e blocchi stradali. In uno di questi scontri a fuoco muore il 9 settembre presso Castellaneta il comandante della 1ma Divisione aerotrasportata il generale George Frederick Hopkinson. Verrà sostituito dal comandante della 1ª Brigata Paracadutisti generale Ernest Down. Il giorno 21 gli alleati sono a Trani. Il 24 settembre sono liberate Andria e Barletta. Il 25 settembre gli inglesi attraversano l'Ofanto. Il 27 settembre i tedeschi abbandonano Foggia facendo prima saltare in aria alcune importanti infrastrutture, lo stesso giorno arrivano le forze speciali inglesi del Popsky Private Army subito seguite da alcune compagnie della Prima Divisione aviotrasportata. Il 29 settembre il generale Bernard L. Montgomery al comando dell'VIII armata entra a Foggia. Il 1º ottobre elementi del Popski's Private Army completano la liberazione degli aeroporti della zona di Foggia raggiungendo il primo dei due obiettivi che si erano prefissi gli alleati. Sul fianco occidentale, il 23 settembre comincia l'offensiva del X Corpo d'armata Inglese che supera il Passo di Molina e Cava dei Tirreni conquista Nocera Inferiore il 28 settembre superando l'accanita resistenza della Divisione Goering ed entra nella piana di Sarno. Il 1º ottobre gli Alleati entrano a Napoli e trovano la città liberata dai tedeschi cacciati dalla rivolta dei cittadini durante le famose Quattro giornate di Napoli 27-30 settembre e raggiungono così il secondo obiettivo della campagna militare.

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Campagna d'Italia (1943-1945)

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Conseguenze strategiche Con l'occupazione di Napoli e di Foggia gli Alleati possono dire di avere ottenuto gli scopi che si erano prefissati. Napoli diverrà un'importantissima base per le truppe ed il suo porto avrà un ruolo fondamentale nel prosieguo della guerra; l'occupazione Alleata segnerà profondamente la città partenopea lasciando una traccia indelebile nella sua storia. Napoli ancora oggi ospita basi americane ed è sede dell'AFSOUTH, il centro di comando delle forze navali ed aeree Alleate nell'Europa Meridionale. Nella zona di Foggia gli Alleati allestiscono un numero elevato (circa una trentina ma qualcuno arriva a sostenere che erano un centinaio) di aeroporti e piste di atterraggio che saranno utilizzate per bombardare il nord d'Italia e d'Europa. Si valuta che dagli aeroporti della zona di Foggia partirono circa 2.600 missioni di guerra fra cui quelle che distrussero quasi completamente le raffinerie di petrolio di Ploieşti in Romania. Di tutti questi aeroporti militari oggi sono attivi solo quello di Gino Lisa riconvertito ad uso civile e quello di Amendola ampliato dagli Alleati fino a renderlo il più grande d'Europa. Dopo la fine della guerra è stato ceduto all'Italia.

I principali aeroporti della zona di Foggia-immagine appartenente al pubblico dominio USA

La Resistenza italiana Le prime operazioni armate contro i tedeschi furono compiute da militari sbandati che si riunirono, di norma sotto il comando di ufficiali del Regio Esercito, in formazioni con armamento leggero che adottavano tattiche da esercito regolare, cercando di presidiare il territorio in modo stabile. Ben presto la pressione tedesca costrinse a prendere atto dell'inefficienza di queste tattiche, inapplicabili contro un avversario dotato di aviazione, artiglieria e mezzi corazzati, oltre che di linee di rifornimento stabili e retrovie. Quindi la guerriglia passò in mano a formazioni agili, che apparivano e scomparivano sul territorio sottraendosi agli accerchiamenti con una efficiente rete di avvistamento ed erano in grado se necessario di dissolversi, nascondendo il materiale bellico in luoghi sicuri per ricomparire in altro momento ed altro luogo. Anche le stagioni influivano sulla dimensione delle formazioni, che si assottigliavano durante l'inverno o nei periodi legati ai cicli dell'agricoltura e riprendevano consistenza con la primavera[14]. Il risultato fu quello di costringere le truppe tedesche e della RSI ad incessanti operazioni di bonifica e controllo del territorio, oltre che alla costante insicurezza con la quale gli stessi si spostavano anche sul territorio apparentemente controllato, a causa dei numerosissimi attentati compiuti da partigiani in uniformi tedesche o fasciste o muniti di false ma ben realizzate credenziali, tanto che i tedeschi, in un opuscolo destinato alle loro truppe dal nome di "Achtung! Bandengefahr!" del 1943 creato dal comando del I Corpo Paracadutisti germanico, parlavano tra l'altro della intraprendenza dei partigiani che sfruttavano spesso "la credulità dei comandi tedeschi locali per impadronirsi di carte d'identità d'ogni specie, e del rispetto che le ronde germaniche hanno per ... ogni sorta di timbri e sigilli", ma illustravano anche la struttura organizzativa del CLN, del CLNAI e del CVL, le tattiche di combattimento delle bande nei vari ambienti operativi (città, montagna) e le precauzioni da seguire nell'approccio alla zona di combattimento e nel mantenere la riservatezza delle informazioni[15]. I gruppi partigiani, parte dei cui armamenti ed equipaggiamenti erano stati forniti dalle forze alleate grazie ad opportuni lanci, impegnarono fino a sette divisioni tedesche, e con le insurrezioni di Genova, Milano e Torino a partire dal 23 aprile, ottennero la resa diretta di due di queste.[16]


Campagna d'Italia (1943-1945)

La Linea Gustav, lo sbarco ad Anzio e la battaglia di Monte Cassino Sul fianco orientale l'VIII Armata inglese prende il posto della Prima divisione aerotrasportata, di questa rimarrà solo la Seconda brigata paracadutisti; lungo la costa avanza la 75ª divisione, nell'interno procede la prima divisione canadese. Reparti di commando inglesi occupano agevolmente il porto di Termoli nella notte fra il 2 ed il 3 ottobre ma l'avanzata rallenterà davanti alle reazione tedesca e si fermerà davanti alla cittadina di Ortona caposaldo della cosiddetta Linea d'inverno e della linea Gustav. Ortona sarà conquistata dopo un sanguinoso assedio dalla Prima divisione di Fanteria canadese 20-28 dicembre 1943, la battaglia di Ortona passerà alla storia come la "piccola Stalingrado". Sul fianco occidentale gli Alleati superano gli ostacoli della Linea difensiva del Volturno fra il 12 ed il 16 ottobre, della Linea Barbara nel mese di ottobre e della linea Bernhardt nei mesi di novembre e dicembre ma dovranno fermarsi davanti alla ben più agguerrita Linea Gustav. Per i restanti mesi del 1943 la Linea Gustav rappresentò il principale ostacolo nell'avanzata verso nord degli Alleati, bloccandone, di fatto, lo slancio iniziale. Nel tentativo di sbloccare tale impasse, gli Alleati sbarcarono in forze presso Anzio (Operazione Shingle), non riuscendo comunque a cogliere gli obiettivi sperati. Il fronte venne rotto solo in seguito ad un attacco frontale a Monte Cassino, nella primavera del 1944, e con la successiva liberazione di Roma in giugno. Ci vollero più di quattro mesi per percorrere i 50 km che separano Anzio da Roma.

La linea gotica e le battaglie degli Appennini settentrionali Dopo la conquista della capitale del Regno d'Italia gli Alleati si trovarono davanti all'ulteriore ostacolo della linea Gotica, linea voluta da Hitler per contrastare l'avanzata alleata. La linea andava da Pesaro a Lucca ed era in sostanza formata da due linee difensive poste ad una ventina di km di distanza. La campagna d'Italia procederà ancora più lentamente sia a causa della resistenza opposta dalle truppe tedesche e sia dal progressivo spostamento degli interessi degli Alleati in nord Europa a seguito dell'apertura del secondo fronte in Francia con lo sbarco in Normandia. Ulteriori truppe verranno ritirate durante l'estate dal fronte italiano ed utilizzate per invadere la Francia anche da sud il 15 agosto 1944, Operazione Dragoon. La Campagna d'Italia divenne un fronte secondario nella strategia alleata, nonostante i ripetuti inviti Una jeep della PPA (Popski's Private Army) in di Churchill a premere per una risoluta avanzata in Italia. Gli Alleati Piazza San Marco a Venezia. nel 1944 raggiungono obiettivi limitati conquistando Ancona e Rimini sul versante adriatico e Firenze dalla parte del Tirreno. L'operazione militare più rilevante fu l'Operazione Olive con la quale gli alleati riuscirono a superare la linea gotica nei pressi di Rimini dopo una dura battaglia. I tedeschi però riuscirono a ritirarsi ordinatamente e non vi furono conseguenze strategiche rilevanti. Gli Alleati dovranno aspettare la fine dell'inverno per poter riprendere l'iniziativa in modo efficace.

L'offensiva di primavera e l'epilogo Gli Alleati, dopo la pausa invernale, ripresero le operazioni e con l'offensiva di primavera del 1945 riuscirono a sfondare la linea gotica ed a penetrare nella Pianura Padana. L'operazione, nome in codice Grapeshot, venne coordinata dal generale americano Clark, comincia il 9 aprile con un massiccio bombardamento aereo e d'artiglieria, Bologna viene liberata il 21 aprile, gli americani attraversano il Po il 22 aprile e proseguono secondo tre direttrici: Milano, Torino e Genova. L'VIII Armata inglese attravers il Po il 25 aprile ed avanza verso nord-est per liberare Venezia e Trieste. Il 25 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale dichiara l'insurrezione generale. La liberazione del nord Italia dalle truppe tedesche e dal governo della RSI, coinciderà dunque con la fine della guerra in Europa.

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Campagna d'Italia (1943-1945) Intanto erano già cominciati i contatti fra i vertici tedeschi, gli Alleati e la Resistenza italiana per una cessazione delle ostilità sul fronte italiano, Operazione Sunrise contemporaneamente, a seguito dello sfondamento Alleato del settore La Spezia - Massa Carrara della Linea gotica, ed il conseguente arretramento delle Divisioni Nazi-fasciste, giunte nei pressi di Fornovo di Taro (Parma), furono teatro dell'ultima grande battaglia campale in Italia, ricordata come la Battaglia della Sacca di Fornovo. Il 28 aprile il generale Heinrich von Vietingoff invia suoi rappresentanti a trattare la resa di Caserta, firmata il giorno successivo. La ostilità in Italia terminarono ufficialmente il 2 maggio 1945.

Note [1] Shaw, p. 120. [2] Americani: 29.560 morti o dispersi, 82.180 feriti, 7.410 prigionieri; Britannici: 89.440 morti, feriti o dispersi, nessuna informazione sui prigionieri; Indiani: 4.720 morti o dispersi, 17.310 feriti e 46 prigionieri; Canadesi: 5.400 morti o dispersi, 19.490 feriti e 1.000 prigionieri; Polacchi: 2.460 morti o dispersi, 8.460 feriti, nessuna informazione sui prigionieri; Sudafricani: 710 morti o dispersi, 2.670 feriti e 160 prigionieri; Francesi: 8.600 morti o dispersi, 23.510 feriti, nessuna informazione sui prigionieri; Brasiliani: 510 morti o dispersi, 1.900 feriti, nessuna informazione sui prigionieri; Neozelandesi: nessuna informazione. [3] Ellis, p. 255 [4] USA: 114.000, Commonwealth britannico: 198.000. Perdite totali alleate: 59.151 morti, 30.849 dispersi e 230.000 feriti [5] European Theater (http:/ / www. worldwar2history. info/ Europe/ ) [6] Americani: 119.279 perdite; Brasiliani: 2.211 perdite; Britannici: 89.436 perdite; Truppe coloniali britanniche: 448 perdite; Canadesi: 25.889 perdite; Francesi: 27.625 perdite; Greci: 452 perdite; Indiani: 19.373 perdite; Italiani: 4.729 perdite; Neozelandesi: 8.668 perdite; Polacchi: 11.217 perdite; Sudafricani: 4.168 perdite. [7] Jackson, p. 335 [8] Tra il 1º settembre 1943 e il 10 maggio 1944: 87.579 perdite. Tra l'11 maggio 1944 e il 31 gennaio 1945: 194.330 perdite. Tra febbraio e marzo 1945: 13.741 perdite. La stima dei britannici nel periodo 1–22 aprile 1945: 41.000 perdite tedesche (escluse le forze arresesi alla fine della guerra). [9] Feldgrau website. Feldgrau Statistics and Numbers (http:/ / www. feldgrau. com/ stats. html) [10] B. Liddel Hart - Breve storia della seconda guerra mondiale - volume 2 - cap. L'invasione dell'Italia - capitolazione e scacco pag. 655 [11] Ordine di Protocollo n. 761 del Comando LI Corpo d'armata. Cfr. Riccardo Scarpa, Vecchio e nuovo nelle Forze Armate del Regno d'Italia in La riscossa dell'Esercito. Il Primo Raggruppamento Motorizzato - Monte Lungo, atti del convegno del Centro Studi e Ricerche Storiche sulla Guerra di Liberazione [12] 1º Rgpt. Motorizzato - La battaglia di Monte Lungo (http:/ / www. esercito. difesa. it/ root/ storia/ 1rgpt_sto_lungo. asp) in sito dell'Esercito Italiano. URL consultato in data 26 aprile 2008. [13] http:/ / www. esercito. difesa. it/ root/ storia/ CIL. asp Corpo Italiano di Liberazione [14] Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, vol. XVI, pag. 198 [15] Vita e morte del soldato italiano nella guerra senza fortuna, vol. XVI, pag. 175 [16] (EN) The OSS and Italian Partisans in World War II (https:/ / www. cia. gov/ library/ center-for-the-study-of-intelligence/ csi-publications/ csi-studies/ studies/ spring98/ OSS. html), articolo del Center for the Study of Intelligence della CIA, scritto dall'ex agente dellOffice of Strategic Services Peter Tompkins

Bibliografia • Gerhard Muhm, La Tattica tedesca nella Campagna d'Italia in Linea Gotica avamposto dei Balcani, a cura di Amedeo Montemaggi, Roma, Edizioni Civitas, 1993 • Eric Morris, La guerra inutile. La campagna d'Italia 1943-45, Longanesi, 1993

Voci correlate • Italy Star • D-Day Dodgers

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Campagna d'Italia (1943-1945)

Altri progetti •

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Collegamenti esterni • (EN) Gerhard Muhm: German Tactics in the Italian Campaign (http://www.larchivio.org/xoom/ gerhardmuhm2.htm) • Museo Multimediale Seconda Guerra Mondiale (http://www.museohistoriale.org) • La città invisibile (http://www.lacittainvisibile.it/) Raccolta di segni, storie e memorie del tempo della Linea Gotica. • Progetto Uomini in guerra sulla Linea Gotica (http://www.progettolineagotica.eu) • Dal Volturno a Cassino (http://www.dalvolturnoacassino.it) • US Army Center of military History (http://www.history.army.mil/) • Naples-Foggia 1943-1944 (http://www.history.army.mil/brochures/naples/72-17.htm) • US Army Division in World War II (http://www.historyshots.com/USArmy/DisplayCampaign.cfm?CID=18) • What happened in Naples Foggia? (http://wiki.answers.com/Q/What_happened_in_naples-foggia) • European/African/Middle Eastern Campaign Medal (http://www.gruntsmilitary.com/eame.shtml) • Raffaele Mangano Storia di Foggia (http://www.manganofoggia.it/) • Foggia in guerra (http://foggiainguerra.altervista.org/wordpress/)

Guerra civile in Italia (1943-1945) La locuzione guerra civile in Italia è impiegata nella storiografia di settore, anche internazionale[1][2], per riferirsi agli eventi accaduti durante la seconda guerra mondiale, in un periodo compreso tra l'annuncio dell'armistizio di Cassibile (8 settembre 1943) e la resa di Caserta (2 maggio 1945), durante il quale si verificarono combattimenti tra reparti militari della Repubblica Sociale Italiana (RSI), collaborazionisti con le truppe occupanti della Germania nazista, e i partigiani italiani, sostenuti materialmente dagli Alleati. Oltre ai combattimenti diretti tra i reparti armati delle due parti, si registrarono anche rappresaglie sulla popolazione civile e repressioni da parte delle autorità della RSI, scontri tra partigiani[3], mentre rari furono gli scontri armati tra le truppe fasciste e quelle fedeli al governo monarchico, il cosiddetto "Regno del Sud"[4].

Il tardivo riconoscimento storiografico Nel biennio 1943-1945, la natura di guerra civile del conflitto combattuto tra fascisti e antifascisti era riconosciuta in entrambi gli schieramenti (in campo antifascista soprattutto tra gli azionisti), ma dal dopoguerra la definizione di "guerra civile" fu gradualmente respinta dalla cultura antifascista, cosicché cadde quasi completamente in disuso[5]. Salvo alcune eccezioni, rimase circoscritta alla pubblicistica neofascista fino agli anni ottanta, quando fu riproposta all'attenzione della storiografia accademica da Claudio Pavone in una serie di convegni. Dopo un intenso dibattito, lo stesso Pavone nel 1991 ne determinò una vasta diffusione con la sua opera più celebre: Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza. Tra gli studi successivi, dedicato a questa fase storica è anche l'ultimo volume della biografia di Mussolini scritta da Renzo De Felice, intitolato La guerra civile 1943-1945. Alcuni degli storici che si sono occupati dell'argomento hanno esteso la loro ricerca alle conseguenze che la guerra civile ebbe nell'immediato dopoguerra[6].

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Guerra civile in Italia (1943-1945)

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Le origini Il 25 luglio 1943: la caduta del fascismo Dopo la vittoria conseguita nella campagna del Nordafrica, gli Alleati diedero avvio alla Campagna d'Italia: tra l'11 e il 12 giugno del 1943 Lampedusa e Pantelleria furono i primi territori italiani ad essere conquistati, il 10 luglio iniziò lo sbarco in Sicilia, mentre il 19 luglio Roma fu bombardata per la prima volta. La minaccia dell'invasione del territorio nazionale, la convinzione dell'inevitabilità della sconfitta, l'incapacità di Mussolini di «sganciarsi dalla Germania»[7], insieme alla consapevolezza che la sua presenza Il verbale dell'ordine del giorno Grandi impediva ogni trattativa con gli Alleati, determinarono la caduta del suo governo: nella notte tra il 24 ed il 25 luglio il Gran Consiglio del Fascismo approvò una mozione di sfiducia contro il primo ministro, denominata ordine del giorno Grandi, dal nome del suo promotore Dino Grandi. L'indomani il re Vittorio Emanuele III fece mettere agli arresti Mussolini e lo sostituì al governo con il maresciallo Pietro Badoglio. Di fronte al colpo di Stato, i fascisti rimasero inerti e l'esercito poté occupare senza incontrare resistenze sia palazzo Wedekind che palazzo Braschi, rispettivamente sedi del partito e della federazione romana. In mancanza di ordini da parte del generale Enzo Emilio Galbiati (che pure aveva votato contro la destituzione di Mussolini), non si mosse nemmeno la milizia fascista, sebbene potesse contare sulla 1ª Divisione corazzata "M", costituita da elementi fedeli al regime, che era dislocata a nord del Lago di Bracciano[8].

I quarantacinque giorni La notizia delle dimissioni di Mussolini venne vissuta da una parte degli italiani, prostrati dal conflitto, come prova della sua prossima conclusione: si ebbero manifestazioni di giubilo, ma anche di violenza, con la distruzione di beni e proprietà del PNF e delle organizzazioni di partito, la rimozione ed il danneggiamento di simboli e monumenti legati al fascismo. Tuttavia, le speranze riposte nella pace svanirono ben presto, in seguito al proclama con cui Badoglio annunciava: «La guerra continua. L'Italia [...] mantiene fede alla parola data»[9]. Cominciava così il periodo dei «quarantacinque giorni», in cui iniziarono le trattative segrete per concludere una pace separata con gli Alleati, dissimulate da pubbliche dichiarazioni di fedeltà alla Germania. I tedeschi intanto, preparati all'eventualità di una resa italiana, pianificavano l'operazione Achse per occupare la penisola. Il governo Badoglio iniziò l'opera di smantellamento dello Stato fascista e adottò provvedimenti per mantenere l'ordine del Paese: sciolse il PNF, mantenne la proibizione della costituzione di partiti politici e impose la legge marziale. Inoltre, furono represse nel sangue alcune manifestazioni antifasciste, come quelle che si svolsero il 28 luglio a Bari (eccidio di via Nicolò dell'Arca) e Reggio Emilia (eccidio delle Reggiane), dove i militari spararono contro i manifestanti come disposto da una circolare del generale Mario Roatta, capo di stato maggiore dell'esercito, che ordinava di fronteggiare i disordini «in formazione di combattimento» e di «aprire il fuoco a distanza anche con mortai e artiglieria senza preavviso di sorta»[10].

Pietro Badoglio

Tali provvedimenti fecero in modo che presso gli antifascisti si diffondesse l'idea di una sostanziale continuità tra il governo di Mussolini e quello di Badoglio, fino a «domandarsi se la liquidazione del fascismo non sia per caso un tragico


Guerra civile in Italia (1943-1945) inganno»[11]. Il sentimento era suffragato anche dal fatto che molti funzionari pubblici del periodo fascista in posti chiave erano stati lasciati al loro posto dal nuovo governo, come rimarcato dalla strofa della Badoglieide: «Gli squadristi li hai richiamati / gli antifascisti li hai messi in galera / la camicia non era più nera / ma il fascismo restava padron». Successivamente, Badoglio riuscì a neutralizzare completamente la milizia, incorporandola nell'esercito e sostituendo i quadri superiori con ufficiali di sicura fede monarchica. Il successore di Galbiati al comando del corpo, Quirino Armellini, emanò il 30 luglio una circolare con cui riuscì a garantire a Badoglio l'inoffensività delle camicie nere, stigmatizzando «la reazione del Paese, antipatica e spesso brutale nei riguardi della Milizia», e assicurando la volontà del nuovo governo di continuare la guerra contro gli angloamericani, descritti come nemico «animato da inumano odio e dal deciso proponimento di annientare» la patria, al quale bisognava «oppore i nostri petti e le nostre armi, strenuamente combattendo a fianco dell'alleato»[12]. Negli stessi giorni, gli antifascisti cominciavano a riorganizzarsi grazie al ritorno dal carcere, dal confino o dall'esilio di numerosi dirigenti di primo piano: Longo, Secchia e Scoccimarro per i comunisti; Nenni, Pertini, Morandi e Saragat per i socialisti; Bauer, La Malfa e Lussu per gli azionisti. Iniziarono quindi a formarsi le prime organizzazioni e i primi "Comitati di opposizione interpartitici" antifascisti, gettando le basi del futuro Comitato di Liberazione Nazionale. Il 3 agosto, una delegazione del Comitato centrale delle opposizioni – composta da Bonomi, De Gasperi, Salvatorelli, Ruini e Amendola – presentò a Badoglio una dichiarazione con cui si «reclamava» dal governo, «senza esitazioni e indugi che potrebbero essere fatali, la cessazione di una guerra contraria alle tradizioni e agli interessi nazionali e ai sentimenti popolari, la responsabilità della quale grava e deve gravare sul regime fascista». Durante la notte tra il 23 e il 24 agosto il gerarca fascista Ettore Muti – accusato di complottare per restituire il potere a Mussolini – fu ucciso dai carabinieri inviati ad arrestarlo, ufficialmente durante un tentativo di fuga. In seguito alla fondazione della RSI, i fascisti indicarono in Badoglio il mandante dell'uccisione e celebrarono ampiamente Muti come il primo caduto della guerra civile, rivendicando la tesi del complotto come dimostrazione di non essere rimasti inattivi dopo il 25 luglio[13]. L'argomento secondo cui un tentativo di rivolta fascista contro Badoglio sarebbe stato impedito dalla morte di Muti – oltre che dall'assenza dei «migliori fascisti», impegnati al fronte, e dall'aver creduto alla continuazione dell'alleanza con la Germania – fu riproposto dalla pubblicistica di Salò anche nel dopoguerra[14]. Le stime sulle uccisioni di fascisti e le aggressioni da loro subite durante i quarantacinque giorni sono variabili[15]. Nei mesi successivi, gli antifascisti si sarebbero presto convinti di essere stati eccessivamente clementi verso gli esponenti del deposto regime, tanto da ricondurre l'inizio della guerra civile al fatto che «I fascisti sono ritornati perché il 25 luglio sangue fascista non è stato sparso» (Giuseppe Lopresti). Viceversa, per i fascisti il 25 luglio sarebbe iniziato il loro «martirio», del quale bisognava vendicarsi[16].

L'8 settembre 1943: l'armistizio e il crollo dello Stato Nelle settimane successive alla caduta di Mussolini, mentre l'Italia continuava la guerra accanto alla Germania, il nuovo governò ricercò con una certa confusione di far uscire il Paese dal conflitto: il 3 settembre firmò l'armistizio di Cassibile, imposto dalle Potenze Alleate, e ne diede inaspettatamente comunicazione con un messaggio radiofonico letto dal maresciallo Badoglio la sera dell'8 settembre.[17]. Più rapidamente di quanto accadde il 25 luglio, malgrado l'iniziale entusiasmo con cui la maggior parte della popolazione accolse la notizia, apparve chiaro che l'armistizio non avrebbe portato la pace. Il giorno stesso, il re e Badoglio abbandonarono la capitale riparando in Puglia con tutti i membri del governo, compresi i ministri delle tre forze armate (Sorice, de Courten e Sandalli), al fine di evitare la temuta reazione tedesca per la resa italiana. In breve tempo i tedeschi attuarono l'operazione Achse e occuparono gran parte della penisola, compresa Roma, lasciata senza difesa nonostante nei dintorni della capitale le forze del Regio Esercito fossero nettamente superiori a quelle della Wehrmacht.

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Guerra civile in Italia (1943-1945)

In Italia e nelle zone d'occupazione (Francia meridionale, Balcani e Grecia) furono centinaia di migliaia i soldati che, in assenza di ordini, si arresero senza combattere e furono deportati in Germania, dove furono detenuti nella dura condizione di "internati militari". Altri riuscirono a procurarsi abiti borghesi e a trovare rifugio, beneficiando delle numerose manifestazioni di solidarietà in cui si prodigò la popolazione civile[18]. I casi in cui dei reparti reagirono con successo all'aggressione tedesca furono invece rari e dovuti all'iniziativa Soldati italiani fatti prigionieri dai tedeschi dopo personale dei comandanti[19]. Nelle città, provocarono rabbia e l'8 settembre a Corfù disperazione le scene in cui moltitudini di soldati italiani sbandati vennero rapidamente sopraffatte da pochi militari tedeschi: fu proprio la repentina disfatta subita per mano degli ex alleati, ancor più della resa agli angloamericani, ad essere percepita come una «nuova immensa Caporetto»[20]. L'annuncio dell'armistizio prese parecchi italiani alla sprovvista: le circostanze in cui esso venne reso pubblico determinarono la sensazione tra militari e civili di essere stati abbandonati e lasciati a sé stessi, rispettivamente i primi dagli ufficiali ed i secondi dall'autorità pubblica[21], e vi è stato chi ha visto nell'8 settembre e nelle sue conseguenze il momento della venuta meno del tessuto connettivo nazionale[22].

La scelta Nei giorni immediatamente successivi all'armistizio, con l'eclissi del potere dello Stato regio, iniziarono a delinearsi i due schieramenti della guerra civile, i partigiani e i fascisti, entrambi convinti di rappresentare legittimamente l'Italia. Molti di coloro che imbracciarono le armi si trovarono, colti di sorpresa dall'armistizio, da una parte o dall'altra quasi casualmente e dovettero compiere la propria scelta di campo sulla base delle circostanze[23]. La decisione fu resa maggiormente drammatica per la solitudine in cui avvenne, in quanto di fronte al crollo dello Stato non esisteva più la possibilità di rifarsi ad un'autorità, ma solo ai propri valori[24]. Naturalmente le scelte non furono tutte istantanee e basate su certezze assolute, bastava anzi «un nulla, un passo falso, un impennamento dell'anima» per trovarsi dall'altra parte[25]. La scelta fu particolarmente gravosa per i militari, vincolati da una parte al giuramento al re e dall'altra al rispetto dell'alleanza con i tedeschi, pena in entrambi i casi il proprio onore di soldati; risolsero il problema facendo appello alla propria coscienza: alcuni, considerando sciolto il giuramento al Re per via del suo comportamento, si presentarono ai comandi tedeschi chiedendo d'essere arruolati[26][27], ricevendo come distintivo una fascia da braccio con un tricolore e la scritta Im Dienst der Deutschen Wehrmacht (al servizio della Wehrmacht germanica); altri, pur essendo del medesimo avviso, scelsero comunque di non parteggiare per l'Asse[28]. In alcuni casi fu determinante anche la sorte avuta in seguito al 25 luglio, come accadde al partigiano Nuto Revelli: [29]

« Senza la Russia , all'8 settembre forse mi sarei nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei dall'altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capito tutto, che continuano a [30] capire tutto. Capire l'8 settembre non era facile!  »

Disordini e scontri a fuoco avvennero durante i giorni dell'armistizio, ma raramente coinvolsero italiani di entrambi gli schieramenti. Lo stato maggiore del Regio Esercito provvide in alcuni casi a modificare i comandi con elementi di sicura fede monarchica, come accadde alla 1ª Divisione corazzata "M", che divenne 136ª Divisione corazzata "Centauro II" e fu assegnata al generale Giorgio Carlo Calvi di Bergolo, genero del re; tuttavia il Comando Supremo non giudicava affidabile la divisione, che infatti durante gli eventi dell'8 settembre non si mosse a difesa di Roma. Ciò non di meno, vi furono alcuni episodi in cui italiani delle due parti si scontrarono.

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Rilevanti fatti di sangue si registrarono in Sardegna, dove il contingente italiano, godendo di una netta superiorità numerica e di una buona qualità dei reparti a disposizione, tra i quali la 184ª Divisione paracadutisti "Nembo", obbligò i tedeschi ad una veloce ritirata dall'isola. Di conseguenza, diversamente che dal resto d'Italia, non vi fu margine di manovra per quegli italiani che non avessero voluto obbedire alle disposizioni armistiziali e che pertanto dovettero compiere la scelta di campo immediatamente. La Sardegna fu quindi teatro di «uno dei primi episodi di guerra civile»[31], quando all'annuncio dell'armistizio il XII battaglione della "Nembo", al comando del maggiore Mario Rizzatti, si ammutinò per seguire i Il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, caduto il 10 settembre 1943 in Sardegna in uno tedeschi della 90ª Divisione Panzergrenadier e continuare quindi la dei primi scontri tra italiani lotta contro gli angloamericani. A sedare questa sedizione venne inviato il tenente colonnello Alberto Bechi Luserna, che fu ucciso dagli ammutinati. Cinque giorni dopo veniva ucciso da un ignoto il maresciallo ordinario Pierino Vascelli, che, sebbene non si fosse unito agli ammutinati, non aveva nascosto i propri sentimenti fascisti[32]. Si schierarono con i tedeschi anche il 63º battaglione della legione Camicie Nere Tagliamento, un centinaio di paracadutisti della scuola di Viterbo, una parte del 10º reparto Arditi presso Civitavecchia[31], nonché i militari della Xª Flottiglia MAS di stanza a La Spezia, al comando del principe Junio Valerio Borghese, che ricostituì il corpo mantenendo lo stesso nome, principalmente come fanteria di marina. In altre parti d'Italia i fascisti non presero posizione contro i reparti fedeli alla monarchia, ma si limitarono a non opporre resistenza ai tedeschi. Nel clima generale in cui «tutti erano come posseduti da un "bisogno di grandi tradimenti" contro i quali rivalersi»[33], entrambe le parti (sebbene tra i partigiani non mancasse una minoranza di convinti monarchici) erano accomunate dalla condanna del re e di Badoglio: i fascisti li accusavano di aver tradito l'alleanza con i tedeschi e di aver così compromesso l'onore dell'Italia agli occhi del mondo, mentre i resistenti di aver impedito all'8 settembre di «trasformarsi in una trionfale e redentrice giornata di resurrezione» (Silvio Trentin)[34]. I primi gruppi di fascisti ripresero l'iniziativa[35]; contemporaneamente a Roma – perduranti ancora i combattimenti fra Regio Esercito e Wehrmacht – veniva fondato dagli esponenti dell'antifascismo politico il primo Comitato di Liberazione Nazionale, mentre, specialmente in Piemonte e in Abruzzo, si formarono i primi gruppi partigiani[36]. In quei giorni furono gettate le basi sia della "resistenza attiva" sia della "resistenza passiva", con la popolazione civile che offriva solidarietà ed aiuto ai soldati che si davano alla macchia[37] o che sceglieva "di non scegliere", mettendosi nella "zona grigia" o fra gli "attendisti".

L'Italia divisa in due: il Regno del Sud e la Repubblica Sociale Italiana La situazione politica del Regno e l'AMGOT A seguito della divulgazione pubblica dell'armistizio e degli eventi conseguenti, l'Italia si trovò divisa in più entità politico-territoriali. Il governo Badoglio, presieduto dal Re, si trovò ad esercitare la propria autorità solo su una parte del territorio del Regno d'Italia, corrispondente principalmente alle province di Brindisi e Taranto ed alla Sardegna. Solo progressivamente i territori italiani via via conquistati dagli angloamericani passarono sotto la giurisdizione regia: per questo motivo i territori amministrati direttamente dal Re e dal suo governo erano denominati "Regno del Sud". Le terre italiane sotto controllo alleato non ancora affidate all'amministrazione regia erano sottoposti a un governo militare d'occupazione, l'Allied Military Government of Occupied Territories (AMGOT). Dipendente dal quartier generale di Algeri, l'AMGOT fu retto da diversi generali alleati, tra cui il colonnello Charles Poletti, di origini italiane e accusato poi di collusioni con la mafia, che aveva esercitato un ruolo importante nel

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Guerra civile in Italia (1943-1945) favorire lo sbarco angloamericano in Sicilia. Nelle terre sottoposte alla legge alleata, venne emessa una nuova moneta, l'Am-lira (che provocò una consistente svalutazione della lira normale). Dal febbraio 1944, rimasero competenza dell'AMGOT solo la zona di Napoli e le terre d'interesse militare. Fu sottoposta ad un AMGOT anche la "Zona A" del Territorio Libero di Trieste tra il 1945, quando furono cacciati i partigiani jugoslavi, che nel frattempo avevano occupato Trieste effettuando rastrellamenti di massa ed esecuzioni sommarie, coadiuvate da partigiani comunisti locali, e il 1954, quando la città si ricongiunse all'Italia. Durante l'occupazione alleata della Sicilia e soprattutto dopo il ritorno dell'isola alla parziale sovranità del Regno si verificarono episodi di rivolta, a carattere indipendentista e sociale, sfociati in scontri, nell'intervento dell'Esercito, vittime e feriti e nella proclamazione di effimere "repubbliche" (Comiso, Vittoria, Piana degli Albanesi[38]), dove le varie correnti sotterranee del malcontento si andavano a sommare in convergenze tra fascisti e comunisti[39]. "Repubbliche" autoproclamate sorsero anche altrove, nel Mezzogiorno, come per esempio la Repubblica rossa di Caulonia, in Calabria[40].

Vita partitica nel Regno Dopo l'8 settembre si delinearono all'orizzonte delle forze anglosassoni due prospettive: quella dei liberals, che volevano sostenere i partiti democratici per rovesciare la monarchia, e quella di Churchill, che confidava nel fatto che si sarebbe potuto trarre maggiore vantaggio da un nemico sconfitto[41]. Tuttavia i partiti ricostituiti dopo l'8 settembre furono scettici nel collaborare con la monarchia, compromessa com'era con il defunto regime: «in questa situazione anche col passare dei mesi la vita dei partiti rimase al sud nel '43-'44 assai stentata e soprattutto scarsamente capace di fare breccia nell'apatia che caratterizzava le popolazioni»[42]; del resto «la grande maggioranza dei contadini faceva riferimento alle strutture parrocchiali»[43]. Per tali ragioni le rimanenti risorse furono concentrate nella propaganda tra le masse nelle regioni liberate, perdendo consistenza il comune denominatore antifascista[44]. A conferma del fenomeno vi sono i rapporti delle Prefetture, nei quali si attesta il reclutamento di molti ex fascisti nei ranghi dei partiti[45].

La Repubblica Sociale Italiana A seguito della caduta di Mussolini del 25 luglio 1943, al suo arresto ed allo scioglimento del Partito Nazionale Fascista, avvenuto due giorni dopo, alcuni alti gerarchi si rifugiarono in Germania. Fra costoro Roberto Farinacci, Renato Ricci e Alessandro Pavolini. Anche la famiglia di Mussolini fu messa al sicuro in Germania. Fin da quel momento la dirigenza politica e militare del Terzo Reich aveva iniziato a progettare un possibile rovesciamento del governo regio e l'instaurazione di uno stato fascista filotedesco, che garantisse l'alleanza col Reich. Quando – dopo l'annuncio dell'Armistizio di Cassibile – venne meno la necessità per la Germania che i rapporti col governo di Roma fossero anche solo formalmente mantenuti, Adolf Hitler in persona ordinò che Benito Mussolini, fino ad allora prigioniero sul Gran Sasso, venisse liberato e portato in Germania.

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L'Operazione Quercia che portò alla liberazione di Mussolini avvenne il 12 settembre 1943: tradotto a Monaco e poi a Rastenburg, il Duce si incontrò il 14 con Hitler, il quale gli fece presente la necessità di creare un governo fascista nella parte d'Italia non occupata dagli Alleati[46]. Il 15 settembre Mussolini emanò da Radio Monaco le prime direttive volte a riorganizzare il disciolto partito fascista, annunciando la nomina di di Alessandro Pavolini alla sua guida e la prossima formazione di uno stato fascista in Italia. Campo Imperatore, 12 settembre 1943. Mussolini

Il 18 settembre Mussolini parlò, sempre da Radio Monaco, posa assieme ai paracadutisti tedeschi del annunciando il suo ritorno. Nel discorso annunciava la costituzione maggiore Harald-Otto Mors, al capitano delle SS Otto Skorzeny, ed alcuni carabinieri di guardia della Repubblica, la decadenza della Monarchia, lo scioglimento di alla sua detenzione. militari e funzionari italiani dal giuramento al Re e la ricostituzione della Milizia. Egli si richiamava a Mazzini ed enfatizzava le origini e i contenuti repubblicani e socialisti, riprendendo il programma dei Fasci italiani di combattimento del 1919, il cosiddetto Sansepolcrismo. Sembra che, peraltro, Mussolini non si facesse molte illusioni sulle speranze che restavano al movimento fascista e alla sua persona[47][48]. Nei giorni successivi il governo fascista repubblicano prese forma ed accanto ad esso furono stabilite da Berlino anche le strutture di potere tedesche in Italia: Rudolph Rahn, ambasciatore tedesco presso la RSI, e Karl Wolff, comandante in Italia delle SS e della polizia. Hitler[49] rifiutò di rivedere i provvedimenti presi poco prima e poco dopo la liberazione di Mussolini circa la sorte delle province di Trento, Bolzano, Belluno, Udine, Gorizia, Trieste, Fiume, Lubiana e Zara, sottoposte alla giurisdizione militare e civile del Reich. La situazione degli ebrei[50], rimasta immutata dopo le leggi razziali del 1938 fino al settembre 1943[51], ebbe una evoluzione tragica nel territorio italiano occupato dai tedeschi in cui si organizzò l'apparato amministrativo dalla RSI[52]. La soluzione finale poté avere attuazione anche in Italia[53]: a partire dalla notte del 15-16 ottobre 1943 (aktion contro la comunità ebraica di Roma) ebbero inizio le deportazioni[54]. Il 30 novembre 1943 il ministero degli interni della RSI decise il concentramento di tutti gli ebrei, e l'apparato repressivo della Repubblica participò attivamente con i tedeschi alle retate[55]. In dicembre 1943 venne organizzato un campo di transito a Fossoli di Carpi da cui gli ebrei vennero deportati dai tedeschi nel campo di sterminio di Auschwitz; circa 7.500 ebrei furono deportati dall'Italia e solo 800 sopravvissero[56]. Il 13 ottobre 1943 fu annunciata l'imminente convocazione di un'Assemblea Costituente, che avrebbe dovuto redigere una Carta costituzionale nella quale la sovranità sarebbe stata attribuita al popolo. La costituzione, pur essendo stata redatta[57] non venne mai discussa e approvata. Infatti, dopo la prima assemblea nazionale del PFR, svoltasi a Verona il 14 novembre 1943, questo annuncio fu annullato da Mussolini, avendo deciso di convocare detta Assemblea Costituente a guerra conclusa. Nel corso della stessa assemblea, venne costituito il Partito Fascista Repubblicano, erede del PNF[58], venne ufficializzata la nomina di Alessandro Pavolini come suo Segretario di partito e ne venne adottato il manifesto programmatico, che riconosceva a Benito Mussolini il titolo di Capo della Repubblica[59]. Sulla funzione, sul ruolo e sulle caratteristiche fondamentali del nuovo stato repubblicano fascista, alcuni storici hanno parlato di "alleato occupato", evidenziando la subordinazione del regime alle esigenze dell'alleato nazista e la dipendenza per la propria sopravvivenza reale dal Terzo Reich e dall'apparato militare germanico, inserendo quindi la RSI tra le numerose forme di collaborazionismo organizzate dalla Germania negli stati occupati[60]. Altri, oltre a questi aspetti, hanno evidenziato i caratteri di originalità dello stato di Salò, interpretato come evoluzione della precedente esperienza fascista del ventennio[61] e parlano di una complessità della Repubblica Sociale, non più considerata semplice fenomeno di collaborazionismo[62].


Guerra civile in Italia (1943-1945) Il PFR venne militarizzato per far fronte alle esigenze belliche: si ebbe la costituzione di formazioni militari impegnate nella repressione e nella lotta contro i partigiani; l'esercito regolare repubblicano prese parte anch'esso prevalentemente nelle operazioni antipartigiane; si ebbero episodi di intimidazione e di uso della violenza nei rapporti con la popolazione passiva o simpatizzante con la Resistenza[63]. Erede di ciò che rimaneva al nord della MVSN, dell'Arma dei Carabinieri e della Polizia dell'Africa Italiana, fu creata la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), con compiti di polizia giudiziaria e di polizia militare, posta sotto il comando di Renato Ricci. Si ebbero gruppi di donne volontarie alla causa fascista, organizzate nel Servizio Ausiliario Femminile.

Relazioni tra Regno e RSI Il conflitto civile combattuto tra fascisti e partigiani raramente coinvolse in scontri diretti le forze armate di RSI e Regno del Sud. I due Stati italiani in linea di massima evitarono perfino di schierare i propri reparti al fronte davanti a reparti dell'altro[4]. In alcuni casi tuttavia soldati italiani si trovarono dinnanzi altri italiani: il Gruppo Battaglioni Forlì della RSI inquadrato nella 278ª Divisione tedesca ebbe di fronte i marò del Gruppo di Combattimento ''Folgore'' del Regio Esercito, coi quali vi furono anche scontri con morti e feriti[64], e quello del Gruppo di Combattimento Cremona, il cui I Battaglione si scontrò contro i resti del Battaglione Barbarigo della Decima MAS in ritirata, a Santa Maria in Punta nel Polesine[65]. Al sud si sviluppò anche un movimento di resistenza fascista agli angloamericani, che tuttavia non ebbe né l'estensione né il supporto popolare di quello antifascista al nord. La stampa della RSI ne ingigantiva propandisticamente l'entità attraverso la figura di O' Scugnizzo, un sottotenente che operava al sud dietro le linee nemiche[66], protagonista anche di una striscia a fumetti di Guido Zamperoni. Nonostante i tentativi da parte di Alessandro Pavolini di creare unità militari vere e proprie che operassero con tattiche partigiane alle spalle delle linee alleate, per espressa volontà di Mussolini l'attività del movimento di resistenza fascista al sud si limitò allo spionaggio, alla propaganda e al sabotaggio contro le truppe d'occupazione. Si registrarono casi di omicidio, come quello del console generale della milizia Gianni Cagnoni, ucciso – presumibilmente da sicari fascisti per la sua attività di doppio agente in intelligenza con i servizi segreti alleati – in Sardegna nel 1944[67]. Più articolata e problematica è la questione dei rapporti segreti fra Salò e Brindisi (poi Salerno), in particolare fra elementi delle due Marine Militari[68] (e – nell'ambito della Marina Nazionale Repubblicana – della Xª MAS) allo scopo di raggiungere un modus vivendi e di evitare scontri diretti fra le due Forze Armate, e – verso la fine del conflitto – per cercare di pianificare un'azione comune di sbarco in Istria, onde scongiurare il pericolo dell'invasione iugoslava. Contatti diretti fra emissari di Borghese e il capitano di vascello Agostino Calosi, nonché con Ivanoe Bonomi e l'ammiraglio De Courten non condussero tuttavia ad alcun risultato, per l'opposizione della Germania e della Gran Bretagna, che per motivi analoghi non gradivano la presenza italiana in Venezia Giulia. Diversi risultati si ottennero invece nel coinvolgimento, a guerra finita, di ex marò nelle organizzazioni stay behind anticomuniste[69] o in operazioni segrete come l'affondamento dietro commissione britannica di navi cariche d'armi destinate ai sionisti in Palestina[70].

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La Resistenza partigiana I primi nuclei del movimento partigiano si costituirono attorno a Boves (Piemonte) e a Bosco Martese (Abruzzo). Altri gruppi, prevalentemente comunisti e collegati con i partigiani jugoslavi, nacquero o si rafforzarono in Venezia Giulia. Altri ancora si formarono attorno ai soldati alleati, iugoslavi e sovietici prigionieri di guerra, rilasciati o sfuggiti alla prigionia in seguito alle vicende dell'8 settembre. Questi primi nuclei organizzati subirono la dura e immediata repressione tedesca e molti si disgregarono in breve tempo. In particolare, a Boves – durante una di queste operazioni di controguerriglia – soldati tedeschi Waffen-SS commisero la loro prima strage su territorio italiano.

Partigiani del 1º Gruppo Divisioni Alpine del comandante Enrico Martini "Mauri", una delle prime formazione partigiane a costituirsi in Piemonte nel settembre 1943

Fin dalla sera dell'8 settembre, poche ore dopo la comunicazione radiofonica dell'armistizio, a Roma si riunirono i seguenti esponenti dell'antifascismo politico, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime fascista il 25 luglio: Ivanoe Bonomi (PDL), Scoccimarro e Amendola (PCI), De Gasperi (DC), La Malfa e Fenoaltea (PdA), Nenni e Romita (PSI), Ruini (DL), Casati (PLI). Essi costituirono il primo Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e Bonomi ne assunse la presidenza[71]. In particolare il PCI fremeva sull'iniziativa senza attendere gli Alleati: « ...è necessario agire subito ed il più ampiamente e decisamente possibile perché solo nella misura in cui il popolo italiano concorrerà attivamente alla cacciata dei tedeschi dall'Italia, alla sconfitta del nazismo e del fascismo, potrà veramente conquistarsi l'indipendenza e la libertà. Noi non possiamo e non dobbiamo attenderci passivamente la libertà dagli angloamericani. » (Pietro Secchia, Agire subito da La nostra lotta n. 3-4, novembre 1943)

D'altronde gli Alleati non credevano nelle possibilità di successo di una guerriglia locale, tanto che inizialmente il generale Harold Alexander invitò i nuclei costituiti a posticipare gli attacchi contro i nazisti. Il 16 ottobre il CLN diramava un comunicato, il primo di rilevanza politico-operativa – in cui respingevano gli appelli alla riconciliazione lanciati dagli esponenti repubblicani. Il CLN milanese faceva eco con un ordine del giorno in cui chiamava alle armi «tutto il popolo italiano alla lotta contro il tedesco invasore e contro i fascisti, che se ne fanno servi»[72]. A fine novembre i comunisti decisero la costituzione di "distaccamenti d'assalto Garibaldi", che poi sarebbero diventati "brigate" e "divisioni"[73], il cui comando fu affidato a Luigi Longo, sotto la direzione politica di Pietro Secchia, con Giancarlo Pajetta capo di Stato Maggiore. Il primo ordine operativo – datato 25 novembre – recitava: a) attaccare in tutti i modi e annientare ufficiali, soldati, materiale, depositi delle forze armate hitleriane; b) attaccare in tutti i modi e annientare le persone, le sedi, le proprietà dei traditori fascisti e di quanti collaborano con l'occupante tedesco; c) attaccare in tutti i modi e distruggere la produzione di guerra destinata ai tedeschi, le vie e i mezzi di comunicazione e tutto quanto può servire ai piani di guerra e di rapina dell'occupante nazista[74]. A iniziare da dopo l'Armistizio sorsero, per iniziativa del Partito Comunista Italiano, al quale rimasero quasi sempre legati[75], i Gruppi d'azione patriottica[76], composti da gruppi esigui a struttura cellulare, concepiti per non pregiudicare l'esistenza reciproca[77]in caso di arresto o di tradimento di singoli elementi, il cui scopo principale fu quello di scatenare azioni di terrore urbano[78] colpendo con attentati dinamitardi tedeschi, fascisti e simpatizzanti per minarne sicurezza e morale[79][80]. L'abilità dei GAP nel compiere le missioni fu tale che inizialmente le polizie italiane e tedesche credettero che fossero composti da agenti segreti stranieri[81]. A tal proposito è significativo quanto scritto nell'Appello del PCI al popolo italiano del settembre 1943:


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« Alla prepotenza del nazismo che pretende di ridurre in servitù con la violenza e il terrore dobbiamo rispondere con la violenza e il terrore. » [82]

(Appello del PCI al popolo italiano, settembre 1943

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Una parte della pubblicistica ha giustificato l'azione gappista come missione di "giustizia"[83] contro la prepotenza ed il terrore nazifascista, ponendo l'accento su come la selezione degli obiettivi da colpire privilegiasse «ufficiali, gerarchi collaborazionisti, agenti prezzolati per denunciare uomini della Resistenza ed ebrei, informatori della polizia nazista e delle organizzazioni repressive della RSI»[81], rivendicando pertanto una sostanziale differenza con il terrore nazifascista, che invece sarebbe risultato indiscriminato agli occhi della popolazione[84]. La memorialistica partigiana in particolare insiste sull'«eliminazione di nemici particolarmente odiosi»[85], quali torturatori, spie, provocatori. Alcuni ordini diramati dai comandi partigiani insistono sulla necessità di evitare di colpire gli innocenti, fornendo invece elenchi delle categorie da colpire in quanto «individui meritevoli di punizione»[86]. Un'altra parte della pubblicistica fin dal periodo bellico ha insistito sul fatto che accanto a queste azioni venissero pianificate ed effettuate operazioni di eliminazione di quegli elementi del fascismo repubblicano più disposti al compromesso ed alla trattativa, come Aldo Resega, Igino Ghisellini, Eugenio Facchini ed il filosofo Giovanni Gentile[87]. Alla Resistenza parteciparono anche, principalmente per attività di approvvigionamento di viveri, indumenti e medicinali, di propaganda antifascista, di raccolta fondi, di mantenimento delle comunicazioni nel ruolo di staffette partigiane[88], di soccorso e d'assistenza, diverse donne, variamente organizzate[89]; alcune parteciparono attivamente al conflitto come combattenti[90][91]: il primo distaccamento di partigiane combattenti sorse in Piemonte alla metà del 1944 presso la Brigata garibaldina "Eusebio Giambone"[92]. Donne parteciparono a scioperi e manifestazioni contro il fascismo.[93]

La guerra al nemico interno Tra i fatti di sangue più significativi accaduti nella fase immediatamente successiva alla costituzione della RSI vi fu l'uccisione del federale ferrarese Igino Ghisellini, avvenuta il 14 novembre 1943. Durante il Congresso di Verona del Partito fascista repubblicano la notizia che il federale di Ferrara fosse stato ucciso provocò una reazione squadrista che si tradusse in rappresaglia su undici antifascisti estranei all'assassinio. Un gesto definito «stupido e bestiale» dallo stesso Mussolini[94]. Tale fu l'impressione negativa che questo episodio sollevò come «primo omicidio della guerra civile» e come termine ad ogni speranza «di riconciliazione degli italiani»[95], che sull'effettiva responsabilità della morte di Ghisellini c'è stata una serie di reciproche accuse da parte di entrambe le parti e non è mai stata definitivamente chiarita. A prescindere da chi abbia materialmente sparato "il primo colpo", Claudio Pavone[96] parte dalle conclusioni di Giorgio Bocca («È ovvio che siano gli antifascisti a muoversi per primi e che si muovano per primi i comunisti»), considerandole però non esaurienti e necessitanti di un'integrazione attraverso l'analisi del «desiderio di vendetta»[97] dei fascisti repubblicani. Renzo De Felice[98] fa ascendere l'origine della guerra civile alla nascita della Repubblica Sociale Italiana[99]: secondo lo storico la fondazione di uno Stato italiano fascista, collaborazionista con la Germania nazista, impedì alla Resistenza di assumere un carattere nazionale esclusivo e di esclusiva liberazione dai tedeschi per trasformarla anche in un movimento di lotta politica e sociale, in cui i comunisti ebbero una parte di grande importanza. Alcuni tentativi di evitare lo scoppio di una guerra civile operati da diversi esponenti fascisti[100] vennero presto accantonati di fronte agli sviluppi degli avvenimenti, alla realtà della dura occupazione tedesca, al crescere della violenza dei gruppi partigiani. Ben presto gli intransigenti del neonato Partito Fascista Repubblicano ebbero il sopravvento[101]. I comunisti presero l'iniziativa di portare la resistenza armata contro il nuovo fascismo, alleato dei tedeschi, nelle città; dopo una serie di attentati, i GAP uccisero il 29 ottobre il capo della Milizia di Torino Domenico Giardina, e quindi gli attacchi si diffondono in tutte le città: a Roma (attacco al Teatro Adriano dove


Guerra civile in Italia (1943-1945) parlava il maresciallo Graziani), a Firenze, a Genova, a Ferrara[102][103]. Di fronte a questa serie di attacchi e attentati, gli intransigenti fascisti, Pavolini prima d'ogni altro, ebbero la possibilità di far valere la propria posizione ed imporre un giro di vite anche a Mussolini: a fine novembre Mezzasoma ordinò ai giornali di cessare ogni discussione circa la possibile "pacificazione"[104]. Le prime formazioni partigiane – quasi tutte a carattere militare, perché formate principalmente da militari del Regio Esercito sbandati o da ex prigionieri di guerra fuggiti dai campi di concentramento – furono investite dalla reazione tedesca e distrutte anche perché impiegavano tattiche di presidio territoriale e di mantenimento di capisaldi attraverso una difesa rigida e concentrata, anziché adottare la guerriglia[105]; un esempio fu la sorte toccata al gruppo Cinque giornate, badogliano, che venne assediato nel forte di San Martino sopra Varese dai tedeschi e costretto alla resa[106]. Di conseguenza il movimento partigiano ottenne migliori risultati con la creazione di squadre e gruppi di dimensioni minime – cellulari – con le quali compiere attacchi. Tuttavia fu con il "Bando Graziani" del 19 febbraio 1944 che la Resistenza acquistò una massa di uomini sufficiente per poter dar vita ad un vero e proprio esercito clandestino alle spalle delle linee tedesche. Fino al febbraio 1944, infatti, secondo Ferruccio Parri[107] le forze armate partigiane assommavano ad un totale di 9.000 effettivi. Con la proclamazione della leva di massa, almeno settantamila giovani si unirono ai partigiani per non dover sottostare all'arruolamento, e buona parte di costoro andò ad ingrossare i reparti resistenziali. A questi occorreva poi aggiungere i reparti della pianura e delle città, i "patrioti" e i fiancheggiatori, che durante il periodo di massima attività partigiana giunsero a toccare i 200.000 elementi fra uomini e donne[107]. Nella primavera-estate del 1944 la forza del movimento partigiano fu tale da consentire la creazione di effimere Repubbliche partigiane, che riuscirono a sopravvivere fino all'autunno-inverno dello stesso anno, quando vennero distrutte da controffensive italotedesche. In particolare Mussolini definì le operazioni contro le repubbliche partigiane piemontesi una «marcia della Repubblica Sociale contro la Vandea»[108], riferendosi all'episodio delle guerre civili francesi dove le armate rivoluzionarie schiacciarono le rivolte legittimiste vandeane. Nei confronti dei partigiani, sempre più audaci nelle loro imprese, i tedeschi decisero di impiegare in misura sempre maggiore le forze della RSI, facendo anche leva sulle personalità più intransigenti, e legando la "repressione del ribellismo" ad un problema interno italiano del quale gli italiani stessi si sarebbero dovuti occupare. In questa maniera, oltre a demandare il "lavoro sporco" ad altri[109], riuscivano anche a tenere occupate le forze repubblicane, che altrimenti – se impiegate al fronte – avrebbero creato problemi di ordine militare e politico. In seguito allo sfondamento del fronte sulla Linea Gustav ed all'avanzata alleata nell'Italia centrale, molte delle guarnigioni repubblicane della GNR si sciolsero. Al contrario, specialmente in Toscana, gli elementi armati dipendenti direttamente dal Partito riuscirono in qualche misura ad organizzarsi e ad offrire un'ultima resistenza all'avanzata nemica e agli attacchi partigiani. I franchi tiratori di Firenze tennero in scacco numerosi reparti alleati e partigiani per diversi giorni. Questi episodi diedero la possibilità ad Alessandro Pavolini di ottenere da Mussolini la militarizzazione del Partito mediante la costituzione delle Brigate Nere, fondate con la dichiarata intenzione di combattere innanzitutto contro i partigiani[110] prima ancora che contro gli Alleati: la loro creazione rappresentò il punto di non ritorno della guerra civile, definita da Pavolini una «guerra di religione»[111], tanto che nella loro creazione viene individuato «il punto culminante dell'impegno fascista nella guerra civile»[112]. Le brigate furono utilizzate eminentemente in operazioni antipartigiane, ma anche, nonostante ciò fosse contrario al loro intento originario, in compiti di polizia, quali arresti e requisizioni, anche dirette alla cattura degli ebrei; solo sporadicamente parteciparono a scontri bellici, che riguardarono quei reparti che si trovarono a dover affrontare le unità alleate in offensiva o che rimasero nelle città del nord dopo l'evacuazione delle truppe regolari formando gruppi di resistenza e franchi tiratori. Le Brigate Nere e la GNR si distinsero per la mancanza di disciplina e per l'estrema durezza impiegata nella repressione, al punto che in più occasioni gli stessi comandi tedeschi e talvolta i questori italiani protestarono per le violenze gratuite, le esecuzioni sommarie e la loro spettacolarizzazione attraverso l'esposizione di cadaveri nelle strade. Ad esempio, sul finire del 1944 il generale Frido von Senger und Etterlin, preoccupato per la tenuta

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dell'ordine pubblico, contestò alle autorità fasciste di Bologna i metodi della brigata di Franz Pagliani, per poi determinarne l'espulsione dalla città all'inizio del 1945[113]. L'operazione militare più importante cui presero parte le brigate fu l'azione, portata a termine con successo di concerto con reparti della GNR e tedeschi, per la riconquista della Val d'Ossola e la distruzione dell'ominima repubblica partigiana. Mancò quasi sempre il contatto col nemico angloamericano, poiché l'impiego delle brigate fu costantemente ridotto alle retrovie del fronte, dove si svolsero i pochissimi episodi che le videro coinvolte al di fuori della guerra civile. La necessità per la RSI di mantenere l'ordine e riaffermare la sovranità sul territorio era imperativa anche per poter gestire le relazioni coi tedeschi, in maniera da cercare di riacquisire posizioni e contemporaneamente impedire che le autorità germaniche – con la scusa di dover assicurare le retrovie alle loro armate – scavalcassero le autorità repubblicane. Nonostante tutti gli sforzi, questo obiettivo fu mancato, e il deflagrare sempre più duro della guerra civile, unito all'incapacità dei fascisti di mantenere autonomamente l'ordine pubblico e contrastare i partigiani, consentì ai tedeschi di erodere anche il poco potere che formalmente la RSI era riuscita a farsi lasciare[114]. In questa guerra «a tre»[115] i tedeschi mantennero un atteggiamento ambiguo, non esitando a sacrificare i fascisti nel nome del quieto vivere coi partigiani[116]. In diversi casi[117] i tedeschi offrirono ai comandi partigiani coi quali erano venuti in contatto "carta bianca" nelle azioni contro i fascisti, purché fossero risparmiati i reparti germanici. Nonostante molti dei comandanti partigiani abbiano rifiutato accordi simili, il clima di «odio contro i fascisti rispetto a I tre partigiani Mario Cappelli, Luigi Nicolò e Adelio Pagliarani impiccati pubblicamente dai quello contro i tedeschi»[118] sembra prevalere nell'ambito delle tedeschi il 16 agosto 1944 a Rimini motivazioni che spingevano i partigiani alla lotta. Questo genere di motivazioni erano prevalenti fra i partigiani di area azionista, mentre alcuni commissari comunisti vedevano comunque con preoccupazione la possibilità di un «offuscarsi del carattere nazionale della lotta»[118]. In altri casi si giunse a volte ad accordi locali, specialmente con elementi partigiani non azionisti o comunisti, per esempio le Fiamme Verdi[119], con scopi tattici oppure per raggiungere un modus vivendi di tipo patriottico o addirittura con temporanee alleanze «per la lotta alle bande estremiste e ai delinquenti comuni»[120] presenti in ampie zone del Paese. Questi contatti ottenevano il risultato di provocare aspri contrasti dentro l'uno e l'altro schieramento: le formazioni partigiane si accusavano tra loro di intelligenza col nemico, e di sfruttare temporanee tregue coi nazifascisti a danno di reparti partigiani di diverso allineamento ideologico oppure di volersi conservare lasciando il grosso delle perdite ad altri, in attesa del momento buono per una resa dei conti. In particolare sono azionisti e comunisti che nelle loro denunce mostrano il timore di trame strette alle loro spalle fra partigiani "di centro e di destra" con i nazifascisti[121]. In non pochi casi fra reparti partigiani si consumarono scontri e vendette (uno dei più eclatanti dei quali fu quello della Malga Porzûs). Il problema della guerra civile fra italiani fu molto sentito da entrambe le fazioni in lotta: molti furono coloro i quali ebbero forti obiezioni di coscienza verso questo tipo di guerra, ma molti furono anche gli intransigenti. Inoltre, sebbene i comandi militari angloamericani non volessero affatto una crescita oltremisura del movimento partigiano ed un suo impegno militare al di là delle esigenze alleate (sostanzialmente: spionaggio e raccolta di informazioni; sabotaggio; messa in salvo di agenti, piloti abbattuti e fuggiaschi alleati), le radio di propaganda alleata (Radio Algeri, Radio Londra, Radio Milano Libertà, Radio Bari) incitavano apertamente all'omicidio nei confronti degli esponenti del fascismo repubblicano[122], lanciando avvertimenti intimidatori e diffondendo notizie circa domicilio,


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abitudini, frequentazioni ed eventuali coperture di questi, affinché si sentissero perennemente braccati.

Attentati, rappresaglie, controrappresaglie Il più scottante dei problemi legati alla guerra civile in Italia è quello delle rappresaglie, delle loro cause e delle loro conseguenze. Fin dai primissimi episodi della guerra, le contrapposte fazioni definirono le rappresaglie attraverso schemi che – sopravvissuti al conflitto – hanno costituito la base della cosiddetta "vulgata resistenziale" e della tesi reducistica neofascista. Per la fazione resistenziale, le rappresaglie erano stragi che testimoniavano ad un tempo la rabbiosa impotenza degli occupanti nazisti e dei loro alleati fascisti e la loro costituzionale bestialità nei confronti di una popolazione che li odiava. Per la fazione neofascista, le rappresaglie erano scientificamente cercate dai partigiani del PCI, attraverso azioni ed attentati volti coscientemente a colpire gli elementi più moderati del Fascismo repubblicano e contemporaneamente a scatenare quelli più intransigenti e i tedeschi. Quest'ultima accusa è anche il principale sostegno della versione neofascista della tesi della "guerra civile". La storiografia scientifica moderna ha accolto e sintetizzato entrambe le tesi enucleando da un lato le motivazioni psicologiche delle azioni di rappresaglia – legate al nichilismo del Fascismo repubblicano[123], al "bisogno di vendetta" generalizzato, alla scarsa considerazione che godevano gli italiani di fronte ai tedeschi dopo l'8 settembre – ma anche riconoscendo la strategia perseguita dalle forze della Resistenza – soprattutto dai comunisti – volta all'innalzamento del livello di scontro, all'aperto coinvolgimento delle masse popolari, ad ottenere lo scollamento fra popolazione, fascisti e tedeschi[124]. Non mancano peraltro sostenitori di quest'ultima tesi anche nella letteratura resistenziale[125]. Alcuni hanno evidenziato come per aumentare il clima di tensione e lo scollamento fra popolazione e fascismo repubblicano o per frustrare quei tentativi delle Propaganda Staffeln tedesche di fraternizzare con i civili italiani per disporli alla collaborazione, i comandi partigiani cercarono coscientemente di scatenare le rappresaglie nazifasciste. In questo quadro andrebbero inquadrati gli attentati di via Rasella a Roma e di piazzale Loreto a Milano, ma anche i giri di vite nei confronti di quei comandanti partigiani troppo rispettosi delle convenzioni di guerra[126]. D'altro canto, gli stessi partigiani fecero uso della rappresaglia – anche se sotto forme differenti, per esempio nell'uccisione dei congiunti di aderenti alla RSI – e soprattutto della controrappresaglia, minacciando esplicitamente fucilazioni in varie proporzioni di prigionieri tedeschi o fascisti per ogni partigiano o patriota ucciso dalle forze dell'Asse.

Gruppi speciali fascisti Oltre alle unità regolari dell'Esercito Repubblicano ed alle Brigate Nere, operarono vari reparti speciali fascisti, spesso inizialmente costituitisi spontaneamente e poi inquadrati nelle forze armate di Salò. Queste formazioni, costituite in buona parte da delinquenti comuni[127], adottarono spesso metodi brutali durante operazioni di controinsurrezione, repressione, rappresaglia e controspionaggio. Tra le prime a formarsi, vi fu la banda dei federali Bardi e Pollastrini a Roma, i cui metodi grossolani e volgari scandalizzarono persino i tedeschi[128]. Successivamente, sempre a Roma fu molto attiva la Banda Koch che contribuì a smantellare la struttura del Partito d'azione nella capitale. La cosiddetta Banda Koch, guidata da Pietro Koch,

Milano, Piero Parini e Francesco Colombo presso l'Arena Civica con gli arditi della Compagnia Giovanile "Alfiero Feltrinelli"


Guerra civile in Italia (1943-1945) personalità discussa inizialmente collegata con Bardi e Pollastrini, in seguito sotto la protezione del generale Kurt Mältzer, comandante militare della piazza[129], si distinse per i metodi violenti basati anche sulla tortura contro partigiani e antifascisti. Dopo la caduta di Roma Koch si trasferì a Milano e divenne l'uomo di fiducia del ministro dell'Interno Guido Buffarini Guidi, continuando la sua azione di repressione e partecipando alle lotte intestine tra i vari poteri e le varie polizie della Repubblica[130]. In Toscana e nel Veneto fu attiva la Banda Carità, costituita come Reparto Servizi Speciali all'interno della 92ª Legione Camicie Nere, che si rese protagonista di gesti come l'Eccidio di Piazza Tasso. A Milano operò invece la Squadra d'azione Ettore Muti (poi Legione Autonoma Mobile Ettore Muti) agli ordini dell'ex caporale dell'esercito Francesco Colombo, già espulso dal PNF durante il ventennio per malversazioni. Ritenendolo pericoloso per l'ordine pubblico, nel novembre 1943 il federale Aldo Resega avrebbe voluto destituirlo, ma venne ucciso da un attacco dei GAP; Colombo rimase al suo posto, nonostante varie denunce e inchieste[131]. Furono gli squadristi della Muti insieme a militi della GNR a compiere il 10 agosto 1944 la strage di Piazzale Loreto, di cui furono vittime quindici detenuti antifascisti, come rappresaglia per un assalto contro un camion tedesco. In seguito al massacro, lo stesso podestà e capo della privincia di Milano, Piero Parini, rassegnò le dimissioni nel tentativo di rinsaldare la coesione delle forze moderate, minata dalla durezza della repressione tedesca e delle varie milizie della Repubblica Sociale[132]. Anche la catena di comando dell'Esercito Nazionale Repubblicano in primo luogo nella persona del maresciallo Graziani e in subordine dei suoi vice Mischi e Montagna contribuì alla repressione antipartigiana coordinando le azioni delle truppe regolari, della GNR, delle Brigate Nere e delle varie polizie semiufficiali di concerto con i tedeschi, cui vennero spesso fornite anche informazioni su persone e gruppi di resistenti poi utilizzate per rappresaglie; inoltre, di certo, contribuì a rendere l'Esercito Repubblicano uno strumento realmente operativo, grazie al famoso e draconiano Bando Graziani. Va detto comunque che Graziani almeno nominalmente fece sì che le forze armate della RSI fossero unitarie e apolitiche, dipendenti quindi non dal Partito Fascista Repubblicano ma dal comando supremo delle forze armate[133].

L'insurrezione Nei primi mesi del 1945, comprendendo che la guerra era perduta, il comandante delle SS e delle forze di polizia tedesche in Italia (Höhere SS und Polizeiführer, HSSPF), il generale delle SS Karl Wolff, prese contatto con gli agenti segreti alleati in Svizzera. Nel tentativo di accattivarsi le simpatie alleate, ordinò diverse scarcerazioni di esponenti partigiani catturati (primo fra tutti, Ferruccio Parri) e quindi il 12 marzo 1945 impose alle truppe alle sue dipendenze la cessazione delle operazioni antipartigiane, eccetto l'autodifesa e il minimo indispensabile per salvare la «necessaria apparenza»[134]. Questo ordine fu reiterato il 26 aprile[135], il giorno seguente l'insurrezione. L'esercito clandestino, quindi, poté operare con tutta la sua forza contro i reparti fascisti repubblicani che, privi di ordini e disorientati si trovarono praticamente abbandonati dai tedeschi. Il 9 aprile 1945 gli Alleati scatenarono l'offensiva finale sulla Linea Verde. il 10 il PCI inviava una circolare ai comandi partigiani comunisti di tenersi pronti all'insurrezione in ogni caso. Il 19 l'intero CLNAI si accordava sull'insurrezione, proprio lo stesso giorno in cui le avanguardie alleate entravano a Bologna. Nel frattempo, Mussolini aveva abbandonato Gargnano e si era recato a Milano, dove sperava di poter prendere contatti sia con gli antifascisti del CLNAI, sia con eventuali agenti stranieri. Tramite di queste trattative era la curia del cardinal Ildefonso Schuster. Gli ultimi giorni della RSI si fanno convulsi, accavallandosi ordini contraddittori fra loro, mentre alcuni elementi – principalmente nella Guardia di Finanza del generale Diamanti – già erano segretamente passati col nemico. L'invasione alleata della Valle del Po dopo il 20 aprile si era fatta inarrestabile, e solo il 25 Mussolini si rese conto che le promesse di Karl Wolff di resistenza ad oltranza erano false: i tedeschi non combattevano quasi più, ma si ritiravano, abbandonando frequentemente le forze fasciste come retroguardia, senza preavviso e prive di ordini.

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Guerra civile in Italia (1943-1945) Negli ultimi giorni della RSI furono le Brigate Nere ad offrire una certa opposizione contro l'invasione alleata e l'insurrezione partigiana; circa 5.000 brigadisti neri costituirono il nerbo della cosiddetta "Colonna Pavolini", che, nell'intenzione del gerarca, avrebbe dovuto raggiungere la Valtellina per l'ultima resistenza. A Torino, in particolar modo, i franchi tiratori della Brigata Nera Ather Capelli si opposero alle forze partigiane fino alla fine di aprile 1945. In Romagna alcune Brigate Nere – durante la ritirata – impedirono ai tedeschi di operare distruzioni e rappresaglie. Infine, presso i pozzi di petrolio di Montechino, reparti delle BBNN combatterono assieme a quelli dell'ENR e della GNR per contenere l'avanzata delle forze americane. Alla Repubblica Sociale non restavano che pochi giorni, e Mussolini si agitava fra diverse opzioni. Contemporaneamente tentava di dare l'avvio alla socializzazione, per lasciare all'Italia un'eredità socialista (le "uova di drago"), anche come ultima vendetta contro le "plutocrazie". Sul piano militare, mentre Diamanti e Borghese proponevano di attendere l'inevitabile resa arma al piede, Pavolini e Costa continuarono a propugnare l'idea di un'estrema resistenza in Valtellina, mentre Graziani rimaneva ancora convinto che le truppe tedesche combattessero lealmente al fianco di quelle repubblicane e rifiutava ogni ipotesi di accordo che avrebbe consentito per la seconda volta ai tedeschi di accusare l'Italia di tradimento[136]. Disorientato dalla scoperta delle trattative segrete di Wolff con gli angloamericani, Mussolini, dopo un inutile tentativo nel pomeriggio del 25 aprile di trattare con gli esponenti del CLNAI con la mediazione del cardinale Schuster[137] alle ore 20 dello stesso giorno decise di abbandonare Milano in direzione del lago di Como, per motivi ancora non chiari[138]. Con la partenza del Duce, seguito da una lunga colonna di fascisti in armi e di gerarchi, le forze della Repubblica sociale a Milano si disgregarono. Nel frattempo, mentre si moltiplicano gli scontri a fuoco fra insorti e forze repubblicane e tedesche, lo stesso 25 aprile Sandro Pertini proclamava alla radio[139] lo sciopero generale insurrezionale della città di Milano.

Arrivo dei partigiani nelle grandi città e ultimi scontri A partire dalla mattina del 26 aprile tutta la Valle del Po si trovò in insurrezione. I tedeschi oramai erano in ritirata sotto i bombardamenti dell'aeronautica alleata e le avanguardie americane oltre il Po a Guastalla e Borgoforte combattevano contro i reparti repubblicani della divisione "Etna", contro il battaglione "Debiça" delle SS Italiane e contro il gruppo corazzato "Leonessa". Per le truppe della Repubblica Sociale restava ancora valido il piano Nebbia Artificiale, che nelle intenzioni di Kesselring e Vietinghoff avrebbe dovuto condurre ad una ritirata strategica dietro la linea Po-Ticino per una resistenza ad oltranza. In realtà già dal 20 i comandi germanici intendevano retrocedere fino all'Adige. Le forze repubblicane erano a questo punto abbandonate: le divisioni tedesche dell'Armata Liguria sul fronte alpino (DXXV Armeekorps, generale Schlemmer) si stavano ritirando dal 23 verso la linea Po-Ticino, senza aver avvisato i reparti italiani delle divisioni "Littorio" e "Monterosa", che restarono da sole ad affrontare l'offensiva francese e gli attacchi partigiani. Le divisioni e i reparti schierati sul fronte meridionale (Savonese, Langhe e Garfagnana) invece restarono compatte, ed iniziano a ripiegare verso Ivrea, in lunghe colonne, soprattutto dopo lo sfondamento della Linea Verde a Massa, tenuta dalla malferma 148ª Divisione di fanteria tedesca.

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Milano, aprile 1945. Soldati della Xª Flottiglia MAS catturati e fatti prigionieri dal IV battaglione della Guardia di Finanza del colonnello Malgeri.

247 A Genova il comandante della piazza, generale Meinhold, cercò di trattare, senza successo, con i partigiani della brigata garibaldina Pinan-Cichero appostati sulle montagne che dominano la città, mentre il capitano di vascello Bernighaus organizzava la distruzione del porto. Dopo violenti scontri al centro tra le squadre GAP e i garibaldini della brigata Balilla e i reparti tedeschi e fascisti, il generale Meinhold firmò la resa del presidio alle ore 19.30 del 25 aprile. Il capitano di vascello Berlinghaus ed il capitano Mario Arillo della Xª MAS continuarono tuttavia la resistenza, decisi a eseguire le distruzioni previste; dopo nuovi scontri con i partigiani della Cichero e della Mingo scesi in città la sera del 26 aprile anche gli ultimi reparti nazifascisti si arresero. I partigiani avevano salvato il porto dalla distruzione e catturato 6.000 prigionieri che furono consegnati agli alleati giunti

il 27 aprile a Nervi.[140]. A Torino, mentre alcune colonne nazifasciste si avviavano verso Ivrea, per attendere gli alleati e arrendersi, i reparti repubblicani radunarono alcuni reparti e ingaggiarono aspri scontri coi partigiani che raggiunsero la città dalle montagne il 28 aprile. Le colonne militari tedesche riuscirono a ripiegare attraverso l'abitato. Quindi, mentre alcuni reparti repubblicani abbandonavano il capoluogo piemontese per avviarsi nella Valtellina, il grosso dei fascisti torinesi rimasti in armi decideva di continuare a combattere. Le brigate Garibaldi di "Nanni", gli autonomi di "Mauri", i reparti "Giustizia e Libertà", liberarono gran parte della città dopo violenti combattimenti e salvaguardarono i ponti in attesa dell'arrivo degli alleati che giunsero a Torino il 1º maggio[141]. La sera del 25 aprile, Milano era ancora relativamente tranquilla, alcuni reparti fascisti decisi a combattere avevano abbandonato la città, mentre alcuni tedeschi restavano in armi nei loro quartieri, senza combattere secondo gli ordini di Wolff. La Brigata Nera "Aldo Resega" abbandonò le sue posizioni dentro la città, la Guardia Nazionale Repubblicana si sciolse spontanemente, mentre la Xª MAS, invece di ripiegare in Valtellina, rimase accasermata e si arrese senza combattere[142]. La Guardia di Finanza invece si unì agli insorti e, comandata da Alfredo Malgeri, occupò facilmente, nella notte tra il 25 e il 26, i principali punti nevralgici della città[143]. Il 27 aprile, alle ore 17.30, arrivarono in città con poche difficoltà i partigiani garibaldini delle brigate di Cino Moscatelli, mentre altri reparti occuparono Busto Arsizio e le strade per la Valtellina su cui in teoria avrebbero dovuto ripiegare gli ultimi reparti della RSI[144].

La morte di Mussolini

Pier Bellini delle Stelle comandante partigiano che catturò Mussolini. Walter Audisio guidò la fucilazione sommaria di Mussolini.


Guerra civile in Italia (1943-1945) Giunto a Como la sera del 25 aprile, Mussolini ripartì il 27 con i gerarchi e un reparto di SS della guardia del Duce[145], percorrendo il lungolago occidentale; dopo un vano tentativo dei ministri Tarchi e Buffarini Guidi di entrare in Svizzera, la colonna, a cui si erano aggiunti Pavolini e la Petacci, riprese verso nord, rafforzata dall'arrivo di un gruppo di soldati tedeschi della contraerea, ma alle porte di Musso, venne bloccata dai reparti partigiani del comandante Pier Bellini delle Stelle "Pedro"; dopo una lunga trattativa ai soldati tedeschi, compresa la guardia SS di Birzer, fu concesso di proseguire verso la Germania, mentre gli italiani vennero abbandonati nelle mani dei partigiani. Nonostante un travestimento da soldato tedesco, Mussolini venne riconosciuto e catturato[146]. Condotti a Dongo, Mussolini e la Petacci vennero separati dagli altri e portati a Giulino di Mezzegra dove trascorsero la notte in una casale e quindi consegnati ad un gruppo di partigiani inviati dal CLNAI di Milano, guidati da Walter Audisio ("colonnello Valerio") e Aldo Lampredi ("Pietro"), importanti esponenti comunisti della Resistenza. Quindi, il 28 aprile 1945, Mussolini e la Petacci vennero uccisi, verosimilmente dopo le ore 16, da Audisio e da Michele Moretti lungo il muro di cinta di una villa su una strada isolata[147]. Audisio e Lampredi ritornarono a Dongo dove, alle ore 17:17, i partigiani della 3ª Divisione Garibaldi-Lombardia del comandante Alfredo Mordini ("Riccardo"), fucilarono sulla riva del lago quindici gerarchi tra cui Pavolini, Barracu, Bombacci, Mezzasoma, Liverani, Zerbino, e il fratello della Petacci, Marcello[148][149]. I cadaveri di Mussolini, della Petacci e dei gerarchi fucilati vennero trasportati a Milano ed esposti in piazzale Loreto, luogo di una precedente sanguinosa rappresaglia nazifascista, dove furono esposti al pubblico e fatti oggetto di oltraggi da parte della popolazione[150]. I prigionieri di guerra della RSI, comprendenti soldati, sostenitori e collaboratori a vari livelli della Repubblica Sociale, vennero detenuti, alcuni sino al dicembre del 1947, in vari campi di concentramento (tra cui quello di Coltano), siti a Pisa, Rimini, Viareggio ed in altre località.

La zona grigia La categoria storiografica che va sotto il nome di "zona grigia" fu introdotta per la prima volta da Renzo De Felice ed è stata, nel tempo, oggetto di vari studi[151]. Il termine "zona grigia" indica quella parte della popolazione italiana, maggioritaria, che assistette alla guerra civile senza prenderne parte, oscillando su posizioni di opportunismo e mantenendo un rigido atteggiamento attendista. Rifiutando di schierarsi costoro venivano visti da entrambi gli schieramenti come traditori[152][153]. Il sentimento prevalente era quello di aspirazione alla pace. Gli attendisti detestavano i fascisti – considerati come causa prima del perdurare della guerra e dei sacrifici che essa comportava – e maltolleravano i partigiani, a loro volta ritenuti causa delle rappresaglie, rastrellamenti e – in ultima analisi – del coinvolgimento delle popolazioni civili in una guerra che non era sentita come propria. Naturalmente le sfumature di comportamento delle popolazioni della "zona grigia" erano estremamente varie e la memorialistica e la letteratura di parte ha di volta in volta sottolineato la simpatia manifestata per i reparti e le istituzioni repubblicane oppure la solidarietà verso la lotta partigiana, concretizzatasi anche nell'occultamento dei prigionieri alleati, dei piloti alleati abbattuti e degli ebrei nonché nel sostegno dato ai renitenti alla macchia e ai militari del Regio Esercito in clandestinità. Tuttavia le reazioni delle due fazioni in lotta nei confronti delle manifestazioni di simpatia per l'altra – reciprocamente considerate un "tradimento" – e che andavano da vendette (saccheggi, vandalismo sui beni e gli animali dei civili, cattura di ostaggi, violenze fisiche) a rappresaglie sanguinose, fino all'invocazione dei bombardamenti alleati su quei borghi che avessero accolto festosamente il passaggio di un reparto repubblicano[154] o l'abbruciamento di quei paesi che avessero appoggiato le formazioni partigiane, aumentarono il distacco delle popolazioni, tanto che con l'avvicinarsi della primavera 1945 la stanchezza e il rancore delle popolazioni verso i contendenti erano diffuse. Alcune frange fasciste tendevano ad enfatizzare l'isolamento in cui versavano, per alimentare il mito dei «pochi, ma sani». Un esempio è dato dalla protesta contro il giornale di Roberto Farinacci, che scrisse che al funerale di Igino Ghisellini aveva partecipato l'intera polazione di Ferrara:

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« Anche sui giornali quotidiani è bene che il 'popolo bue' sappia che intorno alle bare dei fascisti, come ai tempi di Berta, non c'erano e non ci sono che i fascisti, soli con la loro inesauribile fede ed il loro grande amore di Patria. Neppure sui giornali vogliamo che il ricordo che noi abbiamo dei nostri martiri e dei nostri morti venga confuso con quello della 'popolazione tutta'. Ce ne freghiamo del consenso popolare, perché ormai sappiamo che questo non può assolutamente [155] esistere là dove di chiedono sacrifici per la salvezza della Patria . »

La stanchezza e il disimpegno delle popolazioni civili non fu però un fenomeno solo registrato nelle regioni coinvolte direttamente dalla guerra civile, ma riguardò l'intero Paese, con il rifiuto del richiamo di leva, con una renitenza diffusa e malamente repressa dagli organi centrali dello Stato regio. Fra i motivi di questo scollamento di parte della popolazione dalla politica e dall'impegno vi è la percezione del peso dell'impegno dell'Italia regia nella lotta all'Asse come insignificante (e dunque un'ulteriore inutile sofferenza per le popolazioni costrette a sostenerlo)[156], l'epurazione delle classi dirigenti fasciste[157], vista a seconda del punto di vista come troppo leggera, oppure come un'ingiusta persecuzione perpetrata in un Paese dove pressoché tutti potevano essere considerati ex fascisti[158], il diffondersi della miseria e della fame, appena ostacolata dalle elargizioni alleate (considerate come un'elemosina)[159] e del mercato nero (ampiamente tollerato dalle autorità d'occupazione se non addirittura gestito dall'Allied Military Government)[160]. È nel 1944 che nasce appunto a Roma il Fronte dell'Uomo Qualunque di Guglielmo Giannini, reazione politica all'autolegittimazione dei partiti del CLN.

La delinquenza comune Il crollo dell'autorità centrale, la successiva faticosa ripresa del governo regio al sud e di quello fascista repubblicano al nord provocarono un vuoto di potere del quale approfittarono individui e bande dediti al brigantaggio ed alla delinquenza. In tutto il Paese si assistette ad una recrudescenza dei fenomeni criminali[161], spesso favoriti anche dal torbido clima politico del periodo, con aderenze di volta in volta a questa o a quella fazione politica o potenza belligerante. « Rapina, tortura, saccheggio, linciaggio: concetti da cui era aliena ogni mente onesta [...] sono diventati il nostro pane spirituale quotidiano. [...] La cronaca nera è saltata dalla quarta pagina dei quotidiani alla prima. » (Il Corriere di Roma, 20 settembre 1944)

L'impatto sulle popolazioni fu molto duro e in molte zone della RSI le autorità non riuscirono a far fronte al dilagare del banditismo[162], anche per la crisi nel controllo del territorio provocata dall'internamento di numerosi carabinieri (a causa della loro fedeltà monarchica) e dall'incompleta od inadeguata sostituzione coi militi della Guardia Nazionale Repubblicana. Addirittura in alcune zone la latitanza di ogni potere statuale e la presenza di episodi di banditismo e delinquenza spinse le popolazioni locali ad organizzare proprie ronde armate a difesa delle proprietà[163]. In alcuni casi a commettere gesti di brigantaggio erano gli stessi elementi fascisti o partigiani (anche a viso aperto); vi furono episodi in cui uomini travestiti con uniformi finte compivano ruberie, sia per avvalersi della soggezione che la vista di una divisa provocava nel popolo, sia per creare un vero e proprio "danno d'immagine" al nemico, facendo cadere su di esso la colpa di furti, delinquenze e rapine[164]. Inoltre per sua stessa natura la guerriglia partigiana aveva necessità di "autofinanziamento" e di conseguenza «le rapine alle banche, alle casse delle aziende e ai danni di ricchi proprietari e imprenditori [...] divennero pressoché una necessità alla quale tutte o quasi le formazioni finirono per far ricorso abbandonandosi (soprattutto quelle garibaldine) assai spesso a soprusi, imposizioni, grassazioni e violenze indiscriminate...»[165]. Per i partigiani si pose quindi ben presto il problema di distinguersi dai banditi comuni, poiché l'incertezza della «linea di demarcazione» tra partigianato e banditismo[166] nuoceva fortemente all'immagine della Resistenza presso la popolazione[167]. Su questo problema, Nuto Revelli scrisse:

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« Il fenomeno del banditismo si sta allargando. Ex militari sbandati della 4ª armata e delinquenti locali, mascherandosi alla partigiana, terrorizzano le popolazioni. Basta un cappello alpino, una giubba grigioverde, per confondere le acque. Tanti ne pescheremo, tanti ne fucileremo. Se vorremo evitare che i tedeschi e i fascisti facciano di ogni erba un fascio, speculandoci [166] su per diffamarci, non dovremo perdonare . »

Oltre a collaborare con i Carabinieri al servizio della RSI[166], i comandi partigiani adottarono misure rigorose per reprimere la delinquenza. In primo luogo, furono emarginate le formazioni che non riconoscevano l'autorità del CLN e del CVL, alle quali fu negata ogni legittimità. Fu inoltre previsto che chi avesse usato i buoni di prelevamento del CLN usurpandone il nome sarebbe stato giudicato da un tribunale popolare, mentre chi lo avesse fatto senza nemmeno servirsi del nome sarebbe stato fucilato[168]. La severità di tali provvedimenti, testimoniata dalle numerose condanne alla pena di morte inflitte ai partigiani che si resero colpevoli di rapine e furti, era richiesta – come evidenzia Claudio Pavone – dalla «necessità di autolegittimazione senza ombre del movimento resistenziale»[169]. Situazione speculare quella venutasi a creare con i soprusi e le rapine commesse da tedeschi e fascisti, che spesso risultavano incontrollabili nonostante ogni sforzo e stigmatizzazione da parte del potere centrale[170]. Schegge impazzite di entrambe le compagini si comportavano in maniera banditesca. Fra i tedeschi, inoltre, si segnalavano per particolare efferatezza quei reparti formati da elementi "ost" (tartari, russi bianchi e, in misura minore, cosacchi[171] eccetera), che spesso si abbandonavano a violenze e stupri, e non di rado dovevano essere tenuti a bada con vero e proprio controterrorismo da parte delle autorità militari repubblicane. D'altro canto gli stessi tedeschi non esitavano a passare per le armi quegli elementi italiani (guide, spie, delatori, informatori o collaborazionisti di vario genere, ma anche regolari) che approfittavano dei rastrellamenti per compiere grassazioni e rapine. Risulta difficile studiare il problema della criminalità comune nell'ambito della guerra civile, poiché le fonti primarie di parte fascista o tedesca[172] (notiziari e relazioni delle questure, dei comandi GNR e del Ministero degli Interni) e i resoconti (diari di guerra, memoriali) sono viziate da un punto di vista politico, che tende a confondere indiscriminatamente partigiani, briganti, militi fascisti e grassatori[173]. Inoltre la stessa natura della guerra intestina creava delle aderenze, scambi di ruolo, intelligenze fra fazioni, tali da rendere a volte impossibile discernere fra combattenti politici e semplici delinquenti o addirittura fra combattenti dell'una o dell'altra parte. Ne è esempio il caso della città reatina di Leonessa, nei cui dintorni fra 1943 e 1944 si costituì una camarilla di trafficanti di bestiame rubato con la connivenza e la copertura di alcune autorità repubblicane e la collaborazione di alcuni nuclei di partigiani, tale da scatenare la successiva rappresaglia nazista, condotta sulle semplici indicazioni di una donna mentalmente disturbata, che condusse alla morte di 51 innocenti (fra cui diversi fascisti ed elementi del CLN locale)[174]. Altro caso significativo è dato dal cosiddetto "Battaglione Davide"[175], una formazione partigiana dedita al banditismo comune nella zona di Canelli, duramente contrastata dai rastrellamenti fascisti, che improvvisamente si mise a disposizione delle autorità, addirittura proponendosi come "battaglione bersaglieri". Dopo violenti screzi sia coi fascisti della Guardia Nazionale ("Davide" – al secolo Giovanni Ferrero – si definiva pubblicamente "antifascista" e "filotedesco" e i suoi uomini gridavano provocatoriamente «morte al Duce») che con altre bande partigiane dei dintorni, venne d'arbitrio prelevata in blocco dai nazisti per essere impiegata nelle SS e come guardia nella Risiera di San Sabba a Trieste. A Torino la GNR catturò una banda di delinquenti minorili che rapinava tabaccherie ed altri esercizi commerciali rilasciando dei "pagherò" con un falso timbro "Brigata Garibaldi"[176]. A Roma – durante l'occupazione tedesca – un gruppo di truffatori diffondeva false notizie circa "liste di proscrizione" tedesche e fasciste, estortcendo poi alle terrorizzate vittime denaro o beni coi quali, assicuravano, sarebbero riusciti a corrompere dei fidati funzionari per ottenere la cancellazione dei nomi dalle liste. Nel territorio del Regno proprio in questo periodo si assisté alla nascita del fenomeno del Bandito Giuliano, sul cui ruolo criminale o politico, le aderenze con l'occupante americano o addirittura con frange dei servizi segreti fascisti-repubblicani il dibattito storiografico è tuttora aperto[177]. Sempre nel Regno con l'occupazione alleata[178] e la drammatica situazione sociale ed economica favoriva la rinascita o la recrudescenza del fenomeno camorristico – in special modo a Napoli ed a Bari, dove la presenza di basi logistiche alleate era terreno fertile per i traffici del mercato nero e per la prostituzione, anche infantile[179]. Anche al Sud dunque c'è stata una recrudescenza del

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Guerra civile in Italia (1943-1945) banditismo (anche a carattere sociale e spinto dai motivi tradizionali della fame, della disperazione e del crollo di ogni riferimento statuale), della delinquenza comune e organizzata, della corruzione, corresponsabile la scarsa autorità esercitata dal Regio Governo[178].

Violenze postbelliche Alcuni storici che si sono occupati del fenomeno della guerra civile in Italia hanno preso in considerazione i fenomeni di violenza e rappresaglia posbelliche, considerando la durata della guerra civile superiore alla fine effettiva della Seconda guerra mondiale in Europa. Pertanto per costoro non è facile identificare una vera e propria data finale del fenomeno, che tende a sfumare con il diradarsi degli omicidi e delle epurazioni. Alcuni hanno proposto come data finale della guerra civile l'amnistia Togliatti del 22 giugno 1946[180]. Immediatamente dopo che le forze della Resistenza partigiana riuscirono ad assumere il potere nelle città del nord, vennero istituiti tribunali improvvisati i quali – dopo un sommario giudizio – iniziarono a comminare condanne capitali per i fascisti catturati. Nei due mesi successivi all'insurrezione un numero notevole di persone fu sottoposto a processi popolari o giustiziato senza processo per aver militato nella RSI, aver manifestato simpatie fasciste o aver collaborato con le autorità tedesche. Nel clima di violenza insurrezionale si verificarono anche omicidi legati a fatti privati. Le esecuzioni degli esponenti della Repubblica di Salò avvennero in fretta e con procedimenti sommari anche perché – constatato il mancato rinnovamento dei quadri del vecchio regime nell'Italia regia – i capi partigiani temevano che il passaggio definitivo dei poteri agli angloamericani ed il ritorno alla "legalità borghese" avrebbero impedito un'epurazione radicale. Questa volontà di accelerare i tempi trova testimonianza in una lettera in cui l'azionista Giorgio Agosti scrive al compagno di partito Dante Livio Bianco, comandante delle formazioni Giustizia e Libertà, che «occorre... prima dell'arrivo alleato, una San Bartolomeo di repubblichini che gli tolga la voglia di ricominciare per un bel numero di anni»[181]. Il 24 giugno 1945, Ferruccio Parri stigmatizzò duramente questi episodi nel corso del primo radiomessaggio agli italiani tenuto dopo la sua nomina a capo del governo: « Ed ancora una parola per gli atti arbitrari di giustizia, quando non sono di vendetta, e per le esecuzioni illegali che turbano alcune città del Nord, ci compromettono con gli alleati ed offendono soprattutto il nostro spirito di giustizia. È un invito preciso che io vi formulo. Basta: e siano i partigiani autentici, diffamati da questi turbolenti venuti fuori dopo la vittoria, [182] siano essi a cooperare per la difesa della legalità che la nostra stessa rivoluzione si è data . »

Sulle dimensioni effettive delle violenze postbelliche si è sollevata un'aspra polemica in Italia fin dal dopoguerra. I due estremi parlano di 1.732 morti, secondo l'allora ministro Mario Scelba[183], e di trecentomila morti, secondo diverse fonti neofasciste. Reportage e studi scientifici più accurati hanno riscontrato cifre intermedie: 12.060 assassinati nel 1945 e 6.027 nel 1946 secondo lo studioso tedesco Hans Woller dell'Università di Monaco; trentamila, secondo Ferruccio Parri, in una intervista con Silvio Bertoldi[184]; il reduce della RSI Giorgio Pisanò giunse a stimare il numero dei morti fascisti o presunti tali in 48 mila, comprendendo però nel computo anche gli italiani d'Istria e Dalmazia trucidati dai partigiani jugoslavi[185]. Guido Crainz analizza i vari dati, spesso molto criticamente, ritenendo esagerate le cifre proposte da Pansa e da Pisanò e indicando invece come realistica la cifra di 9.364 uccisi o scomparsi "per cause politiche" secondo i rapporti di polizia del 1946[186], aggiungendo poi – tuttavia – un lungo elenco di violenze ed uccisioni a carattere di vera e propria jacquerie, secondo l'autore solo debolmente collegate ai fatti della guerra civile, ma piuttosto legate ad una lunga tradizione di scontri sociali e di «durezza estrema, settaria», risalenti addirittura al secolo precedente[187], o al ritorno ad una ferocia ancestrale[188].

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La particolarità del caso italiano Nonostante anche altri paesi europei come la Norvegia, i Paesi Bassi e la Francia avessero governi collaborazionisti, in nessuno di essi l'estensione del confronto armato tra compatrioti raggiunse l'intensità toccata in Italia[189]. Lo studioso di Relazioni internazionali Luigi Bonanate ha individuato proprio nella guerra civile le cause di quella che definisce l'«eccezione italiana»: « Perché il caso italiano sfugge a ogni regola? Si considerino i casi di tre diversi paesi, Francia, Germania e Italia, e li si confrontino con le tre possibili forme di guerra che uno stato può conoscere: guerra internazionale, guerra partigiana (o di liberazione), guerra civile (che potremo considerare come tre cerchi concentrici). Ebbene, la Germania ha sperimentato esclusivamente la prima; la Francia ha conosciuto le prime due e non la terza; l'Italia tutte e tre. L'intensità della violenza nei tre casi è crescente e progressiva, fino a toccare il massimo nell'ultimo: la Germania è stata schiacciata e disgregata, ma la sua guerra è stata una sola; in Francia si è svolta, come in Italia, una fase di resistenza e poi di guerra di liberazione contro l'occupante, ma come è noto le dimensioni del movimento partigiano vi furono ben più limitate che non in Italia, la quale oltre ad avere partecipato – per così dire – a una doppia guerra internazionale (quella nazifascista a cui poi seguì quella con gli alleati occidentali), ne ha combattuta un'altra, condotta dal CLN e mirante a ricacciare i tedeschi fuori dal Paese (come la [190] Francia), e poi ancora una terza, la più tragica e lacerante – la guerra civile – tra fascisti e antifascisti . »

Note [1] Si veda ad esempio l'intervista (http:/ / www. societasalutediritti. com/ rassegnastampa/ 20052507MILZAPIERRE. htm) allo storico francese Pierre Milza sul Corriere della Sera del 14 luglio 2005: «È stata una guerra civile, fra gente fascista e gente antifascista. Anzi, in Italia ce ne sono state due, di guerre civili. Una all'inizio del fascismo, dal 1920 al 1925, e la seconda dal 1943 al 1945»; in Germania si vedano le lezioni tenute da Thomas Schlemmer presso l'Università di Monaco dal titolo Zwischen Bündnis und Besatzung. Krieg und Bürgerkrieg in Italien 1943-1945 (http:/ / www. ifz-muenchen. de/ index. php?id=280& type=1& L=3class=l) (Alleanza ambigua e occupazione: guerra e guerra civile in Italia 1943-1945). E ancora, durante il convegno internazionale di Studi (http:/ / www. dhi-roma. it/ fileadmin/ user_upload/ pdf-dateien/ Veranstaltungsprogramme/ 2005/ Programm_Achse_im_Krieg_April2005. pdf) tenuto presso l'Istituto Storico Germanico di Roma il 13, 14 e 15 aprile 2005 le relazioni dello storico tedesco Wolfgang Schieder e dell'italiano Carlo Gentile, entrambi dell'Università di Colonia. [2] Eric Morris in La guerra inutile (Longanesi, 1993, p. 167) scrive: "Gli italiani erano ormai impegnati in una guerra civile. Il paese era un mosaico di realtà contrastanti. Spesso i membri di una stessa famiglia o di una stessa comunità si uccidevano fra loro in uno scontro che aveva ben poco rispetto delle norme umanitarie della battaglia". [3] vedi ad esempio l'Eccidio di Porzûs [4] Pavone, op. cit., p. 238: «[...] sia il governo regio che il governo fascista evitarono di massima, evidentemente d'intesa con i rispettivi alleati, di schierare sul fronte gli uni contro gli altri i propri reparti regolari. È questa una conferma che la guerra civile non fu combattuta fra Regno del Sud e Repubblica sociale italiana. Fu una guerra combattuta tra i fascisti e gli antifascisti, sull'unico territorio che li vedeva presenti entrambi politicamente e militarmente, in una partita che assumeva peraltro un significato coinvolgente l'intero popolo italiano». [5] Pavone, op. cit., p. 221 ss.. [6] Si vedano Claudio Pavone, L'eredità della guerra civile e il nuovo quadro istituzionale, in AA.VV., Lezioni sull'Italia repubblicana, Roma, Donzelli Editore, 1994, ISBN 8879890700; Gianni Oliva, La resa dei conti, 1999, in bibliografia; Guido Crainz, L'ombra della guerra. Il 1945, l'Italia, Donzelli, 2007; e Hans Woller, I conti con il fascismo. L'epurazione in Italia 1943 - 1948, Il Mulino, 2008. [7] Renzo De Felice, Mussolini l'alleato 1940-1945, I, L'Italia in guerra 1940-1943, t. II, Crisi e agonia del regime, Torino, Einaudi, 1990, p. 1331, riporta che il generale Vittorio Ambrosio rimproverò a Mussolini di non aver chiesto a Hitler – durante il loro colloquio di Feltre del 19 luglio – di lasciar concludere all'Italia, stremata dalla guerra, una pace separata. Mussolini gli rispose:

« Credete forse che questo problema io non lo senta agitarsi da tempo nel mio spirito travagliato? [...] Ammetto l'ipotesi di sganciarsi dalla Germania: la cosa è semplice, si lancia un [messaggio via] radio al nemico. Quali saranno le conseguenze? [...] E poi, si fa presto a dire: sganciarsi dalla Germania. Quale atteggiamento prenderebbe Hitler? credete forse che egli ci lascerebbe libertà d'azione? » [8] Oliva, 1998, op. cit., pp. 18-19. [9] Pavone, op. cit., p. 6. [10] Pavone, op. cit., p. 9. [11] L'Unità del 4 agosto (edizione milanese), cit. in Pavone, op. cit., p. 10. [12] Il documento, noto come "circolare Armellini", è riprodotto integralmente in Giorgio Pisanò, Gli ultimi in grigioverde, pp. 1689 e ss. Alcuni passi sono citati inoltre in Pavone, op. cit., p. 9, come esempio della «posizione ambigua» in cui venne a trovarsi l'esercito dopo il 25 luglio.

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Guerra civile in Italia (1943-1945) [13] Arrigo Petacco, Ammazzate quel fascista! Vita intrepida di Ettore Muti, Milano, Mondadori, 2002, ISBN 8804506865, p. 181. [14] Ad esempio da Giorgio Pisanò, come rileva Pavone, op. cit., p. 226. [15] Nove fascisti uccisi in tutto il periodo 25 luglio-8 settembre, secondo fonti di polizia dell'Archivio Centrale dello Stato, cit. in AA.VV., L'Italia dei quarantacinque giorni, Milano, Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia, 1969, pp. 377-408. De Felice, 1997, op. cit., p. 116 n., cita una fonte fascista in cui invece si contano nella sola provincia di Milano 7 fascisti o presunti tali uccisi, 91 feriti, 7190 cacciati dal lavoro, 12 milioni di danni alle abitazioni e 345 abitazioni dalle quali i fascisti furono cacciati [16] Alessandro Pavolini cit. in Osti Guerrazzi, op. cit., p. 40. [17] Su invito del Ministero della Cultura Popolare, sui giornali il testo dell'armistizio fu pubblicato listato a lutto. Pavone, op. cit., p. 18. [18] Pavone, op. cit., pp. 17-18 [19] Significativo è il caso del generale Bellomo, che organizzò la difesa del porto di Bari e mantenne il controllo della città fino allo sbarco delle forze britanniche. Vedi Sergio Dini, Il "Caso Bellomo", su Storia Militare N° 167, Agosto 2007, p. 4 ss. [20] Pavone, op. cit., pp. 16-18. [21] Pavone, op. cit., p. 14. [22] Vedi Ernesto Galli della Loggia, La morte della patria. La crisi dell'idea di nazione tra Resistenza, antifascismo e Repubblica, Laterza, 2003. [23] De Felice, 1995, op. cit., pp. 58 ss., insiste sul termine "opportunità" in vece di "opportunismo", proprio per sottolineare la casualità delle scelte. [24] Pavone, op. cit., p. 27. [25] Pavone, op. cit., p. 33. [26] Pavone, op. cit., p. 169, riporta che ad alcuni giovani romani che si presentarono ai tedeschi per arruolarsi, l'ufficiale disse che «l'Italia non c'era più; non c'era più governo, esercito» e chiese: «Volete diventare soldati tedeschi?». [27] Altri si arruolarono in seguito: dei 30000 ufficiali internati in Germania dopo il passaggio dalla condizione di prigionieri di guerra ad internati militari almeno un quarto aderì alla RSI. Lotto A., Recensione su Desana P., I 360 di Colonia, in GUISC, Atti del terzo raduno nazionale, gualdo tadino (PG), 3-5 ottobre 1986, Napoli, 1987, in “Protagonisti”, 29, 1987, pp. 53-54, p. 53. [28] Pavone, op. cit., p. 49: «lo schietto atteggiamento resistenziale fu di tagliare il nodo e non scegliere né l'uno né l'altro, sganciando da ogni precostituito impaccio istituzionale e da ogni vincolo ad personam l'alto problema della fedeltà a sé stessi». [29] Revelli si riferisce alla sua esperienza come ufficiale degli alpini sul fronte orientale. [30] Pavone, op. cit., p. 34. [31] Pavone, op. cit., p. 37. [32] La misteriosa morte del maresciallo Pierino Vascelli, di Gesuino Loi (http:/ / www. terralbaierieoggi. it/ read_articoli. php?cat_art=MEM& file_art=25_36). URL consultato in data novembre 2008. [33] Pavone, op. cit., p. 42. [34] Pavone, op. cit., pp. 43-45. [35] ristabilendo tra l'altro le sedi dei Fasci, come avvenne a Trieste per mano di Idreno Utimperghe [36] Oliva, 1998, op. cit., pp. 158 ss. [37] Pavone, op. cit., p. 18. [38] Crainz, op. cit., p. 60. [39] I rapporti di polizia siciliani fanno notare come a cavalcare o a scatenare le rivolte siano gruppi di ex fascisti o di nostalgici e contemporaneamente di separatisti e gruppi inneggianti a Stalin, cfr. Crainz, op. cit., pp. 58-61. [40] Crainz, op. cit., p. 123. [41] Ferrari M., Recenti tendenze storiografiche sulla seconda guerra mondiale, “Annali di storia contemporanea”, 1995, 1, pp. 411-430, p. 419 [42] De Felice R., La resistenza ed il regno del sud, “Nuova storia contemporanea”, 1999, 2, pp. 9-24, p. 17 [43] Vendramini F., (1987) Il PCI a Belluno e l'avvio della lotta armata. Documenti, “Protagonisti”, 29, pp. 35-42, p. 37 [44] De Felice R., La resistenza ed il regno del sud, “Nuova storia contemporanea”, 1999, 2, pp. 9-24, p. 21 [45] De Felice R., La resistenza ed il regno del sud, “Nuova storia contemporanea”, 1999, 2, pp. 9-24, p. 22 [46] Secondo alcune ricostruzioni il Führer avrebbe minacciato di trasformare l'intero territorio italiano in zona d'occupazione tedesca. Secondo De Felice, 1997, op. cit., pp. 60-61, che riporta la testimonianza di Carlo Silvestri, Hitler avrebbe minacciato: «L'Italia settentrionale dovrà invidiare la sorte della Polonia se voi non accettate di ridare valore all'alleanza fra Germania e Italia ponendovi a capo dello Stato e del nuovo governo»; Questa ricostruzione è considerata inattendibile da Fioravanzo, op. cit., pp. 31-51. La storica scrive a p. 49: «Il 'sacrificio' di Mussolini, costretto suo malgrado a riassumere la guida del fascismo per salvare l'Italia dalla vendetta tedesca, non è dunque altro che un mito costruito sulla base di un documento falsificato». Questa tesi è invece ripresa da Sergio Romano, La repubblica di Mussolini e le minacce di Hitler (http:/ / www. corriere. it/ romano/ 10-01-21/ 01. spm), in Corriere della Sera, 21 gennaio 2010. [47] «Se Hitler e la Germania vincessero la guerra, Mussolini e l'Italia l'avrebbero ugualmente perduta. Per noi non c'è più via di scampo. Di là siamo nemici che si sono arresi senza condizioni, di qua siamo dei traditori»; in Benito Mussolini, Opera Omnia, XXXII, p. 180 [48] Mussolini sembrò «consapevole che i tedeschi consideravano il suo governo nulla più che un governo fantoccio, insediato al potere "per puri motivi di interesse politico" e per il resto più di intralcio che di utilità per la loro politica di occupazione». De Felice, 1997, op. cit., p. 437. [49] L'atteggiamento di Hitler nei confronti della RSI fu sempre oscillante ed apparentemente incoerente, oscillando da manifestazioni di amicizia - esclusivamente verso Mussolini - a una totale sfiducia, temperata solo da considerazioni d'ordine politico-propagandistiche.

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Guerra civile in Italia (1943-1945) D'altro canto, l'intero establishment politico-militare nazista ebbe tutt'altro che una visione unitaria nel considerare il nuovo Stato italiano, di volta in volta dimostrando lealtà verso l'alleato o considerandolo terra d'occupazione. De Felice, 1995, op. cit., pp. 118-119, definisce la situazione politica della RSI in relazione al potere tedesco di "poliarchia anarchica". [50] Nel 1943 nel territorio metropolitano italiano vivevano 37.100 ebrei italiani e 7.000 ebrei stranieri. Il loro numero era diminuito a seguito delle emigrazioni successive alle leggi razziali e all'inizio della guerra: il censimento del 1938 aveva registrato più di 47.000 ebrei italiani e 10.000 stranieri. Sul punto Susan Zuccotti, L'Olocausto in Italia, p. 31. [51] ii Governo Badoglio non modificò nè abrogò la legislazione razziale [52] Che considerava stranieri gli ebrei ai sensi del punto 7 del Manifesto di Verona: «Gli appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra appartengono a nazionalità nemica» [53] Questi i primi episodi: il 16 settembre a Merano venticinque ebrei vennero arrestati dai tedeschi e successivamente deportati: uno solo sopravviverà alla guerra; lo stesso giorno, reparti della 1. SS-Panzer-Division "Leibstandarte SS Adolf Hitler" arrestarono sedici ebrei nella località di Meina (sul Lago Maggiore), che uccisero nella notte fra il 22 e il 23 successivi: fu la prima strage di ebrei compiuta sul territorio italiano; il 18 settembre, le SS catturarono 349 profughi ebrei nei paesini al confine con la Francia, venuti in Italia dopo l'8 settembre: 330 furono rimandati in Francia e poi deportati. Ne sopravvissero solo nove. [54] Hilberg, op. cit., pp. 694-695. [55] Hilberg, op. cit., p. 696. [56] Hilberg, op. cit., pp. 699-700. [57] "COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA SOCIALE ITALIANA", presso il sito della cattedra torinese di diritto costituzionale (http:/ / www. dircost. unito. it/ cs/ docs/ repubblica. htm) [58] Tra l'altro ne adottò la sede nazionale, in Piazza San Sepolcro a Milano [59] nel progetto di Costituzione si parla di Duce della Repubblica e Capo del Governo [60] E.Collotti, L'Europa nazista, pp. 407-410. [61] C. Pavone in: E.Collotti, L'Europa nazista, p. 408. [62] Intervista a Claudio Pavone (http:/ / www. isral. it/ web/ web/ risorsedocumenti/ intervisteonline_Pavone. htm): «ho ribadito che per la Repubblica sociale italiana la categoria di collaborazionismo non è del tutto adatta, perché esistono collaborazionismi, diciamo così, a posteriori, cioè in paesi più o meno democratici invasi dai nazisti e, nel loro piccolo, dai fascisti italiani. Gli invasori creano in quei paesi governi a loro asserviti, fondati sui fascisti locali che, da soli, non avevano avuto la forza di conquistare il potere. In questi casi senz'altro la categoria di collaborazionismo funziona, ma per l'Italia purtroppo non è così, perché i fascisti sono nati proprio qui e il potere, nel 1922, se lo erano conquistato da soli. [...] non era corretto considerare l'ultimo atto del fascismo italiano un collaborazionismo minore; forse non è nemmeno un collaborazionismo tout-court. [...] la categoria di collaborazionismo [...] mi sembra che stia stretta alla repubblica sociale, la quale è collaborazionismo ma non è soltanto collaborazionismo». [63] E.Collotti, L'Europa nazista, pp. 412-419. [64] Giorgio Pisanò, Gli ultimi... cit. pp. 2239 e ss. [65] M.P.Chiodo, Nel nome... cit. p. 542. L'autore definisce lo scontro "un episodio da guerra civile, il più duro del conflitto fra reparti regolari". [66] Ganapini, op. cit., p. 198; Parlato, op. cit., pp. 61-62. [67] Sul caso del c.g. Cagnoni la letteratura è molto scarna. cfr. Corriere della Sera del 20 settembre 1993 (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1993/ settembre/ 20/ Corsica_1943_una_camicia_nera_co_0_93092013786. shtml) [68] De Felice, 1997, op. cit., p. 493, cita anche una missione della Regia Aeronautica al nord per indurre i reparti dell'ANR a disertare per "riunire la famiglia Aeronautica" al sud [69] Simonetta Fiori, Neofascisti. Una storia taciuta (http:/ / ricerca. repubblica. it/ repubblica/ archivio/ repubblica/ 2006/ 11/ 09/ neofascisti-una-storia-taciuta. html) (intervista a Giuseppe Parlato), in la Repubblica, 9 novembre 2006, p. 50. [70] De Felice, 1995, op. cit., pp. 132-133. [71] Bocca, 1995, op. cit., p. 16. [72] Oliva, 1998, op. cit., p. 176. [73] Il nome non deve trarre in inganno circa le dimensioni reali di questi reparti, che – per le precipue esigenze della guerriglia – non potevano essere composte da più di qualche centinaio di uomini. Si ha tuttavia notizia di formazioni con alcune migliaia di effettivi, almeno fino all'estate del 1944, prima delle offensive italotedesche di "grande polizia" (cfr. Appendice in De Felice, 1997, op. cit.). [74] Oliva, 1998, op. cit., p. 177. [75] Leo Valiani rivendicava anche l'esistenza di "terroristi del Partito d'Azione". Cfr. Pavone, op. cit., p. 495. [76] cui aderirono uomini e donne come Giovanni Pesce "Visone", Ilio Barontini "Dario", Dante Di Nanni, Giuseppe Bravin, Alessandro Sinigaglia, Bruno Fanciullacci, Rosario Bentivegna. [77] A tal fine i gappisti erano sottoposti ad una dura disciplina ed alla necessità di condurre una vita clandestina sotto falso nome. Vedi M. Rendina, Dizionario... cit. p. 68 voce "Gap" e Pavone, op. cit., p. 500. [78] Obiettivo degli attentati erano i luoghi dove le truppe dell'Asse trovavano svago (cinema, ristoranti, alberghi) o dove avvenivano "fraternizzazioni" con la popolazione civile. [79] Pavone, op. cit., p. 496 e ss., et alia

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Guerra civile in Italia (1943-1945) [80] . Un attentato venne anche pianificato a Roma contro Vittorio Mussolini, ma fu sventato dalla polizia fascista, messa in preallarme dall'intercettazione dei messaggi fra GAP. La lista degli obbiettivi dei GAP è in M. Rendina, Dizionario... cit. p. 69 voce "Gap" [81] M. Rendina, Dizionario... cit. p. 68 voce "Gap" [82] Pavone, op. cit., p. 493. [83] Pavone, op. cit., p. 500. [84] Per es. Leo Valiani, in Pavone, op. cit., p. 495. Pavone concorda - in linea generale - con l'affermazione di Valiani, ammettendo delle eccezioni [85] Dante Livio Bianco, cit. in Pavone, op. cit., p. 495. [86] Pavone, op. cit., p. 496. [87] Riguardo quest'ultimo attentato mortale, avvenuto a Firenze il 15 aprile 1944, i partigiani evidenziarono, per giustificare l'esecuzione, il coinvolgimento ideale e morale del filosofo nella RSI come presidente dell'Accademia d'Italia, il suo allineamento alle posizioni dell'estremismo fascista filo-tedesco e le sue invocazioni alla concordia ed alla collaborazione contro i partigiani «sobillatori, venduti o in buona fede, ebbri di sterminio». Vedi: Pavone, op. cit., pp. 503-505; Bocca, 1995, op. cit., pp. 238-243. [88] La donna nella Resistenza in Liguria, La nuova Italia Editrice, 1979 [89] Ad esmpio nei Gruppi di Difesa della Donna, "aperti alle donne di ogni ceto sociale e di ogni fede politica o religiosa, che volessero partecipare all'opera di liberazione della patria e lottare per la propria emancipazione. Vedi Le Donne della Resistenza (http:/ / lombardia. anpi. it/ voghera/ donneresistenza/ donneresistenza. htm) [90] Ad esempio Irma Bandiera, staffetta nella 7ª G.A.P, che divenne combattente con il soprannome di Mimma [91] a Genova una formazione partigiana fu intitolata ad una combattente fucilata da fascisti; nel Biellese, nel 1944, nacque un battaglione costituito da operaie tessili della Brigata "Nedo" [92] Convegno su Pietro Secchia: Le donne partigiane, Torino 16/04/2005, intervento di Nori Brambilla Pesce [93] Le donne nella Resistenza (http:/ / coalova. itismajo. it/ Testi di commento/ ATpartig021-Le donne nella Resistenza. doc) [94] Giovanni Dolfin, Con Mussolini nella tragedia, Garzanti, 1949, p. 96 [95] Cervi, Montanelli, op. cit. p. 122 [96] Pavone, op. cit., pp. 225 e ss., liquida il problema del "primo colpo" come "poco produttivo". [97] Pavone, op. cit., p. 227. [98] De Felice, 1995, op. cit., pp. 109 e ss.. Le stesse conclusioni sono poi state più estesamente trattate in Mussolini l'alleato. La guerra civile, cit. [99] Del medesimo avviso erano anche i partigiani. Cfr. E. Gorrieri, op.cit. p. 176 cit. [100] Il federale di Venezia Eugenio Montesi, quello di La Spezia, Franz Turchi, poi Igino Ghisellini, Giovanni Gentile e Concetto Pettinato. A farsi portavoce di queste istanze anche i giornali Il Resto del Carlino, La Stampa e La Gazzetta del Popolo: cfr. M. Bontempelli, La Resistenza italiana, cit. pp. 90 e ss. [101] Bocca, 1994, op. cit., pp. 76-77. [102] Bocca, 1994, op. cit., pp. 98-99. [103] Secondo M.Bontempelli in La Resistenza italiana, cit. pp. 90 e ss.: «Il Partito Comunista volendo impedire ad ogni costo che l'idea di una conciliazione fra fascismo e antifascismo abbia qualche eco credibile, non si limita a colpire i tedeschi, ma scatena una campagna di terrore contro i dirigenti fascisti, uccidendone tra la metà di settembre e la metà di novembre, ben sessantaquattro, in altrettanti agguati» [104] M.Bontempelli La Resistenza italiana, p. 91. L'ordine verrà in parte disatteso, anche grazie alla protezione accordata da Mussolini ad alcuni tentativi successivi, peraltro velletarii e inefficaci. Fra gli altri i casi di Edmondo Cione, Carlo Silvestri e Giovanni Gentile. [105] Oliva, 1998, op. cit., p. 189. [106] Resistenza italiana - La formazione del… - il clero e la… - Le Quattro Giornate… - La Resistenza e… - Le "repubbliche… - L'incendio di Boves - Settembre 1943: la… - settembre ... (http:/ / anpi-lissone. over-blog. com/ 70-categorie-10128678. html) [107] De Felice, 1995, op. cit., p. 49. [108] Mussolini a Graziani, 25 giugno 1944, cit. in Ganapini, op. cit., p. 48. [109] Pavone, op. cit., p. 269. [110] Secondo il Decreto Legge 30 giugno 1944-XXII n.446 istitutivo delle Brigate Nere (art. 7),

« Compito del Corpo è quello del combattimento per la difesa dell'ordine della Repubblica Sociale Italiana, per la lotta contro i banditi e i fuori legge e per la liquidazione di eventuali nuclei di paracadutisti nemici. Il corpo non sarà impiegato per compiti di requisizione, arresti od altri compiti di Polizia. (...) » [111] «Le Brigate nere anelano al combattimento contro il nemico esterno, ma sanno che in una guerra come l'attuale, guerra di religione, non c'è differenza fra nemico di fuori e di dentro...» [112] Pavone, op. cit., p. 236. [113] Ganapini, op. cit., p. 50; Cronologia di Bologna dall'unità ad oggi, 28 gennaio 1945 (http:/ / www. bibliotecasalaborsa. it/ cronologia/ bologna/ 1945/ 342), Biblioteca Salaborsa. [114] Oliva, 1998, op. cit., pp. 209-210. [115] Pavone, op. cit., p. 273. [116] Pavone, op. cit., p. 271: «Sul campo non sono rari i tentativi tedeschi di dirottare contro i fascisti la forza e la rabbia dei partigiani». [117] Documentati da Pavone, op. cit., pp. 268 e ss.

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Guerra civile in Italia (1943-1945) [118] Pavone, op. cit., p. 268. [119] Pavone, op. cit., p. 276. [120] Pavone, op. cit., p. 274. [121] Pavone, op. cit., p. 275. [122] Pavone, op. cit., p. 501. [123] Carattere evidenziato anche nella memorialistica saloina, ad esempio nel libro di Carlo Mazzantini A cercar la bella morte. [124] L'argomento è trattato ad esempio in Giordano Bruno Guerri, Fascisti – Gli italiani di Mussolini, il regime degli italiani, Mondadori, Milano, 1995 [125] Bocca, 1995, op. cit., p. 151: «[...] gli stessi comunisti, nel corso delle discussioni, concedono qualcosa all'antica paura, spiegano anch'essi la necessità del terrorismo come prevenzione dell'inevitabile terrorismo tedesco, come presenza che rincuora chi resiste: quasi cercassero delle giustificazioni. In realtà, e i comunisti lo sanno bene, il terrorismo ribelle non è fatto per prevenire quello dell'occupante ma per provocarlo, per inasprirlo. Esso è autolesionismo premeditato: cerca le ferite, le punizioni, le rappresaglie, per coinvolgere gli incerti, per scavare il fosso dell'odio. È una pedagogia impietosa, una lezione feroce. I comunisti la ritengono giustamente necessaria e sono gli unici in grado di impartirla, subito». [126] Per esempio, due comandanti garibaldini, Romeo Fibbi e Bruno Bernini, il 7 marzo 1944, a rapporto dal comandante dei GAP bolognesi e poi fiorentini Luigi Gaiani (responsabile dell'omicidio di Pericle Ducati e poi fra i mandanti di quello di Giovanni Gentile) a Firenze, furono posti di fronte a questo aut-aut: «se la prossima volta non avessimo fucilato i prigionieri fascisti, avrebbero fucilato noi al posto dei fascisti». Cfr. Fernando Gattini, Giorni da Lupo, Comune di Vicchio, Vicchio, p. 50. [127] Ganapini, op. cit., p. 278. [128] Ganapini, op. cit., 279. [129] Bocca, 1995, op. cit., p. 289. [130] Bocca, 1994, op. cit., pp. 196-199. [131] Ganapini, op. cit., p. 53. [132] Ganapini, op. cit., p. 322. [133] F. W. Deakin, Storia della Repubblica di Salò, Torino, Einaudi, 1968, p. 579. [134] Elena Aga Rossi, Bradley F. Smith, Operazione Sunrise, Mondadori, 2005, p. 107. [135] Elena Aga Rossi, Bradley F. Smith, Operazione Sunrise, Mondadori, 2005, p. 182. [136] B. Spampanato, Contromemoriale cit. p. 1227. [137] I delegati del CLNAI, Cadorna, Lombardi, Marazza, Arpesani e Pertini (giunto in seguito), si rifiutarono di trattare e chiesero la resa incondizionata entro due ore, in Bocca, 1995, op. cit., pp. 519-520. [138] Alcune fonti riferiscono che Mussolini, alla notizia delle trattative dei tedeschi, si rivolse al tenente Birzer, capo della scorta delle SS, con le parole: «Il vostro generale Wolff ci ha traditi»; in G. Pisanò, Storia della Guerra... cit. p. 1515; tuttavia la circostanza viene completamente smentita da E. Kuby in Il tradimento tedesco, p. 609, che si basa sulla testimonianza di Birzer. [139] CESP - Audio (http:/ / www. pertini. it/ cesp/ audio_01. htm) Audio dell'annuncio radiofonico. [140] Bocca, 1995, op. cit., pp. 514-515. Alcune fonti asseriscono che anche alcuni reparti di marò della Xª MAS parteciparono al salvataggio del porto di Genova. Sembra che dal 9 aprile avessero ricevuto un ordine segreto per impedire con ogni mezzo la distruzione del porto e delle installazioni industriali, in: Sergio Nesi, Decima Flottiglia nostra..., Mursia, pp. 319 e ss., ed in: Mario Bordogna, Junio Valerio Borghese e la X Flottiglia Mas, Mursia, 2007, pp. 188-189 e pp. 194 e ss. [141] Bocca, 1995, op. cit., p. 518. [142] Bocca, 1995, op. cit., p. 481. [143] Franco Bandini, Le ultime 95 ore di Mussolini, Mondadori, Milano, 1968. [144] Bocca, 1995, op. cit., p. 520. [145] Reparto comandato dal tenente Birzer [146] Bocca, 1995, op. cit., pp. 522-523. [147] Sulle circostanze dell'esecuzione, espressamente ordinata ad Audisio e Lampredi dal CLNAI e in particolare da Luigi Longo, esiste oggi la documentazione segreta dell'agente dell'OSS incaricato dagli americani di svolgere una relazione sui fatti, agente OSS441, Valerian Lada-Mocarski, in: G.Cavalleri/F.Giannatoni/M.Cereghino, La fine, pp. 64-83. In particolare l'agente OSS441 precisa che a sparare furono Moretti, con un mitra francese MAS 7,65 mod. 1938, e Audisio con una pistola Beretta 7,65. [148] G.Cavalleri, F.Giannatoni, Mario Cereghino, La fine, pp. 90-91. [149] Solo il maresciallo Graziani, che aveva abbandonato la colonna in precedenza, riuscì a sfuggire e venne catturato dagli alleati al quartier generale delle SS a Cernobbio. [150] Bocca, 1995, op. cit., p. 523. [151] Fra questi quello di Aurelio Lepre, che afferma l'esistenza di una solidarietà – anche solo passiva – della gran parte della popolazione italiana verso i partigiani; cfr. Lepre-Petraccone, Storia d'Italia... cit. pp. 266-267; o quello di Gianni Oliva nel libro La resa dei conti. [152] Oliva, 1999, op. cit., p. 56: «traditore è chi sta nella zona grigia dell'astensionismo». [153] Questo concetto di zona grigia era stato già definito da Gabriele Ranzato a proposito della guerra civile spagnola in Un evento antico e un nuovo oggetto di riflessione, Bollati Boringhieri, 1999; la citazione viene riportata in Oliva, 1999, op. cit., p. 62, dove testualmente si legge In mezzo e dentro i fronti delle due minoranze in conflitto continua ad estendersi la zona grigia. Imbelle ed incolore, essa è disprezzata da entrambe per la sua pavidità, il suo particolarismo, la sua insensibilità ai forti ideali che animano lo scontro. Coloro che la compongono

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Guerra civile in Italia (1943-1945) sono perciò considerati dai combattenti cittadini di secondo rango, che è lecito sottomettere, usare, sacrificare. [154] Cfr. G. Pisanò, Gli ultimi... cit. p. 310, nella fattispecie il caso di Montebruno (GE). [155] Non diciamo balle, in "Libro e moschetto", 27 novembre 1943, cit. in Ganapini, op. cit., p. 171. [156] Crainz, op. cit., p. 53 ss. [157] Crainz, op. cit., p. 52. [158] M. Pannunzio, Una generazione fra due guerre in Risorgimento liberale 1º agosto 1944 [159] Definite dagli stessi Alleati «il minimo indispensabile per tenere l'Italia in vita», cfr. Crainz, op. cit., p. 22. [160] Crainz, op. cit., p. 33. [161] Crainz, op. cit., p. 85 n., riferisce che nel triennio prebellico la media dei reati - rapine, estorsioni e sequestri - denunciati alle autorità era di 1.800 all'anno; nel 1945 i reati denunciati erano saliti a 20.000 e nel 1946 erano ancora 18.000. [162] De Felice, 1997, op. cit., p. 323 n. [163] De Felice, 1997, op. cit., pp. 334-335. [164] De Felice, 1997, op. cit., pp. 334-335, nota come questi episodi siano stati spesso citati in letteratura per giustificare il logoramento delle relazioni fra resistenti e civili. [165] De Felice, 1997, op. cit., p. 332; Pavone, op. cit., pp. 449 ss. [166] Pavone, op. cit., p. 450. [167] Si veda il rapporto stilato dal comandante la 2a Divisione GL dell'Oltrepò pavese, nella quale si lamentava lo scollamento fra Resistenza e popolo causato dalle illegalità commesse dalle formazioni partigiane, in particolare garibaldine, in Giovanni De Luna (a cura di) Le Formazioni GL nella Resistenza, Collana dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, pp. 152 e ss. [168] Pavone, op. cit., pp. 451-452. [169] Pavone, op. cit., p 457. [170] Si veda, per esempio, il caso di Bardi e Pollastrini a Roma. [171] Dagli studi di Paolo Arrigo Carner (L'armata cosacca in Italia 1944-1945 Mursia 1990 e Lo sterminio mancato, Mursia 2000) e di Patrizia Deotto (Stanitsa Tèrskja. L'illusione cosacca di una terra. Verzagnis 1944-1945, Gaspari, 2005) si evince come nonostante l'asprezza tipica del carattere nazionale cosacco e la loro durezza nel condurre la controguerriglia, i rapporti con i civili friulani con cui vennero a contatto furono rudi ma improntati alla correttezza, in certi casi perfino alla cordialità. Episodi di violenza o soperchierie ve ne furono, ma furono, appunto, episodici. [172] Lepre, op. cit., pp. 183-184. [173] Cfr. Allegato 17, Inconvenienti causati dai rastrellamenti contro le bande partigiane, al Capo della Provincia di Perugia del 5 aprile 1944, riprodotto integralmente in Enzo Climinti, Leonessa 1943/1944, Comune di Leonessa, 2001 [174] Per un maggior approfondimento della vicenda vedi la voce Strage di Leonessa [175] Cfr. per questa vicenda L. Klinkhammer, L'occupazione... cit. pp. 325 e ss. [176] Rapporto del Questore di Torino, 9 settembre 1944, cit. in De Felice, 1997, op. cit., p. 324 n. [177] Si vedano i controversi studi sull'argomento di Giuseppe Casarrubea, Nicola Tranfaglia e Aldo Giannuli. [178] Crainz, op. cit., p. 28. [179] Napoli nella Seconda guerra mondiale atti del convegno di studi storici di Napoli del 5 marzo 2005, Istituto di Studi Storici Economici e Sociali. In particolare Cfr. pp. 164 e ss. e 209 e ss. [180] Togliatti Guardasigilli, l'amnistia criticata del 1946 di Sergio Romano (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 2008/ luglio/ 30/ TOGLIATTI_GUARDASIGILLI_AMNISTIA_CRITICATA_DEL_co_9_080730070. shtml). URL consultato in data 30-04-2009. [181] De Felice, 1997, op. cit., p. 233. [182] Ferruccio Parri, Scritti 1915/1975, a cura di Enzo Collotti, Giorgio Rochat, Gabriella Pelazza Solaro, Paolo Speziale, Milano, Feltrinelli, 1976, p. 145. [183] ATTI PARLAMENTARI, Camera dei deputati, 1952, Discussioni, 11 giugno 1952, p. 38736 [184] I giorni della Vendetta, da il Corriere della Sera del 15 novembre 1997 (http:/ / archiviostorico. corriere. it/ 1997/ novembre/ 15/ DOPOGUERRA_giorni_della_vendetta_co_0_9711154587. shtml). URL consultato in data 24-01-2009. [185] Storia della Guerra Civile... cit. pp. 1801 e ss. [186] Crainz, op. cit., p. 79. [187] Crainz, op. cit., p. 102. [188] Crainz, op. cit., p. 120. [189] De Felice, 1995, op. cit., p. 22 [190] Luigi Bonanate, La violenza nelle guerre del Novecento (http:/ / www. storia900bivc. it/ pagine/ editoria/ bonanate294. html), "l'impegno", a. XIV, n. 2, agosto 1994, Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

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Guerra civile in Italia (1943-1945)

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Voci correlate • • • •

Campagna d'Italia (1943-1945) Guerra di liberazione italiana Resistenza italiana Repubblica Sociale Italiana

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Resistenza italiana La Resistenza italiana, comunemente chiamata Resistenza, anche detta Resistenza partigiana o secondo Risorgimento[1] fu l'insieme dei movimenti politici e militari che in Italia dopo l'8 settembre 1943 si opposero al nazifascismo[2][3] nell'ambito della guerra di liberazione italiana. Alcuni storici hanno evidenziato più aspetti contemporaneamente presenti all'interno del fenomeno della Resistenza: "guerra patriottica" e lotta di liberazione da un invasore straniero; insurrezione popolare spontanea; "guerra civile" tra antifascisti e fascisti, collaborazionisti con i tedeschi; "guerra di classe" con aspettative rivoluzionarie soprattutto da parte di alcuni gruppi partigiani socialisti e comunisti.[4]

Partigiani garibaldini in piazza San Marco a Venezia nei giorni della liberazione

Il movimento della Resistenza – inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza all'occupazione nazifascista – fu caratterizzato in Italia dall'impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, azionisti, monarchici, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, anarchici), in maggioranza riuniti nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito insieme i primi governi del dopoguerra[5]. La Resistenza costituisce il fenomeno storico nel quale vanno individuate le origini stesse della Repubblica Italiana: l'Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al CLN, i quali scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche ed ispirandola ai princìpi della


Resistenza italiana

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democrazia e dell'antifascismo. Il periodo storico in cui il movimento fu attivo, comunemente indicato come "Resistenza", inizia dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943 (il CLN fu fondato a Roma il 9 settembre) e termina nei primi giorni del maggio 1945, durando quindi venti mesi circa. La scelta di celebrare la fine di quel periodo con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell'appello diramato dal CLNAI per l'insurrezione armata della città di Milano, sede del comando partigiano dell'Alta Italia.

Dall'antifascismo alla Resistenza L'antifascismo La Resistenza italiana affonda le sue radici nell'antifascismo, sviluppatosi progressivamente nel periodo che va dalla metà degli anni venti, quando già esistevano deboli forme di opposizione al regime fascista, fino all'inizio della seconda guerra mondiale. Inoltre nella memoria dei combattenti partigiani, specialmente quelli di ispirazione comunista e socialista, rimaneva vivo il ricordo del cosiddetto "biennio rosso" e delle violente lotte contro le squadre fasciste nel periodo 1919-1922, considerate da alcuni esponenti dei partiti di sinistra (tra cui lo stesso Palmiro Togliatti) una vera "guerra civile" in difesa delle classi popolari contro le forze reazionarie[6]. Dopo l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti (1924) e la decisa assunzione di responsabilità da parte di Mussolini, nel Regno d'Italia prese avvio il processo di totalitarizzazione dello Stato che darà luogo ad un sempre maggiore controllo e a severe persecuzioni degli oppositori, a rischio di carcerazione e di confino.

Giacomo Matteotti

Gli antifascisti si organizzarono quindi in clandestinità in Italia e all'estero, creando con grande difficoltà una rudimentale rete di collegamenti, che però non produsse risultati pratici di rilievo, restando frammentati in piccoli gruppi non coordinati, incapaci di attaccare o di minacciare il regime, se si esclude qualche attentato realizzato in particolare dagli anarchici. La loro attività si limitava al versante ideologico: era copiosa la produzione di scritti, in particolare tra le comunità degli esuli antifascisti, che però non raggiungevano le masse e non influivano sull'opinione pubblica[7]. Alcuni storici[8] hanno anche sottolineato come il movimento della Resistenza possa presentare legami con la Guerra di Spagna, in particolare con coloro i quali avevano militato nelle Brigate Internazionali.[9]. Carlo Rosselli

Solo la guerra e soprattutto l'andamento disastroso su tutti i fronti delle operazioni belliche e il progressivo distacco delle masse popolari dal regime (evidenziato anche dai grandi scioperi del marzo 1943), condussero alla subitanea disgregazione dello stato fascista dopo il 25 luglio, seguito, dopo i tormentati quarantacinque giorni del governo Badoglio, dall'Armistizio di Cassibile dell'8 settembre 1943. La catastrofe dello stato nazionale e la rapida e aggressiva occupazione di gran parte dell'Italia da parte dell'esercito del Reich offrì alle forze politiche antifasciste, uscite dalla clandestinità, la possibilità di organizzare la lotta politico-militare contro l'occupante e il governo collaborazionista di Salò[10], subito costituito dalle autorità naziste intorno a Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, ed ai superstiti fascisti, decisi a riprendere la lotta a fianco della Germania e a vendicarsi dei "traditori" interni[11].


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Resistenze Subito dopo l'armistizio dell'8 settembre, nonostante il disfacimento complessivo delle forze armate italiane in tutti i teatri operativi in patria ed all'estero, vi fu anche una breve "resistenza militare" ad opera di reparti del Regio Esercito, per ordine superiore, per scelta volontaria delle truppe (Divisione Acqui, distrutta nella tragica battaglia di Cefalonia) o per iniziativa di ufficiali a capo di formazioni dislocate nei Balcani e in Egeo (come Inigo Campioni e Luigi Mascherpa, protagonisti delle battaglie di Rodi e Lero). Inoltre si combatté l'unica vera e propria campagna condotta con successo dalle truppe italiane contro i tedeschi dopo l'8 settembre, la liberazione della Corsica. Da ricordare è anche la difesa di Porta San Paolo ad opera di formazioni dell'esercito affiancate dalla popolazione civile durante il breve tentativo di difendere Roma. Della "resistenza militare" fece parte anche la rete di informatori organizzata nella capitale dal colonnello Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo (il Fronte Militare Clandestino della Resistenza, FCMR); strettamente legata alla Monarchia e conservatrice, la struttura operò anche in polemica con le altre formazioni resistenziali ed ottenne qualche risultato, ma venne infine smantellata dai tedeschi e lo stesso Montezemolo fu catturato e ucciso[12]. La "resistenza militare", condotta da componenti delle Forze Armate, riconoscibili come personale in uniforme "sottoposto alla giurisdizione militare"[13], va comunque distinta dalla Resistenza propriamente detta, artefice della guerra partigiana, durante la quale i partigiani, volontari legati in gran parte alle formazioni politiche antifasciste, si impegnarono nella guerriglia in montagna e in collina, nel sabotaggio, nella lotta armata nelle città. Anche diversi militari sfuggiti alla cattura da parte dei tedeschi si unirono al movimento partigiano costituendo formazioni "autonome" (conosciuti anche come "azzurri" o "badogliani"[14]) come quelle capeggiate dagli ufficiali Enrico Martini ("Comandante Lampus" o "Mauri"), e Piero Balbo ("Comandante Nord"), il gruppo "Cinque Giornate" del colonnello Carlo Croce e l'Organizzazione Franchi, la struttura di sabotaggio e informazioni, strettamente legata ai servizi segreti britannici[15], costituita da Edgardo Sogno. Infine artefici di un altro tipo di "resistenza" all'occupante tedesco ed al governo collaborazionista di Salò furono i soldati italiani catturati dopo l'8 settembre ed il collasso delle unità dell'esercito; su circa 800.000 prigionieri, solo 186.000 decisero di aderire al nuovo governo fascista per venire impiegati in prevalenza come ausiliari non combattenti, mentre oltre 600.000 soldati rifiutarono e vennero internati in Germania dove, con la denominazione di IMI, furono ridotti alla condizione di lavoratori servili, furono sottoposti ad un duro trattamento e subirono privazioni e violenze[16].

Nascita e sviluppo del movimento « Abbiamo combattuto assieme per riconquistare la libertà per tutti: per chi c'era, per chi non c'era e anche per chi era contro... » [17]

(Arrigo Boldrini

)

Creazione dei Comitati di Liberazione Nazionale


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Fin dalla sera dell'8 settembre, poche ore dopo la comunicazione radiofonica del maresciallo Badoglio, a Roma sei esponenti politici dei partiti antifascisti, usciti dalla clandestinità a seguito del crollo del regime dopo il 25 luglio, si riunirono e costituirono il primo "Comitato di Liberazione Nazionale" (CLN), struttura politico-militare che avrebbe caratterizzato la Resistenza italiana contro l'occupazione tedesca e le forze collaborazioniste fasciste della Repubblica di Salò in tutto il periodo della guerra di liberazione[18].

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Bandiera del CLN

I sei componenti erano Ivanoe Bonomi, Alessandro Casati, Alcide De Gasperi, Mauro Scoccimarro, Pietro Nenni e Ugo La Malfa; già l'indomani mattina Nenni ebbe un primo contatto telefonico con altri esponenti politici a Milano e il 12 settembre il politico socialista si recò nel capoluogo lombardo dove, nonostante il rifiuto di Ferruccio Parri di assumere subito la guida delle formazioni antifasciste, venne a sua volta costituito un altro Comitato di Liberazione Nazionale che più tardi sarebbe diventato il coordinatore della guerra partigiana al nord con il nome di CLNAI ("Comitato di Liberazione nazionale Alta Italia")[19]. Nei giorni seguenti si moltiplicarono i Comitati di liberazione locali per organizzare la lotta armata nelle regioni occupate dai tedeschi: a Torino, a Genova, a Padova sotto la direzione di Concetto Marchesi, Silvio Trentin, ed Egidio Meneghetti, a Firenze con Piero Calamandrei, Giorgio La Pira e Adone Zoli. Entro l'11 settembre la struttura dei CLN era costituita e i comitati passarono rapidamente alla lotta armata ed alla clandestinità di fronte al rafforzarsi del potere politico militare delle forze tedesche e del nuovo stato repubblicano fascista, mentre il 15 settembre ad Arona i primi capi delle formazioni partigiane organizzate in montagna (Ettore Tibaldi, Vincenzo Moscatelli) e i rappresentanti dei CLN (Mario e Corrado Bonfantini, Aldo Denini, l'avvocato Menotti) si incontrarono per discutere dettagli organizzativi e strutture di comando[20].

Le formazioni partigiane In realtà mentre si costituivano i Comitati di Liberazione nelle varie città in cui si estendeva rapidamente l'occupazione tedesca, i primi gruppi di ribelli erano già in fase di organizzazione spontanea nelle regioni più impervie dell'Italia settentrionale e centrale, con collegamenti minimi con le strutture clandestine politiche cittadine a causa della confusione generale seguita all'8 settembre ed al totale fallimento delle gerarchie del Regio Esercito, che rifiutarono di organizzare unità volontarie per attaccare i tedeschi ed si arresero con i loro comandi senza combattere[21]. I primi raggruppamenti si costituirono nelle Prealpi e nel Preappennino per facilitare gli approvvigionamenti dalla pianura e per poter disporre di aree arretrate di sicurezza in alta montagna. Organizzati e comandati in un primo momento da giovani ufficiali inferiori e sottufficiali dell'esercito in Vincenzo Moscatelli "Cino", dissoluzione, questi primi gruppi, costituiti da poche decine di elementi, commissario politico delle Brigate vennero rafforzati dai primi capi politici che salirono in montagna per prendere Garibaldi della Valsesia parte alla lotta e organizzarla[22]. Nel tempo peraltro si assisterà ad una progressiva politicizzazione di molti ufficiali inferiori dell'esercito ed a una militarizzazione dei capi politici comunisti e azionisti, sempre più concentrati sull'organizzazione tecnica e sull'efficenza della guerra partigiana contro i nazifascisti[23].


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Le motivazioni dei primi gruppi di partigiani, calcolati alla metà di settembre in appena 1.500 uomini[24], furono complesse e legate principalmente all'odio verso i tedeschi ed il fascismo, al rifiuto di accettare il disastro e l'umiliazione nazionale, alla fedeltà, presente in molti ufficiali, all'ordine costituito rappresentato dalla Monarchia, alla necessità di sottrarsi alla cattura ed alla deportazione, alla paura delle vendette dei fascisti, alle motivazioni politiche di palingenesi sociale degli elementi comunisti e azionisti ed infine anche a sentimenti di avventurosità Il maggiore degli Alpini Enrico Martini "Mauri", comandante giovanile. Importante fu inoltre il ruolo giocato dagli delle formazioni autonome delle Langhe e Monferrato ufficiali inferiori Alpini che, ritornati delusi e furenti contro i tedeschi ed il Regime dalla campagna di Russia che era [25] costata loro tante perdite , costituirono nuclei di comandanti combattivi ed esperti della guerra in montagna[26]. Elemento fondamentale di coesione tra i partigiani fu l'antifascismo, il rifiuto totale della disastrosa "guerra fascista" subalterna all'alleato tedesco; il disprezzo e la critica radicale al Regio Esercito e soprattutto agli ufficiali superiori considerati inetti ed imbelli. In particolare tra le formazioni garibaldine comuniste e tra i giellisti si diffuse un netto rifiuto delle gerarchie militari compromesse con il fascismo, e di tutte le formalità di gradi, divise, ordini, rituali, tipici degli eserciti. La disciplina era basato soprattutto sulla coesione, sulle motivazioni e sull'autoconvincimento, mentre il soldo assegnato ai partigiani erano molto limitato ed uguale per tutti[27]. I capi delle formazioni partigiane venivano selezionati sul campo ed ottenevano ruolo e comando sulla base delle capacità mostrate e del consenso dal basso di tutti i membri combattenti delle formazioni con procedure completamente estranee alla rigida gerarchizzazione degli eserciti regolari, indipendentemente dal grado eventualmente posseduto in precedenza nel "disciolto" esercito[28]. Accanto al comandante militare tutte le formazioni partigiane, tranne i reparti autonomi, avevano un "commissario politico" con parità di grado, che condivideva la responsabilità operativa e assumeva soprattutto la funzione di rappresentante politico incaricato dell'istruzione e dell'assistenza morale e pratica dei combattenti[29] Il rifiuto del "fallito" Regio Esercito da parte della grande maggioranza dei partigiani non permise una vera coesione morale tra i combattenti della Resistenza e i reparti dell'Esercito faticosamente costituiti al Sud per combattere a fianco degli Alleati, considerati dai partigiani, nonostante la retorica propagandistica dispiegata non solo dalle autorità regie ma anche dagli stessi partiti del CLN, modesti resti di un'istituzione completamente screditata[30].

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Formazioni partigiane all'inizio della Resistenza Alla metà di settembre i nuclei più forti di partigiani erano nell'Italia settentrionale, circa 1.000 uomini, di cui 500 in Piemonte, mentre nell'Italia centrale erano presenti circa 500 combattenti, di cui 300 raggruppati nei settori montuosi di Marche e Abruzzo[24]. In Piemonte le formazioni si costituirono nelle valli alpine, specialmente nelle Alpi Marittime: In Val Pesio sorsero le formazioni autonome del capitano Cosa; in val Casotto iniziarono ad organizzarsi le efficienti formazioni autonome guidate dal maggiore degli Alpini Enrico Martini "Mauri"; nelle colline di Boves salirono i reduci della IV Armata guidati da Ignazio Vian; in Valle Gesso si costitui la formazione Italia Libera per iniziativa di Duccio Galimberti, Dante Livio Bianco e Benedetto Dalmastro da cui nasceranno le formazioni dei giellisti[31]. Altre formazioni autonome si formarono in Val d'Ossola sotto la guida di Alfredo e Antonio Di Dio, fratelli e ufficiali effettivi, in val Strona con Filippo Beltrami, in val Toce con Eugenio Cefis e Giovanni Marcora e in val Chisone, guidati dal sergente alpino Maggiorino Marcellin "Bluter"[32]. Le formazioni gielliste e garibaldine comuniste si organizzarono a Frise (unità gielliste con Luigi Ventre, Renzo Minetto, Giorgio Bocca, tutti ufficiali degli Alpini); a Centallo (autonomi e giellisti organizzati da altri tre ufficiali alpini tra cui Nuto Revelli), in valle Po, dove, sotto la guida di Pompeo Colajanni "Barbato", ufficiale di cavalleria comunista, si organizzò una forte formazione Dante Livio Bianco, comandante delle garibaldina con Giancarlo Pajetta, Antonio Giolitti, Guastavo Comollo; in val Brigate Giustizia e Libertà nella valle Pellice (giellisti); nel Biellese (nuclei di comunisti con vecchi antifascisti come Stura Guido Sola, Battista Santhià e Francesco Moranino "Gemisto"); soprattutto in Valsesia dove si costituirono le formazioni comuniste garibaldine guidate da combattenti prestigiosi come Vincenzo Moscatelli "Cino", Eraldo Gastone "Ciro" e Pietro Secchia "Vineis", importante dirigente del PCI[33].

Nuto Revelli, comandante delle Brigata Giustizia e Libertà "Carlo Rosselli" in valle Stura

Altri nuclei di partigiani si costituirono in Lombardia nel Varesotto, dove il colonnello Carlo Croce organizzò sul monte San Martino un gruppo di soldati sbandati; nella Valsassina, nelle valli bergamasche. Nel Veneto e in Friuli la situazione era ancor più confusa: nella provincia di Gorizia era attiva fin dal 1941 la crescente resistenza slovena. Si formarono numerosi gruppi cattolici tra cui quello di Mario Cincigh, e azionisti (con Fermo Solari e Alberto Cosattini), mentre i comunisti, guidati da capi come Giovanni Calligaris, Mario Lizzero, Otello Modesti, Giovanni Padoan "Vanni" e Ferdinando Mautino "Carlino" cominciarono a costituire le formazioni garibaldine che avrebbero poi dato vita alla Divisione Natisone.[34].

Nel resto dell'Italia occupata dai tedeschi si organizzarono altri gruppi in Emilia, in Romagna (guidati dal comunista Arrigo Boldrini), in Toscana, sul passo dei Giovi e sul monte Morello, in Umbria (con la partecipazione di ex-prigionieri slavi); nelle Marche, dove sotto la guida di Spartaco Perini alcune centinaia di uomini si radunarono al colle San Marco; infine in Abruzzo dove al bosco Martese confluirono militari sbandati e volontari comunisti e giellisti[35], mentre Ettore Troilo iniziò costituire la sua "banda Patrioti della Maiella" che il 5 dicembre 1943 avrebbe attraversato le linee del fronte entrando a far parte dello schieramento alleato e participando con distinzione a tutta la campagna d'Italia lungo il versante adriatico[36].


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Fin dal novembre 1943 i comunisti costituirono a Milano la prima struttura organizzativa unificata: il comando generale delle Brigate Garibaldi con Luigi Longo, già dirigente delle Brigate Internazionali in Spagna, come responsabile militare e Pietro Secchia, ex operaio biellese e buon organizzatore, come commissario politico; i componenti iniziali del comando furono, oltre a Longo e Secchia, Antonio Roasio, Francesco Scotti, Umberto Massola, Antonio Cicalini e Antonio Carini[37]. Le altre organizzazioni non costituirono comandi unificati ma si assistette comunque ad una proliferazione di Brigate, Divisioni e Gruppi di divisioni, in realtà costituite da poche migliaia di uomini e con strutture organiche rudimentali. Crescita della Resistenza A novembre 1943 le forze partigiane erano salite a 3.800 uomini di cui 1.650 in Piemonte, in maggioranza ancora raggruppati in formazioni autonome sotto la guida di ufficiali inferiori come Vian (che verrà ucciso dai tedeschi nell'aprile 1944), Dunchi, "Aceto", Marcellin, Superti, Beltrami e soprattutto Martini "Mauri". Crebbero però anche le formazioni politiche: i garibaldini, con Colajanni "Barbato", Moscatelli "Cino", Gastaldi "Bisagno", Mautino "Carlino", i giellisti con Bianco, Galimberti, Dalmastro, Agosti, i cattolici con i fratelli Di Dio e Mario Cencigh. In questa fase iniziale si precisarono subito i contrasti di impostazione generale presenti tra alcune componenti militari, legate alla Monarchia, e le formazioni partigiane legate ai partiti politici antifascisti; in collegamento con i propositi conservatori della dirigenza del Regno e con l'accordo delle potenze anglosassoni, sorsero quindi istanze a favore di una resistenza limitata al sabotaggio ed alla raccolta di informazioni in attesa dell'arrivo delle forze regolari alleate[38]. Queste posizioni "attesiste", promosse inizialmente da "esperti" militari di alto grado, furono sostenute direttamente dal maresciallo Badoglio e dal Re, preoccupati dalla crescita del movimento partigiano, totalmente svincolato dal loro controllo. In realtà l'attesismo militare venne rapidamente messo da parte dopo i fallimenti nell'autunno 1943 dei comandi unificati guidati da generali dell'esercito nel Veneto e in Toscana e dopo l'ambiguo comportamento del generale Raffaello Operti in Piemonte. Le energiche iniziative dei dirigenti comunisti (tra cui Pietro Secchia) e azionisti, preoccupati per un possibile ritorno delle forze conservatrici, spinsero al contrario per un'intensificazione dell'attività partigiana e per un attivismo immediato, indipendentemente dalle difficoltà organizzative e operative, per favorire una crescita della Resistenza[39].

Pompeo Colajanni "Barbato", ex ufficiale di cavalleria e comandante garibaldino in valle Po


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Malgrado le difficoltà , le divisioni e le prime massicce operazioni di repressione nazifasciste, le forze partigiane continuarono a sopravvivere e ad aumentare numericamente nei primi mesi del 1944, rafforzate costantemente anche dai molti giovani che salirono in montagna per sfuggire ai bandi di arruolamento forzato diramati dal maresciallo Graziani. A febbraio e a marzo 1944 la forza partigiana al nord raddoppiò di numero[40]. I richiamati che non risposero al bando del maresciallo approvato da Mussolini e sollecitato dalle autorità tedesche, furono Formazione partigiana in movimento durante la Resistenza molto numerosi (in novembre 1943 su 186.000 coscritti si presentarono solo in 87.000), ma soprattutto furono molto elevati i casi di diserzione dopo l'arruolamento che salirono dal 9% di gennaio 1944 al 28% del dicembre nonostante il decreto delle autorità fasciste sui procedimenti di rigore e la pena di morte del 18 febbraio 1944 ed i successivi provvedimenti di clemenza del 18 aprile 1944 e del 28 ottobre 1944[41][42]. Al 30 aprile 1944, alcune fonti hanno calcolato che le forze della Resistenza ammontassero ormai a 20.000-25.000, considerando anche i GAP, i SAP e gli ausiliari, con una massa combattente in montagna di circa 12.600 uomini e donne, di cui 9.000 al nord e 3.600 al centro-sud. I garibaldini erano ora la maggioranza ed erano saliti a circa 5.800, con 3.500 autonomi, 2.600 giellisti e 700 cattolici[43]. Deve peraltro essere chiarito che solo una parte minoritaria dei componenti delle varie formazioni appartenevano effettivamente ai vari partiti politici[44]. Solo i capi e i dirigenti principali delle varie brigate e divisioni erano organicamente collegati ad una parte politica, mentre i singoli partigiani in generale non appartenevano ad alcun partito ed entravano nelle varie formazioni non solo per colleganza ideale, ma anche per emulazione, per convenienza pratica, sulla base della fama e dell'efficienza dei capi e dei reparti[45] Le rivalità tra le varie formazioni furono presenti, ma nella maggior parte dei casi si limitarono a conflitti sulla distribuzione dei reparti sul territorio, sulla divisione delle scarse risorse disponibili, sulla distribuzione dei materiali aviolanciati dagli alleati che preferirono rifornire con precedenza le formazioni autonome o moderate a scapito soprattutto dei garibaldini[46].

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Organizzazione del movimento I partigiani Dotate di scarso equipaggiamento, le formazioni partigiane non adottavano divise, vestivano in modo disparato e utilizzavano fazzoletti colorati di riconoscimento: rossi nelle formazioni garibaldine, verdi nei reparti di Giustizia e Libertà, azzurri nei gruppi autonomi. Nell'ultimo anno la maggior parte dei gruppi partigiani adottò distintivi sui copricapi e nelle giubbe: la stella rossa per i garibaldini, lo scudetto con la fiaccola e le lettere G e L per i giellisti, le coccarde tricolori per gli autonomi[47]. Si cercò inoltre di standardizzare un vestiario comune basato su giacche a vento e pantaloni lunghi, si adottò un sistema di insegne di grado, semplice e poco appariscente[48]. Le armi e le munizioni non erano abbondanti; fornite dai lanci dagli aerei alleati o dal bottino catturato al nemico, consistevano principalmente nei fucili e moschetti mod. 91, nei mitra MP tedeschi, MAB38 italiani, Sten britannici; raramente erano disponibili carabine M1 americane e mitra Marlin o Thompson. Tra le armi di squadra erano disponibili mitragliatrici leggere Breda e qualche Bren, mortai 81, mentre totalmente assenti erano le armi pesanti e le artiglierie[49].

Luigi Longo, "Gallo", il comandante generale delle Brigate Garibaldi

Riguardo alla denominazione dei combattenti della Resistenza divenne presto popolare il termine, di origine medievale utilizzato dai condottieri e dalle milizie di un partito[50], "partigiani", connesso al concetto di difesa della propria terra ed anche con qualche richiamo al comunismo[51]. I vertici politici invece gli preferirono a livello ufficiale "volontari per la libertà", poiché "partigiani" fu respinto dai comunisti e dai democristiani, e destò perplessità negli azionisti (che al suo posto proposero il termine "patrioti")[52]. Altri termini più raramente adottati per designare i combattenti furono quelli di "ribelle", "fuori legge" ed anche "banditi", che era la denominazione usuale dei nazifascisti. In effetti "bande" furono inizialmente denominate le formazioni combattenti e solo più tardi si parlò di "brigate" e "divisioni", mentre tentativi propagandistici di costituire "corpi d'armata partigiani" non ebbero seguito[53].

Brigate e Divisioni

Pietro Secchia, commissario politico delle Brigate Garibaldi durante la Resistenza

Il comando generale delle Brigate Garibaldi comuniste, guidato da Longo e Secchia, organizzò in totale, durante la Resistenza, 575 formazioni, costituite da squadre, bande, battaglioni, brigate, divisioni e comandi territoriali di zona; a questi gruppi si aggiunsero nelle città gli uomini e le donne dei GAP e dei SAP; costituite intorno ad un nucleo di esperti e determinati comandanti comunisti, i garibaldini mostrarono impegno e combattività subendo il numero più alto di perdite tra tutte le formazioni della Resistenza[54]. I reparti garibaldini si organizzarono in Liguria (Brigate e poi Divisioni "Cichero", "Pinan-Cichero", "Vanni" e "Mingo"), in Piemonte (1ª Divisione "Leo Lanfranco" di Colajanni, Latilla e Modica, e le Divisioni "Gramsci", "Pajetta" e "Fratelli Varalli" di Gastone e Moscatelli), in Lombardia (Brigata "Redi" e Divisioni "Lombardia", coordinate da Pietro Vergani, vicecomandante del CVL), in Veneto (Divisioni "Garemi", "Nanetti" e "Friuli-Natisone"), in Emilia (Divisione "Modena")[55].


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La più importante ed incruenta azione delle formazioni socialiste (Brigate Matteotti) avvenne il 25 gennaio 1944, e produsse l'evasione dal carcere di Regina Coeli di Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che erano stati catturati nell'ottobre del 1943 e condannati a morte. L'azione, organizzata da Giuliano Vassalli con l'aiuto di Giuseppe Gracceva, Massimo Severo Giannini, Filippo Lupis, Ugo Gala e il medico del carcere Alfredo Monaco[56][57] ebbe successo grazie ad uno strategemma[58]. Anche gli azionisti, guidati da Ferruccio Parri, strutturarono le loro formazioni Giustizia e Libertà in brigate e divisioni (cosiddette "Divisioni Alpine Giustizia e Libertà"), coordinati da comandi regionali; le formazioni gielliste, reclutate con grande rigore, disciplinate e motivate subirono la maggiore percentuale di caduti in combattimento rispetto alle forze disponibili[59]. In Piemonte, regione con le formazioni partigiane più numerose e efficienti, venne anche costituito un "Comando militare regionale piemontese" (CMRP), affidato alla direzione del generale Alessandro Trabucchi (rappresentante i reparti autonomi), di Francesco Scotti (garibaldini), di Duccio Galimberti per gli azionisti e di Andrea Camia per i socialisti[60].

Sandro Pertini (nella foto) e Giuseppe Saragat furono liberati dal carcere di Regina Coeli grazie a un'operazione delle Brigate Matteotti.

Le Fiamme Verdi cattoliche costituirono brigate e divisioni attive soprattutto nel bresciano e nel bergamasco, tra cui le formazioni dei fratelli Di Dio coinvolte nei combattimenti nella val d'Ossola. I gruppi autonomi si organizzarono in brigate e divisioni e ci furono anche gruppi di divisioni come il 1º Gruppo Divisioni Alpine del comandante "Lampus"/"Mauri", attivo nelle Langhe e nel Monferrato e guidato da una serie di validi ufficiali come Bogliolo, Lulli, Ardù, Martinengo, Piero Balbo. Le Brigate Osoppo, operanti soprattutto in Friuli ed in Veneto, vennero fondate ad Udine il 24 dicembre 1943 e ragruppavano elementi volontari di ispirazione laica, liberale, socialista e cattolica già at